Garibaldi e i Mille a Sapri

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sullo sbarco di Giuseppe Garibaldi a Sapri, avvenuto il 3 settembre 1860. Prima di Garibaldi, il 2 settembre 1860 sbarcarono centinaia di garibaldini che Turr portava da Paola via mare. Insieme a Turr arrivarono a Sapri anche alcuni agenti di Cavour. Il Risorgimento italiano è comunemente ricordato dalla maggioranza delle persone soprattutto per l’opera di personaggi come Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II. Tuttavia, insieme ad essi, operarono migliaia di giovani che affrontarono sacrifici e pericoli per la libertà; tra loro i fratelli Magnoni ed i volontari delle brigate destinate agli Stati Pontifici, Parmensi, Milanesi, Bolognesi ed Emiliani, che parteciparono da volontari alla marcia verso la Capitale del Regno borbonico. Le loro vicende personali s’intrecciarono con i più importanti avvenimenti che caratterizzarono l’epopea popolare. Il lettore può così conoscere attraverso quanti rischi e privazioni quella generazione abbia realizzato l’evento più importante della storia italiana: l’Unità d’Italia.  

PREMESSA

Le cose qui narrate sono già note nella loro
generalità , ma ignorate o mal conosciute in molti
particolari , perchè non sempre concordi furono i testimoni
ed attori che primi le narrarono, nè gli storici
che le raccolsero. Io sono risalito alle sorgenti
prime, ed ho riletto le corrispondenze di alcuni volontari
di quell ‘ epoca gloriosa , ed ho discusso con
alcuno di quei compagni i punti controversi , e mi
valsi di appunti e di impressioni rimaste incise nella
mia memoria ; e finalmente ho confrontato con scrupolosa
cura la bibliografia , giustificando, interpretando
e correggendo le differenze che in essa si riscontrano .
Nel corso della narrazione mi astenni da qualsiasi
controversia. 

Immagine realizzata con l’intelligenza artificiale

La Spedizione dei Mille      

La spedizione dei Mille fu uno degli episodi cruciali del Risorgimento. Si svolse dal 1860 al 1861 quando un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partì nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto (borgo di Genova e allora Regno di Sardegna), alla volta della Sicilia, che faceva parte del Regno delle Due Sicilie. Lo scopo della spedizione era di rovesciare il governo borbonico e appoggiare le rivolte scoppiate sull’isola. I garibaldini sbarcarono l’11 maggio presso Marsala e, con il contributo di volontari meridionali e a rinforzi alla spedizione, aumentarono di numero, creando l’Esercito meridionale. Dopo una campagna di pochi mesi con alcune battaglie vittoriose contro l’esercito borbonico, i Mille e il neonato esercito meridionale riuscirono a conquistare tutto il Regno delle Due Sicilie, permettendone l’annessione al nascente Regno d’Italia. I Mille sono la più nota delle formazioni garibaldine della campagna nell’Italia meridionale comandata da Giuseppe Garibaldi, durante la Spedizione dei Mille. Furono il primo nucleo dell’Esercito meridionale, che conquistò il Regno delle Due Sicilie per unirlo al Regno di Sardegna, tramite annessione, mediante proclamazione del Regno d’Italia sotto la dinastia di Casa Savoia. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “….”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafimi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 262, nella nota (84) riferendosi alla “Spedizione di Sapri”, di Carlo Pisacane, del 1857, postillava che: “(84) Si disse meno preparata della garibaldina di Marsala. Ma può dirsi preparata la spedizione di Sicilia, dove pare che Garibaldi non volesse andare ? Il generale pensava a Roma. Si lasciò convincere dal telegramma mostratogli dal Crispi. Comunque non può dirsi preparata una spedizione che contava un migliaio di fucili, 500 sciabole, sei casse di scarpe, ventidue scatole di consommè, un cesto di vermicelli, una cassa di proclami, una bella bandiera, 94 mila lire, 1088 uomini e una donna (la moglie di Crispi). A Genova non si riuscì a trovare nemmeno una carta topografica della Sicilia! Eppure, tremila picciotti si unirono al generale che prometteva terre e libertà.”Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p……, in proposito scriveva che: I. La Sicilia e i Borboni. L’Italia deve l’emancipazione dal dominio straniero, l’indipendenza, l’unità e la libertà allo spirito d’abnegazione e di sagrificio del suo popolo, all ‘ indomito coraggio de ‘ suoi martiri, al valore de ‘ suoi soldati , al genio de ‘ suoi eroi , al senno de’ suoi uomini di Stato, all’ acuta preveggenza e al patriottico fervore dei principi che or ne moderano i destini. Ma forse più tarda e più lunga sarebbe tornata l’opera della sua redenzione, senza la tristizia incomparabile, la codarda ferocia, l’inettitudine fenomenale, la lurca libidine d’assoluto potere di coloro che per tanto tempo la tennero mancipia e divisa e la conculcarono ignobilmente. I Borboni di Napoli ebbero, coll ‘ Austria e dall’Austria sorretti, il tristo privilegio, di primeggiare fra gli oppressori del bel paese….”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 95, postillava in nota che: Questo diario fu scritto giorno per giorno. La parte politica e militare era, dopo la partenza, spedita man mano a Londra al seguente indirizzo: << Mr Freeman , 1 Malden Terrace, Haverstock Hill, N. W. London . ».”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the Thousand = Garibaldi e i Mille”, a pp. 88-90, in proposito scriveva che: “Il Mazzini peraltro trovò la tempra d’uomo necessaria al suo scopo nel Napoletano Carlo Pisacane, nel calabrese Giovanni Nicotera e nel siciliano Rosolino Pilo (1). Il 25 giugno 1857, Pisacane e Nicotera salparono da Genova, in un vaporetto chiamato Cagliari, etc…Il Pisacane perciò sbarcò invece nella prossima isola-ergastolo di Ponza impadronendosene con la sua piccola forza, per mezzo di un abile colpo di mano. Il Pisacane liberò e imbarcò con lui sul ‘Cagliari’ 200 galeotti comuni, oltre una dozzina di condannati politici e un centinaio di soldati della guerra di liberazione (3). Fu con queste forze equivoche che sbarcarono a Sapri. Alcuni liberali dei paraggi tentarono di spargere il grido di ‘Viva Murat’, ma il grido degli invasori era ‘Viva l’Italia, Viva la Repubblica’ (4).”. Treveljan, nella traduzione della Dobelli, a p. 88, nella nota (4) postillava che: “(4) Sapri, 195; Nicotera, 15.”. Treveljan, per “Sapri”, intendeva il testo: “Sapri = Bilotti (P.E.), La Spedizione di Sapri (da Genova a Sanza). 1907” e per “Nicotera” intendeva il testo di: “Nicotera = Mauro (M.), Biografia di Giovanni Nicotera.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, il Piemonte e il Lombardo, era sbarcato l’11 dello stesso mese a Marsala, in Sicilia, per conquistare il Regno di Napoli. Il re Francesco II tentò invano di fare opposizione per tre motivi: l’astuzia di Garibaldi nell’accerchiare il nemico o nell’evitarlo, senza toccare lo stretto di Messina e sbarcando a Melito di Portosalvo in Calabria; la dissoluzione dello Stato e la debolezza del re e l’abbandono dei soldati; il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi. Questo eroe camminò di vittoria in vittoria finché il I° ottobre, colla battaglia del Volturno, consegnò il Reame di Napoli a Vittorio Emanuele II, Re d’Italia. Francesco II, rifugiatosi nella fortezza di Gaeta, morì nel 1894.”.  Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patriotti”. Il testo di De Cesare è “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, dove però il De Cesare, sebbene il testo sia interessante per i tanti documenti trascritti, non parla affatto della marcia di Garibaldi da Paola verso Sapri e, per quella parte, si rifà quasi integralmente al testo  di Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 379-380 e ssg., liquida così in poche brevi parole la sua marcia per le Calabrie, Basilicata e Salernitano: “La nostra marcia lungo le Calabrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celeremente tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte delle quali già in armi contro l’oppressore borbonico. A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa ottomila uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi per quanto procedessero a marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 187, in proposito scriveva che: “Molto si è ricamato sul portento della conquista di mezzo regno in diciotto giorni. Sempre questo reame fu facile a conquistare, e difficile a tenere: Enrico VI etc…, e ora dopo il ’60; chè le popolazioni si gittano su’ monti alla brigantesca contro il dominio straniero.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 186, in proposito scriveva che: “La fine del Regno Borbonico. Alla fine del settembre 1860, sotto l’azione congiunta dei due eserciti esterni, quello garibaldino e quello regolare sardo, il secolare regno di Napoli si sfasciò, grazie anche all’adesione del paese in ogni suo strato. La storiografia ha dato la spiegazione del perchè il processo unificatore, durante la risalita garibaldina verso Napoli, apparve una vera e propria improvvisazione: ed è che, fin quando era vissuto Ferdinando II, egli, nella coscienza della sua indipendenza e nel suo ostinato isolamento, aveva mostrato di saper controllare il vecchio apparato amministrativo del regno, facendo credere che l’ancien regime potesse protrarsi nel tempo. Negli ultimi anni di regno di Ferdinando II, la vita intellettuale e morale espressa nel Mezzogiorno d’Italia fu orientata verso l’esterno e contro la dinastia borbonica. Quanto di vivo vi era nella classe dirigente meridionale venne infatti orientato sia verso la condanna dei Borboni, sia verso il ripudio di ogni autonomia del Mezzogiorno, scegliendo la via piemontese all’Unità…(p. 189 Il Mezzogiorno portò tuttavia nell’Italia unita, le insufficienze ed i profondi squilibri della sua economia, che la politica dell’assolutismo borbonico non aveva risolto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 74, in proposito scriveva: “La II° Guerra dell’Indipendenza d’Italia (1859) portò l’annessione della Lombardia al Piemonte; le popolazioni della Toscana, della Romagna, delle Marche, con plebiscito, proclamarono l’annessione delle proprie regioni al regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II. Mancava il regno delle Due Sicilie che era ancora feudo del Borbone. Giuseppe Garibaldi ruppe ogni indugio e col tacito consenso del Ministro Cavour, e invitato dai patrioti siciliani, il 5 maggio 1860, …salpò da Quarto (Genova) e sbarcò in Sicilia a Marsala con le sue Camicie Rosse.”Andrea Gulielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 11, in proposito scriveva: “I pericoli, gli ostacoli, anzi la quasi impossibilità di quel titanico ardimento, lo fanno più glorioso, perchè attestano la serena premeditazione del martirio. Quei prodi andarono a morire per svegliare i dormienti.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, a p. V scriveva: “Ai primi del 1860, gli esuli siciliani del 1849, R. Pilo, G. La Masa, F. Crispi, tentarono di convincere Garibaldi a mettersi a capo di una impresa extra legale, della liberazione della Sicilia, e riuscirono ancche a persuadere il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, di consentire che la spedizione fosse preparata in territorio piemontese. Così, non ostante le esitazioni di Garibaldi, desideroso di non allungare la lista dei tentativi mazziniani falliti, e l’opposizione del Cavour, che non si sentiva di compromettere l’opera fino allora perseguita, l’impresa venne deliberata. Un migliaio di volontari, in parte reduci dalla guerra del 1859, in parte stranieri, irregolari della lunga lotta che da anni si combatteva in Europa, per il trionfo dei principi della libertà e della nazionalità, la mattina del 5 maggio 1860, s’imbarcavano clandestinamente a Quarto, non lntano da Genova, e sei giorni dopo sbarcavano sulla costa occidentale della Sicilia, a Marsala…..Il successo ridonò al governo piemontese e al Cavour l’ardire di cui poco prima essi avevano mancato: non soltanto i volontari accorrono numerosi, ma la loro partenza è favorita, organizzata dal governo di Torino. Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, a p. VI, in proposito scriveva: Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare….Quali le cause dell’improvviso crollo del più antico e maggiore stato d’Italia ? Come si spiega la rapida sconfitta di uno dei più numerosi eserciti degli stati italiani ? C’erano particolari forze che travagliavano da più tempo la società napoletana, e che l’avevano corrosa e minata? C’era stata una trasformazione della compagine dello stato, che aveva alimentato il vecchio equilibrio sociale, senza riuscire a crearne uno nuovo, e che a lungo andare ne aveva reso vacillante la struttura? A queste e altrettanti domande tenta di rispondere il presente lavoro.”Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Così, contadini e proprietari, popolo minuto e borghesi, operai e professionisti, per motivi diversi e talora opposti, associano al nome di Garibaldi l’idea della ‘liberazione’: affrancamento della servitù per gli uni, restaurazione dell’ordine per gli altri. E, accorrono, “nobili e plebei, proprietari e commercianti”, a combattere pel “riscatto della patria”(93).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, n. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Demarco, continuando il suo racconto scriveva: “Le province aiutavano in tal modo la marcia dell’esercito garibaldino. Ai primi di settembre del ’60, nel Cilento, in casa del barone Mazziotti, si proclamava la decadenza di Francesco II. E nella capitale “la rivoluzione non attendeva che il segnale per manifestarsi” (94). Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (94) postillava: “(94) N. Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, ecc.., cit., libro III, p. 112.”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 177-178, in proposito scriveva: “Nel periodo che dalla restaurazione va al 1860 (71), le forze della borghesia fondiaria, etc…”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), etc…”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che avevo redatto per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), a p……, in proposito scrivevo che: “…………”.  Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “…

                                                                    I VOLONTARI GARIBALDINI DEL CILENTO

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel secolo XIX – Considerazioni storiche ed economico-sociali nel centenario dell’Impresa dei Mille”, Istituto Meridionale di Cultura, Portici, Arti Grafiche, 1961, a p. 83, in proposito scriveva che: “La spedizione di Sapri era così finita per incomprensione di popolo, per tradimento di uomini responsabili, per un non giustificato comportamento dei responsabili di certi orientamenti politici, per concezioni dottrinarie e forse anche per un eccessivo entusiasmo dei capi della spedizione. Nel regno borbonico ancora una volta era fallita la rivoluzione, ma per coloro che vegliavano sui destini della Patria avvenire e sognavano la libertà del popolo italiano nell’unità dell’Italia lo sbarco di Sapri e il combattimento di Padula furono esempio luminoso di fede e di dedizione al dovere, compiuto da una schiera insigne di patrioti.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 385, in proposito scriveva che: “Mentre a Milazzo cadeva eroicamente Vincenzo Padula di Padula e a Palermo moriva combattendo Michele del Mastro di Agropoli, ed un altro pugno di eroici salernitani – Giuseppe Pessolani, Ovidio Serino, Antonio Santelmo, Leonino Vinciprova, Michele Magnoni, Francesco Paolo del Mastro e Filippo Patella – seguiva la bandiera folgorante dell’Eroe nazionale; mentre i patrioti rimasti in provincia, uniti intorno al Comitato popolare, approdavano, come si è detto, armi ed armati, gli elementi borghesi etc…”. Giovanni Giociano (….), in storie Camerotane, Edizione dell’Ippogrifo, Sarno, 1985, a p. 133, in proposito scriveva che: “Il Cilento è già insorto, quando Garibaldi arriva a Sapri il 3 settembre 1860. Da Lentiscosa partono tre giovani Sabato Marotta, Gaetano D’Onofrio e Antonio Cernicchiaro, e si uniscono ai garibaldini, mentre i galantuomini non si espongono: etc..”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo “C. Chizzolini di Capitello”, ma egli errava perchè non si tratta di “Capitello”, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel secolo XIX – Considerazioni storiche ed economico-sociali nel centenario dell’Impresa dei Mille”, Istituto Meridionale di Cultura, Portici, Arti Grafiche, 1961, a p. 87, in proposito scriveva che: “Colonne di patrioti, intanto, da tutti i Comuni della regione si erano messe in marcia e si dirigevano celermente o verso Corleto o verso Potenza. In quasi tutti i Comuni della Basilicata verso la metà di Agosto le municipalità borboniche erano state sostituite con le municipalità rivoluzionarie e ovunque con il tricolore di Italia erano stati esposti i ritratti di Vittorio Emanuele e di Giuseppe Garibaldi. A Trecchina, dove già da tempo era sorto un Comitato rivoluzionario prima carbonaro e poi mazziniano e di cui facevano parte Gennaro Schettini, l’avv. Domenico Vita, il notaio Federico Schettini, l’avv. Francesco Schettini, il 10 agosto 1860 il sacerdote Raffaele Schettini rivolse ai popoli dell’Italia meridionale, “ai fratelli di tante memorie”, ai fratelli di tanti dolori e di tante speranze, un’ode per incitare i Campani e i Lucani, i Pugliesi e i Sanniti a prendere le armi per mettere in fuga l’odiato tiranno.”. Guida, a p. 89, in proposito aggiungeva: “Movimenti insurrezionali si ebbero in quasi tutti i paesi del Lagonegrese, dove da tempo operavano Sottocentri dei Comitati rivoluzionari. Nei vari Comuni erano stati poi costituiti Comitati Municipali, composti di professionisti, di sacerdoti e di operai. A Trecchina troviamo: Presidente il sacerdote Raffaele Schettini e membri il sac. Vincenzo Maimone, il notaio Federico Schettini, l’avv. Domenico Vita, l’avv. Francesco Schettini, Giuseppe Alagia, Angelo Vitarella e Giuseppe Larocca….A Lauria etc…”.   

                                                                                     FONTI BIBLIOGRAFICHE 

Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta di un saggio di Antonio Emilio Parisi, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, (Roma, a. 1957, fasc. I-II; anno XXIX, 1960, fasc. I; e 1960, fasc. II pp. 117-135), in cui il Parisi pubblicò il manoscritto di Francesco De Fiore (….), “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”. Il saggio del Parisi è interessante ma riguarda i fatti di Reggio e di Soveria. Benedetto Croce (….), nel suoStoria del Regno di Napoli, ed. Laterza & Figli, Bari, 19….. condannò le opere “patriottarde e umanistiche” di Pietro Colletta, Carlo Botta e Vincenzo Cuoco, in quanto storicamente incongruenti e non imparziali, pur avendo esse propugnato idee moderne quali l’anticlericalismo, la libertà e l’uguaglianza e avendo in tal modo contribuito al progresso. Francois Lenormant (….), nel 1866 fu in Italia allo scopo di studiare le antichità della Lucania e della Puglia, soprattutto l’antica Terra d’Otranto. A Lecce e in provincia, guidato da Filippo Bacile, rilevò e disegnò alcuni trulli o truddhri salentini, conosciuti come pajare. Nel 1879 visitò la Calabria partendo da Taranto; nel 1882 attraversò la Basilicata partendo da Catanzaro con destinazione Napoli. I suoi viaggi nel sud Italia sono descritti nei suoi reportage di viaggio, À travers l’Apulie et la Lucanie e La Grande Grèce. Quest’ultima opera ne ispirò almeno altre due: “Sulla riva dello Jonio” di George Gissing e “Old Calabria” di Norman Douglas. Sia Gissing sia Douglas ripercorsero infatti lo stesso itinerario di Lenormant, alla ricerca dei luoghi e dei personaggi descritti dall’archeologo francese. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg. Il testo di George Gissing (….) è  George Gissing, By the Ionian sea : notes of a ramble in Southern Italy, London, Chapman and Hall, 1901 e Norman Douglas, Old Calabria, London, Secker, 1915. Oltre ai seguenti autori, Luigi Rossi (….), nel suo “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di…, ed. Plectica, Salerno, tip. Cava de Tirreni, 2005. F. Franco, La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959. R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-8. L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabria dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, e a quelli che io stesso ivi citerò, sono stati consultati i seguenti: Mario Menghini, “La Spedizione garibaldina in Sicilia e di Napoli”, 1907;  Maxime Du Camp, “La Spedizione delle due Sicilie”; Giuseppe Cesare Abba, “Storia dei Mille” e“Da Quato al Volturno”; John Witehead Peard, Journal, etc…Un’altro testo di cui consiglierei la lettura è Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”. Nella prefazione Raffaele De Cesare ci parla di un “Memor” un suo amico ma nel testo di Treveljan tradotto dall Dobelli, a p. 424 si postillava: “De Cesare, F. di P. = De Cesare (R.) – Una famiglia di patriotti. 1889. E’ la miglior narrazione, attinta alle fonti locali, della marcia di Garibaldi da Reggio a Napoli, e dell’insurrezione calabrese.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Infatti, Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 138 e ssg., in proposito scriveva che: “……..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc….”. Raffaele De Cesare (….), nel suo“La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 880, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Di tutti i componenti non ricordo i nomi ma sono tutti registrati nella ‘Cronistoria’ di Michele Lacava, miniera di notizie e documenti di quel tempo, e nel libro di Racioppi sui moti di Basilicata.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. White Mario Jessie, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra; Garibaldi e i suoi tempi, illustrazioni di Edoardo Matania, Treves, Milano, 1884; White Mario Jessie, In memoria di Giovanni Nicotera, ed………..La White attinse all’archivio privato di Agostino Bertani, di cui le carte gran parte oggi si trovano conservate per donazione del Bertani al Comune di Milano. Si veda anche Pizzolorusso Antonio, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885 (vedi ed. Ripostes), Salerno, 2001. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: “Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata, con documenti nuovi e importanti, in un libro , dedicato alla famiglia Morelli, che tanta parte ebbe in quegli avvenimenti.”. De Cesare, a p. 449, nella nota (I) postillava: “(1) R. De Cesare, op. cit.”. Si tratta del testo: “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, Roma, ed. Forzani, 1889. Francesca Bellavigna (….), nel suo“I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII, nella sua Introduzione, a pp. 605-606, in proposito scriveva: “In questo filone di ricerca si collocano i ventisei Diari di Eleonora Ludolf Pianell che fanno parte del Fondo Manoscritti del Gen. Pianell, presente presso la Società Napoletana di Storia Patria. Nel 1901 infatti Eleonora, vedova del Generale, donava alla Società le carte ufficiali appartenute al marito riguardanti la sua carriera militare nell’esercito borbonico. Nel 1906, con una seconda donazione, consegnava alla stessa Società i suoi ventisei Diari, che vanno dal 1863 al 1891. Non furono donati alla Società Napoletana i Diari degli anni precedenti….la stessa Eleonora nel 1902 pubblicò alcune pagine scelte dei Diari unitamente ad alcune lettere del marito con il titolo: Il generale Pianell, memorie (1859-1892), Firenze, Barbèra, 1902….I Diari di Eleonora Ludolf Pianell sono ventisei semplici quaderni, scritti fitti fitti,….Nei Diari di Eleonora Ludolf Pianell si ha come una parziale continuazione della vita del Gen. Pianell. Fino al 1860 sono i documenti ufficiali militari che ci rimandano la figura dello stratega ed anche nelle pagine dei Diari si registra spesso l’assenza del generale, che preferiva trovarsi in mezzo ai suoi soldati in guerra o ai campi militari, etc..”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “……..”. Renato Dentoni Litta (….), nel suo “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: “La documentazione di un altro ufficio, il Governatorato, che nasceva proprio con un decreto di Garibaldi, quale dittatore delle Due Sicilie, fornisce altre utili indicazioni: un primo decreto del 12 settembre 1860 dichiara i Governatori delle provincie “le prime autorità civili e amministrative con cessazione delle funzioni degli Intendenti”….Etc…L’attività di questi primi giorni del governatorato fu certamente convulsa, come testimoniano alcuni dei primi documenti che recano ancora il sigillo borbonico frettolosamente annullato con un tratto di penna.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 576, in proposito scriveva: “Chiudiamo qui la presente opera senza avventurarci a sperare di avere con essa data una storia completa della guerra per l’indipendenza e l’unità d’Italia. Se non siamo riesciti a trovare e narrare la verità in tutti i punti, abbiamo almeno sempre inteso a non fare omaggio che ad essa.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 133, in proposito scriveva che: “Consultando un qualsiasi testo scolastico, delle medie superiori o delle superiori, in cui viene proposto l’iter fatto da Garibaldi durante la “Spedizione dei Mille”, si noterà che non è riportato il suo passaggio dal golfo di Policastro. Perché questa deficienza ? Una scorciatoia ? Una cosa ininfluente? Una dimenticanza ? Un errore ? Oppure un’ignoranza ? Chi lo sa ! Un tassello, questo, che alla maggioranza manca, ma non per colpa di ciascuno, bensì per colpa della scuola, dei suoi programmi e dei suoi testi.”. Alla corretta riflessione del Policicchio, devo aggiungere che, purtroppo, le notizie storiche sul “passaggio di Garibaldi dal Golfo di Policastro”, non solo, a mio avviso, è poco corretto parlare di “golfo di Policastro”, bensì di Sapri, Vibonati e Torraca, ma, le notizie storiche non solo non appaiono e vengono censurate sui “testi scolastici, delle medie superiori o delle superiori”, ma il passaggio di Garibaldi e delle truppe garibaldine trasportate da Paola a Sapri da Turr e da Rustow non vengono menzionate dai maggiori testi di storia attuali. Anche i più recenti studi e testi pubblicati a stampa si occupano poco o niente di questi eventi, forse giudicandoli marginali, ma come ha giustamente notato Policicchio:“…il passaggio dal golfo di Policastro fu la mossa più astuta, anche se senza combattimento, messa in atto da Garibaldi durante l’intera Spedizione.”. Policicchio ha ragione anche quando scrive che:“Perché questa deficienza ? Una scorciatoia ? Una cosa ininfluente? Una dimenticanza ? Un errore ? Oppure un’ignoranza ? Chi lo sa ! Un tassello, questo, che alla maggioranza manca, ma non per colpa di ciascuno, bensì per colpa della scuola, dei suoi programmi e dei suoi testi.”. Ricordiamoci l’importanza di questi fatti accaduti con Pisacane e con Garibaldi, prodromici per l’Unità d’Italia, non vengono a mio avviso celebrati doverosamente dalle istituzioni e vengono poco trattati dagli stessi Insegnanti di Storia negli Istituti Superiori, giacché i nostri ragazzi, i ragazzi del Cilento, conoscono molto poco questi fatti. A queste considerazioni devo aggiungere che recentemente sono fiorite alcune pubblicazioni che poco anno a che fare con la Storia e con i fatti. Ad esempio, il testo di Riccardo Finelli, e del suo“150 anni dopo ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”, che, sulla scorta del tortorese Michelangelo Pucci (….), ci fa un racconto distorto di quei convulsi giorni.  

                                                  L’ARCHIVIO PRIVATO DELLA FAMIGLIA MAGNONI

In seguito alle note vicende della Spedizione dei “Mille”, alcuni protagonisti hanno conservato presso i loro Archivi privati, interessantissimi documenti che svelano alcune notizie storiche non ancora del tutto chiarite. E’ il caso dell’Archivio privato della famiglia Cilentana dei Magnoni, originari di Rutino, un casale cilentano. Solo recentemente sono stati catalogati e riordinati alcuni fondi dell’archivio dei Magnoni. E’ solo attraverso alcuni di questi documenti che oggi possiamo svelare alcuni fatti non del tutto ancora chiariti.  Anna Sole, nel suo saggio citava l’“Archivio privato Magnoni”, per il quale abbiamo trovato scritto diverse cose. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “La “Nazione Armata”. Cambio di regime e tradizione politica nel salernitano del 1860”, in “Garibaldi – Il mito e l’antimito” a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), ed. Plecta s.a.s, Salerno, a p. 128, in proposito scriveva che: “Vicende politiche cui militeranno da protagonisti tutti o quasi i politici e i militari dell’estate del ’60. La Rivoluzione salernitana invece si chiudeva con gli ordini del giorno di saluto ai volontari, redatti e distribuiti dai comandati di battaglione, da Fabrizi e da Sirtori, al comando dell’Esercito Meridionale.”. Dunque, Pinto cita dei documenti “Ordini del giorno di saluto ai volontari” redatti e distribuiti dai comandanti di battaglione. Molti di questi documenti non sono stati del tutto studiati e catalogati. Molti di essi furono pubblicati dall’Alfieri D’Evandro (…), nel suo opuscolo. Ma molti di questi, redatti e distribuiti ad esempio dal comandante Teodosio De Dominicis pare siano conservati nell’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino.  Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 80, in proposito scriveva che: “2. La raccolta di lettere, proclami, documenti militari conservati dalla Famiglia Magnoni, è stata l’ultima disponibile in ordine di tempo. Per Ruggero Moscati, fu il nucleo di una vera e propria embrionale tradizione politica nel Mezzogiorno (5).”. Pinto, a p. 80, nella nota (5) postillava: “(5) Moscati R., Il Vallo di Diano nel 60, in “Rassegna Storica Salernitana”, XXI, 1960, pp. 49-50.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “(1) Un ringraziamento particolare per aver potuto consultare i documenti dell’Archivio Privato Magnoni va all’Avv. Teresa Magnoni ed ai suoi familiari. Inoltre agli amici Rosario Salvatore etc…, per l’aiuto nel riordino dei documenti. Per le abbreviazioni ASS Archivio di Stato di Salerno; ACS Archivio Centrale dello Stato; ASN Archivio di Stato di Napoli; APM, Archivio Privato Magnoni.”. Dunque, per “Archivio privato Magnoni” si intende un fondo di carte e documento appartenente alla Famiglia Mgnoni e non distinguibile rispetto ai Fondi degli Archivi citati. Come scrive Pinto, questo Fondo privato è stato in parte riordinato dallo stesso con l’aiuto di alcuni amici. Pare che oggi, l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni faccia capo all’Avv. Teresa Magnoni. Cerchiamo di saperne di più. Pinto, a p. 81, in proposito scriveva che: “Michele era il più conosciuto della famiglia…E’ possibile ricostruire la prima parte della sua attività politica,….Le Fonti sono quelle conservate nell’Archivio di Stato di Salerno per i processi tra il ’48 e il ’59, il materiale del Comitato Segreto di Napoli e l’Archivio Privato degli Eredi.”. Dunque, l’Archivio Privato Magnoni è un archivio in mano agli Eredi della famiglia Magnoni. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, nella nota (21) postillava: “(21) L’originale di tale incarico, come gli estratti dei documenti esistenti nel Grande Archivio di Napoli, le notizie attestate dal Municipio di Rutino, il discorso del Mirabelli, i giornali del 1860, sono stati messi a mia disposizione da Teresita Magnoni, discendente dai patrioti.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che il documento originale dell’incarico dato da Garibaldi a Michele Magnoni si trova conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli (ex Grande Archivio). Riguardo i documenti del de Dominicis segnalati dalla Sole e conservati presso l’Archivio della Famiglia Magnoni devo segnalare ciò che scriveva Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: “che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo“Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”.  

                                                                                    L’ESERCITO MERIDIONALE

Da Wikipedia leggiamo che dopo la presa di Palermo (30 maggio), i Mille si erano ridotti a 600 unità, ma a giugno cominciarono ad arrivare via mare anche i rinforzi dall’Italia del nord: i primi furono quelli della spedizione Agnetta, arrivati a Marsala il 1 giugno; seguirono i 2.500 uomini al comando di Giacomo Medici; altri volontari, poi aggregati alla divisione di Enrico Cosenz, furono gli 800 partiti da Genova col vapore “Washington” il 2 luglio 1860 e sbarcati il 5 luglio a Palermo. Le file si ingrossarono nella battaglia di Milazzo, mentre il 16 luglio un’altra colonna, tra cui molti mantovani, partì da Genova, al comando di Gaetano Sacchi.[4] Via, via giunsero nel meridione altri contingenti. Nell’armata garibaldina erano presenti numerosi altri volontari partiti da Genova e in parte da Livorno.  Con un decreto del 2 luglio il governo dittatoriale di Garibaldi, “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, emanava “l’organico dell’Esercito siciliano”, composto da due divisioni, XV e XVI, comandate rispettivamente da Stefano Turr e da Giuseppe Paternò, per complessive cinque brigate. Con un ulteriore decreto del giorno successivo si emanava l’organico della “Marina militare siciliana”. Il 14 luglio fu istituito il Corpo dei Carabinieri di Sicilia. Sul viaggio degli 800 partiti sul Washington vedi la lettera del garibaldino Ignazio Invernizzi. Negli anni 2000 l’archivio di Stato di Torino ha avviato un progetto “Alla ricerca dei garibaldini scomparsi” con lo scopo di fare un censimento dei garibaldini che parteciparono all’impresa, ricercandone i nominativi e altre informazioni tra la documentazione che è stato possibile reperire al riguardo e relativa alla costituzione di uno dei più grandi eserciti volontari della storia d’Italia. Infatti in passato la storia ha concentrato quasi sempre tutta la sua attenzione sui nomi dei circa primi 1.000 volontari garibaldini, anche se alla fine della campagna Garibaldi aveva ai suoi ordini circa 50.000 volontari, che costituivano l’Esercito dell’Italia Meridionale. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: “XXI. Nè gli eventi del distaccamento di Talamone, nè la decisione del Medici e del Malenchini di portare le loro truppe in Sicilia estinsero il concetto della diversione nell’Umbria, nelle Marche, e negli Abbruzzi. In quegli stessi giorni nei quali Medici e Malenchini partivano per la Sicilia, il Comitato Centrale aveva già iniziata un’ altra grande raccolta di uomini e di armi per la diversione. Spegnevasi col mese di maggio l’eco dell’episodio di Talamone e coi primi di giugno si iniziava la spedizione di Medici -Malenchini la quale si compì fra l’8 ed il 10 giugno; ma prima che Medici movesse, ecco in preparazione un’altra spedizione destinata alla diversione. Etc…”.  Sempre da Wikipedia leggiamo che nella notte tra l’8 ed il 9 giugno partì l’avanguardia della Spedizione Medici, il gruppo Corte costituito dalle navi Utile, con circa 60 volontari e Charles and Jane, con circa 900 volontari; questa avanguardia fu però intercettata dalla nave borbonica Fulminante, che condusse le due navi a Gaeta, dove i volontari furono internati. Successivamente rilasciati, torneranno in Sicilia il 15 luglio con la nave Amazon. Il gruppo principale delle Spedizione Medici, con altri 2 500 volontari, partì nella notte tra il 9 e 10 giugno con tre navi, che salparono due da Genova ed una da Livorno; le navi erano state acquistate da una compagnia francese nominalmente da parte di un certo De Rohan, un cittadino statunitense sostenitore della causa italiana, e successivamente ribattezzate Washington (nave del Medici), Oregon (nave di Caldesi) e Franklin (nave di Malenchini da Livorno); quindi a Genova il console degli Stati Uniti, accompagnato da Peard, “l’inglese di Garibaldi” e suo “sosia”, salì a bordo del Washington ed issò la bandiera a stelle e strisce. Sul Washington si trovavano anche il polesano Alberto Mario, che al sud sarà tra i più importanti luogotenenti del Generale, e la moglie Jessie M. White, che presterà servizio nell’ambulanza di Pietro Ripari.

                                                                    I RINFORZI ALL’ESERCITO MERIDIONALE

                                                       LE PARTENZE DELLE TRUPPE DA GENOVA E LA SPEZIA

Nel 17 luglio 1860, a Palermo l’arrivo dei volontari garibaldini del colonnello GAETANO SACCHI    

Da Wikiedia leggiamo che le file si ingrossarono nella battaglia di Milazzo, mentre il 16 luglio un’altra colonna, tra cui molti mantovani, partì da Genova, al comando di Gaetano Sacchi. Via, via giunsero nel meridione altri contingenti. Nell’armata garibaldina erano presenti numerosi altri volontari partiti da Genova e in parte da Livorno. Wikipidia rimanda alla nota (4) e scrive: “Sul viaggio degli 800 partiti sul Washington vedi la lettera del garibaldino Ignazio Invernizzi.“. La lettera del garibaldino Ignazio Invernizzi è una fonte storica nota che fornisce dettagli sul viaggio degli 800 volontari a bordo del piroscafo a vapore americano Washington. Questo viaggio, avvenuto successivamente allo sbarco dei Mille a Marsala, fu cruciale per portare rinforzi in Sicilia. Da Wikipedia leggiamo che il colonnello Gaetano Sacchi, nella guerra del 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, con il grado di maggiore. Passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46º Fanteria, infrenato dalla volontà di Garibaldi e da una serie di considerazioni politiche e militari, sbuffava come il generoso cavallo di battaglia al suono della tromba, quando udiva i racconti dei miracoli dei suoi amici in Sicilia. Attorno a lui fremeva una nobile schiera di giovani animati dai più generosi sentimenti di patriottismo, di abnegazione, di virtù civili e militari; la più parte di questi giovani appartenenti alle provincie Venete e vincolati per 18 mesi al servizio militare. L’indirizzo del Generale Garibaldi a tutte le forze degl ‘ Italiani bastò a rompere le dighe che conteneano quei generosi; i riguardi politici tacquero, e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul Torino la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionato del 46° per attendere all ‘ imbarco di altra gente appartenente alla spedizione. Tre giorni dopo arrivavano a Palermo dove Sacchi organizzò subito una brigata di 4 battaglioni, e li addestrò nelle manovre coadiuvato dai suoi bravi compagni. Non potè partire subito per poter raggiungere Garibaldi perchè gli mancavano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Dunque, Sòriga scriveva che “…il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul Torino la sera del 14 luglio.”. Il Pecorini scriveva che il 14 luglio 1860 2000 soldati volontari garibaldini si imbarcarono con lui a Genova diretti in Sicilia dove arrivarono il 17 luglio 1860 e dove dove già vi era Garibaldi. Sòriga scriveva pure che, il colonnello Gaetano Sacchi, il 14 luglio 1860 lasciò a Genova l’attivo e energico PELLEGRINI. Pecorini scriveva pure che a Palermo, il colonnello Sacchi partì da Palermo per Messina nella notte tra il 24 ed il 30 luglio 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro-Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che, sul finire del mese di Luglio e ai primi di Agosto, dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Della “Brigata Sacchi” abbiamo le memorie del colonnello Gaetano Sacchi pubblicate da Renato Sòriga.  Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. I volontari della “Brigata Sacchi” furono a Sapri, dove si imbarcarono per Napoli, il giorno 10 settembre 1860. Renato Sòriga (….), scrisse anche “La Brigala Sacchi e la prima spedizione garibaldina, in Calabria”,  in Rivista d’Italia, luglio , 1912 (vol. IV, 1904). Inoltre, nella “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicata in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913, da Renato Sòriga (….), il colonnello Sacchi, a p. 85, in proposito scriveva: “Questo indirizzo più che tutto giovò a persuadere i soldati ed io potei senza tema di disordini nel Reggimento chiedere la dimissione dal servizio con altri ufficiali e riunire in Genova 2 mila e più uomini che forniti di tutto il necessario si d’armi che di vestiario ed altro occorrente dal Bertani, s’imbarcarono a bordo del piroscafo il Torino, la sera del 19 luglio. Lasciavo in Genova l’attivo ed energico Pellegrini, pure Capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco daltra gente appartenente alla spedizione. Arrivo a Palermo il 22 luglio, organizzo subito una Brigata di 4 Battaglioni, l’addestro nelle manovre dai miei bravi compagni del 46°. Non parto subito per raggiungere Garibaldi, ..Il primo Battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Ocari.”.  Su Amos Ocari, su Wikipedia leggiamo che Nel 1860 partecipò alla campagna nell’Italia meridionale come capitano nella spedizione di Gaetano Sacchi del 19 luglio. Promosso maggiore combatté il 19 settembre sul Volturno a Caiazzo e il 1º ottobre a S. Angelo a Capua, ove per il valore dimostrato fu decorato con la medaglia d’argento al Valor militare. Sempre il Sacchi, nelle sue “Memorie”, a p. 92, in proposito scriveva pure che si trovava a Rogliano con la sua Brigata, e Alle tre ant. ( 1 settembre ) del mattino riunisco tutta la Brigata in Rogliano e la fo’ accampare fuori paese. Un consiglio di guerra fa condannare alla fucilazione il Caporale tromba Canepa Luigi , confesso e convinto di furto di diciotto ducati e maltrattamenti a carico di una povera vecchia del paese ; la sentenza viene eseguita pochi momenti prima della partenza da Rogliano alla presenza di tutta la Brigata schierata in battaglia sulla strada. Dolorosa necessità ma pure salutare esempio ai tristi ! Nella Brigata non uscì una voce chiedente grazia! malgrado che i soldati ricordassero altra occasione in cui le loro istanze valsero la grazia ad altro individuo convinto di furto. Si parte alle 4 pom. e si arriva a Cosenza alle 10 etc..”. Nella “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicata in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913, da Renato Sòriga (….), il colonnello Sacchi, a p. 92, in proposito scriveva pure che si trovava a Rogliano con la sua Brigata, e Alle tre ant. ( 1 settembre ) del mattino riunisco tutta la Brigata in Rogliano e la fo’ accampare fuori paese. Un consiglio di guerra fa condannare alla fucilazione il Caporale tromba Canepa Luigi , confesso e convinto di furto di diciotto ducati e maltrattamenti a carico di una povera vecchia del paese; la sentenza viene eseguita pochi momenti prima della partenza da Rogliano alla presenza di tutta la Brigata schierata in battaglia sulla strada. Dolorosa necessità ma pure salutare esempio ai tristi ! Nella Brigata non uscì una voce chiedente grazia! malgrado che i soldati ricordassero altra occasione in cui le loro istanze valsero la grazia ad altro individuo convinto di furto. Si parte alle 4 pom. e si arriva a Cosenza alle 10. Si resta in Cosenza per dare riposo ai soldati (2 settembre) e provvedere scarpe ed altro indispensabile….Alle 2 ant. si parte per Tarsia….(3 settembre). A Tarsia si accampa in un boschetto d’uliveti….alle cinque pomeri. per Camerata e Spezzano Albanese…. “. Sòriga proseguendo il racconto di Sacchi scriveva che il 7 settembre 1860 la Brigata Sacchi arriva a Lauria.  

Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 82, riferendosi alla Calabria, a Soveria, in proposito scriveva che: “Sacchi colla sua brigata era in capo a tutti e la condusse in ordine ovunque era mestieri d’armi. – Aveva militi avvezzi a disagi, subordinati , e dico giusto affermandone l’eccellenza. Vecchio all’armi in America combattè per la libertà e alle guerre del Salto, di S. Antonio, raccolse onori e ferite. – Fra noi , a Roma e in altre pugne fu distinto ed ammirato; e sempre dietro ai regi, ne seguiva a corsa le traccie, e a Soveria pervenne, inaspettato, il primo. Ben conosce il guerreggiare di Garibaldi , fu secolui a lungo, ed è condottiero accorto e di sperienza. – Non conobbi uomo più di lui modesto e riservato , e Garibaldi l’ha in concetto e l’ama. E in casi tristi, di lutto per la patria, lo udii deplorare e far voti di concordia. Senza pena di alcuno, in omaggio a verità, assevero che di cuori siffatti v’ha penuria, ma penuria estrema.”.  

                                              LE TRUPPE DELLA SPEDIZIONE BERTANI-PIANCIANI

Nei primi di Giugno 1860, l’organizzazione per la creazione delle truppe della “Spedizione BERTANI-PIANCIANI”, le truppe preparate da Agostino BERTANI per invadere lo Stato Pontificio. I Cacciatori di Bologna, la brigata “PARMA poi SPINAZZI” e la Brigata BOLOGNA poi “PUPPI” 

Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani, esule in Francia e a Londra collaborò alle iniziative mazziniane. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. La spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour , sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Incominciò il Cavour con l’opporsi risolutamente l’azione del partito più avanzato, quello mazziniano, rappresentato in Genova dal Bertani. Costui stava da tempo organizzando una grande spedizione per attuare il suo piano di uno sbarco nel Pontificio e per muovere attraverso questo Stato incontro a Garibaldi. L’esercito napoletano si sarebbe trovato così tra due fuochi. Verso la fine di luglio egli ormai aveva ultimato i suoi preparativi. Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia – che aveva rinvenuto nella zecca di Palermo con gran quantità di numerario in argento messo fuori corso dal governo borbonico per essere fuso e coniato di nuovo – , ai quali s’erano aggiunte altre 850 mila lire incassate dai diversi sottocomitati costituiti dal Bertani stesso in una ventina di città dell’Italia settentrionale e centrale, – grazie, dicevo, a questa somma, il Bertani, d’accordo col Mazzini, aveva radunati circa 9 mila uomini, li aveva armati e organizzati alla megli assai di quanto non fossero stati quelli di tutte le altre spedizioni precedenti, che la nuova superava anche e di gran lunga nel numero dei volontari. Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi. Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo particolari minuti e precisi.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 260 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione comprendeva 7720 uomini di linea organizzato su 24 Battaglioni, organizzato su 24 Battaglioni, più un Battaglione di Cacciatori con 580 uomini, 120 Guide, 220 uomini del Genio e 180 d’Artiglieria, che con 120 addetti all’Intendenza ed al Servizio Sanitario, oltre ai Comandi di Stato Maggiore di Brigata, formavano un totale di 8940 uomini. Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; le prime due, ch’erano in Toscana, avrebbero invaso gli Stati pontifici ed attirato le truppe papali comandate da Lamoricière. Tale compito era affidato specialmente alla Brigata Abruzzi che sarebbe entrata nelle Marche al comando di Caucci. La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 261, in proposito scriveva che: “I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando supremo al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si er contato dapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola. Anche un colonnello Charras francese s’era limitato a suggerire un piano che non pare fosse disposto a metter personalmente in atto. Dell’essere venuti a mancare questi capi, il Mazzini si lagnava col Crispi in una lettera del 18 luglio: “….Eravamo già pronti due o tre volte quando cenni imperiosi di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Restavano le ultime due Brigate nell’Italia centrale – la ‘Toscana’ e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa, non solo per evitare grossi guai, ma perché ormai Cavour s’era deciso a compier egli stesso quell’impresa. Il Nicotera s’era presentato l’8 luglio al Comitato Bertani di Firenze, insieme col dottor Achille Sacchi, munito d’una lettera del Bertani stesso da cui appariva incaricato “di provvedere a quanto occorre per l’invasione dele finitime provincie delle Marche e dell’Umbria”. Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”. Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore. Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Secondo il piano prefissato, le truppe del Pianciani dovevano dirigersi all’isola di Montecristo e gettarsi poi sulla costa di Montalto, etc…Per cui lo stesso Cavour telegrafò il 15 agosto all’ammiraglio Persano di inviare il ‘Monzambano’ ed il ‘Tripoli’ in crociera sulle coste pontificie per impedire qualunque sbarco di volontari. Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia.. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. …..corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Sulle truppe organizzate dal Bertani ha scritto Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: Un proposito siffatto piaceva grandemente a Giuseppe Mazzini, il quale fu sollecito ad offrirsi a Garibaldi come aiutatore nella impresa. Garibaldi accettò la cooperazione di Mazzini, senza pensare lì per lì al rischio in cui si metteva col pigliare a chius’occhi un tal cooperatore; e dette incarico a Giovanni Nicotera di recarsi subito (come già narrai) in Toscana, per mettere insieme una legione di volontari. Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani. Quest’accolta di milizie avea per pubblici propositi di venirne in Sicilia; ma lo intento segreto dei capi era invece di metterli in terra pontificia: ove schivando di affrontarsi nei francesi, si ripromettevano d’impellere nei popoli della centrale Italia quel moto medesimo, che Garibaldi aveva suscitato vittorioso all’estremo della penisola. Il governo sardo diede ausilii, come alle altre, e più che alle altre spedizioni, anche a questa di Terranova, e per questi fu voce si accontasse in Genova col Bertani il Farini ministro; il quale volle promesso, e invigilava attentamente, che si eseguisse davvero lo sbarco non ad altre spiagge che in Sicilia.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “In quel tempo, poiché l’esercito riunito in Sicilia sotto gli ordini diretti del generale Garibaldi veniva giudicato sufficiente per invadere il regno di Napoli e cacciare i Borboni, era stato messo insieme un corpo di seimila uomini che, sotto gli ordini del colonnello Pianciani, avrebbe dovuto successivamente concentrarsi sull’isola di Sardegna, per lanciarsi di là, al momento opportuno, negli Stati pontifici ed attaccare le truppe incaricate di difenderli…..Etc…(pp. 28-29). Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 126, nella nota (1) postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontari che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rustow, mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’intelligente lavoro dell’Intendente Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. Etc..”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Dallolio aggiunge pure che: la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: della 6° da formarsi nelle Romagne era stato nominato comandante il colonnello Caucci Molara, commilitone di Garibaldi nella difesa di Roma.”. Dunque, la 5° Brigata si stava organizzando in Toscana al comando di Giovanni Nicotera. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”. Dallolio continuando il suo racconto, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta “Terranova”, “….non partecipano a tutta la prima parte della campagna, poichè quasi tutti arrivarono quando Garibaldi stava per passare, od era già passato, sul continente, nel quale non ebbe per verità gran che a combattere fino a Napoli: ma furono impegnati nei combattimenti successivi: il battaglione comandato dal Cattabeni ebbe parte precipua nel disgraziato fatto d’arme a Caiazzo.”, e poi aggiunge che: “I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e,  l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. La brigata Bologna, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”.  Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Da Wikiepdia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado ditenente colonnello. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6° degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Da Wikiepdia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado ditenente colonnello. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Quella Abruzzi, al comando del Caucci, avrebbe dovuto varcare il confine marchigiano, entrare nel Montefeltro, mentre quella Toscana passare nell’Umbria e puntare su Perugia. Per questa spedizione il Mazzini aveva detto al Bertani che “2000 in Toscana, 500 in Romagna erano più che sufficienti; egli contava sull’insurrezione della popolazione etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera , già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata ; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia , ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino , si spillo la cosa; il battaglione fu mutato , e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare , volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Garibaldi risolse di servirsi di questo mezzo, ed aumentare la sua azione col diffondere le voci più diverse ed erronee. Come questo mezzo abbia ottenuto un successo sul quale lo stesso Garibaldi appena poteva far conto , lo vedremo quanto prima. Garibaldi non poteva sapere in anticipazione fin dove sarebbe riescito, e per quanto si figurasse ogni circostanza favorevole, doveva sempre desiderare un rinforzo di quella parte delle sue truppe, delle quali poteva immediatamente e con sicurezza disporre. Al principio di agosto un tale rinforzo potè essere a disposizione di Gariballi. Era quella piccola, armata che alla sua partenza dall ‘ alta Italia assunse il nome di divisione o spedizione di Terranova. La spedizione di Terranova era stata organizzata dall’attività di Mazzini e del dottor Bertani, lasciato a Genova come rappresentante di Garibaldi allo scopo di agire contro gli Stati della Chiesa. Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate, secondo il piano stabilito prima degli ostacoli sorti in processo di tempo , partendo da Genova e dalla Spezia, dovevano anzi tutto raccogliersi presso Montecristo e di là sbarcare presso Montalto sulle coste pontificie, indi, evitando uno scontro coi francesi, spingersi nella direzione di Viterbo o di Montefiascone contro l’ala sinistra dell’armata di Lamoricière, disperdendo le forze che trovassero isolate , evitando però i corpi di truppa riuniti e prevalenti di numero; la quinta brigata, formata in Toscana, doveva di là, avanzando per terra, impadronirsi della città di Perugia, e poi operare in unione alle brigate sbarcate presso Montalto. La sesta brigata, formata nella Romagna, doveva alcuni giorni prima dello sbarco gettarsi nelle Marche, attirandosi l’attenzione di Lamoricière , ed in tal guisa agevolare le operazioni dello sbarco e quelle su Perugia.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 259, in proposito scriveva: “Da questo luogo di ritrovo la spedizione fu detta spedizione di Terranova, al che non era estraneo il pensiero nascosto, non essere destinata per la Sicilia ma per altra nuova terra.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 264, in proposito scriveva: Avendo egli fatto vela senza lasciarsi addietro alcuna notizia , la cosa destò dell’inquietudine fra gli uomini della seconda brigata, Tharrena (Parma) , che intanto era arrivata.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: La spedizione Terranova era stata organizzata mercè l’attività di Mazzini e del dott. Bertani rimasto a Genova, quale rappresentante di Garibaldi, per fare qualche intrapresa nello stato pontificio. Comandante  in capo ne era il colonnello Pianciani, capo dello stato maggiore generale il colonnello W. Rüstow, i quali due ne avevano curato l’organizzazione. La forza di quella spedizione ascendeva a circa 9000 uomini, divisi in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate dovevano (secondo il piano fissato definitivamente prima degli ostacoli sorvenuti ) movendo da Genova e dalla Spezia raccogliersi da prima a Monte Cristo e di là sbarcare presso Montalto nello stato pontificio , avanzando quindi, per evitare qualsiasi conflitto coi francesi, alla volta di Viterbo o Montefiascone verso l’ala sinistra dell’armata di Lamoriciére, respingendo le forze isolate, ma evitando quelle che fossero concentrate e superiori di numero; la quinta brigata formata in Toscana doveva avanzarsi di là per terra onde impadronirsi della città di Perugia e quindi operare di concerto colle brigate sbarcate a Montalto. La sesta brigata organizzata nella Romagna doveva qualche giorno prima dello sbarco irrompere nelle Marche attirando sopra di sè l’attenzione di Lamoriciére, facilitando in tal guisa l’operazioni dello sbarco e l’attacco di Perugia. Quel piccolo corpo doveva da ultimo entrare per gli Abruzzi nel regno di Napoli , formando la sua unione coll’esercito principale di Garibaldi.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Ai due estremi dell’Italia meridionale ardeva il fuoco rivoluzionario. La Sicilia era libera ‘meno il forte di Messina: bande armate percorrevano le provincie del Regno aspettando Garibaldi per dargli mano. Gli Stati rimasti al Papa erano allora debolmente difesi. Concentrate erano in Roma le poche truppe francesi, con le quali nessuno sognava venire alle mani calcolando che, accerchiata Roma dal fuoco rivoluzionario, Napoleone si sarebbe risolto a ritirare la sua protezione dal Papa, che allo stesso tempo lo sfidava e lo motteggiava. Era il quarto d’ora propizio, e chi aveva tempo non aspettava tempo. Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour, sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “Della convenzione col Farini, il Bertani così informava Garibaldi: “Genova, 3 agosto 1860. Caro Generale – Voi mi lasciate senza una parola circa la condotta da tenere etc…”. Già il Bertani prevedeva, si direbbe, l’intenzione di Garibaldi di trattenere la spedizione nell’Isola o di condurla altrove. Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia avrebbero poi potuto raggiungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quanto all’altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e con Farini combinato ogni cosa al riguardo. Il che non impedisce al Cavour di diffidare anche di lui. Pochi giorni dopo infatti egli scrive: “Sono inquieto su Ricasoli. I successi di Garibaldi l’hanno esaltato etc…”. L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.. Sull’opera incessante del Bertani e sulla costituzione della Spedizione, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola. A leggere l’immenso volume di 496 pagine, intitolato ‘Storia della 15ma divisione Turr, si direbbe che tutto fece lui e senza di lui nulla si fece. Egli invece dal 2 luglio, quando lasciò Palermo per incomodi di salute, non ebbe comando attivo se non dopo il 7 settembre per domare la reazione in Ariano; poi il 19, disgraziatamente, sul Volturno, nell’assenza di Garibaldi che era a Palermo….Da un’altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1), parla “del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per combattere Lamorcière.” Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui, a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Bertani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio, fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata. spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari , mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto.”.  Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 184-185 e ssg., in proposito scriveva che: Io mi proponeva, subito che fossi arrivato al Golfo degli Aranci, e avessi trovata riunita la spedizione come doveva essere, di mandare immediatamente un piccolo vapore a Livorno con le istruzioni necessarie per Caucci e Nicotera, indicando il giorno nel quale ciascuno di loro dovesse passare il confine; a ciò , come ho già avvertito, ero autorizzato, obbligato vorrei dire, dagli ordini di Garibaldi……I legni che facevano parte di quella spedizione erano il Bizantino, il Torino, l’Ammazzone , l’Isère, il Garibaldi, il Calatafimi, il Veasel , il Veloce ( che doveva partire da Genova il di dopo quello nel quale io era partito ), e tutti questi vapori; a vela avevamo lo Sheaperd clipper americano rimorchiato dal Garibaldi, un’altro clipper che avrebbe rimorchiato il Veloce. Dieci legni fra tutti. I comandanti dei legni avevano dal Comitato l’ordine di riconoscermi come comandante in capo della spedizione, ed uniformarsi alle mie istruzioni (doc . lettera K). Alcuni di loro sapevano di che si trattasse, tutti dovevano immaginarlo, e credo avrebbero generalmente eseguito quanto io avessi ordinato. Se taluno, prevenuto forse dal Ministero, avesse voluto fare diversamente , avrei saputo costringerlo a fare quello che voleva io , e per questo fine aveva collocato sui diversi bordi uomini capaci di prendere, quando occorresse, il comando del bastimento.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze , 22 agosto : “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Eliseo Porro (…..) che era: “Sergente nei Bersaglieri della Brigata Milano”, dunque diretto testimone degli avvenimenti di cui parlo, nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), le sue Memorie sulla Campagna d’Italia nel 1860 scriveva che: “Per voi, cari commilitoni, m’accinsi alla traduzione del presente racconto , dal suo originale alemanno che un fortuito azzardo mi pose fra le mani e ciò prima che l’originale stesso fosse pubblicato; però le mie cognizioni nella lingua tedesca essendo limitate, abbisognai dell’ajuto di benevoli amici.”, e poi ancora: “Nel mentre che vi presento il racconto dei fatti ai quali avemmo l’onore di prender parte, mi permetto di ricordarvi che noi siamo i figli non indegni dei nostri padri che con gloria sostennero sempre il vessillo della Civiltà; del che come non ci scordammo nella scorsa campagna, non dovremmo giammai scordarcene ogni volta il nostro illustre Capo in nome della Patria ci richiami intorno al sacro Tricolore.”. Porro, a p. 5, in proposito scriveva: “I comitati dell’Italia settentrionale incaricati di adunare gli elementi per la nostra organizzazione, avevano lavorato indefessamente, senza risparmio di fatiche, e per quanto era comportato dalle circostanze, non lasciarono neppur mancare il denaro. Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni; 5 compagnie di bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quale si diede il nome dei paesi dov ‘ erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione. Così la 1.ª Brigata si chiamò Genova ; la 2.ª Parma; la 3.ª Milano; la 4. Bologna; la 5. Toscana; la 6. degli Abruzzi. II colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello stato maggiore e comandante in secondo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: “XXI. Nè gli eventi del distaccamento di Talamone, nè la decisione del Medici e del Malenchini di portare le loro truppe in Sicilia estinsero il concetto della diversione nell’Umbria, nelle Marche, e negli Abbruzzi. In quegli stessi giorni nei quali Medici e Malenchini partivano per la Sicilia, il Comitato Centrale aveva già iniziata un’ altra grande raccolta di uomini e di armi per la diversione. Spegnevasi col mese di maggio l’eco dell’episodio di Talamone e coi primi di giugno si iniziava la spedizione di Medici -Malenchini la quale si compì fra l’8 ed il 10 giugno; ma prima che Medici movesse, ecco in preparazione un’altra spedizione destinata alla diversione. Infatti il 29 dello stesso maggio, appena Garibaldi era entrato in Palermo, Mazzini scriveva da Genova al Dolfi: << Il centro dei pericoli per la Sicilia ora che Garibaldi vi è, non è in Sicilia; è in Napoli nel Regno. È là che bisogna vibrare tutti i colpi; là si salva la Sicilia per sempre e si fa l’Italia. Conquistando al moto il terreno pontificio ed il regno, si fa atto di solidarietà italiana. Garibaldi intende perfettamente questo; e lasciò detto, e replicava in una lettera scritta pochi giorni or sono da Salemi a Bertani, che bisogna invadere gli Stati pontifici ed andare oltre. Serbate, ed organizzate in nome d’Italia gli elementi per questo. Sapete che è lo scopo di Bertani e mio. » p . 94. Ed il 19 giugno, in una risposta diretta a Palermo a Nicotera, Mosto è Savi , scriveva : « Stiamo etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “XXII. Alla fine di luglio la divisione era allestita e preparata ad eseguire il suo piano. Ma appunto la fine di luglio, segna il momento storico culminante di suprema crisi politico-militare nella memoranda rivoluzione del 1860. Infatti: La Sicilia è libera meno la fortezza di Messina, ma intorbidata da faccendieri. Il passaggio di Garibaldi sul continente appare ed è difficilissimo. La costituzione data a Napoli, aveva scatenato tutte le passioni estreme. Il ritorno degli esiliati, audacissimi, suscitava conflitti che tenevano gli animi in sussulto. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate , denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri, due squadroni guide, due compagnie del genio, due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini, ma vi era sicurezza di aumentarli, ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini. Questo ordinamento delle truppe era giustificato dallo scopo al quale erano destinate. L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo. La 5ª brigata dalla Toscana doveva sorprendere Perugia e poi operare d’accordo colle quattro sbarcate a Montalto. La 6ª brigata, dalla Romagna precedendo di qualche giorno le altre doveva invadere le Marche per l’Alto Appennino, manovrando fra Urbino e Gubbio, richiamare l’attenzione del nemico da quella parte per facilitare l’operazione principale, operare insomma una diversione della diversione, come scrisse il Pianciani.”.  

                                                                                                     LUIGI PIANCIANI 

Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani, esule in Francia e a Londra collaborò alle iniziative mazziniane. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. La spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo particolari minuti e precisi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 261, in proposito scriveva che: “I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando supremo al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si er contato dapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola. Anche un colonnello Charras francese s’era limitato a suggerire un piano che non pare fosse disposto a metter personalmente in atto. Dell’essere venuti a mancare questi capi, il Mazzini si lagnava col Crispi in una lettera del 18 luglio: “….Eravamo già pronti due o tre volte quando cenni imperiosi di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore.”. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani era figlio  primogenito del Conte Vincenzo Pianciani e di Amalia Ruspoli, figlia del Principe Ruspoli di Cerveteri. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, in proposito scriveva: “Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “….così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa etc…”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Pianciani,….L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo..  Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: Comandante  in capo ne era il colonnello Pianciani, capo dello stato maggiore generale il colonnello W. Rüstow, i quali due ne avevano curato l’organizzazione.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour , sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”.  Eliseo Porro (…..) che era: “Sergente nei Bersaglieri della Brigata Milano”, dunque diretto testimone degli avvenimenti di cui parlo, nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), le sue Memorie sulla Campagna d’Italia nel 1860, a p. 5, in proposito scriveva: II colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello stato maggiore e comandante in secondo.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127, in proposito scriveva che: “Il Comitato allora affidò il comando della diversione al colonnello Pianciani, il quale già funzionava da capo di stato maggiore della spedizione sin da quando se ne era iniziata l’organizzazione, più volte ridotta e ricompletata dopo le spedizioni di Medici, di Malenchini, di Cosenz e di Sacchi per la Sicilia. Il Pianciani patriota illustre, liberale a tutta prova sin dalla sua giovinezza; colonnello sin dal 1848; passato a Venezia ove aveva reso importanti servizii ; comandante della divisione di Ancona nel 1849, dove compì difficilissime operazioni, era indicatissimo per tale importante missione. Appartenente a cospicua famiglia titolata dell’Umbria, conosceva minuziosamente lo scacchiere della spedizione.”

Nell’8 agosto 1860, da Genova e La Spezia, le partenze delle truppe della “Spedizione BERTANI-PIANCIANI”, le truppe preparate da Agostino BERTANI per invadere lo Stato Pontificio che, da Garibaldi, invece saranno dirottate in Sicilia

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: “Ma nei decreti della Provvidenza era stabilito altrimenti, e Garibaldi si trovò costretto a variare la esecuzione dei nostri piani, abbisognando egli stesso di attirare a sè delle nuove forze per appoggiare l’ideato suo passaggio dalla Sicilia alle coste di Calabria. A Genova nella notte dal 7 all’8 agosto incominciò l’imbarco delle nostre truppe, le quali veleggiarono dapprima verso il romito golfo di Terranova sulla costa settentrionale della Sardegna, dove le prime quattro brigate dovevano riunirsi, riposarsi alcuni giorni, addestrarsi un poco agli esercizi, per dirigersi poi verso il continente. Il 15, al molo vecchio di Genova sul vapore francese il Byzantin, furono imbarcate le ultime truppe delle quali potevasi disporre, e con esse lo stato maggiore.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Secondo il piano prefissato, le truppe del Pianciani dovevano dirigersi all’isola di Montecristo e gettarsi poi sulla costa di Montalto, etc…Per cui lo stesso Cavour telegrafò il 15 agosto all’ammiraglio Persano di inviare il ‘Monzambano’ ed il ‘Tripoli’ in crociera sulle coste pontificie per impedire qualunque sbarco di volontari. Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia.. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “….allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; etc..”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, etc…”. Dunque, secondo il Dallolio, i volontari della Spedizione Sacchi, che furono i primi ad arrivare a Palermo, in Sicilia, erano stati mandati prima a Genova, il 17 luglio 1860.  Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Maraldi, parlando della Brigata Emilia, comandata dal Puppi, era composta da 4 battaglioni, uno dei quali era comandato dal marchigiano CATTABENI. Maraldi scriveva che la Brigata Emilia, poi PUPPI, fu inviata a Golfo Aranci per far parte della Spedizione Pianciani-Bertani.  Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, …..La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate, secondo il piano stabilito prima degli ostacoli sorti in processo di tempo, partendo da Genova e dalla Spezia, dovevano anzi tutto raccogliersi presso Montecristo e di là sbarcare presso Montalto sulle coste pontificie, etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: La spedizione Terranova era stata organizzata mercè l’attività di Mazzini e del dott. Bertani rimasto a Genova, quale rappresentante di Garibaldi, per fare qualche intrapresa nello stato pontificio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, n cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “…a Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo.”

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 207 e ssg., in proposito scriveva che: “Sgombra per la capitolazione di Messina del 28 di luglio l’ultima spanna di siciliana terra, il General Garibaldi e sul Faro per venirne in terra ferma a compimento di sua operosa epopea. Numerate sue schiere ai primi giorni di agosto, gli pare non potesse fare a fidanza che non soli ottomila uomini atti a venirne, con fortuna di animo pronto, a nuove venture; oltre a quattromila, o nuovi del tutto, o quasi nuovi ai cimenti di guerra, giovanotti siciliani (1). Pochi e deboli forze, chi faccia ragione, che restava ormai da affrontare tutto il nerbo del napoletano esercito; il quale avea già raccolti in tre corpi trentamila uomini nelle sole Calabrie, e potuto avrebbe contrapporgli in un solo punto ben cinquantamila soldati. Era pertanto evidente necessità del Dittatore così di accrescere il nerbo de’ suoi combattenti, come di svigorirne l’avversario mercè di parziali sollevamenti, che ne arrestassero i passi o sparpagliassero le forze. A questo secondo intento, oltre alle molte promesse che gli venivano dai comitati di terra ferma, egli dava a quanti di suoi soldati nel richiedessero, licenza o mandato di venirne in patria a capitanarvi o infocolarvi le insurrezioni; e al 6 dell’agosto fece sbarcare alle spiagge calabresi di Cannitello, di Altafiumana e di Bianco, manipoli di suoi soldati, condotti da un giovane e ardimentoso capo, il Missori; etc…”

Nell’8 agosto 1860, da Genova, la partenza della BRIGATA GENOVA (EBERHARDT, comandata dal colonnello EBERHARD, sul vapore TORINO 

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 260 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione….La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; …etc…..Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 140, in proposito scriveva che: “Intanto l’invio dei vapori sul luogo di concentramento era già incominciato. Prima a partire è stata la Brigata Genova Eberhard, che mosse il giorno 8 agosto imbarcata sul Torino. Poco dopo partì la Brigata Parma Tharrena, imbarcata sui vapori Amazone ed Isère.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a. 2° Brigata Tharrena. Etc..”. Dunque, la Brigata Eberhardt, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani, non era più a golfo Aranci, il 14 agosto 1860, quando arrivò Garibaldi perchè essa era stata fatta partire per Palermo. Sulla Brigata “Eberhrardt” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo..  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Eberhard al suo arrivo in Palermo ricevette il comando di far vela intorno alla costa orientale e meridionale dell’ isola; e gli venne aggiunto il Franklin con alcune centinaja d’ uomini. Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, n cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. 

Nell’8 agosto 1860, da Genova, la partenza della BRIGATA PARMA (o THARRENA, comandata dal colonnello THARRENA (poi in seguito SPINAZZI), imbarcatasi sul vapore AMAZZONE e ISERE

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 260 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione….La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; …etc…..Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 140, in proposito scriveva che: “Intanto l’invio dei vapori sul luogo di concentramento era già incominciato. Prima a partire è stata la Brigata Genova Eberhard, che mosse il giorno 8 agosto imbarcata sul Torino. Poco dopo partì la Brigata Parma Tharrena, imbarcata sui vapori Amazone ed Isère.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. Etc..”. Sulla Brigata “Tharrena” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo.. Dunque, la Brigata Parma o Tharrena, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani. Sulla Brigata “Tharrena” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo..  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, riferendosi alle ue Brigate Eberard e Tharena, arrivate subito a Palermo, in proposito scriveva: Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, n cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…... Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 332, in proposito scriveva che: “..con lui se ne va Tharrena e qualche altro.”

                                                                                          BERTANI SI RECA A GENOVA 

Nei primi di agosto 1860, il Governo Piemontese, Cavour e l’invio della nave GULNARA

Da Wikipedia leggiamo che tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Il governo sardo diede ausilii, come alle altre, e più che alle altre spedizioni, anche a questa di Terranova, e per questi fu voce si accontasse in Genova col Bertani il Farini ministro; il quale volle promesso, e invigilava attentamente, che si eseguisse davvero lo sbarco non ad altre spiagge che in Sicilia.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 25 luglio fu fatto intendere a Bertani che il governo si opporrebbe a viva forza a qualsiasi tentativo di sbarco negli Stati pontifici. Fu poi gentilmente invitato a Torino. Non se ne diede per inteso, non si mosse.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle nove ant. del 1° agosto, Bertani andò all’Albergo. Il colloquio fu sostenuto : Farini conciliante, Bertani rigido.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 152 e ssg., in proposito scriveva che: “In quel colloquio fu combinata una specie di convenzione, della quale non abbiamo la copia e appena qualche nota in mano di Bertani. Il Saffi scrive: etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Il Bertani dovette chinare il capo e venire a trattative col Governo piemontese. Il conte Guido Borromeo, segretario del Farini ministro dell’interno di Torino, si recava a Genova il 1° di agosto e poco dopo vi si recava lo stesso Farini, con cui il Bertani, presenti anche Aurelio Saffi e il Pianciani, conveniva che la spedizione sarebbe partita da punti diversi della riviera ligure per scaglioni, con metà Golfo Aranci dove si sarebbe riunita. Di là, si sarebbe diretta in Sicilia, e non altrove, secondo il volere del Re. Della convenzione col Farini, il Bertani così informava Garibaldi: “Genova, 3 agosto 1860, …etc…”. Già il Bertani prevedeva, si direbbe, l’intenzione di Garibaldi di trattenere la spedizione nell’Isola o di condurla altrove. Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo.”.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “Il Bertani dovette chinare il capo e venire a trattative col Governo piemontese. Il conte Guido Borromeo, segretario del Farini ministro dell’interno di Torino, si recava a Genova il 1° di agosto e poco dopo vi si recava lo stesso Farini, con cui il Bertani, presenti anche Aurelio Saffi e il Pianciani, conveniva che la spedizione sarebbe partita da punti diversi della riviera ligure per scaglioni, con metà Golfo Aranci dove si sarebbe riunita. Di là, si sarebbe diretta in Sicilia, e non altrove, secondo il volere del Re. Della convenzione col Farini, il Bertani così informava Garibaldi: “Genova, 3 agosto 1860, …etc…”. Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo. Il che non impedisce al Cavour di diffidare anche di lui. Pochi giorni dopo infatti egli scrive: “Sono inquieto su Ricasoli. I successi di Garibaldi l’hanno esaltato etc…”. L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 264, in proposito scriveva che: “L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci. Ma il Rustow dice che la partenza a scaglioni rese più facile al Cavour l’impedire quel concentramento, inviando le navi in Sicilia di mano in mano che arrivavano. Il Cavour aveva posto in azione a Golfo Aranci la Gulnara, nave da guerra sarda, la quale obbligava subito a ripartire ogni vapore del Bertani, senza attendere gli altri. La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 163 e ssg., in proposito scriveva che: “Che Bertani sospettasse qualche tranello, si vede dalle sue istruzioni a Pianciani ; ma, avendo fatto quanto era umanamente possibile per isventarlo, e oltremodo impensierito di non aver da dieci giorni ricevuto lettera alcuna di Garibaldi, l’8 agosto lasciava Genova per raggiungerlo in Sicilia.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo , com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata. spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze, 22 agosto : “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna.”.     

Nel 10 agosto 1860, a Palermo, l’arrivo del BERTANI da Genova e l’11 l’ incontro con il DEPRETIS

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Ma i legami posti da Farini, ed il sospetto che
questi avrebbe definitivamente impedita qualsiasi operazione negli Stati pontifici, spinsero Bertani a cercare un appoggio al suo intento, e decise di partire subito egli solo per la Sicilia, per riferire ogni cosa al generale Garibaldi, affinchè Egli, qual giudice supremo, decidesse sull’impiego delle truppe accorse ed arruolate in suo nome, le quali intanto si sarebbero riunite a Terranova. Bertani partendo per la Sicilia in cerca del dittatore, delegò le sue funzioni di capo del Comitato a Mauro Macchi e G. Brambilla. Al comandante lasciò scritto: « Colonnello Piancianciani etc….”.”
. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Partito il Bertani l’8 agosto, ecco che invece il 13 arriva la tanta attesa lettera di Garibaldi con la quale lo avvertiva “che sperava di passare sul continente prima del 15. Fate ogni sforzo per mandarmi qui i fucili a Messina, a Torre del Faro prima dell’epoca. Circa le operazioni negli Stati Pontifici e napoletani spingete a tutta oltranza”(2). Se questa lettera fosse pervenuta per tempo, il Bertani certamente avrebbe resistito alle intimazioni del Farini, non sarebbe partito da Genova e la spedizione, lui presente, forse non sarebbe si sbandata come avvenne. Il 10 agosto il Bertani sbarcava a Palermo ricevuto con effetto dal Depretis, l’11 sul vapore Elba arrivava a Torre del Faro e in quel momento era la seguente: nello Stretto la flotta borbonica vigilava etc….Garibaldi, udito il racconto particolareggiato del Bertani circa la approntata grossa spedizione, le difficoltà, anzi le opposizioni fatte dal Governo al compimento del programma, “in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti”(1) decise di partire per Terranova. Nessuno sapeva di questa decisione e della partenza, tranne il Sirtori a cui aveva scritto: “Sig. Generale Sirtori, io lascio a voi il comando dell’esercito e della marina, dovendo assentarmi qualche giorno. G. Garibaldi”(2).”. Maraldi, a p. 96, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 135-146”. Maraldi, a p. 96, nella sua nota (2) postillava: “(2) Archivio Bertani, Elenco 2°, plico 1°.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 264, in proposito scriveva che: La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, fors’anche nella speranza, non solo di indurlo a lasciar partire i sui per il Pontificio, ma di convincerlo a condurveli egli stesso. Egli giungeva nella sera del 10 nella capitale dell’Isola, e ne ripartiva poche ore dopo per arrivare nella notte sul 12 al Faro.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 323, in proposito scriveva che: “Garibaldi, a dir il vero, non poteva immaginare che cosa fosse successo per giustificare quel viaggio imprevisto del Bertani, né poteva sapere che cosa gli venisse a dirgli e ad offrirgli, né tanto meno, a quali contrarietà si volesse riferire nella sua lettera. Che io mi sappia, il Bertani non gli aveva mai scritto nulla in proposito. Che cos’era avvenuto ? Comunque, egli non poteva che attendere il Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antogini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo. Per togliere ogni dubbio, ecco questi due documenti dell’archivio Sirtori: “Palermo, 10 agosto ore 7,30 pom. Al Dittatore, Faro – E’ giunto Bertani, solo. Parte stasera per Messina. DEPRETIS”. E il secondo: “Palermo 10 agosto ore 9,30 pom. Il segretario di Stato alla Marina al generale Sirtori – Sta per partire pel Faro il vapore Elba col signor Bertani e 200 soldati. L’Elba inoltre rimorchia un brigantino carico di materiale.”. Nella notte fra l’11 ed il 12, dopo circa 24 ore di navigazione, il Bertani arriva al Faro. E su questo, sono d’accordo tutti: per cui non si spiega come il Comandini e gli altri non si siano accorti ch’essi riducevano a tre o quattr’ore la durata di un viaggio per mare di circa 20 chilometri, con la velocità delle navi d’allora e per di più con un brigantino carico a rimorchio. Al Faro il Bertani era sbarcato quasi a mezzanotte e poiché etc…”Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “…Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova….Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente,  cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 136 e ssg., in proposito scriveva che: “Per spiegare questo telegramma bisogna ritornare a Genova, ove Bertani, mentre dirigeva l’azione sul Napoletano e mandava armi e volontari a Garibaldi in Sicilia , aveva allestito finalmente la spedizione per l’Umbria e le Marche.”.

Nel 30 luglio 1860, a Messina, Garibaldi scrisse a Bertani

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 163 e ssg., in proposito scriveva che: “Che Bertani sospettasse qualche tranello, si vede dalle sue istruzioni a Pianciani; ma, avendo fatto quanto era umanamente possibile per isventarlo, e oltremodo impensierito di non aver da dieci giorni ricevuto lettera alcuna di Garibaldi, l’8 agosto lasciava Genova per raggiungerlo in Sicilia. Soltanto il giorno 13 agosto giungeva in Genova la seguente lettera di Garibaldi, spedita il 30 luglio da Messina: Comando generale dell’ esercito nazionale in Sicilia. Caro Bertani, Io spero di passare sul continente napoletano prima del 15. Fate ogni sforzo per mandarmi dei fucili qui, a Messina, a Torre del Faro , prima di quell’epoca. Circa alle operazioni negli Stati pontifici e napoletani spingetele a tutta oltranza. Vostro G. Garibaldi.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “Garibaldi a Messina volendo approfittare della partenza per Genova del sig. Sisto Vinciguerra romano , scriveva di suo pugno in presenza di questo la seguente lettere da consegnare a Bertani. « Messina 30 luglio 1860. Caro BERTANI, << Io spero di passare sul continente napolitano prima del 15. << Fate ogni sforzo per mandarmi dei fucili qui a Messina, a Torre del Faro, prima di quell’epoca. << Circa alle operazioni negli Stati Pontifici e Napolitani spingete a tutta oltranza. << Vostro G. GARIBALDI . ».”. Pittaluga aggiunse a p. 139 che: “La lettera viaggiava da Messina a Genova, mentre Bertani viaggiava in senso opposto, mentre Farini disponeva a ritroso dell’una e dell’altro . La lettera fu rimessa al comitato in Genova soltanto il 13 agosto mattina, e Macchi in persona subito andò col Vinciguerra a casa di Pianciani per leggerla assieme , salvo a trasmettergliene copia in tutta forma, come poi fece. 

Nell’11 agosto 1860, al Faro di Messina, l’arrivo di BERTANI che cerca e incontra Garibaldi

Agostino Bertani, che era stato a Genova per discutere col Governo Sardo la questione dei volontari da lui organizzati per gli Stati Pontifici, lasciò l’8 agosto 1860 Genova per arrivare il 10 a Palermo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Dunque, il Guerzoni scriveva che Bertani, arrivato a Palermo (da Genova) cercava Garibaldi per dirgli dell’avvenuto “compromesso” o patto stabilito con il Farini e col Governo Sardo. Guezoni scriveva che arrivato a Palermo “poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Ciò che Guerzoni chiama “compromesso” sarà detta dagli storici “Diversione” (del Cavour). Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 157 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: “Toccata con mano, dopo quindici giorni di vani sperimenti, la difficoltà del passaggio dello Stretto, misurata l’esiguità delle proprie forze e persuaso che in essa stava il maggior ostacolo all’impresa ; udito dal Bertani che in Sardegna stava aspettando una bella ed agguerrita legione di circa ottomila armati, co’ quali poteva d’un colpo solo addoppiare il suo esercito; convinto anche più che la spedizione romana, utile un tempo, era divenuta intempestiva e che a Roma si poteva marciar più spediti e sicuramente per la via di Napoli , delibera, quasi all’improvviso, di correre egli stesso nel Golfo degli Aranci a prendere quel prezioso soccorso e portarselo seco in Sicilia…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, fors’anche nella speranza, non solo di indurlo a lasciar partire i suoi per il Pontificio, ma di convincerlo a condurveli egli stesso. Egli giungeva nella sera del 10 nella capitale dell’Isola, e ne ripartiva poche ore dopo per arrivare nella notte sul 12 al Faro.”. Dunque, Bertani, proveniente da Genova giunge a Palermo il 10 settembre e il 12 settembre 1860 giunge al Faro nella speranza di poter incontrare Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 323, in proposito scriveva che: “Garibaldi, a dir il vero, non poteva immaginare che cosa fosse successo per giustificare quel viaggio imprevisto del Bertani, né poteva sapere che cosa egli venisse a dirgli e ad offrirgli, etc…Che cos’era avvenuto ? Comunque egli non poteva che attendere il Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 324, in proposito scriveva che: “Nella notte fra l’11 ed il 12, dopo circa 24 ore di navigazione, il Bertani arriva al Faro….Al Faro, il Bertani era sbarcato quasi a mezzanotte etc…”. Agrati prosegue il suo racconto e giunge alla partenza di Bertani e di Garibaldi per la Sardegna, verso Golfo Aranci, dove erano state raccolte le truppe. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “…Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova..”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 326-327, in proposito scriveva che: “Ma, il Bertani dice chiaro che alle 8 del mattino egli era già con lui a bordo del ‘Washington’, e lo conferma una corrispondenza della ‘Gazzetta di Genova’: “Il Bertani giunse al mattino e poco dopo ripartì col Generale”. Essi, quindi, lasciarono il Faro nella ferma convinzione di trovare a Golfo Aranci tutta la gente del Pianciani. La decisione di prtire era stata improvvisa. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 165 e ssg., riferendosi al taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Poi nota: 10 agosto. Arrivo a Palermo. Depretis m’accoglie con affetto, promette che le cambiali verranno tutte pagate. È seccato dagli annessionisti venuti a sciami. Non crede attuabile la spedizione nel Pontificio. Alla sera m’imbarco sull’Elba. Veggo Milazzo, il forte, ricordo Migliavacca. ‘ Si vedono i vapori in crociera. Alle undici si vede il Faro, le coste di Calabria a ridosso. A mezzanotte innanzi al Faro. Cannoneggiamento la notte dalla punta di Capo-Passero, il forte e la fregata incrociano. Minaccie a noi da terra. Sbarco; incontro Castiglia, Caldesi, Stagnetti. Mi corico sulla sabbia bella scena di quella spiaggia sabbiosa. All’alba del 12 veggo Cosenz: andiamo assieme dal generale nel suo quartier generale sull’alto della Torre del Faro. Ora è difficile a dirsi chi fu più sorpreso: Garibaldi a veder comparire Bertani nel suo nido d’aquila, o questi di sentire che il generale fin dal 30 luglio gli aveva scritto di spingere le operazioni nello Stato pontificio a tutta oltranza. Baciato e abbracciato il fido amico, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: Il 10 agosto il Bertani sbarcava a Palermo ricevuto con effetto dal Depretis, l’11 sul vapore Elba arrivava a Torre del Faro e in quel momento era la seguente: nello Stretto la flotta borbonica vigilava etc….Garibaldi, udito il racconto particolareggiato del Bertani circa la approntata grossa spedizione, le difficoltà, anzi le opposizioni fatte dal Governo al compimento del programma, “in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti”(1) decise di partire per Terranova. Nessuno sapeva di questa decisione e della partenza, tranne il Sirtori a cui aveva scritto: “Sig. Generale Sirtori, io lascio a voi il comando dell’esercito e della marina, dovendo assentarmi qualche giorno. G. Garibaldi”(2).”. Maraldi, a p. 96, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 135-146”. Maraldi, a p. 96, nella sua nota (2) postillava: “(2) Archivio Bertani, Elenco 2°, plico 1°.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec., senza disapprovare le spedizioni nostre nell’Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all ‘ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori , mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 140-141, in proposito scriveva che: “Mentre questa flotta di dieci bastimenti naviga a scaglioni distanziati, coll’ intento di concentrarsi a Terranova, conviene trasportarci al Faro di Messina, ove nella notte dell’11 al 12 giungeva Bertani in cerca di Garibaldi. Il generale dormiva nella Torre del Faro. All’alba ricevette Bertani; ed appena appresa la situazione, in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti , senza assentire esplicitamente ai concetti altrui, senza far conoscere l’esame delle probabili conseguenze, decise di partire al più presto per Terranova sul Whashington già pronto a sua disposizione. Silenziosamente l’alma terra vivifica nel suo grembo fecondo i germi multiformi destinati a risplendere alla luce del sole: nella mente del Grande capitano del popolo, che in quindici giorni dall’11 al 27 maggio, da Marsala a Palermo aveva conquistato la Sicilia, silenziosamente germogliavano il 12 agosto le più complesse concezioni politico-militari, i più inconciliabili conflitti di cose, di persone e di elementi, colla visione chiara della migliore risultante per il bene d’Italia, con la riserva dei ripieghi per le mille immancabili contrarietà. Fatto chiamare il generale Sirtori suo capo di stato maggiore, riaffermò i suoi intendimenti per lo sbarco in Calabria e le direttive per compierlo; e gli rimise con apposito ordine il comando dell’esercito meridionale, dovendo temporaneamente assentarsi.”

Nell’11 agosto 1860, a Golfo Aranci in Sardegna l’arrivo delle truppe della Spedizione Bertani-Pianciani. Partendo da Genova e La Spezia arrivarono in Sardegna le prime due Brigate: GENOVA (comandata dal colonnello EBERHARDT) sul vapore TORINO e PARMA (comandata dal colonnelo THARRENA, poi SPINAZZI), sui vapori AMAZONE e ISERE, che furono subito dirottate in Sicilia, dalla nave piemontese GULNARA

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 133, riferendosi alla Convenzione stipulata tra il ministro Farini ed il Bertani, in proposito scriveva che: “…I volontari devono partire non da un solo porto, ma da punti diversi; i volontari devono partire in più convogli di uno od al più due vapori, coll’intervallo di uno o due giorni l’uno dall’altro; il governo permette alla spedizione di concentrarsi nel porto di Terranova per ordinarsi, armarsi, equipaggiarsi. È da questo punto di prestabilito concentramento, che tutta la spedizione prese ufficialmente il nome di Spedizione di Terranova, adottato nei posti e nella corrispondenza, coll’intendimento di alludere con quel nome alla Terranova da congiungere a quella già redenta, cioè alle terre soggette al Papa.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 140, in proposito scriveva che: “Intanto l’invio dei vapori sul luogo di concentramento era già incominciato. Prima a partire è stata la Brigata Genova Eberhard, che mosse il giorno 8 agosto imbarcata sul Torino. Poco dopo partì la Brigata Parma Tharrena, imbarcata sui vapori Amazone ed Isère. Vi fu poi un intervallo di tre giorni a causa di ostacoli di varia natura frapposti dal governo il quale tendeva in tutti i modi a far fallire il convenuto concentramento a Terranova. Nei giorni 11 e 12 partirono poi sui vapori Garibaldi, Calatafimi e Weasel e sul clipper Sheaperd, le Brigate Milano (Gandini ) e Bologna (Puppi). E finalmente nel pomeriggio del giorno 13 partì lo stato maggiore sul Bisantino. Non rimase a Genova che qualche centinaio di uomini , ed una parte del materiale, che dovevano partire il 14 sul vapore Veloce rimorchiante un altro clipper americano. Mentre questa flotta di dieci bastimenti naviga a scaglioni distanziati, coll’ intento di concentrarsi a Terranova, conviene trasportarci al Faro di Messina, ove nella notte dell’11 al 12 giungeva Bertani in cerca di Garibaldi.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “Adunque contemporaneamente dal Faro e da Genova, convergevano nel Golfo degli Aranci la mente e le braccia, il Comandante ed i soldati. Ma vi era anche un altro elemento marittimo che aveva diretto la sua prora al Golfo degli Aranci Il compromesso sottoscritto da Bertani e da Farini non rassicurava quest’ultimo nè il governo sulla sua esecuzione, e lo lasciava nel dubbio che Bertani l’avrebbe eluso, quando avesse potuto far movere ordinati uniti e compatti dal Golfo degli Aranci i seimila uomini colà concentrati. Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse ilconcentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute , quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnar a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni , finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”.  

Nell’12 agosto 1860, a Palermo l’arrivo delle truppe della Spedizione Bertani-Pianciani che dovettero ripartire da Golfo Aranci in Sardegna: le prime due Brigate: GENOVA (comandate dal colonnello EBERHARDT) sul vapore TORINO e la PARMA (comandata dal colonnelo THARRENA, poi SPINAZZI), sui vapori AMAZONE e ISERE, che furono subito dirottate in Sicilia, dalla nave piemontese GULNARA

L’11 e il 12 arrivarono a Palermo, dove vi era il Depretis, due Brigate della Spedizione Bertani-Pianciani che, la nave sarda “Gulnara”, a Golfo Aranci aveva intimato la partenza per Palermo. Le due Brigate organizzate dal Bertani erano la Tharrena e la Eberhardt, che viaggiarono sui vapori Franklin e Torino. Sebbene tra grandi difficoltà, il generale Sirtori, decise di sua iniziativa di spostarle da Palermo a Taormina, dove poi, il 19 agosto 1860 potettero imbarcarsi le truppe del Bixio con Garibaldi al seguito, che parrarono lo Stretto e per sbarcare in Calabria. Fu il primo sbarco di successo dell’Esercito Meridionale di Garibaldi. Ci aveva provato prima Musolino. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Dunque, il Guerzoni racconta che arrivati a Golfo Aranci in Sardegna, alcune Brigate della Spedizione “Terranova”, così denominate dal Bertani, vennero indotte dal Governo Sardo ad imbarcarsi sul vapore Sardo GULNARA, che li dirottò a Palermo, su volere del Cavour. Si trattava delle due Brigate EBERHARD e THARRENA, circa 2000 uomini che dovettero imbarcarsi il 13 agosto 1860 sui vapori Franklin e Torino. Infatti, arrivando a Golfo Aranci, Garibaldi e Bertani non li trovarono.  Secondo il Guerzoni, le due Brigate Eberhard e Tharrena si mossero subito da Genova ed il 13 agosto 1860 arrivarono a Golfo Aranci in Sardegna dove però trovarono la “Gulnara”, che li obbligò a ripartire per Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 264, in proposito scriveva che: “L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci. Ma il Rustow dice che la partenza a scaglioni rese più facile al Cavour l’impedire quel concentramento, inviando le navi in Sicilia di mano in mano che arrivavano. Il Cavour aveva posto in azione a Golfo Aranci la Gulnara, nave da guerra sarda, la quale obbligava subito a ripartire ogni vapore del Bertani, senza attendere gli altri. La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva……il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi…..Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “…Pianciani…Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. La White-Mario, traendo dal taccuino del Bertani scriveva che Garibaldi, arrivato a Golfo Aranci con Bertani trovò solo 4000 uomini invece di 6000. Garibaldi non trovò il vapore Torino e l’Amazzone che si erano partiti per Palermo, indotti dalla nave da guerra Piemontese “Gulnara”, condotti dal colonnello Eberhard.  Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 186 e ssg., in proposito scriveva che: “Si è detto che legni da guerra Sardi si sarebbero opposti alla esecuzione del nostro disegno. lo posso dichiarare che da Genova in Sardegna, sulle coste di quell’Isola, e poi da Cagliari a Palermo, non ho mai incontrato, non ho mai potuto neppure, malgrado le ricerche non interrotte, scorgere in lontananza un bastimento qualunque, che potesse sospettarsi fosse un legno da guerra della marina Sarda: il ministero confidava assai più nell’intrigo, di quello che nella violenza per impedire che la nostra spedizione avesse effetto. Non dico io già di credere incapace il ministero Piemontese di usare violenza contro noi; dico solo non averlo fatto in sino allora per quanto sapessi io, e ciò per prudenza forse meglio che per men tristo volere. Alla violenza avrebbe forse ricorso quando fosse stato certo che l’intrigo non poteva riuscirgli, ma ciò diveniva men facile non essendo stati i nostri legni nè scortati , nè sorvegliati, malgrado quanto erasi vociferato di voler fare.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure, proprio alla forza ricorre il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovato la Gulnara che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava, così, ragione al Mazzini…etc…Certo si è che che né le navi né i volontari poterono più trovarsi più riuniti. Lo stesso Treveljan s’inganna quando afferma che ciò avvenne pochi giorni dopo a Palermo. Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Il Depretis si affrettava a a telegrafare, credendo ancora Garibaldi al Faro: “Palermo 12, ore 2,20 pom. Al Dittatore, Faro – E’ arrivato il Torino col colonnello Ebehardt e 1500 uomini disarmati, proveniente da Golfo Aranci. Il comandante dice che un vapore da guerra sardo ha ordinato loro di proseguire la rotta etc…”. Insomma, nel porto di Palermo, il 12 agosto 1860, il Depretis si ritrovò in modo inatteso i due vapori del Bertani, il Torino e l’Amazon e le truppe delle due Brigate Tharrena (1500 uomini) e l’Amazon con 2500 uomini disarmati ed affamati. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare e non risponde al Depretis, né subito né per tutto il giorno seguente, il 13, forse nella speranza che Garibaldi si faccia vivo e gli dica in qualche modo come deve comportarsi. Garibaldi, invece, è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sirtori.. Agrati, riferendosi a Garibaldi, da Cagliari, a p. 344 scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: Il 14 alle quattro dopo mezzodì, volsimo verso la baja degli Aranci onde scoprire se ivi si trovasse qualcuno dei nostri legni, ma non se ne rinvenne. Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse il concentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute , quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo , quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni , finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà , e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”

Nell’12 agosto 1860, a Palermo, l’arrivo delle truppe della Spedizione Bertani-Pianciani che dovettero ripartire da Golfo Aranci in Sardegna: le prime due Brigate: GENOVA (comandate dal colonnello EBERHARDT) sul vapore TORINO e PARMA (comandata dal colonnelo THARRENA, poi SPINAZZI), sui vapori AMAZONE e ISERE, che furono subito dirottate in Sicilia, dalla nave piemontese GULNARA

L’11 e il 12 arrivarono a Palermo, dove vi era il Depretis, due Brigate della Spedizione Bertani-Pianciani che, la nave sarda “Gulnara”, a Golfo Aranci aveva intimato la partenza per Palermo. Le due Brigate organizzate dal Bertani erano la Tharrena e la Eberhardt, che viaggiarono sui vapori Franklin e Torino. Sebbene tra grandi difficoltà, il generale Sirtori, decise di sua iniziativa di spostarle da Palermo a Taormina, dove poi, il 19 agosto 1860 potettero imbarcarsi le truppe del Bixio con Garibaldi al seguito, che parrarono lo Stretto e per sbarcare in Calabria. Fu il primo sbarco di successo dell’Esercito Meridionale di Garibaldi. Ci aveva provato prima Musolino. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “….dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “….Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata Parma (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, riferendosi alla Brigata di Castel Pucci, in proposito scriveva che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. Etc..”. Però devo dire che in questo pssaggio il Maraldi scrive delle date che forse sono sbagliate. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – etc…”. Dunque, a Palermo, prima che fossero arrivati i volontariportati da Garibaldi, ovvero intorno al 12 o 13 agosto 1860, vi era una truppa di 2500 volontari garibaldini dirottati dal Governo Sardo. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; ….etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata , Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto.”. Dunque, Rustow, nella traduzione di Bizzozero dice che la Brigata Eberhard e la Brigata Tharrena erano già partiti dal Golfo Aranci per Palermo. Infatti Garibaldi a Golfo Aranci trovò solo le due Brigate Gandini e Puppi, ovvero la Milano e la Bologna.  Rustow, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La brigata Eberhard (Genova) arrivata per la prima nel golfo degli aranci a bordo del Torino, fu  tosto attaccata dal Gulnara e persuasa a far vela verso Palermo senza attendere l’arrivo di altri navigli o di altre truppe. Senza opporre grande resistenza e contro il preciso tenore delle istruzioni avute, Eberhard si lasciò indurre a partire. Il vederlo fare vela, senza lasciar alcun avviso, rese inquiete le truppe della seconda brigata Tharrena (Parma) che frattanto era arrivata. La Gulnara ed alcuni, che si spacciavano per plenipotenziarii di Garibaldi, calmarono quella inquietudine, approfittando anche della circostanza che erasi fatta sentire una certa carestia di viveri, cui non potevasi riparare così presto in quel povero paese. Ed in questo modo anche Tharrena si lasciò indurre a proseguire il viaggio verso Palermo; . Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: Ma il Rustow dice che la partenza a scaglioni rese più facile al Cavour l’impedire quel concentramento, inviando le navi in Sicilia di mano in mano che arrivavano. Il Cavour aveva posto di stazione a Golfo Aranci la ‘Gulnara’, nave da guerra sarda, la quale obbligava subito a ripartire ogni vapore del Bertani, senza attendere gli altri. La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, etc…”. Dunque, Agrati scriveva che i primi volontari della spedizione Bertani, comandati da Pianciani e Capo di Stato Maggiore Rustow partirono da Genova il 7 agosto e gli ultimi arrivarono il 13 agosto 1860 a Golfo degli Aranci in Sardegna. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Appena giunto a Golfo degli Aranci, Garibaldi…. Ma invano avevano cercato il ‘Torino e l’Amazon, che, a quello che si disse loro, erano partiti per Palermo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; Etc..”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz.con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su ‘ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri ; su ‘ Siciliani , benchè fossero migliaia facea poco conto; etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; etc…”.  Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Guerzoni, a p. 157, riferendosi a Garibaldi scriveva: Lasciato nella notte del 12 il Faro, …..Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; etc…”. Dunque, il Guerzoni racconta che arrivati a Golfo Aranci in Sardegna, alcune Brigate della Spedizione “Terranova”, così denominate dal Bertani, vennero indotte dal Governo Sardo ad imbarcarsi sul vapore Sardo GULNARA, che li dirottò a Palermo, su volere del Cavour. Si trattava delle due Brigate EBERHARD e THARRENA, circa 2000 uomini che dovettero imbarcarsi il 13 agosto 1860 sui vapori Franklin e Torino. Infatti, arrivando a Golfo Aranci, Garibaldi e Bertani non li trovarono.  Secondo il Guerzoni, le due Brigate Eberhard e Tharrena si mossero subito da Genova ed il 13 agosto 1860 arrivarono a Golfo Aranci in Sardegna dove però trovarono la “Gulnara”, che li obbligò a ripartire per Palermo. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo. Pianciani collo stato maggiore non era ancora giunto. Bertani ritorna sul Washington e riferisce; prega il generale di mostrarsi ai volontari, insospettiti della vicinanza del vapore che temono venuto per parte del governo a disperdere anche loro. Garibaldi è furioso per la partenza dei due vapori, ma sale sul Clipper, e alla vista dell’amato volto gli evviva rintuonano e riecheggiano nel golfo. Non un sorriso però illumina la faccia del generale: ogni occasione per eseguire un grosso sbarco sopra Napoli o sul littorale del Pontificio era scomparsa, e il duce si crucciava per il tempo perduto, per il Faro abbandonato, per i pionieri asserragliati. Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: < Si va dove , quando , come Garibaldi ordinerà . E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. La White-Mario, traendo dal taccuino del Bertani scriveva che Garibaldi, arrivato a Golfo Aranci con Bertani trovò solo 4000 uomini invece di 6000. Garibaldi non trovò il vapore Torino e l’Amazzone che si erano partiti per Palermo, indotti dalla nave da guerra Piemontese “Gulnara”, condotti dal colonnello Eberhard.  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse il concentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute , quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo , quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni , finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”.   

Nel 12 agosto 1860, l’arrivo a Palermo della Brigata GENOVA (EBERHARDT, comandata dal colonnello EBERHARD, sul vapore TORINO 

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. La White-Mario, traendo dal taccuino del Bertani scriveva che Garibaldi, arrivato a Golfo Aranci con Bertani trovò solo 4000 uomini invece di 6000. Garibaldi non trovò il vapore Torino e l’Amazzone che si erano partiti per Palermo, indotti dalla nave da guerra Piemontese “Gulnara”, condotti dal colonnello Eberhard.  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute, quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Eberhard al suo arrivo in Palermo ricevette il comando di far vela intorno alla costa orientale e meridionale dell’ isola; e gli venne aggiunto il Franklin con alcune centinaja d’ uomini. Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Infatti, nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Dunque, la Brigata Eberhard, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani, non era più a golfo Aranci, il 14 agosto 1860, quando arrivò Garibaldi perchè essa era stata fatta partire per Palermo. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a. 2° Brigata Tharrena. Etc..”. Sulla Brigata “Eberhrardt” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo..    

Nel 12 agosto 1860, l’arrivo a Palermo della la Brigata PARMA (comandata dal colonnello THARRENA (poi dal colonnello SPINAZZI) sui vapori AMAZZONE e ISIRE

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. Dunque, la White scriveva che il vapore Amazzone era ripartito da Golfo Aranci, sollecitato dalla nave sarda Gulnara con la Brigata PARMA ed il suo comandante Tharrena. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà , e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Dunque, la Brigata Tharrena, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani, non era più a golfo Aranci, il 14 agosto 1860, quando arrivò Garibaldi perchè essa era stata fatta partire per Palermo. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, riferendosi alle ue Brigate Eberard e Tharena, arrivate subito a Palermo, in proposito scriveva: Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate , denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a. 2° Brigata Tharrena. Etc..”. Sulla Brigata “Tharrena” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo.

Nel 13 agosto 1860, i maneggi di CAVOUR e la CIRCOLARE FARINI del GOVERNO SARDO che bloccava i volontari organizzati dal Bertani e dal Nicotera 

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 132-133, in proposito scriveva che: “XXIII. Il governo di Torino, conscio della situazione generale, delle intenzioni e del piano della spedizione Pianciani determina di impedirla ed a tal uopo, proprio alla fine di luglio, il ministro dell’interno Farini si reca a Genova per indurre il comitato centrale a rinunziarvi. Fa conoscere a Bertani ed a Saffi del Comitato centrale che desidera vederli all’Albergo d’Italia dove alloggiava, e quivi, previe proteste di stima ed altri complimenti, espone che per incarico del ministero doveva occuparsi della spedizione Pianciani la quale, per le generali condizioni politiche non poteva effettuarsi direttamente dai porti del regno italiano alle spiaggie pontificie. Che era perfettamente d’accordo sulla necessità di liberare le province ancora soggette al Papa; che però non si poteva precipitare; che il governo stesso loavrebbe fatto colle truppe regolari e soggiungeva: fra pochi giorni daremo fiato alle nostre trombe» . Che perciò era deciso intendimento del governo di impedire che la spedizione Pianciani eseguisse la diversione coll’invadere gli Stati del
papa, e che soltanto avrebbe permesso che fosse partita per la Sicilia, dove Garibaldi ne avrebbe disposto a suo talento. Alle varie osservazioni di Bertani il Farini rispose sempre con fermezza, sino a conchiudere che il governo avrebbe impedita a qualunque costo, anche colla forza, l’attuazione della progettata spedizione. Ma poichè l’autorità in politica non consiste soltanto nell’impiego della forza, il quale può anche produrre dolorose e disastrose conseguenze, si finì per convenire in una transazione, formulata in una convenzione scritta in duplice copia, firmata da Farini e Bertani che stabiliva: I volontari devono partire non da un solo porto, ma da punti diversi; i volontari devono partire in più convogli di uno od al più due vapori, coll’intervallo di uno o due giorni l’uno dall’altro; il governo permette alla spedizione di concentrarsi nel porto di Terranova per ordinarsi, armarsi , equipaggiarsi. È da questo punto di prestabilito concentramento, che tutta la spedizione prese ufficialmente il nome di Spedizione di Terranova , adottato nei posti e nella corrispondenza, coll’intendimento di alludere con quel nome alla Terranova da congiungere a quella già redenta , cioè alle terre soggette al Papa.”
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Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse il concentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute , quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni , finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “…; mentre Garibaldi molto scontento sia di Cavour sia di Bertani, dové ritornare al suo primitivo progetto di avanzare da Messina attraverso la Calabria. Bertani, dal canto suo, si affrettò a condurre il rimanente dei suoi uomini a sud, per unirsi a Garibaldi. Un ultimo tentativo fu compiuto dai radicali del Nord. Appena Cavour ebbe riacquistato un saldo controllo su Genova, Mazzini si spostò su un terreno più compromettente, più vicino al confine dello Stato pontificio. A Genova il suo giornale era stato censurato e confiscato sempre più di frequente via via che i moderati riconquistavano le loro posizioni (1); così, verso la metà di agosto, egli abbandonò il suo nascondiglio e si recò in Toscana, dove c’era una notevole corrente di malcontento contro il regime piemontese (2). Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera. Il governatore della Toscana.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata. spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari , mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a pp. 149-150 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Governo di Torino era sempre più preoccupato delle influenze mazziniane presso Garibaldi e specialmente ora che il Generale di tanto in tanto accennava a voler compiere l’unità d’Italia senza sostare; mentre Mazzini, sempre in Italia, con Bertani lavorava per organizzare la grande spedizione nello Stato Pontificio, da lui ideata e che ormai appareva imminente; se questa avveniva era la rovina. A scongiurare tale pericolo, il 13 agosto Farini diramò a tutti i Governi e agli intendenti generali la seguente circolare: “Sollevati, or son tre mesi, i Siciliani allo acquisto della libertà, ed accorsi in aiuto etc…E perchè il sottoscritto deve compiere l’ordinamento della Guardia nazionale mobile e preparare la formazione dei corpi composti di volontari della Guardia Nazionale che la legge abilita, non vuolsi altrimenti permettere che altri faccia incetta e raccolta di soldati volontari (I).”. Nazari, a p. 150, nella nota (I) postillava che: “(I) Su questo punto specialmente insistendo, venne pubblicata nel ‘Monitore Toscano’ del 20 settembre successivo una circolare di Ricasoli, in data 18 settembre, diretta ai Prefetti della Toscana. Dichiara che si devono impedire gli arruolamenti di volontari, sieno fatti da Comitati speciali o da individui, senza legale mandato.”. Dunque, la Nazari richiama alla Circolare Farini che vietava nuovi arruolamenti di volontari a discapito di Garibaldi e la conseguente attività di Ricasoli contro Nicotera e la Brigata Toscana. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a pp. 282-283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: “Cavour si era preparato per tale eventualità almeno fin dalla metà d’agosto; e il primo indubitabile passo da lui compiuto in tal senso era costituito dalla circolare del 13 agosto, che vietava l’arruolamento di volontari. Etc…(p. 283). In Toscana i volontari di Nicotera, che avevano ricevuto il permesso ed anche l’incoraggiamento per concentravisi prima di tale mutamento di politica (3), furono dispersi, nonostante le violente proteste di Ricasoli. La forzata dispersione dei volontari genovesi già avvenuta in precedenza in quel mese era stata effettuata a causa dell’avversione della Francia a violazioni del territorio pontificio; invece, lo scioglimento dei volontari radunatisi in Toscana era conseguente alla risoluzione di Cavour di invadere lui stesso quel territorio. L’aiuto dei volontari gli sarebbe stato utile; ma c’erano ragioni politiche perché l’esercito regio ed il governo del re dovessero riservare per sé soli quel tanto di prestigio che sarebbe derivato da quest’ardita impresa. Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (3) postillava che: “(3) Ricasoli a Cavour, 23 agosto (B. Ricasoli, Lettere, a cura di Tabarrini, V, p. 213); Ricasoli a Farini, 26 agosto (BR ASF, b, T, f. P).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”. Carlo Agrati sulla faccenda che vide il Governo Piemontese, Cavour e Ricasoli e Nicotera con forti contrasti, ha scritto a pp. 333 e ssg. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 334, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “…, mentre assegnava il quartiere di Castel Pucci ai volontari che s’andavano arruolando; cosicché si poteva ben dire che se Cavour teneva a Salvare le apparenze, il Ricasoli non si preoccupava neanche di quelle;….Ma ecco da Torino il veto Reale…..Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a fare osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. La Dobelli, a p. 155, in proposito aggiungeva: “Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a far osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni di massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”Dobelli, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. milit., II, 179; F. O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che, Garibaldi, dalla Sardegna dove si era recato con Bertani: Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta.”. Sempre la White, sulla scorta del Diario del Bertani, aggiunge che, Bertani, arrivato di nuovo in Sicilia: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Bertani, a Milazzo, intendo a ricongiungersi con Garibaldi, da poco sbarcato in Calabria, con il contingente delle truppe ex Spedizione Pianciani (circa 4000 uomini affidati da Garibaldi, al colonnello Rustow), “….aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo dfacendola anzi scortare da Livorno” e, aveva letto la circolare di Farini (indotta da Cavour) del blocco degli arruolamenti di volontari. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 335-336, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida: “…Il Governo etc…”. Inutile dire gli strilli e le ire dei mazziniani contro queste parole del Farini, che si vollero non a torto dirette anche contro Garibaldi; certo, lo erano contro il Bertani e il Nicotera ed erano un chiaro monito per il Ricasoli, il quale aveva dovuto mutar contegno nei suoi rapporti coi volontari ed opporsi alla progettata invasione da parte loro degli Stati della Chiesa.”. Argomento che tratterò innanzi (31 agosto 1860). Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Quì però ho dei dubbi su ciò che scriveva il Maraldi in quanto, scrivendo che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”, credo vi sia un errore perchè si tratta del settembre e non agosto. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che a Milazzo, in attesa di nuove disposizioni faceva esercitare il suo piccolo esercito e scrive che però non vi erano i volontari della prima Brigata Genova. Poi agiunge che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo.  Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 102, in proposito aggiungeva che: “Passando in tal modo, secondo l’ordine di Garibaldi, la legione alle dipendenze del Generale Turr, la diversione nel Pontificio, per la quale il Bertani aveva operato con tanta pertinacia, con tanto entusiasmo, era ormai messa definitivamente da parte. Il Governo aveva così raggiunto il suo intento: sconvolta prima, e poi fatta fallire completamente la spedizione Pianciani.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne  assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci , aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna ; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 137-138 e ssg., in proposito scriveva che: “La colonna toscana fu ordinata da Dolfi, Achille Sacchi e Nicotera; il quale, uscito da Favignana e avuto l’offerta da Garibaldi del comando di una brigata per passare in Calabria, disse francamente al dittatore che preferiva raggiungere Mazzini e prendere parte alla liberazione dell’Italia centrale. Il generale acconsentì, ma non gli diede incarico formale, perchè non potendo capitanare egli stesso la spedizione ne lasciava a loro la responsabilità. Sembrami che nella mente di Garibaldi fosse il pensiero, che soli capitani possibili per tale spedizione fossero Medici o lui . — Che il duce dovesse capitanare quella spedizione in persona fu la speranza accarezzata da Bertani . Al quale intanto fu da Mazzini presentato Nicotera, chè in quel momento Beppe Dolfi aveva scritto domandando un capo per ordinare le forze rivoluzionarie della Toscana. Questi aveva aiutato Malenchini per la sua spedizione siciliana, ed ora era tutto intento a quella per il Centro. In risposta a certi quesiti di Bertani, Dolfi risponde: con Ricasoli sono sempre in buone relazioni. Non ostante la mia dichiarazione che con La Farina non ci sono mai stato, non ci sono nè ci sarò , egli mi mantiene la sua fiducia, perchè sa che quando gli ho detto – sono con loro lo sono di fatto, e quando non lo sono glielo dico francamente, ed allora non lo sono: nell’ un caso e nell’ altro ho tenuto sempre la parola; la lealtà è con noi. Rapporto a impedire ogni manifestazione politica che non sia il grido e il programma di Garibaldi, siate certo che non succede, e credo che non vi voglia molta fatica: mi darebbe pensiero se dovessi fare il contrario. Nicotera andò a Firenze con lettera di presentazione di Bertani, in data del 16 giugno, ove si legge: Il Nicotera accetta il programma del general Garibaldi, e ne vuole la più energica e pronta esplicazione. Ha fede nell’azione, e massime oggi crede indispensabile alla presente e futura salvezza dell’Italia la propagazione della rivoluzione a tutti i punti del continente italiano tuttora etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 25 luglio fu fatto intendere a Bertani che il governo si opporrebbe a viva forza a qualsiasi tentativo di sbarco negli Stati pontifici. Fu poi gentilmente invitato a Torino. Non se ne diede per inteso, non si mosse.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle nove ant. del 1 ° agosto, Bertani andò all’Albergo. Il colloquio fu sostenuto: Farini conciliante, Bertani rigido.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 152 e ssg., in proposito scriveva che: “In quel colloquio fu combinata una specie di convenzione, della quale non abbiamo la copia e appena qualche nota in mano di Bertani. Il Saffi scrive: etc…”.  Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze , 22 agosto : “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Ma i legami posti da Farini, ed il sospetto che questi avrebbe definitivamente impedita qualsiasi operazione negli Stati pontifici, spinsero Bertani a cercare un appoggio al suo intento, e decise di partire subito egli solo per la Sicilia, per riferire ogni cosa al generale Garibaldi, affinchè Egli, qual giudice supremo, decidesse sull’impiego delle truppe accorse ed arruolate in suo nome, le quali intanto si sarebbero riunite a Terranova. Bertani partendo per la Sicilia in cerca del dittatore, delegò le sue funzioni di capo del Comitato a Mauro Macchi e G. Brambilla. Al comandante lasciò scritto: « Colonnello Piancianciani etc….”.”.    

Nel 13 agosto 1860, a Palermo, DEPRETIS, SIRTORI e le difficoltà logistiche per l’arrivo improvviso dei volontari, raccolti in Sardegna, dirottati dal Governo Sardo a Palermo 

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare e non risponde al Depretis, né subito né per tutto il giorno seguente, il 13, forse nella speranza che Garibaldi si faccia vivo e gli dica in qualche modo come deve comportarsi. Garibaldi, invece, è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità.”. Poi, a p. 344, l’Agrati continuando il suo racconto scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori, Faro – sono giunti i due vapori Torino e Amazon con 2500 uomini. L’Isère restò a Golfo Aranci con l’equipaggio in completa insubordinazione. Fornisco le navi di viveri per 5 giorni e sto trattando il nolo per farle tornare al loro posto. etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328)…..E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 199, in proposito scriveva che: “Col Bertani il Sirtori aveva avuto anche un grave incidente a proposito del vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava. Garibaldi aveva ordinato al Sirtori di requisire detto vapore per il passaggio delle sue truppe in Calabria e il Sirtori trasmise l’ordine al Bertani. Ma questi non tenne in nessun conto la proibizione permettendo che il vapore se ne andasse. Il Sirtori irritato, che al suo ordine il Bertani così apertamente disobbedisse, telegrafò senz’altro al Depretis che lo arrestasse nel caso egli avesse ad approdare a Palermo.”. Agrati, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Ma il Bertani non si fermò a Palermo allora, e fu ventura che si evitasse così un grave e doloroso incidente: il rapido succedersi degli eventi impedì poi che l’ordine venisse mai eseguito. Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz.con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su ‘ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su ‘ Siciliani, benchè fossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria , non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fè pensiero sù novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittare nel Romanesco, statuì ad andare egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello Stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di Spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino, per rispondere a voce a quel Re sull’assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.”.  Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: “L’inopinata partenza di Garibaldi per ignota destinazione, suscitò mille voci , mille sospetti, mille supposizioni. Abba registrò quel giorno la seguente noterella: « Si sente da tutti come qualchecosa sia venuta meno nell’aria, nella natura, in noi». Ma Egli partiva fidente. Dove il suo spirito presiedeva, dove Sirtori disponeva, Bixio eseguiva, i fattori del successo rimanevano tuttora saldi e potenti.”.   

Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure, proprio alla forza ricorre il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovato la Gulnara che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava, così, ragione al Mazzini…etc…Certo si è che che né le navi né i volontari poterono più trovarsi più riuniti. Lo stesso Treveljan s’inganna quando afferma che ciò avvenne pochi giorni dopo a Palermo. Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Il Depretis si affrettava a a telegrafare, credendo ancora Garibaldi al Faro: “Palermo 12, ore 2,20 pom. Al Dittatore, Faro – E’ arrivato il Torino col colonnello Eberhardt e 1500 uomini disarmati, proveniente da Golfo Aranci. Il comandante dice che un vapore da guerra sardo ha ordinato loro di proseguire la rotta etc…”.   

                         SIRTORI ORDINA LA PARTENZA DEI VAPORI FRANKLIN E TORINO PER TAORMINA

Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 157, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: ….Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Il Depretis si affrettava a a telegrafare, credendo ancora Garibaldi al Faro: “Palermo 12, ore 2,20 pom. Al Dittatore, Faro – E’ arrivato il Torino col colonnello Eberhardt e 1500 uomini disarmati, proveniente da Golfo Aranci. Il comandante dice che un vapore da guerra sardo ha ordinato loro di proseguire la rotta etc…”. Insomma, nel porto di Palermo, il 12 agosto 1860, il Depretis si ritrovò in modo inatteso i due vapori del Bertani, il Torino e l’Amazon e le truppe delle due Brigate Tharrena (1500 uomini) e l’Amazon con 2500 uomini disarmati ed affamati. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare e non risponde al Depretis, né subito né per tutto il giorno seguente, il 13, forse nella speranza che Garibaldi si faccia vivo e gli dica in qualche modo come deve comportarsi. Garibaldi, invece, è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sirtori.. Agrati, riferendosi a Garibaldi, da Cagliari, a p. 344 scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a p. 329, in proposito scriveva che: “A Trapani, poi, i due vapori non s’erano potuti fermare: erano già passati al largo innanzi alla città e avevano proseguito così indisturbati sino alla mèta che il Sirtori aveva loro fissata.”. Insomma, accadde che Sirtori, spazientito della mancata risposta di Garibaldi prese di sua iniziativa la saggia decisione di spostare subito le truppe del Bertani. Garibaldi, nelle sue “Memorie” lodò le sagge decisioni di Sirtori che, in sua assenza, prese delle importanti decisioni che si rivelarono utili per lo sbarco in Calabria. L’11 e il 12 erano arrivate a Palermo, dove vi era il Depretis, due Brigate della Spedizione Bertani-Pianciani che, la nave sarda “Gulnara”, a Golfo Aranci aveva intimato la partenza per Palermo. Le due Brigate organizzate dal Bertani erano la Tharrena e la …………., che viaggiarono sui vapori Franklin e Torino. Sebbene tra grandi difficoltà, il generale Sirtori, decise di sua iniziativa di spostarle da Palermo a Taormina, dove poi, il 19 agosto 1860 potettero imbarcarsi le truppe del Bixio con Garibaldi al seguito, che parrarono lo Stretto e per sbarcare in Calabria. Fu il primo sbarco di successo dell’Esercito Meridionale di Garibaldi. Ci aveva provato prima Musolino. Sulla risoluzione adottata dal Sirtori, Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “…..passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria.”. Dunque, il generale Sirtori, nominato da Garibaldi, Capo di Stato Maggiore ad interim, di sua iniziativa decide di far spostare le truppe a Giardini, ai piedi di Taormina, verso l’estrema punta della Sicilia, pronti per passare lo Stretto di Messina e poter sbarcare sul Continente (in Calabria). A questo punto del racconto l’Agrati scrive della lodi che Garibaldi, nelle sue “Memorie” fece a Sirtori per la felice organizzazione delle truppe di Bixio che fece trovare pronte a Garibaldi a Giardini. (si veda pp. 342 etc.. o p. 345). Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina.. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “…..e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.” 

Nel 12 agosto 1860, da Palermo, la partenza di GARIBALDI e BERTANI, in incognito vanno in Sardegna

Arrivato a Torre del Faro di Messina, Agostino Bertani incontra Garibaldi e gli riferisce del piccolo esercito che attendeva a Golfo Aranci. Garibaldi convintosi dell’opportunità di avere con sè quel piccolo esercito organizzato dal Bertani, decise con lui di partire in incognita recandosi in Sardegna. Partiranno al mattino presto, alle 8 da Torre di Faro. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 154, in proposito scriveva che: “Quando infatti vide i Borbonici ben bene sprofondati nell’ illusione, e fu certo ormai che tutti i loro sguardi e tutte le loro forze erano converse all’unico punto del Faro, Garibaldi commette al Sirtori il comando supremo dell’esercito, gli raccomanda di continuare come prima in quelle finte e in quegli apparecchi che avevano tanto giovato fino allora, e la notte del 12 scompare. Dov’ era andato ? Etc…”. Guerzoni, a p. 157 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: “Toccata con mano, dopo quindici giorni di vani sperimenti, la difficoltà del passaggio dello Stretto, misurata l’esiguità delle proprie forze e persuaso che in essa stava il maggior ostacolo all’impresa ; udito dal Bertani che in Sardegna stava aspettando una bella ed agguerrita legione di circa ottomila armati, co’ quali poteva d’un colpo solo addoppiare il suo esercito; convinto anche più che la spedizione romana, utile un tempo, era divenuta intempestiva e che a Roma si poteva marciar più spediti e sicuramente per la via di Napoli , delibera, quasi all’improvviso, di correre egli stesso nel Golfo degli Aranci a prendere quel prezioso soccorso e portarselo seco in Sicilia…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, fors’anche nella speranza, non solo di indurlo a lasciar partire i suoi per il Pontificio, ma di convincerlo a condurveli egli stesso. Egli giungeva nella sera del 10 nella capitale dell’Isola, e ne ripartiva poche ore dopo per arrivare nella notte sul 12 al Faro.”. Dunque, Bertani, proveniente da Genova giunge a Palermo il 10 settembre e il 12 settembre 1860 giunge al Faro nella speranza di poter incontrare Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 323, in proposito scriveva che: “Garibaldi, a dir il vero, non poteva immaginare che cosa fosse successo per giustificare quel viaggio imprevisto del Bertani, né poteva sapere che cosa egli venisse a dirgli e ad offrirgli, etc…Che cos’era avvenuto ? Comunque egli non poteva che attendere il Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 324, in proposito scriveva che: “Nella notte fra l’11 ed il 12, dopo circa 24 ore di navigazione, il Bertani arriva al Faro….Al Faro, il Bertani era sbarcato quasi a mezzanotte etc…”. Agrati prosegue il suo racconto e giunge alla partenza di Bertani e di Garibaldi per la Sardegna, verso Golfo Aranci, dove erano state raccolte le truppe. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “…Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova..”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 326-327, in proposito scriveva che: “Ma, il Bertani dice chiaro che alle 8 del mattino egli era già con lui a bordo del ‘Washington’, e lo conferma una corrispondenza della ‘Gazzetta di Genova’: “Il Bertani giunse al mattino e poco dopo ripartì col Generale”. Essi, quindi, lasciarono il Faro nella ferma convinzione di trovare a Golfo Aranci tutta la gente del Pianciani. La decisione di prtire era stata improvvisa. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 165 e ssg., riferendosi al taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Poi nota: 10 agosto. Arrivo a Palermo. Depretis m’accoglie con affetto, promette che le cambiali verranno tutte pagate. È seccato dagli annessionisti venuti a sciami. Non crede attuabile la spedizione nel Pontificio. Alla sera m’imbarco sull’Elba. Veggo Milazzo, il forte , ricordo Migliavacca. ‘ Si vedono i vapori in crociera. Alle undici si vede il Faro, le coste di Calabria a ridosso. A mezzanotte innanzi al Faro. Cannoneggiamento la notte dalla punta di Capo-Passero, il forte e la fregata incrociano. Minaccie a noi da terra. Sbarco; incontro Castiglia, Caldesi, Stagnetti. Mi corico sulla sabbia bella scena di quella spiaggia sabbiosa. All’alba del 12 veggo Cosenz: andiamo assieme dal generale nel suo quartier generale sull’alto della Torre del Faro. Ora è difficile a dirsi chi fu più sorpreso: Garibaldi a veder comparire Bertani nel suo nido d’aquila, o questi di sentire che il generale fin dal 30 luglio gli aveva scritto di spingere le operazioni nello Stato pontificio a tutta oltranza . Baciato e abbracciato il fido amico, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 167 e ssg., in proposito scriveva che: “Le notizie dunque portate da Bertani arrivarono in buon punto; onde, dati gli ordini a Sirtori e Cosenz di dividere le forze e confondere le idee dei regi con finti passaggi e continui allarmi, disse a Bertani: « Partiamo per il golfo sul Washington e subito . Alle otto e mezzo salparono ; e Bertani a bordo del Washington scrive alla marchesa Ernesta Cambiaso: Ho meco Garibaldi a bordo e con lui navigo al golfo degli Aranci . Ho avuto una felice ispirazione di venire. Alle dodici e mezza della notte sabato-domenica fummo innanzi alla Torre del Faro di Messina.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Garibaldi risolse di servirsi di questo mezzo, ed aumentare la sua azione col diffondere le voci più diverse ed erronee. Come questo mezzo abbia ottenuto un successo sul quale lo stesso Garibaldi appena poteva far conto, lo vedremo quanto prima. Garibaldi non poteva sapere in anticipazione fin dove sarebbe riescito, e per quanto si figurasse ogni circostanza favorevole, doveva sempre desiderare un rinforzo di quella parte delle sue truppe, delle quali poteva immediatamente e con sicurezza disporre. Al principio di agosto un tale rinforzo potè essere a disposizione di Garibaldi. Era quella piccola, armata che alla sua partenza dall ‘ alta Italia assunse il nome di divisione o spedizione di Terranova. La spedizione di Terranova era stata organizzata dall’attività di Mazzini e del dottor Bertani, lasciato a Genova come rappresentante di Garibaldi allo scopo di agire contro gli Stati della Chiesa. Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 259, in proposito scriveva: “Da questo luogo di ritrovo la spedizione fu detta spedizione di Terranova, al che non era estraneo il pensiero nascosto, non essere destinata per la Sicilia ma per altra nuova terra.”. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19….,riferendosi a Garibaldi, a p. 162, in proposito scriveva che: “Per tale scopo, partì segretamente e di nottetempo, senza curarsi del rischio che correva, nel pigliar il mare in luogo tanto vegliato dalle navi borboniche; e quando ci accorgemmo della sua assenza, egli era già nel golfo degli Aranci.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare etc….Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. Etc..”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani. Quest’accolta di milizie avea per pubblici propositi di venirne in Sicilia; ma lo intento segreto dei capi era invece di metterli in terra pontificia: ove schivando di affrontarsi nei francesi, si ripromettevano d’impellere nei popoli della centrale Italia quel moto medesimo, che Garibaldi aveva suscitato vittorioso all’estremo della penisola. Il governo sardo diede ausilii, come alle altre, e più che alle altre spedizioni, anche a questa di Terranova, e per questi fu voce si accontasse in Genova col Bertani il Farini ministro; il quale volle promesso, e invigilava attentamente, che si eseguisse davvero lo sbarco non ad altre spiagge che in Sicilia. Ma a mutare i reconditi, quanto audaci disegni sulla Stato papalino, non essendo punto disposti nè il Bertani, ne molto meno il Pianciani, non parevano essi gran fatto proclivi alle sollecitazioni di Garibaldi che li chiamava in Sicilia; parendo loro di venirne troppo morbidi ai cenni di un’odiata diplomazia, laddove quelle forze riuscirebbero alla Sicilia superflue, alle sorti d’Italia disutili. . Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 209, in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, etc…”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: Il 10 agosto il Bertani sbarcava a Palermo ricevuto con effetto dal Depretis, l’11 sul vapore Elba arrivava a Torre del Faro e in quel momento era la seguente: nello Stretto la flotta borbonica vigilava etc….Garibaldi, udito il racconto particolareggiato del Bertani circa la approntata grossa spedizione, le difficoltà, anzi le opposizioni fatte dal Governo al compimento del programma, “in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti”(1) decise di partire per Terranova. Nessuno sapeva di questa decisione e della partenza, tranne il Sirtori a cui aveva scritto: “Sig. Generale Sirtori, io lascio a voi il comando dell’esercito e della marina, dovendo assentarmi qualche giorno. G. Garibaldi”(2).”. Maraldi, a p. 96, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 135-146”. Maraldi, a p. 96, nella sua nota (2) postillava: “(2) Archivio Bertani, Elenco 2°, plico 1°.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 97, in proposito scriveva che: “Nelle sue Memorie (3) così egli spiega quella sua risoluzione: “Bertani mi annunciò che dovevano riuniirsi agli Aranci circa 5000 uomini dei nostri. Tale determinazione di formare codesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che come Mazzini, Nicotera, ecc.. senza disapprovare la spedizione nostra nel meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato Pontificio, su Napoli, o forse anche repugnavano di sottomettersi alla obbedienza della dittatura. Per non urtare intieramente con le idee strategiche di quei signori mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso quei cinquemila uomini e con essi tentare un colpo di mano su Napoli (4).”. Maraldi, a p. 97, nella nota (3) postillava: “(3) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Maraldi, a p. 97, nella sua nota (3) postillava: “(2) C. Agrati, da Palermo al Volturno, p. 327”. Maraldi, a p. 97, nella nota (3) postillava: “(3) Stese quando il dissenso con Mazzini era divenuto acutissimo.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (4) postillava: “(4) G. Garibaldi, Memorie, Barbera, p. 374.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Garibaldi, dopo le disposizioni date al suo Capo di Stato Maggiore, il giorno 12 alle ore 8,30 s’imbarcava con il Bertani sul Washington per approdare in Sardegna e per raggiungere gli uomini concentrati al Golfo degli Aranci.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz.con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su ‘ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su ‘ Siciliani, benchè fossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria, non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fè pensiero sù novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittare nel Romanesco, statuì ad andare egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello Stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di Spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino, per rispondere a voce a quel Re sull’assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: “Durante la traversata Bertani scrisse la seguente lettera ad un amico da far recapitare da Terranova: << A bordo del Whashington, 12 agosto 1860. << Ho meco Garibaldi a bordo, e con lui navigo al Golfo degli Aranci per piombare di là inaspettato sullo Stato romano e rimettere la quistione italiana sulla vera base ed aprire i varchi alle correnti di gioventù italiana che verrà a fare di Roma la capitale della nostra Italia. « Ho avuto una felice ispirazione di venire. Alle 12 e mezzo della notte sabato-domenica, fummo innanzi alla Torre del Faro di Messina. Si cannoneggiava dall’estrema Calabria: un tentativo fatto poche ore prima da 200 uomini sembra fallito. Scesi di bordo e ascesi alla Torre del Faro, passando in mezzo a varie sentinelle e uomini sdraiati per ogni dove su quella spiaggia sabbiosa, vastissima.”, poi, a p. 143 aggiungeva: “A quella ringhiera ho vissuto mezz’ora di vita hi patriottica italiana; Garibaldi ha aderito al mio progetto. « Parmi di aver sciolto il problema di cui appena osavo immaginare la spiegazione. Egli si decise in un momento a capitanare la spedizione, diede gli ordini al Washington immediatamente, ed alle otto e mezza eravamo già a bordo».”

                                                                               A GOLFO ARANCI IN SARDEGNA

Nel 13 agosto 1860, a GOLFO ARANCI (Sardegna), l’arrivo di Garibaldi e Bertani, che dalla Sicilia, in tutto segreto si erano recati in Sardegna a prendere le truppe della “Spedizione Bertani-Pianciani”, le truppe preparate dal Bertani per invadere lo Stato Pontificio e dirottarle in Sicilia    

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, etc…”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Appena giunto a Golfo degli Aranci, Garibaldi aveva scritto al Nicotera ch’egli andava con le altre Brigate in Sicilia e che le forze di cui esso Nicotera disponeva erano più che sufficienti per l’impresa negli Stati papali. Il che, prova che già era tornato al primitivo progetto. Riprendendo la narrazione dei fatti, Garibaldi e Bertani, sul ‘Washngton’, erano entrati nel Golfo degli Aranci sulla sera del 13 agosto senza aver incontrate navi nemiche, poiché queste erano ormai concentrate tutte nello Stretto, e vi avevano trovato l’Isère, il Calatafimi, il Garibaldi col brigantino Shepeard, e avevano saputo che con questi era anche il ‘Wessel’, il quale, però, al momento si trovava a Terranova per Carbone. Ma invano avevano cercato il ‘Torino e l’Amazon, che, a quello che si disse loro, erano partiti per Palermo. Garibaldi era salito sul ‘Shepeard tra i volontari, che, già in agitazione e tumulto, si erano placati come per incanto alla sua vista e, ascoltate le sue parole, non avevano fatto opposizione alcuna al suo ordine di partire per Palermo. Il Bertani era rimasto, invece, assai male e aveva voluto quell’ordine per iscritto. Garibaldi lo aveva accontentato subito, dopo di che aveva scritto al Nicotera nel senso che ho detto. Mentre quei legni facevano i preparativi per la partenza, egli, imbarcati sul ‘Waschington’ 400 volontari affinché gli altri avessero a stare meno pigiati sui rispettivi vapori, s’era diretto alla Maddalena per provvedersi a sua volta di carbone. Questa, almeno, è la ragione indicata dal Mario, ma, evidentemente, non era la sola, perché, in tal caso, Garibaldi si sarebbe diretto alla più vicina Terranova. Altra, e forse più forte ragione era che con quel più lungo tragitto, Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone. Il Treveljan, narrando di queste poche ore passate dal Dittatore nella pace silenziosa dei suoi campi e delle sue rocce, etc…Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare etc….Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; Etc..”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Questo progetto, maturato in segreto dagli uomini della fazione estremista, era stato comunicato a Garibaldi, secondo quanto ho motivo di credere, solo all’ultimo momento. Garibaldi, con quel raro buon senso pratico che lo distingue, vi si oppose; si recò personalmente in Sardegna, con una sola parola dislocò la spedizione e la fece dirigere verso la Sicilia sotto il comando dei suoi principali capi, escluso il colonnello Pianciani, che, avendo impegnato la sua parola per l’invasione degli Stati pontifici, credette di doversi ritirare quando si vide in contrasto col generale in capo dell’esercito meridionale (1)….Etc…(p. 30). Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 39, riferendosi al colonnello Ludovico Frapolli, in proposito scriveva che: “..ma, alle cinque di mattina fui svegliato da un ufficiale il quale veniva ad avvertirmi che Garibaldi, sbarcato verso mezzanotte a Palermo, sarebbe ripartito per Messina in mattinata ed a noi erano stati riservati dei posti sul suo piroscafo. Infatti, mentre ognuno faceva andare Garibaldi, secondo la sua immaginazione, in uno o in un altro luogo, egli si era recato in Sardegna per sciogliere la spedizione progettata dal colonnello Pianciani; poi, al momento di ritornare in Sicilia, sentendosi così vicino al suo isolotto di Caprera, non aveva resistito e vi aveva condotto gli amici che l’accompagnavano.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 41 rcconta della partenza sua e delle truppe dal Golfo degli Aranci per andare in Sicilia e scriveva: “Un’ora dopo essere stati avvertiti, ci trovammo a bordo dell’Amazon, un vaporetto inglese, il cui comandante, un tipo allegro ed energico, era fuori di sé dalla gioia perché aveva l’onore di trasportare Garibaldi, ‘the lion of the day (1). Quando arrivammo, una parte dello stato maggiore del generale era già riunito sul cassero, e potei vedere alcuni degli uomini la cui illuminata devozione non è tra i meriti meno gloriosi del dittatore: Vecchi, prima di tutti, grande proprietario di miniere di rame, storico, poeta, il quale ama Garibali, etc…Froscianti, uno sfratato; non abbandona mai Garibaldi; nella vita quotidiana, obbedisce ai suoi ordini; etc…”. Durante la Spedizione dei Mille fu costantemente al fianco di Garibaldi, del quale divenne amico e confidente al punto che, dopo la Terza Guerra di Indipendenza, venne chiamato a Caprera per amministrare i beni del Generale. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a pp. 152-156, in proposito scriveva che: “Prima di narrare il passaggio della spedizione Bixio nel continente, vediamo quali altri avvenimenti si maturavano in quei giorni…..Etc…Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia. Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “Garibaldi invece, senza dar libero sfogo allo sdegno del momento, riabbracciò subito il partito contemplato tre giorni avanti, di servirsi degli uomini del Pianciani per forzarsi il passaggio sullo Stretto (3). Intanto giacchè il caso lo aveva spinto a portata della sua diletta Caprera (4), egli elesse di prendervi un riposo di qualche ora, aggirandosi qua e là in mezzo ai cespugli fragranti e ai massi granitici, chiamando per nome le sue mucche favorite e facendole mangiare nel cavo della propria mano, con tutto lo slancio di gioia e d’affetto con cui un collegiale in vacanza per un giorno a metà trimestre, saluta la sua casa (1). Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini.”. Dobelli (Treveljan), a p. 153, nella nota (3) postillava: “(3) Mem., 374; Ciàmpoli, 175.”.   Dobelli (Treveljan), a p. 153, nella nota (4) postillava: “(4) Il bisogno di carbone l’aveva fatto fermare alla Maddalena. Mem., 374.. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Mem., 374; Ciàmpoli, 175.”.   Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (1) postillava: “(1) Guerzoni, II, 159; Du Champ, 19-20; Bertani, II, 169-170; Durand Brager, 164-165.. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “…; mentre Garibaldi molto scontento sia di Cavour sia di Bertani, dové ritornare al suo primitivo progetto di avanzare da Messina attraverso la Calabria. Bertani, dal canto suo, si affrettò a condurre il rimanente dei suoi uomini a sud, per unirsi a Garibaldi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Arrivato il giorno 13 il Pianciani con lo Stato Maggiore a Golfo Aranci, non trovò nessuno con sua grande sorpresa e disappunto; fece allora dirigere il piroscafo a Cagliari sperando di avere colà precise notizie e, mentre stava per entrare in porto, una lancia gli si avvicinò e riconobbe in essa Garibaldi, il quale, dopo essere stato col Washinngton alla Maddalena per fare carbone, aveva fatto sosta nel porto per tornare a Palermo seguito dai vapori delle due brigate. Garibaldi domandò al Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione e saputolo e assicuratosi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone gli disse: “Colonnello, partirete subito per Palermo” e al capitano della nave ordinò ad alta voce “a Palermo, e facciamo di arrivare il più presto possibile” (1). Il Pianciani, disorientato e scoraggiato, ubbidì, ma, appena giunto a Palermo, volle incontrarsi col Dittatore, fermo come era sempre nel voler portare la spedizione nelle terre pontificie. Etc…”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) L. Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 157, 158.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “…e fè pensiero sù novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittare nel Romanesco, statuì ad andare egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello Stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di Spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino, per rispondere a voce a quel Re sull’assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno ; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo. Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti ; dove gli rinfacciò : « Mi prometteste : Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: Occupammo dunque lo Stretto di Messina dal Faro a quella città; frattanto le colonne Bixio ed Eber (1) ci raggiungevano per le vie di Girgenti e Caltanissetta, e si formava una quarta divisione Cosenz. Dimodochè ci trovammo ben presto con una forza imponente per noi assuefatti ad averne ben pоса. Nello Stretto di Messina. Giunti allo Stretto bisognava passarlo. Sicilia reintegrata nella grande famiglia italiana era certo un bellissimo acquisto ! Ma che ? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompleta, monca, la patria nostra ? E le Calabrie e Napoli che ci aspettavano a braccia aperte ? Ed il resto d’ Italia ancora servo dello straniero o del prete ? Bisognava dunque passare lo Stretto, a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici, e di chi per loro ! Un giorno si potè per mezzo d’ un Calabrese, parteggiante nostro, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d’ Alta Fiumara, molto importante punto della costa orientale dello Stretto. Incaricai i colonnelli Missori e Musolino di passare con dugento uomini nella notte, e procurare d’ impadronirsi del forte suddetto. Ma sia per difetto d’accordi, per paura della guida, o per altri motivi, l’impresa fallì ! La gente sbarcata s’incontrò con una pattuglia nemica, che fu sconfitta, ma che dette l’allarme, sicchè i nostri furono obbligati di prendere la montagna. Il preludio dell’ impresa non era favorevole, e convenne abbandonare il progetto di passare lo Stretto a Faro, cercando di eseguire il passaggio in altra parte. In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata , Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina , venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone.”Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: Lasciato nella notte del 12 il Faro, delude prodigiosamente la crociera borbonica e dà fondo, sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo. Pianciani collo stato maggiore non era ancora giunto. Bertani ritorna sul Washington e riferisce; prega il generale di mostrarsi ai volontari, insospettiti della vicinanza del vapore che temono venuto per parte del governo a disperdere anche loro. Garibaldi è furioso per la partenza dei due vapori, ma sale sul Clipper, e alla vista dell’amato volto gli evviva rintuonano e riecheggiano nel golfo. Non un sorriso però illumina la faccia del generale: ogni occasione per eseguire un grosso sbarco sopra Napoli o sul littorale del Pontificio era scomparsa, e il duce si crucciava per il tempo perduto, per il Faro abbandonato, per i pionieri asserragliati. Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: < Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 148-149-150, in proposito scriveva che: “Le altre due brigate Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati, giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafimi e col clipper Sheaperd. Il comandante della Gulnara disponevasi a persuaderle a proseguire anch’esse per Palermo, quando il Whasington giungeva esso pure a Terranova. Nella relazione ai rappresentanti dei Comitati di provvedimenti, Bertani ha scritto : « Ricorderò il vivissimo dolore del generale Garibaldi ed il mio, quando giunti dal Faro di Messina al Golfo degli Aranci la sera del 13 agosto ultimo giorno per il fissato convegno non vi trovammo tutta la gente ivi diretta da Genova, e che io aveva promesso al generale. Fu allora necessità fatale il desistere dall’ardita impresa che il generale voleva compiere. Scrisse Garibaldi nelle sue memorie. « Giunti in quel porto trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente : Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”

Nel 13 agosto 1860, a Golfo Aranci, l’arrivo di GARIBALDI e BERTANI, ed i volontari garibaldini ivi raccolti: le Brigate della Spedizione TERRANOVA, con una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI ed una parte della Brigata MILANO o GANDINI (forse vi erano già il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia e l’ex brigata BOLOGNA, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI)   

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “….al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Dunque, Rustow racconta che a Golfo Aranci, Garibaldi trovò solo una parte della Spedizione “Terranova” (così battezzata dal Bertani che ‘avva organizzata). Garibaldi vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159, riferendosi a Garibaldi in Sardegna, a Golfo Aranci, quando ……..scriveva: Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, etc…” e, prima di partire per Palermo, “…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Guerzoni scriveva che Garibadi, dopo aver fatto una escursione a Caprera comanda i volontari di seguirlo a Cagliari e di là andare a Palermo. Secondo il Guerzoni, Garibaldi arriverà con queste truppe il 17 agosto 1860. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: Mentre quei legni facevano i preparativi per la partenza, egli, imbarcati sul ‘Waschington’ 400 volontari affinché gli altri avessero a stare meno pigiati sui rispettivi vapori, s’era diretto alla Maddalena per provvedersi a sua volta di carbone. Questa, almeno, è la ragione indicata dal Mario, ma, evidentemente, non era la sola, perché, in tal caso, Garibaldi si sarebbe diretto alla più vicina Terranova. Altra, e forse più forte ragione era che con quel più lungo tragitto, Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone. Il Treveljan, narrando di queste poche ore passate dal Dittatore nella pace silenziosa dei suoi campi e delle sue rocce, etc…Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Proseguendo la narrazione, l’Agrati, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washngton’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripertito per Palermo. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Garibaldi già era partito per Trapani dopo essere giunto a Palermo e Bertani non lo trova. Bertani arrva dalla Sadegna ma non trova Garibaldi a Palermo. Agrati, a p. 332, riferendosi al Pianciani e a Rustow, in proposito scriveva: “Il 16 sera giunge a Palermo, e mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, l’Agrati scrive che Garibaldi e quindi pure il Bertani erano già arrivati a Palermo, prima che arrivasse la nave con il Pianciani. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi ; il Weasel era andato a Terranova per carbone . In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo. Pianciani collo stato maggiore non era ancora giunto. Bertani ritorna sul Washington e riferisce; prega il generale di mostrarsi ai volontari, insospettiti della vicinanza del vapore che temono venuto per parte del governo a disperdere anche loro. Garibaldi è furioso per la partenza dei due vapori, ma sale sul Clipper, e alla vista dell’amato volto gli evviva rintuonano e riecheggiano nel golfo. Non un sorriso però illumina la faccia del generale: ogni occasione per eseguire un grosso sbarco sopra Napoli o sul littorale del Pontificio era scomparsa, e il duce si crucciava per il tempo perduto, per il Faro abbandonato, per i pionieri asserragliati. Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: < Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari.  Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno ; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, etc…”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo.. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava e comandava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera si evince che il vapore “Garibaldi” rimorchiava “un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna.”. Dunque, dalla lettera del Bertoni si evinche che il 14 agosto 1860, a Cagliari, la Brigata Puppi (la 4° della spedizione Pianciani), veniva rimorchiata, su un grosso Clipper americano chiamato “Shepherd” dal vapore Garbaldi. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: Riprendendo la narrazione dei fatti, Garibaldi e Bertani, sul Washington, erano entrati nel Golfo Aranci sulla sera del 13 agosto senza aver incontrate navi nemiche, poiché queste ormai erano concentrate tutte nello Stretto, e vi avevano trovato l’Isère, il Calatafimi, il Garibaldi col brigantino Shepeard, e avevano saputo che con questi vi era anche il Wessel, il quale, però al momento si trovava a Terranova per carbone….Garibaldi era salito sul Shepeard tra i volontari, che, già in agitazione e tumulto, si erano placati come per incanto alla sua vista e, ascoltate le sue parole, non avevano fatto opposizione alcuna al suo ordine di partire per Palermo. Il Bertani era rimasto, invece assai male e aveva voluto quell’ordine per iscritto. Garibaldi lo aveva accontentato subito, ….”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Agrati scriveva che Garibaldi e Bertani, arrivati a Golfo Aranci, il 13 agosto di sera “avevano trovato l’Isère, il Calatafimi, il Garibaldi col brigantino Shepeard, e avevano saputo che con questi vi era anche il Wessel, il quale, però al momento si trovava a Terranova per carbone”. Agrati scriveva che Garibaldi era salito sul “Shepeard”, tra i volontari e dare l’ordine di seguirli a Palermo. Abbiamo visto che sul “grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd'”, vi erano i volontari della 4° Brigata PUPPI. Agrati continuando e riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “Mentre quei legni facevano i preparativi per la partenza, egli, imbarcati sul ‘Washington 400 volontari affinché gli altri avessero a stare meno pigiati sui rispettivi vapori, s’era diretto alla Maddalena per provvedersi a sua volta di carbone….Poi, calata la sera, il Washington riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari over trova, insieme con gli altri vapori che vi stanno a provvedersi di combustibile, anche il ‘Bysantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo stato maggiore.”. Agrati scriveva che Bertani imbarcò sul Washington 400 volontari per meglio distribuirli visto che erano parecchi e gli altri vapori non bastavano. Arrivato il Washington con Garibaldi a Cagliari, dove fa sosta e, Garibaldi trova tutti gli altri vapori, con i volontari. 

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 148-149-150, in proposito scriveva che: “Le altre due brigate Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati, giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafimi e col clipper Sheaperd. Il comandante della Gulnara disponevasi a persuaderle a proseguire anch’esse per Palermo, quando il Whasington giungeva esso pure a Terranova. Nella relazione ai rappresentanti dei Comitati di provvedimenti, Bertani ha scritto : « Ricorderò il vivissimo dolore del generale Garibaldi ed il mio, quando giunti dal Faro di Messina al Golfo degli Aranci la sera del 13 agosto ultimo giorno per il fissato convegno non vi trovammo tutta la gente ivi diretta da Genova, e che io aveva promesso al generale. Fu allora necessità fatale il desistere dall’ardita impresa che il generale voleva compiere. Scrisse Garibaldi nelle sue memorie. « Giunti
in quel porto trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente : Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”

Nel 14 agosto 1860, a Golfo Aranci, da Genova, l’arrivo del vapore BYZANTIN con lo Stato Maggiore della Spedizione TERRANOVA: il colonnello PIANCIANI, il colonnello RUSTOW, con una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI ed una parte della Brigata MILANO o GANDINI, il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia e l’ex brigata BOLOGNA, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI   (da rivedere) 

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: Il 15, al molo vecchio di Genova sul vapore francese il Byzantin, furono imbarcate le ultime truppe delle quali potevasi disporre, e con esse lo stato maggiore. Il tempo alquanto torbido, quando il Byzantin levò l’áncora, ossia verso mezzogiorno, si rischiarò per lasciar luogo al più splendido cielo che mai possa esser veduto in Italia. Il 14 alle quattro dopo mezzodì, volsimo verso la baja degli Aranci onde scoprire se ivi si trovasse qualcuno dei nostri legni, ma non se ne rinvenne. Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; e si decise allora che il Byzantin dovesse dirigersi a Cagliari, dove giunsimo nelle ore pomeridiane del 15. Qui incontrammo infatti la maggior parte dei legni che facevano parte della spedizione di Terranova. Non si tosto ebbimo gettato l’ancora e spedito in ricognizione per essere informati dei motivi che avevano prodotto la divergenza dalle prestabilite disposizioni , quando apparve una lancia che ci recò a bordo la persona stessa di Garibaldi . Il giubilo con cui l’incomparabile Generale fu accolto dai nostri soldati è cosa indescrivibile.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Rustow, continuando il suo racconto scriveva che: Il Bizantino, che aveva a bordo una parte della brigata Gandini e Puppi e tutto lo Stato maggiore, sebbene tutte le truppe fossero imbarcate fino dalle otto della mattina, era però rimasto a Genova fino al pomeriggio del 13 in seguito alle meschine mano. E così il Bizantino non arrivò che verso la sera del 14 nel golfo degli aranci e quindi nel seno di Terranova. Ma Garibaldi non avendovi trovato nella mattina del 14 che una gran parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi ( Bologna ), le aveva condotte subito con sè a Cagliari. Anche il Bizantino si diresse tosto a quella volta, non avendo Pianciani trovato nel seno di Terranova gli altri navigli e non avendo ottenuto precise notizie sullo stato delle cose. Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo , dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Dunque, a Golfo Aranci Garibaldi trovò una parte delle due Brigate Milano e Puppi ed un’altra parte venne a Golfo Aranci, partendo da Genova, il 13 agosto 1860, con il colonnello Pianciani e lo stato maggiore dell’ex spedizione Bertani-Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Dunque, De Sivo scriveva che Pianciani, ultimo ad arrivare nella Baia di Terranova in Sardegna, si era partito da Genova, dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo;”. De Sivo scrive che Pianciani, non avendo trovato nessuno alla Baia di Terranova (a Golfo Aranci), in Sardegna, dove era arrivato a tarda sera del 14 agosto 1860, con il vapore “Byzantino”, si reca a Cagliari dove incontrò Garibaldi che gli parlò e lo comandò di andare a Palermo con le due Brigate che portava, la MILANO e la BOLOGNA (PUPPI). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Maraldi, parlando della Brigata Emilia, comandata dal Puppi, era composta da 4 battaglioni, uno dei quali era comandato dal marchigiano CATTABENI. Maraldi scriveva che la Brigata Emilia, poi PUPPI, fu inviata a Golfo Aranci per far parte della Spedizione Pianciani-Bertani. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, in cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: III. ….sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Etc…”. Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159, riferendosi a Garibaldi in Sardegna, a Golfo Aranci, quando ……..scriveva: Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, etc…” e, prima di partire per Palermo, “…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Guerzoni scriveva che Garibadi, dopo aver fatto una escursione a Caprera comanda i volontari di seguirlo a Cagliari e di là andare a Palermo. Secondo il Guerzoni, Garibaldi arriverà con queste truppe il 17 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “….Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone…..Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.. Dunque, Agrati scriveva che al ritorno da Caprera, Garibaldi va con il vapore Washington a Cagliari, dove ritrova il Bertani con gli altri vapori e gli altri volontari intenti a far rifornimento di combustibile. A Cagliari, il 15 agosto 1860, arriva anche il vapore “Byzantin”, che partitosi da Genova, portava con se il colonnello Pianciani ed il suo Stato Maggiore (dell’x spedizione per gli Stati Papali), dunque anche il Rustow ed una parte della brigata Bologna (la 4° Brigata), detta poi Puppi. Il vapore Byzantin era arrivato a Golfo Aranci ma non aveva trovato nessuno.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 332, in proposito scriveva che: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi , Pianciani , che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo.”Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 188 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel Golfo degli Aranci non trovai un legno neppure di quelli che dovevano esservi; sperai in un male inteso per il nome appunto che la nostra spedizione portava, e che i nostri bastimenti, tratti pure dalla maggior comodità degli approvigionamenti, fossero nel Golfo di Terranova. Quei due Golfi può realmente dirsi formarne uno solo, fra loro è Ponticello promontorio che poco sporge nel mare , ed è quella parte del Golfo che prende più precisamente il nome di Terranuova la più meridionale, si addentra nelle terre in sino alla città, è al coperto di tutti i venti formando un porto naturale dei più sicuri. Ciò pure mi faceva sperare che ivi fossero i nostri legni, e tanto più che dei colpi di vento avevano avuto luogo nei giorni precedenti. Colà pertanto mi condussi col Bisantino; ma inutilmente, là neppure trovai quelli che avrebbero dovuto aspettarmi; seppi da alcune barche pescareccie ancorate nel Golfo, che si erano veduti vapori ad entrarvi ma che poi n’erano partiti. Andai io stesso alla città per tentare di raccogliere maggiori notizie, ivi trovai due ufficiali e qualche soldato dei nostri che mi dissero essere stati autorizzati di scendere a terra, ma che quando avevano voluto tornare a bordo, non trovarono più i bastimenti; essi furono imbarcati sul Bisantino. In Terranova erano ancora buoi ed altre provvisioni destinate alla truppa, altre se ne aspettavano dall’ interno dell’ Isola; spedii colà perchè non venissero, e di quelle che v’erano prési meco quanto poteva, ordinando si vendesse il rimanente e mandasse il prodotto al comitato di Genova; ringraziai quei buoni abitanti dell’ interesse grandissimo del quale avevano dato pruova perchè la spedizione di nulla mancasse, e tornai a bordo ordinando che si partisse subito per Cagliari.”. Dunque, Pianciani, racconta che arrivato a Golfo Aranci, in Sardegna, nella Baia di Terranova, con il suo vapore “Bizantino”, si recò personalmente nella piccola cittadina “Andai io stesso alla città per tentare di raccogliere maggiori notizie, ivi trovai due ufficiali e qualche soldato dei nostri che mi dissero essere stati autorizzati di scendere a terra, ma che quando avevano voluto tornare a bordo, non trovarono più i bastimenti; essi furono imbarcati sul Bisantino.”. Pianciani racconta che fece salire sul suo vapore due ufficiali e qualche soldato della Spedizione a cui avevano vietato di imbarcarsi in quanto i loro bastimenti erano già ripartiti. Presumo fossero i bastimenti Torino e Amazzone che avevano portato a Palermo le due Brigate Eberhard e Tharrena. Tuttavia, Pianciani partitosi da Genova con Rustow portava una parte della Brigata MILANO ed una parte della Brigata PUPPI.  Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, in proposito scriveva che: “Intanto il comandante Pianciani col suo stato maggiore partito nel pomeriggio del 13 da Genova sul Bisantino, a sua volta giungeva nel pomeriggio del 14 a Terranova pieno di speranze, confortato da lungo studio, da meditate combinazioni. Ma quale fu la sua delusione, il suo rammarico, non scorgendo nell’ampia distesa del golfo, nè in alcuna parte recondita di esso la menoma traccia delle sue truppe ! Soltanto una battaglia perduta può stendere tanta tristezza sull’animo di un comandante. Finalmente alcune barche peschereccie riferirono che erano bensì giunti alcuni vapori, ma che ne erano ripartiti ; afflitto dalla dura realtà, ma desideroso di penetrarne i particolari, Pianciani scese a Terranova, e vi trovò due suoi ufficiali ed alcuni soldati che dissero essere stati autorizzati a scendere, ma che quando avevano voluto risalire a bordo , non trovarono più i vapori. Pianciani li portò seco sul Bisantino, ordinando di navigare a tutto vapore per Cagliari, ove forse avrebbe trovato notizie, od almeno per mezzo del telegrafo avrebbe potuto comunicare con Genova e colla Sicilia. Avvicinandosi al porto di Cagliari il capitano del Bisantino avvertì che eranvi dei bastimenti che riteneva quelli di cui si andava in cerca. Pianciani sentì rinascere la sua speranza; ma avanzando ed osservando meglio riconobbe che mancavano il Torino, l’Amazone e l’Isera portanti le due prime brigate. Prima ancora che il Bisantino entrasse in porto, da un piroscafo in rada si staccò una lancia che venivagli incontro e che facevagli segnali perchè si fermasse. Poco dopo parve di riconoscere nella lancia il generale Garibaldi , e subito la visione divenne certezza con commozione di quanti erano a bordo, con maraviglia grande, perchè mentre da tutti si credeva che Egli fosse affaccendato in Sicilia, appariva in Sardegna. I volontari esaltati scoppiarono in calorosi evviva. Mentre Pianciani disponeva che si abbassasse la scala, il Dittatore, senza aspettare, si aggrappò alle parasartie e, con ammirabile agilità si arrampicò sul parapetto della nave, ove volle rimanere, scusandosi di non voler disturbare nessuno; poi (è Pianciani stesso che scrive tutto questo) domandato a Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione, disse : « Sta bene ; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini; e comincia ad essere qualche cosa » . Assicuratosi poi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone , « ebbene colonnello partirete subito per Palermo » ; e stringendogli amichevolmente la mano: << State di buon animo colonnello; tutto va bene ; ci parleremo a Palermo dove io vi seguirò. » Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo, tutto va bene » .  

                                                                                                       A CAGLIARI

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, l’arrivo del vapore BYZANTIN con lo Stato Maggiore della Spedizione TERRANOVA: il colonnello PIANCIANI, il colonnello RUSTOW, con una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI ed una parte della Brigata MILANO o GANDINI, il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia e l’ex brigata BOLOGNA, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI   

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore. Costui, giusta l’ordine avuto, era partito ultimo da Genova persuaso di trovare tuttti gli altri che l’avevano preceduto, fermi per attenderlo a Golfo degli Aranci, dove invece non aveva trovato nessuno. Solo quel giorno – 13 luglio – a lui sarebbe stata rimessa la lettera diretta da Garibaldi al Bertani sin dal 30 giugno etc…In seguito all’ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto, nel pomeriggio del 15, allorché era apparso il ‘Waschington’ col Dittatore reduce da Caprera.. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: Il 15, al molo vecchio di Genova sul vapore francese il Byzantin, furono imbarcate le ultime truppe delle quali potevasi disporre, e con esse lo stato maggiore. Il tempo alquanto torbido, quando il Byzantin levò l’áncora, ossia verso mezzogiorno, si rischiarò per lasciar luogo al più splendido cielo che mai possa esser veduto in Italia. Il 14 alle quattro dopo mezzodì , volsimo verso la baja degli Aranci onde scoprire se ivi si trovasse qualcuno dei nostri legni, ma non se ne rinvenne. Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; e si decise allora che il Byzantin dovesse dirigersi a Cagliari, dove giunsimo nelle ore pomeridiane del 15. Qui incontrammo infatti la maggior parte dei legni che facevano parte della spedizione di Terranova. Non si tosto ebbimo gettato l’ancora e spedito in ricognizione per essere informati dei motivi che avevano prodotto la divergenza dalle prestabilite disposizioni , quando apparve una lancia che ci recò a bordo la persona stessa di Garibaldi . Il giubilo con cui l’incomparabile Generale fu accolto dai nostri soldati è cosa indescrivibile.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: …..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Rustow, continuando il suo racconto scriveva che: Il Bizantino, che aveva a bordo una parte della brigata Gandini e Puppi e tutto lo Stato maggiore, sebbene tutte le truppe fossero imbarcate fino dalle otto della mattina, era però rimasto a Genova fino al pomeriggio del 13 in seguito alle meschine mano. E così il Bizantino non arrivò che verso la sera del 14 nel golfo degli aranci e quindi nel seno di Terranova. Ma Garibaldi non avendovi trovato nella mattina del 14 che una gran parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi ( Bologna ), le aveva condotte subito con sè a Cagliari. Anche il Bizantino si diresse tosto a quella volta, non avendo Pianciani trovato nel seno di Terranova gli altri navigli e non avendo ottenuto precise notizie sullo stato delle cose. Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo , dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Dunque, a Golfo Aranci Garibaldi trovò una parte delle due Brigate Milano e Puppi ed un’altra parte venne a Golfo Aranci, partendo da Genova, il 13 agosto 1860, con il colonnello Pianciani e lo stato maggiore dell’ex spedizione Bertani-Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Dunque, De Sivo scriveva che Pianciani, ultimo ad arrivare nella Baia di Terranova in Sardegna, si era partito da Genova, dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo;”. De Sivo scrive che Pianciani, non avendo trovato nessuno alla Baia di Terranova (a Golfo Aranci), in Sardegna, dove era arrivato a tarda sera del 14 agosto 1860, con il vapore “Byzantino”, si reca a Cagliari dove incontrò Garibaldi che gli parlò e lo comandò di andare a Palermo con le due Brigate che portava, la MILANO e la BOLOGNA (PUPPI). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Maraldi, parlando della Brigata Emilia, comandata dal Puppi, era composta da 4 battaglioni, uno dei quali era comandato dal marchigiano CATTABENI. Maraldi scriveva che la Brigata Emilia, poi PUPPI, fu inviata a Golfo Aranci per far parte della Spedizione Pianciani-Bertani. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, in cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: III. ….sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Etc…”. Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159, riferendosi a Garibaldi in Sardegna, a Golfo Aranci, quando ……..scriveva: Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, etc…” e, prima di partire per Palermo, “…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Guerzoni scriveva che Garibadi, dopo aver fatto una escursione a Caprera comanda i volontari di seguirlo a Cagliari e di là andare a Palermo. Secondo il Guerzoni, Garibaldi arriverà con queste truppe il 17 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “….Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone…..Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.. Dunque, Agrati scriveva che al ritorno da Caprera, Garibaldi va con il vapore Washington a Cagliari, dove ritrova il Bertani con gli altri vapori e gli altri volontari intenti a far rifornimento di combustibile. A Cagliari, il 15 agosto 1860, arriva anche il vapore “Byzantin”, che partitosi da Genova, portava con se il colonnello Pianciani ed il suo Stato Maggiore (dell’x spedizione per gli Stati Papali), dunque anche il Rustow ed una parte della brigata Bologna (la 4° Brigata), detta poi Puppi. Il vapore Byzantin era arrivato a Golfo Aranci ma non aveva trovato nessuno.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 332, in proposito scriveva che: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi , Pianciani , che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 188 e ssg., in proposito scriveva che: “….ringraziai quei buoni abitanti dell’ interesse grandissimo del quale avevano dato pruova perchè la spedizione di nulla mancasse , e tornai a bordo ordinando che si partisse subito per Cagliari. Se ivi non avessi trovato i bastimenti avrei potuto almeno e più facilmente che altrove averne notizia. Avrei potuto a mezzo del Telegrafo comunicare con Genova, pormi direttamente in corrispondenza colla Sicilia, ricevere istruzioni: sollecitai per questo il Capitano del bastimento onde arrivasse a Cagliari tanto prima quanto più avesse potuto. Profitto della circostanza per rendere testimonianza di riconoscenza al Capitano del Bisantino, del quale sono dolente di non ricordare il nome; egli non solo in quella circostanza, ma sempre durante tutto il viaggio, mi diede prove di sua premura nel secondarmi dell’ opera sua e dei suoi, in tutto ciò che io volessi. Egli aveva un contratto è vero, ma sono ben lontano dal volere attribuire a ciò principalmente lo zelo che mostrava per noi; era perchè amava l’Italia nostra e quella causa che noi difendevamo; rispetto, ammirazione grandissima nudriva per Garibaldi, e noi sapeva volerlo coadjuvare nel miglior modo che per noi si potesse a poter mantenere quanto agli Italiani aveva promesso; ed infine, mi sia permesso pensare, perchè per me aveva pure concepito una qualche affezione: in dieciotto ore noi giungemmo a Cagliari. Avvicinandoci a quel porto fu il Capitano che il primo mi disse vedervi dei bastimenti, che credeva poter essere quelli della nostra spedizione, e quanto di quella notizia io fossi contento è facile imaginare; se nou che meglio in seguito osservando io stesso potei riconoscere che tutti non v’erano; mancava il Torino, l’Ammazzone e l’Isère. Mentre ci preparavamo ad entrare nel porto, da un piroscafo che era nella rada vedemmo staccarsi una lancia dalla quale si facevano segnali perchè ci fermassimo; dissi che si aspettasse. Etc…”. Dunque, Pianciani, racconta che arrivato a Golfo Aranci, in Sardegna, nella Baia di Terranova, con il suo vapore “Bizantino”, si recò personalmente nella piccola cittadina “Andai io stesso alla città per tentare di raccogliere maggiori notizie, ivi trovai due ufficiali e qualche soldato dei nostri che mi dissero essere stati autorizzati di scendere a terra, ma che quando avevano voluto tornare a bordo, non trovarono più i bastimenti; essi furono imbarcati sul Bisantino.”. Pianciani racconta che fece salire sul suo vapore due ufficiali e qualche soldato della Spedizione a cui avevano vietato di imbarcarsi in quanto i loro bastimenti erano già ripartiti. Presumo fossero i bastimenti Torino e Amazzone che avevano portato a Palermo le due Brigate Eberhard e Tharrena. Tuttavia, Pianciani partitosi da Genova con Rustow portava una parte della Brigata MILANO ed una parte della Brigata PUPPI. Dei soldati volontari garibaldini che Pianciani portava sul vapore Byzanti, da Genova ne parla quando racconta dell’incontro con Garibaldi a Cagliari. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., in proposito scriveva che: Garibaldi mi dimandava per prima cosa, quanti uomini avessi con me, e alla mia risposta replicava sta bene; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini, comincia ad essere qualche cosa, e subito dopo quant’ acqua e quanto carbone vi rimane ? per rispondere a questo chiamai il capitano, e quando ne fu informato Ebbene Colonnello, soggiunse, partirete subito per Palermo. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 150, in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente: Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, in proposito scriveva che: “Intanto il comandante Pianciani col suo stato maggiore partito nel pomeriggio del 13 da Genova sul Bisantino, a sua volta giungeva nel pomeriggio del 14 a Terranova pieno di speranze, confortato da lungo studio, da meditate combinazioni. Ma quale fu la sua delusione, il suo rammarico, non scorgendo nell’ampia distesa del golfo, nè in alcuna parte recondita di esso la menoma traccia delle sue truppe ! Soltanto una battaglia perduta può stendere tanta tristezza sull’animo di un comandante. Finalmente alcune barche peschereccie riferirono che erano bensì giunti alcuni vapori, ma che ne erano ripartiti ; afflitto dalla dura realtà, ma desideroso di penetrarne i particolari, Pianciani scese a Terranova, e vi trovò due suoi ufficiali ed alcuni soldati che dissero essere stati autorizzati a scendere, ma che quando avevano voluto risalire a bordo , non trovarono più i vapori. Pianciani li portò seco sul Bisantino, ordinando di navigare a tutto vapore per Cagliari, ove forse avrebbe trovato notizie, od almeno per mezzo del telegrafo avrebbe potuto comunicare con Genova e colla Sicilia. Avvicinandosi al porto di Cagliari il capitano del Bisantino avvertì che eranvi dei bastimenti che riteneva quelli di cui si andava in cerca. Pianciani sentì rinascere la sua speranza; ma avanzando ed osservando meglio riconobbe che mancavano il Torino, l’Amazone e l’Isera portanti le due prime brigate. Prima ancora che il Bisantino entrasse in porto, da un piroscafo in rada si staccò una lancia che venivagli incontro e che facevagli segnali perchè si fermasse. Poco dopo parve di riconoscere nella lancia il generale Garibaldi , e subito la visione divenne certezza con commozione di quanti erano a bordo, con maraviglia grande, perchè mentre da tutti si credeva che Egli fosse affaccendato in Sicilia, appariva in Sardegna. I volontari esaltati scoppiarono in calorosi evviva. Mentre Pianciani disponeva che si abbassasse la scala, il Dittatore, senza aspettare, si aggrappò alle parasartie e, con ammirabile agilità si arrampicò sul parapetto della nave, ove volle rimanere, scusandosi di non voler disturbare nessuno; poi (è Pianciani stesso che scrive tutto questo) domandato a Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione, disse: « Sta bene ; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini; e comincia ad essere qualche cosa ». Assicuratosi poi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone , « ebbene colonnello partirete subito per Palermo »; e stringendogli amichevolmente la mano: << State di buon animo colonnello; tutto va bene ; ci parleremo a Palermo dove io vi seguirò. » Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene »

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, l’incontro tra GARIBALDI ed il colonnello PIANCIANI, che era con RUSTOW ed una parte delle due Brigate MILANO e della Brigata PUPPI 

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; e si decise allora che il Byzantin dovesse dirigersi a Cagliari, dove giunsimo nelle ore pomeridiane del 15. Qui incontrammo infatti la maggior parte dei legni che facevano parte della spedizione di Terranova. Non si tosto ebbimo gettato l’ancora e spedito in ricognizione per essere informati dei motivi che avevano prodotto la divergenza dalle prestabilite disposizioni , quando apparve una lancia che ci recò a bordo la persona stessa di Garibaldi . Il giubilo con cui l’incomparabile Generale fu accolto dai nostri soldati è cosa indescrivibile. Garibaldi ingiunse a Pianciani di partire immediatamente per Palermo, ed ai bastimenti che al momento si trovavano sprovveduti di carbone, di seguire al più presto la medesima direzione.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore. Costui, giusta l’ordine avuto, era partito ultimo da Genova persuaso di trovare tuttti gli altri che l’avevano preceduto, fermi per attenderlo a Golfo degli Aranci, dove invece non aveva trovato nessuno. Solo quel giorno – 13 luglio – a lui sarebbe stata rimessa la lettera diretta da Garibaldi al Bertani sin dal 30 giugno etc…. Dunque, Agrati scriveva che, dopo la breve sosta a Caprera, il vapore Washington e Garibaldi, il 15 agosto 1860, arrivano a Cagliari dove, nel pomeriggio era arrivato anche la nave “Byzantin” che portava tutto lo Stato Maggiore della Spedizione “Terranova” (così battezzata dal Bertani). Agrati scriveva pure che: “In seguito all’ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto, nel pomeriggio del 15, allorché era apparso il ‘Waschington’ col Dittatore reduce da Caprera.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Dunque, Agrati scriveva che al ritorno da Caprera, Garibaldi va con il vapore Washington a Cagliari, dove ritrova il Bertani con gli altri vapori e gli altri volontari intenti a far rifornimento di combustibile. A Cagliari, il 15 agosto 1860, arriva anche il vapore “Byzantin”, che partitosi da Genova, portava con se il colonnello Pianciani ed il suo Stato Maggiore (dell’x spedizione per gli Stati Papali), dunque anche il Rustow ed una parte della brigata Bologna (la 4° Brigata), detta poi Puppi. Il vapore Byzantin era arrivato a Golfo Aranci ma non aveva trovato nessuno.  Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Proseguendo la narrazione, l’Agrati, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Anche il Bizantino si diresse tosto a quella volta, non avendo Pianciani trovato nel seno di Terranova gli altri navigli e non avendo ottenuto precise notizie sullo stato delle cose. Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “….però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Griunservi la sera del 17; etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; etc…”Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., in proposito scriveva che: Avvicinandoci a quel porto fu il Capitano che il primo mi disse vedervi dei bastimenti, che credeva poter essere quelli della nostra spedizione, e quanto di quella notizia io fossi contento è facile imaginare; se nou che meglio in seguito osservando io stesso potei riconoscere che tutti non v’erano; mancava il Torino, l’Ammazzone e l’Isère. Mentre ci preparavamo ad entrare nel porto, da un piroscafo che era nella rada vedemmo staccarsi una lancia dalla quale si facevano segnali perchè ci fermassimo; dissi che si aspettasse. Era in quella imbarcazione un marinajo che remigava e due uomini dalle camicie rosse, uno dei quali teneva il timone. Mia moglie, che pur mai di persona aveva veduto il Garibaldi, ma che molti ritratti ne aveva osservati, fu la prima a dire sul nostro bordo è il Generale. Aveva ragione; e a quelle parole potete credere qual fosse il tumulto che seguiva. Il Generale ripetevano i volontari, e gli evviva all’ Italia, a Garibaldi cominciavano. Garibaldi viene con noi, molti pensavano e dicevano ; ed io pure ho per un momento sperato che avesse risoluto di prendere egli stesso il comando della spedizione. Il Generale intanto arrivava a basso bordo del bastimento, io mi avvicinava là dove la barca era , e avrei voluto far discendere una scala, ma egli non aspettava, e aggrappandosi ai rivestimenti saliva sul parapetto della nave; io credeva sarebbe sceso sul ponte , e i volontari, che si affollavano per essergli più vicini, pregava si ritirassero per lasciarli almeno un posto ove scendere: e ciò essi, docili come sempre, facevano ; ma il Generale mi diceva non disturbassi nessuno, che sarebbe restato là come era, fra due corde, all’una delle quali si sosteneva. – Garibaldi mi dimandava per prima cosa, quanti uomini avessi con me, e alla mia risposta replicava sta bene; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini, comincia ad essere qualche cosa, e subito dopo quant’ acqua e quanto carbone vi rimane ? per rispondere a questo chiamai il capitano, e quando ne fu informato Ebbene Colonnello, soggiunse, partirete subito per Palermo.  – Quella parola distrusse ad un tratto tutte le speranze delle quali in quegli ultimi giorni mi era pasciuto; taluni ufficiali, che erano poco distanti, dissero che io aveva impallidito, e ciò dovette esser vero, e il Generale avvedersene pure, giacchè, stringendomi amichevolmente la mano, soggiungeva: State di buon animo, Colonnello, tutto va bene, ci parleremo a Palermo, io vi seguirò, e così dicendo scendeva nella sua barchetta; io volli dimandare dove fosse il Bertani. A bordo con me, rispose: se volete parlar con lui venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli pure viene a Palermo e là in ogni caso lo vedrete. L’insistere mi sarebbe sembrato indiscreto; sicchè volgendomi al capitano: A Palermo replica ad alta voce perchè tutti i volontari sentissero e facciamo di arrivare il più presto possibile Garibaldi che già si allontanava credo sentisse egli pure, e mi parve udire che salutandomi dicesse , bravo, colonnello, che non si perda tempo.”.  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, in proposito scriveva che: “Intanto il comandante Pianciani col suo stato maggiore partito nel pomeriggio del 13 da Genova sul Bisantino, a sua volta giungeva nel pomeriggio del 14 a Terranova pieno di speranze, confortato da lungo studio, da meditate combinazioni. Ma quale fu la sua delusione, il suo rammarico, non scorgendo nell’ampia distesa del golfo, nè in alcuna parte recondita di esso la menoma traccia delle sue truppe ! Soltanto una battaglia perduta può stendere tanta tristezza sull’animo di un comandante. Finalmente alcune barche peschereccie riferirono che erano bensì giunti alcuni vapori, ma che ne erano ripartiti ; afflitto dalla dura realtà, ma desideroso di penetrarne i particolari, Pianciani scese a Terranova, e vi trovò due suoi ufficiali ed alcuni soldati che dissero essere stati autorizzati a scendere, ma che quando avevano voluto risalire a bordo , non trovarono più i vapori. Pianciani li portò seco sul Bisantino, ordinando di navigare a tutto vapore per Cagliari, ove forse avrebbe trovato notizie, od almeno per mezzo del telegrafo avrebbe potuto comunicare con Genova e colla Sicilia. Avvicinandosi al porto di Cagliari il capitano del Bisantino avvertì che eranvi dei bastimenti che riteneva quelli di cui si andava in cerca. Pianciani sentì rinascere la sua speranza; ma avanzando ed osservando meglio riconobbe che mancavano il Torino, l’Amazone e l’Isera portanti le due prime brigate. Prima ancora che il Bisantino entrasse in porto, da un piroscafo in rada si staccò una lancia che venivagli incontro e che facevagli segnali perchè si fermasse. Poco dopo parve di riconoscere nella lancia il generale Garibaldi , e subito la visione divenne certezza con commozione di quanti erano a bordo, con maraviglia grande, perchè mentre da tutti si credeva che Egli fosse affaccendato in Sicilia, appariva in Sardegna. I volontari esaltati scoppiarono in calorosi evviva. Mentre Pianciani disponeva che si abbassasse la scala, il Dittatore, senza aspettare, si aggrappò alle parasartie e, con ammirabile agilità si arrampicò sul parapetto della nave, ove volle rimanere, scusandosi di non voler disturbare nessuno; poi (è Pianciani stesso che scrive tutto questo) domandato a Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione, disse : « Sta bene ; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini; e comincia ad essere qualche cosa » . Assicuratosi poi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone , « ebbene colonnello partirete subito per Palermo » ; e stringendogli amichevolmente la mano: << State di buon animo colonnello; tutto va bene ; ci parleremo a Palermo dove io vi seguirò. » Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo, tutto va bene ».” .  

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, la partenza di GARIBALDI, sul vapore Washington con i volontari garibaldini diretti a Palermo  

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “………... Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo , domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: Esercito Meridionale. Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Garibaldi, si partì da Cagliari il giorno 15 agosto 1860, sul Washington che arrivò a Palermo verso le ore 20,00 del giorno 17 agosto 1860. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 191 e ssg., in proposito scriveva che: “….indiscreto; sicchè volgendomi al capitano: A Palermo replica ad alta voce perchè tutti i volontari sentissero e facciamo di arrivare il più presto possibile Garibaldi che già si allontanava credo sentisse egli pure, e mi parve udire che salutandomi dicesse, bravo, colonnello, che non si perda tempo. – Potevo , dovevo io fare altrimenti ? Noi tutti avevamo promesso di seguire Garibaldi in quella magnanima impresa sua, per condurla al termine che le aveva prefisso, la completa liberazione, l’Unità dell’Italia . Quelle stesse ragioni che mi avevano determinato , dietro i suoi ordini, a spingere le operazioni sullo Stato Romano a tutta oltranza malgrado qualunque opposizione, qualunque ostacolo che avessi potuto superare , quelle stesse ragioni io dico, mi facevano allora una legge di andare a Palermo, comunque fossi convinto che la discesa sullo Stato Romano della nostra spedizione non avrebbe avuto più luogo. A che dunque parlare col Bertani ? avrebbe egli voluto dare ordini in opposizione di quelli del Generale ? sono……”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 150, riferendosi a Garibaldi a ciò che scrisse nelle sue “Memorie”, in proposito scriveva che: Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente : Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo, tutto va bene »

Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, la partenza del colonnello PIANCIANI, di RUSTOW sul vapore Byzantin

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Garibaldi ingiunse a Pianciani di partire immediatamente per Palermo, ed ai bastimenti che al momento si trovavano sprovveduti di carbone, di seguire al più presto la medesima direzione. Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Pianciani, ….e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Griunservi la sera del 17;….. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo , domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: Esercito Meridionale. Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Garibaldi, si partì da Cagliari il giorno 15 agosto 1860, sul Washington che arrivò a Palermo verso le ore 20,00 del giorno 17 agosto 1860. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».” . Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi , gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti, gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata. Mentre si svolgevano tutte queste cose in Sardegna, avveniva, nella notte del 13 al 14 agosto il tentativo di rapimento nel porto di Napoli, del vascello il Monarca. La coincidenza di questo fatto coll’assenza inopinata di Garibaldi dalla Sicilia , fecero attribuire a Garibaldi stesso il fallito tentativo tanto che lo affermarono nelle loro pregiate storie il RUSTow (p . 252 ) ; DE SIVO ( 138) ; PIGORINI-TURR ( 128 ); DELLI FRANCI ( 86). Ma non è vero affatto, come risulta dal racconto delle cose qui ora esposte, avvenute in Sardegna. La notte del 13 al 14 agosto, Garibaldi era nel Golfo di Terranova. Sul tentato rapimento, vedasi nel cenno biografico di Sgarallino Andrea.”

Nel 16 agosto 1860, nel porto di Palermo l’arrivo di Garibaldi ed i volontari della Spedizione battezzata dal Bertani TERRANOVA, (le truppe di volontari  dell’ex ‘Spedizione BERTANI-PIANCIANI: la Brigata BOLOGNA, che diventerà Brigata PUPPI, il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “….al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: Lasciato nella notte del 12 il Faro, delude prodigiosamente la crociera borbonica e dà fondo, sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Dunque, il Guerzoni racconta che Garibaldi arrivato a Golfo degli Aranci in Sardegna vi trova solo due compagnie dell’ex Spedizione per gli Stati Pontifici, erano le due compagnie comandate dal Gandini e dal Puppi. Vi era pure Pianciani e Rustow con loro. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”.  Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Proseguendo la narrazione, l’Agrati, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washngton’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripertito per Palermo. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Garibaldi già era partito per Trapani dopo essere giunto a Palermo e Bertani non lo trova. Bertani arriva dalla Sadegna ma non trova Garibaldi a Palermo. Agrati, a p. 332, riferendosi al Pianciani e a Rustow, in proposito scriveva: “Il 16 sera giunge a Palermo, e mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, l’Agrati scrive che Bertani, arrivò sia dopo l’arrivo di Garibaldi che il 17 agosto 1860 era ripartito per Trapani e sia dopo l’arrivo del vapore Byzantin che portava il Pianciani e lo Stato Maggiore (Rustow etc…), il quale riuscì a parlare con Garibaldi prima che egli ripartisse per Trapani. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, etc…”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi, a Golfo Aranci, il 14 agosto 1860, insieme a Bertani aveva trovato la maggior parte della Brigate Milano e Bologna (la Gandini e la Puppi) e li portò a Cagliari per fare rifornimento. Poi, a p. 266 aggiunge che: “Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco , vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini , si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Garibaldi, …..con una sola parola dislocò la spedizione e la fece dirigere verso la Sicilia sotto il comando dei suoi principali capi, escluso il colonnello Pianciani, che, avendo impegnato la sua parola per l’invasione degli Stati pontifici, credette di doversi ritirare quando si vide in contrasto col generale in capo dell’esercito meridionale (1).”. Du Champ, a p. 30, nella nota (1) postillava che: “(1) ……………………………………..”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani….Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”. Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate però che io abbia cambiato il mio pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero etc…”. Raggiunge Bixio a Giardino, etc…Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II;  Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani,…”Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia. Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, Pecorini-Manzoni, a p. 128, in proposito concludeva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri.”. Dunque, Pecorini scriveva che il conte Luigi Pianciani e Giovanni Nicotera, a Palermo, in seguito al colloquio con Garibaldi decisero di dimettersi dalla Spedizione e lasciarono le truppe a Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui. Non lo vede, invece, che al mattino seguente e soltanto allora può esporgli le sue ragioni, a cui il Dittatore risponde ch’egli è fermamente deciso a portar tutte le truppe in Calabria e di là marciare sopra Napoli, e che il Pontificio bastano le truppe che sono in Toscana e in Romagna. Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, etc….A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova. Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani…..e ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 333, in proposito scriveva che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di ‘Terranova’.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto. Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova. Come lo seppe giunto a Milazzo, il Sirtori gli rinnovò l’ordine, giungendo sino al punto di minacciare di arresto il Bertani se ancora si rifiutasse d’obbedire. Questo almeno è quel che si deduce dalla seguente lettera, dato che non mi fu possibile rinvenire il testo dell’ordine Sirtori: “Da bordo del Garibaldi, 20 agosto ore 11 pom. Caro Sirtori – Sarà qui domani l’Independance’ che fa 11 miglia etc..”. Il Bertani si rifrisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fortunata spedizione dei Mille, alla quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi….Fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo e Depretis non ebbe così da eseguire quell’ordine increscioso, che poi non venne più ricordato forse per il precipitare degli eventi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, disorientato e scoraggiato, ubbidì, ma, appena giunto a Palermo, volle incontrarsi col Dittatore. Garibaldi gli osservò che per varcare lo Stretto e proseguire nel Continente gli occorrevano molti uomini e armi e doveva quindi fare conto anche su quelli della spedizione; non aveva però abbandonato l’idea della diversione, che intanto si poteva fare con i volontari di Nicotera e di Caucci raccolti a Firenze e in Romagna; pregava perciò il Pianciani di rimanere a Palermo perchè intendeva valersene; ma il Pianciani obiettò che, mentre potevano restare i suoi sottoposti, egli, che aveva promesso e si era impegnato con tutti i volontari di portarli sul Pontificio, non riteneva di dover più rimanere loro capo in Sicilia, e contava quindi di raggiungere il Nicotera ed il Caucci per tentare con essi la diversione; suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto. Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui. Non fu poca la meraviglia quando seppe delle decisioni prese dal Dittatore e della rinuncia che il Pianciani stesso aveva fatto del comando della Divisione, la quale, come si è detto, si era già avviata per Milazzo. Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”.  Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina , venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi, a Golfo Aranci, il 14 agosto 1860, insieme a Bertani aveva trovato la maggior parte della Brigate Milano e Bologna (la Gandini e la Puppi) e li portò a Cagliari per fare rifornimento. Poi, a p. 266 aggiunge che: “Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Nella mattina del 17 Pianciani ebbe un’ abbocamento con Garibaldi. Questi gli disse , che non poteva permettere la spedizione sul territorio romano, essendogli indispensabile quella divisione per la sua impresa sul continente napoletano. Bisogna fare espressa menzione di ciò, poichè , per motivi che si possono facilmente comprendere erasi sparsa la voce menzognera, che Garibaldi avrebbe condotta egli stesso la divisione Terranova nelle romagne, se avesse trovato la mattina del 14 più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi nel golfo degli aranci, e che solo quel numero scarso di truppe lo aveva fatto risolvere di condurle in Sicilia. In seguito alle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare altrove che nella Romagna, diede la sua dimissione, e Garibaldi trasmise il comando sopra delle tre brigate, allora ancor unite, Tharrena, Gandini e Puppi al colonnello brigadiere e fino allora capo dello stato maggiore Rüstow, che ricevette nello stesso tempo l’incarico di raccogliere la divisione in Milazzo e di organizzarla. Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata. A motivo della partenza di Pianciani, dello sviamento della divisione dalla sua originaria destinazione, dei malcontento e della dissensione che nè risultò quà e là, era sorvenuta una certa confusione negli affari, ed un certo numero di ufficiali e di soldati avevano voluto dimettersi con Pianciani a Palermo. Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 725-726, in proposito scriveva che: “A queste parole del Dittatore, Pianciani diede le sue dimissioni, e Garibaldi affidò il comando delle tre brigate Tarrena, Gandini e Puppi al colonnello brigadiere Rustow , che ebbe in pari tempo l’ordine di recarsi in Milazzo e di riunire ed organizzare colà tutta intera quella.  Tarrena seguiva intanto l’esempio del Pianciani ed aveva preso il suo congedo; il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata. La partenza di Pianciani, di Tarrena e di altri ufficiali aveva gittato un certo malcontento nei componenti quella spedizione numerosa ;”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 773, in proposito scriveva che: “Il giorno 24 agosto, il generale Garibaldi concentrò tutta la sua armata attiva, eccetto la divisione Rustow che stava tuttavia in Milazzo, nelle vicinanze di Scilla col seguente ordine: alla testa stavano le truppe arrivate di fresco da Sicilia ; poi le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz e la divisione Medici, e finalmente la divisione Bixio. L’artiglieria, che in parte era disbarcata, fu da Orsini impiegata a formare nuove batterie sul litorale dell’estrema Calabria, perchè l’esercito rivoluzionario, guardato…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 208, in proposito scriveva che: “Tornando al discorso che io ebbi con Garibaldi, egli conchiuse dicendomi restassi in Palermo dove, aggiunse cortesemente, avrei avuto un collocamento conveniente; io di questo lo ringraziai, pregandolo invece mi autorizzasse a partire; e da che egli sembrava insistere, soggiunsi : Generale, voi siete troppo uomo di onore per non sentire i doveri che impone una promessa; io sono oltremodo dolente di allontanarmi da voi , e ciò voi potete vedermi nel volto; ma io ho promesso a molti di andare nello Stato Romano, voi stesso ordinate chevadano in quello i volontarii che sono in Toscana, l’onore m’impone di raggiungerli, non per reclamare comandi, ma per unirmi ad essi e fare insieme tutto ciò che sarà possibile perchè i vostri voleri siano eseguiti , perchè quelle infelici popolazioni, che ci aspettano, siano in qualche modo soccorse ; se non riusciremo , io avrò almeno fatto il mio dovere, mantenuta la mia parola. Il Generale mi strinse la mano, aggiungendo dopo un momento di riflessione , voi partite dunque per … Livorno, io replicai; e così ebbe fine il nostro colloquio . – Avendo presentato a lui il colonnello Rüstow, come quello al quale io dovea cedere il comando : Voi lo riterreté ,  ei gli disse , durante l’assenza del colonnello Pianciani maniera cortese per farmi intendere come fosse dispiacente della determinazione che io avevo dovuto prendere.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 210-211, in proposito scriveva che: “…quello nel quale lo lasciai a Palermo, delle offerte fattemi perchè rimanessi, del dispiacere mostrato perchè me ne andava. Rimasi quattro giorni a Palermo, aspettando la partenza del vapore per Livorno; intanto i corpi della spedizione che si trovavano già nella città, e che arrivavano dalla Sardegna, erano successivamente diretti a Melazzo ; dello sbarco imminente delle Calabrie si veniva dicendo, fra i più informati, e dopo due giorni se n’ebbe la notizia ufficiale.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine.  Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».” . Dunque, il Pittaluga, sulla scorta del Pianciani, scriveva che Pianciani, a Cagliari, prime che partissero per Palermo, chiedendo a Garibaldi di Bertani scrive che Garibaldi gli avesse risposto « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. ». Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti, gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata. Mentre si svolgevano tutte queste cose in Sardegna, avveniva, nella notte del 13 al 14 agosto il tentativo di rapimento nel porto di Napoli, del vascello il Monarca. La coincidenza di questo fatto coll’assenza inopinata di Garibaldi dalla Sicilia, fecero attribuire a Garibaldi stesso il fallito tentativo tanto che lo affermarono nelle loro pregiate storie il RUSTow (p . 252 ); DE SIVO ( 138) ; PIGORINI-TURR ( 128 ); DELLI FRANCI ( 86). Ma non è vero affatto, come risulta dal racconto delle cose qui ora esposte, avvenute in Sardegna. La notte del 13 al 14 agosto, Garibaldi era nel Golfo di Terranova. Sul tentato rapimento, vedasi nel cenno biografico di Sgarallino Andrea.”

Nel 16 di sera o era già 17 (?) agosto 1860, a Palermo arrivò, il colonnello PIANCIANI con lo Stato Maggiore, il colonnello RUSTOW, ed una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI (le truppe di volontari  dell’ex ‘Spedizione PIANCIANI’ (poi detta di Terranova), il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI   

Dalla Sardegna, il primo a ripartire per la Sicilia fu Garibaldi sul vapore Washington, ma sia Bertani che il Pianciani, che era arrivato sul “Byzantin”, ripartirono per la Sicilia solo dopo Garibaldi in quanto i vapori non avevano fatto del tutto rifornimento di carbone. Il colonnello Luigi Pianciani, comandante della Spedizione battezzata dal Bertani “Terranova”, si era partito d Genova, con Rustow e tutto lo Stato Maggiore, insieme ad altri volontari garibaldini che ancora non erano arrivati a Golfo Aranci. Si è visto che essi da Cagliari, ingiunti da Garibaldi dovettero ripartire per Palermo, ma essi non viaggiarono con Garibaldi che pure viaggiò per mare per Palermo ma ripartirono da Cagliari sul vapore Byzantin. Arrivarono a Palermo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Il colonnello Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco, vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini, si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore.”. Dunque, il colonnello Rustow, che coe facente parte dello Stato Maggiore si imbarcò con Pianciani a Genova, scriveva che arrivarono da Cagliari a Palermo il 16 agosto 1860, ma di sera: ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente.”. Infatti, Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Dunque, il Pianciani testimonia essere arrivato a Palermo il 17 agosto 1860. Ma Pianciani scriveva che arrivarono a Palermo il 17 agosto 1860 perchè, infatti, il Rustow spiega che il Pianciani: “lo differi fino alle 4 della mattina seguente.”. A questo punto, però noto e faccio una precisazione. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Dunque, da ciò che scriveva il Bertani nel suo Diario si evince che egli da Cagliari era arrivato a Palermo dopo di Garibaldi e quindi, da ciò deduco che forse Bertani si era imbarcato con Pianciani e Rustow sul vapore Byzantin. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “….Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: <Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”Dunque, dalle parole di Bertani e della White, traspare che, Garibaldi, prima di allontanarsi per andare a Caprera, sua isola amata (senza “Bertani monta a bordo d’altro legno), etc…”), Bertani, invece, salì su un altro vapore (che non era il Washington) dove vi erano parte delle sue truppe della Spedizione Terranova, scrive la White:  “risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, etc….”. Dunque, la White scriveva che, Garibaldi, “ritornato da Caprera a Cagliari”, (col Washington) nota che a Cagliari era arrivato (il 14 agosto 1860 anche il Pianciani, sul “Bysantin”, con una parte della brigata Puppi e con lo Stato Maggiore (Rustow ed altri. Riguardo a Bertani a Cagliari dopo il rientro di Garibaldi da Caprera, vediamo cosa scriveva un altro testimone di eccezione. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “…..stringendomi amichevolmente la mano, soggiungeva: “State di buon animo, Colonnello, tutto va bene, ci parleremo a Palermo, io vi seguirò, e così dicendo scendeva nella sua barchetta; io volli dimandare dove fosse il Bertani. A bordo con me, rispose: se volete parlar con lui venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli pure viene a Palermo e là in ogni caso lo vedrete. Etc..”.  Dunque, Pianciani scriveva che Garibaldi gli disse che Bertani era sul vapore Washington e che con lui doveva viaggiare fino a Palermo, dove avrebbe potuto vedere ed incontrare. Dunque, a Cagliari, secondo quanto scrive il Pianciani, Bertani era con Garibaldi che gli promise che Bertani poteva vederlo a Palermo. Pianciani non incontrò Bertani a Cagliari. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi , trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito Meridionale. Cagliari , 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”.”. Dunque, secondo ciò che scrisse la White, Garibaldi invitò Bertani a seguirlo a Palermo ma Bertani  “vuole rimanere coi volontari, etc…” e, prega Garibaldi di scrivergli l’ordine di recarsi a Palermo. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. . Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 264-265, in proposito scriveva: Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, ………..”, poi continuando il suo discorso, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Nella mattina del 17 Pianciani ebbe un’ abbocamento con Garibaldi. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Pianciani….Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripertito per Palermo. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”.  Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “….a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Dei vapori partiti da Cagliari per Palermo, giunse primo il Washington con Garibaldi nel pomeriggio del 16 agosto. Appena giunto il Dittatore si occupò delle gravissime cose politiche di quei giorni, dell’annessione prima di tutto, che era l’argomento della discordia; dei bisogni dell’esercito, delle disposizioni per il passaggio in Calabria. Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione, e di indirizzarla alle terre pontificie dalla Sicilia stessa, cosa d’altronde che risultava nell’ordine d’idee stabilito nel compromesso di Genova con Farini. Il Dittatore essendo già a letto, gli fu detto di ritornare alle 4 dell’indomani mattina. Etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 725-726, in proposito scriveva che: “……………………………..”.   

                                                                             LE DIMISSIONI DI PIANCIANI

Nel 17 agosto 1860, a Palermo, il colloquio tra GARIBALDI e il colonnello PIANCIANI che si dimise dal comando della Spedizione TERRANOVA (ex spedizione Bertani-Pianciani)

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco, vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini, si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore. In quanto a me, non vincolato come il colonnello Pianciani e d’altronde considerando che noi avevamo sempre riconosciuto Garibaldi come nostro capo supremo, pensai che a lui solo competesse il diritto di decidere sull’indirizzo delle nostre operazioni. Sebbene assai penoso ed amaro, mi riuscisse il rinunciare ad un’impresa per la quale aveva già tutto predisposto e che vagheggiava con viva passione, pure non esitai a ciecamente sottomettermi agli ordini di Garibaldi. Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane
dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”
. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 266 aggiunge che: Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi , Pianciani , che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: Non crediate però che io abbia cambiato di pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero invece, e più che mai, che la insurrezione si promuova, si sostenga in quello energicamente; ma ciò può farsi benissimo coi volontari che sono in Firenze e nelle Romagne; molte volte si ottiene più con duemila uomini che con diecimila. Che facciano dunque, e se non potranno finire, comincino almeno: noi andremo ad incontrarli per terminar l’opera che avranno iniziata , e voi sapete che a me piace far presto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Dei vapori partiti da Cagliari per Palermo, giunse primo il Washington con Garibaldi nel pomeriggio del 16 agosto. Appena giunto il Dittatore si occupò delle gravissime cose politiche di quei giorni, dell’annessione prima di tutto, che era l’argomento della discordia; dei bisogni dell’esercito, delle disposizioni per il passaggio in Calabria. Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione, e di indirizzarla alle terre pontificie dalla Sicilia stessa, cosa d’altronde che risultava nell’ordine d’idee stabilito nel compromesso di Genova con Farini. Il Dittatore
essendo già a letto, gli fu detto di ritornare alle 4 dell’indomani mattina. Ricevuto all’ora indicata, Garibaldi gli disse subito che per le sue operazioni gli occorreva di riunire quanti più uomini potesse, e che perciò doveva contare sulle truppe da lui Pianciani condotte in Sicilia. Ma subito soggiungeva che egli era sempre d’avviso che fosse utilissimo di operare la diversione nello Stato pontificio, di promuovere colà l’insurrezione, e di sostenerla energicamente; che intanto si facesse subito coi volontari di Nicotera e di Caucci apprestati a Firenze ed in Romagna ; « molte volte si ottiene più con 2000 uomini che con 10.000; che facciano adunque; e se non potranno
finire comincino almeno, che noi andremo ad incontrarli per terminare assieme l’opera che avranno incominciata.>> Disse poi a Pianciani che rimanesse a Palermo che avrebbe pensato a valersi di Lui. Ma Pianciani fece osservare al Dittatore che potevano bensì restare i suoi sottoposti, e che li aveva esortati a ciò fare; non lui che aveva promesso di condurli altrove . Inoltre poichè il Dittatore aveva detto che poteva bastare a compiere la diversione nello Stato romano quella parte dei suoi dipendenti che si trovava tuttora in Toscana e Romagna, l’onore gli imponeva di raggiungerla per fare il possibile nel senso indicato dal Dittatore. Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”

Nel 17 agosto 1860, a Palermo, Garibaldi e le dimissioni dei comandanti dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani (chiamata TERRANOVA): PIANCIANI (Comandante in capo), il colonnello THARRENA (comandante della Brigata PARMA), che fu affidata al maggiore SPINAZZI e, il colonnello GANDINI (comandante della Brigata MILANO) 

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, a Palermo, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo di una parte delle truppe dell’ex Spedizione “Terranova” o ex “Spedizione Pianciani”, a Palermo, che Garibaldi e Bertani avevano trovate a Golfo Aranci ivi riunite, in seguito al colloquio che Garibaldi ebbe col il Comandante in Capo di dette truppe, il colonnello Pianciani, alcuni comandanti delle designate Brigate, insieme a lui si dimisero. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione etc…”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Pianciani arrivò la sera del 17 agosto 1860 ma non potè vedere subito Garibaldi. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Garibaldi accettò le dimissioni di Pianciani, di Tharrena e di Gandini e li sostituì con altri comandanti. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Inoltre Garibaldi, in quella occasione, il 17 agosto 1860 a Palermo nominò Capo di Stato Maggiore il colonnello Wilhelm RUSTOW, per gli italiani Guglielmo RUSTOW, che come vedremo li porterà a Sapri, insieme al generale TURR a cui era stato affidato il comando in Capo delle dette Truppe garibaldine. A Rustow, fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Per questa fase, i maggiori testimoni restano il Rustow ed il Pianciani. Oltre al fatto che alcuni comandanti si dimisero, Garibaldi decise di aggregare queste truppe alla 15° Divisione, in quel momento affidata al generale TURR. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, …..e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”.  “Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”Come abbiamo visto in precedenza, il colonnello Tharena comandava la Brigata PARMA. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Dunque, la BRIGATA PARMA ebbe come nuovo comandante il maggiore SPINAZZI.La brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: Ma Pianciani fece osservare al Dittatore che potevano bensì restare i suoi sottoposti, e che li aveva esortati a ciò fare; non lui che aveva promesso di condurli altrove. Inoltre poichè il Dittatore aveva detto che poteva bastare a compiere la diversione nello Stato romano quella parte dei suoi dipendenti che si trovava tuttora in Toscana e Romagna, l’onore gli imponeva di raggiungerla per fare il possibile nel senso indicato dal Dittatore. Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta che a Sapri, la Brigata MILANO arrivasse con il De Giorgi o De Giorgis senza il colonnello GANDINI. In effetti, oltre al Pittaluga anche altri autori scrissero che GANDINI si era dimesso. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, etc…”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “PARMA”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “MILANO”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Per esempio, il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi.A Palermo non era ancora arrivata la Brigata BOLOGNA o PUPPI. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., addirittura lo chiama “CANTINI”, non “GANDINI” ed in proposito scriveva che: Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, etc…”. E’ un errore di trascrizione ? Il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del maggiore De Giorgis; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; etc…Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine…..La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Etc…”.  

LA NOMINA DI RUSTOW

Nel 16-17 agosto 1860, a Palermo, Garibaldi nominò il colonnello Wilhelm RUSTOW Capo di Stato Maggiore di tre brigate (che facevano parte dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani): la Brigata MILANO (comandata da CANTINI o GANDINI (?) affidata al maggiore DE GIORGIS ?), la Brigata PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI), la Brigata BOLOGNA (affidata al tenente PUPPI),  che vennero così aggregate all’Esercito Meridionale ed alla  15° Divisione     

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo dell’ex Spedizione “Terranova” o “Spedizione Pianciani”, a Palermo ed alle dimissioni del loro capo Luigi Pianciani, Garibaldi decise di affidare l’incarico di Capo di Stato Maggiore al colonnello polacco Wilhelm Rustow, per gli italiani Guglielmo Rustow, al quale fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”.  “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe , in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, …..e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, …Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, riferendosi a Milazzo e a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…”……Garibaldi ….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da Puppi ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova….La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del maggiore De Giorgis; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine…..La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e,  l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. La brigata “Bologna”, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”.  Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci,….”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Non aveva io stesso formato quel corpo, esclusivamente quasi può dirsi ? non conosceva io personalmente tutti gli ufficiali, ai quali aveva consegnato i loro brevetti, tutti i volontari quasi che avevo io stesso riuniti nelle prime compagnie, organizzati poi a battaglioni, a brigate ? Potevo io non essere dolente di dare la mia dimissione, ritirarmi, quando sapeva quali elementi quel corpo conteneva, e sapeva in conseguenza che si sarebbe distinto in qualunque luogo dove per servire l’Italia fosse stato impiegato ? errava io forse nel giudicarne? i fatti han già risposto per me. Il colonnello Puppi che è morto sul campo di battaglia; il colonnello Rüstow che come capo di Stato maggiore del generale Turr dirige i lavori di assedio intorno a Capua; il maggiore Cattabeni che s’ impadroni di Cajazzo, prendendolo —dicono i fogli, strada per strada, casa per casa, respingendo nel Volturno i regi che nel villaggio si erano fortificati; il capitano Pedotti, che tanto si distinse alla stazione di Capua, che tanto si addentrò fra i nemici da farne annunziare la morte perchè si credeva impossibile che fosse altrimenti, appartenevano tutti alla nostra spedizione. Apparteneva alla spedizione e il battaglione bolognese che comandava Cattabeni, e i cacciatori milanesi che seguivano il Pedotti, e i battaglioni lombardi dei quali si leggono gli elogii e alla testa dei quali si trovava il Rüstow. Erano della spedizione quei dieci milanesi del Genio che sotto un fuoco micidiale del nemico caricavano un pezzo sulle loro spalle ; e credo dei nostri fosse pure quell’eroico popolano Genovese lo Zuppo che li guidava ; egli aveva servito quel pezzo solo, durante mezz’ora, mentre uomini e cavalli morivano intorno a lui , e quando..”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 208, in proposito scriveva che: “Tornando al discorso che io ebbi con Garibaldi , egli conchiuse dicendomi restassi in Palermo dove, aggiunse cortesemente, avrei avuto un collocamento conveniente; io di questo lo ringraziai, pregandolo invece mi autorizzasse a partire ; e da che egli sembrava insistere, soggiunsi: Generale, voi siete troppo uomo di onore per non sentire i doveri che impone una promessa; io sono oltremodo dolente di allontanarmi da voi, e ciò voi potete vedermi nel volto; ma io ho promesso a molti di andare nello Stato Romano, voi stesso ordinate chevadano in quello i volontarii che sono in Toscana , l’onore m’impone di raggiungerli, non per reclamare comandi, ma per unirmi ad essi e fare insieme tutto ciò che sarà possibile perchè i vostri voleri siano eseguiti, perchè quelle infelici popolazioni, che ci aspettano, siano in qualche modo soccorse ; se non riusciremo , io avrò almeno fatto il mio dovere, mantenuta la mia parola. Il Generale mi strinse la mano, aggiungendo dopo un momento di riflessione , voi partite dunque per … Livorno, io replicai; e così ebbe fine il nostro colloquio . – Avendo presentato a lui il colonnello Rüstow, come quello al quale io dovea cedere il comando: Voi lo riterreté ,  ei gli disse , durante l’assenza del colonnello Pianciani maniera cortese per farmi intendere come fosse dispiacente della determinazione che io avevo dovuto prendere.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 210-211, in proposito scriveva che: “…quello nel quale lo lasciai a Palermo, delle offerte fattemi perchè rimanessi, del dispiacere mostrato perchè me ne andava. Rimasi quattro giorni a Palermo, aspettando la partenza del vapore per Livorno; intanto i corpi della spedizione che si trovavano già nella città, e che arrivavano dalla Sardegna, erano successivamente diretti a Melazzo; dello sbarco imminente delle Calabrie si veniva dicendo, fra i più informati, e dopo due giorni se n’ebbe la notizia ufficiale.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170, in proposito scriveva che: “Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate che etc….”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: In seguito alle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare altrove che nella Romagna, diede la sua dimissione, e Garibaldi trasmise il comando sopra delle tre brigate, allora ancor unite, Tharrena , Gandini e Puppi al colonnello brigadiere e fino allora capo dello stato maggiore Rüstow, che ricevette nello stesso tempo l’incarico di raccogliere la divisione in Milazzo e di organizzarla.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta , circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’ Armi e Capo Spartivento, l’ estrema spiaggia calabrese.”.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) …..”. Su questa Brigata Garibaldina abbiamo alcune notizie, alcune delle quali, come vedremo innanzi riguarderanno il suo sbarco nel porto naturale di Sapri. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”.  

                                  LE BRIGATE DELLA SPEDIZIONE “TERRANOVA” (EX BERTANI-PIANCIANI)     

                                                                         LO STATO MAGGIORE DI RUSTOW                

                              IL COLONNELLO O. GANDINI COMANDANTE DELLA BRIGATA MILANO 

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…..brigata Milano…si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 2 e il 3 settembre, si componeva di due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”.Dunque, Rustow scriveva e citava i due ufficiali di ordinanza: ANTONIO BATTICOZZI, lombardo e CESARE COMENDIO, veronese. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. Agrati scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Dunque, Agrati scriveva che Turr sbarcava a Sapri alle 9 del mattino del giorno 2 settembre 1860, e fin qui mi trovo. Poi aggiunge:  “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra….”. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle 5 del pomeriggio del giorno 2 settembre 1860. Il telegramma di Garibaldi che gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Inoltre, Agrati scriveva pure che il Turr, “…e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo.”. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro.”. Dunque, Agrati scriveva che secondo quanto scrisse Agostino Bertani, con Pianciani si dimisero il Tharrena e con lui se ne andò “qualche altro”. Agrati non scrive che si dimise Gandini. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 186, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), …..”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue : a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera . 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri . La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani, il quale nel congedarsi presenò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157 e ssg., riferendosi al Bertani, in proposito scriveva pure che: “A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali . Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando ; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza. Non trovò più il Generale già partito per Giardini…”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “..nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello “Gandini”, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della brigata “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che una volta allotanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi, furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto. Il giorno 16, fui nominato capo dello Stato maggiore delle truppe che nelle vicinanze di Caserta si trovavano raccolte sulla sinistra del Volturno sotto il comando del Turr, trovandomi per tal modo sciolto dal comando della Divisione di Terranova, che ripresi solo il 19 settembre allorchè, come comandante dell’intiera ala sinistra, assunsi di condurla per la prima volta al fuoco.. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow (nella traduzione di Eliseo Porro) restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione  Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che:  “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo.  La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”.  Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”

                                                    IL MAGGIORE DE GIORGIS DELLA BRIGATA MILANO

Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Sui Bersaglieri, il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.”. Dunque, secondo la testimonianza del colonnello Rustow, le truppe dei volontari condotti a Sapri ed ivi sbarcate, furono fatte accampare e poi il Rustow ordinò un servizio di esplorazione che affidò ai Bersaglieri ed ai Carabinieri di Genova.    

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: (Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA.    Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: (Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: (Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: (Documento 71)  Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: (Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI,  citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: (Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: (Documento 79)  Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI

                                                                          IL CAPITANO APPEL TRIESTINO    

Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil”  Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che a Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che, sebbene a Sapri non fossero rimasti soldati o Brigate di volontari Garibaldini, li avrebbero potuti incontrare a Maratea, a Paola e a Pizzo e quindi gli conveniva che proseguisse il suo viaggio di ricognizione. Sul Giornale di Bordo del vapore Brésil, il capitano Garzia scriveva pre che “Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Don Antonio Buraglia di Maratea assicurava che a Sapri non vi era rimasto più nessuno. Don Antonio Buraglia è un nome legato a Maratea, un comune della provincia di Potenza, in Basilicata. In particolare, Piazza Buraglia rappresenta il cuore del centro storico di Maratea. Questa piazza è un punto vitale del borgo, con negozi, gallerie d’arte, bar e punti di ritrovo, e da essa si dipanano i caratteristici vicoli circostanti. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, ……A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”

                                                    PIETRO SPINAZZI COMANDANTE DELLA BRIGATA PARMA

Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Devo però aggiungere che prima di passare al corpo o Divisione XVIII di Bixio, il colonnello Pietro SPINAZZI, comandò la Brigata omonima che in precedenza era detta “Tharena”, ovvero la 2° Brigata dell’ex spedizione Pianciani, ovvero la spedizione per invadere gli Stati Pontifici organizzata da Agostino Bertani. Dimessosi Pianciani, a Palermo, Garibaldi lo sostituì con Pietro Spinazzi, e lo aggregò alla truppa comandata dal Rustow, con il nome di Brigata PARMA. La brigata Parma, non riuscì a d imbarcarsi tutta ed arrivare con Bertani e Rustow, tutta a Paola. Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Pietro Spinazzi (Parma, … – Genova, post 1869) è stato un patriota, garibaldino e scrittore italiano. Si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. A Paola, il 1° settembre 1860, la Brigata era ivi solo una parte di essa, mentre, solo dopo il 3 settembre 1860, iniziò ad arrivare a Sapri l’altra porzione della Brigata. Infatti, il 3 settembre, Rustow, marciando con la Brigata Milano verso Vibonati, inviò un ordine a Spinazzi che era rimasto a Sapri ad attendere il resto dei volontari garibaldini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”).  Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”).  Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori

                                                                LA BRIGATA SPINAZZI (EX BRIGATA PARMA)

Una porzione della Brigata PARMA, comandata dal colonnello SPINAZZI, era stata portata da Bertani e Rustow a Paola e si trovava accampata a Paola in attesa di disposizioni del Dittatore. Dunque, una porzione della Brigata Parma, insieme alla Brigata MILANO si trovava a Paola, il 31 agosto 1860. Questa Brigata, su disposizione del Dittatore fu aggregata alla Divisione XV del generale Turr su ordine di Garibaldi. La Brigata Spinazzi, o PARMA, faceva parte della Divisione di Nino Bixio, la XVIII, ma passò a Turr, infatti, il generale Turr, da Cosenza, il 31agosto 1860 inviò un telegramma a Bixio dove gli scriveva che su ordine del Dittatore comandava lui la brigata Spinazzi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini.“, che si trovava a Paola, con Rustow (una parte di essa). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”).  Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori

                                                                                                 PIETRO PUPPI

                                                       LA BRIGATA PUPPI, ex Brigata EMILIA, poi BOLOGNA         

Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In particolare, la Brigata “Bologna”, poi in seguito denominata “PUPPI”, era approdata a Golfo Aranci in Sardegna e da lì, su ordine di Garibaldi fu dirottata a Palermo, ivi condotta dal colonnello Pianciani, il quale era stato precedentemente nominato Capo di Stato Maggiore della Spedizione negli Stati Pontifici. Questa Brigata andò a far parte e fu aggregata al contingente straniero della 15° Divisione. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri, due squadroni guide, due compagnie del genio, due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli, ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabeni, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Dunque, la Brigata Bologna, comandata dal Puppi e la Brigata Milano comandata dal Gandini giunsero al Golfo Aranci il 13 agosto 1860. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e,  l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. La brigata “Bologna”, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. A Golfo Aranci li trovò Garibaldi che si era partito da Palermo. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Il colonnello Cesare Cesari (….), nel 1921, nel suo “Corpi volontari dal 1848 al 1870 con XXI tavole fuori testo”, a p. 92, in proposito scriveva: “Cacciatori (di) Bologna. Chiamati Cacciatori di Bologna, l’ordinamento loro fu stabilito su 4 battaglioni, il 1° fu quello del Cattabeni, che si trovò al fatto d’armi di Cajazzo, il 2° si riunì agli ordini de maggiore Luigi Bossi, il 3° agli ordini del maggiore Ferdinando Ferracini ed il 4° col capitano G. Battista Pontotti.”. Ma, inizialmente la brigata Puppi era una delle brigate garibaldine arrivate a Palermo su ordine di Garibaldi che andò a prenderle a Golfo degli Aranci. Infatti, il colonnello Cesare Cesari, a p. 92 continuando il suo racconto scriveva pure che: “”Cacciatori (di) Bologna. Chiamati Cacciatori di Bologna…..il 2° si riunì agli ordini de maggiore Luigi Bossi, il 3° agli ordini del maggiore Ferdinando Ferracini ed il 4° col capitano G. Battista Pontotti. Questi ultimi tre giunsero nell’agosto a Milazzo e si riunirono ai garibaldini nella loro marcia sul continente.”. Dunque, a Milazzo (dopo l’arrivo a Palermo), i 4 battaglioni della Brigata Puppi erano comandati da LUIGI BOSSI, FERDINANDO FERRACINI e GIOVAN BATTISTA PANTOTTI. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”. Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Il colonnello Cesare Cesari, a p. 92 continuando il suo racconto scriveva pure che: L’intiero corpo era comandato dal colonnello Puppi di Siena, che morì poi sotto le mura di Capua, lasciando il comando al Pianciani. Col Pianciani i volontari si divisero; una parte andò a golfo Aranci assieme al Bertani e l’altra si aggregò alla divisione Turr che la destinò alla brigata Sacchi. Si veda Dallolio, Spedizione dei Mille nelle Memorie bolognesi.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Non aveva io stesso formato quel corpo, esclusivamente quasi può dirsi ? non conosceva io personalmente tutti gli ufficiali, ai quali aveva consegnato i loro brevetti, tutti i volontari quasi che avevo io stesso riuniti nelle prime compagnie, organizzati poi a battaglioni, a brigate ? Potevo io non essere dolente di dare la mia dimissione, ritirarmi, quando sapeva quali elementi quel corpo conteneva, e sapeva in conseguenza che si sarebbe distinto in qualunque luogo dove per servire l’Italia fosse stato impiegato ? errava io forse nel giudicarne? i fatti han già risposto per me. Il colonnello Puppi che è morto sul campo di battaglia; il colonnello Rüstow che come capo di Stato maggiore del generale Turr dirige i lavori di assedio intorno a Capua; il maggiore Cattabeni che s’ impadronì di Cajazzo, prendendolo — dicono i fogli, strada per strada, casa per casa, respingendo nel Volturno i regi che nel villaggio si erano fortificati; il capitano Pedotti, che tanto si distinse alla stazione di Capua, che tanto si addentrò fra i nemici da farne annunziare la morte perchè si credeva impossibile che fosse altrimenti, appartenevano tutti alla nostra spedizione. Apparteneva alla spedizione e il battaglione bolognese che comandava Cattabeni, e i cacciatori milanesi che seguivano il Pedotti, e i battaglioni lombardi dei quali si leggono gli elogii e alla testa dei quali si trovava il Rüstow. Erano della spedizione quei dieci milanesi del Genio che sotto un fuoco micidiale del nemico caricavano un pezzo sulle loro spalle; e credo dei nostri fosse pure quell’eroico popolano Genovese lo Zuppo che li guidava ; egli aveva servito quel pezzo solo, durante mezz’ora, mentre uomini e cavalli morivano intorno a lui , e quando..”. Pianciani ci parla del colonnello Puppi, che in seguito morì a Capua sul campo di battaglia. Pianciani ci parla del maggiore Cattabeni che si impadronì di Cajazzo e respinse al Volturno l’esercito borbonico. Pianciani scrive che il maggiore Cattabeni comandava il battaglione dei Bolognesi. Pianciani ci parla del capitano Pedotti che si distinse a Capua e scrive che Pentotti era seguito dai cacciatori milanesi. Pianciani scriveva che appartenevano a questa spedizione  “i battaglioni lombardi dei quali si leggono gli elogii e alla testa dei quali si trovava il Rüstow”.  Pianciani scriveva che appartenevano Erano della spedizione quei dieci milanesi del Genio che sotto un fuoco micidiale del nemico caricavano un pezzo sulle loro spalle; e credo dei nostri fosse pure quell’eroico popolano Genovese lo Zuppo che li guidava; egli aveva servito quel pezzo solo, durante mezz’ora, mentre uomini e cavalli morivano intorno a lui , e quando..”., ovvero faceva parte di quel corpo di spedizione da lui portato a Palermo dieci milanesi del Genio militare guidati da “Zuppo”, un popolano genovese. Del maggiore Cattabeni ha scritto Domenico Spadoni (….), nel suo “I Cairoli delle Marche (La famiglia Cattabeni)” Macerata, libreria Marchigiana, 1906, che, a p….., in proposito scriveva: “…………”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 148-149-150, in proposito scriveva che: “Le altre due brigate Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati, giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafimi e col clipper Sheaperd. Il comandante della Gulnara disponevasi a persuaderle a proseguire anch’esse per Palermo, quando il Whasington giungeva esso pure a Terranova. Etc…”  

Nel 17 agosto 1860, a Palermo, GARIBALDI ordinò a RUSTOW di portare a Milazzo le truppe dell’ex Spedizione Terranova

Il Generale Garibaldi, il 17 agosto 1860, arrivato a Palermo, in seguito al franco colloquio che ebbe con il colonnello Pianciani, su sua espressa proposta decise di affidare il Comando delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani al colonnello Wilhelm (per gli italiani Guglielmo) RUSTOW e gli ordinò di portarle subito a Milazzo. Le truppe che Rustow portò a Milazzo su ordine di Garibaldi erano quelle che Garibaldi e Bertani trovarono a Golfo Aranci. Si tratta delle tre Brigate: la MILANO, LA BOLOGNA e la PARMA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 128, aggiungeva che: “Pianciani condotti i suoi volontarî in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri. Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così : – Eberhardt, Tharena (poi Spinazzi ), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”.La Brigata Eberhardt era la Brigata GENOVA, la Brigata Tharena era la Brigata PARMA, che in seguito fu affidata al maggiore SPINAZZI, la Brigata MILANO e la Brigata BOLOGNA che fu chiamata Brigata PUPPI. La brigata Nicotera, poi in seguito chiamata SPANGARO, non faceva parte ancora del contingente arrivato a Palermo in quanto si trovava ancora da organizzare in Toscana. Pare che vi sia stata anche la Brigata GENOVA che fu trattenuta a Palermo per una manifestazione. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: Sebbene assai penoso ed amaro, mi riuscisse il rinunciare ad un’impresa per la quale aveva già tutto predisposto e che vagheggiava con viva passione, pure non esitai a ciecamente sottomettermi agli ordini di Garibaldi. Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.” 

                                                                                 GARIBALDI LASCIA PALERMO 

Nel 17-18-19 agosto 1860, Garibaldi, da Palermo riparte per Messina, per il Faro e poi a Taormina e a GIARDINI, sulla costa orientale della Sicilia  

Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 171 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino, dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta , circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’ Armi e Capo Spartivento, l’ estrema spiaggia calabrese.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “….la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Racioppi, a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Turr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1° Brigata (Bixio) della 15° Divisione Turr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Turr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontari della dimessa spedizione Bertani-Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…” Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro a fare che abbandonare l’Isola.” E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria. Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000. Con questa nuova operazione si chiudeva l’impresa della spedizione di Sicilia, ed i Mille di Marsala raccoglievano la prima corona del loro trionfo sulla dominazione dei Borboni in una parte del reame.”. Pecorini, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. Etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: Occupammo dunque lo Stretto di Messina dal Faro a quella città; frattanto le colonne Bixio ed Eber (1) ci raggiungevano per le vie di Girgenti e Caltanissetta, e si formava una quarta divisione Cosenz. Dimodochè ci trovammo ben presto con una forza imponente per noi assuefatti ad averne ben pоса. Nello Stretto di Messina. Giunti allo Stretto bisognava passarlo. Sicilia reintegrata nella grande famiglia italiana era certo un bellissimo acquisto ! Ma che ? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompleta, monca, la patria nostra ? E le Calabrie e Napoli che ci aspettavano a braccia aperte ? Ed il resto d’ Italia ancora servo dello straniero o del prete? Bisognava dunque passare lo Stretto, a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici, e di chi per loro ! Un giorno si potè per mezzo d’ un Calabrese, parteggiante nostro, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d’ Alta Fiumara, molto importante punto della costa orientale dello Stretto. Incaricai i colonnelli Missori e Musolino di passare con dugento uomini nella notte, e procurare d’ impadronirsi del forte suddetto. Ma sia per difetto d’accordi, per paura della guida, o per altri motivi, l’impresa fallì ! La gente sbarcata s’incontrò con una pattuglia nemica, che fu sconfitta, ma che dette l’allarme, sicchè i nostri furono obbligati di prendere la montagna. Il preludio dell’ impresa non era favorevole, e convenne abbandonare il progetto di passare lo Stretto a Faro , cercando di eseguire il passaggio in altra parte….Etc… (p. 374)a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “Giova qui narrare un incidente curioso successo a Giardini prima della nostra partenza per Calabria. Giunto in quel punto della costa orientale siciliana vi trovai il generale Bixio occupato ad imbarcare parte della sua gente e la brigata Eberard a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin. Il magnifico Torino aveva già molta gente a bordo ed era in buonissimo stato. Il Franklin all’incontro andava a picco, era quasi pieno d’acqua, ed il macchinista protestava che non poteva far viaggio in tale stato. Da ciò Bixio si trovava molto contrariato , e si disponeva a partire col Torino solo. Io però, essendo stato a bordo del Franklin, ordinai a quasi tutti gli ufficiali di bordo di gettarsi in mare, sommergersi e cercare se potevano trovare la falla (1). Mandai nello stesso tempo sulla costa per avere degli escrementi di animali erbivori, e con quelli fare della purina. Così riuscimmo a stagnare alquanto il legno; il macchinista si abbonì, e sapendosi che io – stesso andrei col Franklin, si cominciò ad imbarcare il resto della gente, sicchè verso le dieci pomeridiane navigammo verso la costa di Calabria, ove si giunse felicemente..”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino, etc…Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, riferendosi a Pianciani, in proposito scriveva che: “Il 16 giunge a Palermo, ……scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, anche Garibaldi giunse a Palermo il 16 agosto 1860. Agrati, a p. 332 scrive che Pianciani incontrerà Garibaldi a Palermo il 17 agosto 1860. Quando riparte Garibaldi da Palermo ? Rustow partirà da Palermo e giunge a Milazzo con le truppe il giorno 18 agosto 1860. Agrati, a p. 342, in proposito aggiungeva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, sopra Porta nuova, il mattino del 17 s’era recato a visitare istituzioni, conventi, quartieri, percorrendo in carrozza scoperta le vie che portavano ancora ben visibili le tracce dello spietato bombardamento nemico, fra lo stupore e il crescente entusiasmo della popolazione etc….Poi verso mezzodì – alle 11 ant. dice il ‘Diritto’ in una corrispondenza pubblicata il 22 agosto – il Dittatore s’era imbarcato per Messina, ed era giunto al Faro il mattino successivo.”. Agrati, a pp. 342-343 scriveva che: “Al Faro Garibaldi si trattenne pochissimo, che salì con Sirtori nella Torre e che si stette mezz’ora in tutto, poi si rimise in cammino per Messina risalendo a bordo del Washington…..In questa corrispondenza, pubblicata dall’Unità Italiana il 25 agosto e datata da Messina il 19, si dice che Garibaldi espresse allora la sua intenzione di passare lo Stretto col Bixio, mentre, come vedremo, egli si decise a ciò soltanto quando giunse a Taormina. Il corrispondente, quindi sarebbe stato profeta, ma quella data del 19, cioè a passaggio avvenuto, lascia dubitare che già lo scrivente fosse informato della partenza da Giardini, e infatti come proscritto della lettera stessa si dice che “Garibaldi è sbarcato felicemente a Giarre”, pur osservando che Giarre è in Sicilia e non in Calabria e che in tal caso lo Stretto non lo avrebbe passato. Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito. Ma, poiché la via del mare non gli pare abbastanza sicura per le navi napoletane in crociera, prende una carrozza a tre cavalli e s’avvia di gran trotto per la bellissima strada costiera. Era pomeriggio avanzato quando giunse a Giardini. Lo dice il Canzio, che si trovava con lui: “18 agosto – Alle 4 pom. Garibaldi arriva a Giardini. Nella rada vi è il Torino e il Franklin etc…”. A questo punto del racconto l’Agrati scrive della lodi che Garibaldi, nelle sue “Memorie” fece a Sirtori per la felice organizzazione delle truppe di Bixio che fece trovare pronte a Garibaldi a Giardini. (si veda pp. 342 etc.. o p. 345).  Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova. Una terza volta il Sirtori fu Prodittatore in Napoli il 14 settembre, ma egli già a Tarsia il 1° settembre aveva avuto il supremo comando dal Dittatore, che di là si avviò a tutta celerità sulla capitale, ove la situazione s’intorbidiva. Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilitàto di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente,  cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”.  

            L’ARRIVO A TAORMINA DEI VAPORI TORINO E FRANKLIN CON LA BRIGATA EBERHARDT 

Nel 17 agosto 1860, l’arrivo nel porto di Taormina (Giardini) dei vapori Franklin e del Torino

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 343, riferendosi a Garibaldi scriveva che: Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito. Ma, poiché la via del mare non gli pare abbastanza sicura per le navi napoletane in crociera, prende una carrozza a tre cavalli e s’avvia di gran trotto per la bellissima strada costiera. Era pomeriggio avanzato quando giunse a Giardini. Lo dice il Canzio, che si trovava con lui: “18 agosto – Alle 4 pom. Garibaldi arriva a Giardini. Nella rada vi è il Torino e il Franklin. Allora stessa s’incomincia l’imbarco. Alle 9 pom. si parte.”. Le due navi erano giunte, dice il Durand-Brager, nel pomeriggio del 17 dal lungo giro compiuto a mezzogiorno dell’Isola.”. Dunque, l’Agrati scriveva che i due vapori, dopo aver fatto il giro della Sicilia arrivarono al porto di Taormina (Giardini), il 17 agosto 1860. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; etc….”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Etc…”. Insomma, nel porto di Palermo, il 12 agosto 1860, il Depretis si ritrovò in modo inatteso i due vapori del Bertani, il Torino e l’Amazon e le truppe delle due Brigate Tharrena (1500 uomini) e l’Amazon con 2500 uomini disarmati ed affamati. Agrati, riferendosi a Garibaldi, da Cagliari, a p. 344 scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a p. 329, in proposito scriveva che: “A Trapani, poi, i due vapori non s’erano potuti fermare: erano già passati al largo innanzi alla città e avevano proseguito così indisturbati sino alla mèta che il Sirtori aveva loro fissata.”. Insomma, accadde che Sirtori, spazientito della mancata risposta di Garibaldi prese di sua iniziativa la saggia decisione di spostare subito le truppe del Bertani. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 343, in proposito aggiungeva pure che: “Garibaldi nelle sue Memorie non ha che poche parole al riguardo, ed anche quelle di non grande chiarezza. “Il generale Sirtori aveva già disposto a punta di Faro due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin perché facessero il giro ad occidente e ad ostro dell’Isola sino a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”. Rileviamo come quel che Garibaldi dice dei due piroscafi non sia esatto: non dal Faro, ma da Palermo il Sirtori li aveva mandati a Taormina, né d’altronde a Palermo li aveva fatti mandare lui. Poi, c’è quella frase in cui loda la risoluzione di inviarli laggiù in modo che pare darne il merito al Sirtori. Ha voluto davvero dir questo ?”. Insomma, l’Agrati conferma che il generale Sirtori inviò a Taormina, nel vicino porto di Giardini, i due piroscafi su cui poi, si imbarcheranno Bixio e Garibaldi per la traversata sullo stretto di Messina e poter così sbarcare in Calabria. Che cosa era successo ?. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “…..e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “….la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Racioppi, a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto.”

Nel 15 agosto 1860 (?), NINO BIXIO fu nominato da Garibaldi, Maggior Generale e comandante della 15° Divisione dell’Esercito Meridionale

Da Wikipedia leggiamo che Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Prese parte alla battaglia di Calatafimi, comandando il 1º battaglione, e successivamente all’insurrezione di Palermo, guidando l’assalto al ponte dell’Ammiraglio. Nei combattimenti riportò una ferita alla clavicola causata da una palla vagante. Dopo una breve convalescenza, fu incaricato di guidare la 1ª Brigata della Divisione Turr verso Corleone e Girgenti, trovandosi a espletare incarichi di polizia militare, su disposizioni di Garibaldi, che temeva altri eccidi come quello accaduto a Partinico. La notizia citata in Wikipidia proviene dall’Album Storico Artistico dei Fratelli Terzaghi ma, il 15 agosto 1860, Garibaldi non poteva emettere il Decreto di nomina perchè egli arrivò a Palermo dalla Sardegna solo il giorno dopo. 

                                                      BIXIO E GARIBALDI A GIARDINI (PORTO DI TAORMINA)

Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, etc….. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 342-343 scriveva che: Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Qui ordina a Dezza di impadronirsi del telegrafo; il che questi fa dopo aver risposto nulla di nuovo all’ ufficiale di Capo dell’Armi che aveva domandato che cosa fossero quei vapori. Ma l’Aquila e il Fulminante cannoneggiano e il Torino arenato e gli sbarcati. I colpi rallegran la banda pioniera vissuta per dodici giorni in mezzo a quindicimila nemici, ora irrompendo su Bagnara, ora marciando a Pedovoli, poi ritornando ai Forestali , allettando sulla sua traccia le masse nemiche che così si assottigliavano alla marina. Infine, incalzata per ogni verso, volta oltre Appennino e giunge il 18 a San Lorenzo. Qui indusse il sindaco Rossi a proclamare la decadenza della dinastia borbonica, l’Italia Una con Vittorio Emanuele, la dittatura di Garibaldi. Sentito il cannone, Missori e i suoi precipitano giù a Mileto, salutati dalle bombe del nemico, accolti a braccia aperte da Garibaldi , e con esso marciano verso Reggio.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, etc…”. Pecorini aggiungeva pure che: Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Quando Rustow scrive che a Taormina vi era la Brigata Sacchi si riferisce alla Brigata Ebherardt che diventò Brigata SACCHI. Questa Brigata fu aggregata alla Divisione di Bixio. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.. Su quanto accadesse a Taormina prima della partenza di Bixio con Garibaldi che sbarcarono in Calabria, vi è la testimonianza della giornalista inglese Jessie White-Mario (….), che in quei giorni fu infermiera distaccata vicino l’ambulanza di Stradivari. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….e il vice-capo dell ‘ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione.”. La White, a p. 174, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….Così il povero Ripari fino dal 22 fu sbalzato col personale e materiale d’ambulanza dall’Aberdeen ove pure era salito per ordine di Sirtori, e noi dovemmo sguizzare in barche pescherecce e sbarcare in mezzo ai regi e correre e correre per raggiungere Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “A me par fuor di dubbio che il merito dell’organizazione della traversata risalga al Sirtori più che a Garibaldi. E ne è un’altra prova il fatto che Garibaldi giunse inatteso a Taormina proprio all’ultimo momento, quando già parte delle truppe del Bixio erano a bordo – il Durand-Brager scrive persino che l’imbarco era incominciato la mattina – onde è più lecito supporre che esse dovevano passare anche senza il Dittatore, sotto la guida di Bixio. Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.

Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “VI. – Calabria….Fallito lo scopo del furtivo passaggio, distribuiti i volontari a piccole masse intorno a Messina, Faro e luoghi adiacenti, sicuri che i regi avrebberci atteso, posto piede in Calabria, Garibaldi ideò nuova spedizione e scelse il paesello di Giardini, a sito d’imbarco, fuori vista dei legni borbonici, proprio sulla spiaggia che prospetta il mar di Malta. A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto. Nel silenzio e in fretta salirono le truppe in numero di 2000 e più, e in rotta di Malta, il legno non ispirava sospetti. Navigò quasi volta la poppa alla Calabria e solcato gran tratto, viste l’acque libere dai temuti sguardi, cambiando direzione a sinistra, avanzò nel Jonio, e fu a Mileto ove toccaron terra i nuovi difensori. Il crepuscolo vespertino del 20 agosto , sorrideva all’arrivo dei nostri; e avvenne che sorgiunte le fregate regie nulla trovassero a predare dal vapore in fuori. Cannonate a tutta possa, feriti quattro o cinque e incendiato il legno. Le fiamme nutrite dalla pece giganti l’arsero, la chiglia una bragia, sommerse lento lento. Garibaldi non istette, procede a Reggio disponendo il vicino attacco. Fatto buio, irrompe in città, combatte, assale, fa prigionieri, prende posizioni e opportuni posti di difesa. Durante l’adoprarsi attivo in ogni senso a fine di vincere i pericoli soprastanti al passaggio dei nostri per la necessaria azione sul continente, ove speravasi l’intervento di maggiori e più agguerriti elementi, noi dei 180 fummo impediti da tentativi pel concorso di malaugurosi fatti ; in quei di fino al 20 costretti a disastrosa vita, determinati a starcene e cooperare, calammo a Bagnara, e giù inosservati dal monte ci ponemmo dietro ad alta riva che circonda la piazza. A segno stabilito, sui nemici ivi raccolti, mandammo fucilate ; ne segui allarme e repentino movimento. Forti pattuglie di cavalli su pel monte, pervennero alla cima ed occuparono il più comodo transito nostro. Sostati, ci attesero, ma inutilmente  Accortici, deviammo, e soli tre caddero fra loro. Riparammo a Forestari, cacciati da colonne , e più tardi a S. Stefano , e sottraemmo gran nerbo di forze ai regi per agevolare i passi ai nostri……  

                      L’IMBARCO PER LA CALABRIA AL PORTO DI TAORMINA, GARIBALDI E BIXIO

Da Wikipedia leggiamo che Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo. Nino Bixio partì insieme a Garibaldi, si imbarcò per sbarcare in Calabria, la notte del 18 agosto 1860 e, in proposito, in quei giorni, di quei giorni scrivevano Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a pp. 137-138, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi. Il figlio di Garibaldi, Menotti Garibaldi, comandava l’artiglieria, comprendente quattro obici da montagna, e un’ottima Compagnia di bersaglieri. La spedizione era comandata da Bixio e da Garibaldi…..etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Dunque, Garibaldi scriveva che in quei giorni, il generale Turr era ancora convalescente. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 374 e ssg., in proposito scriveva che:Bisognava dunque passare lo Stretto, …I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 342-343 scriveva che: Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”Va ricordato che lo sbarco sulla costa calabra fu reso possibile anche dalla mancata attuazione del blocco navale europeo, invocato da Francesco II e non attuato per decisione britannica, anche per l’intervento di Giacomo Filippo Lacaita, rifugiato politico in Inghilterra, il quale ebbe una parte importante nell’influenzare il ministro britannico Lord Russell sulla non ingerenza negli affari italiani. La notte tra il 18 e il 19 agosto 1860 Giuseppe Garibaldi e circa 3200/3500 Camicie Rosse, a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin, partì da Naxos seguendo una rotta di attraversamento dello stretto più lunga e indiretta al fine di eludere il pattugliamento della flotta borbonica. Garibaldi era sul Franklin con 1200 uomini, mentre Bixio con circa altri 3000 uomini era imbarcato sul piroscafo Torino. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione, nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Garibaldi, in questo passaggio parla dei maneggi del partito di Cavour e scriveva che Cavour, contrariato per l’eventuale passaggio dalla Sicilia al Continente, fece di tutto per impedirlo tanto da chiamare in “sussidio” Napoleone III e la marina militare francese che comparse al Faro, ma in tale occasione lord John Russel “…imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Da Wikipedia leggiamo che intanto, mentre Garibaldi avanzava, erano stati ideati progetti per fermarlo, tramite un attentato alla sua vita, come risulta dal testo delle lettere scritte dal marchese di Villamarina al comandante d’Aste e dall’ammiraglio Persano allo stesso Garibaldi, nelle quali si rappresentava il pericolo di un tentativo di omicidio nei confronti del generale nizzardo, da parte di un finto disertore borbonico di nome Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica e del bandito Giosafatte Tallarino accompagnato da altri sicari inviati al medesimo scopo. Gli agenti di Cavour offrirono il loro aiuto a Finzi, Visconti Venosta, Nisco, Mariano D’Ayala e Alessandro Nunziante per tentare una rivolta anti-borbonica e Persano lì arrivato con la flotta fece sbarcare anche una formazione di bersaglieri, ma l’esercito rimase fedele alle consegne ricevute, non coinvolgendo la città di Napoli in combattimenti; d’altra parte i mazziniani non agevolavano l’opera di Cavour e i cittadini della capitale attendevano l’arrivo di Garibaldi, senza peraltro impegnarsi e rischiare di persona. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL . Da Milazzo a Napoli. Dopo aver battuto a Milazzo le migliori truppe del Borbone e obbligata la guarnigione il 23 luglio a capitolare, Garibaldi s’era rapidamente portato in Messina. Egli era ormai padrone di tutta la Sicilia, tranne Messina, Augusta e Siracusa . Il generale Medici non tardò ad impossessarsi di Messina che non resistette. La punta del Faro e la costa fra il Faro e la città vennero fortificati. Ormai non si pensava più che a passare lo stretto, e, a tale scopo, a riunire forze sufficienti per abbattere gli ostacoli accumulati sulle coste di Calabria e per ispazzar via le truppe agglomeratevi. Garibaldi per un momento vagheggiò l’idea di comparire innanzi a Napoli e tentare uno di quei colpi di mano dei quali aveva il genio, ma l’abbandonò e lo sbarco ebbe luogo a Melito. Etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 62, in proposito scriveva che: “….; era il Faro, eravamo arrivati. Le ancore svolsero bruscamente le catene, e ci ancorammo nella parte più riparata di quello stretto. Innanzi a noi s’elevava la Sicilia, “all’ombra dell’Etna”; sulla nostra sinistra, Messina brillava etc…Alle nostre spalle si profilava la Calabria con le sue immense montagne scoscese, in cima alle quali bruciavano fuochi etc…(p. 63) Garibaldi sbarcò al Faro, poi lo vedemmo da lontano passare in carrozza sulla strada che costeggia il mare e raggiungere Messina. Egli si recava, senza riposarsi, a Taormina, per ispezionare la prima brigata che doveva tentare lo sbarco in terraferma. A stento riuscimmo a procurarci una barca che, spinta da tre rematori, ci consdusse assai rapidamente a Messina.”. Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892, a p. 219, in proposito scriveva che: “I due piroscafi giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’imbarcarono la divisione Bixio, e la tragittarono felicemente a Milito in Calabria….Lo stesso giorno del mio arrivo a Faro, io m’imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo a Giardini per imbarcarmi col ‘Franklin’, e passare lo scopo; il 19 agosto Garibaldi toccava il suolo Calabrese e il giorno dopo prendeva a viva forza Reggio. Proseguì il trionfo sino a Napoli.”. Queste le uniche parole del De Castro sulla traversata delle Calabrie.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Nel corso dell’anno dunque, Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte, a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica, il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffettuabile.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto Garibaldi passò da Taormina a Melito, si fece padrone di Reggio ed unito agli altri suoi corpi sbarcati in vari punti, marciò rapidamente su Napoli.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “A me par fuor di dubbio che il merito dell’organizazione della traversata risalga al Sirtori più che a Garibaldi. E ne è un’altra prova il fatto che Garibaldi giunse inatteso a Taormina proprio all’ultimo momento, quando già parte delle truppe del Bixio erano a bordo – il Durand-Brager scrive persino che l’imbarco era incominciato la mattina – onde è più lecito supporre che esse dovevano passare anche senza il Dittatore, sotto la guida di Bixio. Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 347, in proposito scriveva che: “Nella notte del 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, il quale purtroppo afferma parecchie altre cose con eccessiva leggerezza, come quando dice che Garibaldi dal Faro sarebbe andato a Napoli, prima che a Golfo Aranci: cosa questa affatto immaginaria.”. Agrati, a p. 347, in proposito aggiungeva che: “Non v’è accordo neppure sul numero dei volontari imbarcati sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’: il Forbes li dice 3 mila sul Torino e 1200 sul Franklin, il Guerzoni 4 mila, e 4500 il Rustow complessivamente; il Treveljan, in base al rapporto Bixio, dà il numero di 3360, di poco superiore a quello che risulta dal quadro ufficiale in Archivio Sirtori di 3267 (1).”. Agrati, a p. 347, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi Appendice N. 9.”. Agrati, a pp. 347-348, in proposito aggiungeva che: “Mentre si faceva l’imbarco, Garibaldi scrisse al Sirtori la seguente lettera: “Taormina 18 agosto 1860. Generale etc…..G. Garibaldi”.”.  Agrati, a p. 348, in proposito aggiungeva che: “Alle 9 – come s’è visto dal Canzio – le navi lasciano la Sicilia. Il Bixio comincia così il suo rapporto al Capo di Stato Maggiore: “Villa San Giovanni, 25 agosto 1860 etc….”. Agrati, a pp. 348-349, in proposito aggiungeva: “Il Bixio poi parla della falla prodotta nel Franklin come di un attentato, di un atto di sabotaggio diremmo oggi, e la versione appare verosimile sia per la cattiva volontà dei marinai alla partenza cui accenna lo stesso Bixio, sia perché nel viaggio intorno all’Isola nessuna falla s’era mai prodotta ed è strano che si producesse proprio quando la nave era ferma.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie. Il Bixio, per rendere agevole il disbarco, spinse il bastimento sulla spiaggia in modo che entrò per metà sulla terra. Quando ognuno fu a terra, le fregate si diedero tanto a mitragliare i volontari da costringerli a raggiungere le alture. Nondimeno le fregate, visto ormai inutile il cannoneggiamento, spedirono un’imbarcazione sul Torini vuoto ed abbandonato che, dopo essere stato saccheggiato, fu finanche incendiato. Poco lontano dal punto dello sbarco, in una cascina, erano nascoste le armi, di cui si impossessarono i garibaldini. Il Duce, imbarcatosi sul Tuchery, sbarcò in quei pressi col Menotti per iniziare la rotta su Reggio etc…”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”

                                                             GARIBALDI E BIXIO SBARCANO IN CALABRIA

Nel 19 agosto 1860, il passaggio dei Garibaldini di Cosenz e di Bixio sulle coste della Calabria

Da Wikipedia leggiamo che il 19 agosto 1860, eludendo la sorveglianza delle poche navi della marina borbonica, Garibaldi passò lo Stretto di Messina e sbarcò a sud di Reggio Calabria. Volendo sfruttare la superiorità numerica, Pianell e Francesco II ordinarono di concentrare gli attacchi sui nemici sbarcati; ma Vial, fin dal primo momento, perse i contatti con i suoi generali, i quali, d’altra parte, invece di tenere riunite le truppe le sfiancarono in marce inconcludenti. Nino Bixio, promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Sulla spiaggia melitese di Rumbolo il 19 agosto 1860 avvenne lo sbarco dei Mille di Giuseppe Garibaldi che, dopo aver occupato la Sicilia, puntavano alla conquista delle terre del regno borbonico “al di qua del Faro”. Lo sbarco a Melito Porto Salvo è un episodio della spedizione dei Mille che segnò l’inizio delle operazioni dell’Esercito meridionale garibaldino sulla parte continentale del Regno delle Due Sicilie. Fu effettuato, nella notte tra il 18 e il 19 agosto 1860, da Giuseppe Garibaldi e da 3.500 camicie rosse con l’obbiettivo di attraversare lo stretto di Messina e risalire la penisola italiana. Nella zona dello sbarco si opponevano ai garibaldini circa 16.000 effettivi dell’esercito borbonico schierati a difesa della costa calabra[1]. Va ricordato che lo sbarco sulla costa calabra fu reso possibile anche dalla mancata attuazione del blocco navale europeo, invocato da Francesco II e non attuato per decisione britannica, anche per l’intervento di Giacomo Filippo Lacaita, rifugiato politico in Inghilterra, il quale ebbe una parte importante nell’influenzare il ministro britannico Lord Russell sulla non ingerenza negli affari italiani. La notte tra il 18 e il 19 agosto 1860 Giuseppe Garibaldi e circa 3200/3500 Camicie Rosse, a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin, partì da Naxos seguendo una rotta di attraversamento dello stretto più lunga e indiretta al fine di eludere il pattugliamento della flotta borbonica. Garibaldi era sul Franklin con 1200 uomini, mentre Bixio con circa altri 3000 uomini era imbarcato sul piroscafo Torino. Altri sbarchi avvennero il 21, tra Favazzina e Scilla, ad opera di Enrico Cosenz. Con la presa di Melito Porto Salvo, i volontari garibaldini, dopo essersi organizzati logisticamente, anche grazie al successivo sbarco di ulteriori contingenti, partirono alla conquista di Reggio. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie. Il Bixio, per rendere agevole il disbarco, spinse il bastimento sulla spiaggia in modo che entrò per metà sulla terra. Quando ognuno fu a terra, le fregate si diedero tanto a mitragliare i volontari da costringerli a raggiungere le alture. Nondimeno le fregate, visto ormai inutile il cannoneggiamento, spedirono un’imbarcazione sul Torini vuoto ed abbandonato che, dopo essere stato saccheggiato, fu finanche incendiato. Poco lontano dal punto dello sbarco, in una cascina, erano nascoste le armi, di cui si impossessarono i garibaldini. Il Duce, imbarcatosi sul Tuchery, sbarcò in quei pressi col Menotti per iniziare la rotta su Reggio etc…”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 374 e ssg., in proposito scriveva che:Bisognava dunque passare lo Stretto, …I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 347, in proposito scriveva che: “Nella notte del 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, il quale purtroppo afferma parecchie altre cose con eccessiva leggerezza, come quando dice che Garibaldi dal Faro sarebbe andato a Napoli, prima che a Golfo Aranci: cosa questa affatto immaginaria.”. Agrati, a p. 347, in proposito aggiungeva che: “Non v’è accordo neppure sul numero dei volontari imbarcati sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’: il Forbes li dice 3 mila sul Torino e 1200 sul Franklin, il Guerzoni 4 mila, e 4500 il Rustow complessivamente; il Treveljan, in base al rapporto Bixio, dà il numero di 3360, di poco superiore a quello che risulta dal quadro ufficiale in Archivio Sirtori di 3267 (1).”. Agrati, a p. 347, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi Appendice N. 9.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “CAPITOLO XII. Sul continente napoletano. Circa alla fine d’agosto 1860, e verso le 3 antimeridiane d’una bella giornata approdammo sulla spiaggia di Melito. All’alba era tutta la gente in terra con armi e bagagli, e senza l’arenamento del Torino, che non potè uscire malgrado gli sforzi fatti dal Franklin per tirarlo fuori, potevasi in quello stesso giorno procedere verso Reggio. Alle 3 pomeridiane comparvero tre vapori borbonici capitanati dal Fulminante, e cominciarono a cannoneggiare gente, vapore ed ogni cosa. Provarono anche di metter fuori il Torino, ma non potendovi riuscire lo incendiarono. Il Franklin era partito e fu salvo. Verso le 3 della mattina del giorno seguente ebbe luogo lo sbarco, e noi marciammo su Reggio. Passammo il Capo dell ‘ Armi per lo stradale e meriggiammo vicino ad un villaggio che si trova tra quel Capo e la bella sorella di Messina. La squadra nemica osservava i nostri movimenti. Verso sera riprendemmo la marcia su Reggio, e giunti ad una certa distanza dalla città obliquammo a destra per sentieri remoti, evitando così gli avamposti nemici che ci aspettavano sullo stradale. Il colonnello Antonino Plutino e vari patriotti reggiani erano con noi, dimodochè avevamo delle buone guide. Facemmo varie fermate durante la notte per lasciare riposare la gente e per riunirla, ed alle 2 della mattina assaltammo Reggio.”. Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892, a p. 219, in proposito scriveva che: “I due piroscafi giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’imbarcarono la divisione Bixio, e la tragittarono felicemente a Milito in Calabria….Lo stesso giorno del mio arrivo a Faro, io m’imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo a Giardini per imbarcarmi col ‘Franklin’, e passare lo scopo; il 19 agosto Garibaldi toccava il suolo Calabrese e il giorno dopo prendeva a viva forza Reggio. Proseguì il trionfo sino a Napoli.”. Queste le uniche parole del De Castro sulla traversata delle Calabrie.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte dell’impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere, del napoletano naviglio, passaggio del Faro.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 131, in proposito scriveva che: “Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Nella notte sul 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartiere generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica di Ghio. Questa infatti trovava a Soveria i calabresi, i quali però per dispaccio di Sartori, male interpretato nel senso di lasciar passare la colonna Ghio etc….Nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passarvi in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Pecorini, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28 alle 6 ant. la brigata Eber partiva da Mileto per Monteleone, ed arrivava alla tappa alle 9 ant. ove accampava a piè del monte. Alle 6 pom. muoveva per Pizzo, ove giungeva alle 10 pom. ed ivi riceveva ordine di proseguire il cammino e di accamparsi al Piano dei sorrisi (Maida) ove arrivava dopo un’ora di marcia. Etc…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 146-147, in proprosito scriveva che: “Da Rogliano il generale Turr manda a Bixio la seguente lettera: “Al signor generale Bixio, Comandante la I° brigata della 15° Divisione. “Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, etc…Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.  Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Pecorini-Manzoni, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr, con ordine se è possibile d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada per Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno.”Pecorini, a pp. 147-148 aggiungeva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attacate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito oltre i signori accennati ieri, il colonnello Telky e Maxime du Camps….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Cosenza, 31 agosto 1860.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 301, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “1° settembre….In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano perlomeno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli si diceva a Salerno…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Nel corso dell’anno dunque, Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte, a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica, il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffettuabile.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai di men numerosa, ad unanimità, deliberò di potersi resistere etc…. Il De Cesare, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patrioti”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours , leur culotte courte , leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière , sont admirables à voir . Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti…..Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto Garibaldi passò da Taormina a Melito, si fece padrone di Reggio ed unito agli altri suoi corpi sbarcati in vari punti, marciò rapidamente su Napoli.”.  Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “VI. – Calabria….Fallito lo scopo del furtivo passaggio, distribuiti i volontari a piccole masse intorno a Messina, Faro e luoghi adiacenti, sicuri che i regi avrebberci atteso, posto piede in Calabria, Garibaldi ideò nuova spedizione e scelse il paesello di Giardini, a sito d’imbarco, fuori vista dei legni borbonici, proprio sulla spiaggia che prospetta il mar di Malta. A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto. Nel silenzio e in fretta salirono le truppe in numero di 2000 e più, e in rotta di Malta, il legno non ispirava sospetti. Navigò quasi volta la poppa alla Calabria e solcato gran tratto, viste l’acque libere dai temuti sguardi, cambiando direzione a sinistra, avanzò nel Jonio, e fu a Mileto ove toccaron terra i nuovi difensori. Il crepuscolo vespertino del 20 agosto , sorrideva all’arrivo dei nostri; e avvenne che sorgiunte le fregate regie nulla trovassero a predare dal vapore in fuori. Cannonate a tutta possa, feriti quattro o cinque e incendiato il legno. Le fiamme nutrite dalla pece giganti l’arsero, la chiglia una bragia, sommerse lento lento. Garibaldi non istette, procede a Reggio disponendo il vicino attacco. Fatto buio, irrompe in città, combatte, assale, fa prigionieri, prende posizioni e opportuni posti di difesa. Durante l’adoprarsi attivo in ogni senso a fine di vincere i pericoli soprastanti al passaggio dei nostri per la necessaria azione sul continente, ove speravasi l’intervento di maggiori e più agguerriti elementi, noi dei 180 fummo impediti da tentativi pel concorso di malaugurosi fatti ; in quei di fino al 20 costretti a disastrosa vita, determinati a starcene e cooperare, calammo a Bagnara, e giù inosservati dal monte ci ponemmo dietro ad alta riva che circonda la piazza. A segno stabilito, sui nemici ivi raccolti, mandammo fucilate ; ne segui allarme e repentino movimento. Forti pattuglie di cavalli su pel monte, pervennero alla cima ed occuparono il più comodo transito nostro. Sostati, ci attesero, ma inutilmente  Accortici, deviammo, e soli tre caddero fra loro. Riparammo a Forestari, cacciati da colonne , e più tardi a S. Stefano , e sottraemmo gran nerbo di forze ai regi per agevolare i passi ai nostri……    

Nel 18-19 agosto 1860, a MILAZZO, l’arrivo delle truppe di volontari dell’ex ‘spedizione PIANCIANI’ (poi detta di Terranova). L’aggregazione all’Esercito Meridionale ed alla  15° Divisione, con a capo il generale Istvan Turr, il colonnello RUSTOW, il maggiore Spinazzi (Brigata Parma) e il colonnello GANDINI (Brigata Milano) 

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: In seguito alle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare altrove che nella Romagna, diede la sua dimissione, e Garibaldi trasmise il comando sopra delle tre brigate, allora ancor unite, Tharrena, Gandini e Puppi al colonnello brigadiere e fino allora capo dello stato maggiore Rüstow, che ricevette nello stesso tempo l’incarico di raccogliere la divisione in Milazzo e di organizzarla. Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata. A motivo della partenza di Pianciani, dello sviamento della divisione dalla sua originaria destinazione , dei malcontento e della dissensione che nè risultò quà e là, era sorvenuta una certa confusione negli affari, ed un certo numero di ufficiali e di soldati avevano voluto dimettersi con Pianciani a Palermo. Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo…. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “….la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Racioppi, a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; etc…”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”. Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate però che io abbia cambiato il mio pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero etc…”. Raggiunge Bixio a Giardino, etc…”. La White aggiunge su Bertani che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ” – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da Puppi ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.  Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria.”. Dunque, secondo l’Agrati, Rustow partì da Palermo per Milazzo il 17 agosto 1860, di sera, con una parte della sua Divisione. Rustow arrivò a Milazzo il giorno 18 agosto 1860. Rustow non portò la Brigata Genova (la Brigata che era stata comandata da Eberhardt), ma portò a Miazzo solo le due Brigate MILANO (comandata dal colonnello GANDINI (?) o DE GIORGIS) e, la PARMA (comandata da SPINAZZI), che il 20 agosto 1860 furono tutte riunite a Milazzo. Doveva esserci anche la Brigata BOLOGNA (in seguito denominata PUPPI). La Brigata GENOVA fu trattenuta a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 333, in proposito scriveva che: “A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di ‘Terranova’.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9-10, in proposito scriveva che: Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni. I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; e le brigate Toscana e degli Abruzzi stąvano ancora nelle piazze destinate alla loro organizzazione attendendo la notizia del nostro approdo sulle coste papaline. Fu in quei giorni che Garibaldi si dispose a trasferire la guerra dall’isola al continente. Io lo sapeva ed immaginava la parte brillante che mi era riservata una volta giunto sul teatro della guerra. Sapeva ď’altronde che a ciò non poteva giungere se non a spese delle mie truppe , della loro esistenza, del loro avvenire; perciò mi dedicai all’intento che ogni possibile vantaggio dovesse riuscire non in mio favor personale, ma della guerra e per Garibaldi. Ben tosto mi decisi in conformità delle esigenze del mio dovere, cioè a completar l’armamento, provvedere alle munizioni, e ad esercitare i soldati, per la qual cosa fino a quel momento non aveva mai trovato nè il tempo, nè il luogo ; ed infine ad organizzare un servizio militare. Così ho fatto; ma trovai assai meno agevole mantenere il mio proposito di quello che non sembrasse all’atto di assumerlo. In ogni giorno, non una sola volta , ma perfino due, tre volte mi si consigliava la immediata partenza verso il Faro. Resistetti riguardo alla via di mare e momentaneamente anche per quella di terra, poichè mi sembrava inopportuno consumare in marcie forzate truppe del tutto nuove per presentarle al nemico digiune affatto d’istruzione, affrante e disordinate. Le interpretazioni che si diedero alla mia opposizione, non furono le più lusinghiere, ed anzi seppi che sottomano si lavorava assai per allontanarmi dal comando, e se lo conservai e se le mie intenzioni, per quanto lo comportassero le circostanze, poterono essere applicate, credo doverne andar debitore precipuamente alla perspicacia del general Sirtori. Ebbi occasione più tardi di eseguire fatti importanti e di procacciarmi nell’esercito qualche favorevole riputazione, ma non credo che tutto quanto ho potuto fare per l’esercito di Garibaldi mi sia costato sforzo maggiore di quello d’aver superato me stesso nella cella del convento di S. Francesco di Paola, vincendo tutte le tentazioni ed opponendo alle minaccie le esigenze del mio dovere. Voi, o miei commilitoni, il sapete e più di tutti sai tu, o padre Francesco Bandiera, quanto mi riuscisse difficile scacciare il malumore, allorchè per procacciarmi un divagamento mi obbligasti al racconto della storia degli eroi della mitologia alemanna, rimastami tuttavia nella memoria come residuo degli studi della prima mia giovinezza. Quante volte ti accuorasti perchè della pasta che mi imbandivi in quantità bastevole per dodici persone, non ne potessi prendere la centesima parte ! Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, etc…. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, in proposito scriveva che: “…Bertani….Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui. Non lo vede, invece, che al mattino seguente e soltanto allora può esporgli le sue ragioni, a cui il Dittatore risponde ch’egli è fermamente deciso a portar tutte le truppe in Calabria e di là marciare sopra Napoli, e che il Pontificio bastano le truppe che sono in Toscana e in Romagna. Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, etc….A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova. Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani…..e ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 333, in proposito scriveva che: “Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno ai suoi, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppur egli accenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto. Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui. Non fu poca la meraviglia quando seppe delle decisioni prese dal Dittatore e della rinuncia che il Pianciani stesso aveva fatto del comando della Divisione, la quale, come si è detto, si era già avviata per Milazzo. Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”. Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Maraldi, a p. 102, in proposito aggiungeva che: “Passando in tal modo, secondo l’ordine di Garibaldi, la legione alle dipendenze del Generale Turr, la diversione nel Pontificio, per la quale il Bertani aveva operato con tanta pertinacia, con tanto entusiasmo, era ormai messa definitivamente da parte. Il Governo aveva così raggiunto il suo intento: sconvolta prima, e poi fatta fallire completamente la spedizione Pianciani.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe, in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi. Per la partenza di Pianciani e la deviazione della divisione dal primitivo suo scopo, che suscitava qua e là qualche malumore e qualche recriminazione, l’ affare era in un certo disordine, e taluni degli uffiziali e soldati avevano in Palermo data la loro dimissione unitamente a Pianciani. Rüstow allora diede opera a riorganizzare le truppe a Milazzo, le provvidde di armi e munizioni e loro fece fare delle manovre, alle quali non si era finora potuto dedicare un sol giorno tranne per la prima brigata in Genova. Della quinta e sesta brigata, che in seguito all’andamento delle cose erano rimaste addietro nell’Italia Centrale disgiunte dal resto, avremo a tener parola più tardi.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170, in proposito scriveva che: “Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate che etc….”. La White, a p. 171, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. La White, a p. 173, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino , calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi , ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: “……”(1).”. La White, a p. 174, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s ‘ indirizzò per Santa Eufemia . Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi , fecero impazzire i capi dei corpi , ‘ pretendendo di caricare poca gente, etc…”. La White, a pp. 179, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….Ricevuto il dispaccio a Pizzo , Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia , va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “Intanto che l’eletta schiera reggevasi in mezzo a poderose forze nemiche che non cessavano di attaccarla , e che il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano dei soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre macchie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Pecorini, a p. 126, nella nota (1) e postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane.”. Pecorini a p. 127 aggiungeva che: “Garibaldi in vista degli ostacoli del Governo di Torino, pressato dalla Diplomazia delle Potenze amiche , e segnatamente della Francia , era costretto di opporsi alla spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontarî che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rüstow , mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’ intelligente lavoro dell’ Intendente militare Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontarî , lo Stato Maggiore ed il Comandante colonnello Pianciani.. Pecorini, a p. 128, aggiungeva che: “Pianciani condotti i suoi volontarî in Palermo , una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri. Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così : – Eberhardt, Tharena (poi Spinazzi ), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini, a p. 130, aggiungeva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Türr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il Colonnello Rüstow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Türr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: « Andiamo a Roma ! … Vogliamo Roma ! … » Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia << secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro  << a fare che abbandonare l’Isola. » E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù. Parlò poi all ‘ ufficialità, invitandola a mettere in opera ogni buon volere per mantenere ferma la disciplina, la quale in tutti i tempi e specialmente in quei momenti dovea essere base fondamentale di ordine e di organizzazione per poter compiere l’opera intrapresa con Garibaldi e conseguire lo scopo di ogni patriotta italiano. Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi.                                                                

Nel 19 agosto 1860, a Milazzo, il generale TURR annuncia alle truppe che Garibaldi gli aveva dato il comando della 15° Divisione dell’Esercito Meridionale

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi aveva già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al generale Turr. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100 riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, etc…”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: “….ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15ª Divisione comandata dal Türr stesso.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow…..Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”.

                                                                   IL VIAGGIO DI BERTANI DALLA SARDEGNA                                                                      

Nel ….. agosto 1860, a Cagliari, la partenza di  Agostino BERTANI e le sue truppe sul piroscafo noleggiato “Garibaldi”  

Dalla Sardegna, il primo a ripartire per la Sicilia fu Garibaldi sul vapore Washington, ma sia Bertani che il Pianciani, che era arrivato sul “Byzantin”, ripartirono per la Sicilia solo dopo Garibaldi in quanto i vapori non avevano fatto del tutto rifornimento di carbone. Il colonnello Luigi Pianciani, comandante della Spedizione battezzata dal Bertani “Terranova”, si era partito d Genova, con Rustow e tutto lo Stato Maggiore, insieme ad altri volontari garibaldini che ancora non erano arrivati a Golfo Aranci. Si è visto che essi da Cagliari, ingiunti da Garibaldi dovettero ripartire per Palermo, ma essi non viaggiarono con Garibaldi che pure viaggiò per mare per Palermo ma ripartirono da Cagliari sul vapore Byzantin. Arrivarono a Palermo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Dunque, da ciò che scriveva il Bertani nel suo Diario si evince che egli da Cagliari era arrivato a Palermo dopo di Garibaldi, ma pare che non si sia imbarcato con Garibaldi e giunto a Palermo insieme a Garibaldi. Infatti, Bertani non viaggiò con Pianciani che, pure vide Garibaldi a Cagliari che lo costrinse ad andare a Palermo. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”.”. Dunque, la White, traendo dal Diario del Bertani, scriveva che Agostino Bertani, a Cagliari, non partirà con Garibaldi che si era imbarcato sul Washington, ma “…ma vuole rimanere coi volontari”. Dunque, se Bertani, a Cagliari non partì con Garibaldi, quando partì per Palermo ? Cosa fece Bertani a Cagliari ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “….Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: <Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”Dunque, dalle parole di Bertani e della White, traspare che, Garibaldi, prima di allontanarsi per andare a Caprera, sua isola amata (senza “Bertani monta a bordo d’altro legno), etc…”), Bertani, invece, salì su un altro vapore (che non era il Washington) dove vi erano parte delle sue truppe della Spedizione Terranova, scrive la White:  “risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, etc….”. Dunque, la White scriveva che, Garibaldi, “ritornato da Caprera a Cagliari”, (col Washington) nota che a Cagliari era arrivato (il 14 agosto 1860 anche il Pianciani, sul “Bysantin”, con una parte della brigata Puppi e con lo Stato Maggiore (Rustow ed altri. Riguardo a Bertani a Cagliari dopo il rientro di Garibaldi da Caprera, vediamo cosa scriveva un altro testimone di eccezione. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “…..stringendomi amichevolmente la mano, soggiungeva: “State di buon animo, Colonnello, tutto va bene, ci parleremo a Palermo, io vi seguirò, e così dicendo scendeva nella sua barchetta; io volli dimandare dove fosse il Bertani. A bordo con me, rispose: se volete parlar con lui venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli pure viene a Palermo e là in ogni caso lo vedrete. Etc..”.  Dunque, Pianciani scriveva che Garibaldi gli disse che Bertani era sul vapore Washington e che con lui doveva viaggiare fino a Palermo, dove avrebbe potuto vedere ed incontrare. Dunque, a Cagliari, secondo quanto scrive il Pianciani, Bertani era con Garibaldi che gli promise che Bertani poteva vederlo a Palermo. Pianciani, a Cagliari non incontrò Bertani. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito Meridionale. Cagliari , 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”.”. Dunque, secondo ciò che scrisse la White, Garibaldi invitò Bertani a seguirlo a Palermo ma Bertani  “vuole rimanere coi volontari, etc…” e, prega Garibaldi di scrivergli l’ordine di recarsi a Palermo. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”.  Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “….a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Agostino Bertani non era partito da Cagliari con Garibaldi ma era rimasto in Sardegna. Infatti, Agostino Bertani, con altri volontari arriverà a Palermo ma solo dopo l’arrivo di Garibaldi (16 agosto 1860), solo dopo la partenza di Garibaldi per Trapani (17 agosto 1860) e solo dopo l’arrivo di Pianciani e Rustow, che a Palermo riuscirà a parlare con Garibaldi. Poi, proseguendo il nostro racconto, anche Bertani era rientrato dalla Sardegna con i suoi soldati e truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Dunque, se Bertani arrivò a Palermo quando Garibaldi era già partito da Palermo, mi chiedo quando partì egli dalla Sardegna e quando arrivò in Sicilia ?  Di sicuro Bertani arrivò a Palermo dopo il giorno 17 agosto 1860, giorno in cui Garibaldi era già in Sicilia e si incontrò con Pianciani, che per l’occasione si dimise. Dunque, su Bertani, che era rimasto in Sardegna a fare rifornimento, cosa sappiamo ?. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripartito per Palermo. Nel titolo al saggio ho scritto che Bertani aveva noleggiato il vapore “Garibaldi”. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Infatti, Bertani, al rientro di Garibaldi dall’isola di Caprera, volle rimanere con le sue truppe e non salì sul vapore Washington dove era imbarcato Garibaldi che subito si diresse a Palermo. Agostino Bertani, con altri volontari arriverà a Palermo ma solo dopo l’arrivo di Garibaldi (16 agosto 1860), solo dopo la partenza di Garibaldi per Trapani (17 agosto 1860) e solo dopo l’arrivo di Pianciani e Rustow, che a Palermo riuscirà a parlare con Garibaldi. Poi, proseguendo il nostro racconto, anche Bertani era rientrato dalla Sardegna con i suoi soldati e truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Ma quando Bertani rientra dalla Sardegna ? Inoltre dove si reca con i suoi volontari Bertani quando arriva in Sicilia dalla Sardegna ? Alcuni vogliono che Bertani arrivasse a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Bertani si era imbarcato a Palermo con il vapore “Garibaldi”, noleggiato per portare alcune truppe dei volontari dell’ex spedizione che lui stesso chiamò “Spedizione Terranova”. Infatti, l’Agrati scriveva: Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, il 20 agosto 1860, proveniente da Palermo. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 199, in proposito scriveva che: “Col Bertani il Sirtori aveva avuto anche un grave incidente a proposito del vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, Agrati scriveva che Agostino Bertani, a Palermo: vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Agrati scriveva che il vapore “Garibaldi”, secondo il patto stipulato tra il Sirtori ed il Bertani, doveva essere rilasciato “non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, il vapore “Garibaldi” fu noleggiato dal Bertani per trasportare la sua “gente” in Sicilia. Dunque, questo vapore fu noleggiato prima di arrivare in Sicilia. E dove ? In Sardegna, dove Bertani aveva lasciato Garibaldi che subito era ripartito per la Sicilia. Bertani, a Palermo aveva noleggiato il vapore “Garibaldi” per trasportare in Sicilia le sue truppe provenienti da Cagliari. A causa di questo vapore “Garibaldi”, a p. 199, Agrati scrive che nacque un grave malinteso con il generale Sirtori perché Garibaldi aveva ordinato al Sirtori di requisire detto vapore per il passaggio delle sue truppe in Calabria e il Sirtori trasmise l’ordine al Bertani. Ma questi non tenne in nessun conto la proibizione permettendo che il vapore se ne andasse. Il Sirtori irritato, che al suo ordine il Bertani così apertamente disobbedisse, telegrafò senz’altro al Depretis che lo arrestasse nel caso egli avesse ad approdare a Palermo.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, proveniente da Palermo, il 20 agosto 1860. Bertani era andato a Milazzo perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Dunque, Bertani, dalla Sardegna si fermò prima a Palermo e poi proseguì per Milazzo. Egli proveniva dalla Sardegna sul vapore noleggiato “Garibaldi”. Siccome Sirtori aveva avuto ordine da Garibaldi che prima di partire per il continente aveva ordinato di fermare tutti i vapori a Trapani, il fatto che Bertani non fosse andato a Palermo dove lo attendeva il Depretis, fece nascere tra il Sirtori e Bertani un grave malinteso. Sul vapore “Garibaldi”, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 169-170 e ssg., riferendosi all’arrivo di Garibaldi e Bertani a Golfo degli Aranci in Sardegna, in proposito scriveva che: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi ; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; etc…”. Dunque, Bertani testimoniava nel suo Diario che alla rada di Golfo Aranci trovarono alcuni vapori tra cui il vapore “Il Generale Garibaldi”. La White, a p. 169, scriveva che: “Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi etc…”. Dunque, Bertani, a differenza di Garibaldi, “monta a bordo di altro legno”, ovvero non segue Garibaldi che è sul Washington e va a Caprera. Poi, a p. 171, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Dunque, la White conferma che Bertani giunse con i suoi volontari a Palermo e poi, a Milazzo si ricongiunse con Rustow e gli altri volontari. Rustow era partito il 17 da Palermo, su ordine di Garibaldi e dopo le dimissioni di Pianciani. A Palermo ancora non vi era Bertani che arriverà solo il 19 agosto 1860 e si recherà a Milazzo. Bertani e la White non dirà nulla sulla partenza di Bertani da Cagliari sul vapore “Il Generale Garibaldi” e non dirà molto sull’arrivo a Palermo, dove vi era il Depretis. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».” . Dunque, il Pittaluga, sulla scorta del Pianciani, scriveva che Pianciani, a Cagliari, prime che partissero per Palermo, chiedendo a Garibaldi di Bertani scrive che Garibaldi gli avesse risposto « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. ». Ma, il Pittaluga, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava ; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti , gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata.”. Pittaluga non dice nulla di Bertani che volle restare a Cagliari per meglio organizzare i suoi volontari (rifornimenti di combustibile etc..). Pittaluga, però, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Bertani intanto, giunto egli pure a Palermo quando il Dittatore era già partito, etc…”. Dunque, Pittaluga scriveva che Bertani arrivò a Palermo quando Garibaldi aveva già ricevuto il Pianciani ed era ripartito da Palermo, per recarsi verso Messina e Taormina. Dunque, Bertani, non era partito da Cagliari insieme a Garibaldi, sul vapore Washington ma era partito ed arrivato a Palermo il giorno 19 agosto 1860, dopo la partenza di Garibaldi da Palermo.  

                                                                          BERTANI IN VIAGGIO PER PALERMO                                           

Nel ….. agosto 1860, a Palermo, l’arrivo di Agostino BERTANI, con il il vapore “Garibaldi” noleggiato e con cui porterà alcune truppe prima a Palermo e poi a Milazzo   

Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Infatti, Bertani, al rientro di Garibaldi dall’isola di Caprera, volle rimanere con le sue truppe e non salì sul vapore Washington dove era imbarcato Garibaldi che subito si diresse a Palermo. Agostino Bertani, con altri volontari arriverà a Palermo ma solo dopo l’arrivo di Garibaldi (16 agosto 1860), solo dopo la partenza di Garibaldi per Trapani (17 agosto 1860) e solo dopo l’arrivo di Pianciani e Rustow, che a Palermo riuscirà a parlare con Garibaldi. Poi, proseguendo il nostro racconto, anche Bertani era rientrato dalla Sardegna con i suoi soldati e truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Garibaldi si era portato avanti. Garibaldi a Palermo aveva rivisto il Pianciani il quale si era dimesso e Garibaldi diede l’incarico a Rustow che sostituì Pianciani. Il comando era stato affidato a Turr. Garibaldi si allontana da Palermo e nel frattempo arrivò anche il Bertani il quale non trovandolo cerca in tutti i modi di raggiungerlo. Ma quando Bertani rientra dalla Sardegna ? Inoltre dove si reca con i suoi volontari Bertani quando arriva in Sicilia dalla Sardegna ? La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”.”. Dunque, la White, traendo dal Diario del Bertani, scriveva che Agostino Bertani, a Cagliari, non partirà con Garibaldi che si era imbarcato sul Washington, ma “…ma vuole rimanere coi volontari”. Dunque, se Bertani, a Cagliari non partì con Garibaldi, quando partì per Palermo ? Cosa fece Bertani a Cagliari ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “….Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: <Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”Dunque, dalle parole di Bertani e della White, traspare che, Garibaldi, prima di allontanarsi per andare a Caprera, sua isola amata (senza “Bertani monta a bordo d’altro legno), etc…”), Bertani, invece, salì su un altro vapore (che non era il Washington) dove vi erano parte delle sue truppe della Spedizione Terranova, scrive la White:  “risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. In questo passaggio la White-Mario scriveva che Bertani era giunto a Palermo, a differenza di Agrati che scrive che Bertani non andò a Palermo, ma si diresse direttamente a Milazzo. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. E’ questo un passaggio che non mi convince. Il Treveljan scrive come se Bertani fosse arrivato a Palermo ed avesse potuto parlare con Garibaldi. Questo lo fece il Pianciani ma non il Bertani che arrivò a Palermo solo dopo che Garibaldi fosse ripartito per Trapani. Infatti, Bertani arrivato a Palermo apprende delle dimissioni del Pianciani. Infatti, la White-Mario (…..), traendo dal diario del Bertani scriveva: “…studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Bertani, arrivato in Sicilia, cercò invano di raggiungere Garibaldi. Bertani, arrivato in Sicilia da Cagliari, si vide con il Pianciani (?), il quale gli mise al corrente della “Diversione” di Garibaldi e delle dimissioni sue. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».”. Dunque, il Pittaluga, sulla scorta del Pianciani, scriveva che Pianciani, a Cagliari, prime che partissero per Palermo, chiedendo a Garibaldi di Bertani scrive che Garibaldi gli avesse risposto « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. ». Ma, il Pittaluga, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti , gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata.”. Pittaluga non dice nulla di Bertani che volle restare a Cagliari per meglio organizzare i suoi volontari (rifornimenti di combustibile etc..). Pittaluga, però, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Bertani intanto , giunto egli pure a Palermo quando il Dittatore era già partito, etc…”. Dunque, Pittaluga scriveva che Bertani arrivò a Palermo quando Garibaldi aveva già ricevuto il Pianciani ed era ripartito da Palermo, per recarsi verso Messina e Taormina. Dunque, Bertani, non era partito da Cagliari insieme a Garibaldi, sul vapore Washington ma era partito ed arrivato a Palermo il giorno 19 agosto 1860, dopo la partenza di Garibaldi da Palermo. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: “Bertani intanto, giunto egli pure a Palermo quando il Dittatore era già partito, era sempre infervorato della diversione da eseguire con le truppe di Pianciani, ed erasi anche affaticato a coordinare tutta l’azione secondo la nuova situazione risultata a Cagliari. A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali. Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Maraldi, continuando il suo racconto, riferendosi a Bertani scriveva: “Non fu poca la meraviglia quando seppe delle decisioni prese dal Dittatore e della rinuncia che il Pianciani stesso aveva fatto del comando della Divisione, la quale, come si è detto, si era già avviata per Milazzo. Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Nel frattempo, Bertani deve fronteggiare le richieste di Sirtori il quale aveva ricevuto l’ordine da Garibaldi di requisire tutti i navigli, anche quelli su cui viaggiavano le truppe e il Bertani, per poter effettuare lo sbarco in Calabria. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: I Cavouriani, ritornati a sciami a mettere l’isola sossopra per l’immediata annessione, avevano sparsa la voce che egli sfidando il Re, Cavour e Garibaldi stesso, voleva condurre in persona la spedizione negli Stati pontifici. Depretis, col quale Bertani stava in continui rapporti, rideva della stupida calunnia; Sirtori però fu indotto a crederla.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, etc…”. Proseguendo il suo racconto, la White, a p. 172 ci parla dell’incomprensione sorta tra Sirtori e Bertani. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: I Cavouriani, ritornati a sciami a mettere l’isola sossopra per l’immediata annessione, avevano sparsa la voce che egli sfidando il Re, Cavour e Garibaldi stesso, voleva condurre in persona la spedizione negli Stati pontifici. Depretis, col quale Bertani stava in continui rapporti, rideva della stupida calunnia; Sirtori però fu indotto a crederla. Nel fatto questi, il giorno 20, dando a me, impaziente di raggiungere Alberto passato coi pionieri, la notizia dello sbarco di Garibaldi e il permesso di imbarcarmi con Ripari capo dell’ambulanza, soggiunse: “Ora spero che Bertani smetterà la sua ostinata idea di condurre le sue genti negli Stati pontifici.”.”. Qui la White scrive che Sirtori fu indotto a credere della stupida calunnia nei confronti di Bertani emanando l’ordine di arresto, che poi, per fortuna non fu eseguito. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 332, riferendosi a Pianciani, all’incontro con Garibaldi a Cagliari, in proposito scriveva che: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte” per Palermo. Il 16 agosto 1860, a Palermo accade che: “Il 16 sera giunge a Palermo (Pianciani), e mentre le trupe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, Garibaldi arriverà prima di Pianciani a Palermo, il 16 agosto 1860 ma senza Bertani di cui l’Agrati non accenna. Agrati riprenderà a parlarci di Bertani solo quando, a p. 342 scriveva che Bertani aveva lasciato Garibaldi in Sardegna. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripartito per Palermo. Nel titolo al saggio ho scritto che Bertani aveva noleggiato il vapore “Garibaldi”. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. 

                                                                        IL VIAGGIO DI BERTANI PER MILAZZO

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, ….”. La White-Mario (…..), traendo dal diario del Bertani scriveva: “…studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Bertani, arrivato in Sicilia, cercò invano di raggiungere Garibaldi. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “….Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti, gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “….e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza, Non trovò più il Generale già partito per Giardini. Voleva raggiungerlo; ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Bertani si era imbarcato a Palermo con il vapore “Garibaldi”, noleggiato per portare alcune truppe dei volontari dell’ex spedizione che lui stesso chiamò “Spedizione Terranova”. Infatti, l’Agrati scriveva: Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, il 20 agosto 1860, proveniente da Palermo. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 199, in proposito scriveva che: “Col Bertani il Sirtori aveva avuto anche un grave incidente a proposito del vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, Agrati scriveva che Agostino Bertani, a Palermo: vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Agrati scriveva che il vapore “Garibaldi”, secondo il patto stipulato tra il Sirtori ed il Bertani, doveva essere rilasciato “non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, il vapore “Garibaldi” fu noleggiato dal Bertani per trasportare la sua “gente” in Sicilia. Dunque, questo vapore fu noleggiato prima di arrivare in Sicilia. E dove ? In Sardegna, dove Bertani aveva lasciato Garibaldi che subito era ripartito per la Sicilia. Bertani, a Palermo aveva noleggiato il vapore “Garibaldi” per trasportare in Sicilia le sue truppe provenienti da Cagliari. A causa di questo vapore “Garibaldi”, a p. 199, Agrati scrive che nacque un grave malinteso con il generale Sirtori perché Garibaldi aveva ordinato al Sirtori di requisire detto vapore per il passaggio delle sue truppe in Calabria e il Sirtori trasmise l’ordine al Bertani. Ma questi non tenne in nessun conto la proibizione permettendo che il vapore se ne andasse. Il Sirtori irritato, che al suo ordine il Bertani così apertamente disobbedisse, telegrafò senz’altro al Depretis che lo arrestasse nel caso egli avesse ad approdare a Palermo.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 364, il telegramma di Sirtori a Depretis inviato da Messina il 22 agosto 1860: “Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Quest’ordine severo è motivato dall’aver condotto via di qui senza ordine e senza avviso il piroscafo Garibaldi che per ordine del Dittatore doveva servire a portare truppe in Calabria.”.”. Nel telegramma il Sirtori chiama il vapore Garibaldi “piroscafo”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, il 20 agosto 1860. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Dunque, Bertani, dalla Sardegna si fermò prima a Palermo e poi proseguì per Milazzo. Egli proveniva dalla Sardegna sul vapore noleggiato “Garibaldi”. Siccome Sirtori aveva avuto ordine da Garibaldi che prima di partire per il continente aveva ordinato di fermare tutti i vapori a Trapani, fece nascere tra il Sirtori e Bertani un grave malinteso. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Ma il Bertani non si fermò a Palermo allora, e fu ventura che si evitasse così un grave e doloroso incidente: il rapido succedersi degli eventi impedì poi che l’ordine venisse mai eseguito. Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”Carlo Agrati, a p. 363 aggiungeva dell’intimazione a Bertani del Sirtori: “Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova. Come lo seppe giunto a Milazzo, il Sirtori gli rinnovò l’ordine, giungendo sino al punto di minacciare di arresto il Bertani se ancora si rifiutasse d’obbedire. Questo almeno è quel che si deduce dalla seguente lettera, dato che non mi fu possibile rinvenire il testo dell’ordine Sirtori: “Da bordo del Garibaldi, 20 agosto ore 11 pom. Caro Sirtori – Sarà qui domani l”Indépendance’ che fa 11 miglia all’ora…Così si potrà lasciare libero il Garibaldi il cui capitano protesta di non poter ulteriormente star fuori di Genova. Tu mi hai ridotto una questione d’onore ad una quistione di disciplina militare…Ti rammento che il Generale mi scrisse pochi giorni sono a Genova di fare ogni sforzo rivoluzionario sullo Stato pontificio e di Napoli e che quindi anche in ciò obbedìì ai suoi ordini. Etc…“. Il Bertani si rifrisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fortunata spedizione dei Mille, alla quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi….A. Bertani.”. Dunque, Agrati riportava la lettera o dispaccio che Bertani inviò a Sirtori, rispondendogli, il 20 agosto 1860, dal vapore Garibaldi, con cui viaggiava navigando per recarsi a Milazzo. Agrati, a p. 364, in proposito aggiungeva che: “Il Bertani si riferisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fotunata spedizione dei Mille, la quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi. Fu certamente il Cattabeni che portò la lettera al Sirtori, e questi, ben lungi dall’arrendersi alle ragioni del Bertani, dovette provocare quell’ordine esplicito del Dittatore di usare il ‘Garibaldi’ pel trasporto delle truppe in Calabria. A sua volta il Bertani, malgrado l”Indépendance’ non arrivasse che due giorni dopo, non tenne conto dell’ordine di Sirtori e lasciò libero il vapore, etc…”. Agrati, continuando il suo racconto, a p. 364 scriveva che: per cui il Sirtori, credendo che il Bertani fosse con esso diretto a Palermo, telegrafò al Depretis: “Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Etc…”. Agrati, a p. 364 proseguendo il suo racconto scriveva che: “A sua volta il Bertani, malgrado l”Indépendance’ non arrivasse che due giorni dopo, non tenne conto dell’ordine di Sirtori e lasciò libero il vapore, per cui il Sirtori, credendo che il Bertani fosse con esso diretto a Palermo, telegrafò al Depretis: “Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Etc…”. Dunque, il Sirtori invia un telegramma a Depretis e gli scrive: “Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Quest’ordine severo è motivato dall’aver condotto via di qui senza ordine e senza avviso il piroscafo Garibaldi che per ordine del Dittatore doveva servire a portare truppe in Calabria.”.”. L’Agrati, dopo aver detto dello spiacevole fatto tra Sirtori e Bertani, ovvero l’ordine di Sirtori inviato a Depretis di arrestare il Bertani che si era allontanato con il vapore Garibaldi e, giustifica il Bertani scrivendo: “Fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo e Depretis non ebbe così da eseguire quell’ordine increscioso, che poi non venne più ricordato forse per il precipitare degli eventi.”. Dunque, Agrati scriveva che “fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo” dove vi era il Depretis che non poté eseguire l’ordine di arrestare il Bertani. Dunque, Agrati scriveva che Bertani non giunse a Palermo e così Depretis non poté eseguire l’ordine di arresto. Ma, Agrati aveva scritto che Bertani era partito da Palermo col vapore “Garibaldi” noleggiato a Palermo per portare le truppe a Milazzo. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Bertani si era imbarcato a Palermo con il vapore “Garibaldi”, noleggiato per portare alcune truppe dei volontari dell’ex spedizione che lui stesso chiamò “Spedizione Terranova”. Infatti, l’Agrati scriveva: Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, perché l’Agrati, proseguendo il suo racconto scrive “fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo.” dove vi era il Depretis che non poté eseguire l’ordine di arrestare il Bertani ? Bertani, proveniente dalla Sardegna, giunse o non giunse a Palermo dalla Sardegna prima di andare a Milazzo ?. Forse l’Agrati si riferiva al viaggio che Bertani faceva sul piroscafo “Garibaldi”, di cui, il suo capitano si rifiutava di ritornare a Palermo perché siccome il mare di Sicilia era infestato di piroscafi borbonici, il comandante del “Garibaldi” “protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova”, cosa che peraltro fece qundo arrivarono a Milazzo. Forse la frase di Agrati si riferiva a quando il Bertani aveva già lasciato Palermo per andare a Milazzo e fu raggiunto dalla dispaccio del generale Sirtori che gli intimava di restituirgli e mandargli indietro il piroscafo “Garibaldi”, con cui Bertani era partito, senza voler sentire ragioni, da Palermo. L’Agrati si riferisse alla sua frase, a p. 363: “Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova.”, ovvero, siccome Sirtori aveva ricevuto l’ordine da Garibaldi che tutti i legni dovevano essere disponibili per lo sbarco in Calabria scrisse a Bertani di consegnare il vapore “Garibaldi” che Bertani aveva noleggiato a Palermo, ma: “…col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Da questo passo si evince che Bertani si era imbarcato sul piroscafo da lui noleggiato a Genova e che si trovava a Golfo Aranci, il piroscafo “Garibaldi”, a Cagliari, diretto a Palermo.Dunque, tra il Bertani e il Sirtori vi era il “…patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Ma, dove fu fatto questo patto di cui parla l’Agrati ?. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 344, in proposito scriveva che: “Garibaldi, invece è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità. Egli si accorge che là soltanto che con altre navi non vi son più quei due vapori, in seguito alla cui mancanza abbandona il progetto etc…, e ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, poiché due vapori, il Torino e il Franklin sono già partiti in seguito ad altro ordine avuto dal Sirtori da Messina. Etc…”. In questo passaggio si parla dell’ordine che Garibaldi invia a Depretis e indirettamente a Sirtori ma esso arriva il 15 agosto 1860 a Palermo, dove si trovava il prodittatore della Sicilia Depretis. E’ sulla base di questo ordine che il Sirtori invia a Bertani che si trovava a Cagliari di restituire il piroscafo “Garibaldi” non appena sarebbe arrivato a Palermo. Il Bertani aveva stipulato il patto che egli avrebbe lasciato libero il vapore ed il suo Comandante solo dopo che i volontari fossero stati trasportati in Sicilia, cosa che, peraltro avvenne perché come si è visto Bertani arriverà col vapore “Garibaldi” in Sicilia e a Palermo. Ma, perché accadde l’increscioso malinteso tra il Bertani ed il generale Sirtori ? Agrati, a p. 363 aggiungeva dell’intimazione a Bertani del Sirtori: “Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova.”. Agrati scriveva pure che: “Come lo seppe giunto a Milazzo, il Sirtori gli rinnovò l’ordine, giungendo sino al punto di minacciare di arresto il Bertani se ancora si rifiutasse d’obbedire. Questo almeno è quel che si deduce dalla seguente lettera, dato che non mi fu possibile rinvenire il testo dell’ordine Sirtori: “Da bordo del Garibaldi, 20 agosto ore 11 pom. Caro Sirtori – Sarà qui domani l”Indépendance’ che fa 11 miglia etc..”. Il Bertani si rifrisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fortunata spedizione dei Mille, alla quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi….A. Bertani.”. Dunque, Agrati riportava la lettera o dispaccio che Bertani inviò a Sirtori, rispondendogli, il 20 agosto 1860. Bertani era in viaggio sul “Garibaldi”. Dunque, il 22 agosto 1860, Sirtori scrive a Depretis che se arrivava Bertani a Milazzo egli avrebbe dovuto arrestarlo. Dunque, da questo dispaccio del Sirtori si evince che Bertani, il 22 agosto 1860 ancora era in viaggio sul vapore “Garibaldi” e non era arrivato a Milazzo.  

                                                                                   BERTANI ARRIVA A MILAZZO

Nel 19 agosto 1860, a Milazzo, l’arrivo da Palermo di AGOSTINO BERTANI che va in cerca di Garibaldi  

Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. In questo passaggio la White-Mario scriveva che Bertani era giunto a Palermo, a differenza di Agrati che scriveva che Bertani non andò a Palermo. Bertani va a Milazzo cercando di raggiungere Garibaldi. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. La White aggiunge che Bertani, dopo aver riunito con Rustow le sue truppe a Milazzo: “….poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Devo precisare però al riguardo che Bertani era sicuramente diffidente nei confronti di Cavour ma ciò che aveva saputo, ovvero della circolare di Farini e della violenza fatta a Nicotera dal Ricasoli non è fatto che avviene il 20 agosto 1860 ma ciò accade il 31 agosto 1860, dunque non è corretto ciò che scrive la White, la quale, tuttavia voleva dare un senso all’azione di Bertani che cerca di nuovo di raggiungere Garibaldi e sapere cosa doveva fare. Bertani, che era stato a Palermo e che aveva parlato con Depretis aveva certamente saputo della “diversione” che Cavour stava cercando di fare nei confronti delle truppe che, infatti furono dirottate da Golfo Aranci a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, proveniente da Palermo, il 20 agosto 1860. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto Garibaldi passò da Taormina a Melito, si fece padrone di Reggio ed unito agli altri suoi corpi sbarcati in vari punti, marciò rapidamente su Napoli.”. Dunque, il 22 agosto 1860, Sirtori scrive a Depretis che se arrivava Bertani a Milazzo egli avrebbe dovuto arrestarlo. Dunque, da questo dispaccio del Sirtori si evince che Bertani, il 22 agosto 1860 ancora era in viaggio sul vapore “Garibaldi” e non era arrivato a Milazzo. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.”. Dunque, Maraldi scriveva che Bertani raggiunse Milazzo dove arrivò anche il generale Turr che convinse le truppe dei volontari garibaldini, non contenti della “diversione” (questi volontari organizzati da Bertani, in principio dovevano insieme al Pianciani invadere gli Stati Pontifici). Anche Agostino Bertani fu presente alla rivista dei volontari a Milazzo, il 19 agosto 1860. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza, Non trovò più il Generale già partito per Giardini. Voleva raggiungerlo; ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15ª Divisione comandata dal Türr stesso. Questi ordinò una rivista, alla quale intervenne anche Bertani. Appena il generale Türr arrivò sulla fronte delle truppe, etc…”. Dunque, Bertani, si recò con altre sue truppe a Milazzo dove trovò le sue truppe ivi portate da Rustow. Sull’increscioso malinteso accaduto tra il Sirtori ed il Bertani, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: I Cavouriani, ritornati a sciami a mettere l’isola sottosopra per l’immediata annessione, avevano sparsa la voce che egli sfidando il Re, Cavour e Garibaldi stesso, voleva condurre in persona la spedizione negli Stati pontifici. Depretis, col quale Bertani stava in continui rapporti, rideva della stupida calunnia; Sirtori però fu indotto a crederla.”. La White, a p. 172, riferendosi al generale Sirtori aggiunge che: “Nel fatto questi, il giorno 20, dando a me, impaziente di raggiungere Alberto passato coi pionieri, la notizia dello sbarco di Garibaldi e il permesso di imbarcarmi con Ripari capo dell’ambulanza, soggiunse: “Ora spero che Bertani smetterà la sua ostinata idea di condurre le sue genti negli Stati pontifici. “Generale, “io risposi all’amico benevolo e venerando, “ho veduto stamani il Bertani a Milazzo, in mezzo ai volontari: egli non pensa che di eseguir gli ordini di Garibaldi e di raggiungerlo; non vuole però lasciarsi ghermire quella bella legione nè da Tizio nè da Caio, senza l’ordine di lui.”. Lo spero, “replicò, “troppo mi sarebbe dispiaciuto doverlo arrestare.”.”. Dunque, la White, che era stata a Milazzo, risponde a Sirtori che: “ho veduto stamani il Bertani a Milazzo, in mezzo ai volontari: egli non pensa che di eseguir gli ordini di Garibaldi e di raggiungerlo; non vuole però lasciarsi ghermire quella bella legione nè da Tizio nè da Caio, senza l’ordine di lui.”.”. La White aveva visto Bertani a Milazzo che partecipava alla rivista del generale Turr che invogliava le sue truppe, che non erano state tanto contente della “diversione” imposta da Cavour e che solo dopo l’intervento, a Milazzo di Bertani, si convinsero di andare con Garibaldi nelle provincie Napoletane e sbarcare in Calabria. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: Türr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il Colonnello Rüstow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Türr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: « Andiamo a Roma ! … Vogliamo Roma ! … » Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia << secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro  << a fare che abbandonare l’Isola. » E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù. Parlò poi all’ufficialità, invitandola a mettere in opera ogni buon volere per mantenere ferma la disciplina, la quale in tutti i tempi e specialmente in quei momenti dovea essere base fondamentale di ordine e di organizzazione per poter compiere l’opera intrapresa con Garibaldi e conseguire lo scopo di ogni patriotta italiano. Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, immagino che anche Bertani, su ordine di Turr partì con Rustow e con le sue truppe per Torre di Faro. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, il 20 agosto 1860, la giornalista White, moglie di Alberto Mario, ritornando a Milazzo scriveva che: Trasognai, ma tornando a Milazzo trovai Bertani presso Cianciolo ferito; ambedue ridevano delle notizie già sparse del suo meditato arresto. Venne Türr, e passò in rivista la legione. < Andiamo a Roma ! Vogliamo andare a Roma ! scoppiò su tutta la fronte . Grido, al quale Bertani rispose : < Viva l’Italia ! Viva Garibaldi ! »; nè la disciplina fu scossa.”. La White, a questo punto aggiunge che: “Acerbi, andato per prendere istruzioni dal generale, ne ebbe per Bertani la seguente lettera, che mandò per telegrafo: Reggio, 22 agosto 1860. Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. La White, riferendosi a Milazzo dove ancora si trovava Bertani con le sue truppe, scriveva che, l’Intendente Acerbi era andato incontro a Garibaldi in Calabria. Acerbi, da Reggio Calabria, il 22 agosto 1860 telegrafò a Milazzo inviando una lettera o dispaccio per Agostino Bertani. Garibaldi ordinava a Bertani pregandolo di Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. Fu questo l’ordine che attendeva Bertani. Dunque, Bertani, ricevuto il dispaccio da Garibaldi fece di tutto per sbarcare sul continente, in Calabria. La White, a pp. 173 prosegue scrivendo: “La caccia in quei giorni ai bipedi e quadrupedi e ai mezzi di trasporto per mare e per terra era fin comica si sentiva prima che si sapesse, che Garibaldi aveva abbandonato l’isola: anche invisibile, egli con magnetico fluido tutti attirava. I feriti di cui le case e le chiese di Milazzo erano piene, fuggirono; e il vice- capo dell ‘ ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino, calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi, ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: (1).”. La White, a p. 173, nella nota (1) postillava che: “(1) Fatto questo da notarsi, dacchè una delle accuse mosse a Bertani fu che egli, quando divenne segretario generale, con arbitrio dittatoriale creò governatori a suo piacere. (2) Questo titolo innocentemente regalatogli da Plutino per telegrafo gli fruttò l’accusa di volere farsi generale ; ma egli si firmò sempre o Bertani o Bertani dott. Agostino.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Maraldi, a p. 102, in proposito aggiungeva che: “Passando in tal modo, secondo l’ordine di Garibaldi, la legione alle dipendenze del Generale Turr, la diversione nel Pontificio, per la quale il Bertani aveva operato con tanta pertinacia, con tanto entusiasmo, era ormai messa definitivamente da parte. Il Governo aveva così raggiunto il suo intento: sconvolta prima, e poi fatta fallire completamente la spedizione Pianciani.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “…Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro.”. Dunque, Agrati, riferendosi a Bertani scriveva che: “…la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva al Faro il 28”. La Divisione di Rustow e Bertani, il 26 agosto si allontanava da Milazzo e marciando per via di terra, il 28 agosto 1860 arrivava al Faro (sempre in Sicilia). Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 158-159, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Ma ciò non gli riuscì perchè quella stessa sera del 19 il Dittatore con Bixio, sugli sconquassati vapori il Franklin ed il Torino passava in Calabria. Bertani era perciò costretto a telegrafare a Pianciani tuttora a Palermo, che, stante la partenza del generale Dittatore, non vi era più modo di combinare la diversione. Il concetto della diversione subiva dunque un altro scacco. Non era ancora l’ultimo a precedere la rivincita.”

                                                                A MILAZZO TURR PASSA IN RIVISTA LE TRUPPE

Nel 19 agosto 1860, a MILAZZO, l’arrivo del generale TURR a cui Garibaldi aveva dato il comando della 15° Divisione dell’Esercito Meridionale che includeva le truppe dell’ex Pianciani 

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi aveva già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, riferendosi a Bertani ed alla sua condotta, rispondendo al generale Sirtori, in proposito scriveva che: “…“ho veduto stamani il Bertani a Milazzo, in mezzo ai volontari: egli non pensa che di eseguir gli ordini di Garibaldi e di raggiungerlo; non vuole però lasciarsi ghermire quella bella legione nè da Tizio nè da Caio, senza l’ordine di lui.”.”. La White aveva visto Bertani a Milazzo che partecipava alla rivista del generale Turr che invogliava le sue truppe, che non erano state tanto contente della “diversione” imposta da Cavour e che solo dopo l’intervento, a Milazzo di Bertani, si convinsero di andare con Garibaldi nelle provincie Napoletane e sbarcare in Calabria. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 172 e ssg., riferendosi a Milazzo, in proposito scriveva che: “Venne Türr, e passò in rivista la legione. < Andiamo a Roma ! Vogliamo andare a Roma ! scoppiò su tutta la fronte. Grido, al quale Bertani rispose: < Viva l’Italia ! Viva Garibaldi ! »; nè la disciplina fu scossa. Acerbi, andato per prendere istruzioni dal generale, ne ebbe per Bertani la seguente lettera, che mandò per telegrafo: Reggio, 22 agosto 1860. Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100 riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Türr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il Colonnello Rüstow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Türr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare : « Andiamo a Roma ! … Vogliamo Roma ! … » Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia << secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro  << a fare che abbandonare l’Isola. » E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù. Parlò poi all’ufficialità, invitandola a mettere in opera ogni buon volere per mantenere ferma la disciplina, la quale in tutti i tempi e specialmente in quei momenti dovea essere base fondamentale di ordine e di organizzazione per poter compiere l’opera intrapresa con Garibaldi e conseguire lo scopo di ogni patriotta italiano. Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “…a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza, Non trovò più il Generale già partito per Giardini. Voleva raggiungerlo; ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15ª Divisione comandata dal Türr stesso. Questi ordinò una rivista, alla quale intervenne anche Bertani. Appena il generale Türr arrivò sulla fronte delle truppe, queste si diedero a gridare: « Andiamo a Roma! … Vogliamo Roma … ». Passata la rivista il generale Türr disse: « In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi ; la truppa marcia secondo i suoi ordini ; ed a chi ciò non piacesse, non ha altro a fare che abbandonare l’Isola ». E queste parole bastarono a temperare l’ardore di quella gioventù. Bertani che sperava sempre di ottenere per quelle truppe, che erano il risultato delle sue cure intense, ostinate e prolungate, un impiego speciale, ora che esse avevano calorosamente manifestato il loro desiderio, voleva fare ancora un tentativo presso il generale. Ma ciò non gli riuscì perchè quella stessa sera del 19 il Dittatore con Bixio, sugli sconquassati vapori il Franklin ed il Torino passava in Calabria. Bertani era perciò costretto a telegrafare a Pianciani tuttora a Palermo, che, stante la partenza del generale Dittatore, non vi era più modo di combinare la diversione. Il concetto della diversione subiva dunque un altro scacco. Non era ancora l’ultimo a precedere la rivincita.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow…..Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 76, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto avemmo una specie di festa in famiglia. In occasione del suo ritorno in Sicilia, il generale Turr aveva riunito a pranzo tutti gli ufficiali presenti a Messina della sua divisione, la più numerosa e la più importante dell’esercito meridionale. Questo pranzo, che coincideva con la festività di Santo Stefano d’Ungheria, si svolse nel palazzo che serviva da quartiere al colonnello di brigata Eber ed al suo stato maggiore. Fummo puntualissimi all’appuntamento, non c’è bisogno che lo dica; i generali Sirtori e Medici si sedettero l’uno alla destra l’altro alla sinistra del generale Turr, e tutt’intorno centocinquanta ufficiali, tutti in camicia rossa, presero posto ad un’enorme tavola a ferro di cavallo. Al levar delle mense, il tenente colonnello Spangaro (1) fece un brindisi al generale Turr; etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 43, in proposito scriveva che: “Cosa strana, Garibaldi nutre per i preti un odio che nemmeno gli enciclopedisti del diciottesimo secolo hanno provato; e dei due uomini che si è scelti per amici intimi, uno è un ex-parroco, l’altro un ex monaco! (1). Nel suo esercito, il generale che gli ispira maggior fiducia è Sirtori, che è stato monaco. C’era lì Basso, segretario devoto, sempre pronto, e che non soccombe sotto lo spaventevole compito di leggere la corrispondenza che ogni giorno arriva al generale dai quattro angoli della terra.”. Maceri, nel testo di Maxime Ducamp, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) * Il “vecchietto, tozzo, barbuto, sempre all’erta” cui si accenna nel testo era l’ex-parroco mantovano Luigi Gusmaroli. Vale la pena confrontare la descrizione che ne fa il Duchamp con il profilo tracciatone all’Abba in ‘Da Quarto al Volturno’: “Curvetto, piccolo, tarchiato, passo da marinaio, capelli bianchi e lunghi, barba fatta, indovinata per parare quella del Generale; Gusmaroli, il vecchio parroco mantovano, può dare un’idea di quello che sarà Garibaldi, fra una ventina d’anni.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra..  

Nel 19 agosto 1860, a Milazzo, Agostino BERTANI ricevè da Garibaldi un telegramma che lo invitava in Calabria

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 172 e ssg., riferendosi a Milazzo, in proposito scriveva che: “Acerbi, andato per prendere istruzioni dal generale, ne ebbe per Bertani la seguente lettera, che mandò per telegrafo: Reggio, 22 agosto 1860. Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100 riferendosi al 19 agosto 1860, in proposito scriveva che: Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati.”. Dunque, come si vede, Pecorini, sulla scorta del Rustow non parlò affatto del telegramma di Garibaldi, che consegnato da Acerbi a Bertani lo invitava a venire con le sue truppe bene equipaggiate in Calabria. A Milazzo, Bertani aveva partecipato alla rivista che il generale Turr fece alle truppe ivi riunite. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: Bertani che sperava sempre di ottenere per quelle truppe, che erano il risultato delle sue cure intense, ostinate e prolungate, un impiego speciale, ora che esse avevano calorosamente manifestato il loro desiderio, voleva fare ancora un tentativo presso il generale. Ma ciò non gli riuscì perchè quella stessa sera del 19 il Dittatore con Bixio, sugli sconquassati vapori il Franklin ed il Torino passava in Calabria. Bertani era perciò costretto a telegrafare a Pianciani tuttora a Palermo, che, stante la partenza del generale Dittatore, non vi era più modo di combinare la diversione. Il concetto della diversione subiva dunque un altro scacco. Non era ancora l’ultimo a precedere la rivincita.”

Nel 20 agosto 1860, a Palermo partenza di Luigi PIANCIANI per Livorno

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 158-159, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “….sera del 19 il Dittatore con Bixio, sugli sconquassati vapori il Franklin ed il Torino passava in Calabria. Bertani era perciò costretto a telegrafare a Pianciani tuttora a Palermo, che, stante la partenza del generale Dittatore, non vi era più modo di combinare la diversione. Il concetto della diversione subiva dunque un altro scacco. Non era ancora l’ultimo a precedere la rivincita. XXV. Pianciani partì da Palermo il 20 agosto per Livorno, pieno di pensieri, animato da speranze, mulinando gli incitamenti dell’Eroe, sotto l’impulso dei quali, appena giunto a Livorno il 23, iniziò subito l’attuazione dei suoi progetti , mandando una circolare telegrafica a Mauro Macchi, a tutti i Comitati, a Nicotera ed a Caucci, nella quale diceva: « Torno da Palermo. Garibaldi in Calabria ; forse altrove , domanda concorso ; quanti più volontari potete mandate a Genova; siamo alla fine; energia : avremo un’ Italia con Vittorio Emanuele » . Spedita la circolare partì per Firenze a conferire con Nicotera. In tempi gravi come quelli di cui si tratta, gli avvenimenti incalzano, le situazioni mutano vertiginosamente, gli uomini sono sopraffatti dalle cose, i propositi, i progetti, le opere sono precipitate, sconvolte e sfuggono alla direzione più meditata. Dal 13 al 23 agosto il Pianciani aveva vissuto navigando, e se molti fatti aveva notato, molte contrarietà subite, non conosceva e non poteva conoscere quanto era avvenuto lontano da Lui. Così Egli il 23 in Livorno ignorava che nel giorno 13 agosto, quello stesso giorno della sua partenza da Genova, il ministro dell’interno Farini aveva emanata la famosa circolare proibente qualsiasi arruolamento, il cui rigore era apparso inconsulto anche ai più moderati, perchè scopriva come debole lo stesso Governo, il quale aveva lasciato organizzare e partire una [ ventina di spedizioni con un totale di 21.000 Volontari, e vietava ora quelle spedizioni già pronte mentre erano state allestite con sua piena conoscenza; etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 160-161, in proposito scriveva che: …togliere la sua brigata. Ma Nicotera che aveva avuto promesse formali, ed incitamenti ed aiuti dallo stesso Ricasoli, risolutamente si rifiutò di obbedire. Lasciò liberi i suoi dipendenti che lo desideravano di ritornare alle loro case, dando loro per decidersi un tempo determinato , dopo il quale si intendevano vincolati. Niuno accettò, tutti protestarono contro lo scioglimento; di tale risolutezza s’impressionò lo stesso Ricasoli, in guisa  che << si venne dopo molte discussioni tra Ricasoli e Nicotera ad una Convenzione scritta in data 24 agosto, che stabiliva » una serie di condizioni per le quali la brigata si sarebbe imbarcata a Livorno, vincolandosi a non sbarcare nè in Toscana nè sul territorio pontificio. Così il concetto della diversione ne risentiva una grande restrizione. Ma poichè Garibaldi non era più in Sicilia essendo passato il 20 agosto in Calabria, il Nicotera dichiarò altresì nella stessa convenzione che non intendeva di andare in Sicilia, ma bensì di volere sbarcare, sulle coste del Regno di Napoli. Ben egli, che esule a Genova, tre anni prima, aveva navigato con Pisacane da Genova a Ponza, da Ponza a Sapri, ed aveva onorato il patriottismo ed il valore italiano, avrebbe saputo dove sbarcare.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp.  159-160-161, in proposito scriveva che: Dal 13 al 23 agosto il Pianciani aveva vissuto navigando, e se molti fatti aveva notato, molte contrarietà subite , non conosceva e non poteva conoscere quanto era avvenuto lontano da Lui. Così Egli il 23 in Livorno ignorava che nel giorno 13 agosto, quello stesso giorno della sua partenza da Genova, il ministro dell’interno Farini aveva emanata la famosa circolare proibente qualsiasi arruolamento , il cui rigore era apparso inconsulto anche ai più moderati, perchè scopriva come debole lo stesso Governo, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”

Nel 26 agosto 1860, a Paola, il Maresciallo VIAL, 

Cesare Morisani (….), nel suo, Ricordi storici. I fatti delle Calabrie nel luglio ed agosto 1860, Reggio, Tip. Caruso, 1872, a pp. 152, in proposito scriveva che: “…..in quel giorno stesso 26 Agosto si presentarono a Vial per dichiarargli che i loro corpi non si sarebbero battuti. Vial non seppe cacciar via quegl’inetti per farli sostituire da uffiziali capaci, non seppe superare quelle forti, ma superabili contrarietà, e attraversato in tutt’i modi, disperò di qualunque buon successo, disperò financo d’ assicurarsi la via colle armi, e s’appigliò al più umiliante partito, che gli restava, di domandare al nemico la ritirata. – All’ uompo spedì il capo dello Stato maggiore Colonnello Bertolini, facendolo imbarcare sul Vapore la Stella perchè la truppa si fosse ritirata sopra Salerno senz’ essere molestata. che ore dopo dalla partenza di Bertolini giungeva a Pizzo proveniente da Napoli un vapore francese, portante non già il generale Pianell, che prometteva di voler assumere il comando delle truppe in Calabria, non già altri generali da sostituire quelli, che fino allora aveano fatta cattiva prova, ma il maggiore Ludovigo De Sauget portante l’ordine, di lasciare interamente le Calabrie al nemico, e marciare in ritirata etc….”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 271-272, in proposito scriveva: “…..indubitabile che ai grandi successi di Garibaldi concorreva il contegno ignominioso dei napoletani. Se i generali ed uffiziali napoletani fossero stati brava gente, i rapidi successi di Garibaldi erano assolutamente impossibili. Ma è un grosso errore il credere che Garibaldi abbia operato col danaro per guadagnarsi dei traditori. Garibaldi non aveva danaro, e le perpetue strettezze pecuniarie dell’esercito meridionale non cessarono che dopo la presa di Napoli. È possibile che una volta od un’altra qualche furfante napoletano si risolvesse a prontamente capitolare, calcolando di poter usufruire a proprio vantaggio la cassa del reggimento o della brigata, ma anche questa cosa non può essersi verificata che di rado, poichè neppure le regie casse di guerra non erano troppo provviste. La causa principale dei rapidi successi di Garibaldi era senza questione lo stato di sfacelo in cui si trovava il paese, la mancanza di fede nella durata dello stato attuale, radicata appunto nel ceto colto civile e militare del paese, e la confusione che ne derivava. Erano le precise condizioni della Prussia nel 1806. Quegli stessi giovinastri che poche settimane prima impertinenti maltrattavano i loro soldati col più spaventevole arbitrio e sulla piazza d’armi avrebbero mangiati tutti gli eserciti del mondo , erano là imbambolati, appena la disciplina esterna più non bastasse , e si facesse appello all’uomo ed al merito personale.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz, la divisione Medici e la divisione Bixio….Prima di narrare la marcia di Garibaldi attraverso le Calabrie, la Basilicata ed il Principato, per Napoli, è necessario intrattenerci alquanto dell’ insurrezione in queste provincie, la quale precorse l’esercito meridionale, indi vedere come a fronte degli avvenimenti si contenessero il re Francesco II, la sua corte ed il suo ministero. III. L’insurrezione nel continente napoletano. Contemporaneamente allo sbarco delle prime truppe di Garibaldi sul continente l’insurrezione destossi in tutto il territorio del re Francesco. L’armata di Garibaldi non è anzi tutto che il punto d’appoggio di questa insurrezione, che la precorre. È impossibile tenerle dietro in tutte le sue particolarità; è però necessario informare in qualche modo il lettore del modo in cui si diffuse.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 276, in proposito scriveva: “Dopo il 25 agosto insorsero nel Principato citeriore Eboli, la Sala, il distretto del Cilento. I regii lasciavano tranquillamente che si facesse , ma non vedevano con altrettanta indifferenza che la rivoluzione si agitasse anche nel Principato ulteriore.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 296, in proposito scriveva: “Durante i combattimenti di Villa San Giovanni e Piale, il general Viale, con parte delle sue truppe, erasi da Monteleone avanzato verso Bagnara ed aveva dato ordine allo stesso brigadiere Ruiz di attaccare i garibaldini. Questi erasi rifiutato di intraprendere l’attacco collo scarso numero di truppe che aveva. Viale quindi ritirossi di nuovo a Monteleone, si mise a letto ammalato e chiese la sua dimissione, appena vide in quale stato fuggivano i corpi di Briganti e Melendez, e quando seppe che i rinforzi i quali dovevano congiungersi con lui, allo sbarco presso Paola ne erano stati impediti da quegli abitanti.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 487, in proposito scriveva che: “…XLII. Martedi 4 settembre i volontari levarono il campo dirigendosi verso Rogliano, dove giunsero e bivaccarono la notte seguente. All’alba del 5 si riposero in marcia e pervennero il giorno stesso a Cosenza, bella e pittoresca città, capo luogo della Calabria ulteriore. XLIII. Quivi i volontari pagavano un debito di patria e fraterna affezione e memoria. Il 24 luglio 1844 Cosenza era stata il teatro d’ infausta tragedia: Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro ed i loro compagni di gloria e sventura avevano quivi scontato col sangue la temerità giovanile e l’amore all’Italia. Un governo più equo o meno feroce avrebbe rispettato la loro gioventù e le loro illusioni: ma la Corte borbonica, avida mai sempre di sangue, tutti ad un tratto li fece dannare all’ ultima pena . Eglino subirono il loro destino con eroica rassegnazione e costanza : e furono l’un sopra l’altro fucilati etc….”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 138-139, riferendosi al colonnello Ludovico Frapolli, in proposito scriveva che: “Garibaldi non era più a Bagnara, che aveva lasciato alcune ore prima del nostro arrivo; vi trovavamo invece il colonnello Frapolli, lo stesso con cui eravamo partiti da Genova…..Dopo aver parlato quella stessa mattina con Garibaldi, egli si preparava a ritornare in Sicilia per accellerare l’invio di truppe e dirigerle per mare non più a Reggio e su Scilla, ma molto più a nord, in previsione di una resistenza determinata, per lanciarle a Paola, dietro Cosenza, in maniera da tagliare la ritirata ai Napoletani, e su Sapri, per operare un movimento che potesse minacciare Salerno. Era il mezzo, escogitato assai bene dal Frapolli stesso, d’isolare gli uni dagli altri e di ridurre al nulla i diversi corpi regii che ancora occupavano in forze la strada di Napoli, e che potevano condenderci seriamente il passaggio nel caso poco probabile che al nostro avvicinarsi non si fosse sollevato tutto il paese. Frapolli partì solo sulla piccola imbarcazione per raggiungere Milazzo, e noi salimmo in carrozza per andare a raggiungere Garibaldi; etc…”. Dunque, Du Champ ci parla dell’arrivo di Turr a Bagnara calabra dove trovarono il colonnello Ludovico Frapolli (….), il quale aveva conversato con Garibaldi che da poco aveva lasciato Bagnara. Frapolli era in procinto d’imbarcarsi per la Sicilia, per andare a Milazzo e raccontava il piano di Garibaldi di non portare le truppe del Turr a Reggio e a Scilla ma di portarle a Sapri. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Frapolli, fu in Ingegniere, patriota. Partecipò a tutte le imprese garibaldine dal 1860 al 1871, dopo lunghi anni di esilio. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Pecorini, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28 alle 6 ant. la brigata Eber partiva da Mileto per Monteleone, ed arrivava alla tappa alle 9 ant. ove accampava a piè del monte. Alle 6 pom. muoveva per Pizzo, ove giungeva alle 10 pom. ed ivi riceveva ordine di proseguire il cammino e di accamparsi al Piano dei sorrisi (Maida) ove arrivava dopo un’ora di marcia. Etc…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr). La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”.    

                                  BERTANI VIAGGIA IN MARE DIRETTO A MESSINA (TORRE DI FARO)

Nel 28 agosto 1860, Agostino BERTANI, viaggia con il vapore UTILE per raggiungere le sue truppe a Messina

Dopo aver ricevuto a Milazzo, il dispaccio di Garibaldi, dove Garibaldi lo invitava a portare le sue truppe in Calabria, Bertani, da Milazzo cerca di portare le sue genti al porto di Messina, a Torre di Faro. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 172-173, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “La caccia in quei giorni ai bipedi e quadrupedi e ai mezzi di trasporto per mare e per terra era fin comica si sentiva prima che si sapesse, che Garibaldi aveva abbandonato l’isola: anche invisibile, egli con magnetico fluido tutti attirava. I feriti di cui le case e le chiese di Milazzo erano piene, fuggirono; e il vice- capo dell ‘ ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente.. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174, in proposito scriveva che: “Senza la benevolenza del povero Nievo a Palermo, di Acerbi e di Nicola Fabrizi a Messina, Bertani davvero non avrebbe trovato trasporti tra tanti che se li leticavano per pigiarvi le genti loro, magari sloggiandone quelle degli altri. Così il povero Ripari fino dal 22 fu sbalzato col personale e materiale d’ambulanza dall’Aberdeen ove pure era salito per ordine di Sirtori, e noi dovemmo sguizzare in barche pescherecce e sbarcare in mezzo ai regi e correre e correre per raggiungere Garibaldi.. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Etc…”. Infatti, Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro.”. Dunque, a Torre di Faro, il 28 agosto 1860, Bertani arrivò con alcune truppe imbarcatosi sul vapore Utile, che riuscì a trovare mentre il colonnello Rustow, da Milazzo dovette marciare con il grosso delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, etc…”.

                                                      LA MARCIA DI RUSTOW PER MESSINA-TORRE DI FARO 

Nel 26 e 27 agosto 1860, Torre di Faro, Messina, RUSTOW e le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani), ivi portate via terra da Milazzo ed ivi tutte riunite. Li raggiunge pure Agostino Bertani che li fa imarcare per la Calabria sul vapore UTILE     

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Le truppe furono spostate a marcie forzate a Torre di Faro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Etc…”Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 9-10-11, in proposito scriveva che: “In ogni giorno, non una sola volta, ma perfino due, tre volte mi si consigliava la immediata partenza verso il Faro. Resistetti riguardo alla via di mare e momentaneamente anche per quella di terra, poichè mi sembrava inopportuno consumare in marcie forzate truppe del tutto nuove per presentarle al nemico digiune affatto d’istruzione , affrante e disordinate. Etc…”. Rustow si lamentava del disordine che regnava a Milazzo. Poi, a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro. Quanto riuscissero utili le marcie per l’ordinamento delle truppe, lo mostrò l’esperienza. La colonna che dapprincipio si stendeva all’infinito potè a poco a poco essere raccolta, i militi abituarsi ad un rancio regolare e ad una certa celerità nel soddisfare ad ogni ramo del servizio militare. Che sarebbe avvenuto se ad ognuno avessi permesso di agire a proprio talento, poichè è a rimarcarsi che molti immaginavano che la colonna, a guisa di un viaggiatore pedestre dilettante, potesse d’un sol colpo fare una corsa da Milazzo a Torre del Faro ? Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz, la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina, il 28 agosto a Torre di Faro, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti..  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Dunque, Agrati racconta che, il colonnello Rustow arrivò la sera del 18 a Milazzo, al comando di una parte della sua Divisione (Divisione Turr) ed il 20 settembre 1860 era arrivata a Milazzo il resto della Divisione. Dopo alcuni giorni di sosta a Milazzo, la Divisione, il 28 riparte ed arriva al Faro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28…..Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr).”.                               

Nel 28 agosto 1860, da Reggio, Agostino PLUTINO invia un messaggio di Garibaldi a BERTANI con un messaggio telegrafico 

Agostino Bertani che si trovava a Torre di Faro con le sue truppe e con Rustow telegrafò a Reggio Calabria per sapere dove si trovava Garibaldi e così poterlo raggiungere con le truppe che Garibaldi attendeva.  Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Bertani….e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino, calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi, ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati (1): etc…”. Dunque, la White scriveva che Agostino Bertani, il 27 agosto 1860 telegrafò a Reggio Calabria a Garibaldi che gli risponde da Reggio Calabria, il 28 agosto 1860 col tramite di Agostino Plutino, prodittatore della Calabria che gli risponde con il seguente messaggio telegrafico: «Reggio, 28 agosto 1860. Signore, In punto mi viene comunicato il seguente dispaccio elettrico per Lei: Fate sapere a Bertani a Torre di Faro che sbarchi la sua colonna a Santa Eufemia e che marci da costà a Nicastro. Per facilitare lo sbarco, Bertani deve portar seco barche. Mi avvisi se sbarcherà a Pizzo o a Santa Eufemia ( Pizzo , 28 , ore 5 ‘ /, pom. ). » La prego col ritorno del latore farmi tenere analoga risposta.- Il governatore generale Agostino Plutino. A. Bertani, generale di divisione, Torre di Faro.”. La White, a p. 173, nella nota (1) postillava che: “(1) Fatto questo da notarsi, dacchè una delle accuse mosse a Bertani fu che egli, quando divenne segretario generale, con arbitrio dittatoriale creò governatori a suo piacere. (2) Questo titolo innocentemente regalatogli da Plutino per telegrafo gli fruttò l’accusa di volere farsi generale ; ma egli si firmò sempre o Bertani o Bertani dott. Agostino.”. La White, a p. 174 proseguendo il suo racconto scriveva: “Bertani risponde a Plutino: “Vi prego partecipare al generale Garibaldi il seguente dispaccio: Scenderò a Santa Eufemia, condurrò barche meco, marcerò per Nicastro. Vi avvertirò appena sbarcato. Piola condusse vuoti a Palermo vapori destinati imbarco, perciò deve condurre uomini in due riprese. Vi prego altresì, signor governatore, di fare avvertire a Pizzo il tenente Francavilla condurre cavalli a Santa Eufemia subito.”. Dunque, la White scriveva che Bertani, dopo aver ricevuto a Torre di Faro l’ordine di Garibaldi inviatogli da Plutino, rispose al Governatore della Calabria con un dispaccio telegrafico dove gli annunciava che si sarebbe partito da Torre di Faro e si sarebbe diretto in Calabria, a Sant’Eufemia. Bertani, da Torre di Faro, prima di imbarcarsi sullo Stretto per andare in Calabria, diretto a Sant’Eufemia, telegrafa e risponde a Plutino, Governatore della Calabria per dirgli che vuole sbarcare con le sue truppe in Calabria. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 388-389, in proposito scriveva che: “Mentre così crolla tutta l’organizzazione borbonica, civile e militare, Garibaldi avanza rapidamente, trascinandosi dietro i suoi e spingendosi innanzi le torme dei vinti, tra i quali il panico, l’indisciplina, la dissoluzione non conoscon più limiti. Il 26 agosto il Dittatore è a Nicotera e di là scrive al Sirtori, senza sapere neppure con precisione dove si trovi: “Nicotera, 26 agosto 1860. Al Generale Sirtori a Mileto o sada da Rosarno a Mileto – Ebbi conferenza col Capo dello Stato Maggiore del maresciallo Vial e abbiam disposto il seguente: – Noi occuperemo Mileto domani etc…”. Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretti al Pizzo. Il generale Milbitz, con la sua 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….”.     

             LA BRIGATA BOLOGNA (PUPPI) RESTO’ AL FARO E NON POTE’ PARTIRE PER LA CALABRIA

Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “….si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia.”.  Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s ‘ indirizzò per Santa Eufemia.. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr). La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguir per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”.  

         BERTANI E RUSTOW CON LE BRIGATE MILANO E SPINAZZI SI IMBARCANO PER LA CALABRIA 

Nel 29 agosto 1860, a Messina, Torre di Faro, l’imbarco per lo sbarco in Calabria (a Tropea) di Bertani e di RUSTOW con le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani): le due Brigate Milano e Spinazzi si imbarcano e viaggiano per sbarcare in Calabria sui vapori WEISEL, DANTE, CALABRIA e PILO 

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” furono portate da Milazzo a Torre del Faro e da Torre del Faro si imbarcarono per sbarcare in Calabria. Queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani, per via mare raggiunsero le coste della Calabria ma dovettero sbarcare a Tropea e non poterono arrivare via mare a Pizzo Calabro che fu raggiunta solo marciando da Tropea. I vapori che li avevano trasportati da Torre di Faro, via mare, li lasciarono e li fecero sbarcare a Tropea. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove si imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo.”. Dunque, Agrati (….), a pp. 389,  riferendosi al 27 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo.”. Dunque, Bertani lasciò Torre di Faro, con le sue truppe dell’ex spedizione Pianciani, il 27 agosto 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino, calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi, ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: “……”(1).”. La White, a p. 174 proseguendo il suo racconto scriveva: “Bertani risponde a Plutino: Vi prego partecipare al generale Garibaldi il seguente dispaccio: Scenderò a Santa Eufemia, condurrò barche meco, marcerò per Nicastro. Vi avvertirò appena sbarcato. Piola condusse vuoti a Palermo vapori destinati imbarco, perciò deve condurre uomini in due riprese. Vi prego altresì, signor governatore, di fare avvertire a Pizzo il tenente Francavilla condurre cavalli a Santa Eufemia subito.”. Dunque, la White scriveva che Bertani, dopo aver ricevuto a Torre di Faro l’ordine di Garibaldi inviatogli da Plutino, rispose al Governatore della Calabria con un dispaccio telegrafico dove gli annunciava che si sarebbe partito da Torre di Faro e si sarebbe diretto in Calabria, a Sant’Eufemia. Ma, come vedremo non poté sbarcare a Sant’Eufemia ma arrivò a Tropea. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s ‘ indirizzò per Santa Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘pretendendo di caricare poca gente, guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell’opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso.”Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato. Sulla partenza di Bertani e delle truppe dal Faro per andare in Calabria. Poi continuando il racconto scriveva: “Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del ‘Calabria’ aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 11-12, scriveva pure: “Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro. Quanto riuscissero utili le marcie per l’ordinamento delle truppe, lo mostrò l’esperienza. La colonna che dapprincipio si stendeva all’infinito potè a poco a poco essere raccolta, i militi abituarsi ad un rancio regolare e ad una certa celerità nel soddisfare ad ogni ramo del servizio militare. Che sarebbe avvenuto se ad ognuno avessi permesso di agire a proprio talento, poichè è a rimarcarsi che molti immaginavano che la colonna, a guisa di un viaggiatore pedestre dilettante, potesse d’un sol colpo fare una corsa da Milazzo a Torre del Faro ? Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Etc…. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina, il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia. Etc….”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “…………... Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal “Gandini”, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333 scriveva che: Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 388-389, in proposito scriveva che: Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretti al Pizzo. Il generale Milbitz, con la sua 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto…..Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto.”. Dunque, secondo Agrati, Agostino Bertani condusse questa Divisione, insieme a Rustow dal Faro a Tropea. Da Tropea, Bertani e Rustow, marceranno fino ad arrivare a Pizzo Calabro, dove si imbarcheranno, e via mare arriveranno a Paola. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28…..Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguir per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, etc…”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere da Bagnara verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere il Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartier generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica del Ghio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”.  

                                                       BERTANI E RUSTOW IN VIAGGIO PER LA CALABRIA

Nel 29 agosto 1860, da Messina Torre di Faro, il viaggio per lo sbarco in Calabria (a Tropea) di Bertani e di RUSTOW con le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani): le due Brigate Milano e Spinazzi sui vapori WEISEL, DANTE, CALABRIA e PILO 

Da Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e, le due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola, si trovavano a Milazzo in Sicilia, e da lì furono portate marciando fino al porto di Messina, a Torre di Faro, per passare lo Stretto. Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti etc…”. La White, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s’indirizzò per Santa Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘ pretendendo di caricare poca gente, guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell’opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso. Etc…”. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato.  Sulla partenza di Bertani e delle truppe dal Faro per andare in Calabria, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul ‘Weisel, Dante, Calabria’ e il Pilo, salì su questo e s’indirizzò per Sant’Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, etc…”. Poi continuando il racconto scriveva: “Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del ‘Calabria’ aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia.”. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato. La White, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘ pretendendo di caricare poca gente,  guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell ‘ opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso. Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del Calabria aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Quì di fatti la sbarcò etc….”La White, a p. 175 scriveva: Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille e mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? Questo sapevano soltanto i nemici e i pochi fortunati che trovarono quadrupedi per seguirlo. Di Melendes e Briganti che si erano arresi a San Giovanni, Garibaldi manda liberi i soldati contando sullo sfacelo delle altre legioni, accavallandosi l’ uno sull’ altro. I forti dello stretto spalancano le porte al passaggio del vincitori. Vuotati così Torre Cavallo, Altafiumara, Scilla, Bagnara, vietato l’ulteriore transito delle navi nemiche, protetto lo sbarco dei Garibaldini, egli manda Mario a Milbitz (Sirtori, Cosenz, Medici c’erano già) con l’ordine di raggiungerlo con tutta la gente. Medici lo lascia per condurre il suo corpo, Bixio per condurvi i vincitori di Reggio e San Giovanni: Ripari ritorna per prendere il resto dell’ ambulanza e mi manda dal generale per prendere gli ordini e possibilmente trovare i mezzi di trasporto per i materiali d’ambulanza.”. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 11-12, scriveva pure: Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno, lasciammo dietro di noi la città di Tropea, la quale trovasi fondata su una immensa roccia che domina il mare, ed accostavamo il capo di Zambrone, quando il piccolo vapore inglese Weasel che trasportava i carabinieri genovesi ed i soldati del Genio e si trovava più avanzato di noi, improvvisamente virò di bordo dirigendosi a tutta forza verso il sud. Si disse che un vapore da guerra napoletano era stato veduto al di là del capo Zambrone. In quell’istante io mi trovava in cabina dettando ordini di servizio, ed essendomi penetrato il rumore d’allarme, accorsi tosto sul ponte, ordinai di caricar le armi e di mettere in ordine le truppe. Il mio intendimento non era che quello di avvicinarmi al vapore napoletano, e conscio delle vacillanti disposizioni della marina napoletana, incominciare le ostilità e dopo qualche esitanza che era certo d’incontrare, procedere all’arrembaggio. Osservando le faccie dei bravi Milanesi, m’avvidi che le mie intenzioni erano state indovinate. I miei ordini furono accolti con giubilo ed eseguiti con ammirabile puntualità. Di fronte al pericolo, il soldato incominciava a formarsi; vi furono peraltro sapienti ufficiali, che certo ebbero la stramba idea che io volessi soltanto da lontano intraprendere un combattimento a fuoco coi Napoletani !! Intanto che mi trovava così occupato nelle disposizioni pel combattimento, m’accorsi che il capitano del Rosolino Pilo aveva virato di bordo e rivolta la prua al seguito del Weasel. Mi recai tosto da lui per indurlo a rimanere, rappresentandogli che il nemico infine non era stato ancora veduto, che era quindi incerto se realmente esistesse e che non era pur impossibile che il Weasel avesse veduto delle ombre. Tutto inutile. Il capitano si ricusò, allegando il pessimo stato della sua macchina, la mancanza di provvigioni e che non poteva correre quel rischio trovando di suo dovere salvare il legno. Tali adunque erano le predisposizioni date per il trasporto delle mie truppe, ed in contingenze tali si osava farmi rimprovero perchè non le avessi fatte correre a rompicollo da Milazzo al Faro. Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 12-13-14, scriveva pure: Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea. Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, e di collocare l’infanteria più verso l’interno del continente. Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco e dare le opportune disposizioni pel caso del reale avvicinamento del vapore napoletano. Tutto ciò si eseguiva; ma lo sbarco si effettuava con lentezza, poichè il Rosolino Pilo si trovava assai distante da terra e le poche nostre lancie non potevano se non a lunghi intervalli ritornare da terra a bordo. Per ottenere una maggior celerità, voleva richiedere il concorso del Weasel; ma allorchè il Pilo un poco alleggerito potè d’alquanto avvicinarsi a terra e d’altronde fummo assicurati che il bastimento napoletano non si vedeva e che anzi la sua comparsa in queste acque era assai improbabile e che nel giorno antecedente erano stati veduti scorrere lungo le coste un legno da guerra francese ed uno inglese, lo sbarco si continuò con tutta calma e pace, ed i soldati furono accampati sulla spiaggia del mare. Tosto compiuto lo scarico, il Pilo se ne parti per Palermo onde rassettare la sua macchina e far provvista di vettovaglie. Il suo esempio fu imitato dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia. Verso mezzodì dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono…Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, etc…”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. 

                                                   BERTANI E RUSTOW A TROPEA CON LA MILANO E LA SPINAZZI

Nel 29 agosto 1860, a Tropea, l’arrivo AGOSTINO BERTANI, RUSTOW, SPINAZZI e le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani, e ora 15° Divisione Turr), le Brigate: Milano, Parma e Bologna, al comando di Rustow  

Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato.  La White, a p. 175 scriveva: Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille e mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? Questo sapevano soltanto i nemici e i pochi fortunati che trovarono quadrupedi per seguirlo. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “….a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 12-13-14, scriveva pure: Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea. Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, e di collocare l’infanteria più verso l’interno del continente. Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco e dare le opportune disposizioni pel caso del reale avvicinamento del vapore napoletano. Tutto ciò si eseguiva; ma lo sbarco si effettuava con lentezza, poichè il Rosolino Pilo si trovava assai distante da terra e le poche nostre lancie non potevano se non a lunghi intervalli ritornare da terra a bordo. Per ottenere una maggior celerità, voleva richiedere il concorso del Weasel; ma allorchè il Pilo un poco alleggerito potè d’alquanto avvicinarsi a terra e d’altronde fummo assicurati che il bastimento napoletano non si vedeva e che anzi la sua comparsa in queste acque era assai improbabile e che nel giorno antecedente erano stati veduti scorrere lungo le coste un legno da guerra francese ed uno inglese, lo sbarco si continuò con tutta calma e pace, ed i soldati furono accampati sulla spiaggia del mare. Tosto compiuto lo scarico, il Pilo se ne parti per Palermo onde rassettare la sua macchina e far provvista di vettovaglie. Il suo esempio fu imitato dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, le truppe con Bertani e Rustow dovettero mettersi in marcia diretti a Pizzo come comandava il Sirtori ma non potettero andare per mare. Da Tropea dovettero subito mettersi in marcia. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia . Verso mezzodi dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Inoltre, l’Agrati scriveva che Agostino Bertani, insieme al colonnello Rustow condussero queste truppe dal Faro a Tropea, via mare e, marciando via terra, da Tropea fino a Pizzo Calabro, e poi ancora viaggiando via mare da Pizzo a Paola. Arrivati a Paola, Agostino Bertani lasciò il comando al Rustow e partì per Cosenza dove andò ad incontrare Garibaldi. Rustow aspettò con le truppe sbarcate nel porto di Paola.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere da Bagnara verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere il Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartier generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica del Ghio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 173 pubblicò la cartina con gli itinerari seguiti dalle truppe garibaldine dove indica per la “Brig. Spinazzi e Milano” l’itinerario da Scilla a Nicotera via mare e per la “brigata Milano” l’itinerario via terra da Nicotera o Monteleone fino a Pizzo la marcia via terra per riprendere il mare fino a Paola. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata Milano, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal “Gandini”, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. L’itinerario come vedremo non è proprio questo. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 117, in proposito scriveva che: “La divisione del generale Turr aveva già oltrepassato lo stretto, escluso la brigata Eber, che, insieme con lo stato maggiore, era in attesa al Faro dei piroscafi che dovevano trasportarla in terraferma.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “….e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr) . La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”.   

                                                         A TROPEA, BERTANI ED I TELEGRAMMI AD ACERBI

Nel 29 agosto 1860, a Tropea, BERTANI riceve il telegramma dell’Intendente ACERBI e si avvia a Pizzo

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “…a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”Secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Acerbi gli risponde da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Dunque, Acerbi era a Pizzo Calabro e comunica a Bertani (ed indirettamente a Rustow), pregandolo di proseguire la marcia fino a Pizzo Calabro dove lo troverà. Infatti, l’Intendente Generale ACERBI si riunirà con Bertani, con Rustow e con le truppe a Pizzo Calabro. 

                                                                            GARIBALDI E BIXIO IN CALABRIA

La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino, dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Qui ordina a Dezza di impadronirsi del telegrafo; il che questi fa dopo aver risposto nulla di nuovo all’ ufficiale di Capo dell’Armi che aveva domandato che cosa fossero quei vapori. Ma l’Aquila e il Fulminante cannoneggiano e il Torino arenato e gli sbarcati. I colpi rallegran la banda pioniera vissuta per dodici giorni in mezzo a quindicimila nemici, ora irrompendo su Bagnara, ora marciando a Pedovoli, poi ritornando ai Forestali , allettando sulla sua traccia le masse nemiche che così si assottigliavano alla marina. Infine, incalzata per ogni verso, volta oltre Appennino e giunge il 18 a San Lorenzo. Qui indusse il sindaco Rossi a proclamare la decadenza della dinastia borbonica, l’Italia Una con Vittorio Emanuele, la dittatura di Garibaldi. Sentito il cannone, Missori e i suoi precipitano giù a Mileto, salutati dalle bombe del nemico, accolti a braccia aperte da Garibaldi , e con esso marciano verso Reggio.”Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174, in proposito scriveva che: “….Garibaldi. Il quale , costretto il nemico a sgombrare Reggio città, Cittadella e Forte al Mare, e fugato Briganti e accerchiato Melendes, gli intimò la resa a San Giovanni.. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 175-176-177-178, in proposito scriveva che: Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille e mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? Questo sapevano soltanto i nemici e i pochi fortunati che trovarono quadrupedi per seguirlo. Di Melendes e Briganti che si erano arresi a San Giovanni, Garibaldi manda liberi i soldati contando sullo sfacelo delle altre legioni, accavallandosi l’ uno sull’ altro. I forti dello stretto spalancano le porte al passaggio del vincitori. Vuotati così Torre Cavallo, Altafiumara, Scilla, Bagnara, vietato l’ulteriore transito delle navi nemiche, protetto lo sbarco dei Garibaldini, egli manda Mario a Milbitz (Sirtori, Cosenz, Medici c’erano già) con l’ordine di raggiungerlo con tutta la gente. Medici lo lascia per condurre il suo corpo, Bixio per condurvi i vincitori di Reggio e San Giovanni: Ripari ritorna per prendere il resto dell’ ambulanza e mi manda dal generale per prendere gli ordini e possibilmente trovare i mezzi di trasporto per i materiali d’ambulanza. Garibaldi raggiante per il sangue risparmiato, per lo sfacelo dell’esercito borbonico al grido di Viva l’Italia, viva Galibardi !, dissemi non aver bisogno di coppette o di cataplasmi, ma mi assegnò un bell’omnibus a due cavalli , il quale serviva mirabilmente a vari pionieri che seguivano Garibaldi sul cavallo di san Francesco e a vettovagliare il quartier generale sempre affamato. Nè il duce disprezzava le frittate , i capretti arrostiti, le ceste d’uva , di pèsche e soprattutto di fichi, che Paolo Papa, capo farmacista, ed io, infermiera, preparavamo lungo la via. Che incantevole viaggio tra quella lussureggiante verdura, sotto quel cielo azzurro , costeggiando il mare ceruleo, o internandosi tra i villaggi ove le popolazioni deliranti versavano lagrime, fiori, frutta, benedizioni su quel capo veramente benedetto ! Trent’anni di dolore svaniscono rievocando quei dì ! Garibaldi spesseggiava senza sosta, sapendo che ventimila nemici tra le Termopile di Monte Leone e Cosenza gli volevano contrastare il passo . Egli calcolava che i calabresi sotto Vincenzo Stocco avrebbero a questi precluso il passo. Sapeva che l’insurrezione trionfava nel Cosentino, in Basilicata , in Capitanata, nelle Puglie, che al sud di Tiriolo, nelle montagne a picco formanti un bastione insuperabile gli alpestri cacciatoricon infallibili moschetti tenevano le porte chiuse in faccia al generale Viale. Ma presso a Monte Leone si seppe che per un ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prime Calabrie e ingrossarsi d’ottomila in Basilicata , molto sangue poteva ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario ( Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati) , ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni per i nemici, potemmo imbandire una gigantesca frittata condita di pomodori freschi, ghiottornia che Garibaldi giungendo con Stocco e le sempre affamate guide intendevano a divorare. Ma che ! Sirtori impensierito per il lato militare, trovando Garibaldi un po’ troppo fidente dal lato morale, non si fermò per assaggiarla, e invece via di corsa a San Pietro di Tiriol . Coll’esercito garibaldino indietro di parecchie tappe , volle accertarsi in persona quanto distasse da esso il nemico, sì che a San Pietro di Tiriolo tutti ci trovammo la sera. Garibaldi si coricò subito; Canzio e Mario trovarono alloggio vicino al quartier generale. Per Sirtori e altri affamati, tra i quali ricordo La Masa, Clemente Corte e la sua moglie inglese, s’imbandi una cena; e fin Sirtori sorrise alle pazze scommesse e ad un sonetto improvvisato da La Masa. Tutto ad un tratto un tuono fragoroso sembra infrangere l’aria. Sirtori e Corte tornano a cingersi le spade; ma siamo tutti abburattati come un bastimento investito da altra nave. Frittata, prosciutto, frutta , bicchieri, lumi , noi stessi si rotola tutti in terra. Il terremoto ! fuggiamo ! grida la padrona di casa entrando esterrefatta. Un solo, benchè fosse terribilmente scosso, Garibaldi, come ci disse Basso, non s’era neanche alzato. Così si finisce di cenare.

                                                                                      I TELEGRAMMI DI SIRTORI

Nel 30 agosto 1860, a San Pietro al Tiriolo, il generale SIRTORI invia un messaggio al generale TURR

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 178 riferendosi al generale Sirtori che da Tiriolo scrive il seguente telegramma a Turr: “Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’ egli a Türr replica l’ordine, già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che ventimila razioni per oggi e trentamila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti, continua: “per ciò che riguarda la marcia delle truppe, l’ufficiale mandato per proseguire fin che trovasse Medici e Bixio fu nell’impossibilità di proseguire per mancanza di mezzi di trasporto. Io la prego, signor generale, di usar di tutt’i mezzi che può trovare il di lei zelo, ed a valersi dell’autorità e del potere che le danno l’alto suó grado, perchè siano trovati mezzi di trasporto e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz gli ordini del dittatore, che impongono di arrivare a marcie forzate fino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo oggi alle 4 ant. si avanzerà verso Cosenza. Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartier generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza , pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso . » 30 agosto , ore 2 del mattino , San Pietro di Tiriolo. – Il capo dello stato maggiore G. SIRTORI….PS. Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Türr, dovunque trovisi.”. Dunque, il Sirtori telegrafa perchè cerca sia Acerbi che il generale Turr. Poi, a p. 179, la White scrive: “Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del celere ubbidire di Bertani, gentilmente me li mostra . ” Tropea è sul litorale romano ? ” domando. ” No davvero , ” risponde con uno dei suoi rari sorrisi , ” e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino ! ” E di tutto suo pugno scrive: San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. È ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità del quartier generale, che ora trovasi a San Pietro del Tiriolo a circa otto miglia da Tiriolo verso Correa e fra un’ora proseguirà verso Cosenza . Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata . – Il capo dello stato maggiore : G. Sirtori.”. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. La White-Mario, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Così si finisce di cenare. Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, ma già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che “ventimila razioni per oggi e trentamila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti”, continua: “per ciò che riguarda la marcia delle truppe, l’ufficiale mandato per proseguire fin che trovasse Medici e Bixio fu nell’impossibilità di proseguire per mancanza di mezzi di trasporto. Io la prego, signor generale, di usar tutt’i mezzi che può trovare il di lei zelo, ed a valersi dell’autorità e del potere e del potere che le danno l’alto suo grado, perchè siano trovati mezzi di trasporto e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz gli ordini del Dittatore, che impongono di arrivare a marcie forzate fino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo oggi alle 4 ant. si avanzerà verso Cosenza. Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso”. 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. P.S. – Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Turr, ovunque trovisi.”. Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del ‘celere ubbidire’ di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano? domando. – “No davvero”, risponde con uno dei suoi rari sorrisi, “e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino!” E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere da Bagnara verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere il Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartier generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica del Ghio.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza.  

                                                         BERTANI E RUSTOW A MONTELEONE (VIBO VALENZIA)

Arrivati a Tropea, Bertani e Rustow con le loro truppe e due Brigate dovettero intraprendere una marcia molto faticosa per quelle truppe già molto stanche. Solo Bertani riuscì a spostarsi verso quella che sarà la prossima tappa, Monteleone, vicino Pizzo Calabro. Questo luogo in pratica sarebbe la piccola cittadina costiera di Vibo Valenzia, in Provincia di Cosenza.La piccola cittadina di Vibo Valenzia, si affaccia sul mare Tirreno, e non è molto distante da Pizzo Calabro. Da Wikipedia leggiamo che fino al 1863 fu chiamata “Monteleone” (l’antica Bibone). Dal 1863 al 1928 fu detta Monteleone di Calabria. Rustow con le truppe dovette marciare da Tropea, mentre Bertani forse riuscì a salpare con un qualche naviglio. La truppa garibaldina era diretta a Pizzo Calabro. A Monteleone arrivarono il 29 agosto 1860 di sera inoltrata. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto 1860 era giunta a Tropea e Monteleone. Ma Rustow scriveva che arrivrono a Monteleone la mattina del 30 agosto 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 13-14, scriveva pure: “La mattina del 30, mentre ci avvicinavamo a Monteleone, etc…”. Inoltre, a p. 14 scriveva pure che: La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda, costituita dalla brigata Parma, non vi arrivò che a mezzogiorno.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “….erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”.  Anche il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria. Etc…”. Le truppe di Bertani che marciarono da Tropea erano quelle che formavano le due Brigate che potettero partire sui vapori a Messina – Torre di Faro e si tratta delle due Brigate MILANO e SPINAZZI (la ex PARMA). Come si è detto la Bologna resterà al Faro. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 13-14, scriveva pure: Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. La sera ad ora avanzata, ci posimo in marcia per Monteleone, che pure tutti gli ufficiali dovettero fare a piedi, giacchè i nostri cavalli, che erano stati trasportati dal Faro a Scilla, e dovevano raggiungerci per la via di terra, si trovavano ancora molto indietro. La marcia notturna produsse i suoi effetti. Le giovani nostre truppe assai difficilmente potevano essere tenute in ordine, e particolarmente la brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa, i quali marciavano molto celeremente, si era di troppo distesa. Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente, ma il suo ferreo rigore valse almeno a mantenere la gente unita. lo mi trovava così affranto dalla stanchezza, che quasi m’addormentavo camminando. I patimenti morali però, più che non le materiali fatiche degli ultimi otto giorni, avevano fortemente scossa la mia buona e solida complessione. Ma feci ogni sforzo per dar buon esempio ai soldati, é questo giovò infatti, come sempre in simili contingenze. Presso Tropea erasi incominciato a vedere i fantasmi sul mare, ed ora avveniva lo stesso in terra.”. Rustow, nella traduzione del Porro, continuando il suo racconto scriveva che: “La mattina del 30, mentre ci avvicinavamo a Monteleone, i bersaglieri in testa di colonna, io mi trovava col primo battaglione della brigata Milano, quando osservai un movimento istantaneo nei bersaglieri, pel quale sembrava volessero prender posizione su una lingua della spiaggia. Subito poi, mi si presentò l’ufficiale di massa della brigata, un tale che voleva operare strategicamente a suo capriccio; quest’ uomo, già attempato, era venuto a passo concitato colla sciabola sguainata, per raccontarmi un intiero romanzo di cavalleria napolitana che minacciava la nostra fronte e che aveva nello stesso tempo girato il nostro fianco destro. Egli voleva trovare delle disposizioni per (in un campo tutto aperto) occupare militarmente tutte le strade. Gli raccomandai di calmare il suo ardore, di bandire la confusione dalle sue idee e di non portar il disordine nelle truppe. Io diedi le disposizioni che mi parvero del caso, ed i comandi si diffusero rapidamente dalla testa alla coda della colonna, ed i nostri giovani soldati, sebbene stanchi, si raccolsero a passo tanto celere, che in un istante il primo battaglione formava già una colonna compatta intanto che gli altri ne seguivano l’esempio. Tosto formati, avanzammo, e presto ci accorsimo che la minacciante colonna nemica altro non era che una mandra di pacifici e ben pasciuti buoi. Più tardi ebbimo occasione di sperimentare che la regia cavalleria napoletana non era gran che più terribile di questi buoi grigi. Profittai però di tale avventura per far comprendere alle truppe il danno d’una marcia disordinata. – La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda, costituita dalla brigata Parma, non vi arrivò che a mezzogiorno. Subito dopo l’arrivo delle prime truppe, che furono accampate in un bel giardino, si fecero i preparativi necessari pel rancio. Ma tutto procedeva ancora con lentezza straordinaria, cosicchè erano le 2 pomeridiane quando alcuni battaglioni avevano appena acceso il fuoco, allorchè ci pervenne l’ordine di avanzare subito per Pizzo.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Giulio Cesare Abba, Storia dei Mille. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 108, in proposito scriveva che: “Monteleone era occupata da circa dodicimila uomini comandata dal generale Ghio – il carnefice dell’infelice spedizione di Pisacane – il quale, appena seppe della capitolazione del generale Cardarelli a Cosenza (3), iniziò anche lui la ritirata. Non riuscendo però di imbarcarsi a Pizzo per mancanza di navi, fu costretto a proseguire la marcia in ritirata per terra attraverso la Calabria in rivolta; il 28 giunse a Chiriolo ed il 29 si fermò a Soveria Mannelli, per fronteggiare il Dittatore. Costui, frattanto, andava alla ricerca del brigatiere Stocco, capo di parecchie migliaia di volontari calabresi, per fare attaccare i borbonici alle spalle.”.

                                                         Nel 30 agosto 1860, i telegrammi di SIRTORI 

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Così si finisce di cenare. Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, ma già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che “ventimila razioni per oggi e trentamila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti”, continua: “per ciò che riguarda la marcia delle truppe, l’ufficiale mandato per proseguire fin che trovasse Medici e Bixio fu nell’impossibilità di proseguire per mancanza di mezzi di trasporto. Io la prego, signor generale, di usar tutt’i mezzi che può trovare il di lei zelo, ed a valersi dell’autorità e del potere e del potere che le danno l’alto suo grado, perchè siano trovati mezzi di trasporto e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz gli ordini del Dittatore, che impongono di arrivare a marcie forzate fino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo oggi alle 4 ant. si avanzerà verso Cosenza. Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso”. 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. P.S. – Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Turr, ovunque trovisi.”. Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del ‘celere ubbidire’ di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano? domando. – “No davvero”, risponde con uno dei suoi rari sorrisi, “e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino!” E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 178 riferendosi al generale Sirtori che da Tiriolo scrive il seguente telegramma a Turr: 30 agosto , ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo . – Il capo dello stato maggiore G. SIRTORI. PS. Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Türr, dovunque trovisi.”. Dunque, il Sirtori telegrafa perchè cerca sia Acerbi che il generale Turr. Poi, a p. 179, la White scrive: “Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del celere ubbidire di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano ? ” domando. ” No davvero, ” risponde con uno dei suoi rari sorrisi, ” e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino ! “E di tutto suo pugno scrive: San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. È ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità del quartier generale, che ora trovasi a San Pietro del Tiriolo a circa otto miglia da Tiriolo verso Correa e fra un’ora proseguirà verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore : G. Sirtori.”. La White, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”.  Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101.

                                                                   BERTANI E RUSTOW A PIZZO CALABRO 

Nel 30 agosto 1860, a Pizzo, AGOSTINO BERTANI, RUSTOW e le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani, e ora 15° Divisione Turr), le Brigate: Milano, Parma e Bologna (?) 

A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Le due brigate, prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Queste forze da Torre del Faro partirono e sbarcarono in Calabria a Tropea.  Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Giulio Cesare Abba, Storia dei Mille. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “…a Tropea…Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 14-15-16, il Rustow nelle sue memorie, riferendosi a Pizzo Calabro scriveva che: Ma tutto procedeva ancora con lentezza straordinaria, cosicchè erano le 2 pomeridiane quando alcuni battaglioni avevano appena acceso il fuoco, allorchè ci pervenne l’ordine di avanzare subito per Pizzo. Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma. – Da Pizzo, quella città fedele dove venne fucilato il bollente Murat, si doveva navigare per Paola, ove dicevasi trovarsi ancora presidio napoletano. Credendo al caso di un assalto, presi tutte le disposizioni per una tal fazione. Presso S. Lucido, lungi da Paola circa un’ora, era dove intendeva di approdare per muovere contro la città; quando da S. Lucido stesso col mezzo di segnali fummo informati che in prossimità non trovavansi nemici, e potemmo anzi osservare i nostri amici calabresi montati su dei cavalli simili a quelli che spesso si trovano disegnati sugli antichi vasi, correre lungo la costa del mare per recare a Paola la notizia dell’arrivo dei filibustieri rossi. Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “…andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria-Manelli, per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, secondo il racconto di Rustow, le sue truppe sbarcarono a Paola il 31 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “….erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, per la paura dei capitani di navigli d’ un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando….”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 55-56-57 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: Pizzo di Calabria e Paola, 31 agosto. ……Alle due, lasciammo il Pizzo per andare a Paola, trainati questa volta dal Dante. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101.  

                                                             A PIZZO, BERTANI TROVA L’INTENDENTE ACERBI

Nel 30 agosto 1860, a Tropea, BERTANI riceve il telegramma dell’Intendente ACERBI e si avvia a Pizzo

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. La White (….), continuando il suo racconto tratto dal Taccuino del Bertani scriveva che: “Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “Acerbi gli risponde a Bertani inviandogli un telegramma o dispaccio da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Dunque, Acerbi era a Pizzo Calabro e comunica a Bertani (ed indirettamente a Rustow), pregandolo di proseguire la marcia fino a Pizzo Calabro dove lo troverà. Infatti, l’Intendente Generale ACERBI si riunirà con Bertani, con Rustow e con le truppe a Pizzo Calabro. A questo punto, Bertani e Rustow, da Tropea si mettono in viaggio per arrivare a Pizzo Calabro. Bertani viaggierà per mare con il vapore Utile mentre Rustow marcerà fino a Pizzo Calabro. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 14-15-16, il Rustow nelle sue memorie, riferendosi a Pizzo Calabro scriveva che: “….allorchè ci pervenne l’ordine di avanzare subito per Pizzo. Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma. Etc…”. Fin qui nessuno accenno ad Acerbi. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. Dunque, l’accenno ad Acerbi è della White che scriveva che, il generale Sirtori, il 30 agosto 1860 scrise un messaggio a Bertani (e Rustow) intimandogli di marciare fino a Pizzo Calabro. Inoltre, la White scriveva che Bertani, arrivato a Pizzo Calabro, dove probabilmente vi era anche l’Intendente Acerbi, ricevuto il dispaccio di Sirtori, si imbarca con le truppe (con Rustow) insieme ad Acerbi e vanno a Paola, dove arriveranno il 31 agosto 1860. 

                                                                                                                  PAOLA

Paola partecipò al movimento di Garibaldi. L’eroe dei due mondi, tuttavia, non passo dalla città, a differenza dei suoi Garibaldini. Essi furono persino aiutati dal Comune quando le truppe comandate da Nino Bixio e Giacomo Medici s’imbarcarono per raggiungere Garibaldi a Napoli. Prima della costruzione della Ferrovia Paola-Cosenza nel 1910, il porto di Paola era molto trafficato, i piroscafi provenienti da Napoli e Messina erano carichi di merci e viaggiatori e il commercio fiorente. L’arrivo delle forze garibaldine provenienti dalla Sicilia e sbarcate a Paola è importante perchè queste forze saranno l’avanguardia garibaldina dell’Esercito Meridionale e saranno quelle che, fatte sbarcare a Paola dal generale Turr su ordine di Garibaldi, sbarcheranno a Sapri il giorno dopo.  A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Da Wikipedia, alla voce “Storia di Paola” leggiamo che Il 18 ottobre del 1806, Paola subì l’occupazione da parte dei Francesi. Essi incendiarono e saccheggiarono il Santuario di S. Francesco, che restò deserto. In seguito ad una legge emanata da Gioacchino Murat nel 1809, iniziò la soppressione di tutti gli ordini religiosi del regno di Napoli, compreso il protocenobio dei Minimi di Paola, nonostante la sua importanza, i conventi furono tutti convertiti ad altro uso, spesso militare, le chiese passarono al clero diocesano e tutti i beni clericali confiscati. Dopo il Congresso di Vienna (1815), Ferdinando IV di Borbone fu restaurato sul trono di Napoli. L’anno successivo i due regni di Napoli e Sicilia furono uniti nel nuovo Regno delle Due Sicilie. Nel 1844 il re Ferdinando II e la sua consorte Maria Teresa d’Asburgo visitarono Paola per voto. In seguito il re tornò il 29 ottobre 1852 accompagnato dal principe ereditario, Francesco. Durante il risorgimento, Paola partecipò al movimento di Garibaldi. L’eroe dei due mondi, tuttavia, non passo dalla città, a differenza dei suoi Garibaldini. Essi furono persino aiutati dal Comune quando le truppe comandate da Nino Bixio e Giacomo Medici s’imbarcarono per raggiungere Garibaldi a Napoli. Prima della costruzione della Ferrovia Paola-Cosenza nel 1910, il porto di Paola era molto trafficato, i piroscafi provenienti da Napoli e Messina erano carichi di merci e viaggiatori e il commercio fiorente. Vi nacque l’ultimo segretario del Partito Fascista, Carlo Scorza. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Da Pizzo, quella città fedele dove venne fucilato il bollente Murat, si doveva navigare per Paola, ove dicevasi trovarsi ancora presidio napoletano. Credendo al caso di un assalto, presi tutte le disposizioni per una tal fazione. Presso S. Lucido lungi da Paola circa un’ora, era dove intendeva di approdare per muovere contro la città; quando da S. Lucido stesso per mezzo di segnali fummo informati che in prossimità non trovavansi nemici, e potemmo anzi osservare i nostri amici calabresi montati su dei cavalli simili a quelli che spesso si trovano disegnati sugli antichi vasi, correre lungo la costa del mare, per recare a Paola la notizia dell’arrivo dei filibustieri rossi. Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, dove corsi pericolo di rimaner soffocato dalle entusiastiche espressione di gioia dei Calabresi. Tutta la Calabria era libera fino alla sua frontiera settentrionale; soltanto alcuni residui di truppe regie andavano ancora erranti per la provincia. Noi potevamo adunque avanzare verso il nord e procedere verso il nostro scopo senza espressione alcuna. Col solo accompagnamento della nobiltà di Paola, fra le quali era a distinguersi il ricco fabbricante di seta, signor F. Tuzzi, su un focoso cavallo offertomi, dalla bassa spiaggia del mare salii alla elevata città, accolto su tutta la via da applausi che fino a quel momento mi erano ignoti. Qui ebbe principio la marcia trionfale della brigata Milano; qui si vedeva che la libertà era merce ancora nuova e quindi vivamente apprezzata. Dopo che il signor Tuzzi m’ebbe assegnato per quartiere la sua stessa casa, ritornai alla marina per condurre in città le truppe che intanto erano sbarcate. Ma alle truppe non fu accordato lungo tempo per pensare al riposo ed agli alloggi, trascinate dall’uno all’altro caffè dal popolo di Paola e da esso lautamente trattate. Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general General napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra.”. Il Rustow ci parla della permanenza sua e delle truppe a Paola. Egli cita il sig. F. Tuzzi, nobile di Paola e fabbricante di seta, che gli offrì la sua bella e comoda casa per aqquartierarsi. Rustow racconta ancora e aggiunge che a Paola: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli..  Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 379-380 e ssg., in proposito scriveva che: “La nostra marcia lungo le Calabrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celeremente tra marziali e fervidissime popolazioni , una gran parte delle quali già in armi contro l’oppressore borbonico. A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa ottomila uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi per quanto procedessero a marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 55-56-57 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: Pizzo di Calabria e Paola, 31 agosto. ……Alle due, lasciammo il Pizzo per andare a Paola, trainati questa volta dal Dante. Verso le nove, udimmo delle voci che ci gridavano di fermarci; Poi distinguemmo diverse imbarcazioni in acqua, e una di esse si dirigeva verso di noi… Poteva essere una flottiglia nemica? La barca si avvicinò e un uomo si precipitò sul ponte. Il capitano, piuttosto incuriosito da questa manovra, gli chiese cosa volesse. Poi, nel suo dialetto calabrese, il brav’uomo spiegò che eravamo nel periodo della grande stagione della pesca e che la nostra nave, passando troppo vicino alla costa, impediva ai pesci di cadere nelle reti. Ecco, almeno, un onesto cittadino i cui grandi eventi che si svolgevano intorno a lui non gli facevano perdere il senso dei suoi piccoli interessi. Mentre un trono crollava, lui distese pacificamente le sue reti. Il capitano, brontolando, promise di prendere in considerazione la sua richiesta, e un attimo dopo la Dante ci riportò a rimorchio.”

Nel 31 agosto 1860, a Paola e le truppe borboniche del Generale Caldarelli 

Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 199, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, Dubitando che il Conte Persano, che ne fu avvertito, o il Cav. Piola, che non ho potuto vedere, non gliela abbiano scritta, credo necessario di darle io stesso una notizia che credo importante. Il Cav. Piola mi assicurava aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…”. Dunque, in un dispaccio del 31 agosto 1860 Depretis scrive da Palermo al conte di Cavour, scrive di una notizia importante da dargli e nel farlo scriveva che: “…il Cav. Piola, che non ho potuto vedere”. Dunque, il cav. Piola, era già partito da Palermo, mettendoi in viaggio per raggiungere Garibaldi e consegnargli la lettera del Depretis ?. Inoltre, nella sua lettera Depretis aggiunge che: “Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Dunque, in un dispaccio del 31 agosto 1860 Depretis scrive da Palermo al conte di Cavour di avere ricevuto un dispaccio da Garibaldi che lo informava che a Paola le truppe borboniche si erano arrese “a discrezione”. Infatti, pare che il nel periodo precedente e fino al 31 maggio, Paola fosse stata occupata da una parte delle truppe del Generale Caldarelli.                     

                                                                                   BERTANI E ACERBI A PAOLA                                       

Nel 31 agosto 1860, a PAOLA (provenienti in mare da Pizzo) sbarcarono Agostino BERTANI e l’Intendente generale ACERBI. Bertani lascia a Paola le truppe a Rustow e va incontro al Generale Garibaldi  

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179 e ssg., in proposito scriveva che: “Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del celere ubbidire di Bertani, gentilmente me li mostra. ” Tropea è sul litorale romano ? ” domando. ” No davvero , ” risponde con uno dei suoi rari sorrisi, ” e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino !” E di tutto suo pugno scrive: San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. È ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità del quartier generale, che ora trovasi a San Pietro del Tiriolo a circa otto miglia da Tiriolo verso Correa e fra un’ora proseguirà verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore : G. Sirtori . —”.  Il dispaccio di Sirtori inviato a Bertani è del 30 agosto 1860. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Bertani, da Tropea si avvia via mare navigando insieme ad Acerbi diretti a Paola. La White, proseguendo il suo racconto, a p. 179, in proposito aggiungeva che:  “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. La White-Mario (….) scriveva che Bertani voleva a tutti i costi incontrare Garibaldi per parlarci ed arrivato a Paola con l’Intendente Acerbi, ivi sbarcati (Rustow procedeva e arrivò con le Brigate marciando da Pizzo). La White dice che Bertani va in persona “a trovar Garibaldi a Rotonda”. La White dice che Bertani va a Rotonda. Si tratta di Rotonda o Cosenza ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Quì la White scrive che Bertani, opo essere sbarcato a Paola, va ad incontrare Garibaldi a Rotonda. Cosa che è vera in parte, nel senso che quando Garibaldi va a Rotonda vi era anche Bertani ma, Bertani andò a Cosenza ad incontrare Garibaldi, portandogli la lieta notizia delle sue truppe ivi sbarcate. Infatti, la White, a p. 179 aggiungeva: “Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: etc…. Dunque, la White, sulla scorta del Diario di Bertani scriveva che Bertani incontrò Garibaldi “procedè oltre…” oltre cosa ? Oltre Soveria Manelli che si trova in Calabria, non molto distante dal porto di Paola. Oltre Soveria Manelli vi è Cosenza dove effettivamente si incontrarono. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Dunque, delle due una, ovvero Bertani non andò a Rotonda, come scriveva la White-Mario, ad incontrare Garibaldi, ma andò a raggiungeri a Cosenza. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Un’altra questione è l’Acerbi. Bertani, da Paola viaggerà con Acerbi ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., in proposito scriveva che: “Il cuore patriottico di Bertani ne esultava; nè vi è da meravigliarsi se nella sua gioia entrava la dolce compiacenza di aver condotto, attraverso tanti ostacoli di cose e di uomini, la bella ed agguerrita legione agli avamposti, per circondare il duce che correva solo e veloce , precedendo di molte miglia le altre sue legioni. Quell ‘ ardente gioventù, che tanto aveva invidiato i fortunati compagni suoi di Calatafimi , di Palermo, di Milazzo, di Reggio, or si sarebbe consolata con lui affrontando il Re e i più fidi suoi veterani. Se Garibaldi avesse detto a Bertani < createmi altre legioni, egli sarebbe ritornato all’istante a Genova ; ma questi dicendogli « ora starete con me > aveva interpretato il suo desiderio e soddisfatto al suo affetto . E noi li seguiamo passo per passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. La giornalista White-Mario, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White scriveva che il Bertani annotò nel suo taccuino di viaggio che a Paola si separò dall’Acerbi, lasciando le sue truppe al colonnello Rustow. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Dunque, Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Dunque, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., riferendosi a Bertani ed al suo taccuino e memorie, in proposito scriveva che: Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. In questo passaggio la White-Mario (…), scriveva che Bertani ricordava i aver lasciato Acerbi a Paola, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La notizia è interessante. La notizia tratta dal taccuino di Agostino Bertani è che Giovanni Acerbi, arrivato a Paola con Bertani, sul vapore Utile, da Pizzo Calabro, doveva condurre a Cosenza, al Quartier Generale di Sirtori aiuti e denaro che provenivano dalla Sicilia spediti dal Depretis. A questa notizia si riferisce anche il Bertani stesso che ne parla nel suo taccuino pubblicato dalla la White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia.”. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti è vero che Bertani, non si imbarcò da Paola per Sapri, ma egli raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi, la lieta notizia dei volontari a Paola. A Paola restò solo Rustow a guardia delle truppe ivi lasciate e riunite. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Etc…”Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc….Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Etc…”. Ragazzoni però scrive che sarà Garibaldi, il 1° settembre 1860 ad andare a Paola. Ma ciò non corrisponde al vero perchè gli storici ci dicono che Garibaldi fece un altro percorso e mandò Turr a prelevare le truppe a Paola e portarle a Sapri. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al geerale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripertire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”.  

Nel 31 agosto 1860, a Paola, insieme a Bertani arrivò anche l’Intendente Generale ACERBI

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., in proposito scriveva che: “Il cuore patriottico di Bertani ne esultava; nè vi è da meravigliarsi se nella sua gioia entrava la dolce compiacenza di aver condotto, attraverso tanti ostacoli di cose e di uomini, la bella ed agguerrita legione agli avamposti, per circondare il duce che correva solo e veloce, precedendo di molte miglia le altre sue legioni. Quell ‘ ardente gioventù, che tanto aveva invidiato i fortunati compagni suoi di Calatafimi, di Palermo, di Milazzo, di Reggio, or si sarebbe consolata con lui affrontando il Re e i più fidi suoi veterani. Se Garibaldi avesse detto a Bertani < createmi altre legioni, egli sarebbe ritornato all’istante a Genova; ma questi dicendogli « ora starete con me > aveva interpretato il suo desiderio e soddisfatto al suo affetto. E noi li seguiamo passo per passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Acerbi gli risponde da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Dunque, Acerbi era a Pizzo Calabro e comunica a Bertani (ed indirettamente a Rustow), pregandolo di proseguire la marcia fino a Pizzo Calabro dove lo troverà. Infatti, l’Intendente Generale ACERBI si riunirà con Bertani, con Rustow e con le truppe a Pizzo Calabro. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra.”. La White, proseguendo il suo racconto, a p. 179, in proposito aggiungeva che:  “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Giulio Cesare Abba, Storia dei Mille. Dunque, secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Acerbi gli risponde da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Chi era l’Intendente generale ACERBI ? Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”. Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450 e ssg., riferendosi al gnerale Sirtori ed al suo dispaccio inviato al generale Turr, del 30 agosto 1860 da San Pietro al Tiriolo, in proposito scriveva che: Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso”. 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. P.S. – Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Turr, ovunque trovisi.”. Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del ‘celere ubbidire’ di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano? domando. – “No davvero”, risponde con uno dei suoi rari sorrisi, “e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino!” E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Sirtori scriveva a Turr, il 30 agosto dal Quartiere Generale chiedendogli notizie di Acerbi. Il dispaccio di Sirtori inviato a Bertani è del 30 agosto 1860.

Nel 31 agosto 1860, a Paola (provenienti in mare da Pizzo) sbarcò l’Intendente ACERBI e i 5 milioni avuti dal Governo di Sicilia che doveva portare al Quartiere Generale

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, secondo i ricordi ed il “Diario” del Bertani, riportato dalla White (….), ella scriveva che: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La White scriveva che arrivati a Paola, Bertani si separò dall’Intendente generale ACERBI, in quanto quest’ultimo “doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Di Acerbi, la White ne parla anche nel racconto tratto dal taccuino del Bertani, nella sua discussione con Garibaldi al Fortino del Cervaro, a proposito della discussione per l’annessione della Sicilia. Bertani (v. p. 457) annotava le sue parole con Garibaldi: “…finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, etc…” e, dunque egli per questi ed altri motivi sconsigliava l’annessione. Secondo la White-Mario (….), Bertani,  nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Acerbi, dunque, restò a Paola con il Rustow e le truppe?. Acerbi, dice la White doveva andare a Cosenza ma attendeva gli aiuti proessi che dalla Sicilia dovevano arrivare a Paola. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Dunque, Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Dunque, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., riferendosi a Bertani ed al suo taccuino e memorie, in proposito scriveva che: Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. In questo passaggio la White-Mario (…), scriveva che Bertani ricordava i aver lasciato Acerbi a Paola, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La notizia è interessante. La notizia tratta dal taccuino di Agostino Bertani è che Giovanni Acerbi, arrivato a Paola con Bertani, sul vapore Utile, da Pizzo Calabro, doveva condurre a Cosenza, al Quartier Generale di Sirtori aiuti e denaro che provenivano dalla Sicilia spediti dal Depretis. Però, sebbene la notizia sia molto interessante, devo precisare e notare che, gli aiuti e danaro, che Acerbi doveva portare al Quartiere Generale di Cosenza, il Quartiere Generale del Generale SIRTORI che in quel momento arrivò insieme a Garibaldi a Cosenza, ed ivi si fermò, non riguardano Cosenza, perchè, infatti Bertani ancora ne parla come non essere del tutto arrivati a destinazione, quando il 4 settembre 1860, Garibaldi era al Fortino con Bertani. Bertani, che era informato degli aiuti, che Depretis doveva inviare a Sirtori, ne parla quando descrive il franco colloquio che egli ebbe con Garibaldi alla Taverna del Fortino del Cervaro, a proposito della discussione per l’annessione della Sicilia. A questa notizia si riferisce anche il Bertani stesso che ne parla nel suo taccuino pubblicato dalla la White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia.”. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. Bertani (v. p. 457) annotava le sue parole con Garibaldi: “…finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, etc…” e, dunque egli per questi ed altri motivi sconsigliava l’annessione. Questi aiuti, denaro e fondi che avrebbero dovuto arrivare dalla Sicilia, ci parla Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., riferendosi alla Spedizione Bertani-Pianciani, in proposito scriveva che: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia – che aveva rinvenuto nella zecca di Palermo con gran quantità di numerario in argento messo fuori corso dal governo borbonico per essere fuso e coniato di nuovo – , ai quali s’erano aggiunte altre 850 mila lire incassate dai diversi sottocomitati costituiti dal Bertani stesso in una ventina di città dell’Italia settentrionale e centrale, – grazie, dicevo, a questa somma, il Bertani, d’accordo col Mazzini, aveva radunati circa 9 mila uomini, li aveva armati e organizzati alla megli assai di quanto non fossero stati quelli di tutte le altre spedizioni precedenti, che la nuova superava anche e di gran lunga nel numero dei volontari. Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi.”. Sull’invio di denaro e di aiuti Carlo Agrati, nel suo “Da Quarto al Volturno”, a p. 259, in proposito aveva scritto: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia -etc…”. Dunque, pare che Bertani avesse avuto dal Governo di Sicilia, dunque dal Depretis prodittatore, 5 milioni. Il Governo di Sicilia aveva rinvenuto nella zecca di Palermo un gran numero di argento. 

                                                                                               RUSTOW A PAOLA

Nel 31 agosto 1860, la Brigata MILANO in viaggio via mare sul piroscafo DANTE, da Pizzo per Paola, in una lettera di un volontario garibaldino 

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 55-56-57 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Le Pizzo de Calabre et Paola, le 31 août . Vers dix heures du matin, nous entrons dans le golfe de Santa – Eufemia , et quelques instants après nous arrivons au Pizzo. Cette petite ville fut témoin du débarquement (1), de l’arrestation et de l’exécution de Joachim Murat , ex- roi de Naples. 2. Depuis cette époque , un décret du roi Ferdinand a honoré cette ville du titre de trèsfidèle (fidelissima ), et lui a accordé , en outre , l’exemption de toute espèce d’impôt . Bien plus, ce monarque a doté la famille Capellani d’une rente annuelle et perpétuelle de dixhuit cents francs environ , en récompense des services par elle rendus à la patrie dans cette grave circonstance . (Décret du 18 octobre 1815) Quatre cents volontaires de la brigade de Milan montent à notre bord. A deux heures , nous quittons le Pizzo pour aller à Paola, remorqué cette fois par le Dante. Vers les neuf heures , nous entendons des voix qui nous crient d’arrêter ; puis nous distinguons plusieurs barques sur l’eau, et l’une d’elles se dirige de notre côté… Seraitce une flottille ennemie ? La barque s’approche , et un homme s’élance sur le pont. Le capitaine, assez intrigué de cette manoeuvre, lui demande ce qu’il veut. Alors, dans son dialecte calabrais, le brave homme explique que nous sommes au moment de la grande pêche, et que notre bâtiment, en passant trop près de la côte , empêche le poisson de tomber dans les filets. Voilà, du moins, un honnête citoyen à qui les grands événements qui s’accomplissent autour de lui ne font point perdre le sentiment de ses petits intérêts. Pendant qu’un trône s’écroule , il tend paisiblement ses filets. Le capitaine, tout en maugréant, promet d’avoir égard à sa requête, et un instant après le Dante nous entraîne de nouveau à sa remorque., che tradotto significa:Pizzo di Calabria e Paola, 31 agosto. Verso le dieci del mattino, entrammo nel golfo di Santa Eufemia e pochi istanti dopo giungemmo a Pizzo. Questa cittadina fu testimone dello sbarco (1), dell’arresto e dell’esecuzione di Gioacchino Murat, ex re di Napoli. 2. Da allora, un decreto di re Ferdinando ha onorato questa città con il titolo di fedelissima, e le ha concesso, inoltre, l’esenzione da ogni genere di tasse. Inoltre, questo monarca ha dotato la famiglia Capellani di una rendita annua e perpetua di circa milleottocento franchi, in ricompensa dei servizi da essa resi alla patria in questa grave circostanza. (Decreto del 18 ottobre 1815) Quattrocento volontari della brigata Milano salgono a bordo. Alle due, lasciammo il Pizzo per andare a Paola, trainati questa volta dal Dante. Verso le nove, udimmo delle voci che ci gridavano di fermarci; Poi distinguemmo diverse imbarcazioni in acqua, e una di esse si dirigeva verso di noi… Poteva essere una flottiglia nemica? La barca si avvicinò e un uomo si precipitò sul ponte. Il capitano, piuttosto incuriosito da questa manovra, gli chiese cosa volesse. Poi, nel suo dialetto calabrese, il brav’uomo spiegò che eravamo nel periodo della grande stagione della pesca e che la nostra nave, passando troppo vicino alla costa, impediva ai pesci di cadere nelle reti. Ecco, almeno, un onesto cittadino i cui grandi eventi che si svolgevano intorno a lui non gli facevano perdere il senso dei suoi piccoli interessi. Mentre un trono crollava, lui distese pacificamente le sue reti. Il capitano, brontolando, promise di prendere in considerazione la sua richiesta, e un attimo dopo la Dante ci riportò a rimorchio.”.   

Nel 31 agosto 1860, a PAOLA (provenienti da Pizzo) a marcie forzate, l’arrivo del colonnello Wilhelm RUSTOW, Capo di Stato Maggiore con le sue due Brigate (che facevano parte dell’ex Spedizione Pianciani): MILANO, comandata da GANDINI e la PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI), al comando di RUSTOW, nominato da Garibaldi nuovo Capo di Stato Maggiore

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “….a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 451 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi , passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Dunque, Agostino Bertani, dopo aver ricevuto a Pizzo, il dispaccio del generale Sirtori del 30 agosto 1860, si reca a Paola con le sue truppe dell’ex spedizione Pianciani, comandate dal colonnello Rustow. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”. Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Quando queste brigate arrivarono a Paola, il Bertani corse da Garibaldi comunicandogli l’arrivo di questo piccolo esercito ben equipaggiato, organizzato dal Bertani stesso. Quando Garibaldi ricevè la notizia dal Bertani, passò il comando delle stesse al generale Turr e le tolse al Bixio. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. L’itinerario come vedremo non è proprio questo. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 492 e ssg., in proposito scriveva che: LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “….andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’ esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria- Manelli , per mettere fine a quella capitolazione.”. Nel testo tradotto di Rustow, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna , e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia . Verso mezzodi dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione. Il 1. settembre arrivò a Paola il generale Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata.”Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Agostino Bertani (….), nel suo Diario, “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani”, Firenze, ed. Polizzi, 1869, (riferendosi però alla spiaggia di Sapri), a p. 71 fa un accenno alle truppe da lui portate e fatte sbarcare a Paola. Egli, a p. 71, in proposito scriveva: “Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di effrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marcie forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Un altro testimone di eccezione fu il colonnello Rustow che portò le truppe dell’ex spedizione Bertani-Pianciani a Paola insieme a Bertani. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma. – Da Pizzo, quella città fedele dove venne fucilato il bollente Murat, si doveva navigare per Paola, ove dicevasi trovarsi ancora presidio napoletano. Credendo al caso di un assalto, presi tutte le disposizioni per una tal fazione. Presso S. Lucido lungi da Paola circa un’ora, era dove intendeva di approdare per muovere contro la città; quando da S. Lucido stesso per mezzo di segnali fummo informati che in prossimità non trovavansi nemici, e potemmo anzi osservare i nostri amici calabresi montati su dei cavalli simili a quelli che spesso si trovano disegnati sugli antichi vasi, correre lungo la costa del mare, per recare a Paola la notizia dell’arrivo dei filibustieri rossi. Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, dove corsi pericolo di rimaner soffocato dalle entusiastiche espressione di gioia dei Calabresi. Tutta la Calabria era libera fino alla sua frontiera settentrionale; soltanto alcuni residui di truppe regie andavano ancora erranti per la provincia. Noi potevamo adunque avanzare verso il nord e procedere verso il nostro scopo senza espressione alcuna. Col solo accompagnamento della nobiltà di Paola, fra le quali era a distinguersi il ricco fabbricante di seta, signor F. Tuzzi, su un focoso cavallo offertomi, dalla bassa spiaggia del mare salii alla elevata città, accolto su tutta la via da applausi che fino a quel momento mi erano ignoti. Qui ebbe principio la marcia trionfale della brigata Milano; qui si vedeva che la libertà era merce ancora nuova e quindi vivamente apprezzata. Dopo che il signor Tuzzi m’ebbe assegnato per quartiere la sua stessa casa, ritornai alla marina per condurre in città le truppe che intanto erano sbarcate. Ma alle truppe non fu accordato lungo tempo per pensare al riposo ed agli alloggi, trascinate dall’uno all’altro caffè dal popolo di Paola e da esso lautamente trattate.”. Il Rustow ci parla della permanenza sua e delle truppe a Paola. Egli cita il sig. F. Tuzzi, nobile di Paola e fabbricante di seta, che gli offrì la sua bella e comoda casa per aqquartierarsi. Rustow racconta ancora e aggiunge che a Paola: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato.”. Dunque, il colonnello Rustow, partito il Bertani all’incontro con Garibaldi, restava a Paola con le sue truppe dell’ex divisione Bertani- Pianciani. Rustow aspettava ordini e disposizioni dallo Stato Maggiore o da Garibaldi che arrivarono il giorno dopo da Turr. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “….andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’ esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria- Manelli , per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, il colonnello Rustow, partito il Bertani all’incontro con Garibaldi, restava a Paola con le sue truppe dell’ex divisione Bertani- Pianciani. Rustow aspettava ordini e disposizioni dallo Stato Maggiore o da Garibaldi che arrivarono il giorno dopo da Turr. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 16, nelle sue memorie scriveva che: “Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, dove corsi pericolo di essere soffocato dalle entusiastiche espressioni di gioia dei Calabresi. Tutta la Calabria era libera fino alla frontiera settentrionale; soltanto alcuni residui di truppe regie andavano ancora erranti per la provincia. Col solo accompagnamento della nobiltà di Paola, fra le quali era a distinguersi il ricco fabbricante di seta, signor F. Tuzzi, su un focoso cavallo offertomi, dalla bassa spiaggia del mare salii alla elevata città, accolto su tutta la via da applausi che fino a quel momento mi erano ignoti. Qui ebbe principio la marcia trionfale della brigata Milano; etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “..andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria-Manelli, per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, secondo il racconto di Rustow, le sue truppe sbarcarono a Paola il 31 agosto. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a tera là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Sempre Pittaluga, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”.  Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “…andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria-Manelli, per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, secondo il racconto di Rustow, le sue truppe sbarcarono a Paola il 31 agosto. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola e, etc….”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “Sessa”, “Montessi” ed il capitano “Venuti”, più due Compagnie di Bersaglieri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Inoltre, Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spinazzi si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”.   

Nel 31 agosto 1860, a Paola, il colonnello Wilhelm RUSTOW, Capo di Stato Maggiore con le sue due brigate (che facevano parte dell’ex Spedizione Pianciani): MILANO, comandata da GANDINI, e la PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI)

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo dell’ex Spedizione “Terranova” o “Spedizione Pianciani”, a Palermo ed alle dimissioni del loro capo Luigi Pianciani, Garibaldi decise di affidare l’incarico di Capo di Stato Maggiore al colonnello polacco Wilhelm Rustow, per gli italiani Guglielmo Rustow, al quale fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”.  “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe , in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “…Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow…..Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile.Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, riferendosi a Milazzo e a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…”……Garibaldi ….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ” – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata “Milano“, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Quando queste brigate arrivarono a Paola, il Bertani corse da Garibaldi comunicandogli l’arrivo di questo piccolo esercito ben equipaggiato, organizzato dal Bertani stesso. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del maggiore De Giorgis; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova….La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “Sessa”, “Montessi” ed il capitano “Venuti”, più due Compagnie di Bersaglieri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Dunque, secondo Maraldi, che scriveva sulla scorta del testo di Pianciani e del Pittaluga, Garibaldi, a Palermo, su indicazione stessa del Pianciani nominò Rustow e siccome il Tharena ed il colonnello Gandini pure si erano dimessi, Garibaldi nominò in loro sostituzione i colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis (come scriveva l’Agrati). 

                                                          GARIBALDI A ROGLIANO E LA NOMINA DI TURR

Nel 31 agosto 1860, da Rogliano, il generale TURR, ricevuto l’incarico da Garibaldi scrive ed invia una lettera a BIXIO  

Abbiamo visto che Garibaldi, dopo aver lasciato Soveria Manelli proseguì il suo viaggio per la Calabria ed arrivando a Rogliano, il 31 agosto 1860 trovò Donato Morelli con le sue bande di volontari Calabresi. E’ a Rogliano che il generale Turr scrive una lettera a Nino Bixio, che era “Comandante la 1° Brigata della 15° Divisione”, e che si trovava nei pressi di Tiriolo o di Soveria, gli scrive che Garibaldi gli ordinava di assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Etc…“. Rogliano è un piccolo paesello della Provincia di Catanzaro, non molto distante da Cosenza. Garibaldi prima di arrivare a Cosenza, da Soveria Manelli proseguì per Rogliano. Rogliano si trova nell’interno della Calabria e della Sila, più o meno all’altezza di Amantea sulla costa tirrenica.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il Generale Garibaldi da Soveria lasciava la prodittatura a Vincenzo Stocco, e dato incarico a Sirtori di restare per raccogliere le truppe, partiva in vettura assieme con Turr e Cosenz ed alcune guide la mattina del 31 per Rogliano, dove trovò le bande calabresi organizzate da Donato Morelli.”, poi, proseguendo il suo racconto aggiungeva che: Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Dunque, Carlo Pecorini-Manzoni cita il telegramma che Turr scrisse a Nino Bixio, il 31 agosto 1860 per annunciargli che Garibaldi gli aveva dato il comando della 15° Divisione. Ma, devo precisare che, come scrive il Pecorini, il telegramma venne spedito da Turr, a Rogliano, non a Cosenza. Dunque, Garibaldi già a Rogliano incaricava Turr del comando della 15° Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 395, in proposito scriveva che: “Passata la notte in Soveria Garibaldi, al mattino del dì seguente, prosegue con la sua avanzata con celerità ancor maggiore perchè un certo Salvati, venuto per mare da Napoli al Pizzo, dopo lungo cammino l’ha raggiunto nella notte, e gli ha rimesso una lettera di Alessandro Dumas. In essa il romanziere francese gli dice che Liborio Romano s’è recato la sera del 23 agosto a bordo della sua goletta Emma, 

                                                                                          GARIBALDI a COSENZA

Nel 31 agosto 1860, Garibaldi arrivò a Cosenza 

Dopo aver lasciato il piccolo paese di Rogliano, Garibaldi proseguì il suo viaggio in carrozza ed arrivò a Cosenza. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 200 e ssg., in proposito scriveva che: “Il giorno 31 il Generale Garibaldi fu a Cosenza; etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza,…... Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “..XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri,  il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda , trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini , tagliò la via al generale Caldarelli , che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l ‘ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a p. 308, in proposito scriveva: “La sera dello stesso giorno (31 agosto), sul cadere della notte, il Dittatore entra in Cosenza tra una moltitudine delirante. Tutte le vie della città sono illuminate a festa in suo onore. Non era Cosenza la città sacra ai Bandiera e lor compagni, a quelli asceti del nostro Risorgimento ? Ma egli non ha tempo di visitare il luogo ove furono fucilati: importanti decisioni etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”.”. Dunque, Agrati traendo notizie dal Diario del Canzio scriveva che, il 31 agosto 1860, dopo aver lasciato Rogliano, il Canzio arrivò di sera con Garibaldi a Cosenza, dove trovarono entusiasmo generale. Mario Menghini (….) pubblicò il Diario del Canzio. Il Canzio, nel suo Diario, a p……(vedi Menghini), per il 31 agosto 1860, in proposito scriveva che: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”.”. Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a pp. 39-40, in proposito scriveva: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Garibaldi ha fretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato Maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Egli ha bisogno di far presto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare democratico, riabilitava di fronte al mondo il Risorgimento come fatto voluto e compiuto da italiani in terra d’Italia; convince ancora il liberale Cavour che l’Unità d’Italia non era una “corbelleria”, come egli soleva dire, ma la conclusione logica di tanti anni di passione nazionale.”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta del manoscritto di Francesco De Fiore, “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, pubblicato da Antonio Emilio Parise in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania. Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a pp. 39-40, in proposito scriveva: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Garibaldi ha fretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato Maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Egli ha bisogno di far presto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare democratico, riabilitava di fronte al mondo il Risorgimento come fatto voluto e compiuto da italiani in terra d’Italia; convince ancora il liberale Cavour che l’Unità d’Italia non era una “corbelleria”, come egli soleva dire, ma la conclusione logica di tanti anni di passione nazionale.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a p. 308, in proposito scriveva: “La sera dello stesso giorno (31 agosto), sul cadere della notte, il Dittatore entra in Cosenza tra una moltitudine delirante. Tutte le vie della città sono illuminate a festa in suo onore. Non era Cosenza la città sacra ai Bandiera e lor compagni, a quelli asceti del nostro Risorgimento ? Ma egli non ha tempo di visitare il luogo ove furono fucilati: importanti decisioni lo premono per l’arrivo di Bertani, proveniente da Paola, ov’era sbarcato con quattromila uomini. Ha fretta di raggiungere Napoli. Le Camicie Rosse faranno poi quello che non ha potuto fare lui. Affida al Morelli il governo della città, a Saverio Altimai il comando dell’armi, e il giorno dopo (1° settembre) parte in carrozza aperta, seguito gradatamente eraggiunto da una seconda carrozza che porta il ‘Peard’ e i suoi compagni inglesi.”Nella “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicata in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913, da Renato Sòriga (….), il colonnello Sacchi, a p. 92, in proposito scriveva pure che si trovava a Rogliano con la sua Brigata, e Alle tre ant. ( 1 settembre ) del mattino riunisco tutta la Brigata in Rogliano e la fo’ accampare fuori paese. Un consiglio di guerra fa condannare alla fucilazione il Caporale tromba Canepa Luigi, confesso e convinto di furto di diciotto ducati e maltrattamenti a carico di una povera vecchia del paese; la sentenza viene eseguita pochi momenti prima della partenza da Rogliano alla presenza di tutta la Brigata schierata in battaglia sulla strada. Dolorosa necessità ma pure salutare esempio ai tristi ! Nella Brigata non uscì una voce chiedente grazia! malgrado che i soldati ricordassero altra occasione in cui le loro istanze valsero la grazia ad altro individuo convinto di furto. Si parte alle 4 pom. e si arriva a Cosenza alle 10. Si resta in Cosenza per dare riposo ai soldati (2 settembre) e provvedere scarpe ed altro indispensabile….Alle 2 ant. si parte per Tarsia….(3 settembre). A Tarsia si accampa in un boschetto d’uliveti….alle cinque pomeri. per Camerata e Spezzano Albanese…. “. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. Etc…”.”.  

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, Garibaldi nominò DONATO MORELLI Governatore Generale della Calabria Citeriore  

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 200 e ssg., in proposito scriveva che: “Il giorno 31 il Generale Garibaldi fu a Cosenza; e nominò a Governator generale della provincia con ‘poteri illimitati’ Donato Morelli.”Da Wikipedia leggiamo che Donato Morelli, partecipò all’insurrezione calabrese del 1848. Prese parte alle cospirazioni liberali del Regno delle Due Sicilie. Durante l’impresa dei Mille (1860) fu nominato da Giuseppe Garibaldi a Rogliano (Cosenza) Governatore della Calabria Citeriore il 31 agosto del 1860. Contribuì alla resa a Soveria Mannelli delle truppe dell’esercito borbonico (composto da 10 000 unità) comandate dal generale Giuseppe Ghio (30 agosto 1860). Fu deputato al Parlamento di Torino, Firenze e Roma ininterrottamente dal 1861 al 1886. Il 26 gennaio del 1889 fu nominato Senatore su proposta del Ministro Miceli. La nomina venne convalidata il 31 gennaio dello stesso anno. A più riprese fu anche sindaco di Rogliano (Cosenza). Dalla Treccani on-line leggiamo che Garibaldi, intanto, proseguiva la sua marcia verso il cuore del Regno, senza incontrare alcuna resistenza. Fermatosi a Rogliano, venne ospitato in quel palazzo Morelli che aveva accolto, alcuni anni prima, Ferdinando II e la sua corte. Dal balcone che dà sulla piazza parlò al popolo. Nel pomeriggio del 31 agosto nominò Morelli governatore della provincia con pieni poteri e gli dettò due decreti, con i quali abolì la tassa sul macinato per tutte le granaglie, eccettuato il frumento, ridusse il prezzo del sale da otto a quattro grani «per ciaschedun rotolo» e autorizzò gli abitanti di Cosenza e dei Casali a esercitare gratuitamente gli usi di pascolo e semina nelle terre demaniali della Sila. Allontanatosi Garibaldi, il nuovo governatore pubblicò, il 5 settembre, il decreto sulla Sila, avendo cura di stabilire che l’esercizio degli usi civici non doveva, in ogni caso, pregiudicare il diritto dei proprietari a far valere le loro ragioni. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: : “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza,….., Lasciava infine la prodittattatura a Donato Morelli, e si portava avanti con Cosenz.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri,  il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda , trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini , tagliò la via al generale Caldarelli , che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l ‘ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. Etc…”.”.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, etc…”. Mario Menghini (….) pubblicò il Diario del Canzio. Il Canzio, nel suo Diario, a p……(vedi Menghini), per il 31 agosto 1860, in proposito scriveva che: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”.”. Dunque, Agrati traendo notizie dal Diario del Canzio scriveva che, il 31 agosto 1860, dopo aver lasciato Rogliano, il Canzio arrivò di sera con Garibaldi a Cosenza, dove trovarono entusiasmo generale e “..da 4 a 5 mila armati”. Gli armati di cui parla il Canzio nel suo Diario erano i volontari Calabresi organizzati da Donato Morelli. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a p. 308, in proposito scriveva: “La sera dello stesso giorno (31 agosto), sul cadere della notte, il Dittatore entra in Cosenza tra una moltitudine delirante. Tutte le vie della città sono illuminate a festa in suo onore. Non era Cosenza la città sacra ai Bandiera e lor compagni, a quelli asceti del nostro Risorgimento ? Ma egli non ha tempo di visitare il luogo ove furono fucilati: importanti decisioni lo premono per l’arrivo di Bertani, proveniente da Paola, ov’era sbarcato con quattromila uomini. Ha fretta di raggiungere Napoli. Le Camicie Rosse faranno poi quello che non ha potuto fare lui. Affida al Morelli il governo della città, a Saverio Altimari il comando dell’armi, e il giorno dopo (1° settembre) parte in carrozza aperta, seguito gradatamente eraggiunto da una seconda carrozza che porta il ‘Peard’ e i suoi compagni inglesi.”Dunque, Garibaldi, a Cosenza si incontrò con Donato MORELLI a cui affidò il Governo della città ed affidò a Saverio ALTIMARI il comando delle armi. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”.    

                                               GARIBALDI ORDINA AD ORSINI DI CONSEGNARE I FUCILI

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale di Artiglieria Orsini Garibaldino il seguente ordine (Doc. N° 500): “Generale Orsini. – Consegnai al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule i proporzione. – G. Garibaldi.”. Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Etc…”.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”..

                                                                              I FUCILI PROVENIENTI DA SAPRI

Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de’ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia delle incursioni moderne.” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 84, riferendosi alla Calabria, a dopo Soveria, in proposito scriveva che: “Dalle Calabrie il Generale mosse a corse prodigiose per poste di cavalli, e si pensò nel repentino movimento poter riporsi il segreto d’entrata in Napoli. A tutt’uomo diedesi ciascuno, destinato a comandi, per assecondare l’impresa, e tutti contribuirono. Emuli nei conflitti, lo eran pure negli stenti pei duri servizi. Talvolta avvenne d’abbattersi con individui che a nome del Duce chiedessero cavalli alle poste, col dirsi investiti di mandato …… Il terreno era pieno di sconosciuti, forestieri i più – d’industria che imponevansi. E un di con Nullo trovammo un alemanno ad una posta. Ordinati cavalli, era per partire in uno a sbiadita beltà di donna d’otto lustri. Nullo disse: che fate ? – Fermate ; quei cavalli son pel generale. A che il tedesco nel suo idioma misto a parole nostre, rispose: ho incarichi ….. Chi siete ? Il barone M….. Smontate ….. Siamo stanchi di tanti intriganti. E li finì. – L’incognito non attese giustizia, se ne fuggì . -Accusato e cercato, più no ľrivedemmo. Era, come suol dirsi, un angelo custode, un fior di delatore.”.  Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale di Artiglieria Orsini Garibaldino il seguente ordine (Doc. N° 500): “Generale Orsini. – Consegnai al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule i proporzione. – G. Garibaldi.”. Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Etc…”.”.

                                                         ACERBI PORTA A COSENZA 5 MILIONI DI FRANCHI ?

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza arrivò l’Intendente ACERBI e i 5 milioni avuti dal Governo di Sicilia che doveva portare al Quartiere Generale di SIRTORI che in quel momento  

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, secondo i ricordi ed il “Diario” o “Taccuino” del Bertani, riportato dalla White (….), ella scriveva che: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La White scriveva che arrivati a Paola, Bertani si separò dall’Intendente generale ACERBI, in quanto quest’ultimo “…doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Secondo la White-Mario (….), Bertani,  nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Acerbi, dunque, restò a Paola con il Rustow e le truppe?. Acerbi, dice la White doveva andare a Cosenza ma attendeva gli aiuti proessi che dalla Sicilia dovevano arrivare a Paola. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Dunque, Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. In questo passaggio la White-Mario (…), scriveva che Bertani ricordava i aver lasciato Acerbi a Paola, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La notizia è interessante. La notizia tratta dal taccuino di Agostino Bertani è che Giovanni Acerbi, arrivato a Paola con Bertani, sul vapore Utile, da Pizzo Calabro, doveva condurre a Cosenza, al Quartier Generale di Sirtori aiuti e denaro che provenivano dalla Sicilia spediti dal Depretis. Però, sebbene la notizia sia molto interessante, devo precisare e notare che, gli aiuti e danaro, che Acerbi doveva portare al Quartiere Generale di Cosenza, il Quartiere Generale del Generale SIRTORI che in quel momento arrivò insieme a Garibaldi a Cosenza, ed ivi si fermò, non riguardano Cosenza, perchè, infatti Bertani ancora ne parla come non essere del tutto arrivati a destinazione, quando il 4 settembre 1860, Garibaldi era al Fortino con Bertani. Bertani, che era informato degli aiuti, che Depretis doveva inviare a Sirtori, ne parla quando descrive il franco colloquio che egli ebbe con Garibaldi alla Taverna del Fortino del Cervaro, a proposito della discussione per l’annessione della Sicilia. A questa notizia si riferisce anche il Bertani stesso che ne parla nel suo taccuino pubblicato dalla la White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia.”. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. Bertani (v. p. 457) annotava le sue parole con Garibaldi: “…finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, etc…” e, dunque egli per questi ed altri motivi sconsigliava l’annessione. Questi aiuti, denaro e fondi che avrebbero dovuto arrivare dalla Sicilia, ci parla Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., riferendosi alla Spedizione Bertani-Pianciani, in proposito scriveva che: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia – che aveva rinvenuto nella zecca di Palermo con gran quantità di numerario in argento messo fuori corso dal governo borbonico per essere fuso e coniato di nuovo – , ai quali s’erano aggiunte altre 850 mila lire incassate dai diversi sottocomitati costituiti dal Bertani stesso in una ventina di città dell’Italia settentrionale e centrale, – grazie, dicevo, a questa somma, il Bertani, d’accordo col Mazzini, aveva radunati circa 9 mila uomini, li aveva armati e organizzati alla megli assai di quanto non fossero stati quelli di tutte le altre spedizioni precedenti, che la nuova superava anche e di gran lunga nel numero dei volontari. Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi.”. Sull’invio di denaro e di aiuti Carlo Agrati, nel suo “Da Quarto al Volturno”, a p. 259, in proposito aveva scritto: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia -etc…”. Dunque, pare che Bertani avesse avuto dal Governo di Sicilia, dunque dal Depretis prodittatore, 5 milioni. Il Governo di Sicilia aveva rinvenuto nella zecca di Palermo un gran numero di argento. 

                                                                          BERTANI RAGGIUNGE GARIBALDI 

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, da Paola arrivò Agostino BERTANI che va incontro al Generale Garibaldi

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al generale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripartire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Bertani riparte da Paola per Cosenza. Alcuni storici scrivono che Bertani incontrò Garibaldi al Tiriolo, mentre altri parlano di Cosenza. Garibaldi si trovava a Cosenza, insieme al generale Enrico Cosenz ed altri. Altri storici ci dicono che Bertani si allontanò da Paola per incontrare Garibaldi a Rotonda. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. La White scriveva che Agostino Bertani, dopo essere arrivato a Paola, probabilmente insieme all’Intendente Acerbi, decide di andare incontro a Garibaldi raggiungendolo a Rotonda. Vedremo in seguito che Bertani non raggiungerà Garibaldi a Rotonda ma lo raggiungerà a Cosenza. Infatti, la White proseguendo il suo racconto e riferendosi sempre al Bertani aggiunge che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, incontrandosi con Bertani etc…”. Dunque, la White si corregge e scrive che Garibaldi, dopo Soveria Manelli “proseguirà oltre” (proseguirà oltre Soveria) e si incontrerà con Bertani. La White, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: “Il generale all’alba del 30, non avendo seco che ventiquattro guide, le manda ad intimare a Ghio, l’assassino di Pisacane, la resa a discrezione. Prima di mezzogiorno costui dovette licenziare il suo esercito, consegnar armi, artiglieria e cavalli; e in meno d’un’ora quel campo era di Garibaldi. Pisacane era vendicato a metà.”. La White proseguendo il suo racconto e riferendosi sempre al Bertani aggiunge che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco perprima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. La White, a p. 452, aggiungeva che: L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco per prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani  che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Garibaldi, avendo saputo delle truppe della ex-Divisione Pianciani riunite a Paola, a Cosenza, nominò il colonnello Turr generale e comandante della 15° Divisione, togliendola a Bixio. A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Dunque, delle due una, ovvero Bertani non andò a Rotonda, come scriveva la White-Mario, ad incontrare Garibaldi, ma andò a raggiungerl a Cosenza. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Infatti, nel vol. II, a p. 179 (che corrisponde a p. 451 del volume unico che io posseggo), ella scriveva: “….va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Dunque, secondo il Treveljan si deve leggere Cosenza. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Bertani, da Tropea si avvia via mare navigando insieme ad Acerbi diretti a Paola. La White, proseguendo il suo racconto, a p. 179, in proposito aggiungeva che:  “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. La White-Mario (….) scriveva che Bertani voleva a tutti i costi incontrare Garibaldi per parlarci. Agostino Bertani, allontanatosi da Paola dove vi erano le sue truppe con Rustow che attendevano ordini da Garibaldi e da Sirtori, si reca a Cosenza dove incontrerà Garibaldi e gli dirà delle sue truppe ferme a Paola con Rustow che attendevano suoi ordini. Bertani raggiunse Garibaldi a Cosenza. Il 31 agosto 1860, Garibaldi era arrivato a Cosenza insieme al generale Turr. Garibaldi si trovava a Cosenza e viene raggiunto anche da Agostino Bertani e dall’Intendente Acerbi (?). Bertani viaggerà a cavallo da Paola, dove aveva lasciato le sue truppe ivi sbarcate con il colonnello Rustow. Bertani, da Paola viaggierà con Acerbi ?. Dunque, secondo il taccuino della White-Mario, Bertani arriverà a Rotonda con l’Acerbi dove incontrerà Garibaldi. Si è già visto che l’incontro tra Bertani e Garibaldi non sarà a Rotonda ma sarà a Cosenza. Che l’incontro si ebbe a Cosenza e non a Rotonda, è testimoniato dal telegramma che il generale Turr fece a Bixio, dopo aver ricevuto l’ordine da Garibaldi, a Cosenza, e non a Rotonda. Bertani, arrivato a Paola con l’Intendente Acerbi, ivi sbarcati e dove vi erano già arrivate le truppe con Rustow, lasciava Acerbi e Rustow a Paola e procedeva oltre per andare a conferire con Garibaldi. Alcuni storici scrissero che Bertani andò a Rotonda, altri scrivono che Bertani incontrò Garibaldi al Tiriolo, altri scrissero che Bertani incontrò Garibaldi a Cosenza.  La White dice che Bertani va in persona “a trovar Garibaldi a Rotonda”. La White dice che Bertani va a Rotonda. Si tratta di Rotonda o Cosenza ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò etc…”. Dunque, la White-Mario, dal Diario di Bertani scriveva che Garibaldi si incontrò con Garibaldi a Rotonda e non a Cosenza. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 451 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; etc…”. La White-Mario (….) scriveva che arrivato a Paola, Agostino Bertani va a Rotonda dove raggiunse il generale Garibaldi. La White-Mario (….), sull’episodio continua a scrivere e, a p. 451 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini. Etc…”. Dunque, la White-Mario (….) scriveva che Bertani parte da Paola e raggiunge Garibaldi a Rotonda. E’ strano che la White-Mario facesse questo errore, perchè, infatti, pare che Bertani raggiungesse Garibaldi non a Rotonda ma al quartiere generale di Cosenza. Infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Dunque, delle due una, ovvero Bertani non andò a Rotonda, come scriveva la White-Mario, ad incontrare Garibaldi, ma andò a raggiungeri a Cosenza. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Infatti, nel vol. II, a p. 179 (che corrisponde a p. 451 del volume unico che io posseggo), ella scriveva: “….va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Dunque, secondo il Treveljan si deve leggere Cosenza. Bertani raggiunse Garibaldi a Cosenza. Un’altra questione è l’Acerbi. Bertani, da Paola viaggerà con Acerbi ?. La giornalista White-Mario, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White scriveva che il Bertani annotò nel suo taccuino di viaggio che a Paola si separò dall’Acerbi, lasciando le sue truppe al colonnello Rustow. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo di Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Etc…”. Dunque, le truppe del Bertani (ex spedizione Pianciani) arrivarono a Paola per via mare da Pizzo Calabro. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, in proposito scriveva che: “Il primo settembre alle tre del mattino, Garibaldi, il Cosenz e il Bertani lasciavano Cosenza in carrozza aperta, etc…”. Dunque, se Garibaldi e Bertani lasciarono Cosenza il 1° settembre, alle tre del mattino ci conferma che Bertani arrivò da Paola il giorno 31 agosto 1860. Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, Rustow ci parla della permanenza sua e delle truppe a Paola. Egli cita il sig. F. Tuzzi, nobile di Paola e fabbricante di seta, che gli offrì la sua bella e comoda casa per aqquartierarsi. Rustow racconta ancora e aggiunge che a Paola: Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato.”. Dunque, Rustow, che era a Paola con i volontari garibaldini organizzati da Bertani,  racconta che egli aspettando che Garibaldi movesse da Soveria e andasse a Cosenza, gli arrivò la notizia che infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato.”. Gli arrivò la notizia che la sua Divisione era stata attaccata a quella di Turr. Bertani dove era andato a parlare con Garibaldi avvisandolo delle truppe a Paola (tenute da Rustow), a Rotonda o a Cosenza ?. Dove prese la decisione Garibaldi di destinare le truppe di Bertani a Turr ? Lo fece a Rotonda o lo fece a Cosenza ?.  Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Inoltre, Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Etc…Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni cita il telegramma del generale Turr del 31 agosto 1860 che egli trasmette a Bixio proprio da Cosenza dopo che il generale Garibaldi gli affida il comando delle truppe di Bertani. Dunque, Bertani e Garibaldi si incontrarono a Cosenza.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti, Bertani non “s’imbarca per Sapri” ma, invece, è vero che Bertani raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi, la lieta notizia dei volontari a Paola. A Paola restò solo Rustow a guardia delle truppe ivi lasciate e riunite. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Etc…”Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc….Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Etc…”. Ragazzoni però scrive che sarà Garibaldi, il 1° settembre 1860 ad andare a Paola. Ma ciò non corrisponde al vero perchè gli storici ci dicono che Garibaldi fece un altro percorso e mandò Turr a prelevare le truppe a Paola e portarle a Sapri. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al geerale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripertire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Bertani riparte da Paola per Cosenza. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittattatura a Donato Morelli, e si portava avanti con Cosenz.”. Dunque, il Pecorini non scrive come arrivò a Garibaldi l’avviso che “due brigate della dimessa spedizione Pianciani” si trovavano a Paola, ovvero Pecorini non scrive che l’avviso gli lo portò il Bertani stesso a Cosenza, ma che fosse a Cosenza e non a Rotonda come scrive il Treveljan, lo testimonia il telegramma che il generale Turr, inviò da Cosenza, il 31 agosto 1860 a Nino Bixio, di cui parlerò in seguito. Infatti, dopo l’incontro a Cosenza di Garibaldi e Bertani, Garibaldi diede l’ordine a Turr di andare a Paola.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione……Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”.  

                                                                            BERTANI E GARIBALDI A COSENZA

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, l’incontro tra GARIBALDI e Agostino BERTANI, che gli annuncia essere sbarcate a Paola alcune Brigate ivi sbarcate e riunite (circa 4000 uomini) pronte per combattere con lui  

Agostino Bertani, allontanatosi da Paola dove vi erano le sue truppe con Rustow che attendevano ordini da Garibaldi e da Sirtori, si reca a Cosenza dove incontrerà Garibaldi e gli dirà delle sue truppe ferme a Paola con Rustow che attendevano suoi ordini. Bertani raggiunse Garibaldi a Cosenza. Il 31 agosto 1860, Garibaldi era arrivato a Cosenza insieme al generale Turr. Garibaldi si trovava a Cosenza e viene raggiunto anche da Agostino Bertani e dall’Intendente Acerbi (?). Bertani viaggerà a cavallo da Paola, dove aveva lasciato le sue truppe ivi sbarcate con il colonnello Rustow. Bertani, da Paola viaggierà con Acerbi ?. Dunque, secondo il taccuino della White-Mario, Bertani arriverà a Rotonda con l’Acerbi dove incontrerà Garibaldi. Dello storico incontro tra Garibaldi e Agostino Bertani, a Cosenza, ne hanno parlato alcuni storici e testimoni diretti, compreso il Bertani stesso. Bertani si era recato ad incontrarsi con Garibaldi per avvertirlo che alcune Brigate dell’ex Spedizione Pianciani, da loro due fatte arrivare a Palermo da Cagliari, erano da poco sbarcate e ben fatte riordinare da Rustow a Paola. Bertani portò la lieta notizia a Garibaldi. Garibaldi apprendendo la lieta notizia chiese a Bertani di restare con lui e diede incarico al generale Turr che era presente di recarsi a Paola per portarle a Sapri. Infatti, la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, traendo molte notizie dal “Diario” di Agostino Bertani, a pp. 451-452 dice che: Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco per prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”.”. La White scriveva pure che, Garibaldi: “E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro.”. La White aggiungeva pure del colloquio con Bertani che Garibaldi disse: E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, etc…. La White, a p. 452, aggiungeva che: L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco per prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Etc…”. Dello storico incontro con Agostino Bertani ha scritto anche il Treveljan. Infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo di Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Treveljan (….), a p. 194 continuando il suo racconto scriveva che: Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Etc…”. Garibaldi, avendo saputo delle truppe della ex-Divisione Pianciani riunite a Paola, a Cosenza, nominò il colonnello Turr generale e comandante della 15° Divisione, togliendola a Bixio. A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Infatti, nel vol. II, a p. 179 (che corrisponde a p. 451 del volume unico che io posseggo), ella scriveva: “….va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Ma Bertani, non si incontrò con Garibaldi a Rotonda ma, lo storico incontro avvenne a Cosenza. Infatti, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, etc…”. Inoltre, Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Etc…Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni cita il telegramma del generale Turr del 31 agosto 1860 che egli trasmette a Bixio proprio da Cosenza dopo che il generale Garibaldi gli affida il comando delle truppe di Bertani. Dunque, Bertani e Garibaldi si incontrarono a Cosenza. Devo però aggiungere che sebbene sia corretto ciò che scrisse il Pecorini-Manzoni, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, etc…”, non citava affatto il Bertani, ma scriveva che a Garibaldi, a Cosenza gli pervenne l’avviso. A Garibaldi pervenne l’avviso delle truppe a Paola dal Bertani che si recò ad incontrarlo personalmente.  Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “..XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata , mandando il generale Türr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, ….LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie….raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Maraldi, però scrive pure che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Etc…”. Alessandro Serra, a p. 328 scriveva pure che: Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per tera sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per tera sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, etc…. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”.”. Agrati, proseguendo il suo racconto, dove si basa sul diario del Canzio, scriveva pure che, a Cosenza: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione….. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti, Bertani, non “si imbarca per Sapri” ma è vero, invece, che Bertani, da Paola raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi. Agrati cita dal Diario di Canzio che scrive il 1° settembre 1860 che era a Tarsia e che il giorno prima, ovvero il 31 agosto 1860 era arrvato Bertani per incontrare Garibaldi e dirgli delle truppe a Paola. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri,  il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come horeso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”

La giornalista White-Mario, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”.

                                                                              GARIBALDI NOMINA TURR

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, Garibaldi nomina il generale TURR, Capo di Stato Maggiore della 15° Divisione garibaldina al posto di Rustow e, gli ordina di recarsi a Paola e di imbarcare le truppe per il golfo per portarle a Sapri

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al generale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripartire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Bertani riparte da Paola per Cosenza. Dello storico incontro tra Garibaldi e Agostino Bertani, a Cosenza, ne hanno parlato alcuni storici e testimoni diretti, compreso il Bertani stesso. Bertani si era recato ad incontrarsi con Garibaldi per avvertirlo che alcune Brigate dell’ex Spedizione Pianciani, da loro due fatte arrivare a Palermo da Cagliari, erano da poco sbarcate e ben fatte riordinare da Rustow a Paola. Bertani portò la lieta notizia a Garibaldi. Garibaldi apprendendo la lieta notizia chiese a Bertani di restare con lui e diede incarico al generale Turr che era presente di recarsi a Paola per portarle a Sapri. Infatti, la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, traendo molte notizie dal “Diario” di Agostino Bertani, a pp. 451-452 scriveva che Garibaldi, in seguito allo storico incontro con Bertani, proveniente da Paola: “E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro.”. La White aggiungeva pure del colloquio con Bertani che Garibaldi disse: E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. La White, a p. 452, aggiungeva che: L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Etc…”. Dello storico incontro con Agostino Bertani ha scritto anche il Treveljan. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 196, in proposito scriveva che: “All’estremo opposto del Campo Tenese Garibaldi salì l’erta d’un altro passo (1) e varcandolo abbandonò la Calabria per la Basiicata, facendo la sua prima sosta nella nuova regione, a Rotonda, un paesetto di montagna dove egli trovò già costituita la Guardia Nazionale e l’intiera gerarchia delle autorità rivoluzionarie nè più nè meno che se fosse stato Parigi o per lo meno Cosenza (2).”. Sempre la Dobelli (….), a p. 198, in proposito scriveva pure che: “A questo punto del suo viaggio Garibaldi cambiò metodo,…..Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui i negoziati in condizioni più favorevoli.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo di Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Treveljan (….), a p. 194 continuando il suo racconto scriveva che: Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Garibaldi, avendo saputo delle truppe della ex-Divisione Pianciani riunite a Paola, a Cosenza, nominò il colonnello Turr generale e comandante della 15° Divisione, togliendola a Bixio. A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LIV. – Turr….Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale, o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, etc…LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, ….LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “..XLVII….Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Türr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie….raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. A Paola restò solo Rustow a guardia delle truppe ivi lasciate e riunite. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione. Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell’armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato. Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto , e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr , ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l ‘ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal popolo etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”Infatti, è bene ricordare che già Turr era stato nominato da Garibaldi, a Milazzo, al posto di Bixio, la 15° Divisione a cui appartenevano le truppe che sbarcarono con Bertani e Rustow a Paola. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, etc…(18).. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittattatura a Donato Morelli, e si portava avanti con Cosenz.”. Dopo aver ricevuto il prestigioso incarico da Garibaldi, il generale TURR scrive a Bixio e gli comunica l’avvenuto cambio. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il Generale Garibaldi da Soveria lasciava la prodittatura a Vincenzo Stocco, e dato incarico a Sirtori di restare per raccogliere le truppe, partiva in vettura assieme con Turr e Cosenz ed alcune guide la mattina del 31 per Rogliano, dove trovò le bande calabresi organizzate da Donato Morelli. Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. …Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affezz. Turr.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 148, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi; etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. La ex divisione Pianciani era la “spedizione Terranova” che Bertani aveva organizzato per l’invasione dello Stato Pontificio. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola a Sapri non a Policastro. infatti, è a Sapri, che Turr e Rustow sbarcheranno il 2 settembre 1860, con tutte le truppe che porteranno da Paola. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria . Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de’ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia delle incursioni moderne.” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come horeso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “….Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi.. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti è vero che Bertani, non si imbarcò da Paola per Sapri, ma egli raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”Silvano De Luca quì commette un errore perchè si tratta della brigata “Spinazzi” non “Spiazzi”.  

                                                                                        TURR SCRIVE A BIXIO

Nel 31 agosto 1860, da Rogliano, il generale TURR, ricevuto l’incarico da Garibaldi scrive ed invia una lettera a BIXIO  

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il Generale Garibaldi da Soveria lasciava la prodittatura a Vincenzo Stocco, e dato incarico a Sirtori di restare per raccogliere le truppe, partiva in vettura assieme con Turr e Cosenz ed alcune guide la mattina del 31 per Rogliano, dove trovò le bande calabresi organizzate da Donato Morelli.”, poi, proseguendo il suo racconto aggiungeva che: Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Dunque, Carlo Pecorini-Manzoni cita il telegramma che Turr scrisse a Nino Bixio, il 31 agosto 1860 per annunciargli che Garibaldi gli aveva dato il comando della 15° Divisione. Ma, devo precisare che, come scrive il Pecorini, il telegramma venne spedito da Turr, a Rogliano, non a Cosenza. Dunque, Garibaldi già a Rogliano incaricava Turr del comando della 15° Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 148, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi; etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, la White-Mario (….), dal Diario di Agostino Bertani, scriveva che il generale Turr, che si trovava a Rogliano e che aveva ricevuto l’incarico da Garibaldi: “….trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, il Turr, da Cosenza invia un dispaccio a Bixio dove gli anticipa la decisione di Garibaldi di affidare le brigate della ex-Divisione Pianciani a lui e che il Bixio riceverà l’ordine di Garibaldi di formare la 18° Divisione. Turr chiede pure a Bixio di mandargli subito il colonnello Teleky e Maxime Du Champ per attaccarli con la divisione Eber che restava con lui. Turr spiega a Bixio che sarebbe partito per Paola, dove si trovavano riunite le brigate dell’ex divisione Pianciani per portarle a Sapri. Turr, nel suo dispaccio a Bixio gli promette che “Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse , con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marce forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 171, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Del Duca, a p. 171, nella nota (231) postillava: “(231) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini di Salerno, cit, pagg. 281-282”. Intanto devo rilevare un errore perchè il Del Duca scrivendo brigata “Spiazzi” sbaglia perchè si trattava della brigata “Spinazzi”, di cui parlerò ampiamente innanzi. Inoltre aggiungo che la lettera o dispaccio del generale Turr che fa pervenire a Bixio, che, come scriveva il Pecorini-Manzoni: “Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “……”.”, dunque, il generale Turr scriveva a Bixio da Rogliano, e, di nuovo, rivevuto l’ordine da Garibaldi a Cosenza, il 31 agosto 1860, prima di partire per Paola, il generale Turr scrive a Bixio la seguente “telegramma” o dispaccio, come scrive la scrittrice Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. Il testo completo del telegramma a Bixio è riportato da Carlo Pecorini-Manzoni (….), come ho già riportato. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr etc…”

                                                            TURR RICEVE DA GARIBALDI 5000 FRANCHI

Bertani si era recato ad incontrarsi con Garibaldi per avvertirlo che alcune Brigate dell’ex Spedizione Pianciani, da loro due fatte arrivare a Palermo da Cagliari, erano da poco sbarcate e ben fatte riordinare da Rustow a Paola. Bertani portò la lieta notizia a Garibaldi. Garibaldi apprendendo la lieta notizia chiese a Bertani di restare con lui e diede incarico al generale Turr che era presente di recarsi a Paola per portarle a Sapri. Dopo la nomina del generale Turr, arrivando a Paola, secondo un altro testimone di eccezione, il colonello Rustow, portò a Paola 5000 franchi che probabilmente gli erano stati consegnati a Cosenza da Garibaldi stesso che gli aveva assegnato il prestigioso incarico. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Dunque, Rustow scriveva che il generale Turr, da Cosenza dove si trovava con Garibaldi, a Paola, aveva portato 5000 franchi francesi. La notizia è interessante. Credo che questo danaro gli fu consegnato a Cosenza dai Calabresi che insieme a Donato Morelli (….), nominato Governatore di Cosenza e della Calabria. Rustow scriveva che il generale Turr, aveva portato i 5000 franchi a Paola, ma non ha specificato se questo danaro dovesse arrivare a Sapri o fermarsi a Paola. Tuttavia, il danaro in quei frangenti serviva per ogni cosa. Ad esempio, oltre ai viveri che bisognava apprestare per le truppe sbarcate a Paola, vi erano i vapori o piroscafi da noleggiare per il viaggio fino a Sapri. Bisognava noleggiare i mezzi di trasporto per le truppe che in seguito, da Sapri, dovettero risalire verso il Vallo di Diano e Eboli e Salerno. Il danro fu utilizzato dal generale Turr anche p provvedere ai bisogni degli Ufficiali borbonici che erano in fuga, i cui Superiori, avevano sottoscritto un armistizio o resa con Garibaldi. 

                                                                             LA PARTENZA DI TURR PER PAOLA

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, il generale TURR ricevuto l’ordine da Garibaldi parte spedito per Paola

Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, scrive al generale Bixio e poi subito parte spedito e si reca a Paola. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco perprima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, la White-Mario (….), dal Diario di Agostino Bertani, scriveva che il generale Turr, che si trovava a Rogliano e che aveva ricevuto l’incarico da Garibaldi: “….trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “….Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “…..Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LIV. – Turr….Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale, o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, etc…LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Dunque, il Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Di questa notizia devo però far notare che conferma la venuta a Paola del generale Turr. A Paola, Turr, su ordine di Garibaldi si recherà il giorno 31 agosto 1860 e, come scrive anche il Rustow, si provvide a far salire a bordo di alcuni legni amici, alcuni Ufficiali borbonici che si volevano imbarcare in ritirata e lasciare la Calabria. Garzia, però scrive pure che subito dopo, il generale Turr si reca a Pizzo Calabro mentre come vedremo Turr, insieme a Rustow porterà le truppe ferme a Paola le porterà a Sapri. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione , ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii , avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri.”. De Sivo, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau . Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte, leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière , sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel . En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo. I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti…..Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 171, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Del Duca, a p. 171, nella nota (231) postillava: “(231) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini di Salerno, cit, pagg. 281-282”. Intanto devo rilevare un errore perchè il Del Duca scrivendo brigata “Spiazzi” sbaglia perchè si trattava della brigata “Spinazzi”, di cui parlerò ampiamente innanzi.

                                                                                       A LAURIA E LAGONEGRO 

Nel 31 agosto 1860, a Sapri sbarcano tre ufficiali garibaldini, vanno a perlustrare la zona e arrivano  a Lauria (Perini)? o a Lagonegro (Du Champ)? dove incontrano nella piazza 3000 soldati borbonici che ivi bivaccavano

Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: XLIX. Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Quest’ultima città fu interamente distrutta nelle fazioni del 1808 dal generale Manhès che vi fece appiccare l’incendio e fucilare gran parte de’ suoi abitatori. Essa era il centro delle innumerevoli bande che in quel tempo lottavano contro i Francesi per l’indipendenza del loro paese nativo, e per così dire il quartier generale dell’ opposizione a Giocchino Murat e dei maneggi della proscritta fazione borbonica. Lauria, malgrado la murattiana vendetta, risorse ben tosto dalle sue rovine: e crebbe con aspirazioni ed idee liberali ed italiche.”. Perini racconta che Garibaldi arrivò a Castelluccio ed infine a Lauria. Perini racconta delle tristi vicende che interessarono Lauria in epoca Francese, col generale Manhès, nel 1808. Poi, proseguendo il suo racconto, Perini aggiunge e ci parla di un episodio sorto a Lauria. Perini scriveva: “L. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città, tuttavia presidiata dai Regii.. Perini racconta che alcuni giorni prima dell’arrivo di Garibaldi a Lauria (quindi qualche giorno prima del 2 settembre 1860, ovvero il 31 agosto 1860), “Tre ufficiali garibaldini che erano sbarcati in quel turno a Sapri” si erano “inoltrati a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze” di Lauria, dove, entranovi trovarono il piccolo paese di Lauria “presidiata dai Regii”, ovvero i tre ufficiali garibaldini trovarono Lauria occupata dalle truppe borboniche, probabilmente del generale Caldarelli. Analizzando meglio le parole del Perini, i tre ufficiali garibaldini sbarcati a Sapri, arrivarono a Lauria, che non è molto distante da Sapri, il 31 agosto 1860. Perini, proseguendo il suo racconto ci dice di ciò che accadde a Lauria. Perini scriveva che i tre ufficiali garibaldini: “L. I tre volontari, penetrati sino in piazza, s’imbatterono in un corpo di tre mila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrirsi per questo, e non mostrando nemmeno avvedersi del pericolo in cui erano incorsi, eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli. Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altra gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’ impossessarci della vostre persone, e forse ne potremmo sperare una generosa ricompensa dal nostro governo: ma siccome il nostro cuore batte, egualmente che il vostro, alle idee di libertà e di patria, facciamo piena adesione alla causa da voi propugnala e ve lo proviamo lasciandovi liberi. La notte seguente quel corpo munito di cavalleria ed artiglieria volontariamente si sciolse e disperse: tali erano i sentimenti dell’armata in cui Francesco II doveva riporre l’estrema speranza della sua dinastia !”.  Lo stesso episodio racconta Du Champ che, però, lo riferisce a Lagonegro e non a Lauria. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 249-250, in proposito scriveva pure che: Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, erto su una collina, con la via principale così larga da rassomigliare ad un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, non ci è possibile trovare bestie da tiro, e siamo costretti a tenere il postiglione che ci ha portati da Rotonda in poi; povero ragazzo, è pieno di buona volontà, ma ci dimostra che, se non si vuole correre il rischio di vederli cadere sfiniti, i cavalli non possono proseguire. Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi. Due giorni prima del nostro arrivo, era accaduto a Lagonegro un fatto singolare. Tre ufficiali del nostro esercito, in camicia rossa, e provenienti da Sapri, erano entrati nella città. Vi trovarono 3000 Napoletani, uno squadrone di cavalleria, e due batterie di campagna schierati sulla piazza. Un po’ sorpresi da quello spettacolo del tutto inatteso, i garibaldini non si persero d’animo e se ne andarono tranquillamente a sedere al caffè, restandosene a guardare le truppe regie allineate in bell’ordine. Nessuno diceva loro niente; li guardavano con una certa curiosità, ma senza ostilità. Essi allora si diressero verso i soldati napoletani e si misero a discorrere con loro: – Perché, domandarono i nostri, ve la battete sempre in ritirata e non ci avete conteso il passo ? – Perché prima di essere Napoletani, siamo Italiani e, come voi, vogliamo un’Italia una, e sappiamo che il governo del re Francesco II non è, per così dire, che una succursale della corte di Vienna. Voi credete che manchiamo di coraggio ? Avreste torto; sappiamo bene che nostro dovere sarebbe farvi immediatamente impiccare, ma preferiamo stringervi la mano dicendovi: arrivederci! Etc…”. Inoltre, devo precisare che il racconto di Maxime Du Champ, identico a ciò che Perini scriveva riferendosi al paese di Lauria, il Du Champ, non solo lo riferisce al piccolo borgo di Lagonegro e non a Lauria, ma, Du Champ scriveva che loro si trovavano a Lagonegro il 7 settembre 1860, allorquando di sera arriva loro il dispaccio che Garibaldi è entrato in Napoli. Infatti, Du Champ, a p. 259, in proposito scriveva che: “La notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli si diffuse rapidamente a Lagonegro, che ben presto illuminata. L’indomani mattina, uno di noi ricevette un dispaccio in cui si annunciava che i forti di Napoli erano ancora in mano ai regi; ….Partimmo senza perdere tempo. Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio etc…”. Dunque, siccome il Du Champ si trovava a Lagonegro con la truppa garibaldina diretta dallo Spangaro, la sera del giorno 7 settembre, è desumibile che l’episodio dei tre ufficiali sbarcati a Sapri e arrivati a Lagonegro in perlustrazione, ascrivibile a Due giorni prima del nostro arrivo, era accaduto a Lagonegro un fatto singolare”, si riferisce al giorno 5 settembre 1860. 

                                                                                                                 A PAOLA

                 Nel 31 agosto 1860, l’arrivo a Paola e l’imbarco di UFFICIALI BORBONICI dell’armata Regia 

Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani,si reca immediatamente a Paola, dove vi erano già alcune truppe e Brigate dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, ivi fatte sbarcare e raccolte e riordinate dal colonnello Rustow. Queste truppe provenivano dalla Sicilia grazie all’azione congiunta di Agostino Bertani e il colonnello Rustow. Arrivando a Paola, però, il generale Turr, trovò anche molti Ufficiali dell’Armata borbonica che volevano allontanarsi dalla Calabria, e quindi imbarcarsi da Paola per Napoli. La notizia è testimoniata dal Capitano di Stato Maggiore Garzia e riportata da Ludovico Quandel (….) e pure da un testimone di eccezione quale il colonnello Rustow. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Dunque, il Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Questa notizia conferma la venuta a Paola del generale Turr.Anche se devo far notare che gli “Ufficiali” che Turr provvedè ad imbarcare non è detto che fossero quelli Regi, ma può essere che Garzia si riferisse agli Ufficiali dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. A Paola, Turr, su ordine di Garibaldi si recherà il giorno 31 agosto 1860 e, come scrive anche il Rustow, si provvide a far salire a bordo di alcuni legni amici, alcuni Ufficiali borbonici che si volevano imbarcare in ritirata e lasciare la Calabria. Garzia, però scrive pure che subito dopo, il generale Turr si reca a Pizzo Calabro mentre come vedremo Turr, insieme a Rustow porterà le truppe ferme a Paola le porterà a Sapri. Che si riferisse ad Ufficiali borbonici in fuga lo scrive il colonnello Rustow. Intando vi è da dire che il Capitano Garzia, nel suo Giornale di Brordo del vapore “Brésil” scriveva che: “”Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Etc…”. Come ho già detto, un testimone di eccezione per lo sbarco a Paola delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Piacini è stato il colonnello Rustow. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli.. Dunque, la notizia citata dal Ludovico-Quandel è stata confermata dal Rustow, che effettivamnte c parla degli Ufficiali borbonici “fuggitivi” che arrivarono a Paola per imbarcarsi sui legni garibaldini. Rustow però non era olui che sovrintendeva all’organizzazione per il trasporto delle truppe, ma il responsabile era il generale Sirtori che in quei giorni ebbe diverse difficoltà a reperire legni suffcienti al trasporto delle rimanenti truppe provenienti dalla Sicilia e a quelle che da Paola dovevano recarsi a Sapri. Perchè da Paola dovessero recarsi a Sapri, non ci è dato di sapere. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Inoltre, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte, leurs sandales et leurs grandes guêtres, leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”. Dunque, il soldato Garibaldino che nella lettera del 3 settembre 1860 scrive da Paola, scrive che il giorno prima, il 2 settembre 1860, a Paola, imbarcatosi sul vapore “Benvenuto” insieme ai suoi due amici,  francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux,…”, vede che il vicino vapore “Calatafimi” portava seco “….a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi.”. Devo però far notare quanto scriveva Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. Etc…”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 80-81, riferendosi alla Calabria, a Soveria, in proposito scriveva che: “L’avanti era parola costantemente all’ordine, e l’incalzare a bello studio gli avvenimenti favorivaci, mentre incuteva spavento ai regi. – Avevano impressioni di dissolvimento, e giovava marciare a gran giornate affinchè lo scoramente, di mala influenza, perdurasse nelle loro file. Milazzo fu battaglia vigorosa e convinse che forse si poteva progredire anco a Napoli, e caduto quel governo, stabilirvi il nostro. Anche i regi camminavano, speranzosi di arrıvare agli alloggiamenti, ma potente e celere l’inseguimento, arrestarousi a Soveria. Garibaldi saputo del loro numero, di novemila, non temporeggio, raggiuntili su quei monti, occupati i passi superiori mandò, per convenire al loro capo. Era l’intero ex corpo di Clary. Mario ed io, staccati dal drappello avanzato di Nullo, fummo a Soveria parlamentari a Ghio generale, a Clary sostituito. Premessi schiarimenti, alle proposte di resa, perchè attorniato, sorrise, e disse volersi battere. – Nessuno, ripetè, può indurmi a tale estremo, la strada per Napoli è mia, qui v’attendo, e non capisco le pretese vostre. – Soggiunto che Sacchi e Cosenz occupavan già l ‘ escite, non credette, attese istanti, e preferi trattare con Garibaldı S’ avvantaggio di tempo, e distribuironsi di fatto le forze indicate. Il Duce venne ed intimò la resa. – Convinto Ghio di sua condizione, visti i luoghi forti in poter nostro, cedette all’ inesorabile destino. Entrammo ne’ campi nemici, nelle vie di Soveria e cannoni ed armi in fascio in quantità raccogliemmo. – Alpigiani calati dalle native roccie provvidersi di fucili, e rientrarono contenti del – bottino. La milizia tutta inerme, prese direzioni di sua volontà, e divisa in crocchi, chi raggiunse le smarrite insegne, chi i propri lari, chi da un lato, chi dall’altro, in breve scomparve dal villaggio. – Ci rifornimmo di cavalli, consunti i nostri da fatiche e mancati nutrimenti, e quanto eravi, ripartito pei bisogni, attendemmo ai varii servigi. Ignoro come potè la salute durarci in quei di, e chi fu con Garibaldi sa che il lavoro succede costante, senza posa e necessaria quiete al lavoro……A Soveria in quell’incontro unironsi le maggiori forze che se non compatte, poterono nel miglior modo progredire a più interni paesi..   

Nel 1° settembre 1860, la situazione in Sicilia, il governo di DEPRETIS e la questione dell’annessione della Sicilia al Piemonte

Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “Depretis giunse il 20 e vide tosto Sirtori e Crispi e partì per Milazzo dove Garibaldi aveva riportato una memoranda vittoria sulle truppe borboniche, comandate dai migliori generali napoletani. Depretis apparentemente aderiva al desiderio espressogli da Garibaldi; di fatto aveva istruzioni di spingere l’annessione immediata della Sicilia al Piemonte e portava in tasca il decreto reale , colla data in bianco , con cui era nominato commissario regio. Egli vide il 22 giugno Garibaldi e gli toccò il tasto dell’annessione, ma il generale rifiutò di entrare in quell’ordine di idee. Quando Garibaldi era partito per Milazzo, Crispi aveva insistito per accompagnarlo, ma il generale gli aveva imposto di restare presso Sirtori, che aveva duopo di lui. Giunto Depretis, Crispi reiterò le istanze, volendo accompagnare il Dittatore per tutta la campagna, ma Garibaldi gli ingiunse ancora di rimanere a Palermo con Depretis, al quale faceva mestieri d’avere un siciliano, colto ed esperto delle facende dello stato a fianco. – Io vi faccio un prezioso regalo disse Garibaldi a Depretis vi lascio un tesoro , sappiate apprezzarlo e valervene : è Crispi. — Crispi però non accettò l’ufficio se non a patto che non si parlasse di annessione della Sicilia, finchè la liberazione di Napoli non fosse compiuta.”Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Francesco Crispi fu una figura di spicco del Risorgimento. Obiettivo di Crispi era ora l’unità della nazione attraverso il propagarsi dell’insurrezione. Il presidente del Consiglio piemontese Cavour, invece, voleva l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna e impedire che la rivoluzione si propagasse fino a Roma. Ciò perché lo Stato Pontificio era protetto dalla Francia, che era una potenza amica del Piemonte. Così, per controllare e rallentare l’azione di Garibaldi, Cavour spedì in Sicilia Giuseppe La Farina. Non appena arrivato a Palermo, La Farina si impegnò a denigrare Crispi, già in difficoltà per aver esposto le sue idee anticlericali. D’altro canto l’aristocrazia siciliana sperava che, annessa subito al Piemonte, l’isola avrebbe potuto godere di un’autonomia di fatto. Il contrario di quello che auspicava Crispi che vedeva la Sicilia integrata solo in una nazione italiana. In grave difficoltà, quando il 23 giugno 1860 venne organizzata a Palermo un’importante manifestazione contro di lui, Crispi diede le dimissioni, confermandole nonostante il parere contrario di Garibaldi. Quest’ultimo a sua volta ordinò l’espulsione di La Farina dalla Sicilia. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. Intanto si è deciso di mandare Piola Caselli da Garibaldi, che è in marcia, per chiedergli di far votare per l’annessione. Lo raggiunge all’Osteria del Fortino, come vedremo innanzi. Nel frattempo seguiamo gli avvenimenti cronologicamente. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 402, nella nota (1) postillava: “”1) Dal libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 408 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio del Perano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli direttamente: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire a Lei a darle spiegazione di molti fatti passati, nel vivo desiderio di stabilire fra noi quella completa fiducia che fra noi esisteva due anni sono…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per crear ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…”.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”.     

Nel 1° settembre 1860, la situazione in Sicilia, il governo di Depretis e la questione dell’annessione della Sicilia al Piemonte e PIOLA-CASELLI e la lettera di DEPRETIS indirizzata a Garibaldi per chiedergli l’autorizzazione all’annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II 

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Garibaldi il 14 maggio 1860 era sbarcato a Marsala. Piola si dimette in giugno dalla Marina del Regno di Sardegna per organizzare la futura Marina dittatoriale siciliana di Garibaldi, col grado di capitano di fregata. Con decreto dittatoriale del 13 giugno fu nominato da Garibaldi segretario di stato per la marina siciliana. Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 57, in proposito scriveva che: “A ministro della Marina era stato nominato il tenente di vascello Piola-Caselli, già appartenente alla marina Sarda, il quale aveva alle sue dipendenze alcuni ufficiali Sardi e Napoletani. Mentre il “Veloce” (ribattezzato (Tukery” in onore dell’eroico colonnello magiaro, che aveva dato la vita per la causa italiana), predava e catturava le navi borboniche in rotta tra Napoli e la Calabria, il Piola provvedeva ad organizzare la marina mercantile d’accordo con il Depretis e con il Bertani, al quale ultimo, come capo della Cassa Centrale di soccorso, toccava l’incarico di noleggiare, per conto del governo della Sicilia, i piroscafi da adibirsi al trasporto di armi e di volontari (116).”. Maraldi, a p. 57, nella nota (116) postillava: “L’intero plico XII dell’archivio Bertani è dedicato al carteggio Piola-Bertani-Sullioti ed altri armatori e costruttori per il noleggio e l’acquisto dei piroscafi. Vedremo in seguito i metodi sbrigativi del Bertani per il pagamento delle cambiali imposte dai contratti. Si noti che il Piola incontrava diffidenza e avversioni nell’ambiente rivoluzionario dell’esercito garibaldino. Molti lo sospettavano un agente di Cavour collocato al posto di capo della Marina per intralciare i movimenti dell’armata rivoluzionaria. Etc…”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 854, in proposito scriveva che: “….a prestar servizio nella nuova flotta, che Garibaldi organizzava. In questa entrarono pure, col grado di tenenti, gli ex alfieri di vascello napoletani, Accinni, Cottrau e Libetta, i quali si erano correttamente dimessi in luglio. Il prodittatore Agostino Depretis, divenuto uomo d’azione, nominò ministro per la marina sicula il Piola Caselli, anch’egli ufficiale della flotta sarda; ma organizzatore effetivo di quella improvvisata marina da guerra fu l’Anguissola. Il Tukery, che contribuì con successo della giornata di Milazzo, ebbe poi l’incarico di catturare le navi regie in rotta fra la sicilia e Napoli, e catturò infatti l’Elba, che da Messina portava uffiziali a Napoli, e il ‘Duca di Calabria’, che veniva da Napoli; e divenne una minaccia per la marina da guerra….Il Persano comunicò il disegno al Depretis, il quale incaricò il Piola stesso dell’impresa: impresa assolutamente pazza, anche se fortunata, perchè il Monarca non era bastimento da poter servire in quelle circostanze, e perchè mezzo disarmato. Il tentativo non riuscì perchè il Tukery sbagliò manovra…..Il Tukery ebbe undici morti e molti feriti; ma, quel che fu più doloroso….Quasi tutti perirono. Erano a bordo del Tukery, in quella notte, che fu dal 13 al 14 agosto, oltre a Piola, etc…. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi,  pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”.  Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” – Bertani e Crispi dovevano per conto di Mazzini, salvare il Dittatore dalle sciocchezze, dagli errori politici, vedi anche il Palamenghi-Crispi, I Mille, p. 342, dove si deplorano i primi errori fatti da Garibaldi a Napoli, che Crispi non giunse in tempo ad impedire; il maggiore, il più deplorato, fu quello naturalmente di aver consegnate le forze navali al Persano! – Povero Garibaldi! ogni volta che dava una manifestazione della sua perfetta lealtà al programma da lui liberamente assunto, i suoi più cari lo disapprovavano e cercavano di mettergli le mani avanti. Qulache volta ci riuscivano, etc…La lettera di adesione fu stracciata (I) e Piola ritornò a Depretis con risposta negativa. Il Depretis non si diede per vinto e rimandò il Piola con la seguente: “Caro ed illustre amico – Palermo 6 sett. 60. – La vostra lettera, che mi fu recata dal cav. Piola mi ha cagionato un vero dolore; etc…”. Nazari, a p. 157, nella nota (I) postillava: “(I) V. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba; Mario J.W., Garibaldi, p. 283, ecc..”. Dunque, non ci eravamo accorti che nello riscrivere a Garibaldi da Palermo, il 6 settembre 1860, il Depretis scriveva che il Piola gli aveva consegnato una lettera di risposta a quella sua che gli fu consegnata al Fortino dallo stesso Piola. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Etc….”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Etc….(1)”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr.”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “….Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta…..Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Jesse White Mario: “…il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Vi giunsero…il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, etc…”Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biaima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”.   

Nel 1° settembre 1860, a Palermo, la partenza di Alessandro Giuseppe PIOLA-CASELLI, Ministro della Marina dell’Esercito Meridionale, con l’incarico di incontrare Garibaldi e portargli una lettera di Depretis (Prodittatore della Sicilia) per chiedergli l’autorizzazione all’annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Il prodittatore di Sicilia, Depretis si decise di inviarlo ad incontrare Garibaldi che stava risalendo le Calabrie ed ancora non era arrivato a Sapri, Depretis decise di inviargli una sua lettera per avere un consenso alla auspicata annessione della Sicilia al Piemonte. Piola-Caselli, che era già stato nominato da Garibaldi Ministro della Marina dell’Esercito Meridionale, si mise in viaggio per raggiungere Garibaldi sul campo o dove si trovava per consegnargli la missiva del Depretis. Come vedremo innanzi, il 4 settembre 1860 Piola-Caselli consegnò nelle mani di Garibaldi la missiva del Depretis, al Fortino di Casaletto Spartano. Sappiamo del viaggio del Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 2 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. Non conosciamo l’esatto itinerario che fece Piola-Caselli per raggiungere Garibaldi al Fortino.  Lo raggiunge all’Osteria del Fortino. L’episodio è conosciuto ma alcuni aspetti, tra cui il tragitto del viaggio intrapreso dal Piola, partendo da Palermo, con la lettera del Depretis non sono stati ancora del tutto indagati. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che  Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 1° settembre 1860, come vedremo innanzi. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1° settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 199, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, Dubitando che il Conte Persano, che ne fu avvertito, o il Cav. Piola, che non ho potuto vedere, non gliela abbiano scritta, credo necessario di darle io stesso una notizia che credo importante. Il Cav. Piola mi assicurava aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…”. Dunque, in un dispaccio del 31 agosto 1860 Depretis scrive da Palermo al conte di Cavour, scrive di una notizia importante da dargli e nel farlo scriveva che: “…il Cav. Piola, che non ho potuto vedere”. Dunque, il cav. Piola, era già partito da Palermo, mettendoi in viaggio per raggiungere Garibaldi e consegnargli la lettera del Depretis ?. Un’autorevole testimonianza è Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., riferendosi al Piola-Caselli, in proposito scriveva che: “….egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616).”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Milano, Treves, 1910”.  Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia…(1).”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando nella Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia.”.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Dunque, Denis Mack Smith, a p. 236, scriveva che: “Il 1° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale.”. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…   

          Nel 1° settembre 1860, a Paola, in una lettera di un volontario garibaldino della brigata MILANO  

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 57-58-59-60 e ssg. trascriveva una lettera del 1° settembre 1860 da Paola e scriveva: “Paola , le 1 septembre. A minuit et demi nous arrivons à Paola, patrie du grand saint François de Paule, l’illustre confesseur du roi Louis XI , de religieuse mémoire . La nuit est splendide . Au lieu de chercher mon logement , je me dirige vers la montagne . Mais , à peine arrivé sur la route qui tourne sur elle – même en mille circuits, je suis soudainement interpellé en italien par le cri de : – (( Qui va là ? » Je réponds dans la même langue : « Ami , soldat de Garibaldi . » – Avancez !J’avance . >> Et alors la sentinelle me demande le signe de convention et le mot d’ordre . Ne connaissant ni l’un ni l’autre , je ne puis satisfaire sa curiosité , et le factionnaire appelle la garde . Quatre hommes et un caporal sortent aussitôt d’une petite maison servant de poste. Mes cinq hommes commencent alors par armer leurs fusils et me mettent en joue; ensuite je reçois l’ordre du caporal d’avancer plus près. Je lui explique en riant que je suis Français, et que le désir de profiter d’une belle nuit m’a engagé à sortir , sans même songer å prendre le moindre renseignement . Pleinement convaincu de la sincérité de mes paroles , le caporal m’invite à partager sa botte de paille et sa dernière ration de vin . Je m’empresse d’accepter. En sortant du poste , à six heures , je croise un régiment napolitain qui a déposé les armes et dont la majeure partie retourne à Naples. Je visite le couvent des franciscains, placé dans une situation ravissante , à l’extrémité du pays. Dans la chapelle , je trouve un docteur français en train de jouer la Marseillaise sur l’orgue. C’est sans doute la première fois que les voûtes de cette chapelle, habituée aux cantiques, résonnent sous des accents révolutionnaires. Quant aux franciscains, ils paraissent de viner les paroles ou du moins leur sens général, car je lis dans leurs yeux ce je ne sais quoi qui, dans toutes langues du monde, s’appelle le patriotisme. En Calabre comme en Sicile , du reste, le bas clergé fait franchement cause commune avec le peuple . Au besoin , il l’aide et l’encourage en lui faisant connaître la vérité . Il est le premier à porter la cocarde tricolore et à crier : « Vive l’Italie une et libre ! vive Garibaldi! vive Victor-Emmanuel ! >>., che tradotto significa: “…..“Paola, 1° settembre. A mezzanotte e mezza arriviamo a Paola, patria del grande San Francesco di Paola, illustre confessore del re Luigi XI, di religiosa memoria. La notte è splendida. Invece di cercare alloggio, mi dirigo verso la montagna. Ma, appena arrivato sulla strada che si snoda su se stessa in mille giri, vengo improvvisamente interpellato in italiano dal grido: – “Chi va là?”. Rispondo nella stessa lingua: “Amico, soldato di Garibaldi”. – Avanti! Avanti. >> E allora la sentinella mi chiede il segno di convenzione e la parola d’ordine. Non conoscendo né l’uno né l’altro, non posso soddisfare la sua curiosità, e la sentinella chiama la guardia. Quattro uomini e un caporale escono subito da una casetta che funge da posto di guardia. I miei cinque uomini cominciano allora ad armare i fucili e mi puntano contro; poi ricevo dal caporale l’ordine di avanzare più vicino. Gli spiego ridendo che sono francese, e che il desiderio di godere di una bella notte mi ha spinto ad uscire, senza nemmeno pensare di prendere la minima informazione. Completamente Convinto della sincerità delle mie parole, il caporale mi invita a condividere la sua balla di paglia e la sua ultima razione di vino. Mi affretto ad accettare. Lasciando il posto alle sei, incontro un reggimento napoletano che ha deposto le armi e la cui maggior parte sta tornando a Napoli. Visito il convento francescano, situato in una posizione deliziosa, all’estremità del paese. Nella cappella, trovo un medico francese che suona la Marsigliese all’organo. È senza dubbio la prima volta che le volte di questa cappella, abituate agli inni, risuonano di accenti rivoluzionari. Quanto ai francescani, sembrano intuire le parole o almeno il loro significato generale, perché leggo nei loro occhi quello che non so cosa, in tutte le lingue del mondo, si chiama patriottismo. In Calabria come in Sicilia, del resto, il basso clero fa francamente causa comune con il popolo. Se necessario, lo aiuta e lo incoraggia facendogli conoscere la verità. È il primo a indossare la coccarda tricolore e a gridano: “Viva l’Italia, una e libera! Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!”.  

                                                                                         TURR ARRIVA A PAOLA

Nel 1° settembre 1860, a Paola, il generale Turr, partito al mattino da Cosenza arriva e trova già sbarcate due brigate della ex “Divisione Bertani-Pianciani” (la Brigata Milano ed una porzione della Parma), organizzate da Bertani ed al comando di Rustow  

Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, scrive al generale Bixio e poi subito parte spedito e si reca a Paola. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, avendo riguardo al buon nutrimento dei militi, non stancarli molto, procurare che facciano una buona pulizia, riparare possibilmente i corpi con volontari, lasciare convenevoli depositi, siccome in Reggio, Monteleone, Tiriolo pure a Rogliano (ove lasciai il colonnello Corte), Cosenza, Castrovillari, etc.. con l’oggetto di accrescere di numero gli antichi Battaglioni e crearne di nuovi. Io partirò alla volta di Castrovillari alle 4 pom. d’oggi, e seguito avanti quanto lo comporteranno le circostanze. Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini. Etc…Vostro Garibaldi.”.”. Dunque, già da Tarsia, il 1° settembre, Garibaldi scriveva al generale Sirtori, che era in viaggio col suo Stato Maggiore e lo avvertiva che il generale Turr andava a Paola a prendere lagente del Berani. Inoltre, Agrati scriveva che: Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini. Etc…Vostro Garibaldi.”.”. Dunque, Turr, da Cosenza lasciò il gruppetto che viaggiava con Garibaldi e si diresse immediatamente a Paola. Dunque, Agrati scrive che Garibaldi, il 1° settembre scrivendo da Tarsia al generale Sirtori lo avvisa dei suoi ordini e lo avvisa che, il generale Turr, su suo comando marciò da Cosenza per Paola dove, al suo arrivo, doveva raccogliere la ex-Divisione Bertani-Pianciani che, ivi erano state raccolte dal Bertani. Dice pure che il generale Turr, doveva portare la gente di Bertani verso Sapri.”. Infatti, Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco perprima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, la White-Mario (….), dal Diario di Agostino Bertani, scriveva che il generale Turr, che si trovava a Rogliano e che aveva ricevuto l’incarico da Garibaldi: “….trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, scrive al generale Bixio e poi subito parte spedito e si reca a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, parlando di Garibaldi a Rotonda, in proposito scriveva che: “A Sapri troverebbe i 1500 del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato. Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Dunque Rustow scriveva che il colonnello Gandini era comandante della Brigata Milano. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi; diede l’ordine onde provvedere a tutto l’occorrente per mandare ad effetto il più presto possibile la partenza da quella spiaggia, etc…. Maxime Du Camp (….), racconterà quegli avvenimenti nel suo “Expedition des Deux-Siciles”. Infatti, Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Turr aveva fatte sbarcare le truppe, reduci dalla Sicilia a Paola. Sbarcò a Sapri, riunì l’antica divisione Pianciani, marciò in modo di poter al bisogno passare tra Salerno ed Eboli, gettarsi su le montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la via a Napoli se li avessero attesi a Salerno – Du Camp. – Expedition de deux Siciles, pag. 226.”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156, a p. 153, in proposito scriveva che: Meanwile Turr rode down from Cosenza to Paola, took command of the troops collecter there and carried team by sea to Sapri, where they arrived on September 2, twenty-for hours fefore Garibaldi himself. In this way these 1500 men from the rear became the vanguard of the advance on Naples, owing to their good fortune in finding transport while the others had to march by land (2).”, che tradotto è: Intanto Turr scese da Cosenza a Paola, prese il comando delle truppe che vi erano radunate e trasportò la squadra via mare a Sapri, dove giunse il 2 settembre, ventiquattr’ore prima dello stesso Garibaldi. In questo modo questi 1500 uomini della retroguardia divennero l’avanguardia dell’avanzata su Napoli, grazie alla loro fortuna nel trovare un mezzo di trasporto mentre gli altri dovettero marciare via terra (2).”. Treveljan, a p. 153, nella nota (2) postillava: “(2) Rustow, 299-300. Rustow’s Brig. Milano, 11-18. Turr’s Div. 147-149. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (on pag. 179, line 23, read Cosenza for Rotonda). Peard MS. Journal. Turr who had been invalided from Sicily (see p. 66 above) had recently returned more or less cured from Aix-la-Capelle.” che significa: “(2) Rustow, 299-300. Brig. Milano di Rustow, 11-18. Div. 147-149 di Turr. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (a pag. 179, riga 23, leggi Cosenza per Rotonda). Peard MS. Journal. Turr che era stato invalido dalla Sicilia (vedi pag. 66 sopra) era tornato di recente più o meno guarito da Aquisgrana.”. Treveljan citava i tre testi di Rustow (uno è quello tradotto da Eliseo Porro, sulla Brigata Milano e l’altro sulla divisione Turr). Treveljan cita il Bertani, i due testi del Bertani (uno su Whait Mario). Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). Etc…, che tradotto significa:  Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2).”. Treveljan, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) La Cava, p. 702. Bertani, ii. 184-185. Ire Politiche, 71-72. Racioppi, 200. Maison, 63-64. Rustow’s Brig. Mil. 18-19. Turr’s Div. 149.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico COSENZ che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale TURR, CORTE, CALDESI, AVEZZANA, MUSOLINO, NULLO, MORDINI, MISSORI, SERAFINI, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo ARRIVABENE e Antonino GALLENGA. corrispondenti di giornali inglesi. Ma non tutti accompagnarono in seguito Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che TURR non resterà con Garibaldi e col suo seguito ma andrà a Paola. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe giunte il giorno prima. Vi giunse la mattina del primo settembre e, prima di mettersi in marcia, a Bixio che lo precedeva, scrisse: “…….”.”. Quì il Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 51, in proposito scriveva che: “Giunse a Paola la mattina del primo settembre, imbarcò le truppe e alla sera salpò verso i nostri lidi. “Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice tentativo etc…(8)…”. “. Policicchio, a p. 51, nella nota (8) postillava del racconto di Rustow: “(8) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, p. 17.”. Devo però doverosamente fare la precisazione che, Policicchio, oltre a saltare tutto ciò che vi è di scritto su Sapri nei racconti di Bertani, di Rustow ecc…, egli scrive che il generale Turr, una volta rimessi in ordine le truppe garibaldine presenti a Paola: “…alla sera salpò verso i nostri lidi.”. Mi chiedo quali fossero i suoi lidi se non quello di Sapri. Turr, insieme a Rustow e le altre brigate garibaldine con cui salpò da Paola sbarcò a Sapri e non in altri lidi generici. Infatti, Rustow ne spiega i motivi.  Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro.  Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. Etc…”.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio , poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani , e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava , donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria, ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola , a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “Una famiglia di patriotti”, a p. CCIII, in proposito scriveva che: “Garibaldi partì da Cosenza il dì appresso senza esercito, precedendone l’avanguardia e solo accompagnato dai suoi aiutanti, dalle sue guide, e dal suo ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Attraversando il resto della Calabria, della Basilicata e la provincia di Salerno, trovò la rivoluzione compiuta dappertutto. Nessuno scrittore meglio del Racioppi ha descritto quella marcia meravigliosa e rapida (I).”. De Cesare, a p. CCIII, nella nota (I) postillava: “(I) Storia dei moti di Basilicata – Napoli, 1867.”Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria . Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 171, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Del Duca, a p. 171, nella nota (231) postillava: “(231) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini di Salerno, cit, pagg. 281-282”. Intanto devo rilevare un errore perchè il Del Duca scrivendo brigata “Spiazzi” sbaglia perchè si trattava della brigata “Spinazzi”, di cui parlerò ampiamente innanzi.Inoltre aggiungo che la lettera o dispaccio del generale Turr che fa pervenire a Bixio, che, come scriveva il Pecorini-Manzoni: “Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “……”.”, dunque, il generale Turr scriveva a Bixio da Rogliano, e, di nuovo, rivevuto l’ordine da Garibaldi a Cosenza, il 31 agosto 1860, prima di partire per Paola, il generale Turr scrive a Bixio la seguente “telegramma” o dispaccio, come scrive la scrittrice Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. Il testo completo del telegramma a Bixio è riportato da Carlo Pecorini-Manzoni (….), come ho già riportato. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “….si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione. Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri….La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’ quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale Orsini etc…Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”

                                                                  TURR A PAOLA PORTA CON SE’ 5000 FRANCHI

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Dunque, Rustow scriveva che il generale Turr, da Cosenza dove si trovava con Garibaldi, a Paola, aveva portato 5000 franchi francesi. La notizia è interessante. Credo che questo danaro gli fu consegnato a Cosenza dai Calabresi che insieme a Donato Morelli (….), nominato Governatore di Cosenza e della Calabria. Rustow scriveva che il generale Turr, aveva portato i 5000 franchi a Paola, ma non ha specificato se questo danaro dovesse arrivare a Sapri o fermarsi a Paola. Tuttavia, il danaro in quei frangenti serviva per ogni cosa. Ad esempio, oltre ai viveri che bisognava apprestare per le truppe sbarcate a Paola, vi erano i vapori o piroscafi da noleggiare per il viaggio fino a Sapri. Bisognava noleggiare i mezzi di trasporto per le truppe che in seguito, da Sapri, dovettero risalire verso il Vallo di Diano e Eboli e Salerno. Il danro fu utilizzato dal generale Turr anche p provvedere ai bisogni degli Ufficiali borbonici che erano in fuga, i cui Superiori, avevano sottoscritto un armistizio o resa con Garibaldi.    

Nel 31 agosto e 1° settembre 1860, l’arrivo a Paola e l’imbarco di UFFICIALI BORBONICI dell’armata Regia 

Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani,si reca immediatamente a Paola, dove vi erano già alcune truppe e Brigate dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, ivi fatte sbarcare e raccolte e riordinate dal colonnello Rustow. Queste truppe provenivano dalla Sicilia grazie all’azione congiunta di Agostino Bertani e il colonnello Rustow. Arrivando a Paola, però, il generale Turr, trovò anche molti Ufficiali dell’Armata borbonica che volevano allontanarsi dalla Calabria, e quindi imbarcarsi da Paola per Napoli. La notizia è testimoniata dal Capitano di Stato Maggiore Garzia e riportata da Ludovico Quandel (….) e pure da un testimone di eccezione quale il colonnello Rustow. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Dunque, il Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Questa notizia conferma la venuta a Paola del generale Turr.Anche se devo far notare che gli “Ufficiali” che Turr provvedè ad imbarcare non è detto che fossero quelli Regi, ma può essere che Garzia si riferisse agli Ufficiali dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. A Paola, Turr, su ordine di Garibaldi si recherà il giorno 31 agosto 1860 e, come scrive anche il Rustow, si provvide a far salire a bordo di alcuni legni amici, alcuni Ufficiali borbonici che si volevano imbarcare in ritirata e lasciare la Calabria. Garzia, però scrive pure che subito dopo, il generale Turr si reca a Pizzo Calabro mentre come vedremo Turr, insieme a Rustow porterà le truppe ferme a Paola le porterà a Sapri. Che si riferisse ad Ufficiali borbonici in fuga lo scrive il colonnello Rustow. Intando vi è da dire che il Capitano Garzia, nel suo Giornale di Brordo del vapore “Brésil” scriveva che: “”Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Etc…”. Come ho già detto, un testimone di eccezione per lo sbarco a Paola delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Piacini è stato il colonnello Rustow. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli.. Dunque, la notizia citata dal Ludovico-Quandel è stata confermata dal Rustow, che effettivamnte c parla degli Ufficiali borbonici “fuggitivi” che arrivarono a Paola per imbarcarsi sui legni garibaldini. Rustow però non era olui che sovrintendeva all’organizzazione per il trasporto delle truppe, ma il responsabile era il generale Sirtori che in quei giorni ebbe diverse difficoltà a reperire legni suffcienti al trasporto delle rimanenti truppe provenienti dalla Sicilia e a quelle che da Paola dovevano recarsi a Sapri. Perchè da Paola dovessero recarsi a Sapri, non ci è dato di sapere. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Inoltre, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 57-58-59-60 e ssg. trascriveva una lettera del 1° settembre 1860 da Paola e scriveva: “Paola , le 1 septembre. A minuit et demi nous arrivons à Paola, patrie du grand saint François de Paule , l’illustre confesseur du roi Louis XI , de religieuse mémoire . La nuit est splendide . Au lieu de chercher mon logement , je me dirige vers la montagne . Mais , à peine arrivé sur la route qui tourne sur elle – même en mille circuits , je suis soudainement interpellé en italien par le cri de: – (( Qui va là ? » Je réponds dans la même langue : « Ami , soldat de Garibaldi . » – Avancez !J’avance . >> Et alors la sentinelle me demande le signe de convention et le mot d’ordre . Ne connaissant ni l’un ni l’autre , je ne puis satisfaire sa curiosité, et le factionnaire appelle la garde. Quatre hommes et un caporal sortent aussitôt d’une petite maison servant de poste. Mes cinq hommes commencent alors par armer leurs fusils et me mettent en joue; ensuite je reçois l’ordre du caporal d’avancer plus près. Je lui explique en riant que je suis Français, et que le désir de profiter d’une belle nuit m’a engagé à sortir, sans même songer å prendre le moindre renseignement . Pleinement convaincu de la sincérité de mes paroles, le caporal m’invite à partager sa botte de paille et sa dernière ration de vin. Je m’empresse d’accepter. En sortant du poste, à six heures , je croise un régiment napolitain qui a déposé les armes et dont la majeure partie retourne à Naples. Je visite le couvent des franciscains, placé dans une situation ravissante, à l’extrémité du pays. Dans la chapelle, je trouve un docteur français en train de jouer la Marseillaise sur l’orgue. C’est sans doute la première fois que les voûtes de cette chapelle, habituée aux cantiques, résonnent sous des accents révolutionnaires. Quant aux franciscains, ils paraissent de viner les paroles ou du moins leur sens général, car je lis dans leurs yeux ce je ne sais quoi qui, dans toutes langues du monde, s’appelle le patriotisme. En Calabre comme en Sicile, du reste, le bas clergé fait franchement cause commune avec le peuple . Au besoin , il l’aide et l’encourage en lui faisant connaître la vérité. Il est le premier à porter la cocarde tricolore et à crier : « Vive l’Italie une et libre ! vive Garibaldi! vive Victor-Emmanuel ! >>., che tradotto significa: “…..“Paola, 1° settembre. A mezzanotte e mezza arriviamo a Paola, patria del grande San Francesco di Paola, illustre confessore del re Luigi XI, di religiosa memoria. La notte è splendida. Invece di cercare alloggio, mi dirigo verso la montagna. Ma, appena arrivato sulla strada che si snoda su se stessa in mille giri, vengo improvvisamente interpellato in italiano dal grido: – “Chi va là?”. Rispondo nella stessa lingua: “Amico, soldato di Garibaldi”. – Avanti! Avanti. >> E allora la sentinella mi chiede il segno di convenzione e la parola d’ordine. Non conoscendo né l’uno né l’altro, non posso soddisfare la sua curiosità, e la sentinella chiama la guardia. Quattro uomini e un caporale escono subito da una casetta che funge da posto di guardia. I miei cinque uomini cominciano allora ad armare i fucili e mi puntano contro; poi ricevo dal caporale l’ordine di avanzare più vicino. Gli spiego ridendo che sono francese, e che il desiderio di godere di una bella notte mi ha spinto ad uscire, senza nemmeno pensare di prendere la minima informazione. Completamente Convinto della sincerità delle mie parole, il caporale mi invita a condividere la sua balla di paglia e la sua ultima razione di vino. Mi affretto ad accettare. Lasciando il posto alle sei, incontro un reggimento napoletano che ha deposto le armi e la cui maggior parte sta tornando a Napoli.. Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte, leurs sandales et leurs grandes guêtres, leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”. Dunque, il soldato Garibaldino che nella lettera del 3 settembre 1860 scrive da Paola, scrive che il giorno prima, il 2 settembre 1860, a Paola, imbarcatosi sul vapore “Benvenuto” insieme ai suoi due amici,  francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux,…”, vede che il vicino vapore “Calatafimi” portava seco “….a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi.”. Devo però far notare quanto scriveva Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. Etc…”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 80-81, riferendosi alla Calabria, a Soveria, in proposito scriveva che: “L’avanti era parola costantemente all’ordine, e l’incalzare a bello studio gli avvenimenti favorivaci, mentre incuteva spavento ai regi. – Avevano impressioni di dissolvimento, e giovava marciare a gran giornate affinchè lo scoramente, di mala influenza, perdurasse nelle loro file. Milazzo fu battaglia vigorosa e convinse che forse si poteva progredire anco a Napoli, e caduto quel governo, stabilirvi il nostro. Anche i regi camminavano, speranzosi di arrıvare agli alloggiamenti, ma potente e celere l’inseguimento, arrestarousi a Soveria. Garibaldi saputo del loro numero, di novemila, non temporeggio, raggiuntili su quei monti, occupati i passi superiori mandò, per convenire al loro capo. Era l’intero ex corpo di Clary. Mario ed io, staccati dal drappello avanzato di Nullo, fummo a Soveria parlamentari a Ghio generale, a Clary sostituito. Premessi schiarimenti, alle proposte di resa, perchè attorniato, sorrise, e disse volersi battere. – Nessuno, ripetè, può indurmi a tale estremo, la strada per Napoli è mia, qui v’attendo, e non capisco le pretese vostre. – Soggiunto che Sacchi e Cosenz occupavan già l ‘ escite, non credette, attese istanti, e preferi trattare con Garibaldı S’ avvantaggio di tempo, e distribuironsi di fatto le forze indicate. Il Duce venne ed intimò la resa. – Convinto Ghio di sua condizione, visti i luoghi forti in poter nostro, cedette all’ inesorabile destino. Entrammo ne’ campi nemici, nelle vie di Soveria e cannoni ed armi in fascio in quantità raccogliemmo. – Alpigiani calati dalle native roccie provvidersi di fucili, e rientrarono contenti del – bottino. La milizia tutta inerme, prese direzioni di sua volontà, e divisa in crocchi, chi raggiunse le smarrite insegne, chi i propri lari, chi da un lato, chi dall’altro, in breve scomparve dal villaggio. – Ci rifornimmo di cavalli, consunti i nostri da fatiche e mancati nutrimenti, e quanto eravi, ripartito pei bisogni, attendemmo ai varii servigi. Ignoro come potè la salute durarci in quei di, e chi fu con Garibaldi sa che il lavoro succede costante, senza posa e necessaria quiete al lavoro……A Soveria in quell’incontro unironsi le maggiori forze che se non compatte, poterono nel miglior modo progredire a più interni paesi.

Nel 1° settembre 1860, a Paola, il ministro PIOLA-CASELLI arriva da Palermo e di sera si imbarca per Sapri insieme a Turr, a Rustow ed alle truppe dei volontari garibaldini della ex Spedizione Pianciani 

Sappiamo del viaggio di Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 2 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatore non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che  Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”.      

Nel 1° settembre 1860, a Paola, di sera, l’imbarco per Sapri del generale Stefano TURR, del colonnello Wilhelm Rustow e le truppe dei volontari garibaldini delle due Brigate MILANO ed una parte della PARMA   

Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione delDittatore.”. Dunque, da queste notizie sappiamo che Piola-Caselli rientrò a Palermo, probabilmente imbarcatosi proprio da Sapri, il 5 settembre ma non conosciamo le tappe del suo viaggio di andata per arrivare ad incontrare Garibaldi. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr, ……e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò per tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc….”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, a p. 17-18, traducendo il testo del generale Rustow, in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato. Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell’armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Mentre Turr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde riccevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: Nel 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15° divisione comandata dal generale Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1° settembre cira 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ ora a Sapri.”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Garibaldi….A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì il Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il ressto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LIV. – Turr…Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 493 e ssg., in proposito scriveva che: LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi , riposatisi alquanto, s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse , con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: La divisione Rustow…..per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr ; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre – narra Rustow – con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…(231).”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’ quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.  

Nel 1° settembre 1860, da Paola, la sera l’imbarco ed il viaggio per Sapri del generale Stefano Turr e la flotta navale borbonica nemica

Un testimone della partenza delle truppe garibaldine raccolte a Paola da Rustow e prelevate dal generale Turr, su ordine di Garibaldi per portarle a Sapri è stato lo scrittore francese Maxime Du Champ (….), che, si trovava a Lagonegro con altre truppe e venne a sapere della lieta notizia. Du Camp (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò….etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò in modo da potere nel caso, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sulle montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la strada di Napoli, nel caso in cui ci avessero aspettato a Salerno. La loro ritirata, di cui stava appunto per giungersi notizia, doveva poi rendre inutile quell’ardito piano. Infatti, la sera, verso le otto, mentre stavamo per andare a vedere noi stessi i nostri cavalli fossero in condizione di riprendere il viaggio, ci arrivò un dispaccio: “7 settembre 1860. – Oggi, alle undici, Garibaldi è entrato a Napoli”. Il nostro primo sentimento, lo confesso, fu un cattivo sentimento di rammarico e quasi di ira; ne seguì uno più nobile, etc…”. Maxime Du Champ racconta l’episodio accaduto a Paola alla partenza dal porto di Paola diretti a Sapri che fece il generale Turr, insieme al colonnello Rustow e circa 1500 uomini della ex Divisione Pianciani. Du Champ, testimone diretto, racconta che alla partenza da Paola accadde un fatto increscioso e preoccupante. Mentre i 1500 uomini, volontari garibaldini stavano lasciando il porto di Paola insieme al loro generale, Turr ed insieme a Rustow, apparve al largo una fregata dell’esercito borbonico. Turr, avendola scorta si pone in posizione di battaglia. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr …..e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi”.”. Dunque, il Pecorini, riguardo il viaggio del Turr e della sua colonna e della flotta nemica scriveva che: “Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi , riposatisi alquanto , s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse , con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri . Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini ci racconta delle operazioni di imbarco a Paola. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 492 e ssg., in proposito scriveva che: LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’uscire nel porto di Paola il generale Turr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna, ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari ad apparecchiarsi ad una lotta cotanta ineguale e sopra un elemento che non era loro proprio, poteva essere unicamente giustificato dall’esito; e questo fu loro favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono finalmente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali borboniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Sulle navi borboniche di stazza a Paola e nel tratto di mare tirrenico da Paola a Napoli vi è la testimonianza di Ludovico Quandel-Vial che nel mese di settembre avviato alla carriera militare dal padre, come i fratelli Pietro, Giuseppe e Federico, entrò il 21 aprile 1855 nel Real Collegio Militare della Nunziatella da cui uscì il 19 ottobre 1858 alfiere del Real Corpo di Artiglieria delle Due Sicilie. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Come altri suoi colleghi dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, una volta scarcerato fu invitato ad entrare nel neonato esercito del Regno d’Italia. Preferì ritirarsi a vita privata a Monte di Procida con la moglie, la cugina Giuseppina Vial. Ludovico Quandel-Vial racconta e trascrive notizie tratte dal maresciallo borbonico Vial. Pietro Carlo Maria Vial de Maton (Nizza, 5 ottobre 1777 – Roma, 28 febbraio 1863) è stato un militare italiano, maresciallo di campo dell’Esercito delle Due Sicilie e protagonista della resistenza del Regno delle Due Sicilie contro la Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese. Negli anni convulsi della spedizione dei Mille Vial de Maton fu apprezzatissimo per il suo operato solerte e l’estrema durezza tenuta nel periodo di stanziamento dell’esercito borbonico sulla riva destra del Garigliano tra l’estate e l’autunno del 1860. E’ proprio attraverso i giornali di bordo dei capitani delle navi borboniche e piemontesi che incrociavano quelle acque che si possono avere ulteriori utili notizie. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Grazia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Qui ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Muraglia di Maratea dava la stessa assicurazione (44).”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della marina piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che stavano a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr …..e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. Dunque, il Pecorini, riguardo il viaggio del Turr e della sua colonna e della flotta nemica scriveva che: “Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, etc…”. Pecorini racconta che il generale Turr, Rustow, con le loro colonne imbarcatisi a Paola, usarono molta precauzione nella navigazione stando attenti alla flotta borbonica nemica che in quei giorni era particolarmente presente nelle acque del golfo di Policastro dove loro entrarono, navigando ed imbarcatisi a Paola, nelle prime ore del mattino del giorno 2 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, racconta dell’episodio accaduto a Paola, e poi aggiunge:Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò….etc…”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.. Dunque, il colonnello Rustow, che accompagnava le truppe da Paola a Sapri, insieme al generale Turr, scriveva che arrivati a Sapri, non trovarono movimento di truppe napoletane, ovvero truppe borboniche nemiche. Sulle navi borboniche di stazza a Paola e nel tratto di mare tirrenico da Paola a Napoli vi è la testimonianza di Ludovico Quandel-Vial che nel mese di settembre avviato alla carriera militare dal padre, come i fratelli Pietro, Giuseppe e Federico, entrò il 21 aprile 1855 nel Real Collegio Militare della Nunziatella da cui uscì il 19 ottobre 1858 alfiere del Real Corpo di Artiglieria delle Due Sicilie. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Come altri suoi colleghi dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, una volta scarcerato fu invitato ad entrare nel neonato esercito del Regno d’Italia. Preferì ritirarsi a vita privata a Monte di Procida con la moglie, la cugina Giuseppina Vial. Ludovico Quandel-Vial racconta e trascrive notizie tratte dal maresciallo borbonico Vial. Pietro Carlo Maria Vial de Maton (Nizza, 5 ottobre 1777 – Roma, 28 febbraio 1863) è stato un militare italiano, maresciallo di campo dell’Esercito delle Due Sicilie e protagonista della resistenza del Regno delle Due Sicilie contro la Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese. Negli anni convulsi della spedizione dei Mille Vial de Maton fu apprezzatissimo per il suo operato solerte e l’estrema durezza tenuta nel periodo di stanziamento dell’esercito borbonico sulla riva destra del Garigliano tra l’estate e l’autunno del 1860. E’ proprio attraverso i giornali di bordo dei capitani delle navi borboniche e piemontesi che incrociavano quelle acque che si possono avere ulteriori utili notizie. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow…..Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna, doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi.”.

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre e a Garibaldi, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre….Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”

Nel 2 settembre 1860, a Paola, il generale Turr, in una lettera di un volontario garibaldino 

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Paola, le 2 septembre. Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle.”, che tradotto significa:Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo.”. Nella lettera del volontario garibaldino pubblicata dal Maison, il volontario scriveva da Paola e testimonia che “Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe., vi è un evidente incongruenza in quanto la lettera è datata 2 settembre 1860. Il generale Turr arrivò a Paola il 1° settembre 1860 e solo il 2 settembre, dopo che Rustow aveva riordinato le brigate salparono per mare con destinazione Sapri. Insomma, il 2 settembre 1860, il generale Turr e Rustow erano già in viaggio per Sapri. Sempre il volontario garibaldino nella lettera del 2 settembre 1860, da Paola, pubblicata dal Maison, a pp. 61-62 aggiunge delle considerazioni sui volontari calabresi e aggiunge: “Paola, le 2 septembre……Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte , leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹. Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa:I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti

L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’ quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’ Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.

                                                                    GARIBALDI PARTE E LASCIA COSENZA

Nel 1° settembre 1860, a Cosenza, Garibaldi riparte 

La giornalista White-Mario (….), a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, in proposito scriveva che: “Il primo settembre alle tre del mattino, Garibaldi, il Cosenz e il Bertani lasciavano Cosenza in carrozza aperta, etc…”. Dunque, se Garibaldi e Bertani lasciarono Cosenza il 1° settembre, alle tre del mattino ci conferma che Bertani arrivò da Paola il giorno 31 agosto 1860. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale di Artiglieria Orsini Garibaldino il seguente ordine (Doc. N° 500): “Generale Orsini. – Consegnai al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule i proporzione. – G. Garibaldi.”. Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra,…..

Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra…..Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione , ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii , avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: XLIX. Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Quest’ultima città fu interamente distrutta nelle fazioni del 1808 dal generale Manhès che vi fece appiccare l’incendio e fucilare gran parte de’ suoi abitatori. Essa era il centro delle innumerevoli bande che in quel tempo lottavano contro i Francesi per l’indipendenza del loro paese nativo, e per così dire il quartier generale dell’ opposizione a Giocchino Murat e dei maneggi della proscritta fazione borbonica. Lauria, malgrado la murattiana vendetta, risorse ben tosto dalle sue rovine: e crebbe con aspirazioni ed idee liberali ed italiche.”. Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a pp. 39-40, in proposito scriveva: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Garibaldi ha fretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato Maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Egli ha bisogno di far presto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare democratico, riabilitava di fronte al mondo il Risorgimento come fatto voluto e compiuto da italiani in terra d’Italia; convince ancora il liberale Cavour che l’Unità d’Italia non era una “corbelleria”, come egli soleva dire, ma la conclusione logica di tanti anni di passione nazionale.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri,  il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda , trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva di suo pugno al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a pp. 39-40, in proposito scriveva: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Garibaldi ha fretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato Maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Egli ha bisogno di far presto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare democratico, riabilitava di fronte al mondo il Risorgimento come fatto voluto e compiuto da italiani in terra d’Italia; convince ancora il liberale Cavour che l’Unità d’Italia non era una “corbelleria”, come egli soleva dire, ma la conclusione logica di tanti anni di passione nazionale.”.

                                                                                      SIRTORI RESTA A COSENZA

Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860..

                                                                                           IL PIANO DI GARIBALDI

Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione , ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii , avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 493-494, in proposito scriveva che: “LVI. Dal sin qui detto manifestamente si scorge qual fosse il piano strategico dal Dittatore tracciato. tracciato . Come ad Alta Fiumara e a Soveria egli imaginava sorprendere l’armata e chiuderla da tutte le parti fra gl’insorti, il corpo condotto da Türr e le forze che egli stesso guidava all’assalto. Se Francesco II non si fosse per tempo ritirato, sarebbesi tosto veduto rinchiuso nel suo campo con Garibaldi di fronte, con Türr alle spalle, colla rivoluzione a sinistra e col mare alla destra. In tale frangente egli è chiaro che non altra via di salvezza gli sarebbe rimasta se non quella di cedere, capitolare ed arrendersi. LVII. Ma sia che Francesco prevedesse le mire nemiche e che quindi sentisse la necessità d’una pronta ritirata, sia ch’ egli non credesse conveniente accettar la battaglia in condizioni così svantaggiose, colla rivoluzione ai fianchi ed a tergo la capitale romoreggiante e mal fida, o non stimasse prudenza contare sul valore de’ suoi, i Borboniani inopinatamente levarono il campo e si diressero sulla via di Napoli. Infatti, anche non volendo calcolare sull’ esito delle mosse di Türr, che pure non poteva esser dubbio, l’esercito regio non avrebbe saputo resistere all’impeto di Garibaldi e de’ suoi. I soldati borbonici a chiari segni mostravano quanto di malavoglia s’ attendessero ad un conflitto, com’ eglino tremassero at nome solo del fortunato avversario e come fossero già vinti e soggiogati prima ancora di battersi. Dall’ altro canto l’audacia , le gesta e le marcie di Garibaldi apparivano così prodigiose e si strane che quelle anime ignare e fanatiche amavano piuttosto attribuirle ad una sopranaturale potenza etc…”. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Garibaldi giungeva la sera stessa a Cosenza, nella città antesignana di tutte le lotte del Risorgimento meridionale, sacra alla memoria dei fratelli Bandiera a cui si volle rendere doveroso e commosso omaggio. Garibaldi vi fu accolto trionfalmente dal Comitato Centrale e da tutta la popolazione. Parlò dal balcone del Palazzo dell’Intendenza, mentre al vallone di Rovito Nino Bixio esaltò il sacrificio dei fratelli Bandiera. Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino, tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Garibaldi ha sfretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Egli ha bisogno di far resto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare e democratico.”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta di un manoscritto di Francesco De Fiore (….), “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, pubblicato in un suo saggio da Antonio Emilio Parisi, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, Anno XXVI, 1957 (fasc. 1-2). Il testo citato è un manoscritto pubblicato da A. F. Parisi. 

                                                                                          GARIBALDI A TARSIA

Nel 1° settembre 1860, a Tarsia, Garibaldi scrive al generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale  

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva di suo pugno al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, avendo riguardo al buon nutrimento dei militi, non stancarli molto, procurare che facciano una buona pulizia, riparare possibilmente l’abbigliamento loro e particolarmente le scarpe, accrescere i corpi con volontari, lasciare convenevoli depositi, siccome in Reggio. Monteleone, Tiriolo pure Rogliano (ove lasciai il colonnello Corte), Cosenza, Castrovillari, etc.. con l’oggetto di accrescere di numero gli antichi Battaglioni e crearne di nuovi. Io partirò alla volta di Castrovillari alle 4 pom. d’oggi, e seguito avanti quanto lo comporteranno le circostanze. Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini. Vi prevengo che la tappa da Cosenza a Tarsia è faticosissima, che non si trova in tutto il percorso una casa abitata né acqua da bere se non in un sol luogo. I corpi volontari calabresi che voglion seguirci alle stesse condizioni degli altri corpi dell’esercito aggregateli pure ed assegnate loro il posto di marcia. Vostro Garibaldi.”.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 197, in proposito scriveva che: “…ma egli già da Tarsia il 1° settembre aveva avuto il supremo comando dal Dittatore, che di là si avviò a tutta celerità sulla capitale, ove la situazione s’intorbidiva.”Da Tarsia, dove Garibaldi si fermò per poco tempo, il 1° settembre 1860 scrisse al generale Sirtori anticipandogli alcuni ordini e avvisandolo che Turr si era partito per Paola da dove doveva condurre le truppe dell’ex divisione Bertani-Pianciani a Sapri. Nel dispaccio indirizzato a Sirtori Garibaldi gli scriveva che: Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini.”. Inoltre, il telegramma o dispaccio di cui parla l’Agrati, ovvero ciò che Garibaldi, a Tarsia manda a dire al generale Sirtori, dimostra anche il fatto che già il 1° settembre 1860, e non come erroneamente si dice, Garibaldi era intenzionato a non proseguire la sua marcia prendendo la strada per Castelluccio-Lagonegro-Sala Consilina proseguendo sulla Consolare, ma, egli aveva intenzione di passare per Sapri che, al contrario si trova lungo la costa tirrenica e da lì, proseguire e risalire vero Sala Consilina. Infatti, a Tarsia, il 1° settembre 1860, Garibaldi scrive a Sirtori: Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini.”. Garibaldi avvisa Sirtori che il generale Turr era andato a prendere le truppe di Bertani a Paola per portarle a Sapri “dove troverà suoi ordini”. Garibaldi, a Tarsia sapeva già che sarebbe passato a Sapri, dove avrebbe inviato nuovi ordini e nuove disposizioni a Turr che doveva ivi lasciare le truppe al Rustow. Garibaldi già da Tarsia o probabilmente già da Cosenza sapeva che avrebbe fatto la deviazione per Sapri. L’argomento sarà da me ripreso quando parlerò dell’arrivo e della partenza di Garibaldi da Rotonda e della sua deviazione. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 430-431, riferendosi all’ingresso di Garibaldi a Napoli, in proposito scriveva che: “…ed anche il Canzio, il quale di certo però non v’era, poiché nel suo diario scrive che Garibaldi partì senza di lui – e lo vedemmo a Castrovillari, precedendolo nelle ultime tappe, di modo che egli, il Canzio, non giunse a Napoli che il 7 di sera. V’era poi di sicuro, lo dicon tutti, Gaspare Trecchi, e v’era pure Nicola Mignogna e Pietro Lacava, il quale ultimo, in un suo scritto, afferma di non avere mai visto manifestazione più grandiosa e commovente etc…Non c’era invece il Peard arrivato il dì prima, né Lodovico Frapolli, che aveva preceduto gli altri di qualche ora per prendere possesso dell’ufficio telegrafico.”. Dunque, il Canzio non era con Garibaldi neanche a Castrocucco. Dunque, il Canzio non era con Garibaldi perché a Tarsia non partì con lui ma restò con la sua Brigata. Infatti, Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 410, aggiungeva pure che: “Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Infatti, Stefano Canzio (…., nel suo “Diario”, manoscritto, già pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, nei proclami, nelle corrispondenze, nei diarii e nelle illustrazioni del tempo”, da p. 454 pubblicò il “Diario di un Garibaldino che fece parte della prima spedizione delle Calabrie”, e a p……

Nel 1° settembre 1860, a Tarsia, Garibaldi, Cosenz e Bertani

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “In carrozza con Garibaldi e Cosenz partiamo alle tre antimeridiane. Alla ‘Bettola Nuova’ soldati napoletani.  Si scese in carrozza più volte, passeggiando per il bel paese. Si passa il fiume a guado. Si ha sete e non c’è più niente da bere. Si ha fame e non c’è da mangiare (privilegio di tutti i compagni del generale). Arriviamo in un piccolo paese. Deputazioni e ovazioni. Finalmente il sindaco ci dà da mangiare. Si cambiano i cavalli. I napoletani alla ‘Taverna Nuova’. La gente si precipita, ferma le ruote della carrozza: “Calibardo, qual è Calibardo ? Fateci vedere Calibardo”. Alle dodici dopo una lunga ed erta salita giungemmo a Tarsia. Venne la guardia nazionale, chi armato, chi no. Si mangia al cospetto di tanta gente, tutti silenziosi cogli occhi fissi su Garibaldi. Ci si ferma a Spezzano Albanese ove parlano greco. Entusiasmo, gridi, salti di gioia. A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Etc…”. Secondo la White, ciò aveva annotato nel suo taccuino il Bertani. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: “XLVIII. Da Spezzano il Dittatore passava a Cammarata ed a Castrovillari , percorrendo la vasta e maremmosa pianura dove un tempo sorgeva la superba ed opulentissima Sibari e che ora i fiumi Crati e Coscile hanno ricoperto colla melma delle loro alluvioni. Dell’immensa e popolosa città, la fama della cui dissoluta mollezza si a lungo. riempi l’universo , oggimai non rimane più traccia essa giace sepolta sotto un fortissimo strato di vegetazione tropicale , in un cielo insalubre :  le maestose sue torri , i monumenti , i trofei , ed i suoi trecento mila abitanti scomparvero : ed ora la più tremenda solitudine regna sul teatro di tanta opulenza : hanno fine in tal modo le pompe e le umane grandezze ! – XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Etc..,”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozza. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che: “ventimila ragioni per oggi e tremila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti, …etc… e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz,….etc…Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartier generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso.” 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il Capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri,  il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli ; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 410, in proposito scriveva: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là etc…”. Agrati, a p. 410, aggiungeva pure che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’attendeva una dimostrazione così entusiastica da quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 328-329, in proposito scriveva che: “…..Verso le quattro di pomeriggio, lasciato il Canzio a Tarsia, Garibaldi risaliva in carrozza e dopo più di u’ora di cammino, giungeva a Spezzano Albanese, etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale Orsini etc…Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.  

                                                 CONCENTRAMENTO DI TRUPPE GARIBALDINE A SAPRI

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, alle ore 9,00, l’arrivo e lo sbarco del generale Istvan TURR, il colonnello Wilhelm RUSTOW, e le due  brigate garibaldine (la Brigata MILANO ed una porzione della PARMA) che saranno fatte riordinare dal colonnello RUSTOW e fatte accampare in località Cantine      

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…..Tre anni dopo, il 2 settembre 1860, il Generale Rustow con la brigata Milano, composta da 900 uomini, e la Spinazzi, oltre 1500 uomini che il Generale Turr aveva concentrato a Sapri e che precedettero Giuseppe Garibaldi…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) per portarsi in avanti con rapidità e aiutare l’Eroe e l’esercito meridionale.. Sulle truppe e sugli ufficiali che parteciparono  alle operazioni militari che facevano parte dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, che, fatti arrivare da Garibaldi dal Golfo degli Aranci a Palermo ed in seguito da Agostino Bertani, dal colonnello Rustow, prima a Paola e poi a Sapri, non vi sono molte notizie se non quelle che abbiamo scritto. Le dimissioni del loro capo, il conte Luigi Pianciani, del colonnello Tharrena, presentate a Garibaldi stesso dopo il loro arrivo a Palermo. Ma, oltre alla nota testimonianza viva e diretta del colonnello Rustow, che insieme al Turr e a Bertani li condusse dalla Sicilia, prima a Milazzo e poi a Paola, non abbiamo grandi testimoni e non si è scritto molto. Il fatto è che una grande testimonianza è quella di Agostino Bertani che prima di morire lasciò il suo immenso archivio alla giornalista inglese Jessie White-Mario, che aveva partecipato lei stessa, insieme al marito Mario alle operazioni con il generale Bixio. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183, in proposito scriveva: “E noi li seguiamo passo per passo , guidati dal taccuino , non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli.”. La White si riferisce al tacchuino o Diario di Agostino Bertani che pubblicò nel suo “Ire politiche d’oltretomba”. Essendo però, sia Turr che Rustow cavouriani convinti, i due ufficiali, in seguito alle note vicende dello scontro tra Mazziniani e Cavouriani, la mazziniana e garibaldina Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, sebbene riporti brani e ricostruzioni molto dettagliate dell’attività di Agostino Bertani, che non dimentichiamo era l’artefice principale della raccolta di quelle truppe che poi ritroveremo a Sapri, poco ha scritto su quei volontari garibaldini a cui bisogna riconoscere un tributo di riconoscenza e di affetto. La White-Mario (…), parlando del generale Istvan Turr e del colonnello polacco o tedesco Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “L’aggettivo dimessa sonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremmo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Türr nel dare a credere che egli e la sua divisione fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell ‘ entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la dimessa spedizione già condotta a Paola. A leggere l’immenso volume di 496 pagine , intitolato Storia della 15ma divisione Türr, si direbbe che tutto fece lui e senza di lui nulla si fece. Egli invece dal 2 luglio , quando lasciò Palermo per incomodi di salute, non ebbe comando attivo se non dopo il 7 settembre per domare la reazione in Ariano; poi il 19, disgraziatamente, sul Volturno, nell’assenza di Garibaldi che era a Palermo. Ad ogni straniero che combatteva per l’Italia Garibaldi era largo di gradi e di encomii. Ma il mondo ben sa oramai che le vittorie erano dovute a Garibaldi stesso e ai suoi ufficiali, Medici, Bixio, Sacchi, Cosenz e Sirtori, nomi che vivranno finchè vivrà la storia del risorgimento italiano. Da un ‘ altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1) parla del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per abbattere Lamoricière. » Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui , a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Pianciani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio , fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”. La White, riguardo il testo del Turr, si riferisce al testo di Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che tuttavia riporta notizie molto interessanti. Inoltre, la White-Mario (….), riguardo il testo scritto in tedesco dal colonnello Wilhelm Rustow si riferisce al testo di traduzione di Eliseo Porro (….), che, nel 1860 pubblicava “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, “La guerra d’Italia nel 1860” del 1862. Di questo testo esistono altre diverse traduzioni che vedremo in seguito. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861 e, l’altra:  “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), che si possono scaricare gratuitamenta da Google libri. Sui volontari e su alcuni ufficiali, alcune notizie sono state da me tratte dall’altro testo testimonianza del conte Luigi Pianciani, “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 410, in proposito scriveva: Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là etc…”. Agrati, a p. 410, aggiungeva pure che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’attendeva una dimostrazione così entusiastica da quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 138-139, riferendosi al colonnello Ludovico Frapolli, in proposito scriveva che: Garibaldi non era più a Bagnara, che aveva lasciato alcune ore prima del nostro arrivo; vi trovavamo invece il colonnello Frapolli, lo stesso con cui eravamo partiti da Genova…..Dopo aver parlato quella stessa mattina con Garibaldi, egli si preparava a ritornare in Sicilia per accellerare l’invio di truppe e dirigerle per mare non più a Reggio e su Scilla, ma molto più a nord, in previsione di una resistenza determinata, per lanciarle a Paola, dietro Cosenza, i maniera da tagliare la ritirata ai Napoletani, e su Sapri, per operare un movimento che potesse minacciare Salerno. Era il mezzo, escogitato assai bene dal Frapolli stesso, d’isolare gli uni dagli altri e di ridurre al nulla i diversi corpi regii che ancora occupavano in forze la strada di Napoli, e che potevano condenderci seriamente il passaggio nel caso poco probabile che al nostro avvicinarsi non si fosse sollevato tutto il paese. Frapolli partì solo sulla piccola imbarcazione per raggiungere Milazzo, e noi salimmo in carrozza per andare a raggiungere Garibaldi; etc…”. Dunque, Du Champ ci parla dell’arrivo di Turr a Bagnara calbra dove trovarono il colonnello Ludovico Frapolli (….), il quale aveva conversato con Garibaldi che da poco aveva lasciato Bagnara. Frapolli era in procinto d’imbarcarsi per la Sicilia, per andare a Milazzo e raccontava il piano di Garibaldi di non portare le trupe del Turr a Reggio e a Scilla ma di portarle a Sapri. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Frapolli, fu Ingegniere, patriota. Partecipò a tutte le imprese garibaldine dal 1860 al 1871, dopo lunghi anni di esilio. Deputato dalla 7° e poi dalla 9° alla 11 legislatura. Iniziato il 10 dicembre 1862 nella Loggia Dante Alighieri di Torino, ne fu Maestro Venerabile. Gran Maestro del G. O. d’Italia. Ebbe il 33° grado del R.S.A.A. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a p. 129, in proposito scriveva che: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…” che tradotto significa: “….Nell’agosto del 1860 una colonna dell’esercito garibaldino sbarcò a Sapri per operare nel Cilento parallelamente all’avanzamento del grosso; a comandarlo era il colonnello Pianciani. Mandò un distaccamento a Sanza. Un uomo di nome Savino Laveglia, che la voce pubblica nominava come colui che aveva inferto il primo colpo a Pisacane, disarmato, fuggì, fu arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel carcere. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio…”. Un testimone di eccezione del viaggio di Garibaldi è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, raccontando del suo arrivo a Sapri al seguito di Garibaldi, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, toccò la terraferma a Sapri nel Principato citeriore, nel medesimo luogo dove Pisacane era disceso verso la morte; si congiunse con l’esercito meridionale sotto le mura di Capua, e prese parte attiva ai combattimenti che, per due mesi, i volontari dovettero sostenere sulle sponde del Volturno contro i soldati di Francesco II. Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149 riferendosi al generale Turr che da Paola trasportò le sue truppe garibaldine a Sapri, in proprosito scriveva che: “….ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156, a p. 153, in proposito scriveva che: Meanwile Turr rode down from Cosenza to Paola, took command of the troops collecter there and carried team by sea to Sapri, where they arrived on September 2, twenty-for hours fefore Garibaldi himself. In this way these 1500 men from the rear became the vanguard of the advance on Naples, owing to their good fortune in finding transport while the others had to march by land (2).”, che tradotto è: Intanto Turr scese da Cosenza a Paola, prese il comando delle truppe che vi erano radunate e trasportò la squadra via mare a Sapri, dove giunse il 2 settembre, ventiquattr’ore prima dello stesso Garibaldi. In questo modo questi 1500 uomini della retroguardia divennero l’avanguardia dell’avanzata su Napoli, grazie alla loro fortuna nel trovare un mezzo di trasporto mentre gli altri dovettero marciare via terra (2).”. Treveljan, a p. 153, nella nota (2) postillava: “(2) Rustow, 299-300. Rustow’s Brig. Milano, 11-18. Turr’s Div. 147-149. Forbes, 206. Bertani, II, 179-184 (on pag. 179, line 23, read Cosenza for Rotonda). Peard MS. Journal. Turr who had been invalided from Sicily (see p. 66 above) had recently returned more or less cured from Aix-la-Capelle.” che significa: “(2) Rustow, 299-300. Brig. Milano di Rustow, 11-18. Div. 147-149 di Turr. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (a pag. 179, riga 23, leggi Cosenza per Rotonda). Peard MS. Journal. Turr che era stato invalido dalla Sicilia (vedi pag. 66 sopra) era tornato di recente più o meno guarito da Aquisgrana.”. Treveljan citava i tre testi di Rustow (uno è quello tradotto da Eliseo Porro, sulla Brigata Milano e l’altro sulla divisione Turr). Treveljan cita il Bertani, i due testi del Bertani (uno su Whait Mario). Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). Etc…, che tradotto significa:  Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2).”. Treveljan, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) La Cava, p. 702. Bertani, II. 184-185. Ire Politiche, 71-72. Racioppi, 200. Maison, 63-64. Rustow’s Brig. Mil. 18-19. Turr’s Div. 149.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea; onde messosi in barca il giorno 3 settembre diresse a Sapri – Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese. Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 701, in proposito aggiungeva che: “Il 1° Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 và per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo etc…”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Crediamo opportuno riportare il passaggio delle schiere Garibaldine a traverso la nostra provincia e quella di Salerno, quando il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli, etc…. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Sempre il Lacava, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 708, in proposito scriveva che: “La Brigata Puppi (divisione del pari di Tur) approdava a Sapri, alle 11 pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa Brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo…... Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, dal racconto del Racioppi (….), che a sua volta si rifà al racconto di Agostino Bertani, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani: “….Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi dei volontari della legione da me preparata per invadere lo stato pontificio, alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare col cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri, dove,  nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano, e Spinazzi della Divisione Tùr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Il Pesce, a p…….. proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Pesce erra perchè il generale Stefano Turr non si trovava a Sapri con Garibaldi ma lo attendeva al Fortino. Credo che Pesce si riferisse al generale prussiano Wilhelm Rustow (….). Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Mentre Turr alle tre della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri (? è un errore perchè si tratta di Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 340, in proposito scrivea che: “Questo piano non durò che fino alle ore 4 di sera. Nel giorno stesso si conobbe in Salerno lo sbarco di Sapri; le truppe ivi sbarcate si pretendeva essere almeno 4,000 uomini, e tutt’al più 15,000. Si diceva a Salerno, che Caldarelli si fosse unito colle truppe di Garibaldi e marciasse e arciasse con loro contro Salerno etc….”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia, presso la strada di Lazongro, fu accompagnata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulla vestigia dell’antica e potente città marittima Vibona. I bersaglieri e i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevamo di trovarci in faccia al nemico, non senza qualche sospetto d’essere da esso circuìti. A Sapri c’era duopo attendere gli ordini del Dittatore; per accelerare il cui arrivo, Turr il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io avevo intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter distribuire loro 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovavo provvisto, nè mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservar gli stessi fucili sotto le mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Oltre alle brigate citate, nel Riassunto si citano anche i “Mille”, la “Brigata Bixio”, la “Brigata Eber” che, pare, non riguardano l’approdo di Sapri. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 170 riferendosi al Re Ferdinando II, in proposito scriveva che: “Se non che, appena seppe che Avellino era insorta e che il 2 settembre la divisione Turr (sbarcata a Sapri) si era congiunta al grosso delle forze garibaldine, accompagnate dalle grida festanti etc…”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi. Il concentramento di queste forze a Sapri, si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica.”. E’ chiaro che visto gli eventi in seguito, le truppe del Turr arrivarono a Sapri, non a Policastro.  A p. 170, in proposito è scritto: “Se non che, appena seppe che Avellino era insorta e che il 2 settembre la divisione Turr (sbarcate a Sapri) si era congiunta al grosso delle forze garibaldine, accompagnata dalle grida festanti delle popolazioni, decise improvvisamente, contro il parere dei generali Pianell e Bosco, di etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi. Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Policicchio, a p. 288 riporta un passo interessante tratto dal testo delle memorie del generle borbonico Ludovico Quandel-Vial. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento di una delle scuole del Revisionismo del Risorgimento. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”.  

Infatti, l’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Si tratta del testo di Ludovico Quandel-Vial, e del suo “Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860″, tipografia degli Artigianelli, Napoli, 1902. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ ora a Sapri.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. De Cesare, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1). Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Turr aveva fatte sbarcare le truppe, reduci dalla Sicilia a Paola. Sbarcò a Sapri, riunì l’antica divisione Pianciani, marciò in modo di poter al bisogno passare tra Salerno ed Eboli, gettarsi su le montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la via a Napoli se li avessero attesi a Salerno – Du Camp. – Expedition de deux Siciles, pag. 226.”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, toccò la terraferma a Sapri nel Principato citeriore, nel medesimo luogo dove Pisacane era disceso verso la morte; si congiunse con l’esercito meridionale sotto le mura di Capua, e prese parte attiva ai combattimenti che, per due mesi, i volontari dovettero sostenere sulle sponde del Volturno contro i soldati di Francesco II.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, toccò la terraferma a Sapri nel Principato citeriore, nel medesimo luogo dove Pisacane era disceso verso la morte; etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò in modo da potere nel caso, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sulle montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la strada di Napoli, nel caso in cui ci avessero aspettato a Salerno. La loro ritirata, di cui stava appunto per giungersi notizia, doveva poi rendre inutile quell’ardito piano. Infatti, la sera, verso le otto, mentre stavamo per andare a vedere noi stessi i nostri cavalli fossero in condizione di riprendere il viaggio, ci arrivò un dispaccio: “7 settembre 1860. – Oggi, alle undici, Garibaldi è entrato a Napoli”. Il nostro primo sentimento, lo confesso, fu un cattivo sentimento di rammarico e quasi di ira; ne seguì uno più nobile, etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese. Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa tetta d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ?”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini, ma su questa notizia nutriaamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che una volta allotanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi, furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…..brigata Milano…si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Pietro Spinazzi (Parma, … – Genova, post 1869) è stato un patriota, garibaldino e scrittore italiano. Si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Seguendo sempre racconto di Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai men numerosa, etc….”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii , avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Lo stesso racconto ci viene da Maxime Du Champ (….), nel suo “L’expédition des Deux Siciles”, dove a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevano lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “…..Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. che tradotto significa: “…...Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima…etc…, la testimonianza di Forbes non ci pare plausibile in quando scrivendo che Turr era a Sapri la sera prima, le date non collimano. Se Turr era stato a Sapri la sera del 2 settembre e partì da Sapri nelle prime ore del mattino del 3 settembre vuol dire che Forbes, quando scrive questo passaggio, riferendosi a Garibaldi …..Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.. Antonio Pizzolorusso (….) e del suo “I martiri per la libertà italiana per la Provincia di Salerno con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860”, Salerno, 1885. Pizzolorusso, a p. 234, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre e ordina al primo d’inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via Consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al Generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. Agrati scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Dunque, Agrati scriveva che Turr sbarcava a Sapri alle 9 del mattino del giorno 2 settembre 1860, e fin qui mi trovo. Poi aggiunge:  “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra….”. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle 5 del pomeriggio del giorno 2 settembre 1860. Il telegramma di Garibaldi che gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Inoltre, Agrati scriveva pure che il Turr, “…e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo.”. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 162, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: “Il generale Turr ebbe la missione di reprimere questi orrori. Era la mattina del 9 per tempo, e le due brigate della sua Divisione che il 7 erano ad Eboli, e l’8 a Salerno, entravano finalmente in Napoli. Con una di queste, la Brigata Milano giunta per prima, il generale Turr partiva in ferrovia per Nola alle ore 2 pom. Etc…”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 164, in proposito scriveva: Lo stesso giorno 10 il generale Turr coi bersaglieri milanesi, e un altro battaglione montato sui carri per guadagnare strada, si spinse fino a Dentecane, mentre Rustow, capo del suo Stato Maggiore, cogli altri due battaglioni seguiva di riserva fino a Pratola.”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 186, in proposito scriveva: Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: “La brigata Puppi nei combattimenti del 19 agosto sotto Capua e 21 a Caiazzo, ebbe l’onore di trovarsi la più esposta al fuoco etc…brigata senza più il capo perchè morto in battaglia, onde fu che il generale aribaldi sulla proposta di Turr ne detrminò lo scioglimento; con gli uomini di essa formavasi un reggimento comandante tenente colonnello Bossi, che andava a far parte della Brigata Sacchi col seguente ordine del giorno: “Caserta, 27 settembre 1860. Comando generale della 15° Divisione. Dietro disposizione del Ministro della Guerra il comando della brigata Sacchi riceverà sotto i suoi ordini la residuale forza della sciolta brigata Puppi. Firmato Turr. (p. 213). La brigata Milano continuava a far stanza in Caserta fino al 30. La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…Intendenza Militare:….; Corpo Sanitario:…..; Tribunale Militare:….; Comando della Brigata Sacchi: Maggiore Generale Sacchi Gaetano; Comando della Brigata Eber: Colonnello Brigatiere Eber Ferdinando, Capo di Stato Maggiore Maggiore Alessandri Giovanni, Capitano Applicato, Adamoli Giulio; Comando della Brigata Spangaro: Colonnello Brigatiere Spangaro Pietro, Capo di Stato Maggiore Capitano Baganti; Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), per spingersi rapidamente avanti ad aiutare Garibaldi e l’esercito meridionale: tali forze si trovarono così cinque tappe innanzi al grosso dell’esercito che si moveva, per la via consolare, da Soveria Mannelli su Cosenza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI….Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, etc…A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo per noi è venuto etc….”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “…Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal “Diario” di Agostino Bertani, in proposito scriveva che: Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Sempre Pittaluga, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il Cesari (….), scriveva che: la brigata Puppi …..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Il generale Pittaluga (….), a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “…a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto. Il giorno 16, fui nominato capo dello Stato maggiore delle truppe che nelle vicinanze di Caserta si trovavano raccolte sulla sinistra del Volturno sotto il comando del Turr, trovandomi per tal modo sciolto dal comando della Divisione di Terranova, che ripresi solo il 19 settembre allorchè, come comandante dell’intiera ala sinistra, assunsi di condurla per la prima volta al fuoco.. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione  Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che:  “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo.  La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Questa testimonianza cozza pure con un’altra testimonianza, con quella cioè di Giulio Adamoli, che, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina…..etc….e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”.  Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 340, in proposito scrivea che: “Questo piano non durò che fino alle ore 4 di sera. Nel giorno stesso si conobbe in Salerno lo sbarco di Sapri; le truppe ivi sbarcate si pretendeva esssere almeno 4,000 uomini, e tutt’al più 15,000. Si diceva a Salerno, che Caldarelli si fosse unito colle truppe di Garibaldi e marciasse e arciasse con loro contro Salerno etc….”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi etc….Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno. Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo il Vallone del Mulinello, per poi salire di nuovo, arramicandoci con somma difficoltà etc…. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di Monte Cocuzzo oltrepassando oltre Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre la brigata Milano, forte di 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo.. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…”. Sempre il Rustow, nel Porro aggiungeva pure altre informazioni utili. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 2 e il 3 settembre, si componeva di due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spinazzi si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello “Tharrena”, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1).”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Cercando altre ed ulteriori notizie sul capitano Appel di Trieste.  Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300.”Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 823-824, in proposito scriveva che: La divisione Rustow…..Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr ; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati ; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000 , e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 173, in proposito scriveva che: “Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre. Il Garibaldi con pochi uffiziali giunse il 5 a Sala; mangiò a lauta mensa, e fè il Matina governatore della provincia; poi andò ad Auletta.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna . doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili . Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre – narra Rustow – con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…(231).”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “….unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola.”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Infatti, Riccardo Finelli (….), a p. 152, in proposito scriveva: “Vedi l’ultimo spicchio di sole affondare nel Tirreno, proprio a strapiombo sulla Secca di Castrocucco, il porticciolo naturale fra le roccie della scogliera. Da lì Garibaldi s’imbarcò per Sapri, aggirando via mare la zona di Acquafredda, resa transitabile via terra solo molti decenni dopo, con l’apertura della galleria sotto una cresta rocciosa che arriva fin dentro al mare. Più in alto, verso la valle della Fiumarella, si sa accendendo una luna color crema, allegra e meravigliata, che a passi veloci conquista la scena lungo la scia di mare che lambisce l’Isola di Dino e prosegue fino a capo Scalea. Hai trovato compagnia fino a Maratea.”. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170, in proposito scriveva che: “Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate che etc….”. La White, a p. 171, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”.   

Nel 2 settembre 1860, da PAOLA, un volontario garibaldino nel suo Diario testimone della partenza da Paola di TURR e RUSTOW 

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi , m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle….Etc….(1)…, che tradotto significa:Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo…….(1)….”. Maison, a p. 62, trascrive una lettera del 3 settembre 1860 e scrive: “Paola, en mer, le 3 septembre. Je quitte Paola à midi et je remonte à bord du Benvenuto , qui se dirige sur Naples , après avoir fait escale à Palerme : Deux Français , Félix Piette de Montfoucault et Alcime Cazeaux, sont avec moi . Pendant une heure nous marchons de concert avec le Calatafimi. Il transporte à Naples le régiment napolitain que j’ai rencontré hier. Sa musique nous salue à plusieurs reprises de l’Inno di Garibaldi . Nous l’encourageons de nos plus vifs applaudissements. Pendant ce temps , une bande de marsouins nous régale d’un ballet nautique rempli d’une charmante originalité.”, ilcui significato è: “Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, la FLOTTA NAVALE BORBONICA nel porto, le navi nemiche e l’esercito borbonico

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr …..e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. Dunque, il Pecorini, riguardo il viaggio del Turr e della sua colonna e della flotta nemica scriveva che: “Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, etc…”. Pecorini racconta che il generale Turr, Rustow, con le loro colonne imbarcatisi a Paola, usarono molta precauzione nella navigazione stando attenti alla flotta borbonica nemica che in quei giorni era particolarmente presente nelle acque del golfo di Policastro dove loro entrarono, navigando ed imbarcatisi a Paola, nelle prime ore del mattino del giorno 2 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, racconta dell’episodio accaduto a Paola, e poi aggiunge:Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò….etc…”. Anche Osvaldo Perini ci racconta delle operazioni di imbarco a Paola. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito ; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Lo stesso racconto ci viene da Maxime Du Champ (….), nel suo “L’expédition des Deux Siciles”, dove a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevano lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 492 e ssg., in proposito scriveva che: LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse…..Dopo quell’unico accidente i volontari poterono finalmente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali borboniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.. Dunque, il colonnello Rustow, che accompagnava le truppe da Paola a Sapri, insieme al generale Turr, scriveva che arrivati a Sapri, non trovarono movimento di truppe napoletane, ovvero truppe borboniche nemiche. Sulle navi borboniche di stazza a Paola e nel tratto di mare tirrenico da Paola a Napoli vi è la testimonianza di Ludovico Quandel-Vial che nel mese di settembre avviato alla carriera militare dal padre, come i fratelli Pietro, Giuseppe e Federico, entrò il 21 aprile 1855 nel Real Collegio Militare della Nunziatella da cui uscì il 19 ottobre 1858 alfiere del Real Corpo di Artiglieria delle Due Sicilie. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Come altri suoi colleghi dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, una volta scarcerato fu invitato ad entrare nel neonato esercito del Regno d’Italia. Preferì ritirarsi a vita privata a Monte di Procida con la moglie, la cugina Giuseppina Vial. Ludovico Quandel-Vial racconta e trascrive notizie tratte dal maresciallo borbonico Vial. Pietro Carlo Maria Vial de Maton (Nizza, 5 ottobre 1777 – Roma, 28 febbraio 1863) è stato un militare italiano, maresciallo di campo dell’Esercito delle Due Sicilie e protagonista della resistenza del Regno delle Due Sicilie contro la Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese. Negli anni convulsi della spedizione dei Mille Vial de Maton fu apprezzatissimo per il suo operato solerte e l’estrema durezza tenuta nel periodo di stanziamento dell’esercito borbonico sulla riva destra del Garigliano tra l’estate e l’autunno del 1860. E’ proprio attraverso i giornali di bordo dei capitani delle navi borboniche e piemontesi che incrociavano quelle acque che si possono avere ulteriori utili notizie. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149 riferendosi al generale Turr che da Paola trasportò le sue truppe garibaldine a Sapri, in proprosito scriveva che: Durante la navigazione, che si prolungò per tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, parlando delle truppe dei volontari garibaldini dell’ex spedizione Bertani-Pianciani, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, …..LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola , a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Lo stesso racconto ci viene da Maxime Du Champ (….), nel suo “L’expédition des Deux Siciles”, dove a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevano lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto , s ‘apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “….la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto etc….”.

Nel 2 settembre 1860, nel porto di Sapri, i 6 PIROSCAFI, tra cui l’ELVETIE che, da Paola trasportarono le truppe garibaldine 

Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri.”. Dunque, vi sono poche notizie sull’imbarco delle truppe che da Paola furono trasportate a Sapri. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea, etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Dunque, secondo il Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro, a Sapri le truppe garibaldine furono trasportate su sei vapori. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Dunque, il capitano di Stato Maggiore Piemontese, Garzia aveva annotato sul suo “Giornale di Bordo” della nave francese “Brésil” con cui era arrivato a Sapri, che il 4 settembre 1860 tovò nel porto di Sapri “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37), etc…”. La notizia proviene dall’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”Dunque, l’ufficiale borbonico trovò annotato nel “Giornale di bordo” del capitano piemontese Garzia che: La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Il Capitano Garzia parla di alcune navi ancorate ed ormeggiate nel porto di Sapri e parla anche dell’“Elvetie”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Etc…”. Dunque, Maxime Du Champ scriveva che Turr imbarcò a Paola le sue brigate garibaldine su degli “steamers”, che egli scrive non essere dotati di obici ne di cannoni. Steamers in inglese è il piroscafo. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri, dove,  nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow etc….”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre – narra Rustow – con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…(231).”.Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza…..Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, alle ore 9,00, sbarcano: il generale Istvan TURR, il colonnello Wilhelm RUSTOW, la Brigata “MILANO” comandata dal colonnello O. GANDINI ed il maggiore DE GIORGIS che comandava 2 compagnie di Bersaglieri (100 uomini), il maggiore SESSA che comandava il 1° battaglione di linea; il maggiore MONTESI il 2°; il capitano VENUTI, il 3°), ed una parte della brigata “PARMA” comandata dal maggiore SPINAZZI, riordinate dal colonnello RUSTOW e fatte accampare in località Cantine        

I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo dell’ex Spedizione “Terranova” o “Spedizione Pianciani”, a Palermo ed alle dimissioni del loro capo Luigi Pianciani, Garibaldi decise di affidare l’incarico di Capo di Stato Maggiore al colonnello polacco Wilhelm Rustow, per gli italiani Guglielmo Rustow, al quale fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare , furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”.  “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe , in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “..La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia, presso la strada di Lazongro, fu accompagnata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulla vestigia dell’antica e potente città marittima Vibona. I bersaglieri e i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevamo di trovarci in faccia al nemico, non senza qualche sospetto d’essere da esso circuìti.”. Dunque, in questo breve passaggio, Rustow scrive che a Sapri sbarcarono i garibaldini della brigata “Milano”, che formava l’ala destra, insieme alle truppe della brigata “Parma”, che formava l’ala sinistra. Sbarcarono pure i “i Bersaglieri Carabinieri di Genova”,  che Rustow destinò al servizio di esplorazione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri.  Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Comitato allora affidò il comando della diversione al colonnello Pianciani , il quale già funzionava da capo di stato maggiore della spedizione sin da quando se ne era iniziata l’organizzazione, più volte ridotta e ricompletata dopo le spedizioni di Medici, di Malenchini, di Cosenz e di Sacchi per la Sicilia. Il Pianciani patriota illustre, liberale a tutta prova sin dalla sua giovinezza; colonnello sin dal 1848; passato a Venezia ove aveva reso importanti servizii; comandante della divisione di Ancona nel 1849, dove compì difficilissime operazioni, era indicatissimo per tale importante missione. Appartenente a cospicua famiglia titolata dell’Umbria, conosceva minuziosamente lo scacchiere della spedizione. Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue : a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini . a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera . 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri . La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani, il quale nel congedarsi presenò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157 e ssg., riferendosi al Bertani, in proposito scriveva pure che: “A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali . Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando ; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza. Non trovò più il Generale già partito per Giardini…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow…..Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; ….Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile.. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Sempre il Lacava, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, ….”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese.”Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi.”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, riferendosi a Milazzo e a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…”……Garibaldi ….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ” – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata “Milano“, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone;  30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Quando queste brigate arrivarono a Paola, il Bertani corse da Garibaldi comunicandogli l’arrivo di questo piccolo esercito ben equipaggiato, organizzato dal Bertani stesso. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova….La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “Sessa”, “Montessi” ed il capitano “Venuti”, più due Compagnie di Bersaglieri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Dunque, secondo Maraldi, che scriveva sulla scorta del testo di Pianciani e del Pittaluga, Garibaldi, a Palermo, su indicazione stessa del Pianciani nominò Rustow e siccome il Tharena ed il colonnello Gandini pure si erano dimessi, Garibaldi nominò in loro sostituzione i colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis (come scriveva l’Agrati).  Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Nel testo delle memorie del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento di una delle scuole del Revisionismo del Risorgimento. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183, in proposito scriveva: “E noi li seguiamo passo per passo , guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. E continua : “…….”. Dunque, in questo passaggio la White ci parla dell’“Intendente generale Acerbi” da cui Bertani si separerà a Paola, lasciando le truppe a Rustow per raggiungere Garibaldi a Cosenza. La White, a p. 171, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. La White, a p. 173, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….e il vice-capo dell ‘ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino , calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi , ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: “……”(1).”. La White, a pp. 179, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….Ricevuto il dispaccio a Pizzo , Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e , facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia , va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza…..Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli. Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”.

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, gli UFFICIALI della Brigata MILANO sbarcati con Turr e Rustow 

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva: Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi…”. Dunque, il colonnello Rustow racconta e testimonia la foggia dei volontari garibaldini organizzati dal Bertani per l’arrivo a Paola e poi sbarcati con Turr a Sapri. Rustow racconta che a Sapri, tutti gli ufficiali superiori e quelli dello Stato Maggiore erano provvisti di muli. Solo lui aveva un cavallo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero.”.  

Il maggiore SPINAZZI e la brigata PARMA dell’ex spedizione Bertani-Pianciani 

Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Devo però aggiungere che prima di passare al corpo o Divisione XVIII di Bixio, il colonnello Pietro SPINAZZI, comandò la Brigata omonima che in precedenza era detta “Tharena”, ovvero la 2° Brigata dell’ex spedizione Pianciani, ovvero la spedizione per invadere gli Stati Pontifici organizzata da Agostino Bertani. Dimessosi Pianciani, a Palermo, Garibaldi lo sostituì con Pietro Spinazzi, e lo aggregò alla truppa comandata dal Rustow, con il nome di Brigata PARMA. La brigata Parma, non riuscì a d imbarcarsi tutta ed arrivare con Bertani e Rustow, tutta a Paola. Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Pietro Spinazzi (Parma, … – Genova, post 1869) è stato un patriota, garibaldino e scrittore italiano. Si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. A Paola, il 1° settembre 1860, la Brigata era ivi solo una parte di essa, mentre, solo dopo il 3 settembre 1860, iniziò ad arrivare a Sapri l’altra porzione della Brigata. Infatti, il 3 settembre, Rustow, marciando con la Brigata Milano verso Vibonati, inviò un ordine a Spinazzi che era rimasto a Sapri ad attendere il resto dei volontari garibaldini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni.  Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”).  Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori

Il colonnello O. GANDINI ? o DE GIORGIS ? al comando della Brigata MILANO 

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…..brigata Milano…si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 2 e il 3 settembre, si componeva di due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”.Dunque, Rustow scriveva e citava i due ufficiali di ordinanza: ANTONIO BATTICOZZI, lombardo e CESARE COMENDIO, veronese. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. Agrati scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Dunque, Agrati scriveva che Turr sbarcava a Sapri alle 9 del mattino del giorno 2 settembre 1860, e fin qui mi trovo. Poi aggiunge:  “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra….”. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle 5 del pomeriggio del giorno 2 settembre 1860. Il telegramma di Garibaldi che gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Inoltre, Agrati scriveva pure che il Turr, “…e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo.”. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro.”. Dunque, Agrati scriveva che secondo quanto scrisse Agostino Bertani, con Pianciani si dimisero il Tharrena e con lui se ne andò “qualche altro”. Agrati non scrive che si dimise Gandini. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 186, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), …..”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue : a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera . 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri . La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani, il quale nel congedarsi presenò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157 e ssg., riferendosi al Bertani, in proposito scriveva pure che: “A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali . Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando ; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza. Non trovò più il Generale già partito per Giardini…”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “..nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello “Gandini”, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della brigata “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che una volta allotanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi, furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto. Il giorno 16, fui nominato capo dello Stato maggiore delle truppe che nelle vicinanze di Caserta si trovavano raccolte sulla sinistra del Volturno sotto il comando del Turr, trovandomi per tal modo sciolto dal comando della Divisione di Terranova, che ripresi solo il 19 settembre allorchè, come comandante dell’intiera ala sinistra, assunsi di condurla per la prima volta al fuoco.. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow (nella traduzione di Eliseo Porro) restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione  Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che:  “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo.  La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”.  Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, i Bersaglieri comandati dal maggiore DE GIORGI (o De Griorgis)

Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Sui Bersaglieri, il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.”. Dunque, secondo la testimonianza del colonnello Rustow, le truppe dei volontari condotti a Sapri ed ivi sbarcate, furono fatte accampare e poi il Rustow ordinò un servizio di esplorazione che affidò ai Bersaglieri ed ai Carabinieri di Genova.    

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: (Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA.    Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: (Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: (Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: (Documento 71)  Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: (Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI,  citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: (Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: (Documento 79)  Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.      

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, sbarcò anche il Capitano APPEL triestino, Capitano dello Stato Maggiore di Rustow. Il 3 e 4 settembre Appel si trovava a Sapri dove era rimasto insieme al maggiore Spinazzi e con le truppe residue (la brigata Parma) 

Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil”  Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che a Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che, sebbene a Sapri non fossero rimasti soldati o Brigate di volontari Garibaldini, li avrebbero potuti incontrare a Maratea, a Paola e a Pizzo e quindi gli conveniva che proseguisse il suo viaggio di ricognizione. Sul Giornale di Bordo del vapore Brésil, il capitano Garzia scriveva pre che “Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Don Antonio Buraglia di Maratea assicurava che a Sapri non vi era rimasto più nessuno. Don Antonio Buraglia è un nome legato a Maratea, un comune della provincia di Potenza, in Basilicata. In particolare, Piazza Buraglia rappresenta il cuore del centro storico di Maratea. Questa piazza è un punto vitale del borgo, con negozi, gallerie d’arte, bar e punti di ritrovo, e da essa si dipanano i caratteristici vicoli circostanti. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, ……A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”

                                                                        I SOLDATI GARIBALDINI SBARCATI A SAPRI  

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, la brigata “MILANO” comandata dal generale GANDINI, una parte della brigata “PARMA” (ex Tharrena) comandata dal maggiore SPINAZZI ed una parte della brigata “BOLOGNA” (PUPPI), riordinate dal colonnello Rustow e accampate in località Cantine, con il maggiore DE GIORGIS che comandava 2 compagnie di Bersaglieri (100 uomini), il maggiore SESSA che comandava il 1° battaglione di linea; il maggiore MONTESI il 2°; il capitano VENUTI, il 3°) 

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…..Tre anni dopo, il 2 settembre 1860, il Generale Rustow con la brigata Milano, composta da 900 uomini, e la Spinazzi, oltre 1500 uomini che il Generale Turr aveva concentrato a Sapri e che precedettero Giuseppe Garibaldi…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) etc…. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “…Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal “Diario” di Agostino Bertani, in proposito scriveva che: Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Sempre Pittaluga, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il Cesari (….), scriveva che: la brigata Puppi …..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Il generale Pittaluga (….), a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “…a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione  Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che:  “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo.  La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Questa testimonianza cozza pure con un’altra testimonianza, con quella cioè di Giulio Adamoli, che, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina…..etc….e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”.  Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 340, in proposito scrivea che: “Questo piano non durò che fino alle ore 4 di sera. Nel giorno stesso si conobbe in Salerno lo sbarco di Sapri; le truppe ivi sbarcate si pretendeva esssere almeno 4,000 uomini, e tutt’al più 15,000. Si diceva a Salerno, che Caldarelli si fosse unito colle truppe di Garibaldi e marciasse e arciasse con loro contro Salerno etc….”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Il Rustow, parlando in prima persona scriveva che: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi etc….Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno. Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo il Vallone del Mulinello, per poi salire di nuovo, arramicandoci con somma difficoltà etc…. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di Monte Cocuzzo oltrepassando oltre Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre la brigata Milano, forte di 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo.. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…”. Sempre il Rustow, nel Porro aggiungeva pure altre informazioni utili. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spinazzi si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello “Tharrena”, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1).”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300.”Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 162, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: “Il generale Turr ebbe la missione di reprimere questi orrori. Era la mattina del 9 per tempo, e le due brigate della sua Divisione che il 7 erano ad Eboli, e l’8 a Salerno, entravano finalmente in Napoli. Con una di queste, la Brigata Milano giunta per prima, il generale Turr partiva in ferrovia per Nola alle ore 2 pom. Etc…”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 164, in proposito scriveva: Lo stesso giorno 10 il generale Turr coi bersaglieri milanesi, e un altro battaglione montato sui carri per guadagnare strada, si spinse fino a Dentecane, mentre Rustow, capo del suo Stato Maggiore, cogli altri due battaglioni seguiva di riserva fino a Pratola.”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 186, in proposito scriveva: Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: “La brigata Puppi nei combattimenti del 19 agosto sotto Capua e 21 a Caiazzo, ebbe l’onore di trovarsi la più esposta al fuoco etc…brigata senza più il capo perchè morto in battaglia, onde fu che il generale Garibaldi sulla proposta di Turr ne determinò lo scioglimento; con gli uomini di essa formavasi un reggimento comandante tenente colonnello Bossi, che andava a far parte della Brigata Sacchi col seguente ordine del giorno: “Caserta, 27 settembre 1860. Comando generale della 15° Divisione. Dietro disposizione del Ministro della Guerra il comando della brigata Sacchi riceverà sotto i suoi ordini la residuale forza della sciolta brigata Puppi. Firmato Turr. (p. 213). La brigata Milano continuava a far stanza in Caserta fino al 30. La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…Intendenza Militare:….; Corpo Sanitario:…..; Tribunale Militare:….; Comando della Brigata Sacchi: Maggiore Generale Sacchi Gaetano; Comando della Brigata Eber: Colonnello Brigatiere Eber Ferdinando, Capo di Stato Maggiore Maggiore Alessandri Giovanni, Capitano Applicato, Adamoli Giulio; Comando della Brigata Spangaro: Colonnello Brigatiere Spangaro Pietro, Capo di Stato Maggiore Capitano Baganti; Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio , poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito ; e questo fu lor favorevole . Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani , e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava , donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola , a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi , e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, il colonnello RUSTOW, ed il riordino della truppa sbarcata nell’accampamento in “località Cantine”   

Come ho già detto, il 2 settembre 1860, dopo essere sbarcati a Sapri, le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, vennero riordinate e forse fatte accampare in “località Cantine”, che è il territorio di Sapri al confine con la piccola frazione del Timpone. Il colonnello Rustow provvide insieme al generale Turr alla bisogna, in previsione dell’arrivo di Garibaldi e del suo piccolo seguito. Bisognava preparare la truppa per le marcie successive, riguardare gli equipaggiamenti, i rifornimenti, le guide, i muli per il trasporto ecc…Infatti, oltre alle truppe, che intanto continuavano ad arrivare a marcie forzate provenienti da Lagonegro ed a sbarcare a Sapri, provenienti da Pizzo o da Paola, arrivarono anche aiuti materiali che servivano alle truppe. In verità vi era penuria di cose utili, di armamenti e di viveri. Ho già detto delle Brigate e dei loro comandanti che sbarcarono a Sapri, il giorno 2 settembre 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. Etc…”. Dunque, secondo la testimonianza di Rustow, la truppa sbarcata a Sapri ammontava a 1600 uomini, ma alla domanda di Garibaldi “Avete un corpo intieramente organizzato ?”, il Rustow rispondeva che: “La brigata Milano di 900 a 1000 uomini”. Infatti, nella tarda serata del 3 settembre, la truppa che partì con Rustow per Vibonati ammontava a circa 1000 uomini, mentre 600 uomini restarono a Sapri. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “…Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare.”. Non ho detto cosa fece Turr e Rustow per approntare tutto quanto servisse per le future marcie da Sapri in poi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., riferendosi al 3 settembre 1860, quando insieme a Garibaldi sbarcò a Sapri, in proposito scriveva che: Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Dunque, Rustow testimoniava che il generale Turr arrivato a Paola per imbarcare le truppe e portarle via mare a Sapri, insieme a Rustow, aveva con se 5000 franchi. E’ molto probile che questa cifra servì proprio per pagare tutto quanto occorresse per le truppe che arrivarono a Sapri. Tuttavia, devo precisare che le truppe che sbarcarono a Sapri, il 2 settembre erano state equipaggiate e preparate dal Bertani. Sempre il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi…”. Dunque, il colonnello Rustow racconta e testimonia la foggia dei volontari garibaldini organizzati dal Bertani per l’arrivo a Paola e poi sbarcati con Turr a Sapri. Rustow racconta che a Sapri, tutti gli ufficiali superiori e quelli dello Stato Maggiore erano provvisti di muli. Solo lui aveva un cavallo. Continuando il suo racconta scriveva che: “I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, ….Etc…. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi etc…”. Dunque, Bizzonero, nella traduzione del Rustow scriveva che, dopo la partenza di Turr da Sapri, Rustow si occupò dell’armamento della Guardia Nazionale dei dintorni, fornendo armi e munizioni a loro nella misura della sua provvista d’armi che aveva e che doveva portare con se. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti, Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rüstow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”.   

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il colonnello RUSTOW ed il riordino della truppa sbarcata e l’accampamento in “località Cantine”

Come ho già detto, il 2 settembre 1860, dopo essere sbarcati a Sapri, le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, vennero riordinate e forse fatte accampare in “località Cantine”, che è il territorio di Sapri al confine con la piccola frazione del Timpone. Il colonnello Rustow provvide insieme al generale Turr alla bisogna, in previsione dell’arrivo di Garibaldi e del suo piccolo seguito. Bisognava preparare la truppa per le marcie successive, riguardare gli equipaggiamenti, i rifornimenti, le guide, i muli per il trasporto ecc…Infatti, oltre alle truppe, che intanto continuavano ad arrivare a marcie forzate provenienti da Lagonegro ed a sbarcare a Sapri, provenienti da Pizzo o da Paola, arrivarono anche aiuti materiali che servivano alle truppe. In verità vi era penuria di cose utili, di armamenti e di viveri. Ho già detto delle Brigate e dei loro comandanti che sbarcarono a Sapri, il giorno 2 settembre 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. Etc…”. Dunque, secondo la testimonianza di Rustow, la truppa sbarcata a Sapri ammontava a 1600 uomini, ma alla domanda di Garibaldi “Avete un corpo intieramente organizzato ?”, il Rustow rispondeva che: “La brigata Milano di 900 a 1000 uomini”. Infatti, nella tarda serata del 3 settembre, la truppa che partì con Rustow per Vibonati ammontava a circa 1000 uomini, mentre 600 uomini restarono a Sapri. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza . Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, ….”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “…Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare.”. Non ho detto cosa fece Turr e Rustow per approntare tutto quanto servisse per le future marcie da Sapri in poi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., riferendosi al 3 settembre 1860, quando insieme a Garibaldi sbarcò a Sapri, in proposito scriveva che: Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Dunque, Rustow testimoniava che il generale Turr arrivato a Paola per imbarcare le truppe e portarle via mare a Sapri, insieme a Rustow, aveva con se 5000 franchi. E’ molto probile che questa cifra servì proprio per pagare tutto quanto occorresse per le truppe che arrivarono a Sapri. Tuttavia, devo precisare che le truppe che sbarcarono a Sapri, il 2 settembre erano state equipaggiate e preparate dal Bertani. Sempre il Rustow (trad. Porro), a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio….I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow etc…”. Dunque, Bizzonero scriveva che, il generale Turr, diretto verso Lagonegro, aveva portato con sè “…nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè….”. Rustow, nella traduzione di Bizzonero lasciava intendere che il generale Turr, lasciando Sapri si era allontanato con una buona “provvista di armi”.

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il generale RUSTOW inviò in esplorazione i Bersaglieri comandati dal maggiore De Giorgi (o De Griorgis)

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.”. Dunque, secondo la testimonianza del colonnello Rustow, le truppe dei volontari condotti a Sapri ed ivi sbarcate, furono fatte accampare e poi il Rustow ordinò un servizio di esplorazione che affidò ai Bersaglieri ed ai Carabinieri di Genova. Sui Bersaglieri, il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza . Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè,….”.  

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il generale Stefano TURR scrive al generale Garibaldi che da poco era arrivato a Rotonda

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “….ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi”.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a pp. 309-310, in proposito scriveva: Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. In pari tempo, viole assicurarsi delle intenzioni del generale Caldarelli, che si trovava a pochi chilometri da Rotonda, a Castelluccio.”

Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, Garibaldi, ricevuto il dispaccio di Turr dove comunica a Garibaldi di trovarsi a Sapri con le truppe, da casa di Serafino Fasanelli invia ordini al generale Turr

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Arrivato a Rotonda, Garibaldi aveva saputo dell’arrivo di Turr con le sue truppe a Sapri ma non conosceva la situazione e la posizione delle truppe borboniche del generale Caldarelli. A Rotonda i gruppi rivoluzionari che lo avevano atteso ed ospitato avvisarono Garibaldi della difficile ed ambigua posizione del Caldarelli che aveva capitolato a Cosenza con Morelli ma non si conoscevano le sue reali intenzioni. Dunque, molto preoccupato Garibaldi chiede notizie al generale Turr che gli aveva scritto da Sapri e gli manda un invia l’ordine di recarsi in perlustrazione verso Lagonegro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148 riferendosi a Turr, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.. Dunque, il generale Turr, che da poco era arrivato a Sapri, il 2 settembre 1860 invia da Sapri un messo che raggiunge Garibaldi a Rotonda. Nel messaggio, Turr scriveva avvisava Garibaldi che era arrivato a Sapri. Garibaldi, da Rotonda, venuto avvisato dal Turr che si trovava a Sapri con le truppe, il 2 settembre 1860 gli inviò un messo con un suo dispaccio con ordini indirizzati al generale Turr che lo ricevette a Sapri. Garibaldi scriveva al Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Dunque, Garibaldi avvisa il generale Turr del suo imminente arrivo a Sapri. Ma quali erano gli ordini di Garibaldi per il generale Turr ?. Quale era il testo completo del messaggio che Garibaldi inviava al Turr a Sapri attraverso il messo (“il latore”) ?. Quali erano gli ordini di Garibaldi per il Turr ? Un testimone d’eccezione è stato Agostino Bertani, che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 455-456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “…2 settembre 1860…A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Etc…”. Dunque, Bertani annotava nel suo taccuino che “….A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Etc…”. Bertani annotava che, da Rotonda, da casa Fasanelli: “…da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Infatti, il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) …..A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr….. Etc..”. Dunque, secondo la diretta testimonianza del Bertani, che faceva parte della piccola comitiva di Garibaldi, arrivati a Rotonda e venuti a conoscenza degli spostamenti della truppa del generale Caldarelli, Garibaldi decise di deviare e di non proseguire per la strada consolare verso Lagonegro ma di andare sulla costa calabra per imbarcarsi per Sapri. Presa la decisione di arrivare a Sapri, Garibaldi da Rotonda manda un messaggio o un dispaccio al generale Turr che, invece, si trovava già a Sapri con le sue truppe che aveva trasportato da Paola. Garibaldi lo avverte del suo imminente arrivo a Sapri e gli ordina di recarsi in perlustrazione a Lagonegro e comunicargli la posizione delle truppe del Caldarelli. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Dopo la capitolazione del generale Caldarelli e del generale Ghio con un esercito di quindicimila uomini, Garibaldi avanzò rapidamente da Cosenza a Castrovillari e il 2 settembre, accompagnato da Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e dal segretario Basso, toccò il territorio lucano, entrando in Rotonda, entusiasticamente acclamato dalla popolazione in delirio e dai patrioti. Gli fu consegnato il seguente messaggio inviatogli dal Governo Pro-dittatoriale lucano: “Al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi – Salute “Signore,…etc….Potenza, 1° settembre 1860. Nicola Mignogna – G. Albini”. Garibaldi si fermò per poche ore in casa Fasanelli; verso sera riprese la marcia in carrozza per Castelluccio. Nella valle del Mercure, sul fiume Lao, si incontrò con il colonnello Boldoni, capo militare della insurrezione lucana, da cui fu informato sulla situazione in atto nelle nostre contrade fino ad Auletta e da cui diede le istruzioni dettagliate sulle future azioni da svolgere lungo la strada da Lagonegro ad Auletta e da Auletta a Salerno. Informato poi che sulla strada da Castelluccio a Lagonegro si muoveva lentamente in ritirata, a piccole tappe, umiliata ed affamata, la Brigata Caldarelli, il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a pp. 309-310, in proposito scriveva: Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. In pari tempo, viole assicurarsi delle intenzioni del generale Caldarelli, che si trovava a pochi chilometri da Rotonda, a Castelluccio.”

          A SAPRI, IL GENERALE TURR, RUSTOW E PIOLA-CASELLI in missione per il DEPRETIS e CAVOUR

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, sbarcò (?) Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, comandante della Marina Siciliana, inviato dal Prodittatore della Sicilia Depretis per consegnare una lettera a Garibaldi, imbarcatosi con Turr e Rustow a Paola

Sappiamo del viaggio del Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Intanto si decise di mandare Piola Caselli da Garibaldi, che era in marcia, per chiedergli l’autorizzazione per l’annessione della Sicilia a Vittorio Emanuele II. Piola raggiunse e si incontrò con Garibaldi all’Osteria del Fortino. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma, vi sono motivi per ritenere che Piola, partito da Palermo il 1° settembre, molto probabilmente con un vascello della Marina Sarda raggiunse prima Paola, dove si trovava Turr e poi con questi si portò a Sapri. Da Sapri, Piola Caselli raggiunse Garibaldi partendo insieme a Turr che il 3, di buon mattino si allontanò per ordine di Garibaldi stesso che lo invitò a portarsi verso Lagonegro. Sappiamo che Piola Caselli partì da Palermo il 1° settembre ma non conosciamo il percorso del suo viaggio prima che arrivasse al Fortino.  E’ molto probabile però che Piola Caselli, inviato da Depretis, arrivò la sera stessa a Paola e da lì, giorno 2 settembre arrivò con Turr a Sapri via mare. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 3 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. A Sapri, Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto.  Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. Come vedremo, alcuni danno questa versione e danno Turr partito nelle prime ore del matino del 3 settembre 1860 mentre altri danno una versione diversa scrivendo che Turr ricevette Garibaldi a Sapri ed insieme, tra cui anche Rustow, si recarono al Fortino. La prima versione, ovvero quella di avere lasciato Sapri prima dell’arrivo di Garibaldi e di Cosenz, avvalora anche l’altra ipotesi mia che Turr, nel lasciare Sapri nelle prime ore del mattino portò con il suo piccolo seguito anche il ministro della marina siciliana Piola-Caselli e forse anche il capitano Augier. Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Dunque, da queste notizie sappiamo che Piola-Caselli rientrò a Palermo, probabilmente imbarcatosi proprio da Sapri, il 5 settembre ma non conosciamo le tappe del suo viaggio di andata per arrivare ad incontrare Garibaldi.  Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…..IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina.”. Sappiamo che il ministro della Marina Siciliana di Garibaldi Piola-Caselli si incontrò con Garibaldi al Fortino dove lo raggiunse il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie certe sul suo viaggio e sull’itinerario che egli seguì, imbarcandosi a Palermo per la missione delicatissima e segreta affidatagli dal Depretis. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. Sulla missione di Piola Caselli, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto. Mi accorsi bensì di qualche imbroglio ma più di esso etc….(p. 74) vidi Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora m’avvidi etc….”. Dunque, riguardo il viaggio di Piola Caselli che venne al Fortino ad incontrare Garibaldi, Bertani riferisce che egli si era partito da Palermo, e che egli arrivò al Fortino. Bertani scriveva nel suo Diario dello storico incontro al Fortino che “il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana”, aveva raggiunto la Taverna del Fortino del Cervaro “raggiunto per altra via”, intendendo che Piola non fece la stessa strada che aveva fatto Garibaldi e Bertani, ma ciò non esclude, come io credo, che Piola sia sbarcato a Sapri il 2 settembre con il generale Turr provenienti da Paola dove era arrivato il 1° settembre e che, con lui, , il giorno 3 settembre, di buon matino sia risalito verso Lagonegro e poi al Fortino. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pure che: “Ne seguì una forte tensione nel governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° Settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (16) postillava: “(16) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. C. Piola Caselli, “Cronache marinare”  di Giuseppe Alessandro Piola Caselli – Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, riportando i passi di Bertani (….), in proposito scriveva che dopo il colloquio con Garibaldi al Fortino: “Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (2).”. Pesce, a p. 37, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, pag. 71.”. E’ molto probabile che il maggiore Piola Caselli, in seguito allo storico incontro al Fortino ridiscese al porto di Sapri dove l’aspettava un piroscafo a vapore che lo riportò a Palermo per riferire a Depretis. Sappiamo che Piola giunto a Palermo e riferì al Depretis la mancata autorizzazione di Garibaldi all’annessione, tanto che in seguito Depretis si dimise. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annssione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riporta delle sue considerazioni ma pubblica le parole di Bertani e, non parla affatto di Piola. Sulla White, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia….”. …..(1).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese etc…”. Nel ……, nel testo di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a p. 100 è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Adamoli, a p. 102, in proposito scriveva: “Poco dopo Piola parte; Garibaldi si rimette in carrozza con i suoi seguaci, etc…(628)….Ect…Intanto Piola il 5 rientra a Palermo con la risposta: trova la città agitata etc…”. Adamoli, curando il testo, a p. 102, nella nota (628) postillava: “(628) L. Quandel Vial, Ibidem.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. …..Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, etc…E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che  Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. 

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il generale Stefano TURR scrive al generale Garibaldi che da poco era arrivato a Rotonda e riceve il suo dispaccio

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “….ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi”.”Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”.

Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, Garibaldi, ricevuto il dispaccio di Turr che gli dice di trovarsi a Sapri, da casa di Serafino Fasanelli invia ordini al generale Turr

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 410-411, scriveva ancora che: “Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservargli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponenteverso la costa, e là né di strade né di sentieri v’é traccia alcuna.. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Arrivato a Rotonda, Garibaldi aveva saputo dell’arrivo di Turr con le sue truppe a Sapri ma non conosceva la situazione e la posizione delle truppe borboniche del generale Caldarelli. A Rotonda i gruppi rivoluzionari che lo avevano atteso ed ospitato avvisarono Garibaldi della difficile ed ambigua posizione del Caldarelli che aveva capitolato a Cosenza con Morelli ma non si conoscevano le sue reali intenzioni. Dunque, molto preoccupato Garibaldi chiede notizie al generale Turr che gli aveva scritto da Sapri e gli manda un invia l’ordine di recarsi in perlustrazione verso Lagonegro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148 riferendosi a Turr, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.. Dunque, il generale Turr, che da poco era arrivato a Sapri, il 2 settembre 1860 invia da Sapri un messo che raggiunge Garibaldi a Rotonda. Nel messaggio, Turr scriveva avvisava Garibaldi che era arrivato a Sapri. Garibaldi, da Rotonda, venuto avvisato dal Turr che si trovava a Sapri con le truppe, il 2 settembre 1860 gli inviò un messo con un suo dispaccio con ordini indirizzati al generale Turr che lo ricevette a Sapri. Garibaldi scriveva al Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Dunque, Garibaldi avvisa il generale Turr del suo imminente arrivo a Sapri. Ma quali erano gli ordini di Garibaldi per il generale Turr ?. Quale era il testo completo del messaggio che Garibaldi inviava al Turr a Sapri attraverso il messo (“il latore”) ?. Quali erano gli ordini di Garibaldi per il Turr ? Un testimone d’eccezione è stato Agostino Bertani, che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183, in proposito scriveva: “E noi li seguiamo passo per passo , guidati dal taccuino , non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli.”. La White si riferisce al tacchuino o Diario di Agostino Bertani che pubblicò nel suo “Ire politiche d’oltretomba” e a p. 185, vol. II, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “Si annuncia la truppa regia presso a Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Türr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno . Mi prega di stendergli un indirizzo.”. Nell’altro testo di mia proprietà, a pp. 455-456, volume unico, in proposito scriveva: “…2 settembre 1860…A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Etc…”. Dunque, Bertani annotava nel suo taccuino che “….A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Etc…”. Bertani annotava che, da Rotonda, da casa Fasanelli: “…da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Infatti, il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) …..A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr….. Etc..”. Dunque, secondo la diretta testimonianza del Bertani, che faceva parte della piccola comitiva di Garibaldi, arrivati a Rotonda e venuti a conoscenza degli spostamenti della truppa del generale Caldarelli, Garibaldi decise di deviare e di non proseguire per la strada consolare verso Lagonegro ma di andare sulla costa calabra per imbarcarsi per Sapri. Presa la decisione di arrivare a Sapri, Garibaldi da Rotonda manda un messaggio o un dispaccio al generale Turr che, invece, si trovava già a Sapri con le sue truppe che aveva trasportato da Paola. Garibaldi lo avverte del suo imminente arrivo a Sapri e gli ordina di recarsi in perlustrazione a Lagonegro e comunicargli la posizione delle truppe del Caldarelli. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il generale TURR ricevette da Rotonda l’ordine di Garibaldi, che gli ordinava di portarsi verso Lagonegro e comunicare notizie sul Caldarelli

Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, “Per le lapidi a’ martiri della Patria”, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre….A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio. Etc..”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a p. 454 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “…A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Jessie White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Dunque, la White Mario, riporta dal “Diario” di Agostino Bertani, la notizia che, Garibaldi, a Rotonda, dà ordini che si mandasse qualcuno ad avvisare Turr del suo arrivo. Bertani scriveva che da Rotonda, da casa Fasanelli: “…da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Dunque, secondo la diretta testimonianza del Bertani, che faceva parte della piccola comitiva di Garibaldi, arrivati a Rotonda e venuti a conoscenza degli spostamenti della truppa del generale Caldarelli, Garibaldi decise di deviare e di non proseguire per la strada consolare verso Lagonegro ma di andare sulla costa calabra per imbarcarsi per Sapri. Presa la decisione di arrivare a Sapri, Garibaldi da Rotonda manda un messaggio o un dispaccio al generale Turr che, invece, si trovava già a Sapri con le sue truppe che aveva trasportato da Paola. Garibaldi lo avverte del suo imminente arrivo a Sapri e gli ordina di recarsi in perlustrazione a Lagonegro e comunicargli la posizione delle truppe del Caldarelli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148 riferendosi a Turr, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.. Dunque, il generale Turr, che da poco era arrivato a Sapri, il 2 settembre 1860 invia da Sapri un messo che raggiunge Garibaldi a Rotonda. Garibaldi, da Rotonda, venuto avvisato dal Turr che si trovava a Sapri con le truppe, il 2 settembre 1860 gli inviò un messo con un suo dispaccio con ordini indirizzati al generale Turr che lo ricevette a Sapri. Garibaldi scriveva al Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Dunque, Garibaldi avvisa il generale Turr del suo imminente arrivo a Sapri. Ma quali erano gli ordini di Garibaldi per il generale Turr ?. Quale era il testo completo del messaggio che Garibaldi inviava al Turr a Sapri attraverso il messo (“il latore”) ?. Quali erano gli ordini di Garibaldi per il Turr ? Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro , amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla, ove pose il campo, trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò, la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 410-411, scriveva ancora che: “Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservargli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponenteverso la costa, e là né di strade né di sentieri v’é traccia alcuna.. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”

Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso viaggiando sulla groppa di muli arrivarono a SCALEA ?

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 701, in proposito scriveva che: “Il 1 settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; La notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino…..Il giorno 2 settembre toccò Rotonda (1), primo paese della Basilicata.”. Lacava, a p. 700, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi. Etc…”. Lacava, a p. 702, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La sera del giorno 2 il Generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per non incontrarsi in Lagonegro coi soldati di Caldarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 130 e ssg., in proposito scriveva che: “I. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli, per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, in questo passaggio confonde “Torraca” con “Tortora”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, pag. 702. Il Trevelyan nel suo mirabile lavoro – Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Emma Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del dittatore. Questi discese alla marina da un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”.  Mazziotti aggiunge anche: 4 – Rosagutti; 5 – Nullo; 6 – Nullo; 7 – Gusmaroli. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa. Giunti in prossimità di Laino infilarono la gola del fiume Lao, che nessun sentiero tracciava e che essi discesero per parecchie miglia al chiaro di luna. “Eccoci qui – esclamò il Bertani – noi sette su sette muli incamminati alla conquista d’un Regno”. Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Etc…(1)…”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. Forse riguarda il racconto dell’intinerario seguito da Garibaldi nella marcia verso il mare (verso l’estremità del Golfo di Policastro). Dunque, come si può leggere il Treveljan scriveva che: “Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, etc…”. Dunque, Garibaldi a Rotonda cambia itinerario e decide di partire sulla groppa di muli per Laino. Treveljan vuole che Garibaldi avesse lasciato Rotonda nella notte del 2 settembre. Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) Garibaldi, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Gusmaroli ed io partiamo da Castrovillari, in carrozza, alle 5 antimeridiane; ovazioni a Morano: il capo degl’insorti di Potenza ci annunzia essere pronti duemila volontari. A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende su’ monti, l’aria fresca ci tiene svegli. Arriviamo all’alba in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea; tutti e sette vi entriamo. Il generale si stende a prora, e noi lo copriamo con la vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta con sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato si affollano con le speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Carlo Pisacane è su le labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. A Sapri, su la spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione Türr acclamano il generale. Egli li carezza con gli occhi e li anima con la parola.” In questo passaggio del suo discorso Fortunato cita il “Diario” di Agostino Bertani che fu pubblicato da Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti (due giorni dopo il plenilunio); l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Il racconto prosegue con l’arrivo a Tortora, dove è ospitato in casa Lomonaco-Melazzi. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Scena caratteristica. un prete concitato vuole l’ordine di arresto per il notaio Marsigli che accisa di delitti reazionari, reclama giustizia per il martirio sofferto: il popolo si affolla, mormora….”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa.”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che la comitiva di Garibaldi, quando lasciò la strada carrozzabile a Rotonda e iniziò a scendere verso la costa per andare a Sapri, era composta da 1- Garibaldi; 2- Bertani; 3- Cosenz. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “Una famiglia di patriotti”, a p. CCIII, in proposito scriveva che: “Garibaldi partì da Cosenza il dì appresso senza esercito, precedendone l’avanguardia e solo accompagnato dai suoi aiutanti, dalle sue guide, e dal suo ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Attraversando il resto della Calabria, della Basilicata e la provincia di Salerno, trovò la rivoluzione compiuta dappertutto. Nessuno scrittore meglio del Racioppi ha descritto quella marcia meravigliosa e rapida (I).”. De Cesare, a p. CCIII, nella nota (I) postillava: “(I) Storia dei moti di Basilicata – Napoli, 1867.”. Si tratta del testo di Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860, pag. 407, Bari, Editore Laterza (prima edizione: Tip. Morelli, pagg. 343, Napoli. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò, la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i auli, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 217-219, in proposito scriveva: Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 411-412, in proposito scriveva che: Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto. Credo che Agrati abbia preso una svista. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Invece, Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: Ma il generoso Dittatore ad evitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”. Come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 24-25 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la sua marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., in proposito scriveva che: “.; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno”.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Per raggiungere il mare don  Bonaventura gli consigliò di risalire da Laino la valle del fiume Iannello seguendo la mulattiera fino al passo del Carro e di qui discendere la valle della Fiumarella lungo la mulattiera fino a Tortora, dove avrebbe trovato un ambiente favorevole preparato da don Bonaventura; un corriere con una lettera per Don Biagio Maceri l’avrebbe preceduto nella notte, da Tortora avrebbe potuto raggiungere il mare. Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30 (1) ; forse nel timore di una qualche imboscata lungo la mulattiera solitamente frequentata dai locali, i sette misero in atto una manovra diversiva, fingendo di seguire per un tratto il corso del fiume Lao, presero ad un certo punto il sentiero che risale  su per la valle del fiume Ianniello salendo su per le montagne (6) fino a raggiungere i Piani del Carro intorno alle ore 5:45 levata effettiva del sole nel nostro contesto orografico. Da quel punto si diramavano tre mulattiere (n.d.a. una per Aqualisparti, un’altra per Aieta, un’altra ancora per Tortora) incerti sulla via da prendere per Tortora, chiesero informazioni ad un pastorello: Paolo Maceri, che fino a tarda età avrebbe ricordato e raccontato i particolari dell’incontro a chiunque fosse stato disposto ad ascoltarlo (2). La mattina, intorno alle ore 7,30, il gruppo arrivò a Tortora dove trovò ad acclamarlo la schiera dei notabili, le autorità comunali e la folla dei paesani vestiti a festa organizzati e istruiti dai loro padroni. Era lunedì 3 settembre 1860. Dopo un discorso di benvenuto da parte di don Biagio Maceri, tra due ali di popolo festante e osannante, il gruppo di Garibaldi e quello dei notabili raggiunsero la casa dei Melazzi-Lomonaco in fondo al paese, dove Garibaldi e suoi sostarono per riposarsi e rifocillarsi (2). Le fonti non ci dicono se la sosta del Generale sia costata la consegna della cassa comunale, secondo il suo costume, documentato in più casi, di svuotare la tesoreria dei paesi di passaggio della truppa, ma è ragionevole pensare di sì, perché egli non si accontentava delle sole parole di adesione, questa doveva concretizzarsi o con il contributo in uomini o con quello finanziario (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Fanelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi – Incontri Editrice – pag. 154 e segg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (6) postillava: “(6) Agostino Bertani – Ire politiche d’Oltretomba, Tipografia G. Polizzi e CO – Firenze, 1869, pag. 71”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: ”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora etc…”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “Nei primi di settembre del 1860 Scalea fu in gioiosa agitazione: venne annunziato l’arrivo di Garibaldi. Garibaldi che doveva dal Pollino raggiungere il Tirreno seguendo il corso del fiume Lao sbagliò strada e finì a Tortora.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria.”. Dunque, in questo breve ma significativo passaggio, il Perini scriveva che Garibaldi, proseguendo la sua marcia da Morano, dopo Castrovillari, prosegue per Rotonda, ma, a Rotonda, scrive il Perini, non cambia itinerario come è ormai accertato dalla Storia e dalle testimonianze ma prosegue il suo viaggio all’interno della Basilicata e passando da Castelluccio arriva a Lauria. Perini, però di Lauria racconta l’episodio, a mio avviso identico, raccontato da Maxime Du Champ. Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino, tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46).”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta del manoscritto di Francesco De Fiore, “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, pubblicato da Antonio Emilio Parise in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania” ma, sebbene sia interessante il De Fiore ci parla della Spedizione fino alla resa di Ghio. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Dopo la capitolazione del generale Caldarelli e del generale Ghio con un esercito di quindicimila uomini, Garibaldi avanzò rapidamente da Cosenza a Castrovillari e il 2 settembre, accompagnato da Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e dal segretario Basso, toccò il territorio lucano, entrando in Rotonda, entusiasticamente acclamato dalla popolazione in delirio e dai patrioti. Gli fu consegnato il seguente messaggio inviatogli dal Governo Pro-dittatoriale lucano: “Al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi – Salute “Signore,…etc….Potenza, 1° settembre 1860. Nicola Mignogna – G. Albini”. Garibaldi si fermò per poche ore in casa Fasanelli; verso sera riprese la marcia in carrozza per Castelluccio. Nella valle del Mercure, sul fiume Lao, si incontrò con il colonnello Boldoni, capo militare della insurrezione lucana, da cui fu informato sulla situazione in atto nelle nostre contrade fino ad Auletta e da cui diede le istruzioni dettagliate sulle future azioni da svolgere lungo la strada da Lagonegro ad Auletta e da Auletta a Salerno. Informato poi che sulla strada da Castelluccio a Lagonegro si muoveva lentamente in ritirata, a piccole tappe, umiliata ed affamata, la Brigata Caldarelli, il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare. Ma, tornato sempre in carrozza sulla rotabile, e rientrato in Calabria, dopo di aver percorso una dozzina di chilometri, deve abbandonarla per avvicinarsi al mare ed infilare la gola del fiume Lao, il fiume che sbocca presso Scalea, ed ove non ci sono tracce di strade, ma sentieri orribili, come li dice Bertani nel suo diario. E così che verso le otto e mezzo, Garibaldi e i suoi compagni, montati su muli, procedono lungo la sponda sinistra del fiume. Etc…Dopo una distesa di parecchie miglia sotto il chiaro di luna, non potendo proseguire verso sud per quei sentieri, giunti presso Laino, essi guadano il fiume e passano sulla sponda destra, dirigendosi verso ponente. Rimontano sulle alture e costeggiano Aieta sul confine della Basilicata ed entrano a Tòrtora. Qui sostano e sono ospitati in casa di Emanuele Lomonaco-Melazzi, ove passano il resto della notte. La mattina del 3, scendono alla marina in quel tratto di spiaggia equidistante tra Scalea e Maratea, a destra della foce del fiume Castrocucco (o Noce), quindi in territorio di Maratea. Tale fiume divide la Calabria dalla Basilicata. In quella deserta spiaggia, etc…”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, a pp. 313-314, in proposito scriveva: “Un prete reazionario. La delusione degli Scaleoti. Il ricevimento di Tòrtora. Il Bertani, nel suo Diario, dimentica molte cose: il pernottamento a Tòrtora e il nome delle contrade e dei paesi che la comitiva attraversa nella lunga cavalcata. Parla di un arco trionfale a ‘Casaletto’ (quale?), e di una scena abbastanza caratteristica, indice dello stato in cui versano le popolazioni che chiedono giustizia, nonchè delle lotte personali e di famiglie che vorrebbero passare per lotte di partiti, ma non ne dice il luogo. Questa scenetta, a nostro avviso, doveva essere accaduta lungo il tratto che da Tòrtora scende al mare, come si rileva dalle stesse parole del Bertani, perchè accadde quando il Generale e i suoi compagni “per la costa del monte arrivano in vista della spiaggia”. “Un prete concitato- si legge nel Diario – vuole l’ordine d’arresto per il notaio ‘Marsigli’ che accusa di delitti reazionari; reclama giustizia sul martirio sofferto: il popolo si affolla, mormora contro il prete. Entra il sindaco; risulta che il prete è cattivo e fanatico, che suo fratello ha defraudata la sorella del notaio. “Fate far la pace voi, mio bello”, dice una buona vecchierella al generale, il quale, ordinando il rilascio del notaio, raccomanda la pace fra le due famiglie; al popolo di armarsi per combattere. Il prete furioso! Nella sua faccia, nel suo inveire si vede il reazionario; chi sa quanto mae ha fatto e farà”. (Il notaio di cui si parla – ‘Marsiglia’ e non ‘Marsigli’ – era di quelle parti e fu dopo per molti anni notaio di Scalea, capoluogo di Mandamento). Quando nei paesi sparsi lungo le contrade che il Dittaore doveva percorrere per giungere al mare, si sparse la voce del suo arrivo, folti gruppi di gente stava ad attenderlo per vederlo passare. Anche a Scalea si diffuse la voce ch’egli si dirigeva verso la sua marina. Allora molti patrioti del luogo si recarono ad incontrarlo, come soleva narrarmi il mio genitore, allora quattordicenne, e che fu tra quelli. Ma se ne tornarono delusi, quando seppero che s’era diretto verso ponente (4). A Laino egli fu ricevuto tra le più vive manifestazioni di giubilo. L’avvenimento è ricordato da Giuseppe Gioia, un prete di sentimenti patriottici, allora giovane: “Nel 1860 le amate rive lainesi ripeteron l’eco delle grida festanti che salutavano l’arrivo del Leggendario Duce L’ombra annosa di Laos si riscosse ed esultò nel sentire sullesue zolle l’orme del piè di Giuseppe Garibaldi. E lo storico fiume vide specchirsi nelle onde la marziale figura dell’Eroe, che, attraversandolo, sostava a contemplarlo: mentre il raggio sereno della propizia luna nella notte del 3 settembre rischiarava il cammino del Duce intrepido, che per le balze dei monti lainesi scendeva alla marina di Aieta-Tortora per salpare a’ trionfi del 7 settembre, etc…”. Pepe, a p. 316, nella nota (4) postillava: “(4) A Scalea furono festeggiati quei garibaldini che nei giorni seguenti al passaggio di Garibaldi passarono di là per raggiungere la ‘Consolare’, come ne fa fede la deliberazione del ‘Decurionato’ in data 18 ottobre 1860 per omologare le spese sostenute, sottoscritta da G. De Cesare, Franceso Cupìdo, Giovanni Cupìdo, Emanuele Pepe, Antonio De Carlo, Biagio Siciliano. Il 5 novembre lo stesso Decurionato, presieduto dal Pepe, deliberò ad unanimità d’intitolare il Monte pecuniario, che portava in nome di Ferdinando di Borbone, a quello “dell’immortale eroe di Varese, Como, Palermo, Giuseppe Garibaldi”. In data 14 novembre, riunitosi nuovamente omologò la spesa per la festa dell’undici in occasione dell’entrata “dell’augusto nostro monarca Vittorio Emanuele”. Etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 331-332, in proposito scriveva che: “Sul resto del viaggio gli storici non sono d’accordo, per cui già da qualche anno, il Prof. Attilio Pepe afrontò la questione e fece luce (12). Poiché le truppe del generale Cardarelli, la sera del 2 settembre erano ancora a Castelluccio, a pochi Km. da Rotonda, Garibaldi, al fine di evitare qualche brutto incontro con la retroguardia, preferì ritardare la partenza di qualche ora. Così a notte inoltrata partì in carrozza. Alle vicinanze di Laino, abbandonò la rotabile, e sul dorso di cavalli e muli col seguito di sei persone – il Bertani dice quattro – s’avviò lungo il sentiero che costeggia il fiume Lao per giungere a Scalea. Ma nonostante il bel chiaro di luna, la comitiva sbagliò la strada ed andò a finire a Tortora, dove, stanca, si riposò quella notte, e dove ancora si mostra la stanza in cui dormì Garibaldi. La mattina del 3 settembre l’eroe riprese il viaggio e giunse a Marina di Tortora, precisamente alla sponda destra della foce del fiume Castrocucco. Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Quandel, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi eguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”    

Nel 3 settembre 1860, Bixio prende la 18° Divisione

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Bixio pigliava la 18° Divisione col seguente ordine del giorno: “D’ordine del Generale in capo, prendo il comando della 18 divisione. Catanzaro, 3 settembre 1860. Firmato: Bixio.”. Dunque, dopo aver ricevuto l’ordine dal generale Turr che la XVI divisione andava a lui, Bixio, che si trovava a Catanzaro, accetta la 18° Divisione. 

NEL 3 SETTEMBRE 1860, TURR PARTI’ DA SAPRI PER ANDARE A LAGONEGRO, FORSE PORTANDO CON SE’ ANCHE PIOLA-CASELLI

Nel 3 settembre 1860, da Sapri, alle 3 del mattino, la partenza del generale TURR, che aveva ricevuto da Rotonda, da Garibaldi che gli ordinava di portarsi in perlustrazione verso Lagonegro. Turr, lasciò le truppe ai comandi di RUSTOW e si allontanò con il PIOLA, latore di una lettera di Depretis 

Arrivato a Sapri, il 2 settembre 1860, il generale Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto.  Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi, ma oltre a queste vi dovevano essere anche le colonne del Caldarelli. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. Come vedremo, alcuni danno questa versione e danno Turr partito nelle prime ore del mattino del 3 settembre 1860 mentre altri danno una versione diversa scrivendo che Turr ricevette Garibaldi a Sapri ed insieme, tra cui anche Rustow, si recarono al Fortino. La prima versione, ovvero quella di avere lasciato Sapri prima dell’arrivo di Garibaldi e di Cosenz, avvalora anche l’altra ipotesi mia che Turr, nel lasciare Sapri nelle prime ore del mattino portò con il suo piccolo seguito anche il ministro della marina siciliana Piola-Caselli e forse anche il capitano Augier. Vediamo cosa è stato scritto. Un testimone di eccezione è il colonnello Wilhelm Rustow che era sbarcato a Sapri, il giorno 2 settembre insieme al Turr per portarvi da Paola le truppe garibaldine. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.. Dunque, Garibaldi scriveva al generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro”. Dopo aver ricevuto il messaggio e l’ordine di Garibaldi, il generale Turr che, nel 2 settembre si trovava a Sapri, insieme a Rustow, con le truppe portate ivi da Paola, il 3 settembre, di buon mattino, si allontanò in perlustrazione, con pochi uomini, dirigendosi verso Lagonegro dove si sapeva che erano arrivate le truppe borboniche del generale Caldarelli, il quale però, pare non avesse intenzione di rispettare i patti stipulati con il Morelli a Cosenza. E’ per questo motivo che Garibaldi, da Rotonda invia un primo ordine a Turr, che gli aveva comunicato di essere arrivato a Sapri. Garibaldi, arrivato a Sapri il giorno 3 setembre, da casa Gallotti invia un secondo messaggio o dispaccio a Turr, che già si trovava verso Lagonegro per ordinargli di fargli sapere al più presto notizie di Caldarelli. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: A Sapri c’era duopo attendere gli ordini del Dittatore; per accelerare il cui arrivo, Turr il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io avevo intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Etc…” (qui vi è l’errore perchè si tratta di Lagonegro). Dunque, secondo il colonnello polacco Wilhelm Rustow, a Sapri, il generale Turr si partì per Lagonegro alle prime ore del mattino del 3 settembre 1860. Per quegli eventi la miglior ricostruzione storica è quella di un testimone d’eccezione, il colonnello Polacco Wilhelm Rustow (….) che, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, riferendosi al giorno 3 settembre, ovvero all’arrivo di Garibaldi a Sapri, in proposito scrivea che: Mentre Turr alle tre della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi…”. Dunque, Porro e Bizzonero, nella loro traduzione del colonnello Rustow scrivevano che il generale Turr si allontanò da Sapri il giorno 3 settembre 1860, di buon mattino. Sappiamo che ciò avvenne su espresso ordine di Garibaldi che da Rotonda aveva inviato un dispaccio a Turr che, il giorno prima era sbarcato a Sapri, insieme a Rustow con le truppe garibaldine ivi portate da Paola. Rileggendo Rustow, testimone di eccezione, sappiamo che Turr si parte da Sapri alle 3 del mattino del 3 settembre 1860. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, …etc…”. Dunque, Bizzonero scriveva che, il generale Turr, diretto verso Lagonegro, aveva portato con sè “…nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè….”. Rustow, nella traduzione di Bizzonero lasciava intendere che il generale Turr, lasciando Sapri si era allontanato con una buona “provvista di armi”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Un altro testimone di eccezione è Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, all’arrivo a Lagonegro, a p. 215, in proposito scriveva che: “….Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…etc…” che tradotto significa: “….Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc…”. Dunque, il Forbes scriveva e testimoniava che quando egli con la sua colonna arrivò a Lagonegro, il giorno 2 settembre, il generale Turr era lì atteso ma ancora non era arrivato. Forbes scriveva che, il 2 settembre, al suo arrivo, a Lagonegro trovò Trecchi e Nullo che erano stati ivi inviati da Garibaldi, che a Rotonda gli aveva ordinato di andare a cercare di parlare con il generale borbonico Caldarelli. Dunque, pare che quando arrivò Forbes a Lagonegro egli dice di aver pranzato insieme a Trecchi, Nullo e al generale Caldarelli e, quando arrivò a Lagonegro il generale Turr, il Caldarelli già era partito e, il Turr non potette parlarci. Questo fatto però non è del tutto chiarito.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni scriveva che: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Infatti, arrivato a Lagonegro, il generale Turr seppe che il generale borbonico Caldarelli era stato a Lagonegro ma era ripartito sulla consolare con le sue truppe e quindi gli invia, da Lagonegro, un telegramma in cui gli intimava di arrendersi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, etc…”. Alcuni, come il Moliterni sostengono la tesi secondo cui il generale Turr si allontanò da Sapri per perlustrare la zona. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi ricevuto da Rotonda), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare per conoscere la posizione del generale Caldarelli. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”. Riguardo l’orario di partenza di Turr da Sapri, che, come si è visto è stata una partenza mattiniera, molto presto, forse le tre o le 4 del mattino, unica nota stonata è il racconto di  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino….Etc…”. Agrati scriveva che: “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra…riferendosi al giorno 2 settembre 1860. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle ore 17,00 (pomeriggio) del giorno 2 settembre 1860. Ma ciò non credo che corrisponda al vero. Infatti, il telegramma o il dispaccio di Garibaldi, pervenutogli a Sapri, in cui Garibaldi gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr, avuta la notizia che sarebbe stato raggiunto da Garibaldi a Sapri, ignaro delle sue manovre, il 3 settembre, di buon mattino, con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro sperando di incontrarlo, e non con l’intento di proteggerlo da eventuali sorprese che sarebbero potute sortire dalle truppe del Caldarelli in ritirata da Cosenza, dove, abbiamo visto, aveva capitolato (2).”. Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Riguardo questa notizia, il Policicchio non è stato molto preciso. E’ vero che il Generale Turr, di stanza con le sue truppe a Sapri, di buon mattino si allontanò da Sapri per portarsi verso Lagonegro ma ciò avvenne per preciso ordine di Garibaldi che nella lettera a lui indirizzata, da Rotonda, il 2 settembre, gli annunciava l’arrivo a Sapri e gli ordinava di portarsi verso Lagonegro, probabilmente per coprirgli le spalle, al Fortino dove poi si incontrarono e, prendere informazioni sul Caldarelli. E’ nota a tutti il dispaccio che Garibaldi scrisse a Turr da Rotonda, il 2 settembre. In secondo luogo non so dove Policicchio asserisca che il Turr “…con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Tuttavia, anche per me, la documentazione che riguarda l’aministrazione del Comune di Sapri, nel 1860 è limitata. Forse la testimonianza di Osvaldo Perini e di Maxime Du Champ riguarda proprio l’allontanamento da Sapri del generale Turr che si recò, su ordine di Garibaldi, verso Lauria e Lagonegro per osservare gli spostamenti della truppa del generale Caldarelli. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490 e ssg., in proposito scriveva che: “XLIX. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto all’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città, tuttavia presidiata dai Regii. I tre volontari, penetrati sino in piazza,  s’imbatterono in un corpo di tremila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrisri per questo, e non mostrando nemmeno a vedersi del pericolo in cui erano incorsi, eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli. Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altr gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani e non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’impossessarsi delle vostre persone etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 249-250, in proposito scriveva pure che: Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, erto su una collina, con la via principale così larga da rassomigliare ad un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, non ci è possibile trovare bestie da tiro, e siamo costretti a tenere il postiglione che ci ha portati da Rotonda in poi; povero ragazzo, è pieno di buona volontà, ma ci dimostra che, se non si vuole correre il rischio di vederli cadere sfiniti, i cavalli non possono proseguire. Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi.”Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 151 e ssg., in proposito scriveva che: “…; ma prevedendo come questa forma avrebbe offeso ancora Garibaldi quando l’avesse saputa, l’abrebbe offeso come se fosse diretta unicamente contro la sua persona, Cavour scrisse al Generale, che già era giunto a Salerno, la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col Suo amico il capitano Laugier (1) sono rimasto convinto essere, etc…(1).”. Nazari Micheli, a p. 151, nella nota (1) postillava: “(1) Credo debba dirsi AUGIER.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 152, nella nota (1) postillava: “(1) e (3) CHIALA, Lett., cit., vol. III, p. 308 e vol. IV, p. 3.”. E’ interessante ciò che scrive la Nazari sulla lettera che Cavour scrive il 31 agosto 1860 da Torino, indirizzata a Garibaldi. Ella scriveva che Garibaldi: “…già era giunto a Salerno, etc…”. La partenza di Augier da Napoli, per mezzo dell’ammiraglio Persano è documentata e Garibaldi ancora non era arrivato a Salerno come scrive Nazari. E’ molto probabile che il capitano Augier completò la sua missione per conto di Cavour partendo da Paola o da Sapri ed accompagnato da Turr verso il Fortino o la consegnò personalmente a Garibaldi a Sapri prima che egli ripartisse per il Fortino. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 268, in proposito è scritto che: “887. Francesco Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860. Eccellenza, Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi a’ di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestasrsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro jeri rispose negativamente a Depretis che gli domandava istantatemente l’annessione immediata della Sicilia. Etc…(269, la lettera di Astengo continua) Il Dittatore ha un’armata di 30.000 uomini e lasciò nelle Calabrie 40.000 circa armati. Ha ricevuto sempre con benevolenza il Marchese di Villamarina. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito a’ suoi ordini riguardo l’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Riaccese l’odio contro tutti quelli che circondano il Dittatore contro Bertani. Parlò al Generale in modo così franco come fin qui nessuno aveva usato di fare. Garibaldi ne rimase commosso e lo colmò di onori, ebbe sempre un posto alla sua mensa e sedette alla destra nella sua carrozza quando si mostrò in pubblico. Un suo ordine scritto prescrisse che gli fosse sempre etc…”. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi al Generale Turr che, da Sapri, con il suo seguito partì per raggiungere Lagonegro, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Tiirr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli,  così : Sono giunto qui alle 3 *i2. Io marcerò con la vostra colonna. Etc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, il generale Turr, partitosi da Sapri, era andato a Lagonegro senza seguito. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, ….”

Nel 3 settembre 1860, alle 3 del mattino, il generale Turr, da Sapri, si recò a Lagonegro, ed a spese del comune di Torraca (?) si servì di guide “persone del luogo”

Sappiamo che di buon mattino, il generale Turr, su ordine di Garibaldi, avendo ricevuto il dispaccio da Rotonda, partì da Sapri e si diresse con pochi suoi fidi ufficiali verso Lagonegro.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove …..etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino….Etc…”. Agrati scriveva che: “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra…riferendosi al giorno 2 settembre 1860. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle ore 17,00 (pomeriggio) del giorno 2 settembre 1860. Ma ciò non credo che corrisponda al vero. Infatti, il telegramma o il dispaccio di Garibaldi, pervenutogli a Sapri, in cui Garibaldi gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi al Generale Turr che, da Sapri, con il suo seguito partì per raggiungere Lagonegro, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Tiirr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, …Etc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, il generale Turr, partitosi da Sapri, era andato a Lagonegro senza seguito. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr, avuta la notizia che sarebbe stato raggiunto da Garibaldi a Sapri, ignaro delle sue manovre, il 3 settembre, di buon mattino, con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr….., con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio scriveva che il generale Turr si portava a Lagonegro “con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Dunque, Policicchio scriveva che Turr, con un piccolo seguito si recò a Lagonegro “…e a spese del comune di Torraca”. Ferruccio Policicchio, però, più tardi, in un’altra sua pubblicazione: “Le camicie rosse nel Golfo di Policastro” (in “Garibaldi e Garibaldini in Provincia di Salerno”, ed. Plectica, ed. 2005, cambia versione e non dice nulla delle “spese a carico del Comune di Torraca”. Policicchio, a p. 282, in proposito scriveva: “L’ufficiale, ignaro delle manovre di Garibaldi, il 3 settembre, di buon mattino e con truppa limitata, si portò a Lagonegro etc…”. Vi è da dire che il generale Turr non era tanto “ignaro delle manovre di Garibaldi” visto che aveva ricevuto il dispaccio da Garibaldi stesso che glielo aveva inviato da Rotonda a mezzo di un messo inviato appositamente da Rotonda a Sapri. Ritorniamo a ciò che Policicchio aveva scritto sul viaggio di Turr da Sapri al Fortino “spese a carico del comune di Torraca”.  E’ molto probabile che il generale Turr, allontanatosi da Sapri e dalle sue truppe che aveva lasciato a Sapri a Rustow, risalì verso il mandamento di Lagonegro passando prima da Torraca e, ricalcando lo stesso percorso che tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane con i suoi Trecento. Il percorso sarà descritto da Rustow che però risalirà da Vibonati, passando nel teritorio di Torraca ecc…Ma, la notizia fornitaci da Policicchio è quella che il comune di Torraca dovette partecipare alle spese per tale viaggio. Si trattava forse delle spese che bisognava approntare per tale viaggio, come ad esempio le spese per pagare delle guide  che conoscevano bene il percorso aspro ed impervio che permettesse di risalire a Lagonegro o al Fortino senza avere sgraditi incontri ?. Infatti, Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Mezzo secolo prima, durante l’occupazione dei francesi, i Generali Reyner e Massena vi trovarono forte resistenza prima di giungere in fondo alla Calabria.”. Turr, con il suo piccolo seguito non conosceva il percorso e soprattutto doveva percorrere sentieri aspri e dirupi che permettessero a lui ed al suo piccolo seguito di non incappare in brutte sorprese e quindi passò per Torraca per ingaggiare, a spese del comune delle guide esperte di quei luoghi. Infatti, il colonnello Rustow, nel suo racconto tradotto da Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, etc..” e, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi.”. Sebbene Rustow non parlasse del viaggio intrapreso dal generale Turr, ma parlava del suo che intraprese il giorno dopo da Vibonati, descrive bene e testimonia l’angustia che dovettero affrontare i garibaldini per risalire verso il Fortino di Casaletto. Queste guide, perfetti conoscitori dei luoghi da percorrere, erano “persone del luogo”,come più tardi scriveva il colonnello Rustow. Sulle guide, di cui si servì sicuramente il generale Turr, dovendo risalire da Sapri al Fortino, troviamo un’altra notizia che riguarda una guida di Torraca. Si tratta di Marcello BRANDI, che poi, in seguito sarà Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Infatti, l’ex preside ed amico, Gioacchino Vaiano, nel suo “All’aria aperta – poesie”, ed. Il Papiro, Sapri, 2008, a p. 101, nella sua lirica “Racconti di famiglia”, scriveva: “U vavu Marciello, ch’era u figliu du Sinnacu Francesco Brandi ca fece u cambanaru, com’è scrittu oramaie ndà storia du paisu nuostu, pe se nzurà a vava Giuanna, l’abbrazzau etc…u diariu addò u maritu avìia scrittu quiddu fattu viecchiu de l’abbrazzu nzieme a tand’ate cose da famiglia. Ngera scrittu pure du cavaddu iangu ca Garebbalde avìia regalatu o vavu Marciellu, quannu veneddu da Vibonati pi Pagliuuoli, l’avìia accumpagnat versu u Furtinu, pa via adduv’era passatu Carlu. Come “chi era Carlu ?”, era Carlo Pisacane, ….U vavu Marciellu, nepote mìiu, etc…”. Dunque Vaiano racconta di questo scritto che aveva trovato sua nonna dove vi erano state appuntate alcuni fatti storici dell’epoca di Pisacane e di Garibaldi che avevano riguardato direttamente il nonno (u vavu) Marcello Brandi, figlio di Francesco Brandi, Sindaco di Torraca nel …….. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 203 scriveva: “Appendice – Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità – Francesco Brando dal 1906 al 1808.”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca. La notizia è interesante perché ci pone una ulteriore domanda. Perchè dovevano essere spese a cui provvide il comune di Torraca e non il comune di Sapri visto che Sapri era già comune dal 1810 ?. Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “La rifondazione possiamo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.“. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta che nel 1810 il 6° Sindaco di Sapri era “6) – Vincenzo Peluso” e, dal 1810 il 7° Sindaco “7) – Lorenzo Autuori nel 1811”. Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala Consilina del Regno delle Due Sicilie. Presumo che la risposta si trovi nel fatto che le guide erano di Torraca e non di Sapri.  Notizia questa interessante ma suffragata da documenti storici del Comune di Torraca ? Certo è che all’epoca, i Comuni, i Municipi, su disposizione del Matina e di Alfieri d’Evandro nel Cilento e l’Albini in Basilicata, dovettero partecipare alle spese del movimento insurrezionale. Mi chiedo però, perchè mai, per le spese della risalita al Fortino di Turr avrebbe dovuto partecipare il Comune di Torraca, come sostiene Policicchio,  visto che Sapri era da tempo Comune ? Esistono delle delibere Decurionali del Comune di Torraca che suffragano alcune notizie di quel periodo ma, per quel che ci è dato sapere ad oggi, le spese del Comune di Torraca riguardavano le “guide” che dovevano accompagnare il generale Turr in perlustrazione e risalire verso Lagonegro. Le guide servivano a Turr per una maggiore sicurezza nell’attraversare un territorio a lui sconosciuto ed evitare che si potesse imbattere in truppe borboniche nemiche. Sui documenti che attesterebbero le notizie dateci da Policicchio, più innanzi parlerò dell’unico libro esistente presso il Comune di Sapri. Si tratta di una raccolta di Delibere Decurionali del Comune di Sapri che inizia dal 1818 e finisce al 1847, ovvero a prima dei fatti del Carducci. Di tutta la parte che riguarda il periodo di Garibaldi vi sono i documenti conservati all’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli.

Nel 3 settembre 1860, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, comandante della Marina Siciliana, inviato dal Prodittatore della Sicilia Depretis per consegnare una lettera a Garibaldi, imbarcatosi con Turr e Rustow a Paola sbarcò a Sapri e da Sapri partì insieme a Turr per andare al Fortino per incontrare Garibaldi ?

Sappiamo del viaggio del Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 3 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. A Sapri, Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto.  Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. Come vedremo, alcuni danno questa versione e danno Turr partito nelle prime ore del matino del 3 settembre 1860 mentre altri danno una versione diversa scrivendo che Turr ricevette Garibaldi a Sapri ed insieme, tra cui anche Rustow, si recarono al Fortino. La prima versione, ovvero quella di avere lasciato Sapri prima dell’arrivo di Garibaldi e di Cosenz, avvalora anche l’altra ipotesi mia che Turr, nel lasciare Sapri nelle prime ore del mattino portò con il suo piccolo seguito anche il ministro della marina siciliana Piola-Caselli e forse anche il capitano Augier.

Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Dunque, da queste notizie sappiamo che Piola-Caselli rientrò a Palermo, probabilmente imbarcatosi proprio da Sapri, il 5 settembre ma non conosciamo le tappe del suo viaggio di andata per arrivare ad incontrare Garibaldi.  Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…..IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina.”. Sappiamo che il ministro della Marina Siciliana di Garibaldi Piola-Caselli si incontrò con Garibaldi al Fortino dove lo raggiunse il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie certe sul suo viaggio e sull’itinerario che egli seguì, imbarcandosi a Palermo per la missione delicatissima e segreta affidatagli dal Depretis. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annssione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese ; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa, per Vibonate.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “……………..”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che  Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. E’ molto probabile però che Piola Caselli, inviato da Depretis, arrivò la sera stessa a Paola e da lì, giorno 2 settembre arrivò con Turr a Sapri via mare. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia….”. …..(1).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “….Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, …..Etc…”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “….con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; ……Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione…..Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando nella Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia.”.”. Infatti, dello storico incontro avvenuto nella locanda o taverna del Fortino del Cervaro o di Casaletto, ha scritto Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….(p. 73)…..vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra via il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui fissata avvenuto.. Sulla missione di Piola Caselli, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto. Mi accorsi bensì di qualche imbroglio ma più di esso etc….(p. 74) vidi Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora m’avvidi etc….”. Dunque, riguardo il viaggio di Piola Caselli che venne al Fortino ad incontrare Garibaldi, Bertani riferisce che egli si era partito da Palermo, e che egli arrivò al Fortino. Bertani scriveva nel suo Diario dello storico incontro al Fortino che “il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana”, aveva raggiunto la Taverna del Fortino del Cervaro “raggiunto per altra via”, intendendo che Piola non fece la stessa strada che aveva fatto Garibaldi e Bertani, ma ciò non esclude, come io credo, che Piola sia sbarcato a Sapri il 2 settembre con il generale Turr provenienti da Paola dove era arrivato il 1° settembre e che, con lui, , il giorno 3 settembre, di buon matino sia risalito verso Lagonegro e poi al Fortino. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pure che: “Ne seguì una forte tensione nel governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° Settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (16) postillava: “(16) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. C. Piola Caselli, “Cronache marinare”  di Giuseppe Alessandro Piola Caselli – Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, riportando i passi di Bertani (….), in proposito scriveva che dopo il colloquio con Garibaldi al Fortino: “Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (2).”. Pesce, a p. 37, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, pag. 71.”. E’ molto probabile che il maggiore Piola Caselli, in seguito allo storico incontro al Fortino ridiscese al porto di Sapri dove l’aspettava un piroscafo a vapore che lo riportò a Palermo per riferire a Depretis. Sappiamo che Piola giunto a Palermo e riferì al Depretis la mancata autorizzazione di Garibaldi all’annessione, tanto che in seguito Depretis si dimise. Infatti, Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riporta delle sue considerazioni ma pubblica le parole di Bertani e, non parla affatto di Piola. Sulla White, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Nel ……, nel testo di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a p. 100 è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Adamoli, a p. 102, in proposito scriveva: “Poco dopo Piola parte; Garibaldi si rimette in carrozza con i suoi seguaci, etc…(628)….Ect…Intanto Piola il 5 rientra a Palermo con la risposta: trova la città agitata etc…”. Adamoli, curando il testo, a p. 102, nella nota (628) postillava: “(628) L. Quandel Vial, Ibidem.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. …..Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, etc…E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che  Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli , e che , come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione . Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti , Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Quandel, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”

Nel 3 settembre 1860, a Lagonegro, il generale Turr mandò al generale Caldarelli l’avvertimento di rispettare la capitolazione stipulata a Cosenza

A Sapri, Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto.  Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi, ma oltre a queste vi dovevano essere anche le colonne del Caldarelli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro”. Il Pecorini-Manzoni scriveva che Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Infatti, la notizia secondo cui quando arrivò Turr a Lagonegro la colonna del Caldarelli era già partita da Lagonegro è testimoniata da Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, all’arrivo a Lagonegro, a p. 215, in proposito scriveva che: “….Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…etc…” che tradotto significa: “….Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc…”. Dunque, il Forbes scriveva e testimoniava che quando egli con la sua colonna arrivò a Lagonegro, il giorno 2 settembre, il generale Turr era lì atteso ma ancora non era arrivato. Forbes scriveva che, il 2 settembre, al suo arrivo, a Lagonegro trovò Trecchi e Nullo che erano stati ivi inviati da Garibaldi, che a Rotonda gli aveva ordinato di andare a cercare di parlare con il generale borbonico Caldarelli. Dunque, pare che quando arrivò Forbes a Lagonegro egli dice di aver pranzato insieme a Trecchi, Nullo e al generale Caldarelli e, quando arrivò a Lagonegro il generale Turr, il Caldarelli già era partito e, il Turr non potette parlarci. Questo fatto però non è del tutto chiarito.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni scriveva che: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Infatti, arrivato a Lagonegro, il generale Turr seppe che il generale borbonico Caldarelli era stato a Lagonegro ma era ripartito sulla consolare con le sue truppe e quindi gli invia, da Lagonegro, un telegramma in cui gli intimava di arrendersi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, etc…”. Pecorini-Manzoni scriveva che, il generale Turr, arrivato a Lagonegro, il giorno 3 settembre 1860 scrisse un dispaccio al generale Caldarelli, in cui gli intimava di arrendersi e di attenersi alla capitolazione stipulata con il Morelli a Cosenza. Dalle informazioni assunte, Turr venne a sapere che il generale borbonico Caldarelli era già partito da Lagonegro e non aveva rispettato i patti stabiliti col Morelli a Cosenza. Infatti, Pecorini scriveva: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 149 scriveva che il generale Turr, recatosi a Lagonegro ed appreso del generale Caldarelli e delle sue truppe borboniche non si trovavano più a Lagonegro e quindi molto probabilmente Turr temendo che il Caldarelli studiava una sortita contro Garibaldi, scriveva:Turr…e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Inoltre, il Pecorini-Manzoni, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini scriveva che il generale Turr, da Lagonegro comunicava a Garibaldi, che ancora non era arrivato a Sapri, del dispaccio-intimazione di resa che aveva inviato a Caldarelli. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Oddo, continuando il suo racconto ci dice del generale Caldarelli e della posizione delle sue truppe borboniche:  “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie” continuando il suo racconto scriveva pure di Rustow a Sapri: “A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri…Garibaldi scrisse al Turr….Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria, ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr, avuta la notizia che sarebbe stato raggiunto da Garibaldi a Sapri, ignaro delle sue manovre, il 3 settembre, di buon mattino, con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro sperando di incontrarlo, e non con l’intento di proteggerlo da eventuali sorprese che sarebbero potute sortire dalle truppe del Caldarelli in ritirata da Cosenza, dove, abbiamo visto, aveva capitolato (2).”. Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Devo però precisare che l’amico Ferruccio in questo passaggio non è stato preciso, in quanto, il generale Turr ebbe precisi ordini da Garibaldi che gli scrisse da Rotonda e gli ordinò di portarsi in perlustrazione verso Lagonegro, come si è visto. Infatti, il Turr partirà di buon mattino da Sapri, forse in compagnia di Auger e di Piola. Il Generale Turr, di stanza con le sue truppe a Sapri, di buon mattino si allontanò da Sapri per portarsi verso Lagonegro ma ciò avvenne per preciso ordine di Garibaldi che nella lettera a lui indirizzata, da Rotonda, il 2 settembre, gli annunciava l’arrivo a Sapri e gli ordinava di portarsi verso Lagonegro, probabilmente per coprirgli le spalle, al Fortino dove poi si incontrarono e, prendere informazioni sul Caldarelli. E’ nota a tutti la lettera che Garibaldi scrisse a Turr. La lettera è del 2 settembre scritta da Garibaldi a Rotonda. Devo altresì soffermarmi anche sull’altra notizia che ci dà il Policicchio e cioè che “Il Generale Turr….., con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio scriveva che il generale Turr si portava a Lagonegro “con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Notizia questa interessante ma suffragata da documenti storici del Comune di Torraca ? Certo è che i Comuni, i Municipi, all’epoca, su disposizione del Matina e di Alfieri d’Evandro dovettero partecipare alle spese del movimento Rivoluzionario ma perchè avrebbe dovuto partecipare il Comune di Torraca visto che Sapri era stato già elevato a Comune ? Esistono delle delibere Decurionali del Comune di Torraca che suffragano alcune notizie di quel periodo ma, per quel che ci è dato sapere ad oggi, le spese del Comune di Torraca riguardavano le “guide” che dovevano accompagnare il generale Turr in perlustrazione e risalire verso Lagonegro. Le guide servivano a Turr per una maggiore sicurezza nell’attraversare un territorio a lui sconosciuto ed evitare che si potesse imbattere in truppe borboniche nemiche. Infatti, Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Sui documenti che attesterebbero le notizie dateci da Policicchio, più innanzi parlerò dell’unico libro esistente presso il Comune di Sapri. Si tratta di una raccolta di Delibere Decurionali del Comune di Sapri che inizia dal 1828 e finisce al 1847, ovvero a prima dei fatti del Carducci. Di tutta la parte che riguarda il periodo di Garibaldi vi sono i documenti conservati all’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli. Sulla situazione delle truppe borboniche del generale Caldarelli abbiamo la testimonianza di Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 250, in proposito scriveva pure che: ” Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, …..Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi. Etc…”. Nel proseguire il suo racconto, il Du Champ racconta dell’episodio di cui aveva appreso a Lagonegro, e a p. 251, scriveva ancora: “Due giorni prima del nostro arrivo, era accaduto a Lagonegro un fatto singolare. Tre ufficiali del nostro esercito, in camicia rossa, e provenienti da Sapri, erano entrati nella città. Vi trovarono tremila Napoletani, uno squadrone di cavalleria, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo ; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1° settembre il generale Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse , sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Quandel, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi eguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”.  

Nel 3 settembre 1860, da Lagonegro, il generale Turr scriveva a Garibaldi (che stava arrivando a Sapri), fornendogli notizie sul Caldarelli. Garibaldi arrivando a Sapri troverà il dispaccio di Turr che gli comunicava che Caldarelli era già partito da Lagonegro

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Turr….a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. In questo passaggio, però, devo precisare che rilevo una evidente incongruenza. Si tratta della frase: avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Si tratta della notizia che il Pecorini scrive che secondo lui, Garibaldi avuto le notizie del Caldarelli dal generale Turr, si decideva a scendere verso la costa e si imbarcava per Sapri. La tempistica non è verosimile in quanto Garibaldi, a mio avviso, già a Rotonda aveva deciso di imbarcarsi per Sapri. Si tenga presente che il generale Turr si trovava in perlustrazione a Lagonegro, secondo la testimonianza di Forbes (….), egli si trovava a Lagonegro il 3 settembre 1860, dove aveva incontrato Forbes, Nullo e Trecchi, che gli dissero che avevano pranzato con Caldarelli che Turr non trovò. Dunque, quando Turr scrive ed invia il dispaccio da Lagonegro a Garibaldi, siamo già verso la fine della mattinata del giorno 3 settembre 1860 quando Garibaldi cioè, egli, era ancora sui muli per giungere alla marina di Tortora. Garibaldi non era arrivato a Sapri, ma, insieme ai sei compagni, già a Rotonda aveva deciso di cambiare itinerario e portarsi a Sapri. Pecorini scriveva che il generale Turr, da Lagonegro comunicava a Garibaldi, che ancora non era arrivato a Sapri, del dispaccio-intimazione di resa che aveva inviato a Caldarelli. Dalle informazioni assunte, Turr venne a sapere che il generale borbonico Caldarelli era già partito da Lagonegro e non aveva rispettato i patti stabiliti col Morelli a Cosenza. Infatti, Pecorini scriveva: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 149 scriveva che il generale Turr, recatosi a Lagonegro ed appreso del generale Caldarelli e delle sue truppe borboniche non si trovavano più a Lagonegro e quindi molto probabilmente Turr temendo che il Caldarelli studiava una sortita contro Garibaldi, scriveva:Turr…e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Nei primi giorni di settembre, Garibaldi aveva già scritto al generale Turr chiedendogli notizie precise sugli spostamenti del generale borbonico Caldarelli. Vi sarà uno scambio di dispacci tra Garibaldi ed il Turr. Ultimo dispaccio sarà quello che Garibaldi indirizzerà al Turr da Sapri, il 3 settembre 1860, appena arrivato nel primo pomeriggio, dove ancora gli scriveva chiedendogli notizie sul Caldarelli. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. etc…Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli.”. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che Garibaldi da Sapri, il 3 settembre 1860 scrisse un altro dispaccio a Turr informandolo che era arrivato a Sapri alle ore 15,30 e che avrebbe marciato con le sue brigate (colonna Milano e Spinazzi) fino al Fortino del Cervaro. Garibaldi scriveva a Turr per accertarsi dell’esatta posizione di Caldarelli. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Oddo, continuando il suo racconto ci dice del generale Caldarelli e della posizione delle sue truppe borboniche:  “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie” continuando il suo racconto scriveva pure di Rustow a Sapri: “A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri…Garibaldi scrisse al Turr….Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria, ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”

                                                                                                 PEARD AD AULETTA

Nel 3 settembre 1860, Peard, Forbes e Fabrizi erano ad Auletta, in avanscoperta inviati da Garibaldi

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”.  Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 119, in proposito scriveva pure che: “VII. Che cosa frattanto era avvenuto ? Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del ‘Times’ – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Cardarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata fra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e baciargli la mano. Etc…”. De Crescenzo si riferisce al Diario di Gallenga. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (….),  lavorava come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. De Crescenzo cita il “Diario” di Antonio Gallenga, corrispondente del giornale inglese “Time”. Secondo il De Crescenzo, il 3 settembre 1860, il GALLENGA, insieme al FORBES ed al FABRIZI, e, soprattutto insieme al PEARD (sosia di Garibaldi) entrarono nel piccolo paese di Auletta dove ebbero grandi manifestazioni di giubilo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416-417, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala avevan preso il Peard per il Dittatore ! E quando poco dopo il Forbes aveva raggiunto l’amico in un vicino paese l’aveva trovato, col colonnello Fabrizi e col Gallenga, corrispondente del Times, alloggiato con tutti gli onori in casa del Sindaco, che, al par di tutti lo credeva Garibaldi in persona. Il Peard aveva ritenuto opportuno non dissipare ma anzi confermare l’equivoco, industriandosi di trarne profitto. Continuando nella burla in tutti i paesi che incontrava, preordinava in quelli in cui sarebbe giunto il dì dopo, alloggi e viveri per migliaia di persone con le quali egli, firmandosi Garibaldi, si diceva prossimo ad arrivare. E questa notizia, sùbito ritelegrafata a apoli, aveva aumentato la confusione e il terrore negli alti comandi e nei circoli di Corte. l Forbes ed il Peard sono ad Eboli il 4 settembre. Anche qui il creduto Garibaldi riceve accoglienze di indescrivibile entusiasmo. Vengono ad ossequiarlo le autorità e molti cospicui cittadini col Vescovo alla testa. Peard dà ordini, disposizioni, istruzioni e sosptiene come può la sua parte nella commedia. Ma temendo che a lungo andare la beffa si scopra, si ritira a riposare, ordinando ad un compagno,segretario posticcio, di rispondere ai visitatori che il Dittatore dorme. Qui ad Eboli il Peard ha la trovata migliore. Fa hiamre l’impiegato del telegrafo e gli ordina di spedire a Pietro Ulloa – nuovo presidente dei ministri secondo la voce che corre – un telegramma in cui lo avverte che Garibaldi è arrivato ad Eboli con altre 10 mila uomini forniti di tutto, e gli consiglia di ritirare ogni truppa da Salerno, etc…. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VII. Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del Times – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Caldarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata tra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo Diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e per baciargli la mano. “Una vera seccatura però – continuava a raccontare – quando deputazioni di ogni genere arrivarono da tutti i paraggi a baciar la mano alla mia signora illustrissima, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”.

                                                                                   GARIBALDI A CASTROCUCCO

Nel 3 settembre 1860, il generale Giuseppe GARIBALDI, Agostino BERTANI, Enrico COSENZ, ROSAGUTTI, NULLO, BASSO e GUSMAROLI, da Tortora vanno alla secca di Castrocucco, e fanno una breve sosta nel vicino castello del barone Labanca o Labanchi, e lì, i sette si imbarcarono alla volta di Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…….Tre anni dopo, …..Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, reduci vittoriosi dalla Sicilia, e annientato l’esercito borbonico in Calabria, mentre il Re Francesco II di Borbone decideva di ritirarsi a Gaeta, giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri etc…(172). “. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Dunque, scrivevo che il 3 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi sbarcò a Sapri, con il suo gruppetto di fidatissimi, provenienti dalla marina di Castrocucco, vicino Maratea e da li via mare si portarono con delle barchette alla spiaggia di Sapri, dove essi sbarcarono nelle prime ore del mattino. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Inoltre, Infante ci parla di Garibaldi, Bertani, Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo e Rosagutti. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Scena caratteristica: un prete concitato vuole l’ordine di arresto per il notaio Marsigli che accisa di delitti reazionari, reclama giustizia pel martirio sofferto: il popolo si affolla, mormora contro il prete. Entra il Sindaco; risulta che il prete è cattivo e fanatico, che suo fratello ha defraudata la sorella del notaio. “Fate far la pace voi, mio bello,” dice una buona vecchierella al generale il quale, ordinando il rilascio del notaio, raccomanda la pace fra le due famiglie; al popolo di armarsi per combattere. Il prete furioso ! Nella sua faccia, nel suo inveire si vede il reazionario; chi sà quanto male ha fatto e farà. Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia.”. Dunque, Bertani che annotava nel suo taccuino (secondo la trascrizione della White), egli e Garibaldi e gli altri cinque, erano partiti alle ore “otto e mezzo” da……., cavalcando per strade orribili ed erano giunti a Tortora dove si trovava il “notaio Marsigli”. Bertani racconta la scena in cui viene accusato il notaio Marsigli. Proseguendo il suo racconto, Bertani ci parla della partenza da (forse) Tortora: Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia.”. Dunque, il Bertani testimonia che i sette, partitisi da (forse) da Tortora cavalcano “per la costa del monte” ed arrivano in vista della spiaggia. Quale spiaggia ?. Bertani (trascritto dalla White-Mario) annotava che arrivati in questo luogo: “Giunge una barca da Maratea.”. Dunque, il questo luogo, che Bertani non dice, ma che non doveva essere distante da Maratea che si trova sulla costa, arriva una barca proveniente da Maratea. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, ha raccontato l’epico viaggio di Giuseppe Garibaldi e l’approdo di questi, accompagnato da altri compagni sulle spiaggia di Sapri. Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea.”. Bertani, a p. 71 scrive chiaramente che insieme a Garibaldi “…discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io”, dunque erano in sette. Bertani scrive pure che i sette amici, compreso Garibaldi “Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…”. Bertani testimoniava che insieme a Garibaldi erano in tutto sette:  “…Tutti sette entriamo.”. Invece, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là né di strade né di sentieri v’è traccia alcuna. Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto, ma Bertani, sui cavalieri che accompagnarono Garibaldi e con lui si imbarcarono diretti a Sapri non dice che erano quattro, ovvero cinque in tutto. Agostino Bertani è stato un testimone d’eccezione. Sempre il Bertani, a p. 72, in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”. Bertani, dunque, ci parla di sette cavalieri in tutto e non cinque come sosteneva l’Agrati. Inoltre, purtroppo non siamo del tutto sicuri chi essi fossero, oltre ovviamente a Bertani ed allo stesso Garibaldi. Sull’importante fatto storico per la cittadina di Sapri, mio paese natio, si sa che gli uomini che sbarcarono a Sapri insieme al generale Giuseppe Garibaldi, provenienti dalla secca di Castrocucco in barca, erano in sette, compreso Garibaldi. Sui sette uomini al seguito di Garibaldi, gli altri cinque, tolto Garibaldi e Bertani si conoscono dal racconto che il Bertani stesso fece della cavalcata che fecero nella notte del 2 settembre 1860 per scendere dai monti della Basilicata alla marina di Tortora, Castrocucco. Bertani non diceva chi fossero gli altri cinque “cavalieri” che componevano il gruppo dei sette che si imbarcarono con Garibaldi. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castrocucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Riporto qui il passo di Carlo Pesce che però è di diverso avviso. Agostino Bertani nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo ua cavalcata, che durò più di un’intiera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal Monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico. Intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie. Quante volte, scherzando io avevo detto ai compagni, della lunga e notturna cavalcata: Eccoci sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno! E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto della vela per difesa dal sole, che ci cuoceva, dicevamo fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il Generale – sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’Unità d’Italia ! “Ed andavano, ciascuno alla vostra volta e secondo i proprii sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Etc…. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri……Etc…Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 27, riferendosi a Garibaldi il 3 settembre 1860 fermatosi a Tortora, in proposito scriveva che: Dopo breve sosta, nel susseguente mattino (3 settembre), a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  etc….”. Dunque, Pesce, sulla scorta del Lacava (….), scriveva che Garibaldi e la sua piccola comitiva (Bertani etc..), il 3 settembre 1860, di mattino, si fermò a Tortora in casa Lomonaco e poi in raggiungevano la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea”. Secondo il Pesce, a Castrocucco, la piccola comitiva al seguito di Garibaldi fece una breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca”, dove presero “il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del generale Cardarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando di evitare, forse, l’incontro dei doganieri della Praia d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri…..Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio di Garibaldi per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e di ville della Magna Grecia, che le ossa del gran Patriota ….etc…. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860’ del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. L’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia, ci indirizzammo con due remiganti, e costeggiando, a Sapri. Quante volte scherzando, io avevo detto ai compagni della lunga notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri, con sette muli, alla impresa di conquistare un Regno! Etc…”. L’Avv. Pesce si riferiva al narrato dei Diarii di Agostino Bertani (….). Riguardo il testo citato dal Pesce, i “Diarii” di Agostino Bertani, Felice Fusco, a p. 352, nella nota (64) postillava: “(64) Quanto fu detto e deciso nella taverna del ‘Fortino’ è riportato dallo stesso Bertani (A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze, Polizzi, 1869, pp. 73 ss..). Per stralci più ampi del testo di Bertani cfr. P. Russo, Un brandello dell’impresa ecc…, cit., pp. 35-37”. Da Wikipedia leggiamo che Agostino Bertani nel 1860 seguì l’Eroe dei due mondi a Palermo ed a Napoli. Ebbe un ruolo importante nel raccogliere cinque spedizioni in aiuto ai garibaldini, occupandosi anche di ottenere gli aiuti economici e rivestendo la qualifica di “segretario generale” che controfirmava i decreti del dittatore Garibaldi. In questa sua attività suscitò tuttavia sia l’avversità di Cavour, che lo riteneva contrario all’annessione diretta al regno di Sardegna, sia dei generali garibaldini. Fu sostituito pertanto dal Pallavicino. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, nel cap. VII, “Viaggio di Garibaldi a traverso la Lucania etc…”, che nella nota (1), a p. 701 postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi, Storia dei moti di Basilicata etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 31 Agosto, Pietro mio fratello partiva con Mignogna all’incontro con Garibaldi. Il 1° Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre con sei compagni scese a Laino al mare; il giorno 3  va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; etc…(1).”. Lacava, a p. 701, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi: Storia dei moti di Basilicata etc…”. Lacava, a p. 702, in proposito scriveva che: “La sera del giorno 2 il generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per incontrarsi in Lagonegro con i soldati di Cardarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri e poi da Sapri si portò al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre giunge al Fortino di Lagonegro, confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata. Etc…”. Lacava, a pp. 703-704 e ssg., in proposito aggiungeva pure che: “Ed ora trascriviamo il Bertani: “Dopo una cavalcata che durò più che un’intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia, ci indirizzammo con due remiganti, e costeggiando, a Sapri. Quante volte scherzando, io avevo detto ai compagni della lunga notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri, con sette muli, alla impresa di conquistare un Regno! E quando eravamo stretti nella barca, che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto della vela per difesa dal sole, che ci cuoceva, dicevamo fra noi: Chi mai supporrebbe che là – additando il Generale – sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’Unità d’Italia ?! “Ed andavano, ciascuno alla vostra volta e secondo i proprii sogni e proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Etc…. Lacava, a p. 707, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, p. 71.”. Lacava, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Crediamo opportuno riportare il passaggio delle schiere Garibaldine a traverso la nostra provincia e quella di Salerno, quando il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli, etc…. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”. Come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., in proposito scriveva che: “.; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno!”. Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo proteggesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; etc…(61).”. Fusco, a p. 352, nella nota (64) postillava: “(64) Quanto fu detto e deciso nella taverna del ‘Fortino’ è riportato dallo stesso Bertani (A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze, Polizzi, 1869, pp. 73 ss..). Garibaldi etc…Per stralci più ampi del testo di Bertani cfr. P. Russo, Un brandello dell’impresa ecc…, cit., pp. 35-37”. In questo passaggio, il Fusco scrive che Garibaldi si era incontrato con  Stefano Turr e con Enrico Cosenz alla taverna del Fortino mentre io scrissi che Garibaldi insieme a loro viaggiò in una barchetta con la quale sbarcò a Sapri, dove insieme a loro si recò a casa del barone Giovanni Gallotti. Scrivere, come ha fatto il Fusco (riferendosi a Garibaldi):  “…..si incontrò col medico Agostino Bertani, etc…, col generale Stefano Turr, etc…, con Enrico Cosenz, etc…”, potrebbe indurre a credere, oltre che essi si incontrarono al Fortino, che essi non erano insieme quando arrivarono e si incontrarono alla taverna del Fortino del Cervaro. Essi, come racconta lo stesso Agostino Bertani, nei suoi Diarii, si partirono insieme da Castrocucco ed insieme arrivarono a Sapri. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.”. Nel suo racconto, il Bertani scrive che erano sei cavalieri che accompagnavano Garibaldi a Sapri, imbarcatisi con una barcaccia dopo aver visitato il castello del Labanca vicino Maratea. Secondo il Pesce, il Bertani, nel suo narrato dei suoi “Diarii” scriveva che Garibaldi, “….con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.” ed il Pesce scriveva anche che Garibaldi “col suo gruppo…”. Chi erano i sei cavalieri con i quali Garibaldi sbarcò sulla spiaggia di Sapri, il 3 settembre 1860 e quindi mi chiedo chi fossero i sei ospiti, oltre al Garibaldi, del barone Giovanni Gallotti ?.  Sono gli stessi che insieme a Garibaldi fecero il percorso descritto dall’Avv. Carlo Pesce che, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, etc…”. Dunque, il gruppo che accompagnava Garibaldi a casa Gallotti era composto da Enrico Cosenz, Nino Bixio, Alfonso Medici, il generale Sirtori, il medico Agostino Bertani ed il segretario personale di Giuseppe Garibaldi, …….Basso. Non faceva parte del gruppo il generale Stefano Turr che, era arrivato con la sua divisione a Sapri già la mattina del 2 settembre e che il 3 settembre era salito a Lagonegro. Infatti, nella mia Relazione storica, nel 1998, Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, in proposito scriveva che: “Il viaggio riprese la mattina del tre dalla Marina di Tortora, presso la foce del fiume Castrocucco, punto di confine tra la Calabria e Lucania. I “pochi distinti personaggi” passarono a Sapri in barca e la giornalista Jessie White Mario così racconta la traversata: “giunge una barca da Maratea. Tutti e sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela: i due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sé il futuro dell’Italia una”(30).”. Policicchio, a p. 283, nella nota (30) postillava: “(30) J. White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Barbera, Firenze, 1888, p. 456.”. Come ho già scritto l’editore della White non è “Barbera” ma “G. Barbèra”. Inoltre, Policicchio commette l’errore di scrivere che il passo è della giornalista White Mario. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto.”. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico Cosenz che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga. corrispondenti di giornali inglesi. Ma non tutti accompagnarono in seguito Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Alla secca di Castrocucco. Dopo la breve sosta di poco più di un paio d’ore a Casa Lomonaco, Garibaldi, a metà mattinata verso le ore 10, partì da Tortora prendendo precauzionalmente in ostaggio Domenico Marsiglia, giovane figlio di don Francesco Marsiglia, percorrendo la mulattiera che tuttora scende alla marina attraversando le contrade San Brancato, Crisose e Castrocucco. Qui giunto alle ore 11 circa, liberò l’ostaggio e, in attesa dell’imbarcazione, sostò nella casa-torre della Secca, ospite della famiglia Labanchi. Intorno alle ore 11:30 si imbarcò nel porticciolo che si apre ai piedi della casa-torre.”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Questo testo è la ristampa recente del testo di Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “…finì a Tortora. Da qui andò alla foce del fiume Castrocucco: prese una barca che lo portò a Sapri dai legionari di Turr.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  etc….”. Intanto, nel 1664 la nobildonna Francesca Greco aveva sposato Antonio Labanchi, attraverso cui questa famiglia acquisì il titolo di barone di Castrocucco e che conserverà fino all’abolizione della feudalità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 253 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: “Tre anni dopo, da Tortora e dopo una sosta a Castrocucco nel castello del barone Labanchi, giunsero a Sapri, via mare, Garibaldi ed alcuni ufficiali della spedizione, erano le 14 del 3 settembre 1860 (50).”. Campagna, a p. 253, nella nota (50) postillava: “(50) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit..; A. Fulco, Memorie storiche di Tortora, op. cit.; D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce della Fede, op. cit. Il Dumas (padre) aveva proposto a Garibaldi di sbarcare nel basso Cilento, “la terra del patriottismo”, e non a Salerno, in “Rassegna Storica salernitana”, 1966.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castello del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunto a Maratea, in terra di Lucania, il 3 settembre, Garibaldi scese al mare. Ecco la ‘Costa del Sole’, illuminata dalle prime luci dell’alba, tutta brividi di arcobaleno. Qualche solitaria barca veleggiava come fantasma di poesia, e qualche canto marinaresco faceva udire la sua eco dalle incantevoli insenature della costa. Garibaldi ascoltò e seguì con lo sguardo l’impareggiabile scenario, tutto colori e musiche. Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; e gli altri scrutare l’orizzonte ed a fissare, stupiti, le coste a strapiombo su di un mare denso di smeraldo. Tutto pareva fasciato di silenzio e di poesia. le grotte, i boschi, gli speroni della montagna ornati da ciuffi di bei fiori selvatici, offivano una visione di pace e di serenità. Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri,…..Etc…”. Biagio Moliterni su un blog in rete scriveva che: “L’unica eccezione fu quella del notaio Francesco Marsiglia che, fedele al regime borbonico, si rifiutò di rendere omaggio all’Eroe e che per questo motivo rischiò di essere passato per le armi. L’ordine di fucilazione fu però strappato dallo stesso Garibaldi, il quale, per intercessione del sacerdote don Mansueto Perrelli, optò per la presa in ostaggio del giovane figlio del notaio, Domenico. Questi, portato con sé a cavallo dal Medici, fu poi liberato intorno alle ore 14,00, ovvero nel momento in cui il gruppo di garibaldini, lasciata Tortora, si imbarcò per Sapri all’Agnola di Castrocucco, in territorio di Maratea.”. Moliterni aggiunge queste notizie che: “Prima della partenza, il Generale ebbe modo di colloquiare affabilmente con alcuni patrioti che lo avevano raggiunto sulla spiaggia. Tra questi vi erano Filippo La Gioia di Aieta e sua madre Angela Candia, la quale non mancò di offrire tutti i suoi figli per il riscatto della Patria. Garibaldi, commosso dalle nobili parole della donna, la colmò di baci e le disse: «Se tutte le donne d’Italia fossero simili a voi, l’Italia sarebbe libera da più secoli».”.  La notizia ivi riportata è forse tratta dal testo di Filippo La Gioia (….), L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia, Lauria 1891. Sempre il Moliterni, cita un altro testo aimè introvabile, il testo di A. Pepe (….), I sei garibaldini che passarono da Tortora assieme col Generale il 3 settembre 1860, in “Cronaca di Calabria” del 2 ottobre 1960 (Gazzettino Calabrese) del 2 ottobre 1960. Moliterni aggiunge che: “P.S. Il sedicenne Carlo Mazzei di Maratea, nipote acquisito di don Biagio Maceri, raggiunse i garibaldini a Lagonegro e morì in battaglia il 1° ottobre 1860 presso Aversa. Era anche chi ci credeva davvero!”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 391-392, in proposito scriveva che: Il tre settembre Garibaldi, che la notte precedente era giunto alla spiaggia fra Tortora e Scalea, salito in una barca con due marinai, giunse a Sapri.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino, tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46).”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta del manoscritto di Francesco De Fiore, “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, pubblicato da Antonio Emilio Parise in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania” ma, sebbene sia interessante il De Fiore ci parla della Spedizione fino alla resa di Ghio. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “…..il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; guidato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno. A Tortora fu entusiasticamente acclamato dalla popolazione e ricevuto alle porte del paese da una deputazione di distinte signore, tra cui Isabella Lauria Pelagano. Si recò in casa del sacerdote don Giuseppe Salmena, noto per le sue idee anti borboniche e acceso fautore di Garibaldi. L’eroe dei Mille ebbe dal Salmena e dal Vice Pretore don Biagio Lomonaco-Melazzi esaurienti informazioni sulla situazione locale e dei paesi vicini. Garibaldi scese poi sulla spiaggia di Castrocucco alla destra del fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, etc…”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare. Ma, tornato sempre in carrozza sulla rotabile, e rientrato in Calabria, dopo di aver percorso una dozzina di chilometri, deve abbandonarla per avvicinarsi al mare ed infilare la gola del fiume Lao, il fiume che sbocca presso Scalea, ed ove non ci sono tracce di strade, ma sentieri orribili, come li dice Bertani nel suo diario. E così che verso le otto e mezzo, Garibaldi e i suoi compagni, montati su muli, procedono lungo la sponda sinistra del fiume. Etc…Dopo una distesa di parecchie miglia sotto il chiaro di luna, non potendo proseguire verso sud per quei sentieri, giunti presso Laino, essi guadano il fiume e passano sulla sponda destra, dirigendosi verso ponente. Rimontano sulle alture e costeggiano Aieta sul confine della Basilicata ed entrano a Tòrtora. Qui sostano e sono ospitati in casa di Emanuele Lomonaco-Melazzi, ove passano il resto della notte. La mattina del 3, scendono alla marina in quel tratto di spiaggia equidistante tra Scalea e Maratea, a destra della foce del fiume Castrocucco (o Noce), quindi in territorio di Maratea. Tale fiume divide la Calabria dalla Basilicata. In quella deserta spiaggia, dopo di aver evitato l’incontro dei doganieri (il giorno avanti v’erano state segnalate delle truppe borboniche), e una breve sosta al vecchio castello del barone Labanca, Garibaldi e i suoi sei compagni prendono il mare su una barcaccia (giunta da Maratea, dice il Bertani), la quale spinta da due remiganti, e rasentando la costa di Maratea, Cersuta ed Acquafredda, dopo tre ore di penoso tragitto, giunse a Sapri.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 331-332, in proposito scriveva che: “Sul resto del viaggio gli storici non sono d’accordo, per cui già da qualche anno, il Prof. Attilio Pepe afrontò la questione e fece luce (12). Poiché le truppe del generale Cardarelli, la sera del 2 settembre erano ancora a Castelluccio, a pochi Km. da Rotonda, Garibaldi, al fine di evitare qualche brutto incontro con la retroguardia, preferì ritardare la partenza di qualche ora. Così a notte inoltrata partì in carrozza. Alle vicinanze di Laino, abbandonò la rotabile, e sul dorso di cavalli e muli col seguito di sei persone – il Bertani dice quattro – s’avviò lungo il sentiero che costeggia il fiume Lao per giungere a Scalea. Ma nonostante il bel chiaro di luna, la comitiva sbagliò la strada ed andò a finire a Tortora, dove, stanca, si riposò quella notte, e dove ancora si mostra la stanza in cui dormì Garibaldi. La mattina del 3 settembre l’eroe riprese il viaggio e giunse a Marina di Tortora, precisamente alla sponda destra della foce del fiume Castrocucco. Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora Con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, ristampato dal Comune di Tortora a cura di Aleardo Dino Fulco, nel cap. V, a p. 133, in proposito scriveva che: Comunque Garibaldi e i suoi, generali vollero le loro assicurazioni e presero in ostaggio fino al loro imbarco, avvenuto nei pressi del promontorio della Gnola, in territorio di Maratea, alle ore 14 dello stesso giorno, il giovanetto Domenico Marsiglia, che fu portato con sé a cavallo dal Generale Medici.”. Anche in questo caso, Fulco, scrive di questa notizia di cui non si capisce la provenienza e ci parla del giovanetto preso in ostaggio a Tortora dal generale Medici, che non mi risulta essere nella comitiva che accompagnava Garibaldi. Si sa che Garibaldi da Tortora si portò a Castrocucco dove passò a salutare il barone Labanchi.  Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che dopo lo sbarco a Sapri dispose che le colonne di Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano marciassero per il Vallo di Diano. Agrati scrive che la lettera si trova conservata nell’Archivio Sirtori. Da Wikipedia leggiamo che a Soveria Manelli, Il 30 agosto 1860 un corpo dell’esercito borbonico di 12 000 uomini, comandato dal generale Ghio, si arrese alle truppe garibaldine di Stocco, in seguito all’azione diplomatica svolta da Ferdinando Bianchi ed Eugenio Tano e sotto la minaccia dell’imminente arrivo dei volontari guidati dal maggiore Pasquale Mileti. I motivi alla base della resa delle truppe borboniche non sono del tutto noti; le conseguenze furono tuttavia determinanti per l’occupazione del Sud. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia”, Lauria 1891. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: 2 Settembre….Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Quandel, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi eguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”.   

Nel 3 settembre 1860, lunedì, chi erano i compagni che accompagnavano Giuseppe Garibaldi e con lui sbarcarono a Sapri: Enrico COSENZ, Agostino BERTANI, ROSAGUTTI, NULLO, BASSO e Luigi GUSMAROLI ?

Chi erano e quanti erano i compagni del generale Giuseppe Garibaldi che, partendosi da Rotonda si diresero sulle spiagge della Calabria, ai confini con la Basilicata e che, con lui approdaono sulla spiaggia di Sapri ?. Da chi era composta la comitiva al seguito del generale Giuseppe Garibaldi che il 2 settembre lasciò Rotonda per dirigersi a Sapri ? Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; Etc…”. Dunque, Romagnano giustamente notava che Garibaldi viaggiava insieme ed “era guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore.”. Ma vediamo meglio nel dettaglio chi seguiva Garibaldi nel suo viaggio via mare per arrivare a Sapri e dunque chi era al seguito suo e sbarcò a Sapri ivi trattenendosi col Generale prima di risalire al Fortino. Gli accompagnatori di Garibaldi non erano tutti Ufficiali del suo Stato Maggiore. Tranne le testimonianza dirette del Bertani, che era al suo seguito da Cosenza e quella del colonnello Rustow, sui componenti la comitiva non vi sono molte notizie a riguardo. Per capirci meglio dobbiamo riferirci alle soste precedenti e per dovizia anche alle soste seguenti come quella al Fortino del Cervaro e all’arrivo a Napoli. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto.. E’ interessante ciò che scrisse Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi etc…”. I compagni di Garibaldi, dunque, secondo il De Cesare, almeno fino a Rotonda, non erano gli stessi che poi lo seguirono a Sapri. Al seguito di Garibaldi, a Sapri, vi erano anche i giornalisti che lo seguirono da Cosenza ?. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico Cosenz che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga. corrispondenti di giornali inglesi. Ma, dopo Cosenza, in seguito, non tutti accompagnarono Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 701, in proposito scriveva che: “Il 1 settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; La notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 130 e ssg., in proposito scriveva che: “I. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli, per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, pag. 702. Il Trevelyan nel suo mirabile lavoro – Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Emma Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del dittatore. Questi discese alla marina da un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto, ma Bertani, sui cavalieri che accompagnarono Garibaldi e con lui si imbarcarono diretti a Sapri non dice che erano quattro, ovvero cinque in tutto. Agostino Bertani è stato un testimone d’eccezione. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto, ma Bertani, sui cavalieri che accompagnarono Garibaldi e con lui si imbarcarono diretti a Sapri non dice che erano quattro, ovvero cinque in tutto. Agostino Bertani è stato un testimone d’eccezione. Infatti, Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, ha raccontato l’epico viaggio di Giuseppe Garibaldi e l’approdo di questi, accompagnato da altri compagni sulle spiaggia di Sapri. Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea.”. Bertani, a p. 71 scrive chiaramente che insieme a Garibaldi “…discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io”, dunque erano in sette. Infatti, sempre il Bertani, a p. 72, in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”. Bertani, dunque, ci parla di sette cavalieri in tutto e non cinque come sosteneva l’Agrati. Inoltre, purtroppo non siamo del tutto sicuri chi essi fossero, oltre ovviamente a Bertani ed allo stesso Garibaldi. Chi erano gli altri quattro compagni di viaggio ?. Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) Garibaldi, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Gusmaroli ed io partiamo da Castrovillari, in carrozza, alle 5 antimeridiane; ovazioni a Morano: il capo degl’insorti di Potenza ci annunzia essere pronti duemila volontari. A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio.”. In questo passaggio del suo discorso Fortunato cita il “Diario” di Agostino Bertani che fu pubblicato da Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti (due giorni dopo il plenilunio); l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Di sicuro, insieme al Bertani vi era il segretario di Garibaldi, Giovan Battista Basso. Nato a Nizza nel 1824, fu compagno di Giuseppe Garibaldi sin dagli anni giovanili. Seguì il generale in tutte le sue imprese, persino in prigione e a Caprera negli ultimi anni di vita. Nel 1866 comandò il V Reggimento Volontari e venne decorato con la medaglia d’argento al valore militare. Durante la terza guerra di indipendenza fu aiutante di campo di Garibaldi e suo fedelissimo segretario: risulta che ne sapesse imitare benissimo la grafia e che scrisse numerose missive in sua vece. Riporto qui il passo di Carlo Pesce che però è di diverso avviso. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno.”. L’Avv. Carlo Pesce scriveva che con Garibaldi vi era Bixio, Medici e Sirtori, oltre a Bertani e Basso. Ma ciò non corrisponde al vero in quanto Bixio e Medici conducevano le loro brigate lungo la strada consolare in direzione di Salerno. Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale non era di sicuro al seguito di Garibaldi ma come ha scritto l’Agrati, aveva il suo Quartier generale altrove. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo ma credo che gli accompagnatori di Garibaldi si partissero dal Fortino, ovvero essi erano al Fortino con Garibaldi. Queste notizie, De Crescenzo le prese dal testo di Giuseppe Guerzoni (….), del suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, in cui a p. 177, in proposito scriveva che: “…..”. Da questa notizia possiamo dire se questi personaggi facessero parte della comitiva che da Castrocucco accompagnava Garibaldi a Sapri ?. Sappiamo che il generale Turr, non era a Sapri perchè era partito per il Fortino su ordine di Garibaldi. Sappiamo che il generale Enrico Cosenz era con Bertani e Garibaldi a Castrocucco, da dove in barca si recarono a Sapri. Di Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, sappiamo che solo Nullo viene citato come uno dei sei che accompagnava Garibaldi a Sapri. E’ molto probabile che Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Mordini, Missori e Serafini, fossero già al Fortino per incontrarsi con Garibaldi. Di sicuro, insieme al Bertani vi era il segretario di Garibaldi, Giovan Battista Basso. Nato a Nizza nel 1824, fu compagno di Giuseppe Garibaldi sin dagli anni giovanili. Seguì il generale in tutte le sue imprese, persino in prigione e a Caprera negli ultimi anni di vita. Nel 1866 comandò il V Reggimento Volontari e venne decorato con la medaglia d’argento al valore militare. Durante la terza guerra di indipendenza fu aiutante di campo di Garibaldi e suo fedelissimo segretario: risulta che ne sapesse imitare benissimo la grafia e che scrisse numerose missive in sua vece. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Gusmaroli (Mantova, 28 maggio 1811 – La Maddalena, 28 febbraio 1872) è stato un patriota e religioso italiano. Animato da ideali patriottici ed impegnato nel comitato segreto della sua provincia, per seguire Garibaldi abbandonò il sacerdozio, restando sempre molto legato all’eroe per tutto il resto della vita e seguendolo nelle successive vicende belliche. Prese parte alla Spedizione dei Mille e dopo lo sbarco a Marsala fece parte del Quartier Generale come addetto assieme a Cenni, Bandi, Gargiotti, Elia, Schiaffino e Stagnetti. Il Bandi racconta che durante il viaggio a bordo del Lombardo per passare il tempo Gusmaroli giocasse a carte con la moglie di Francesco Crispi. Cesare Abba lo descriveva come una persona un po’ curva, di piccola taglia, tarchiato e con passo da marinaio, lunghi capelli bianchi e barba modellata come quella di Garibaldi, somigliando non poco a quest’ultimo quando avesse avuto venti anni in più. Tale somiglianza indusse i volontari siciliani a scambiarlo per il vero Garibaldi, come accadrà successivamente nel continente con Peard, altro “sosia” di Garibaldi. Il Gusmaroli, nonostante l’età era spesso in prima linea e al ritiro di Garibaldi a Caprera lo seguì stabilendosi nell’isola de La Maddalena dove morì con Garibaldi, che alla sepoltura fece leggere un discorso di elogio con qualche venatura anti-clericale. Riguardo Nullo, Wikipedia ci dice che Francesco Nullo (Bergamo, 1º marzo 1826 – Krzykawka, 5 maggio 1863) è stato un patriota e militare italiano. Animato da profondo spirito patriottico, si unì nel 1859 a Garibaldi nelle file dei Cacciatori delle Alpi per combattere contro gli austriaci. Ma l’impresa per la quale passò alla storia fu la spedizione dei Mille. Nullo si occupò personalmente dell’arruolamento dei volontari nella propria città che, visto il grande numero di adesioni, si poté fregiare dell’appellativo di Città dei Mille. Scrisse sul Libro d’Onore dei volontari bergamaschi. Sempre su Wikipedia leggiamo che Rosagutti fu un capitano che si rese artefice della battaglia garibaldina di Varese nel 1859. Credo che avesse aderito ai Cacciatori delle Alpi, il corpo fondato da Giuseppe Garibaldi.

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: “Il lavoro intorno a Sirtori è febbrile. Telegrammi arrivano e partono ad ogni momento e portano per tutto indirizzo: – Bixio o Medici etc…, dove si trova. – Da ogni parte si comunicano continui spostamenti, si chiedono istruzioni, viveri, scarpe soprattutto, mezzi di trasporto etc…Poi anche il Quartier generale si sposta, da Cosenza a Spezzano, da qui a Castrovillari. Quanto a Garibaldi egli è avanti a tutti, ormai lontano, e procede senza posa. Lasciata Castrovillari all’alba del 2 settembre coi suoi pochi, esce qualche ora dopo dalla Calabria ed entra in Basilicata per il passo di Morano etc…”. Dunque, Bixio, Medici e Sirtori non erano con Garibaldi come invece scriveva Pesce. Agrati, però, parlando di Rotonda, dove Garibaldi arriva entrando in Basilicata il 2 settembre 1860, cita la testimonianza di Forbes (…). Dunque, a Rotonda, Forbes era al seguito di Garibaldi ? Prosegue con lui ?. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Per vedere quale seguito avesse con se Garibaldi allo sbarco a Sapri possiamo riferirci agli stessi uomini che entrarono con lui a Napoli il 7 settembre 1860. La comitiva resterà pressochè invariata da Sapri a Napoli. La situazione creatasi sulla piccola spiaggetta di Castrocucco si ripetè a Napoli, il 7 settembre 1860 all’ingresso nella Capitale del Regno delle Due Sicilie. Della comitiva di Garibaldi che entrò a Napoli festante non vi sono notizie molto sicure. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 430-431, in proposito scriveva che: “Il Forbes dice che il Missori e il Nullo e due altre Guide, trovati dei cavalli, facevano largo innanzi alla carrozza in cui erano con Garibaldi il Cosenz, il Gusmaroli e lo Stagnetti. Ma il De Cesare afferma che il Cosenz stesso gli dichiarò che per la gran folle egli si trovò diviso dal Generale, sì che entrò in Napoli per altra strada, recandosi anzitutto a salutare sua madre che da undici anni non vedeva. Il Marti dice che a fianco di Garibaldi stava seduto Liborio Romano; il D’Aunay invece afferma che nella prima vettura delle dieci di cui era composto il corteo – mandata dalla principessa d’Angri, nizzarda di nascita -, c’erano Garibaldi, Bertani, un giovane napoletano Salazaro con una enorme bandiera tricolore e un tal Gavarone, che nemmeno lui sa identificare meglio. Quanto al Salazzaro sappiamo chi è: si tratta di Demetrio Salazaro, non napoletano però ma reggino , patriota ed artista etc…Nella seconda carrozza c’erano, sempre a quel che dice il D’Aunay, fra Pantaleo, Turr, Missori e Basso. Lo Zasio racconta che il Cosenz e il Missori erano andati via a cavallo, e ch’egli con Bertani, Manci, Nullo, Gusmaroli e Stagnetti eran riusciti ad attaccarsi alla vettura del Generale…..Troviamo citati dai diversi narratori il Cosenz ed il Bertani e fra le guide, il Missori, il Nullo, il Manci, e lo Zasio; il Basso segretario e fra gli aiutanti del Generale il Gusmaroli, il Mario, che aveva seco, lo dice egli stesso, la moglie Jassie, ed anche il Canzio, il quale di certo però non v’era, poiché nel suo diario scrive che Garibaldi partì senza di lui – e lo vedemmo a Castrovillari, precedendolo nelle ultime tappe, di modo che egli, il Canzio, non giunse a Napoli che il 7 di sera. V’era poi di sicuro, lo dicon tutti, Gaspare Trecchi, e v’era pure Nicola Mignogna e Pietro Lacava, il quale ultimo, in un suo scritto, afferma di no avere mai visto manifestazione più grandiosa e commovente etc…Non c’era invece il Peard arrivato il dì prima, né Lodovico Frapolli, che aveva preceduto gli altri di qualche ora per prendere possesso dell’ufficio telegrafico.”. Dunque, il Canzio non era con Garibaldi neanche a Castrocucco. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 430-431, in proposito scriveva che: “….ed anche il Canzio, il quale di certo però non v’era, poiché nel suo diario scrive che Garibaldi partì senza di lui – e lo vedemmo a Castrovillari, precedendolo nelle ultime tappe, di modo che egli, il Canzio, non giunse a Napoli che il 7 di sera.”. Dunque, il Canzio non era con Garibaldi perché a Tarsia non partì con lui ma restò con la sua Brigata. Infatti, Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937,  a p. 410, aggiungeva pure che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’attendeva una dimostrazione così entusiastica da quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. 

Nel 3 settembre 1860, lunedì, alla secca di CASTROCUCCO, la partenza di Garibaldi e i sei amici, il viaggio per mare, in barca, diretti a Sapri dove arrivarono alle 15,30

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) Garibaldi, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Gusmaroli ed io partiamo da Castrovillari, in carrozza, alle 5 antimeridiane; ovazioni a Morano: il capo degl’insorti di Potenza ci annunzia essere pronti duemila volontari. A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende su’ monti, l’aria fresca ci tiene svegli. Arriviamo all’alba in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea; tutti e sette vi entriamo. Il generale si stende a prora, e noi lo copriamo con la vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta con sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato si affollano con le speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Carlo Pisacane è su le labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. A Sapri, su la spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione Türr acclamano il generale. Egli li carezza con gli occhi e li anima con la parola.”. In questo passaggio del suo discorso Fortunato cita il “Diario” di Agostino Bertani che fu pubblicato da Jessie White Mario (….). Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri. Non c’è in tutta la linea costiera dell’Italia un tratto più bello di quello, dove i monti si protendono l’un dietro l’altro a gara e si tuffano precipitosi nell’acqua (1). Tanta aspra bellezza si contempla si contempla meglio dal mare, ma Garibaldi che la cavalcata notturna aveva stremato di forze, si adagiò e dormì nella prua, sotto la vela che i suoi amici gli gettarono addosso per proteggerlo dal cocente sole meridiano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria; quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90.”. Questa nota riguarda l’altro testo pubblicato dal Treveljan (….), ovvero “Garibaldi e i Mille”, di cui sempre la Dobelli fece la sua traduzione. In questo testo, da p. 87 si parla della spedizione di Sapri, la Spedizione dei Trecento di Carlo Pisacane a cui Garibaldi non volle aderire. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Lo scittore inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: …from Tortora and Maratea. Thence a small boat took them on to Sapri. There is no finer part in the whole coast-line of Italy than this unvisited riviera, where the precipitous ridges run hout one beyond another and sink into the waves (3). The rugged coast is best from a boat, but Garibaldi, exhausted by the night’s ride, lay asleep in the prow, while is friends covered him whit a sail tho protect him from the rais of the noonday sun. Etc…”, che tradotto significa:  “…..da Tortora e Maratea. Di lì una piccola barca li portò a Sapri. Non c’è parte più bella in tutta la costa italiana di questa riviera inesplorata, dove le creste scoscese corrono l’una dietro l’altra e sprofondano nelle onde (3). La costa frastagliata si visita meglio da una barca, ma Garibaldi, stremato dalla cavalcata notturna, giaceva addormentato a prua, mentre i suoi amici lo coprivano con una vela per proteggerlo dal rais del sole di mezzogiorno. Etc…”. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3)  Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa. Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1)  See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Un testimone di eccezione del viaggio di Garibaldi è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di  Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?.  Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 701, in proposito scriveva che: “Il 1 settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; La notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino…..Il giorno 2 settembre toccò Rotonda (1), primo paese della Basilicata.”. Lacava, a p. 700, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi. Etc…”. Lacava, a p. 702, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La sera del giorno 2 il Generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per non incontrarsi in Lagonegro coi soldati di Caldarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri etc…”. Lacava, a p. 704, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani: “Dopo una cavalcata che durò più che un’intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. “Di là trovata una barcaccia, ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri” “Quante volte scherzando, io avevo detto ai compagni della lunga notturna cavalcata: “Eccoci in sette cavalieri, con sette muli, all’impresa di conquistare un regno!”.”. Il Lacava aveva trascritto il Diario di Agostino Bertani (….), nel suo “L’Epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da A. Bertani”, pubblicato dal Bertani a Firenze nel 1869. Lacava si riferisce a pp. 70-71-72, dove Bertani racconta la sua testimonianza sullo sbarco di Garibaldi a Sapri. Più tardi, lo stesso diario del Bertani fu pubblicato postumo da Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a p. 455 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio……Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Etc… Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole,  là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi……e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata  dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspettatamente verso le 2 pom. del 3 settembre nell’ampia baia arenosa di Sapri, etc…. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso carico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurrre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri. Quasi lo stesso tragitto percorse già nel 4 luglio 1848, il gran patriotta Costabile Carducci co’ suoi sventurati compagni, quando egli, dopo le sconfitte di Campotenese, cercò raggiungere le natie balze del Cileno, ma costretto ad approdare, per i violenti marosi, alla spiaggia del villaggio di Acquafredda, quivi, fu catturato e trucidato infamemente dagli sgherri del Prete Peluso. Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e ville dell’antica Magna Grecia, che le ossa del gran Patriotta del Cilento, le quali tuttora riposano dimenticate nella chiesetta del villaggio, si fossero destate dall’avello frementi di gioia pel compimento della tanta sospirata redenzione d’Italia (1). Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, etc…”. Pesce, a p. 28, nella nota (1) postillava: “(1) Nel nostro opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’, abbiamo discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcacia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”. Come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castello del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate  per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848. Etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi…..Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico Cosenz che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga. corrispondenti di giornali inglesi. Ma non tutti accompagnarono in seguito Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunto a Maratea, in terra di Lucania, il 3 settembre, Garibaldi scese al mare. Ecco la ‘Costa del Sole’, illuminata dalle prime luci dell’alba, tutta brividi di arcobaleno. Qualche solitaria barca veleggiava come fantasma di poesia, e qualche canto marinaresco faceva udire la sua eco dalle incantevoli insenature della costa. Garibaldi ascoltò e seguì con lo sguardo l’impareggiabile scenario, tutto colori e musiche. Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; e gli altri scrutare l’orizzonte ed a fissare, stupiti, le coste a strapiombo su di un mare denso di smeraldo. Tutto pareva fasciato di silenzio e di poesia. le grotte, i boschi, gli speroni della montagna ornati da ciuffi di bei fiori selvatici, offrivano una visione di pace e di serenità. Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri.. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, all’alba, i sette si avviarono verso Sapri. Garibaldi era molto stanco per la difficile cavalcata della passata notte, per cui durante tutto il tragitto si sdraiò sulla barca, guidata da due marinai e dormì destandosi nella baia saprese.. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre etc..”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là né di strade né di sentieri v’è traccia alcuna. Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che Bertani testimoniava che la comitiva che accompagnava Garibaldi era composta di cinque in tutto, compreso Garibaldi. Ma abbiamo visto che non è stato così. Bertani scriveva chiaramente essere in tutto sette. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i auli, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino, tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46).”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “…..il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno. A Tortora fu entusiasticamente acclamato dalla popolazione e ricevuto alle porte del paese da una deputazione di distinte signore, tra cui Isabella Lauria Pelagano. Si recò in casa del sacerdote don Giuseppe Salmena, noto per le sue idee anti borboniche e acceso fautore di Garibaldi. L’eroe dei Mille ebbe dal Salmena e dal Vice Pretore don Biagio Lomonaco-Melazzi esaurienti informazioni sulla situazione locale e dei paesi vicini. Garibaldi scese poi sulla spiaggia di Castrocucco alla destra del fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, etc…”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare. Ma, tornato sempre in carrozza sulla rotabile, e rientrato in Calabria, dopo di aver percorso una dozzina di chilometri, deve abbandonarla per avvicinarsi al mare ed infilare la gola del fiume Lao, il fiume che sbocca presso Scalea, ed ove non ci sono tracce di strade, ma sentieri orribili, come li dice Bertani nel suo diario. E così che verso le otto e mezzo, Garibaldi e i suoi compagni, montati su muli, procedono lungo la sponda sinistra del fiume. Etc…Dopo una distesa di parecchie miglia sotto il chiaro di luna, non potendo proseguire verso sud per quei sentieri, giunti presso Laino, essi guadano il fiume e passano sulla sponda destra, dirigendosi verso ponente. Rimontano sulle alture e costeggiano Aieta sul confine della Basilicata ed entrano a Tòrtora. Qui sostano e sono ospitati in casa di Emanuele Lomonaco-Melazzi, ove passano il resto della notte. La mattina del 3, scendono alla marina in quel tratto di spiaggia equidistante tra Scalea e Maratea, a destra della foce del fiume Castrocucco (o Noce), quindi in territorio di Maratea. Tale fiume divide la Calabria dalla Basilicata. In quella deserta spiaggia, dopo di aver evitato l’incontro dei doganieri (il giorno avanti v’erano state segnalate delle truppe borboniche), e una breve sosta al vecchio castello del barone Labanca, Garibaldi e i suoi sei compagni prendono il mare su una barcaccia (giunta da Maratea, dice il Bertani), la quale spinta da due remiganti, e rasentando la costa di Maratea, Cersuta ed Acquafredda, dopo tre ore di penoso tragitto, giunse a Sapri.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 331-332, in proposito scriveva che: “Sul resto del viaggio gli storici non sono d’accordo, per cui già da qualche anno, il Prof. Attilio Pepe affrontò la questione e fece luce (12). Poiché le truppe del generale Cardarelli, la sera del 2 settembre erano ancora a Castelluccio, a pochi Km. da Rotonda, Garibaldi, al fine di evitare qualche brutto incontro con la retroguardia, preferì ritardare la partenza di qualche ora. Così a notte inoltrata partì in carrozza. Alle vicinanze di Laino, abbandonò la rotabile, e sul dorso di cavalli e muli col seguito di sei persone – il Bertani dice quattro – s’avviò lungo il sentiero che costeggia il fiume Lao per giungere a Scalea. Ma nonostante il bel chiaro di luna, la comitiva sbagliò la strada ed andò a finire a Tortora, dove, stanca, si riposò quella notte, e dove ancora si mostra la stanza in cui dormì Garibaldi. La mattina del 3 settembre l’eroe riprese il viaggio e giunse a Marina di Tortora, precisamente alla sponda destra della foce del fiume Castrocucco. Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”.  

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 3 settembre, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi eguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”.  

Nel 3 settembre 1860, il viaggio in mare di GARIBALDI da Castrocucco, la costa di Maratea e di Acquafredda nella lettera di un garibaldino e la costa fino alla baia naturale di Sapri 

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: Non c’è in tutta la linea costiera dell’Italia un tratto più bello di quello, dove i monti si protendono l’un dietro l’altro a gara e si tuffano precipitosi nell’acqua (1). Tanta aspra bellezza si contempla si contempla meglio dal mare, etc…”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria; quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1)  See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “….barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata  dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, etc…. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “….carezzata dalle onde tranquille ed azzurrre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri. Quasi lo stesso tragitto percorse già nel 4 luglio 1848, il gran patriotta Costabile Carducci co’ suoi sventurati compagni, quando egli, dopo le sconfitte di Campotenese, cercò raggiungere le natie balze del Cilento, ma costretto ad approdare, per i violenti marosi, alla spiaggia del villaggio di Acquafredda, quivi, fu catturato e trucidato infamemente dagli sgherri del Prete Peluso. Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e ville dell’antica Magna Grecia, che le ossa del gran Patriotta del Cilento, le quali tuttora riposano dimenticate nella chiesetta del villaggio, si fossero destate dall’avello frementi di gioia pel compimento della tanta sospirata redenzione d’Italia (1). Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, etc…”. Pesce, a p. 28, nella nota (1) postillava: “(1) Nel nostro opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’, abbiamo discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunto a Maratea, in terra di Lucania, il 3 settembre, Garibaldi scese al mare. Ecco la ‘Costa del Sole’, illuminata dalle prime luci dell’alba, tutta brividi di arcobaleno. Qualche solitaria barca veleggiava come fantasma di poesia, e qualche canto marinaresco faceva udire la sua eco dalle incantevoli insenature della costa. Garibaldi ascoltò e seguì con lo sguardo l’impareggiabile scenario, tutto colori e musiche. Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; e gli altri scrutare l’orizzonte ed a fissare, stupiti, le coste a strapiombo su di un mare denso di smeraldo. Tutto pareva fasciato di silenzio e di poesia. le grotte, i boschi, gli speroni della montagna ornati da ciuffi di bei fiori selvatici, offrivano una visione di pace e di serenità. Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, etc…”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “….raggiunse il Castello del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Etc…”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre etc..”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Per la descrizione della costa da Maratea ad Acquafredda e da Acquafredda a Sapri, vi è la testimonianza oculare di un volontario garibaldino che scrisse in una sua lettera pubblicata da Emile Maison (….). Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre 1860 e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Nous allions en venire aux moyens extremes, quand tout à coup un campagnard s’approche de nous avec force saluts et génuflexions. Peu d’istants apres, sa femme le rejoint et nous offre de l’eau pour nos rafraichir, puis …..de la paille pour faciliter notre campement à la belle etoile. On demand alors à ces braves gens commend il se fait toutes les maison restent fermées. Ils nous repondent qu’à notre aproche tout le monde s’est sauvé dans la montagne, le curé en tete. Le capitaine du navire ajoute: “Mais saviez-vous que nous etions des soldats de Garibaldi ?” – Signor, si! répondent-ils, seulement on disait que vous étiez de mechantes gens”, che tradotto è:  Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre. Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto. Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo. I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico. Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla. Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può. Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi. Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre. Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo; ma sfortunatamente! invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Stavamo per ricorrere a mezzi estremi, quando all’improvviso un connazionale si avvicinò a noi con molti saluti e genuflessioni. Pochi istanti dopo, la moglie lo raggiunge e ci offre dell’acqua per rinfrescarci, poi…paglia per facilitare il nostro accampamento sotto le stelle. Abbiamo poi chiesto a queste persone coraggiose come mai tutte le case fossero rimaste chiuse. Ci hanno detto che mentre ci avvicinavamo tutti fuggivano sulla montagna, con il sacerdote in testa. Il capitano della nave aggiunge: “Ma lo sapevate che eravamo soldati di Garibaldi?” – Signore, sì! rispondono: “solo loro hanno detto che eravate persone cattive”….(il 6 settembre 1860).”. Sempre il Maison, a pp. 67-68 pubblicò un’altra delle lettere di un volontario garibaldino datata 6 settembre 1860 e scriveva che: “Acqua-Fredda , Sapri , le 6 septembre. A notre réveil , nous voyons quelques habitants qui se sont décidés à descendre. Nous faisons faire du café , et nous achetons des fruits que nous payons largement. Ces braves gens reviennent alors de la mauvaise opinion qu’ils avaient conçue de nous, en nous prenant pour des brigands et des pillards. Quelle misère et quelle ignorance dans ce pays ! Les gens ne mangent même pas de pain. Les fruits composent presque toute leur nourriture. D’autre part , si vous leur montrez un livre , ils n’y voient que du blanc et du noir, car il n’y en a pas deux sur cent qui sachent lire. Le gouvernement napolitain , dans un but trop facile à comprendre, empêchait l’instruction de se répandre dans les campagnes et condamnait ces populations si admirablement douées à la plus abjecte infériorité morale.”, che tradotto significa: Acqua-Fredda, Sapri, 6 settembre. Al risveglio, abbiamo visto alcuni abitanti che avevano deciso di scendere. Abbiamo fatto preparare il caffè e abbiamo comprato della frutta, che abbiamo pagato profumatamente. Questa brava gente ha poi cambiato idea su di noi, prendendoci per briganti e saccheggiatori. Quanta miseria e quanta ignoranza in questo paese! La gente non mangia nemmeno il pane. La frutta costituisce quasi tutto il loro cibo. Inoltre, se gli si mostra un libro, vedono solo bianco e nero, perché non due su cento sanno leggere. Il governo napoletano, per uno scopo fin troppo facile da capire, ha impedito che l’istruzione si diffondesse nelle campagne e ha condannato queste popolazioni ammirevolmente dotate alla più abietta inferiorità morale.”. Ma, la lettera che riguarda Sapri, una lettera di un volontario garibaldino pubblicata dal Maison, è quella di p. 68, è datata 7 settembre 1860, dove scriveva che: “Sapri, le 7 septembre. Nous apprenons ce matin que Garibaldi est entré hier soir à Salerne et qu’il y a été parfaitement accueilli. Rien autre chose de nouveau . Je passe ma journée sur le pont à écrire.”, che tradotto significa: “Sapri, 7 settembre. Stamattina abbiamo saputo che Garibaldi è entrato a Salerno ieri sera ed è stato accolto calorosamente. Niente di nuovo. Sto trascorrendo la giornata sul ponte a scrivere.”.  

                                                                                                         GARIBALDI A SAPRI

Nel 3 settembre 1860, Sapri all’arrivo di Garibaldi

Dell’aspetto della cittadina di Sapri, nei primi del mese di Settembre del 1860 abbiamo alcune testimonianze che in parte ne descrivono alcune sue caratteristiche che ancora oggi possiamo riscontrare. Una testimonianza delle condizioni del paese all’epoca è quella del colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a p. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow ci parla di una casa “presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, etc… dove pranzò, alle 16,00. La casa apparteneva al suo ospite don Antonio di Sapri. Non credo si trattasse di casa Gallotti, perchè tra i Gallotti non vi era un “Antonio”. Rustow scriveva anche del “posto di guardia stabilito presso la marina”, dove si trovava Garibaldi, intento “a riposare in una capanna di paglia”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, etc…”. Pare che tutte queste brigate garibaldine furono fatte accampare in località “Cantine”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 250, in proposito scriveva: Nella Calabria citeriore sono meritevoli di menzione Cosenza, Paola e Castrovillari. Cosenza, capitale della provincia, con 12,000 abitanti, giace sui fiumi Crati e Busento (Buzenzo) che ivi riunendosi corrono al mar Jonio. Paola , non lontana dal mar Tirreno, però sull’alto, ha un’industria proporzionatamente importante , specialmente in seta, ed una buona baja. Delle città della Basilicata non nomineremo che la capitale, Potenza, con 10,000 abitanti e Lagonegro sulla strada consolare che qui si avvicina considerevolmente al mare, per dopo nuovamente scostarsene entrando nel principato. Lagonegro è unito al mare mediante una buona strada nuova presso il porto di Sapri una volta celebre ora piccolo, ma pur sempre buono. Sapri è in parte collocata sulle rovine dell’antica città romana Vibona; ultimamente acquistò nuova celebrità per la sfortunata spedizione di Pisacane che vi sbarcò nel 1857. Essa giace di già nel Principato citeriore, nel quale si trovano le città di Padula, la Sala, Diana, Auletta, Eboli e Salerno, ad eccezione di quest’ultima, tutte appollajate sui monti. Auletta fu per la inassima parte distrutta dal terremoto del 1857.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’.”. Emil Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais;  ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Etc…”, che tradotto significa: Sapri, 4 settembre. Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa. Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno. Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare. Vogliamo pagarlo per questo. Impossibile. La povera vecchia grida in nome di suo ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia. Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia. Qui tutti ti chiamano fratello; e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi. Etc…”Dunque, in una lettera pubblicata dal Maison e datata 4 settembre, un volontario garibaldino, sbarcando a Sapri ne descrive alcune sue caratteristiche dell’epoca. Egli racconta che Sapri è un “grazioso paesino” di mare che si affaccia sul golfo di Policastro “situato in una posizione deliziosa” che conta 500 abitanti. Il volontario, di cui non conosciamo il nome, scriveva che a Sapri Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Etc…, che tradotto è:  Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre. Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto. Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo. I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico. Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla. Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può. Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi. Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre. Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo; ma sfortunatamente! invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Etc…”. Anche questa testimonianza del volontario garibaldino pubblicata da Maison, è interessante. Egli ci parla dello sbarco su una spiaggetta di Acquafredda e della marcia a piedi per la tradina mulattiera che portava a Sapri. Egli scriveva del sentiero che, da Acquafredda portava a Sapri: “….sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre.” e che la marcia durò un’ora. Oggi questo sentiero, che rasenta la statale SS. 18, è stato creato ex novo ed è stato chiamato “Appezzami l’asino” (toponimo mai esistito a Sapri. Il volontario scrive pure che arrivato a Sapri Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo….. E’ molto probabile che si trattasse del campanile della chiesa parrocchiale dell’Immacolata in piazza Plebiscito. Lo storico inglese, George Macaulay Treveljan (….), nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: There is a fine beach, but no artificial landing-place at Sapri. Only there may be seen in the clear water the ruins of ancient pier. It runs out from the foundation of a palace built longe ago by some magnate of Imperial Rome, who discovered the beauty of the little bay, and carried thither the whole apparatus of ancient luxury, leaving less adventurous pleasure-seekers at Puteoli and Baiae. Some modern Lucullus will imitate him ere long. Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…, che tradotto significa:  A Sapri c’è una bella spiaggia, ma nessun approdo artificiale. Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto. Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Etc…. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3)  Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa. Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1)  See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Treveljan, nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibald, ci parla della “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce,A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo.”. Inoltre, egli accenna al palazzo imperiale o villa di un importante magnate della Roma Imperiale e scrive che questa: “Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: “Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri. Non c’è in tutta la linea costiera dell’Italia un tratto più bello di quello, dove i monti si protendono l’un dietro l’altro a gara e si tuffano precipitosi nell’acqua (1). Tanta aspra bellezza si contempla meglio dal mare, etc…Soltanto, entrando nella baia di Sapri essi si rizzarono tutti in piedi, a mirare lo spetacolo che si offriva ai loro occhi e ad onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, si era avventurato fin là per issare la bandiera italiana sui monti (2). Su quella stessa spiaggia, dove i precursori erano scesi incalzati da un triste fato, saltò a terra anche Garibaldi, ma sulle ali della vittoria, accolto come il “fratello Garibaldi”, da quella stessa gente di Sapri che tre anni prima aveva fatto il cipiglio a Pisacane e ai suoi sospetti compagni. Ivi erano giunte il griorno prima da Paola, anche le truppe del Turr (3). La spiaggia di Sapri è bella, ma non è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan cita l’altro suo testo, ovvero “Garibaldi e i Mille”, dove egli, da pp. 87 ci parla della Spedizione dei Trecento di Carlo Pisacane, del 1857, a cui Garibaldi non volle partecipare. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 68-68 e ssg. trascriveva una lettera dell’8 settembre ed in proposito scriveva che: “Sapri, Policastro, le 8 september. Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée, accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En de pit du temps qui parait vpouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui merite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents ames. On lui donne sans doite ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prete son nom au golfe qui s’etend devant elle. D’apres un historien digne de foi, elle fut, en 1055, entierement detruite par Robert Guiscard, etc…”, che tradotto significa: Garibaldi è a Napoli. Vi è entrato ieri in giornata, accompagnato solo da alcuni suoi amici (1). Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, cittadina che oggi merita a malapena il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. Le viene dato senza dubbio questo titolo in ricordo della sua passata importanza e perché dà il nome al golfo che si estende davanti ad essa. Secondo uno storico attendibile fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, etc…”. Il volontario garibaldino scriveva di Sapri che era un piccolo paesino di 400 anime. Maison, a pp. 68-69, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire , Garibaldi passa par Eboli . A Salerne etc…”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli. A Salerno, prese la ferrovia.”. Mason cita M. Edwin James (….), il cui testo è di un giornale curato da Ms. Edwin James’s. Egli scrisse “Garibaldi and his advisers”Antonio Pizzolorusso (….) e del suo “I martiri per la libertà italiana per la Provincia di Salerno con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860”, Salerno, 1885. Pizzolorusso, a p. 234, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre e ordina al primo d’inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via Consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al Generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”.  Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “

I dubbi sulla decisione di Garibaldi, i reali motivi che, da Tarsia lo spinsero a venire a Sapri, invece che proseguire sulla strada Consolare per le Calabrie che da Rotonda lo portava a Lagonegro. Perchè Garibaldi venne a Sapri ?   

Ancora oggi, sussistono dei dubbi e delle omissioni sul passaggio di Garibaldi a Sapri. Ancora oggi, è opportuno ulteriormente indagare sui reali motivi per cui Garibaldi decise di deviare per arrivare a Sapri dopo la sosta a Rotonda.La maggior parte degli storici risolvono frettolosamente la deviazione di Garibaldi come una decisione indotta dalla presenza sulla strada Consolare delle Calabrie delle truppe regie borboniche di Caldarelli che battevano in ritirata dopo la Capitolazione di Cosenza. Ma già nella sua tappa a Tarsia il generale Garibaldi aveva intenzione di deviare, di lasciare la strada Consolare per le Calabrie, e di recarsi a Sapri. I motivi per cui Garibaldi andasse a Sapri non sono mai stati del tutto chiariti. Non tutti conoscono della deviazione che Garibaldi decise di fare, andando a Sapri. Unica nota stonata tra gli storici, peraltro testimoni oculari, vi sono quelle del Perini e del Du Champ, che non ci parlano affatto di Sapri.  Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla, ove pose il campo, trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, il Perini, a p. 493, in proposito scriveva: “Turr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla.”, negando che Garibaldi si fosse recato prima a Sapri. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Addirittura Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, riferendosi al generale Turr, che su ordine di Garibaldi doveva andare Paola per andare a prendere i volontari ivi lasciati dal Bertani, in proposito scriveva che: XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Perini scriveva che i suoi compagni e la sua Brigata (credo la Medici) aveva ricevuto ordini di recarsi da Paola “al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato”. Che vi fossero le truppe regie accampate nei pressi di Eboli e di Salerno questo si sapeva ma che vi fossero truppe regie a Sapri non mi pare che sia corretto sostenerlo. Addirittura, alcuni storici recenti hanno liquidato la tappa di Garibaldi a Sapri come frettolosa ed inconsistente. Infatti, ad esempio, Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola. Dopo aver pernottato tra il 3 e il 4 settembre a Vibonati in casa De Nicolellis, etc…”. Non dicendo quasi nulla su Sapri e sulla sosta di Garibaldi a Sapri. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre dove già erano approdate le truppe del generale Turr, provenienti dalle Calabrie. Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Finelli scrive queste due parole su Sapri ed invece si dilunga su un evento di dubbia storicità che riguarda l’eventuale tappa di Garibaldi a Vibonati. Come si è visto nel precedente paragrafo la maggior parte degli storici fa risalire la decisione di Garibaldi a Rotonda, il 2 settembre 1860, da cui decise di deviare la sua cavalcata, adducendo i motivi della presenza pericolosa nella zona del Lagonegrese delle truppe Regie borboniche che battevano in ritirata. Ma noi nutriamo dei seri dubbi su questa versione dei fatti. Già a Tarsia Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale, generale Sirtori, dicendogli che a Sapri avrebbe inviato ordini a Turr. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “…a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, avendo riguardo al buon nutrimento dei militi, etc….Io partirò alla volta di Castrovillari alle 4 pom. d’oggi, e seguito avanti quanto lo comporteranno le circostanze. Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini. Etc…”. Da Tarsia, dove Garibaldi si fermò per poco tempo, il 1° settembre 1860 scrisse al generale Sirtori anticipandogli alcuni ordini e avvisandolo che Turr si era partito per Paola da dove doveva condurre le truppe dell’ex divisione Bertani-Pianciani a Sapri. Nel dispaccio indirizzato a Sirtori Garibaldi gli scriveva che: Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini.”. Inoltre, il telegramma o dispaccio di cui parla l’Agrati, ovvero ciò che Garibaldi, a Tarsia manda a dire al generale Sirtori, dimostra anche il fatto che già il 1° settembre 1860, e non come erroneamente si dice, Garibaldi era già intenzionato a non proseguire la sua marcia prendendo la strada per Castelluccio-Lagonegro-Sala Consilina proseguendo sulla Consolare, ma, egli aveva già intenzione di passare per Sapri che, al contrario si trova lungo la costa tirrenica e da lì, proseguire e risalire vero Sala Consilina. Infatti, a Tarsia, il 1° settembre 1860, Garibaldi scrive a Sirtori: Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini.”. Garibaldi avvisa Sirtori che il generale Turr era andato a prendere le truppe di Bertani a Paola per portarle a Sapri “dove troverà suoi ordini”. Garibaldi, a Tarsia sapeva già che sarebbe passato a Sapri, dove avrebbe inviato nuovi ordini e nuove disposizioni a Turr che doveva ivi lasciare le truppe al Rustow. Garibaldi già da Tarsia o probabilmente già da Cosenza sapeva che avrebbe fatto la deviazione per Sapri. Infatti, Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. A questo punto mi chiedo, per quale importante motivo, Garibaldi decise la deviazione per Sapri ?  La domanda che mi faccio è cosa rappresentasse per Garibaldi Sapri, che è una piccola cittadina posta sulla costa Tirrenica. Che bisogno aveva Garibaldi che aveva fretta di arrivare a Napoli di fermarsi invece a Sapri ? Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Pietro Ebner scriveva che furono le insistenze del romanziere francese Alessandro Dumas, padre, a convincere Garibaldi di uno sbarco nel golfo di Policastro. Erano importanti i movimenti nei piccoli paesi della costa Cilentana e del Golfo di Policastro ?. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 103-104 , riassumento la lettera che il Dumas scrisse il 27 agosto a Garibaldi, scriveva: “Liborio Romano o si ritirerà a bordo della nave ammiraglia inglese o verrà a raggiungervi; una volta a bordo della fregata inglese o presso di voi, egli proclamerà la decadenza del re e vi riconoscerà per dittatore. Egli ha dalla sua parte il popolo ed i diecimila uomini della guardia nazionale, oppure, se voi operate uno sbarco, sia nel golfo di Policastro, sia in quello di Salerno, egli spaventerà talmente il re che il re partirà.”Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi, decise di andare a Sapri. Perchè lo fece ? Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Però la domanda iniziale è sempre lecita. Cosa spinse Garibaldi, che marciava spedito verso Napoli, a deviare ed a fermarsi a Sapri ?. Ormai, le truppe dell’ex spedizione Pianciani erano già al sicuro nel porto di Sapri ed ivi sbarcate con Turr, restavano ordinate dal Rustow. Inoltre, Turr era pure partito da Sapri, insieme a pochi ufficiali per perlustrare la zona di Lagonegro, che, gistamente il Quandel-Vial (….), giudicava pericolosa. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. Etc…”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Addirittura il Quandel scriveva che nel Lagonegrese “lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi”. Notizia questa da approfondire ma a me non sembra che così fosse. E’ indubbio che la cittadina ed il contado del Lagonegrese fosse posto lungo la Consolare per le Calabrie, e che la Consolare fosse pericolosa in quel periodo perchè attraversata dalle truppe regie borboniche in ritirata ed è pur vero che in seguito, giorni doopo, Garibaldi evitò Lagonegro, fermandosi invece nella taverna del Fortino. Gli ordini che Garibaldi aveva impartito al Turr avevano già messo in sicurezza l’avanguardia garibaldina. Che bisogno aveva Garibaldi scendere con pochi suoi fidi a Sapri, la città dello sbarco di Pisacane ?. Cosa vi era di importante a Sapri ? Quale era la necessità di Garibaldi di non galoppare in incognita verso Lagonegro ed invece deviare per andare a Sapri. Forse Garibaldi doveva ivi incontrare alcuni messi inviati via mare da Persano quali inviati in missione di Cavour. Cosa che peraltro avvenne. Garibaldi, a Sapri incontrò il viceconsole sardo Astengo ed il suo amico di infanzia il capitano Augier. Garibaldi a Sapri doveva vedere le truppe dell’ex spedizione Pianciani annunciategli a Cosenza dal Bertani che li aveva portati da Pizzo a Paola ed a Sapri diede istruzioni al colonnello Rustow. Garibaldi a Sapri incontrò pure i volontari garibaldini e le truppe insurrezionali del Cilento ivi portate da Michele Magnoni e coordinati dal Matina a Sala Consilina. Insomma, credo che Garibaldi avesse diversi seri motivi per deviare per Sapri e che tale deviazione non fosse, a mio parere solo una mossa diversiva. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 411-412, in proposito scriveva che: Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Etc…”. Anche l’Agrati cade nello stesso errore del Treveljan, perchè secondo quanto egli scrive, Garibaldi, a Rotonda, dovendo proseguire oltre, decise di lasciare la strada Consolare delle Calabrie  “Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao..”. A Rotonda, Garibaldi aveva appreso che il generale borbonico Caldarelli, di cui non si fidava, si trovava con le sue truppe a Castelluccio e quindi, come scrive il Treveljan, decise di cambiare itinerario ed aggirare quelle truppe che potevano costituire un pericolo. Forse è questo il motivo della deviazione di Garibaldi ma resta il fatto che, Garibaldi, già a Tarsia, il 1° settembre 1860 aveva scritto al generale Sirtori che egli sarebbe andato a Sapri. Garibaldi, già a Tarsia era intenzionato a dirigersi a Sapri tanto che scriverà al Sirtori che a Sapri manderà ordini a Turr. Certo, sulla strada Consolare delle Calabrie che passava da Castelluccio e poi da Lagonegro, forse sarebbe stato più semplice scendere nel golfo di Policastro ma, anche l’itinerario che decise di seguire da Rotonda, ovvero menarsi verso Laino Borgo e quindi verso la costa, verso Scalea poteva essere agevole. Aveva bisogno solo di guide esperte che lo guidassero non essendoci strade rotabili. Il tragitto fu a mio avviso agevole considerando che Garibaldi, come vedremo arriverà anche a casa degli attendibili di Maratea prima di imbarcarsi per Sapri, il giorno 3 settembre. Il Treveljan scrive che è solo a Rotonda che Garibaldi decise di cambiare itinerario, ma come dimostra il telegramma che egli inviò giorni prima al generale Sirtori, Garibaldi aveva già deciso di portarsi a Sapri. Garibaldi, ancora non sapeva dove si trovasse il Caldarelli con le sue truppe borboniche. Forse era già a Lagonegro ? Non era sicuro. Garibaldi doveva raggiungere le truppe del Caldarelli con le sue truppe, portate dal Turr che erano già a Sapri. Egli, dunque, doveva andare a Sapri. E’ interessante, a tal proposito, l’osservazione di Carlo Pecorini-Manzoni che risolve la quatione dicendo che Garibaldi decise di andare a Sapri solo dopo la notizia che gli arrivò dal generale Turr, il quale, su ordine stesso di Garibaldi, da Sapri dovette andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Turr….a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. In questo passaggio, però, devo precisare che rilevo una evidente incongruenza. Si tratta della frase: avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Si tratta della notizia che il Pecorini scrive che secondo lui, Garibaldi avuto notizie del Caldarelli dal generale Turr, si decideva a scendere verso la costa e si imbarcava per Sapri. La tempistica non è verosimile in quanto Garibaldi, a mio avviso, già a Rotonda aveva deciso di imbarcarsi per Sapri. Si tenga presente che il generale Turr si trovava in perlustrazione a Lagonegro, secondo la testimonianza di Forbes (….), egli si trovava a Lagonegro il 3 settembre 1860, dove aveva incontrato Forbes, Nullo e Trecchi, che gli dissero che avevano pranzato con Caldarelli che Turr non trovò. Dunque, quando Turr scrive ed invia il dispaccio da Lagonegro a Garibaldi, siamo già verso la fine della mattinata del giorno 3 settembre 1860 quando Garibaldi cioè, egli, era ancora sui muli per giungere alla marina di Tortora. Garibaldi non era arrivato a Sapri, ma, insieme ai sei compagni, già a Rotonda aveva deciso di cambiare itinerario e portarsi a Sapri. Pecorini scriveva che il generale Turr, da Lagonegro comunicava a Garibaldi, che ancora non era arrivato a Sapri, del dispaccio-intimazione di resa che aveva inviato a Caldarelli. Dalle informazioni assunte, Turr venne a sapere che il generale borbonico Caldarelli era già partito da Lagonegro e non aveva rispettato i patti stabiliti col Morelli a Cosenza. Infatti, Pecorini scriveva: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Inoltre, è vero che il messaggio di Turr arrivò a Garibaldi quando egli era già a Sapri ma vi è da dire che, se Garibaldi ricevè assicurazioni dal Turr che il generale Caldarelli non si trovava più a Lagonegro, a maggior ragione Garibaldi avrebbe portuto proseguire sulla Consolare per le Calabrie invece che andare a fare un viaggio lungo e faticoso per andare a Sapri. Il messaggio di Turr a Garibaldi dimostra solo che Garibaldi voleva conoscere le mosse di Caldarelli e delle sue truppe perché voleva essere sicuro che Caldarelli rispettava la capitolazione di Cosenza stipulata con Morelli. Infatti, in seguito, a Sala fu stipulata nuova capitolazione con il generale Caldarelli.  Dai fatti storici, di cui stò per parlare, si potrebbe affermare che Garibaldi si sentisse più sicuro a Sapri che a Lagonegro, dove risultavano passare migliaia di soldati borbonici nemici che battevano in ritirata. Risultava più sicura la costa Tirrenica di Paola, Scalea, Maratea e Sapri ? E’ indubbio che la costa calabrese all’altezza di Paola, si era dimostrata amica e non ostile alle forze garibaldine, dunque molto più sicura dll’entroterra battuto dalle truppe regie. Infatti, sulla costa Tirrenica, calabrese e Cilentana (a Sapri) vi fu un alto numero di sbarchi di volontari. A Paola le navi borboniche non incrociavano i numerosi piroscafi utilizzati per i trasferimeni delle truppe garibaldine ivi portati da Turr e Rustow dalla Sicilia. E la popolazione di Paola si era dimostrata affettuosa con i soldati garibaldini. E i Regii borbonici erano di colpo spariti ? Accordi con il Vial ? E a Sapri ? Come fu possibile che a Sapri, il generale Turr e il Rustow potettero portare le migliaia di volontari. La costa di Praja, Maratea, Acquafredda fino a Praja erano sgombre da bastimenti da guerra borbonici ?. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.. Dunque, il colonnello Rustow, che accompagnava le truppe da Paola a Sapri, insieme al generale Turr, scriveva che arrivati a Sapri, non trovarono movimento di truppe napoletane, ovvero truppe borboniche nemiche. Come si spiega tutto questo ? Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: Soltanto, entrando nella baia di Sapri essi si rizzarono tutti in piedi, a mirare lo spettacolo che si offriva ai loro occhi e ad onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, si era  avventurato fin là per issare la bandiera italiana sui monti (2). Etc…”. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan cita l’altro suo testo, ovvero “Garibaldi e i Mille”, dove egli, da pp. 87 ci parla della Spedizione dei Trecento di Carlo Pisacane, del 1857, a cui Garibaldi non volle partecipare. Treveljan scrive che Garibaldi si era recato a Sapri e lì, arrivando in barca si commosse al ricordo di Pisacane che tre anni prima egli non volle sostenere nella sua storica impresa. Ma, alla luce degli avvenimenti postumi possiamo ipotizzare il reale motivo per cui Garibaldi scelse deliberatamente di recarsi a Sapri ? Credo questo uno dei tanti motivi ma non il principale. Garibaldi a Cosenza aveva reso omaggio ai Fratelli Bandiera e, a Sapri venne pure per rendere omaggio a Carlo Pisacane e ai suoi Trecento valorosi, ma, resta la domanda ed il dubbio sui reali motivi di questo improvviso passaggio. Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: Garibaldi ha sfretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Etc…”. Infatti, la baia naturale e l’approdo Tirrenico di Sapri, che tuttavia non aveva un porto, è stata da secoli un punto di riferimento per le armate che volevano invadere il Regno di Napoli. Punto di facile approdo e di facile rifornimento di acqua, indispensabile per i legni di mare, Sapri rappresentava un buon nascondiglio difficile da raggiungere ance dalle truppe Regie borboniche che trafficavano sulla strada Consolare per le Calabrie. Ma, questo ultima motivazione è valida per le truppe ivi portate dal Turr e Rustow ma, non è sufficiente a spiegarci i reali motivi che spinsero l’Eroe dei due Mondi a fermarsi quì prima di proseguire per il Vallo di Diano, che peraltro era già ben presidiato dalle forse del Fabrizi, del Boldoni e del Matina. 

Nel 3 settembre 1860, le strade e le ferrovie, i collegamenti viari 

Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 250, in proposito scriveva: Delle città della Basilicata non nomineremo che la capitale, Potenza, con 10,000 abitanti e Lagonegro sulla strada consolare che qui si avvicina considerevolmente al mare, per dopo nuovamente scostarsene entrando nel principato. Lagonegro è unito al mare mediante una buona strada nuova presso il porto di Sapri una volta celebre ora piccolo, ma pur sempre buono.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 89, in proposito scriveva: “Il regno di Napoli, che per primo si era posto sulla strada delle costruzioni ferroviarie con la costruzione della linea Napoli-Portici, inaugurata nel 1839, e prolungata qualche anno dopo fino a Nocera e Salerno, e la Napoli-Caserta nel 1840 non fece nessun passo avanti. Il regno era ferroviariamente isolato a nord di Caserta fino a Firenze e a sud di Salerno fino alla Sicilia, dove non solo non si era costruito un solo chilometro di ferrovia, ma appena si era formulato qualche progetto (101). Le comunicazioni marittime non furono in condizioni migliori. La marina mercantile del regno era rimasta molto danneggiata dalle precedenti convenzioni stipulate con l’Inghilterra, la Francia e la Spagna. E, soltanto dopo le tariffe del 1823-1824, i nuovi trattati commerciali stipulati nel 1845, ed altre favorevoli circostanze, era riuscita a risollevarsi dalla depressione in cui era precipitata (102).”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri. Non c’è in tutta la linea costiera dell’Italia un tratto più bello di quello, dove i monti si protendono l’un dietro l’altro a gara e si tuffano precipitosi nell’acqua (1). Tanta aspra bellezza si contempla si contempla meglio dal mare, ma Garibaldi che la cavalcata notturna aveva stremato di forze, si adagiò e dormì nella prua, sotto la vela che i suoi amici gli gettarono addosso per proteggerlo dal cocente sole meridiano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria; quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90.”. Questa nota riguarda l’altro testo pubblicato dal Treveljan (….), ovvero “Garibaldi e i Mille”, di cui sempre la Dobelli fece la sua traduzione.  

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, il Sindaco: don VINCENZO PELUSO, nipote del famigerato prete e Capo Urbano all’epoca di Carducci e di Pisacane

Quando, il 3 settembre 1860 arrivò a Sapri il generale Giuseppe Garibaldi, non si hanno notizie precise dello stato dell’Amministrazione Comunale di Sapri. Vi sono poche notizie in merito. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “9) Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso, 1834; 11) Pasquale Autuori, 1844; 12) Vincenzo Peluso, 1852; (13) Pasquale Autuori, 1865; (14) etc….(7)”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi, a Sapri, all’epoca di Garibaldi, nel 1860, il Sindaco era Vincenzo Peluso che fu Sindaco di Sapri dal 1852 (1857, sbarco di Pisacane) al 1865, quando fu eletto Sindaco don Pasquale Autuori. Purtroppo notizie più precise in tal senso non vi sono a causa dei diversi roghi avvenuti presso il Municipio di Sapri, in occasione dei quali sono andati definitivamente persi i documenti municipali dell’epoca, in particolare le Delibere del Consiglio Decurionale. Riguardo il Comune di Sapri, sempre Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”. Dunque, il Tancredi scriveva che al tempo di Garibaldi il Sindaco di Sapri era Vincenzo Peluso. Si tratta di Vincenzo Peluso, il vecchio prete pluriomicida ?, la cui fazione era filo-borbonica. No, si trattava del nipote del famigerato prete, e nel 1857 era Capo Urbano di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, secondo il Mallamaci, all’epoca di Pisacane il Sindaco di Sapri era Leopoldo Peluso, altro nipote del famigerato Prete Vincenzo. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Vicenzo Peluso (omonimo dello zio prete) che era capourbano e l’altro, Leopoldo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo guidato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti. 

L’arrivo a Sapri, il 4 settembre 1860, nel racconto di un garibaldino    

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais;  ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’expression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: Sapri, 4 settembre. Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa. Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno. Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare. Vogliamo pagarlo per questo. Impossibile. La povera vecchia grida in nome di suo ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia. Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia. Qui tutti ti chiamano fratello; e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi. Dopo pranzo ci avventuriamo nello campagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne. Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo. È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli; ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica. Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza. Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine. Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza. Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”

Nel 3 settembre 1860, lunedì, alle 15,30, a Sapri, l’arrivo e lo sbarco di Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Agostino Bertani, Cosenz, Medici, Sirtori (?), Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli 

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nel capitolo “Garibaldi a Sapri”, a p. 26, in proposito scrivevo che: “Tre anni dopo, il 2 settembre 1860, il Generale Rustow con la brigata Milano, composta da 900 uomini, e la Spinazzi, oltre 1500 uomini che il Generale Turr aveva concentrato a Sapri e che precedettero Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, reduci vittoriosi dalla Sicilia, e annientato l’esercito borbonico in Calabria, mentre il Re Francesco II di Borbone decideva di ritirarsi a Gaeta, giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri ove trovarono la gente che commossa alla vista del popolare eroe, sventolando fazzoletti tricolori lo salutava con trepidante gioia. A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotta e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, ordino alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Dunque, scrivevo che il 3 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi sbarcò a Sapri, con il suo gruppetto di fidatissimi, provenienti dalla marina di Castrocucco, vicino Maratea e da li via mare si portarono con delle barchette alla spiaggia di Sapri, dove essi sbarcarono nelle prime ore del mattino. Sull’importante fatto storico per la cittadina di Sapri, mio paese natio, si sa che gli uomini che sbarcarono a Sapri insieme al generale Giuseppe Garibaldi, provenienti dalla secca di Castrocucco in barca, erano in sette, compreso Garibaldi. Sui sette uomini al seguito di Garibaldi, gli altri cinque, tolto Garibaldi e Bertani si conoscono dal racconto che il Bertani stesso fece della cavalcata che fecero nella notte del 2 settembre 1860 per scendere dai monti della Basilicata alla marina di Tortora, Castrocucco. Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) Garibaldi, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Gusmaroli ed io partiamo da Castrovillari, in carrozza, alle 5 antimeridiane; ovazioni a Morano: il capo degl’insorti di Potenza ci annunzia essere pronti duemila volontari. A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende su’ monti, l’aria fresca ci tiene svegli. Arriviamo all’alba in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea; tutti e sette vi entriamo. Il generale si stende a prora, e noi lo copriamo con la vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta con sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato si affollano con le speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Carlo Pisacane è su le labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. A Sapri, su la spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione Türr acclamano il generale. Egli li carezza con gli occhi e li anima con la parola.”. In questo passaggio del suo discorso Fortunato cita il “Diario” di Agostino Bertani che fu pubblicato da Jessie White Mario (….). Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di  Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?.  Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di  Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio……Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. Etc…”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castrocucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto dal “Diario” di Agostino Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio, ….Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano sotto il cocente sole, e la dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione ! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole,  là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette (in tutto) montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno accettati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., è dello stesso avviso ed in proposito scriveva che: “…; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri. …..III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia. Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del generale Cardarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco etc…(1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860’ del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. Dunque, l’Avv. Carlo Pesce ci parla di sei compagni che insieme a Garibaldi approdarono a Sapri e sono, oltre a Bertani e Basso, vi sono Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori al posto di Nullo, Gusmaroli e Rosagutti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, etc…”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: ….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia…..e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata  dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso etc…”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castell del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate  per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 142-143 e ssg., in proposito scriveva che: “…..e finalmente, ecco la baia di Sapri, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 142-143 e ssg., in proposito scriveva che: Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’. Era terra salernitana! ….E se Pisacane, in Sapri, non aveva trovato nessuno ad attenderlo, fuorchè l’ospitalità di un’osteria, Lui, il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300”. (p. 146) Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria ! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là né di strade né di sentieri v’è traccia alcuna. Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che Bertani testimoniava che la comitiva che accompagnava Garibaldi era composta di cinque in tutto, compreso Garibaldi. Ma abbiamo visto che non è stato così. Bertani scriveva chiaramente essere in tutto sette. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate.”. Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “.  

Nel 3 settembre 1860, lunedì, alle 15,30, a Sapri, l’arrivo e lo sbarco di Giuseppe Garibaldi, Agostino Bertani, Enrico Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…….Tre anni dopo, …..Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, ….giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri ove trovarono la gente che commossa alla vista del popolare eroe, sventolando fazzoletti tricolori lo salutava con trepidante gioia…Etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno accettati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di  Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?.  Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di  Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, all’alba, i sette si avviarono verso Sapri. Garibaldi era molto stanco per la difficile cavalcata della passata notte, per cui durante tutto il tragitto si sdraiò sulla barca, guidata da due marinai e dormì destandosi nella baia saprese. A Sapri si giunse alle tre e mezzo; molta gente e volontari accorsero sulla spiaggia per salutare il Generale, reduce vittorioso dalla Sicilia. La gente sorpresa ed emozionata sventolò fazzoletti e applaudì a lungo il leggendario Condottiero dei Mille, che a sua volta non senza emozione rispose al saluto commovente degli astanti. I sapresi lo aspettavano ansiosi, ma non così presto, per cui trovandosi al cospetto del più popolare eroe d’Italia rimasero sorpresi e piansero dalla gioia.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “…il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Etc… Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole,  là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri. Entrando a vele spiegate, nella baia di Sapri, il Duce ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che s’era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore alla memoria del condottiero dei Trecento che, tre anni prima, precorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara di martirio. III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia. Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Mentre il Vallo di Diano era presidiato a nord e a sud rispettivamente da Lorenzo Curzio da Sant’Angelo a Fasanella presso il ponte di Campestrino e da Francesco Galloppo da Polla presso la Certosa di San Lorenzo, Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Qualche giorno prima (30 d’agosto) a Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro, aveva sbaragliato le truppe del generale Giuseppe Ghio, che nell’occasione non mostrò la sicurezza evidenziata nella “scaramuccia” di Padula (58).”. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p. 352, nella nota (58) postillava: “(58) Giuseppe Ghio chiuse i suoi giorni assassinato a Napoli nel 1874 da mano ignota”.  Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittor inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque, la notizia si trova nell’altro testo di Treveljan, intitolato “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the make of Italy” (1909)(Garibaldi e la formazione dell’Italia), nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: …from Tortora and Maratea. Thence a small boat took them on to Sapri. There is no finer part in the whole coast-line of Italy than this unvisited riviera, where the precipitous ridges run hout one beyond another and sink into the waves (3). The rugged coast is best from a boat, but Garibaldi, exhausted by the night’s ride, lay asleep in the prow, while is friends covered him whit a sail tho protect him from the rais of the noonday sun. Only as they entered the bay of Sapri, they all stood up tho gaze on the beauty of the scene, and to honour the memory of Pisacane, who in 1857, had run into this bay to rise the Italian flag upon the mountains (1). On the beach where his forerunner had lanted under the shadow of doom, Garibaldi stepped ashore on the full tide of victory, welcomed as ‘fratello Garibaldi’ by the people of Sapri, who three years before had frowned on Pisacane and is more questionable following. Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). There is a fine beach, but no artificial landing-place at Sapri. Only there may be seen in the clear water the ruins of ancient pier. It runs out from the foundation of a palace built longe ago by some magnate of Imperial Rome, who discovered the beauty of the little bay, and carried thither the whole apparatus of ancient luxury, leaving less adventurous pleasure-seekers at Puteoli and Baiae. Some modern Lucullus will imitate him ere long. Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…, che tradotto significa:  “…..da Tortora e Maratea. Di lì una piccola barca li portò a Sapri. Non c’è parte più bella in tutta la costa italiana di questa riviera inesplorata, dove le creste scoscese corrono l’una dietro l’altra e sprofondano nelle onde (3). La costa frastagliata si visita meglio da una barca, ma Garibaldi, stremato dalla cavalcata notturna, giaceva addormentato a prua, mentre i suoi amici lo coprivano con una vela per proteggerlo dai raggi del sole di mezzogiorno. Solo quando entrarono nella baia di Sapri, tutti si alzarono per ammirare la bellezza della scena, e per onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, era corso in questa baia per issare la bandiera italiana sui monti (1) . Sulla spiaggia dove il suo precursore era approdato all’ombra della sventura, Garibaldi sbarcò nel pieno della vittoria, accolto come ‘fratello Garibaldi’ dal popolo di Sapri, che tre anni prima aveva disapprovato Pisacane ed è più discutibile seguito. Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2). A Sapri c’è una bella spiaggia, ma nessun approdo artificiale. Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto. Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Etc…. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3)  Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa. Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1)  See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: Soltanto, entrando nella baia di Sapri essi si rizzarono tutti in piedi, a mirare lo spettacolo che si offriva ai loro occhi e ad onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, si era  avventurato fin là per issare la bandiera italiana sui monti (2). Su quella stessa spiaggia, dove i precursori erano scesi incalzati da un triste fato, saltò a terra anche Garibaldi, ma sulle ali della vittoria, accolto come il “fratello Garibaldi”, da quella stessa gente di Sapri che tre anni prima aveva fatto il cipiglio a Pisacane e ai suoi sospetti compagni. Ivi erano giunte il giorno prima da Paola, anche le truppe del Turr (3). La spiaggia di Sapri è bella, ma non è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Oltre alla narrazione dello storico Inglese, Treveljan, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal tedesco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina. Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini risposi. – Avete un corpo interamente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sula spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, proveniente da Scalea, in barca, accompagnato da due marinai ed alcuni amici, tra i quali il Cosenz ed il Bertani, entrò, a vele spiegate, nella baia di Sapri. L’eroe ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che si era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore al condottiero dei Trecento, che tre anni prima, percorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara del martirio. Garibaldi sbarcò a Sapri verso le 15,30 e vi trovò molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il condottiero dei Mille, per accogliere come dicevano, il “fratello Garibaldi, reduce vittorioso dalla Sicilia”….(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 31 Agosto, Pietro mio fratello partiva con Mignogna all’incontro con Garibaldi. Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre con sei compagni scese a Laino al mare; il giorno 3  va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; etc…(1).”. Lacava, a p. 701, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi: Storia dei moti di Basilicata etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 707, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! ….il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, il 3 pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspettatamente verso le 2 pom. del 3 settembre nell’ampia baia arenosa di Sapri, etc…. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; etc…(61).”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr che con Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Fusco, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”. In questo passaggio, il Fusco scrive che Garibaldi si era incontrato con  Stefano Turr e con Enrico Cosenz alla taverna del Fortino mentre io scrissi che Garibaldi insieme a loro viaggiò in una barchetta con la quale sbarcò a Sapri, dove insieme a loro si recò a casa del barone Giovanni Gallotti. Scrivere, come ha fatto il Fusco (riferendosi a Garibaldi):  “…..si incontrò col medico Agostino Bertani, etc…, col generale Stefano Turr, etc…, con Enrico Cosenz, etc…”, potrebbe indurre a credere, oltre che essi si incontrarono al Fortino, che essi non erano insieme quando arrivarono e si incontrarono alla taverna del Fortino del Cervaro. Essi, come racconta lo stesso Agostino Bertani, nei suoi Diarii, si partirono insieme da Castrocucco ed insieme arrivarono a Sapri. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.”. Nel suo racconto, il Bertani scrive che erano sei cavalieri che accompagnavano Garibaldi a Sapri, imbarcatisi con una barcaccia dopo aver visitato il castello del Labanca vicino Maratea. Secondo il Pesce, il Bertani, nel suo narrato dei suoi “Diarii” scriveva che Garibaldi, “….con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.” ed il Pesce scriveva anche che Garibaldi “col suo gruppo…”. Chi erano i sei cavalieri con i quali Garibaldi sbarcò sulla spiaggia di Sapri, il 3 settembre 1860 e quindi mi chiedo chi fossero i sei ospiti, oltre al Garibaldi, del barone Giovanni Gallotti ?.  Sono gli stessi che insieme a Garibaldi fecero il percorso descritto dall’Avv. Carlo Pesce che, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, etc…”. Dunque, il gruppo che accompagnava Garibaldi a casa Gallotti era composto da Enrico Cosenz, Nino Bixio, Alfonso Medici, il generale Sirtori, il medico Agostino Bertani ed il segretario personale di Giuseppe Garibaldi, …….Basso. Non faceva parte del gruppo il generale Stefano Turr che, era arrivato con la sua divisione a Sapri già la mattina del 2 settembre e che il 3 settembre era salito a Lagonegro. Infatti, nella mia Relazione storica, nel 1998, Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola. Dopo aver pernottato tra il 3 e il 4 settembre a Vibonati in casa De Nicolellis, la mattina del 4 settembre, passando per Casaletto Spartano, Tortorella e Battaglia, attraverso il passo di monte Cucuzzo giunse e sostò alla taverna del Fortino, dove nel 1857 aveva pernottato Carlo Pisacane, dove si ebbe l’incontro del gruppo Garibaldi con un messaggero del Dittatore della Sicilia con la proposta di proclamere l’annessione della Sicilia al nascente Regno di Italia. L’intervento di Bertani dissuase Garibaldi di accogliere la richiesta. A sera Garibaldi si fermò e pernottò a Castelnuovo (oggi Casalbuono) ospite della famiglia di Raffaele Sabatini. La mattina del 5 settembre si fermò fugacemente a Sala Consilina. Il 6 settembre fu a Salerno e l’otto settembre raggiunse Napoli (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre dove già erano approdate le truppe del generale Turr, provenienti dalle Calabrie. Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: ….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve etc…”. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 170, in proposito è scritto che: “Capitolo Settimo – Garibaldi entra in Salerno. I. In Salerno erano fortemente trincerati 20.000 uomini di truppe napoletane sotto gli ordini di Bosco e di Barbalunga. Il 4 settembre 4,000 insorti , comandati dal generale Torre, sbarcarono a Sapri (2). Garibaldi ce nel 20 agosto trovavasi a Palmi, marciava su Salerno appoggiato sulla destra da Cosenz.”. Dunque, come si può leggere, il generale Turr è ivi chiamato “Torre”. Il testo, a p. 170, nella nota (2) postillava: “(2) Sapri, piccola città del Principato Citeriore con porto sul Mediterraneo; popolazione 1500.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Arrivò la sera del 3 a Sapri.”.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e solidale Carlo Pisacane. Etc…”. Dunque, ciò che scrive il Montesano parlando di Casaletto, è fuorviante in quanto, “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato” si evince che già nell’arrivo di Garibaldi e degli altri sei, in barca, a Sapri, Garibaldi “rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e solidale Carlo Pisacane” e non al Fortino. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castell del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate  per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 142-143 e ssg., in proposito scriveva che: Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’. Era terra salernitana! Tre anni prima, all’improvviso, senza che alcuno sapesse nulla, sul mare era comparso un vapore: il “Cagliari”, dal quale, a tarda sera, erano scesi trecento uomini, al comando di ‘Carlo Pisacane’. Era il 28 giugno 1857. Lo sbarco di Garibaldi, venne, così, associato al ricordo della Spedizione dei “300”. Era stata quella, per prima, a far conoscere, nel salernitano, le vere aspirazioni dei cospiratori: cacciare lo straniero, conquistando la libertà e affrettando l’evento di una Italia unita, forte e temuta !. Nella storia, quella di Sapri era stata la via del martirio di Pisacane: la via della grande delusione! E Garibaldi fissò quella terra con animo commosso: una terra d’incanto, con i colli d’intorno coperti di uliveti. Tra quei colli, Pisacane s’era avviato verso una meta senza luce e senza speranza: solo, col suo cuore ardente e le sue illusioni ! Ma quando cammino, in soli tre anni, aveva registrato la storia ! E se Pisacane, in Sapri, non aveva trovato nessuno ad attenderlo, fuorchè l’ospitalità di un’osteria, Lui, il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300. (p. 146) Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria ! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri etc…”.  Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcacia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. “. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 391-392, in proposito scriveva che: Il tre settembre Garibaldi, che la notte precedente era giunto alla spiaggia fra Tortora e Scalea, salito in una barca con due marinai, giunse a Sapri. L’ombra invendicata di Carlo Pisacane, che come nella leggenda degli antichi eroi vagava ansiosa in attesa del vindice che doveva placarne lo sdegno, quella mattina di certo aleggiò intorno all’Eroe nizzardo sulla fatidica spiaggia di Sapri. E lì, innanzi alla distesa del Tirreno ceruleo, lo spirito di Pisacane, etc….”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là né di strade né di sentieri v’è traccia alcuna. Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che Bertani testimoniava che la comitiva che accompagnava Garibaldi era composta di cinque in tutto, compreso Garibaldi. Ma abbiamo visto che non è stato così. Bertani scriveva chiaramente essere in tutto sette.  Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate.”Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.  Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “

Nel 3 settembre, 1860, a Sapri, in Garibaldi ed i suoi sei fidi amici, nella commozione del generale Cosenz per il ricordo della “Spedizione dei Trecento” e di Carlo PISACANE, si levarono in piedi sulla barca 

Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “….Che emozione! Le memorie del passato si affollano con le speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Carlo Pisacane è su le labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso.”. In questo passaggio del suo discorso Fortunato cita il “Diario” di Agostino Bertani che fu pubblicato da Jessie White Mario (….). Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…”. Bertani annotava nel suo taccuino pubblicato dalla White-Mario (….): Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane.. La commozione del generale Enrico Cosenz, all’arrivo a Sapri e lo sbarco sulla “spiaggia dei Trecento” è autentica.  Fu lui che il 30 agosto ripeté la manovra, costringendo alla resa i 10.000 soldati borbonici del generale Giuseppe Ghio all’altipiano di Soveria Mannelli. Con il grado di maggiore generale comandante di divisione, entrò a Napoli al seguito di Garibaldi.  Nell’animo di Garibaldi e dei suoi fidi amici ricorse spesso il ricordo di Carlo Pisacane. Garibaldi andò al Fortino del Cervaro dove nella taverna si fermò anche Pisacane e Nicotera. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the make of Italy” (1909)(Garibaldi e la formazione dell’Italia), nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Only as they entered the bay of Sapri, they all stood up tho gaze on the beauty of the scene, and to honour the memory of Pisacane, who in 1857, had run into this bay to rise the Italian flag upon the mountains (1). On the beach where his forerunner had lanted under the shadow of doom, Garibaldi stepped ashore on the full tide of victory, welcomed as ‘fratello Garibaldi’ by the people of Sapri, who three years before had frowned on Pisacane and is more questionable following.”, che tradotto significa:  “…..Solo quando entrarono nella baia di Sapri, tutti si alzarono per ammirare la bellezza della scena, e per onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, era corso in questa baia per issare la bandiera italiana sui monti (1) . Sulla spiaggia dove il suo precursore era approdato all’ombra della sventura, Garibaldi sbarcò nel pieno della vittoria, accolto come ‘fratello Garibaldi’ dal popolo di Sapri, che tre anni prima aveva disapprovato Pisacane ed è più discutibile seguito.. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1)  See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: “Soltanto, entrando nella baia di Sapri essi si rizzarono tutti in piedi, a mirare lo spetacolo che si offriva ai loro occhi e ad onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, si era avventurato fin là per issare la bandiera italiana sui monti (2). Su quella stessa spiaggia, dove i precursori erano scesi incalzati da un triste fato, saltò a terra anche Garibaldi, ma sulle ali della vittoria, accolto come il “fratello Garibaldi”, da quella stessa gente di Sapri che tre anni prima aveva fatto il cipiglio a Pisacane e ai suoi sospetti compagni.. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan cita l’altro suo testo, ovvero “Garibaldi e i Mille”, dove egli, da pp. 87 ci parla della Spedizione dei Trecento di Carlo Pisacane, del 1857, a cui Garibaldi non volle partecipare. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. In Garibaldi ed i sui compagni era fervido il ricordo di Sapri e della tragica Spedizione dello sfortunato ma ardito Pisacane.  Infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the Thousand = Garibaldi e i Mille”, a pp. 88-90, in proposito scriveva che: “Il Mazzini peraltro trovò la tempra d’uomo necessaria al suo scopo nel Napoletano Carlo Pisacane, nel calabrese Giovanni Nicotera e nel siciliano Rosolino Pilo (1). Il 25 giugno 1857, Pisacane e Nicotera salparono da Genova, in un vaporetto chiamato Cagliari, etc…Il Pisacane perciò sbarcò invece nella prossima isola-ergastolo di Ponza impadronendosene con la sua piccola forza, per mezzo di un abile colpo di mano. Il Pisacane liberò e imbarcò con lui sul ‘Cagliari’ 200 galeotti comuni, oltre una dozzina di condannati politici e un centinaio di soldati della guerra di liberazione (3). Fu con queste forze equivoche che sbarcarono a Sapri. Alcuni liberali dei paraggi tentarono di spargere il grido di ‘Viva Murat’, ma il grido degli invasori era ‘Viva l’Italia, Viva la Repubblica’ (4).”. Treveljan, nella traduzione della Dobelli, a p. 88, nella nota (4) postillava che: “(4) Sapri, 195; Nicotera, 15.”. Treveljan, per “Sapri”, intendeva il testo: “Sapri = Bilotti (P.E.), La Spedizione di Sapri (da Genova a Sanza). 1907” e per “Nicotera” intendeva il testo di: “Nicotera = Mauro (M.), Biografia di Giovanni Nicotera.”. Il ricordo di Sapri era vivo in molti garibaldini che parteciparono all’impresa dei Mille. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 175-176, in proposito scriveva che: “Un altro, che trovò per una causa migliore un’orribile morte sulle coste dell’Italia meridionale, sapeva bene, prima di gettarsi nella sua spedizione folle per troppa generosità, che fu un grande cuore, e che, ferito, disarmato, dopo essersi lentamente arreso, fu ammazzato a bastonate e dilaniato a colpi di forca, come un lupo rabbioso, scrivendo il suo testamento prima di partire, affermava (1): – Sono convinto che se l’impresa riesce, otterrò gli applausi universali; se soccombo, il pubblico mi biasimerà, mi chiamerà folle, ambizioso, turbolento, e quelli che, senza mai agire, passano la vita criticando gli altri, esamineranno l’opera minuziosamente, rileveranno i miei errori, e mi accuseranno di aver fallito per mancanza di spirito, di cuore, di energia – . Povero Pisacane ! che rimpianto sempre cocente ha lasciato nel cuore di chi l’ha conosciuto! Ho sentito continuamente parlare di lui dagli uomini più eminenti della nuova Italia; un nostro generale, mettende piede a Sapri, con le sue truppe, pianse pronunciando il nome di Pisacane, perché là egli era sbarcato chiamando il popolo alle armi. Nel suo testamento, riassumeva tutte le sue teorie politiche in due parole: ‘libertà, associazione’.”. Maxime Du Champ si riferiva al Testamento di Carlo Pisacane ed al generale Enrico Cosenz che pianse all’arrivo nel nostro paese. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e ville dell’antica Magna Grecia, che le ossa del gran Patriotta del Cilento, le quali tuttora riposano dimenticate nella chiesetta del villaggio, si fossero destate dall’avello frementi di gioia pel compimento della tanta sospirata redenzione d’Italia (1). Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, etc…”. Pesce, a p. 28, nella nota (1) postillava: “(1) Nel nostro opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’, abbiamo discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”. In questo passaggio Pesce, parlando del viaggio di Garibaldi in barca da Castrocucco a Sapri si sofferma anche sul deputato Costabile Carducci sepolto ad Acquafredda, di cui Pesce scrive essere stato “…patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 391-392, in proposito scriveva che: Il tre settembre Garibaldi, che la notte precedente era giunto alla spiaggia fra Tortora e Scalea, salito in una barca con due marinai, giunse a Sapri. L’ombra invendicata di Carlo Pisacane, che come nella leggenda degli antichi eroi vagava ansiosa in attesa del vindice che doveva placarne lo sdegno, quella mattina di certo aleggiò intorno all’Eroe nizzardo sulla fatidica spiaggia di Sapri. E lì, innanzi alla distesa del Tirreno ceruleo, lo spirito di Pisacane, fatto ormai immemore degli antichi contrasti col biondo Generale, soppiati alla difesa di Roma repubblicana, dovè certo gridargli con la sua calda voce trasumanata: “Avanti, mio grade fratello, di me più fortunato! Avanti, col popolo che io sognai, fino a Roma Eterna!”. Raccolsero quel grido tutte le genti del Salernitano, e quegli stessi che tre anni innanzi avevano affontato le loro picche nelle carni dilaniate dell’Eroe; e nel raccoglierlo, quei poveri contadini, quei rozzi braccianti sentirono palpitare nel cuore una nuova vita, si sentirono non più plebe vile, ma popolo dalla grande anima ingenua e forte.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 3, in proposito scriveva: E quando Carlo Pisacane ideò la sua spedizione nell’Italia Meridionale, il comitato napoletano aveva fatto assegnamento sulla Lucania, più che sul Cilento. L’impresa Pisacane ebbe una conclusione dolorosa e triste, che portò il dolore e lo sconforto nelle provincie meridionali, affievolendone lo spirito di organizzazione. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 110, in proposito scriveva che: Entrando a vele spiegate, nella baia di Sapri, il Duce ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che s’era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore alla memoria del condottiero dei Trecento che, tre anni prima, precorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara di martirio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “…..e finalmente, ecco la baia di Sapri, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 142-143 e ssg., in proposito scriveva che: Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’. Era terra salernitana! Tre anni prima, all’improvviso, senza che alcuno sapesse nulla, sul mare era comparso un vapore: il “Cagliari”, dal quale, a tarda sera, erano scesi trecento uomini, al comando di ‘Carlo Pisacane’. Era il 28 giugno 1857. Lo sbarco di Garibaldi, venne, così, associato al ricordo della Spedizione dei “300”. Era stata quella, per prima, a far conoscere, nel salernitano, le vere aspirazioni dei cospiratori: cacciare lo straniero, conquistando la libertà e affrettando l’evento di una Italia unita, forte e temuta !. Nella storia, quella di Sapri era stata la via del martirio di Pisacane: la via della grande delusione! E Garibaldi fissò quella terra con animo commosso: una terra d’incanto, con i colli d’intorno coperti di uliveti. Tra quei colli, Pisacane s’era avviato verso una meta senza luce e senza speranza: solo, col suo cuore ardente e le sue illusioni ! Ma quando cammino, in soli tre anni, aveva registrato la storia ! E se Pisacane, in Sapri, non aveva trovato nessuno ad attenderlo, fuorchè l’ospitalità di un’osteria, Lui, il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, Etc…”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate  per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, proveniente da Scalea, in barca, accompagnato da due marinai ed alcuni amici, tra i quali il Cosenz ed il Bertani, entrò, a vele spiegate, nella baia di Sapri. L’eroe ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che si era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore al condottiero dei Trecento, che tre anni prima, percorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara del martirio.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “….a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una soscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.”. Un garibaldino nel suo diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri “(….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) Bertani e Garibaldi, il 25 settembre assegnarono “una pensione di ducati sessanta al mese vita durante, a contare dal primo ottobre prossimo, a Silvia Pisacane figlia dell’eroico Carlo Pisacane trucidato a Sanza nel luglio 1857 mentre combatteva per la liberazione dei fratelli”.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Qualche giorno prima (30 d’agosto) a Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro, aveva sbaragliato le truppe del generale Giuseppe Ghio, che nell’occasione non mostrò la sicurezza evidenziata nella “scaramuccia” di Padula (58).”. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p. 352, nella nota (58) postillava: “(58) Giuseppe Ghio chiuse i suoi giorni assassinato a Napoli nel 1874 da mano ignota”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nel suo soggiorno a Sapri rese omaggio a Carlo Pisacane e suggerì, come aveva fatto a Cosenza in ricordo dei fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Alcuni autori coevi, parlando di Garibaldi e della sua comitiva negano e censurano lo sbarco a Sapri e riducono il ricordo e l’omaggio ai Trecento di Pisacane non parlando di Sapri ma parlando del Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e solidale Carlo Pisacane. Etc…”. Dunque, ciò che scrive il Montesano parlando di Casaletto, è fuorviante in quanto, “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato” si evince che già nell’arrivo di Garibaldi e degli altri sei, in barca, a Sapri, Garibaldi “…rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e solidale Carlo Pisacane” e non al Fortino. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 332, in proposito scriveva che: Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”. A parte che, quando Garibaldi arriva a Sapri non trovò Turr, al quale gli era stato ordinato di procedere verso Lagonegro in perlustrazione e quindi Garibaldi trovò Rustow con i volontari Garibaldini, aggiungo che l’opinione di Serra quando scrive “….da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane” è del tutto fuorviante in quanto, il sacrificio di Pisacane e dei Trecento ricordava l’epica impresa di tre anni prima, che peraltro fu da sprone per l’impresa dei Mille. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. Etc…”. Luigi Tancredi affronta l’epoca del Risorgimento da p. 115.  Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 133, in proposito scriveva: “Passarono due anni e Garibaldi giunge nel Vallo di Diano. I quattro principali responsabili vengono incarcerati e messi a morte. Nicotera diviene, due anni più tardi, Ministro degli Interni del Regno d’Italia. Garibaldi, passando per Sapri, suggerisce che s’innalzi un monumento a Pisacane e che sullo zoccolo si riproducano le medaglie di merito che gli assassini hanno ricevuto. Garibaldi è una bella figura di soldato e, perciò, Pisacane ha la sua simpatia. Garibaldi sa divincere e sa perdere: lo sappiamo dalla storia. Non serba rancore al vittorioso, che si è mostrato più forte di lui, ma l’omicidio del vinto non gli va giù.”.  

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, Garibaldi suggerì di elevare un monumento a Carlo PISACANE ed ai suoi Trecento

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo Provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “….a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una sotoscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.” Un garibaldino nel suo Diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri (….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (4) postillava: “(4) Il 15 settembre, Garibaldi decretò la grazia, tra gli altri, ad Antonio Venturini condannato il 31 marzo 1850 per gli avvenimenti di Sapri e a Francesco Romano anch’esso condannato per lo stesso motivo. Successivamente, riconosciuta e provata la grave perdita che la società di navigazione a vapore Raffaele Rubattino & C. ebbe a soffrire per il sequestro del battello il ‘Cagliari’ che servì alla sventurata e patriottica impresa di Carlo Pisacane, alla stessa venne assegnata la somma di franchi 450.000 da pagarsi dalla tesoreria di Napoli in tante cartelle del debito pubblico corrispondente a detta somma. Alla stessa compagnia vennero pure assegnati 750 mila franchi, a carico per 3/4 parti dele finanze napoletane e 1/4 di quelle di Sicilia, in compenso della perdita dei battelli a vapore “Lombardo e Piemonte i quali saranno riparati in memoria dell’iniziativa del popolo italiano nella guerra d’indipendenza ed unità del 1860″. (Decreti n. 81 e 82 del 5 ottobre).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) P. Russo, Un brandello dell’Impresa dei Mille, dal Fortino ad Auletta, Grafepress, Castelcivita 2000, p. 63.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nel suo soggiorno a Sapri rese omaggio a Carlo Pisacane e suggerì, come aveva fatto a Cosenza in ricordo dei fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Luigi Tancredi affronta l’epoca del Risorgimento da p. 115.  Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 133, in proposito scriveva: “Passarono due anni e Garibaldi giunge nel Vallo di Diano. I quattro principali responsabili vengono incarcerati e messi a morte. Nicotera diviene, due anni più tardi, Ministro degli Interni del Regno d’Italia. Garibaldi, passando per Sapri, suggerisce che s’innalzi un monumento a Pisacane e che sullo zoccolo si riproducano le medaglie di merito che gli assassini hanno ricevuto. Garibaldi è una bella figura di soldato e, perciò, Pisacane ha la sua simpatia. Garibaldi sa divincere e sa perdere: lo sappiamo dalla storia. Non serba rancore al vittorioso, che si è mostrato più forte di lui, ma l’omicidio del vinto non gli va giù.”

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, RUSTOW, alle 16,00 pranzava ospite di don ANTONIO, in una casa posta nel mezzo del paese

Dell’arrivo di Garibaldi a Sapri vi è la testimonianza di un testimone diretto quale è stato il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a p. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow, racconta che, a Sapri, il 3 settembre 1860, alle ore 16,00, mentre  pranzava “presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, etc…”. Dunque, Rustow racconta che, alle 16,00 del pomeriggio, si trovava in una casa a Sapri, “presso il mio ospite Don Antonio”. Si potrebbe pensare che Rustow avesse un ospite ma in realtà l’ospite di don Antonio era lui. Infatti, questo modo di dire era comune all’epoca. Infatti,  Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 155, riferendosi al giorno 7 settembre 1860, allorquando egli era debilitato e ferito, a Cosenza, in proposito scriveva che: “E io intanto giacevo debilitato sul mio letto in un grosso palazzo deserto, su la piazza principale, imprecando alla sorte. Il mio ospite signor Cosentini, era con la famiglia in villeggiatura, ma non mancava ogni mattina di recarsi in città per visitarmi.”. Dunque, Rustow, che si trovava a Sapri, con le brigate lasciategli da Turr, alle 16,00 pranzava a casa di un certo don Antonio. Era ospite di questo signore di Sapri, a cui probabilmente gli aveva chiesto ospitalità per acquartierarsi. Chi fosse questo don Antonio e quale e dove fosse la sua casa non possiamo dirlo. Possiamo solo dire che questa casa: “era al centro del paese”. Forse la casa dei Gallotti ? Vi era un Gallotti che si chiamava Antonio ?. In questa casa, il Rustow, racconta che: “…mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario.”. Il “rumore” che scrive Rustow non era altro che il fragore delle popolazione accorsa a vedere Garibaldi che era da poco arrivato a Sapri, approdando sulla spiaggia. Infatti, Rustow aggiungeva che (riferendosi al rumore che sentì):  Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow racconta che mente pranzava in casa di don Antonio ebbe la notizia dell’arrivo di Garibaldi sulla spiaggia di Sapri. Rustow, si recò “…immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….., mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri, …. etc….”. Rustow scriveva erroneamente “Capri”, invece che “Sapri”. L’errore non è strano in quanto Rustow, essendo magiaro (Ungherese), non conosceva nulla della storia di Sapri e, probabilmente, confuse il nome di Sapri con Capri, non sapendo dello sparco dei Trecento e di Carlo Pisacane, il quale, invece era nel cuore di Garibaldi, di Cosenz e del Bertani. Sul “don Antonio” di cui parla il Rustow, Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, che a pp. 576-577 ed in proposito scriveva che: Anche D. Antonio Muraglia di Maratea dava la stessa assicurazione (44).”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”.  Sulla figura di don Antonio Muraglia di Maratea, citato da Quandel-Vial (….), non abbiamo che queste notizie. Dovrebbe essere stato un papabile di Maratea visto che dette assicurazioni allo Stato Maggiore di Turr che non vi erano nella rada di Sapri legni della marina borbonica. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”.  Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.  

Nel 3 settembre 1860, lunedì, RUSTOW, alle ore 16,00 si recò sulla spiaggia di Sapri, dove trovò Garibaldi in una capanna di paglia attorniato dalla gente festosa

Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18-19 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina. Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Dunque, Rustow, racconta che, a Sapri, il 3 settembre 1860, alle ore 16,00, mentre  pranzava “presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese”  ricevette la notizia “…che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina” dell’approdo, dello sbarco, dell’arrivo del generale Garibaldi a Sapri. Rustow, si recò “….immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sulla spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: ….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”, non dice altro sull’arrivo di Garibaldi a Sapri. Bizzonero, nella sua traduzione di Rustow, a differenza di Porro, dice molto poco sull’arrivo di Garibaldi a Sapri. Stessa cosa devo dire per l’altro testo che riguarda la testimonianza del colonnello Rustow, ovvero “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”, che scrive “Capri” invece di “Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…”. La notizia fornitaci dal Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro viene più tardi ripresa dallo storico Treveljan. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia…(9), etc…”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri si giunse alle tre e mezzo; molta gente e volontari accorsero sulla spiaggia per salutare il Generale, reduce vittorioso dalla Sicilia. La gente sorpresa ed emozionata sventolò fazzoletti e applaudì a lungo il leggendario Condottiero dei Mille, che a sua volta non senza emozione rispose al saluto commovente degli astanti. I sapresi lo aspettavano ansiosi, ma non così presto, per cui trovandosi al cospetto del più popolare eroe d’Italia rimasero sorpresi e piansero dalla gioia.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). etc…. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittor inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…”, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Ecc…”. Dunque, come si può leggere, Treveljan scriveva che: Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach.”, che tradotto significa: Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: La spiaggia di Sapri è bella, ma non è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli etc…”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcacia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Dunque, il Quandel-Vial (…) scriveva che Garibaldi, arrivato a Sapri: Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodi dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rüstow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “. Dunque, secondo il racconto del Quandel-Vial, “…il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Dunque, secondo il generale Quandel, Garibaldi resterà a Sapri il giorno e la notte.  

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, Rustow incontrò Garibaldi che gli ordinò di preparare la Brigata “MILANO” pronta per recarsi a Vibonati e poi al Fortino 

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, etc…”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Bertani, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Un altro testimone di eccezione è proprio il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, che scrisse “………………………”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato perchè si tratta di Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “…Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: Il tre settembre, …..A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi…” scrisse al Turr che a Sapri avrebbe dovuto lasciare “una solida base di uomini e mezzi.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: LIV. – Turr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale, o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, etc…LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Oltre alle brigate citate, nel Riassunto si citano anche i “Mille”, la “Brigata Bixio”, la “Brigata Eber” che, pare, non riguardano l’approdo di Sapri. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi . I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti , Gallotti, Mellendez, Briganti, Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”

                                                                                 GARIBALDI DAI GALLOTTI

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – affresco di stemma posto nell’androne dell’ingresso – foto Attanasio

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice, n. 106 – lapide commemorativa in ricordo del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio 

A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: (66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il generale Giuseppe Garibaldi con Nino Bixio, Agostino Bertani, Medici e Basso, suo segretario particolare, furono ospitati tutti dal barone Giovanni Gallotti in via Nicodemo Giudice e furono accolti da Enrico Cosenz

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore ….”.

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, vole ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito (6). Di là il generale scrisse al Turr, informandolo del suo sbarco a Sapri ed avvisandolo che avrebbe marciato fino al Fortino con le colonne Milano e Spinazzi, dopo aver lasciato a Sapri un notevole distaccamento. Gli chiese poi dove si trovasse il generale borbonico Caldarelli e la di lui brigata (7).”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (6) postillava che: “(6) La grande affabilità, con cui il Gallotti ed altri patrioti accoglievano il Generale, rappresentava un commovente gesto, che confermava il contributo di essi alla rivoluzione.”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (7) postillava che: “(7) Era sulla strada di Lagonegro alla testa di tremila uomini, con i quali aveva già iniziata la ritirata da Cosenza per passare nelle file Garibaldine.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Dopo essere stato ospite per qualche ora del barone Giovanni Gallotti, lo stesso che nel ’57 non aveva saputo assicurare a Pisacane l’aiuto richiesto (59), etc…. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, ….Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, volle ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito. …(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “A Sapri Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti, dei Baroni di Battaglia, un liberale d’antica data che conobbe le galere borboniche. In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. Dunque, Garibaldi, secondo il Bertani si recò insieme a lui da Sapri a Vibonati alle 5 di mattino, il giorno 4 settembre 1860. Vuol dire che Garibaldi e gli altri sei compagni, tra cui Bertani, restano a Sapri, ospite del barone di Battaglia Giovanni Gallotti, dalle ore 14 (ora di arrivo) del 3 settembre, fino alle ore 5 del mattino del giorno 4 Settembre 1860. Sul diario del Bertani, però l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito  trascrivendo il testo del Bertani opinava che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati,  dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Dunque, secondo il Pesce, il Bertani si sbagliava scrivendo Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Dunque, sui Gallotti di Battaglia, Matteo Mazziotti dice di avere scritto molto nel suo testo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848″ e nel testo “L’insurezione salernitana nel 1860”, notizie che vedremo meglio in seguito. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo al Nicotera. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo Provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “….a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una sotoscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.” Un garibaldino nel suo Diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri (….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (4) postillava: “(4) Il 15 settembre, Garibaldi decretò la grazia, tra gli altri, ad Antonio Venturini condannato il 31 marzo 1850 per gli avvenimenti di Sapri e a Francesco Romano anch’esso condannato per lo stesso motivo. Successivamente, riconosciuta e provata la grave perdita che la società di navigazione a vapore Raffaele Rubattino & C. ebbe a soffrire per il sequestro del battello il ‘Cagliari’ che servì alla sventurata e patriottica impresa di Carlo Pisacane, alla stessa venne assegnata la somma di franchi 450.000 da pagarsi dalla tesoreria di Napoli in tante cartelle del debito pubblico corrispondente a detta somma. Alla stessa compagnia vennero pure assegnati 750 mila franchi, a carico per 3/4 parti dele finanze napoletane e 1/4 di quelle di Sicilia, in compenso della perdita dei battelli a vapore “Lombardo e Piemonte i quali saranno riparati in memoria dell’iniziativa del popolo italiano nella guerra d’indipendenza ed unità del 1860″. (Decreti n. 81 e 82 del 5 ottobre).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) P. Russo, Un brandello dell’Impresa dei Mille, dal Fortino ad Auletta, Grafepress, Castelcivita 2000, p. 63.”

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, da casa Gallotti, GARIBALDI scrisse al generale TURR per avere notizie delle truppe borboniche del generale Caldarelli 

Dopo aver ricevuto il messaggio e l’ordine di Garibaldi, il generale Turr che, nel 2 settembre si trovava a Sapri, insieme a Rustow, con le truppe portate ivi da Paola, il 3 settembre, di buon mattino, si allontanò in perlustrazione, con pochi uomini, dirigendosi verso Lagonegro dove si sapeva che erano arrivate le truppe borboniche del generale Caldarelli, il quale però, pare non avesse intenzione di rispettare i patti stipulati con il Morelli a Cosenza. E’ per questo motivo che Garibaldi, da Rotonda invia un primo ordine a Turr, che gli aveva comunicato di essere arrivato a Sapri. Garibaldi, arrivato a Sapri il giorno 3 setembre, da casa Gallotti invia un secondo messaggio o dispaccio a Turr, che già si trovava verso Lagonegro per ordinargli di fargli sapere al più presto notizie di Caldarelli.  Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore e fu proprio in questa casa che Garibaldi scrisse al Turr comunicandogli il suo sbarco nella cittadina cilentana, informandolo anche che avrebbe marciato fino al Fortino con le brigate Spinazzi e Milano, lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, volle ospitare in sua casa, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito (6). Di là il generale scrisse al Turr, informandolo del suo sbarco a Sapri ed avvisandolo che avrebbe marciato fino al Fortino con le colonne Milano e Spinazzi, dopo aver lasciato a Sapri un notevole distaccamento. Gli chiese poi dove si trovasse il generale borbonico Caldarelli e la di lui brigata (7).”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (7) postillava: “(7) Era sula strada di Lagonegro alla testa di tremila uomini, con i quali aveva già iniziata la ritirata da Cosenza per passare nelle file garibaldine.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. GARIBALDI.”.”. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che Garibaldi da Sapri, il 3 settembre 1860 scrisse un secondo dispaccio a Turr informandolo che era arrivato a Sapri alle ore 15,30 e che avrebbe marciato con le sue brigate (colonna Milano e Spinazzi) fino al Fortino del Cervaro. Garibaldi scriveva a Turr per accertarsi dell’esatta posizione di Caldarelli. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Da casa Gallotti al generale Turr comunicò: “Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati (34).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (34) postillava: “(34) C. Pecorini Manzoni, Storia della 15° divisione Turr, cit., p. 149.”. Devo segnalare l’ulteriore notizia imprecisa del Policicchio che, nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134 riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….anche se è vero che da Sapri, a Turr domandò dov’era la brigata Caldarelli in ritirata sulla linea postale.”. E’ vero che Garibaldi, da Sapri domandò a Turr notizie sulla ritirata della colonna borbonica del generale Caldarelli ma gli scrisse una lettera da casa Gallotti perchè Turr aveva già lasciato Sapri portandosi nella zona del Lagonegrese. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre al Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.. Il Mazziotti, anche sulla scorta del dispaccio di Garibaldi propende per la prima versione, sebbene molte sue notizie furono tratte dal testo del cav. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, che a pp. 29-30, fornisce un’altra sua personale versione dei fatti e, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Devo però precisare che Pesce commette l’errore di scrivere a p. 132, che: “Garibaldi,…..montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontato colà, partì per Vibonati, etc…”. E’ errata la ricostruzione del Pesce, in quanto, Turr partirà in perlustrazione per la zona di Lagonegro e rimarrà al Rustow le Brigate sue a Sapri dove in seguito arriverà Garibaldi. Anche Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Come vedremo innanzi, Turr, Piola e Augier si incontreranno con Garibaldi al Fortino del Cervaro. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi del giorno……), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare per conoscere la posizione del generale Caldarelli. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa, per Vibonate . Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno , giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi . I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II.”Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”

Nel 3 settembre 1860, RAFFAELE GALLOTTI, figlio del barone don Giovanni, si pose al seguito di Garibaldi 

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, continuando il suo racconto scriveva che: “Il successivo 30 ottobre, invece, Raffaele fu ristretto per ordine della polizia ordinaria e destinato alle carceri distrettuali di Sala. Il 21 febbraio 1860, all’Intendente chiese di rivedere la sua posizione. Il seguente 29 rispose che l’istanza non poteva trovare accoglimento perchè il caso era in dipendenza del potere giudiziario. Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (55) postillava: “(55) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 88, f. 33.”. Policicchio, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.” 

                                                                     L’INCONTRO CON MICHELE MAGNONI  

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, i VOLONTARI DEL CILENTO che ingrossarono le file dei Garibaldini

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.  Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie camerotane”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Il Cilento è già insorto, quando Garibaldi arriva a Sapri il 3 settembre 1860. Da Lentiscosa partono tre giovani Sabato Marotta, Gaetano d’Onofrio e Antonio Cernicchiaro, e si uniscono ai garibaldini, mentre i galantuomini non si espongono: ammirano di lontano l’eroismo di Francesco II nella difesa di Gaeta, si commuovono quando parte per l’esilio….”

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, Michele MAGNONI, con pochi uomini della sua colonna di insorti cilentani incontrò Garibaldi. Nella notte del 4 settembre Michele Magnoni si  riunì a Capitello con le altre colonne di insorti cilentani

Riguardo l’incontro di Garibaldi con Michele Magnoni, fratello di Lucio, vi è la notizia che nel corso di quell’incontro, Garibaldi lasciò detto al Magnoni le istruzioni militari per il prosieguo delle operazioni delle colonne degli insorti cilentani. Infatti, Lucio Magnoni, nella sua relazione-rapporto, (si veda Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”) scriveva che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Quali fossero queste disposizioni non ci è dato di sapere. La notizia di truppe di volontari cilentani ci è data pure dal colonnello Rustow che era rimasto a Sapri con le sue truppe (ex Divisione Pianciani), portate da Paola a Sapri insieme al generale Turr. Infatti, Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Etc…”. Rustow scrive chiaramente che sbarcati a Sapri con le sue truppe, insieme a Turr, la mattina del giorno 2 settembre 1860, a Sapri trovarono Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Rustow scriveva nelle sue Memorie che sulla “spiaggia” di  Sapri, il 2 settembre 1860 trovarono “gran movimento di truppe, ma non di truppe napolitane”.  Rustow voleva intendere che a Sapri, il 2 settembre 1860 non vi erano truppe Regie o nemiche ma già vi erano truppe di volontari rivoluzionari. E’ molto probabile che a Sapri, in quei giorni, in previsione che si venne a sapere che a Sapri doveva arrivare Garibaldi, Michele Magnoni (lo scrive il fratello Lucio nella sua Relazione), con alcuni suoi uomini fidati si recò a Sapri per incontrare Giuseppe Garibaldi ivi atteso. Infatti, i volontari garibaldini e cilentani giudati da Michele Magnoni, stanziatisi provvisoriamente a Sapri, insieme alle truppe ivi portate dal Turr, ricevettero fucili e armi da Rustow.  Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, De Crescenzo scriveva che, mentre le due colonne del Giordano e del de Dominicis si incontravano e riunivano a Capitello, frazione del Comune di Ispani e non molto distante da Sapri e, dove ebbero l’avventura di incontrare Garibaldi, aggiungeva pure che: “….Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte.”. De Crescenzo scriveva che Michele Magnoni, aveva ricevuto Garibaldi a Sapri. Questa notizia che collima con la Relazione di Lucio Magnoni, fratello di Michele, contraddice quanto scrive lo stesso De Crescenzo,  che proseguendo il suo racconto, fornisce anche un’altra versione dei fatti. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. A p. 112, De Crescenzo scriveva che Garibaldi incontrò Michele Magnoni a Vibonati, in casa Del Vecchio, dove il Magnoni gli presentò i signori de Dominicis e Gennaro Pagano, i quali, a Capitello si fermarono e si incontrarono con Pietro Giordano e la sua colonna di insorti cilentani. Come scriveva il De Crescenzo, a p. 86, le tre colonne, a Capitello, incontrarono Garibaldi, partitosi da Sapri e diretto al Fortino. Di questo momento storico, resta la testimonianza in un documento, il rapporto di Lucio Magnoni, che fu pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Oltre a questo documento di Lucio Magnoni, vi è un altro documento che testimonia l’arrivo delle colonne a Capitello ed è dello stesso De Dominicis. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, in proposito scriveva che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi:  Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Forse la colonna di insorti ritornava da Vibonati ed era già diretta verso Sanza o vers il Vallo di Diano. Forse la colonna degli insorti cilentani del De Dominicis, fermatasi a Capitello era già sulla strada del ritorno e lasciava il golfo di Policastro. Questo passaggio, però, è controverso in quanto lo stesso De Crescenzo, a p. 86 scriveva e dava notizie contraddittorie. De Crescenzo come ho già detto scriveva che de Dominicis aveva incontrato Garibaldi a Capitello dove la colonna si era fermata e scriveva che Michele Magnoni aveva incontrato Garibaldi a Sapri e non a Vibonati. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi a “Capitello (Ispani)”, in proposito scriveva che: “VII….Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. De Crescenzo scriveva che De Dominicis e Pagano incontrarono Garibaldi a Capitello e scriveva pure che Michele Magnoni aveva ricevuto Garibaldi a Sapri, ivi sbarcato poco prima. La notizia di De Crescenzo è suffragata dalla relazione-rapporto di Lucio Magnoni pubblicata dall’Alfieri D’Evandro. Nella relazione di Lucio Magnoni vi è scritto che il fratello Michele Magnoni, il 3 settembre 1860 si era recato a Sapri a visitare Garibaldi, ivi da poco sbarcato. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. Dunque, Lucio Magnoni, fratello di Michele Magnoni, nella sua Relazione al Comitato Unitario di Napoli, pubblicata da Alfieri d’Evandro, scriveva che Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Sapri e non a Vibonati.  Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “…furono attivissimi etc…In quella Stefano Passero aveva proclamata l’insurrezione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli.”. Dunque, secondo la relazione-rapporto di Lucio Magnoni, pubblicata da Alfieri D’Evandro, la colonna di suo fratello Michele Magnoni, dopo aver visitato Garibaldi, il 3 settembre 1860, da poco sbarcato a Sapri si riunì con le altre colonne di insorti Cilentani, quella del De Dominicis e Pagano a Capitello. Infatti, Lucio Magnoni scriveva che: “…L’amico nostro, ….avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.. Anche Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma….Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre) (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che dopo lo sbarco a Sapri dispose che le colonne di Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano marciassero per il Vallo di Diano. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Etc…”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Dunque, a questo punto del racconto e degli eventi resta il dubbio se Michele Magnoni fosse stato ricevuto da Garibaldi a Sapri o a Vibonati e quindi resta il dubbio se Garibaldi, prima di partire da Sapri nella notte del 4 settembre per Vibonati ed il Fortino avesse pernottato a Sapri e non a Vibonati, come vogliono alcuni. Matteo Mazziotti (….), nel 1902, nel suo “Memorie di Carlo De Angelis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Le altre forze insurrezionali del Cilento, comandate dal Magnoni, che avevano preso la direzione di Sapri e Sanza, vennero man mano piegando verso Nocera, donde alcune altre erano etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Nello stesso tempo il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, della antica e patriottica famiglia di Ascea proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse di insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilitava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggiero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Giovanni Pagano. Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini,  tra cui Cristoforo Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Canalonga, etc…”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Secondo Infante (…), Garibaldi incontrò a Vibonati alcuni capi della colonna di Cilentani insorti come Michele Magnoni, il De Deminicis e Gennaro Pagano che, come ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..Le masse  dei rivoltosi, …..divise in due colonne: …..l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, le due colonne di insorti, quella di Pietro Giordano si riunì con la colonna di Gennaro Pagano e di Teodosio de Dominicis. Pare che essi, arrivati vicino a Sapri, a Capitello (oggi nel Comune di Ispani), si incontrarono con Garibaldi, diretto a Vibonati e poi al Fortino. Ma di ciò non esistono documenti sicuri. Sempre il De Crescenzo fornisce diverse versioni. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. E’ proprio questa notizia, la notizia del passaggio di Garibaldi e del suo pernottamento a Vibonati che il De Crescenzo però, a p. 112, nella nota (9) postilava: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Inoltre, De Crescenzo parlandoci di Vibonati riferisce dell’incontro con Michele Magnoni, infatti egli scrive: “Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano”. Dunque, secondo le informazioni del De Crescenzo, di cui non rivela la fonte, Garibaldi: 1- si reca e pernotta a Vibonati in casa Del Vecchio; 2- a Vibonati, e non a Sapri, Garibaldi incontra Michele Magnoni, Teodosio De Dominicis e Gennaro Pagano; 3 – ………………………..Diversa e altra versioe ci dà l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbatté in una Colonna d’insorti Celentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia cha il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il Capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 1 luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Teodosio de Dominicis pare sia stato ucciso nei moti del 1828. Su questo punto, Felice Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84)….Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Dunque, il Fusco lo chiama “Teodosio” e non “Teodoro” de Dominicis. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc…”. Come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a pp. 265-266, in proposito scriveva che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Castelnuovo, Moio, Stio e Sacco. Solo il 30, però, il Sottointendente inviò a Salerno un allarmatissimo rapporto urgente, che l’intendente trascrisse fedelmente nella sua relazione al ministro dell’Interno (95). Nel rapporto, tuttavia, non vi è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne di Rutino verso convergenti verso la Valle del Tanagro e della marcia da Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Etc…”. Fusco, a p. 356, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Etc….”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima….Etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò  alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri….”Gennaro De Crescenzo non parla affatto di Vibonati ma ci dice di Capitello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse  dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita”(9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Policicchio citava il documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca, oggi all’Archivio di Stato di Salerno, ovvero il Verbale della seduta decurionale del 14 ottobre 1860, nella “Raccolta delibere decurionali”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Dunque, nella relazione di Lucio Magnoni, pubblicata nell’Alfieri, egli scrive chiaramente che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Dunque, Carmine Pinto scriveva che, Garibaldi, sbarcato a Sapri il 3 settembre 1860 trovò Michele Magnoni e Teodosio De Dominicis che lo attendevano e prima che egli partisse per il Fortino lo incontrarono. Lo incontrarono a Sapri o a Vibonati, come vogliono alcuni ?. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 96, in proposito scriveva che: “A porre fine all’avanzata, intervennero le forze degli urbani di Sanza capeggiati da Sabino Laveglia il quale si vantava di avere ucciso con un colpo di fucile il capo dei ribelli. I resti delle povere vittime di quel terribile olocausto, riposano attualmente nel sacrato posto sotto la chiesa dell’Annunziata di Padula. Ferdinando II per riconoscenza del servizio reso alla causa regnante, elargì numerosi encomi, medaglie, onoreficenze e somme di denaro. Sabino Laveglia fu nominato cavaliere del regno e capo urbano, a Sanza suo paese vennero assegnati 2.000 ducati per il completamento della strada che conduce a Buonabitacolo, oggi S.S. 517 ed a Torraca, furono donati 300 ducati che servirono per la costruzione di una fontana (la cosiddetta “fontana vecchia”). L’eccidio di Sanza si colora anche di aneddoti che ancora creano discussione negli storici. Il suicidio di Pisacane è smentito dal Capo urbano Sabino Laveglia, il quale vantava di essere stato l’artefice della morte del capo dei “briganti”, ma al processo fu clamorosamente contrariato nelle sue affermazioni da un gendarme in congedo, Gaetano Enter, il quale si attribuiva “l’onore di avere ucciso il Pisacane”. Il cavalierato del Laveglia fu di breve durata. Nel 1860, con l’arrivo dei garibaldini nel Vallo di Diano, giustizia fu fatta.”. Mallamaci, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.  

                                                       L’INCONTRO TRA GARIBALDI E PAOLO LAUGIER        

Nel 31 agosto 1860, la questione dell’Annessione della Sicilia al Piemonte, richiesta da CAVOUR

Da Wikipedia leggiamo che Francesco Crispi fu una figura di spicco del Risorgimento, fu uno degli organizzatori della Rivoluzione siciliana del 1848 e fu l’ideatore e il massimo sostenitore della spedizione dei Mille, alla quale partecipò. Inizialmente mazziniano, si convertì agli ideali monarchici nel 1864. Anticlericale e ostile allo Stato Pontificio, dopo l’unità d’Italia fu quattro volte presidente del Consiglio: dal 1887 al 1891 e dal 1893 al 1896. Nel primo periodo fu anche ministro degli Esteri e ministro dell’interno, nel secondo anche ministro dell’interno. Fu il primo meridionale a diventare presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Obiettivo di Crispi era ora l’unità della nazione attraverso il propagarsi dell’insurrezione. Il presidente del Consiglio piemontese Cavour, invece, voleva l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna e impedire che la rivoluzione si propagasse fino a Roma. Ciò perché lo Stato Pontificio era protetto dalla Francia, che era una potenza amica del Piemonte. Così, per controllare e rallentare l’azione di Garibaldi, Cavour spedì in Sicilia Giuseppe La Farina. Non appena arrivato a Palermo, La Farina si impegnò a denigrare Crispi, già in difficoltà per aver esposto le sue idee anticlericali. D’altro canto l’aristocrazia siciliana sperava che, annessa subito al Piemonte, l’isola avrebbe potuto godere di un’autonomia di fatto. Il contrario di quello che auspicava Crispi che vedeva la Sicilia integrata solo in una nazione italiana. In grave difficoltà, quando il 23 giugno 1860 venne organizzata a Palermo un’importante manifestazione contro di lui, Crispi diede le dimissioni, confermandole nonostante il parere contrario di Garibaldi. Quest’ultimo a sua volta ordinò l’espulsione di La Farina dalla Sicilia. Per consolidare le posizioni dei democratici, Crispi fondò allora un giornale, Il Precursore, che uscì agli inizi di luglio a Palermo. Da Wikipedia leggiamo che Cavour aveva successivamente tentato senza riuscirvi, di provocare una sollevazione a Napoli prima dell’arrivo dell’armata garibaldina, a questo proposito, già dal mese di agosto, due compagnie di Bersaglieri e due compagnie del primo reggimento della Brigata del re, si trovavano nella baia di Napoli a bordo delle navi dell’ammiraglio Persano, per essere eventualmente impiegate a Napoli nel caso in cui la città fosse insorta prima dell’arrivo di Garibaldi, ma vennero impiegate solo nel combattimento di Caserta del 2 ottobre 1860. A questo riguardo anche I mazziniani avevano evitato di provocare una sollevazione, nel timore che questo potesse dare a Cavour il pretesto per intervenire a Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi. Con questo fine Cavour aveva scritto all’ammiraglio Persano: «non aiutate il passaggio del generale Garibaldi sul continente, ma piuttosto tentate di rallentarlo con mezzi indiretti per quanto è possibile.». Lo stesso Cavour aveva poi convinto il ministro britannico Russell a permettere a Garibaldi di oltrepassare lo Stretto di Messina, perché si era reso conto che senza la guerriglia garibaldina la rivoluzione a Napoli avrebbe perduto mordente e non sarebbe stato possibile attuare i piani unitari in caso di fallimento dei tentativi dello stesso Cavour di rovesciare a Napoli il governo di Francesco II. Quando Garibaldi oltrepassò lo Stretto di Messina e iniziò la sua marcia in Calabria, Cavour fece sbarcare armi a Salerno per distribuirle ai ribelli del Sud per aprire la strada all’avanzata di Garibaldi, ma il ministro piemontese fece anche un ultimo tentativo di prendere possesso di Napoli scrivendo il 27 agosto al Villamarina: «Fate tutto quello che potete per evitare un governo garibaldino, sul quale voi contate troppo.». Il 30 agosto, dopo la resa in Calabria del generale borbonico Ghio a Garibaldi, Cavour si convinse ad abbandonare ogni idea di rovesciare di sua iniziativa il governo borbonico a Napoli e scrisse al Villamarina: «Voi dovete agire francamente e all’unisono con lui (Garibaldi), tentando soltanto di prendere possesso della flotta e dei forti nelle nostre mani.». Anche se i tentativi cavourriani di rovesciare il governo di Francesco II erano falliti, il prestigio della monarchia borbonica era ormai compromesso e a Napoli gli ultimi giorni della monarchia borbonica furono caratterizzati da cospirazioni interne, che portarono all’allontanamento del Conte dell’Aquila. Liborio Romano aveva tentato di convincere Francesco II a lasciare “temporaneamente” il regno nominando un ministro reggente e il Conte di Siracusa, zio del re, con lettera pubblica aveva addirittura consigliato Francesco II di abbandonare il trono per il bene dell’Italia unita, fatto questo che scosse ulteriormente il prestigio del monarca di Napoli, generando l’impressione che tutto fosse perduto. Lo storico Trevelyan sottolinea come le fonti storiche conosciute dei retroscena di questo ultimo periodo del governo borbonico siano limitate ai resoconti di Liborio Romano, del generale Pianell e di sua moglie e che quindi restano oscuri molti altri aspetti degli avvenimenti interni alla corte e al governo borbonici. Per la lettera in questione si veda il 3 settembre 1860 e lo sbarco del Capitano marinaio, Paolo Augier a Sapri, nel giorno 3 settembre, a bordo del piroscafo della marina Piemontese Dora. Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi verrà imbarcato sul vapore “la Dora” messo a disposizione dall’Ammiraglio piemontese Conte di Persano che era di stanza nelle acque del golfo Napoletano e lo fa su sollecitudine di Cavour. L’Augier, in compagnia del Viceconsole Francesco Agresti arriverà a Sapri, a bordo del piroscafo la “Dora”, nelle ore pomeridiane del 3 settembre, lo stesso giorno che vi approderà Garibaldi con i suoi sei amici e collaboratori. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 408 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio del Perano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli direttamente: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire a Lei a darle spiegazione di molti fatti passati, nel vivo desiderio di stabilire fra noi quella completa fiducia che fra noi esisteva due anni sono…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per crear ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita.”. Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 40, in proposito scriveva: Egli ha bisogno di far presto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare democratico, riabilitava di fronte al mondo il Risorgimento come fatto voluto e compiuto da italiani in terra d’Italia; convince ancora il liberale Cavour che l’Unità d’Italia non era una “corbelleria”, come egli soleva dire, ma la conclusione logica di tanti anni di passione nazionale.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 402, nella nota (1) postillava: “”1) Dal libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, riferendosi al Conte di Cavour, in proposito scriveva che: “La rapida marcia di Garibaldi nelle Calabrie, mentre procedeva il grosso dell’esercito, convinse Napoleone III e l’intera Europa della fine dei Borbone. Tra i meno lieti per questo evolversi delle cose vi fu indubbiamente Cavour, il quale, allarmato della presenza di Mazzini nella capitale sentì la situazione sfuggirgli di mano. Sperava di arrivare per primo a Napoli e togliere a Garibaldi il merito della liberazione della parte continentale del regno e temeva che il potere del Dittatore oltrepassasse il suo e quello Piemontese. In nessun modo rinunciò ad escludere Garibaldi da Napoli.”.

Nel 15 giugno 1860, il capitano AUGIER (o Laugier) (o Lauger) scrive a Garibaldi, suo amico d’infanzia

Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, in proposito scriveva che: Capitano Augier, ….il sentimento di amicizia che legava Garibaldi ad Augier, etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 186 e ssg., in proposito scriveva che: “Questo articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1) un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia. Nato nel 1815 a Villafranca, presso Nizza, Augier aveva navigato per oltre 15 anni sull’oceano Pacifico e, al rientro in Italia, era andato a risiedere con la famiglia a Genova, al quinto piano di uno stabile in salita San Francesco di Paola, numero 16, divenendo di fatto il portavoce del Generale presso Domenico Buffa, Intendente del Governo Piemontese in città (2). I due amici erano solito scambiarsi delle visite, e fu proprio nell’abitazione del Capitano che, nel 1854, Garibaldi trascorse un paio di settimane per curarsi i reumatismi da cui era afflitto (3). “. Moliterni, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Nella corrispondenza del conte di Cavour e del Viceconsole Sardo Francesco Astengo, lo troviamo menzionato, rispettivamente, come ‘Laugier’ e ‘Auger’ (cf. infra in narrativa).”. Moliterni, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Cf. L. Morabito (a cura di), Genova garibaldina e il mito dell’eroe nelle collezioni private, Genova, 2008, p. 19”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 188 e ssg., in proposito scriveva che: “Anche in questa casa, nei primi mesi del 1860, cominciò a prendere corpo l’idea della Spedizione delle Due Sicilie (4). Non supisce dunque che Camillo Benso conte di Cavour, in un frangente storico particolarmente complicato, abbia affidato proprio ad Augier una delicata missione per Garibaldi, un mandato la cui tempistica e la cui importanza si cercherà, ora, di inquadrare nel contesto più in generale in cui si svolse. Il Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna, in più di un’occasione aveva tentato di smorzare l’entusiasmo del suo Re riguardo la progettata spedizione garibaldina in Italia meridionale.”. Moliterni, a p. 188, nella nota (4) postillava: “(4) Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. II, Le memorie di Garibaldi nella redazione definitiva del 1872, a cura della Reale Commissione, Bologna, 1932, “Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, capitano C. Paolo Augier, etc…, ivi p. 413: “Lasciai la Caprera etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 408 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio del Perano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli direttamente: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire a Lei a darle spiegazione di molti fatti passati, nel vivo desiderio di stabilire fra noi quella completa fiducia che fra noi esisteva due anni sono…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per crear ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 459-460, in proposito scriveva che: “Nel viaggio da Soveria a Napoli, Garibaldi ebbe vari messi da Cavour e Perano per indurlo a credere che oramai Re e lui, esercito e volontari, sarebbero andati d’accordo per la liberazione dell’Italia tutta. Eppure l’ultimo dispaccio di Cavour a Villamarina etc….Non riuscito, risolse di combattere Garibaldi non più in Napoli, ma nel centro: quindi muove terra e cielo per fare che questi prometta la flotta e i forti, e manda un amico d’infanzia a persuaderlo che egli è il suo più grand’ammiratore e amico.”. Il seguente brano di lettera ad un intimo spiega il doppio gioco, prova che pur di riuscire ad escludere Garibaldi da Napoli, Cavour ‘non rinculava davanti la guerra civile’ (2): “…….”. Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno. Signor generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il capitano Laugier, sono rimasto convinto essere, nonchè opportuno etc….”. La White, a p. 460, cita lo storico Chiala (….). La Dobelli, nella traduzione del Traveljan, a p. 421, in proposito scriveva: “Chiala = Chiala (Luigi) – Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour. 6 volumi.”. La White-Mario (….), a pp. 460-461, in proposito scriveva che: “Il capitano Laugier fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour. Etc..”. E’ da notare però che la White ci parla del “capitano Laugier”, come il Cavour nella sua lettera. E’ da notare che “il capitano Laugier” non presenta il “de”, patronimico aggiunto da Policicchio. Nella postilla si cita il testo di Giacomo Emilio Curàtulo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. Nel testo in questione, si postilla che il Curàtulo, a p. 298 pubblica una lettera del 15 giugno 1860 del Capitano Augier (forse De Laugier) indirizzata a Garibaldi, dove però non si parla della missione segreta che il Cavour affiderà al De Laugier.  E’ vero ciò che il Curàtulo dice nella nota. Infatti, Giacomo Emilio Curàtulo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria- Documenti inediti – Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi etc…”, a p. 298, in proposito scriveva che: “Un’altra voce sebbene più modesta, ammoniva in quei giorni il Generale di stare in guardia tanto dal Cavour, che dal Mazzini; quella del capitano Augier, una natura franca e leale di marinaro e grande amico di Garibaldi. Augier a Garibaldi…Genova 15 giugno 1860, Mio buon Generale, Tutti vi scrivono, tutti millandano l’intimitàe l’influenza che hanno sopra di voi, quindi trovandomi con l’amico Galin, etc…P.S. – E’ partito con voi Emilio Evangelisti, figlio della povera vedova mia vicina, che voi Generale conosceste: questo giovane è istruito e credo che sia nella prima compagnia. Vostro aff.mo servo ed amico AUGIER.”.”. Nel testo viene chiamato “Augier” e non De Laugier, latore della lettera di Cavour a Garibaldi. Nelle ‘Memorie’ di Garibaldi leggiamo che Garibaldi scriveva: “Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, Capitano G. Paolo Augier – ove ricevetti ospitalità gentile per 15 giorni etcc…”. Dunque, l’amico d’infanzia di Garibaldi era il Capitano Giovanni Paolo Augier che viveva a Genova. Curàtulo, a p. 298, in proposito scriveva che: “Augier a Garibaldi….Genova 15 Giugno 1860, Mio buon Generale, Tutti vi scrivono tutti millantano l’intimità e l’influenza che hanno sopra di voi, etc….”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale etc…Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille  che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a pp. 188-189, in proposito scriveva: “Il 15 giugno, quando Garibaldi si era già impadronito di mezza Sicilia e si accingeva a conquistare l’altra metà, Augier sentì il dovere di scrivergli una lettera per informarlo sul clima che si respirava in particolare a Genova, intorno alla sua impresa: “Mio buon Generale, etc…”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: Etc…”. Moliterni, a pp. 188-189, in proposito scriveva: “Il 15 giugno, quando Garibaldi si era già impadronito di mezza Sicilia e si accingeva a conquistare l’altra metà, Augier sentì il dovere di scrivergli una lettera per informarlo sul clima che si respirava in particolare a Genova, intorno alla sua impresa: “Mio buon Generale, etc…”. La menzione di Agostino Bertani da parte di Augier non fu certo casuale, dal momento che il medico e patriota milanese proprio a Genova aveva radunato la divisione Terranova, articolata in sei brigate e guidata dal conte Luigi Pianciani, con l’intento di invadere il territorio pontificio delle Romagne e ricongiungersi, da nord, ai Mille.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), etc…”. Nel testo, a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatulo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”. Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Nè la lettera di Cavour patrocinante la concordia tra i due eserciti nazionali, di cui era poi latore il capitano Lauger, amico d’infanzia del Generale, nè le calde preghiere dello stesso Lauger deviarono Garibaldi dalle sue ferme risoluzioni “Da Napoli vogliamo andare a Roma”- egli ripeteva la mattina del 7 settembre al Generale De Sauget, capo della Guardia Nazionale Napoletana, ed al Sindaco di Napoli etc…”. Dunque, Maraldi lo chiama “capitano LAUGER”. Dunque, l’amico d’infanzia del generale Garibaldi è chiamato “Lauger” da Maraldi.  

Nel 31 agosto 1860, la lettera di CAMILLO BENSO Conte di CAVOUR che scrisse a Garibaldi e che gli fece pervenire tramite il capitano Augier (o Laugier o Lauger)

Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 151 e ssg., in proposito scriveva che: “…; ma prevedendo come questa forma avrebbe offeso ancora Garibaldi quando l’avesse saputa, l’abrebbe offeso come se fosse diretta unicamente contro la sua persona, Cavour scrisse al Generale, che già era giunto a Salerno, la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col Suo amico il capitano Laugier (1) sono rimasto convinto essere, etc…(1).”. Nazari Micheli, a p. 151, nella nota (1) postillava: “(1) Credo debba dirsi AUGIER.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 152, nella nota (1) postillava: “(1) e (3) CHIALA, Lett., cit., vol. III, p. 308 e vol. IV, p. 3.”. E’ interessante ciò che scrive la Nazari sulla lettera che Cavour scrive il 31 agosto 1860 da Torino, indirizzata a Garibaldi. Ella scriveva che Garibaldi: “…già era giunto a Salerno, etc…”. La partenza di Augier da Napoli, per mezzo dell’ammiraglio Persano è documentata e Garibaldi ancora non era arrivato a Salerno come scrive Nazari. Ma la questione la vedremo innanzi. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 459-460, in proposito scriveva che: “Nel viaggio da Soveria a Napoli, Garibaldi ebbe vari messi da Cavour e Persano per indurlo a credere che oramai Re e lui, esercito e volontari, sarebbero andati d’accordo per la liberazione dell’Italia tutta. Eppure l’ultimo dispaccio di Cavour a Villamarina etc….Non riuscito, risolse di combattere Garibaldi non più in Napoli, ma nel centro: quindi muove terra e cielo per fare che questi prometta la flotta e i forti, e manda un amico d’infanzia a persuaderlo che egli è il suo più grand’ammiratore e amico. Il seguente brano di lettera ad un intimo spiega il doppio gioco, prova che pur di riuscire ad escludere Garibaldi da Napoli, Cavour ‘non rinculava davanti la guerra civile’ (2): “………..”.. White Mario, a p. 459, nella nota (2) postillava: “(2) A Nigra aveva scritto giorni prima: “Il est trop etc…”.”. La giornalista White Mario (….), continuando il suo racconto, a p. 460, in proposito scriveva che: “Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno. Signor generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il capitano Laugier, sono rimasto convinto essere, nonchè opportuno etc….”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontanto la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno sei vide Laugier (1). Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postilava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo dato da parte del governo del nostro Re di procedere di pieno accordo con lui per l’unificazione d’Italia sotto lo scettro nazionale di Vittorio Emanuele e che quindi egli disponesse pure dell’opera mia;” e parla della flotta ec. Cavour a Persano, 3 settembre: “Approvo pienamente la sua comunicazione a Garibaldi; essa segue la nuova via che dobbiamo seguire.”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envole  à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. ll testo della lettera di Cavour è più o meno è lo stesso pubblicato nell’altro testo di Giacomo Emilio Curàtulo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. E’ da notare però che la White ci parla del “capitano Laugier”, come il Cavour nella sua lettera. E’ da notare che “il capitano Laugier” non presenta il “de”, patronimico aggiunto da Policicchio. La White-Mario (….), a p. 460, in proposito scriveva che: “Il capitano Laugier fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontando la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno ‘sei’ vide Laugier (1).. La White, a p. 460, cita lo storico Chiala (….). La Dobelli, nella traduzione del Traveljan, a p. 421, in proposito scriveva: “Chiala = Chiala (Luigi) – Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour. 6 volumi.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postillava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo etc…”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envoie à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo.”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier.”. Sempre White, a pp. 460-461, in proposito scriveva che: “Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: Il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni che, sulla base dei documenti e dei dispacci dell’epoca viene suffragata l’ipotesi dell’arrivo della ‘Dora’ a Sapri, il 3 settembre e dell’incontro avvenuto tra Garibaldi ed il messo di Cavour. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille  che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Nella corrispondenza del conte di Cavour e del Viceconsole Sardo Francesco Astengo, lo troviamo menzionato, rispettivamente, come ‘Laugier’ e ‘Auger’ (cf. infra in narrativa).”. Moliterni, a p. 190, scriveva pure: “La notizia che Garibaldi si accingeva ad attraversare lo Stretto di Messina gettò Cavour nello sconcerto. Fu allora che il Tessitore decise di spostare nella baia di Napoli il contrammiraglio della Marina Sarda Carlo Pelliòn, conte di Persano, che, a capo di alcune unità navali, etc….Tuttavia l’approdo del Dittatore sulle coste della Calabria e il suo veloce incedere verso Napoli rivelatosi più rapido del previsto, spinsero Cavour a cambiare strategia e a darne comunicazione a Persano con un telegramma cifrato spedito da Torino alle ore 10,00 del 30 agosto: “……..etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, in proposito scriveva che: “Probabilmente in quello stesso giorno un altro emissario era partito da Torino per incontrarsi con il Dittatore. Era il Capitano Augier, reduce da un lungo incontro con Cavour, il quale lo aveva pregato di farsi intermediario presso il Generale per cercare di ripristinare quel clima di fiducia che – a suo dire – vi era stato tra i due nel periodo precedente lo scoppio della II guerra d’Indipendenza. Il Conte dunque non si avvalse di un politico, ne di un diplomatico, ma fece leva sul sentimento di amicizia che legava Garibaldi ad Augier, per cercare di stabilire – ora che non ne poteva fare a meno –  un rapporto di collaborazione con il Dittatore. Non si conoscono i contenuti del colloquio torinese, ma resta la lettera per Garibaldi, dal tono conciliante e deferente, che il Presidente del Consiglio vergò il 31 agosto e consegnò al suo emissario: “Signor Generale, Avendo avuto l’occasione etc…Mi creda, Generale, suo devoto (17).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. Cavour, Epistolario, p. 1809, n. 2306.”. Moliterni, dopo aver descritto i dispacci che si scambiarono il Cavour e l’Ammiraglio Persano, a pp. 191-192, in proposito scriveva che:  “La gravità del contenuto della lettera e il comprensibile riserbo che doveva circondarla, indussero Cavour a inviare a Napoli il viceconsole Francesco Astengo affinché la consegnasse direttamente nelle mani del Contrammiraglio.”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Moliterni, a pp. 198-199, in proposito aggiungeva: “Ma a influire sull’atteggiamento del Dittatore potrebbe essere stato anche il colloquio avuto con l’amico Augier, un colloquio che Jessie White Mario dà per avvenuto e nel corso del quale il capitano avrebbe fatto “l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta.” (23). La White, pur essendo stata in quel periodo molto vicina a Garibaldi, in questo caso sembra avvalersi di testimonianze documentali posteriori e, infatti, è al quanto vaga riguardo al tempo e al luogo dell’incontro, limitandosi a dire che si svolse “prima del giorno sei” settembre, “tra Soveria e Salerno” (24).”. A questo punto, Moliterni inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), sono rimasto convinto essere, non che opportuno, necessario il darle alcune spiegazioni intorno a molti fati passati ed alle presenti intenzioni del Governo del Re; epperò ho pregato quel buono  e leale Italiano a recarsi presso a lei per riferirle una lunga nostra conversazione intorno a parecchi argomenti ch’Ella forse ignora, o sui quali non ebbe precisi e compiuti ragguagli. Desidero vivamente che questa missione del Laugier riesca a ristabilire fra noi quell’intera fiducia che esisteva or sono due anni quando io preparava la guerra, alla quale nessuno credeva, e molti (sic) paventavano; lo desidero pel più pronto e sicuro compimento della impresa alla quale Ella ha dedicato la gloriosa sua spada: la costituzione dell’Italia in monarchia libera e forte sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Qualunque sia l’effetto che le comunicazioni che le trasmetto produrranno sull’animo suo, io mi lusingo che Ella, Signor Generale, ravviserà in questo passo una prova non dubbia che io reputo la sua lealtà ed il suo patriottismo pari all’inarrivabile suo valore ed al suo singolare genio militare. Mi creda, Generale, ecc... Nel testo (….), a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatulo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”. Nel testo si postilla del testo di Giacomo Emilio Curàtulo (….), Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria- Documenti inediti – Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi etc…”, ed. Zanichelli, Bologna, 1911. Il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 192-193, in proposito è scritto che: “779. Cavour a Persano (MRT) 31 Agosto 1860. Sig. Ammiraglio, Il suo telegramma del 30 a sera, etc…Gli spedirò l’Authion subito che avrò ricevuto i due ufficiali Napoletani che mi annunzia. Mi accusi ricevuta col telegrafo. (1) Non faccia parola di tutto questo ad alcuno, nemmeno a Villamarina.”. Dunque, nel dispaccio che Cavour scrive all’ammiraglio Persano, del 31 agosto 1861, Cavour scrive che dovrebbe ricevere da li a breve i due ufficiali napoletani. Chi sono i due ufficiali napoletani che Cavour deve ricevere e che deve spedire con il vapore Authion a Napoli dal Persano ?. Sono Astengo ed il capitano Laugier, amico di Garibaldi a cui Cavour consegnerà la lettera sua indirizzata a Garibaldi che Laugier dovrà incontrare molto probabilemente incontrerà a Sapri il 3 settembre 1860, prima che Garibaldi salga al Fortino di Casaletto. Sempre nello stesso testo, a p. 196, è scritto: “782. C. di Persano a Cavour. Napoli, addì 31 agosto 1860. Eccellenza, ….etc…Aspetto con ansietà l’arrivo dell’Authion colle istruzioni che V.E. mi ha annunciate. Intanto il telegramma di cui è parola venne trapelato, quindi scoraggiamento negli arditi e soddisfazione ne’ timidi, che sono i più, perchè vedono allontanato il pericolo della lotta, che vorrebbero lasciare al solo Garibaldi.”. Ma come vedremo in seguito, il capitato Auger, amico di Garibaldi accompagnato da Astengo, con la lettera di Cavour arriveranno a Napoli e si rivolgeranno all’ammiraglio Persano per viaggiare verso Garibaldi. Persano li farà imbarcare sulla “Dora” che li porterà a Sapri. Infatti, il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 206, in proposito è scritto che: “797. Dispaccio Cavour a Persano. 1° Septembre 1860. Le plan que vou m’exposez dans vostre lettre du 29 est parfait. Une fois Gouvernement provisoire constitué, nous aviserons. Gardez Dora jusqu’arrivée Astengo qui vous apporte instructions de la plus haute importante (2). Vous me répondrez par la télégraphe comment concilier la nouvelle mission dont vous allez etre chargé, et ce qu’il y a à Naples.”, che tradotto è: “Il piano che hai esposto nella tua lettera del 29 è perfetto. Una volta formato il governo provvisorio, decideremo. Tieni Dora finché non arriva Astengo e ti porta istruzioni della massima importanza (2). Per telegrafo mi dirai come conciliare la nuova missione che ti verrà affidata con ciò che c’è a Napoli.”. Dunque, il 1° Settembre 1860, Cavour scrivendo a Persano gli ordina di: “Tieni Dora finché non arriva Astengo e ti porta istruzioni della massima importanza (2).”. Nel testo, a p….., nella nota (2) postilla: “(2) Questo periodo risponde a telegr. Persano del giorno stesso, così concepito: “Puis-je retemir le Dora qui a les fusils jusqu’à l’arrivée du Delfino sur lequel je les ferais passer?”.”. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a pp. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “3. – E’ arrivato il Signor Astengo latore di una lettera autografa di S.E. il conte di Cavour. E’ della massima importanza; Si giudichi. 31 agosto 1860 “Signor Ammiraglio, ….Il suo telegramma del 30 etc….”. (p. 90) In compagnia del signor ASTENGO è venuto un signore, amico del generale GARIBALDI, con desiderio di potere andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’ASTENGO di fornirgliene i mezzi, gli dò la ‘Dora’ perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno. Ricevo il seguente telegramma di S.E. il conte di Cavour: “L’Authion parte questa sera con istruzioni per lei e per Villamarina. – Astengo è giunto ? – Risponda per telegrafo. Firmato C. Cavour.”. Persano a p. 91, in proposito scriveva che: “Rispondo tosto: Ricevuto la lettera di V.E. del 31 agosto ultimo. – Dora partirà domani con la mia risposta circostanziata di tutto quanto ella mi domanda….Ho dato la ‘Dora’ a quel signore che è venuto in compagnia dell’Astengo, per trasportarlo al Generale Garibaldi.”.  Sempre il Persano, a p. 93, in proposito scriveva ancora: “4. – Rispondo alla lettera, che ho testè ricevuta, di S.E. il conte di Cavour, così: “Eccellenza….Prima di entrare nei particolari che formano oggetto della sua lettera del 31 agosto ultimo, recatami dal signor Astengo, etc…”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 408, in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio di Persano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire da Lei a darle spiegazione etc…Cavour…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per creare ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita. Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. Etc…”. Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Nè la lettera di Cavour patrocinante la concordia tra i due eserciti nazionali, di cui era poi latore il capitano Lauger, amico d’infanzia del Generale, nè le calde preghiere dello stesso Lauger deviarono Garibaldi dalle sue ferme risoluzioni “Da Napoli voliamo andare a Roma”- egli ripeteva la mattina del 7 settembre al Generale De Sauget, capo della Guardia Nazionale Napoletana, ed al Sindaco di Napoli etc…”. Dunque, Maraldi lo chiama “capitano LAUGER”.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 215-216, in proposito scriveva che: “Questa la ragione per cui ai primi d’agosto, scrivendo a Persano gli raccomandava di “non aiutare il passaggio del generale Garibaldi sul continente”, ma cercar piuttosto di “ritenerlo per via indiretta il più possibile”(1). Quando il Dittatore aveva superata le difficoltà e si accingeva a cominciar la sua marcia attraverso le Calabrie, Cavour aveva fatto pervenire a Salerno delle armi da distribuire fra i ribelli del sud, “affine di spianare la strada a Garibaldi”, (2) facendo d’altra parte contemporaneamente un ultimo sforzo per assicurare il possesso di Napoli al proprio partito, come si rileva da queste parole del 27 agosto, al Villamarina: “Faccia tutto quanto è in suo potere per evitare la dittatura di Garibaldi su cui Lei conta troppo”. Istruzioni pervenivano allo stesso tempo al Persano inducendolo ad accettare la Dittatura, qualora gli venisse offerta. Pure, anche a questi estremi, Cavour indietreggiava davanti alla sola misura che avrebbe potuto sottrarre sicuramente Napoli al tanto temuto regime garibaldino – una dichiarazione di guerra a Re Francesco – per la semplice ragione che, come diceva Villamarina, lo “comprometterebbe senza scampo agli occhi di tutta l’Europa”.(1)….Pochi giorni ancora ed egli si accorse d’aver perduta la partita. Il 30 agosto mentre i 10000 uomini del Ghio, deponevan le armi, arrendendosi al Dittatore, Cavour vergava queste parole al Villamarina: etc…. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (1) postillava: “(1) Persano, 123”. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (2) postillava: “(2) Persano, 157, 159; 21, 23 agosto.”. Treveljan (la Dobelli), a p. 216, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 347; Persano, 182; D’Ayala, 310.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, riferendosi al Conte di Cavour, in proposito scriveva che: Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: “Sig. Generale, (….) sono rimasto convinto essere, non chè opportuno, necessario il darle alcune spiegazioni intorno a molti fatti passati ed alle presenti intenzioni del Governo del Re; epperò ho pregato quel buono e leale italiano a recarsi presso lei per riferirle una lunga nostra conversazione intorno a parecchi argomenti ch’Ella forse ignora, o sui quali non ebbe precisi e compiuti ragguagli. Desidero vivamente che questa missione del Laugier riesca a ristabilire fra noi quell’intera fiducia che esisteva or sono due anni quando io preparavo la guerra, alla quale nessuno credeva, e molti (sic) paventavano; lo desidero pel più pronto e sicuro compimento della impresa alla quale Ella ha dedicato la gloriosa sua spada: la costruzione dell’Italia in monarchia libera e forte sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Qualunque sia l’effetto che le comunicazioni che le trasmetto produrranno sull’animo suo, io mi lusingo che Ella, signor Generale, ravviserà in questo passo una prova non dubbia che io reputo la sua lealtà ed il suo patriottismo pari all’inarrivabile suo valore ed al suo singolare genio militare. (25). Il fine, frutto del colloquio che avrebbe dovuto seguire alla missiva, doveva essere quello di persuadere Garibaldi a fargli accettare l’idea che il Conte di Cavour era suo amico e suo grande ammiratore; che volontari ed esercito, con Cavour e Vittorio Emanuele, sarebbero stati insieme e d’accordo nella liberazione dell’Italia tutta, e di strappargli la promessa di consegnare al Piemonte flotta e forti conquistati. Il Conte di Persano, il 3 settembre, sul giornale di bordo della nave ammiraglia, annotava: “In compagnia dell’Astengo è venuto un signore amico del Generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”.”. Policicchio, a p. 142, nella nota (25) postillava: “(25) La liberazione del mezzogiorno…., cit., vol. II, p. 191.”.

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il piroscafo genovese la DORA, giunge nel porto di Sapri, inviato dal governo piemontese a Sapri per una missione segreta. Salpò dalla base navale piemontese dell’ammiraglio Persano nella baia di Napoli

Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi  ed il Viceconsole Sardo Francesco Astengo, dopo aver “felicemente” compiuta la missione affidata da Cavour, salperanno da Sapri alla volta di Napoli, dove arriveranno con il piroscafo Sardo, la Dora, giorno 4 settembre. La Dora con Astengo e Augier, il giorno 4 agosto 1860 ripartirono da Sapri e ritornarono a Napoli, da dove eran salpati il giorno 3 settembre. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 151 e ssg., in proposito scriveva che: “………………..”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Sull’episodio ha scritto Quandel-Vial (….). Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI) inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Moliterni, a p. 201, in proposito aggiungeva la risposta di Persano a Cavour: La Dora la ho mandata dal generale Garibaldi con la persona che Astengo mi disse aver incaricato la V.E. di recargli una sua lettera oltre a comunicargli a voce alcune cose di massima importanza. Dovrebbe essere di ritorno a momenti, e subito arrivata la farò muovere per Genova colla mia risposta alla lettera di V.E. del 31 agosto p.s., che non mi pervenne prima di ieri 3 andante per le fermate di postale a Livorno etc…”. Dall’esame congiunto di quest’ultimo frammento e del telegramma che lo stesso Persano aveva inviato a Cavour il giorno precedente, appare pertanto chiaro che il piroscafo ‘Dora’, con a bordo Augier, salpò dal porto di Napoli il giorno 3 e vi rientrò il 4 settembre, per poi prendere definitivamente il largo alla volta di Genova. Fu dunque in queste ore che si decisero le sorti della missione del Capitano, sul cui esito, i documenti finora esaminati tacciono. Piuttosto vaghi e per certi aspetti devianti, sono due appunti inseriti nel Diario di Persano, che, pur non essendo datati, ribadiscono quanto appena detto e, perciò risalgono certamente al 3 e al 4 settembre. Il primo si riferisce che: “In compagnia del signore Astengo è venuto un signore, amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”(33).”. Questo, invece, il testo del secondo appunto: “E’ ritornata la Dora, riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico. Ordino alla Dora di tenersi pronta per volgere a Genova etc…(34).”. Moliterni, a p. 202, aggiunge che: “Dalle due note sembrerebbe che Augier non riuscì ad incontrare Garibaldi, dal momento che, come viene specificato entrambe le volte, meta del viaggio del Dora fu Salerno, città nella quale il Generale giunse solo il 6 settembre. Tuttavia non è da escludere che per “Salerno” e per “spiaggia di Salerno”, il Contrammiraglio avesse voluto intendere, genericamente una qualche località posta lungo il litorale salernitano. Ipotesi questa che incomincia a concretarsi nelle parole del dispaccio riservato nelle quali Astengo, il 4 settembre, riferì a Cavour quanto aveva fatto il giorno prima: “Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano. Non avendo rinvenuto mezzo di sorta per il suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del ‘Dora’. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione (35).”.”. Moliterni, a p. 202, nella nota (35) postillava: “(35) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, n. 833.”. Moliterni, a pp. 202-203, aggiunge che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36)….Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Questa testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 riferendosi al 5 settembre 1860, in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare….In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Queste testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 313, riferendosi all’arrivo delle truppe a Napoli, in proposito scriveva: “Arrivavano i soldati dì Garibaldi. Essi avevano ricevuto ordine telegrafico di accostarsi al mare, ed imbarcarsi nei vapori che avrebbero trovati già spediti da Napoli.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “.      

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il piroscafo genovese la DORA, giunge nel porto di Sapri con a bordo il Capitano marinaro Paolo AUGIER (o Laugier), amico d’infanzia di Garibaldi, ed il Viceconsole Sardo Francesco ASTENGO, che lo accompagnava in missione segreta per conto del conte di CAVOUR che lo incaricò di consegnare una sua lettera indirizzata a Garibaldi  

Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Nè la lettera di Cavour patrocinante la concordia tra i due eserciti nazionali, di cui era poi latore il capitano Lauger, amico d’infanzia del Generale, nè le calde preghiere dello stesso Lauger deviarono Garibaldi dalle sue ferme risoluzioni “Da Napoli voliamo andare a Roma”- egli ripeteva la mattina del 7 settembre al Generale De Sauget, capo della Guardia Nazionale Napoletana, ed al Sindaco di Napoli etc…(192). Maraldi, a p. 97, nella nota (192) postillava: “(192) Diario citato – Mario, op. cit., pag. 193.”. Maraldi si riferisce al Diario di Agostino Bertani pubblicato postumo dalla White-Mario, dove il Bertani riafrma ciò che aveva scritto in “Ire politiche d’oltretomba”. Dunque, Maraldi lo chiama “capitano LAUGER”. Per la lettera in questione si veda il 3 settembre 1860 e lo sbarco del Capitano marinaio, Paolo Augier a Sapri, nel giorno 3 settembre, a bordo del piroscafo della marina Piemontese Dora. Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi verrà imbarcato sul piroscafo “Dora” messo a disposizione dall’Ammiraglio piemontese Conte di Persano che era di stanza nelle acque del golfo Napoletano e lo fa su sollecitudine di Cavour. L’Augier, in compagnia del Viceconsole Francesco Agresti arriverà a Sapri, a bordo del piroscafo la “Dora”, nelle ore pomeridiane del 3 settembre, lo stesso giorno che vi approderà Garibaldi con i suoi sei amici e collaboratori. Alcuni ritengono che la missione di Cavour fallì, ovvero che l’incontro con Garibaldi ed il suo amico d’infanzia, il Capitano Paolo Augier non vi fu essendo egli arrivato non in tempo, sostengono, in quanto a loro dire, non fece in tempo ad incontrare Garibaldi il quale, come vedremo in serata si organizzò per risalire al Fortino, forse passando per Capitello e per Vibonati. Altri, invece, sostengono il contrario, e cioè che non solo la lettera di Cavour fu consegnata da Augier a Garibaldi ma vi fu anche l’incontro in cui Augier rinnovò la stima e le sue raccomandazioni all’amico Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409 e ssg., in proposito scriveva che: Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita. Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. Etc…”. Della notizia, della lettera di Cavour indirizzata a Garibaldi e della missione che il Cavour affida al capitano Augier, ne parla la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 459 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel viaggio da Soveria a Napoli, Garibaldi ebbe vari messi da Cavour e Persano per indurlo a credere che oramai Re e lui, esercito e volontari, sarebbero andati d’accordo per la liberazione dell’Italia tutta. Eppure l’ultimo dispaccio di Cavour a Villamarina (1), del 27 agosto, era recisamente ostile a Garibaldi : “Faites tout le possible etc…”. Non riuscito, risolse di combattere Garibaldi non più in Napoli, ma nel centro: quindi muove terra e cielo per fare che questi prometta la flotta e i forti, e manda un amico d’infanzia a persuaderlo che egli è il suo più grand’ammiratore e amico. Il seguente grano di lettera ad un intimo spiega il doppio gioco, prova che pur di riuscire ad escludere Garibaldi da Napoli, Cavour non riculava davanti la guerra civile (2): “Vous etc….”.”. White-Mario (….), a p. 459, nella nota (2) postillava: “(2) A Nigra aveva scritto giorni prima: “Il est trop etc…”.”. La giornalista White Mario (….), continuando il suo racconto, a p. 460, in proposito scriveva che: “Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno. Signor generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il capitano Laugier, sono rimasto convinto essere, nonchè opportuno etc….”. Della lettera di Cavour e del suo testo pubblicata dal Chiala (….) e dalla White-Mario ho parlato per il 31 agosto. La White-Mario (….), a p. 460, in proposito scriveva che: “Il capitano Laugier fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontando la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno ‘sei’ vide Laugier (1).“. La White, a p. 460, cita lo storico Chiala (….). La Dobelli, nella traduzione del Traveljan, a p. 421, in proposito scriveva: “Chiala = Chiala (Luigi) – Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour. 6 volumi.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postillava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo etc…”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envoie à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo.”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier.”. Sempre White, a pp. 460-461, in proposito scriveva che: “Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: Il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontanto la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno sei vide Laugier (1). Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postilava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo dato da parte del governo del nostro Re di procedere di pieno accordo con lui per l’unificazione d’Italia sotto lo scettro nazionale di Vittorio Emanuele e che quindi egli disponesse pure dell’opera mia;” e parla della flotta ec. Cavour a Persano, 3 settembre: “Approvo pienamente la sua comunicazione a Garibaldi; essa segue la nuova via che dobbiamo seguire.”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envole  à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. ll testo della lettera di Cavour è più o meno è lo stesso pubblicato nell’altro testo di Giacomo Emilio Curàtulo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 215-216, in proposito scriveva che: “Questa la ragione per cui ai primi d’agosto, scrivendo a Persano gli raccomandava di “non aiutare il passaggio del generale Garibaldi sul continente”, ma cercar piuttosto di “ritenerlo per via indiretta il più possibile”(1). Quando il Dittatore aveva superata le difficoltà e si accingeva a cominciar la sua marcia attraverso le Calabrie, Cavour aveva fatto pervenire a Salerno delle armi da distribuire fra i ribelli del sud, “affine di spianare la strada a Garibaldi”, (2) facendo d’altra parte contemporaneamente un ultimo sforzo per assicurare il possesso di Napoli al proprio partito, come si rileva da queste parole del 27 agosto, al Villamarina: “Faccia tutto quanto è in suo potere per evitare la dittatura di Garibaldi su cui Lei conta troppo”. Istruzioni pervenivano allo stesso tempo al Persano inducendolo ad accettare la Dittatura, qualora gli venisse offerta. Pure, anche a questi estremi, Cavour indietreggiava davanti alla sola misura che avrebbe potuto sottrarre sicuramente Napoli al tanto temuto regime garibaldino – una dichiarazione di guerra a Re Francesco – per la semplice ragione che, come diceva Villamarina, lo “comprometterebbe senza scampo agli occhi di tutta l’Europa”.(1)….Pochi giorni ancora ed egli si accorse d’aver perduta la partita. Il 30 agosto mentre i 10000 uomini del Ghio, deponevan le armi, arrendendosi al Dittatore, Cavour vergava queste parole al Villamarina: etc…. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (1) postillava: “(1) Persano, 123”. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (2) postillava: “(2) Persano, 157, 159; 21, 23 agosto.”. Treveljan (la Dobelli), a p. 216, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 347; Persano, 182; D’Ayala, 310.”. Dunque, come abbiamo potuto leggere, la White scrive che l’incontro con l’emissario di Cavour vi fu e che il Laugier accompagnato dal viceconsole sardo Astengo avvenne “….: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno.”. La White non dice quale fosse il luogo preciso in cui Augier incontrò Garibaldi per consegnargli la lettera autografa del Conte di Cavour, ma tutto lascia pensare a Sapri. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni che, sulla base dei documenti e dei dispacci dell’epoca viene suffragata l’ipotesi dell’arrivo della ‘Dora’ a Sapri, il 3 sttembre e dell’incontro avvenuto tra Garibaldi ed il messo di Cavour. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, in proposito scriveva che: “Probabilmente in quello stesso giorno un altro emissario era partito da Torino per incontrarsi con il Dittatore. Era il Capitano Augier, reduce da un lungo incontro con Cavour, il quale lo aveva pregato di farsi intermediario presso il Generale per cercare di ripristinare quel clima di fiducia che – a suo dire – vi era stato tra i due nel periodo precedente lo scoppio della II guerra d’Indipendenza. Il Conte dunque non si avvalse di un politico, ne di un diplomatico, ma fece leva sul sentimento di amicizia che legava Garibaldi ad Augier, per cercare di stabilire – ora che non ne poteva fare a meno –  un rapporto di collaborazione con il Dittatore. Non si conoscono i contenuti del colloquio torinese, ma resta la lettera per Garibaldi, dal tono conciliante e deferente, che il Presidente del Consiglio vergò il 31 agosto e consegnò al suo emissario: “Signor Generale, Avendo avuto l’occasione etc…Mi creda, Generale, suo devoto (17).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. Cavour, Epistolario, p. 1809, n. 2306.”. Moliterni, dopo aver descritto i dispacci che si scambiarono il Cavour e l’Ammiraglio Persano, a pp. 191-192, in proposito scriveva che:  “La gravità del contenuto della lettera e il comprensibile riserbo che doveva circondarla, indussero Cavour a inviare a Napoli il viceconsole Francesco Astengo affinché la consegnasse direttamente nelle mani del Contrammiraglio.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille  che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Nella corrispondenza del conte di Cavour e del Viceconsole Sardo Francesco Astengo, lo troviamo menzionato, rispettivamente, come ‘Laugier’ e ‘Auger’ (cf. infra in narrativa).”. Moliterni, a p. 190, scriveva pure: “La notizia che Garibaldi si accingeva ad attraversare lo Stretto di Messina gettò Cavour nello sconcerto. Fu allora che il Tessitore decise di spostare nella baia di Napoli il contrammiraglio della Marina Sarda Carlo Pelliòn, conte di Persano, che, a capo di alcune unità navali, etc….Tuttavia l’approdo del Dittatore sulle coste della Calabria e il suo veloce incedere verso Napoli rivelatosi più rapido del previsto, spinsero Cavour a cambiare strategia e a darne comunicazione a Persano con un telegramma cifrato spedito da Torino alle ore 10,00 del 30 agosto: “……..etc…”. Moliterni, a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, anche perchè da una lettura poco approfondita dei documenti, si sarebbe portati a credere che non vi sia mai stato.”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Moliterni, a pp. 198-199, in proposito aggiungeva: “Ma a influire sull’atteggiamento del Dittatore potrebbe essere stato anche il colloquio avuto con l’amico Augier, un colloquio che Jessie White Mario dà per avvenuto e nel corso del quale il capitano avrebbe fatto “l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta.” (23). La White, pur essendo stata in quel periodo molto vicina a Garibaldi, in questo caso sembra avvalersi di testimonianze documentali posteriori e, infatti, è al quanto vaga riguardo al tempo e al luogo dell’incontro, limitandosi a dire che si svolse “prima del giorno sei” settembre, “tra Soveria e Salerno” (24).”. A questo punto, Moliterni inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Moliterni, a p. 201, in proposito aggiungeva la risposta di Persano a Cavour e ci parla di una seconda lettera di Persano indirizzata a Cavour: “La seconda lettera ribadisce che il Viceconsole giunse a Napoli il giorno del 3 settembre, dopo aver viaggiato a bordo di un “postale”, e lascia chiaramente intendere che l’”individuo” giunto con Astengo – insieme al quale forse aveva compiuto il viaggio – altri non era che il capitano Augier: “(….) La Dora la ho mandata dal generale Garibaldi con la persona che Astengo mi disse aver incaricato la V.E. di recargli una sua lettera oltre a comunicargli a voce alcune cose di massima importanza. Dovrebbe essere di ritorno a momenti, e subito arrivata la farò muovere per Genova colla mia risposta alla lettera di V.E. del 31 agosto p.s., che non mi pervenne prima di ieri 3 andante per le fermate di postale a Livorno etc…”. Dall’esame congiunto di quest’ultimo frammento e del telegramma che lo stesso Persano aveva inviato a Cavour il giorno precedente, appare pertanto chiaro che il piroscafo ‘Dora’, con a bordo Augier, salpò dal porto di Napoli il giorno 3 e vi rientrò il 4 settembre, per poi prendere definitivamente il largo alla volta di Genova. Fu dunque in queste ore che si decisero le sorti della missione del Capitano, sul cui esito, i documenti finora esaminati tacciono. Piuttosto vaghi e per certi aspetti devianti, sono due appunti inseriti nel Diario di Persano, che, pur non essendo datati, ribadiscono quanto appena detto e, perciò risalgono certamente al 3 e al 4 settembre. Il primo si riferisce che: “In compagnia del signore Astengo è venuto un signore, amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”(33).”. Questo, invece, il testo del secondo appunto: “E’ ritornata la Dora, riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico. Ordino alla Dora di tenersi pronta per volgere a Genova etc…(34).”. Moliterni postillava nelle due note del Diario di Persano. Moliterni, a p. 202, aggiunge che: “Dalle due note sembrerebbe che Augier non riuscì ad incontrare Garibaldi, dal momento che, come viene specificato entrambe le volte, meta del viaggio del Dora fu Salerno, città nella quale il Generale giunse solo il 6 settembre. Tuttavia non è da escludere che per “Salerno” e per “spiaggia di Salerno”, il Contrammiraglio avesse voluto intendere, genericamente una qualche località posta lungo il litorale salernitano. Ipotesi questa che incomincia a concretarsi nelle parole del dispaccio riservato nelle quali Astengo, il 4 settembre, riferì a Cavour quanto aveva fatto il giorno prima: “Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano. Non avendo rinvenuto mezzo di sorta per il suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del ‘Dora’. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione (35).”.”. Moliterni, a p. 202, nella nota (35) postillava: “(35) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, n. 833.”. Infatti, nel testo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, n. 833, in proposito è scritto: “833. Francesco Astengo a Cavour. 4 Settembre 1860. Réservé. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano. Non avendo rinvenuto mezzo di sorta per il suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del ‘Dora’. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Etc…”. Moliterni, a pp. 202-203, aggiunge che: “Vediamo così a sapere che il piroscafo ‘Dora’ gettò l’ancora in una località che, pur rimanendo imprecisata, è possibile identificare con ragionevole certezza sulla base dei due avverbi identificati dal Viceconsole Astengo per descrivere le modalità dello sbarco del Capitano avvenuto “felicemente” e “vicinissimo alla sua destinazione”. L’utlizzo del primo avverbio – felicemente – lascia intendere che l’obiettivo della missione è stato raggiunto e si giustifica solo se il piroscafo sardo attraccò nel porto di Sapri, all’estremità meridionale della costa salernitana, dove Garibaldi era giunto nel pomeriggio del 3 settembre. Il secondo avverbio “vicinissimo – serve invece a precisare che Augier non fu sbarcato nel luogo esatto in cui incontrò il Generale, bensì non lontano dallo stesso. Ciò significa che il Dora approdò a Sapri quando Garibaldi se n’era già andato, ed è pertanto assai probabile che il Capitano lo avesse poi raggiunto lungo la strada per Vibonati,  se non proprio in quest’ultima località. La logica conseguenza di tutto ciò è che i due si incontrarono tra la sera del 3 e l’alba del 4 settembre. Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36)….Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, 581”. Il colonnello Ludovico Quandel -Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860” riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “L’Ammiraglio Sardo Conte di Persano scrive nel suo Giornale particolare di bordo: “In compagnia del signor Astengo è venuto un signore amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgliene i mezzi, gli dò la Dora perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno”.. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito….(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”.E’ singolare che Moliterni scrivi chiaramente che: “Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto”. Dunque, secondo il Moliterni, Garibaldi incontrò il capitano Augier poche ore prima dell’incontro tenutosi al Fortino il 4 settembre 1860. “Poche ore prima” dice il Moliterni. Due, tre o quattro ore prima che Garibaldi arrivasse al Fortino di Casaletto Spartano dove l’attendevano il generale Turr con il Ministro della Marina Siciliana Piola-Caselli. Ho dei dubbi su questa notizia in quanto un testimone di eccezione, Agostino Bertani ne avrebbe sicuramente parlato nel suo diario “Ire politiche di oltretomba”. Certo è che l’Augier incontrò Garibaldi ed è certo che la lettera di Cavour arrivò a Garibaldi. Mi chiedo però se questo sia accaduto prima o dopo l’episodio del 4 settembre 1860 al Fortino ?. Si sa che Astengo e Augier sbarcarono a Napoli, il 4 settembre 1860, probabilmente ripartiti da Sapri con il vapore “La Dora”. Arrivarono entrambi a Napoli. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143 riferendosi al Conte di Cavour, in proposito scriveva che: Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: “Sig. Generale, (….) etc…”. (25). Il Conte di Persano, il 3 settembre, sul giornale di bordo della nave ammiraglia, annotava: “In compagnia dell’Astengo è venuto un signore amico del Generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”.”. Policicchio, a p. 142, nella nota (25) postillava: “(25) La liberazione del mezzogiorno…., cit., vol. II, p. 191.”. Quandel-Vial scriveva essere il bastimento Piemontese la ‘Dora’ non la ‘Doria’. Il testo citato da Policiccio è “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Categgio di Camillo Covour a cura della Commissione editrice” – vol. II, Agosto-Settembre 1860). Cavour cita nella sua lettera “Cesare De Laugier”, amico d’infanzia di Garibaldi e ne fa il latore della sua missiva al Generale dei due Mondi. Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi..  Quandel-Vial scriveva essere il bastimento Piemontese ‘la Dora’ non ‘la Doria’. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Queste testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581, riferendosi al 5 settembre, in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “…….Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011 parlando e riferendosi a Cavour, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: “Sig. Generale, (….) etc…(25)”. Policicchio, dopo aver trascritto il testo della lettera di Cavour indirizzata a Garibaldi, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: Il fine, frutto del colloquio che avrebbe dovuto seguire alla missiva, doveva essere quello di persuadere Garibaldi a fargli accettare l’idea che il Conte di Cavour era suo amico e suo grande ammiratore; che volontari ed esercito, con Cavour e Vittorio Emanuele, sarebbero stati insieme e d’accordo nella liberazione dell’Italia tutta, e di strappargli la promessa di consegnare al Piemonte flotta e forti conquistati. Il Conte di Persano, il 3 settembre, sul giornale di bordo della nave ammiraglia, annotava: “In compagnia dell’Astengo è venuto un signore amico del Generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”.”. Policicchio, a p. 142, nella nota (25) postillava: “(25) La liberazione del mezzogiorno…., cit., vol. II, p. 191.”. Il testo citato da Policiccio è “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Categgio di Camillo Covour a cura della Commissione editrice” – vol. II, Agosto-Settembre 1860). Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Dunque, Cavour cita nella sua lettera il Capitano Paolo Augier, amico d’infanzia di Garibaldi e ne fa il latore della sua missiva al Generale dei due Mondi. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a pp. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “3. – E’ arrivato il Signor Astengo latore di una lettera autografa di S.E. il conte di Cavour. E’ della massima importanza; Si giudichi. 31 agosto 1860 “Signor Ammiraglio, ….Il suo telegramma del 30 etc….”. (p. 90) In compagnia del signor ASTENGO è venuto un signore, amico del generale GARIBALDI, con desiderio di potere andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’ASTENGO di fornirgliene i mezzi, gli dò la ‘Dora’ perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno. Ricevo il seguente telegramma di S.E. il conte di Cavour: “L’Authion parte questa sera con istruzioni per lei e per Villamarina. – Astengo è giunto ? – Risponda per telegrafo. Firmato C. Cavour.”. Persano a p. 91, in proposito scriveva che: “Rispondo tosto: Ricevuto la lettera di V.E. del 31 agosto ultimo. – Dora partirà domani con la mia risposta circostanziata di tutto quanto ella mi domanda….Ho dato la ‘Dora’ a quel signore che è venuto in compagnia dell’Astengo, per trasportarlo al Generale Garibaldi.”.  Sempre il Persano, a p. 93, in proposito scriveva ancora: “4. – Rispondo alla lettera, che ho testè ricevuta, di S.E. il conte di Cavour, così: “Eccellenza….Prima di entrare nei particolari che formano oggetto della sua lettera del 31 agosto ultimo, recatami dal signor Astengo, etc…”Il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 192-193, in proposito è scritto che: “779. Cavour a Persano (MRT) 31 Agosto 1860. Sig. Ammiraglio, Il suo telegramma del 30 a sera, etc…Gli spedirò l’Authion subito che avrò ricevuto i due ufficiali Napoletani che mi annunzia. Mi accusi ricevuta col telegrafo. (1) Non faccia parola di tutto questo ad alcuno, nemmeno a Villamarina.”. Dunque, nel dispaccio che Cavour scrive all’ammiraglio Persano, del 31 agosto 1861, Cavour scrive che dovrebbe ricevere da li a breve i due ufficiali napoletani. Chi sono i due ufficiali napoletani che Cavour deve ricevere e che deve spedire con il vapore Authion a Napoli dal Persano ?. Sono Astengo ed il capitano Laugier, amico di Garibaldi a cui Cavour consegnerà la lettera sua indirizzata a Garibaldi che Laugier dovrà incontrare molto probabilemente incontrerà a Sapri il 3 settembre 1860, prima che Garibaldi salga al Fortino di Casaletto. Sempre nello stesso testo, a p. 196, è scritto: “782. C. di Persano a Cavour. Napoli, addì 31 agosto 1860. Eccellenza, ….etc…Aspetto con ansietà l’arrivo dell’Authion colle istruzioni che V.E. mi ha annunciate. Intanto il telegramma di cui è parola venne trapelato, quindi scoraggiamento negli arditi e soddisfazione ne’ timidi, che sono i più, perchè vedono allontanato il pericolo della lotta, che vorrebbero lasciare al solo Garibaldi.”. Ma come vedremo in seguito, il capitato Auger, amico di Garibaldi accompagnato da Astengo, con la lettera di Cavour arriveranno a Napoli e si rivolgeranno all’ammiraglio Persano per viaggiare verso Garibaldi. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a pp. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “3. – E’ arrivato il Signor Astengo latore di una lettera autografa di S.E. il conte di Cavour. E’ della massima importanza; Si giudichi. 31 agosto 1860 “Signor Ammiraglio, ….Il suo telegramma del 30 etc….”. (p. 90) In compagnia del signor ASTENGO è venuto un signore, amico del generale GARIBALDI, con desiderio di potere andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’ASTENGO di fornirgliene i mezzi, gli dò la ‘Dora’ perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno. Ricevo il seguente telegramma di S.E. il conte di Cavour: “L’Authion parte questa sera con istruzioni per lei e per Villamarina. – Astengo è giunto ? – Risponda per telegrafo. Firmato C. Cavour.”. Persano a p. 91, in proposito scriveva che: “Rispondo tosto: Ricevuto la lettera di V.E. del 31 agosto ultimo. – Dora partirà domani con la mia risposta circostanziata di tutto quanto ella mi domanda….Ho dato la ‘Dora’ a quel signore che è venuto in compagnia dell’Astengo, per trasportarlo al Generale Garibaldi.”.  Sempre il Persano, a p. 93, in proposito scriveva ancora: “4. – Rispondo alla lettera, che ho testè ricevuta, di S.E. il conte di Cavour, così: “Eccellenza….Prima di entrare nei particolari che formano oggetto della sua lettera del 31 agosto ultimo, recatami dal signor Astengo, etc…”Persano li farà imbarcare sulla “Dora” che li porterà a Sapri. Infatti, il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 206, in proposito è scritto che: “797. Dispaccio Cavour a Persano. 1° Septembre 1860. Le plan que vou m’exposez dans vostre lettre du 29 est parfait. Une fois Gouvernement provisoire constitué, nous aviserons. Gardez Dora jusqu’arrivée Astengo qui vous apporte instructions de la plus haute importante (2). Vous me répondrez par la télégraphe comment concilier la nouvelle mission dont vous allez etre chargé, et ce qu’il y a à Naples.”, che tradotto è: “Il piano che hai esposto nella tua lettera del 29 è perfetto. Una volta formato il governo provvisorio, decideremo. Tieni Dora finché non arriva Astengo e ti porta istruzioni della massima importanza (2). Per telegrafo mi dirai come conciliare la nuova missione che ti verrà affidata con ciò che c’è a Napoli.”. Dunque, il 1° Settembre 1860, Cavour scrivendo a Persano gli ordina di: “Tieni Dora finché non arriva Astengo e ti porta istruzioni della massima importanza (2).”. Nel testo, a p. 206, nella nota (2) postilla: “(2) Questo periodo risponde a telegr. Persano del giorno stesso, così concepito: “Puis-je retemir le Dora qui a les fusils jusqu’à l’arrivée du Delfino sur lequel je les ferais passer?”.”. Nel testo a cura della “Commissione Editrice”, a p. 220, è riportato il seguente dispaccio di Cavour a Persano: “819. Dispaccio Cavour a Persano. 4 Septembre 1860. Authion part ce soir avec instruction pour vous et pour Villamarina. Astengo est-il arrive? Repondez par télegraphe.”. Cavour chiedeva a Persano se Astengo fosse arrivato, insieme al capitano Auger a Napoli dal suo viaggio a Sapri per incontrare Garibaldi e gli comandava di rispondergli per telegrafo. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, in proposito è scritto che: “877. F. Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860…Eccellenza, Il Capitano Auger farà conosere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestarsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele R d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro ieri rispose negativamente a Depretis che gli domndava istantaneamente l’annessione immediata della Sicilia. Etc.. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito à suoi ordini riguardo all’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio di Persano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire da Lei a darle spiegazione etc…Cavour…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per creare ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita. Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. Etc…”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 268, in proposito è scritto che: “887. Francesco Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860. Eccellenza, Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi a’ di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestasrsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro jeri rispose negativamente a Depretis che gli domandava istantatemente l’annessione immediata della Sicilia. Etc…(269, la lettera di Astengo continua) Il Dittatore ha un’armata di 30.000 uomini e lasciò nelle Calabrie 40.000 circa armati. Ha ricevuto sempre con benevolenza il Marchese di Villamarina. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito a’ suoi ordini riguardo l’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Riaccese l’odio contro tutti quelli che circondano il Dittatore contro Bertani. Parlò al Generale in modo così franco come fin qui nessuno aveva usato di fare. Garibaldi ne rimase commosso e lo colmò di onori, ebbe sempre un posto alla sua mensa e sedette alla destra nella sua carrozza quando si mostrò in pubblico. Un suo ordine scritto prescrisse che gli fosse sempre etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre….Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”.   

                                                            PARTENZA di ASTENGO e AUGIER da SAPRI

Nel 4 settembre 1860, a Sapri, il piroscafo Sardo la DORA, con a bordo il viceconsole sardo Francesco Astengo ed il Capitano marinaro Paolo Augier, amico d’infanzia di Garibaldi, latore di una lettera del conte di Cavour, salparono per far ritorno alla base navale piemontese dell’ammiraglio Persano nella baia di Napoli

Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi  ed il Viceconsole Sardo Francesco Astengo, dopo aver “felicemente” compiuta la missione affidata da Cavour, salperanno da Sapri alla volta di Napoli, dove arriveranno con il piroscafo Sardo, la Dora, giorno 4 settembre. La Dora con Astengo e Augier, il giorno 4 agosto 1860 ripartirono da Sapri e ritornarono a Napoli, da dove eran salpati il giorno 3 settembre. Sull’episodio ha scritto Quandel-Vial (….). Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Etc…“. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: La missione fallì perchè Garibaldi aveva ripreso la via interna. Sullo stesso documento, il giorno dopo annotò: “La Doria è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi su amico” (26).”. Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Infatti, Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Amiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi su amico”.”. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a p. 95, in proposito scriveva ancora: “E’ ritornata la ‘Dora’ riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini, avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito….(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”.E’ singolare che Moliterni scrivi chiaramente che: “Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto”. Dunque, secondo il Moliterni, Garibaldi incontrò il capitano Augier poche ore prima dell’incontro tenutosi al Fortino il 4 settembre 1860. “Poche ore prima” dice il Moliterni. Due, tre o quattro ore prima che Garibaldi arrivasse al Fortino di Casaletto Spartano dove l’attendevano il generale Turr con il Ministro della Marina Siciliana Piola-Caselli. Ho dei dubbi su questa notizia in quanto un testimone di eccezione, Agostino Bertani ne avrebbe sicuramente parlato nel suo diario “Ire politiche di oltretomba”. Certo è che l’Augier incontrò Garibaldi ed è certo che la lettera di Cavour arrivò a Garibaldi. Mi chiedo però se questo sia accaduto prima o dopo l’episodio del 4 settembre 1860 al Fortino ?. Si sa che Astengo e Augier sbarcarono a Napoli, il 4 settembre 1860, probabilmente ripartiti da Sapri con il vapore “La Dora”. Arrivarono entrambi a Napoli. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI) inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Moliterni, a p. 201, in proposito aggiungeva la risposta di Persano a Cavour: La Dora la ho mandata dal generale Garibaldi con la persona che Astengo mi disse aver incaricato la V.E. di recargli una sua lettera oltre a comunicargli a voce alcune cose di massima importanza. Dovrebbe essere di ritorno a momenti, e subito arrivata la farò muovere per Genova colla mia risposta alla lettera di V.E. del 31 agosto p.s., che non mi pervenne prima di ieri 3 andante per le fermate di postale a Livorno etc…”. Dall’esame congiunto di quest’ultimo frammento e del telegramma che lo stesso Persano aveva inviato a Cavour il giorno precedente, appare pertanto chiaro che il piroscafo ‘Dora’, con a bordo Augier, salpò dal porto di Napoli il giorno 3 e vi rientrò il 4 settembre, per poi prendere definitivamente il largo alla volta di Genova. Fu dunque in queste ore che si decisero le sorti della missione del Capitano, sul cui esito, i documenti finora esaminati tacciono. Piuttosto vaghi e per certi aspetti devianti, sono due appunti inseriti nel Diario di Persano, che, pur non essendo datati, ribadiscono quanto appena detto e, perciò risalgono certamente al 3 e al 4 settembre. Il primo si riferisce che: “In compagnia del signore Astengo è venuto un signore, amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”(33).”. Questo, invece, il testo del secondo appunto: “E’ ritornata la Dora, riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico. Ordino alla Dora di tenersi pronta per volgere a Genova etc…(34).”. Moliterni, a pp. 202-203, aggiunge che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36)….Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Questa testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 riferendosi al 5 settembre 1860, in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare….In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Queste testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 riferendosi al 5 settembre 1860, ed in proposito scriveva che: “5 Settembre…..Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, in proposito è scritto che: “877. F. Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860…Eccellenza, Il Capitano Auger farà conosere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestarsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro ieri rispose negativamentea Depretis che gli domandava istantaneamente l’annessione immediata della Sicilia. Etc.. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito à suoi ordini riguardo all’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 151 e ssg., in proposito scriveva che: “………………..”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 268, in proposito è scritto che: “887. Francesco Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860. Eccellenza, Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi a’ di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestasrsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro jeri rispose negativamente a Depretis che gli domandava istantatemente l’annessione immediata della Sicilia. Etc…(269, la lettera di Astengo continua) Il Dittatore ha un’armata di 30.000 uomini e lasciò nelle Calabrie 40.000 circa armati. Ha ricevuto sempre con benevolenza il Marchese di Villamarina. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito a’ suoi ordini riguardo l’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Riaccese l’odio contro tutti quelli che circondano il Dittatore contro Bertani. Parlò al Generale in modo così franco come fin qui nessuno aveva usato di fare. Garibaldi ne rimase commosso e lo colmò di onori, ebbe sempre un posto alla sua mensa e sedette alla destra nella sua carrozza quando si mostrò in pubblico. Un suo ordine scritto prescrisse che gli fosse sempre etc…”.   

Nel 4 settembre 1860, a Sapri, partenza di Auger e Astengo ed arrivo a Napoli

Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Nè la lettera di Cavour patrocinante la concordia tra i due eserciti nazionali, di cui era poi latore il capitano Lauger, amico d’infanzia del Generale, nè le calde preghiere dello stesso Lauger deviarono Garibaldi dalle sue ferme risoluzioni “Da Napoli vogliamo andare a Roma”- egli ripeteva la mattina del 7 settembre al Generale De Sauget, capo della Guardia Nazionale Napoletana, ed al Sindaco di Napoli etc…”. Dunque, Maraldi lo chiama “capitano LAUGER”Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 268, in proposito è scritto che: “887. Francesco Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860. Eccellenza, Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi a’ di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestasrsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro jeri rispose negativamente a Depretis che gli domandava istantatemente l’annessione immediata della Sicilia. Etc…(269, la lettera di Astengo continua) Il Dittatore ha un’armata di 30.000 uomini e lasciò nelle Calabrie 40.000 circa armati. Ha ricevuto sempre con benevolenza il Marchese di Villamarina. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito a’ suoi ordini riguardo l’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Riaccese l’odio contro tutti quelli che circondano il Dittatore contro Bertani. Parlò al Generale in modo così franco come fin qui nessuno aveva usato di fare. Garibaldi ne rimase commosso e lo colmò di onori, ebbe sempre un posto alla sua mensa e sedette alla destra nella sua carrozza quando si mostrò in pubblico. Un suo ordine scritto prescrisse che gli fosse sempre etc…”.  

                                                   PARTENZA DI RUSTOW E DELLA BRIGATA MILANO

Nel 3 settembre 1860, il colonnello polacco RUSTOW, su comando di Garibaldi lasciò Sapri e condusse le sue brigate della Divisione Turr a Vibonati. Insieme a Rustow, vi era il maggiore DE GIORGIS, comandante della brigata MILANO. Vi erano pure il maggiore SESSA che comandava il 1° battaglione di linea; il maggiore MONTESI il 2°; il capitano VENUTI, il 3°), ecc.. 

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, etc…”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ….(172) “. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore e fu proprio in questa casa che Garibaldi scrisse al Turr comunicandogli il suo sbarco nella cittadina cilentana, informandolo anche che avrebbe marciato fino al Fortino con le brigate Spinazzi e Milano, lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi.”. Infatti, Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marcie alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato la Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Etc…”. Il Pecorini si riferiva alle due brigate, la Milano e la Spinazzi come rilevasi a p. 149 quando scrive della lettera di Garibaldi a Turr “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Etc…”. Dunque, secondo il Pecorini, il forte distaccamento della brigata Milano e quella del maggiore Spinazzi che Turr, su ordine di Garibaldi aveva lasciato a Rustow a Sapri, si recarono a Vibonati dove pernottarono e dove non si recarono al Fortino, seguendo Garibaldi ma andarono direttamente a Casalnuovo dove arrivarono il 4 settembre. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi etc….Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno. Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo il Vallone del Mulinello, per poi salire di nuovo, arramicandoci con somma difficoltà etc…. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione nella Basilicata”, a p. 708, in proposito scriveva che: “La Brigata Puppi (divisione del pari di Tur) approdava a Sapri, alle 11 pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa Brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo…... Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a pp. 338-339, in proposito scrivea che: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3. a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono da allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4. arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5. marciò verso Sala, etc…”.  Rustow a p. 349 proseguendo il suo racconto scriveva che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito dal dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 con la brigata Milano.”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Treveljan passa oltre il pernottamento di Garibaldi a Vibonati di cui non parla affatto. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ?”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Era di diverso avviso l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottando. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dunque lo storico Treveljan scriveva che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si mosse da Sapri per andare al Fortino del Cervaro e soprattutto Treveljan non parlò mai di Vibonati. Treveljan scriveva chiaramente che: Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Policicchio, a p. 286, riportando il testo, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4 – proseguiamo con Rustow – ripresimo etc…”. Si tratta del testo che Policicchio indica a p. 286, nella nota (38) dove postillava: “(38) E. Porro, La brigata Milano cit., pp. 20-3”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrando Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow, nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia etc…. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi , e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto , e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr , ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini , tagliò la via al generale Caldarelli , che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l ‘ indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodi dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rüstow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due e tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto il Generale Rustow, che si trovava a Sapri, così descrisse l’arrivo di Garibaldi: ….alle 4 pomeridiane….mi trovai etc….Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. ‘Di 1600 uomini’ – risposi. – ‘Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi” (234)….Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati.”. La nota (234) è riferita al Policicchio. 150 anni dopo, il deludente Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: “Probabilmente il Generale sbarcò in un punto di questa spiaggia ghiaiosa e questo deve bastarti. Del resto a Sapri rimase poco. Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Etc… “. E’ molto probabile che il Finelli prima di passare da Sapri non si sia bene documentato. 

                                                                   RUSTOW E LA BRIGATA MILANO A VIBONATI   

Nel 3 settembre 1860, l’arrivo ed il pernottamento a VIBONATI dei volontari garibaldini della brigata MILANO condotti da Rustow e Gandini

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Bertani, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”.  

Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Dunque, Pesce scriveva che solo le due brigate garibaldine “la Milano e la Spinazzi della divissione Turr” partirono da Sapri per raggiungere direttamente Casalbuono e Sala Consilina. A questo punto del racconto, Pesce aggiungeva che: “rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. La notizia è corretta in parte, perchè è vero che Garibaldi stesso ordinò a Rustow di partire da Sapri con le sue brigate ma non risponde è certo quali fossero, a questo punto le sue brigate che partirono da Sapri prima che Garibaldi lasciasse Sapri. Sappiamo che la brigata “Milano” era comandata da Gandini e sappiamo pure che la brigata “Spinazzi” era comandata dal maggiore Spinazzi. Ma allora, quali erano le brigate condotte da Rustow ?. La cronologia degli eventi, seguendo il racconto di Pesce non ci sembra corretta. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “, e poi aggiunge: “Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; etc… “. Infatti, da Sapri partì tutta la brigata Milano e parte della Spinazzi (o Parma) con Gandini e Rustow, e poi, in seguito, il 4 settembre 1860, sbarcando a Sapri una buona parte della brigata Spinazzi (o Parma) e Puppi, essi, il 4 settembre ripartirono subito dopo. Stessa versione del Pesce diede Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri…..La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Inoltre, però, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva pure che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo.. Agrati scriveva che il generale Turr, sbarcato a Sapri alle 9 del mattin di giorno 2 settembre, ripartiva da Sapri alle 17,00 del pomeriggio “per via di terra” ed il 4 settembre si tovava al Fortino ma “dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati”. L’Agrati, comunque intendesse che Turr avesse dormito a Vibonati la notte del 3 settembre 1860 prima che arrivasse al Fortino il 4, non risponde al vero perchè fu Rustow a dormire a Vibonati con buona parte delle truppe sbarcate a Sapri il 2 settembre. Turr, il 3 settembre, di buon ora di mattino si era allontanato da Sapri, su ordine di Garibaldi ma non era passato da Vibonati. Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse , con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio , poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito ; e questo fu lor favorevole . Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani , e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava , donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola , a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese ; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate . Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto il Generale Rustow, che si trovava a Sapri, così descrisse l’arrivo di Garibaldi: ….alle 4 pomeridiane….mi trovai etc….Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. ‘Di 1600 uomini’ – risposi. – ‘Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi” (234)….Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati.”. La nota (234) è riferita al Policicchio. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto , e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini , tagliò la via al generale Caldarelli , che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l ‘ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodi dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rüstow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due e tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”.   

                                                                                  LE TRUPPE RIMASTE A SAPRI 

Nel 3 settembre 1860, nel porto di Sapri, i 6 PIROSCAFI arrivati da Paola il 2 settembre, che avevano trasportato  alcune brigate di garibaldine. Insieme a questi vapori, più tardi arriverà la “Elvetie” che trasporterà una parte della brigata Puppi 

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Dunque, secondo il Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro, a Sapri le truppe garibaldine furono trasportate su sei vapori. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il Brésil al serizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi di Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), a p. 577, in proposito scrive pure: “4 Settembre…..Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garziasul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato 5 vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall’Elvetie si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, il capitano di Stato Maggiore Piemontese, Garzia aveva annotato sul suo “Giornale di Bordo” della nave francese “Brésil” con cui era arrivato a Sapri, che il 4 settembre 1860 trovò nel porto di Sapri “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37), etc…”. La notizia proviene dall’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, l’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), trovò scritto nel “giornale di bordo” del capitano Garzia che, il 4 settembre 1860 era arrivato nel porto di Sapri con la sua nave “Brésil”: Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”.  Dunque, l’ufficiale borbonico trovò annotato nel “Giornale di bordo” del capitano piemontese Garzia che, a Sapri, il 4 settembre 1860 aveva trovato nel porto, cinque vapori Garibaldini e due o tre brigantini mercantili, tra cui l’“Elvetie”, arrivati il “giorno precedente” a Sapri, con la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente”, aggiungendo che la truppa garibaldina sbarcata il 2 e il 3 settembre 1860 a Sapri, “…..si fa ammontare a 8 o 9000 uomini.”. Riguardo la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ etc….”, dunque, il vapore “Elvetie” è probabile che si tratti del vapore che aveva trasportato la brigata garibaldina Puppi. Ludovico Quandel-Vial, a p. 576, in proposito scriveva: “3 Settembre….Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la brigata Puppi garibaldina.”. Dunque, vero è che che tra le due notizie non vi è collegamento, una riguarda l’approdo della truppa della brigata Puppi il 3 settembre e l’altra riguarda la generica notizia che il 4 settembre il capitano Garzia trovò a Sapri la “Elvetia”. Stessa osservazione fa lo storico calabrese Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “…trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Secondo il Ludovico Quandel-Vial (….), il capitano Garzia, annotò che nel porto di Sapri vi erano ormeggiate 5 ai 6 navi, tra cui la Elvetie.  Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…” che tradotto significa: Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Etc…”. Dunque, Maxime Du Champ scriveva che Turr imbarcò a Paola le sue brigate garibaldine su degli “steamers”, che egli scrive non essere dotati di obici ne di cannoni. Steamers in inglese è il piroscafo. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri, dove,  nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow etc….”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″.  Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre – narra Rustow – con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…(231).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “.   

Nel 3 e 4 settembre 1860, rimasero circa 600 volontari garibaldini a presidiarla. Restarono a Sapri la brigata BOLOGNA ed il resto della brigata PARMA che, ancora, non erano del tutto arrivate

A Sapri, il giorno 3 settembre, in assenza del generale Turr, le operazioni venivano dirette dal colonnello Rustow che ebbe l’ordine da Garibaldi di muoversi in marcia co la sola Brigata Milano in marcia per Vibonati, dove, Rustow arrivò la sera stessa. Rustow, a Sapri lasciò una parte della Brigata Parma con il maggiore Spinazzi e si attendea lo sbarco dell’altra parte della Brigata Parma e della Brigata Bologna. Nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, alla partenza di Garibaldi da Sapri diretto al Fortino del Cervaro, alcune brigate e truppe rimasero a Sapri e raggiunsero Garibaldi solo più tardi. Rustow racconta che da Villamare, mentre era in marcia con le sue brigate verso Vibonati dove poi si accamparono, inviò un messaggero a Sapri con ordini precisi per gli ufficiali che rimasero a Sapri con le loro brigate che ancora non si erano del tutto riunite a Sapri. A Sapri erano rimasti parte della brigata Parma e la brigata Bologna che ancora non era arrivata del tutto nel porto di Sapri. A Sapri le operazioni di sbarco si prolungarono fino a metà mese di settembre 1860. Infatti, Rustow scriveva e testimoniava che mandò un messaggero a Sapri con ordini precisi al maggiore Spinazzi che era rimasto a Sapri con le truppe residue. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, nella notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860, a Vibonati: Alle 5 di matina del giorno 4 ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Dunque, secondo il Rustow, nella sua traduzione del Porro, a Sapri era rimasto il maggiore SPINAZZI, con una parte della Brigata PARMA. Egli rimase a Sapri, e non andò con Rustow a Vibonati perchè doveva attendere lo sbarco dell’altra parte della Brigata Parma che era ivi attesa nel porto di Sapri. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 313, riferendosi all’arrivo delle truppe a Napoli, in proposito scriveva: “Arrivavano i soldati dì Garibaldi. Essi avevano ricevuto ordine telegrafico di accostarsi al mare, ed imbarcarsi nei vapori che avrebbero trovati già spediti da Napoli.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, a Vibonati: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Porro, a p. 20, in proposito scriveva pure che Rustow, da Vibonati riprese la marcia per Casalnuovo alle 5 del mattino del giorno 4 settembre e che: La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse colla brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Quandel-Vial ci racconta che, attraverso il giornale di bordo del vapore piemontese Bresil, a Sapri era arrivato anche il capitano Garzia, capitano di Stato Maggiore del governo Piemontese, inviato da Persano sul vapore Bresil, e racconta che:  “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Rustow ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo.”. Dunque, da ciò si desume che il Capitano Appel Triestino, capitano dello Stato Maggiore di Rustow era rimasto a Sapri con le truppe residue (parte della brigata Parma) ed in attesa delle truppe garibaldine della brigata Puppi che doveva arrivare nella rada di Sapri. Appel era salito a bordo del vapore Bresil, ormeggiatosi nella rada di Sapri, andando ad assicurare al Capitano Garzia che a Sapri non vi erano soldati rimasti. Appel aggiunse pure che altri soldati garibaldini, invece, potevano trovarsi riuniti a Maratea, a Paola, a Pizzo calabro. Quando, il 3 settembre 1860, su ordine di Garibaldi, Rustow si mise in marcia, con alcune brigate sbarcate a Sapri il giorno prima, a Sapri erano attese altre truppe da Paola e dalla Sicilia. Tra queste vi era la brigata Puppi o “Bologna”. A Sapri, Rustow lasciò il maggiore Spinazzi, con parte della sua brigata chiamata “Spinazzi” o brigata garibaldina “Parma” che, non era partita con Rustow per Vibonati. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi.”. Dunque, Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi annotava nel suo diario che arrivati a Sapri vennero a sapere che “gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi”, ovvero dovevano raggiungerli e dunque erano attesi per congiungersi alle altre truppe. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. Etc…”. Dunque, secondo la testimonianza di Rustow, la truppa sbarcata a Sapri ammontava a 1600 uomini, ma alla domanda di Garibaldi “Avete un corpo intieramente organizzato ?”, il Rustow rispondeva che: “La brigata Milano di 900 a 1000 uomini”. Infatti, nella tarda serata del 3 settembre, la truppa che partì con Rustow per Vibonati ammontava a circa 1000 uomini, mentre 600 uomini restarono a Sapri.   

                                                                         L’ARRIVO A SAPRI DEL VAPORE BRESIL    

Nel 3 settembre 1860, da Napoli si partì il vapore di commercio francese BRESIL, al servizio del Real Governo Sardo e con a bordo il Capitano di Stato Maggiore GARZIA   

Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre….Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Etc….”Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 riferendosi al 5 settembre 1860, in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare….In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: “Intanto, alle 18 del tre settembre, per ordine del Ministro della Guerra torinese, alla volta del Golfo partì da Napoli il capitano Grazia imbarcatosi sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù e imbarcare soldati, ufficiali, volontari, impiegati governativi e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “Nel frattempo alle ore 18 del 3 settembre, per ordine del Ministro della guerra torinese partì da Napoli il capitano Grazia. S’imbarcò sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù, imbarcare soldati, ufficiali, volontari e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 si trovava nelle acque di Sapri, il capitano sul giornale di bordo annotò: “Qui ho trovato cinque vapori etc…”. Policicchio, a p. 142, nella nota (24) postillava: “(24) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”.  

Nel 4 settembre 1860, a Sapri, nel porto, arrivò il vapore francese “Brésil”, inviato da governo piemontese, con il suo Capitano di Stato Maggiore del governo Piemontese, partitosi da Napoli il 3 settembre 

Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: Alle otto del giorno 4 si trovava nelle acque di Sapri, il capitano sul giornale di bordo annotò: “Qui ho trovato cinque vapori etc…”. Policicchio, a p. 142, nella nota (24) postillava: “(24) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Etc…“. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”.  Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”.  

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, mentre Rustow aveva lasciato il paese e si recava a Vibonati, erano rimasti il Capitano APPEL triestino, dello Stato Maggiore di RUSTOW, un alto Ufficiale Ungherese ed alcune truppe residue della Brigata PARMA insieme al maggiore SPINAZZI che attendevano il resto della Brigata. Appel e Spinazzi erano arrivati con Turr il 2 settembre 1860  

Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil”  Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Dunque, a Sapri, il 3 settembre 1860, all’arrivo di Garibaldi, oltre al Capitano Appel Triestino, dello Stato Maggiore di Rustow, vi era anche un altro “Ufficiale Ungherese” di cui però il Garzia non dice il nome.  

Nel 3 e 4 settembre 1860, a Sapri, il Capitano APPEL Triestino dello Stato Maggiore di Rustow (che era già partito con la Brigata Milano per Vibonati) era rimasto a Sapri con le residue truppe   

L’ufficiale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil”  Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che a Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che, sebbene a Sapri non fossero rimasti soldati o Brigate di volontari Garibaldini, li avrebbero potuti incontrare a Maratea, a Paola e a Pizzo e quindi gli conveniva che proseguisse il suo viaggio di ricognizione. Sul Giornale di Bordo del vapore Brésil, il capitano Garzia scriveva pre che “Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Don Antonio Buraglia di Maratea assicurava che a Sapri non vi era rimasto più nessuno. Don Antonio Buraglia è un nome legato a Maratea, un comune della provincia di Potenza, in Basilicata. In particolare, Piazza Buraglia rappresenta il cuore del centro storico di Maratea. Questa piazza è un punto vitale del borgo, con negozi, gallerie d’arte, bar e punti di ritrovo, e da essa si dipanano i caratteristici vicoli circostanti. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, ……A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: “Intanto, alle 18 del tre settembre, per ordine del Ministro della Guerra torinese, alla volta del Golfo partì da Napoli il capitano Grazia imbarcatosi sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù e imbarcare soldati, ufficiali, volontari, impiegati governativi e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “Nel frattempo alle ore 18 del 3 settembre, per ordine del Ministro della guerra torinese partì da Napoli il capitano Grazia. S’imbarcò sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù, imbarcare soldati, ufficiali, volontari e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 si trovava nelle acque di Sapri, il capitano sul giornale di bordo annotò: “Qui ho trovato cinque vapori etc…”. Policicchio, a p. 142, nella nota (24) postillava: “(24) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”.  

Nel 4 settembre 1860, a Villammare, alle 5 del mattino, in marcia per Vibonati, Rustow, mandò un uomo a Sapri per ordini al maggiore SPINAZZI onde si mettesse in marcia con la brigata Parma riunita e seguita dall’imminente arrivo della brigata PUPPI (ex BOLOGNA) in viaggio per Sapri da Torre del Faro

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, nella notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860, a Vibonati: Alle 5 di matina del giorno 4 ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”.      

Nel 3 settembre 1860, a Sapri l’arrivo e lo sbarco del restante parte della Brigata “PARMA” (o SPINAZZI) 

A Sapri, il giorno 3 settembre, in assenza del generale Turr, le operazioni venivano dirette dal colonnello Rustow che ebbe l’ordine da Garibaldi ri muoversi in marcia con la sola Brigata Milano in marcia per Vibonati, dove, Rustow arrivò la sera stessa. Rustow, a Sapri lasciò una parte della Brigata Parma con il maggiore Spinazzi e si attendea lo sbarco dell’altra parte della Brigata Parma e della Brigata Bologna. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la “Brigata Parma”, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Dunque, Moliterni scriveva che: “….a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cfr. E. Porro (a cura di), La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”.  Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 17, il Rustow nelle sue memorie scriveva: La sera del 1.° settembre , con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9 , entrammo nella baia di Sapri.”. Porro (….), a p. 17, il Rustow nelle sue memorie scriveva: Il generale Türr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese ; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia, presso la strada di Lazongro , fu accampata la brigata Milano , che formava l’ala destra ; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, etc….”. Porro (….), a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, a Vibonati: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Porro, a p. 20, in proposito scriveva pure che Rustow, da Vibonati riprese la marcia per Casalnuovo alle 5 del mattino del giorno 4 settembre e che: La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse colla brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Dunque, Porro traducendo Rustow racconta che Rustow mandò a Sapri l’ordine al maggiore Spinazzi che comandava la brigata Parma appena fosse stata riunita lasciando a Sapri solo la brigata Bologna che ancora non era arrivata a Sapri. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…..diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, …..A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…. Cesari scriveva che Garibaldi, a Sapri, dopo aver ordinato al colonnello Rustow di avviarsi con la sola sua Brigata Milano “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari (….) del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, ….A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi….Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, secondo lo specchietto del Pecorini-Manzoni (….), la Brigata “Puppi” arrivò (sbarcò) il 4 settembre a Sapri e sempre il 4 settembre marciò ed arrivò a Vibonati (che erroneamente è detto “Vibonate”). Da Sapri partì tutta la brigata Milano e parte della Spinazzi (o Parma) con Gandini e Rustow, e poi, in seguito, il 4 settembre 1860, sbarcando a Sapri una buona parte della brigata Spinazzi (o Parma) e Puppi, essi, il 4 settembre ripartirono subito dopo. Stessa versione del Pesce diede Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI.       

Nel 3 settembre 1860, da PAOLA, il viaggio in mare sul vapore “BENVENUTO” diretto a Napoli, ma passa per Sapri, in una lettera di un volontario garibaldino 

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a p. 62 trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola, dove scriveva che: “Paola, en mer, le 3 Septembre. Je quitte Paola à midi et je remonte à bord du Benvenuto , qui se dirige sur Naples, après avoir fait escale à Palerme : Deux Français ,Félix Piette de Montfoucault et Alcime Cazeaux, sont avec moi. Pendant une heure nous  marchons de concert avec le Calatafimi. Il transporte à Naples le régiment napolitain que j’ai rencontré hier. Sa musique nous salue à plusieurs reprises de l’Inno di Garibaldi. Nous l’encourageons de nos plus vifs applaudissements. Pendant ce temps , une bande de marsouins nous régale d’un ballet nautique rempli d’une charmante originalité.”, che tradotto significa:Paola, in mare, 3 settembre. Lascio Paola a mezzogiorno e mi imbarco nuovamente sul Benvenuto, che si dirige a Napoli, dopo una sosta a Palermo: con me ci sono due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggiamo con i nostri più vivi applausi. Nel frattempo, una banda di focene ci regala un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”. Il volontario garibaldino scriveva che il 3 settembre 1860, alle 12 del mattino si imbarcò con altri compagni della sua truppa sul “Benvenuto” (forse piroscafo o vapore messogli a disposizione dal governo piemontese). Con lui viaggiano i due francesi FELIX PIETTE DE MONTFOUCAULT e ALCIME CAZEAUX. Per un’ora viaggiano in mare con il Benvenuto, vicini all’altro vapore CALATAFIMI, che trasporta a Napoli il reggimento napoletano che il volontario ha incontrato il giorno 2 settembre 1860 e che dice “La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggiamo con i nostri più vivi applausi.”. A questo punto siccome non si comprende bene quali fossero questi reggimenti trasportati il 3 settembre 1860 da Paola per Napoli, sui vapori “Benvenuto” e “Calatafimi”, bisognerà ulteriormente indagare. Sulla rete trovo la casa di Piette di Montfoucault dipinta più volte da Camille Pissarro.      

Nel 4 settembre 1860, da Sapri, partenza per Paola e Amantea del vapore Piemontese “BRESIL”, con il Capitano GARZIA

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, …..Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”.

Nel 7 settembre 1860, a Sapri, (8 settembre a Policastro), altri garibaldini e truppe nelle lettere di un garibaldino 

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, un’altra lettera a p. 68, è datata 7 settembre 1860, dove scriveva che: “Sapri, le 7 septembre. Nous apprenons ce matin que Garibaldi est entré hier soir à Salerne et qu’il y a été parfaitement accueilli. Rien autre chose de nouveau . Je passe ma journée sur le pont à écrire.”, che tradotto significa: “Sapri, 7 settembre. Stamattina abbiamo saputo che Garibaldi è entrato a Salerno ieri sera ed è stato accolto calorosamente. Niente di nuovo. Sto trascorrendo la giornata sul ponte a scrivere.”, e poi l’altra datata 8 settembre, a pp. 68-69: “Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée , accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village , car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes.”, che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. È entrato ieri di giorno, accompagnato solo da pochi suoi amici. Nonostante il tempo, che sembra stia cambiando, sto andando con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi merita a malapena il nome di villaggio, dato che non conta più di quattrocento anime. Le è senza dubbio stato dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché dà il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu completamente distrutta nel 1055 da Roberto il Guiscardo e, cinque secoli dopo, fu nuovamente saccheggiata dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi si sono formate, inquinando etc…. In questa lettera datata 8 settembre 1860, il volontario garibaldino di stanza con la sua truppa a Sapri scriveva che, “nonostante il tempo che sembra non stia cambiando”, egli si reca con alcuni suoi amici “connazionali” (francesi) a Policastro per una escursione ovvero visita al paese di Policastro Bussentino, che egli scriveva contava non più di 400 abitanti. Di Policastro, a pp. 69-70 egli scriveva che:  “En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes . On lui donne sans doute ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prête son nom au golfe qui s’étend devant elle . D’après un historien digne de foi , elle fut , en 1055 , entièrement détruite par Robert Guiscard, et cinq siècles plus tard , elle fut encore saccagée par les Turcs. C’est depuis cette dernière époque que Policastro ne s’est plus relevée. Les marais environnants et les rizières qu’on y a établies , en viciant l’air , ont sans doute aussi empêché l’accroissement de la population. Indépendamment de nombreuses ruines , je remarque aussi dans ce pays une flore extrêmementriche ; mais comme je ne suis ni archéologue , ni botaniste , je me dispenserai de faire une longue description de ces richesses aux doux parfums , aux brillantes couleurs En revenant , nous sommes assaillis par un orage épouvantable ; nous nous réfugions dans une vieille tour romaine , et de là nous contemplons le grandiose spectacle d’un orage en mer. A six heures , nous parvenons à nous sauver;  nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte, attendant son embarquement. A dix heures , le Benvenuto lève l’ancre , remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne.”, che tradotto significa: Nonostante il tempo che sembra voler cambiare, vado con i miei due compatrioti a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi difficilmente merita il nome di villaggio, perché non conta più di quattrocento anime. Le è senza dubbio dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché dà il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, e cinque secoli dopo, fu nuovamente saccheggiata dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi sono state create, inquinando l’aria, hanno senza dubbio impedito anche l’aumento della popolazione. Oltre alle numerose rovine, noto anche in questo paese una flora estremamente ricca; ma non essendo né un archeologo né un botanico, mi asterrò dal dare una lunga descrizione di queste ricchezze con i loro dolci profumi e i loro colori brillanti. Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarci. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. A quale corpo o brigata garibaldina appartenesse questo volontario che scrisse le belle lettere pubblicate dal Maison non ci è dato sapere. Sappiamo che arrivò a Sapri il 3 settembre 1860 con il vapore “Benvenuto” che come lui stesso scrisse, ripartì alla volta di Salerno, alle ore 10 del 9 settembre 1860: Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Infatti, sempre il Maison, a p. 71 pubblica un’altra lettera di un volontario garibaldino: “En mer ( Sapri ) , le 9 septembre . Il est une heure du matin , le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après , la mer devient grosse et le vent contraire . En un mot , nous essuyons une véritable tempête . Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée . Malgré cela nous ne recevons aucun secours. Enfin , ne sachant que faire , le capitaine se décide à retourner à Sapri , où nous arrivons vers neuf heures du soir.”, che tradotto significa: “In mare (Sapri), 9 settembre. È l’una del mattino, il piroscafo ci abbandona a noi stessi. Pochi istanti dopo, il mare si fa agitato e il vento è contrario.Insomma, stiamo vivendo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimane issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non riceviamo alcun aiuto.Infine, non sapendo cosa fare, il capitano decide di tornare a Sapri, dove arriviamo verso le nove di sera.”. Sempre il Maison, a pp. 71-72 pubblica un’altra lettera datata 10 settembre 1860, e scrive: “En mer, le 10 septembre. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire , nous voguons encore au hasard toute la journée. Vers les sept heures , l’Emma, le yacht d’Alexandre Dumas, passe à côté de notre bâtiment , filant dans la direction de Naples . Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu ; puis l’un et l’autre bâtiment , en signe de salut , arborent pavillon , comme deux amis qui se tendent la main en se disant : Au revoir !”, che tradotto significa: “In mare, 10 settembre. A mezzanotte ripartimmo da Sapri con un buon vento. Purtroppo i venti, come “i destini e le onde”, sono mutevoli, così che, con il mare di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, ​​lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, dirigendosi verso Napoli. La acclamai con un applauso, che fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, alzarono le bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: Arrivederci!”. Dunque, questo volontario garibaldino scrive che riparte da Sapri il 10 settembre 1860 alle 24 mezzanotte e dice pure che alle 7 del mattino dell’11 settembre 1860 incontrarono lo Yact Emma di Alexandre Dumas che credo fosse al largo di Agropoli o di Salerno.  

                                                   L’ARRIVO A SAPRI DELLA BRIGATA BOLOGNA O PUPPI

LA BRIGATA PUPPI GIA’ BRIGATA BOLOGNA (comandante colonnello Niccolò PUPPI)

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Etc…(2)”. Mazziotti scriveva che: “La Brigata Puppi faceva parte della Division Turr.”. Dunque, la Brigata PUPPI arriverà a Sapri solo il 3 settembre 1860 e da Sapri partirà il 5 settembre marciando e passando per Vibonati per arrivare a Casalnuovo, come corpo a se rispetto a Rustow che già da alcuni giorni era partito da Sapri con la Brigata Milano. Ma vediamo questa Brigata Puppi cosa era. Agli inizi era chiamata Brigata BOLOGNA. Solo in seguito fu denominata Brigata PUPPI, in onore del suo comandante Niccolò Puppi. In seguito, dopo la morte del comandante, dopo il 19 settembre 1860, poichè egli fu ferito in combattimento fu aggregata alla Brigata del colonnello Sacchi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 455, nella Tavola: “Situazione Numerica della Forza della suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860”, nelle “Osservazioni”, in proposito scriveva che: “Si cessa di portare in situazione la Brigata Puppi (3), già comandata dal Colonnello dello stesso nome, morto sul campo di battaglia il 19 settembre, che aveva a Capo di Stato Maggiore il capitano Pecorini ed a comandanti di Battaglione i maggiori Catabeni, Ferracini, Bossi e Pontotti, essendo stata sciolta per ordine del Dittatore in seguito alle perdite sofferte sul Volturno e a Cajazzo, e che ridotta ad un solo reggimento passò sotto il comando del tenente colonnello Bossi in forza alla Brigata Sacchi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Dunque, la Brigata Bologna era una delle 4 Brigate che facevano parte dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, che abbiamo visto arrivare a Palermo, con Garibaldi che li portò dal Golfo degli Aranci. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontari che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rustow, mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’intelligente lavoro dell’Intendente Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. Etc..”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Quella Abruzzi, al comando del Caucci, avrebbe dovuto varcare il confine marchigiano, entrare nel Montefeltro, mentre quella Toscana passare nell’Umbria e puntare su Perugia. Per questa spedizione il Mazzini aveva detto al Bertani che “2000 in Toscana, 500 in Romagna erano più che sufficienti; egli contava sull’insurrezione della popolazione etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto. Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”Sempre Pittaluga, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, riferendosi al 28 agosto 1860, in proposito scriveva: Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, per la paura dei capitani di navigli d’ un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città , le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr). La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”. Dunque, come scrive il Pecorini, la Brigata Puppi, il 29 agosto 1860, dopo essere arrivata a Messina, insieme alle altre brigate dell’ex spedizione Pianciani (Milano e Spinazzi), erano in attesa d’imbarco per la Calabria. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria, dove sbarcarono a Tropea. Queste forze Forse garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani, per via mare raggiunsero le coste della Calabria a Tropea. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola.Ma come vedremo, la brigata Puppi non riuscirà ad imbarcarsi con Rustow per andare a Paola. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “9 agosto Bologna; 10 agosto Ganova; 12 agosto imbarco; 13 agosto Golfo degli Aranci; 15 agosto Cagliari; 18 agosto Palermo; 20 Milazzo; 28 Messina; 29 Torre di Faro; Bagnara; Palmi etc..; 3 settembre Pizzo, imbarco; 3 e 4 a Sapri; 5 Vibonate, Casalinuovo; 6 Sala; 8 Auletta; 10 Salerno; 11 Nocera, etc…”. Dunque, la Brigata Puppi, si muoverà con imbarco da Pizzo per Sapri solo il giorno 3 settembre 1860. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: Raggiunge Bixio a Giardino, etc…Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul ‘Weisel, Dante, Calabria’ e il Pilo, salì su questo e s’indirizzò per Sant’Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, etc…Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del ‘Calabria’ aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo , che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 117, in proposito scriveva che: “La divisione del generale Turr aveva già oltrepassato lo stretto, escluso la brigata Eber, che, insieme con lo stato maggiore, era in attesa al Faro dei piroscafi che dovevano trasportarla in terraferma.”Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo , il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr ; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia. Verso mezzodi dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea , distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”. Dunque, Pecorini scriveva che dopo la morte del colonnello PUPPI nella battaglia del 19 settembre 1860, la Brigata Puppi fu sciolta da Garibaldi perchè ridotta ad un solo reggimento e passò alla Brigata Sacchi, dove vi erano altri ufficiali. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: La spedizione comprendeva 7720 uomini di linea organizzato su 24 Battaglioni, etc….Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; le prime due, ch’erano in Toscana, avrebbero invaso gli Stati pontifici ed attirato le truppe papali comandate da Lamoricière. Tale compito era affidato specialmente alla Brigata Abruzzi che sarebbe entrata nelle Marche al comando di Caucci. La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore. Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Dallolio continuando il suo racconto, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta “Terranova”, “….non partecipano a tutta la prima parte della campagna, poichè quasi tutti arrivarono quando Garibaldi stava per passare, od era già passato, sul continente, nel quale non ebbe per verità gran che a combattere fino a Napoli: ma furono impegnati nei combattimenti successivi: il battaglione comandato dal Cattabeni ebbe parte precipua nel disgraziato fatto d’arme a Caiazzo.”, e poi aggiunge che: “I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna e poi Puppi”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e,  l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, in proposito scriveva che: “Si cessa di portare in situazione la Brigata Puppi (3), già comandata dal Colonnello Brigatiere dello stesso nome, morto sul campo di battaglia il 19 settembre, che avea a Capo di Stato Maggiore il capitano Pecorini ed a comandante di Battaglione i maggiori Cattabeni, Bossi e Pentotti, essendo stata sciolta dal Dittatore in seguito alle perdite sofferte sul Volturno e a Cajazzo, e che ridotta ad un solo reggimento questo passò sotto il comando del tenente colonnello Bossi in forza alla Brigata Sacchi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 212, in proposito scriveva: “La brigata Puppi nei combattimenti del 19 agosto sotto Capua e 21 a Caiazzo, ebbe l’onore di trovarsi la più esposta al fuoco etc…brigata senza più il capo perchè morto in battaglia, onde fu che il generale Garibaldi sulla proposta di Turr ne determinò lo scioglimento; con gli uomini di essa formavasi un reggimento comandante tenente colonnello Bossi, che andava a far parte della Brigata Sacchi col seguente ordine del giorno: “Caserta, 27 settembre 1860. Comando generale della 15° Divisione. Dietro disposizione del Ministro della Guerra il comando della brigata Sacchi riceverà sotto i suoi ordini la residuale forza della sciolta brigata Puppi. Firmato Turr.”. La brigata Bologna, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”.  Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi verso Caserta sciolta e chiamata Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Erano ufficiali di Puppi, il PECORINI, Capo di Stato Maggiore, e i Comandanti di Battalione, il maggiore CATABENI, FERRACINI, BOSSI, e PENTOTTI. Dunque, il Capo di Stato Maggiore della Brigata era PECORINI, ovvero l’autore del testo Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi, in seguito, a Caserta passata alla Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Da Wikipedia apprendiamo che La “Brigata Puppi” era un’unità militare dell’epoca risorgimentale che combatté a fianco di Giuseppe Garibaldi. Fu così chiamata in onore del suo comandante, il generale Niccolò Puppi, che morì combattendo con coraggio. Questa brigata, dopo aver subito perdite significative in battaglia, venne aggregata a un’altra unità, e la sua memoria è legata alle imprese garibaldine. Comandante: Generale Niccolò Puppi, che fu ferito a morte in combattimento. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezzanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: (Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: (Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi.    

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, lunedì, alle ore 23, proveniente da Pizzo, l’arrivo della Brigata PUPPI (ex Brigata “BOLOGNA” dell’ex spedizione Bertani-Pianciani) nella rada di Sapri. La brigata fu trasportata da Paola con il vapore “Elvetie”. La Brigata Puppi si mosse da Sapri alle 8 del mattino del giorno 4 e da lì marciò passando da Vibonati il giorno 4 settembre 1860 

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Dunque, Rustow raccontava che le Brigate Bologna e Parma seguivano le altre due Brigate a 2 o 3 giorni di distanza. Infatti, le due Brigate garibaldine, la Bologna (Puppi) e l’altra porzione della Brigata Parma, arrivarono dopo a Sapri e da lì marciarono per Casalnuovo. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Dunque, Lacava scriveva che la Brigata Puppi (ex Bologna), al comando del colonnello Puppi, arrivava nel porto di Sapri la sera, alle 23,00 del giorno 3 settembre 1860 e, solo il giorno 4 settembre 1860 sbarcava sull’arenile di Sapri alle 8 del mattino. La Brigata Puppi restò a Sapri fino al 5 settembre 1860 quando, passando per Vibonati, alle ore 19,00 arrivava a Casalnuovo da dove, alle 5 dl mattino del 6 sttemb 1860 ripartiva e riprendeva la marcia per Sala Consilina. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro.. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli altri aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Cesari scriveva che Garibaldi, a Sapri, dopo aver ordinato al colonnello Rustow di avviarsi con la sola sua Brigata Milano “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…Garibaldi, ….diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli aveva fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Etc…(2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Mazziotti scriveva che il 3 settembre, probabilmente proveniente da Paola, sbarcò a Sapri un’altra Brigata della Divisione Turr, la Puppi. Questa brigata, la “Puppi”, appena arrivata e riunitasi tutta a Sapri, da lì, “procedettero”, il 4 settembre 1860 iniziò a marciare passando per Vibonati ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre…Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), a p. 577, in proposito scrive pure: “4 Settembre…..Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato 5 vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall’Elvetie si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, il capitano di Stato Maggiore Piemontese, Garzia aveva annotato sul suo “Giornale di Bordo” della nave francese “Brésil” con cui era arrivato a Sapri, che il 4 settembre 1860 trovò nel porto di Sapri “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37), etc…”. La notizia proviene dall’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, l’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), trovò scritto nel “giornale di bordo” del capitano Garzia che, il 4 settembre 1860 era arrivato nel porto di Sapri con la sua nave “Brésil”: Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”.  Dunque, l’ufficiale borbonico trovò annotato nel “Giornale di bordo” del capitano piemontese Garzia che, a Sapri, il 4 settembre 1860 aveva trovato nel porto, cinque vapori Garibaldini e due o tre brigantini mercantili, tra cui l’“Elvetie”, arrivati il “giorno precedente” a Sapri, con la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente”, aggiungendo che la truppa garibaldina sbarcata il 2 e il 3 settembre 1860 a Sapri, “…..si fa ammontare a 8 o 9000 uomini.”. Riguardo la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ etc….”, dunque, il vapore “Elvetie” è probabile che si tratti del vapore che aveva trasportato la brigata garibaldina Puppi. Ludovico Quandel-Vial, a p. 576, in proposito scriveva: “3 Settembre….Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la brigata Puppi garibaldina.”. Dunque, vero è che che tra le due notizie non vi è collegamento, una riguarda l’approdo della truppa della brigata Puppi il 3 settembre e l’altra riguarda la generica notizia che il 4 settembre il capitano Garzia trovò a Sapri la “Elvetia”. Stessa osservazione fa lo storico calabrese Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “…trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Secondo il Ludovico Quandel-Vial (….), il capitano Garzia, annotò che nel porto di Sapri vi erano ormeggiate 5 ai 6 navi, tra cui la Elvetie.  Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 4 settembre 1860 aveva già scritto: “Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandosi a Casalnuovo. La Brigatta Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.”Inoltre, il Quandel-Vial, a p. 580 aggiunge: “Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, l’ufficiale borbonico Quandel-Vial, a p. 580 scriveva che il 5 settembre 1860, “all’alba”, la brigata Puppi si era partita da Vibonati alla volta di Casalnuovo.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.  Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) per portarsi in avanti con rapidità e aiutare l’Eroe e l’esercito meridionale.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Come ho scritto in precedenza, la Brigata Puppi, la brigata comandata dal colonnello Puppi di Siena, fu aggregata a quella del maggiore Sacchi solo in seguito ai fatti di Capua. Dunque, è vero ciò che scrive Policicchio che “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi.“, ma egli dimentica la Brigata Puppi o Bologna che arriverà a Sapri, insieme a parte della brigata Parma, il 3 settembre 1860 e le cui poperazioni di sbarco finiranno giorno 4 settembre 1860 quando si avvierà, giorno 5 settembre a Vibonati per ragiungere Rustow a Casalnuovo.  Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre….Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”.  

Nel 4 settembre 1860, a Sapri, alle 8 del mattino si concludevano le operazioni di sbarco della Brigata “PUPPI” (ex “BOLOGNA”) 

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577, in proposito scrive pure: “4 Settembre…..Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato 5 vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall’Elvetie si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, il capitano di Stato Maggiore Piemontese, Garzia aveva annotato sul suo “Giornale di Bordo” della nave francese “Brésil” con cui era arrivato a Sapri, che il 4 settembre 1860 trovò nel porto di Sapri “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37), etc…”. Dunque, l’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), trovò scritto nel “giornale di bordo” del capitano Garzia che, il 4 settembre 1860 era arrivato nel porto di Sapri con la sua nave “Brésil”: Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”.  Dunque, l’ufficiale borbonico trovò annotato nel “Giornale di bordo” del capitano piemontese Garzia che, a Sapri, il 4 settembre 1860 aveva trovato nel porto, cinque vapori Garibaldini e due o tre brigantini mercantili, tra cui l’“Elvetie”, arrivati il “giorno precedente” a Sapri, con la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente”, aggiungendo che la truppa garibaldina sbarcata il 2 e il 3 settembre 1860 a Sapri, “…..si fa ammontare a 8 o 9000 uomini.”. Riguardo la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ etc….”, dunque, il vapore “Elvetie” è probabile che si tratti del vapore che aveva trasportato la brigata garibaldina Puppi. Ludovico Quandel-Vial, a p. 576, in proposito scriveva: “3 Settembre….Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la brigata Puppi garibaldina.”. Dunque, vero è che che tra le due notizie non vi è collegamento, una riguarda l’approdo della truppa della brigata Puppi il 3 settembre e l’altra riguarda la generica notizia che il 4 settembre il capitano Garzia trovò a Sapri la “Elvetia”. Stessa osservazione fa lo storico calabrese Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “…trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 4 settembre 1860 aveva già scritto: “Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandosi a Casalnuovo. La Brigatta Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.”Inoltre, il Quandel-Vial, a p. 580 aggiunge: “Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, l’ufficiale borbonico Quandel-Vial, a p. 580 scriveva che il 5 settembre 1860, “all’alba”, la brigata Puppi si era partita da Vibonati alla volta di Casalnuovo.    

Nel 4 settembre 1860, a Sapri, lo sbarco della Brigata PUPPI, che era arrivata nel porto il giorno 3 settembre, alle 23,00

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: ….brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Dunque, Bizzozero traducendo il colonnello Rustow scriveva che “…mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Dunque Lacava scriveva che la brigata Puppi passava da Vibonati il giorno 5 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…. Cesari scriveva che Garibaldi, a Sapri, dopo aver ordinato al colonnello Rustow di avviarsi con la sola sua Brigata Milano “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. La Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 4 settembre 1860 aveva già scritto: “Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandosi a Casalnuovo. La Brigatta Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.”Inoltre, il Quandel-Vial, a p. 580 aggiunge: “Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, l’ufficiale borbonico Quandel-Vial, a p. 580 scriveva che il 5 settembre 1860, “all’alba”, la brigata Puppi si era partita da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Mazziotti scriveva che il 3 settembre, probabilmente proveniente da Paola, sbarcò a Sapri un’altra Brigata della Divisione Turr, la Puppi. Questa Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 4 settembre 1860, alle ore 12,00, partenza (marcia) da Sapri per Vibonati della Brigata PUPPI (ex Bologna) 

L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 579 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandoli a Casalnuovo. La Brigata Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.” e poi, a p. 580 scriveva che: “Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata Garibaldina Puppi.”. Dunque, la Brigata Puppi che era imbarcata, giunse a Sapri il giorno 3 Settembre 1860. A Sapri sbarcò il giorno 4 Settembre 1860 iniziò a sbarcare dai legni sulla spiaggia di Sapri e lo stesso giorno, una volta sbarcati e riordinate le truppe sue, la Brigata Puppi, al comando di…….. alle ore ……, iniziò a marciare per passare da Vibonati e da lì fare lo stesso percorso della Brigata Milano per arrivare il 5 settembre 1860 a Casalnuovo. Nei testi di storia non si dice l’ora di partenza ma, Quandel dice che arrivarono alle 19,00 a Vibonati. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo.”. Dunque, se la Brigata Puppi sbarcava sulla spiaggia di Sapri alle ore 8 del giorno 4 settembre 1860 e arrivava a Vibonati alle 19,00 è plausibile che si mise in marcia verso le 12,00 da Sapri. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: ….brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Dunque, Bizzozero traducendo il colonnello Rustow scriveva che “…mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. 

Nel 4 settembre 1860, a Sapri, nel porto, il Capitano APPEL Triestino dello Stato Maggiore di Rustow (che era già partito con la Brigata Milano per Vibonati), ed altro Ufficiale Ungherese, salirono a bordo del vapore francese “Brésil”, inviato dal governo piemontese, per assicurare al capitato di Stato Maggiore Piemontese, Garzia, che a Sapri non vi erano rimaste truppe garibaldine      

Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil”  Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola.  Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che a Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che, sebbene a Sapri non fossero rimasti soldati o Brigate di volontari Garibaldini, li avrebbero potuti incontrare a Maratea, a Paola e a Pizzo e quindi gli conveniva che proseguisse il suo viaggio di ricognizione. Sul Giornale di Bordo del vapore Brésil, il capitano Garzia scriveva pre che “Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Don Antonio Buraglia di Maratea assicurava che a Sapri non vi era rimasto più nessuno. Don Antonio Buraglia è un nome legato a Maratea, un comune della provincia di Potenza, in Basilicata. In particolare, Piazza Buraglia rappresenta il cuore del centro storico di Maratea. Questa piazza è un punto vitale del borgo, con negozi, gallerie d’arte, bar e punti di ritrovo, e da essa si dipanano i caratteristici vicoli circostanti. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, ……A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”.  

                                                               PARTENZA DA SAPRI DELLA BRIGATA PARMA 

Le Brigate PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI), in marcia per unirsi a RUSTOW a Vibonati

Nel 3 settembre 1860, da Sapri, le due brigate, la “Parma” o “Spinazzi” guidata dal maggiore Spinazzi raggiunsero il colonnello polacco Rustow a Vibonati dove si unirono alla brigata Milano, comandata da Gandini e dove ivi pernottarono 

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, a Vibonati: Alle 5 di matina del giorno 4 ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Dunque, Rustow scriveva che, dopo essersi messo in marcia da Sapri verso Vibonati, su ordine di Garibaldi, siccome alcune brigate non erano ancora del tutto raccolte nella baia di Sapri, alle ore 17 del pomeriggio, quando egli si mise in marcia con la brigata Parma, scriveva che la notte mandò un uomo di Sapri a lui fidato con un ordine per il maggiore Spinazzi con l’ordine di marciare con la sua brigata Parma che da poco si era raccolta e ordinata a Sapri. Spinazzi, da Sapri con la Brigata Parma doveva raggiungere Rustow a Vibonati. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: …..impartì l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: …..e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Antonio Pizzolorusso (….) e del suo “I martiri per la libertà italiana per la Provincia di Salerno con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860”, Salerno, 1885. Pizzolorusso, a p. 234, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre e ordina al primo d’inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via Consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al Generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante a Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal popolo etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri……La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Questo è quanto accadde per il resto della Brigata garibaldina “Parma” guidata dal maggiore Spinazzi. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) per portarsi in avanti con rapidità e aiutare l’Eroe e l’esercito meridionale.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, 581”. Dunque, il Capitano di Stato Maggiore Garzia, arrivando a Sapri a bordo del vapore commerciale “Brésil”, ( si veda in L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576), secondo Biagio Moliterni, il 5 settembre 1860 annotò che:  “(….) In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente.”. Dunque, l’ufficiale Garzia, annotava che aveva visto Garibaldi a Sapri il giorno 4 settembre 1860. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio , poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito ; e questo fu lor favorevole . Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani , e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”.       

Nel 4 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:   

Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais;  ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’e xpression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: Sapri, 4 settembre. Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa. Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno. Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare. Vogliamo pagarlo per questo. Impossibile. La povera vecchia grida in nome di som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia. Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia. Qui tutti ti chiamano fratello; e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi. Dopo pranzo ci avventuriamo nello champagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne. Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo. È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli; ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica. Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza. Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine. Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza. Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”.  

Nel 5 settembre 1860, Acquafredda nel racconto di un Garibaldino che da Paola, a bordo del Benvenuto si recò prima ad Acquafredda e poi a piedi, attraverso un sentiero arrivò a Sapri (il 7 settembre 1860)

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre 1860 e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Nous allions en venire aux moyens extremes, quand tout à coup un campagnard s’approche de nous avec force saluts et génuflexions. Peu d’istants apres, sa femme le rejoint et nous offre de l’eau pour nos rafraichir, puis …..de la paille pour faciliter notre campement à la belle etoile. On demand alors à ces braves gens commend il se fait toutes les maison restent fermées. Ils nous repondent qu’à notre aproche tout le monde s’est sauvé dans la montagne, le curé en tete. Le capitaine du navire ajoute: “Mais saviez-vous que nous etions des soldats de Garibaldi ?” – Signor, si! répondent-ils, seulement on disait que vous étiez de mechantes gens”, che tradotto è:  Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre. Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto. Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo. I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico. Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla. Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può. Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi. Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre. Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo; ma sfortunatamente! invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Stavamo per ricorrere a mezzi estremi, quando all’improvviso un connazionale si avvicinò a noi con molti saluti e genuflessioni. Pochi istanti dopo, la moglie lo raggiunge e ci offre dell’acqua per rinfrescarci, poi…paglia per facilitare il nostro accampamento sotto le stelle. Abbiamo poi chiesto a queste persone coraggiose come mai tutte le case fossero rimaste chiuse. Ci hanno detto che mentre ci avvicinavamo tutti fuggivano sulla montagna, con il sacerdote in testa. Il capitano della nave aggiunge: “Ma lo sapevate che eravamo soldati di Garibaldi?” – Signore, sì! rispondono: “solo loro hanno detto che eravate persone cattive”….(il 6 settembre 1860). Quando ci svegliamo, vediamo alcuni abitanti del posto che hanno deciso di scendere. Ci facciamo preparare il caffè e compriamo della frutta, che paghiamo profumatamente. Queste brave persone cambiano la cattiva opinione che si erano fatte di noi, scambiandoci per briganti e saccheggiatori. Che povertà e ignoranza in questo paese! La gente non mangia nemmeno il pane. La frutta costituisce quasi tutta la loro cibo.D’altra parte, se mostri loro un libro, vedono solo bianco e nero, perché nemmeno due su cento sanno leggere. Il governo napoletano, per uno scopo fin troppo facile da comprendere, impedì che l’istruzione si diffondesse nelle campagne e condannò queste popolazioni ammirevolmente dotate alla più abietta inferiorità morale.”.     

                                                                           PARTENZA DI GARIBALDI DA SAPRI 

Nella notte del 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi (secondo Agostino Bertani, Lacava e Treveljan) pernottò a Sapri in una capanna di paglia a Sapri ? Garibaldi dormì a Sapri nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860 e solo di buon mattino si partì per passare da Vibonati ?   

Sappiamo che Garibaldi, che, il 3 settembre 1860, il primo pomeriggio, alle ore 15,30 era arrivato a Sapri. Sappiamo che Garibaldi, lasciando Sapri era diretto al Fortino del Cervaro dove, sappiamo che arrivò con la sua piccola comitiva il giorno 4 settembre 1860. Siamo certi che Garibaldi fosse diretto al Fortino. Sappiamo per certo che a Sapri, Garibaldi avesse deciso di andare al Fortino del Cervaro ed abbiamo un utile documento che lo attesta. Si tratta del telegramma che egli spedisce da Sapri al generale Turr che era già verso il Fortino. Turr era partito il giorno prima da Sapri. Nel telegramma a Turr, Garibaldi esprime la sua intenzione di risalire da Sapri al Fortino del Cervaro. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Dunque, il Quandel-Vial (…) scriveva che Garibaldi, arrivato a Sapri: Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Dunque, l’ufficiale borbonico nei rapporti militari dell’epoca trova scritto che Garibaldi rimarrà a Sapri il giorno e la notte. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Ma, oltre a questa certezza, non sappiamo alcune cose.  Su questo punto sono state dette diverse ipotesi dagli storici ma non vi sono certezze. Le uniche certezze sono le testimonianze di eccezione che ritroviamo negli scritti e nei Diari di Agostino Bertani e del colonnello Rustow. Gli storici hanno fatto diverse ipotesi. Sappiamo che a Sapri, insieme a Garibaldi, vi era il futuro ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Sappiamo che non vi era il generale Turr, ma era con Garibaldi Agostino Bertani ed altri che poi ritroveremo al Fortino. Non sappiamo se Garibaldi avesse pernottato a Sapri. E’ un’ipotesi che hanno fatto alcuni storici attenendosi alla testimonianza diretta di Agostino Bertani. Non sappiamo a che ora Garibaldi e la sua piccola comitiva si fosse spostata da Sapri. Sappiamo solo per certo che Garibaldi, diretto al Fortino partiva da Sapri con la sua piccola comitiva. Aveva già mandato avanti parte dei volontari condotti dal colonnello Rustow. Come ho già scritto, la prima incertezza è quella di sapere dove Garibaldi avesse dormito nella notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860 ? Garibaldi dormì a Sapri ?. Se Garibaldi dormì a Sapri, dove dormì ? Garibaldi dormì in una capanna di legno sulla spiaggia di Sapri, dove lo trovò il colonnello Rustow ?, come sostiene lo storico Treveljan. Leggendo ciò che scrive l’Avv. Carlo Pesce in merito all’arrivo e al pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 398 , in proposito  trascriveva il testo del Bertani e scriveva che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati,  dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Inoltre, il Pesce, aggiungeva nel suo racconto che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce racconta che Garibaldi si fermò a Sapri poche ore e che ripartì per Vibonati insieme al generale ungherese Stefano Turr. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Sulla scorta del Pesce, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.”. Il Mazziotti, non conferma la notizia che Garibaldi partì da Sapri alle 5 del mattino del giorno 4 settembre ma avvalora l’altra notizia che Garibaldi partì da Sapri la sera del 3 settembre e di pernottare a Vibonati, dove a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati proveniva dal Pesce e su quella scorta anche il Mazziotti scriveva del pernottamento a Vibonati in casa Del Vecchio. Ricorre nello stesso errore anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1909, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, per Giacomo Racioppi e con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; onde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel Vallo di Diano.”. Racioppi, nel 1909 scriveva che Garibaldi, il giorno 4 settembre andò al Fortino del Cervaro conducendo con se le brigate sbarcate a Sapri. Racioppi non specifica da dove partì Garibaldi. Secondo le poche righe del Racioppi, resta la domanda se Garibaldi, che sicuramente si partì da Sapri, diretto al Fortino, fosse passato per Vibonati e poi da lì risalito al Fortino oppure si fosse partito separatamente dal Rustow, avesse fatto lo stesso percorso di Pisacane, risalito a Torraca e poi al Fortino, senza andare a Vibonati. Di sicuro sappiamo che Garibaldi partì da Sapri ma dopo tempo dal Rustow.  Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…. Cesare Cesari scriveva che Garibaldi ordinava a Rustow di avanzare e scriveva pure che Garibaldi, da Sapri, mandò a breve distanza le altre brigate (la Spinazzi e la Puppi) che ancora non erano del tutto sbarcate e riunite a Sapri. Bertani, nel suo Diario testimoniava che Garibaldi partiva da Sapri e non da Vibonati. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fotino’ etcc…. Dunque, Agostino Bertani, nel suo postumo racconto a quello fatto alla White Mario, nel suo “Ire politiche d’oltre tomba”, a p. 72, rettificava e scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva etc…”. Bertani, nel su Diario scrive chiaramente che lui e Garibaldi si partirono il 4 settembre da Sapri, alle 5 del mattino e non da Vibonati come scriveva il Pesce ed il Mazziotti. Anche il Lacava non dice nulla di Vibonati. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Dunque, Lacava scriveva a p. 701 che Garibaldi partì da Sapri il 4 settembre 1860, forse di buon mattino e giunge al Fortino del Cervaro. Lacava scrive 4 settembre e quindi secondo il Lacava, Garibaldi doveva essere partito da Sapri nella notte, di buon mattino. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….”Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpidi fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. A questo punto, però, devo precisare che la notizia della partenza per il Fortino, di Garibaldi da Vibonati e non da Sapri e quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che:  “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, Rustow, secondo la traduzione di Eliseo Porro (….) scriveva e testimoniava che Garibaldi si unì a Rustow raggiungendolo sulla via per Vibonati. La piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri,  si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra però, che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”,  e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Dunque, la notizia della partenza per il Fortino, di Garibaldi da Vibonati e non da Sapri e quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che:  “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, la piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri,  si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”,  e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. La notizia del pernottamento a Vibonati, anzicchè a Sapri fu rimessa in discussione anche dal De Crescenzo (….). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113, in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio (9)…….Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, etc…. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittore inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…”, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Ecc…”. Dunque, come si può leggere, Treveljan scriveva che: Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach.”, che tradotto significa: Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottò. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Anzi, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre ed in particolare “da Sapri” (e non da Vibonati), in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dunque, lo storico Treveljan, in proposito scriveva: “….per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Lo storico Treveljan scriveva che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si mosse da Sapri per andare al Fortino del Cervaro e soprattutto Treveljan non parlò mai di Vibonati. Treveljan scriveva chiaramente che: Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dopo aver esaminato ciò che scrisse lo storico Treveljan, guardiamo ciò che scrisse il colonnello Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18-19 e ssg., in proposito scriveva che: Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: ….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal polacco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane….Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese etc…”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sulla spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di Francesco Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a pp. 100-101, in proposito scrive che: Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625).”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “In questa cittadina l’aveva preceduto Turr, che aveva seco, come abbiam visto, anche i 1500 uomini di Bertani. Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Dunque, Agrati scriveva che: Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi:  Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto il Generale Rustow, che si trovava a Sapri, così descrisse l’arrivo di Garibaldi: ….alle 4 pomeridiane….mi trovai etc….Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. ‘Di 1600 uomini’ – risposi. – ‘Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi” (234)….Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati.”. La nota (234) è riferita al Policicchio.  

Nella notte del 4 settembre 1860, alle ore 5, la partenza di Garibaldi da Sapri

Sappiamo che Garibaldi, che, il 3 settembre 1860, il primo pomeriggio, alle ore 15,30 era arrivato a Sapri. Sappiamo che Garibaldi, lasciando Sapri era diretto al Fortino del Cervaro dove, sappiamo che arrivò con la sua piccola comitiva il giorno 4 settembre 1860. Siamo certi che Garibaldi fosse diretto al Fortino. Sappiamo per certo che a Sapri, Garibaldi avesse deciso di andare al Fortino del Cervaro ed abbiamo un utile documento che lo attesta. Si tratta del telegramma che egli spedisce da Sapri al generale Turr che era già verso il Fortino. Turr era partito il giorno prima da Sapri. Nel telegramma a Turr, Garibaldi esprime la sua intenzione di risalire da Sapri al Fortino del Cervaro. Ma, oltre a questa certezza, non sappiamo alcune cose.  Su questo punto sono state dette diverse ipotesi dagli storici ma non vi sono certezze. Le uniche certezze sono le testimonianze di eccezione che ritroviamo negli scritti e nei Diari di Agostino Bertani e del colonnello Rustow. Gli storici hanno fatto diverse ipotesi. Sappiamo che a Sapri, insieme a Garibaldi, vi era il futuro ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Sappiamo che non vi era il generale Turr, ma era con Garibaldi Agostino Bertani ed altri che poi ritroveremo al Fortino. Non sappiamo se Garibaldi avesse pernottato a Sapri. E’ un’ipotesi che hanno fatto alcuni storici attenendosi alla testimonianza diretta di Agostino Bertani. Non sappiamo a che ora Garibaldi e la sua piccola comitiva si fosse spostata da Sapri. Sappiamo solo per certo che Garibaldi, diretto al Fortino partiva da Sapri con la sua piccola comitiva. Aveva già mandato avanti parte dei volontari condotti dal colonnello Rustow. Come ho già scritto, la prima incertezza è quella di sapere Garibaldi a che ora partì con la sua piccola comitiva da Sapri ?. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto il Generale Rustow, che si trovava a Sapri, così descrisse l’arrivo di Garibaldi: ….alle 4 pomeridiane….mi trovai etc….Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. ‘Di 1600 uomini’ – risposi. – ‘Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi” (234)….Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati.”. La nota (234) è riferita al Policicchio. Mi chiedo se è plausibile ciò che alcuni hanno scritto e cioè che Garibaldi, arrivasse alle ore 15,30 e ripartisse da Sapri un’ora e mezzo dopo, ovvero alle ore 17,00 ?. E’ plausibile ciò che scrisse un testimone di eccezione Agostino Bertani nel suo Diario pubblicato dalla White-Mario, ovvero che egli partirà per il Fortino il giorno 4 settembre 1860 all’alba, egli si riferiva che partisse all’alba, ovvero alle 5 del mattino da Sapri ? Alcuni vorrebbero che egli fosse partito, alle 5 del mattino da Vibonati e non da Sapri, ma suffragati da quali prove ? E ancora, Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “.

Nel 4 settembre 1860, alle 5 del mattino, Garibaldi viaggiando da Sapri verso Villammare, Capitello e poi Vibonati ?

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III….Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure -etc…”. Il viaggio di Garibaldi che lasciò Sapri, nella notte, alle 5 del mattino (era già mattino) del giorno 4 settembre 1860, è accennato da un testimone di eccezione che lo seguiva con la sua piccola comitiva. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fotino’ etc…. Dunque, Agostino Bertani, nel suo racconto postumo a quello fatto alla White Mario, nel suo “Ire politiche d’oltre tomba”, a p. 72 scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva etc…”. Un altro testimone di eccezione, riguardo il viaggio e la strada da Sapri a Vibonati è il colonnello polacco Wilhelm Rustow, che, nel racconto e traduzione di Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, a p. 19, in proposito scriveva che: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Dunque, a differenza del Pesce, il Rustow scriveva che “discendendo alla marina di Vibonate”, il “sentiero” era “orribile” e tutto ingombro di sozzure”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che:  “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, Rustow, secondo la traduzione di Eliseo Porro (….) scriveva e testimoniava che Garibaldi si unì a Rustow raggiungendolo sulla via per Vibonati. La piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri,  si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113, in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio (9)…….Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, etc…. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottò. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Anzi, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre ed in particolare “da Sapri” (e non da Vibonati), in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Dunque, Treveljan scriveva tutt’altro rispetto a ciò che scriveva Rustow, il quale, invece, testimoniava che, all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che:  “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”, confermando indirettamente che Garibaldi si era riunito alle colonne di insorti cilentani all’altezza di Capitello. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”.   

Nella notte del 4 settembre 1860, Garibaldi, alle 5 del mattino lasciò Sapri, unendosi al resto resto delle brigate per andare al Fortino passando e pernottando a Vibonati ?

Nell’ipotesi che Garibaldi, insieme alla sua piccola comitiva avesse pernottato a Sapri, e non a Vibonati, come vogliono alcuni, non sappiamo a che ora Garibaldi e la sua piccola comitiva si fosse spostata da Sapri. Sappiamo solo per certo che Garibaldi, diretto al Fortino partiva da Sapri con la sua piccola comitiva. Aveva già mandato avanti parte dei volontari condotti dal colonnello Rustow. Come ho già scritto, la prima incertezza è quella di sapere Garibaldi a che ora partì con la sua piccola comitiva da Sapri ?. La seconda incertezza è sapere quale fosse il percorso che Garibaldi, con la sua piccola comitiva, avesse fatto prima di arrivare al Fortino del Cervaro, frazione di Casaletto Spartano. Mi chiedo se Garibaldi andò al Fortino passando prima per Villammare, Capitello e Vibonati, come scriveva il Pesce ?. Alcuni scrittori e storici che hanno scritto dell’impresa dei “Mille” e di Giuseppe Garibaldi ritengono che Garibaldi si sia partito da Sapri, dove aveva pernottato, e da qui risalì direttamente al Fortino, passando da Torraca e rifacendo una galoppata che sostanzialmente ricalcava lo stesso itinerario di marcia, lo stesso percorso che, tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane. Secondo alcuni storici ed in particolare il testimone di eccezione che era Agostino Bertani, Garibaldi, Bertani e la sua ristretta comitiva risalirono direttamente al Fortino. Altri storici hanno creduto che Garibaldi, partendosi sempre da Sapri, avesse pernottato a Vibonati e solo da Vibonati risalì al Fortino. Ma vediamo ora la prima notizia-ipotesi, ovvero che, Garibaldi, dopo aver pernottato a Sapri, fosse andato direttamente al Fortino partendo da Sapri e passando eventualmente da Torraca, dove aveva preso delle guide del luogo. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Bertani, nel suo Diario scriveva che Garibaldi si era partito da Sapri  “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata etc…”. Dunque, se è vero, come scriveva e testimoniava il Bertani che Garibaldi si mosse da Sapri, alle 5 del mattino di giorno martedì 4 settembre, cioè di notte, questa versione è distante da quella di Rustow che scriveva nel suo Diario che egli partì, su ordine di Garibaldi, da Sapri, il 3 settembre alle 5 del pomeriggio. Avvennero due partenze separate, quella di Rustow, che partì con i volontari garibaldini della brigata Milano, alle 17 del giorno 3 settembre e Garibaldi, che partì con la sua piccola comitiva da Sapri, alle 5 del mattino del giorno 4 settembre 1860. Dunque, se Garibaldi partì alle 5 del mattino da Sapri è pacifico che Garibaldi dormì a Sapri e non a Vibonati come vogliono alcuni. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fotino’ etcc…. Dunque, Agostino Bertani, nel suo postumo racconto a quello fatto alla White Mario, nel suo “Ire politiche d’oltre tomba”, a p. 72, rettificava e scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva etc…”. Bertani, nel su Diario scrive chiaramente che lui e Garibaldi si partirono il 4 settembre da Sapri, alle 5 del mattino e non da Vibonati come scriveva il Pesce ed il Mazziotti. La notizia del pernottamento a Vibonati della comitiva di Garibaldi è del Pesce. Il Pesce, trascrivendo il testo tratto dal Diario del Bertani lo corregge. Infatti,  l’Avv. Carlo Pesce in merito all’arrivo e al pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 398 , in proposito  scriveva che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati,  dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, trascrivendo il testo tratto dal Diario del Bertani, scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Inoltre, il Pesce, aggiungeva nel suo racconto che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce racconta che Garibaldi si fermò a Sapri poche ore e che ripartì per Vibonati insieme al generale ungherese Stefano Turr. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Sulla scorta del Pesce, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.”. Il Mazziotti, non conferma la notizia che Garibaldi partì da Sapri alle 5 del mattino del giorno 4 settembre ma avvalora l’altra notizia che Garibaldi partì da Sapri la sera del 3 settembre e di pernottare a Vibonati, dove a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati proveniva dal Pesce e su quella scorta anche il Mazziotti scriveva del pernottamento a Vibonati in casa Del Vecchio. Ricorre nello stesso errore anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1909, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, per Giacomo Racioppi e con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; onde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel Vallo di Diano.”. Racioppi, nel 1909 scriveva che Garibaldi, il giorno 4 settembre andò al Fortino del Cervaro conducendo con se le brigate sbarcate a Sapri. Racioppi non specifica da dove partì Garibaldi. Secondo le poche righe del Racioppi, resta la domanda se Garibaldi, che sicuramente si partì da Sapri, diretto al Fortino, fosse passato per Vibonati e poi da lì risalito al Fortino oppure si fosse partito separatamente dal Rustow, avesse fatto lo stesso percorso di Pisacane, risalito a Torraca e poi al Fortino. Di sicuro sappiamo che Garibaldi partì da Sapri ma dopo tempo dal Rustow. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…. Cesare Cesari scriveva che Garibaldi ordinava a Rustow di avanzare e scriveva pure che Garibaldi, da Sapri, mandò a breve distanza le altre brigate (la Spinazzi e la Puppi) che ancora non erano del tutto sbarcate e riunite a Sapri. Bertani, nel suo Diario testimoniava che Garibaldi partiva da Sapri e non da Vibonati. Anche il Lacava non dice nulla di Vibonati. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Dunque, Lacava scriveva a p. 701 che Garibaldi partì da Sapri il 4 settembre 1860, forse di buon mattino e giunge al Fortino del Cervaro. Lacava scrive 4 settembre e quindi secondo il Lacava, Garibaldi doveva essere partito da Sapri nella notte, di buon mattino. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….”Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. A questo punto, però, devo precisare che la notizia della partenza per il Fortino, di Garibaldi da Vibonati e non da Sapri e quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che:  “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, Rustow, secondo la traduzione di Eliseo Porro (….) scriveva e testimoniava che Garibaldi si unì a Rustow raggiungendolo sulla via per Vibonati. La piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri,  si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra però, che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”,  e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Dunque, la notizia della partenza per il Fortino, di Garibaldi da Vibonati e non da Sapri e quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che:  “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, la piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri,  si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Rustow, a p. 20, dopo aver detto del pernottamento delle sue truppe a Vibonati, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”,  e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. La notizia del pernottamento a Vibonati, anzicchè a Sapri fu rimessa in discussione anche dal De Crescenzo (….). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113, in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio (9)…….Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, etc…. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittore inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…”, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Ecc…”. Dunque, come si può leggere, Treveljan scriveva che: Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach.”, che tradotto significa: Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottò. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Anzi, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre ed in particolare “da Sapri” (e non da Vibonati), in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dunque, lo storico Treveljan, in proposito scriveva: “….per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Lo storico Treveljan scriveva che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si mosse da Sapri per andare al Fortino del Cervaro e soprattutto Treveljan non parlò mai di Vibonati. Treveljan scriveva chiaramente che: Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dopo aver esaminato ciò che scrisse lo storico Treveljan, guardiamo ciò che scrisse il colonnello Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18-19 e ssg., in proposito scriveva che: Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: ….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal polacco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane….Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese etc…”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sulla spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di Francesco Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a pp. 100-101, in proposito scrive che: Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625).”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “In questa cittadina l’aveva preceduto Turr, che aveva seco, come abbiam visto, anche i 1500 uomini di Bertani. Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Dunque, Agrati scriveva che: Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Anna Sole (….), ed il suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi:  Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea divis le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto , e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi e, la sua piccola comitiva, partito da Sapri alle 5 del mattino incontrava a Capitello, Teodosio De Dominicis e Pietro Giordano ?

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “…furono attivissimi etc…In quella Stefano Passero aveva proclamata l’insurrezione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano….. L’Alfieri D’Evandro, riferendosi a Teodosio de Dominicis scrive chiaramente che “…L’amico nostro, ….avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Dunque, nella relazione di Lucio Magnoni, pubblicata nell’Alfieri, egli scrive chiaramente che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Il d’Evandro, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Gennaro De Crescenzo non parla affatto di Vibonati ma parla di Capitello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, le due colonne di insorti, quella di Pietro Giordano si riunì con la colonna di Gennaro Pagano e di Teodosio de Dominicis. Pare che essi, arrivati vicino a Sapri, a Capitello (oggi nel Comune di Ispani), si incontrarono con Garibaldi, diretto a Vibonati e poi al Fortino. Ma di ciò non esistono documenti sicuri. Sempre il De Crescenzo fornisce diverse versioni. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Questa parte, però, a me sembra un pò controversa. Come faceva Pietro Giordano ad incontrarsi a Capitello con Garibaldi se, come scrive sempre il De Crescenzo,  “…..Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Etc..”. ? De Crescenzo aggiunge: “Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, il De Crescenzo, sulla base della Relazione di Lucio Magnoni, e di un suo memoriale conservato dalla famiglia, scriveva che Michele Magnoni si era incontrato con Garibaldi da poco arrivato a Sapri il giorno 3 settembre e scrive pure che poco dopo l’arrivo e l’incontro del Magnoni con Garibaldi, Pietro Giordano e Teodosio de Dominicis incontrarono Garibaldi a Capitello che, forse era diretto a Vibonati per andare al Fortino. Questa versione, però risulta contraddittoria anche perchè Gennaro De Crescenzo, nel capitolo “La marcia attraverso la Provincia”, a p. 112, dopo aver detto dell’arrivo di Garibaldi e dei suoi accompagnatori a Sapri, il 3 settembre 1860 scriveva che: “III. Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forse insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con questo ordine del giorno: “Eccovelo. Il generale Turr è sbarcato con una brigata dell’invincibile armata del Dittatore sulle spiagge di Sapri. Etc…” e, poi a p. 112 aggiunge: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, a p. 112, il De Crescenzo scrive il contrario di ciò che aveva scritto a p. 86, e cioè scrive che Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Vibonati, e non a Sapri, ed a Vibonati, il Magnoni presentò a Garibaldi Teodosio de Dominicis e Pietro Pagano. Il de Crescenzo, a p. 86 scriveva che Teodosio de Dominicis e la sua colonna avevano incontrato Garibaldi a Capitello. Dunque, secondo il De Crescenzo, le masse di Teodosio De Dominicis si riannodavano con Giordano a Capitello dove incontrarono Garibaldi che si era spostato da Sapri e si recava a Vibonati. Il De Crescenzo scriveva che le  “Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: V.  Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc…”Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 17773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis….(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52. Il primo segretario della Prodittatura di Sala, sull’operato del de Dominicis, in un altro passo dell’opera lamenta: “son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis”.. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita”(9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Policicchio citava il documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca, oggi all’Archivio di Stato di Salerno, ovvero il Verbale della seduta decurionale del 14 ottobre 1860, nella “Raccolta delibere decurionali”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Anna Sole (….), ed il suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi:  Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Dunque, Carmine Pinto scriveva che, Garibaldi, sbarcato a Sapri il 3 settembre 1860 trovò Michele Magnoni e Teodosio De Dominicis che lo attendevano e prima che egli partisse per il Fortino lo incontrarono. Lo incontrarono a Sapri o a Vibonati, come vogliono alcuni ?. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea divis le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”.

Nel 30 giugno 1857, il Cav. Felice PECORELLI, capourbano di Policastro Bussentino e Santa Marina

Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80-81, in proposito scriveva che: “Il ricordo delle effervescenze del Quarantotto, quando le bande contadine del Cilento portarono nella lotta il peso dei loro più immediati interessi ed avanzarono rivendicazioni sulla terra di carattere “comunistico”, risvegliarono la paura dei “rossi” e paralizzarono il timido entusiasmo dei meno reazionari rappresentanti della borghesia locale (72).”. Cassese, a p. 81, nella nota (72) postillava: “(72) E’ interessante rilevare la determinazione di “socialisti” data ai compagni di Pisacane. Il capourbano di S. Marina e Policastro, cav. Felice Pecorelli, nel chiedere, come tanti altri, un premio per l’opera svolta, dice che, unitosi con le regie truppe, era corso a “tracciare le orme dei ‘rivoltosi socialisti’, che venian rotti in Padula” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. VIII, c. 183).”.

Nel 4 settembre 1860, alle 5 del mattino, Garibaldi viaggiando da Sapri a Vibonati s’imbattè in un manipolo d’insorti Cilentani con alla testa Cristofaro Ferrara di S. Biase (o Cristoforo Falcone di Policastro ?), che dissuasi ad andare a Sapri a incendiare la casa dei Peluso si recarono a Policastro alla casa del Cav. Pecorelli e poi andarono a Sanza

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III….Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbatté in una Colonna d’insorti Celentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia cha il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il Capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 1 luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Dunque, in questo passaggio, Pesce ci da alcune notizie storiche. Pesce scrivendo “una colonna d’insorti Celentani” non scrive chi fossero questi “Celentani”. Egli, però, non poteva che riferirsi che alla colonna di Cristofaro Ferrara di S. Biase. Infatti, sarà questa colonna d’insorti Cilentani che occuperà Sanza dopo aver bruciato a Policastro il palazzo del Cav. Pecorelli e che a Sanza sarà responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio di Carlo Pisacane. Inoltre, apprendiamo dal Pesce che, la colonna del Ferrara era arrivata a Sapri, il 3 settembre 1860, cioè il giorno che era arrivato Garibaldi a Sapri. E’ probabile che la colonna del Ferrara, che aveva già occupato Sanza, si fosse partita per Sapri, dove si era recata per uccidere i Peluso e così vendicare la morte di Costabile Carducci, ma, secondo quanto scrive il Pesce, incontrarono Garibaldi che li distolse dal triste proponimento e quindi ritornando a Sanza, dove vendicarono Carlo Pisacane, passarono per Policastro dove bruciarono il palazzo del cav. Pecorelli. Da un altro documento pubblicato da Anna Sole (….), apprendiamo che Cristofaro Ferrara, da solo o con un gruppo della sua colonna, si era unito alla colonna del De Dominicis, il quale verso Capitello, recandosi con la sua colonna di insorti cilentani si portava verso Sapri. Infatti, Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo (Archivio privato Magnoni).”. Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, documento datato Capitello, 4 settembre 1860, Anna Sole, a p. 242, n proposito scriveva pure che: Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. La notizia che Cristofaro Ferrara fosse con la colonna del De Dominicis, a Sapri o nei pressi il giorno 3 settembre 1860, all’arrivo di Garibaldi, contraddice quanto scrive Matteo Mazziotti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, in proposito scriveva pure: “….tutta la gente si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara…..Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna del Ferrara si diresse a Sanza, dove si fortificò e si rese responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane. La colonna di Stefano Passero, si diresse  “….al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala.”. Dunque, la colonna d’insorti, circa mille uomini, comandati da Stefano Passero si diresse per la via di Policastro verso i paesi di Gioia, Laurino, Piaggine, Sacco e Diano. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucdarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a p. 129, in proposito scriveva che: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…” che tradotto significa: “….Nell’agosto del 1860 una colonna dell’esercito garibaldino sbarcò a Sapri per operare nel Cilento parallelamente all’avanzamento del grosso; a comandarlo era il colonnello Pianciani. Mandò un distaccamento a Sanza. Un uomo di nome Savino Laveglia, che la voce pubblica nominava come colui che aveva inferto il primo colpo a Pisacane, disarmato, fuggì, fu arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel carcere. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli, di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Etc…”. Fusco, a p. 356, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Etc….”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento…”. Sempre sulla colonna di insorti Cilentani che diretti a Sapri, incontrarono Garibaldi a Vibonati, anche il Mallamaci omette il passaggio di Policastro dal cav. Pecorelli. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 149 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93) etc…”. Fusco, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…”).”. Fusco, a p. 149 continuando a scrivere sulla colonna d’insorti Cilentani a Sanza aggiungeva che: “….né – come ha affermato qualche altro (94) – un manipolo di insorti che, portandosi a Sapri per vendicare l’uccisione di Costabile Carducci, ne fu dissuaso dallo stesso Garibaldi e ripiegò verso Sanza per punire gli uccisori di Pisacane.”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento……I Celentani allora……, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V….Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo quelli che la voce pubblica accusava come esecutori materiali del delitto. Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, credendo vendicare i loro fratelli restati vittime in Sanza, dopo d’avere imprigionato Sabino la Veglia, etc…”. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Macchiaroli scrive sulla scorta di Felice Venosta (…) e del suo “Carlo Pisacane”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A porre fine all’avanzata, intervennero le forze degli urbani di Sanza capeggiati da Sabino Laveglia il quale si vantava di avere ucciso con un colpo di fucile il capo dei ribelli. I resti delle povere vittime di quel terribile olocausto, riposano attualmente nel sacrato posto sotto la chiesa dell’Annunziata di Padula. Ferdinando II per riconoscenza del servizio reso alla causa regnante, elargì numerosi encomi, medaglie, onoreficenze e somme di denaro. Sabino Laveglia fu nominato cavaliere del regno e capo urbano, a Sanza suo paese vennero assegnati 2.000 ducati per il completamento della strada che conduce a Buonabitacolo, oggi S.S. 517 ed a Torraca, furono donati 300 ducati che servirono per la costruzione di una fontana (la cosiddetta “fontana vecchia”). L’eccidio di Sanza si colora anche di aneddoti che ancora creano discussione negli storici. Il suicidio di Pisacane è smentito dal Capo urbano Sabino Laveglia, il quale vantava di essere stato l’artefice della morte del capo dei “briganti”, ma al processo fu clamorosamente contrariato nelle sue affermazioni da un gendarme in congedo, Gaetano Enter, il quale si attribuiva “l’onore di avere ucciso il Pisacane”. Il cavalierato del Laveglia fu di breve durata. Nel 1860, con l’arrivo dei garibaldini nel Vallo di Diano, giustizia fu fatta.”. Mallamaci, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima.”Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò  “…alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono, in proposito scriveva che: E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………..”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.  

                                                                                        GARIBALDI a VIBONATI ?

Nella sera tra il 3 ed il 4 settembre 1860, ed il Verbale della Seduta Decurionale del 4 settembre 1860 (secondo Policicchio), che attesterebbe l’ospitalità data a Garibaldi a Vibonati   

Nel 4 Settembre 1860, a Vibonati fu sottoscritto l’Atto deliberativo del Municipio di Vibonati per l’adesione al Governo Unitario 

Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 325, in proposito scriveva che: “In quei giorni intanto numerosi comuni della provincia, seguendo l’esempio di Castrovillari e di Cosenza, dichiaravano decaduta la dinastia borbonica e proclamavano l’unità italiana sotto casa Savoia. Le deliberazioni comunali risentono dell’entusiasmo del tempo.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 174-175, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Alle 8:00 del giorno 4 settembre il Brèsil approdava nelle acque di Sapri dove già vi erano cinque vapori garibaldini e 2 o 3 brigantini mercantili. All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale partito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessità fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Direttore Giuseppe Garibaldi” (238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona Sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(237) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit. pagg. 290-291.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV).  La notizia è interessante e secondo Policicchio confermerebbe una serie di notizie sull’ospitalità data a Garibaldi dai Vibonatesi tra la notte del 3 al 4 settembre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 290-291, in proposito scriveva che: “Le Camicie Rosse da Vibonati partirono all’alba di martedì 4 settembre e, lo stesso giorno, l’asemblea Decurionale testualmente deliberò: “Visto lo stato di oppressione sia morale etc…(46).”. Il testo della Delibera pubblicato dal Policicchio è lo stesso pubblicato dal Del Duca. Dunque, Policicchio afferma che l’Assemblea del Decurionato di Vibonati, del 4 settembre 1860, deliberava il passaggio di Garibaldi. Policicchio, a p. 291, nella nota (46) postillava: “(46) Archivio Comunale di Vibonati, b. 3, f. 1. Anche F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, cit., pag. 386.”. Dunque, Policicchio afferma esserci presso l’Archivio Comunale di Vibonati, la busta n° 3, foglio 1 che contiene il testo del Vebale della Seduta storica. Ferruccio Policicchio (…), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, nel vol. II, a p. 385 ci parla della Delibera Decurionale: “(28) ACV, B,3, F.1, Delibera del 22 ottobre 1860”, dove si parla del “sul conto del Magistrato locale, il Durionato espose: (….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia al suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica etc…”, e a p. 386, nella nota (26) postillava di un’altra delibera: “(26) ACV B.3 F.2. Delibera del 20 agosto 1872.”. Policicchio, a p. 384, nella nota (27) postillava: “(27) La somma veniva provata dalla seguente inconfutabile missiva inviata al Sincaco: “Salerno 22 novembre 1860 n. 75 = Governo del Principato Citeriore = Signore, con il suo rapporto del 15 volgente mese mi sono pervenute le contabilità, per la diaria somministrata a varie colonne dell’esercito meridionale Italiano del prode Dittatore Garibaldi, nell’ammontare di Dt. 487:80; e nell’atto che approvo detta cifra di esito, le fo conoscere che in giornata vado a provocare la rivaluta a codesta cassa dal ramo della guerra = Pel Governatore Il Segretario Calende.”. In questo documento non si parla di diaria per Garibaldi ma si parla delle truppe garibaldine passate a Vibonati con Rustow. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”.   Riguardo gli Atti di adesione dei consigli Decurionali dei Municipi della zona ed in particolare del Municipio di Vibonati ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Buonabitacolo “il colegio decurionale” etc….; e a Vibonati: “Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al governo unitario nazionale etc…”(105). A Montesano, …a Torre Orsaia (grande l’entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”. 

Nella sera tra il 3 al 4 settembre 1860, da Sapri, Garibaldi diretto al Fortino, partendosi da Sapri, giunse prima alla marina di Vibonati (Villammare) e, passando per Capitello proseguì per Vibonati dove pernottò ?

Alcuni scrittori e storici che hanno scritto dell’impresa dei “Mille” e di Giuseppe Garibaldi ritengono che Garibaldi, partitosi da Sapri, dove aveva pernottato, e da qui risalì direttamente al Fortino, passando da Torraca e rifacendo una galoppata che sostanzialmente ricalcava lo stesso itinerario di marcia, lo stesso percorso che, tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane. Secondo alcuni storici ed in particolare il testimone di eccezione che era Agostino Bertani, Garibaldi, Bertani e la sua ristretta comitiva risalirono direttamente al Fortino. Altri storici hanno creduto che Garibaldi, partendosi sempre da Sapri, avesse pernottato a Vibonati e solo da Vibonati risalì al Fortino. Ma vediamo ora la prima notizia-ipotesi, ovvero che, Garibaldi, dopo aver pernottato a Sapri, fosse andato direttamente al Fortino partendo da Sapri e passando eventualmente da Torraca, dove aveva preso delle guide del luogo. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Nel 1998, sulla scorta dell’Infante riportavo la stessa sua notizia dell’arrivo di Garibaldi a Vibonati. Posto che la notizia dell’arrivo di Garibaldi a Vibonati, nel tardo pomeriggio (?), forse verso sera, del 3 settembre, è riportata da alcuni autori coevi e non, anche sulla scorta, come io credo, di ciò che scrisse un testimone d’eccezione quale è stato il colonnello Polacco, Wilhlelm Rustow. Oltre alla testimonianza diretta di Rustow, che tuttavia scrisse in……e, tradotto da Eliseo Porro (….) risulta l’unica testimonianza diretta di un testimone dell’epoca, sia pure nella traduzione del suo testo da parte di Eliseo Porro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini-Manzoni si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Il Mazziotti scriveva anche sulla scorta del Pesce (….). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….; nell’ampia e arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Pesce, proseguendo il suo racconto scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Pesce scrisse queste notizie anche sulla scorta del testo del colonnello Rustow. Devo però precisare a riguardo che Pesce scrivendo: “….e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc…”, sbagliava in quanto sappiamo che Turr non era più a Sapri e quindi non poteva seguire Garibaldi a Vibonati. Tuttavia credo che la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati in casa Del Vecchio provenga da Pesce e dalla sua notizia, in seguito venne quella del Mazziotti. Riguardo il presunto pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, ed al telegramma che Garibaldi, in suo dispaccio annunciava al Turr, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Così avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35). Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Dunque, Policicchio scriveva che “Così avvenne” cioè avvenne perchè era stato scritto nel dispaccio al Turr. Dunque, come ho già scritto, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, potrebbe essere avvalorata da un testimone d’eccezione, il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….). Rustow incontrò Garibaldi sulla spiaggia di Sapri e ricevé l’ordine di organizzare le sue truppe, quelle affidategli da Turr che nel frattempo era partito da Sapri per andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Nel 1861, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a p. 19, riferendosi al colloquio che egli ebbe con il generale Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, intorno alle ore 16,30, in proposito scriveva che: ” – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi gli ordinò di ordinare le sue truppe per mettersi in marcia per recarsi al Fortino, partire da Sapri con le truppe pronte per marciare verso il Fortino. Rustow scrive che Garibaldi oltre a dargli l’ordine di preparare le truppe gli disse pure: “Io stesso sarò con voi”. Rustow, a p. 29 continuando il suo racconto scrivevava: “Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 la marcia fu intrapresa.”. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Questo passaggio è particolarmente interessante perchè è proprio in questo passaggio che Rustow testimonia l’aggregarsi di Garibaldi alle sue truppe che nel frattempo si erano fermate per riposarsi alla “marina di Vibonati” che presumo fosse Villammare. Dopo questo passaggio, Rustow testimonia e dice: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate.” e descrivendo l’evendo scriveva: “Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza ed inoltre ci illuminarono anche gli angusti viottoli.”. A questo punto, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva che: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.” e poi, a p. 21, riprende il racconto della marcia per il Fortino: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, etc…”. Dunque, Rustow scriveva che egli e le sue truppe iniziarono a marciare per il Fortino, lasciando Vibonati il giorno 4 settembre alle 5 del mattino. Garibaldi era con loro ? Garibaldi era a Vibonati ?. Rustow, a p. 21 scriveva: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, etc…”. Dunque, Rustow scrive chiaramente che egli, le sue truppe e Garibaldi stesso iniziarono a marciare da Vibonati per recarsi verso il Fortino del Cervaro alle 5 del mattino del giorno 4 settembre. Del racconto di Rustow, un punto a me pare controverso ed è quando egli scrive, riferendosi alla marcia da Sapri e prima che giungesse Garibaldi: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. A quale luogo si riferiva Rustow, non molto distante dalla “buona strada vicina al Vallone del Molinello” prima di arrivare a Vibonati e, dove fu raccolta la truppa prima che arrivasse Garibaldi. Da Sapri, Rustow con le sue truppe sarebbe arrivato agevolmente alla “marina di Vibonate” (Villammare o Capitello) percorrendo la strada dell’Oliveto del Fortino di Sapri e l’Oliveto dove oggi si trova il Cimitero di Sapri per intenderci. Eliseo Porro (….), nella sua traduzione del testo russo di Rustow “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri; egli a p. 19, in proposito scriveva che: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nela Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Dunque, questo è il racconto di Rustow che da Sapri portava la colonna sua di garibaldini verso Vibonati su ordine di Garibaldi che si trovava a Sapri e solo dopo si partirà da Sapri con la sua comitiva insieme a Bertani e Cosenz. Rustow però fa un racconto strano perchè scrive che da Sapri,  “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile etc…” e poi aggiunge: “Alla marina”, presumo di Vibonati, la colonna fu fermata “per raccoglierla” per poi risalire al paese di Vibonati. Ma, mi chiedo perchè Rustow dice che da Sapri scese alla marina di Vibonati visto che la strada per Vibonati, passando per l’Oliveto del nostro attuale Cimitero è pianeggiante ?. Rustow è l’unico testimone che scriveva che Garibaldi arrivò da lì a poco e si ricongiunse con Rustow e Gandini per salire a Vibonati paese. Rustow (nel Porro), a p. 19, aggiungeva che: “Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli, e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna”. Rustow scriveva che Garibaldi ed il generale Enrico Cosenz, giunse alla maria di Vibonati, cioè a Villammare, dove Rustow aveva riunito le truppe, forse anche la brigata Puppi, oltre alla Milano e Parma. Rustow, a p. 19 scrive ancora che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si stendeva fino alla baia di Sapri.”.  Dunque, secondo Rustow, Garibaldi, Cosenz ed egli stesso insieme alle truppe salirono a Vibonati paese. Rustow scrive però “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello“. Esiste questo “Vallone del Molinello” ?. Si trova tra Villammare e Vibonati paese ?. In una carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection. Il vallone del Molinello scorre da Torraca verso la costa tra Villammare e Capitello e si vede anche attualmente. Il percorso fatto da Rustow, ed il suo racconto non collima con il racconto di Agostino Bertani, anch’egli testimone d’eccezione perchè accompagnava Garibaldi e con lui si partì da Sapri. Agostino Bertani nel suo Diario, ovvero che Garibaldi ripartiva da Sapri e non Vibonati per andare al Fortino. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ etc…, racconto che il Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Bertani, nel suo Diario scrive chiaramente che lui e Garibaldi si partirono il 4 settembre da Sapri, alle 5 del mattino e non da Vibonati come scriveva Rustow. Al contrario, Rustow partì subito da Sapri, il giorno 3 settembre, su ordine stesso di Garibaldi e Garibaldi lo raggiunse solo il giorno dopo a Vibonati. Pesce, a p. 30 scriveva pure che Garibaldi: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, contraddicendosi, seguendo il racconto di Agostino Bertani nel suo Diario, a p. 32, in proposito scriveva: “Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina!. Da Sapri…etc…” e aggiunge lui stesso: “…(è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), etc…” e prosegue il racconto di Bertani: “l’indomani mattina, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc….”.”. Stessa cosa, il Pesce, scriverà nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Dunque, è un fatto che Pesce distorce e cambia la testimonianza di Bertani, che scriveva chiaramente “Da Sapri, l’indomani mattina, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Tuttavia, la versione di Eliseo Porro è diversa dalla versione del colonnello Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. In questa versione, la prima traduzione italiana del Rustow, non vi è scritto nulla di Garibaldi a Vibonati ma il passaggio delle truppe a Vibonati riguarda solo Rustow. Agostino Bertani nel suo Diario, ovvero che Garibaldi ripartiva da Sapri e non Vibonati per andare al Fortino. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Le masse dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, la versione dello storico Treveljan è differente da alcuni storici locali. Treveljan non scrive nulla del passaggio e del pernottamento a Vibonati ma scrive chiaramente che Garibaldi pernottò a Sapri e che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si portò verso Lagonegro per andare al Fortino. Ovviamente passando per Vibonati ma non vi pernottò. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Treveljan passa oltre il pernottamento di Garibaldi a Vibonati di cui non parla affatto. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Anche il Lacava non dice nulla di Vibonati. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, si diresse verso Vibonati, ospite di Nicola Del Vecchi, da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Anche la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario” (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba, … Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino etcc…”. Dunque, anche la giornalista Jessie White Mario trascrivendo il racconto del Bertani non parla di Vibonati ma passa direttamente alla tappa del Fortino. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito scriveva pure che: “III. Garibaldi…..partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una Colonna etc…”. Giuseppe Alessandro Piola Caselli (…), nel, “Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a pp. 100-101, in proposito scrive che: Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625).”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. L’Agrati scriveva che fu Turr a pernottare a Vibonati prima che risalisse al Fortino, ma ciò non corrisponde al vero secondo il racconto di Rustow. Turr non era in zona, veva lasciato Sapri, mentre Rustow si avviò alle 5 del pomeriggio con una parte della truppa di stanza a Sapri su ordine di Garibaldi. Rustow racconta di aver bivaccato con le sue truppe a Vibonati e di aver ivi pernottato. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”.  Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita”(9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Policicchio citava il documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca, oggi all’Archivio di Stato di Salerno, ovvero il Verbale della seduta decurionale del 14 ottobre 1860, nella “Raccolta delibere decurionali”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi:  Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli , e che , come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione . Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti , Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV).  Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.      

Nella notte del 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi a Vibonati fu ospitato e pernottò in casa del patriota e liberale NICOLA DEL VECCHIO ?

Alcuni storici coevi hanno scritto che Garibaldi, lasciato Sapri, prima di arrivare al Fortino del Cervaro si sia diretto da Sapri, prima a Villammare e poi a Vibonati, dove, pare che, nella notte tra il 3 settembre 1860 ed il 4 settembre, abbia pernottato, ospitato a casa della famiglia Del Vecchio. Nel 1998, sulla scorta dell’Infante (….) riportavo la stessa sua notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. In questo mio saggio vorrei approfondire la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati, ed in particolare alla notizia che, secondo il Pesce ed il Mazziotti egli pernottò nella casa del patriota liberale Del Vecchio. Anche io, nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Scrivevo, sulla scorta di Infante (….) che, in seguito alla partenza di Rustow e di alcune sue Brigate, la sera del 3 settembre 1860, Garibaldi,  partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetti verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Il Mazziotti scriveva anche sulla scorta del Pesce (….). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….; nell’ampia e arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Pesce, proseguendo il suo racconto scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce scrisse queste notizie anche sulla scorta del testo del colonnello Rustow. Devo però precisare a riguardo che Pesce scrivendo: “….e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc…”, sbagliava in quanto sappiamo che Turr non era più a Sapri e quindi non poteva seguire Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Così avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35). Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Dunque, Policicchio scriveva che “Così avvenne” cioè avvenne perchè era stato scritto nel dispaccio al Turr. Dunque, come ho già scritto, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, potrebbe essere avvalorata da un testimone d’eccezione, il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….). Rustow incontrò Garibaldi sulla spiaggia di Sapri e ricevé l’ordine di organizzare le sue truppe, quelle affidategli da Turr che nel frattempo era partito da Sapri per andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Nel 1861, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a p. 19, riferendosi al colloquio che egli ebbe con il generale Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, intorno alle ore 16,30, in proposito scriveva che: ” – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi gli ordinò di ordinare le sue truppe per mettersi in marcia per recarsi al Fortino, partire da Sapri con le truppe pronte per marciare verso il Fortino. Rustow testimonia del passaggio di Garibaldi e delle sue truppe a Vibonati ma non dice nulla sul pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio. Dunque, la notizia del pernottamento in casa Del Vecchio proviene esclusivamente dal Pesce, ed in seguito ripetuta dal Mazziotti che cita una lettera dell’amico di Torraca Perazzi. Perazzi apparteneva ad una famiglia di attendibili. Inoltre, come ho già scritto nel precedente saggio, Rustow, nell’altra versione della sua traduzione è molto diversa da quella di Eliseo Porro. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Il Bertani, che accompagnava Cosenz e Garibaldi non parla affatto di Vibonati. Invece, il colonello Rustow, nella traduzione di Porro è di tutt’altro avviso. Eliseo Porro (….), nella sua traduzione del testo russo di Rustow “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri; egli a p. 19, in proposito scriveva che: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nela Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Dunque, questo è il racconto di Rustow che da Sapri portava la colonna sua di garibaldini verso Vibonati su ordine di Garibaldi che si trovava a Sapri e solo dopo si partirà da Sapri con la sua comitiva insieme a Bertani e Cosenz. Rustow però fa un racconto strano perchè scrive che da Sapri,  “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile etc…” e poi aggiunge: “Alla marina”, presumo di Vibonati, la colonna fu fermata “per raccoglierla” per poi risalire al paese di Vibonati. Ma mi chiedo perchè Rustow dice che da Sapri scese alla marina di Vibonati visto che la strada per Vibonati, passando per l’Oliveto del nostro attuale Cimitero è pianeggiante ?. Rustow è l’unico testimone che scriveva che Garibaldi arrivò da lì a poco e si ricongiunse con Rustow e Gandini per salire a Vibonati paese. Rustow (nel Porro), a p. 19, aggiungeva che: “Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli, e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna”. Rustow scriveva che Garibaldi ed il generale Enrico Cosenz, giunse alla marina di Vibonati, cioè a Villammare, dove Rustow aveva riunito le truppe, forse anche la brigata Puppi, oltre alla Milano e Parma. Rustow, a p. 19 scrive ancora che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si stendeva fino alla baia di Sapri.”.  Dunque, secondo Rustow, Garibaldi, Cosenz ed egli stesso insieme alle truppe salirono a Vibonati paese. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, la versione dello storico Treveljan è differente da alcuni storici locali. Treveljan non scrive nulla del passaggio e del pernottamento a Vibonati ma scrive chiaramente che Garibaldi pernottò a Sapri e che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si portò verso Lagonegro per andare al Fortino. Probabilmente Garibaldi raggiunse Rustow a Vibonati al mattino seguente dopo aver pernottato a Sapri. Della versione di Treveljan ho già parlato nel precedente saggio. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli. Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Dunque, il Guzzo ci parla della famiglia De Nicolellis e postilla di Gennaro De Crescenzo. Ma, Gennaro De Crescenzo non parla della famiglia De Nicolellis ma anch’egli ci dice della famiglia Del Vecchio. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. Felice Fusco, a suffragio della notizia che Garibaldi si fosse fermato a Vibonati, dove pernottò a casa della famiglia Del Vecchio riporta il “Telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un Comitato di cittadini di Vibonati”, in occasione della morte del generale. Garibaldi morì a Caprera il 2 giugno 1882. Il telegramma pubblicato sulla Gazzetta del Circondario di Sala Consilina, n. 37, del 12 giugno 1882. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla visita alla famiglia Del Vecchio, però, alcuni vogliono che Garibaldi si sia recato a far visita alla famiglia De Nicolellis. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, a p. 393 pubblicò la foto della stanza e del letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Policicchio, a p. 286, riportando il testo, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4 – proseguiamo con Rustow – ripresimo etc…”. Si tratta del testo che Policicchio indica a p. 286, nella nota (38) dove postillava: “(38) E. Porro, La brigata Milano cit., pp. 20-3”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. La notizia del passaggio di Garibaldi è attestato dal Verbale del Decurionato del 14 ottobre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 290, in proposito scriveva che: “Dopo il passaggio di Garibaldi alcuni Decurionati cominciarono a dichiarare decaduta la dinastia Borbone e, ancor prima del Plebiscito, riconoscendo l’annessione immediata e incondizionata, proclamarono l’Unità facendo trasparire dalle deliberazioni l’entusiasmo del tempo. Le Camicie Rosse da Vibonati partirono all’alba di martedì 4 settembre e, lo stesso giorno, l’assemblea Decurionale testualmente deliberò: “Visto lo stato di oppressione sia morale partito dalle popolazioni del Continente….Essendo pure questo popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Uninamente, liberamente, etc…(46).”.”. Policicchio, a p. 291, nella nota (46) postillava: “(46) Archivio Comunale di Vibonati, b. 3, f. 1. Anche F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, cit., p. 386.”. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) etc…. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, si diresse verso Vibonati, ospite di Nicola Del Vecchi, da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Le stradicciole di Vibonati sono talmente strette che anche con lo scooter ti tocca far manovra per poterti girare agli incroci. Ti arrampichi come puoi fino al budello su cui si affaccia palazzo De Nicolellis, il domicilio garibaldino del paese. Ne ammiri la facciata gentilizia mentre l’aria immobile di questo mezzogiorno assolato s’impregna di borotalco e soffritto. Dai tinelli che danno sul vicoletto escono frammenti domestici di un’estrema provincia a tavola. riesci a sentire il biascicare delle mandibole, il rumore delle posate che graffiano i piatti e l’immancabile tv. Una campana batte la mezza. Il palazzo, al cui interno si dice vi sia ancora il letto originale su cui dormì Garibaldi, però è evidentemente sbarrato e sta imboccando la via dell’abbandono. L’unica traccia della passata grandezza, è la solita lapide a futura memoria. Che questa volta esagera così: “In questa casa il 3 settembre 1860 sostò pernottandovi Giuseppe Garibaldi il cui grido, consonante con i sentimenti delle genti, si fece destino nel perseguimento dell’unità d’Italia e della conquista delle libertà che di lui furono pensiero, tormento e vita. Il comune di Vibonati a memoria pose, 16/1/1983”. Ti passa sotto il naso una signora di certa età che annaspa lungo la salita trascinando due pesanti borse della spesa. Decidi di fare il bel gesto in cambio, speri, di qualche informazione. Mentre le trasporti il carico davanti la porticina a piano terra cinquanta metri più avanti, in effetti riesci a farti raccontare che da alcuni mesi è morta anche Rosa, l’ultima discendente diretta dei De Nicolellis, fino all’ultimo residente nel palazzo. Prima assieme alla sorella Giuseppina e negli ultimi anni da sola. Ti spiega che il palazzo è finito ad una pletora di eredi che, almeno fino adesso, non si sono fatti vedere e qualcuno mormora addirittura possa essere in vendita.. Il Fanelli cita la lapide che il Comune di Vibonati appose il 16 gennaio 1983 sulla facciata di casa De Nicolellis. La lapide marmorea ci dice che Garibaldi ivi sostò il 3 settembre 1860. Mi pare strano che si trattasse del 3 settembre e non della notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi:  Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo. Questo Vincenzo del Vecchio è proprio colui di cui dubitava il Fusco. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”

Nel 1860, NICOLA DEL VECCHIO, Commissario Organizzatore del circondario di Vibonati nominato dal Governo Pro-Dittatoriale di Sala

Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo. 

Nel 4 settembre 1860, a Vibonati, il palazzo del liberale NICOLA DEL VECCHIO, in seguito palazzo De Nicolellis e, del figlio Fabrizio

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Garibaldi, a Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) etc…”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli. Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Qualcuno mi diceva che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo. Questo Vincenzo del Vecchio è proprio colui di cui dubitava il Fusco. Sulla visita alla famiglia Del Vecchio parò alcuni vogliono che Garibaldi si sia recato a far visita alla famiglia De Nicolellis. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Eliseo Porro (….), nella sua traduzione del testo russo di Rustow “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri; egli a pp. 18-19, in proposito scriveva che: Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate (….). I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza ed inoltre ci illuminarono anche gli angusti viottoli.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Le stradicciole di Vibonati sono talmente strette che anche con lo scooter ti tocca far manovra per poterti girare agli incroci. Ti arrampichi come puoi fino al budello su cui si affaccia palazzo De Nicolellis, il domicilio garibaldino del paese. Ne ammiri la facciata gentilizia mentre l’aria immobile di questo mezzogiorno assolato s’impregna di borotalco e soffritto. Dai tinelli che danno sul vicoletto escono frammenti domestici di un’estrema provincia a tavola. riesci a sentire il biascicare delle mandibole, il rumore delle posate che graffiano i piatti e l’immancabile tv. Una campana batte la mezza. Il palazzo, al cui interno si dice vi sia ancora il letto originale su cui dormì Garibaldi, però è evidentemente sbarrato e sta imboccando la via dell’abbandono. L’unica traccia della passata grandezza, è la solita lapide a futura memoria. Che questa volta esagera così: “In questa casa il 3 settembre 1860 sostò pernottandovi Giuseppe Garibaldi il cui grido, consonante con i sentimenti delle genti, si fece destino nel perseguimento dell’unità d’Italia e della conquista delle libertà che di lui furono pensiero, tormento e vita. Il comune di Vibonati a memoria pose, 16/1/1983”. Ti passa sotto il naso una signora di certa età che annaspa lungo la salita trascinando due pesanti borse della spesa. Decidi di fare il bel gesto in cambio, speri, di qualche informazione. Mentre le trasporti il carico davanti la porticina a piano terra cinquanta metri più avanti, in effetti riesci a farti raccontare che da alcuni mesi è morta anche Rosa, l’ultima discendente diretta dei De Nicolellis, fino all’ultimo residente nel palazzo. Prima assieme alla sorella Giuseppina e negli ultimi anni da sola. Ti spiega che il palazzo è finito ad una pletora di eredi che, almeno fino adesso, non si sono fatti vedere e qualcuno mormora addirittura possa essere in vendita.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.

                  ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI

Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….).  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero  “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”.

Nel 4 settembre 1860 (secondo Ferruccio Policicchio) Garibaldi, a Vibonati incontrò il giudice Regio del Mandamento di Vibonati, Francesco Saverio CAJAZZO

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita”(9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Policicchio citava il documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca, oggi all’Archivio di Stato di Salerno, ovvero il Verbale della seduta decurionale del 14 ottobre 1860, nella “Raccolta delibere decurionali”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Sulla frase di ringraziamento che, secodo Policicchio, Garibaldi disse al Giudice Regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, Policicchio (….), sulla scorta del documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca (vedi nota 10 a p. 137: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”, Policicchio scriveva che Garibaldi rivolto al Giudice Regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo (in casa Del Vecchio): “….a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”, posso aggiungere e far notare che, la stessa frase pare che, Garibaldi l’avesse detta in un altra occasione. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Sul Pietro Paolo Perazzo o Perazzi, nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Sulla notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Sulla relazione del de Dominicis, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea divis le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro.  Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…..i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.

Nel 4 settembre, 1860, Garibaldi (?, secondo Policicchio) nominò la GIUNTA INSURREZIONALE di Vibonati

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”(36).”. La notizia del passaggio di Garibaldi è attestato dal Verbale del Decurionato del 14 ottobre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. La notizia dunque la si apprende da un verbale del Decurionato di Torraca. La notizia, in seguito fu ripresa dal Fusco. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860.”. Credo che vi sia stato un errore di trascrizione perchè si tratta di Francesco Saverio Cajazza o Cajazzo. Dunque, il generale Garibaldi lasciò il governo del paese di Vibonati ai tre uomini di fede: il Sindaco, il barone Giuseppe Giffoni, Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale ed al giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV). Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”.  

In seguito al 1857, Giovanni GIFFONI di Vibonati, perseguitato dalle autorità borboniche

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Un ricorso per risentimento, a nome Saverio Polito, accusava D. Giovanni Giffoni di Vibonati d’essere stato il “gran fabbro” dello sbarco di Pisacane. Egli, che esercitava la professione di cancelliere presso il Giudicato circondariale, nel 1848, si rese operoso nei processi politici, quindi, ben conosciuto dalle autorità (29). Consapevole dei malevoli sentimenti contro di lui nutriti per aver raccolto molta e profonda avversione, temendo effetti di reazione vendicativa a suo danno, quando sbarcò il “bel Capitano”, atterrito, il mattino del 29 giugno, si rifugiò a Camerota. ‘Raccoglieva larga messe di odiosità tra i suoi conterranei appunto per essersi reso operoso strumento in una processura politica qui compilata parecchi anni addietro a carico di molti individui; odiosità in cui incorsero seco lui per la stessa causa anche tre fratelli Perazzo nipoti di quel sacerdote D. Biase Perazzo, nella cui casa sarebbesi voluto trasformare in una settaria fucina, e non per questo la sua famiglia fu sempre ritenuta di sentimenti elevati al Real trono.”. Il sottointendente ritenne falsa la firma improntata al nome di Saverio Polito “per il niun risultato che si hanno avuto con le più efficaci investigazioni da me spiegate all’oggetto” e considero la denuncia “un complesso di abominevoli calunnie. La condotta del Giffoni in fatto di politica non soffre acciacco veruno”(30).”. Policicchio, a p. 208, nella nota (29) postillava che: “(29) Con missiva del 12 gennaio 1858 da Positano fu trasferito a Sanza.”. Policicchio, a p. 208, nella nota (30) postillava che: “(30) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 31, f. 42.”.

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, prima di partire da Vibonati incontrò Michele Magnoni che presentò Teodosio de Dominicis e Gennaro Pagano. Secondo De Crescenzo, Garibaldi, in casa Del Vecchio, a Vibonati dispose per la marcia nel Vallo di Diano

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea divis le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, nel capitolo “La marcia attraverso la Provincia”, a p. 112, dopo aver detto dell’arrivo di Garibaldi e dei suoi accompagnatori a Sapri, il 3 settembre 1860 scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Etc…”. Dunque, De Crescenzo, oltre a scrivere che Garibaldi, da Sapri si recò a Vibonati dove fu ospitato in casa Del Vecchio, IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Etc..”., senza postillare nessun riferimento bibliografico alla notizia, scriveva pure che l’altra notizia che, in casa Del Vecchio, o comunque a Vibonati, e non a Sapri, Garibaldi: IV…..Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che, Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Vibonati (e non a Sapri), in casa Del Vecchio, dove il Magnoni, gli presentò Teodosio de Dominicis e Gennaro Pagano (che si erano uniti, forse a Capitello, alla colonna di Michele Magnoni) e scrive pure che ai due insorti, Garibaldi IV…cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. Questo passaggio però è controverso in quanto lo stesso De Crescenzo, a p. 86 scriveva e dava notizie contraddittorie scrivevendo che de Dominicis aveva incontrato Garibaldi a Capitello dove la colonna si era fermata e scriveva che Michele Magnoni aveva incontrato Garibaldi a Sapri e non a Vibonati. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…..due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, le due colonne di insorti, quella di Pietro Giordano si riunì con la colonna di Gennaro Pagano e di Teodosio de Dominicis. Pare che essi, arrivati vicino a Sapri, a Capitello (oggi nel Comune di Ispani), si incontrarono con Garibaldi, diretto a Vibonati e poi al Fortino. Ma di ciò non esistono documenti sicuri. Sempre il De Crescenzo fornisce diverse versioni. De Crescenzo, a p. 86 scriveva: “VII…giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Dunque, nella relazione di Lucio Magnoni, pubblicata nell’Alfieri, egli scrive chiaramente che: La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. Dunque, Lucio Magnoni, fratello di Michele Magnoni, nella sua Relazione al Comitato Unitario di Napoli, pubblicata da Alfieri d’Evandro, scriveva che Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Sapri e non a Vibonati. Il D’Evandro scriveva pure che Michele Magnoni, incontrando Garibaldi a Vibonati, nella notte del 3 settembre 1860: “….ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Sulla questione ha scritto anche Pietro Ebner. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni….La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. (93).. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) Dopo lo sbarco a Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano. Etc…”. Dunque, Ebner scriveva in nota che, dopo lo sbarco a Sapri, Garibaldi, che probabilmente incontrò gli insorti e le colonne del De Dominicis, del Pagano e del Giordano, dispose “…per la marcia nel Vallo di Diano”. Sulla notizia dell’ordine dato da Garibaldi, dopo lo sbarco a Sapri, diede ordine “(93) Dopo lo sbarco a Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano. Etc…”. Sulla questione ha scritto anche Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi:  Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. 

                                                                     PARTENZA DI RUSTOW DA VIBONATI

Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, partenza del colonnello polacco Rustow, per raggiungere la strada Consolare verso il Vallo di Diano   

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro, doveva arrivare a Sapri. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. Etc…Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunti a Forlino alle 11 e mezzo, Etc…”. Dunque, Rustow testimoniava che si mise in marcia da Vibonati il giorno 4 settembre 1860, alle 5 del mattino ed arrivò al Fortino alle 11 del mattino del giorno 4 settembre per mettersi in marcia per Casalbuono di sera ed arrivare lì il giorno 5 settembre. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Contemporaneamente la brigata Puppi….si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 20-21, nelle sue memorie scriveva che: La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno.. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni.  Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri….La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: IV…. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri.”. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso”, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc….”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli , e che , come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza , ritiravasi sopra Salerno , giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli. Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”

Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, la strada o il percorso che intraprese in marcia il colonnello polacco Rustow, insieme alle sue brigate raggiunse la crespa del “Feralunga” (monte Serralunga) sotto il monte Cocuzzo e, ridiscese nella gola del Gauro, che sbocca presso la Taverna del Fortino del Cervaro sulla strada consolare che va a Casalbuono

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi…..Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunti a Forlino alle 11 e mezzo, Etc…”. Dunque, Rustow testimoniava che si mise in marcia da Vibonati il giorno 4 settembre 1860, alle 5 del mattino ed arrivò al Fortino alle 11 del mattino del giorno 4 settembre per mettersi in marcia per Casalbuono di sera ed arrivare lì il giorno 5 settembre.  Nel suo racconto, in cui testimonia il percorso che le sue brigate fecero da Sapri a Vibonati e da Vibonati il giorno 4 settembre per risalire al Fortino. Forse passarono non molto distanti da Torraca. Nel suo racconto si evince che prima di arrivare al Fortino, Rustow ed i suoi volontari garibaldini, arrivarono alla gola del Gauro” (una gola non molto distante dalla via consolare su cui si trovava la taverna del Fortino del monte Cervaro). Sempre nel suo racconto, Rustow cita alcuni luoghi come “discesimo (da Vibonati) pel Vallone del Molinello”,  risalimmo “arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”,  e poi, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare.”. In una carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection.  Probabilmente, “Gitto” è il cartografo collaboratore di Rizzi-Zannoni. La carta è estremamente interessante perchè in essa sono rappresentati diversi toponimi sconosciuti. Al momento posso dire che la carta si trova conservata presso la Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte. La “Bibliotheca Hertziana” è stata fondata a Roma nel 1913 da una fondazione di Henriette Hertz sotto la direzione di Ernst Steinmann. Da allora l’istituto ha sede nel Palazzo Zuccari a Roma. Nella carta del 1788, ad esempio, il “vallone del Molinello” è un piccolo torrente che oggi non viene riportato sulle carte fisiche del Golfo di Policastro. sfocia verso la costa di Villammare e risale con due un bracci verso Vibonati e con un altro braccio verso la Madonna dei Cordici da cui risale verso Torraca. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. Sulla destra di “Tempa degli Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo).  Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”.  La frazione di Fortino sorge sul confine con la Basilicata, ed una parte minore del suo abitato appartiene al comune lucano di Lagonegro, in provincia di Potenza. Essa rappresenta, quindi, un rarissimo caso di frazione divisa fra due amministrazioni regionali. Vi sono inoltre 24 località, costituite da piccoli gruppi di case e cascine rurali, e popolate da poche decine di abitanti tra cui Affonnatora. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “….ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito …..Etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe.”.

Nel 4 settembre 1860, le neviere per la preparazione del ghiaccio e dei gelati alla “Tempa dei Paglioli”

Del trasporto di neve dalle vicine montagne al tempo di Garibaldi vi è la testimonianza diretta del colonello Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 286, nella nota (37) postillava che: “(37) Sulle neviere di Vibonati, cfr. F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II, p. 519”. Policicchio postillando sulle “neviere di Vibonati”, ovvero sulla scorta di ghiaccio che le donne di Vibonati andavano a prendere sul monte Cervato, presso il Fortino, a p. 519 del suo volume “Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II”, spiegava che: “Una volta a rendere questo servizio c’erano le neviere: località poste sui monti atte alla conservazione della neve di cui, poi, i Comuni concedevano la vendita a privati per i bisogni e la rivendita al pubblico. Anche Vibonati, quindi, aveva le sue neviere. La consuetudine era che, nei vari Comuni, la vendita si concedeva ad una sola persona per non aversi danni, al pubblico e al privato, etc…Il rivendicatore (ilconcessionario) si impegnava a non far mancare, giornalmente, la neve pena una ammenda, pari a lire 10 giornaliere agli inizi degli anni Ottanta. Etc…”. Dunque, il colonnello Rustow testimoniava che, messisi in marcia da Vibonati, le brigate dei volontari garibaldini, la mattina del 4 settembre 1860:  “discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Rustow scriveva che una volta discesi al Vallone del Molinello, essi risalirono “gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”. Guardando una carta geografica dell’epoca, del 1788, si vedono chiaramente indicati questi luoghi e toponimi. Rustow testimoniava che essi per risalire al Fortino del Cervaro risalirono gli aspri dirupi della “Tempa degli Paglioli”. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. La “Tempa delli Paglioli” è indicata sulla carta come una “Tempa” (dolci colline),  che si trovano tra il borgo di Torraca e quello di Battaglia, dove vicino, sulla destra e sotto, si trova il “Monte Cocuzzo”.  Sulla destra di “Tempa dei Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo).  Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”

Nel 4 settembre 1860, il Tenente CRIVELLARI, ufficiale dei garibaldini di Rustow, e la valigia con documenti riservatissimi che portava con se, consegnata ad una guida di Vibonati, si perse nella marcia da Vibonati al Fortino

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “E proprio durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; Antonio Alfieri D’Evandro, segretario del Governo provvisorio di Sala, il 7 settembre al sindaco di Vibonati scrisse: “Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, scrisse degli eventi che seguirono l’arrivo di Garibaldi al Fortino. Antonio Alfieri d’Evandro, fu nominato da Garibaldi segretario del Governo Provvisorio di Sala Consilina. Policiccho scriveva che in occasione della marcia da Vibonati, l’Alfieri d’Evandro riferiva che: “…durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; etc…”. D’Evandro riferiva che, il 7 settembre, in qualità di Segretario del Governo provvisorio di Sala Consilina, scriveva al Sindaco di Vibonati il seguente testo:“Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. D’Evandro, scriveva che cittadino Tenente Crivellari dell’Armata dei volontari garibaldini, marciando da Vibonati, verso il Fortino, aveva preso una guida datagli dal Sindaco di Vibonati. Questa guida di Vibonati, fornita al Crivellari dal Sindaco di Vibonati, il 4 settembre 1860, consegnò la Compagnia ad altra guida di Castelluccio, che il Tenente Crivellari però non conosce e non ricorda il nome. Scrive sempre D’Evando al Sindaco di Vibonati che, in questo “scambio di guide”, siccome il Tenente Crivellari si era addormentato non si è accorto che che nel frattempo la valigia, con “documenti riservatissimi” consegnata alla guida fornita da Vibonati, questi l’avesse consegnata all’altra guida di Castelluccio.  D’Evandro chiedeva al Sindaco di Vibonati di indagare sulla valigia e ne chiedeva l’immediata restituzione della stessa. Policicchio, a p. 138 aggiunge: “Il secondo eletto di Vibonati, Francesco Curzio, (1801-1885) nel darne notizia ai sindaci del Circondario aggiunse: “Io quindi nel trascrivervi quanto di sopra interessato le LL.SS., ad occuparsi seriamente perché la valigia perduta sia rinvenuta facendo menare i bandi per gli abitati con pene rigorose contro colui che avesse rinvenuto la detta valigia o portata via senza presentarla (13).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (13) postillava: “(13) ACTLL (Archivio Comunale di Vallo), Documenti d’esito che figurano nel conto materiale dell’anno 1860, vol. III.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel diritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso”, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli etc…”. 

                                                                      PARTENZA di GARIBALDI da SAPRI 

Nel 4 settembre 1860, la partenza di Garibaldi da Sapri o da Vibonati ?, dove avrebbe pernottato (?) si mise a cavallo e salì al Fortino del Cervaro passando per la strada non molto distante da Torraca, forse seguendo lo stesso percorso che seguì Carlo Pisacane 

La notizia della partenza di Garibaldi da Vibonati, e non da Sapri per il Fortino e, quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che:  “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, la piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri,  si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”,  e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Dunque, sebbene Rustow racconti di essersi avviato in marcia con la sua brigata, da Vibonati di buon mattino, ci testimonia che da Vibonati (?), Garibaldi era già sulla strada per raggiungere il Fortino. Ma, dalla testimonianza di Rustow si evince da dove si partì Garibaldi ?. Rustow (vedi Porro, a p. 19), in proposito scriveva che dopo che la sua colonna si mise in marcia da Sapri: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali e si mise esso stesso alla testa alla colonna.”. Dunque, Rustow racconta che Garibaldi e Cosenz arrivarono verso Villammare e si misero in testa alla colonna. Poi, sempre a p. 19, Rustow racconta che tutti, Garibaldi compreso, andarono a Vibonati. Infatti, a p. 19 scriveva il Porro che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Rustow, però non dice nulla di Garibaldi a Vibonati. Rustow scriveva a p. 20 che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4 ripresimo la marcia.”Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc….. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. La White-Mario che annotava il Bertani, a pp. 456, in proposito scriveva che: Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Bertani  non dice nulla di Vibonati e annotava che Garibaldi si partì per il Fortino da Sapri il giorno Martedì, 4 settembre. Bertani scriveva che Garibaldi, per andare al Fortino si mosse da Sapri e non da Vibonati. Bertani scrive che Garibaldi e la sua comitiva Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata“. Bertani aggiunge che Garibaldi fece lo stesso percorso di Pisacane non mi risulta passò per Vibonati. Pisacane salì da Sapri a Torraca e poi al Fortino. Bertani scriveva: In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Dunque, Racioppi scriveva che Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino”, scriveva cioè che Garibaldi, da Sapri salì al fortino con la divisione di Turr che era sbarcata il giorno prima a Sapri. Discosta dalla testimonianza di Bertani, riportata anche, oltre che nel suo libro, anche dalla giornalista White-Mario, è quella dell’Avv. Carlo Pesce di Lagonegro. La ricostruzione storica di quegli eventi che fa il Pesce è arbitraria anche in un altro punto controverso e cioè se Garibaldi avesse pernottato e quindi si partì da Sapri o avesse pernottato a Vibonati e quindi si partì da Vibonati. Infatti, Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro Duce di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati dal Pisacane (1). Etc…”. Sempre l’avv. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 32, si permette di cambiare “Sapri” e non in “Vibonati”, ed in proposito scriveva che: “narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme alla descrizione di quel viaggio etc…”Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Pesce, a p. 32, corregge il Bertani scrivendo Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre etc…”. Credo che sia stata proprio questa correzione che abbia dato origine alla notizia che Garibaldi, per recarsi al Fortino fosse partito da Vibonati, dove avrebbe pernottato in casa Del Vecchio e non da Sapri, dove come attesta Bertani, e poi lo storico Treveljan, avesse pernottato a Sapri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 29, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Etc…”. La ricostruzione storica che fece il Pesce non risponde a verità in quanto Pesce scriveva che il generale Garibaldi aveva incontrato il generale Turr a Sapri a casa del Gallotti, e con questi si recherà a Vibonati. Sappiamo invece che Garibaldi aveva inviato un dispaccio a Turr che da Sapri si era allontanato prima del suo arrivo. Turr non era a Sapri il 3 settembre quando arrivò Garibaldi. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, etc…”. Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, etc…”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Il 4 Garibaldi è al Fortino di Lagonegro, una taverna situata tra un gruppo di casette coloniche, ai confini lucani con la provincia di Salerno.. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per riconsegnarla all’Italia.”. Romagnano non è corretto quando scrive che “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria!”. Infatti, come si è visto, il generale Turr, su ordine di Garibaldi si era allontanato da Sapri al mattino prestissimo del giorno 3 settembre, senza Garibaldi ed il suo seguito che ancora non era arrivato a Sapri. Prima che Garibaldi partisse da Sapri per dirigersi verso il Fortino del Cervaro, furono le brigate del Turr, portate da Rustow che partirono per Casalnuovo e nella notte arrivarono a Vibonati dove pernottarono. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Sulla notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino….Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Da casa Gallotti al generale Turr comunicò: “Etc…”. Policicchio citava il telegramma o dispaccio che Garibaldi da Sapri inviava a Turr. Proseguendo il suo racconto, Policicchio, a p. 285, riferendosi al telegramma a Turr, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Ma, stando alla testimonianza di Bertani che non parla affatto di pernottamenti a Vibonati, ne cita Vibonati, possiamo affermare che al contrario nutriamo dei seri dubbi che Garibaldi sia passato da Vibonati. Fu Rustow, con una parte dei volontari a fermarsi la notte a Vibonati. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi:  Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.  

                                                                                          GARIBALDI A TORRACA ?

Nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, a Torraca, Garibaldi dormì in casa dell’ABATE DON NICOLA GALLOTTI di Torraca ? 

Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140″Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane  “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito.  L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.  

                                 I GALLOTTI di Torraca e l’abate don NICOLA GALLOTTI di Torraca (?)

Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi  Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140″Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane  “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito.  L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.

                  ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI

Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….).  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero  “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.

Nel 1860, a Torraca, la Famiglia Perazzo di Torraca ed il Sindaco PIETRO PAOLO PERAZZO

Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi a Garibaldi che, da Vibonati, con il suo seguito partì per raggiungere il Fortino, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti, ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente” (10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Pietro Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Su Pietro Paolo Perazzo (….), futuro Sindaco di Torraca, ha scritto Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. La Greca, a p. 204 pubblica la foto della via di Torraca intitolata a Pietro Paolo Perazzo. Sebbene il testo riporti pochissimi, se non niente, documenti che riguardino l’epopea di Garibaldi, a causa della dispersione di documenti del periodo preunitario, merita degli approfondimenti. Su Pietro Paolo Perazzo e la famiglia Perazzo di Torraca, a p. 124, nella nota (222) postilla: “(222) E’ lo stesso al quale è intitolata una delle vie principali di Torraca. Fu costui l’ultimo sindaco di Torraca del periodo borbonico e il primo dopo l’Unità. Era figlio di quel Pietro Paolo, il principale attore della vita economica di Torraca fino agli anni Cinquanta; era infatti il più grosso proprietario di animali vaccini del luogo negli anni Trenta e titolare di una conceria, lo stesso che aveva acquistato le terre dell’ex barone di Policastro nel periodo francese, di cui abbiamo detto all’inizio di questo libro; dal punto di vista politico la famiglia era stata molto “fredda” verso il governo borbonico anche se, per proteggere i suoi interessi, non si era esposta né nei moti del ’28 né in quelli del ’48. Il figlio omonimo, questo in parola, in gioventù era stato un osservato speciale del governo borbonico; infatti da studente universitario nel 1855 dovette avere il benestare delle autorità per poter vivere a Napoli. In una lettera della Polizia napoletana, datata 14 aprile 1855, indirizzata al sottintendente di Sala, troviamo scritto: “La prego manifestarmi se la famiglia del giovane D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca sia conosciuta benemerita e degna di fiducia nel Real Governo sotto il rapporto politico e morale; o se Ella a norma del Real Rescritto di massima in vigore per gli studenti creda di potersi permettere al Sig. Perazzo di soggiornare in Napoli come studente”. E il Sottointendente il 28 aprile ne dava informativa all’Intendente: “Sig. Intendente, la condotta politica, morale e religiosa di D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca è stata sempre buona, né si può fare la minima osservazione etc…., giusta la informazioni accasatesi da questa Sottointendenza fra i quali dal Vescovo di Policastro, egli etc…”. In ASS, Intendenza, Istruzione, B. 1840, fasc. 87.”. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 248 scriveva: “(In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 41) Torraca, 6 agosto 1854: Terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo fu Pietro Paolo, anni 47, negoziante, ducati 136.19, etc..”. Su Pietro Paolo Perazzo ha scritto Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri,  in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: I soldati ebbero dono di ciliege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969. 

Nel 4 settembre 1860, Marcello BRANDI (futuro Sindaco di Torraca), uno delle guide del Rustow per risalire da Torraca al Fortino

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Policicchio racconta questa notizia tratta da una poesia pubblicata dall’ex Preside Gioacchino Vaiano tratta dal testo “All’aria aperta”. Policicchio racconta che una guida garibaldina che marciò insieme ai volontari garibaldini di Rustow, fu “Marcello”, “u vavu” (nonno) del Preside Gioacchino Vaiano di Torraca. Gioacchino Vaiano ne parla in una sua lirica pubblicato a Sapri, nel 2008: “All’aria aperta”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr….., con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio scriveva che il generale Turr si portava a Lagonegro “con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Dunque, Policicchio scriveva che Turr, con un piccolo seguito si recò a Lagonegro “..e a spese del comune di Torraca”. E’ molto probabile che il generale Turr, allontanatosi da Sapri e dalle sue truppe che aveva lasciato a Sapri a Rustow, risalì verso il mandamento di Lagonegro passando prima da Torraca e, ricalcando lo stesso percorso che tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane con i suoi Trecento. Il percorso sarà descritto da Rustow che però risalirà da Vibonati, passando nel teritorio di Torraca ecc…Ma, la notizia fornitaci da Policicchio è quella che il comune di Torraca dovette partecipare alle spese per tale viaggio. Si trattava forse delle spese che bisognava approntare per tale viaggio, come ad esempio le spese per pagare delle guide  che conoscevano bene il percorso aspro ed impervio che permettesse di risalire a Lagonegro o al Fortino senza avere sgraditi incontri ?. Infatti, Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Mezzo secolo prima, durante l’occupazione dei francesi, i Generali Reyner e Massena vi trovarono forte resistenza prima di giungere in fondo alla Calabria.”. Turr, con il suo piccolo seguito non conosceva il percorso e soprattutto doveva percorrere sentieri aspri e dirupi che permettessero a lui ed al suo piccolo seguito di non incappare in brutte sorprese e quindi passò per Torraca per ingaggiare, a spese del comune delle guide esperte di quei luoghi. Infatti, il colonnello Rustow, nel suo racconto tradotto da Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, etc..” e, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi.”. Sebbene Rustow non parlasse del viaggio intrapreso dal generale Turr, ma parlava del suo che intraprese il giorno dopo da Vibonati, descrive bene e testimonia l’angustia che dovettero affrontare i garibaldini per risalire verso il Fortino di Casaletto. Queste guide, perfetti conoscitori dei luoghi da percorrere, erano “persone del luogo”, come più tardi scriveva il colonnello Rustow. Sulle guide, di cui si servì sicuramente il generale Turr, dovendo risalire da Sapri al Fortino, troviamo un’altra notizia che riguarda una guida di Torraca. Si tratta di Marcello BRANDI, che poi, in seguito sarà Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Infatti, l’ex preside ed amico, Gioacchino Vaiano, nel suo “All’aria aperta – poesie”, ed. Il Papiro, Sapri, 2008, a p. 101, nella sua lirica “Racconti di famiglia”, scriveva: “U vavu Marciello, ch’era u figliu du Sinnacu Francesco Brandi ca fece u cambanaru, com’è scrittu oramaie ndà storia du paisu nuostu, pe se nzurà a vava Giuanna, l’abbrazzau etc…u diariu addò u maritu avìia scrittu quiddu fattu viecchiu de l’abbrazzu nzieme a tand’ate cose da famiglia. Ngera scrittu pure du cavaddu iangu ca Garebbalde avìia regalatu o vavu Marciellu, quannu veneddu da Vibonati pi Pagliuuoli, l’avìia accumpagnat versu u Furtinu, pa via adduv’era passatu Carlu. Come “chi era Carlu ?”, era Carlo Pisacane, ….U vavu Marciellu, nepote mìiu, etc…”. Dunque Vaiano racconta di questo scritto che aveva trovato sua nonna dove vi erano state appuntate alcuni fatti storici dell’epoca di Pisacane e di Garibaldi che avevano riguardato direttamente il nonno (u vavu) Marcello Brandi, figlio di Francesco Brandi, Sindaco di Torraca nel …….. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 203 scriveva: “Appendice – Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità – Francesco Brando dal 1906 al 1808.”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca. 

Nel 4 settembre 1860, la GIUNTA INSURREZIONALE di Lagonegro (PZ)

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”

Il “Cerbaro”, frazione di Casaletto Spartano ed il Fortino Murattiano

Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Nicolas Desvernois

Nel 1808, Il generale francese Nicolas Desvernois (….), inviato dal governo francese nella sottodivisione di Lagonegro, in proposito scriveva che, il Fortino del Cervaro era: Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: etc…”. Sempre il Policicchio, a p. 139, in proposito aggiungeva che: Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Sul Fortilizio del Cervaro, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, Gutemberg, Lancusi, 2001, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “Il barone Desvernois (40), chiamato alla sottodivisione di Lagonegro (41), per ‘pacificare’ questa parte del Regno dal brigantaggio (42), come primo provvedimento – ci tramanda – istituì, fra il Principato Citeriore e la Calabria Citra, dei piccoli posti di guardia, abbastanza vicini tra loro, sulla ‘strada regia’, tra il ponte di Campestrino e Morano. Essi potevano tra loro comunicare e provvedere a vicendevole soccorso dando così sicurezza a chi la strada praticava. Ordinò a sindaci e proprietari che ognuno era tenuto ad abbattere, dai rispettivi terreni che costeggiavano la strada delle Calabrie, a proprie spese, tutti gli alberi d’alto fusto e pulirne i bordi dai cespugli fino a un tiro di fucile. A sorvegliare e proteggere i lavoratori fu incaricato l’esercito e le guardie civiche di ciasuna località competente per giurisdizione. Fece costruire una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro (43); un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Il posto (44) venne armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri (45) sul litorale ovest.”. Policicchio, a p. 160, nella nota (40) postillava: “(40) Il primo febbraio 1808, fu nominato Luogotenente Colonnello ed inviato a comandare la Sottodivisione militare di Lagonegro. Dopo otto mesi fu nominato Colonnello alla corte e richiesto a Madrid da Napoleone. Comandante il 1° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. Con decreto 848 del primo gennaio gli fu conferito il titolo di Barone. Arrivò al grado di Generale. Nelle sue Memorie, più di ogni altro autore del tempo, ha molto mirato ad esaltare la sua attività di militare, perdendo l’opera, così, efficacia dal punto di vista storico-documentaria trovandovi in esse delle confusioni ed inesattezze, anche, se, in verità, quasi tutte le memorie di chi prese parte alle operazioni, stesse a distanza di tempo e di luogo, le esagerazioni si mostrano evidenti, a volte per rilevare il valore delle armi del partito di schieramento, a volte giustificare il loro operato.”. Policicchio, a p. 162, nella nota (47) postillava: “(47) A. Dufourq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326.”. E’ errato ciò che scrive Policicchio perchè si tratta di Albert Dufourcq (….).

                                                                     LA TAVERNA DEL FORTINO DEL CERVARO

Nel 29 giugno, 1857, la taverna del Fortino del Cervaro di proprietà del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?. I Gallotti erano proprietari di una casa di campagna in località S. Marco, non molto distante dal Fortino del Cervato ?

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Questa notizia però distorce con la testimonianza di un rivoltoso liberato a Ponza e fatto prigioniero a Padula, Luciano Marino. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”. La versione della casetta in campagna dei baroni Gallotti distante dalla Taverna di proprietà di Vincenzo Cioffi contraddice l’altra versione che ne dà l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. Dunque, il Pesce riferendosi alla Taverna del Fortino scriveva che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. Pesce scriveva che, il fabbricato della “Taverna del Fortino” era di proprietà del barone don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “…“Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, etc…”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Nel 1978 fui incaricato dal Giudice Francesco Flora e dal Tribunale di Lagonegro per redigere, in qualità di Consulente Tecnico di Ufficio la Perizia di divisione erditaria dell’Immobile in questione e le parti in causa erano i Colombo contro i Cioffi. In seguito pubblicherò i resoconti della Perizia che provano in modo inconfutabile la precedente proprietà dei Cioffi. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri. 

Nel 4 settembre 1860, la taverna del Fortino del Cervaro (Casaletto Spartano) di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, figlio di Carlo e nipote di don Giovanni o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?, (poi in seguito dei Colombo)

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Alle pendici occidentali del monte Cervaro, rivestito d’elci, di ontani e di querce e tagliato a mezza costa dalla strada statale per la Calabria, sorge a 778 metri di altitudine sul livello del mare, il Fortno, piccolo gruppo di case coloniche dal colore cinerino che le fa confondere,così mimetizzate, con la natura calcarea della zona circostante. Questa piccola frazione del comune di Lagonegro dista dalla cittadina poco più di otto chilometri ed è situata in una zona elevata ben soleggiata, ma quasi brulla. Il viaggiatore che, proveniente da Napoli, giunge in automobile al valico del Fortino, nota sulla destra un piccolo spiazzo circondato da poche case rurali (le cui mura grigiastre portano i segni dei secoli e le sferzate dei venti), legge su una targa azurrina “valio del Fortino” e passa oltre, dando le ali al motore verso Lagonegro. Il Fortino non viene quasi notato nella sua romantica posizione a cavalcioni di una collina, in posizione strategica fra due valli, come una sentinella in vedetta; nessuno dei forestieri si sofferma alla piccola taverna che sa di rurale e di antico e non può certo attrarre la curiosità del viaggiatore. Eppure sul colle del Fortino di Lagonegro, nella semplicità e nella solitudine del luogo alpestre, nella cerchia verde e silenziosa dei monti Cervaro, Serralunga e Salice, su cui da lungi vigila il maestoso Sirino con la piramidale vetta corteggiata da nubi, furono prese ardue decisioni nella storia del Risorgimento.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”.  Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, anche se “nel 1848 fu in compagnia del Capo Urbano di Tortorella e Morigerati, onde opporsi all’invasione Cilentana, nella sommossa”, fu compreso tra gli attendibili politici di 3° classe perché “concessa la Cotituzione, esultò al pari degli altri, ma senza ecedere. Partì per Napoli, ed ivi si trattenne qualche tempo. Ritornato in patria, ha serbato regolare condotta”(57). Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (57) postillava: “(57) Dal Giudice Regio di Vibonati, in maggio 1857, gli fu rilasciata carta di passaggio per Salerno col consueto obbligo di portarsi, all’arrivo, presso il Commissario di polizia del capoluogo. Quando vi giunse, il primo giugno, nel sottoporre la carta a vidimazione, domandò di potersi portare a Napoli con la stessa carta. Ivi, b. 31, f. 32,38.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, etc….. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno. Il nome di quella località deriva da un antico fortilizio, di cui il mio caro amico il Com. Roberto Gaetani di Sapri mi scriveva nel 1907 che si scorgevano ancora i ruderi (3). La comitiva si fermò in una taverna, divenuta già celebre perché ivi si fermò nel 1857 la spedizione di Pisacane la quale purtroppo vi decise la partenza nefasta per Padula e per Sanza, andando incontro a tragica fine. Il sacerdote Arcangelo Rotunno di Padula, ispettore onorario dei monumenti e scavi nel circondario di Sala Consilina, uno studioso modesto e valoroso, ha redatto su quella taverna ormai storica due relazioni nel 1914 le quali chiariscono le poche modificazioni avvenute in quel rustico locale dopo la fermata del dittatore, e ne ha rilevate due fotografie, di cui cortesemente mi inviò copia.”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (3) postillava: “(3) I ruderi sono a cinquanta metri dalla taverna.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata. Fuori dall’edificio un gruppo di ragazzi si sollazza al sole delle due e mezza, discutendo di calcio, proprio sotto l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia. Tanto che sia Nicola che suo fratello Mario sono nati nell’appartamento al primo piano, sopra il bar. E’ contento Nicola della tua visita. E’ l’occasione buona, ad esempi, per tirare giù dalla parete una cornice a giorno in cui sono piazzate le foto delle adunate garibaldine che si facevano alla taverna fino a una decina d’anni fa. Te l’appoggia sul vecchio bilardino, sotto la lapide, toglie lo straccio una ditata abbondante di polvere e mostra le foto una per una: gruppi di camice rosse col bicchiere in mano festanti, in festanti, in mezzo alle quali spunta addirittura un sosia del generale. Però c’è anche altro da vedere. Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.

Nel 4 settembre 1860, il barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI, nipote di Giovanni, proprietario della taverna del Fortino del Cervaro che ospitò Garibaldi

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Infatti, l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi…..accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro; ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poco buona accoglienza, Carlo Pisacane, etc…. E là, nell’osteria del Fortino – etc…narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Eravamo affamati – occupammo la solita stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscita, etc…Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e dal comandante piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta…Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte etc…”. Dunque, Agostino Bertani descriveva i due ambienti di cui era costituito il piccolo fabbricato della Taverna. Sempre il Pesce, a p. 38, in proposito scriveva pure: “….risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quela di Salerno tra il territorio di Lagonegro e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: “Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.

                                                                          GARIBALDI al FORTINO del CERVARO

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla “taverna” del Fortino del Cervaro, piccola frazione di Casaletto Spartano

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 456-457, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; con Giacinto Albini e Nicola Mignogna, prodittatori della Basilicata; con Pietro Lacava, segretario del governo provvisorio lucano; con Giuseppe Mango, commissario organizzatore del circondario di Lagonegro; con la giornalista inglese Jessie White ed il marito Alberto Mario (61). Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Devo però precisare che ciò che scrive il Fusco, a pp. 146-147, in proposito scriveva che Garibaldi: “….salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; etc..”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Inoltre, è errato quando scrive che Garibaldi, “….nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione;” è corretto solo che Garibaldi, al Fortino incontrò Stefano Turr, al quale aveva scritto da Sapri, ma Fusco sbaglia a scrivere che Garibaldi, al Fortino incontrò anche il Bertani e Cosenz. Secondo il racconto del Bertani (….), riportato anche dalla giornalista Jessie White Mario, Bertani stesso arrivò con Garibaldi a Sapri, insieme a Cosenz e con essi si portò a Vibonati, e con essi salì al Fortino. Garibaldi si incontrò al Fortino con Bertani e Cosenz ma essi erano con lui a Sapri ed insieme proseguirono al Fortino. Insieme a Garibaldi, a Bertani, a Cosenz, salì al Fortino anche il generale Gandini della Brigata Milano.  Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare etc…”. Dunque, a Sapri, Garibaldi arrivò con Cosenz, Bixio, Medici, Sartori e Basso, essi erano in sette come scrisse pure il Bertani ed è plausibile che essi si recarono al Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre all’alba Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buona ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva etc….” (151). Quella che si tenne nella taverna di Fortino fu, dunque, un vero e proprio consiglio di guerra. Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche il generale di divisione dell’Esercito Meridionale, l’ungherese Istvàn (italianizzato Stefano Turr, il maggiore generale Enrico Cosenz, il segretario personale, oltre che fedelissimo amico, di Garibaldi, il nizzardo Giovanni Battista Basso, ed infine il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, etc…”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “….rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..insieme a Rustow…..La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare……Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 1857 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi nell’attuale comune di Casalnuovo, in proposito scriveva che: “Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino.  De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo ma credo che gli accompagnatori di Garibaldi si partissero dal Fortino, ovvero essi erano al Fortino con Garibaldi. Queste notizie, De Crescenzo le prese dal testo di Giuseppe Guerzoni (….), del suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Dalla notizia degli amici e accompagnatori di Garibaldi possiamo dire se questi personaggi facessero parte della comitiva che da Castrocucco accompagnava Garibaldi a Sapri ?. Sappiamo che il generale Turr, non era a Sapri perchè era partito per il Fortino su ordine di Garibaldi. Sappiamo che il generale Enrico Cosenz era con Bertani e Garibaldi a Castrocucco, da dove in barca si recarono a Sapri. Di Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, sappiamo che solo Nullo viene citato come uno dei sei che accompagnava Garibaldi a Sapri. E’ molto probabile che Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Mordini, Missori e Serafini, fossero già al Fortino per incontrarsi con Garibaldi. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.   

Nel 4 settembre 1860, al Fortino, il garibaldino lucano Giambattista PENTASUGLIA alle prese col telegrafo

Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Etc…”. Da Wikidepia leggiamo che Giovanni Battista Pentasuglia, noto come Giambattista (Matera, 3 novembre 1821 – Matera, 4 novembre 1880), è stato un patriota e politico italiano. Noto per essere stato l’unico lucano a prendere parte, sin dal principio, alla spedizione dei Mille, partecipò anche alle guerre d’indipendenza italiane e svolse importanti incarichi nel campo della nascente telegrafia. A seguito dell’Unità d’Italia, fu insignito del titolo nobiliare di Conte, nominato ispettore generale ai telegrafi ed eletto deputato (1861). Ideò e pose in opera il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Sardegna e sullo stretto di Messina. Partecipò anche alla terza guerra d’indipendenza e, una volta terminata, fece ritorno alla sua natia Matera, lavorando come ispettore capo dei telegrafi e passandovi il resto della sua vita. La città lo premiò con una medaglia d’oro per le sue gesta patriottiche. È sepolto nel cimitero di Matera di via IV Novembre. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 76, in proposito scriveva: “Fu nominato tenente del genio militare piemontese, e fu occupato negli uffici telegrafici. Nella guerra della II° Indipendenza (1859) contro l’Austria il tenente Pentasuglia, come telegrafista, rese segnalati servizi all’esercito italo-francese. Come si è detto, egli seguì Garibaldi fin da quando questi salpò da Quarto per la Sicilia, poi, fin al Volturno. Nessuna gratitudine ebbe per lui il nuovo governo italiano ed il valoroso Pentasuglia, disdegnato ma fiero della sua forte anima, si ritirò a Matera ove morì il 4 novembre 1880, povero e lieto di aver compiuto il suo dovere per la Patria.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 30-31, in proposito scriveva: “…è opportuno accennare ad un interessante episodio, di cui fu protagonista un lucano. Fra i Mille, che seguirono Garibaldi in Sicilia, vi era un cittadino di Matera, Giambattista Pentasuglia, telegrafista. Questi, appena sbarcato a Marsala, si affrettò a raggiungere l’ufficio telegrafico. Qualche minuto prima, l’impiegato addetto a tale ufficio, aveva comunicato a Palermo la notizia dell’arrivo di due piroscafi nel porto di Marsala. Il Pentasuglia, dopo aver puntato la rivoltella contro l’impiegato, telegrafò a Palermo che i due vapori “erano borbonici”, e che non vi era, pertanto, alcuna ragione di preoccuparsi.”.   

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi al Fortino del Cervaro e la folla di curiosi che accorsero per vedere l’Eroe dei Due Mondi detto “Carlobardo”

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe….al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Uno studioso di memorie patrie (11), in alcune sue pagine inedite, ricorda l’entusiasmo provato nell’attesa e nell’arrivo dell’Eroe: “Anch’io, con Raffaele Caputo marito della mia zia materna Rosa Santoro, con costei, con Vincenzo Caputo, di lei cognato, con l’armaiuolo (vulgo, armiere), Caggiano, del quale mi sfugge il nome, e qualche altro parente o amico che non ricordo bene, il 4 ci recammo giù giù, alla contrada del Carrara dell’Arena, donde ben si poteva osservare il passaggio dell’atteso corteo. Fermatici in un nostro fondo rasentato dalla consolare delle Calabrie, invano attendemmo il vincitore di Calatafini, Palermo ecc…, che quel giorno non passò. Il domani tutti giù di buon’ora. Oh, l’ansiosa aspettazione ! Splendeva un bel sole. Il viale formicolava di gente d’ogni età e condizione, non esclusa una buona rappresentanza del clero e dei minori osservanti. Finalmente il corteo apparve. Tanto calpestio sollevava nugoli di polvere. Sguardi, braccia tese, acclamazioni interminabili verso chi veniva, su bianco cavallo, in nome di Italia. Quanto fascino emanava da lui e da tutte le camicie sosse! E tra esse, che già ne contavano due partiti da Quarto (12), si confuse l’armiere con altri sedici di questo paese (13). Etc..”.. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (11) postillava che: “(11) Il sacerdote Angelo Rotunno, nato a Padula il 31 gennaio 1851, che contava allora otto anni sette mesi e pochi giorni”.. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (12) postillava che: “(12) Vincenzo Padula ed Antonio Santelmo, di cui già si è parlato.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Lungo ogni via che stimavano dover Egli lambire, con prestezza del baleno, da Reggio a Salerno, si accalcavano le genti convenute da trenta chilometri discosto per compiere nelle parvenze della vista il fantasma plasmato della mente: era gente varia per ordini, per cultura, per età, e gentili donne e poveri contadini e legioni preti, frati, artieri, braccianti; tutti dall’aprirsi dell’alba aspettavano sui ciglioni dei campi il suo passaggio, altri si ghermiva alla cima degli alberi per vederlo da lungi e primo agli altri additarlo. Su quella via passavano alla rinfusa drappelli di militi insorti, schiere di camicie rosse, uffiziali d’ogni lingua e nazione, branchi di regi soldati, i quali laceri, scalzi, e sfiniti, pitoccavano il pane per vivere ai viandanti; e tutti, a ragione d’entusiasmo e di pietà, gittavano all’eco dei colli e delle valli il nome di Lui; ed il nome di Lui riecheggiava, di momento in momento, di punto in punto, fede, augurio speranza….Come egli appariva era gente che cadeva in ginocchio, gente che ne baciava le vesti, gente che voleva torlo in sulle braccia ai suoi brevi alloggiamenti; e di passo in passo, erano rappresentanze di Municipi, d’istituti e di cleri, che si pressavano a compire degli onori uffziali dei Cesari fatti Iddii, il nuovo Cesare fatto popolo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 39 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Tratti appunto da tale irresistibile entusiasmo, i numerosi cittadini, d’ogni età e condizione, accorsi sul Fortino, nel 4 Settembre, dai luoghi circostanti, dalle città e dai villaggi, dalle ville e dai casolari, proruppero in deliranti acclamazioni ed evviva, che la vergine eco ripetè, con incessante lena, su per l’ispido monte Cervaro e giù per la fertile vallea, e che venivano quasi a fugare e disperdere le tristi ricordanze delle passate vicende, di cui erano stati teatro quei luoghi, pei quali erano transitati, nei passati secoli, tiranni ed eserciti invasori, che venivano a ribadire le nostre catene, da Alarico a Carlo V, da Consalvo di Cordova a Bonaparte. Il Dittatore accolse tutti con ineffabile cortesia, che era dote del nobile animo suo, esortandoli alla santa impresa con quella fede e con quella sicurezza, che, anche nei momenti più difficili, non gli vennero mai meno. E tutti rimasero alllora compresi dalla più viva ammirazione pel grande Eroe, in cui lo sguardo acuto e fosforescente, la fronte maestosa e serena, la barba bionda e diffusa, i capelli ricadenti sulla nuca in larghe anella, il viso spirante fiducia e rispetto, l’eloquio meludioso ed affascinante, e tutta la persona agitata e quasi vibrante energia, amore e fede nei destini d’Italia, facevano il più bello e poetico risalto sulla fiammeggiante camicia, che Egli aveva preso per insegna delle sue gloriose e leggendarie imprese a prò dell’umanità oppressa. A quei dolci racconti, appresi dalla viva voce dei fortunati contemporanei, noi esclamiamo col Manzoni: …..”.   L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani,……Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva……Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…………….”.

Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino (o a Casalnuovo ?), Pietro LACAVA e Nicola MIGNOGNA che consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. Etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia, e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Caldarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, invano avevano chiesto denaro alle casse pubbliche ed ai privati, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprorevoli dissidi, edil Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque reputazione” (1).”. Pesce, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 405-406, in propposito scriveva che: Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Cardarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprovevoli dissidi, ed il Genenare rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che spesso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque riputazione”. Da questa lettera del Generale si vede che anche in lui rimase saldo nella mente il grato ricordo di quei luoghi pittoreschi, che per gli importanti avvenimenti sono ormai consacrati alla storia.”. Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”.  Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Alla taverna arrivarono Michele Mignogna e Pietro Lacava mandati dal governo provvisorio di Basilicata per consegnare al Generale la somma di sei mila ducati. Garibaldi accettò ben volentieri quella somma, rispondendo al Mignogna “Gradisco più questa somma che un esercito.”. Difatti urgeva denaro per provvedere ai bisogni di quelle colonne insurrezionali. Una parte di esso servì per alimentare le truppe del generale Caldarelli, che non aveva potuto ottenere dal governo i mezzi necessari (1). Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Mazziotti, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Lacava Michele, opera citata, pag. 701 – Discorso di Pietro Lacava tenutosi in Napoli nel maggio 1911, nel Congresso dei patri superstiti delle patrie battaglie, p. 17.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto. I lucani gli mandavano in attestato di affetto il dono di 6000 ducati (25000 lire) e arruolarono una brigata Lucana che seguì Garibaldi fino a Napoli, dove 900 si sbandarono, mentre gli altri 1200 parteciparono alla campagna del Volturno (3). Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (3) postillava: “(3) Racioppi, 217; Mignogna, 214-215”. Dobelli, a p. 436, postillando di “Mignogna = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignogna, Napoli, 1889.”. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Garibaldi gli stende la mano, gli ripete con voce incantevole: “Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria!”. A cui il Mignogna: “Tutto è possibile, Generale, quando voi volete.” E si dicendo, gli porge un foglio. E’ un telegramma di Giuseppe Libertini presidente del ‘Comitato Unitario che annunzia: “Francesco II, preso congedo da’ Napoletani s’imbarca per Gaeta….” etc…”. Pupino, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). “Dal sig. avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila (pari a L. 25,500), offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segretario Generale della Dittatura Agostino Bertani.” “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Anche press’a poco alle 8 (a.m.) il Generale Garibaldi con le persone che l’accompagnano perviene sulla consolare per Sala ad un gruppo di case chiamato Fortino. Ivi il Generale trova i Signori Mignogna, Prodittatore di Basilicata, e Lacava venuti a salutarlo e per offrirgli D. 6000 in piastre e colonnati (beati tempi!!). E secondo il De Cesare il dono riesce molto gradito al Generale !!! Ed il Lacava fa sapere, che di tal somma il Dittatore ne fa tenere una parte al Generale Caldarelli: il quale marciando tra i nemici popoli ha chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di chi pagare i viveri dei suoi soldati. Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi…..Etc…. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Basilicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pP. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: Lo attendevano Nicola Mignogna e Pietro La Cava: due cospiratori audacissimi, i cui nomi erano segnati a carattere di fuoco nel libro nero della polizia borbonica. Il colloquio sulla effervescenza della Basilicata – sollevatasi dopo il 20 luglio – avvenne nella storica “Osteria”, ove Pisacane radunò il suo minuscolo Stato Maggiore nella notte del 30 giugno 1857. Ed a Garibaldi i suddetti cospiratori lucani consegnarono, in nome del loro Governo provvisorio, ben seimila ducati in ‘piastre e colonnati’. Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Gaetano Lancillotti, a p. 115, in proposito scriveva: “480 Gaetano Lancillotti, Conto sommario degl’introiti e degli esiti fatti dal Governo Provvisorio dlla Insurrezione Lucana nell’agosto e settembre 1860, s. 1., nè a. (1861). Il Prestito Nazionale fruttò al Governo prodittatoriale la somma di duc. 22.930,22 etc…Il resto del riscosso, duc. 6.000, venne consegnato a Giuseppe Garibaldi come risulta dalla lettera di Garibaldi a Giacomo Racioppi del 6 febbraio 1861 da Caprera con la quale si dà quitanza della somma ricevuta.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”

Nel 1856-57, i Processi a diversi rivoluzionari antiborbonici: Nicolò MIGNOGNA

Maria Sofia Corciulo (….), nel suo “Opinione pubblica e processi politici nel regno delle due Sicilie: il caso Mignogna – De Pace (1855-56)”, in “Archivio Storico per le provincie napoletane”, vol. CXXII, Società Napoletana di Storia Patria, 2005, a p. 395 ci parla del processo intentato nel 1856 contro Nicola Mignogna e, a p. 403, in proposito scriveva che: “Sorprendentemente, nonostante le peggiori aspettative, la sentenza fu mite: il 2 ottobre 1856, al Mignogna fu comminato l’esilio dal regno (il Mazzini era intervenuto in suo favore presso l’ambasciata inglese in Napoli). Agli altri imputati, con l’eccezione dei recidivi detenuti, Ventre, Mauro e De Angelis, ai quali furono aggiunti ai 20 che già stavano scontanto altri 12 anni di ferri, non furono inflitte pene eccessivamente dure: due anni al sacerdote De Cicco ed uno al monaco Ruggero. I restanti inquisiti vennero assolti, fra cui il De Pace (25). Etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Nicolò Cataldo Mignogna (Taranto, 28 dicembre 1808 – Giugliano in Campania, 31 gennaio 1870) è stato un patriota e politico italiano. Fu uno dei 1089 componenti della Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi.  Nel 1836 si iscrisse alla Giovine Italia e partecipò ai moti del 1848. Poiché era stata trovata una corrispondenza cifrata nella sua abitazione, nel 1855 fu processato e condannato all’esilio perpetuo dal Regno delle Due Sicilie. Si recò allora a Genova, dove conobbe Giuseppe Garibaldi che lo nominò tesoriere della spedizione dei Mille. A Talamone fu aggregato alla III Compagnia di Giuseppe La Masa e si imbarcò sul Lombardo. Fece amicizia con Emilio Petruccelli, con cui il 5 agosto convocò il comitato d’azione. Il 15 agosto il comitato emise un comunicato che invitava tutti i liberali a convergere a Potenza dove, grazie ad una rivolta civile, fu costituito il governo prodittatoriale nelle persone di Giacinto Albini e di Mignogna. Il 4 settembre 1860 Garibaldi giunse a Fortino di Lagonegro dove fu accolto da Mignogna e da Pietro Lacava, i quali posero gli omaggi del governo lucano e gli consegnarono a nome del popolo seimila ducati, devoluti ai soldati borbonici disertori. Su Nicola Mignogna ha scritto Giuseppe Pepino-Carbonelli (….), nel suo Nicola Mignogna nella storia dell’unità d’Italia, Napoli (1889).

Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino, Garibaldi incontrò Francesco Paolo LAVECCHIA, comandante della Colonna di Tricarico e di stanza a Lagonegro

Pare che al Fortino, Garibaldi, oltre ad avere incontrato il messo di Depretis, Piola-Caselli e Mignogna e Lacava, avesse incontrato e ringraziato anche Francesco Paolo Lavecchia, comandante dei volontari che si trovavano di stanza nel Lagonegrese. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna. Il dittatore ringraziò Lavecchia sia per lo splendido lavoro compiuto nel lagonegrese, sia per avere con intelligenza raccolti e disarmati i gendarmi e i soldati borbonici in fuga, e sotto buona scorta avviati ai propri paesi, sia per aver preparato i viveri alle truppe garibaldine.”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……  

Nel 4 settembre 1860, Turr che aveva accompagnato il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi, a cui consegnarono delle lettere riservate di Depretis e di Cavour 

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 73-74 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz.”. Bertani racconta e testimonia della riunione che si ebbe al Fortino del Cervaro tra Garibaldi, Turr e Piola. Anche Turr era già al Fortino. Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”…”. Sappiamo del viaggio del Piola per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”. L’ultima notizia dell’Agrati non corrisponde al vero in quanto non fu Turr ad “…dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”, ma fu Rustow con buona parte delle truppe garibaldine che il giorno 2 settembre sbarcarono a Sapri con il Turr e con Rustow. Quando Garibaldi arrivò a Sapri e diede l’ordine a Rustow di avviarsi a Vibonati, il Turr aveva lasciato Sapri già dalle prime ore del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; etc…”. Dunque, dai brani e dalle notizie sappiamo che Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. 

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, alla taverna del Fortino del Cervaro ricevè il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, latore di una lettera di DEPRETIS che gli chiedeva l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo

Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annessione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Su Agostino Bertani al Fortino, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”. Trasognai e dissi: “Generale, voi abdicate”. Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Si, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete ancora a Napoli.”. La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Turr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero, che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. “Avete ragione”, disse il generale, e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: “Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C….”. E la scena finì. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier,  possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale.  In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi,  pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”.  Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 86-87, in proposito scriveva: IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proporio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”….”Dopo poco” – continua Bertani – “vidi entrare Garibaldi seguito dal suo compagno e segretario Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito (dividente in due l’unica stanza dell’osteria in cui avveniva il colloquio) e rinchiudersi dietro la porta”…Quando però il Bertani vide entrare anche il Tur ed il Cosenz, irruppe anch’esso nella stanzetta nel momento in cui Garibaldi, “sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza”, dettava al Basso le seguenti parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”(175). Che cosa era avvenuto? Il Piola aveva fatto leggere a Garibaldi la lettera del Depretis, ed aveva poi trovato caldo patrocinatore nella sua tesi nel Tur, che a sua volta, aveva apertamente espresso “il parere di fare l’annessione, però col patto che Depretis fosse nominato luogotenente del Re, e ci venisse mandato tutto il soccorso ncessario per le nostre imprese nel continente”….(176). L’improvvisa entrata del Bertani ed il brusco “movimento involontario di sorpresa” da lui fatto nell’intendere le ultime parole di Garibaldi, fece sospendere la dettatura della lettera, mentre l’ardente rivoluzionario dichiarava apertamente: “Generale, voi abdicate….Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia etc…”…”La discussione” – scrive il Bertani nel suo taccuino (177) – “fu concitata; chi additava la mancanza di danaro,di armi, di volontari…Tur specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino”, mentre il Bertani ricordava a Garibaldi, che la circolare Farini era la sola causa della diminuzione dei volontari, e che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano ‘a Sicilia…”Avete ragione”, disse il generale, “e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di una mezza dozzina di inquieti e cominciate dai due C…. “E la scena” – conclude il Beltrani – “finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere”(178).”. Maraldi, a p. 87, nella nota (177) postillava: “(177) Taccuino del Bertani pubblicato dalla Mario, op. cit., pag. 185-86. Nelle “Ire politiche ecc..”, il Bertani abbellisce il racconto della scena del Fortino con particolari e parole che, alla distanza di nove anni, non potevano provvenire che dalla fantasia dello scrittore.”. Maraldi, a p. 88, nella nota (178) postillava: “(178) Taccuino citato, op. cit., pag. 186. Si noti che, secondo l’Arzano, il fallimento della missione Piola era dovuto anche al fatto che il Piola non inspirava la simpatia di molti amici di Garibaldi…”. Maraldi, postilla della risposta e di ciò che scrive Stefania Turr, la figli di Turr a quanto scritto dal Bertani nel suo Diario (Ire politiche etc..). Stefania scriveva che il padre scriveva che il quella occasione Garibaldi chiamò a consiglio di guerra Cosenz e Turr. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani”  etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 239, in proposito scriveva che: “Depretis era ansioso di sentire da Piola che Garibaldi approvava il suo nuovo atteggiamento, poiché da questo dipendeva il successo o il fallimento di tutta la missione. Quando finalmente, il 4 settembre, Piola raggiunse a Fortino l’esercito in marcia, Garibaldi si trovava completamente impegnato nel dirigere l’impetuosa avanzata su Napoli, e dettò quindi frettolosamente una risposta per confermare che Depretis era libero di agire nel modo che ritenesse opportuno. Evidentemente era cancora convinto che Cavour non avrebbe voluto o potuto resistere alla rivoluzione; ma, giunta la faccenda agli orecchi di Bertani, questi subito protestò, dicendo che rispondere così avrebbe equivalso ad una rinuncia al potere, giacché l’annessione della Sicilia avrebbe tagliato fuori Garibaldi dalla sua base, e, dopo la circolare di Farini contro i volontari, non c’era nessuna garanzia che Cavour non se ne sarebbe servito per nuocere loro anzicché per aiutarli. Perciò il dittatore modificò la risposta al governo siciliano e, dopo più matura riflessione, scrisse di essere pur sempre disposto a fare quanto Depretis raccomandasse, ma circa l’annessione era del parere che “Bonaparte” potesse “ancora aspettare alquanti giorni”, preferendo che tutto venisse fatto contemporaneamente dopo che si fosse raggiunta Roma (1)…..Allorché Piola il 5 settembre giunse a Palermo con la risposta trovò la città più agitata che mai etc…”Mack Smith, a p. 240, nella nota (1) postillava: “(1) A. Bertani, Ire politiche d’oltretomba, pp. 74-77.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte. Garibaldi, sia per quello che gli scriveva a tinte fosche il Depretis, sia per quanto a viva voce narrava il Piola (1), aveva ormai, col parere del Turr e del Cosenz, che erano presenti, acceduto alla richiesta e stava dettando la risposta favorevole, quando entrò il Bertani, il quale (è lui stesso che lo racconta) comprese subito di che si trattava e disse: “Generale voi abdicate! Si, voi tagliate i nervi alla rivoluzione, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è gran forza per voi e oggi tanto maggiore in quanto non esiste ancora Napoli”. Seguì una discussione concitata, a cui parteciparono tutti i presenti e infine Garibaldi disse: “Avete ragione”! e dettò al Segretario Basso la nota risposta di tenore tutto opposto a quella che poco prima stava dettando: “Caro Depretis, mi pare che Buonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi, intanto, di mezza dozzina d’inquieti”. Dopo questo singolare episodio parve che la considerazione del Dittatore per il Bertani fosse maggiormente accresciuta. Il giorno seguente da Sala Consilina egli firmò il decreto che nominava “Il colonnello Bertani Segretario Generale della Dittatura” e che fu poi pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 Settembre.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis , colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola….< La scena (scrive il Bertani) ¹ accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garlibadi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: -Basso, scrivete: Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete ; – allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: – Generale, voi abdicate; – е сараcitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): – Avete ragione, – rispose, e rivoltosi a Basso , che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: Basso, stracciate la lettera. – > E poi con calma riprese a dettare : Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’ inquieti, e cominciate dai due C…› E la scena finì ; > ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana.”

                                                       AL FORTINO IL DIALOGO TRA BERTANI E GARIBALDI 

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola apportatore per lui di collecitazioni del Depretis per la pronta annessione della Sicilia al Piemonte. Il Generale, che è coi suoi seguaci nell’osteria del Fortino, dice a Basso: Scrivete e detta: “Caro Depretis fate l’annessione quando volete”. Ma il Bertani interviene ed osserva: “Generale voi abdicate”. Ed egli: come mai? Ed il Bertani risponde: “Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunziate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, ed oggi tanto maggiore che non siete ancora in Napoli. Il Generale soggiunse: Mi dicono questi amici (additando Turr Cosenz e Piola) che così vuole la Sicilia, che le mancano i denari, che dall’Isola non vengano sufficienti volontarii, nè addestrati alle armi, che avremo altri e più efficaci soccorsi di Torino. Ma il Bertani che di annessioni al Piemonte non vuole a niun costo ripiglia: I vostri picciotti (militi Siciliani) vi seguiranno fiduciosi in ogni impresa dell’Isola, e non vi abbandoneranno mai dovunque andiate combattendo per la libertà della patria. La Sicilia sostenne le spese della guerra finora coi suoi soli denari Siciliani. Nelle casse di Messna stanno a vostra disposizione, ora che parliamo, centinaia di migliaia di piastre. Etc….”Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino , sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala . Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitatamente con Türr giunto anche lui . Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: Caro Depretis, fate l’annessione quando volete. Trasognai e dissi: Generale, voi abdicate.” Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Sì, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana , rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete. ancora a Napoli . “. La discussione fu concitata : chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. Avete ragione, ” disse il generale , e a Türr rammentava che Cavour , che Fanti , che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni . Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C … » E la scena finì. Io rimasi solo col generale , il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione . Gli avversari saranno meco furiosi , ma sento di aver fatto il mio dovere .. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese.  La White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., in proposito aggiungeva di suo: “Nessun dubbio che questo dovere compiuto nel modo reciso e franco che caratterizzava Bertani, era per rendere < furiosi gli avversari; ma sicuramente l’annessione della Sicilia fatta in quel momento sarebbe stata funestissima. Proprio in quel giorno Cavour, convinto d’aver pestato l’acqua nel mortaio in quanto a Napoli, ordinava a Persano di prendere intanto per arra la flotta e i forti, soggiungendo: Non è più a Napoli che noi possiamo acquistare la forza morale necessaria per domare la rivoluzione . L’annessione avrebbe troncato le ali alla rivoluzione li per lì, nè mai più Garibaldi avrebbe potuto telegrafare dal Volturno ‹ Vittoria su tutta la linea. Egli non subiva l’influenza di Bertani, sì fu colpito dalle parole non siete ancora a Napoli; convinto della bontà delle altre ragioni esposte con rara schiettezza , adottò il consiglio . Onde da quel momento si vociferava essere Bertani il mentore del dittatore, e fin d’allora cominciarono tante e tali persecuzioni da schiacciare un uomo di tempra meno forte, di patriottismo meno disinteressato.”.  

Nel 4 settembre 1860, le neviere per la preparazione del ghiaccio e dei gelati alla “Tempa dei Paglioli”

Del trasporto di neve dalle vicine montagne al tempo di Garibaldi vi è la testimonianza diretta del colonello Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 286, nella nota (37) postillava che: “(37) Sulle neviere di Vibonati, cfr. F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II, p. 519”. Policicchio postillando sulle “neviere di Vibonati”, ovvero sulla scorta di ghiaccio che le donne di Vibonati andavano a prendere sul monte Cervato, presso il Fortino, a p. 519 del suo volume “Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II”, spiegava che: “Una volta a rendere questo servizio c’erano le neviere: località poste sui monti atte alla conservazione della neve di cui, poi, i Comuni concedevano la vendita a privati per i bisogni e la rivendita al pubblico. Anche Vibonati, quindi, aveva le sue neviere. La consuetudine era che, nei vari Comuni, la vendita si concedeva ad una sola persona per non aversi danni, al pubblico e al privato, etc…Il rivendicatore (ilconcessionario) si impegnava a non far mancare, giornalmente, la neve pena una ammenda, pari a lire 10 giornaliere agli inizi degli anni Ottanta. Etc…”. Dunque, il colonnello Rustow testimoniava che, messisi in marcia da Vibonati, le brigate dei volontari garibaldini, la mattina del 4 settembre 1860:  “discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Rustow scriveva che una volta discesi al Vallone del Molinello, essi risalirono “gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”. Guardando una carta geografica dell’epoca, del 1788, si vedono chiaramente indicati questi luoghi e toponimi. Rustow testimoniava che essi per risalire al Fortino del Cervaro risalirono gli aspri dirupi della “Tempa degli Paglioli”. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. La “Tempa delli Paglioli” è indicata sulla carta come una “Tempa” (dolci colline),  che si trovano tra il borgo di Torraca e quello di Battaglia, dove vicino, sulla destra e sotto, si trova il “Monte Cocuzzo”.  Sulla destra di “Tempa dei Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo).  Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”

                                      PARTENZA di GARIBALDI da SAPRI ? o da VIBONATI ? per il FORTINO

Nel 4 settembre 1860, la partenza di Garibaldi da Sapri o da Vibonati ?, dove avrebbe pernottato (?) si mise a cavallo e salì al Fortino del Cervaro passando per la strada non molto distante da Torraca, forse seguendo lo stesso percorso che seguì Carlo Pisacane 

La notizia della partenza di Garibaldi da Vibonati, e non da Sapri per il Fortino e, quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che:  “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, la piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri,  si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”,  e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Dunque, sebbene Rustow racconti di essersi avviato in marcia con la sua brigata, da Vibonati di buon mattino, ci testimonia che da Vibonati (?), Garibaldi era già sulla strada per raggiungere il Fortino. Ma, dalla testimonianza di Rustow si evince da dove si partì Garibaldi ?. Rustow (vedi Porro, a p. 19), in proposito scriveva che dopo che la sua colonna si mise in marcia da Sapri: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali e si mise esso stesso alla testa alla colonna.”. Dunque, Rustow racconta che Garibaldi e Cosenz arrivarono verso Villammare e si misero in testa alla colonna. Poi, sempre a p. 19, Rustow racconta che tutti, Garibaldi compreso, andarono a Vibonati. Infatti, a p. 19 scriveva il Porro che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Rustow, però non dice nulla di Garibaldi a Vibonati. Rustow scriveva a p. 20 che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4 ripresimo la marcia.”Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc….. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. La White-Mario che annotava il Bertani, a pp. 456, in proposito scriveva che: Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Bertani  non dice nulla di Vibonati e annotava che Garibaldi si partì per il Fortino da Sapri il giorno Martedì, 4 settembre. Bertani scriveva che Garibaldi, per andare al Fortino si mosse da Sapri e non da Vibonati. Bertani scrive che Garibaldi e la sua comitiva Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata“. Bertani aggiunge che Garibaldi fece lo stesso percorso di Pisacane non mi risulta passò per Vibonati. Pisacane salì da Sapri a Torraca e poi al Fortino. Bertani scriveva: In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Dunque, Racioppi scriveva che Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino”, scriveva cioè che Garibaldi, da Sapri salì al fortino con la divisione di Turr che era sbarcata il giorno prima a Sapri. Discosta dalla testimonianza di Bertani, riportata anche, oltre che nel suo libro, anche dalla giornalista White-Mario, è quella dell’Avv. Carlo Pesce di Lagonegro. La ricostruzione storica di quegli eventi che fa il Pesce è arbitraria anche in un altro punto controverso e cioè se Garibaldi avesse pernottato e quindi si partì da Sapri o avesse pernottato a Vibonati e quindi si partì da Vibonati. Infatti, Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro Duce di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati dal Pisacane (1). Etc…”. Sempre l’avv. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 32, si permette di cambiare “Sapri” e non in “Vibonati”, ed in proposito scriveva che: “narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme alla descrizione di quel viaggio etc…”Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Pesce, a p. 32, corregge il Bertani scrivendo Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre etc…”. Credo che sia stata proprio questa correzione che abbia dato origine alla notizia che Garibaldi, per recarsi al Fortino fosse partito da Vibonati, dove avrebbe pernottato in casa Del Vecchio e non da Sapri, dove come attesta Bertani, e poi lo storico Treveljan, avesse pernottato a Sapri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 29, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Etc…”. La ricostruzione storica che fece il Pesce non risponde a verità in quanto Pesce scriveva che il generale Garibaldi aveva incontrato il generale Turr a Sapri a casa del Gallotti, e con questi si recherà a Vibonati. Sappiamo invece che Garibaldi aveva inviato un dispaccio a Turr che da Sapri si era allontanato prima del suo arrivo. Turr non era a Sapri il 3 settembre quando arrivò Garibaldi. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, etc…”. Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, etc…”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Il 4 Garibaldi è al Fortino di Lagonegro, una taverna situata tra un gruppo di casette coloniche, ai confini lucani con la provincia di Salerno.. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per riconsegnarla all’Italia.”. Romagnano non è corretto quando scrive che “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria!”. Infatti, come si è visto, il generale Turr, su ordine di Garibaldi si era allontanato da Sapri al mattino prestissimo del giorno 3 settembre, senza Garibaldi ed il suo seguito che ancora non era arrivato a Sapri. Prima che Garibaldi partisse da Sapri per dirigersi verso il Fortino del Cervaro, furono le brigate del Turr, portate da Rustow che partirono per Casalnuovo e nella notte arrivarono a Vibonati dove pernottarono. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Sulla notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino….Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Da casa Gallotti al generale Turr comunicò: “Etc…”. Policicchio citava il telegramma o dispaccio che Garibaldi da Sapri inviava a Turr. Proseguendo il suo racconto, Policicchio, a p. 285, riferendosi al telegramma a Turr, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Ma, stando alla testimonianza di Bertani che non parla affatto di pernottamenti a Vibonati, ne cita Vibonati, possiamo affermare che al contrario nutriamo dei seri dubbi che Garibaldi sia passato da Vibonati. Fu Rustow, con una parte dei volontari a fermarsi la notte a Vibonati. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che,  conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi:  Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”      

Nel 1860, a Torraca, la Famiglia Perazzo di Torraca ed il Sindaco PIETRO PAOLO PERAZZO

Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi a Garibaldi che, da Vibonati, con il suo seguito partì per raggiungere il Fortino, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti, ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente” (10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Pietro Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Su Pietro Paolo Perazzo (….), futuro Sindaco di Torraca, ha scritto Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. La Greca, a p. 204 pubblica la foto della via di Torraca intitolata a Pietro Paolo Perazzo. Sebbene il testo riporti pochissimi, se non niente, documenti che riguardino l’epopea di Garibaldi, a causa della dispersione di documenti del periodo preunitario, merita degli approfondimenti. Su Pietro Paolo Perazzo e la famiglia Perazzo di Torraca, a p. 124, nella nota (222) postilla: “(222) E’ lo stesso al quale è intitolata una delle vie principali di Torraca. Fu costui l’ultimo sindaco di Torraca del periodo borbonico e il primo dopo l’Unità. Era figlio di quel Pietro Paolo, il principale attore della vita economica di Torraca fino agli anni Cinquanta; era infatti il più grosso proprietario di animali vaccini del luogo negli anni Trenta e titolare di una conceria, lo stesso che aveva acquistato le terre dell’ex barone di Policastro nel periodo francese, di cui abbiamo detto all’inizio di questo libro; dal punto di vista politico la famiglia era stata molto “fredda” verso il governo borbonico anche se, per proteggere i suoi interessi, non si era esposta né nei moti del ’28 né in quelli del ’48. Il figlio omonimo, questo in parola, in gioventù era stato un osservato speciale del governo borbonico; infatti da studente universitario nel 1855 dovette avere il benestare delle autorità per poter vivere a Napoli. In una lettera della Polizia napoletana, datata 14 aprile 1855, indirizzata al sottintendente di Sala, troviamo scritto: “La prego manifestarmi se la famiglia del giovane D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca sia conosciuta benemerita e degna di fiducia nel Real Governo sotto il rapporto politico e morale; o se Ella a norma del Real Rescritto di massima in vigore per gli studenti creda di potersi permettere al Sig. Perazzo di soggiornare in Napoli come studente”. E il Sottointendente il 28 aprile ne dava informativa all’Intendente: “Sig. Intendente, la condotta politica, morale e religiosa di D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca è stata sempre buona, né si può fare la minima osservazione etc…., giusta la informazioni accasatesi da questa Sottointendenza fra i quali dal Vescovo di Policastro, egli etc…”. In ASS, Intendenza, Istruzione, B. 1840, fasc. 87.”. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 248 scriveva: “(In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 41) Torraca, 6 agosto 1854: Terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo fu Pietro Paolo, anni 47, negoziante, ducati 136.19, etc..”. Su Pietro Paolo Perazzo ha scritto Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri,  in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: I soldati ebbero dono di ciliege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969.  

Nel 4 settembre 1860, la taverna del Fortino del Cervaro (Casaletto Spartano) di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, figlio di Carlo e nipote di don Giovanni o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?, (poi in seguito dei Colombo)

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Alle pendici occidentali del monte Cervaro, rivestito d’elci, di ontani e di querce e tagliato a mezza costa dalla strada statale per la Calabria, sorge a 778 metri di altitudine sul livello del mare, il Fortno, piccolo gruppo di case coloniche dal colore cinerino che le fa confondere,così mimetizzate, con la natura calcarea della zona circostante. Questa piccola frazione del comune di Lagonegro dista dalla cittadina poco più di otto chilometri ed è situata in una zona elevata ben soleggiata, ma quasi brulla. Il viaggiatore che, proveniente da Napoli, giunge in automobile al valico del Fortino, nota sulla destra un piccolo spiazzo circondato da poche case rurali (le cui mura grigiastre portano i segni dei secoli e le sferzate dei venti), legge su una targa azurrina “valio del Fortino” e passa oltre, dando le ali al motore verso Lagonegro. Il Fortino non viene quasi notato nella sua romantica posizione a cavalcioni di una collina, in posizione strategica fra due valli, come una sentinella in vedetta; nessuno dei forestieri si sofferma alla piccola taverna che sa di rurale e di antico e non può certo attrarre la curiosità del viaggiatore. Eppure sul colle del Fortino di Lagonegro, nella semplicità e nella solitudine del luogo alpestre, nella cerchia verde e silenziosa dei monti Cervaro, Serralunga e Salice, su cui da lungi vigila il maestoso Sirino con la piramidale vetta corteggiata da nubi, furono prese ardue decisioni nella storia del Risorgimento.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”.  Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, anche se “nel 1848 fu in compagnia del Capo Urbano di Tortorella e Morigerati, onde opporsi all’invasione Cilentana, nella sommossa”, fu compreso tra gli attendibili politici di 3° classe perché “concessa la Cotituzione, esultò al pari degli altri, ma senza ecedere. Partì per Napoli, ed ivi si trattenne qualche tempo. Ritornato in patria, ha serbato regolare condotta”(57). Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (57) postillava: “(57) Dal Giudice Regio di Vibonati, in maggio 1857, gli fu rilasciata carta di passaggio per Salerno col consueto obbligo di portarsi, all’arrivo, presso il Commissario di polizia del capoluogo. Quando vi giunse, il primo giugno, nel sottoporre la carta a vidimazione, domandò di potersi portare a Napoli con la stessa carta. Ivi, b. 31, f. 32,38.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, etc….. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno. Il nome di quella località deriva da un antico fortilizio, di cui il mio caro amico il Com. Roberto Gaetani di Sapri mi scriveva nel 1907 che si scorgevano ancora i ruderi (3). La comitiva si fermò in una taverna, divenuta già celebre perché ivi si fermò nel 1857 la spedizione di Pisacane la quale purtroppo vi decise la partenza nefasta per Padula e per Sanza, andando incontro a tragica fine. Il sacerdote Arcangelo Rotunno di Padula, ispettore onorario dei monumenti e scavi nel circondario di Sala Consilina, uno studioso modesto e valoroso, ha redatto su quella taverna ormai storica due relazioni nel 1914 le quali chiariscono le poche modificazioni avvenute in quel rustico locale dopo la fermata del dittatore, e ne ha rilevate due fotografie, di cui cortesemente mi inviò copia.”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (3) postillava: “(3) I ruderi sono a cinquanta metri dalla taverna.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata. Fuori dall’edificio un gruppo di ragazzi si sollazza al sole delle due e mezza, discutendo di calcio, proprio sotto l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia. Tanto che sia Nicola che suo fratello Mario sono nati nell’appartamento al primo piano, sopra il bar. E’ contento Nicola della tua visita. E’ l’occasione buona, ad esempi, per tirare giù dalla parete una cornice a giorno in cui sono piazzate le foto delle adunate garibaldine che si facevano alla taverna fino a una decina d’anni fa. Te l’appoggia sul vecchio bilardino, sotto la lapide, toglie lo straccio una ditata abbondante di polvere e mostra le foto una per una: gruppi di camice rosse col bicchiere in mano festanti, in festanti, in mezzo alle quali spunta addirittura un sosia del generale. Però c’è anche altro da vedere. Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.

Nel 4 settembre 1860, il barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI, nipote di Giovanni, proprietario della taverna del Fortino del Cervaro che ospitò Garibaldi

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Infatti, l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi…..accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro; ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poco buona accoglienza, Carlo Pisacane, etc…. E là, nell’osteria del Fortino – etc…narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Eravamo affamati – occupammo la solita stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscita, etc…Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e dal comandante piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta…Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte etc…”. Dunque, Agostino Bertani descriveva i due ambienti di cui era costituito il piccolo fabbricato della Taverna. Sempre il Pesce, a p. 38, in proposito scriveva pure: “….risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quela di Salerno tra il territorio di Lagonegro e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: “Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”

                                                                   GARIBALDI al FORTINO del CERVARO

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla “taverna” del Fortino del Cervaro, piccola frazione di Casaletto Spartano

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 456-457, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; con Giacinto Albini e Nicola Mignogna, prodittatori della Basilicata; con Pietro Lacava, segretario del governo provvisorio lucano; con Giuseppe Mango, commissario organizzatore del circondario di Lagonegro; con la giornalista inglese Jessie White ed il marito Alberto Mario (61). Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Devo però precisare che ciò che scrive il Fusco, a pp. 146-147, in proposito scriveva che Garibaldi: “….salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; etc..”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Inoltre, è errato quando scrive che Garibaldi, “….nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione;” è corretto solo che Garibaldi, al Fortino incontrò Stefano Turr, al quale aveva scritto da Sapri, ma Fusco sbaglia a scrivere che Garibaldi, al Fortino incontrò anche il Bertani e Cosenz. Secondo il racconto del Bertani (….), riportato anche dalla giornalista Jessie White Mario, Bertani stesso arrivò con Garibaldi a Sapri, insieme a Cosenz e con essi si portò a Vibonati, e con essi salì al Fortino. Garibaldi si incontrò al Fortino con Bertani e Cosenz ma essi erano con lui a Sapri ed insieme proseguirono al Fortino. Insieme a Garibaldi, a Bertani, a Cosenz, salì al Fortino anche il generale Gandini della Brigata Milano.  Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare etc…”. Dunque, a Sapri, Garibaldi arrivò con Cosenz, Bixio, Medici, Sartori e Basso, essi erano in sette come scrisse pure il Bertani ed è plausibile che essi si recarono al Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre all’alba Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buona ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva etc….” (151). Quella che si tenne nella taverna di Fortino fu, dunque, un vero e proprio consiglio di guerra. Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche il generale di divisione dell’Esercito Meridionale, l’ungherese Istvàn (italianizzato Stefano Turr, il maggiore generale Enrico Cosenz, il segretario personale, oltre che fedelissimo amico, di Garibaldi, il nizzardo Giovanni Battista Basso, ed infine il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, etc…”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “….rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..insieme a Rustow…..La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare……Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 1857 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi nell’attuale comune di Casalnuovo, in proposito scriveva che: “Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino.  De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo ma credo che gli accompagnatori di Garibaldi si partissero dal Fortino, ovvero essi erano al Fortino con Garibaldi. Queste notizie, De Crescenzo le prese dal testo di Giuseppe Guerzoni (….), del suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Dalla notizia degli amici e accompagnatori di Garibaldi possiamo dire se questi personaggi facessero parte della comitiva che da Castrocucco accompagnava Garibaldi a Sapri ?. Sappiamo che il generale Turr, non era a Sapri perchè era partito per il Fortino su ordine di Garibaldi. Sappiamo che il generale Enrico Cosenz era con Bertani e Garibaldi a Castrocucco, da dove in barca si recarono a Sapri. Di Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, sappiamo che solo Nullo viene citato come uno dei sei che accompagnava Garibaldi a Sapri. E’ molto probabile che Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Mordini, Missori e Serafini, fossero già al Fortino per incontrarsi con Garibaldi. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi al Fortino del Cervaro e la folla di curiosi che accorsero per vedere l’Eroe dei Due Mondi detto “Carlobardo”

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe….al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Uno studioso di memorie patrie (11), in alcune sue pagine inedite, ricorda l’entusiasmo provato nell’attesa e nell’arrivo dell’Eroe: “Anch’io, con Raffaele Caputo marito della mia zia materna Rosa Santoro, con costei, con Vincenzo Caputo, di lei cognato, con l’armaiuolo (vulgo, armiere), Caggiano, del quale mi sfugge il nome, e qualche altro parente o amico che non ricordo bene, il 4 ci recammo giù giù, alla contrada del Carrara dell’Arena, donde ben si poteva osservare il passaggio dell’atteso corteo. Fermatici in un nostro fondo rasentato dalla consolare delle Calabrie, invano attendemmo il vincitore di Calatafini, Palermo ecc…, che quel giorno non passò. Il domani tutti giù di buon’ora. Oh, l’ansiosa aspettazione ! Splendeva un bel sole. Il viale formicolava di gente d’ogni età e condizione, non esclusa una buona rappresentanza del clero e dei minori osservanti. Finalmente il corteo apparve. Tanto calpestio sollevava nugoli di polvere. Sguardi, braccia tese, acclamazioni interminabili verso chi veniva, su bianco cavallo, in nome di Italia. Quanto fascino emanava da lui e da tutte le camicie sosse! E tra esse, che già ne contavano due partiti da Quarto (12), si confuse l’armiere con altri sedici di questo paese (13). Etc..”.. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (11) postillava che: “(11) Il sacerdote Angelo Rotunno, nato a Padula il 31 gennaio 1851, che contava allora otto anni sette mesi e pochi giorni”.. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (12) postillava che: “(12) Vincenzo Padula ed Antonio Santelmo, di cui già si è parlato.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Lungo ogni via che stimavano dover Egli lambire, con prestezza del baleno, da Reggio a Salerno, si accalcavano le genti convenute da trenta chilometri discosto per compiere nelle parvenze della vista il fantasma plasmato della mente: era gente varia per ordini, per cultura, per età, e gentili donne e poveri contadini e legioni preti, frati, artieri, braccianti; tutti dall’aprirsi dell’alba aspettavano sui ciglioni dei campi il suo passaggio, altri si ghermiva alla cima degli alberi per vederlo da lungi e primo agli altri additarlo. Su quella via passavano alla rinfusa drappelli di militi insorti, schiere di camicie rosse, uffiziali d’ogni lingua e nazione, branchi di regi soldati, i quali laceri, scalzi, e sfiniti, pitoccavano il pane per vivere ai viandanti; e tutti, a ragione d’entusiasmo e di pietà, gittavano all’eco dei colli e delle valli il nome di Lui; ed il nome di Lui riecheggiava, di momento in momento, di punto in punto, fede, augurio speranza….Come egli appariva era gente che cadeva in ginocchio, gente che ne baciava le vesti, gente che voleva torlo in sulle braccia ai suoi brevi alloggiamenti; e di passo in passo, erano rappresentanze di Municipi, d’istituti e di cleri, che si pressavano a compire degli onori uffziali dei Cesari fatti Iddii, il nuovo Cesare fatto popolo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 39 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Tratti appunto da tale irresistibile entusiasmo, i numerosi cittadini, d’ogni età e condizione, accorsi sul Fortino, nel 4 Settembre, dai luoghi circostanti, dalle città e dai villaggi, dalle ville e dai casolari, proruppero in deliranti acclamazioni ed evviva, che la vergine eco ripetè, con incessante lena, su per l’ispido monte Cervaro e giù per la fertile vallea, e che venivano quasi a fugare e disperdere le tristi ricordanze delle passate vicende, di cui erano stati teatro quei luoghi, pei quali erano transitati, nei passati secoli, tiranni ed eserciti invasori, che venivano a ribadire le nostre catene, da Alarico a Carlo V, da Consalvo di Cordova a Bonaparte. Il Dittatore accolse tutti con ineffabile cortesia, che era dote del nobile animo suo, esortandoli alla santa impresa con quella fede e con quella sicurezza, che, anche nei momenti più difficili, non gli vennero mai meno. E tutti rimasero alllora compresi dalla più viva ammirazione pel grande Eroe, in cui lo sguardo acuto e fosforescente, la fronte maestosa e serena, la barba bionda e diffusa, i capelli ricadenti sulla nuca in larghe anella, il viso spirante fiducia e rispetto, l’eloquio meludioso ed affascinante, e tutta la persona agitata e quasi vibrante energia, amore e fede nei destini d’Italia, facevano il più bello e poetico risalto sulla fiammeggiante camicia, che Egli aveva preso per insegna delle sue gloriose e leggendarie imprese a prò dell’umanità oppressa. A quei dolci racconti, appresi dalla viva voce dei fortunati contemporanei, noi esclamiamo col Manzoni: …..”.   L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani,……Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva……Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…………….”

Nel 4 settembre 1860, Turr che aveva accompagnato il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi, a cui consegnarono delle lettere riservate di Depretis e di Cavour 

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 73-74 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz.”. Bertani racconta e testimonia della riunione che si ebbe al Fortino del Cervaro tra Garibaldi, Turr e Piola. Anche Turr era già al Fortino. Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”…”. Sappiamo del viaggio del Piola per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”. L’ultima notizia dell’Agrati non corrisponde al vero in quanto non fu Turr ad “…dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”, ma fu Rustow con buona parte delle truppe garibaldine che il giorno 2 settembre sbarcarono a Sapri con il Turr e con Rustow. Quando Garibaldi arrivò a Sapri e diede l’ordine a Rustow di avviarsi a Vibonati, il Turr aveva lasciato Sapri già dalle prime ore del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; etc…”. Dunque, dai brani e dalle notizie sappiamo che Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. 

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, alla taverna del Fortino del Cervaro ricevè il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, latore di una lettera di DEPRETIS che gli chiedeva l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo

Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annessione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Su Agostino Bertani al Fortino, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”. Trasognai e dissi: “Generale, voi abdicate”. Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Si, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete ancora a Napoli.”. La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Turr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero, che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. “Avete ragione”, disse il generale, e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: “Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C….”. E la scena finì. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier,  possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale.  In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi,  pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”.  Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 86-87, in proposito scriveva: IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proporio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”….”Dopo poco” – continua Bertani – “vidi entrare Garibaldi seguito dal suo compagno e segretario Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito (dividente in due l’unica stanza dell’osteria in cui avveniva il colloquio) e rinchiudersi dietro la porta”…Quando però il Bertani vide entrare anche il Tur ed il Cosenz, irruppe anch’esso nella stanzetta nel momento in cui Garibaldi, “sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza”, dettava al Basso le seguenti parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”(175). Che cosa era avvenuto? Il Piola aveva fatto leggere a Garibaldi la lettera del Depretis, ed aveva poi trovato caldo patrocinatore nella sua tesi nel Tur, che a sua volta, aveva apertamente espresso “il parere di fare l’annessione, però col patto che Depretis fosse nominato luogotenente del Re, e ci venisse mandato tutto il soccorso ncessario per le nostre imprese nel continente”….(176). L’improvvisa entrata del Bertani ed il brusco “movimento involontario di sorpresa” da lui fatto nell’intendere le ultime parole di Garibaldi, fece sospendere la dettatura della lettera, mentre l’ardente rivoluzionario dichiarava apertamente: “Generale, voi abdicate….Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia etc…”…”La discussione” – scrive il Bertani nel suo taccuino (177) – “fu concitata; chi additava la mancanza di danaro,di armi, di volontari…Tur specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino”, mentre il Bertani ricordava a Garibaldi, che la circolare Farini era la sola causa della diminuzione dei volontari, e che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano ‘a Sicilia…”Avete ragione”, disse il generale, “e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di una mezza dozzina di inquieti e cominciate dai due C…. “E la scena” – conclude il Beltrani – “finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere”(178).”. Maraldi, a p. 87, nella nota (177) postillava: “(177) Taccuino del Bertani pubblicato dalla Mario, op. cit., pag. 185-86. Nelle “Ire politiche ecc..”, il Bertani abbellisce il racconto della scena del Fortino con particolari e parole che, alla distanza di nove anni, non potevano provvenire che dalla fantasia dello scrittore.”. Maraldi, a p. 88, nella nota (178) postillava: “(178) Taccuino citato, op. cit., pag. 186. Si noti che, secondo l’Arzano, il fallimento della missione Piola era dovuto anche al fatto che il Piola non inspirava la simpatia di molti amici di Garibaldi…”. Maraldi, postilla della risposta e di ciò che scrive Stefania Turr, la figli di Turr a quanto scritto dal Bertani nel suo Diario (Ire politiche etc..). Stefania scriveva che il padre scriveva che il quella occasione Garibaldi chiamò a consiglio di guerra Cosenz e Turr. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani”  etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 239, in proposito scriveva che: “Depretis era ansioso di sentire da Piola che Garibaldi approvava il suo nuovo atteggiamento, poiché da questo dipendeva il successo o il fallimento di tutta la missione. Quando finalmente, il 4 settembre, Piola raggiunse a Fortino l’esercito in marcia, Garibaldi si trovava completamente impegnato nel dirigere l’impetuosa avanzata su Napoli, e dettò quindi frettolosamente una risposta per confermare che Depretis era libero di agire nel modo che ritenesse opportuno. Evidentemente era cancora convinto che Cavour non avrebbe voluto o potuto resistere alla rivoluzione; ma, giunta la faccenda agli orecchi di Bertani, questi subito protestò, dicendo che rispondere così avrebbe equivalso ad una rinuncia al potere, giacché l’annessione della Sicilia avrebbe tagliato fuori Garibaldi dalla sua base, e, dopo la circolare di Farini contro i volontari, non c’era nessuna garanzia che Cavour non se ne sarebbe servito per nuocere loro anzicché per aiutarli. Perciò il dittatore modificò la risposta al governo siciliano e, dopo più matura riflessione, scrisse di essere pur sempre disposto a fare quanto Depretis raccomandasse, ma circa l’annessione era del parere che “Bonaparte” potesse “ancora aspettare alquanti giorni”, preferendo che tutto venisse fatto contemporaneamente dopo che si fosse raggiunta Roma (1)…..Allorché Piola il 5 settembre giunse a Palermo con la risposta trovò la città più agitata che mai etc…”Mack Smith, a p. 240, nella nota (1) postillava: “(1) A. Bertani, Ire politiche d’oltretomba, pp. 74-77.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte. Garibaldi, sia per quello che gli scriveva a tinte fosche il Depretis, sia per quanto a viva voce narrava il Piola (1), aveva ormai, col parere del Turr e del Cosenz, che erano presenti, acceduto alla richiesta e stava dettando la risposta favorevole, quando entrò il Bertani, il quale (è lui stesso che lo racconta) comprese subito di che si trattava e disse: “Generale voi abdicate! Si, voi tagliate i nervi alla rivoluzione, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è gran forza per voi e oggi tanto maggiore in quanto non esiste ancora Napoli”. Seguì una discussione concitata, a cui parteciparono tutti i presenti e infine Garibaldi disse: “Avete ragione”! e dettò al Segretario Basso la nota risposta di tenore tutto opposto a quella che poco prima stava dettando: “Caro Depretis, mi pare che Buonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi, intanto, di mezza dozzina d’inquieti”. Dopo questo singolare episodio parve che la considerazione del Dittatore per il Bertani fosse maggiormente accresciuta. Il giorno seguente da Sala Consilina egli firmò il decreto che nominava “Il colonnello Bertani Segretario Generale della Dittatura” e che fu poi pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 Settembre.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis , colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola….< La scena (scrive il Bertani) ¹ accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garlibadi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: -Basso, scrivete: Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete; – allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: – Generale, voi abdicate; – е сараcitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): – Avete ragione, – rispose, e rivoltosi a Basso , che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: Basso, stracciate la lettera. – > E poi con calma riprese a dettare : Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’ inquieti, e cominciate dai due C…› E la scena finì ; > ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana.”

                                                AL FORTINO IL DIALOGO TRA BERTANI E GARIBALDI 

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola apportatore per lui di collecitazioni del Depretis per la pronta annessione della Sicilia al Piemonte. Il Generale, che è coi suoi seguaci nell’osteria del Fortino, dice a Basso: Scrivete e detta: “Caro Depretis fate l’annessione quando volete”. Ma il Bertani interviene ed osserva: “Generale voi abdicate”. Ed egli: come mai? Ed il Bertani risponde: “Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunziate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, ed oggi tanto maggiore che non siete ancora in Napoli. Il Generale soggiunse: Mi dicono questi amici (additando Turr Cosenz e Piola) che così vuole la Sicilia, che le mancano i denari, che dall’Isola non vengano sufficienti volontarii, nè addestrati alle armi, che avremo altri e più efficaci soccorsi di Torino. Ma il Bertani che di annessioni al Piemonte non vuole a niun costo ripiglia: I vostri picciotti (militi Siciliani) vi seguiranno fiduciosi in ogni impresa dell’Isola, e non vi abbandoneranno mai dovunque andiate combattendo per la libertà della patria. La Sicilia sostenne le spese della guerra finora coi suoi soli denari Siciliani. Nelle casse di Messna stanno a vostra disposizione, ora che parliamo, centinaia di migliaia di piastre. Etc….”Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino , sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala . Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitatamente con Türr giunto anche lui . Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: Caro Depretis, fate l’annessione quando volete. Trasognai e dissi: Generale, voi abdicate.” Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Sì, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana , rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete. ancora a Napoli . “. La discussione fu concitata : chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. Avete ragione, ” disse il generale , e a Türr rammentava che Cavour , che Fanti , che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni . Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C … » E la scena finì. Io rimasi solo col generale , il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione . Gli avversari saranno meco furiosi , ma sento di aver fatto il mio dovere .. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese.  La White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., in proposito aggiungeva di suo: “Nessun dubbio che questo dovere compiuto nel modo reciso e franco che caratterizzava Bertani, era per rendere < furiosi gli avversari; ma sicuramente l’annessione della Sicilia fatta in quel momento sarebbe stata funestissima. Proprio in quel giorno Cavour, convinto d’aver pestato l’acqua nel mortaio in quanto a Napoli, ordinava a Persano di prendere intanto per arra la flotta e i forti, soggiungendo: Non è più a Napoli che noi possiamo acquistare la forza morale necessaria per domare la rivoluzione . L’annessione avrebbe troncato le ali alla rivoluzione li per lì, nè mai più Garibaldi avrebbe potuto telegrafare dal Volturno ‹ Vittoria su tutta la linea. Egli non subiva l’influenza di Bertani, sì fu colpito dalle parole non siete ancora a Napoli ; convinto della bontà delle altre ragioni esposte con rara schiettezza , adottò il consiglio . Onde da quel momento si vociferava essere Bertani il mentore del dittatore, e fin d’allora cominciarono tante e tali persecuzioni da schiacciare un uomo di tempra meno forte, di patriottismo meno disinteressato.”

Nel 4 settembre 1860, a Sapri, partenza di PIOLA-CASELLI da Sapri imbarcatosi per Palermo

Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.

Nel 4 settembre 1860, al Fortino, Garibaldi incontrò e ricevè anche il Commissario Mango

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 40, in proposito scriveva che: “Congedandosi il Generale dal Commissario Mango ebbe a dirgli in tuono energico e sicuro: ‘Mango, non una goccia di sangue dovrà spargersi’; ed in queste memorande parole è compendiato tutto il programma della gloriosa impresa.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………………..”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino di Lagonegro era stata presa la grande decisione nell’interesse della rivoluzione e dell’Italia. Qualche ora dopo Garibaldi si congedò dal Commissario civile di Lagonegro, avv. Mango, con queste prole: “Mango, non una goccia di sangue dovrà spargeri”.”

Nel 4 settembre 1860, a Napoli, ultimo Consiglio di Guerra di Generali borbonici

Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a pp. 909-910, in proposito scriveva che: La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai men numerosa, ebbe luogo un ultimo Consiglio di generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, né tra Campagna e Salerno, né tra Salerno e Napoli, e non rimanere altra linea di difesa che tra Capua e Gaeta, tra il Volturno e il Garigliano.”.

                                  RUSTOW, da Vibonati in marcia per il FORTINO e per CASALNUOVO

Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, la strada o il percorso che intraprese in marcia il colonnello polacco Rustow, insieme alle sue brigate raggiunse la crespa del “Feralunga” (monte Serralunga) sotto il monte Cocuzzo e, ridiscese nella gola del Gauro, che sbocca presso la Taverna del Fortino del Cervaro sulla strada consolare che va a Casalbuono

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli . Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”.

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, etc…”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala,… Etc…”. Dunque, Pesce, sulla scorta di Bertani ed altri, scriveva che Garibaldi, da Vibonati, il 4 settembre 1860, passando per Torraca salì sulle pendici del Monte Cervaro e così arrivò al Fortino. Ma, a parte la notizia che Garibaldi fosse partito da Vibonati, quale è stato il suo percorso ? Sappiamo pure che da Vibonati, e questa notizia è certa, Rustow, insieme ai suoi volontari risalì al Fortino del Cervaro. Ma quale percorso fecero i suoi volontari garibaldini ?. Un testimomone di eccezione è stato il colonnello polacco Wilhelm Rustow. Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi…..Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunti a Forlino alle 11 e mezzo, Etc…”. Dunque, Rustow testimoniava che si mise in marcia da Vibonati il giorno 4 settembre 1860, alle 5 del mattino ed arrivò al Fortino alle 11 del mattino del giorno 4 settembre per mettersi in marcia per Casalbuono di sera ed arrivare lì il giorno 5 settembre.  Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Dunque, lo storico Treveljan scriveva che fu Garibaldi, e non Rustow a portare le brigate dei volontari garibaldini al Fortino. Ciò non corrisponde del tutto al vero in quanto come scriveva lo stesso Rustow, Garibaldi si era portato in avanti e li aveva preceduti al Fortino, dove arrivarono entrambi ma separatamente il giorno 4 settembre 1860. Nel suo racconto, in cui testimonia il percorso che le sue brigate fecero da Sapri a Vibonati e da Vibonati il giorno 4 settembre per risalire al Fortino. Forse passarono non molto distanti da Torraca. Nel suo racconto si evince che prima di arrivare al Fortino, Rustow ed i suoi volontari garibaldini, arrivarono alla gola del Gauro” (una gola non molto distante dalla via consolare su cui si trovava la taverna del Fortino del monte Cervaro). Sempre nel suo racconto, Rustow cita alcuni luoghi come “discesimo (da Vibonati) pel Vallone del Molinello”,  risalimmo “arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”,  e poi, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare.”. In una carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection.  Probabilmente, “Gitto” è il cartografo collaboratore di Rizzi-Zannoni. La carta è estremamente interessante perchè in essa sono rappresentati diversi toponimi sconosciuti. Al momento posso dire che la carta si trova conservata presso la Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte. La “Bibliotheca Hertziana” è stata fondata a Roma nel 1913 da una fondazione di Henriette Hertz sotto la direzione di Ernst Steinmann. Da allora l’istituto ha sede nel Palazzo Zuccari a Roma. Nella carta del 1788, ad esempio, il “vallone del Molinello” è un piccolo torrente che oggi non viene riportato sulle carte fisiche del Golfo di Policastro. sfocia verso la costa di Villammare e risale con due un bracci verso Vibonati e con un altro braccio verso la Madonna dei Cordici da cui risale verso Torraca. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. Sulla destra di “Tempa degli Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo).  Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”.  La frazione di Fortino sorge sul confine con la Basilicata, ed una parte minore del suo abitato appartiene al comune lucano di Lagonegro, in provincia di Potenza. Essa rappresenta, quindi, un rarissimo caso di frazione divisa fra due amministrazioni regionali. Vi sono inoltre 24 località, costituite da piccoli gruppi di case e cascine rurali, e popolate da poche decine di abitanti tra cui Affonnatora. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito …..Etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii , tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.

Nel 4 settembre 1860, RUSTOW e le sue brigate marciò ed arrivò al Fortino del Cervaro, alle 11 e mezzo,  seguito giorni dopo dalla brigata Spinazzi e la brigata Bologna o Puppi

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redassi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ….(172) “. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: Il generale Gandini, comandante della brigata Milano, era arrivato anch’egli a Vibonati, da dove il giorno dopo ripartì attraversando il Passo del Monte Cocuzzo e Casalbuono, al fine di ostacolare eventuali spostamenti di forze nemiche.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marcie alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato la Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Etc…”. Il Pecorini si riferiva alle due brigate, la Milano e la Spinazzi come rilevasi a p. 149 quando scrive della lettera di Garibaldi a Turr “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Etc…”. Dunque, secondo il Pecorini, il forte distaccamento della brigata Milano e quella del maggiore Spinazzi che Turr, su ordine di Garibaldi e di Turr, il 4 settembre 1860, di mattina marciarono, ma non si recarono al Fortino, seguendo Garibaldi ma andarono direttamente a Casalnuovo dove arrivarono il 5 settembre. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro, doveva arrivare a Sapri. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. Etc…Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…. Dunque, Rustow testimoniava che le sue brigate arrivarono al Fortino alle 11 e mezzo del mattino e verso la sera marciarono per Casalnuovo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4. arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5. marciò verso Sala, etc…”.  Rustow a p. 349 proseguendo il suo racconto scriveva che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito dal dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 con la brigata Milano.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi…..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri – Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore….(2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Dunque, lo storico Treveljan scriveva che fu Garibaldi, e non Rustow a portare le brigate dei volontari garibaldini al Fortino. Ciò non corrisponde del tutto al vero in quanto come scriveva lo stesso Rustow, Garibaldi si era portato in avanti e li aveva preceduti al Fortino, dove arrivarono entrambi ma separatamente il giorno 4 settembre 1860.  Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora riprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora apprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Policicchio, a p. 139, in proposito scriveva pure che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe. Il Fortino è nel salernitano etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii , tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.  

Nel 4 settembre 1860, alla taverna del Fortino (o a Casalnuovo ?), il generale Turr manda un telegramma con richiesta di vettovaglie

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 408, in proposito scriveva che: “Non mancò allora, da parte del Comune, il contributo pecuniario per le spese dell’insurrezione etc….Al Commissario Civile Mango giunse, nel 5 settembre, un telegramma del Dittatore di tener pronte 25 mila razioni di viveri per le truppe di passaggio; le razioni furono bensì tutte preparate a spese del Comune, ma non tutte furono consumate per le truppe garibaldine, perchè quella notizia conteneva, forse, il solito stratagemma di far credere alle popolazioni ed all’esercito borbonico che Garibaldi disponesse d’un numero assai maggiore di militi (1).”. Pesce, a p. 408, nella nota (1) postillava: “(1) Rilevasi dalla deliberazione del Decurionato del 10 Gennaio 1861: “Il Sindaco Ladaga ha dato lettura d’un uffizio del Commissario Civile del 5 settembre 1860, contenente un telegramma del Generale Garibaldi, che ordinava di tener pronto questo Comune 25 mila razioni viveri per le truppe da passare….Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 399, in proposito scriveva che: “…si debba datare dalla mattina del 5 settembre e si debba considerare come risultante dai telegrammi, dagli allarmi e dalle corse della notte 4-5 settembre durante la quale si tenne un ultimo consiglio dei Ministri fino all’alba (Pianel, 194-195, dal diario della moglie) e il Forbes e il Gallenga sparsero i loro telegrammi per Napoli e Salerno. Uno di questi telegrammi è così riprodotto nel MONNIER, 273: “Gallenga a….(nome mancance): Eboli, 5 sett., 1 e mezza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini comandati da Turr sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicini a noi”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Si riferisce al telegramma scritto dal generale Turr il 4 settembre ed indirizzato al Comandante Civile Mango di Lagonegro, in cui Turr chiedeva la preparazione di 25 razioni di viveri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “…”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………….”.

Nel 4 settembre 1860, Peard, Forbes e Fabrizi erano ad Eboli ed il telegramma di Peard a Pietro Ulloa

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”.  Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Sempre Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 119, in proposito scriveva pure che: “VII. Che cosa frattanto era avvenuto ? Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del ‘Times’ – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Cardarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata fra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e baciargli la mano. Etc…”. De Crescenzo si riferisce al Diario di Gallenga. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (….),  lavorava come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416-417, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala avevan preso il Peard per il Dittatore ! E quando poco dopo il Forbes aveva raggiunto l’amico in un vicino paese l’aveva trovato, col colonnello Fabrizi e col Gallenga, corrispondente del Times, alloggiato con tutti gli onori in casa del Sindaco, che, al par di tutti lo credeva Garibaldi in persona. Il Peard aveva ritenuto opportuno non dissipare ma anzi confermare l’equivoco, industriandosi di trarne profitto. Continuando nella burla in tutti i paesi che incontrava, preordinava in quelli in cui sarebbe giunto il dì dopo, alloggi e viveri per migliaia di persone con le quali egli, firmandosi Garibaldi, si diceva prossimo ad arrivare. E questa notizia, sùbito ritelegrafata a apoli, aveva aumentato la confusione e il terrore negli alti comandi e nei circoli di Corte. l Forbes ed il Peard sono ad Eboli il 4 settembre. Anche qui il creduto Garibaldi riceve accoglienze di indescrivibile entusiasmo. Vengono ad ossequiarlo le autorità e molti cospicui cittadini col Vescovo alla testa. Peard dà ordini, disposizioni, istruzioni e sosptiene come può la sua parte nella commedia. Ma temendo che a lungo andare la beffa si scopra, si ritira a riposare, ordinando ad un compagno,segretario posticcio, di rispondere ai visitatori che il Dittatore dorme. Qui ad Eboli il Peard ha la trovata migliore. Fa hiamre l’impiegato del telegrafo e gli ordina di spedire a Pietro Ulloa – nuovo presidente dei ministri secondo la voce che corre – un telegramma in cui lo avverte che Garibaldi è arrivato ad Eboli con altre 10 mila uomini forniti di tutto, e gli consiglia di ritirare ogni truppa da Salerno, etc…. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VII. Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del Times – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Caldarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata tra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo Diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e per baciargli la mano. “Una vera seccatura però – continuava a raccontare – quando deputazioni di ogni genere arrivarono da tutti i paraggi a baciar la mano alla mia signora illustrissima, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”.

Nel 4 settembre 1860, la fuga del generale PIANELL, Ministro della Guerra di Francesco II

Francesca Bellavigna (….), nel suo “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII, nella sua “Introduzione”, a p. 609, in proposito scriveva che: “Nel luglio 1860 il generale Pianell, richiamato dagli Abruzzi, fu nominato da Francesco II ministro della Guerra. La sua condotta, debolmente difensiva allo sbarco e all’avanzata di Garibaldi, fu aspramente criticata e produsse, o forse contribuì a produrre, una resa quasi totale dell’esercito napoletano in Sicilia e in Calabria. Il 4 settembre, in momenti di grande confusione, il generale Pianell e la moglie Eleonora abbandonarono Napoli con un lasciapassare del Re per un periodo di sei mesi di aspettativa. Erano diretti prima a Civitavecchia su un vapore inglese e poi a Roma; qui furono dal governo vaticcano garbatamente allontanati come non desiderabili e si diressero prima a Marsiglia e poi a Parigi. Etc…Il Regno delle Due Sicilie non esisteva più. Il generale e sua moglie, con un lasciapassare del Console del re di Sardegna a Parigi, rientrarono in Italia e si fermarono a Torino. I genitori di Eleonora, fuggiti anch’essi da Napoli nel settembre 1860, si erano rifugiati a Firenze. A Torino il generale si recò da Cavour con una lettera di presentazione del Conte Vimercati.”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Salvatore Pianell (Palermo, 9 novembre 1818 – Verona, 5 aprile 1892) è stato un generale e politico italiano. Conte dal 1856. Fu nominato Ministro della Guerra del Regno delle due Sicilie nel luglio 1860, nei giorni cioè dell’Impresa dei Mille. Il 31 agosto Pianell, deciso ad agire anche da solo, scrisse una lettera al re (che gli consegnò il 2 settembre) nella quale si dichiarava esonerato di fatto dalla carica di Ministro della Guerra. Il giorno dopo, il governo diede ufficialmente le dimissioni. Per opposti motivi si dimisero dalle loro cariche militari anche il Conte di Trapani e il Conte di Trani (che però rientrò nei ranghi qualche mese dopo). Una seconda lettera di Pianell a Francesco II, recapitata il 3 settembre, spiegava chiaramente i motivi delle dimissioni, causate soprattutto dalla incompatibilità fra il generale e l’ambiente di corte. C’è da aggiungere che, come rivela nelle memorie e in una lettera del 1877 indirizzata a Francesco II ma mai spedita, Pianell sottovalutò la volontà di resistenza del re. Quando infatti Francesco II parlò di lasciare la capitale, Pianell credette che alla fine si sarebbe imbarcato sul piroscafo spagnolo Villa di Bilbao e sarebbe partito per la Spagna. Allo stesso modo Pianell sottovalutò la resistenza delle truppe napoletane rimaste fedeli. Ottenuto il congedo dal re, partì il 5 settembre via mare per la Francia dove la moglie aveva parenti e dove trascorse i mesi fin quasi alla proclamazione del Regno d’Italia. Il 2 marzo 1861, infatti, dissolto il Regno delle Due Sicilie, Pianell tornò in Italia. Favorevole ad un’alleanza con il Piemonte e all’applicazione della costituzione promulgata da Francesco II, si trovò per questo avversario di buona parte della corte borbonica. Diede le dimissioni dopo poche settimane di ministero e, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia, chiese e ottenne di entrare nell’Esercito italiano con il grado di generale. 

Nel 4 settembre 1860, Francesco II abbandonò l’idea di una battaglia nel Salernitano

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 493-494, in proposito scriveva che: LVI. Dal sin qui detto manifestamente si scorge qual fosse il piano strategico dal Dittatore tracciato. tracciato . Come ad Alta Fiumara e a Soveria egli imaginava sorprendere l’armata e chiuderla da tutte le parti fra gl’insorti , il corpo condotto da Türr e le forze che egli stesso guidava all’assalto. Se Francesco II non si fosse per tempo ritirato, sarebbesi tosto veduto rinchiuso nel suo campo con Garibaldi di fronte, con Türr alle spalle , colla rivoluzione a sinistra e col mare alla destra. In tale frangente egli è chiaro che non altra via di salvezza gli sarebbe rimasta se non quella di cedere, capitolare ed arrendersi. LVII. Ma sia che Francesco prevedesse le mire nemiche e che quindi sentisse la necessità d’una pronta ritirata, sia ch’ egli non credesse conveniente accettar la battaglia in condizioni così svantaggiose, colla rivoluzione ai fianchi ed a tergo la capitale romoreggiante e mal fida, o non stimasse prudenza contare sul valore de’ suoi, i Borboniani inopinatamente levarono il campo e si diressero sulla via di Napoli. Infatti , anche non volendo calcolare sull’ esito delle mosse di Türr , che pure non poteva esser dubbio , l’esercito regio non avrebbe saputo resistere all’impeto di Garibaldi e de’ suoi. I soldati borbonici a chiari segni mostravano quanto di malavoglia s’ attendessero ad un conflitto, com’ eglino tremassero at nome solo del fortunato avversario e come fossero già vinti e soggiogati prima ancora di battersi. Dall’ altro canto l’audacia , le gesta e le marcie di Garibaldi apparivano così prodigiose e si strane che quelle anime ignare e fanatiche amavano piuttosto attribuirle ad una sopranaturale potenza etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 512, in proposito scriveva che: “LXXXIV. Garibaldi conobbe la ritirata del Re da Salerno mentr’ egli nel campo di Polla concentrava le sue forze ed apparecchiavasi all’ ultima e decisiva battaglia contro la dinastia del Borboni. L’inopinato ritiro del Re e dell’ esercito lo costrinse a cangiare i suoi piani ed a sollecitare etc…”.

Nel 4 settembre 1860, a Sala, Giovanni MATINA creò dei dicasteri e Giunte Insurrezionali per ogni paese

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 392, in proposito scriveva che: Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”

                                                                                              A CASALBUONO

Nel 4 settembre 1860, a Casalnuovo (odierno Casalbuono), Garibaldi arrivò alle 17,00 e ospitato in casa Sabatini, ivi pernottò

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “Dopo sole tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, etc….. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Dopo solo tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, etc….. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Dunque, Racioppi, dopo aver premesso dell’osteria del Fortino del Cervati fa incontrare Garibaldi ed il Mignogna nel piccolo borgo di Casalnuovo e non all’osteria del Fortino come vogliono altri. Tuttavia, Garibaldi ed il suo piccolo seguito si recarono in carrozza a Casalnuovo, oggi Casalbuono, un piccolo brogo non molto distante dal Fortino. Dal 1811 al 1860 fece parte del circondario di Montesano, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il Regno d’Italia, fece parte del mandamento di Montesano sulla Marcellana, appartenente al Circondario di Sala Consilina. Casalnuovo si trovava sulla via per le Calabrie. Il Racioppi scriveva: “….e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Etc…”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalnuovo (18) – paese che segue il confine tra la Provincia di Salerno e la Basiicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 pm. del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti Carlo Arrivabene ed Antonio Gallenga, volontari e corrispondenti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”.  Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’…..Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono. Con lui erano, fra gli altri, il Turr, il Sirtori, il Caldesi, il Nullo, il Serafini, il Cosenz, l’Avezzana, il Mordini e Musolino e i giornalisti Antonio Gallenga e Carlo Arrivabene, ambedue corrispondenti della stampa inglese. Il Generale fece sosta in Piazza Croce, (dopo divenuta Piazza Garibaldi), attraversò poi tutto il paese a cavallo, salutò il popolo festoso, poi stanco si riposò in casa di Raffaele Sabatini, dove passò anche la notte. Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale…..Etc…. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Alla presenza di tutto il popolo, presenti la Giunta Insurrezionale, il Sindaco Pasquale Buonafina, il capitano della guardia Urbana Raffaele Santini, il tesoriere Francesco Masullo, Ermenegildo De Stefano e il sacerdote Francesco Masullo, Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”. Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito. Casalbuono volle, più tardi (23), nel cinquantenario dell’unificazione della Patria, ricordare di aver accolto il Generale tra le sue mura, con un’artistica lapide marmorea (24). Etc….La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”

Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi nominò BERTANI Segretario Generale della Dittatura

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “….e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’inciente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “….Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’incidente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “…..e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Etc..”Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “……..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Da Casalbuono parimenti ordinò a tutti i municipi di concedere per conto dello Stato viveri e denaro ai soldati sbandati dell’esercito borbonico.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: VI. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Agrati scriveva che, il 5 settembre 1860, da Sala Consilina, Garibaldi “diramò” il decreto che però aveva già scritto a Casalnuovo. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elargire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale. Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque. A Casalnuovo dispose che in sua assenza, comandante dell’esercito fosse il Sirtori….Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Alla presenza di tutto il popolo, presenti la Giunta Insurrezionale, il Sindaco Pasquale Buonafina, il capitano della guardia Urbana Raffaele Santini, il tesoriere Francesco Masullo, Ermenegildo De Stefano e il sacerdote Francesco Masullo, Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”. Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito. Casalbuono volle, più tardi (23), nel cinquantenario dell’unificazione della Patria, ricordare di aver accolto il Generale tra le sue mura, con un’artistica lapide marmorea (24). Etc….La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………..”

Nel 4 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la banda del De Dominicis che era a Sanza e che aveva ucciso Sabino Laveglia

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 117, parlando di Casalbuono e riferendosi al 4 settembre 1860, in proposito scriveva che, Garibaldi arrivato in carrozza a Casalbuono alle 5 pomeridiane del giorno 4: “….decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Sulla scorta del De Crescenzo, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza.”. Come vedremo innanzi, parlando del 7 settembre 1860 parlerò dell’uccisione dei responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane e del Pisacane in particolare perchè dalla documentazione storica pare che questa sia la data della loro uccisione proprio da parte della colonna di Cristofaro Ferrara, che si trovava a Sanza insieme alla colonna del Passero e che avevano imprigionato alcuni di Sanza tra cui il Sabino o Sabatino Laveglia. Dunque, la notizia dell’Infante (….), risulta strana. La notizia che ci dà Infante, che a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la colonna del De Dominicis che si trovava a Sanza, dovrebbe essere ulteriormente approfondita, in quanto se ciò accadde il 5 settembre 1860 come può essere possibile che i rivoltosi uccidessero il Laveglia il 7 settembre 1860.  Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima. Fonti storiche ci portano a conoscenza che nel carcere di Sanza vi erano rinchiusi: Sabatino Laveglia, il fratello Domenico, Filippo Greco Quintana di professione farmacista e Giuseppe Citera ex capo urbano. I malcapitati furono letteralmente massacrati, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta di sbarre. La loro morte è fatta risalire tra le ore 15 e le 16 del 7 settembre. Il neo cavaliere del regno Sabatino Laveglia, morì a seguito di numerose torture; il fratello Domenico si spense lo stesso giorno, il suo corpo fu fatto a pezzi ed il cervello per i clpi subiti venne trovato sparso sul pavimento della cella; Filippo Greco Quintana si spense a causa dei numerosi colpi infertigli al capo, tanto da rendere il suo cadavere irriconoscibile; la stessa sorte la subì Giuseppe Citera. I loro corpi furono gettati in una fossa comune in località Salemme, non lontano da dove erano stati massacrati dalle guardie urbane e dalla gente di Sanza, il Pisacane e i suoi compagni.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “………………

Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, il colonnello BOLDONI venne a salutare Garibaldi che aggregò la Brigata LUCANA alla brigata del Generale Cosenz

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 237, in proposito scriveva che: “La brigata Lucana e l’assedio di Capua. Giunto che fu il Dittatore a Casalnuovo, e venutovi, per mettersi agli ordini di lui, il Colonnello Boldoni, gli insorti della Lucania furono incorporati nella divisione del Generale Cosenz. Laonde il Colonnello ebbe ordinato alle sparse legioni di raccogliersi a Vietri di Potenza, ove trasmutava il quartier generale; li ordinò in brigata che disse dei Cacciatori Lucani; e queste divise in quattro battaglioni secondo i distretti della provincia, di poco meno che tremila uomini in tutto (1).”. Racioppi, a p. 237, nella nota (1) postillava: “(1) Il giorno 5 di settembre, a Vietri, il battaglione detto di Lagonegro numerava 671 militi; quello di Potenza 957, il terzo di Matera 478; il quarto di Melfi 810; in uno 2916.”. Giacomo Racioppi proseguendo il racconto sul Boldoni e la brigata Lucana dirà che dopo l’entrata di questo trionfale a Napoli, il 19 settembre, il colonnello Boldoni fu sostituito da Clemente Corte che la chiamerà Brigata di Basilicata. Racioppi scriveva che dopo Napoli, il Boldoni fu rimosso perchè apparteneva al partito di Cavour ed era inviso a Garibaldi. Sul colonnello Boldoni e la sua Brigata Lucana ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 411, in proposito scriveva pure che: “VI. Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………….”

Nel 5 settembre 1860, Rustow e le sue brigate garibaldine erano a Casalnuovo (odierno Casalbuono)

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli. Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”.  Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette delle vettovaglie di pane etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora apprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Policicchio, a p. 139, in proposito scriveva pure che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe. Il Fortino è nel salernitano etc…”.  Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: V.  Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. De Crescenzo scriveva che Garibaldi decretò lo scioglimento della colonna del De Dominicis, “che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che la colonna del De Dominicis fu sciolta da Garibaldi a Casalnuovo dove fu incorporata nelle file del Fabrizi. La colonna del De Dominicis fu inclusa nell’Esercito Meridionale.  Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Ala punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 54 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “L’Aldinio, giovane, forte, coraggioso ed aitante della persona, spinto da quell’ondata d’entusiasmo e di fede, ed indossata la camicia rossa, che tutt’ora si conserva dall’affetto filiale, fece parte dello stato maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi fu nominato Ricevitore delle Privative in Reggio Calabria, ma non accettò l’impiego per non parere d’aver tratto profitto dal suo patriottismo (1). Ritiratosi in patria, fu nominato Capitano della 1° Compagnia della Guardia Nazionale al posto del fratello Gennaro, e serbò sempre per Garibaldi un culto ed una venerazione introducendo pure, nei primi anni dell’unità italiana, una splendida festa patriottica e commemorativa nel giorno onomastico dell’Eroe. Morì fra il compianto generale nel 1892 in patria, lasciando larga eredità di affetti e di sangue.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’ Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.                                                            

Nel 5 (?) settembre 1860, a Casalnuovo (?), MIGNOGNA consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Dunque, dal taccuino di Agostino Bertani si evince che Mignogna arrivò al Fortino e non a Casalnuovo. Bertani annotava dal Fortino partirono per Casalnuovo (attuale Casalbuono), il 4 settembre 1860 ed il 5 settembre 1860 erano a Casalbuono, dove Garibaldi emise l’ordine della nomina a Bertani.  Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “………... Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto….”. Su Nicola Mignogna si veda Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo, Nicola Mignogna nella Storia dell’Unità d’Italia – con lettere indeite etc.., Napoli, tip. Morano, 1889 ed in particolare Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 117, in proposito scriveva che: Fallito il tentativo di invadere il territorio dello Stato Pontificio, venne distaccato da Giuseppe Garibaldi in Basilicata con l’incarico di controllare l’attività del movimento liberale lucano che, organizzato da Giacinto Albini, aveva incondizionatamente aderito al programma del Comitato dell’Ordine. Nonostante la sua attiva partecipazione alla insurrezione lucana, la sua missione non raggiunse lo scopo per cui egli era stato inviato in Basilicata: i posti di maggiore responsabilità vennero affidati dall’Albini ad esponenti del Comitato dell’Ordine. Nel settembre del 1860 si riunì all’esercito garibaldino e si distinse nella battaglia di Maddaloni.”. Poi, a p. 117 aggiunge pre che: Della monografia del P. C. interessa direttamente la Basilicata quanto si riferisce ai contrasti tra le varie correnti liberali ed al periodo in cui, tra l’agosto ed il settembre del 1860, il Mignogna fu prodittatore con l’Albini (pp. 175 ss.). “. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Rogliano , 31 Agosto 1860. Caro Mignogna, Vi ringrazio della vostra del 23. Io vi fo i miei complimenti per quanto avete fatto di bene alla nostra Patria. Il Capo militare che mi chiedete è Cosenz, col quale io vi vedrò ad Auletta fra pochi giorni. Vostro G. GARIBALDI.”. Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata . Ivi Nicola Mignogna , in nome della provincia, gli dà il benvenuto presentandogli l’offerta pecuniaria de ‘ Lucani ( 1 ) . Garibaldi gli stende la mano , gli ripete con voce incantevole : « Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria ! » A cui il Mignogna : « Tutto è possibile , Generale , quando voi volete . » E si dicendo , gli porge un foglio. È un telegramma di Giuseppe Libertini , presidente del Comitato Unitario che annunzia: « Francesco II, preso congedo da ‘ Napoletani , s’imbarca per Gaeta, concentrando l ‘ esercito rimastogli fedele, nelle fortezze di Capua , Gaeta , Pescara, Civitella ; proponendosi di tener il campo dietro il Volturno . » Garibaldi scorse rapidamente lo scritto , poi girò intorno le sue grandi pupille fosforescenti , profonde come il mare e come questo trasparenti, e sclamò : << andiamo, per ora, a Napoli – Viva l’Italia ! » L’emozione , l’entusiasmo degli astanti non si osa descrivere . La storia si fa inno l’uomo diventa mito l’opera sua leggenda ! –Ad Auletta il Generale dice a Mignogna : « Venite meco a Napoli ; » e nomina Giacinto Albini governatore, con potestà illimitata , della Basilicata. Garibaldi sapeva già che in Napoli i seguaci di Cavour avevano adoperati tutti i mezzi per compiere la rivoluzione senza il suo intervento . « In caso estremo — aveva telegrafato e scritto il Cavour – etc….”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). « Dal signor avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila ( pari a L. 25,500 ) , offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segret. Generale della Dittatura AGOSTINO Bertani.. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil….Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI…..Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc….”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proprie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”.  

Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi decretò aiuti ai soldati borbonici in fuga

Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 259-260, in proposito scriveva pure: Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio stesso s’incivilisca e avverta la vicinanza di Napoli. Un’ampia valle che scende, dritta e piatta, tra due catene di colline azzurricce, mi ricorda la valle dell’Euro, nei dintorni di La Rivière Thibouville: etc…Sulla strada passano disertori dell’esercito napoletano; si fermano davanti a noi e chiedono l’elelemosina. Non mangiano da ieri mattina. Le case si chiudono quando essi si presentano; i contadini fuggono o danno loro la caccia; rifiutano loro il pane se non lo pagano, ed essi non hanno danaro. Hanno le scarpe logore; camminano quasi a piedi nudi, sfiniti sì da non poter più andare avanti, coricandosi nei fossi, cibandosi dele more dei cespugli, eppure rassegnati e senza farne colpa ai loro capi, la cui incuria li ha forse ridotti in quello stato miserando. Ci fermiamo a Sala. Si sentiva un lontano rimbombare etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “….e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “…..e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore!”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Dopo solo tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’incidente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “……..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Da Casalbuono parimenti ordinò a tutti i municipi di concedere per conto dello Stato viveri e denaro ai soldati sbandati dell’esercito borbonico. “Era increscevole e doloroso” scrive giustamente il Racioppi, la vista di numerosissimi infelici che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso con durezza imprudente e schernevole veniva negato” (1).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (1) postillava: “(1) Racioppi, op. cit.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese.”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa..  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “….affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale. Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI….ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…..”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: ….seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia – Cenno istorico redatto per cura di La Gioia Filippo di Aieta”, Lauria 1891, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “…il generale Garibaldi,….e dopo di ciò, scese sul Continente, Reggio, Catanzaro, Cosenza, Castrovillari, Rotonda, Tortora, e nella marcia di Tortora precsamente, ove anche noi ebbimo l’onore di stringergli la mano, in quel rincontro, anche la nostra defunta vecchia Genitrice Antonia Candia fu Vincenzo di Aieta, volle ammirare il grende guerriero de’ due Mondi, etc….Dopo quel piccolo trattenimento il Generale nell’accomiatarsi, con quel riso incantevole, stringendo a tutti la mano, partì con pochi uomini che lo seguivano, ed imbarcato sù di un piccolo battello, si diresse nella marina di Sapri, e da colà defilato si recò al Fortino di Lagonegro, ove uscì avanti al Generale Caldarelli, il quale con quattro mila soldati di Artiglieria, alla sola comparsa della camicia rossa, depose le armi, e i soldati Borbonici disarmati, in poche ore, ciascuno fu mandato al proprio domicilio, ed ai soli Ufficiali fu lasciato un foglio di via per non essere maltrattati.”.

Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi nominò il generale SIRTORI Capo di Stato Maggiore in sua assenza

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: A Casalnuovo dispose che in sua assenza, comandante dell’esercito fosse il Sirtori….Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI…..Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Alcuni storici però scrivono che la nomina a Sirtori non avvenne a Casalnuovo ma avvenne ad Auletta. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, etc…”. Proseguendo la sua narrazione, Agrati scriveva che Garibaldi comunicherà queste decisioni prese a Casalnuovo solo dopo ad Auletta, il 6 settembre 1860 con dispacci diramati via telegrafo.   

Nel 5 settembre 1860, a Palermo, il rientro di PIOLA-CASELLI che porta a Depretis la lettera di risposta di Garibaldi ricevuta in occasione del colloquio al Fortino

Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Maraldi, a p. 87, nella nota (175) postillava che: “(175) Idem. = A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze 1869- pag. 74-75.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” – Bertani e Crispi dovevano per conto di Mazzini, salvare il Dittatore dalle sciocchezze, dagli errori politici, vedi anche il Palamenghi-Crispi, I Mille, p. 342, dove si deplorano i primi errori fatti da Garibaldi a Napoli, che Crispi non giunse in tempo ad impedire; il maggiore, il più deplorato, fu quello naturalmente di aver consegnate le forze navali al Persano! – Povero Garibaldi! ogni volta che dava una manifestazione della sua perfetta lealtà al programma da lui liberamente assunto, i suoi più cari lo disapprovavano e cercavano di mettergli le mani avanti. Qulache volta ci riuscivano, etc…La lettera di adesione fu stracciata (I) e Piola ritornò a Depretis con risposta negativa. Il Depretis non si diede per vinto e rimandò il Piola con la seguente: “Caro ed illustre amico – Palermo 6 sett. 60. – La vostra lettera, che mi fu recata dal cav. Piola mi ha cagionato un vero dolore; etc…”. Nazari, a p. 157, nella nota (I) postillava: “(I) V. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba; Mario J.W., Garibaldi, p. 283, ecc..”. Dunque, non ci eravamo accorti che nello riscrivere a Garibaldi da Palermo, il 6 settembre 1860, il Depretis scriveva che il Piola gli aveva consegnato una lettera di risposta a quella sua che gli fu consegnata al Fortino dallo stesso Piola. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.   

Nel 5 settembre 1860, a Vibonati, proveniente da Sapri, passava la Brigata PUPPI (ex Bologna) che marciava arrivando a Casalnuovo (odierno Casalbuono) alle 19,00  

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: ….brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Dunque, Bizzozero traducendo il colonnello Rustow scriveva che “…mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Dunque Lacava scriveva che la brigata Puppi passava da Vibonati il giorno 5 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…. Cesari scriveva che Garibaldi, a Sapri, dopo aver ordinato al colonnello Rustow di avviarsi con la sola sua Brigata Milano “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. La Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 5 settembre 1860 aveva già scritto: “5 Settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 4 settembre 1860 aveva già scritto: “4 Settembre….Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandosi a Casalnuovo. La Brigatta Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.”Inoltre, il Quandel-Vial, a p. 580 aggiunge: “Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, l’ufficiale borbonico Quandel-Vial, a p. 580 scriveva che il 5 settembre 1860, “all’alba”, la brigata Puppi si era partita da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Mazziotti scriveva che il 3 settembre, probabilmente proveniente da Paola, sbarcò a Sapri un’altra Brigata della Divisione Turr, la Puppi. Questa Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 5 settembre 1860, ad Acciaroli, Leonino Vinciprova e Cristofaro Muratori sbarcarono dalla goletta Emma di Alessandro Dumas, armi per i rivoltosi del Cilento per la causa di Garibaldi

Alexandre Dumas, anch’egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri formata da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI….Soltanto il 5 settembre la goletta con il Dumas si avvicinò alla rada di Acciaroli. La attendeva Leonino Vinciprova, che aveva preso parte a la Spedizione dei Mille ed era stato mandato da Garibaldi, col Mignogna e col Carbonelli, per promuovere la rivolta nelle provincie napoletane. Egli trovò a bordo della goletta il Dumas e Cristofaro Muratori, siciliano, ardente patriota e già segretario del Crispi (1). Il Muratori scese a terra portando un buon numero di Camicie rosse, di armi e di munizioni, e postosi a la testa di un gruppo di insorti, proseguì per Cannicchio e per Celso ove prese alloggio la sera in casa del barone Mazziotti. Il giorno dopo si tenne nel palazzo di lui una numerosa adunanza di liberali, con i quali percorrendo i comuni di Stella, di Omignano e di Sessa, andò a Rutino e poi a Salerno (1).”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trni, Tipografia Cannone, 1861.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10. Lo stesso giorno alle due del pomeriggio poco lontano dalla spiaggia di Acciaroli si fermò la goletta Emma. Su di essa era il noto romanziere francese Alessandro Dumas (padre), che dopo la battaglia di Milazzo si era precipitato a Salerno per consegnare le armi alle masse rivoluzionarie, ed era venuto ad Acciaroli, dove era ad attenderlo il Vinciprova. L’eroe cilentano si precipitò subito sulla goletta nella quale incontrò anche il Muratori. I tre, senza perdere tempo prezioso, stabilirono che il Muratori si fermasse ad Acciaroli con il compito di radunare quanti più uomini fosse possibile e raggiungere con essi Garibaldi in marcia verso Salerno. Infatti, il Muratori “con una garibaldina sulle spalle” scese a terra, attorniato da una moltitudine di gente e fu festeggiato lungamente. Molti volenterosi si fecero innanzi disposti a seguirlo, già pronti con armi sulle spalle e munizioni nelle tasche. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, in proposito scriveva che: “…..”. Dai racconti dello stesso Dumas si capisce che la città svolge un ruolo strategico per la conquista di Napoli. «Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!… Una delegazione del comune viene verso l’Emma e esprime il suo unanime consenso per la causa Italiana; Salerno s’illumina come un palazzo incantato» . L’episodio è raccontato in un libretto di Marciano Beniamino, Salerno nella Rivoluzione del 1860. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “La battaglia di Milazzo venne descritta da Alessandro Dumas, l’autore dei “Tre Moschettieri”, il quale – dal “faro” a Napoli – fu con Garibaldi, in quella vittoriosa marcia che venne conclusa con le armi al “Volturno”. Ed il Dumas, nella lettera inviata al Generale Carini, dopo la vittoriosa azione, così si espresse etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “XII. Solamente il 5 settembre, alla vigilia dell’ingresso trionfale del Dittatore a Salerno, la videro fermarsi, verso le due p.m. e poco lontano dalla rada di Acciaroli – marina del comune di Pollica – Leonino Vinciprova e Pietro Lacava, mandati da Garibaldi insieme con Vincenzo Carbonelli – audace cospiratore di Secondigliano – e col ferreo Mignogna, ad attendere le armi promesse ed a provocare l’insurrezione nel Napoletano e, per conseguenza, nel Salernitano. Chi avrebbe potuto preparare il terreno politico nelle nostre zone se non il Vinciprova che conosceva addentro uomini e cose, avendo partecipato, credente convinto dell’unità della patria, a tutti i moti liberali della sua provincia ? Il patriota cilentano “rivoluzionario di cuore e di fatti”, come lo chiama l’Oddo, montò una barchetta con alcuni marinai e salì a bordo della goletta che, di tanto in tanto, mandava colpi di fucile, e gli si presentò dapprima un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo, ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra di una bianca e di una rossa (40). Era costui il romanziere Dumas, accompagnato dal frate Giovanni Pantaleo e da un focoso giovane siciliano in divisa di ufficiale garibaldino, Cristoforo Muratori…Costui, poco dopo, presa una carabina sulle spalle, scese a terra con gli altri, portando un considerevole numero di camicie rosse armi e munizioni, che aveva spedito da Genova Agostino Bertani fin dal 1° agosto. Etc…(41).”. De Crescenzo, a p. 98, nella nota (41) postillava: “(41) Cfr. L. Minervini, Dichiarazione cronologica sopra i fatti della Rivoluzione di Napoli, Trani, Cannone, 1861”. Si tratta del testo di Luigi Minervini (….). De Crescenzo, a p. 99 continuando il suo racconto scriveva: “XIII. Si diresse poi quella massa di volontari al villaggio di Cannicchio e di là, la sera stessa, arrivò a Celso, altro villaggio di circa ottocento abitanti su di un vasto piano dominato dal monte Stella, dove fu lietamente accolta nella casa del barone Mazziotti, noto per sentimenti liberali; etc…”Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 794, in proposito scriveva che: “Prima di continuare a parlar di Dumas e di certi fatti rivoluzionari combinati nelle acque di Napoli tra lui ed altre persone diremo ancora dell’ Emma, di quella goletta che ha la sua parte nella storia della nostra rivoluzione . Essa aveva portato armi in Salerno , e nei primi di settembre altre armi portava alla marina di Acciaroli. I volontari del Cilento partivano i primi di settembre, ed avviavansi verso il Vallo Diano per unirsi agli altri dei vicini paesi e raggiungere Garibaldi. Certo Vinciprova , rivoluzionario di cuore e di fatti , recossi alla marina di Acciaroli per attendervi armi già promesse, ma che non erano ancora arrivate. Verso le 2 pomeridiane del 5 settembre si fermò poco lungi dalla spiaggia la goletta Emma, che di tratto in tratto interrompeva il silenzio con colpi di fucile. Il Vinciprova montò una barchetta con alquanti marinai , si accostò all’ Emma, sali a bordo , ed oltre a Dumas vi trovò Cristoforo Muratori , che i nostri lettori conoscono. Egli era vestito da ufficiale garibaldino ; sua missione era di sollevare il resto della provincia. Si stabilì che il Muratori scenderebbe a terra, vi radunerebbe tutta la gioventù volonterosa di combattere, ne prenderebbe il comando , e raggiungerebbe Garibaldi . In questo frattempo l’Emma era circondata da tutte le barchette che ritrovavansi in Acciaroli ; si dispensarono quantità di camicie rosse, ed armi e munizioni, ed il Muratori, presa una carabina sulle spalle , scese con gli altri , festeggiato dalla moltitudine , che, come per incanto , erasi tutta vestita di rosso . Il telegrafo segnalò un disbarco di garibaldini.”

                                                                                                                  A PADULA

Nel settembre 1860, a Padula, la Certosa di S. Lorenzo

Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: Chartreuse de San-Lorenzo. Fondé en 1308 par Tommaso Sanseverino, comte de Marsico, ce monastère, richement doté par son créateur, reçut d’autres encore de grandes donations territoriales, et devint la plus considérable à la fois et la plus riche des Chartreuses de l’Italie, après celles de Rome et de Pavie. Ses bâtiments sont si vastes qu’en les voyant du haut de la- Cività ils avaient presque l’apparenced’une petite ville. Nous descendons pour le visiter, car il constitue l’un des édifices monastiques les plus notables des provinces napolitaines, et M. Barnabei est chargé d’en inspecter l’état pour son ministère. Supprimée une première fois sous le gouvernement du roi Joseph, la Chartreuse de San-Lorenzo fut rétablie à la Restauration. Mais il n’y revint qu’une dizaine de pères, qui y vivaient misérablement,comme campés dans des bâtiments beaucoup trop étendus pour leur petit nombre. En 1868 le gouvernement italien l’a fermée de nouveau, en dispersant les moines et en confisquant ce qu’elleavait encore de biens. Il n’y est resté qu’un unique custode les meubles ont été vendus à l’encan, et les édifices abandonnés dépérissent rapidement, faute de réparations depuis quinze ans. Cette année enfin; le gouvernement etc…”, che tradotto significa: “….Certosa di San Lorenzo. Fondata nel 1308 da Tommaso Sanseverino Conte di Marsico, questo monastero, riccamente dotato dal suo creatore, ricevette altri ancora ingenti donazioni territoriali, e divenne allo stesso tempo il più considerevole e il più grande ricca delle Certose d’Italia, dopo quelle di Roma e Pavia. I suoi edifici sono così vasti che vedendoli dall’alto della Cività avevano quasi l’aspetto di una piccola città. Scendiamo a visitarlo, perché costituisce uno degli edifici i più illustri monaci delle provincie napoletane, e il Sig. Barnabei è responsabile del controllo lo Stato per il suo ministero. Eliminato prima volte sotto il governo del re Giuseppe, la Certosa di San-Lorenzo fu ristabilito alla Restaurazione. Ma tornarono solo una decina di padri, chi viveva lì miseramente, come se fosse accampato edifici decisamente troppo grandi per i loro piccoli numero. Nel 1868 il governo italiano richiuse, disperdendo i monaci e confiscando i beni che ancora le erano rimasti. Non c’è rimaneva solo un quarto di pannello, i mobili stati venduti all’asta e gli edifici abbandonati stanno rapidamente scomparendo a causa della mancanza di riparazioni quindici anni. Quest’anno finalmente; il governo etc…”                                                                       

Nel 5 settembre 1860, a Padula, il generale Giuseppe LA MASA e le truppe del generale Caldarelli

Da Wikipedia leggiamo che il generale Filippo La Masa recatosi in Toscana, durante il Governo Provvisorio Toscano, ne fu espulso da Bettino Ricasoli per le sue posizioni unitarie. Partecipò così attivamente alla Spedizione dei Mille, occupandosi soprattutto del coordinamento dei volontari siciliani (chiamati picciotti), in particolare durante l’insurrezione di Palermo. Nominato generale da Garibaldi, fu al comando della brigata Sicula, sostituito a fine ottobre da Giovanni Corrao. Non seguì infatti Garibaldi sul continente. Dopo l’Unità fu inserito col grado di maggior generale nei ruoli del Regio esercito. Giuseppe La Masa scrisse un libro testimonianza, “Alcuni fatti e documenti della rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860 (1861)”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: Diremo brevemente in che modo Giuseppe La Masa si trovasse nuovamente a fianco del Dittatore. Fece pratiche per partire, ed incontrò difficoltà; finalmente recossi un giorno al Faro, chiese una barca al comandante Castiglia, e solo col suo aiutante traverso lo stretto. Arrivato a Palmi s’incontrò con Garibaldi, e di là marciò sempre con lui, e con lui trovossi a Padula. Accettato l’incarico di garantire la vita del Caldarelli, lo adempi con molta forza d’animo, comunque più volte fossesi trovato nel pericolo di essere trucidato insieme al generale borbonico. Chiamato da un dispaccio, La Masa andò a raggiungere Garibaldi; Pareto, restò a custodire la vita di Caldarelli. Il giorno 6, la brigata Milano , continuando la sua marcia, giungeva ad Auletta: il giorno 7 ad Eboli; il resto dell’ esercito marciava a grandi giornate sopra Napoli, ignorando che in quell’istante medesimo il Dittatore solo entrava nella metropoli del regno.”.

Nel 5 settembre 1860, a Padula o a Lagonegro in casa Aldinio (?), il generale Giuseppe LA MASA e l’accordo per la capitolazione e la resa del generale borbonico Caldarelli 

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150 aggiungeva che: “Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato La Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Percorreva la provincia di Salerno la brigata del generale Caldarelli che il 27 agosto aveva capitolato con il Comitato rivoluzionario di Cosenza. Secondo gli accordi contenuti nella capitolazione, in cui era stabilito l’itinerario che la brigata doveva percorrere, essa, traversati vari paesi della Calabria e della Basilicata, partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale. Per evitare qualsiasi inconveniente tra i garibaldini e le truppe borboniche colà acquartierate il generale Giuseppe Lamasa, in seguito di ordine del dittatore, rimase parimenti nella Certosa, finchè il giorno 7 il dittatore gli telegrafò di raggiungerlo in Eboli.. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve.. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “…è uopo ricordare che la casa di Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità Generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone per bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Charles Stuart Forbes (….), comandante della Marina inglese. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently che tradotto significa: L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto; ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono. In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti; non si poteva rispettarli. Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 68”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “L'”invito” fu conseguente all’accordo appena fatto tra il Commissario di Garibaldi, La Masa, e lo stesso Caldarelli che decise di rimanere internato a Padula (20). Ciò risulta anche, confermando la tesi da noi sostenuta, delle memorie del Colonnello Rustow, il quale, informato da un ufficiale della Guardia Nazionale di Padula che un’intera brigata borbonica si trovava in S. Lorenzo, dice: “(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”(21)”. Policicchio, a p. 141, nella nota (21) postillava: “(21) E. Porro, La brigata Milano…cit., p. 23.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 23, che in proposito scrivea che: “”(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Intanto: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno (….)(16).”.”. Policicchio, a p. 139, nella nota (16) postillava: “(16) La guerra italiana del 1860….cit., p. 301.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, ovvero il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 301 (secondo la postilla di Policicchio ma è sbagliato perchè si tratta di pag…..), in proposito scrivea che: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno Etc….”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 127 in proposito scriveva: “A Padula, nella Certosa di S. Lorenzo, era anche andato il generale Giuseppe La Masa (33), in compagnia del suo aiutante Nizzari e di un tal Pareto di Genova, guida del Dittatore, per scongiurare ogni incidente tra garibaldini e soldati regi ivi alloggiati; ma il 7 se ne partì, perchè ricevette un telegramma da Garibaldi con l’ordine di andare a raggiungerlo in Eboli. I soldati del Caldarelli, invece di raggiungere Capua il resto della truppa, passarono a Nocera, dove deposero le armi e si sciolsero. Così tremila soldati passarono a Garibaldi. Il Turr ne dette notizia da Salerno al Sirtori alle 2 pm. del 5 settembre: “Col Generale Garibaldi e con la mia 3° brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di organizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta, etc….”.”. De Crescenzo, a p. 127, nella nota (33) postillava: “(33) G. Oddo Bonafede, Cenno storico politico militare sul generale G. La Masa e documenti correlativi, Verona, 1879.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli , e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II…..Etc…Nei soldati del generale Caldarelli cominciaron tosto ad apparire funesti indizi di un nuovo assassinio; pareva che si volesse a lui dar quella stessa fine che erasi data al generale Briganti. Il Caldarelli tosto si accorse di ciò che si tramava contra di lui, e chiese a Garibaldi di essere protetto e garantito. Il Dittatore affidò questo incarico al generale Giuseppe La Masa, che accompagnato dal suo aiutante Nizzari, e da una guida del Dittatore, Pareto di Genova, seguì Caldarelli alla Certosa di Padula dov’era acquartierata la truppa napoletana.. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia – Cenno istorico redatto per cura di La Gioia Filippo di Aieta”, Lauria 1891, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “…il generale Garibaldi,….e dopo di ciò, scese sul Continente, Reggio, Catanzaro, Cosenza, Castrovillari, Rotonda, Tortora, e nella marcia di Tortora precsamente, ove anche noi ebbimo l’onore di stringergli la mano, in quel rincontro, anche la nostra defunta vecchia Genitrice Antonia Candia fu Vincenzo di Aieta, volle ammirare il grende guerriero de’ due Mondi, etc….Dopo quel piccolo trattenimento il Generale nell’accomiatarsi, con quel riso incantevole, stringendo a tutti la mano, partì con pochi uomini che lo seguivano, ed imbarcato sù di un piccolo battello, si diresse nella marina di Sapri, e da colà defilato si recò al Fortino di Lagonegro, ove uscì avanti al Generale Caldarelli, il quale con quattro mila soldati di Artiglieria, alla sola comparsa della camicia rossa, depose le armi, e i soldati Borbonici disarmati, in poche ore, ciascuno fu mandato al proprio domicilio, ed ai soli Ufficiali fu lasciato un foglio di via per non essere maltrattati.”.  

Nel 5 settembre 1860, a Padula, le truppe del generale borbonico Caldarelli internate nella Certosa di S. Lorenzo

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: “…Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, nelle sue memorie scriveva che: La brigata Milano….Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. “. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 259-260, in proposito scriveva pure: Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio stesso s’incivilisca e avverta la vicinanza di Napoli. Un’ampia valle che scende, dritta e piatta, tra due catene di colline azzurricce, mi ricorda la valle dell’Euro, nei dintorni di La Rivière Thibouville: etc…Sulla strada passano disertori dell’esercito napoletano; si fermano davanti a noi e chiedono l’elelemosina. Non mangiano da ieri mattina. Le case si chiudono quando essi si presentano; i contadini fuggono o danno loro la caccia; rifiutano loro il pane se non lo pagano, ed essi non hanno danaro. Hanno le scarpe logore; camminano quasi a piedi nudi, sfiniti sì da non poter più andare avanti, coricandosi nei fossi, cibandosi dele more dei cespugli, eppure rassegnati e senza farne colpa ai loro capi, la cui incuria li ha forse ridotti in quello stato miserando. Ci fermiamo a Sala. Si sentiva un lontano rimbombare etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150 aggiungeva che: Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “….partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale.. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “.. – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 208, riferendosi al Peard e altri, in proposito scriveva che: “……essi partirono e strada facendo incontrarono centinaia di regi che senz’armi, languenti di fame e di miseria si trascinavano a stento o si gettavano bocconi sul ciglio della strada. Garibaldi aveva distribuito loro tutto il denaro che aveva allora alla mano, ma il loro stato era tale da muovere a pietà.. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 68”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “..: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa..  Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve.. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti, Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II…..Etc…Nei soldati del generale Caldarelli cominciaron tosto ad apparire funesti indizi di un nuovo assassinio; pareva che si volesse a lui dar quella stessa fine che erasi data al generale Briganti. Il Caldarelli tosto si accorse di ciò che si tramava contra di lui, e chiese a Garibaldi di essere protetto e garantito. Il Dittatore affidò questo incarico al generale Giuseppe La Masa, che accompagnato dal suo aiutante Nizzari, e da una guida del Dittatore, Pareto di Genova, seguì Caldarelli alla Certosa di Padula dov’era acquartierata la truppa napoletana. Diremo brevemente in che modo Giuseppe La Masa si trovasse nuovamente a fianco del Dittatore. Fece pratiche per partire, ed incontrò difficoltà; finalmente recossi un giorno al Faro, chiese una barca al comandante Castiglia, e solo col suo aiutante traverso lo stretto. Arrivato a Palmi s’incontrò con Garibaldi, e di là marciò sempre con lui, e con lui trovossi a Padula. Accettato l’incarico di garantire la vita del Caldarelli, lo adempi con molta forza d’animo, comunque più volte fossesi trovato nel pericolo di essere trucidato insieme al generale borbonico. Chiamato da un dispaccio, La Masa andò a raggiungere Garibaldi; Pareto, restò a custodire la vita di Caldarelli.”

Nella notte tra il 4 ed il 5 settembre 1860, Francesco II decise di spostare altrove la guerra e di sgomberare Salerno

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”

Nel 5 settembre 1860, Garibaldi passava nei pressi di Padula

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 150, in proposito scriveva che: Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra ed a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; e là, poste su un’altura, simigliante ad un altare, facevano capolino le case di Teggiano: centro di storia e di leggenda, e patria di Giuseppe Matina. Garibaldi ammirò l’interessante scenario, e nel volgere lo sguardo verso Padula, non potè non ricordare il rovescio di Pisacane là a San Canione, e collocare, col pensiero, sul più alto colle della contrada – come un monumento – la figura del patriota Garibaldino Don Vincenzo Padula, ministro di Dio, immolatosi a Milazzo (1).”. Romagnano, a p. 150, nella nota (1) postillava: “(1) Per il vivo interessamento dell’Amministrazione Comunale di Padula (Sindaco Avv. Rienzo) è stata restaurata la Chiesa della SS. Annunziata, nella quale sono state traslate e definitivamente inumate le salme dei generosi di Pisacane, che caddero dopo la battaglia di San Canione.”

                                                                                           A SALA CONSILINA

Nel 5 settembre 1860, Garibaldi, a Sala Consilina, dove fu ospitato in casa del maggiore DE PETRINIS

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò  casa Depetrinis, etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, ex garibaldino, nel 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Il giorno di mercoledì 5 il generale partì con il suo seguito, in carrozza da Casalbuono per Sala, accolto da le più insistenti ovazioni…..Il Dittatore riposandosi alquanto nel palazzo municipale, ricevè alcune deputazioni e pranzò alle 2 con il generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, il colonnello Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, ed i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, in casa del maggiore Giuseppe De Petrinis (2)…. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2) postillava di Treveljan e di Iessie Whitte Mario, op. cit., p. 188. Si tratta di Jessie White Mario. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò  casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta. Etc…”. Sul maggiore De Petris, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”. De Petrinis pare fosse un attendibile. Degli attendibili, nel basso Cilento, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 124, in proposito scriveva che: “Tra un’infinità di stemmi di Savoia e di bandiere tricolori che sventolavano dalle finestre, e tra interminabili ovazioni del popolo, il Dittatore si recò in carrozza, insieme col Matina che gli era andato incontro, al palazzo del Governo Provvisorio, dove fu ricevuto dal segretario Antonio Alfieri d’Evandro, dal capitano Antonio Carrano e dalla giunta insurrezionale centrale. Alle 2 pm. era in casa De Petris, dove riposò due ore e, dopo circa venti minuti di sonno, fu invitato dal maggiore Giuseppe ad un pranzo che riuscì felicissimo (30). Gli facevano corona i generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, i colonnelli Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, e parecchi altri zelanti patrioti.”. Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, in proposito scriveva che: “La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Baldassarre di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e dal tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza. Un particolare nel quadro grande: una donna garibaldina, pervasa da viva manifestazione di gioia, muore in casa di luigi Gennuario (25). Etc…”. De Crescenzo, a p. 119, nella nota (25) postillava: “(25) Non mi è riuscito identificare il nome di questa donna nè il Racioppi (Storia dei moti di Basilicata, ecc.., op. cit.) ce lo fa sapere.”. De Crescenzo, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “VIII. Sulla strada consolare che mena a Sala fu raggiunto da un manipolo di mille uomini al comando di mille uomini al comando del canonico Domenico Pessolano e di altri cittadini…etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 154, in proposito scriveva che: “Avanzò il Generale, circondato dal suo Stato Maggiore, e gli andò incontro il ‘Prodittatore Giovanni Matina, che si ebbe l’abbraccio rituale. Egli rappresentava il salernitano martire ed eroico; perciò venne nominato ‘Governatore della Provincia di quel “Principato Citeriore” che per lunghi anni era stato torturato per i suoi sentimenti di libertà.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Quasi tutte le Giunte Insurrezionali furono presentate in Sala al Dittatore, il quale indossava la divisa garibaldina ed un cappello a larghe falde. E fu nominato Delegato Civile e Militare A. Alfieri d’Evandro, venuto nel “Vallo” da Napoli con molti volontari, ed al quale venne affidato l’incarico di vettovagliare l’esercito che sarebbe giunto, nei giorni di poi, diretto a Napoli. Il ricevimento ebbe luogo nel Palazzo del Governo provvisorio, ove Garibaldi riposò venti minuti, e fu ospitate, poi, col seguito, di Giuseppe De Petrinis, nella cui casa fu messo “vangale”, ed a tavola, lo stesso  De Petrinis – nominato Maggiore della Guardia Nazionale – volle servire il ‘Dittatore’, del quale, per lungo tempo, venne conservato gelosamente un mozzicone di sigaro, lasciato da Garibaldi in quella felicissima occasione. Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso.”. Sul maggiore de Petrinis ha scritto anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 89 e ssg., in proposito scriveva che: IX. Il maggiore della guardia nazionale Giuseppe De Petrinis ed il sottointendente Luigi Guerritore s’incontrarono con le colonne sulla strada provinciale. Il Matina, che seguiva la colonna, fu dal Guerritore etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” etc….”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 64, in proposito scriveva che: “……………..”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”

Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi ricevette Raffaele PIRIA e Salvatore TOMMASI, del Comitato dell’Ordine di Napoli

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta: illuminazione e clamore. Arrivano Piria e Tommasi latori di lettere del Comitato dell’Ordine. Garibaldi, dopo letto tutto, disse: “Ebbene, se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia, io non faccio differenze di persone; ma se coloro hanno che fare con quei figuri di Torino che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia; so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma: mai no. Vogliamo tutto il paese nostro per noi, ed a Roma, sovrana, l’Italia. Il signor Bonaparte non può più farci nè bene nè male; egli non sa che noi conosciamo che ha la coda di paglia e che ha paura che gli prenda fuoco. Egli non sa che la Francia è con noi, che immensa in Europa è la simpatia per noi , che egli è impotente a frenarla o dominarla. A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli . » E si sedeva ; e poi soggiunse: « Oh ! Nizza ha da serrargli la gola e l’ ha da strozzare, e noi la riprenderemo . Vittorio Emanuele sa quanto io gli sia amico, ma vogliamo dargliela tutta l’Italia ; farlo.Dunque, secondo il taccuino di Bertani, Piria e Tomasi arrivarono ad Auletta, mentr altri storici scriveranno che essi incontreranno Garibaldi a Sala Consilina.Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”. Dunque, secondo il De Cesare (….), Garibaldi ricevè Raffaele Piria e Salvatore Tommasi a Casalnuovo, non a Sala Consilina come scrivono alcuni. Il De Cesare scrive che in seguito, arrivato ad Auletta, Garibaldi scrisse ai componenti dei Comitati per invitarli ad una maggiore concordia. Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso….Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: Il Forbes racconta che a Sala si presentò a Garibaldi un dottor Tomasi, inviato del Comitato dell’Ordine di Napoli, il quale osò leggergli un indirizzo che veniva a concludere press’a poco che egli, Garibaldi, era una gran brava persona, ma che però in Napoli non lo si voleva. Si costituiva invece un Governo provvisorio che avrebbe proclamato l’immediata annessione al Piemonte, così che Cavour avrebbe subito prese le redini d’ogni cosa senza bisogno né di Dittatura nè di Dittatore. E il Tomasi presentava anche, già bell’e stampato, un manifesto coi nomi degli individui di quel Governo provvisorio. Garibaldi, indignato per tanta sfacciataggine, avrebbe risposto risoluto che il Dittatore delle Due Sicilie era lui, – veramente una regolare assunzione della dittaura per le provincie continentali non c’era stata -, che tale intendeva restare, che non voleva sentir parlare d’annessione fino a quando non gli fosse dato invitare Vittorio Emanuele a incoronarsi Re d’Italia in Campidoglio. E’ vero il racconto del Forbes ? Che la costituzione di un Governo provvisorio cavouriano siasi tentato in Napoli è verissimo, ma che Garibaldi ne sia stato informato a Sala Consilina una prova sicura, ch’io sappia, non esiste.”Agrati citava il testo di C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 il suo impegno politico a favore dell’unificazione d’Italia si espresse nella missione di mediazione per conto del governo Cavour tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II e nella promozione dell’annessione degli Abruzzi nel Regno d’Italia. Il 13 marzo 1864, per i suoi alti meriti patriottici e scientifici venne nominato senatore nel Parlamento italiano.  Riguardo invece Raffaele Piria, nel 1860 Garibaldi, proclamatosi provvisoriamente a Napoli dittatore del Regno delle Due Sicilie, lo nominò Ministro della Pubblica Istruzione. Piria, inoltre, elaborò una riforma per la scuola elementare che non fu mai realizzata. Il suo impegno politico culminò nella sua nomina a senatore nel 1862. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 129-130, in proposito scriveva pure che: “I comitati dell’Ordine e dell’Azione inviarono a Garibaldi gli uomini più capaci di concordia in quei momenti difficili, per ottenere che il Dittatore, entrando in Napoli, prendesse consiglio e suggerimento dai rispettivi comitati (36), e cioè il clinico e fisiologo Salvatore TOMMASI (37), il chimico calabrese RAFFAELE PIRIA (38), e GIUSEPPE LIBERTINI, capace di accogliere intorno a sè gli spiriti più accesi. Ed il Generale, a scopo di concordia, scrisse un telegramma ad alcuni componenti più ragguardevoli dei due Comitati opposti, cioè Libertini, Raffaele Conforti (39), Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo marchese di Bella (40), Giuseppe Ricciardi, Andrea Colonna, pregandoli “per il bene della causa dell’unità italiana di riunirsi a comporre il Comitato Unitario Nazionale”(41), ed aggiungendo che “attendeva ogni aiuto dal loro illuminato ed ardente patriottismo”(42). Ma tale, Comitato, che si credè Governo per ventiquattro ore, non fece che provocare maggiori ire e più profondo dissidio tra le due parti (43).”. Poi il Dittatore, dopo aver consumato un modesto pranzo partì con Mario, Mignogna, Nullo ed altri pochi intimi. XII. Il 6 mattina fu ad Eboli, etc…”. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (36) postillava che: “(36) Cfr. R. De Cesare, La fine di un Regno, parte II, Lapi, 1909”De Crescenzo, a p. 129, nella nota (37) postillava che: “(37) Nacque a Tricase (Sulmona. Esule a Torino, vi pubblicò le ‘Istituzioni di fisiologia’, che, destarono l’ammirazione di tutti gli scienziati per il loro altissimo pregio. Deputato dalla VIII alla XIII lesgislatura. Nel 1848 deputato al Parlamento napoletano. Ministro di Grazia e Giustizia. Morì nel 1879. “De Crescenzo, a p. 129, nella nota (38) postillava che: “(38) Insegnò nelle niversità di Pisa e di Torino. A Napoli fu segretario della Luogotenenza e Ministro della Pubblica Istruzione. Morì a Torino il 18 luglio 1865. “ De Crescenzo, a p. 129, nella nota (39) postillava che: “(39) Il Conforti era indeciso tra i due comitati, ma inclinante più a quello d’Azione.”De Crescenzo, a p. 129, nella nota (40) postillava che: “(40) Nacquw nel 1822. Era fratello del Principe di Torella. Con Decreto dell’8 settembre 1860 Garibaldi lo nominò inviato straordinario a Napoleone III. Etc…”

Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi nominò Giovanni MATINA Governatore del Salernitano

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano “con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Dunque, il Racioppi scriveva che il Matina fu nominato da Garibaldi a Sala il 6 settembre e non il 5 settembre 1860. Garibaldi si fermò a Sala Consilina il 5 ed ivi pernottò per ripartire per Auletta il 6 settembre 1860. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 124, in proposito scriveva che: “Tra un’infinità di stemmi di Savoia e di bandiere tricolori che sventolavano dalle finestre, e tra interminabili ovazioni del popolo, il Dittatore si recò in carrozza, insieme col Matina che gli era andato incontro, al palazzo del Governo Provvisorio, dove fu ricevuto dal segretario Antonio Alfieri d’Evandro, ….”.                                                                                              

                                                                           

                                                                                                          AD AULETTA

Nel 6 settembre 1860, Garibaldi, ad Auletta fu ospitato in casa Mari e proclamò Giacinto Albini Governatore della Basilicata e, la richiesta di concordia fra i due Comitati

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini, capo del governo temporaneo della Lucania, a governatore di Basilicata con quella podestà che disse illimitata, e che meglio sarebbe a dirsi indefinita. E quivi giunsero a lui gl’inviati dai due comitati dell’Ordine e dell’Azione; i quali capaci della necessità  della concordia e delle unite forze nei momenti supremi e terribili, erano venuti, perchè il battesimo del Dittatore segnalasse alla fiducia pubblica quelli che delle due parti meritassero la sua fiducia, per reggere lo Stato che si sfasciava nel momento che un ordine cessa e un altro incomincia. E il generale scrisse queste parole, quasi invito di concordia alle due parti, e mandato di confidenza agli uomini che men paressero discordi dal suo indirizzo. “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo d Bella, Giuseppe Ricciardi, Andrea Colonna. Per il bene della causa della Unità Italiana vi prego d riunirvi a comporre il comitato Unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato ed ardente patriottismo. Auletta 6 settembre 1860”.. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò  casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’. Nel giorno stesso il Generale, col breve eletto corteo, ripartì, fra le vive acclamazioni e benedizioni del popolo festante, per Eboli, Salerno e Napoli, dove entrò trionfalmente nella sera del Venerdì 7 Settembre, inerme, senza scorta ed in carrozza scoperta, passando sotto i cannoni del Forte del Carmine, le cui sentinelle, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. E la colonna, tra un popolo delirante, si avviò per la “Consolare”, scortata da uomini in armi, a cavallo. Garibaldi, troppo sicuro di sè, precedeva l’Armata, sfidando i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata Cosenz giunse nel Vallo solamente l’11 settembre, e cos’ pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli. Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre. Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano di Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Credo che qui vi è un errore di trascrizione perchè si trattava del generale Turr non Burr. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “In casa Mari – ove pernottò – Garibaldi ricevé l’omaggio di molti notabili e rappresentanti di Comitati d’Azione; da Auletta telegrafò a Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti e Giuseppe Pisanelli, patrioti e uomini insigni, per esortarli a riunirsi nel “Comitato Unitario Nazionale”; e da Auletta fu spedito il famoso telegramma: “Oggi qui, domani a Napoli”. Né possaimo non riportare una “cronaca” del tempo, secondo la quale, in casa Mari, il Signor Gerardo Isoldi di Caggiano volle fare dell’accademia, recitando, alla presenza del Dittatore, un sonetto contro Ferdinando II.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “Il giorno 6 le due brigate Milano e Spinazzi col generale Turr erano ad Auletta,e si preparavano ad avanzare verso Salerno mentre che il Dittatore partiva per Eboli con una piccola scorta.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta.Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “ Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardı e Andrea Colonna : Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo„ . Libertini, Agresti e Ricciardi appartenevano al comitato di Azione ; Pisanelli, Caracciolo e Colonna, al comitato dell’Ordine, e Raffaele Conforti a nessuno dei due , ma aveva la fiducia di entrambi. La sera di quel giorno , Garibaldi giunse a Salerno, e prese stanza nel palazzo dell’intendenza.. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta: illuminazione e clamore. Arrivano Piria e Tommasi latori di lettere del Comitato dell’Ordine. Garibaldi, dopo letto tutto, disse: “Ebbene, se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia, io non faccio differenze di persone; ma se coloro hanno che fare con quei figuri di Torino che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia; so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma: mai no. Vogliamo tutto il paese nostro per noi, ed a Roma, sovrana, l’Italia. Il signor Bonaparte non può più farci nè bene nè male; egli non sa che noi conosciamo che ha la coda di paglia e che ha paura che gli prenda fuoco. Etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.  Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, …5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 117-118, in proposito scriveva che: La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ad Auletta nel giorno sei il Pro-dittatore Albini, la Deputazione Potentina e altri cittadini strinsero la mano al Dittatore, presentandogli gli omaggi della Lucania e del suo Capoluogo. Quivi Garibaldi emise il decreto – “Il Signor Giainto Albini è nominato Governatore di Basilicata con poteri illimitati” (3).”. Riviello, a p. 242, nella nota (3) postillava: “(3) Corriere Lucano 6 settembre n. S.”. Riviello, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 20, in proposito scriveva: “Mentre la Prodittatura e le sue commissioni lavoravano così alacremente Garibaldi passa per il Lagonegrese; e i due prodittatori si allontanano da Potenza per andargli incontro. Garibaldi, ringraziando i Lucani della loro fede, del loro coraggio e della loro energia, con decreto del 6 Settembre nomina Giacinto Albini Governatore della Provincia di Basilicata con ‘poteri illimitati’.”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “…..Garibaldi entrò in Auletta, anch’essa quasi distrutta dal terremoto che aveva provocato 47 vittime, e fu ospite del dottor Gennaro Mari. Auletta è una tappa importante della spedizione dei Mille perchè fu lì che Garibaldi scrisse al Comitato dell’Ordine ed a quello dell’Azione il seguente messaggio: “Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo.” (10).”. D’Amico, a p. 16, nella nota (10) postilla: “(10) Per il testo del telegramma Cfr. Gennaro De Crescenzo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane. Questo il testo: “Garibaldi è arrivato con 5.000 dei suoi; si aspettano ad ogni istante 5.000 calabresi. Degli sbarchi avranno luogo questa sera sulla baia di Napoli e sul golfo di Salerno; consiglio decisamente di ritirare senza indugio la guarnigione di Salerno che altrimenti si troverà il passo tagliato. Vi scongiuro poi come amico personale, per quanto vostro nemico politico, ad abbandonare una causa perdduta che sarà la vostra ruina.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 128 in proposito scriveva: “Trovò molti insorti che passò in rivista; poi acortosi col Turr, inviò un dispaccio al sindaco di Salerno, avvertendolo di preparare per il giorno seguente quarantamila razioni e alloggio pei garibaldini. Quale effetto producesse questo dispaccio ognuno può immaginare. La notizia si propagò in un bater d’occhio tra il popolo di Salerno, e destò non poca meraviglia.”Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Etc…”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava:  “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”.

Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, Garibaldi decreta e cedeva al generale SIRTORI il comando generale dell’Esercito e della flotta. Sirtori si trovava in viaggio col suo Stato Maggiore ed arrivava il 7 a Lagonegro

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, etc….”.

Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, il generale TURR scriveva al tenente Fraissignano, che si trovava a Lagonegro, ordinandogli di…..

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano a Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Romagnano citava il tenente “Fraissignano”, che si trovava a Lagonegro con altre truppe e gli ordinava di avanzare con i cavalli sulla strada Consolare per Salerno. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “…..Garibaldi entrò in Auletta, anch’essa quasi distrutta dal terremoto che aveva provocato 47 vittime, e fu ospite del dottor Gennaro Mari. Auletta è una tappa importante della spedizione dei Mille perchè fu lì che Garibaldi scrisse al Comitato dell’Ordine ed a quello dell’Azione il seguente messaggio: “Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo.” (10).”. D’Amico, a p. 16, nella nota (10) postilla: “(10) Per il testo del telegramma Cfr. Gennaro De Crescenzo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane. Questo il testo: “Garibaldi è arrivato con 5.000 dei suoi; si aspettano ad ogni istante 5.000 calabresi. Degli sbarchi avranno luogo questa sera sulla baia di Napoli e sul golfo di Salerno; consiglio decisamente di ritirare senza indugio la guarnigione di Salerno che altrimenti si troverà il passo tagliato. Vi scongiuro poi come amico personale, per quanto vostro nemico politico, ad abbandonare una causa perdduta che sarà la vostra ruina.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 128 in proposito scriveva: “Trovò molti insorti che passò in rivista; poi acortosi col Turr, inviò un dispaccio al sindaco di Salerno, avvertendolo di preparare per il giorno seguente quarantamila razioni e alloggio pei garibaldini. Quale effetto producesse questo dispaccio ognuno può immaginare. La notizia si propagò in un bater d’occhio tra il popolo di Salerno, e destò non poca meraviglia.”.    

Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, arrivò la compagnia della Brigata PUPPI, che marciò da Sapri

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Mazziotti scriveva che la Brigata Puppi arrivò a Sapri in giorno 3 e scriveva pure che questa Brigata faceva parte della Divisione Turr. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli aveva fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909.

Nel 6 settembre 1860, Peard, Turr e Ashley entrarono in carrozza a Salerno

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 207, in proposito scriveva che: “Intanto il pseudo Garibaldi e la sua comitiva, …..Saputo poi che i regi avevano evaquate le loro posizioni, il Peard, richiestone da Garibaldi, riprese in fretta la via di Salerno, entrandovi in trionfo alle cinque antimeridiane del 6 settembre. La città intera si riversò nelle strade ad acclamare il “Dittatore” che spese la mattinata ricevendo deputazioni in pubblico senza che nessuno fiutasse l’inganno tranne un solo ufficiale che gli sussurrò il suo nome all’orecchio. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Alle cinque di sera del 6 settembre, con due giorni di vantaggio sulle truppe più vicine, quelle del Turr (1), e molti più sul rimanente dell’esercito, Garibaldi e il suo Stato Maggiore entravano in Salerno in carrozza. Il Sindaco, la Guardia Nazionale e il suo “predecessore” inglese, ora deposto, gli andarono incontro fuori le porte della città. “Viva Garibaldi” gridò egli scoprendosi la testa in omaggio al Peard, e tutti unirono la loro voce alla sua con grida d’ilarità e d’evviva. L’oscurità li avvolse mentre si aprivan passo passo la via dentro Salerno in mezzo al delirio di 20000 anime che sembravano determinate a fare a pezzi il vero Garibaldi. La città era illuminata e nella lontananza tutte le alture di Amalfi e Sorrento rosseggiavano di fuochi di festa (1). La sera stessa l’ultimo dei Borboni e la Regina abbandonarono la reggia di Napoli e salpavano per Gaeta.”. Dobelli, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”.  Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “La piccola brigata del Peard partì nascostamente da Eboli durante la notte, ricalcando la via già percorsa fino a Sala. Lì ebbe ordine da Garibaldi di recarsi immediatamente a Salerno. Ed il 6 mattina vi entrò, ed anche lì fu scambiato per l’Eroe ed acclamato come facilmente può pensarsi. Simpatico equivoco davvero verificatosi, come abbiamo visto, più volte, e dovuto al colore biondo della sua barba !.”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 931, in proposito scriveva che: Di Lorenzo e Rendina precedevano con altro legno a tutta corsa, per far telegrafare dal capostazione di Cava che fosse sgomberata dai bavaresi la stazione di Nocera, ma questi n’erano partiti la notte innanzi, avendo saputo che Garibaldi era giunto a Cava, mentre a Cava non era giunto che un inglese, certo Peard, uno stravagante, il quale somigliava molto nel fisico al dittatore e faceva la campagna per conto proprio. A Cava chiesero del sindaco etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “In quello stesso pomeriggio, Garibaldi stava per giungere a Salerno. Era partito all’alba da Auletta, preceduto dal Battaglione “Tanagro” della colonna Fabrizi, che aveva schierato avamposti di sicurezza – come scrisse il suo Comandante – alla “Duchessa” di Postiglione, e raccolto la riserva alla “Taverna dell’Olmo”…..(p. 170) Sullo Scorzo, altro schieramento di volontari in armi; ma su tutto il percorso, anche là dove non sorgevano case, si allineavano, sui ciglioni dei poderi, creature semplici, ansiose di vedere l’Eroe da vicino etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 174 e ssg., in proposito scriveva che: “Era giunto il libeatore nella città tanto cara all’Aquinate: una dell quattro preminenti di tutta Europa, conosciuta principalmente per la celebre “Scuola di Medicina” che in essa ebbe stanza per molti secoli. Era la terra attraversata dalla Croce del Giuscardo, ed ove l’Aquila della Chiesa venne a morire ed a santificarsi. Fu accolto il Dittatore dalle più note personalità del capoluogo e della provincia: dal Sindaco Pacifico, da Matteo Luciani, medico valoroso, dall’inglese Peard, dal marchese Mezzacapo, maggiore della Guardia Nazionale, da G.B. Bottiglieri di Petina, che fu poi nominato membro del Governo Provvisorio, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 174-175 e ssg., in proposito scriveva che: Quella sera, furono pure accanto a Garibaldi, Bertani, Cosenz, Missori, e il capo della polizia Gozzolongo, e sul tardi – da Napoli – giunse Alessandro Dumas, dal quale si ebbe notizia degli ultimi avvenimenti che si erano succeduti a Corte, culminati con la partenza del Re per Gaeta. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”

Nel 6 settembre 1860, re Francesco II si imbarca nel porto di Napoli ed abbandona la capitale del Regno

Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 267, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre, alle sette di sera, il re Francesco II si era imbarcato alla volta di Gaeta; il 7 mattina Garibaldi aveva ricevuto a Salerno i deputati di Napoli, e verso le undici, accompagnato da una dozzina di ufficiali etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli”, a p. 419, in proposito scriveva che: “Narra il D’Ayala che nel pomeriggio del 6 settembre erano raccolti su la nave regia sarda ‘Maria Adelaide’ il Pisanelli, lo Scialoia, il Mezzacapo ed alcuni altri esuli napoletani da breve tempo tornati nel Regno (2). Sotto i loro occhi si compiva un singolare avvenimento !. Il re Francesco II, il discendente di una dinastia che aveva regnato nel Mezzogiorno d’Italia per ben centoventisei anni, abbandonava per sempre la sua capitale etc…”. Mazziotti, a p. 419, nella nota (2) postillava: “(2) Memorie, pag. 306.”. Si tratta del testo di Michelangelo D’Ayala, e del suo “Memorie di Mariano D’Ayala e del suo tempo (1808-1877). Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso. L’Europa stupefatta aveva assistito in pochi giorni allo sfacelo di un grande esercito ed alla fine di un Regno, fino a pochi mesi prima comunemente ritenuto il più potente degli Stati della penisola Italiana. Quegli ostacoli che, il 4 settembre, alcuni credevano che avrebbero dovuto ritardare la marcia trionfale di Garibaldi, s’erano invece rivelati inesistenti, e Garibaldi, tre giorni dopo la scena del Fortino, aveva potuto entrare trionfalmente in Napoli, circondato dal solo suo Stato Maggiore, mentre all’alba dello stesso giorno (7 settembre) l’ultimo dei Borboni di Napoli era sbarcato a Gaeta, che doveva essere l’ultimo propugnacolo dell’agonizzante Monarchia. Durante la sua rapida marcia da Lagonegro a Napoli (4-7 settembre) Garibaldi aveva riconfermato alle varie deputazioni, venutegli incontro per ossequiarlo, il suo aperto e deciso proposito di proclamare l’annessione delle Provincie meridionali a Roma. Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…..il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183, in proposito scriveva: Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”.  

Dopo il 6 settembre 1860, Giovanni Matina ed il suo GOVERNO DELLA PROVINCIA DI SALERNO, con Poteri illimitati

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 395, riferendosi al dispaccio di Garibaldi al Matina del 31 agosto, in proposito scriveva che: “Evidentemente il piano del Prodittatore cominciava a far delle falle, perché, in conseguenza delle istruzioni ricevute, e probabilmente per altre pressioni, egli dovette cedere anche al Fabrizi col quale aveva avuto, come s’è visto, un’iniziale contrasto d’opinione. Difatti, il parere del Capo militare, che si dovesse stringere contatto con le forze rivoluzionarie della vicina Basilicata, dove operava il colonnello Camillo Boldoni, prevalse nettamente dopo due o tre giorni. E perciò il Fabrizi si affrettò ad emanare il seguente ordine del giorno: “La rivoluzione deve tendere ad unificarsi: quindi etc..” (32). La corrente politica, che faceva capo al Comitato dell’Ordine, aveva in tal modo vinto nettamente ed il prodittatore Matina dovette sacrificare le sue convinzioni di partito ai supremi interessi della patria. Con questa vittoria incominciò nel Salernitano la fase della grande manovra avvolgente da parte della borghesia moderata, che sarà indi a poco perfezionata mediante quel compromesso con le forze regie piemontei, che sembrò scaturire per forza naturale da ragioni oggettive, mentre invece fu un congegno politco abilmente achtettato in difes dei privilegi di classe. Anche il volontarismo, che fu il nerbo della rivoluzione del Risorgimento, cominciò ad accusare i primi colpi, fino a che dovrà capitolare difronte alle forze disciplinate dell’esercito regolare piemontese…..In conseguenza del nuovo orientamento il colonnello Fabrizi nominò capo di stato maggiore Lorenzo Curzio, mentre Antonio Alfieri d’Evandro fu nominato delegato civile e militare del distretto di Sala da Giovanni Matina. Questi a sua volta, il 5 settembre, fu nominato da Garibaldi, che era già giunto a Sala, governatore della Provincia di Salerno “con poteri illimitati”.. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 397, in proposito scriveva che: “Ed era naturale che la borghesia gli si opponesse! Si trattava di riorganizzare a tempo di primato tutta l’impalcatura dell’amministrazione provinciale, che si era schiantata; si trattava di sgomberare il terreno dei vecchi relitti del passato; di abbattere vecchi numi locali, boriosi quanto incompetenti; di combattere gli antichi borbonici diventati d’un tratto liberali con allegra e sfacciata manovra trasformistica; di dare al popolo, mediante saggi provvedimenti, una prova tangibile che una vera rivoluzione era in corso di attuazione; si trattava infine di stroncare energicamente i tentativi di reazione, fomentati dai borbonici e dal clero (34).”. Cassese, a p. 397, nella nota (34) postillava: “(34) Per le condizioni politiche della Capitale e delle province vedi il bel volume aneddotico di Gustav Rash, Garibaldi a Napoli nel 1860, Bari, Laterza, 1938, pp. 108 sgg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 396, in proposito scriveva che: “E’ un vero peccato che tutti gli atti del periodo di Governatorato del Matina siano andati irrimediabilmente perduti, perché in base ad essi si sarebbe potuto disegnare il quadro della sua energica attività, intesa a dare un assetto nuovo alla provincia, rispondente ai suoi principi politici. Si sa che egli fu fieramente avverso alla borghesia neghittosa e in massima parte fino a pochi giorni innanzi ancora borbonica: fu intransigente, violento ed irruento, secondo il suo carattere; la qual cosa valse ad alienargli il consenso di tutto il moderatume salernitano, il quale con torbide manovre giunse a rovesciarlo dopo un mese di governo (33).”. Cassese, a p. 396, nella nota (33) postillava: “(33) Durò in carica fino alla prima decade di ottobre. Un manifesto del 18 ottobre è firmato dal governatore Mariano Englen.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: Nel 1860 la Basilicata insorse, dando il segnale della riscossa alle vicine regioni. Si è già detto che il 18 agosto di quell’anno, venne proclamato a Potenza il Governo prodittatoriale, i cui componenti furono Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Pochi giorni dopo, venne istituita la Giunta insurrezionale, con sette uffici. A Giacomo Racioppi – ch’era subito accorso a Potenza – fu affidata la direzione del quarto ufficio, che doveva occuparsi dell’amministrazione provinciale e comunale e degli affari demaniali. Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati.”

Dopo il 6 settembre 1860, Giacinto ALBINI, nominato da Garibaldi Governatore della Provincia di Basilicata con “Poteri illimitati”

Dalla Treccani on-line leggiamo che il 10 settembre, dopo avere sciolto le giunte insurrezionali, l’Albini assumeva, in forza di un decreto di Garibaldi del 6 settembre, la carica di governatore della Basilicata con poteri illimitati. Tale carica conservò fino alla metà dell’ottobre seguente, eliminando in questo breve periodo i funzionari e i magistrati borbonici. Da Wkipedia leggiamo che storicamente, la Basilicata fu governata da Giacinto Albini, nominato da Giuseppe Garibaldi con poteri illimitati durante il periodo della spedizione dei Mille. Questo governatorato con poteri illimitati serviva a gestire il territorio durante un periodo di transizione. La figura storica che hai menzionato è Giacinto Albini, nominato “Prodittatore e Governatore della provincia di Basilicata” da Giuseppe Garibaldi nel 1860 con poteri illimitati. Questo avvenne in seguito all’incontro tra Garibaldi e Albini ad Auletta il 5 settembre 1860. Albini divenne quindi il capo della Basilicata in un periodo di transizione dopo l’unificazione italiana. Il 10 settembre il Governo Prodittatoriale della Basilicata si sciolse e la provincia passò agli ordini di Garibaldi dittatore di Napoli. Risale, infatti, al 10 settembre l’ultimo atto del Governo Prodittatorialeː «Italia e Vittorio Emanuele Il Governatore generale della Basilicata Sulla considerazione, che lo scopo per cui furono create le Giunte insurrezionali Municipali è ormai raggiunto, e che cessate le condizioni straordinarie, tutt’i pubblici poteri rientrar debbono nella sfera di azione loro attribuita dalle leggi ordinarie; dispone: Le Giunte insurrezionali municipali create con ordinanza del 19 agosto restano abolite; e le facoltà concesse a’ commissarii delegati ad installarle sono ritirate. Potenza, il dì 10 settembre 1860.». Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretrio nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava:  “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Rivilello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 251 in proposito scriveva che: Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri e poi a Salerno, in ‘Brigata dei Cacciatori Lucani’, etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ad Auletta nel giorno sei il Pro-dittatore Albini, la Deputazione Potentina e altri cittadini strinsero la mano al Dittatore, presentandogli gli omaggi della Lucania e del suo Capoluogo. Quivi Garibaldi emise il decreto – “Il Signor Giainto Albini è nominato Governatore di Basilicata con poteri illimitati” (3).”. Riviello, a p. 242, nella nota (3) postillava: “(3) Corriere Lucano 6 settembre n. S.”. Riviello, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Riviello, a p. 250 scriveva che: “Cessato il Governo provvisorio della Prodittatura, cominciarono i ‘poteri illimitati’ del Governatore della Provincia di Basilicata – In virtù dei poteri illimitati conferitigli dal Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi, con Decreto 6 Settembre 1860 – Nomina – a Segretario Generale della Provincia il Sig. Giacomo Racioppi – Potenza 10 Settembre 1860. Giacinto Albini (1)”. Nel 16 e nel 17 Settembre poi il Governatore mise fuori una lunghissima filza di nomine, di destituzioni, di promozioni, di traslocamenti per le diverse magistrature della Gran Corte Criminale, della Corte Civile e dei Giudicati Circondariali…etc…(p. 251) Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri etc…”Riviello, a p. 254, in proposito scriveva pure che: “Prima del Plebiscito i Governatori dai ‘poteri illimitati’ furono rimossi dal loro ufficio, e quindi Giacinto Albini cessò di essere a capo della notra Provincia (1).”. Riviello, a p. 254, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Commendatore Giacinto Albini ritornò a Potenza nel 6 Novembre 1878 come Conservatore delle Ipoteche, e vi morì nell’11 Marzo 1884 – Tutta la cittadinanza ricordando i lieti e gloriosi giorni della Prodittatura, volle onorare la morte dell’insigne uomo etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “….Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 20, in proposito scriveva: “Mentre la Prodittatura e le sue commissioni lavoravano così alacremente Garibaldi passa per il Lagonegrese; e i due prodittatori si allontanano da Potenza per andargli incontro. Garibaldi, ringraziando i Lucani della loro fede, del loro coraggio e della loro energia, con decreto del 6 Settembre nomina Giacinto Albini Governatore della Provincia di Basilicata con ‘poteri illimitati’. Così si chiude la vita e l’attività della Prodittatura, sorta dall’entusiasmo e dalla fede di un popolo etc…La vita della Prodittatura (potere che nel suo stesso nome ha qualche cosa di anormale, giacchè si può parlare di dittatura e non di prodittatura) fu molto breve, della durata di pochi giorni. Tuttavia può avere un alto interesse storico in quanto fu tratto di transizione e di unione tra la rivolta ancora incoerente e la costituzione di un potere provvisorio che aprì la via ad un altro potere meno effimero, e poi definitivo.”. Il figlio Decio (1865-1923), che fu presidente del Comitato romano della Società per la storia del Risorgimento, cercò di dimostrare, in una serie di brevi lavori sul Risorgimento lucano, il mazzinianesimo del padre: egli fu anche il fondatore di diverse riviste lucane. Ma la sua attività prevalente fu quella di medico chirurgo, con un particolare inteper i problemi dell’ infanzia. Per meglio comprendere la figura di Giacinto Albini e dei “Poteri illimitati”, ottenuti unitamente alla nomina di Governatore della Basilicata, in un suo saggio, Ernesto Pontieri (….), mette seriamente in luce la sua figura quale essa veramente era. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) ….Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. Etc…”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Pedio, a p. 53, nella nota (2) postillava: “(2) Pedio Edoardo, La prodittatura lucana nel 1860 in Atti del Congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.”. Per comprendere meglio il dopo 1860, è utile leggere le pagine di Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (….), nel loro, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Sempre il Pesce, a p. 59, in proposito scriveva che: “Il Governatore della Basilicata Giacinto Albini abolì tosto le giunte insurezionali, i comitati locali ed i commissari civili, e così fu richiamato a Potenza da Lagonegro il Commissario Giuseppe Mango, il quale, lungi dall’abusare del potere goduto, seppe conservare e rafforzare il plauso e la gratitudine dei suoi concittadini, ed in premio degli utili servizi resi alla rivoluzione fu nominato Giudice della Gran Corte Criminale di Potenza. Al posto del Mango fu mandato come Sotto-Governatore o Sotto-Intendente pel Distretto di Lagonegro il valoroso giovane Pietro Lacava, che tanta parte onorevole aveva presa in quei moti insurrezionali. Questi, venuto in Lagonegro nei primi giorni d’Ottobre, attese con tutta energia e con impareggiabile zelo al consolidamento del nuovo ordine di cose, e seppe in breve conquistare lo affetto e la stima di tutta la cittadinanza dell’intero Distretto, dove lasciò memorie ed amicizie imperiture.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. Etc…”. Su Pietro Lacava, poi Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava, il 21 giugno 1860 fece parte del Comitato Centrale Lucano di Corleto Perticara e il 19 agosto, in seguito alla insurrezione della Basilicata, fu nominato segretario del Governo Protodittatoriale Lucano. Divenuto vice-governatore a Lagonegro, represse le manifestazioni legittimiste dell’ottobre del 1860. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 83-84, in proposito scriveva: “4) Il Governo Prodittatoriale…..”

                                                                                              GARIBALDI A EBOLI

La sera del 6 settembre 1860, dopo aver costituito il Governo provvisorio di Sala, Giuseppe Garibaldi affrontando una pioggia inarrestabile, si recò ad Eboli per incontrare i rappresentanti del comitato rivoluzionario della città di Salerno. Al seguito di Garibaldi tra i tanti intellettuali europei c’era lo scrittore Maxime du Camp che ha raccontato l’intrepida avanzata dei Mille da Sala Consilina fino a Salerno. Del suo biennio rivoluzionario, Marciano, trent’anni dopo, scrive un libretto: “Salerno nella Rivoluzione del 1860” , che si scopre ancora oggi fonte storica attendibile. Dalle memorie di Marciano vale la pena raccontare la cena a Eboli a casa di Francesco La Francesca con Garibaldi alla vigilia della partenza per Napoli in treno da Vietri sul Mare. «La sera del 6 settembre gli condussi in casa Garibaldi col seguito perché ci desse da mangiare. La scena seguì a Eboli, e ciò che avvenne tra me l’avvocato La Francesca si può immaginare …». L’episodio della cena a Eboli è poco ricordato dalla storiografia ufficiale e tuttavia rappresenta un esempio chiaro dell’impegno dei rivoluzionari salernitani favore della causa dell’Unità d’Italia. Il responsabile del Comitato dell’Ordine era Beniamino Marciano, patriota bergamasco, inviato in città dal comitato insurrezionale napoletano per preparare la Rivoluzione nell’attesa dell’arrivo nel salernitano dell’eroe dei due mondi. La vita del giovane garibaldino si intreccia con una vera eroina del Risorgimento Antonietta De Pace, una giovane mazziniana originaria di Gallipoli. L’incontro dei due rivoluzionari avviene nel 1858, Salerno, quando Antonietta De Pace dopo aver trascorso in carcere 18 mesi senza aver subito alcun processo per l’accusa di aver partecipato ai moti del ’ 48 a Napoli, decide di aggregarsi ai cospiratori salernitani. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 167-168, in proposito scriveva che: “VII. Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere , risolute , dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale. Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare , con qualche probabilità di buon successo , la prova estrema  a cui si erano impegnati. L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo . Nella sera del 5 settembre, il Re , radunato il Consiglio dei Ministri, etc…”.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

                                                                                                                                                                                             

ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI

Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….).  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero  “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.

Nel 1860, a Torraca, la Famiglia Perazzo di Torraca ed il Sindaco PIETRO PAOLO PERAZZO

Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi a Garibaldi che, da Vibonati, con il suo seguito partì per raggiungere il Fortino, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti, ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente” (10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Pietro Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Su Pietro Paolo Perazzo (….), futuro Sindaco di Torraca, ha scritto Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”“….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. La Greca, a p. 204 pubblica la foto della via di Torraca intitolata a Pietro Paolo Perazzo. Sebbene il testo riporti pochissimi, se non niente, documenti che riguardino l’epopea di Garibaldi, a causa della dispersione di documenti del periodo preunitario, merita degli approfondimenti. Su Pietro Paolo Perazzo e la famiglia Perazzo di Torraca, a p. 124, nella nota (222) postilla: “(222) E’ lo stesso al quale è intitolata una delle vie principali di Torraca. Fu costui l’ultimo sindaco di Torraca del periodo borbonico e il primo dopo l’Unità. Era figlio di quel Pietro Paolo, il principale attore della vita economica di Torraca fino agli anni Cinquanta; era infatti il più grosso proprietario di animali vaccini del luogo negli anni Trenta e titolare di una conceria, lo stesso che aveva acquistato le terre dell’ex barone di Policastro nel periodo francese, di cui abbiamo detto all’inizio di questo libro; dal punto di vista politico la famiglia era stata molto “fredda” verso il governo borbonico anche se, per proteggere i suoi interessi, non si era esposta né nei moti del ’28 né in quelli del ’48. Il figlio omonimo, questo in parola, in gioventù era stato un osservato speciale del governo borbonico; infatti da studente universitario nel 1855 dovette avere il benestare delle autorità per poter vivere a Napoli. In una lettera della Polizia napoletana, datata 14 aprile 1855, indirizzata al sottintendente di Sala, troviamo scritto: “La prego manifestarmi se la famiglia del giovane D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca sia conosciuta benemerita e degna di fiducia nel Real Governo sotto il rapporto politico e morale; o se Ella a norma del Real Rescritto di massima in vigore per gli studenti creda di potersi permettere al Sig. Perazzo di soggiornare in Napoli come studente”. E il Sottointendente il 28 aprile ne dava informativa all’Intendente: “Sig. Intendente, la condotta politica, morale e religiosa di D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca è stata sempre buona, né si può fare la minima osservazione etc…., giusta la informazioni accasatesi da questa Sottointendenza fra i quali dal Vescovo di Policastro, egli etc…”. In ASS, Intendenza, Istruzione, B. 1840, fasc. 87.”. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 248 scriveva: “(In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 41) Torraca, 6 agosto 1854: Terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo fu Pietro Paolo, anni 47, negoziante, ducati 136.19, etc..”. Su Pietro Paolo Perazzo ha scritto Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri,  in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: I soldati ebbero dono di ciliege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969. 

Nel 4 settembre 1860, Marcello BRANDI (futuro Sindaco di Torraca), uno delle guide del Rustow per risalire da Torraca al Fortino

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Policicchio racconta questa notizia tratta da una poesia pubblicata dall’ex Preside Gioacchino Vaiano tratta dal testo “All’aria aperta”. Policicchio racconta che una guida garibaldina che marciò insieme ai volontari garibaldini di Rustow, fu “Marcello”, “u vavu” (nonno) del Preside Gioacchino Vaiano di Torraca. Gioacchino Vaiano ne parla in una sua lirica pubblicato a Sapri, nel 2008: “All’aria aperta”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr….., con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio scriveva che il generale Turr si portava a Lagonegro “con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Dunque, Policicchio scriveva che Turr, con un piccolo seguito si recò a Lagonegro “..e a spese del comune di Torraca”. E’ molto probabile che il generale Turr, allontanatosi da Sapri e dalle sue truppe che aveva lasciato a Sapri a Rustow, risalì verso il mandamento di Lagonegro passando prima da Torraca e, ricalcando lo stesso percorso che tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane con i suoi Trecento. Il percorso sarà descritto da Rustow che però risalirà da Vibonati, passando nel teritorio di Torraca ecc…Ma, la notizia fornitaci da Policicchio è quella che il comune di Torraca dovette partecipare alle spese per tale viaggio. Si trattava forse delle spese che bisognava approntare per tale viaggio, come ad esempio le spese per pagare delle guide  che conoscevano bene il percorso aspro ed impervio che permettesse di risalire a Lagonegro o al Fortino senza avere sgraditi incontri ?. Infatti, Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Mezzo secolo prima, durante l’occupazione dei francesi, i Generali Reyner e Massena vi trovarono forte resistenza prima di giungere in fondo alla Calabria.”. Turr, con il suo piccolo seguito non conosceva il percorso e soprattutto doveva percorrere sentieri aspri e dirupi che permettessero a lui ed al suo piccolo seguito di non incappare in brutte sorprese e quindi passò per Torraca per ingaggiare, a spese del comune delle guide esperte di quei luoghi. Infatti, il colonnello Rustow, nel suo racconto tradotto da Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, etc..” e, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi.”. Sebbene Rustow non parlasse del viaggio intrapreso dal generale Turr, ma parlava del suo che intraprese il giorno dopo da Vibonati, descrive bene e testimonia l’angustia che dovettero affrontare i garibaldini per risalire verso il Fortino di Casaletto. Queste guide, perfetti conoscitori dei luoghi da percorrere, erano “persone del luogo”, come più tardi scriveva il colonnello Rustow. Sulle guide, di cui si servì sicuramente il generale Turr, dovendo risalire da Sapri al Fortino, troviamo un’altra notizia che riguarda una guida di Torraca. Si tratta di Marcello BRANDI, che poi, in seguito sarà Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Infatti, l’ex preside ed amico, Gioacchino Vaiano, nel suo “All’aria aperta – poesie”, ed. Il Papiro, Sapri, 2008, a p. 101, nella sua lirica “Racconti di famiglia”, scriveva: “U vavu Marciello, ch’era u figliu du Sinnacu Francesco Brandi ca fece u cambanaru, com’è scrittu oramaie ndà storia du paisu nuostu, pe se nzurà a vava Giuanna, l’abbrazzau etc…u diariu addò u maritu avìia scrittu quiddu fattu viecchiu de l’abbrazzu nzieme a tand’ate cose da famiglia. Ngera scrittu pure du cavaddu iangu ca Garebbalde avìia regalatu o vavu Marciellu, quannu veneddu da Vibonati pi Pagliuuoli, l’avìia accumpagnat versu u Furtinu, pa via adduv’era passatu Carlu. Come “chi era Carlu ?”, era Carlo Pisacane, ….U vavu Marciellu, nepote mìiu, etc…”. Dunque Vaiano racconta di questo scritto che aveva trovato sua nonna dove vi erano state appuntate alcuni fatti storici dell’epoca di Pisacane e di Garibaldi che avevano riguardato direttamente il nonno (u vavu) Marcello Brandi, figlio di Francesco Brandi, Sindaco di Torraca nel …….. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 203 scriveva: “Appendice – Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità – Francesco Brando dal 1906 al 1808.”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca. 

Nel 4 settembre 1860, la GIUNTA INSURREZIONALE di Lagonegro (PZ)

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”

Il “Cerbaro”, frazione di Casaletto Spartano ed il Fortino Murattiano

Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Nicolas Desvernois

Nel 1808, Il generale francese Nicolas Desvernois (….), inviato dal governo francese nella sottodivisione di Lagonegro, in proposito scriveva che, il Fortino del Cervaro era: Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: etc…”. Sempre il Policicchio, a p. 139, in proposito aggiungeva che: Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Sul Fortilizio del Cervaro, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, Gutemberg, Lancusi, 2001, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “Il barone Desvernois (40), chiamato alla sottodivisione di Lagonegro (41), per ‘pacificare’ questa parte del Regno dal brigantaggio (42), come primo provvedimento – ci tramanda – istituì, fra il Principato Citeriore e la Calabria Citra, dei piccoli posti di guardia, abbastanza vicini tra loro, sulla ‘strada regia’, tra il ponte di Campestrino e Morano. Essi potevano tra loro comunicare e provvedere a vicendevole soccorso dando così sicurezza a chi la strada praticava. Ordinò a sindaci e proprietari che ognuno era tenuto ad abbattere, dai rispettivi terreni che costeggiavano la strada delle Calabrie, a proprie spese, tutti gli alberi d’alto fusto e pulirne i bordi dai cespugli fino a un tiro di fucile. A sorvegliare e proteggere i lavoratori fu incaricato l’esercito e le guardie civiche di ciasuna località competente per giurisdizione. Fece costruire una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro (43); un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Il posto (44) venne armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri (45) sul litorale ovest.”. Policicchio, a p. 160, nella nota (40) postillava: “(40) Il primo febbraio 1808, fu nominato Luogotenente Colonnello ed inviato a comandare la Sottodivisione militare di Lagonegro. Dopo otto mesi fu nominato Colonnello alla corte e richiesto a Madrid da Napoleone. Comandante il 1° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. Con decreto 848 del primo gennaio gli fu conferito il titolo di Barone. Arrivò al grado di Generale. Nelle sue Memorie, più di ogni altro autore del tempo, ha molto mirato ad esaltare la sua attività di militare, perdendo l’opera, così, efficacia dal punto di vista storico-documentaria trovandovi in esse delle confusioni ed inesattezze, anche, se, in verità, quasi tutte le memorie di chi prese parte alle operazioni, stesse a distanza di tempo e di luogo, le esagerazioni si mostrano evidenti, a volte per rilevare il valore delle armi del partito di schieramento, a volte giustificare il loro operato.”. Policicchio, a p. 162, nella nota (47) postillava: “(47) A. Dufourq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326.”. E’ errato ciò che scrive Policicchio perchè si tratta di Albert Dufourcq (….).

                                                                     LA TAVERNA DEL FORTINO DEL CERVARO

Nel 29 giugno, 1857, la taverna del Fortino del Cervaro di proprietà del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?. I Gallotti erano proprietari di una casa di campagna in località S. Marco, non molto distante dal Fortino del Cervato ?

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Questa notizia però distorce con la testimonianza di un rivoltoso liberato a Ponza e fatto prigioniero a Padula, Luciano Marino. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”. La versione della casetta in campagna dei baroni Gallotti distante dalla Taverna di proprietà di Vincenzo Cioffi contraddice l’altra versione che ne dà l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. Dunque, il Pesce riferendosi alla Taverna del Fortino scriveva che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. Pesce scriveva che, il fabbricato della “Taverna del Fortino” era di proprietà del barone don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “…“Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, etc…”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Nel 1978 fui incaricato dal Giudice Francesco Flora e dal Tribunale di Lagonegro per redigere, in qualità di Consulente Tecnico di Ufficio la Perizia di divisione erditaria dell’Immobile in questione e le parti in causa erano i Colombo contro i Cioffi. In seguito pubblicherò i resoconti della Perizia che provano in modo inconfutabile la precedente proprietà dei Cioffi. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri. 

Nel 4 settembre 1860, la taverna del Fortino del Cervaro (Casaletto Spartano) di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, figlio di Carlo e nipote di don Giovanni o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?, (poi in seguito dei Colombo)

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Alle pendici occidentali del monte Cervaro, rivestito d’elci, di ontani e di querce e tagliato a mezza costa dalla strada statale per la Calabria, sorge a 778 metri di altitudine sul livello del mare, il Fortno, piccolo gruppo di case coloniche dal colore cinerino che le fa confondere,così mimetizzate, con la natura calcarea della zona circostante. Questa piccola frazione del comune di Lagonegro dista dalla cittadina poco più di otto chilometri ed è situata in una zona elevata ben soleggiata, ma quasi brulla. Il viaggiatore che, proveniente da Napoli, giunge in automobile al valico del Fortino, nota sulla destra un piccolo spiazzo circondato da poche case rurali (le cui mura grigiastre portano i segni dei secoli e le sferzate dei venti), legge su una targa azurrina “valio del Fortino” e passa oltre, dando le ali al motore verso Lagonegro. Il Fortino non viene quasi notato nella sua romantica posizione a cavalcioni di una collina, in posizione strategica fra due valli, come una sentinella in vedetta; nessuno dei forestieri si sofferma alla piccola taverna che sa di rurale e di antico e non può certo attrarre la curiosità del viaggiatore. Eppure sul colle del Fortino di Lagonegro, nella semplicità e nella solitudine del luogo alpestre, nella cerchia verde e silenziosa dei monti Cervaro, Serralunga e Salice, su cui da lungi vigila il maestoso Sirino con la piramidale vetta corteggiata da nubi, furono prese ardue decisioni nella storia del Risorgimento.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”.  Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, anche se “nel 1848 fu in compagnia del Capo Urbano di Tortorella e Morigerati, onde opporsi all’invasione Cilentana, nella sommossa”, fu compreso tra gli attendibili politici di 3° classe perché “concessa la Cotituzione, esultò al pari degli altri, ma senza ecedere. Partì per Napoli, ed ivi si trattenne qualche tempo. Ritornato in patria, ha serbato regolare condotta”(57). Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (57) postillava: “(57) Dal Giudice Regio di Vibonati, in maggio 1857, gli fu rilasciata carta di passaggio per Salerno col consueto obbligo di portarsi, all’arrivo, presso il Commissario di polizia del capoluogo. Quando vi giunse, il primo giugno, nel sottoporre la carta a vidimazione, domandò di potersi portare a Napoli con la stessa carta. Ivi, b. 31, f. 32,38.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, etc….. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno. Il nome di quella località deriva da un antico fortilizio, di cui il mio caro amico il Com. Roberto Gaetani di Sapri mi scriveva nel 1907 che si scorgevano ancora i ruderi (3). La comitiva si fermò in una taverna, divenuta già celebre perché ivi si fermò nel 1857 la spedizione di Pisacane la quale purtroppo vi decise la partenza nefasta per Padula e per Sanza, andando incontro a tragica fine. Il sacerdote Arcangelo Rotunno di Padula, ispettore onorario dei monumenti e scavi nel circondario di Sala Consilina, uno studioso modesto e valoroso, ha redatto su quella taverna ormai storica due relazioni nel 1914 le quali chiariscono le poche modificazioni avvenute in quel rustico locale dopo la fermata del dittatore, e ne ha rilevate due fotografie, di cui cortesemente mi inviò copia.”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (3) postillava: “(3) I ruderi sono a cinquanta metri dalla taverna.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata. Fuori dall’edificio un gruppo di ragazzi si sollazza al sole delle due e mezza, discutendo di calcio, proprio sotto l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia. Tanto che sia Nicola che suo fratello Mario sono nati nell’appartamento al primo piano, sopra il bar. E’ contento Nicola della tua visita. E’ l’occasione buona, ad esempi, per tirare giù dalla parete una cornice a giorno in cui sono piazzate le foto delle adunate garibaldine che si facevano alla taverna fino a una decina d’anni fa. Te l’appoggia sul vecchio bilardino, sotto la lapide, toglie lo straccio una ditata abbondante di polvere e mostra le foto una per una: gruppi di camice rosse col bicchiere in mano festanti, in festanti, in mezzo alle quali spunta addirittura un sosia del generale. Però c’è anche altro da vedere. Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.

Nel 4 settembre 1860, il barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI, nipote di Giovanni, proprietario della taverna del Fortino del Cervaro che ospitò Garibaldi

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Infatti, l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi…..accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro; ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poco buona accoglienza, Carlo Pisacane, etc…. E là, nell’osteria del Fortino – etc…narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Eravamo affamati – occupammo la solita stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscita, etc…Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e dal comandante piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta…Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte etc…”. Dunque, Agostino Bertani descriveva i due ambienti di cui era costituito il piccolo fabbricato della Taverna. Sempre il Pesce, a p. 38, in proposito scriveva pure: “….risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quela di Salerno tra il territorio di Lagonegro e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: “Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.

                                                                          GARIBALDI al FORTINO del CERVARO

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla “taverna” del Fortino del Cervaro, piccola frazione di Casaletto Spartano

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 456-457, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; con Giacinto Albini e Nicola Mignogna, prodittatori della Basilicata; con Pietro Lacava, segretario del governo provvisorio lucano; con Giuseppe Mango, commissario organizzatore del circondario di Lagonegro; con la giornalista inglese Jessie White ed il marito Alberto Mario (61). Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Devo però precisare che ciò che scrive il Fusco, a pp. 146-147, in proposito scriveva che Garibaldi: “….salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; etc..”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Inoltre, è errato quando scrive che Garibaldi, “….nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione;” è corretto solo che Garibaldi, al Fortino incontrò Stefano Turr, al quale aveva scritto da Sapri, ma Fusco sbaglia a scrivere che Garibaldi, al Fortino incontrò anche il Bertani e Cosenz. Secondo il racconto del Bertani (….), riportato anche dalla giornalista Jessie White Mario, Bertani stesso arrivò con Garibaldi a Sapri, insieme a Cosenz e con essi si portò a Vibonati, e con essi salì al Fortino. Garibaldi si incontrò al Fortino con Bertani e Cosenz ma essi erano con lui a Sapri ed insieme proseguirono al Fortino. Insieme a Garibaldi, a Bertani, a Cosenz, salì al Fortino anche il generale Gandini della Brigata Milano.  Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare etc…”. Dunque, a Sapri, Garibaldi arrivò con Cosenz, Bixio, Medici, Sartori e Basso, essi erano in sette come scrisse pure il Bertani ed è plausibile che essi si recarono al Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre all’alba Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buona ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva etc….” (151). Quella che si tenne nella taverna di Fortino fu, dunque, un vero e proprio consiglio di guerra. Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche il generale di divisione dell’Esercito Meridionale, l’ungherese Istvàn (italianizzato Stefano Turr, il maggiore generale Enrico Cosenz, il segretario personale, oltre che fedelissimo amico, di Garibaldi, il nizzardo Giovanni Battista Basso, ed infine il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, etc…”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “….rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..insieme a Rustow…..La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare……Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 1857 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi nell’attuale comune di Casalnuovo, in proposito scriveva che: “Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino.  De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo ma credo che gli accompagnatori di Garibaldi si partissero dal Fortino, ovvero essi erano al Fortino con Garibaldi. Queste notizie, De Crescenzo le prese dal testo di Giuseppe Guerzoni (….), del suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Dalla notizia degli amici e accompagnatori di Garibaldi possiamo dire se questi personaggi facessero parte della comitiva che da Castrocucco accompagnava Garibaldi a Sapri ?. Sappiamo che il generale Turr, non era a Sapri perchè era partito per il Fortino su ordine di Garibaldi. Sappiamo che il generale Enrico Cosenz era con Bertani e Garibaldi a Castrocucco, da dove in barca si recarono a Sapri. Di Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, sappiamo che solo Nullo viene citato come uno dei sei che accompagnava Garibaldi a Sapri. E’ molto probabile che Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Mordini, Missori e Serafini, fossero già al Fortino per incontrarsi con Garibaldi. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.   

Nel 4 settembre 1860, al Fortino, il garibaldino lucano Giambattista PENTASUGLIA alle prese col telegrafo

Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Etc…”. Da Wikidepia leggiamo che Giovanni Battista Pentasuglia, noto come Giambattista (Matera, 3 novembre 1821 – Matera, 4 novembre 1880), è stato un patriota e politico italiano. Noto per essere stato l’unico lucano a prendere parte, sin dal principio, alla spedizione dei Mille, partecipò anche alle guerre d’indipendenza italiane e svolse importanti incarichi nel campo della nascente telegrafia. A seguito dell’Unità d’Italia, fu insignito del titolo nobiliare di Conte, nominato ispettore generale ai telegrafi ed eletto deputato (1861). Ideò e pose in opera il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Sardegna e sullo stretto di Messina. Partecipò anche alla terza guerra d’indipendenza e, una volta terminata, fece ritorno alla sua natia Matera, lavorando come ispettore capo dei telegrafi e passandovi il resto della sua vita. La città lo premiò con una medaglia d’oro per le sue gesta patriottiche. È sepolto nel cimitero di Matera di via IV Novembre. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 76, in proposito scriveva: “Fu nominato tenente del genio militare piemontese, e fu occupato negli uffici telegrafici. Nella guerra della II° Indipendenza (1859) contro l’Austria il tenente Pentasuglia, come telegrafista, rese segnalati servizi all’esercito italo-francese. Come si è detto, egli seguì Garibaldi fin da quando questi salpò da Quarto per la Sicilia, poi, fin al Volturno. Nessuna gratitudine ebbe per lui il nuovo governo italiano ed il valoroso Pentasuglia, disdegnato ma fiero della sua forte anima, si ritirò a Matera ove morì il 4 novembre 1880, povero e lieto di aver compiuto il suo dovere per la Patria.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 30-31, in proposito scriveva: “…è opportuno accennare ad un interessante episodio, di cui fu protagonista un lucano. Fra i Mille, che seguirono Garibaldi in Sicilia, vi era un cittadino di Matera, Giambattista Pentasuglia, telegrafista. Questi, appena sbarcato a Marsala, si affrettò a raggiungere l’ufficio telegrafico. Qualche minuto prima, l’impiegato addetto a tale ufficio, aveva comunicato a Palermo la notizia dell’arrivo di due piroscafi nel porto di Marsala. Il Pentasuglia, dopo aver puntato la rivoltella contro l’impiegato, telegrafò a Palermo che i due vapori “erano borbonici”, e che non vi era, pertanto, alcuna ragione di preoccuparsi.”.   

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi al Fortino del Cervaro e la folla di curiosi che accorsero per vedere l’Eroe dei Due Mondi detto “Carlobardo”

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe….al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Uno studioso di memorie patrie (11), in alcune sue pagine inedite, ricorda l’entusiasmo provato nell’attesa e nell’arrivo dell’Eroe: “Anch’io, con Raffaele Caputo marito della mia zia materna Rosa Santoro, con costei, con Vincenzo Caputo, di lei cognato, con l’armaiuolo (vulgo, armiere), Caggiano, del quale mi sfugge il nome, e qualche altro parente o amico che non ricordo bene, il 4 ci recammo giù giù, alla contrada del Carrara dell’Arena, donde ben si poteva osservare il passaggio dell’atteso corteo. Fermatici in un nostro fondo rasentato dalla consolare delle Calabrie, invano attendemmo il vincitore di Calatafini, Palermo ecc…, che quel giorno non passò. Il domani tutti giù di buon’ora. Oh, l’ansiosa aspettazione ! Splendeva un bel sole. Il viale formicolava di gente d’ogni età e condizione, non esclusa una buona rappresentanza del clero e dei minori osservanti. Finalmente il corteo apparve. Tanto calpestio sollevava nugoli di polvere. Sguardi, braccia tese, acclamazioni interminabili verso chi veniva, su bianco cavallo, in nome di Italia. Quanto fascino emanava da lui e da tutte le camicie sosse! E tra esse, che già ne contavano due partiti da Quarto (12), si confuse l’armiere con altri sedici di questo paese (13). Etc..”.. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (11) postillava che: “(11) Il sacerdote Angelo Rotunno, nato a Padula il 31 gennaio 1851, che contava allora otto anni sette mesi e pochi giorni”.. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (12) postillava che: “(12) Vincenzo Padula ed Antonio Santelmo, di cui già si è parlato.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Lungo ogni via che stimavano dover Egli lambire, con prestezza del baleno, da Reggio a Salerno, si accalcavano le genti convenute da trenta chilometri discosto per compiere nelle parvenze della vista il fantasma plasmato della mente: era gente varia per ordini, per cultura, per età, e gentili donne e poveri contadini e legioni preti, frati, artieri, braccianti; tutti dall’aprirsi dell’alba aspettavano sui ciglioni dei campi il suo passaggio, altri si ghermiva alla cima degli alberi per vederlo da lungi e primo agli altri additarlo. Su quella via passavano alla rinfusa drappelli di militi insorti, schiere di camicie rosse, uffiziali d’ogni lingua e nazione, branchi di regi soldati, i quali laceri, scalzi, e sfiniti, pitoccavano il pane per vivere ai viandanti; e tutti, a ragione d’entusiasmo e di pietà, gittavano all’eco dei colli e delle valli il nome di Lui; ed il nome di Lui riecheggiava, di momento in momento, di punto in punto, fede, augurio speranza….Come egli appariva era gente che cadeva in ginocchio, gente che ne baciava le vesti, gente che voleva torlo in sulle braccia ai suoi brevi alloggiamenti; e di passo in passo, erano rappresentanze di Municipi, d’istituti e di cleri, che si pressavano a compire degli onori uffziali dei Cesari fatti Iddii, il nuovo Cesare fatto popolo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 39 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Tratti appunto da tale irresistibile entusiasmo, i numerosi cittadini, d’ogni età e condizione, accorsi sul Fortino, nel 4 Settembre, dai luoghi circostanti, dalle città e dai villaggi, dalle ville e dai casolari, proruppero in deliranti acclamazioni ed evviva, che la vergine eco ripetè, con incessante lena, su per l’ispido monte Cervaro e giù per la fertile vallea, e che venivano quasi a fugare e disperdere le tristi ricordanze delle passate vicende, di cui erano stati teatro quei luoghi, pei quali erano transitati, nei passati secoli, tiranni ed eserciti invasori, che venivano a ribadire le nostre catene, da Alarico a Carlo V, da Consalvo di Cordova a Bonaparte. Il Dittatore accolse tutti con ineffabile cortesia, che era dote del nobile animo suo, esortandoli alla santa impresa con quella fede e con quella sicurezza, che, anche nei momenti più difficili, non gli vennero mai meno. E tutti rimasero alllora compresi dalla più viva ammirazione pel grande Eroe, in cui lo sguardo acuto e fosforescente, la fronte maestosa e serena, la barba bionda e diffusa, i capelli ricadenti sulla nuca in larghe anella, il viso spirante fiducia e rispetto, l’eloquio meludioso ed affascinante, e tutta la persona agitata e quasi vibrante energia, amore e fede nei destini d’Italia, facevano il più bello e poetico risalto sulla fiammeggiante camicia, che Egli aveva preso per insegna delle sue gloriose e leggendarie imprese a prò dell’umanità oppressa. A quei dolci racconti, appresi dalla viva voce dei fortunati contemporanei, noi esclamiamo col Manzoni: …..”.   L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani,……Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva……Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…………….”

Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino (o a Casalnuovo ?), Pietro LACAVA e Nicola MIGNOGNA che consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. Etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia, e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Caldarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, invano avevano chiesto denaro alle casse pubbliche ed ai privati, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprorevoli dissidi, edil Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque reputazione” (1).”. Pesce, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 405-406, in propposito scriveva che: Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Cardarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprovevoli dissidi, ed il Genenare rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che spesso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque riputazione”. Da questa lettera del Generale si vede che anche in lui rimase saldo nella mente il grato ricordo di quei luoghi pittoreschi, che per gli importanti avvenimenti sono ormai consacrati alla storia.”. Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”.  Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Alla taverna arrivarono Michele Mignogna e Pietro Lacava mandati dal governo provvisorio di Basilicata per consegnare al Generale la somma di sei mila ducati. Garibaldi accettò ben volentieri quella somma, rispondendo al Mignogna “Gradisco più questa somma che un esercito.”. Difatti urgeva denaro per provvedere ai bisogni di quelle colonne insurrezionali. Una parte di esso servì per alimentare le truppe del generale Caldarelli, che non aveva potuto ottenere dal governo i mezzi necessari (1). Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Mazziotti, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Lacava Michele, opera citata, pag. 701 – Discorso di Pietro Lacava tenutosi in Napoli nel maggio 1911, nel Congresso dei patri superstiti delle patrie battaglie, p. 17.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto. I lucani gli mandavano in attestato di affetto il dono di 6000 ducati (25000 lire) e arruolarono una brigata Lucana che seguì Garibaldi fino a Napoli, dove 900 si sbandarono, mentre gli altri 1200 parteciparono alla campagna del Volturno (3). Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (3) postillava: “(3) Racioppi, 217; Mignogna, 214-215”. Dobelli, a p. 436, postillando di “Mignogna = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignogna, Napoli, 1889.”. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Garibaldi gli stende la mano, gli ripete con voce incantevole: “Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria!”. A cui il Mignogna: “Tutto è possibile, Generale, quando voi volete.” E si dicendo, gli porge un foglio. E’ un telegramma di Giuseppe Libertini presidente del ‘Comitato Unitario che annunzia: “Francesco II, preso congedo da’ Napoletani s’imbarca per Gaeta….” etc…”. Pupino, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). “Dal sig. avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila (pari a L. 25,500), offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segretario Generale della Dittatura Agostino Bertani.” “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Anche press’a poco alle 8 (a.m.) il Generale Garibaldi con le persone che l’accompagnano perviene sulla consolare per Sala ad un gruppo di case chiamato Fortino. Ivi il Generale trova i Signori Mignogna, Prodittatore di Basilicata, e Lacava venuti a salutarlo e per offrirgli D. 6000 in piastre e colonnati (beati tempi!!). E secondo il De Cesare il dono riesce molto gradito al Generale !!! Ed il Lacava fa sapere, che di tal somma il Dittatore ne fa tenere una parte al Generale Caldarelli: il quale marciando tra i nemici popoli ha chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di chi pagare i viveri dei suoi soldati. Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi…..Etc…. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Basilicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pP. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: Lo attendevano Nicola Mignogna e Pietro La Cava: due cospiratori audacissimi, i cui nomi erano segnati a carattere di fuoco nel libro nero della polizia borbonica. Il colloquio sulla effervescenza della Basilicata – sollevatasi dopo il 20 luglio – avvenne nella storica “Osteria”, ove Pisacane radunò il suo minuscolo Stato Maggiore nella notte del 30 giugno 1857. Ed a Garibaldi i suddetti cospiratori lucani consegnarono, in nome del loro Governo provvisorio, ben seimila ducati in ‘piastre e colonnati’. Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Gaetano Lancillotti, a p. 115, in proposito scriveva: “480 Gaetano Lancillotti, Conto sommario degl’introiti e degli esiti fatti dal Governo Provvisorio dlla Insurrezione Lucana nell’agosto e settembre 1860, s. 1., nè a. (1861). Il Prestito Nazionale fruttò al Governo prodittatoriale la somma di duc. 22.930,22 etc…Il resto del riscosso, duc. 6.000, venne consegnato a Giuseppe Garibaldi come risulta dalla lettera di Garibaldi a Giacomo Racioppi del 6 febbraio 1861 da Caprera con la quale si dà quitanza della somma ricevuta.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”

Nel 1856-57, i Processi a diversi rivoluzionari antiborbonici: Nicolò MIGNOGNA

Maria Sofia Corciulo (….), nel suo “Opinione pubblica e processi politici nel regno delle due Sicilie: il caso Mignogna – De Pace (1855-56)”, in “Archivio Storico per le provincie napoletane”, vol. CXXII, Società Napoletana di Storia Patria, 2005, a p. 395 ci parla del processo intentato nel 1856 contro Nicola Mignogna e, a p. 403, in proposito scriveva che: “Sorprendentemente, nonostante le peggiori aspettative, la sentenza fu mite: il 2 ottobre 1856, al Mignogna fu comminato l’esilio dal regno (il Mazzini era intervenuto in suo favore presso l’ambasciata inglese in Napoli). Agli altri imputati, con l’eccezione dei recidivi detenuti, Ventre, Mauro e De Angelis, ai quali furono aggiunti ai 20 che già stavano scontanto altri 12 anni di ferri, non furono inflitte pene eccessivamente dure: due anni al sacerdote De Cicco ed uno al monaco Ruggero. I restanti inquisiti vennero assolti, fra cui il De Pace (25). Etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Nicolò Cataldo Mignogna (Taranto, 28 dicembre 1808 – Giugliano in Campania, 31 gennaio 1870) è stato un patriota e politico italiano. Fu uno dei 1089 componenti della Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi.  Nel 1836 si iscrisse alla Giovine Italia e partecipò ai moti del 1848. Poiché era stata trovata una corrispondenza cifrata nella sua abitazione, nel 1855 fu processato e condannato all’esilio perpetuo dal Regno delle Due Sicilie. Si recò allora a Genova, dove conobbe Giuseppe Garibaldi che lo nominò tesoriere della spedizione dei Mille. A Talamone fu aggregato alla III Compagnia di Giuseppe La Masa e si imbarcò sul Lombardo. Fece amicizia con Emilio Petruccelli, con cui il 5 agosto convocò il comitato d’azione. Il 15 agosto il comitato emise un comunicato che invitava tutti i liberali a convergere a Potenza dove, grazie ad una rivolta civile, fu costituito il governo prodittatoriale nelle persone di Giacinto Albini e di Mignogna. Il 4 settembre 1860 Garibaldi giunse a Fortino di Lagonegro dove fu accolto da Mignogna e da Pietro Lacava, i quali posero gli omaggi del governo lucano e gli consegnarono a nome del popolo seimila ducati, devoluti ai soldati borbonici disertori. Su Nicola Mignogna ha scritto Giuseppe Pepino-Carbonelli (….), nel suo Nicola Mignogna nella storia dell’unità d’Italia, Napoli (1889).

Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino, Garibaldi incontrò Francesco Paolo LAVECCHIA, comandante della Colonna di Tricarico e di stanza a Lagonegro

Pare che al Fortino, Garibaldi, oltre ad avere incontrato il messo di Depretis, Piola-Caselli e Mignogna e Lacava, avesse incontrato e ringraziato anche Francesco Paolo Lavecchia, comandante dei volontari che si trovavano di stanza nel Lagonegrese. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna. Il dittatore ringraziò Lavecchia sia per lo splendido lavoro compiuto nel lagonegrese, sia per avere con intelligenza raccolti e disarmati i gendarmi e i soldati borbonici in fuga, e sotto buona scorta avviati ai propri paesi, sia per aver preparato i viveri alle truppe garibaldine.”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……  

Nel 4 settembre 1860, Turr che aveva accompagnato il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi, a cui consegnarono delle lettere riservate di Depretis e di Cavour 

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 73-74 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz.”. Bertani racconta e testimonia della riunione che si ebbe al Fortino del Cervaro tra Garibaldi, Turr e Piola. Anche Turr era già al Fortino. Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”…”. Sappiamo del viaggio del Piola per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”. L’ultima notizia dell’Agrati non corrisponde al vero in quanto non fu Turr ad “…dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”, ma fu Rustow con buona parte delle truppe garibaldine che il giorno 2 settembre sbarcarono a Sapri con il Turr e con Rustow. Quando Garibaldi arrivò a Sapri e diede l’ordine a Rustow di avviarsi a Vibonati, il Turr aveva lasciato Sapri già dalle prime ore del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; etc…”. Dunque, dai brani e dalle notizie sappiamo che Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. 

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, alla taverna del Fortino del Cervaro ricevè il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, latore di una lettera di DEPRETIS che gli chiedeva l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo

Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annessione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Su Agostino Bertani al Fortino, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”. Trasognai e dissi: “Generale, voi abdicate”. Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Si, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete ancora a Napoli.”. La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Turr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero, che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. “Avete ragione”, disse il generale, e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: “Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C….”. E la scena finì. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier,  possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale.  In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi,  pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”.  Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 86-87, in proposito scriveva: IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proporio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”….”Dopo poco” – continua Bertani – “vidi entrare Garibaldi seguito dal suo compagno e segretario Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito (dividente in due l’unica stanza dell’osteria in cui avveniva il colloquio) e rinchiudersi dietro la porta”…Quando però il Bertani vide entrare anche il Tur ed il Cosenz, irruppe anch’esso nella stanzetta nel momento in cui Garibaldi, “sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza”, dettava al Basso le seguenti parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”(175). Che cosa era avvenuto? Il Piola aveva fatto leggere a Garibaldi la lettera del Depretis, ed aveva poi trovato caldo patrocinatore nella sua tesi nel Tur, che a sua volta, aveva apertamente espresso “il parere di fare l’annessione, però col patto che Depretis fosse nominato luogotenente del Re, e ci venisse mandato tutto il soccorso ncessario per le nostre imprese nel continente”….(176). L’improvvisa entrata del Bertani ed il brusco “movimento involontario di sorpresa” da lui fatto nell’intendere le ultime parole di Garibaldi, fece sospendere la dettatura della lettera, mentre l’ardente rivoluzionario dichiarava apertamente: “Generale, voi abdicate….Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia etc…”…”La discussione” – scrive il Bertani nel suo taccuino (177) – “fu concitata; chi additava la mancanza di danaro,di armi, di volontari…Tur specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino”, mentre il Bertani ricordava a Garibaldi, che la circolare Farini era la sola causa della diminuzione dei volontari, e che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano ‘a Sicilia…”Avete ragione”, disse il generale, “e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di una mezza dozzina di inquieti e cominciate dai due C…. “E la scena” – conclude il Beltrani – “finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere”(178).”. Maraldi, a p. 87, nella nota (177) postillava: “(177) Taccuino del Bertani pubblicato dalla Mario, op. cit., pag. 185-86. Nelle “Ire politiche ecc..”, il Bertani abbellisce il racconto della scena del Fortino con particolari e parole che, alla distanza di nove anni, non potevano provvenire che dalla fantasia dello scrittore.”. Maraldi, a p. 88, nella nota (178) postillava: “(178) Taccuino citato, op. cit., pag. 186. Si noti che, secondo l’Arzano, il fallimento della missione Piola era dovuto anche al fatto che il Piola non inspirava la simpatia di molti amici di Garibaldi…”. Maraldi, postilla della risposta e di ciò che scrive Stefania Turr, la figli di Turr a quanto scritto dal Bertani nel suo Diario (Ire politiche etc..). Stefania scriveva che il padre scriveva che il quella occasione Garibaldi chiamò a consiglio di guerra Cosenz e Turr. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani”  etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 239, in proposito scriveva che: “Depretis era ansioso di sentire da Piola che Garibaldi approvava il suo nuovo atteggiamento, poiché da questo dipendeva il successo o il fallimento di tutta la missione. Quando finalmente, il 4 settembre, Piola raggiunse a Fortino l’esercito in marcia, Garibaldi si trovava completamente impegnato nel dirigere l’impetuosa avanzata su Napoli, e dettò quindi frettolosamente una risposta per confermare che Depretis era libero di agire nel modo che ritenesse opportuno. Evidentemente era cancora convinto che Cavour non avrebbe voluto o potuto resistere alla rivoluzione; ma, giunta la faccenda agli orecchi di Bertani, questi subito protestò, dicendo che rispondere così avrebbe equivalso ad una rinuncia al potere, giacché l’annessione della Sicilia avrebbe tagliato fuori Garibaldi dalla sua base, e, dopo la circolare di Farini contro i volontari, non c’era nessuna garanzia che Cavour non se ne sarebbe servito per nuocere loro anzicché per aiutarli. Perciò il dittatore modificò la risposta al governo siciliano e, dopo più matura riflessione, scrisse di essere pur sempre disposto a fare quanto Depretis raccomandasse, ma circa l’annessione era del parere che “Bonaparte” potesse “ancora aspettare alquanti giorni”, preferendo che tutto venisse fatto contemporaneamente dopo che si fosse raggiunta Roma (1)…..Allorché Piola il 5 settembre giunse a Palermo con la risposta trovò la città più agitata che mai etc…”Mack Smith, a p. 240, nella nota (1) postillava: “(1) A. Bertani, Ire politiche d’oltretomba, pp. 74-77.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte. Garibaldi, sia per quello che gli scriveva a tinte fosche il Depretis, sia per quanto a viva voce narrava il Piola (1), aveva ormai, col parere del Turr e del Cosenz, che erano presenti, acceduto alla richiesta e stava dettando la risposta favorevole, quando entrò il Bertani, il quale (è lui stesso che lo racconta) comprese subito di che si trattava e disse: “Generale voi abdicate! Si, voi tagliate i nervi alla rivoluzione, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è gran forza per voi e oggi tanto maggiore in quanto non esiste ancora Napoli”. Seguì una discussione concitata, a cui parteciparono tutti i presenti e infine Garibaldi disse: “Avete ragione”! e dettò al Segretario Basso la nota risposta di tenore tutto opposto a quella che poco prima stava dettando: “Caro Depretis, mi pare che Buonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi, intanto, di mezza dozzina d’inquieti”. Dopo questo singolare episodio parve che la considerazione del Dittatore per il Bertani fosse maggiormente accresciuta. Il giorno seguente da Sala Consilina egli firmò il decreto che nominava “Il colonnello Bertani Segretario Generale della Dittatura” e che fu poi pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 Settembre.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis , colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola….< La scena (scrive il Bertani) ¹ accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garlibadi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: -Basso, scrivete: Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete ; – allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: – Generale, voi abdicate; – е сараcitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): – Avete ragione, – rispose, e rivoltosi a Basso , che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: Basso, stracciate la lettera. – > E poi con calma riprese a dettare : Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’ inquieti, e cominciate dai due C…› E la scena finì ; > ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana.”

                                                       AL FORTINO IL DIALOGO TRA BERTANI E GARIBALDI 

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola apportatore per lui di collecitazioni del Depretis per la pronta annessione della Sicilia al Piemonte. Il Generale, che è coi suoi seguaci nell’osteria del Fortino, dice a Basso: Scrivete e detta: “Caro Depretis fate l’annessione quando volete”. Ma il Bertani interviene ed osserva: “Generale voi abdicate”. Ed egli: come mai? Ed il Bertani risponde: “Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunziate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, ed oggi tanto maggiore che non siete ancora in Napoli. Il Generale soggiunse: Mi dicono questi amici (additando Turr Cosenz e Piola) che così vuole la Sicilia, che le mancano i denari, che dall’Isola non vengano sufficienti volontarii, nè addestrati alle armi, che avremo altri e più efficaci soccorsi di Torino. Ma il Bertani che di annessioni al Piemonte non vuole a niun costo ripiglia: I vostri picciotti (militi Siciliani) vi seguiranno fiduciosi in ogni impresa dell’Isola, e non vi abbandoneranno mai dovunque andiate combattendo per la libertà della patria. La Sicilia sostenne le spese della guerra finora coi suoi soli denari Siciliani. Nelle casse di Messna stanno a vostra disposizione, ora che parliamo, centinaia di migliaia di piastre. Etc….”Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino , sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala . Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitatamente con Türr giunto anche lui . Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: Caro Depretis, fate l’annessione quando volete. Trasognai e dissi: Generale, voi abdicate.” Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Sì, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana , rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete. ancora a Napoli . “. La discussione fu concitata : chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. Avete ragione, ” disse il generale , e a Türr rammentava che Cavour , che Fanti , che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni . Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C … » E la scena finì. Io rimasi solo col generale , il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione . Gli avversari saranno meco furiosi , ma sento di aver fatto il mio dovere .. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese.  La White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., in proposito aggiungeva di suo: “Nessun dubbio che questo dovere compiuto nel modo reciso e franco che caratterizzava Bertani, era per rendere < furiosi gli avversari; ma sicuramente l’annessione della Sicilia fatta in quel momento sarebbe stata funestissima. Proprio in quel giorno Cavour, convinto d’aver pestato l’acqua nel mortaio in quanto a Napoli, ordinava a Persano di prendere intanto per arra la flotta e i forti, soggiungendo: Non è più a Napoli che noi possiamo acquistare la forza morale necessaria per domare la rivoluzione . L’annessione avrebbe troncato le ali alla rivoluzione li per lì, nè mai più Garibaldi avrebbe potuto telegrafare dal Volturno ‹ Vittoria su tutta la linea. Egli non subiva l’influenza di Bertani, sì fu colpito dalle parole non siete ancora a Napoli; convinto della bontà delle altre ragioni esposte con rara schiettezza , adottò il consiglio . Onde da quel momento si vociferava essere Bertani il mentore del dittatore, e fin d’allora cominciarono tante e tali persecuzioni da schiacciare un uomo di tempra meno forte, di patriottismo meno disinteressato.”.  

Nel 4 settembre 1860, le neviere per la preparazione del ghiaccio e dei gelati alla “Tempa dei Paglioli”

Del trasporto di neve dalle vicine montagne al tempo di Garibaldi vi è la testimonianza diretta del colonello Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 286, nella nota (37) postillava che: “(37) Sulle neviere di Vibonati, cfr. F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II, p. 519”. Policicchio postillando sulle “neviere di Vibonati”, ovvero sulla scorta di ghiaccio che le donne di Vibonati andavano a prendere sul monte Cervato, presso il Fortino, a p. 519 del suo volume “Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II”, spiegava che: “Una volta a rendere questo servizio c’erano le neviere: località poste sui monti atte alla conservazione della neve di cui, poi, i Comuni concedevano la vendita a privati per i bisogni e la rivendita al pubblico. Anche Vibonati, quindi, aveva le sue neviere. La consuetudine era che, nei vari Comuni, la vendita si concedeva ad una sola persona per non aversi danni, al pubblico e al privato, etc…Il rivendicatore (ilconcessionario) si impegnava a non far mancare, giornalmente, la neve pena una ammenda, pari a lire 10 giornaliere agli inizi degli anni Ottanta. Etc…”. Dunque, il colonnello Rustow testimoniava che, messisi in marcia da Vibonati, le brigate dei volontari garibaldini, la mattina del 4 settembre 1860:  “discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Rustow scriveva che una volta discesi al Vallone del Molinello, essi risalirono “gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”. Guardando una carta geografica dell’epoca, del 1788, si vedono chiaramente indicati questi luoghi e toponimi. Rustow testimoniava che essi per risalire al Fortino del Cervaro risalirono gli aspri dirupi della “Tempa degli Paglioli”. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. La “Tempa delli Paglioli” è indicata sulla carta come una “Tempa” (dolci colline),  che si trovano tra il borgo di Torraca e quello di Battaglia, dove vicino, sulla destra e sotto, si trova il “Monte Cocuzzo”.  Sulla destra di “Tempa dei Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo).  Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”

                                       

                                                                                         

                                                         

                                                                   GARIBALDI al FORTINO del CERVARO

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla “taverna” del Fortino del Cervaro, piccola frazione di Casaletto Spartano

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 456-457, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; con Giacinto Albini e Nicola Mignogna, prodittatori della Basilicata; con Pietro Lacava, segretario del governo provvisorio lucano; con Giuseppe Mango, commissario organizzatore del circondario di Lagonegro; con la giornalista inglese Jessie White ed il marito Alberto Mario (61). Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Devo però precisare che ciò che scrive il Fusco, a pp. 146-147, in proposito scriveva che Garibaldi: “….salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; etc..”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Inoltre, è errato quando scrive che Garibaldi, “….nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione;” è corretto solo che Garibaldi, al Fortino incontrò Stefano Turr, al quale aveva scritto da Sapri, ma Fusco sbaglia a scrivere che Garibaldi, al Fortino incontrò anche il Bertani e Cosenz. Secondo il racconto del Bertani (….), riportato anche dalla giornalista Jessie White Mario, Bertani stesso arrivò con Garibaldi a Sapri, insieme a Cosenz e con essi si portò a Vibonati, e con essi salì al Fortino. Garibaldi si incontrò al Fortino con Bertani e Cosenz ma essi erano con lui a Sapri ed insieme proseguirono al Fortino. Insieme a Garibaldi, a Bertani, a Cosenz, salì al Fortino anche il generale Gandini della Brigata Milano.  Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare etc…”. Dunque, a Sapri, Garibaldi arrivò con Cosenz, Bixio, Medici, Sartori e Basso, essi erano in sette come scrisse pure il Bertani ed è plausibile che essi si recarono al Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre all’alba Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buona ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva etc….” (151). Quella che si tenne nella taverna di Fortino fu, dunque, un vero e proprio consiglio di guerra. Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche il generale di divisione dell’Esercito Meridionale, l’ungherese Istvàn (italianizzato Stefano Turr, il maggiore generale Enrico Cosenz, il segretario personale, oltre che fedelissimo amico, di Garibaldi, il nizzardo Giovanni Battista Basso, ed infine il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, etc…”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “….rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..insieme a Rustow…..La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare……Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 1857 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi nell’attuale comune di Casalnuovo, in proposito scriveva che: “Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino.  De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo ma credo che gli accompagnatori di Garibaldi si partissero dal Fortino, ovvero essi erano al Fortino con Garibaldi. Queste notizie, De Crescenzo le prese dal testo di Giuseppe Guerzoni (….), del suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Dalla notizia degli amici e accompagnatori di Garibaldi possiamo dire se questi personaggi facessero parte della comitiva che da Castrocucco accompagnava Garibaldi a Sapri ?. Sappiamo che il generale Turr, non era a Sapri perchè era partito per il Fortino su ordine di Garibaldi. Sappiamo che il generale Enrico Cosenz era con Bertani e Garibaldi a Castrocucco, da dove in barca si recarono a Sapri. Di Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, sappiamo che solo Nullo viene citato come uno dei sei che accompagnava Garibaldi a Sapri. E’ molto probabile che Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Mordini, Missori e Serafini, fossero già al Fortino per incontrarsi con Garibaldi. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi al Fortino del Cervaro e la folla di curiosi che accorsero per vedere l’Eroe dei Due Mondi detto “Carlobardo”

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe….al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Uno studioso di memorie patrie (11), in alcune sue pagine inedite, ricorda l’entusiasmo provato nell’attesa e nell’arrivo dell’Eroe: “Anch’io, con Raffaele Caputo marito della mia zia materna Rosa Santoro, con costei, con Vincenzo Caputo, di lei cognato, con l’armaiuolo (vulgo, armiere), Caggiano, del quale mi sfugge il nome, e qualche altro parente o amico che non ricordo bene, il 4 ci recammo giù giù, alla contrada del Carrara dell’Arena, donde ben si poteva osservare il passaggio dell’atteso corteo. Fermatici in un nostro fondo rasentato dalla consolare delle Calabrie, invano attendemmo il vincitore di Calatafini, Palermo ecc…, che quel giorno non passò. Il domani tutti giù di buon’ora. Oh, l’ansiosa aspettazione ! Splendeva un bel sole. Il viale formicolava di gente d’ogni età e condizione, non esclusa una buona rappresentanza del clero e dei minori osservanti. Finalmente il corteo apparve. Tanto calpestio sollevava nugoli di polvere. Sguardi, braccia tese, acclamazioni interminabili verso chi veniva, su bianco cavallo, in nome di Italia. Quanto fascino emanava da lui e da tutte le camicie sosse! E tra esse, che già ne contavano due partiti da Quarto (12), si confuse l’armiere con altri sedici di questo paese (13). Etc..”.. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (11) postillava che: “(11) Il sacerdote Angelo Rotunno, nato a Padula il 31 gennaio 1851, che contava allora otto anni sette mesi e pochi giorni”.. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (12) postillava che: “(12) Vincenzo Padula ed Antonio Santelmo, di cui già si è parlato.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Lungo ogni via che stimavano dover Egli lambire, con prestezza del baleno, da Reggio a Salerno, si accalcavano le genti convenute da trenta chilometri discosto per compiere nelle parvenze della vista il fantasma plasmato della mente: era gente varia per ordini, per cultura, per età, e gentili donne e poveri contadini e legioni preti, frati, artieri, braccianti; tutti dall’aprirsi dell’alba aspettavano sui ciglioni dei campi il suo passaggio, altri si ghermiva alla cima degli alberi per vederlo da lungi e primo agli altri additarlo. Su quella via passavano alla rinfusa drappelli di militi insorti, schiere di camicie rosse, uffiziali d’ogni lingua e nazione, branchi di regi soldati, i quali laceri, scalzi, e sfiniti, pitoccavano il pane per vivere ai viandanti; e tutti, a ragione d’entusiasmo e di pietà, gittavano all’eco dei colli e delle valli il nome di Lui; ed il nome di Lui riecheggiava, di momento in momento, di punto in punto, fede, augurio speranza….Come egli appariva era gente che cadeva in ginocchio, gente che ne baciava le vesti, gente che voleva torlo in sulle braccia ai suoi brevi alloggiamenti; e di passo in passo, erano rappresentanze di Municipi, d’istituti e di cleri, che si pressavano a compire degli onori uffziali dei Cesari fatti Iddii, il nuovo Cesare fatto popolo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 39 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Tratti appunto da tale irresistibile entusiasmo, i numerosi cittadini, d’ogni età e condizione, accorsi sul Fortino, nel 4 Settembre, dai luoghi circostanti, dalle città e dai villaggi, dalle ville e dai casolari, proruppero in deliranti acclamazioni ed evviva, che la vergine eco ripetè, con incessante lena, su per l’ispido monte Cervaro e giù per la fertile vallea, e che venivano quasi a fugare e disperdere le tristi ricordanze delle passate vicende, di cui erano stati teatro quei luoghi, pei quali erano transitati, nei passati secoli, tiranni ed eserciti invasori, che venivano a ribadire le nostre catene, da Alarico a Carlo V, da Consalvo di Cordova a Bonaparte. Il Dittatore accolse tutti con ineffabile cortesia, che era dote del nobile animo suo, esortandoli alla santa impresa con quella fede e con quella sicurezza, che, anche nei momenti più difficili, non gli vennero mai meno. E tutti rimasero alllora compresi dalla più viva ammirazione pel grande Eroe, in cui lo sguardo acuto e fosforescente, la fronte maestosa e serena, la barba bionda e diffusa, i capelli ricadenti sulla nuca in larghe anella, il viso spirante fiducia e rispetto, l’eloquio meludioso ed affascinante, e tutta la persona agitata e quasi vibrante energia, amore e fede nei destini d’Italia, facevano il più bello e poetico risalto sulla fiammeggiante camicia, che Egli aveva preso per insegna delle sue gloriose e leggendarie imprese a prò dell’umanità oppressa. A quei dolci racconti, appresi dalla viva voce dei fortunati contemporanei, noi esclamiamo col Manzoni: …..”.   L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani,……Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva……Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…………….”

Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino (o a Casalnuovo ?), Pietro LACAVA e Nicola MIGNOGNA che consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. Etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia, e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Caldarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, invano avevano chiesto denaro alle casse pubbliche ed ai privati, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprorevoli dissidi, edil Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque reputazione” (1).”. Pesce, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 405-406, in propposito scriveva che: Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Cardarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprovevoli dissidi, ed il Genenare rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che spesso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque riputazione”. Da questa lettera del Generale si vede che anche in lui rimase saldo nella mente il grato ricordo di quei luoghi pittoreschi, che per gli importanti avvenimenti sono ormai consacrati alla storia.”. Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”.  Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Alla taverna arrivarono Michele Mignogna e Pietro Lacava mandati dal governo provvisorio di Basilicata per consegnare al Generale la somma di sei mila ducati. Garibaldi accettò ben volentieri quella somma, rispondendo al Mignogna “Gradisco più questa somma che un esercito.”. Difatti urgeva denaro per provvedere ai bisogni di quelle colonne insurrezionali. Una parte di esso servì per alimentare le truppe del generale Caldarelli, che non aveva potuto ottenere dal governo i mezzi necessari (1). Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Mazziotti, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Lacava Michele, opera citata, pag. 701 – Discorso di Pietro Lacava tenutosi in Napoli nel maggio 1911, nel Congresso dei patri superstiti delle patrie battaglie, p. 17.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto. I lucani gli mandavano in attestato di affetto il dono di 6000 ducati (25000 lire) e arruolarono una brigata Lucana che seguì Garibaldi fino a Napoli, dove 900 si sbandarono, mentre gli altri 1200 parteciparono alla campagna del Volturno (3). Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (3) postillava: “(3) Racioppi, 217; Mignogna, 214-215”. Dobelli, a p. 436, postillando di “Mignogna = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignogna, Napoli, 1889.”. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Garibaldi gli stende la mano, gli ripete con voce incantevole: “Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria!”. A cui il Mignogna: “Tutto è possibile, Generale, quando voi volete.” E si dicendo, gli porge un foglio. E’ un telegramma di Giuseppe Libertini presidente del ‘Comitato Unitario che annunzia: “Francesco II, preso congedo da’ Napoletani s’imbarca per Gaeta….” etc…”. Pupino, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). “Dal sig. avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila (pari a L. 25,500), offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segretario Generale della Dittatura Agostino Bertani.” “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Anche press’a poco alle 8 (a.m.) il Generale Garibaldi con le persone che l’accompagnano perviene sulla consolare per Sala ad un gruppo di case chiamato Fortino. Ivi il Generale trova i Signori Mignogna, Prodittatore di Basilicata, e Lacava venuti a salutarlo e per offrirgli D. 6000 in piastre e colonnati (beati tempi!!). E secondo il De Cesare il dono riesce molto gradito al Generale !!! Ed il Lacava fa sapere, che di tal somma il Dittatore ne fa tenere una parte al Generale Caldarelli: il quale marciando tra i nemici popoli ha chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di chi pagare i viveri dei suoi soldati. Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi…..Etc…. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Basilicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pP. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: Lo attendevano Nicola Mignogna e Pietro La Cava: due cospiratori audacissimi, i cui nomi erano segnati a carattere di fuoco nel libro nero della polizia borbonica. Il colloquio sulla effervescenza della Basilicata – sollevatasi dopo il 20 luglio – avvenne nella storica “Osteria”, ove Pisacane radunò il suo minuscolo Stato Maggiore nella notte del 30 giugno 1857. Ed a Garibaldi i suddetti cospiratori lucani consegnarono, in nome del loro Governo provvisorio, ben seimila ducati in ‘piastre e colonnati’. Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Gaetano Lancillotti, a p. 115, in proposito scriveva: “480 Gaetano Lancillotti, Conto sommario degl’introiti e degli esiti fatti dal Governo Provvisorio dlla Insurrezione Lucana nell’agosto e settembre 1860, s. 1., nè a. (1861). Il Prestito Nazionale fruttò al Governo prodittatoriale la somma di duc. 22.930,22 etc…Il resto del riscosso, duc. 6.000, venne consegnato a Giuseppe Garibaldi come risulta dalla lettera di Garibaldi a Giacomo Racioppi del 6 febbraio 1861 da Caprera con la quale si dà quitanza della somma ricevuta.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”

Nel 1856-57, i Processi a diversi rivoluzionari antiborbonici: Nicolò MIGNOGNA

Maria Sofia Corciulo (….), nel suo “Opinione pubblica e processi politici nel regno delle due Sicilie: il caso Mignogna – De Pace (1855-56)”, in “Archivio Storico per le provincie napoletane”, vol. CXXII, Società Napoletana di Storia Patria, 2005, a p. 395 ci parla del processo intentato nel 1856 contro Nicola Mignogna e, a p. 403, in proposito scriveva che: “Sorprendentemente, nonostante le peggiori aspettative, la sentenza fu mite: il 2 ottobre 1856, al Mignogna fu comminato l’esilio dal regno (il Mazzini era intervenuto in suo favore presso l’ambasciata inglese in Napoli). Agli altri imputati, con l’eccezione dei recidivi detenuti, Ventre, Mauro e De Angelis, ai quali furono aggiunti ai 20 che già stavano scontanto altri 12 anni di ferri, non furono inflitte pene eccessivamente dure: due anni al sacerdote De Cicco ed uno al monaco Ruggero. I restanti inquisiti vennero assolti, fra cui il De Pace (25). Etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Nicolò Cataldo Mignogna (Taranto, 28 dicembre 1808 – Giugliano in Campania, 31 gennaio 1870) è stato un patriota e politico italiano. Fu uno dei 1089 componenti della Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi.  Nel 1836 si iscrisse alla Giovine Italia e partecipò ai moti del 1848. Poiché era stata trovata una corrispondenza cifrata nella sua abitazione, nel 1855 fu processato e condannato all’esilio perpetuo dal Regno delle Due Sicilie. Si recò allora a Genova, dove conobbe Giuseppe Garibaldi che lo nominò tesoriere della spedizione dei Mille. A Talamone fu aggregato alla III Compagnia di Giuseppe La Masa e si imbarcò sul Lombardo. Fece amicizia con Emilio Petruccelli, con cui il 5 agosto convocò il comitato d’azione. Il 15 agosto il comitato emise un comunicato che invitava tutti i liberali a convergere a Potenza dove, grazie ad una rivolta civile, fu costituito il governo prodittatoriale nelle persone di Giacinto Albini e di Mignogna. Il 4 settembre 1860 Garibaldi giunse a Fortino di Lagonegro dove fu accolto da Mignogna e da Pietro Lacava, i quali posero gli omaggi del governo lucano e gli consegnarono a nome del popolo seimila ducati, devoluti ai soldati borbonici disertori. Su Nicola Mignogna ha scritto Giuseppe Pepino-Carbonelli (….), nel suo Nicola Mignogna nella storia dell’unità d’Italia, Napoli (1889).

Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino, Garibaldi incontrò Francesco Paolo LAVECCHIA, comandante della Colonna di Tricarico e di stanza a Lagonegro

Pare che al Fortino, Garibaldi, oltre ad avere incontrato il messo di Depretis, Piola-Caselli e Mignogna e Lacava, avesse incontrato e ringraziato anche Francesco Paolo Lavecchia, comandante dei volontari che si trovavano di stanza nel Lagonegrese. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna. Il dittatore ringraziò Lavecchia sia per lo splendido lavoro compiuto nel lagonegrese, sia per avere con intelligenza raccolti e disarmati i gendarmi e i soldati borbonici in fuga, e sotto buona scorta avviati ai propri paesi, sia per aver preparato i viveri alle truppe garibaldine.”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……  

Nel 4 settembre 1860, al Fortino, il garibaldino lucano Giambattista PENTASUGLIA alle prese col telegrafo

Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Etc…”. Da Wikidepia leggiamo che Giovanni Battista Pentasuglia, noto come Giambattista (Matera, 3 novembre 1821 – Matera, 4 novembre 1880), è stato un patriota e politico italiano. Noto per essere stato l’unico lucano a prendere parte, sin dal principio, alla spedizione dei Mille, partecipò anche alle guerre d’indipendenza italiane e svolse importanti incarichi nel campo della nascente telegrafia. A seguito dell’Unità d’Italia, fu insignito del titolo nobiliare di Conte, nominato ispettore generale ai telegrafi ed eletto deputato (1861). Ideò e pose in opera il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Sardegna e sullo stretto di Messina. Partecipò anche alla terza guerra d’indipendenza e, una volta terminata, fece ritorno alla sua natia Matera, lavorando come ispettore capo dei telegrafi e passandovi il resto della sua vita. La città lo premiò con una medaglia d’oro per le sue gesta patriottiche. È sepolto nel cimitero di Matera di via IV Novembre. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 76, in proposito scriveva: “Fu nominato tenente del genio militare piemontese, e fu occupato negli uffici telegrafici. Nella guerra della II° Indipendenza (1859) contro l’Austria il tenente Pentasuglia, come telegrafista, rese segnalati servizi all’esercito italo-francese. Come si è detto, egli seguì Garibaldi fin da quando questi salpò da Quarto per la Sicilia, poi, fin al Volturno. Nessuna gratitudine ebbe per lui il nuovo governo italiano ed il valoroso Pentasuglia, disdegnato ma fiero della sua forte anima, si ritirò a Matera ove morì il 4 novembre 1880, povero e lieto di aver compiuto il suo dovere per la Patria.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 30-31, in proposito scriveva: “…è opportuno accennare ad un interessante episodio, di cui fu protagonista un lucano. Fra i Mille, che seguirono Garibaldi in Sicilia, vi era un cittadino di Matera, Giambattista Pentasuglia, telegrafista. Questi, appena sbarcato a Marsala, si affrettò a raggiungere l’ufficio telegrafico. Qualche minuto prima, l’impiegato addetto a tale ufficio, aveva comunicato a Palermo la notizia dell’arrivo di due piroscafi nel porto di Marsala. Il Pentasuglia, dopo aver puntato la rivoltella contro l’impiegato, telegrafò a Palermo che i due vapori “erano borbonici”, e che non vi era, pertanto, alcuna ragione di preoccuparsi.”

Nel 4 settembre 1860, Turr che aveva accompagnato il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi, a cui consegnarono delle lettere riservate di Depretis e di Cavour 

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 73-74 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz.”. Bertani racconta e testimonia della riunione che si ebbe al Fortino del Cervaro tra Garibaldi, Turr e Piola. Anche Turr era già al Fortino. Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”…”. Sappiamo del viaggio del Piola per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”. L’ultima notizia dell’Agrati non corrisponde al vero in quanto non fu Turr ad “…dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”, ma fu Rustow con buona parte delle truppe garibaldine che il giorno 2 settembre sbarcarono a Sapri con il Turr e con Rustow. Quando Garibaldi arrivò a Sapri e diede l’ordine a Rustow di avviarsi a Vibonati, il Turr aveva lasciato Sapri già dalle prime ore del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; etc…”. Dunque, dai brani e dalle notizie sappiamo che Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. 

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, alla taverna del Fortino del Cervaro ricevè il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, latore di una lettera di DEPRETIS che gli chiedeva l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo

Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annessione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Su Agostino Bertani al Fortino, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”. Trasognai e dissi: “Generale, voi abdicate”. Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Si, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete ancora a Napoli.”. La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Turr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero, che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. “Avete ragione”, disse il generale, e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: “Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C….”. E la scena finì. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier,  possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale.  In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi,  pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”.  Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 86-87, in proposito scriveva: IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proporio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”….”Dopo poco” – continua Bertani – “vidi entrare Garibaldi seguito dal suo compagno e segretario Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito (dividente in due l’unica stanza dell’osteria in cui avveniva il colloquio) e rinchiudersi dietro la porta”…Quando però il Bertani vide entrare anche il Tur ed il Cosenz, irruppe anch’esso nella stanzetta nel momento in cui Garibaldi, “sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza”, dettava al Basso le seguenti parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”(175). Che cosa era avvenuto? Il Piola aveva fatto leggere a Garibaldi la lettera del Depretis, ed aveva poi trovato caldo patrocinatore nella sua tesi nel Tur, che a sua volta, aveva apertamente espresso “il parere di fare l’annessione, però col patto che Depretis fosse nominato luogotenente del Re, e ci venisse mandato tutto il soccorso ncessario per le nostre imprese nel continente”….(176). L’improvvisa entrata del Bertani ed il brusco “movimento involontario di sorpresa” da lui fatto nell’intendere le ultime parole di Garibaldi, fece sospendere la dettatura della lettera, mentre l’ardente rivoluzionario dichiarava apertamente: “Generale, voi abdicate….Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia etc…”…”La discussione” – scrive il Bertani nel suo taccuino (177) – “fu concitata; chi additava la mancanza di danaro,di armi, di volontari…Tur specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino”, mentre il Bertani ricordava a Garibaldi, che la circolare Farini era la sola causa della diminuzione dei volontari, e che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano ‘a Sicilia…”Avete ragione”, disse il generale, “e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di una mezza dozzina di inquieti e cominciate dai due C…. “E la scena” – conclude il Beltrani – “finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere”(178).”. Maraldi, a p. 87, nella nota (177) postillava: “(177) Taccuino del Bertani pubblicato dalla Mario, op. cit., pag. 185-86. Nelle “Ire politiche ecc..”, il Bertani abbellisce il racconto della scena del Fortino con particolari e parole che, alla distanza di nove anni, non potevano provvenire che dalla fantasia dello scrittore.”. Maraldi, a p. 88, nella nota (178) postillava: “(178) Taccuino citato, op. cit., pag. 186. Si noti che, secondo l’Arzano, il fallimento della missione Piola era dovuto anche al fatto che il Piola non inspirava la simpatia di molti amici di Garibaldi…”. Maraldi, postilla della risposta e di ciò che scrive Stefania Turr, la figli di Turr a quanto scritto dal Bertani nel suo Diario (Ire politiche etc..). Stefania scriveva che il padre scriveva che il quella occasione Garibaldi chiamò a consiglio di guerra Cosenz e Turr. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani”  etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 239, in proposito scriveva che: “Depretis era ansioso di sentire da Piola che Garibaldi approvava il suo nuovo atteggiamento, poiché da questo dipendeva il successo o il fallimento di tutta la missione. Quando finalmente, il 4 settembre, Piola raggiunse a Fortino l’esercito in marcia, Garibaldi si trovava completamente impegnato nel dirigere l’impetuosa avanzata su Napoli, e dettò quindi frettolosamente una risposta per confermare che Depretis era libero di agire nel modo che ritenesse opportuno. Evidentemente era cancora convinto che Cavour non avrebbe voluto o potuto resistere alla rivoluzione; ma, giunta la faccenda agli orecchi di Bertani, questi subito protestò, dicendo che rispondere così avrebbe equivalso ad una rinuncia al potere, giacché l’annessione della Sicilia avrebbe tagliato fuori Garibaldi dalla sua base, e, dopo la circolare di Farini contro i volontari, non c’era nessuna garanzia che Cavour non se ne sarebbe servito per nuocere loro anzicché per aiutarli. Perciò il dittatore modificò la risposta al governo siciliano e, dopo più matura riflessione, scrisse di essere pur sempre disposto a fare quanto Depretis raccomandasse, ma circa l’annessione era del parere che “Bonaparte” potesse “ancora aspettare alquanti giorni”, preferendo che tutto venisse fatto contemporaneamente dopo che si fosse raggiunta Roma (1)…..Allorché Piola il 5 settembre giunse a Palermo con la risposta trovò la città più agitata che mai etc…”Mack Smith, a p. 240, nella nota (1) postillava: “(1) A. Bertani, Ire politiche d’oltretomba, pp. 74-77.”Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte. Garibaldi, sia per quello che gli scriveva a tinte fosche il Depretis, sia per quanto a viva voce narrava il Piola (1), aveva ormai, col parere del Turr e del Cosenz, che erano presenti, acceduto alla richiesta e stava dettando la risposta favorevole, quando entrò il Bertani, il quale (è lui stesso che lo racconta) comprese subito di che si trattava e disse: “Generale voi abdicate! Si, voi tagliate i nervi alla rivoluzione, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è gran forza per voi e oggi tanto maggiore in quanto non esiste ancora Napoli”. Seguì una discussione concitata, a cui parteciparono tutti i presenti e infine Garibaldi disse: “Avete ragione”! e dettò al Segretario Basso la nota risposta di tenore tutto opposto a quella che poco prima stava dettando: “Caro Depretis, mi pare che Buonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi, intanto, di mezza dozzina d’inquieti”. Dopo questo singolare episodio parve che la considerazione del Dittatore per il Bertani fosse maggiormente accresciuta. Il giorno seguente da Sala Consilina egli firmò il decreto che nominava “Il colonnello Bertani Segretario Generale della Dittatura” e che fu poi pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 Settembre.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis , colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola….< La scena (scrive il Bertani) ¹ accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garlibadi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: -Basso, scrivete: Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete ; – allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: – Generale, voi abdicate; – е сараcitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): – Avete ragione, – rispose, e rivoltosi a Basso , che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: Basso, stracciate la lettera. – > E poi con calma riprese a dettare : Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’ inquieti, e cominciate dai due C…› E la scena finì ; > ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana.”

                                                AL FORTINO IL DIALOGO TRA BERTANI E GARIBALDI 

Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola apportatore per lui di collecitazioni del Depretis per la pronta annessione della Sicilia al Piemonte. Il Generale, che è coi suoi seguaci nell’osteria del Fortino, dice a Basso: Scrivete e detta: “Caro Depretis fate l’annessione quando volete”. Ma il Bertani interviene ed osserva: “Generale voi abdicate”. Ed egli: come mai? Ed il Bertani risponde: “Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunziate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, ed oggi tanto maggiore che non siete ancora in Napoli. Il Generale soggiunse: Mi dicono questi amici (additando Turr Cosenz e Piola) che così vuole la Sicilia, che le mancano i denari, che dall’Isola non vengano sufficienti volontarii, nè addestrati alle armi, che avremo altri e più efficaci soccorsi di Torino. Ma il Bertani che di annessioni al Piemonte non vuole a niun costo ripiglia: I vostri picciotti (militi Siciliani) vi seguiranno fiduciosi in ogni impresa dell’Isola, e non vi abbandoneranno mai dovunque andiate combattendo per la libertà della patria. La Sicilia sostenne le spese della guerra finora coi suoi soli denari Siciliani. Nelle casse di Messna stanno a vostra disposizione, ora che parliamo, centinaia di migliaia di piastre. Etc….”Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino , sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala . Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitatamente con Türr giunto anche lui . Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: Caro Depretis, fate l’annessione quando volete. Trasognai e dissi: Generale, voi abdicate.” Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Sì, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana , rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete. ancora a Napoli . “. La discussione fu concitata : chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. Avete ragione, ” disse il generale , e a Türr rammentava che Cavour , che Fanti , che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni . Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C … » E la scena finì. Io rimasi solo col generale , il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione . Gli avversari saranno meco furiosi , ma sento di aver fatto il mio dovere .. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese.  La White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., in proposito aggiungeva di suo: “Nessun dubbio che questo dovere compiuto nel modo reciso e franco che caratterizzava Bertani, era per rendere < furiosi gli avversari; ma sicuramente l’annessione della Sicilia fatta in quel momento sarebbe stata funestissima. Proprio in quel giorno Cavour, convinto d’aver pestato l’acqua nel mortaio in quanto a Napoli, ordinava a Persano di prendere intanto per arra la flotta e i forti, soggiungendo: Non è più a Napoli che noi possiamo acquistare la forza morale necessaria per domare la rivoluzione . L’annessione avrebbe troncato le ali alla rivoluzione li per lì, nè mai più Garibaldi avrebbe potuto telegrafare dal Volturno ‹ Vittoria su tutta la linea. Egli non subiva l’influenza di Bertani, sì fu colpito dalle parole non siete ancora a Napoli ; convinto della bontà delle altre ragioni esposte con rara schiettezza , adottò il consiglio . Onde da quel momento si vociferava essere Bertani il mentore del dittatore, e fin d’allora cominciarono tante e tali persecuzioni da schiacciare un uomo di tempra meno forte, di patriottismo meno disinteressato.”

Nel 4 settembre 1860, a Sapri, partenza di PIOLA-CASELLI da Sapri imbarcatosi per Palermo

Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.

Nel 4 settembre 1860, al Fortino, Garibaldi incontrò e ricevè anche il Commissario Mango

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 40, in proposito scriveva che: “Congedandosi il Generale dal Commissario Mango ebbe a dirgli in tuono energico e sicuro: ‘Mango, non una goccia di sangue dovrà spargersi’; ed in queste memorande parole è compendiato tutto il programma della gloriosa impresa.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………………..”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino di Lagonegro era stata presa la grande decisione nell’interesse della rivoluzione e dell’Italia. Qualche ora dopo Garibaldi si congedò dal Commissario civile di Lagonegro, avv. Mango, con queste prole: “Mango, non una goccia di sangue dovrà spargeri”.”.

Nel 4 settembre 1860, a Napoli, ultimo Consiglio di Guerra di Generali borbonici

Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a pp. 909-910, in proposito scriveva che: La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai men numerosa, ebbe luogo un ultimo Consiglio di generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, né tra Campagna e Salerno, né tra Salerno e Napoli, e non rimanere altra linea di difesa che tra Capua e Gaeta, tra il Volturno e il Garigliano.”.

                                  RUSTOW, da Vibonati in marcia per il FORTINO e per CASALNUOVO

Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, la strada o il percorso che intraprese in marcia il colonnello polacco Rustow, insieme alle sue brigate raggiunse la crespa del “Feralunga” (monte Serralunga) sotto il monte Cocuzzo e, ridiscese nella gola del Gauro, che sbocca presso la Taverna del Fortino del Cervaro sulla strada consolare che va a Casalbuono

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli . Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”.

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, etc…”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala,… Etc…”. Dunque, Pesce, sulla scorta di Bertani ed altri, scriveva che Garibaldi, da Vibonati, il 4 settembre 1860, passando per Torraca salì sulle pendici del Monte Cervaro e così arrivò al Fortino. Ma, a parte la notizia che Garibaldi fosse partito da Vibonati, quale è stato il suo percorso ? Sappiamo pure che da Vibonati, e questa notizia è certa, Rustow, insieme ai suoi volontari risalì al Fortino del Cervaro. Ma quale percorso fecero i suoi volontari garibaldini ?. Un testimomone di eccezione è stato il colonnello polacco Wilhelm Rustow. Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi…..Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunti a Forlino alle 11 e mezzo, Etc…”. Dunque, Rustow testimoniava che si mise in marcia da Vibonati il giorno 4 settembre 1860, alle 5 del mattino ed arrivò al Fortino alle 11 del mattino del giorno 4 settembre per mettersi in marcia per Casalbuono di sera ed arrivare lì il giorno 5 settembre.  Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Dunque, lo storico Treveljan scriveva che fu Garibaldi, e non Rustow a portare le brigate dei volontari garibaldini al Fortino. Ciò non corrisponde del tutto al vero in quanto come scriveva lo stesso Rustow, Garibaldi si era portato in avanti e li aveva preceduti al Fortino, dove arrivarono entrambi ma separatamente il giorno 4 settembre 1860. Nel suo racconto, in cui testimonia il percorso che le sue brigate fecero da Sapri a Vibonati e da Vibonati il giorno 4 settembre per risalire al Fortino. Forse passarono non molto distanti da Torraca. Nel suo racconto si evince che prima di arrivare al Fortino, Rustow ed i suoi volontari garibaldini, arrivarono alla gola del Gauro” (una gola non molto distante dalla via consolare su cui si trovava la taverna del Fortino del monte Cervaro). Sempre nel suo racconto, Rustow cita alcuni luoghi come “discesimo (da Vibonati) pel Vallone del Molinello”,  risalimmo “arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”,  e poi, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare.”. In una carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection.  Probabilmente, “Gitto” è il cartografo collaboratore di Rizzi-Zannoni. La carta è estremamente interessante perchè in essa sono rappresentati diversi toponimi sconosciuti. Al momento posso dire che la carta si trova conservata presso la Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte. La “Bibliotheca Hertziana” è stata fondata a Roma nel 1913 da una fondazione di Henriette Hertz sotto la direzione di Ernst Steinmann. Da allora l’istituto ha sede nel Palazzo Zuccari a Roma. Nella carta del 1788, ad esempio, il “vallone del Molinello” è un piccolo torrente che oggi non viene riportato sulle carte fisiche del Golfo di Policastro. sfocia verso la costa di Villammare e risale con due un bracci verso Vibonati e con un altro braccio verso la Madonna dei Cordici da cui risale verso Torraca. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. Sulla destra di “Tempa degli Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo).  Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”.  La frazione di Fortino sorge sul confine con la Basilicata, ed una parte minore del suo abitato appartiene al comune lucano di Lagonegro, in provincia di Potenza. Essa rappresenta, quindi, un rarissimo caso di frazione divisa fra due amministrazioni regionali. Vi sono inoltre 24 località, costituite da piccoli gruppi di case e cascine rurali, e popolate da poche decine di abitanti tra cui Affonnatora. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito …..Etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii , tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.

Nel 4 settembre 1860, RUSTOW e le sue brigate marciò ed arrivò al Fortino del Cervaro, alle 11 e mezzo,  seguito giorni dopo dalla brigata Spinazzi e la brigata Bologna o Puppi

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redassi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ….(172) “. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: Il generale Gandini, comandante della brigata Milano, era arrivato anch’egli a Vibonati, da dove il giorno dopo ripartì attraversando il Passo del Monte Cocuzzo e Casalbuono, al fine di ostacolare eventuali spostamenti di forze nemiche.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marcie alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato la Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Etc…”. Il Pecorini si riferiva alle due brigate, la Milano e la Spinazzi come rilevasi a p. 149 quando scrive della lettera di Garibaldi a Turr “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Etc…”. Dunque, secondo il Pecorini, il forte distaccamento della brigata Milano e quella del maggiore Spinazzi che Turr, su ordine di Garibaldi e di Turr, il 4 settembre 1860, di mattina marciarono, ma non si recarono al Fortino, seguendo Garibaldi ma andarono direttamente a Casalnuovo dove arrivarono il 5 settembre. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro, doveva arrivare a Sapri. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. Etc…Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…. Dunque, Rustow testimoniava che le sue brigate arrivarono al Fortino alle 11 e mezzo del mattino e verso la sera marciarono per Casalnuovo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4. arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5. marciò verso Sala, etc…”.  Rustow a p. 349 proseguendo il suo racconto scriveva che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito dal dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 con la brigata Milano.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi…..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri – Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore….(2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Dunque, lo storico Treveljan scriveva che fu Garibaldi, e non Rustow a portare le brigate dei volontari garibaldini al Fortino. Ciò non corrisponde del tutto al vero in quanto come scriveva lo stesso Rustow, Garibaldi si era portato in avanti e li aveva preceduti al Fortino, dove arrivarono entrambi ma separatamente il giorno 4 settembre 1860.  Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora riprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora apprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Policicchio, a p. 139, in proposito scriveva pure che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe. Il Fortino è nel salernitano etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii , tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”

Nel 4 settembre 1860, alla taverna del Fortino (o a Casalnuovo ?), il generale Turr manda un telegramma con richiesta di vettovaglie

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 408, in proposito scriveva che: “Non mancò allora, da parte del Comune, il contributo pecuniario per le spese dell’insurrezione etc….Al Commissario Civile Mango giunse, nel 5 settembre, un telegramma del Dittatore di tener pronte 25 mila razioni di viveri per le truppe di passaggio; le razioni furono bensì tutte preparate a spese del Comune, ma non tutte furono consumate per le truppe garibaldine, perchè quella notizia conteneva, forse, il solito stratagemma di far credere alle popolazioni ed all’esercito borbonico che Garibaldi disponesse d’un numero assai maggiore di militi (1).”. Pesce, a p. 408, nella nota (1) postillava: “(1) Rilevasi dalla deliberazione del Decurionato del 10 Gennaio 1861: “Il Sindaco Ladaga ha dato lettura d’un uffizio del Commissario Civile del 5 settembre 1860, contenente un telegramma del Generale Garibaldi, che ordinava di tener pronto questo Comune 25 mila razioni viveri per le truppe da passare….Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 399, in proposito scriveva che: “…si debba datare dalla mattina del 5 settembre e si debba considerare come risultante dai telegrammi, dagli allarmi e dalle corse della notte 4-5 settembre durante la quale si tenne un ultimo consiglio dei Ministri fino all’alba (Pianel, 194-195, dal diario della moglie) e il Forbes e il Gallenga sparsero i loro telegrammi per Napoli e Salerno. Uno di questi telegrammi è così riprodotto nel MONNIER, 273: “Gallenga a….(nome mancance): Eboli, 5 sett., 1 e mezza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini comandati da Turr sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicini a noi”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Si riferisce al telegramma scritto dal generale Turr il 4 settembre ed indirizzato al Comandante Civile Mango di Lagonegro, in cui Turr chiedeva la preparazione di 25 razioni di viveri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “…”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………….”.

Nel 4 settembre 1860, Peard, Forbes e Fabrizi erano ad Eboli ed il telegramma di Peard a Pietro Ulloa

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”.  Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Sempre Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 119, in proposito scriveva pure che: “VII. Che cosa frattanto era avvenuto ? Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del ‘Times’ – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Cardarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata fra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e baciargli la mano. Etc…”. De Crescenzo si riferisce al Diario di Gallenga. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (….),  lavorava come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416-417, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala avevan preso il Peard per il Dittatore ! E quando poco dopo il Forbes aveva raggiunto l’amico in un vicino paese l’aveva trovato, col colonnello Fabrizi e col Gallenga, corrispondente del Times, alloggiato con tutti gli onori in casa del Sindaco, che, al par di tutti lo credeva Garibaldi in persona. Il Peard aveva ritenuto opportuno non dissipare ma anzi confermare l’equivoco, industriandosi di trarne profitto. Continuando nella burla in tutti i paesi che incontrava, preordinava in quelli in cui sarebbe giunto il dì dopo, alloggi e viveri per migliaia di persone con le quali egli, firmandosi Garibaldi, si diceva prossimo ad arrivare. E questa notizia, sùbito ritelegrafata a apoli, aveva aumentato la confusione e il terrore negli alti comandi e nei circoli di Corte. l Forbes ed il Peard sono ad Eboli il 4 settembre. Anche qui il creduto Garibaldi riceve accoglienze di indescrivibile entusiasmo. Vengono ad ossequiarlo le autorità e molti cospicui cittadini col Vescovo alla testa. Peard dà ordini, disposizioni, istruzioni e sosptiene come può la sua parte nella commedia. Ma temendo che a lungo andare la beffa si scopra, si ritira a riposare, ordinando ad un compagno,segretario posticcio, di rispondere ai visitatori che il Dittatore dorme. Qui ad Eboli il Peard ha la trovata migliore. Fa hiamre l’impiegato del telegrafo e gli ordina di spedire a Pietro Ulloa – nuovo presidente dei ministri secondo la voce che corre – un telegramma in cui lo avverte che Garibaldi è arrivato ad Eboli con altre 10 mila uomini forniti di tutto, e gli consiglia di ritirare ogni truppa da Salerno, etc…. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VII. Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del Times – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Caldarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata tra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo Diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e per baciargli la mano. “Una vera seccatura però – continuava a raccontare – quando deputazioni di ogni genere arrivarono da tutti i paraggi a baciar la mano alla mia signora illustrissima, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”.

Nel 4 settembre 1860, la fuga del generale Pianell, Ministro della Guerra di Francesco II

Francesca Bellavigna (….), nel suo “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII, nella sua “Introduzione”, a p. 609, in proposito scriveva che: “Nel luglio 1860 il generale Pianell, richiamato dagli Abruzzi, fu nominato da Francesco II ministro della Guerra. La sua condotta, debolmente difensiva allo sbarco e all’avanzata di Garibaldi, fu aspramente criticata e produsse, o forse contribuì a produrre, una resa quasi totale dell’esercito napoletano in Sicilia e in Calabria. Il 4 settembre, in momenti di grande confusione, il generale Pianell e la moglie Eleonora abbandonarono Napoli con un lasciapassare del Re per un periodo di sei mesi di aspettativa. Erano diretti prima a Civitavecchia su un vapore inglese e poi a Roma; qui furono dal governo vaticcano garbatamente allontanati come non desiderabili e si diressero prima a Marsiglia e poi a Parigi. Etc…Il Regno delle Due Sicilie non esisteva più. Il generale e sua moglie, con un lasciapassare del Console del re di Sardegna a Parigi, rientrarono in Italia e si fermarono a Torino. I genitori di Eleonora, fuggiti anch’essi da Napoli nel settembre 1860, si erano rifugiati a Firenze. A Torino il generale si recò da Cavour con una lettera di presentazione del Conte Vimercati.”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Salvatore Pianell (Palermo, 9 novembre 1818 – Verona, 5 aprile 1892) è stato un generale e politico italiano. Conte dal 1856. Fu nominato Ministro della Guerra del Regno delle due Sicilie nel luglio 1860, nei giorni cioè dell’Impresa dei Mille. Il 31 agosto Pianell, deciso ad agire anche da solo, scrisse una lettera al re (che gli consegnò il 2 settembre) nella quale si dichiarava esonerato di fatto dalla carica di Ministro della Guerra. Il giorno dopo, il governo diede ufficialmente le dimissioni. Per opposti motivi si dimisero dalle loro cariche militari anche il Conte di Trapani e il Conte di Trani (che però rientrò nei ranghi qualche mese dopo). Una seconda lettera di Pianell a Francesco II, recapitata il 3 settembre, spiegava chiaramente i motivi delle dimissioni, causate soprattutto dalla incompatibilità fra il generale e l’ambiente di corte. C’è da aggiungere che, come rivela nelle memorie e in una lettera del 1877 indirizzata a Francesco II ma mai spedita, Pianell sottovalutò la volontà di resistenza del re. Quando infatti Francesco II parlò di lasciare la capitale, Pianell credette che alla fine si sarebbe imbarcato sul piroscafo spagnolo Villa di Bilbao e sarebbe partito per la Spagna. Allo stesso modo Pianell sottovalutò la resistenza delle truppe napoletane rimaste fedeli. Ottenuto il congedo dal re, partì il 5 settembre via mare per la Francia dove la moglie aveva parenti e dove trascorse i mesi fin quasi alla proclamazione del Regno d’Italia. Il 2 marzo 1861, infatti, dissolto il Regno delle Due Sicilie, Pianell tornò in Italia. Favorevole ad un’alleanza con il Piemonte e all’applicazione della costituzione promulgata da Francesco II, si trovò per questo avversario di buona parte della corte borbonica. Diede le dimissioni dopo poche settimane di ministero e, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia, chiese e ottenne di entrare nell’Esercito italiano con il grado di generale. 

Nel 4 settembre 1860, Francesco II abbandonò l’idea di una battaglia nel Salernitano

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 493-494, in proposito scriveva che: LVI. Dal sin qui detto manifestamente si scorge qual fosse il piano strategico dal Dittatore tracciato. tracciato . Come ad Alta Fiumara e a Soveria egli imaginava sorprendere l’armata e chiuderla da tutte le parti fra gl’insorti , il corpo condotto da Türr e le forze che egli stesso guidava all’assalto. Se Francesco II non si fosse per tempo ritirato, sarebbesi tosto veduto rinchiuso nel suo campo con Garibaldi di fronte, con Türr alle spalle , colla rivoluzione a sinistra e col mare alla destra. In tale frangente egli è chiaro che non altra via di salvezza gli sarebbe rimasta se non quella di cedere, capitolare ed arrendersi. LVII. Ma sia che Francesco prevedesse le mire nemiche e che quindi sentisse la necessità d’una pronta ritirata, sia ch’ egli non credesse conveniente accettar la battaglia in condizioni così svantaggiose, colla rivoluzione ai fianchi ed a tergo la capitale romoreggiante e mal fida, o non stimasse prudenza contare sul valore de’ suoi, i Borboniani inopinatamente levarono il campo e si diressero sulla via di Napoli. Infatti , anche non volendo calcolare sull’ esito delle mosse di Türr , che pure non poteva esser dubbio , l’esercito regio non avrebbe saputo resistere all’impeto di Garibaldi e de’ suoi. I soldati borbonici a chiari segni mostravano quanto di malavoglia s’ attendessero ad un conflitto, com’ eglino tremassero at nome solo del fortunato avversario e come fossero già vinti e soggiogati prima ancora di battersi. Dall’ altro canto l’audacia , le gesta e le marcie di Garibaldi apparivano così prodigiose e si strane che quelle anime ignare e fanatiche amavano piuttosto attribuirle ad una sopranaturale potenza etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 512, in proposito scriveva che: “LXXXIV. Garibaldi conobbe la ritirata del Re da Salerno mentr’ egli nel campo di Polla concentrava le sue forze ed apparecchiavasi all’ ultima e decisiva battaglia contro la dinastia del Borboni. L’inopinato ritiro del Re e dell’ esercito lo costrinse a cangiare i suoi piani ed a sollecitare etc…”.

Nel 4 settembre 1860, a Sala, Giovanni MATINA creò dei dicasteri e Giunte Insurrezionali per ogni paese

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 392, in proposito scriveva che: Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”

                                                                                              A CASALBUONO

Nel 4 settembre 1860, a Casalnuovo (odierno Casalbuono), Garibaldi arrivò alle 17,00 e ospitato in casa Sabatini, ivi pernottò

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “Dopo sole tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, etc….. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Dopo solo tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, etc….. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Dunque, Racioppi, dopo aver premesso dell’osteria del Fortino del Cervati fa incontrare Garibaldi ed il Mignogna nel piccolo borgo di Casalnuovo e non all’osteria del Fortino come vogliono altri. Tuttavia, Garibaldi ed il suo piccolo seguito si recarono in carrozza a Casalnuovo, oggi Casalbuono, un piccolo brogo non molto distante dal Fortino. Dal 1811 al 1860 fece parte del circondario di Montesano, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il Regno d’Italia, fece parte del mandamento di Montesano sulla Marcellana, appartenente al Circondario di Sala Consilina. Casalnuovo si trovava sulla via per le Calabrie. Il Racioppi scriveva: “….e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Etc…”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalnuovo (18) – paese che segue il confine tra la Provincia di Salerno e la Basiicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 pm. del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti Carlo Arrivabene ed Antonio Gallenga, volontari e corrispondenti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”.  Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’…..Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono. Con lui erano, fra gli altri, il Turr, il Sirtori, il Caldesi, il Nullo, il Serafini, il Cosenz, l’Avezzana, il Mordini e Musolino e i giornalisti Antonio Gallenga e Carlo Arrivabene, ambedue corrispondenti della stampa inglese. Il Generale fece sosta in Piazza Croce, (dopo divenuta Piazza Garibaldi), attraversò poi tutto il paese a cavallo, salutò il popolo festoso, poi stanco si riposò in casa di Raffaele Sabatini, dove passò anche la notte. Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale…..Etc…. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Alla presenza di tutto il popolo, presenti la Giunta Insurrezionale, il Sindaco Pasquale Buonafina, il capitano della guardia Urbana Raffaele Santini, il tesoriere Francesco Masullo, Ermenegildo De Stefano e il sacerdote Francesco Masullo, Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”. Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito. Casalbuono volle, più tardi (23), nel cinquantenario dell’unificazione della Patria, ricordare di aver accolto il Generale tra le sue mura, con un’artistica lapide marmorea (24). Etc….La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”

Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi nominò BERTANI Segretario Generale della Dittatura

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “….e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’inciente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “….Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’incidente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “…..e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Etc..”Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “……..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Da Casalbuono parimenti ordinò a tutti i municipi di concedere per conto dello Stato viveri e denaro ai soldati sbandati dell’esercito borbonico.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: VI. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Agrati scriveva che, il 5 settembre 1860, da Sala Consilina, Garibaldi “diramò” il decreto che però aveva già scritto a Casalnuovo. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elargire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale. Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque. A Casalnuovo dispose che in sua assenza, comandante dell’esercito fosse il Sirtori….Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Alla presenza di tutto il popolo, presenti la Giunta Insurrezionale, il Sindaco Pasquale Buonafina, il capitano della guardia Urbana Raffaele Santini, il tesoriere Francesco Masullo, Ermenegildo De Stefano e il sacerdote Francesco Masullo, Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”. Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito. Casalbuono volle, più tardi (23), nel cinquantenario dell’unificazione della Patria, ricordare di aver accolto il Generale tra le sue mura, con un’artistica lapide marmorea (24). Etc….La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………..”

Nel 4 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la banda del De Dominicis che era a Sanza e che aveva ucciso Sabino Laveglia

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 117, parlando di Casalbuono e riferendosi al 4 settembre 1860, in proposito scriveva che, Garibaldi arrivato in carrozza a Casalbuono alle 5 pomeridiane del giorno 4: “….decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Sulla scorta del De Crescenzo, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza.”. Come vedremo innanzi, parlando del 7 settembre 1860 parlerò dell’uccisione dei responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane e del Pisacane in particolare perchè dalla documentazione storica pare che questa sia la data della loro uccisione proprio da parte della colonna di Cristofaro Ferrara, che si trovava a Sanza insieme alla colonna del Passero e che avevano imprigionato alcuni di Sanza tra cui il Sabino o Sabatino Laveglia. Dunque, la notizia dell’Infante (….), risulta strana. La notizia che ci dà Infante, che a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la colonna del De Dominicis che si trovava a Sanza, dovrebbe essere ulteriormente approfondita, in quanto se ciò accadde il 5 settembre 1860 come può essere possibile che i rivoltosi uccidessero il Laveglia il 7 settembre 1860.  Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima. Fonti storiche ci portano a conoscenza che nel carcere di Sanza vi erano rinchiusi: Sabatino Laveglia, il fratello Domenico, Filippo Greco Quintana di professione farmacista e Giuseppe Citera ex capo urbano. I malcapitati furono letteralmente massacrati, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta di sbarre. La loro morte è fatta risalire tra le ore 15 e le 16 del 7 settembre. Il neo cavaliere del regno Sabatino Laveglia, morì a seguito di numerose torture; il fratello Domenico si spense lo stesso giorno, il suo corpo fu fatto a pezzi ed il cervello per i clpi subiti venne trovato sparso sul pavimento della cella; Filippo Greco Quintana si spense a causa dei numerosi colpi infertigli al capo, tanto da rendere il suo cadavere irriconoscibile; la stessa sorte la subì Giuseppe Citera. I loro corpi furono gettati in una fossa comune in località Salemme, non lontano da dove erano stati massacrati dalle guardie urbane e dalla gente di Sanza, il Pisacane e i suoi compagni.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “………………

Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, il colonnello BOLDONI venne a salutare Garibaldi che aggregò la Brigata LUCANA alla brigata del Generale Cosenz

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 237, in proposito scriveva che: “La brigata Lucana e l’assedio di Capua. Giunto che fu il Dittatore a Casalnuovo, e venutovi, per mettersi agli ordini di lui, il Colonnello Boldoni, gli insorti della Lucania furono incorporati nella divisione del Generale Cosenz. Laonde il Colonnello ebbe ordinato alle sparse legioni di raccogliersi a Vietri di Potenza, ove trasmutava il quartier generale; li ordinò in brigata che disse dei Cacciatori Lucani; e queste divise in quattro battaglioni secondo i distretti della provincia, di poco meno che tremila uomini in tutto (1).”. Racioppi, a p. 237, nella nota (1) postillava: “(1) Il giorno 5 di settembre, a Vietri, il battaglione detto di Lagonegro numerava 671 militi; quello di Potenza 957, il terzo di Matera 478; il quarto di Melfi 810; in uno 2916.”. Giacomo Racioppi proseguendo il racconto sul Boldoni e la brigata Lucana dirà che dopo l’entrata di questo trionfale a Napoli, il 19 settembre, il colonnello Boldoni fu sostituito da Clemente Corte che la chiamerà Brigata di Basilicata. Racioppi scriveva che dopo Napoli, il Boldoni fu rimosso perchè apparteneva al partito di Cavour ed era inviso a Garibaldi. Sul colonnello Boldoni e la sua Brigata Lucana ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 411, in proposito scriveva pure che: “VI. Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………….”

Nel 5 settembre 1860, Rustow e le sue brigate garibaldine erano a Casalnuovo (odierno Casalbuono)

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli. Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”.  Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette delle vettovaglie di pane etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora apprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Policicchio, a p. 139, in proposito scriveva pure che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe. Il Fortino è nel salernitano etc…”.  Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: V.  Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. De Crescenzo scriveva che Garibaldi decretò lo scioglimento della colonna del De Dominicis, “che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che la colonna del De Dominicis fu sciolta da Garibaldi a Casalnuovo dove fu incorporata nelle file del Fabrizi. La colonna del De Dominicis fu inclusa nell’Esercito Meridionale.  Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Ala punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 54 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “L’Aldinio, giovane, forte, coraggioso ed aitante della persona, spinto da quell’ondata d’entusiasmo e di fede, ed indossata la camicia rossa, che tutt’ora si conserva dall’affetto filiale, fece parte dello stato maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi fu nominato Ricevitore delle Privative in Reggio Calabria, ma non accettò l’impiego per non parere d’aver tratto profitto dal suo patriottismo (1). Ritiratosi in patria, fu nominato Capitano della 1° Compagnia della Guardia Nazionale al posto del fratello Gennaro, e serbò sempre per Garibaldi un culto ed una venerazione introducendo pure, nei primi anni dell’unità italiana, una splendida festa patriottica e commemorativa nel giorno onomastico dell’Eroe. Morì fra il compianto generale nel 1892 in patria, lasciando larga eredità di affetti e di sangue.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’ Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.                                                            

Nel 5 (?) settembre 1860, a Casalnuovo (?), MIGNOGNA consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Dunque, dal taccuino di Agostino Bertani si evince che Mignogna arrivò al Fortino e non a Casalnuovo. Bertani annotava dal Fortino partirono per Casalnuovo (attuale Casalbuono), il 4 settembre 1860 ed il 5 settembre 1860 erano a Casalbuono, dove Garibaldi emise l’ordine della nomina a Bertani.  Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “………... Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto….”. Su Nicola Mignogna si veda Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo, Nicola Mignogna nella Storia dell’Unità d’Italia – con lettere indeite etc.., Napoli, tip. Morano, 1889 ed in particolare Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 117, in proposito scriveva che: Fallito il tentativo di invadere il territorio dello Stato Pontificio, venne distaccato da Giuseppe Garibaldi in Basilicata con l’incarico di controllare l’attività del movimento liberale lucano che, organizzato da Giacinto Albini, aveva incondizionatamente aderito al programma del Comitato dell’Ordine. Nonostante la sua attiva partecipazione alla insurrezione lucana, la sua missione non raggiunse lo scopo per cui egli era stato inviato in Basilicata: i posti di maggiore responsabilità vennero affidati dall’Albini ad esponenti del Comitato dell’Ordine. Nel settembre del 1860 si riunì all’esercito garibaldino e si distinse nella battaglia di Maddaloni.”. Poi, a p. 117 aggiunge pre che: Della monografia del P. C. interessa direttamente la Basilicata quanto si riferisce ai contrasti tra le varie correnti liberali ed al periodo in cui, tra l’agosto ed il settembre del 1860, il Mignogna fu prodittatore con l’Albini (pp. 175 ss.). “. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Rogliano , 31 Agosto 1860. Caro Mignogna, Vi ringrazio della vostra del 23. Io vi fo i miei complimenti per quanto avete fatto di bene alla nostra Patria. Il Capo militare che mi chiedete è Cosenz, col quale io vi vedrò ad Auletta fra pochi giorni. Vostro G. GARIBALDI.”. Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata . Ivi Nicola Mignogna , in nome della provincia, gli dà il benvenuto presentandogli l’offerta pecuniaria de ‘ Lucani ( 1 ) . Garibaldi gli stende la mano , gli ripete con voce incantevole : « Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria ! » A cui il Mignogna : « Tutto è possibile , Generale , quando voi volete . » E si dicendo , gli porge un foglio. È un telegramma di Giuseppe Libertini , presidente del Comitato Unitario che annunzia: « Francesco II, preso congedo da ‘ Napoletani , s’imbarca per Gaeta, concentrando l ‘ esercito rimastogli fedele, nelle fortezze di Capua , Gaeta , Pescara, Civitella ; proponendosi di tener il campo dietro il Volturno . » Garibaldi scorse rapidamente lo scritto , poi girò intorno le sue grandi pupille fosforescenti , profonde come il mare e come questo trasparenti, e sclamò : << andiamo, per ora, a Napoli – Viva l’Italia ! » L’emozione , l’entusiasmo degli astanti non si osa descrivere . La storia si fa inno l’uomo diventa mito l’opera sua leggenda ! –Ad Auletta il Generale dice a Mignogna : « Venite meco a Napoli ; » e nomina Giacinto Albini governatore, con potestà illimitata , della Basilicata. Garibaldi sapeva già che in Napoli i seguaci di Cavour avevano adoperati tutti i mezzi per compiere la rivoluzione senza il suo intervento . « In caso estremo — aveva telegrafato e scritto il Cavour – etc….”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). « Dal signor avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila ( pari a L. 25,500 ) , offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segret. Generale della Dittatura AGOSTINO Bertani.. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil….Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI…..Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc….”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proprie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”.  

Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi decretò aiuti ai soldati borbonici in fuga

Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 259-260, in proposito scriveva pure: Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio stesso s’incivilisca e avverta la vicinanza di Napoli. Un’ampia valle che scende, dritta e piatta, tra due catene di colline azzurricce, mi ricorda la valle dell’Euro, nei dintorni di La Rivière Thibouville: etc…Sulla strada passano disertori dell’esercito napoletano; si fermano davanti a noi e chiedono l’elelemosina. Non mangiano da ieri mattina. Le case si chiudono quando essi si presentano; i contadini fuggono o danno loro la caccia; rifiutano loro il pane se non lo pagano, ed essi non hanno danaro. Hanno le scarpe logore; camminano quasi a piedi nudi, sfiniti sì da non poter più andare avanti, coricandosi nei fossi, cibandosi dele more dei cespugli, eppure rassegnati e senza farne colpa ai loro capi, la cui incuria li ha forse ridotti in quello stato miserando. Ci fermiamo a Sala. Si sentiva un lontano rimbombare etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “….e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “…..e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore!”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Dopo solo tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’incidente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “……..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Da Casalbuono parimenti ordinò a tutti i municipi di concedere per conto dello Stato viveri e denaro ai soldati sbandati dell’esercito borbonico. “Era increscevole e doloroso” scrive giustamente il Racioppi, la vista di numerosissimi infelici che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso con durezza imprudente e schernevole veniva negato” (1).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (1) postillava: “(1) Racioppi, op. cit.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese.”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa..  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “….affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale. Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI….ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…..”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: ….seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia – Cenno istorico redatto per cura di La Gioia Filippo di Aieta”, Lauria 1891, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “…il generale Garibaldi,….e dopo di ciò, scese sul Continente, Reggio, Catanzaro, Cosenza, Castrovillari, Rotonda, Tortora, e nella marcia di Tortora precsamente, ove anche noi ebbimo l’onore di stringergli la mano, in quel rincontro, anche la nostra defunta vecchia Genitrice Antonia Candia fu Vincenzo di Aieta, volle ammirare il grende guerriero de’ due Mondi, etc….Dopo quel piccolo trattenimento il Generale nell’accomiatarsi, con quel riso incantevole, stringendo a tutti la mano, partì con pochi uomini che lo seguivano, ed imbarcato sù di un piccolo battello, si diresse nella marina di Sapri, e da colà defilato si recò al Fortino di Lagonegro, ove uscì avanti al Generale Caldarelli, il quale con quattro mila soldati di Artiglieria, alla sola comparsa della camicia rossa, depose le armi, e i soldati Borbonici disarmati, in poche ore, ciascuno fu mandato al proprio domicilio, ed ai soli Ufficiali fu lasciato un foglio di via per non essere maltrattati.”.

Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi nominò il generale SIRTORI Capo di Stato Maggiore in sua assenza

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: A Casalnuovo dispose che in sua assenza, comandante dell’esercito fosse il Sirtori….Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI…..Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Alcuni storici però scrivono che la nomina a Sirtori non avvenne a Casalnuovo ma avvenne ad Auletta. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, etc…”. Proseguendo la sua narrazione, Agrati scriveva che Garibaldi comunicherà queste decisioni prese a Casalnuovo solo dopo ad Auletta, il 6 settembre 1860 con dispacci diramati via telegrafo. 

Nel 5 settembre 1860, a Palermo, arrivo del PIOLA-CASELLI che porta a Depretis la lettera di risposta di Garibaldi ricevuta in occasione del colloquio al Fortino

Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Maraldi, a p. 87, nella nota (175) postillava che: “(175) Idem. = A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze 1869- pag. 74-75.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” – Bertani e Crispi dovevano per conto di Mazzini, salvare il Dittatore dalle sciocchezze, dagli errori politici, vedi anche il Palamenghi-Crispi, I Mille, p. 342, dove si deplorano i primi errori fatti da Garibaldi a Napoli, che Crispi non giunse in tempo ad impedire; il maggiore, il più deplorato, fu quello naturalmente di aver consegnate le forze navali al Persano! – Povero Garibaldi! ogni volta che dava una manifestazione della sua perfetta lealtà al programma da lui liberamente assunto, i suoi più cari lo disapprovavano e cercavano di mettergli le mani avanti. Qulache volta ci riuscivano, etc…La lettera di adesione fu stracciata (I) e Piola ritornò a Depretis con risposta negativa. Il Depretis non si diede per vinto e rimandò il Piola con la seguente: “Caro ed illustre amico – Palermo 6 sett. 60. – La vostra lettera, che mi fu recata dal cav. Piola mi ha cagionato un vero dolore; etc…”. Nazari, a p. 157, nella nota (I) postillava: “(I) V. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba; Mario J.W., Garibaldi, p. 283, ecc..”. Dunque, non ci eravamo accorti che nello riscrivere a Garibaldi da Palermo, il 6 settembre 1860, il Depretis scriveva che il Piola gli aveva consegnato una lettera di risposta a quella sua che gli fu consegnata al Fortino dallo stesso Piola. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.   

Nel 5 settembre 1860, a Vibonati, proveniente da Sapri, passava la Brigata PUPPI (ex Bologna) che marciava arrivando a Casalnuovo (odierno Casalbuono) alle 19,00  

Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: ….brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Dunque, Bizzozero traducendo il colonnello Rustow scriveva che “…mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Dunque Lacava scriveva che la brigata Puppi passava da Vibonati il giorno 5 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…. Cesari scriveva che Garibaldi, a Sapri, dopo aver ordinato al colonnello Rustow di avviarsi con la sola sua Brigata Milano “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. La Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 5 settembre 1860 aveva già scritto: “5 Settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 4 settembre 1860 aveva già scritto: “4 Settembre….Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandosi a Casalnuovo. La Brigatta Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.”Inoltre, il Quandel-Vial, a p. 580 aggiunge: “Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, l’ufficiale borbonico Quandel-Vial, a p. 580 scriveva che il 5 settembre 1860, “all’alba”, la brigata Puppi si era partita da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Mazziotti scriveva che il 3 settembre, probabilmente proveniente da Paola, sbarcò a Sapri un’altra Brigata della Divisione Turr, la Puppi. Questa Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.  

Nel 5 settembre 1860, ad Acciaroli, Leonino Vinciprova e Cristofaro Muratori sbarcarono dalla goletta Emma di Alessandro Dumas, armi per i rivoltosi del Cilento per la causa di Garibaldi

Alexandre Dumas, anch’egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri formata da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI….Soltanto il 5 settembre la goletta con il Dumas si avvicinò alla rada di Acciaroli. La attendeva Leonino Vinciprova, che aveva preso parte a la Spedizione dei Mille ed era stato mandato da Garibaldi, col Mignogna e col Carbonelli, per promuovere la rivolta nelle provincie napoletane. Egli trovò a bordo della goletta il Dumas e Cristofaro Muratori, siciliano, ardente patriota e già segretario del Crispi (1). Il Muratori scese a terra portando un buon numero di Camicie rosse, di armi e di munizioni, e postosi a la testa di un gruppo di insorti, proseguì per Cannicchio e per Celso ove prese alloggio la sera in casa del barone Mazziotti. Il giorno dopo si tenne nel palazzo di lui una numerosa adunanza di liberali, con i quali percorrendo i comuni di Stella, di Omignano e di Sessa, andò a Rutino e poi a Salerno (1).”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trni, Tipografia Cannone, 1861.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10. Lo stesso giorno alle due del pomeriggio poco lontano dalla spiaggia di Acciaroli si fermò la goletta Emma. Su di essa era il noto romanziere francese Alessandro Dumas (padre), che dopo la battaglia di Milazzo si era precipitato a Salerno per consegnare le armi alle masse rivoluzionarie, ed era venuto ad Acciaroli, dove era ad attenderlo il Vinciprova. L’eroe cilentano si precipitò subito sulla goletta nella quale incontrò anche il Muratori. I tre, senza perdere tempo prezioso, stabilirono che il Muratori si fermasse ad Acciaroli con il compito di radunare quanti più uomini fosse possibile e raggiungere con essi Garibaldi in marcia verso Salerno. Infatti, il Muratori “con una garibaldina sulle spalle” scese a terra, attorniato da una moltitudine di gente e fu festeggiato lungamente. Molti volenterosi si fecero innanzi disposti a seguirlo, già pronti con armi sulle spalle e munizioni nelle tasche. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, in proposito scriveva che: “…..”. Dai racconti dello stesso Dumas si capisce che la città svolge un ruolo strategico per la conquista di Napoli. «Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!… Una delegazione del comune viene verso l’Emma e esprime il suo unanime consenso per la causa Italiana; Salerno s’illumina come un palazzo incantato» . L’episodio è raccontato in un libretto di Marciano Beniamino, Salerno nella Rivoluzione del 1860. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “La battaglia di Milazzo venne descritta da Alessandro Dumas, l’autore dei “Tre Moschettieri”, il quale – dal “faro” a Napoli – fu con Garibaldi, in quella vittoriosa marcia che venne conclusa con le armi al “Volturno”. Ed il Dumas, nella lettera inviata al Generale Carini, dopo la vittoriosa azione, così si espresse etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “XII. Solamente il 5 settembre, alla vigilia dell’ingresso trionfale del Dittatore a Salerno, la videro fermarsi, verso le due p.m. e poco lontano dalla rada di Acciaroli – marina del comune di Pollica – Leonino Vinciprova e Pietro Lacava, mandati da Garibaldi insieme con Vincenzo Carbonelli – audace cospiratore di Secondigliano – e col ferreo Mignogna, ad attendere le armi promesse ed a provocare l’insurrezione nel Napoletano e, per conseguenza, nel Salernitano. Chi avrebbe potuto preparare il terreno politico nelle nostre zone se non il Vinciprova che conosceva addentro uomini e cose, avendo partecipato, credente convinto dell’unità della patria, a tutti i moti liberali della sua provincia ? Il patriota cilentano “rivoluzionario di cuore e di fatti”, come lo chiama l’Oddo, montò una barchetta con alcuni marinai e salì a bordo della goletta che, di tanto in tanto, mandava colpi di fucile, e gli si presentò dapprima un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo, ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra di una bianca e di una rossa (40). Era costui il romanziere Dumas, accompagnato dal frate Giovanni Pantaleo e da un focoso giovane siciliano in divisa di ufficiale garibaldino, Cristoforo Muratori…Costui, poco dopo, presa una carabina sulle spalle, scese a terra con gli altri, portando un considerevole numero di camicie rosse armi e munizioni, che aveva spedito da Genova Agostino Bertani fin dal 1° agosto. Etc…(41).”. De Crescenzo, a p. 98, nella nota (41) postillava: “(41) Cfr. L. Minervini, Dichiarazione cronologica sopra i fatti della Rivoluzione di Napoli, Trani, Cannone, 1861”. Si tratta del testo di Luigi Minervini (….). De Crescenzo, a p. 99 continuando il suo racconto scriveva: “XIII. Si diresse poi quella massa di volontari al villaggio di Cannicchio e di là, la sera stessa, arrivò a Celso, altro villaggio di circa ottocento abitanti su di un vasto piano dominato dal monte Stella, dove fu lietamente accolta nella casa del barone Mazziotti, noto per sentimenti liberali; etc…”Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 794, in proposito scriveva che: “Prima di continuare a parlar di Dumas e di certi fatti rivoluzionari combinati nelle acque di Napoli tra lui ed altre persone diremo ancora dell’ Emma, di quella goletta che ha la sua parte nella storia della nostra rivoluzione . Essa aveva portato armi in Salerno , e nei primi di settembre altre armi portava alla marina di Acciaroli. I volontari del Cilento partivano i primi di settembre, ed avviavansi verso il Vallo Diano per unirsi agli altri dei vicini paesi e raggiungere Garibaldi. Certo Vinciprova , rivoluzionario di cuore e di fatti , recossi alla marina di Acciaroli per attendervi armi già promesse, ma che non erano ancora arrivate. Verso le 2 pomeridiane del 5 settembre si fermò poco lungi dalla spiaggia la goletta Emma, che di tratto in tratto interrompeva il silenzio con colpi di fucile. Il Vinciprova montò una barchetta con alquanti marinai , si accostò all’ Emma, sali a bordo , ed oltre a Dumas vi trovò Cristoforo Muratori , che i nostri lettori conoscono. Egli era vestito da ufficiale garibaldino ; sua missione era di sollevare il resto della provincia. Si stabilì che il Muratori scenderebbe a terra, vi radunerebbe tutta la gioventù volonterosa di combattere, ne prenderebbe il comando , e raggiungerebbe Garibaldi . In questo frattempo l’Emma era circondata da tutte le barchette che ritrovavansi in Acciaroli ; si dispensarono quantità di camicie rosse, ed armi e munizioni, ed il Muratori, presa una carabina sulle spalle , scese con gli altri , festeggiato dalla moltitudine , che, come per incanto , erasi tutta vestita di rosso . Il telegrafo segnalò un disbarco di garibaldini.”

                                                                                                                  A PADULA

Nel settembre 1860, a Padula, la Certosa di S. Lorenzo

Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: Chartreuse de San-Lorenzo. Fondé en 1308 par Tommaso Sanseverino, comte de Marsico, ce monastère, richement doté par son créateur, reçut d’autres encore de grandes donations territoriales, et devint la plus considérable à la fois et la plus riche des Chartreuses de l’Italie, après celles de Rome et de Pavie. Ses bâtiments sont si vastes qu’en les voyant du haut de la- Cività ils avaient presque l’apparenced’une petite ville. Nous descendons pour le visiter, car il constitue l’un des édifices monastiques les plus notables des provinces napolitaines, et M. Barnabei est chargé d’en inspecter l’état pour son ministère. Supprimée une première fois sous le gouvernement du roi Joseph, la Chartreuse de San-Lorenzo fut rétablie à la Restauration. Mais il n’y revint qu’une dizaine de pères, qui y vivaient misérablement,comme campés dans des bâtiments beaucoup trop étendus pour leur petit nombre. En 1868 le gouvernement italien l’a fermée de nouveau, en dispersant les moines et en confisquant ce qu’elleavait encore de biens. Il n’y est resté qu’un unique custode les meubles ont été vendus à l’encan, et les édifices abandonnés dépérissent rapidement, faute de réparations depuis quinze ans. Cette année enfin; le gouvernement etc…”, che tradotto significa: “….Certosa di San Lorenzo. Fondata nel 1308 da Tommaso Sanseverino Conte di Marsico, questo monastero, riccamente dotato dal suo creatore, ricevette altri ancora ingenti donazioni territoriali, e divenne allo stesso tempo il più considerevole e il più grande ricca delle Certose d’Italia, dopo quelle di Roma e Pavia. I suoi edifici sono così vasti che vedendoli dall’alto della Cività avevano quasi l’aspetto di una piccola città. Scendiamo a visitarlo, perché costituisce uno degli edifici i più illustri monaci delle provincie napoletane, e il Sig. Barnabei è responsabile del controllo lo Stato per il suo ministero. Eliminato prima volte sotto il governo del re Giuseppe, la Certosa di San-Lorenzo fu ristabilito alla Restaurazione. Ma tornarono solo una decina di padri, chi viveva lì miseramente, come se fosse accampato edifici decisamente troppo grandi per i loro piccoli numero. Nel 1868 il governo italiano richiuse, disperdendo i monaci e confiscando i beni che ancora le erano rimasti. Non c’è rimaneva solo un quarto di pannello, i mobili stati venduti all’asta e gli edifici abbandonati stanno rapidamente scomparendo a causa della mancanza di riparazioni quindici anni. Quest’anno finalmente; il governo etc…”                                                                       

Nel 5 settembre 1860, a Padula, il generale Giuseppe LA MASA e le truppe del generale Caldarelli

Da Wikipedia leggiamo che il generale Filippo La Masa recatosi in Toscana, durante il Governo Provvisorio Toscano, ne fu espulso da Bettino Ricasoli per le sue posizioni unitarie. Partecipò così attivamente alla Spedizione dei Mille, occupandosi soprattutto del coordinamento dei volontari siciliani (chiamati picciotti), in particolare durante l’insurrezione di Palermo. Nominato generale da Garibaldi, fu al comando della brigata Sicula, sostituito a fine ottobre da Giovanni Corrao. Non seguì infatti Garibaldi sul continente. Dopo l’Unità fu inserito col grado di maggior generale nei ruoli del Regio esercito. Giuseppe La Masa scrisse un libro testimonianza, “Alcuni fatti e documenti della rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860 (1861)”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: Diremo brevemente in che modo Giuseppe La Masa si trovasse nuovamente a fianco del Dittatore. Fece pratiche per partire, ed incontrò difficoltà; finalmente recossi un giorno al Faro, chiese una barca al comandante Castiglia, e solo col suo aiutante traverso lo stretto. Arrivato a Palmi s’incontrò con Garibaldi, e di là marciò sempre con lui, e con lui trovossi a Padula. Accettato l’incarico di garantire la vita del Caldarelli, lo adempi con molta forza d’animo, comunque più volte fossesi trovato nel pericolo di essere trucidato insieme al generale borbonico. Chiamato da un dispaccio, La Masa andò a raggiungere Garibaldi; Pareto, restò a custodire la vita di Caldarelli. Il giorno 6, la brigata Milano , continuando la sua marcia, giungeva ad Auletta: il giorno 7 ad Eboli; il resto dell’ esercito marciava a grandi giornate sopra Napoli, ignorando che in quell’istante medesimo il Dittatore solo entrava nella metropoli del regno.”.

Nel 5 settembre 1860, a Padula o a Lagonegro in casa Aldinio (?), il generale Giuseppe LA MASA e l’accordo per la capitolazione e la resa del generale borbonico Caldarelli 

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150 aggiungeva che: “Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato La Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Percorreva la provincia di Salerno la brigata del generale Caldarelli che il 27 agosto aveva capitolato con il Comitato rivoluzionario di Cosenza. Secondo gli accordi contenuti nella capitolazione, in cui era stabilito l’itinerario che la brigata doveva percorrere, essa, traversati vari paesi della Calabria e della Basilicata, partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale. Per evitare qualsiasi inconveniente tra i garibaldini e le truppe borboniche colà acquartierate il generale Giuseppe Lamasa, in seguito di ordine del dittatore, rimase parimenti nella Certosa, finchè il giorno 7 il dittatore gli telegrafò di raggiungerlo in Eboli.. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve.. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “…è uopo ricordare che la casa di Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità Generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone per bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Charles Stuart Forbes (….), comandante della Marina inglese. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently che tradotto significa: L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto; ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono. In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti; non si poteva rispettarli. Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 68”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “L'”invito” fu conseguente all’accordo appena fatto tra il Commissario di Garibaldi, La Masa, e lo stesso Caldarelli che decise di rimanere internato a Padula (20). Ciò risulta anche, confermando la tesi da noi sostenuta, delle memorie del Colonnello Rustow, il quale, informato da un ufficiale della Guardia Nazionale di Padula che un’intera brigata borbonica si trovava in S. Lorenzo, dice: “(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”(21)”. Policicchio, a p. 141, nella nota (21) postillava: “(21) E. Porro, La brigata Milano…cit., p. 23.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 23, che in proposito scrivea che: “”(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Intanto: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno (….)(16).”.”. Policicchio, a p. 139, nella nota (16) postillava: “(16) La guerra italiana del 1860….cit., p. 301.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, ovvero il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 301 (secondo la postilla di Policicchio ma è sbagliato perchè si tratta di pag…..), in proposito scrivea che: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno Etc….”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 127 in proposito scriveva: “A Padula, nella Certosa di S. Lorenzo, era anche andato il generale Giuseppe La Masa (33), in compagnia del suo aiutante Nizzari e di un tal Pareto di Genova, guida del Dittatore, per scongiurare ogni incidente tra garibaldini e soldati regi ivi alloggiati; ma il 7 se ne partì, perchè ricevette un telegramma da Garibaldi con l’ordine di andare a raggiungerlo in Eboli. I soldati del Caldarelli, invece di raggiungere Capua il resto della truppa, passarono a Nocera, dove deposero le armi e si sciolsero. Così tremila soldati passarono a Garibaldi. Il Turr ne dette notizia da Salerno al Sirtori alle 2 pm. del 5 settembre: “Col Generale Garibaldi e con la mia 3° brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di organizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta, etc….”.”. De Crescenzo, a p. 127, nella nota (33) postillava: “(33) G. Oddo Bonafede, Cenno storico politico militare sul generale G. La Masa e documenti correlativi, Verona, 1879.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli , e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II…..Etc…Nei soldati del generale Caldarelli cominciaron tosto ad apparire funesti indizi di un nuovo assassinio; pareva che si volesse a lui dar quella stessa fine che erasi data al generale Briganti. Il Caldarelli tosto si accorse di ciò che si tramava contra di lui, e chiese a Garibaldi di essere protetto e garantito. Il Dittatore affidò questo incarico al generale Giuseppe La Masa, che accompagnato dal suo aiutante Nizzari, e da una guida del Dittatore, Pareto di Genova, seguì Caldarelli alla Certosa di Padula dov’era acquartierata la truppa napoletana.. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia – Cenno istorico redatto per cura di La Gioia Filippo di Aieta”, Lauria 1891, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “…il generale Garibaldi,….e dopo di ciò, scese sul Continente, Reggio, Catanzaro, Cosenza, Castrovillari, Rotonda, Tortora, e nella marcia di Tortora precsamente, ove anche noi ebbimo l’onore di stringergli la mano, in quel rincontro, anche la nostra defunta vecchia Genitrice Antonia Candia fu Vincenzo di Aieta, volle ammirare il grende guerriero de’ due Mondi, etc….Dopo quel piccolo trattenimento il Generale nell’accomiatarsi, con quel riso incantevole, stringendo a tutti la mano, partì con pochi uomini che lo seguivano, ed imbarcato sù di un piccolo battello, si diresse nella marina di Sapri, e da colà defilato si recò al Fortino di Lagonegro, ove uscì avanti al Generale Caldarelli, il quale con quattro mila soldati di Artiglieria, alla sola comparsa della camicia rossa, depose le armi, e i soldati Borbonici disarmati, in poche ore, ciascuno fu mandato al proprio domicilio, ed ai soli Ufficiali fu lasciato un foglio di via per non essere maltrattati.”

Nel 5 settembre 1860, a Padula, le truppe del generale borbonico Caldarelli internate nella Certosa di S. Lorenzo

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: “…Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, nelle sue memorie scriveva che: La brigata Milano….Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. “. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 259-260, in proposito scriveva pure: Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio stesso s’incivilisca e avverta la vicinanza di Napoli. Un’ampia valle che scende, dritta e piatta, tra due catene di colline azzurricce, mi ricorda la valle dell’Euro, nei dintorni di La Rivière Thibouville: etc…Sulla strada passano disertori dell’esercito napoletano; si fermano davanti a noi e chiedono l’elelemosina. Non mangiano da ieri mattina. Le case si chiudono quando essi si presentano; i contadini fuggono o danno loro la caccia; rifiutano loro il pane se non lo pagano, ed essi non hanno danaro. Hanno le scarpe logore; camminano quasi a piedi nudi, sfiniti sì da non poter più andare avanti, coricandosi nei fossi, cibandosi dele more dei cespugli, eppure rassegnati e senza farne colpa ai loro capi, la cui incuria li ha forse ridotti in quello stato miserando. Ci fermiamo a Sala. Si sentiva un lontano rimbombare etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150 aggiungeva che: Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “….partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale.. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “.. – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 208, riferendosi al Peard e altri, in proposito scriveva che: “……essi partirono e strada facendo incontrarono centinaia di regi che senz’armi, languenti di fame e di miseria si trascinavano a stento o si gettavano bocconi sul ciglio della strada. Garibaldi aveva distribuito loro tutto il denaro che aveva allora alla mano, ma il loro stato era tale da muovere a pietà.. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 68”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “..: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa..  Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve.. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti, Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II…..Etc…Nei soldati del generale Caldarelli cominciaron tosto ad apparire funesti indizi di un nuovo assassinio; pareva che si volesse a lui dar quella stessa fine che erasi data al generale Briganti. Il Caldarelli tosto si accorse di ciò che si tramava contra di lui, e chiese a Garibaldi di essere protetto e garantito. Il Dittatore affidò questo incarico al generale Giuseppe La Masa, che accompagnato dal suo aiutante Nizzari, e da una guida del Dittatore, Pareto di Genova, seguì Caldarelli alla Certosa di Padula dov’era acquartierata la truppa napoletana. Diremo brevemente in che modo Giuseppe La Masa si trovasse nuovamente a fianco del Dittatore. Fece pratiche per partire, ed incontrò difficoltà; finalmente recossi un giorno al Faro, chiese una barca al comandante Castiglia, e solo col suo aiutante traverso lo stretto. Arrivato a Palmi s’incontrò con Garibaldi, e di là marciò sempre con lui, e con lui trovossi a Padula. Accettato l’incarico di garantire la vita del Caldarelli, lo adempi con molta forza d’animo, comunque più volte fossesi trovato nel pericolo di essere trucidato insieme al generale borbonico. Chiamato da un dispaccio, La Masa andò a raggiungere Garibaldi; Pareto, restò a custodire la vita di Caldarelli.”

Nella notte tra il 4 ed il 5 settembre 1860, Francesco II decise di spostare altrove la guerra e di sgomberare Salerno

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”

Nel 5 settembre 1860, Garibaldi passava nei pressi di Padula

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 150, in proposito scriveva che: Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra ed a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; e là, poste su un’altura, simigliante ad un altare, facevano capolino le case di Teggiano: centro di storia e di leggenda, e patria di Giuseppe Matina. Garibaldi ammirò l’interessante scenario, e nel volgere lo sguardo verso Padula, non potè non ricordare il rovescio di Pisacane là a San Canione, e collocare, col pensiero, sul più alto colle della contrada – come un monumento – la figura del patriota Garibaldino Don Vincenzo Padula, ministro di Dio, immolatosi a Milazzo (1).”. Romagnano, a p. 150, nella nota (1) postillava: “(1) Per il vivo interessamento dell’Amministrazione Comunale di Padula (Sindaco Avv. Rienzo) è stata restaurata la Chiesa della SS. Annunziata, nella quale sono state traslate e definitivamente inumate le salme dei generosi di Pisacane, che caddero dopo la battaglia di San Canione.”

                                                                                           A SALA CONSILINA

Nel 5 settembre 1860, Garibaldi, a Sala Consilina, dove fu ospitato in casa del maggiore DE PETRINIS

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò  casa Depetrinis, etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, ex garibaldino, nel 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Il giorno di mercoledì 5 il generale partì con il suo seguito, in carrozza da Casalbuono per Sala, accolto da le più insistenti ovazioni…..Il Dittatore riposandosi alquanto nel palazzo municipale, ricevè alcune deputazioni e pranzò alle 2 con il generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, il colonnello Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, ed i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, in casa del maggiore Giuseppe De Petrinis (2)…. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2) postillava di Treveljan e di Iessie Whitte Mario, op. cit., p. 188. Si tratta di Jessie White Mario. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò  casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta. Etc…”. Sul maggiore De Petris, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”. De Petrinis pare fosse un attendibile. Degli attendibili, nel basso Cilento, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 124, in proposito scriveva che: “Tra un’infinità di stemmi di Savoia e di bandiere tricolori che sventolavano dalle finestre, e tra interminabili ovazioni del popolo, il Dittatore si recò in carrozza, insieme col Matina che gli era andato incontro, al palazzo del Governo Provvisorio, dove fu ricevuto dal segretario Antonio Alfieri d’Evandro, dal capitano Antonio Carrano e dalla giunta insurrezionale centrale. Alle 2 pm. era in casa De Petris, dove riposò due ore e, dopo circa venti minuti di sonno, fu invitato dal maggiore Giuseppe ad un pranzo che riuscì felicissimo (30). Gli facevano corona i generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, i colonnelli Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, e parecchi altri zelanti patrioti.”. Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, in proposito scriveva che: “La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Baldassarre di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e dal tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza. Un particolare nel quadro grande: una donna garibaldina, pervasa da viva manifestazione di gioia, muore in casa di luigi Gennuario (25). Etc…”. De Crescenzo, a p. 119, nella nota (25) postillava: “(25) Non mi è riuscito identificare il nome di questa donna nè il Racioppi (Storia dei moti di Basilicata, ecc.., op. cit.) ce lo fa sapere.”. De Crescenzo, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “VIII. Sulla strada consolare che mena a Sala fu raggiunto da un manipolo di mille uomini al comando di mille uomini al comando del canonico Domenico Pessolano e di altri cittadini…etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 154, in proposito scriveva che: “Avanzò il Generale, circondato dal suo Stato Maggiore, e gli andò incontro il ‘Prodittatore Giovanni Matina, che si ebbe l’abbraccio rituale. Egli rappresentava il salernitano martire ed eroico; perciò venne nominato ‘Governatore della Provincia di quel “Principato Citeriore” che per lunghi anni era stato torturato per i suoi sentimenti di libertà.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Quasi tutte le Giunte Insurrezionali furono presentate in Sala al Dittatore, il quale indossava la divisa garibaldina ed un cappello a larghe falde. E fu nominato Delegato Civile e Militare A. Alfieri d’Evandro, venuto nel “Vallo” da Napoli con molti volontari, ed al quale venne affidato l’incarico di vettovagliare l’esercito che sarebbe giunto, nei giorni di poi, diretto a Napoli. Il ricevimento ebbe luogo nel Palazzo del Governo provvisorio, ove Garibaldi riposò venti minuti, e fu ospitate, poi, col seguito, di Giuseppe De Petrinis, nella cui casa fu messo “vangale”, ed a tavola, lo stesso  De Petrinis – nominato Maggiore della Guardia Nazionale – volle servire il ‘Dittatore’, del quale, per lungo tempo, venne conservato gelosamente un mozzicone di sigaro, lasciato da Garibaldi in quella felicissima occasione. Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso.”. Sul maggiore de Petrinis ha scritto anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 89 e ssg., in proposito scriveva che: IX. Il maggiore della guardia nazionale Giuseppe De Petrinis ed il sottointendente Luigi Guerritore s’incontrarono con le colonne sulla strada provinciale. Il Matina, che seguiva la colonna, fu dal Guerritore etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” etc….”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 64, in proposito scriveva che: “……………..”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”

Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi ricevette Raffaele PIRIA e Salvatore TOMMASI, del Comitato dell’Ordine di Napoli

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta: illuminazione e clamore. Arrivano Piria e Tommasi latori di lettere del Comitato dell’Ordine. Garibaldi, dopo letto tutto, disse: “Ebbene, se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia, io non faccio differenze di persone; ma se coloro hanno che fare con quei figuri di Torino che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia; so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma: mai no. Vogliamo tutto il paese nostro per noi, ed a Roma, sovrana, l’Italia. Il signor Bonaparte non può più farci nè bene nè male; egli non sa che noi conosciamo che ha la coda di paglia e che ha paura che gli prenda fuoco. Egli non sa che la Francia è con noi, che immensa in Europa è la simpatia per noi , che egli è impotente a frenarla o dominarla . A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli . » E si sedeva ; e poi soggiunse: « Oh ! Nizza ha da serrargli la gola e l’ ha da strozzare, e noi la riprenderemo . Vittorio Emanuele sa quanto io gli sia amico, ma vogliamo dargliela tutta l’Italia ; farlo.Dunque, secondo il taccuino di Bertani, Piria e Tomasi arrivarono ad Auletta, mentr altri storici scriveranno che essi incontreranno Garibaldi a Sala Consilina.Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”. Dunque, secondo il De Cesare (….), Garibaldi ricevè Raffaele Piria e Salvatore Tommasi a Casalnuovo, non a Sala Consilina come scrivono alcuni. Il De Cesare scrive che in seguito, arrivato ad Auletta, Garibaldi scrisse ai componenti dei Comitati per invitarli ad una maggiore concordia. Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso….Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: Il Forbes racconta che a Sala si presentò a Garibaldi un dottor Tomasi, inviato del Comitato dell’Ordine di Napoli, il quale osò leggergli un indirizzo che veniva a concludere press’a poco che egli, Garibaldi, era una gran brava persona, ma che però in Napoli non lo si voleva. Si costituiva invece un Governo provvisorio che avrebbe proclamato l’immediata annessione al Piemonte, così che Cavour avrebbe subito prese le redini d’ogni cosa senza bisogno né di Dittatura nè di Dittatore. E il Tomasi presentava anche, già bell’e stampato, un manifesto coi nomi degli individui di quel Governo provvisorio. Garibaldi, indignato per tanta sfacciataggine, avrebbe risposto risoluto che il Dittatore delle Due Sicilie era lui, – veramente una regolare assunzione della dittaura per le provincie continentali non c’era stata -, che tale intendeva restare, che non voleva sentir parlare d’annessione fino a quando non gli fosse dato invitare Vittorio Emanuele a incoronarsi Re d’Italia in Campidoglio. E’ vero il racconto del Forbes ? Che la costituzione di un Governo provvisorio cavouriano siasi tentato in Napoli è verissimo, ma che Garibaldi ne sia stato informato a Sala Consilina una prova sicura, ch’io sappia, non esiste.”Agrati citava il testo di C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 il suo impegno politico a favore dell’unificazione d’Italia si espresse nella missione di mediazione per conto del governo Cavour tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II e nella promozione dell’annessione degli Abruzzi nel Regno d’Italia. Il 13 marzo 1864, per i suoi alti meriti patriottici e scientifici venne nominato senatore nel Parlamento italiano.  Riguardo invece Raffaele Piria, nel 1860 Garibaldi, proclamatosi provvisoriamente a Napoli dittatore del Regno delle Due Sicilie, lo nominò Ministro della Pubblica Istruzione. Piria, inoltre, elaborò una riforma per la scuola elementare che non fu mai realizzata. Il suo impegno politico culminò nella sua nomina a senatore nel 1862. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 129-130, in proposito scriveva pure che: “I comitati dell’Ordine e dell’Azione inviarono a Garibaldi gli uomini più capaci di concordia in quei momenti difficili, per ottenere che il Dittatore, entrando in Napoli, prendesse consiglio e suggerimento dai rispettivi comitati (36), e cioè il clinico e fisiologo Salvatore TOMMASI (37), il chimico calabrese RAFFAELE PIRIA (38), e GIUSEPPE LIBERTINI, capace di accogliere intorno a sè gli spiriti più accesi. Ed il Generale, a scopo di concordia, scrisse un telegramma ad alcuni componenti più ragguardevoli dei due Comitati opposti, cioè Libertini, Raffaele Conforti (39), Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo marchese di Bella (40), Giuseppe Ricciardi, Andrea Colonna, pregandoli “per il bene della causa dell’unità italiana di riunirsi a comporre il Comitato Unitario Nazionale”(41), ed aggiungendo che “attendeva ogni aiuto dal loro illuminato ed ardente patriottismo”(42). Ma tale, Comitato, che si credè Governo per ventiquattro ore, non fece che provocare maggiori ire e più profondo dissidio tra le due parti (43).”. Poi il Dittatore, dopo aver consumato un modesto pranzo partì con Mario, Mignogna, Nullo ed altri pochi intimi. XII. Il 6 mattina fu ad Eboli, etc…”. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (36) postillava che: “(36) Cfr. R. De Cesare, La fine di un Regno, parte II, Lapi, 1909”De Crescenzo, a p. 129, nella nota (37) postillava che: “(37) Nacque a Tricase (Sulmona. Esule a Torino, vi pubblicò le ‘Istituzioni di fisiologia’, che, destarono l’ammirazione di tutti gli scienziati per il loro altissimo pregio. Deputato dalla VIII alla XIII lesgislatura. Nel 1848 deputato al Parlamento napoletano. Ministro di Grazia e Giustizia. Morì nel 1879. “De Crescenzo, a p. 129, nella nota (38) postillava che: “(38) Insegnò nelle niversità di Pisa e di Torino. A Napoli fu segretario della Luogotenenza e Ministro della Pubblica Istruzione. Morì a Torino il 18 luglio 1865. “ De Crescenzo, a p. 129, nella nota (39) postillava che: “(39) Il Conforti era indeciso tra i due comitati, ma inclinante più a quello d’Azione.”De Crescenzo, a p. 129, nella nota (40) postillava che: “(40) Nacquw nel 1822. Era fratello del Principe di Torella. Con Decreto dell’8 settembre 1860 Garibaldi lo nominò inviato straordinario a Napoleone III. Etc…”

Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi nominò Giovanni MATINA Governatore del Salernitano

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano “con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Dunque, il Racioppi scriveva che il Matina fu nominato da Garibaldi a Sala il 6 settembre e non il 5 settembre 1860. Garibaldi si fermò a Sala Consilina il 5 ed ivi pernottò per ripartire per Auletta il 6 settembre 1860. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 124, in proposito scriveva che: “Tra un’infinità di stemmi di Savoia e di bandiere tricolori che sventolavano dalle finestre, e tra interminabili ovazioni del popolo, il Dittatore si recò in carrozza, insieme col Matina che gli era andato incontro, al palazzo del Governo Provvisorio, dove fu ricevuto dal segretario Antonio Alfieri d’Evandro, ….”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 154, riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Sala Consilina, in proposito scriveva che: “Avanzò il Generale, circondato dal suo Stato Maggiore, e gli andò incontro il ‘Prodittatore Giovanni Matina, che si ebbe l’abbraccio rituale. Egli rappresentava il salernitano martire ed eroico: perciò venne nominato ‘Governatore della Provincia’ di quel “Principato Citeriore” che per lunghi anni era stato torturato per i suoi sentimenti di libertà.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. E la colonna, tra un popolo delirante, si avviò per la “Consolare”, scortata da uomini in armi, a cavallo.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 395, riferendosi al dispaccio di Garibaldi al Matina del 31 agosto, in proposito scriveva che: “Evidentemente il piano del Prodittatore cominciava a far delle falle, perché, in conseguenza delle istruzioni ricevute, e probabilmente per altre pressioni, egli dovette cedere anche la Fabrizi col quale aveva avuto, come s’è visto, un’iniziale contrasto d’opinione. Difatti, il parere del Capo militare, che si dovesse stringere contatto con le forze rivoluzionarie della vicina Basilicata, dove operava il colonnello Camillo Boldoni, prevalse nettamente dopo due o tre giorni. E perciò il Fabrizi si affrettò ad emanare il seguente ordine del giorno: “La rivoluzione deve tendere ad unificarsi: quindi etc..” (32). La corrente politica, che faceva capo al Comitato dell’Ordine, aveva in tal modo vinto nettamente ed il prodittatore Matina dovette sacrificare le sue convinzioni d partito ai supremi interessi della patria. Con questa vittoria incominciò nel Salernitano la fase della grande manovra avvolgente da parte della borghesia moderata, che sarà indi a poco perfezionata mediante quel compromesso con le forze regie piemontei, che sembrò scaturire per forza naturale da ragioni oggettive, mentre invece fu un congegno politco abilmente achtettato in difes dei privilegi di classe. Anche il volontarismo, che fu il nerbo della rivoluzione del Risorgimento, cominciò ad accusare i primi colpi, fino a che dovrà capitolare difronte alle forze disciplinate dell’esercito regolare piemontese…..In conseguenza del nuovo orientamento il colonnello Fabrizi nominò capo di stato maggiore Lorenzo Curzio, mentre Antonio Alfieri d’Evandro fu nominato delegato civile e militare del distretto di Sala da Giovanni Matina. Questi a sua volta, il 5 settembre, fu nominato da Garibaldi, che era già giunto a Sala, governatore della Provincia di Salerno “con poteri illimitati”.. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 154, in proposito scriveva che: “Avanzò il Generale, circondato dal suo Stato Maggiore, e gli andò incontro il ‘Prodittatore Giovanni Matina, che si ebbe l’abbraccio rituale. Egli rappresentava il salernitano martire ed eroico; perciò venne nominato ‘Governatore della Provincia di quel “Principato Citeriore” che per lunghi anni era stato torturato per i suoi sentimenti di libertà.”.

Nel 5 settembre 1860, a Sala, Peard (il falso Garibaldi), Forbes, Fabrizi, ed il gornalista del Times Antonio Gallenga incontrarono Garibaldi

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “VIII. Il giorno precedente il Dittatore s’era mosso con i suoi da Casalbuono dirigendosi a Sala, dove – come già abbiamo narrato – s’era incontrato col Peard, compiacendosi di cuore con lui di quanto aveva fatto.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 122, in proposito scriveva pure che: “La piccola brigata del Peard partì nascostamente da Eboli durante la notte, ricalcando la via già percorsa fino a Sala. Lì ebbe ordine da Garibaldi di recarsi immediatamente a Salerno. Ed il 6 mattina vi entrò, ed anche lì fu scambiato per l’Eroe ed acclamato come facilmente può pensarsi. Simpatico equivoco davvero verificatosi, come abbiamo visto, più volte, e dovuto al colore biondo della sua barba !.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”.  Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Sempre Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 119, in proposito scriveva pure che: “VII. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del ‘Times’ – un tal Gallenga – costoro etc….Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo Diario etc…”. De Crescenzo si riferisce al Diario di Gallenga. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (….),  lavorava come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. 

Nel 5 settembre 1860, a Eboli, il telegramma di Antonio GALLENGA, giornalista al seguito della comitiva del Peard

Marc Monnier (….), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda pure la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 274, riporta un dispaccio di Gallenga e scrive: “Gallenga a…. – “Eboli, 5 settembre, l’1 e meza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini, comandati da Turr, sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicino a voi”. Ecco i dispacci sparsi l’altr’eri sera: non ha la sua poesia il telegrafo?.”.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 400, in proposito scriveva che: “Nel Monnier, 273, si trova stampato il seguente telegramma: “Salerno, 4 settembre, le 11 della sera. Il filo elettrico tra Eboli e Salerno è rotto. Due sotto-ufficiali ritornati di Calabria hanno detto che le masse dei rivoltosi, Garibaldi coi suoi uomini, e la brigata Caldarelli, sono arrivati ad Auletta…Mando per la strada ferrata i due sotto-ufficiali; Neaburgo del 15° di linea, e Guida del 4°, indirizzandoli al colonnello Anzani”. Treveljan citava il testo di Marc Monnier (….), che scrisse “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861, vedi pure la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, “Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie”, Napoli, 1861. Il Monnier trascriveva anche un altro dispaccio e, a p. 274 scriveva:  “Gallenga a…. – Eboli, 5 settembre, l’1 e mezzo antim. “La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri, 4000 uomini comandati da Turr, sono sbarcati. ltri sbarchi saranno operati più vicino a voi.”. Ecco i dispacci sparsi l’altri ieri sera etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 399, in proposito scriveva che: “…si debba datare dalla mattina del 5 settembre e si debba considerare come risultante dai telegrammi, dagli allarmi e dalle corse della notte 4-5 settembre durante la quale si tenne un ultimo consiglio dei Ministri fino all’alba (Pianel, 194-195, dal diario della moglie) e il Forbes e il Gallenga sparsero i loro telegrammi per Napoli e Salerno. Uno di questi telegrammi è così riprodotto nel MONNIER, 273: “Gallenga a….(nome mancance): Eboli, 5 sett., 1 e mezza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini comandati da Turr sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicini a noi”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 208, riferendosi al Peard e altri, in proposito scriveva che: “……essi partirono e strada facendo incontrarono centinaia di regi che senz’armi, languenti di fame e di miseria si trascinavano a stento o si gettavano bocconi sul ciglio della strada. Garibaldi aveva distribuito loro tutto il denaro che aveva allora alla mano, ma il loro stato era tale da muovere a pietà.. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Si riferisce al telegramma scritto dal generale Turr il 4 settembre ed indirizzato al Comandante Civile Mango di Lagonegro, in cui Turr chiedeva la preparazione di 25 razioni di viveri. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 417, in proposito scriveva che: “Qui ad Eboli il Peard ha la trovata migliore. Fa chiamare l’impiegato del telegrafo e gli ordina di spedire a Pietro Ulloa – nuovo presidente dei ministri secondo la voce che corre – un telegramma in cui lo avverte che Garibaldi è arrivato ad Eboli con oltre 10 mila uomini forniti di tutto, e gli sconsiglia di ritirare ogni truppa da Salerno, perché sono probabili sbarchi nel golfo di Napoli di altri corpi garibaldini che prenderebbero i napoletani alle spalle. E firma il dispaccio col nome di un noto amico dell’Ulloa. Ad un telegramma da Napoli, chiedente notizie della Brigata Caldarelli, risponde firmando Caldarelli in persona ch’egli con tutti i suoi soldati è con Garibaldi. Al Sindaco di Salerno etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 167-168, in proposito scriveva che: “VII. Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini , la più parte di truppe straniere , risolute , dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale. Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata , anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que ‘ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare, con qualche probabilità di buon successo , la prova estrema  a cui si erano impegnati. L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo . Nella sera del 5 settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, etc…”

Nel 5 settembre 1860, a Lagonegro giunse l’avv. Giuseppe MANGO, Commissario Civile giunse la richiesta di approntare 25.000 razioni di viveri 

L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Dopo il passaggio del breve ed eletto corteo di Garibaldi, continuò, anche nei giorni seguenti, il transito delle truppe borboniche, sbandate e disperse, ed in mezzo ad esse, quasi incuneate, procedevano le giovani e balde schiere Garibaldine, quali ordinate e ben armate, e quali alla spicciolata, ma tutte piene di brio e d’entusiasmo per la trionfata causa della libertà. Da parte del Comune, si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve Sindacato di D. Felice Consoli, al quale, in quelle dimostrazioni patriottiche, rimase l’ambito uffizio di vessillifero. Fra le varie bandiere dell’epoca, tutt’ora conservate dal Presidente del Comitato Avv. Picardi – quale con la figura di Garibaldi, e quale con quella di Vittorio Emanuele incorniciat fra tre strisce dai colori nazionali – è notevole e bella una che ha nel mezzo impressa l’effige dell’Italia risorta col motto in giro: ‘Italia libera, Dio lo vuole’. Beati tempi e beati popoli etc…Non mancò allora, da parte del Comune, il contributo pecuniario per le spese dell’inaurrezione nella modesta cifra di ducati 500, prelevati dalla cassa municipale, ed erogati pel mantenimento delle truppe insurrezionali del Lavecchia, oltre di altre moltissime spese persvariate esigenze. Al Commissario Cicile Mango giunse, nel 5 Settembre, un telegramma del Dittatore di tener pronte 25 mila razioni di viveri per le truppe di passaggio; le razioni furono bensì tutte preparate a spese del Comune, ma non tutte furono consumate per le truppe garibaldine, perchè quella notizia conteneva, forse, il solito stratagemma di far credere alle popolazioni ed all’esercito borbonico che Garibaldi disponesse d’un numero assai maggiore di militi (1).. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, riferendosi a Garibaldi a Casalnuovo, il 5 settembre 1860, in proposito scriveva che: “….e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 47, in proposito scriveva che: “Al Commissario Civile Mango giunse, nel 5 Settembre, un telegramma del Dittatore di tener pronte 25 mila razioni di viveri per le truppe di passaggio; le razioni furono bensì tutte preparate a spese del Comune, ma non tutte furono consumate per le truppe garibaldine, perchè quella notizia conteneva, forse, il solito stratagemma di far credere alle popolazioni ed all’esercito borbonico che Garibaldi disponesse d’un numero assai maggiore di militi (1).. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”.  

Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi ordinò di erigere un monumento a Sapri in onore di Carlo Pisacane e dei Trecento 

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 398-399, in proposito scriveva che: “Con entusiasmo pari a quello del Governatore, e con vera passione, Alfieri d’Evandro, che, come è stato detto, fu nominato delegato civile e militare dell’importante distretto di Sala, si accinse all’opera di ricostruzione morale e civile di quella vasta zona del Salernitano dove maggiormente il popolo aveva dato prova di comprensione e di maturità politica, malgrado il malgoverno borbonico. Egli innanzi tutto volle sciogliere il voto che tanti patrioti avevano fatto nella solitudine tetra delle carceri, pensando al sacrificio di Pisacane, e promosse quindi con una nobilissima circolare l’erezione di un monumento all’eroe di Sapri (37).”. Cassese, a p. 399, nella nota (37) postillava: “(37) Il monumento non fu allora eretto. Cfr. A. Alfieri d’Evandro, op. cit., pag. 43 sgg.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “….a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una soscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.”. Un garibaldino nel suo diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri “(….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) Bertani e Garibaldi, il 25 settembre assegnarono “una pensione di ducati sessanta al mese vita durante, a contare dal primo ottobre prossimo, a Silvia Pisacane figlia dell’eroico Carlo Pisacane trucidato a Sanza nel luglio 1857 mentre combatteva per la liberazione dei fratelli”.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 403, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “I democratici del ’60 furono vinti, le istanze rivoluzionarie del nostro Risorgimento furono quasi annientate; ma non a caso la nuova Italia, quella che auspica come Alfieri d’Evandro la “Dittatura della Libertà”, guardando al passato trae proprio dagli ideali di quei democratici l’essenza e lo spirito della nuova lotta politica.”

Nel 5 settembre 1860, il generale TURR scrive un telegramma al Sirtori che, col suo Stato Maggiore era a Spezzano Albanese

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve..  

                                                                                                          AD AULETTA

Nel 6 settembre 1860, Garibaldi, ad Auletta fu ospitato in casa Mari e proclamò Giacinto Albini Governatore della Basilicata e, la richiesta di concordia fra i due Comitati

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini, capo del governo temporaneo della Lucania, a governatore di Basilicata con quella podestà che disse illimitata, e che meglio sarebbe a dirsi indefinita. E quivi giunsero a lui gl’inviati dai due comitati dell’Ordine e dell’Azione; i quali capaci della necessità  della concordia e delle unite forze nei momenti supremi e terribili, erano venuti, perchè il battesimo del Dittatore segnalasse alla fiducia pubblica quelli che delle due parti meritassero la sua fiducia, per reggere lo Stato che si sfasciava nel momento che un ordine cessa e un altro incomincia. E il generale scrisse queste parole, quasi invito di concordia alle due parti, e mandato di confidenza agli uomini che men paressero discordi dal suo indirizzo. “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo d Bella, Giuseppe Ricciardi, Andrea Colonna. Per il bene della causa della Unità Italiana vi prego d riunirvi a comporre il comitato Unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato ed ardente patriottismo. Auletta 6 settembre 1860”.. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò  casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’. Nel giorno stesso il Generale, col breve eletto corteo, ripartì, fra le vive acclamazioni e benedizioni del popolo festante, per Eboli, Salerno e Napoli, dove entrò trionfalmente nella sera del Venerdì 7 Settembre, inerme, senza scorta ed in carrozza scoperta, passando sotto i cannoni del Forte del Carmine, le cui sentinelle, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. E la colonna, tra un popolo delirante, si avviò per la “Consolare”, scortata da uomini in armi, a cavallo. Garibaldi, troppo sicuro di sè, precedeva l’Armata, sfidando i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata Cosenz giunse nel Vallo solamente l’11 settembre, e cos’ pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli. Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre. Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano di Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Credo che qui vi è un errore di trascrizione perchè si trattava del generale Turr non Burr. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “In casa Mari – ove pernottò – Garibaldi ricevé l’omaggio di molti notabili e rappresentanti di Comitati d’Azione; da Auletta telegrafò a Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti e Giuseppe Pisanelli, patrioti e uomini insigni, per esortarli a riunirsi nel “Comitato Unitario Nazionale”; e da Auletta fu spedito il famoso telegramma: “Oggi qui, domani a Napoli”. Né possaimo non riportare una “cronaca” del tempo, secondo la quale, in casa Mari, il Signor Gerardo Isoldi di Caggiano volle fare dell’accademia, recitando, alla presenza del Dittatore, un sonetto contro Ferdinando II.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “Il giorno 6 le due brigate Milano e Spinazzi col generale Turr erano ad Auletta,e si preparavano ad avanzare verso Salerno mentre che il Dittatore partiva per Eboli con una piccola scorta.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta.Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “ Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardı e Andrea Colonna : Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo„ . Libertini, Agresti e Ricciardi appartenevano al comitato di Azione ; Pisanelli, Caracciolo e Colonna, al comitato dell’Ordine, e Raffaele Conforti a nessuno dei due , ma aveva la fiducia di entrambi. La sera di quel giorno , Garibaldi giunse a Salerno, e prese stanza nel palazzo dell’intendenza.. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta: illuminazione e clamore. Arrivano Piria e Tommasi latori di lettere del Comitato dell’Ordine. Garibaldi, dopo letto tutto, disse: “Ebbene, se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia, io non faccio differenze di persone; ma se coloro hanno che fare con quei figuri di Torino che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia; so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma: mai no. Vogliamo tutto il paese nostro per noi, ed a Roma, sovrana, l’Italia. Il signor Bonaparte non può più farci nè bene nè male; egli non sa che noi conosciamo che ha la coda di paglia e che ha paura che gli prenda fuoco. Etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.  Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, …5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 117-118, in proposito scriveva che: La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ad Auletta nel giorno sei il Pro-dittatore Albini, la Deputazione Potentina e altri cittadini strinsero la mano al Dittatore, presentandogli gli omaggi della Lucania e del suo Capoluogo. Quivi Garibaldi emise il decreto – “Il Signor Giainto Albini è nominato Governatore di Basilicata con poteri illimitati” (3).”. Riviello, a p. 242, nella nota (3) postillava: “(3) Corriere Lucano 6 settembre n. S.”. Riviello, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 20, in proposito scriveva: “Mentre la Prodittatura e le sue commissioni lavoravano così alacremente Garibaldi passa per il Lagonegrese; e i due prodittatori si allontanano da Potenza per andargli incontro. Garibaldi, ringraziando i Lucani della loro fede, del loro coraggio e della loro energia, con decreto del 6 Settembre nomina Giacinto Albini Governatore della Provincia di Basilicata con ‘poteri illimitati’.”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “…..Garibaldi entrò in Auletta, anch’essa quasi distrutta dal terremoto che aveva provocato 47 vittime, e fu ospite del dottor Gennaro Mari. Auletta è una tappa importante della spedizione dei Mille perchè fu lì che Garibaldi scrisse al Comitato dell’Ordine ed a quello dell’Azione il seguente messaggio: “Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo.” (10).”. D’Amico, a p. 16, nella nota (10) postilla: “(10) Per il testo del telegramma Cfr. Gennaro De Crescenzo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane. Questo il testo: “Garibaldi è arrivato con 5.000 dei suoi; si aspettano ad ogni istante 5.000 calabresi. Degli sbarchi avranno luogo questa sera sulla baia di Napoli e sul golfo di Salerno; consiglio decisamente di ritirare senza indugio la guarnigione di Salerno che altrimenti si troverà il passo tagliato. Vi scongiuro poi come amico personale, per quanto vostro nemico politico, ad abbandonare una causa perdduta che sarà la vostra ruina.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 128 in proposito scriveva: “Trovò molti insorti che passò in rivista; poi acortosi col Turr, inviò un dispaccio al sindaco di Salerno, avvertendolo di preparare per il giorno seguente quarantamila razioni e alloggio pei garibaldini. Quale effetto producesse questo dispaccio ognuno può immaginare. La notizia si propagò in un bater d’occhio tra il popolo di Salerno, e destò non poca meraviglia.”Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Etc…”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava:  “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”.

Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, Garibaldi decreta e cedeva al generale SIRTORI il comando generale dell’Esercito e della flotta. Sirtori si trovava in viaggio col suo Stato Maggiore ed arrivava il 7 a Lagonegro

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, etc….”.

Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, il generale TURR scriveva al tenente Fraissignano, che si trovava a Lagonegro, ordinandogli di…..

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano a Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Romagnano citava il tenente “Fraissignano”, che si trovava a Lagonegro con altre truppe e gli ordinava di avanzare con i cavalli sulla strada Consolare per Salerno. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “…..Garibaldi entrò in Auletta, anch’essa quasi distrutta dal terremoto che aveva provocato 47 vittime, e fu ospite del dottor Gennaro Mari. Auletta è una tappa importante della spedizione dei Mille perchè fu lì che Garibaldi scrisse al Comitato dell’Ordine ed a quello dell’Azione il seguente messaggio: “Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo.” (10).”. D’Amico, a p. 16, nella nota (10) postilla: “(10) Per il testo del telegramma Cfr. Gennaro De Crescenzo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane. Questo il testo: “Garibaldi è arrivato con 5.000 dei suoi; si aspettano ad ogni istante 5.000 calabresi. Degli sbarchi avranno luogo questa sera sulla baia di Napoli e sul golfo di Salerno; consiglio decisamente di ritirare senza indugio la guarnigione di Salerno che altrimenti si troverà il passo tagliato. Vi scongiuro poi come amico personale, per quanto vostro nemico politico, ad abbandonare una causa perdduta che sarà la vostra ruina.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 128 in proposito scriveva: “Trovò molti insorti che passò in rivista; poi acortosi col Turr, inviò un dispaccio al sindaco di Salerno, avvertendolo di preparare per il giorno seguente quarantamila razioni e alloggio pei garibaldini. Quale effetto producesse questo dispaccio ognuno può immaginare. La notizia si propagò in un bater d’occhio tra il popolo di Salerno, e destò non poca meraviglia.”.    

Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, arrivò la compagnia della Brigata PUPPI, che marciò da Sapri

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Mazziotti scriveva che la Brigata Puppi arrivò a Sapri in giorno 3 e scriveva pure che questa Brigata faceva parte della Divisione Turr. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli aveva fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909.

Nel 6 settembre 1860, Peard, Turr e Ashley entrarono in carrozza a Salerno

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 207, in proposito scriveva che: “Intanto il pseudo Garibaldi e la sua comitiva, …..Saputo poi che i regi avevano evaquate le loro posizioni, il Peard, richiestone da Garibaldi, riprese in fretta la via di Salerno, entrandovi in trionfo alle cinque antimeridiane del 6 settembre. La città intera si riversò nelle strade ad acclamare il “Dittatore” che spese la mattinata ricevendo deputazioni in pubblico senza che nessuno fiutasse l’inganno tranne un solo ufficiale che gli sussurrò il suo nome all’orecchio. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Alle cinque di sera del 6 settembre, con due giorni di vantaggio sulle truppe più vicine, quelle del Turr (1), e molti più sul rimanente dell’esercito, Garibaldi e il suo Stato Maggiore entravano in Salerno in carrozza. Il Sindaco, la Guardia Nazionale e il suo “predecessore” inglese, ora deposto, gli andarono incontro fuori le porte della città. “Viva Garibaldi” gridò egli scoprendosi la testa in omaggio al Peard, e tutti unirono la loro voce alla sua con grida d’ilarità e d’evviva. L’oscurità li avvolse mentre si aprivan passo passo la via dentro Salerno in mezzo al delirio di 20000 anime che sembravano determinate a fare a pezzi il vero Garibaldi. La città era illuminata e nella lontananza tutte le alture di Amalfi e Sorrento rosseggiavano di fuochi di festa (1). La sera stessa l’ultimo dei Borboni e la Regina abbandonarono la reggia di Napoli e salpavano per Gaeta.”. Dobelli, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”.  Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “La piccola brigata del Peard partì nascostamente da Eboli durante la notte, ricalcando la via già percorsa fino a Sala. Lì ebbe ordine da Garibaldi di recarsi immediatamente a Salerno. Ed il 6 mattina vi entrò, ed anche lì fu scambiato per l’Eroe ed acclamato come facilmente può pensarsi. Simpatico equivoco davvero verificatosi, come abbiamo visto, più volte, e dovuto al colore biondo della sua barba !.”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 931, in proposito scriveva che: Di Lorenzo e Rendina precedevano con altro legno a tutta corsa, per far telegrafare dal capostazione di Cava che fosse sgomberata dai bavaresi la stazione di Nocera, ma questi n’erano partiti la notte innanzi, avendo saputo che Garibaldi era giunto a Cava, mentre a Cava non era giunto che un inglese, certo Peard, uno stravagante, il quale somigliava molto nel fisico al dittatore e faceva la campagna per conto proprio. A Cava chiesero del sindaco etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “In quello stesso pomeriggio, Garibaldi stava per giungere a Salerno. Era partito all’alba da Auletta, preceduto dal Battaglione “Tanagro” della colonna Fabrizi, che aveva schierato avamposti di sicurezza – come scrisse il suo Comandante – alla “Duchessa” di Postiglione, e raccolto la riserva alla “Taverna dell’Olmo”…..(p. 170) Sullo Scorzo, altro schieramento di volontari in armi; ma su tutto il percorso, anche là dove non sorgevano case, si allineavano, sui ciglioni dei poderi, creature semplici, ansiose di vedere l’Eroe da vicino etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 174 e ssg., in proposito scriveva che: “Era giunto il libeatore nella città tanto cara all’Aquinate: una dell quattro preminenti di tutta Europa, conosciuta principalmente per la celebre “Scuola di Medicina” che in essa ebbe stanza per molti secoli. Era la terra attraversata dalla Croce del Giuscardo, ed ove l’Aquila della Chiesa venne a morire ed a santificarsi. Fu accolto il Dittatore dalle più note personalità del capoluogo e della provincia: dal Sindaco Pacifico, da Matteo Luciani, medico valoroso, dall’inglese Peard, dal marchese Mezzacapo, maggiore della Guardia Nazionale, da G.B. Bottiglieri di Petina, che fu poi nominato membro del Governo Provvisorio, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 174-175 e ssg., in proposito scriveva che: Quella sera, furono pure accanto a Garibaldi, Bertani, Cosenz, Missori, e il capo della polizia Gozzolongo, e sul tardi – da Napoli – giunse Alessandro Dumas, dal quale si ebbe notizia degli ultimi avvenimenti che si erano succeduti a Corte, culminati con la partenza del Re per Gaeta. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”.

Nel 6 settembre 1860, re Francesco II si imbarca nel porto di Napoli ed abbandona la capitale del Regno

Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 267, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre, alle sette di sera, il re Francesco II si era imbarcato alla volta di Gaeta; il 7 mattina Garibaldi aveva ricevuto a Salerno i deputati di Napoli, e verso le undici, accompagnato da una dozzina di ufficiali etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli”, a p. 419, in proposito scriveva che: “Narra il D’Ayala che nel pomeriggio del 6 settembre erano raccolti su la nave regia sarda ‘Maria Adelaide’ il Pisanelli, lo Scialoia, il Mezzacapo ed alcuni altri esuli napoletani da breve tempo tornati nel Regno (2). Sotto i loro occhi si compiva un singolare avvenimento !. Il re Francesco II, il discendente di una dinastia che aveva regnato nel Mezzogiorno d’Italia per ben centoventisei anni, abbandonava per sempre la sua capitale etc…”. Mazziotti, a p. 419, nella nota (2) postillava: “(2) Memorie, pag. 306.”. Si tratta del testo di Michelangelo D’Ayala, e del suo “Memorie di Mariano D’Ayala e del suo tempo (1808-1877). Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso. L’Europa stupefatta aveva assistito in pochi giorni allo sfacelo di un grande esercito ed alla fine di un Regno, fino a pochi mesi prima comunemente ritenuto il più potente degli Stati della penisola Italiana. Quegli ostacoli che, il 4 settembre, alcuni credevano che avrebbero dovuto ritardare la marcia trionfale di Garibaldi, s’erano invece rivelati inesistenti, e Garibaldi, tre giorni dopo la scena del Fortino, aveva potuto entrare trionfalmente in Napoli, circondato dal solo suo Stato Maggiore, mentre all’alba dello stesso giorno (7 settembre) l’ultimo dei Borboni di Napoli era sbarcato a Gaeta, che doveva essere l’ultimo propugnacolo dell’agonizzante Monarchia. Durante la sua rapida marcia da Lagonegro a Napoli (4-7 settembre) Garibaldi aveva riconfermato alle varie deputazioni, venutegli incontro per ossequiarlo, il suo aperto e deciso proposito di proclamare l’annessione delle Provincie meridionali a Roma. Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…..il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183, in proposito scriveva: Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”

Dopo il 6 settembre 1860, Giovanni Matina ed il suo GOVERNO DELLA PROVINCIA DI SALERNO, con Poteri illimitati

Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 395, riferendosi al dispaccio di Garibaldi al Matina del 31 agosto, in proposito scriveva che: “Evidentemente il piano del Prodittatore cominciava a far delle falle, perché, in conseguenza delle istruzioni ricevute, e probabilmente per altre pressioni, egli dovette cedere anche al Fabrizi col quale aveva avuto, come s’è visto, un’iniziale contrasto d’opinione. Difatti, il parere del Capo militare, che si dovesse stringere contatto con le forze rivoluzionarie della vicina Basilicata, dove operava il colonnello Camillo Boldoni, prevalse nettamente dopo due o tre giorni. E perciò il Fabrizi si affrettò ad emanare il seguente ordine del giorno: “La rivoluzione deve tendere ad unificarsi: quindi etc..” (32). La corrente politica, che faceva capo al Comitato dell’Ordine, aveva in tal modo vinto nettamente ed il prodittatore Matina dovette sacrificare le sue convinzioni di partito ai supremi interessi della patria. Con questa vittoria incominciò nel Salernitano la fase della grande manovra avvolgente da parte della borghesia moderata, che sarà indi a poco perfezionata mediante quel compromesso con le forze regie piemontei, che sembrò scaturire per forza naturale da ragioni oggettive, mentre invece fu un congegno politco abilmente achtettato in difes dei privilegi di classe. Anche il volontarismo, che fu il nerbo della rivoluzione del Risorgimento, cominciò ad accusare i primi colpi, fino a che dovrà capitolare difronte alle forze disciplinate dell’esercito regolare piemontese…..In conseguenza del nuovo orientamento il colonnello Fabrizi nominò capo di stato maggiore Lorenzo Curzio, mentre Antonio Alfieri d’Evandro fu nominato delegato civile e militare del distretto di Sala da Giovanni Matina. Questi a sua volta, il 5 settembre, fu nominato da Garibaldi, che era già giunto a Sala, governatore della Provincia di Salerno “con poteri illimitati”.. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 397, in proposito scriveva che: “Ed era naturale che la borghesia gli si opponesse! Si trattava di riorganizzare a tempo di primato tutta l’impalcatura dell’amministrazione provinciale, che si era schiantata; si trattava di sgomberare il terreno dei vecchi relitti del passato; di abbattere vecchi numi locali, boriosi quanto incompetenti; di combattere gli antichi borbonici diventati d’un tratto liberali con allegra e sfacciata manovra trasformistica; di dare al popolo, mediante saggi provvedimenti, una prova tangibile che una vera rivoluzione era in corso di attuazione; si trattava infine di stroncare energicamente i tentativi di reazione, fomentati dai borbonici e dal clero (34).”. Cassese, a p. 397, nella nota (34) postillava: “(34) Per le condizioni politiche della Capitale e delle province vedi il bel volume aneddotico di Gustav Rash, Garibaldi a Napoli nel 1860, Bari, Laterza, 1938, pp. 108 sgg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 396, in proposito scriveva che: “E’ un vero peccato che tutti gli atti del periodo di Governatorato del Matina siano andati irrimediabilmente perduti, perché in base ad essi si sarebbe potuto disegnare il quadro della sua energica attività, intesa a dare un assetto nuovo alla provincia, rispondente ai suoi principi politici. Si sa che egli fu fieramente avverso alla borghesia neghittosa e in massima parte fino a pochi giorni innanzi ancora borbonica: fu intransigente, violento ed irruento, secondo il suo carattere; la qual cosa valse ad alienargli il consenso di tutto il moderatume salernitano, il quale con torbide manovre giunse a rovesciarlo dopo un mese di governo (33).”. Cassese, a p. 396, nella nota (33) postillava: “(33) Durò in carica fino alla prima decade di ottobre. Un manifesto del 18 ottobre è firmato dal governatore Mariano Englen.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: Nel 1860 la Basilicata insorse, dando il segnale della riscossa alle vicine regioni. Si è già detto che il 18 agosto di quell’anno, venne proclamato a Potenza il Governo prodittatoriale, i cui componenti furono Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Pochi giorni dopo, venne istituita la Giunta insurrezionale, con sette uffici. A Giacomo Racioppi – ch’era subito accorso a Potenza – fu affidata la direzione del quarto ufficio, che doveva occuparsi dell’amministrazione provinciale e comunale e degli affari demaniali. Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati.”

Dopo il 6 settembre 1860, Giacinto ALBINI, nominato da Garibaldi Governatore della Provincia di Basilicata con “Poteri illimitati”

Dalla Treccani on-line leggiamo che il 10 settembre, dopo avere sciolto le giunte insurrezionali, l’Albini assumeva, in forza di un decreto di Garibaldi del 6 settembre, la carica di governatore della Basilicata con poteri illimitati. Tale carica conservò fino alla metà dell’ottobre seguente, eliminando in questo breve periodo i funzionari e i magistrati borbonici. Da Wkipedia leggiamo che storicamente, la Basilicata fu governata da Giacinto Albini, nominato da Giuseppe Garibaldi con poteri illimitati durante il periodo della spedizione dei Mille. Questo governatorato con poteri illimitati serviva a gestire il territorio durante un periodo di transizione. La figura storica che hai menzionato è Giacinto Albini, nominato “Prodittatore e Governatore della provincia di Basilicata” da Giuseppe Garibaldi nel 1860 con poteri illimitati. Questo avvenne in seguito all’incontro tra Garibaldi e Albini ad Auletta il 5 settembre 1860. Albini divenne quindi il capo della Basilicata in un periodo di transizione dopo l’unificazione italiana. Il 10 settembre il Governo Prodittatoriale della Basilicata si sciolse e la provincia passò agli ordini di Garibaldi dittatore di Napoli. Risale, infatti, al 10 settembre l’ultimo atto del Governo Prodittatorialeː «Italia e Vittorio Emanuele Il Governatore generale della Basilicata Sulla considerazione, che lo scopo per cui furono create le Giunte insurrezionali Municipali è ormai raggiunto, e che cessate le condizioni straordinarie, tutt’i pubblici poteri rientrar debbono nella sfera di azione loro attribuita dalle leggi ordinarie; dispone: Le Giunte insurrezionali municipali create con ordinanza del 19 agosto restano abolite; e le facoltà concesse a’ commissarii delegati ad installarle sono ritirate. Potenza, il dì 10 settembre 1860.». Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretrio nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava:  “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Rivilello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 251 in proposito scriveva che: Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri e poi a Salerno, in ‘Brigata dei Cacciatori Lucani’, etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ad Auletta nel giorno sei il Pro-dittatore Albini, la Deputazione Potentina e altri cittadini strinsero la mano al Dittatore, presentandogli gli omaggi della Lucania e del suo Capoluogo. Quivi Garibaldi emise il decreto – “Il Signor Giainto Albini è nominato Governatore di Basilicata con poteri illimitati” (3).”. Riviello, a p. 242, nella nota (3) postillava: “(3) Corriere Lucano 6 settembre n. S.”. Riviello, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Riviello, a p. 250 scriveva che: “Cessato il Governo provvisorio della Prodittatura, cominciarono i ‘poteri illimitati’ del Governatore della Provincia di Basilicata – In virtù dei poteri illimitati conferitigli dal Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi, con Decreto 6 Settembre 1860 – Nomina – a Segretario Generale della Provincia il Sig. Giacomo Racioppi – Potenza 10 Settembre 1860. Giacinto Albini (1)”. Nel 16 e nel 17 Settembre poi il Governatore mise fuori una lunghissima filza di nomine, di destituzioni, di promozioni, di traslocamenti per le diverse magistrature della Gran Corte Criminale, della Corte Civile e dei Giudicati Circondariali…etc…(p. 251) Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri etc…”Riviello, a p. 254, in proposito scriveva pure che: “Prima del Plebiscito i Governatori dai ‘poteri illimitati’ furono rimossi dal loro ufficio, e quindi Giacinto Albini cessò di essere a capo della notra Provincia (1).”. Riviello, a p. 254, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Commendatore Giacinto Albini ritornò a Potenza nel 6 Novembre 1878 come Conservatore delle Ipoteche, e vi morì nell’11 Marzo 1884 – Tutta la cittadinanza ricordando i lieti e gloriosi giorni della Prodittatura, volle onorare la morte dell’insigne uomo etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “….Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 20, in proposito scriveva: “Mentre la Prodittatura e le sue commissioni lavoravano così alacremente Garibaldi passa per il Lagonegrese; e i due prodittatori si allontanano da Potenza per andargli incontro. Garibaldi, ringraziando i Lucani della loro fede, del loro coraggio e della loro energia, con decreto del 6 Settembre nomina Giacinto Albini Governatore della Provincia di Basilicata con ‘poteri illimitati’. Così si chiude la vita e l’attività della Prodittatura, sorta dall’entusiasmo e dalla fede di un popolo etc…La vita della Prodittatura (potere che nel suo stesso nome ha qualche cosa di anormale, giacchè si può parlare di dittatura e non di prodittatura) fu molto breve, della durata di pochi giorni. Tuttavia può avere un alto interesse storico in quanto fu tratto di transizione e di unione tra la rivolta ancora incoerente e la costituzione di un potere provvisorio che aprì la via ad un altro potere meno effimero, e poi definitivo.”. Il figlio Decio (1865-1923), che fu presidente del Comitato romano della Società per la storia del Risorgimento, cercò di dimostrare, in una serie di brevi lavori sul Risorgimento lucano, il mazzinianesimo del padre: egli fu anche il fondatore di diverse riviste lucane. Ma la sua attività prevalente fu quella di medico chirurgo, con un particolare inteper i problemi dell’ infanzia. Per meglio comprendere la figura di Giacinto Albini e dei “Poteri illimitati”, ottenuti unitamente alla nomina di Governatore della Basilicata, in un suo saggio, Ernesto Pontieri (….), mette seriamente in luce la sua figura quale essa veramente era. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) ….Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. Etc…”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Pedio, a p. 53, nella nota (2) postillava: “(2) Pedio Edoardo, La prodittatura lucana nel 1860 in Atti del Congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.”. Per comprendere meglio il dopo 1860, è utile leggere le pagine di Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (….), nel loro, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Sempre il Pesce, a p. 59, in proposito scriveva che: “Il Governatore della Basilicata Giacinto Albini abolì tosto le giunte insurezionali, i comitati locali ed i commissari civili, e così fu richiamato a Potenza da Lagonegro il Commissario Giuseppe Mango, il quale, lungi dall’abusare del potere goduto, seppe conservare e rafforzare il plauso e la gratitudine dei suoi concittadini, ed in premio degli utili servizi resi alla rivoluzione fu nominato Giudice della Gran Corte Criminale di Potenza. Al posto del Mango fu mandato come Sotto-Governatore o Sotto-Intendente pel Distretto di Lagonegro il valoroso giovane Pietro Lacava, che tanta parte onorevole aveva presa in quei moti insurrezionali. Questi, venuto in Lagonegro nei primi giorni d’Ottobre, attese con tutta energia e con impareggiabile zelo al consolidamento del nuovo ordine di cose, e seppe in breve conquistare lo affetto e la stima di tutta la cittadinanza dell’intero Distretto, dove lasciò memorie ed amicizie imperiture.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. Etc…”. Su Pietro Lacava, poi Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava, il 21 giugno 1860 fece parte del Comitato Centrale Lucano di Corleto Perticara e il 19 agosto, in seguito alla insurrezione della Basilicata, fu nominato segretario del Governo Protodittatoriale Lucano. Divenuto vice-governatore a Lagonegro, represse le manifestazioni legittimiste dell’ottobre del 1860. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 83-84, in proposito scriveva: “4) Il Governo Prodittatoriale….. 

                                                                                              GARIBALDI A EBOLI

La sera del 6 settembre 1860, dopo aver costituito il Governo provvisorio di Sala, Giuseppe Garibaldi affrontando una pioggia inarrestabile, si recò ad Eboli per incontrare i rappresentanti del comitato rivoluzionario della città di Salerno. Al seguito di Garibaldi tra i tanti intellettuali europei c’era lo scrittore Maxime du Camp che ha raccontato l’intrepida avanzata dei Mille da Sala Consilina fino a Salerno. Del suo biennio rivoluzionario, Marciano, trent’anni dopo, scrive un libretto: “Salerno nella Rivoluzione del 1860” , che si scopre ancora oggi fonte storica attendibile. Dalle memorie di Marciano vale la pena raccontare la cena a Eboli a casa di Francesco La Francesca con Garibaldi alla vigilia della partenza per Napoli in treno da Vietri sul Mare. «La sera del 6 settembre gli condussi in casa Garibaldi col seguito perché ci desse da mangiare. La scena seguì a Eboli, e ciò che avvenne tra me l’avvocato La Francesca si può immaginare …». L’episodio della cena a Eboli è poco ricordato dalla storiografia ufficiale e tuttavia rappresenta un esempio chiaro dell’impegno dei rivoluzionari salernitani favore della causa dell’Unità d’Italia. Il responsabile del Comitato dell’Ordine era Beniamino Marciano, patriota bergamasco, inviato in città dal comitato insurrezionale napoletano per preparare la Rivoluzione nell’attesa dell’arrivo nel salernitano dell’eroe dei due mondi. La vita del giovane garibaldino si intreccia con una vera eroina del Risorgimento Antonietta De Pace, una giovane mazziniana originaria di Gallipoli. L’incontro dei due rivoluzionari avviene nel 1858, Salerno, quando Antonietta De Pace dopo aver trascorso in carcere 18 mesi senza aver subito alcun processo per l’accusa di aver partecipato ai moti del ’ 48 a Napoli, decide di aggregarsi ai cospiratori salernitani. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 167-168, in proposito scriveva che: “VII. Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere , risolute , dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale. Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare , con qualche probabilità di buon successo , la prova estrema  a cui si erano impegnati. L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo . Nella sera del 5 settembre, il Re , radunato il Consiglio dei Ministri, etc…”

                                                                                               GARIBALDI A SALERNO

Nel 6 settembre 1860, Garibaldi, da Eboli arriva a Salerno

Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 85, in proposito scriveva che: “In sette od otto compagni al Duce, la sera del 6 settembre da Eboli fummo a Salerno, ov’era luminaria e popolo a festa, plaudente e Lacerati i gigli borbonici, buttavansi a pazzo. ludibrio dei festanti. Alle 10 smontammo al palazzo d’Intendenza. Bello per copiosa luce, maestoso per fabbrica, ci consolò, non usi da un pezzo a siffatte dimore. Venne rappresentanza, confabulo, e ci offerse pranzo, che accettammo. Nulla v’era a dire di serio con essa, e senza notizie, trepidava ai chiesti ragguagli. Godemmo in gran salone, l’aspetto di signore venute da vicine ville, gentili nosco da non dirsi. Eleganti e tutte in bianco, come in antico a festa sacra. Alcune additate per altezza ed avvenenza, eran di paesino non lungi, che vanta l’eletta del nobil sesso. Ci strinser le mani le graziose, le loro candide, morbidissime, abbronzite le nostre. Fummo lieti, e preso commiato, ringraziammo.”. Dunque, Zasio, che era insieme a Garibaldi testimonia che a Salerno, insieme a lui e a Garibaldi, vi erano altri “sette o otto compagni del Duce”.  Vi era Nullo, vi era Mario, vi erano pure….Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 86, in proposito scriveva che: “….udimmo di venuta da Napoli di scelta Commissione, con mandato d’invito al Duce d’entrarvi , fuggitone a Gaeta Francesco, timoroso di rivolta. Seco trasportò cento e più cavalli, i migliori, é quanto vi aveva di prezioso nella regia. Vennero De-Suget, vecchio generale, Colonna il Sindaco, Lorenzi. maggiore della guardia istituita a guarentigia popolare, e da Garibaldi accolti, ebbero ad esporre senz’ambagi domande e desiderii. Precedettero gl’inchini e il lungo complimentare cui il Duce pose fine con dignitoso gesto. Li fece sedere, e constatati i nomi, dissero : Eccellenza ! Tal parola il Generale fe’ osservare gentile si la sciasse, e proseguirono . Veniamo d’ordine di Napoli per dirvi l’esultanza addimostrata nell’udire i prodigi immensi di valore operati dall’E. V. da Marsala fino allo stretto, e di là fino a noi. L’Italia ha in voi una spada invitta, e….. Il Generale ringraziò e pregò d’esporre le condizioni di Napoli. Ripresero: è meglio che differiate di qualche di l’ingresso per l’accoglienza che a voi s’addice . — Son cittadino, rispose, anch’io, e come tale debbo entrare; le feste, gli archi facciansi pei Grandi ; debbo sollecitare e voi lo consentirete. Vorremmo, aggiunsero, la proprietà rispettata, e tutto predisposto. Sorrise allora , e mostrò che proprietà e vite furon rispettate ovunque ebbe comando e direzione.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 167-168, in proposito scriveva che: “VII. Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere , risolute , dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale. Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare , con qualche probabilità di buon successo , la prova estrema  a cui si erano impegnati. L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo . Nella sera del 5 settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, etc…”.    

Nel 7 settembre 1860, Antonio Alfieri D’Evandro, segretario del Governo provvisorio di Sala Consilina, scrisse una lettera al Sindaco di Vibonati, dove informava della valigia del Tenente Crivellari, dispersa nella marcia delle brigate garibaldine condotte da Rustow da Vibonati a Casalnuovo.

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “E proprio durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; Antonio Alfieri D’Evandro, segretario del Governo provvisorio di Sala, il 7 settembre al sindaco di Vibonati scrisse: “Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, scrisse degli eventi che seguirono l’arrivo di Garibaldi al Fortino. Antonio Alfieri d’Evandro, fu nominato da Garibaldi segretario del Governo Provvisorio di Sala Consilina. Policiccho scriveva che in occasione della marcia da Vibonati, l’Alfieri d’Evandro riferiva che: “…durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; etc…”. D’Evandro riferiva che, il 7 settembre, in qualità di Segretario del Governo provvisorio di Sala Consilina, scriveva al Sindaco di Vibonati il seguente testo: “Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. D’Evandro, scriveva che cittadino Tenente Crivellari dell’Armata dei volontari garibaldini, marciando da Vibonati, verso il Fortino, aveva preso una guida datagli dal Sindaco di Vibonati. Questa guida di Vibonati, fornita al Crivellari dal Sindaco di Vibonati, il 4 settembre 1860, consegnò la Compagnia ad altra guida di Castelluccio, che il Tenente Crivellari però non conosce e non ricorda il nome. Scrive sempre D’Evando al Sindaco di Vibonati che, in questo “scambio di guide”, siccome il Tenente Crivellari si era addormentato non si è accorto che che nel frattempo la valigia, con “documenti riservatissimi” consegnata alla guida fornita da Vibonati, questi l’avesse consegnata all’altra guida di Castelluccio.  D’Evandro chiedeva al Sindaco di Vibonati di indagare sulla valigia e ne chiedeva l’immediata restituzione della stessa. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “……

Nel 7 settembre 1860, Francesco CURZIO, secondo eletto di Vibonati dava notizia dell’accaduto ai Sindaci del Circondario 

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138 aggiunge: “Il secondo eletto di Vibonati, Francesco Curzio, (1801-1885) nel darne notizia ai sindaci del Circondario aggiunse: “Io quindi nel trascrivervi quanto di sopra interessato le LL.SS., ad occuparsi seriamente perché la valigia perduta sia rinvenuta facendo menare i bandi per gli abitati con pene rigorose contro colui che avesse rinvenuto la detta valigia o portata via senza presentarla (13).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (13) postillava: “(13) ACTLL (Archivio Comunale di Vallo), Documenti d’esito che figurano nel conto materiale dell’anno 1860, vol. III.”. Dunque, Ferruccio Policicchio scriveva che Francesco Curzio, secondo eletto di Vibonati. Chi era Francesco Curzio e che ruolo ebbe nella Insurrezione garibaldina contro il Regno di Francesco II ?. Policicchio cita i documenti conservati presso l’Archivio Comunale di Vallo della Lucania “Documenti d’esito che figurano nel Conto materiale dell’anno 1860”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “N.° 9 Il Pro-Dittatore della Provincia di Salerno…Dispone…2. Dovendosi installare uguali Giunte Municipali in tutta la Provincia, destiniamo a questo incarico i Commissari organizzatori distrettuali, i quali saranno membri componenti di dritto delle Giunte de’ Municipii di loro residenza. Essi si metteranno immediatamente in missione con pieni poteri, trascegliendo per far parte delle Giunt i cittadini più noti per energia rivoluzionaria, per principii unitarii e probità personale. 2. Nominiamo all’ufficio di Commissarii Organizzatori distrettuali per lo distretto di Sala i Cittadini: D. Andrea Curzio di Sant’Angelo. Sala 31 Agosto 1860. Pel Dittatore Garibaldi. – Il Pro-Dittatore – G. Matina etc…”. Dunque, con questo decreto il Matina nominava il cittadino Andrea Curzio tra i Commissari Organizzatori distrettuale di Sala. Ma, sempre il d’Evando, a p. 17, nei “Documenti”, scriveva: “N.° 20. Quarto ordine del giorno. Il Dignor Capitano Lorenzo Curzii è nominato, come dall’ordine del Giorno numero secondo, Capo di Stato Maggiore. Il Comandante Militare – Firmato – Luigi Fabrizi.”. Qui il d’Evandro cita il documento n. 20 dove il colonnello Fabrizi nomina Lorenzo Curzii capo di Stato Maggiore, che probabilmente non è il Francesco Curzio di cui accenna Policicchio.  

Nel 7 o nell’8 settembre 1860 (?), a Sanza, venerdì, un manipolo d’insorti Cilentani, agli ordini di Cristofaro Ferrara uccisero  per vendetta i responsabili del massacro dei Trecento di Carlo Pisacane, tra cui Sabino o Sabatino Laveglia

Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, parlando di “Sanza”, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, credendo vendicare i loro fratelli restati vittime in Sanza, dopo d’avere imprigionato Savino la Veglia, voluto retrivo e colpevole della morte di quelli, senza giudicatura di sorta, venne archibugiato di una scarica di moschetteria nella stessa prigione. Noi, come cronisti, riferiamo, scevri di passione, questi fatti, lasciando ai posteri il carico di giudicarli !.”. Qui però il Macchiaroli scriveva che la colonna del Ferrara aveva imprigionato Sabino Laveglia e gli altri a Luglio del 1860, mentre tutte le fonti storiche ci parlano dell’Agosto 1860. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “Dans les fureurs aveugles des guerres civiles le sang appelle le sang; la conscience s’oblitère et l’on se croit en droit de châtier les atrocités par d’autres atrocités. Au mois d’août 1860, une colonne de l’armée garibaldienne prenait terre, à Sapri pour opérer dans le Cilento parallèlement au mouvement en avant du corps principal; c’était le colonel Pianciani qui la commandait. Il envoya undétachement à Sanza. Un nommé Savinu La Veglia, que la voix publique désignait comme ayant porté le premier coup à Pisacane désarmé, fut arrêté chez lui et fusillé sans jugement dans la prison. C’était répondre au meurtre par le meurtre. L’homme que l’on traitait ainsi pouvait être un assassin; ceux qui le mirent ù mort sans observer aucune forme, sans débat contradictoire, ne se firent pas des justiciers, comme ils se l’imaginaient, mais eux-mêmes des assassins. Au moment de partir de Gènes, Pisacane avait écrit un testament, que les journaux publièrent après sa mort. « Je suis persuadé, y disait-il, que si l’entreprise réussit j’obtiendrai les applaudissements
universels; si je succombe, le public me blâmera, on m’appellera fou, ambitieux, turbulent, et ceux qui, ne faisant jamais rien, passent leur vie h critiquer les autres, examineront l’oeuvre minutieusement, mettront à découvertmes erreurs et m’accuseront d’avoir échoué faute d’esprit, de coeur et d’énergie. » Il se trompait. Sa tentative avait lieu dans des conditions qui rendaient le succès impossible elle a misérablement échoué. Mais trois ans ne s’étaient pas écoulés qu’il passait grand homme et que sa mémoire recevait les hom…mages réservés aux plus glorieux martyrs de la cause nationale. Sur le quai de la Marine à Salerne, le chef-lieti de la province où il mourut, on voit une statue élevée a Carlo Pisacane, precursore di Garibaldi. Dans tout l’ancien royaume napolitain il n’est presque pas une ville où l’on ne rencontre une rue ou une place Pisacanc. J’ai même lu à ce sujet chez un voyageur français, homme de beaucoup d’esprit et des mieux pensants, mais qui avait eu là une distraction singulière, deux pages d’indignationéloquente, flétrissant l’abaiesomentmoral dans lequel est tombée l’Italie piémontisée, qui donne aux rues de ses villes le nom d’un « criminel vulgaire qui a tenté l’assassinat d’un roi. 1) Carlo Pisacane confondu avec Agesilao Milano! la méprise est forte. Il serait bon de s’informer un peu plus exactement des choses avant de se mettre en frais de morale indignée. Du reste il ne faut pas s’y méprendre, l’aventure de Pisacane, qui avait semblé au premier abord une folie piteusement avortée, fut par ses conséquences un événement fort considérable. L’effarement et le désarroi que le gouvernement de Naples avait montré devant celle entreprise d’une poignée d’hommes, la façon dont, avant d’être arrêtés par etc…
che tradotto significa: “….Nelle furie cieche delle guerre civili il sangue chiama sangue; la coscienza è cancellata e crediamo di avere il diritto di punire le atrocità con altre atrocità. Nell’agosto 1860, una colonna dell’esercito garibaldino prese terra, a Sapri ad operare nel Cilento al fianco del movimento in avanti del corpo principale; era il Il colonnello Pianciani che lo comandava. Ha inviato un distaccamento a Sanza. Qualcuno di nome Savino La Veglia, che la voce pubblica ha designato come avendo sferrato il primo colpo al disarmato Pisacane, è stato arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel prigione. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio. L’uomo che è stato trattato in questo modo avrebbe potuto essere un assassino; coloro che lo hanno messo a morte senza osservare nessuna forma, senza dibattito contraddittorio, lo è non hanno agito da vigilantes, come immaginavano, ma loro stessi sono assassini. Quando lasciò Genova, Pisacane aveva scritto un testamento, che i giornali pubblicarono dopo la sua morte. “Sono convinto”, ha detto, “di questo se l’impresa riesce mi prenderanno gli applausi universale; se soccombo, il pubblico darò la colpa, sarò chiamato pazzo, ambizioso, turbolento, e quelli che, senza fare mai nulla, spendono il loro la vita h critica gli altri, esaminerà il lavoro con attenzione, esporrò i miei errori e mi accuserà di aver fallito per mancanza di spirito, di cuore ed energia. » Aveva torto. Il suo tentativo si è svolto in condizioni che hanno reso il successo impossibile, fallì miseramente. Ma non erano passati tre anni come passò lui grande uomo e che la sua memoria ha ricevuto maghi riservati ai martiri più gloriosi della causa nazionale. Sulla banchina della Marina a Salerno, il capo lieti della provincia dove morì, vediamo una statua eretta a Carlo Pisacane, precursore del Garibaldi. In tutto l’antico regno napoletano non c’è quasi una città dove non ci incontriamo una strada o una piazza Pisacane. Ho letto anche questo soggetto in un viaggiatore francese, un uomo dai molti di ingegno e di pensiero migliore, ma chi l’aveva avuto c’era una singolare distrazione, due pagine di eloquente indignazione, appassendo l’umiliazione morale in cui cadde l’Italia piemontese, che dà il nome alle strade delle sue città ad un “criminale”. volgare che ha tentato l’assassinio di un re (1). Carlo Pisacane confuso con Agesilao Milano! l’equivoco è forte. Sarebbe bello scoprirlo un po’ più esattamente sulle cose prima di iniziare a spese della moralità indignata. Inoltre, non dovrebbe esserci errore, l’avventura di Pisacane, che a prima vista era sembrato una follia pietosamente abortita, fu dalle sue conseguenze un evento molto significativo. Lo sgomento e lo sgomento che ha suscitato il governo di Napoli aveva mostrato davanti a questa compagnia una manciata di uomini, il modo in cui, prima di essere arrestati da etc…”. Il Lenormant ci parla dell’Agosto 1860, non di Luglio e non di Settembre. Il Lenormant, a p. 134 aggiungeva che: D’ailleurs l’exemple de Pisacane ne fut pas perdu pour Garibaldi. Il lui montra que la République faisait peur aux populations du royaume de Naples, qu’elles tenaient au principe de la monarchie et que si l’on voulait les ……” che, tradotto significa: Inoltre, l’esempio di Pisacane non andò perduto a Garibaldi. Lui lui dimostrava che la Repubblica spaventava le popolazioni del regno di Napoli, che detenevano principio della monarchia e questo se li volessimo etc….”Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane. E infatti Garibaldi, memore, non rinuncia a vendicarne la morte avvenuta tre anni prima ordinando l’arresto dei sanzesi don Filippo Greco Quintana, Primo eletto e farmacista, reo, secondo i garibaldini, di aver allertato la popolazione della presenza di Pisacane nei pressi di Sanza facendo sfondare la porta della torre campanaria per suonare le campane a martello, di Sabino Laveglia sottocapo delle guardie urbane del comune e esecutore materiale, secondo le sue stesse dichiarazioni negli atti dibattimentali del processo che ne seguì, dell’omicidio di Pisacane, oltre che di Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, anche essi ritenuti in qualche modo responsabili del delitto. L’otto settembre, quindi dopo pochi giorni, dopo un processo ovviamente sommario, i quattro vengono messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza (152).”. Dunque, il Montesano, sulla scorta del Cassese scriveva che fu Garibaldi che ordinò sia l’arresto dei quattro e la loro esecuzione. Montesano, a p. 111, nella nota (152) postillava: “(152) Leopoldo Cassese, La spedizione di Sapri, op. cit., pagg. 72-73.”. Dunque, il Montesano scriveva che Garibaldi, memore, non rinuncia a vendicarne la morte avvenuta tre anni prima ordinando l’arresto dei sanzesi don Filippo Greco Quintana, Primo eletto e farmacista, etc…”. Dunque, secondo il Montesano fu Garibaldi che ordinò la morte di Laveglia e degli altri. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V. il verbale della cremazione, e v. gli interrogatori del Laveglia e dell’Inter, che si pubblicano per la prima volta in ‘Appendice’. Essi chiariscono definitivamente i particolari della morte, della cremazione e del seppellimento di Pisacane e dimostrano quanto poco veritiere fossero le affermazioni del Bilotti (op. cit., p. 327) che diede credito a poco attendibile fonte orale.”. Dunque, il Cassese metteva in dubbio ciò che scrisse Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 327, dove presentava l’interrogatorio di Gaetano Enter. Inoltre, Cassese, a p. 73, nella nota (60) aggiungeva pure che: “Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo quelli che la voce pubblica accusava come esecutori materiali del delitto. Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Dunque, l’accusa della morte dei quattro a Sanza, che Montesano indirizza al generale Garibaldi non è corretta. Il Cassese, sulla scorta della documentazione in Atti, non dice che fu Garibaldi a far uccidere i quattro ordinandone la loro esecuzione ma dice che: “Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo etc…”. Il Cassese parla correttamente delle truppe Garibaldine non di Garibaldi. Garibaldi ne ordinò solo il loro arresto ma non ordinò le sevizie inflitte. Infatti, Leopoldo Cassese scriveva: “Nel 1860….Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Il Cassese scriveva che furono arrestati l’8 settembre 1860. Il Mazziotti non concorda sulla data dell’Atto di Morte dello Stato Civile dei rei trucidati. Il Cassese scriveva l’8 settembre 1860 secondo un documento del Comune di Sanza presso l’Archivio di Stato di Salerno, mentre il Mazziotti ci parla del 7 settembre 1860. Nel groviglio e la veridicità di tali notizie resta però il dubbio di quanto alcuni hanno voluto intendere. Resta il fatto che, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117, in proposito scriveva che, Garibaldi, a Casalnuovo: “E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.“. La notizia è tratta dal testo del segretario del Governo, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Il movimento fu unanime , popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto sì permisse e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di un orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…... Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Su alcuni componenti il manipolo d’insorti Cilentani che Garibaldi incontrò nel percorso che fece da Sapri recandosi a Vibonati, come ad esempio Cristofaro Falcone di Policastro, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a p. 156, in proposito scriveva che: “Fin dalla metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta del Cilento, avea fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristoforo Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci.”. Forse il nome di Cristoforo Falcone di Policastro veniva confuso da alcuni storici con quello di Ferrara. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “….e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli, di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Dunque, secondo il Di Capua, che scriveva la notizia sulla scorta di Gennaro De Crescenzo, Onofrio Pacelli, insieme a Magnoni (forse Salvatore) di Rutino, si era recato a Sanza per punire i responsabili dell’uccisione di Pisacane e di Giovan Battista Falcone. Felice Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I.. Dunque, secondo Fusco, che scriveva sulla scorta di Di Capua, nella colonna di Cristofaro Ferrara di S. Biase, vi era Onofrio Pacelli, amico di Nicotera. Onofrio Pacelli era nativo di Ricigliano e partecipò all’insurrezione garibaldina per procedere verso Napoli. Felice Fusco, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia etc…”. Fusco, a p. 356, nella nota (89) postillava: “(89) Il registro (Liber Defunctorum, 1823 – 1861), che si trova tra le carte dell’archivio Campolongo, si è potuto consultare solo in questi ultimi tempi. L’arciprete Bianco (è il caso di ribadirlo) è lo stesso che nel ’57 si era messo in luce più per i contrasti con Sabino Laveglia che per la partecipazione all’eccidio di Pisacane.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 149 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: “Ciò che non scrisse l’impiegato d’anagrafe negli Atti di Morte lo annotò con cura l’arciprete Francesco Bianco nel ‘Liber Defunctorum’ negli anni 1823-1861 (89)….L’esposizione dell’archiprèsbyter consente di chiarire non pochi aspetti della morte di Sabino e degli altri arrestati. Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93) etc…”. Dunque, il Fusco scrive che Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93)”. Fusco, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…”).”. Fusco, a p. 149 continuando a scrivere sulla colonna d’insorti Cilentani a Sanza aggiungeva che: “….né – come ha affermato qualche altro (94) – un manipolo di insorti che, portandosi a Sapri per vendicare l’uccisione di Costabile Carducci, ne fu dissuaso dallo stesso Garibaldi e ripiegò verso Sanza per punire gli uccisori di Pisacane.”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento……….I Celentani allora……, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima. Fonti storiche ci portano a conoscenza che nel carcere di Sanza vi erano rinchiusi: Sabatino Laveglia, il fratello Domenico, Filippo Greco Quintana di professione farmacista e Giuseppe Citera ex capo urbano. I malcapitati furono letteralmente massacrati, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta di sbarre. La loro morte è fatta risalire tra le ore 15 e le 16 del 7 settembre. Il neo cavaliere del regno Sabatino Laveglia, morì a seguito di numerose torture; il fratello Domenico si spense lo stesso giorno, il suo corpo fu fatto a pezzi ed il cervello per i colpi subiti venne trovato sparso sul pavimento della cella; Filippo Greco Quintana si spense a causa dei numerosi colpi infertigli al capo, tanto da rendere il suo cadavere irriconoscibile; la stessa sorte la subì Giuseppe Citera. I loro corpi furono gettati in una fossa comune in località Salemme, non lontano da dove erano stati massacrati dalle guardie urbane e dalla gente di Sanza, il Pisacane e i suoi compagni.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò  alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri..etc…”. In questi anni, tramite il mio amico Alfonso Monaco, un libraio del Vallo di Diano, sono venuto a conoscenza del testo di Rocco Baldanza, La Signora di Sapri, ed. A. Paolini, Roma, 1879. Baldanza ha pubblicato alcuni testi dedicati all’epopea del Risorgimento Italiano, (si veda bibliografia in fondo) ed in particolare in questo testo egli racconta della giovane Gioconda Walvesky, che amò lo sfortunato Gian Battista Falcone che rimase ucciso nell’eccidio dei “Trecento” di Carlo Pisacane a Sanza. Secondo il Baldanza, la giovane amante seguì il giovane calabrese Falcone fino all’epilogo di Sanza ed il Falcone, prima di morire l’affidò alle cure del suo servitore di un tempo, il mugnaio di Sapri Matteo.  Gioconda, malata di tisi si trasferì a Sapri nel 1858, un anno dopo, per poter andare spesso a Sanza. Nel testo, nel vol. II, Baldanza ci parla del Laveglia, definendolo “abietto e scaltro”. Il testo di Baldanza è molto interessante in quanto essendo stato pubblicato nel 1879, non solo ci racconta dell’eccidio dello sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane, ma in esso sono raccolte molte notizie di Sapri e su alcuni personaggi a Sapri in quei tempi. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a p, 286, in proposito scriveva: “Cristoforo Ferrara di S. Biase, frazione di Ceraso, apparteneva ad una nota famiglia di liberali cilentani. Già distintosi nei moti del ’48 quando aveva fatto parte del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valaiante e Teodosio De Dominicis (319), ne l’65 fu eletto deputato nel Collegio di Vallo a spese del moderato Pasquale Atenolfi. Sostando a Sanza in attesa di raggiungere Sala, fece chiudere nel carcere circondariale in Via S. Angelo a Corte (320) 4 dei responsabili dell’eccidio del 2 luglio del 1857: il cavaliere Sabino Laveglia, il fratello Domenico Laveglia, il farmacista Filippo Greco Quintana e l’ex urbano Giuseppe Citera di Sabino; il gendarme in congedo Gaetano Enter era morto alla fine del gennaio del 1860 (321). Sabino aveva capito che era arrivata la sua ora era giuna e volle confessarsi con uno dei tanti sacerdoti del borgo bensì col suo noto avversario: l’arc. don Francesco Bianco. Al ritorno da Sala, venerdì 7 settembre 1860, Cristoforo Ferrara “senza giudicatura di sorta” (322) fece letteralmente massacrar in carcere i 4 reclusi. Annotò …..”

                                                                    RUSTOW E LA BRIGATA MILANO A EBOLI

Nel 7 settembre 1860, RUSTOW è a Eboli e riceve l’ordine di marciare verso Salerno e poi a Napoli

Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano : Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito, Sica Oraziantonio , Caniato Donato, Pintozzi Luigi , di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: Il giorno 6, la brigata Milano, continuando la sua marcia, giungeva ad Auletta: il giorno 7 ad Eboli; il resto dell’ esercito marciava a grandi giornate sopra Napoli, ignorando che in quell’istante medesimo il Dittatore solo entrava nella metropoli del regno.”. Dunque, l’Oddo, a differenza di altri storici scriveva che la Brigata Milano con Rustow giunse ad Eboli il giorno 7 settembre 1860.  

Nel 7 settembre 1860, a Eboli, il colonnello Rustow e la sua Brigata MILANO

Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 207, in proposito scriveva che: “Il Turr voltava allora con la sua brigata a compiere la reazione ad Ariano; onde toccò al Rustow con la brigata detta Milano d’entrar primo in Napoli. Avutone l’ordine da Eboli, dov’era giunto il mattino dell’8, prese carrozze, carri, muli. asini e ogni maniera di vetture, ed entrò alla grottesca in Salerno, fatto accogliere con una nostra musica militare ch’era lì reata indietro. E di corto per la strada di ferro a poco per volta entrava in Napoli di notte, per ascondere sua luridezza; e alloggiava a Pizzofalcone, ov’erano ancora soldati nostri. Quei primi furon più che mille, il resto venne poi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p.159, in proposito scriveva che: “VIII. Il Rustow insieme con la sua brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Ques’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia nazionale di Eboli, per radunare quanti più carri e carrozze trovasse per via, su cui furono fatti salire tutti coloro che si sentivano più in grado di proseguire la marcia…..arrivò il 9 a Napoli.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Lo Stato Maggiore avrebbe desiderato che, al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un buon numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano : Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito , Sica Oraziantonio , Caniato Donato, Pintozzi Luigi , di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”.

Nel 8 settembre 1860, da Eboli, il colonnello Rustow e la sua Brigata MILANO partirono per Napoli

Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 207, in proposito scriveva che: “Il Turr voltava allora con la sua brigata a compiere la reazione ad Ariano; onde toccò al Rustow con la brigata detta Milano d’entrar primo in Napoli. Avutone l’ordine da Eboli, dv’era giunto il mattino dell’8, prese carrozze, carri, muli. asini e ogni maniera di vetture, ed entrò alla grottesca in Salerno, fatto accogliere con una nostra musica militare ch’era lì reata indietro. E di corto per la strada di ferro a poco per volta entrava in Napoli di notte, per ascondere sua luridezza; e alloggiava a Pizzofalcone, ov’erano ancora soldati nostri. Quei primi furon più che mille, il resto venne poi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p.159, in proposito scriveva che: “VIII. Il Rustow insieme con la sua brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Ques’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia nazionale di Eboli, per radunare quanti più carri e carrozze trovasse per via, su cui furono fatti salire tutti coloro che si sentivano più in grado di proseguire la marcia…..arrivò il 9 a Napoli.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Il mattino dell’8 settembre giunse a Salerno la prima colonna di garibaldini formata da piemontesi milanesi e volontari, che, vestiti con camiciotto biancaccio e con giacca bruna, si schierarono innanzi all’Intendenza. Tra essi si scorgevano anche ragazzi su quindici e sedici anni. A mezzodì circa e per un’ora intera un gruppo di milanesi che formava l’avanguardia, unitosi alla Guardia Nazionale ed alla banda musicale e seguita dalla folla, percorse le vie della città, cantando inni patriottici e prorompendo in ovazioni a prò della libertà e di Garibaldi. Cessata la dimostrazione, quel gruppo di volontari decise di partire anch’esso per Napoli. Lasciò difatti Salerno alle ore 20 circa ?(40). Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Lo Stato Maggiore avrebbe desiderato che, al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un buon numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano: Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito , Sica Oraziantonio, Caniato Donato, Pintozzi Luigi, di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”

                                                                                        GARIBALDI A NAPOLI

Nel 7 settembre 1860, Garibaldi parte in carrozza da Salerno ed arriva a  Napoli, Capitale del Regno Borbonico delle Due Sicilie

Da Wikipedia leggiamo che il 6 settembre re Francesco II abbandonava Napoli, imbarcandosi con la famiglia sul vapore Messaggero, cercando di riorganizzare il suo esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno. Così, il 7 settembre, Garibaldi, precedendo il grosso del suo esercito, viaggiando su un treno, che da Torre Annunziata dovette procedere lentamente per non travolgere le ali di folla festante, poté entrare in città accolto da liberatore Le truppe borboniche, ancora presenti in abbondanza e acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza e si arresero poco dopo. Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 380 e ssg., in proposito scriveva che: “….CAPITOLO XIV. Ingresso in Napoli, 7 settembre 1860. L’ingresso nella grande capitale ha più del portentoso che della realtà . Accompagnato da pochi aiutanti, io passai framezzo alle truppe borboniche ancora padrone, le quali mi presentavano l’armi con più ossequio certamente, che non lo facevano in quei tempi ai loro generali . Il 7 settembre 1860 ! E chi-dei figli di Partenope non ricorderà il gloriosissimo giorno ? Il 7 settembre cadeva l’abborrita dinastia che un grande statista inglese avea chiamato « Maledizione di Dio ! » e sorgeva sulle sue ruine la sovranità del popolo, che una sventurata fatalità fa sempre poco duratura. Il 7 settembre un figlio del popolo, accompagnato da pochi suoi amici che si chiamavano aiutanti, ‘ entrava nella superba capitale dal focoso destriero acclamato e sorretto dai cinquecentomila abitatori, la cui fervida ed irresistibile volontà, paralizzando un esercito intiero, li spingeva alla demolizione d’ una tirannide, all’ emancipazione dei sacri loro diritti ; quella scossa avrebbe potuto movere l’intiera Italia, e portarla sulla via del dovere, quel ruggito basterebbe a far mansueti i reggitori insolenti ed insaziabili, ed a rovesciarli nella polve !.”.Garibaldi, a p. 380, nella nota (1) postillava: “Missori , Nullo , Basso, Mario, Stagnetti , Canzio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 267, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre, alle sette di sera, il re Francesco II si era imbarcato alla volta di Gaeta; il 7 mattina Garibaldi aveva ricevuto a Salerno i deputati di Napoli, e verso le undici, accompagnato da una dozzina di ufficiali, era arrivato con un treno diretto nella città, dove lo aspettava la guardia nazionale.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the making of Italy”, a pp. 226-227 , in proposito scriveva che: “Annunziato telegraficamente il suo arrivo alla capitale per le undici di quel venerdì 7 settembre, il Dittatore e il suo seguito lasciaron Salerno in vettura alle nove e mezzo in punto, accompagnati da un altro scoppio di entusiasmo frenetico (1). A Vietri, stazione di confine, montarono in un treno speciale che traboccò subito di gente, Garibaldi, il suo Stato Maggiore e i suoi amici personali, una ventina di Guardie Nazionali salernitane etc…”. Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 96, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso. L’Europa stupefatta aveva assistito in pochi giorni allo sfacelo di un grande esercito ed alla fine di un Regno, fino a pochi mesi prima comunemente ritenuto il più potente degli Stati della penisola Italiana. Quegli ostacoli che, il 4 settembre, alcuni credevano che avrebbero dovuto ritardare la marcia trionfale di Garibaldi, s’erano invece rivelati inesistenti, e Garibaldi, tre giorni dopo la scena del Fortino, aveva potuto entrare trionfalmente in Napoli, circondato dal solo suo Stato Maggiore, mentre all’alba dello stesso giorno (7 settembre) l’ultimo dei Borboni di Napoli era sbarcato a Gaeta, che doveva essere l’ultimo propugnacolo dell’agonizzante Monarchia. Durante la sua rapida marcia da Lagonegro a Napoli (4-7 settembre) Garibaldi aveva riconfermato alle varie deputazioni, venutegli incontro per ossequiarlo, il suo aperto e deciso proposito di proclamare l’annessione delle Provincie meridionali a Roma. Etc…(191).”. Maraldi, a p. 97, nella nota (191) postillava: “(191) Dal “Diario del Bertani”, pubblicato dalla Mario, op. cit., vol. II, pag. 188. Si noti pure che l’idea di riprendere Nizza all’odiato Bonaparte non era poi completamente estranea al pensiero di Garibaldi etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: Ivi, nel mattino del 6 Settembre, ……Nel giorno stesso il Generale, col breve eletto corteo, ripartì, fra le vive acclamazioni e benedizioni del popolo festante, per Eboli, Salerno e Napoli, dove entrò trionfalmente nella sera del Venerdì 7 Settembre, inerme, senza scorta ed in carrozza scoperta, passando sotto i cannoni del Forte del Carmine, le cui sentinelle, gli resero gli onori militari, mentre nel giorno innanzi il Re Francesco, con tutta la Corte, era partito per mare per la fortezza di Gaeta in cerca d’asilo ed in attesa degli aiuti dimandati dall’Europa, che si mostrò sorda a quell’invito.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 929, in proposito scriveva che: “All’alba del 7 settembre, il Di Lorenzo e il Rendina furono presentati da Cosenz a Garibaldi, che loro fece cordialissima accoglienza. Si parlò del prossimo arrivo del sindaco e del comandante della guardia nazionale, che Garibaldi era impaziente di vedere. Etc…(p. 930) A nulla valsero le preghiere del Bertani e del Nullo, i quali sapevano essere a Nocera ancora occupata dalle truppe bavaresi, e i castelli di Napoli dai soldati borbonici….Etc…(p. 931) Si partì da Salerno alle nove e mezzo. La guardia nazionale e le squadre insurrezionali del Salernitano volevano seguire Garibaldi, ma egli non volle. Di Lorenzo e Rendina precedevano con altro legno a tutta corsa, per far telegrafare dal capostazione di Cava che fosse sgomberata dai bavaresi la stazione di Nocera, ma questi etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 931, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore della giornata, Emilio Visconti Venosta, che era ancora a Napoli, incontrò in piazza Ferdinando il Frapolli, prima camicia rossa che si vedesse per le vie di Napoli, alcune ore avanti che Garibaldi arrivasse. Egli conosceva il Frapolli, che era stato per poco tempo ministro della guerra a Modena col Farini. Il Frapolli, informato il Visconti della sua missione, gli annunziò che Garibaldi sarebbe arrivato fra poche ore, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, riferendosi al 6 settembre 1860, in proposito scriveva che: La sera di quel giorno, Garibaldi giunse a Salerno, e prese stanza nel palazzo dell’intendenza.. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL…..Erano passati appena undici giorni dallo sbarco in Calabria, quando Garibaldi, accompagnato soltanto da alcuni aiutanti di campo, precedendo il suo piccolo esercito che lo seguiva a marcie forzate, entrava in Napoli, circondato da una folla delirante. Trovava il « nido caldo » come disse egli stesso . Il giorno prima Francesco II aveva lasciato il palazzo reale per recarsi a Capua ad organizzarvi le estreme difese. Le truppe borboniche occupavano ancora la città ; trascinate dall’entusiasmo generale presentarono le armi all’eroe trionfante . Era il 7 settembre.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 68-68 e ssg. trascriveva una lettera dell’8 settembre ed in proposito scriveva che: “Sapri, Policastro, le 8 september. Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée, accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En de pit du temps qui parait vpouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui merite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents ames. On lui donne sans doite ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prete son nom au golfe qui s’etend devant elle. D’apres un historien digne de foi, elle fut, en 1055, entierement detruite par Robert Guiscard, etc…”, che tradotto significa: Garibaldi è a Napoli. Vi è entrato ieri in giornata, accompagnato solo da alcuni suoi amici (1). Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, cittadina che oggi merita a malapena il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. Le viene dato senza dubbio questo titolo in ricordo della sua passata importanza e perché dà il nome al golfo che si estende davanti ad essa. Secondo uno storico attendibile fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, etc…”. Il volontario garibaldino scriveva di Sapri che era un piccolo paesino di 400 anime. Maison, a pp. 68-69, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire , Garibaldi passa par Eboli . A Salerne etc…”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli. A Salerno, prese la ferrovia.”. Mason cita M. Edwin James (….), il cui testo è di un giornale curato da Ms. Edwin James’s. Egli scrisse “Garibaldi and his advisers”.

Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 86, in proposito scriveva che: “…..

Dopo il 7 settembre 1860, Garibaldi a Napoli ed il suo Governo provvisorio (Pro-Dittatura)

Da Wikipedia leggiamo che dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, e quasi tutta la Campania) erano state conquistate da Garibaldi, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano entrate nel Regno d’Italia in seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana e ai successivi plebisciti. Il Sud e il Nord della penisola erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio. L’avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva. Il governo provvisorio di Garibaldi a Napoli si instaurò dopo l’ingresso trionfale dei Mille a Napoli il 7 settembre 1860, in seguito alla spedizione in Sicilia e alla successiva conquista del Regno delle Due Sicilie. Questo governo, guidato da Garibaldi in qualità di dittatore, ebbe come obiettivo principale l’unificazione del Mezzogiorno con il Regno di Sardegna. L’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 segna un momento cruciale per l’Italia, con la fine del dominio borbonico e l’avvio dell’unificazione nazionale. La campagna dei Mille, iniziata a maggio, e il plebiscito di ottobre che sancisce l’annessione al Regno di Sardegna, sono passaggi fondamentali verso la nascita del Regno d’Italia. L’azione di Garibaldi in Sicilia e nel Sud Italia fu facilitata e in parte coordinata con il Regno di Sardegna, guidato dal Primo Ministro Camillo Benso, conte di Cavour. Sempre da Wikipedia, alla voce “Francesco Crispi” leggiamo che a Napoli il governo provvisorio di Garibaldi era in gran parte nelle mani dei fedeli di Cavour. Crispi, che arrivò in città a metà settembre, insistette con il generale e ottenne di concentrare il potere nelle sue mani. Tuttavia, la spinta rivoluzionaria che aveva animato la spedizione andava affievolendosi, specie dopo la battaglia del Volturno. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a pp. 145-146, in pproposito scriveva che: “Né il rapido ingresso di Garibaldi a Napoli fu una imprudenza, come si è spesso affermato nella stampa tedesca; fu invece un’urgente necessità per la città. Il partito graibaldino e il partito cavouriano, che chiedeva l’annessione immediata, erano venuti ad aperto contrasto; una rottura sarebbe riuscita infinitamente dannosa alla causa nazionale, se pure non avrebbe dato luogo addirittura ad una guerra civile. Si era gia arrivati alla formazione di un ministero secondo gl’intenti del partito cavouriano; da un momento all’altro potevano scoppiare disordini; l’atteggiamento delle truppe che occupavano ancora il Castel Nuovo e Sant’Elmo era cupo e minaccioso. L’arrivo di Garibaldi che entrò in città col generale Cosenz e qualche ufficiale del suo stato maggiore, in vettura scoperta, accompagnato da alcune guide, troncò l’attesa di tutti i dubbiosi e gl’indecisi, il lavorio dei partiti e l’eventuale resistenza delle truppe borboniche rimaste. L’entusiasmo dei Napoletani non conosce limiti. Prima di mezzogiorno il generale Cosenz aveva formato un Governo; la sera, il generale Turr faceva ingresso in città con l’avanguardia della sua Divisione. Il giorno stesso le truppe borboniche sgomberavano il Castel Vecchio e alcuni punti fortificati; l’indomani capitolò Sant’Elmo, …..Garibaldi affidò all’ammiraglio Persano, suo vecchio amico, il comando della flotta e spedì un vapore a Genova, per offrie la prodittatura al marchese Pallavicino. Si sviluppò la Guardia Nazionale. Si sviluppò la Guardia Nazionale….Garibaldi si condusse con somma moderazione e saggezza. La sua situazione era difficile, tra annessionisti, repubblicani ed ex soldati e ufficiali regi. Avendo sempre di mira lo scopo della sua vita e delle sue lotte, l’unità d’Italia, sempre cercando di conseguirlo senza spargimento di sangue, egli procurò di conciliare repubblicani e annessionisti, formò coi soldati e ufficiali napoletani una Divisione a parte e, col grosso del proprio esercito etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 205, in proposito scriveva che: “Tantosto il dittatore si fece il ministero. Confermò D. Liborio, e i direttori Giacchi e De Cesare, che anime di fango non arrossirono del pubblico tradimento. Mise alla Guerra Cosenz, con direttore Guglielmo Sauget nostro tenente colonnello figlio del generale. Alla giustizia il Pisanelli, quello del governo provvisorio; alla polizia fu direttore un Giuseppe Arditi; e rimase prefetto il Barbari per un giorno solo, a non sfuggir la vergogna del servire due padroni in un giro di sole.”. Il barone di Roccagloriosa, Rodolfo d’Afflitto fece parte del governo provvisorio di Giuseppe Garibaldi, pur adoperandosi a sollecitare l’intervento delle truppe piemontesi e la pronta annessione, infatti, negli ultimi quattro mesi del 1860 il D’Afflitto partecipò attivamente alla vita politica napoletana, un breve ma intenso periodo in cui furono affrontati i molti problemi meridionali e attuato il passaggio da capitale di un regno indipendente a semplice capoluogo di una delle province del Regno d’Italia. Egli fu uno degli esponenti del moderatismo meridionale che collaborarono in tale azione con gli inviati del governo torinese, con l’intento, alquanto palese, di attutire le spinte rivoluzionarie di stampo garibaldino e di operare un amalgama con la classe dirigente settentrionale. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 315, in proposito scriveva: “….Garibaldi si occupò seriamente della necessaria organizzazione amministrativa. Del vecchio ministero non rimase che Liborio Romano; tutti gli altri ministri furono rinnovati, nel che Garibaldi pose diligenza a mettere al governo gli uomini più possibilmente moderati. Ministro della guerra fu nominato il generale Cosenz, Pisanelli ebbe il ministero della giustizia, Antonio Ciccone quello dell’istruzione pubblica, Rodolfo Afflitto i lavori pubblici, Scialoja, che trovavasi tuttora a Torino, venne nominato ministro delle finanze. Andrea Colonna venne eletto sindaco della città. Anche alle ambasciate si provvedette con nuovo personale; a Torino venne spedito Pier Silvestro Leopardi, a Parigi il marchese De Bella, Carlo Cattaneo venne destinato all’ ambasciata di Londra. Se di molti di questi uomini quasi poteva dirsi che fossero cavouriani, non fece invece poca sensazione la nomina di Bertani a segretario generale del dittatore, e verosimilmente avrebbe prodotto la stessa impressione quand ‘ anche Bertani meravigliosamente non avesse in pari tempo ottenuto il titolo di colonnello.”

Nel settembre 1860, Rodolfo D’AFFLITTO, dei baroni di Roccagloriosa fu Ministro dei Lavori Pubblici del governo prodittatoriale di Garibaldi

Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, Grafica Jannone, Salerno, 1986, a p. 74, in proposito scriveva che, di Roccagloriosa era: Rodolfo D’Afflitto, grande politico. Favorì con discorsi e con opere la politica di Cavour e di La Farina. Collaborò alla spedizione di Garibaldi in Sicilia e l’annessione del Napoletano al Regno. Rifiutò la carica di ministro. Nel 1872 fu mandato a Genova in qualità di Prefetto, e di lì venne trasferito a Napoli, dove morì.. Romaniello, a p. 74, nella nota (119) postillava: “(119) De Crescenzo G., o.c., p. 134”. Romaniello citava l’opera di Gennaro De Crescenzo. Nella nota (119) Romaniello citava il testo di Gennaro De Crescenzo, “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, ma a p. 134, non troviamo nulla. Su Rodolfo D’Afflitto, su Wikipedia leggiamo che Rodolfo d’Afflitto (Ariano, 19 marzo 1809 – Napoli, 26 luglio 1872) è stato un politico italiano, duca di Campomele e di Castropignano, marchese di Montefalcone, di Frignano Maggiore e d’Agropoli, patrizio di Scala. Appartenente alla famiglia d’Afflitto, del ramo dei marchesi di Montefalcone, era figlio di Luisa d’Evoli e di Pantaleone. La sua carriera ha inizio nel 1834, dopo aver studiato legge ed amministrazione dopo una carriera nella burocrazia borbonica, fu arrestato nel 1859 come cospiratore liberale nel Comitato dell’Ordine, ma fu subito rilasciato. Dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Il comitato si impegnò prima ad ottenere un pronunciamento dell’esercito a favore dell’annessione al Piemonte e poi – dopo il fallito colloquio del D. con il generale De Sauget – a provocare l’insurrezione del continente prima dell’arrivo di Garibaldi, per impedire una svolta rivoluzionaria. Anche questa seconda iniziativa non ebbe l’effetto desiderato, provocando solo una parziale insurrezione in Basilicata. Frattanto il D’Afflitto era stato inserito in alcuni organismi consultivi creati da Francesco Il nel mese di luglio, ma ormai il rovescio era imminente e dopo poco, il 7 sett. 1860, Garibaldi faceva il suo ingresso in Napoli. Dopo la spedizione dei Mille, fu ministro dei Lavori pubblici nel governo provvisorio garibaldino, e fece poi parte della luogotenenza di Luigi Carlo Farini. Nel governo provvisorio, creato nel settembre da Garibaldi, il D. fu ministro dei Lavori pubblici, ma ben presto si scontrò – come gli altri ministri – con il segretario della dittatura, il Bertani, che compiva atti e emanava decreti in contrasto con il moderatismo del governo di L. Romano. Dopo l’annessione al Regno d’Italia fece parte, nel novembre, della luogotenenza Farini, prima come consigliere ai Lavori pubblici e dopo pochi giorni agli Interni. Da Wikipedia leggiamo che anche nelle ex province napoletane del regno delle Due Sicilie si nominò il 6 novembre 1860 come luogotenente generale del re Luigi Carlo Farini.  Arrestato nell’ottobre 1859, fu presto liberato e nell’anno successivo fece parte del governo provvisorio di G. Garibaldi, pur adoperandosi a sollecitare l’intervento delle truppe piemontesi e la pronta annessione. Ancora ministro durante la luogotenenza di Luigi Carlo Farini. Negli ultimi quattro mesi del 1860 il D’Afflitto partecipò attivamente alla vita politica napoletana, un breve ma intenso periodo in cui furono affrontati i molti problemi meridionali e attuato il passaggio da capitale di un regno indipendente a semplice capoluogo di una delle province del Regno d’Italia. Egli fu uno degli esponenti del moderatismo meridionale che collaborarono in tale azione con gli inviati del governo torinese, con l’intento, alquanto palese, di attutire le spinte rivoluzionarie di stampo garibaldino e di operare un amalgama con la classe dirigente settentrionale. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 205, in proposito scriveva che: “Tantosto il dittatore si fece il ministero. Confermò D. Liborio, e i direttori Giacchi e De Cesare, che anime di fango non arrossirono del pubblico tradimento. Mise alla Guerra Cosenz, con direttore Guglielmo Sauget nostro tenente colonnello figlio del generale. Alla giustizia il Pisanelli, quello del governo provvisorio; alla polizia fu direttore un Giuseppe Arditi; e rimase prefetto il Barbari per un giorno solo, a non sfuggir la vergogna del servire due padroni in un giro di sole.”

                                            L’ARRIVO A LAGONEGRO E A SAPRI DI ALTRE BRIGATE GARIBALDINE 

Dopo l’arrivo a Napoli di Garibaldi, che ivi instaurò un governo provvisorio, nella prima decade di Settembre iniziaono ad affluire alla Capitale del Regno Borbonico diverse truppe di volontari garibaldini ivi richiesti dal generale Sirtori e dal Quartiere Generale. La maggior parte partitosi dalle coste della Sicilia si fermarono a Paola e a Sapri da cui potettero proseguire in mare per raggiungere Napoli, non appena i pochi mezzi di trasporto disponibili lo permettessero. Alcune truppe di volontari si fermarono a Lagonegro. Questi movimenti di truppa furono organizzate dal generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale. In quei giorni, il porto di Sapri e la cittadina stessa fu teatro di questi movimenti. Bastimenti che arrivavano e sbarcavano truppe che poi si acquartieravano in attesa di poter ripartire. Altre truppe che ripartivano dal porto di Sapri dove si imbarcavano sui nuovi legni disponibili. Sono giornate importanti per la storia di Sapri che vide in quei giorni la cittadina e lo scalo naturale di Sapri protagonista indiscusso della risalita alla Capitale ed alla conquista definitiva del Regno di Napoli. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 199-200 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e no di rado a quelli stessi necessari alle truppe nemiche travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, l’una in rapidissima fuga e l’altra in non meno rapida avanzata, costituì un ben arduo compito, che il Sirtori, pur non tendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola – seppe portare a termine felicemente, così che tutto l’esercito garibaldino raggiunse il discreto ordine la capitale e oltrepassò, concentrandosi ed ordinandosi completamente sulla riva sud de Volturno.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte etc…”. Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Mille calabresi circa agli ordini di Pace son verso Sala. Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza. Stocco sta armando gente in Catanzaro e provincia. Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 313, riferendosi all’arrivo delle truppe a Napoli, in proposito scriveva: “Arrivavano i soldati dì Garibaldi. Essi avevano ricevuto ordine telegrafico di accostarsi al mare, ed imbarcarsi nei vapori che avrebbero trovati già spediti da Napoli.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Nel trambusto di quella marcia affrettata di tutte le truppe garibaldine su Napoli, si ebbero purtroppo altri episodi incresciosi; da parecchie parti giunsero al Sirtori lagnanze e proteste. Da Lagonegro il Corte scriveva scriveva l’8 di settembre: “Credo bene rapportare che stranieri- francesi, tedeschi, inglesi – seguendo l’esercito, ora che il pericolo è passato, commettono violenze d’ogni sorta. Un tale Ulrich prussiano, emetteva buoni abusivi. Rimproverato da me e dal capitano Rasponi, ci minacciò. Non potei arrestarlo per mancanza di forza, ma lo farò appena possibile…Un ufficiale ungherese pretendeva i cavalli dell’Intendenza generale. Non mi par dignitoso che un’accozzaglia d’ogni paese venga a trattar come terra di comquista un paese che fa guerra per la sua indipendenza.”.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il brigadiere Dunne, ch’era tuttora in Messina, l’8 settembre scriveva a Garibaldi e il 10 a Sirtori mettendoli in guardia contro i molti avventurieri inglesi che domandavano di servire l’armata garibaldina e declinando ogni responsabilità negli arruolamenti fatti dallo Styles in Inghilterra, dove proprio lui l’aveva mandato. Egli dice infatti al Sirtori: “Lo Styles inviato da me in Inghilterra per gli arruolamenti, secondo gli accordi con Lei, ha commesso grandi bestialità, promettendo anche ciò che non era autorizzato a promettere.”. E pregava che prima di accoglierli nelle file dei volontari venissero presentati a lui, che per maggior garanzia aveva poi mandato a Londra il Wyndham a sorvegliare ciò che lo Styles faceva.”. Dunque, Agrati parlando del brigadiere Dunne (….), che arriverà da Messina a Napoli, per ultimo con i suoi volontari, solo il giorno 24 settembre 1860, come da un telegramma di Cosenz, Ministro della Guerra, Agrati cita anche lo Styles e cita pure Wyndham. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a p. 299, in proposito scriveva che: Garibaldi però ne era impensierito più di quello che volesse confessare; ma obbligato ad attendere che le sue truppe, disseminate dal Golfo di Policastro a quello di Salerno, si rannodassero, molestato ai fianchi dall’insorgere della reazione e costretto egli stesso dalla controversia annessionista ad allontanarsi da Napoli ed a partire per la Sicilia, non potè nei primi giorni consacrarsi alle cose della guerra etc…”.  

Il Maggiore GIOVANNI CHIASSI della Brigata SACCHI

Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Giovanni Chiassi (….) (Mantova, 15 gennaio 1827 – Locca, 21 luglio 1866) è stato un patriota, militare e politico italiano. Figlio di Gaetano, magistrato, e di Giuseppina Magnaguti, Giovanni Chiassi era il rampollo di un’agiata famiglia da poco trasferitasi a Mantova e proveniente da Castiglione delle Stiviere. Nel luglio 1860 raggiunse Garibaldi in Sicilia, in tempo per partecipare allo sbarco sulle coste calabre e distinguersi nell’attacco che, nella notte tra il 21 e 22 luglio, portò alla conquista-lampo di Reggio Calabria, meritandosi i gradi di tenente colonnello. Fu nominato capo di Stato Maggiore divisionale dellʼEsercito meridionale, ma nel 1861 rientrò a Mantova. Marina De Marinis sulla Treccani on-line scriveva che Nel 1860 in seguito al rifiuto di Vittorio Emanuele di concedere a Garibaldi, per la progettata spedizione in Sicilia, uno dei reggimenti della brigata Reggio, nella quale erano confluiti molti ufficiali del disciolto corpo dei Cacciatori delle Alpi, il C., allora capitano nel 46º reggimento fanteria della medesima brigata, presentò le dimissioni da ufficiale dell’esercito regolare e si arruolò nelle formazioni garibaldine comandate dal Medici. Il 21 luglio 1860 fu il maggior artefice della presa di Reggio, riuscendo, con un suo tempestivo intervento sul fianco dello schieramento nemico, a mettere in rotta le truppe borboniche, che si erano sino ad allora validamente opposte al Bixio. Dopo essere rimasto per qualche tempo a Reggio, come comandante di quel presidio, il C., ricongiuntosi con Garibaldi, si batté ai primi di ottobre nella battaglia del Volturno col grado di luogotenente colonnello. Terminata la guerra si ritirò per qualche tempo a vita privata dedicandosi alla sua professione di ingegnere. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” leggiamo che il maggiore CHIASSI era un ufficiale facente parte della Brigata SACCHI. Quale grado aveva il Maggiore Giovanni Chiassi e quale Compagnia o Brigata comandava ? Del maggiore Giovanni Chiassi non abbiamo molte notizie. Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Giovanni Chiassi (….), nel luglio 1860 raggiunse Garibaldi in Sicilia, in tempo per partecipare allo sbarco sulle coste calabrie e distinguersi nell’attacco che, nella notte tra il 21 e 22 luglio, portò alla conquista-lampo di Reggio Calabria, meritandosi i gradi di tenente colonnello. Fu nominato capo di Stato Maggiore divisionale dellʼEsercito meridionale. Sòriga racconta che il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la Brigata Sacchi, che però arrivò dopo, solo l’8 settembre. Dunque, Soriga racconta che, a Lagonegro, la sua brigata, la brigata Sacchi, trovò il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Renato Sòriga (….) racconta che il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Sappiamo che, come vedremo, l’8 settembre 1860, dopo aver marciato da Sapri per Lagonegro, dove Chiassi arrivò con le sue Compagnie (quali ?) e si ricongiunse con la “Brigata del Sacchi”. Dunque, Sòriga racconta che, a Lagonegro, la sua brigata, la brigata Sacchi, trovò il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: Arrivo a Palermo il 22 organizzo subito una Brigata di 4 Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei bravi compagni del 46°. Non parto subito per raggiungere Garibaldi perchè mi mancano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Il primo battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quartoda Pellegrini; per Capo diStato Maggiore il Capitano Amos Occari etc…”. Siamo a Luglio in Sicilia. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 87-88, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “….qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale, ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intelligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1 ) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postillava che: “(1) Edita nella citata Rivista d’Italia, del luglio 1912.”. Sòriga a p. 88, in proposito aggiungeva: Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1 ) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postilava: “(1) ( 1 ) Edita nella citata Rivista d’Italia del luglio 1912.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie…..La brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivavano due vapori ove si imbarcava la Brigata…..Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno. La truppa di questa Brigata venne acquartierata a Castel Nuovo.Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 159-160, in proposito scriveva che: Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola ; arriva il 19 mattina a Taormina; etc…”.  Guerzoni, sul Chiasi, riferendosi alla presa di Reggio, a p. 161 aggiunge: “Qui però la resistenza degli assaliti fu più gagliarda ; e avrebbe anche fatto costar più cara la vittoria degli assalitori, se il Chiassi , a capo di due compagnie della brigata Sacchi, non fosse piombato di costa sul nemico, e non ne avesse affrettato lo scompiglio e la ritirata.”. Dunque, dal Guerzoni apprendiamo che il maggiore Giovanni CHIASSI comandava a Reggio Calabria due compagnie della Brigata Sacchi. 

         

Nel 6 settembre 1860, a Sapri, proveniente da Pizzo, il maggiore Giovanni CHIASSI con le sue Compagnie sbarcarono e, da Sapri, il giorno 8 era a Lagonegro, dove fu raggiunto dalla Brigata SACCHI 

Una di queste Brigate che, viaggiando via mare da Pizzo e poi da Paola, fu quella del Maggiore Giovanni Chiassi che, come vedremo in seguito, a Lagonegro si unirà alla truppa della Brigata Sacchi. La truppa del Maggiore Chiassi, proveniente da Pizzo, in Calabria, sbarcherà a Sapri il giorno 6 settembre 1860 e da Sapri marciò per Lagonegro dove sarà lì il giorno 8 settembre, allorquando ivi arriveranno le truppe del colonnello Sacchi. La brigata Sacchi, come vedremo in seguito, il giorno 8 settembre 1860 arriverà a Lagonegro ed ivi troverà la truppa della Brigata del Maggiore Chiassi. Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Renato Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Renato Sòriga (….), a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle 4 e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro; un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori etc…”. Sòriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Sòriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Il colonnello Gaetano Sacchi testimonia di aver trovato Chiassi e le sue Compagnie a Lagonegro. Chiassi era sbarcato a Sapri il giorno 6 setembre 1860, proveniente via mare da Pizzo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni (….), scriveva il contrario e cioè che la Brigata Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,30 del giorno 8 settembre 1860 e che dopo fu raggiunta dalla truppa del maggiore Giovanni Chiassi. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Anche il Lacava scriveva che a Lagonegro: “….colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie”. Dunque, il Lacava scriveva che, a Lagonegro prima arrivò il Sacchi, l’8 settembre 1860 e poi arrivò il maggiore Giovanni Sacchi. Tuttavia il Maggiore Giovanni Sacchi, proveniente da Pizzo sbarcò a Sapri il giorno 6 settembre 1860. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”.  L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi…..Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Mazziotti scriveva che la Brigata Sacchi era a Lagonegro ed il giorno 10 settembre marciò ed arrivò a Sapri per imbarcarsi per Napoli. L’8 settembre 1860, a Lagonegro, da poco era arrivato il maggiore Chiassi con le sue compagnie, sbarcato a Sapri il giorno 6 settembre. Le comagnie del maggiore Chiassi avevano marciato fino a Lagonegro dove si ricongiunse con la Brigata di Sacchi, che, nel frattempo era arrivata a Lagonegro alle ore 15,30 marciando da Lauria.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Qui il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″

Nel 7 settembre 1860, a Lagonegro l’arrivo di Maxime DU CHAMP e del colonnello TELEKY come richiesto da Turr a Bixio nel telegramma del 31 agosto 1860 scritto a Cosenza a Bixio

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Dunque, il generale Turr scrivendo al generale Bixio gli scrive e gli chiede: “….mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp.”. Chi fossero “..i signori accennati ieri” non saprei dire. Inoltre, riguardo questa notizia è lo stesso Du Champ che ci dice che non arrivò mai a Paola ma arrivò molti giorni dopo con la sua brigata a Lagonegro. Maxime Du Camp (….), racconterà quegli avvenimenti nel suo “Expedition des Deux-Siciles”. Infatti, Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, etc…”.  

                                                                                            LA BRIGATA SPANGARO

Nel 20 agosto 1860, a Palermo partenza di Luigi PIANCIANI per Livorno

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 158-159, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: XXV. Pianciani partì da Palermo il 20 agosto per Livorno , pieno di pensieri , animato da speranze, mulinando gli incitamenti dell’Eroe , sotto l’impulso dei quali, appena giunto a Livorno il 23, iniziò subito l’attuazione dei suoi progetti , mandando una circolare telegrafica a Mauro Macchi, a tutti i Comitati, a Nicotera ed a Caucci, nella quale diceva: « Torno da Palermo. Garibaldi in Calabria ; forse altrove , domanda concorso; quanti più volontari potete mandate a Genova; siamo alla fine; energia : avremo un’ Italia con Vittorio Emanuele » . Spedita la circolare partì per Firenze a conferire con Nicotera. In tempi gravi come quelli di cui si tratta, gli avvenimenti incalzano, le situazioni mutano vertiginosamente, gli uomini sono sopraffatti dalle cose, i propositi, i progetti, le opere sono precipitate, sconvolte e sfuggono alla direzione più meditata. Dal 13 al 23 agosto il Pianciani aveva vissuto navigando, e se molti fatti aveva notato, molte contrarietà subite, non conosceva e non poteva conoscere quanto era avvenuto lontano da Lui. Così Egli il 23 in Livorno ignorava che nel giorno 13 agosto, quello stesso giorno della sua partenza da Genova, il ministro dell’interno Farini aveva emanata la famosa circolare proibente qualsiasi arruolamento, il cui rigore era apparso inconsulto anche ai più moderati, perchè scopriva come debole lo stesso Governo, il quale aveva lasciato organizzare e partire una [ ventina di spedizioni con un totale di 21.000 Volontari, e vietava ora quelle spedizioni già pronte mentre erano state allestite con sua piena conoscenza; etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 160-161, in proposito scriveva che: …togliere la sua brigata. Ma Nicotera che aveva avuto promesse formali, ed incitamenti ed aiuti dallo stesso Ricasoli, risolutamente si rifiutò di obbedire. Lasciò liberi i suoi dipendenti che lo desideravano di ritornare alle loro case, dando loro per decidersi un tempo determinato , dopo il quale si intendevano vincolati. Niuno accettò, tutti protestarono contro lo scioglimento; di tale risolutezza s’impressionò lo stesso Ricasoli, in guisa  che << si venne dopo molte discussioni tra Ricasoli e Nicotera ad una Convenzione scritta in data 24 agosto, che stabiliva » una serie di condizioni per le quali la brigata si sarebbe imbarcata a Livorno, vincolandosi a non sbarcare nè in Toscana nè sul territorio pontificio. Così il concetto della diversione ne risentiva una grande restrizione. Ma poichè Garibaldi non era più in Sicilia essendo passato il 20 agosto in Calabria, il Nicotera dichiarò altresì nella stessa convenzione che non intendeva di andare in Sicilia, ma bensì di volere sbarcare, sulle coste del Regno di Napoli. Ben egli, che esule a Genova, tre anni prima, aveva navigato con Pisacane da Genova a Ponza, da Ponza a Sapri, ed aveva onorato il patriottismo ed il valore italiano, avrebbe saputo dove sbarcare.”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp.  159-160-161, in proposito scriveva che: Dal 13 al 23 agosto il Pianciani aveva vissuto navigando , e se molti fatti aveva notato, molte contrarietà subite , non conosceva e non poteva conoscere quanto era avvenuto lontano da Lui. Così Egli il 23 in Livorno ignorava che nel giorno 13 agosto, quello stesso giorno della sua partenza da Genova, il ministro dell’interno Farini aveva emanata la famosa circolare proibente qualsiasi arruolamento , il cui rigore era apparso inconsulto anche ai più moderati, perchè scopriva come debole lo stesso Governo, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”.

Nel 3 e il 5 settembre 1860, a Palermo, la ex Brigata Nicotera o Spedizione di Castel Pucci, poi in seguito denominata Brigata SPANGARO

Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, dopo aver stabilito una convenzione con il Ricasoli, fu costretto a partire da Livorno per Palermo dove arrivò con i suoi soldai volontari dell’ex Spedizione Castel Pucci, tra il 3 settembre ed il 5 settembre 1860. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2000 volontari. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera.  Treveljan non dice altro sulla “brigata Castel Pucci” del Nicotera. Treveljan, a p. 380 parlando delle spedizioni e delle spese, aggiunge ancora alcune informazioni e scriveva che: “Ma le spedizioni dell’agosto (del Pianciani e del Nicotera) furono allestite, spesate e spedite quasi interamente dal Comitato Centrale del Bertani e dai partiti più avanzati che comprarono i vapori ‘Queen of England, Indipendence, Ferret e Badger’ usati per il trasporto delle armi e perciò non introdotti nella lista da noi data.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Dunque, Agrati scriveva che: “Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Agrati scriveva che dopo lo sbarco delle truppe dell’ex spedizione Bertani-Pianciani, la spedizione detta di Terranova era stata scompagginata, come voleva il Governo Piemontese ma restava le ultime due Brigate dell’Italia Centrale: la Brigata “Toscana” (credo quella organizzata dal Nicotera e Ricasoli a “Castel Pucci”) e la Brigata Albruzzi (forse Albuzzi). Agrati sulla faccenda che vide il Governo Piemontese, Cavour e Ricasoli e Nicotera con forti contrasti, ha scritto a pp. 333 e ssg. In particolare, Agrati, a p. 334, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “…, mentre assegnava il quartiere di Castel Pucci ai volontari che s’andavano arruolando; cosicché si poteva ben dire che se Cavour teneva a Salvare le apparenze, il Ricasoli non si preoccupava neanche di quelle;….Ma ecco da Torino il veto Reale…..Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida.”. Agrati, a p. 336, in proposito aggiunge che: “…tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, la convenzione a cui si era pervenuti: “Firenze, 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore della Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la sua colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli etc…”. Sempre a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invito a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario nella cosiddetta Brigata “Spangaro”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, nella nota (1) postillava: “(1) Già Nicotera. Quinta Brigata della Spedizione di Terranova.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Infatti, anche Rustow ne parla. Con un decreto del 2 luglio il governo dittatoriale di Garibaldi, “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, emanava “l’organico dell’Esercito siciliano”, composto da due divisioni, XV e XVI, comandate rispettivamente da Stefano Turr e da Giuseppe Paternò, per complessive cinque brigate. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 300, in proposito scriveva: Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Etc…”. Queste truppe di volontari garibaldini, quelle della ex spedizione di Castel Pucci, quelle organizzate da Giovanni Nicotera, arrivati a Palermo, nei primi di settembre del 1860, essendo dimissionario Nicotera passarono al comando del colonnello Pietro Spangaro. 

Nel 7 settembre 1860, a Lauria e, poi a Lagonegro, Maxime Du Champ ed il colonnello Pietro SPANGARO

Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. La brigata Spangaro (una porzione di essa), il 7 settembre 1860, il giorno che Garibaldi entrò trionfante in Napoli, si trovava ancora a Lagonegro ed in partenza per Sala Consilina. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 251, in proposito scriveva che, mentre si trovavano a Lagonegro: “…., la sera, verso le otto, mentre stavamo etc…, ci arrivò un dispaccio: “7 settembre 1860. – Oggi, alle undici, Garibaldi è entrato a Napoli”.”. Du Champ, a p. 259, in proposito scriveva pure che: “La notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli si diffuse rapidamente a Lagonegro, che ben presto fu tutta illuminata.”. Dunque, alle otto di sera ricevono a Lagonegro il dispaccio che annunziava l’arrivo di Garibaldi a Napoli. Dunque, il 7 settembre 1860, il Du Champ era con la sua brigata a Lagonegro, in attesa di rimettersi in marcia. Dopo Lagonegro, Du Champ descrive le soste a Sala e ad Auletta, dove si fermarono e dove giorni dopo la marcia proseguì. Un’altra domanda che ci facciamo è quella in cui ci chiediamo con quale brigata il Du Champ arrivò a Lagonegro ?. Du Champ, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. L’altra parte della brigata Spangaro è quella del Du Champ, che, invece marciò sulla strada consolare arrivando a Lauria e a Lagonegro il 7 settembre e solo il 9 settembre arriverà a Napoli via terra. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a p. 220, in proposito scriveva che: “A Lauria, la roue de notre veiture se brisa completement. Il fallut attendre quatre heures. J’etais assis à lombre d’un quartier de rocher qui surpomble la ruote, et je considerais un vieux bourrelier qui raccomodait un bat de mulet. Etc…”. Poi, a p….., in proposito scriveva: “La premiere fois, c’etait dans le mois d’aout 1806. Les gens du pays tenaient pour le roi Nasone, qui etait en Sicile, et recevaient de l’argent, des munitions, tout ce quil fallait enfin, du cardina Ruffo, qui fut un saint homme. Etc…”. Sempre il Du Camp proseguendo il suo racconto, a pp. 225-226, in proposito scriveva che: “Nous rencontrons, à quelques lieues de Lauria, une magnifique cascade qui moutonne, en ressauts blanchissants, et qui n’est autre que la source du fleuve Trecchena, qu’on nomme aussi Noce. A un détour du chemin, Lagonegro debusque tout à coup, debout sur une colline, avec sa grande rue si large qu’elle ressemble à une place immense. Là comme à Cosenza, nous nous trouvons dans l’impossibilité d’avoir des betes de trait, et nous sommes forces de garder le postillon qui nous mene depuis Rotonda, pauvre garcon plein de bonne volonté, mais qui nous demontre que, sous peine de tomber fourbus, ses chevaux ne pauvent plus aller. Partout nous nous enquerons des nouvelles; on dit que Garibaldi est a Sala ou à Eboli et que les royaux sont à Salerne. La ville est plein de soldats venus directement de Cosenza ou amenes par mer jusqu’à Sapri.” che tradotto significa: Incontriamo, a poche leghe da Lauria, una magnifica cascata che gorgoglia, a salti bianchi, e che non è altro che la sorgente del fiume Trecchena, detto anche Noce. A una curva della strada emerge all’improvviso Lagonegro, adagiata su una collina, con la sua via principale così ampia da sembrare un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, troviamo impossibile avere animali da tiro, e siamo costretti a trattenere il postiglione che ci conduce dalla Rotonda, un povero ragazzo pieno di buona volontà, ma che ci mostra che, pena l’esaurimento, il suo i cavalli non possono più andare. Ovunque ci informiamo sulle novità; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i reali siano a Salerno. Il paese è pieno di soldati provenienti direttamente da Cosenza o portati via mare a Sapri.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 246-247, in proposito scriveva che: “Dov’è Garibaldi ? – Eh! chi può saperlo? – L’esercito napoletano è a Salerno ? – Così si dice. – A Lauria, la ruota della nostra vettura si sfascia completamente. Dovemmo aspettare quattro ore. …”. Il Du Champ, a pp. 249-250, in proposito scriveva pure che: “Dopo Lauria, il paesaggio ritorna ad essere rigoglioso, ma di un rigoglio tutto settentrionale: domina la flora francese, le querce sono numerose così le alberelle; qua e là appaiono dei castagni e alla loro ombra delle eriche in fiore; abbondano i torrenti, che, zampillando dala cima della montagna, lasciano cadere verso la valle le loro belle acque limpide; ed esse saltellando sulle rocce levigate ci spruzzano sul volto perline di schiuma; sono sormontati da alcuni ponti, e che ponti! Di legno, sconnessi e vacillanti; io non so che provvidenza amica dei viaggiatori li tenga in equilibrio, perché, a vederli, si crederebbe che basti una pedata ad abbatterli. Tagliata ai fianchi del monte, la strada non gli gira intorno secondo una linea circolare, ma si spezza continuamente ad angolo acuto, come quei fulmini a zig zag dipinti dai pittori nei quadri di tempesta. Ad alcune leghe da Lauria incontriamo una magnifica cascata, che spumeggia in balzi biancheggianti e non è altro che la sorgente del fiume ‘Trecchena’, che chiamiamo anche il ‘Noce (1). Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, erto su una collina, con la via principale così larga da rassomigliare ad un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, non ci è possibile trovare bestie da tiro, e siamo costretti a tenere il postiglione che ci ha portati da Rotonda in poi; povero ragazzo, è pieno di buona volontà, ma ci dimostra che, se non si vuole correre il rischio di vederli cadere sfiniti, i cavalli non possono proseguire. Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi. Etc…”. Nel proseguire il suo racconto, il Du Champ racconta dell’episodio di cui aveva appreso a Lagonegro, e a p. 251, scriveva ancora: “Due giorni prima del nostro arrivo, era accaduto a Lagonegro un fatto singolare. Tre ufficiali del nostro esercito, in camicia rossa, e provenienti da Sapri, erano entrati nella città. Vi trovarono tremila Napoletani, uno squadrone di cavalleria, etc…”

         

Nel 7 o 8 (?) settembre 1860, a Sapri, alle ore 19,00 l’arrivo via mare da Palermo, una porzione della brigata SPANGARO (ex brigata “CASTEL PUCCI” formata da Giovanni NICOTERA), al comando del colonnello Spangaro. Da Sapri, il giorno 8 ripartì per Napoli ma dovette fermarsi a Salerno, dove proseguì per Napoli in treno a Nocera    

Della brigata Spangaro (….) ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…(45)…”. Dunque, Policicchio, sulla corta di non saprei quale autore scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. Etc…”, e aggiungeva che la brigata Spangaro: “….giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Ma vediamo meglio cosa accadde. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che la Brigata SPANGARO (la ex Castel Pucci), partita il 1° e 3 settembre da Livorno, arrivò a Palermo insieme a Giovanni Nicotera tra il 3 ed il 5 settembre 1860. Da Palermo, scrive il Pittaluga, la Brigata ai comandi di SPANGARO, avendo il Nicotera dato le sue dimissioni, riparte il giorno 7 settembre 1860 per mare diretta a Sapri. Forse era una porzione della Brigata che poi ripartirà da Sapri ed arriverà a Salerno il 9 settembre 1860. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a dì 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9; e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si aqquartierava.”. Dunque, la brigata Spangaro si trattenne a Palermo fino al 7 settembre 1860, e solo il 7, dal porto di Palermo ne ripartì per giungere a Sapri il 7 alle 19 di pomeriggio e l’8 settembre. Il 7 settembre 1860 partì da Palermo solo una porzione della Spangaro che da Sapri, arrivò a Salerno via mare l’8 settembre 1860, come vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860.   Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Infatti, in Appendice, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II”, pubblica la “Riassunto delle tabelle di marcia” e, a pp. 514-515, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO, …..7 Settembre partenza da Palermo (?); 8 settembre arrivo a Sapri; 9 settembre arrivo a Salerno; etc…. Maraldi scriveva che La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Carlo Pecorini Manzoni (….), a p. 514, nell’Allegato II, Tabella di Marcia – Riassunto, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: 1° settembre partenza; 2 settembre sul mare; 3 settembre Palermo; 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno; 10 settembre Napoli etc…”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 era in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Dunque, il generale Pittaluga conferma la notizia dataci dal Policicchio ma egli scrive che:  “…quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a…..Sapri! Il 9 era a Salerno.”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, in proposito scriveva e parlava della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, la Spangaro che si imbarcava a Sapri e, a p. 175, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Entasses pele-mele su le point, nous pumes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle etoile, car la nuit était magnifique. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenu à une demi-encablure par notre travers, le capitaine nous jeta ces mots avec son porte-voix: – He! les chemises rouges! Garibaldi est entré à Naples hier matin. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi. Affollati alla rinfusa, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica. All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata. Giunti a mezzo cavo che ci attraversava, il capitano ci gridò queste parole attraverso il suo megafono: – Ehi! le magliette rosse! Garibaldi è entrato ieri mattina a Napoli.. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno …. settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno …. settembre 1860. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre, credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta di Agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 settembre tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”.  Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni  Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Della brigata Spangaro (….) ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…(45)…”. Dunque, Policicchio, sulla corta di non saprei quale autore scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. Etc…”, e aggiungeva che la brigata Spangaro: “….giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Dunque, Policicchio scriveva che la brigata Spangaro arrvava a Sapri  proveniente da Palermo e da Sapri partì per Salerno il giorno 6 settembre 1860. Dunque, per partire il 6 da Sapri, dal suo porto, è probabile che il 5 settembre la brigata di Pietro Spangaro (la ex di Castel Pucci e del Nicotera, arrivati dal 1° al 3 settembre a Palermo, dove il Nicotera si era dimesso). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Vi sono qui alcuni errori. Bersani è Bertani ed inoltre i volontari di Nicotera furono organizzati con i fondi raccolti dal Bertani ma furono opera del Nicotera stesso a Castel pucci in Toscana. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, Rustow scriveva che la brigata Spangaro “anteriormente” era detta brigata Nicotera.   

Nel 7 settembre 1860, a Sapri, (8 settembre a Policastro), altri garibaldini e truppe nelle lettere di un garibaldino 

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, un’altra lettera a p. 68, è datata 7 settembre 1860, dove scriveva che: “Sapri, le 7 septembre. Nous apprenons ce matin que Garibaldi est entré hier soir à Salerne et qu’il y a été parfaitement accueilli. Rien autre chose de nouveau . Je passe ma journée sur le pont à écrire.”, che tradotto significa: “Sapri, 7 settembre. Stamattina abbiamo saputo che Garibaldi è entrato a Salerno ieri sera ed è stato accolto calorosamente. Niente di nuovo. Sto trascorrendo la giornata sul ponte a scrivere.”, e poi l’altra datata 8 settembre, a pp. 68-69: “Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée , accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village , car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes.”, che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. È entrato ieri di giorno, accompagnato solo da pochi suoi amici. Nonostante il tempo, che sembra stia cambiando, sto andando con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi merita a malapena il nome di villaggio, dato che non conta più di quattrocento anime. Le è senza dubbio stato dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché dà il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu completamente distrutta nel 1055 da Roberto il Guiscardo e, cinque secoli dopo, fu nuovamente saccheggiata dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi si sono formate, inquinando etc…. In questa lettera datata 8 settembre 1860, il volontario garibaldino di stanza con la sua truppa a Sapri scriveva che, “nonostante il tempo che sembra non stia cambiando”, egli si reca con alcuni suoi amici “connazionali” (francesi) a Policastro per una escursione ovvero visita al paese di Policastro Bussentino, che egli scriveva contava non più di 400 abitanti. Di Policastro, a pp. 69-70 egli scriveva che:  “En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes . On lui donne sans doute ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prête son nom au golfe qui s’étend devant elle . D’après un historien digne de foi , elle fut , en 1055 , entièrement détruite par Robert Guiscard, et cinq siècles plus tard , elle fut encore saccagée par les Turcs. C’est depuis cette dernière époque que Policastro ne s’est plus relevée. Les marais environnants et les rizières qu’on y a établies , en viciant l’air , ont sans doute aussi empêché l’accroissement de la population. Indépendamment de nombreuses ruines , je remarque aussi dans ce pays une flore extrêmementriche ; mais comme je ne suis ni archéologue , ni botaniste , je me dispenserai de faire une longue description de ces richesses aux doux parfums , aux brillantes couleurs En revenant , nous sommes assaillis par un orage épouvantable ; nous nous réfugions dans une vieille tour romaine , et de là nous contemplons le grandiose spectacle d’un orage en mer. A six heures , nous parvenons à nous sauver;  nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte, attendant son embarquement. A dix heures , le Benvenuto lève l’ancre , remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne.”, che tradotto significa: Nonostante il tempo che sembra voler cambiare, vado con i miei due compatrioti a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi difficilmente merita il nome di villaggio, perché non conta più di quattrocento anime. Le è senza dubbio dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché dà il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, e cinque secoli dopo, fu nuovamente saccheggiata dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi sono state create, inquinando l’aria, hanno senza dubbio impedito anche l’aumento della popolazione. Oltre alle numerose rovine, noto anche in questo paese una flora estremamente ricca; ma non essendo né un archeologo né un botanico, mi asterrò dal dare una lunga descrizione di queste ricchezze con i loro dolci profumi e i loro colori brillanti. Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarci. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. A quale corpo o brigata garibaldina appartenesse questo volontario che scrisse le belle lettere pubblicate dal Maison non ci è dato sapere. Sappiamo che arrivò a Sapri il 3 settembre 1860 con il vapore “Benvenuto” che come lui stesso scrisse, ripartì alla volta di Salerno, alle ore 10 del 9 settembre 1860: Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Infatti, sempre il Maison, a p. 71 pubblica un’altra lettera di un volontario garibaldino: “En mer ( Sapri ), le 9 septembre . Il est une heure du matin , le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après , la mer devient grosse et le vent contraire . En un mot , nous essuyons une véritable tempête . Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée . Malgré cela nous ne recevons aucun secours. Enfin , ne sachant que faire , le capitaine se décide à retourner à Sapri, où nous arrivons vers neuf heures du soir.”, che tradotto significa: “In mare (Sapri), 9 settembre. È l’una del mattino, il piroscafo ci abbandona a noi stessi. Pochi istanti dopo, il mare si fa agitato e il vento è contrario.Insomma, stiamo vivendo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimane issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non riceviamo alcun aiuto.Infine, non sapendo cosa fare, il capitano decide di tornare a Sapri, dove arriviamo verso le nove di sera.”. Sempre il Maison, a pp. 71-72 pubblica un’altra lettera datata 10 settembre 1860, e scrive: “En mer, le 10 septembre. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire , nous voguons encore au hasard toute la journée. Vers les sept heures , l’Emma, le yacht d’Alexandre Dumas, passe à côté de notre bâtiment , filant dans la direction de Naples . Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu ; puis l’un et l’autre bâtiment , en signe de salut , arborent pavillon, comme deux amis qui se tendent la main en se disant: Au revoir !”, che tradotto significa: “In mare, 10 settembre. A mezzanotte ripartimmo da Sapri con un buon vento. Purtroppo i venti, come “i destini e le onde”, sono mutevoli, così che, con il mare di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, ​​lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, dirigendosi verso Napoli. La acclamai con un applauso, che fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, alzarono le bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: Arrivederci!”. Dunque, questo volontario garibaldino scrive che riparte da Sapri il 10 settembre 1860 alle 24 mezzanotte e dice pure che alle 7 del mattino dell’11 settembre 1860 incontrarono lo Yact Emma di Alexandre Dumas che credo fosse al largo di Agropoli o di Salerno. 

Nell’8 settembre 1860, da Sapri, un garibaldino, si recò a visitare Policastro e da lì si imbarcò sul piroscafo “Benvenuto” che da Sapri era diretto a Salerno, ma si imbatte in una tempesta e fa rientro nel porto di Sapri

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 68-69 e ssg. trascriveva una lettera del 8 settembre 1860 e scriveva: “Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée , accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village , car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes. On lui donne sans doute ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prête son nom au golfe qui s’étend devant elle. D’après un historien digne de foi , elle fut , en 1055, entièrement détruite par Robert Guiscard , et cinq siècles plus tard, elle fut encore saccagée par les Turcs. C’est depuis cette dernière époque que Policastro ne s’est plus relevée. Les marais environnants et les rizières qu’on y a établies , en viciantl’air , ont sans doute aussi empêché l’accroissement de la population . Indépendamment de nombreuses ruines , je remarque aussi dans ce pays une flore extrêmementriche ; mais comme je ne suis ni archéologue , ni botaniste , je me dispenserai de faire une longue description de ces richesses aux doux parfums, aux brillantes couleurs En revenant, nous sommes assaillis par un orage épouvantable ; nous nous réfugions dans une vieille tour romaine, et de là nous contemplons le grandiose spectacle d’un orage en mer. A six heures , nous parvenons à nous sauver; nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte , attendant son embarquement. A dix heures , le Benvenuto lève l’ancre, remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne., che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. È entrato ieri di giorno, accompagnato solo da pochi suoi amici. Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due compatrioti a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi difficilmente merita il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. È senza dubbio datoLe viene senza dubbio dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché presta il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, e cinque secoli dopo, fu saccheggiata di nuovo dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi furono istituite, inquinando l’aria, hanno senza dubbio impedito anche l’aumento della popolazione. Indipendentemente dalle numerose rovine, noto anche in questo paese una flora estremamente ricca; ma non essendo né archeologo né botanico, mi asterrò dal farne una lunga descrizione. di queste ricchezze dai profumi dolci e dai colori brillanti. Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarsi. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”Maison, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire , Garibaldi passapar Eboli. A Salerne , il prit le chemin de fer. Sur tout le parcours du train , à chaque village , à chaque station , l’enthousiasme et la joie dépassaient toute expression. Les femmes présentaient des drapeaux, jetaient des fleurs sur les voitures et se disputaient la main du général pour l’embrasser. Les syndics lui adressaient des félicitations ; les prêtres et les moines, debout , entourés de leurs ouailles sur les collines , jetaient leurs vivats , et , tenant le crucifix d’une main, l’épée de l’autre, les agitaient dans l’air avec force bénédictions. Au moment où le train passait devant la garde du roi , à Portici , les soldats jetèrent leurs bonnets en l’air et s’associèrent de tout leur coeur au cri de Vive Garibaldi !.”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli. A Salerno, prese la ferrovia. Lungo tutto il treno, in ogni villaggio, in ogni stazione, l’entusiasmo e la gioia superavano ogni espressione. Le donne presentavano bandiere, gettavano fiori sulle carrozze e facevano a gara per baciare la mano del generale. I sindaci gli rivolgevano le loro congratulazioni; i preti e i monaci, in piedi, circondati dai loro greggi sulle colline, lanciavano i loro applausi e, tenendo il crocifisso in una mano e la spada nell’altra, li agitavano in aria con forti benedizioni. Mentre il treno passava davanti alla guardia reale, a Portici, i soldati gettarono in aria i loro berretti e si unirono con tutto il cuore al grido di “Viva Garibaldi!”.”

Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, CLEMENTE  CORTE precedeva e scriveva al generale SIRTORI suggerendogli gli itinerari da prendere

Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Le truppe garibaldine verso Napoli”, a p. 440, in proposito scriveva che: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazione del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fosero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo a Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 era a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte che gli faceva pervenire di tappa in tappa informazioni e consigli sul cammino da percorrere. Così, ad esempio: “Itinerario conveniente Castrovillari-Rotonda con fermata e rancio a Morano. Poi Rotonda-Lauria con pernottamento a Castelluccio. Tappa Rotonda-Lagonegro troppo lunga, 29 miglia. Vino in nessun luogo. Paesi senza risorse”.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, riferendosi al dispaccio che Garibaldi scrisse a Sirtori, in proposito scriveva che: “..a Tarsia. Di là Garibaldi scrisse al suo Capo di Stato Maggiore: “Tarsia, 1° settembre 1860. Generale Sirtori….etc…a Rogliano (dove lasciai il colonnello Corte), etc…”. Il colonnello “Corte” citato da Agrati è Clemente Corte (….), colonnello dell’Esercito Meridionale, unito allo Stato Maggiore di Sirtori. Il colonnello Clemente Corte era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il colonnello Ferrari. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Nel trambusto di quella marcia affrettata di tutte le truppe garibaldine su Napoli, si ebbero purtroppo altri episodi incresciosi; da parecchie parti giunsero al Sirtori lagnanze e proteste. Da Lagonegro il Corte scriveva scriveva l’8 di settembre: “Credo bene rapportare che stranieri- francesi, tedeschi, inglesi – seguendo l’esercito, ora che il pericolo è passato, commettono violenze d’ogni sorta. Un tale Ulrich prussiano, emetteva buoni abusivi. Rimproverato da me e dal capitano Rasponi, ci minacciò. Non potei arrestarlo per mancanza di forza, ma lo farò appena possibile…Un ufficiale ungherese pretendeva i cavalli dell’Intendenza generale. Non mi par dignitoso che un’accozzaglia d’ogni paese venga a trattar come terra di comquista un paese che fa guerra per la sua indipendenza.”.”. Riguardo Clemente Corte, Alberto Dallolio (….), nel suo “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 431, in proposito scriveva che: “Corte, colonnello Clemente, p. 85, 169”. Dallolio, a p. 85, scriveva che: “Dell’invio di cotesti volontari non si hanno notizie precise. Pare che il numero richiesto dapprima per la spedizione Medici fosse poi ridotto, e non è da stupirne, perchè in quei giorni Genova rigurgitava di giovani anelanti a raggiungere Garibaldi: in fatti una lettera di Clemente Corte al Tanari, scritta da Genova il 3 giugno, parla di tener pronti 100 uomini scelti, i quali veramente furono mandati tutti da Bologna.”. Da Wikipedia leggiamo che Clemente Corte fu Ufficiale d’artiglieria dell’esercito regolare sardo, fu decorato della medaglia d’argento al valor militare nella battaglia di Novara del 1849. Fu Capo di Stato Maggiore di Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi nella guerra del 1859. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 al seguito della spedizione di Giacomo Medici, ma il suo gruppo, composto del piccolo bastimento “Utile” e della nave “Charles and Jane”, fu catturato dalla Marina borbonica; i circa 950 volontari furono condotti a Gaeta e, successivamente rilasciati, ripartirono il 15 luglio 1860 con la nave Amazon. Riuscito però, dopo varie vicissitudini, a raggiungere ugualmente la Sicilia, il C. si distinse combattendo a Milazzo (dove riportò una grave ferita) e sotto le mura di Capua. Fu ferito al petto nella presa della città di Milazzo e si comportò da valoroso nell’assedio della fortezza di Capua. Dunque, Clemente Corte faceva parte dello Stato Maggiore del generale Sirtori che in quesi giorni si era aqquartierato a Lagonegro. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana informa lo storico Cilibrizzi (1) fu costituita con 3.500 insorti. Era formata su otto colonne: 1° Colonna: Potenza – Comandante Francesco Pomarici; 2° Colonna: Comandante Giuseppe Domenico Lacava; 3° colonna: Tricarico – Comandante Francesco Paolo Lavecchia etc….La Brigata Lucana divenne poi “Brigata Basilicata” comandata dal Colonnello Clemente Corte che si distinse poi nelle battaglie combattute contro i Borboni sul Volturno e nell’assedio di Gaeta.”.

L’arrivo del generale Giuseppe SIRTORI, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale, con il suo Stato Maggiore che, dal suo Quartiere Generale coordina l’arrivo e le partenze ed i rifornimenti per  le truppe in marcia o in viaggio via mare che devono raggiungere al più presto  Garibaldi a Napoli      

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro.. Dunque, il generale Sirtori, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: “Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti generali garibaldini seguono velocemente sulle strade di Calabria.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: Il lavoro intorno a Sirtori è febbrile. Telegrammi arrivano e partono ad ogni momento e portano per tutto indirizzo: – Bixio o Medici etc.., dove si trova. – Da ogni parte si comunicano continui spostamenti, si chiedono istruzioni, viveri, scarpe soprattutto, mezzi di trasporto, anche per gli sbandati napoletani che vagano a torme per paesi e campagne. Poi anche il Quartier generale si sposta, da Cosenza a Spezzano, da qui a Castrovillari.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva che: Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà dell’Intendenza per il vettovagliamento e per i mezzi di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow.”. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”. Agrati, a p. 444, in proposito aggiungeva: “Comunque, per terra o per mare e più o meno ordinate, le truppe avanzavano e le provincie ad una ad una riprendevano l’antica vita tranquilla. Il Corte da Sapri comunicava in data del 9 che ormai laggiù non restavano che i magazzini della Divisione Bertani.”. Ma ciò non corrisponde al vero, come vedremo perchè da Sapri partirono altre truppe fino al 14 settembre 1860. Dunque, Agrati, sulla scorta dei dispacci inviati e ricevuti scriveva che il generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale di Garibaldi, si spostava con il suo Quartier generale da posto a posto. Agrati scriveva che Sirtori, il 6 settembre era a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Era sempre preceduto dal colonnello Clemente Corte.  Su Sirtori ha scritto Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio.

Nel 8 settembre 1860, a PAOLA, l’arrivo della Divisione MEDICI (XVII Divisione) sul “Governolo”, in attesa di potersi imbarcare per Napoli. La brigata di Medici partirà da Paola ed arriverà a Napoli solo il 15  

Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 60, in proposito scriveva: “Imbarco delle truppe a Paola. La prepotenza di N. Bixio e le incertezze di G. Sirtori. “ San Fili – 7 settembre — Alle quattro il generale Medici ordina a me ed a Lombardi (2) di partire per Paola e far caricare gli effetti di vestiario. Vi andiamo in carrozza e ritorniamo in giornata, perchè è venuto contrordine di partenza dovendosi andare per via di terra. Ritorno a San Fili, paese che si prestò assai male ad approvvigionare la truppa per causa del signor sindaco…, in casa del quale fummo ad alloggiare „. “ Paola • 8 settembre — Si riceve la notizia che Garibaldi entrò ieri in Napoli alle ore dodici meridiane (3), e quindi grande allegria festeggiata con tazze d’acqua gelata offerta dal sindaco ! (“ Partiamo per Paola: giunti, prendiamo alloggio in casa Maraviglia: la famiglia è rispettabilissima ed il capo di casa fu cinque anni a Precida, prigioniero. All’entrare in Paola, sulla strada, ci colse vento così forte e polvere così densa che fermammo le carrozze. Durò poco, ma ci colse sulla sera una fitta pioggia e vento e tale oscurità che la nostra truppa in marcia ne soffrì non poco. “ Io mi recai ad alloggiare a San Francesco di Paola, convento poco lungi dal paese. Lo visitai e lo trovai ricco di bellissimi atrii; evvi una buona biblioteca. Dopo, cenai assieme a due signori del paese che mi furono di guida: i condimenti erano all’olio, perchè l’istituzione proibisce latticini e carni.”. Castellini, a p. 61, in proposito aggiungeva: “ 9 settembre— Si distribuisce il vestiario : al battaglione Menotti (1) diedero cappelli alla calabrese . Etc…”Castellini, a p. 61, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Castellini, a pp. 62-63-64, aggiungeva che: ““ A bordo del Governólo abbiamo notizie di Napoli e di Garibaldi. Noi stiamo alquanto arrabbiati vedendoci gli ultimi, ma speriamo fra due giorni di imbarcarci — e forse in parte oggi. “… Si vede un altro vapore: vedremo se sarà per noi ! Sembra che a Napoli vi sarà breve fermata di due mesi e subito dopo si farà la campagna del Veneto, ma su queste notizie nulla so di positivo. Medici è disgustato perchè fu stornato il nostro imbarco oggi, per causa di Sirtori probabilmente, che noi chiamiamo ironicamente il cardinale, ed i cui ordini non si comprendono „. * 12, 13 settembre — Fermata a Paola. “ Il dire quanta ansietà abbiamo per attendere i vapori è cosa incredibile. Ad ogni momento vado sul balcone di casa Maraviglia ad osservare il mare in tutte le direzioni delle coste ma specialmente della costa di Sapri e Salerno, nella speranza che spunti, che giunga qualche vapore e che ci tolga dall’esiglio. “ Il 12 giunge un vapore, e subito evviva, grida di gioia, ma poi lo si vede costantemente avanzare da solo, e questo ci recava tristezza pensando che non soddisferebbe al bisogno. 10 ricevo ordine di recarmi a bordo per rilevare le istruzioni del comandante e per sentire se giungano altri vapori. 11 vapore arrivato è L’Indipendente, della nostra marina, che ha ordine di portare 600 uomini e nulla sa se giungano altri vapori. “ Medici ordina si fermi il vapore sino a che ne giungano altri e nel frattempo si fanno caricare tutti gli equipaggi, sino a che, il 13, vedendo che non giungono vapori, il comandante domanda di partire e però, concesso questo, parte,facendosi sera, con a bordo i dispersi, un picchetto per ogni reggimento e il capitano Moscarello per la scorta “ 14 settembre — Il giorno 14 all’alba siamo coi nostri cannocchiali alle finestre, ma nulla si vede, tranne qualche legno a vela, e già si mormora contro il cardinale e contro tutti quelli che ci condannano all’esiglio. “ E quello che fa il massimo torto al cardinale si è che ci spiccò forse cinque telegrammi, che altrettanti in sette giorni d’esiglio ne spedimmo a lui ed al ministro della marina, senza che ancora mostrino di conoscere l’esistenza nostra in Paola. “ E questo dev’essere il capo di stato maggiore? Che a Tiriolo ci ordina di fermarci e poco dopo telegrafa a tutti i corpi domandando notizie della nostra Divisione? (1). “ Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “ Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì „. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di imbarcarsi per Napoli. Ma poi, come vedremo in seguito essa non riuscirà ad imbarcarsi per Napoli per un litigio e la prepotenza di Nino Bixio. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che il generale Sirtori, rispondendo a Garibaldi, nel dispaccio del 9 settembre 1860 gli comunicava che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Etc…”. Dunque, il generale Sirtori, in un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di potersi imbarcare per Napoli ma stava giungendo anche la brigata di Nino Bixio che era anch’essa diretta a Paola per imbarcarsi per Napoli. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Dunque, il generale Nino Bixio era il comandante luogotenente della XVIII Divisione. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille””, a p. 199, in proposito scriveva: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, …..pur non potendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola – seppe portare a termine felicemente, etc….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: “….Alle 6 pom. del giorno stesso, infatti, si metteva in marcia per Rogliano coi suoi 4 mila uomini – è il Bixio stesso che indica tale cifra – e ne dava comunicazione al Sirtori in Lagonegro. Il quale Sirtori aveva già disposto che a Paola andasse il Medici e questi era già sul posto, sicché prevedeva che i mezzi di trasporto anche per il Bixio non ci sarebbero stati. Forse a scanso di responsabilità dice ben chiaro nella sua lettera a Garibaldi che il Bixio marciava non per suo ordine ma “per ordine direttamente ricevuto da costà”. Il fatto è che, il 9 settembre, non appena giunse a Paola, precedendo di poche ore i suoi, il Bixio si affrettò a telegrafare al Sirtori che: “….in seguito all’ordine di Cosenz la mia Divisione sta per arrivare qui, Medici pure è a Paola. Tempo brutto: non so se potremo imbarcarci. Qui ci troveremo 4500 uomini della mia Divisione, più Medici con la sua e con parte di quella di Cosenz, ciò che è molto.”. Veramente due giorni prima aveva detto che i suoi eran 4000 soltanto; in ogni modo, i suoi con quelli di Medici e con la Brigata della Divisione Cosenz erano per Paola non soltanto molti, ma troppi. Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Per quel che si è visto possiamo attribuire la prima colpa di tale situazione al Cosenz e, poiché questi aveva ordinato al Bixio d’andare a Paola in nome di Garibaldi, al Dittatore stesso, il quale pare che non avrebbe dovuto dare ordini diretti senza prima intendersi col suo Capo di Stato maggiore, a cui solo spettava di dirigere l’avanzata delle truppe. La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Ma da questo telegramma non appare nulla di quanto era successo. Il Bixio aveva voluto imbarcarsi prima del Medici, dicendo ch’egli era venuto assai prima di lui in Sicilia. Invano gli si era osservato che già da qualche giorno il Medici attendeva in Paola di potersi imbarcare; egli non aveva intender ragioni ed il Medici, pro bono pacis, aveva ceduto. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari.”. Infatti, Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 197, in proposito scriveva che: “Ferdinando Eber (1825-1885) ….Garibaldi lo promosse colonnello brigatiere della divisione Turr.”. Bandi racconta dell’arrivo di Bixio e Medici e delle loro Brigate insieme a Eber a Paola. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. Stando in Cosenza, avevo udito l’annunzio del miracoloso ingresso del dittatore in Napoli, e a me tardava raggiungerlo, per ripigliare presso di lui il posto che avevo lasciato per accompagnarmi col colonnello Malenchini. Troppo tempo però ci voleva per giungere a Napoli per via di terra; sicchè domandai a Bixio qual fosse il porto più vicino nel quale avrei trovato modo di imarcarmi. Bixio mi disse che andassi con lui a Paola, e che colà mi imbarcherei prontamente con la sua divisione perchè nel dì venturo, tre legni a vapore dovevano giungere in porto, per toglierla a bordo e trasportarla a Napoli. Mi posi, dunque, in cammino, insieme alla sua gente, etc…Cavalcavo accanto a Menotti, etc….Giungemmo al villaggio di Santa Fele, che siede sopra un breve altipiano……Etc…M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora  in mezzo ad un reggimento di Medici. Giunto che fui in Paola, vidi nella rada il ‘Governolo’, corvetta della marina sarda, e tre grossi piroscafi da trasporto, e vidi che i soldati di Medici avevano già trasportato sulla spiaggia i bagagli, e si disponevano a cominciarne l’imbarco. Sulla spiaggia erano due ufficiali dello stato maggiore generale, lasciati quivi dal Sirtori per vegliare l’imbarco delle truppe, con ordine espresso che la divisione Medici s’imbarcasse per la prima; e c’era il capitano Andrea Fossi, che i miei lettori già conoscono, e che fu il timoniere del ‘Piemonte’, nella traversata da Genova a Marsala. A una cert’ora, Bixio che colle sue genti era passato di corsa in mezzo ai battaglioni di Cosenz e a una parte della divisione Medici, giunse in Paola; e recatosi sulla spiaggia, e veduto che Medici etc…”. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “ 14 settembre….“Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1).”. Castellini, a p. 64, nela nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attrezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibéllo. — La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17* divisione.”. Dunque, la XVII Divisione era  la Divisione di Giacomo MEDICI ed a questa apparteneva la brigata d Eberhardt. Infatti, della XVII Divisione il Comandante era Giacomo Medici; Capo di Stato Maggiore della Divisione era il luogotenente Colonnello Ferrari; comandante della 1° Brigata era il colonnello Simonetta; comandante della 2° Brigata era il colonnello Corte; il comandante della 3° Brigata era il colonnello Eberhardt; e poi c’era la 4° brigata con Dunne e la 5° Brigata con Mussolino. 

17.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Medici
Stato Maggiore di Divisione Capo Luogot. Col. Ferrari
1.a Brigata Comandante Colonn. Simonetta
2.a Brigata Comandante Colonn. Corte
3.a Brigata Comandante Colonn. Eberhard
4.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) Comandante Colonn. Dunne
5.a Brigata (aggregate alla 4.a Brigata) Comandante Colonn. Mussolino

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt.

                                                                                                    BRIGATA EBER 

Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. In questa lettera, Zancani rivela che a Paola vi erano le brigate Eber che Garibaldi mandò a Sapri. Zancani, il 3 settembre 1860 scriveva da Cosenza che Garibaldi il 1° settembre 1860: “…..partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri.”. Notizia che è inesatta perchè non sarà Garibaldi che andrà a Paola ma sarà Turr, su ordine di Garibaldi ad andare a Paola, dove ivi era Rustow con le truppe del Bertani. Inoltre, però Zancani scrive di “le brigate Ebber” che Garibaldi “mandò” a Sapri. Nandor Eber comandava la Legione Ungherese. Da Wikipedia leggiamo che tra i corpi stranieri dell’Esercito Meridionale costituito in Sicilia da Garibaldi vi era la Legione Ungherese. Tra gli ufficiali stranieri erano presenti anche gli esuli ungheresi István Türr, al quale è stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma, Nándor Éber, Carlo Eberhardt, Lajos Tüköry caduto a Palermo e il polacco Aleksander Izenschmid de Milbitz. È stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma anche al “garibaldino-finlandese” Herman Liikanen. Nándor Éber (nato Eberl Ferdinandus Balthasar Bartholomeus) (Budapest, 23 maggio 1825 – Budapest, 27 febbraio 1885) è stato un giornalista e militare ungherese naturalizzato britannico, prese parte alla spedizione dei Mille. Ferdinand Eber giunse in Sicilia come corrispondente del “Times” per cui lavorava dall’epoca della guerra in Crimea. Dopo aver fornito a Garibaldi informazioni utili sullo schieramento borbonico all’interno della città di Palermo, il 16 maggio 1860, partecipò alla formazione della legione ungherese. Questa inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere 500 volontari. La Brigata, denominata “Eber”, racchiuse tutti i combattenti stranieri e fu guidata da Eber con il grado di colonnello brigadiere e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Passata al comando di Stefano Turr, divenuto in quei mesi governatore di Napoli, fu utilizzata per reprimere focolai di rivolta in provincia di Avellino, fino al Plebiscito. La legione ungherese era un’unità militare di cavalleria creata da Giuseppe Garibaldi, parte dell’esercito meridionale garibaldino, attivo tra il 1860 e il 1867 Era così detto poiché composta da esuli e soldati magiari che avevano già combattuto al fianco delle altre formazioni garibaldine durante il periodo del Risorgimento, come Stefano Turr. Costituita in Sicilia, nella città di Palermo il 16 luglio 1860, inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere un folto gruppo di 500 volontari comandati dal colonnello brigadiere Nándor Éber (1825-1885) (per questo chiamati anche Brigata “Eber“, che in realtà racchiuderà tutti i combattenti stranieri), corrispondente del quotidiano The Times con la cittadinanza inglese e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Dunque, il Cesari, a p. 138 scriveva che: “….la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti.”. Dunque, il Cesari scriveva che la Brigata Eber era la 2à Brigata che faceva parte della Divisione Turr.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA EBER: 31 agosto Marcellinara, 1 settembre Catanzaro, 7 settembre Cosenza, 8 settembre San Fil., 9 settembre Paola, 10 settembre Id. Imbarco, 11 settembre Napoli, 12 e 13 Napoli, 15 Caserta.”

Nel 8 settembre 1860, a Sala e Auletta, Maxime Du Champ e Spangaro   

Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti……Il temporale si stava calmando quando arrivammo ad Auletta, dove potemmo cambiare i cavalli….Attraversammo alcuni fiumicelli, Fiume Negro, Fiume Bianco, su ponti stretti etc…”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Secondo il racconto del Du Champ, la brigata in marcia con il colonnello Pietro Spangaro arrivò a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Du Champ, a p. 262, in proposito scriveva che: “Uscendo da Eboli, ….e quando arrivammo a Salerno…..eravamo a Vietri, …..Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”.

Nel 8 settembre 1860, a Lagonegro arriva, proveniente da Lauria, il generale SIRTORI, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale, con il suo Stato Maggiore dove installa il Quartiere Generale      

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro.. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, il 9 settembre rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Dunque, Agrati, sulla scorta dei dispacci inviati e ricevuti scriveva che il generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale di Garibaldi, si spostava con il suo Quartier generale da posto a posto. Agrati scriveva che Sirtori, il 6 settembre era a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Era sempre preceduto dal colonnello Clemente Corte.  Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Sòriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Come egli stesso scriverà il 9 settembre 1860 in un dispaccio inviato a Garibaldi a Napoli, Sirtori arrivò nella notte dell’8 settembre 1860, a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore che ivi si aqquartierò insieme alla brigata “Sacchi”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la Brigata Sacchi e col 1° Bataglione della Brigata Albuzzi.”. Siccome Sirtori prima di arrivare l’8 settembre 1860 a Lagonegro con la brigata Sacchi si trovava a Lauria, egli, insieme al suo Stato Maggiore si recherà a Lagonegro il giorno 8 setembre 1860 portando con se anche la Brigata “Sacchi” e il 1° Battaglione della Brigata “Albuzzi”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi…..Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Dunque, la brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Dunque, considerato ciò che scrisse nel dispaccio il Sirtori a Garibaldi, anche lui, insieme alla brigata Sacchi arrivò a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte etc…”. Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Mille calabresi circa agli ordini di Pace son verso Sala. Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza. Stocco sta armando gente in Catanzaro e provincia. Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori, con un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi, che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori comunicava a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 199-200 e ssg., riserendosi al generale Sirtori, in proposito scriveva che: “….un ben arduo compito, che il Sirtori, pur non tendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola….”.      

Il colonnello GAETANO SACCHI, comandante della Brigata “SACCHI” 

Da Wikipedia leggiamo che Gaetano Sacchi, nella guerra del 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, con il grado di maggiore. Passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata SACCHI”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Sempre su Wikipedia leggiamo che la “QUARTA SPEDIZIONE”, ovvero i volontari Bresciani nella Spedizioni, Medici, Cosenz e Sacchi. Il 30 maggio il Guerzoni era di nuovo a Brescia e ne ripartì il 5 giugno con 137 uomini, che salparono da Genova con Giacomo Medici diretti a Palermo. La spedizione di Enrico Cosenz partì invece ai primi di luglio in due scaglioni ed era formata da altrettanti volontari che salparono sempre dal porto di Genova. La quarta colonna forte di 200 uomini partì il 16 luglio al comando di Gaetano Sacchi. I bresciani della seconda e della terza spedizione si distinsero nella presa di Milazzo. La quinta colonna di 200 uomini lasciò Brescia il 7 agosto e la sesta, sempre formata dallo stesso numero di volontari, il 1º settembre. Questi garibaldini riuscirono a partecipare all’ultima fase della campagna combattendo a Caiazzo e nella battaglia del Volturno. L’ultimo contingente di altri 140 volontari continuarono ad affluire al porto di Genova a piccoli scaglioni anche dopo la battaglia del Volturno, fino agli ultimi giorni di ottobre, ossia alla fine della guerra. Caduta l’ipotesi per il rifiuto del sovrano, Sacchi si risolse alle dimissioni e il 19 luglio salpò da Genova guidando una delle spedizioni di supporto ai Mille di Marsala: poco meno di 2000 uomini a bordo del piroscafo Città di Torino che sbarcarono a Palermo tre giorni dopo. Essi arrivarono a Palermo. Venne chiamata la “Quarta spedizione”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso ; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Dunque, il Guerzoni ci parla di un GAETANO SACCHI, che, a questo punto non è la stessa persona di ACHILLE. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: (1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”.  Riguardo la “compagnia” o “Brigata Sacchi”, che a noi interessa perchè vedremo innanzi essere passata per Sapri, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Il Cesari (….), scriveva che la brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso”, quando “Sacchi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le dimissioni dall’esercito piemontese”. Da Wikipedia leggiamo che Gaetano Sacchi nella guerra del 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, con il grado di maggiore. Passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Da Wikipedia leggiamo che Il 30 maggio il Guerzoni era di nuovo a Brescia e ne ripartì il 5 giugno con 137 uomini, che salparono da Genova con Giacomo Medici diretti a Palermo. La spedizione di Enrico Cosenz partì invece ai primi di luglio in due scaglioni ed era formata da altrettanti volontari che salparono sempre dal porto di Genova. La quarta colonna forte di 200 uomini partì il 16 luglio al comando di Gaetano Sacchi. I bresciani della seconda e della terza spedizione si distinsero nella presa di Milazzo. Infatti, Gaetano Sacchi non potè seguire Garibaldi in Sicilia ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Quei volontari costituirono l’ossatura della IV brigata, operativamente aggregata alla divisione Türr, comandata da Sacchi in qualità di maggiore generale. Questa sua formazione, sbarcata a Villa San Giovanni nel settembre del 1860, partecipò alla risalita del Meridione continentale affrontando nel suo percorso diversi scontri, fino a prendere parte alle battaglie decisive di Caiazzo e del Volturno tra il 19 settembre e il 2 ottobre. Mario Menghini, sulla Treccani on-line scrive che Sacchi comandò la quarta spedizione salpata il 18 luglio 1860. Secondo il Pecorini-Manzoni, la Brigata del colonnello Gaetano Sacchi dipendeva dal Quartier Generale del Generale Sirtori. Alla sua esperienza nel Meridione Sacchi dedicò un’interessante ricostruzione a metà degli anni Settanta (Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella campagna del 1860 dal 19 luglio al 12 febbraio 1861, in Soriga (….), 1913, pp. 84-102), quando ormai la sua carriera militare aveva esaurito la fase attiva, dopo essere stato operativo durante il primo decennio postunitario Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Del colonnello Gaetano Sacchi (….) e, delle sue memorie, ha scritto Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Su Gaetano Sacchi vi è la sua “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. La Relazione fu pubblicata da Renato Sòriga (….).  Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, a p. 63, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), nella nota (1) postillava: “(1) …( 1 ) Le notizie qui esposte sulla vita del Sacchi furono da me desunte dal suo ricco carteggio, sul quale potrà esercitare la sua pazienza chi volesse saperne di più. Riguardo alla sua figura morale, eccone un vigoroso abbozzo di Nino Bixio, tratto da una sua lettera al Sacchi stesso del 15 settembre 1859 : « Tu sai che io ti amo e stimo come il migliore dei miei amici; anima valorosa ! Iddio ha dato a te l’anima migliore ch’io mi conosca ed ha completato in te la dolcezza e l’energia d’un soldato valoroso incomparabile » . (Dall’autograto nel Museo del Risorgimento di Pavia ; ed . L. Sasso, Lettere inedite di N. Bixio a G. Sacchi in Rivista d’Italia , 1910….etc…”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: Compagno d’armi del Generale Garibaldi sino dal 1843 in Montevideo ( America meridionale ) ove con lui divisi pericoli, fatiche e glorie, sicuramente gli sarei stato compagno nella spedizione di Sicilia se altri doveri non mi avessero tenuto vincolato a segno che lo stesso Garibaldi m’imponeva di rimanere al mio posto di Comandante del Reggimento di Linea 46° in una coi miei compagni che pur anelavano far parte di quella spedizione. Ogni desiderio di Garibaldi è legge per me e per i suoi commilitoni. Compresi dal dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria, sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni , attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.”. Sempre sulla rete troviamo scritto: “Scrive il colonello Sacchi nella sua relazione, in data 8 agosto 1860: si continua la marcia sotto un sole ardente, senza acqua lungo la strada e con uno strato di polvere finissima che estenua affatto i soldati. Qualche tempo dopo scrive: un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine. Tonina non intende fare la vivandiera o l’infermiera e, negli scontri armati, si batte con tale coraggio da far dire a qualcuno che avrebbe potuto comandare un battaglione se la sua condizione di donna non glielo avesse impedito.”. Dunque, la “Brigata Sacchi” era in Sicilia già l’8 agosto 1860 e partecipò alla conquista di Sicilia. Secondo l’Appendice B del testo di Treveljan, da Genova il Sacchi si partì da Genova o da Livorno (?) per Marsala, con 1535 volontari garibaldini, il 18 luglio 1860 sul vapore “La città di Torino”. Sulla Brigata Sacchi troviamo scritto sulla rete che: Anche la Spedizione dei Mille annovera fra i suoi arruolati due donne, di cui una, Tonina Masanello, non compare nemmeno nell’elenco dei partecipanti. In effetti non parte da Quarto insieme con gli altri, ma solo più tardi con la cosiddetta quarta Spedizione, ovvero la Brigata Sacchi. Nata in provincia di Padova nel 1833, Tonina sposa un giovane che condivide i suoi ideali. Ben presto i coniugi si rifugiano a Modena per timore di essere arrestati. È in quella città che apprendono dell’impresa che Garibaldi sta preparando. La decisione non è facile, ma alla fine fanno la loro scelta: affidano la loro bambina a una famiglia amica e vanno a Genova. Appreso che Garibaldi è già partito, non si scoraggiano. Si uniscono alla Brigata Sacchi composta da più di duemila volontari, che parte in quei giorni per portare rinforzi. Per potersi arruolare Tonina si veste da uomo e si fa passare per il cognato Antonio Marinello. La Brigata Sacchi raggiunge Garibaldi a Palermo e prosegue per la Calabria percorrendola a tappe a piedi fra scontri con le truppe borboniche e un clima altrettanto nemico.”. Su Gaetano Sacchi vi è la sua “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. La Relazione fu pubblicata da Renato Sòriga (….).  Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, a p. 63, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie):  “…Garibaldi ed organizza in Modena il 4º Reggimento di linea di cui ebbe il comando anche dopo l’annessione del Ducato al Piemonte. Nel 1860 sarebbe stato indubbiamente dei Mille, se Garibaldi, per non disgregare le forze regolari della nuova Italia non gli avesse imposto di rimanere nell’esercito. Ad ogni modo, non a pena gli si presenta il destro, senza pregiudicare la disciplina, dà le dimissioni e con duemila volontari formanti la quarta spedizione garibaldina raggiunge il Duce dei Mille a Palermo. Il resto degli avvenimenti sono noti.”. Sòriga, nella nota (1) postillava: “(1) …( 1 ) Le notizie qui esposte sulla vita del Sacchi furono da me desunte dal suo ricco carteggio, sul quale potrà esercitare la sua pazienza chi volesse saperne di più. Riguardo alla sua figura morale, eccone un vigoroso abbozzo di Nino Bixio, tratto da una sua lettera al Sacchi stesso del 15 settembre 1859 : « Tu sai che io ti amo e stimo come il migliore dei miei amici; anima valorosa! Iddio ha dato a te l’anima migliore ch’io mi conosca ed ha completato in te la dolcezza e l’energia d’un soldato valoroso incomparabile » . (Dall’autograto nel Museo del Risorgimento di Pavia ; ed . L. Sasso, Lettere inedite di N. Bixio a G. Sacchi in Rivista d’Italia , 1910….etc…”. Renato Sòriga pubblicò le memorie (la Relazione) del Sacchi a p. 84 nel Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913: RELAZIONE SUI FATTI D’ARME DELLA BRIGATA SACCHI NELLA CAMPAGNA DEL 1860 DAL 19 LUGLIO AL 12 FEBBRAIO 1861.” e a p. 84, in proposito scriveva: “Questo indirizzo più che tutto giovò a persuadere i soldati ed io potei senza tema di disordini nel Reggimento chiedere la dimissione dal servizio con altri ufficiali e riunire in Genova 2 mila e più uomini che forniti di tutto il necessario si d’armi che di vestiario ed altro occorrente dal Bertani, s’imbarcarono a bordo del piroscafo il Torino, la sera del 19 luglio.”. Renato Sòriga, traendo dalle memorie del Sacchi scriveva che il colonnello Gaetano Sacchi arrivò a Palermo insieme ai volontari dell’ex Spedizione di Castel Pucci e con il Nicotera, che li aveva raccolti in Toscana. Infatti, Nicotera e il Sacchi prima furono arrestati dal Ricasoli e poi furono costretti a rinunciare alla invasione dello Stato Pontificio e furono fatti istradare dal Cavour in Sicilia per aggregarsi a Garibaldi. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Su Gaetano Sacchi ha scritto anche Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. Giacinto De Sivo, a p. 361, in proposito scriveva che: Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; etc…”. Dunque, Gaetano Sacchi era maggiore della Brigata del Nicotera che dovette portarsi a Palermo per volere di Cavour e del Governatore della Toscana Ricasoli. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Forse quando il Nicotera arrivò, Sacchi era già a Palermo ?. Arrivati a Palermo però, Sòriga, a p. 63 scriveva che Gaetano Sacchi, dopo aver dato le dimissioni dall’Esercito Piemontese: “…dà le dimissioni e con duemila volontari formanti la quarta spedizione garibaldina raggiunge il Duce dei Mille a Palermo.”. Sappiamo pure che arrivato a Palermo, però, Nicotera presentò le sue dimissioni a Garibaldi e rinuncia al programma garibaldino di sbarcare in Calabria. Ma il Sacchi cosa fa ?. Nicotera presentò le dimissioni a Garibaldi ed il Sacchi invece ?. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Giacinto De Sivo scriveva che “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: ….la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46° Fanteria, …., e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul ‘Torino’ la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco di altra gente etc…Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Alla sua esperienza nel Meridione Sacchi dedicò un’interessante ricostruzione a metà degli anni Settanta (Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella campagna del 1860 dal 19 luglio al 12 febbraio 1861, in Soriga (….), 1913, pp. 84-102), quando ormai la sua carriera militare aveva esaurito la fase attiva, dopo essere stato operativo durante il primo decennio postunitario Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Del colonnello Gaetano Sacchi (….) e, delle sue memorie, ha scritto Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Quei volontari costituirono l’ossatura della IV brigata, operativamente aggregata alla divisione Türr, comandata da Sacchi in qualità di maggiore generale. Questa sua formazione, sbarcata a Villa San Giovanni nel settembre del 1860, partecipò alla risalita del Meridione continentale affrontando nel suo percorso diversi scontri, fino a prendere parte alle battaglie decisive di Caiazzo e del Volturno tra il 19 settembre e il 2 ottobre. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi il 3 agosto alle 4 ant. partiva da Soveria Mannelli, si fermava a Carpenzano, ed alle 3 pom. del 1° settembre si riuniva tutta a Rogliano, ove in seguito a sentenza di un Consiglio di Guerra fu passato per le armi il caporal (tromba a nome Canepa Luigi reo di furto. Lo stesso giorno partiva la brigata da Rogliano alle ore 4 pom., e arrivava a Cosenza alle ore 10 pom. accolta con festa dalla popolazione. Alle 2 del giorno 3 la Brigata Sacchi riprendeva da Cosenza la marcia, giungeva a Taverna Nuova alle 4 ant., riposava fino alle 4 pom., da dove partiva per Tarsia, e vi giungeva alle 10 e mezzo pom. Riposava fino alle 5 pom del giorno 4, da dove partiva per Camerata passando per Spezzano Albanese. Alle 4 ant. del 5 settembre la Brigata Sacchi si muoveva per Castrovillari, alle 5 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Morano, dove giungeva alle 8 trovando tutto il paese illuminato. Alle 2 ant. del 6 partiva per Campotenese. Alle 9 ant. dello stesso giorno arrivava alla Rotonda. Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 87-88, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “….qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale, ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intel ligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1 ) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postillava che: “(1) Edita nella citata Rivista d’Italia, del luglio 1912.”Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”,  che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SACCHI: 1 settembre Rogliano, 2 settembre Cosenza, 3 settembre Tarsia, 4 settembre Camerata, 5 settembre Castrovillari, 6 settembre Morano Campo tan., 7 settembre Lauria, 8 settembre Lagonegro, 9 settembre id., 10 settembre Sapri, sul mare, 11 Napoli, 12 e 13 Id.”Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: (Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA.    Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: (Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: (Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: (Documento 71)  Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: (Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI,  citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: (Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: (Documento 79)  Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.  

La Brigata “SACCHI” (la IV Spedizione ?)

Da Wikipedia leggiamo che il 30 maggio il Guerzoni era di nuovo a Brescia e ne ripartì il 5 giugno con 137 uomini, che salparono da Genova con Giacomo Medici diretti a Palermo. La spedizione di Enrico Cosenz partì invece ai primi di luglio in due scaglioni ed era formata da altrettanti volontari che salparono sempre dal porto di Genova. La quarta colonna forte di 200 uomini partì il 16 luglio al comando di Gaetano Sacchi. I bresciani della seconda e della terza spedizione si distinsero nella presa di Milazzo. Infatti, Gaetano Sacchi non potè seguire Garibaldi in Sicilia ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso ; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, etc…”. Guerzoni, a p. 153, aggiungeva: “Eccolo quindi trasferire colà il suo Quartier generale: riunirvi le due brigate Medici e Cosenz, tenendo pronta a raggiungerle quella del Sacchi ; etc…”. Riguardo la “compagnia” o “Brigata Sacchi”, che a noi interessa perchè vedremo innanzi essere passata per Sapri, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Il Cesari (….), scriveva che la brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso”, quando “Sacchi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le dimissioni dall’esercito piemontese”. Secondo il Pecorini-Manzoni, la Brigata del colonnello Gaetano Sacchi dipendeva dal Quartier Generale del Generale Sirtori. Alla sua esperienza nel Meridione Sacchi dedicò un’interessante ricostruzione a metà degli anni Settanta (Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella campagna del 1860 dal 19 luglio al 12 febbraio 1861, in Soriga (….), 1913, pp. 84-102), quando ormai la sua carriera militare aveva esaurito la fase attiva, dopo essere stato operativo durante il primo decennio postunitario Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Del colonnello Gaetano Sacchi (….) e, delle sue memorie, ha scritto Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Su Gaetano Sacchi vi è la sua “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. La Relazione fu pubblicata da Renato Sòriga (….).  Renato Sòriga pubblicò le memorie (la Relazione) del Sacchi a p. 84 nel Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913: RELAZIONE SUI FATTI D’ARME DELLA BRIGATA SACCHI NELLA CAMPAGNA DEL 1860 DAL 19 LUGLIO AL 12 FEBBRAIO 1861.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Giacinto De Sivo scriveva che “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: ….la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora etc…”. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “Questo indirizzo più che tutto giovò a persuadere i soldati ed io potei senza tema di disordini nel Reggimento chiedere la dimissione dal servizio con altri ufficiali e riunire in Genova 2 mila e più uomini che forniti di tutto il necessario si d’armi che di vestiario ed altro occorrente dal Bertani, s’imbarcarono a bordo del piroscafo il Torino, la sera del 19 luglio. Lasciavo in Genova l’attivo ed energico Pellegrini, pure Capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco altra gente appartenente alla spedizione. Arrivo a Palermo il 22 organizzo subito una Brigata di 4 Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei bravi compagni del 46°. Non parto subito per raggiungere Garibaldi perchè mi mancano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Il primo battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quartoda Pellegrini; per Capo diStato Maggiore il Capitano Amos Occari etc…”. Siamo a Luglio in Sicilia. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “E in seguito morirono pure qui, nel 26 Ottobre, Giovanni Gino di Torino appartenente all’Artiglieria dell’Italia Meridionale, e nel 2 Novembre ‘Rocco Pagliariello’ di Palermo della Brigata Sacchi.”. L’avv. Carlo Pesce scriveva che, a Lagonegro, il 2 Novembre 1860 lasciò la vita “Rocco Pagliariello”, un garibaldino di Palermo appartenente alla Brigata Sacchi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi il 3 agosto alle 4 ant. partiva da Soveria Mannelli, si fermava a Carpenzano, ed alle 3 pom. del 1° settembre si riuniva tutta a Rogliano, ove in seguito a sentenza di un Consiglio di Guerra fu passato per le armi il caporal (tromba a nome Canepa Luigi reo di furto. Lo stesso giorno partiva la brigata da Rogliano alle ore 4 pom., e arrivava a Cosenza alle ore 10 pom. accolta con festa dalla popolazione. Alle 2 del giorno 3 la Brigata Sacchi riprendeva da Cosenza la marcia, giungeva a Taverna Nuova alle 4 ant., riposava fino alle 4 pom., da dove partiva per Tarzia, e vi giungeva alle 10 e mezzo pom. Riposava fino alle 5 pom del giorno 4, da dove partiva per Camerata passando per Spezzano Albanese. Alle 4 ant. del 5 settembre la Brigata Sacchi si muoveva per Castrovillari, alle 5 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Morano, dove giungeva alle 8 trovando tutto il paese illuminato. Alle 2 ant. del 6 partiva per Campotenese. Alle 9 ant. dello stesso giorno arrivava alla Rotonda. Etc…”.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, riferendosi a dopo Capua, a p. 212, in proposito scriveva: La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…Intendenza Militare:….; Corpo Sanitario:…..; Tribunale Militare:….; Comando della Brigata Sacchi: Maggiore Generale Sacchi Gaetano; etc…”. Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA SACCHI: Maggior generale Sacchi; Stato Maggiore: Maggiore Amos Oscari; 4° Reggimento: Tenente Colon. Vinchler; 2° Reggimento: Tenente Col. Pellegrini; 3° Reggimento: Tenente Col. Bossi.”. Pecorini, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Esaminando inoltre i registri dello stato civile del Municipio, m’è occorso di riscontrare che parecchi soldati garibaldini, durante quella marcia trionfale, lasciarono la giovane vita – credo per morte naturale in conseguenza dei disagi e delle sofferenze della vita militare, etc….E in seguito morirono pure qui, nel 26 Ottobre, Giovanni Gino di Torino appartenente all’Artiglieria dell’Italia Meridionale, e nel 2 Novembre ‘Rocco Pagliariello’ di Palermo della Brigata Sacchi. A tutti essi vada ora il mio pensiero grato e riconoscente anche a nome della Patria et…”. L’avv. Carlo Pesce scriveva che, a Lagonegro, il 2 Novembre 1860 lasciò la vita “Rocco Pagliariello”, un garibaldino di Palermo appartenente alla Brigata Sacchi. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Dunque, Giacinto De Sivo scriveva che a Spatafora, la Brigata Sacchi era composta da 1500 volontari garibaldini. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: Compagno d’armi del Generale Garibaldi sino dal 1843 in Montevideo (America meridionale ) ove con lui divisi pericoli, fatiche e glorie, sicuramente gli sarei stato compagno nella spedizione di Sicilia se altri doveri non mi avessero tenuto vincolato a segno che lo stesso Garibaldi m’imponeva di rimanere al mio posto di Comandante del Reggimento di Linea 46° in una coi miei compagni che pur anelavano far parte di quella spedizione. Ogni desiderio di Garibaldi è legge per me e per i suoi commilitoni. Compresi dal dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria, sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46 ° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni , attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.”. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Arrivo a Palermo il 22, organizzo subito una Brigata di quattro Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei compagni del 46°. Il primo Battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari.”. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 87-88, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “….qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale , ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intel ligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postillava che: “(1) Edita nella citata Rivista d’Italia, del luglio 1912.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, in proposito scriveva che: “Si cessa di portare in situazione la Brigata Puppi (3), già comandata dal Colonnello Brigatiere dello stesso nome, morto sul campo di battaglia il 19 settembre, che avea a Capo di Stato Maggiore il capitano Pecorini ed a comandante di Battaglione i maggiori Cattabeni, Bossi e Pentotti, essendo stata sciolta dal Dittatore in seguito alle perdite sofferte sul Volturno e a Cajazzo, e che ridotta ad un solo reggimento questo passò sotto il comando del tenente colonnello Bossi in forza alla Brigata Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Dallolio (….) continuando il suo racconto, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta e, riferendosi alla brigata Bologna, poi in seguito Puppi, in proposito scriveva: I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, in proposito scriveva che: “Si cessa di portare in situazione la Brigata Puppi (3), già comandata dal Colonnello Brigatiere dello stesso nome, morto sul campo di battaglia il 19 settembre, che avea a Capo di Stato Maggiore il capitano Pecorini ed a comandante di Battaglione i maggiori Cattabeni, Bossi e Pentotti, essendo stata sciolta dal Dittatore in seguito alle perdite sofferte sul Volturno e a Cajazzo, e che ridotta ad un solo reggimento questo passò sotto il comando del tenente colonnello Bossi in forza alla Brigata Sacchi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 212, in proposito scriveva: “La brigata Puppi nei combattimenti del 19 agosto sotto Capua e 21 a Caiazzo, ebbe l’onore di trovarsi la più esposta al fuoco etc…brigata senza più il capo perchè morto in battaglia, onde fu che il generale Garibaldi sulla proposta di Turr ne determinò lo scioglimento; con gli uomini di essa formavasi un reggimento comandante tenente colonnello Bossi, che andava a far parte della Brigata Sacchi col seguente ordine del giorno: “Caserta, 27 settembre 1860. Comando generale della 15° Divisione. Dietro disposizione del Ministro della Guerra il comando della brigata Sacchi riceverà sotto i suoi ordini la residuale forza della sciolta brigata Puppi. Firmato Turr.”. La brigata Bologna, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”.  Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi verso Caserta sciolta e chiamata Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Erano ufficiali di Puppi, il PECORINI, Capo di Stato Maggiore, e i Comandanti di Battalione, il maggiore CATABENI, FERRACINI, BOSSI, e PENTOTTI. Dunque, il Capo di Stato Maggiore della Brigata era PECORINI, ovvero l’autore del testo Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi, in seguito, a Caserta passata alla Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Da Wikipedia apprendiamo che La “Brigata Puppi” era un’unità militare dell’epoca risorgimentale che combatté a fianco di Giuseppe Garibaldi. Fu così chiamata in onore del suo comandante, il generale Niccolò Puppi, che morì combattendo con coraggio. Questa brigata, dopo aver subito perdite significative in battaglia, venne aggregata a un’altra unità, e la sua memoria è legata alle imprese garibaldine. Comandante: Generale Niccolò Puppi, che fu ferito a morte in combattimento. Pubblico qui la storia della Spedizione Sacchi [>>] (chiamata anche la quarta spedizione) raccontata dal suo principale protagonista e cioè Gaetano Sacchi stesso [>>]. Questa relazione è stata pubblicata nel 1913 sul Bollettino della Società pavese di Storia Patria. Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909.  

  • Composizione: Era un’unità militare che fu aggregata alla mia brigata e riorganizzata in un terzo reggimento.
  • Comandante: Il comando fu dato al tenente colonnello Bossi di Pavia.
  • Evento storico: L’unità combatté durante il Risorgimento, subendo perdite significative in due combattimenti nel 19 e 21, in cui il suo comandante fu ferito a morte.
  • Comportamento: Nonostante la perdita del comandante, la brigata dimostrò grande coraggio e resistenza, secondo quanto riportato da un rapporto 

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: (Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: (Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: (Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI,  citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: (Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: (Documento 79)  Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.   

Nel 7-8 Settembre 1860, a Lauria,  la “Brigata SACCHI”

Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie…..La brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivavano due vapori ove si imbarcava la Brigata…..Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno. La truppa di questa Brigata venne acquartierata a Castel Nuovo.. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che la Brigata SACCHI, dopo essersi fermata a Lauria, il giorno 8 settembre 1860, e da Lauria arrivava a Lagonegro. Da Lagonegro la Brigata Sacchi partirà ed arriverà a Sapri il giorno 10 settembre 1860. La brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….. Lacava scriveva che la brigata Sacchi partiva alle 17,00 ed arrivava alle 20,30 del giorno 7 a Lauria. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860.  Renato Sòriga, continuando il suo raccontro tratto dalla “Relazione del Sacchi”, scriveva che il 1° settembre la brigata Sacchi era a Rogliano con Garibaldi e il 2 settembre era a Cosenza. Si prosegue e arrivano a Tarsia, a Spezzano Albanese, passando per Camerata, Castrovillari, Campo Tenese, Rotonda. Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “Alle due ant. (6 settembre) partenza per Campo Tenese, da cui si continua la marcia dopo breve sosta perchè l’acqua è cattivissima. Alle 9 ant. si arriva alla Rotonda e ci si accampa fuori paese essendo questi ingombro d’insorti calabresi che partono poche ore dopo il nostro arrivo. Il Dittatore col suo Stato Maggiore ci precede sempre. Alle 4 ant. (7 settembre) si parte per Castelluccio; si passa a spalle d’uomini il fiume Mercurio; alle ore otto si arriva al paese e ci si accampa in un boschetto in vicinanza di un convento. Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle ore otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricoverata nelle case e chiese imperversando un forte temporale. In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 settembre) il giorno sette. Alle tre e mezza pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata in Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere i mezzi di trasporto di mare per Napoli.  Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…. Dunque, secondo il Soriga (….), il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Soriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Il colonnello Gaetano Sacchi testimonia di aver trovato Chiassi e le sue Compagnie a Lagonegro. Chiassi era sbarcato a Sapri il giorno 6 setembre 1860, proveniente via mare da Pizzo. Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,00 tutti stanchi ed inzuppati di acqua a causa dei forti temporali che avevano trovato sulla strada consolare. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 48, in proposito scriveva che: Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue Compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Pecorini, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Qui il Policicchio scriveva che a Sapri si imbarcarono i volontari garibaldini della brigata Sacchi. Ferruccio Policicchio, sulla scorta del generale Gaetano Soriga, scriveva che la brigata “Sacchi”, marciando a piedi da Spadafora, in provincia di Messina, il 7 settembre 1860 giungeva a Lauria. Il Soriga racconta dell’arrivo con i suoi volontari garibaldini a Lauria, l’8 settembre 1860. Infatti, al loro arrivo, scrive il Soriga, come vedremo, appresero dell’arrivo a Napoli del generale Garibaldi. Policicchio scrive pure che, la brigata Sacchi unitasi a quella del maggiore Chiassi marciò fino a Sapri dove si imbarcò per Napoli. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SACCHI: 1 settembre Rogliano, 2 settembre Cosenza, 3 settembre Tarsia, 4 settembre Camerata, 5 settembre Castrovillari, 6 settembre Morano Campo tan., 7 settembre Lauria, 8 settembre Lagonegro, 9 settembre id., 10 settembre Sapri, sul mare, 11 Napoli, 12 e 13 Id.”.  

Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, l’arrivo della Brigata SACCHI, il 1° Battaglione della Brigata ALBUZZI insieme al Generale SIRTORI

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro: “Sono arrivato a Lagonegro stanote con la Brigata Sacchi e col 1° Bataglione della Brigata Albuzzi.”. Siccome Sirtori prima di arrivare l’8 settembre 1860 a Lagonegro con la brigata Sacchi si trovava a Lauria, egli, insieme al suo Stato Maggiore si recherà a Lagonegro il giorno 8 setembre 1860 portando con se anche la Brigata “Sacchi” e il 1° Battaglione della Brigata “Albuzzi”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi…..Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Dunque, la brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Dunque, considerato ciò che scrisse nel dispaccio il Sirtori a Garibaldi, anche lui, insieme alla brigata Sacchi arrivò a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SACCHI: 1 settembre Rogliano, 2 settembre Cosenza, 3 settembre Tarsia, 4 settembre Camerata, 5 settembre Castrovillari, 6 settembre Morano Campo tan., 7 settembre Lauria, 8 settembre Lagonegro, 9 settembre id., 10 settembre Sapri, sul mare, 11 Napoli, 12 e 13 Id.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie…..La brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivavano due vapori ove si imbarcava la Brigata…..Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno. La truppa di questa Brigata venne acquartierata a Castel Nuovo.. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che la Brigata SACCHI, dopo essersi fermata a Lauria, il giorno 8 settembre 1860, e da Lauria arrivava a Lagonegro. Da Lagonegro la Brigata Sacchi partirà ed arriverà a Sapri il giorno 10 settembre 1860. La brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata ed al giorno 7 settembre 1860, in proposito scriveva che: “Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle ore otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricoverata nelle case e chiese imperversando un forte temporale. In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 settembre) il giorno sette. Alle tre e mezza pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata in Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere i mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…. Dunque, secondo il Soriga (….), il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Soriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi.

Il maggiore GIUSEPPE GRIOLI e le sue Compagnie Garibaldine della Brigata SACCHI 

Attraverso la testimonianza del colonnello Gaetano Sacchi (….) pubblicate da Renato Sòriga (….) sappiamo che da Lagonegro il giorno 10 settembre molte compagnie di volontari garibaldini tra cui quella del maggiore Giuseppe Grioli marciarono ed arrivarono a Sapri. Grioli l’11 settembre 1860 non riuscì ad imbarcarsi con le sue cinque compagnie di volontari per insufficienza di mezzi di trasporto. Sacchi e la sua brigata si imbarcò a Sapri l’11 settembre. Le cinque compagnie condotte dal maggiore Giuseppe Grioli a Sapri si trovavano a Lagonegro e da lì marciarono per Sapri. Ma non sappiamo con certezza queste cinque compagnie di volontari garibaldini se appartenessero alla Brigata del Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: Compagno d’armi del Generale Garibaldi sino dal 1843 in Montevideo ( America meridionale ) ove con lui divisi pericoli, fatiche e glorie, sicuramente gli sarei stato compagno nella spedizione di Sicilia se altri doveri non mi avessero tenuto vincolato a segno che lo stesso Garibaldi m’imponeva di rimanere al mio posto di Comandante del Reggimento di Linea 46° in una coi miei compagni che pur anelavano far parte di quella spedizione. Ogni desiderio di Garibaldi è legge per me e per i suoi commilitoni. Compresi dal dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria , sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me , di Chiassi, Pellegrini , Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni , attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri , delle nostre aspirazioni.”. Dunque, Chiassi e Grioli erano stati compagni d’arme del Sacchi e comandarono le compagnie della sua Brigata. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Arrivo a Palermo il 22, organizzo subito una Brigata di quattro Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei compagni del 46°. Il primo Battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari.”. Dalla Treccani on-line, apprendiamo che il Maggiore Giuseppe Grioli, fu combattente nella guerra del 1859 con il corpo dei Cacciatori delle Alpi, nel 1860 il Grioli partecipò con la spedizione Medici alla liberazione del Mezzogiorno, meritando una medaglia d’argento e il grado di capitano, con il quale fu ammesso successivamente nell’esercito regolare. La progressione di carriera, che lo vide prender parte come maggiore alla campagna del 1866 per il Veneto ottenendovi la croce militare di Savoia per il comportamento suo e del reggimento di cui aveva assunto il comando a Custoza il 24 giugno, si interruppe bruscamente, e per volontà dello stesso G., nel 1875: infatti, subito dopo aver dovuto assistere col suo reggimento alla parata che rendeva gli onori militari a Francesco Giuseppe in visita a Padova, il G., allora tenente colonnello, presentò le proprie dimissioni e restituì l’onorificenza che l’Austria gli aveva concesso per l’occasione. Fu collocato in riserva il 10 febbr. 1878 e promosso 15 anni dopo colonnello di fanteria. Proseguendo il suo racconto il Sòriga scriverà che il Grioli arriverà a Napoli solo giorno 12 settembre 1860 e quindi presumibilmente partirà pure da Sapri il giorno 12 settembre 1860. Dalla Treccani on-line, Giuseppe Monsagrati scriveva che Giuseppe Grioli, fu combattente nella guerra del 1859 con il corpo dei Cacciatori delle Alpi, nel 1860 il Grioli partecipò con la spedizione Medici alla liberazione del Mezzogiorno, meritando una medaglia d’argento e il grado di capitano, con il quale fu ammesso successivamente nell’esercito regolare. Sappiamo che Giuseppe Grioli, col grado di Maggiore portò cinque compagnie a Lagonegro che avevano viaggiato insieme alla Brigata Sacchi e quindi insieme al generale Sirtori che ivi portò il suo Quartiere Generale. Altre notizie del maggiore GRIOLI ci vengono dal generale Gaetano Sacchi, nella sua Relazione pubblicata da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni, attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.”. Dunque, Grioli ed altri citati dal Sacchi, lavorerà per organizzare i volontari dlla Brigata Sacchi. L’organizzazione di questa Brigata avvenne all’interno del 46° reggimento di linea dell’Esercito regolare Piemontese, da cui poi, in seguito, si dimisero. Dunque, il maggiore Grioli, come pure il maggiore Chiassi facevano pare del 46° Reggimento di linea. Essi fecero parte della Spedizione di volontari organizzati e guidati da Gaetano Sacchi, spedizione di volontari a sostegno delle truppe garibaldine nell’Italia meridionale (1860). 

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: (Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA.    Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: (Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: (Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: (Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: (Documento 71)  Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: (Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI,  citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: (Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°.  Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: (Documento 79)  Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.  

Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, il Maggiore Giuseppe GRIOLI e le sue cinque Compagnie di volontari garibaldini della Brigata SACCHI  

Attraverso la testimonianza del colonnello Gaetano Sacchi (….) pubblicate da Renato Sòriga (….) sappiamo che da Lagonegro il giorno 10 settembre molte compagnie di volontari garibaldini tra cui quella del maggiore Giuseppe Grioli marciarono ed arrivarono a Sapri. Grioli l’11 settembre 1860 non riuscì ad imbarcarsi con le sue cinque compagnie di volontari per insufficienza di mezzi di trasporto. Sacchi e la sua brigata si imbarcò a Sapri l’11 settembre. Le cinque compagnie condotte dal maggiore Giuseppe Grioli a Sapri si trovavano a Lagonegro e da lì marciarono per Sapri. Ma non sappiamo con certezza queste cinque compagnie di volontari garibaldini se appartenessero alla Brigata del Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Arrivo a Palermo il 22, organizzo subito una Brigata di quattro Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei compagni del 46°. Il primo Battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari.”. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Questi passi sono la testimonianza diretta di Gaetano Sacchi, le sue memorie raccolte da Roberto Sòriga (….). Essi riguardano la sua colonna che il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli con le sue cinque Compagnie, che avrebbe dovuto imbarcarsi per Napoli era dovuto rimanere a Sapri per insufficienza di mezzi di trasporto mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Infatti, Gaetano Sacchi, nella sua Relazione scriveva che: “Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.”. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″

Nell’8 Settembre 1860, a Lagonegro,  la “Brigata garibaldina SACCHI” e cinque compagnie del maggiore Giuseppe GRIOLI, dove trovarono accampati la compagnia del maggiore CHIASSI che era arrivato a Sapri il 6 settembre 1860 e, da Sapri si portò a Lagonegro

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Infatti, Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Sòriga, continuando il suo raccontro tratto dalla Relazione del Sacchi, scriveva che il 1° settembre la brigata Sacchi era a Rogliano con Garibaldi e il 2 settembre era a Cosenza. Si prosegue e arrivano a Tarsia, a Spezzano Albanese, passando per Camerata, Castrovillari, Campo Tenese, Rotonda. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “Alle due ant. (6 settembre) partenza per Campo Tenese, da cui si continua la marcia dopo breve sosta perchè l’acqua è cattivissima. Alle 9 ant. si arriva alla Rotonda e ci si accampa fuori paese essendo questi ingombro d’insorti calabresi che partono poche ore dopo il nostro arrivo. Il Dittatore col suo Stato Maggiore ci precede sempre. Alle 4 ant. (7 settembre) si parte per Castelluccio; si passa a spalle d’uomini il fiume Mercurio; alle ore otto si arriva al paese e ci si accampa in un boschetto in vicinanza di un convento. Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle ore otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricoverata nelle case e chiese imperversando un forte temporale. In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 settembre) il giorno sette. Alle tre e mezza pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata in Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere i mezzi di trasporto di mare per Napoli.  Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…. Dunque, secondo il Sòriga, il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Sòriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Soriga, a p. 94, in proposito scriveva pure che:  “Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Dunque, secondo il Sòriga, il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Soriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Il colonnello Gaetano Sacchi testimonia di aver trovato Chiassi e le sue Compagnie a Lagonegro. Chiassi era sbarcato a Sapri il giorno 6 setembre 1860, proveniente via mare da Pizzo. Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,00 tutti stachi ed inzuppati di acqua a causa dei forti temporali che avevano trovato sulla strada consolare. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Dunque, il Lacava si sbagliava scrivendo che, la Brigata Sacchi, arrivata a Lagonegro “colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Secondo la testimonianza del Sacchi (in Sòriga) la Brigata Sacchi arrivata a Lagonegro trovò già la compagnia del Chiassi che era arrivata a Sapri il 6 setembre 1860. Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860. Identico errre fa il Pesce, che scriveva sulla scorta del Lacava. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “In quel rincontro, come in moltre altre contingenze, è d’uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgobro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine. Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi, che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era del tutto sgombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 54 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “L’Aldinio, giovane, forte, coraggioso ed aitante della persona, spinto da quell’ondata d’entusiasmo e di fede, ed indossata la camicia rossa, che tutt’ora si conserva dall’affetto filiale, fece parte dello stato maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi fu nominato Ricevitore delle Privative in Reggio Calabria, ma non accettò l’impiego per non parere d’aver tratto profitto dal suo patriottismo (1). Ritiratosi in patria, fu nominato Capitano della 1° Compagnia della Guardia Nazionale al posto del fratello Gennaro, e serbò sempre per Garibaldi un culto ed una venerazione introducendo pure, nei primi anni dell’unità italiana, una splendida festa patriottica e commemorativa nel giorno onomastico dell’Eroe. Morì fra il compianto generale nel 1892 in patria, lasciando larga eredità di affetti e di sangue.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel (….), ma, ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi…..Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Dunque, la brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Dunque, considerato ciò che scrisse nel dispaccio il Sirtori a Garibaldi, anche lui, insieme alla brigata Sacchi arrivò a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Dunque, anche il Pecorini-Manzoni fa lo stesso errore perchè scrive che la Brigata Sacchi fu raggiunta dal maggiore Chiassi con le sue Compagnie. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, riferendosi a dopo Capua, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Esaminando inoltre i registri dello stato civile del Municipio, m’è occorso di riscontrare che parecchi soldati garibaldini, durante quella marcia trionfale, lasciarono la giovane vita – credo per morte naturale in conseguenza dei disagi e delle sofferenze della vita militare, etc….E in seguito morirono pure qui, nel 26 Ottobre, Giovanni Gino di Torino appartenente all’Artiglieria dell’Italia Meridionale, e nel 2 Novembre ‘Rocco Pagliariello’ di Palermo della Brigata Sacchi. A tutti essi vada ora il mio pensiero grato e riconoscente anche a nome della Patria et…”. L’avv. Carlo Pesce scriveva che, a Lagonegro, il 2 Novembre 1860 lasciò la vita “Rocco Pagliariello”, un garibaldino di Palermo appartenente alla Brigata Sacchi. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.

Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, da Sapri, dove era arrivato il 6 settembre, il maggiore Giovanni CHIASSI con le sue Compagnie, si ricongiunge con la Brigata SACCHI e con il generale Sirtori

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Una di queste Brigate che, viaggiando via mare da Pizzo e poi da Paola, fu quella del Maggiore Giovanni Chiassi che, come vedremo in seguito, a Lagonegro si unirà alla truppa della Brigata Sacchi. La truppa del Maggiore Chiassi, proveniente da Pizzo, in Calabria, sbarcherà a Sapri il giorno 6 settembre 1860 e da Sapri marciò per Lagonegro dove sarà lì il giorno 8 settembre, allorquando ivi arriveranno le truppe del colonnello Sacchi. La brigata Sacchi, come vedremo in seguito, il giorno 8 settembre 1860 arriverà a Lagonegro ed ivi troverà la truppa della Brigata del Maggiore Chiassi. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Mazziotti scriveva che la Brigata Sacchi era a Lagonegro ed il giorno 10 settembre marciò ed arrivò a Sapri per imbarcarsi per Napoli. L’8 settembre 1860, a Lagonegro, da poco era arrivato il maggiore Chiassi con le sue compagnie, sbarcato a Sapri il giorno 6 settembre. Le compagnie del maggiore Chiassi avevano marciato fino a Lagonegro dove si ricongiunsero con la Brigata di Sacchi, che, nel frattempo era arrivata a Lagonegro alle ore 15,30 marciando da Lauria. Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Gaetano Sòriga (….), a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle 4 e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro; un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori etc…”. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Sòriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata.”. Dunque, anche il Pecorini-Manzoni scriveva che, le compagnie del maggiore CHIASSI si partì e marciò da Sapri per ricongiungersi a Lagonegro alla Brigata Sacchi, che arriverà a Lagonegro il giorno 8 settembre. Dunque, il Pecorini-Manzoni (….), scriveva il contrario e cioè che la Brigata Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,30 del giorno 8 settembre 1860 e che dopo fu raggiunta dalla truppa del maggiore Giovanni Chiassi. Arrivati entrambi a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860, le compagnie di Chiassi e la Brigata Sacchi ricongiuntesi, su ordine di Sirtori, da Lagonegro dovranno marciare per Sapri per poi imbarcarsi sul “Vittoria” per Napoli.  Infatti, Roberto Sòriga (….), a pp. 93-94, parlando dell’altra Brigata, la Sacchi, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. L’8 settembre 1860, a Lagonegro, da poco era arrivato il maggiore Chiassi con le sue compagnie, sbarcato a Sapri il giorno 6 settembre. Le comagnie del maggiore Chiassi avevano marciato fino a Lagonegro dove si ricongiunse con la Brigata di Sacchi, che, nel frattempo era arrivata a Lagonegro alle ore 15,30 marciando da Lauria. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) …..la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Dunque, il Lacava si sbagliava scrivendo che, la Brigata Sacchi, arrivata a Lagonegro “colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Secondo la testimonianza del Sacchi (in Sòriga) la Brigata Sacchi arrivata a Lagonegro trovò già la compagnia del Chiassi che era arrivata a Sapri il 6 setembre 1860. Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860. Identico errre fa il Pesce, che scriveva sulla scorta del Lacava. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori.  Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi…..Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″.  

Nell’ 8 settembre 1860, a Sapri, una porzione della “Brigata NICOTERA”, diventata Brigata SPANGARO, attese di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” (Caraguel) per Napoli, ma, partita dovette fermarsi a Salerno, dove proseguì per Napoli in treno a Nocera 

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1° settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a dì 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9; e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si aqquartierava.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Giuseppe Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Scilia e di Napoli”, a p. 311, parlando dell’arrivo dei volontari a Napoli, in proposito scriveva che: “I garibaldini arrivano ogni giorno. Finora sono giunte le brigate Bixio, Turr, Cosenz e Nicotera, i cui uffiziali sono ornati di fascioni tricolori. Una porzione della Brigata Turr è andata ad Ariano etc…(Nazione del 15 settembre 1860).”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini Manzoni (….), a p. 514, nell’Allegato II, Tabella di Marcia – Riassunto, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: 1° settembre partenza; 2 settembre sul mare; 3 settembre Palermo; 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno; 10 settembre Napoli etc…”Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Ma, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut , avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes , et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Salerno era stata presa pochi giorni prima dal colonnello Pear, senza che fosse stato sparato un colpo; tutto era accaduto nel modo più coraggioso del mondo. Ecco come: Pear, che era partito qualche ora prima delle sue truppe, arrivò al largo di Salerno con due dei suoi ufficiali. Indossava una blusa nera e loro bluse rosse. Questo particolare non è insignificante. Cosa si può fare di fronte a una roccaforte nemica se non la si prende? Pear mandò uno dei suoi compagni in parlamento a Salerno per intimare alla guarnigione di arrendersi, altrimenti sarebbe stato lanciato un assalto con un esercito di diecimila uomini. La prodigiosa marcia di Garibaldi si era trasformata la testa di tutti, e quella del governatore non era più solida delle altre. Nel suo imbarazzo, chiese ordini da Napoli per telegrafo. Gli fu detto di lasciarsi consigliare dalle circostanze e di arrendersi se non credeva di poter resistere.”Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, etc…”. Non so da quale testo Policicchio abbia preso la notizia che la brigata Spangaro (ex brigata Nicotera) “e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Forse si riferiva alla porzione della brigata che proveniva da Palermo. Ma da come abbiamo visto dalle varie testimonianze, una porzione dell’ex brigata di Nicotera (la ex Castel Pucci), arrivò da Palermo a Sapri l’8 settembre 1860 e da qui, sempre l’8 settembre ripartì per Napoli imbarcandosi sul piroscafo “Vittoria”. La porzione della brigata Spangaro, dunque arrivò a Salerno con il piroscafo “Vittoria” che ivi dovette sbarcarli a causa della mancanza di carburante. La brigata proseguì il suo viaggio, l’8 settembre 1860 da Nocera a Napoli, dove arrivò in treno il 9 settembre 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Il mattino dell’8 settembre giunse a Salerno la prima colonna di garibaldini formata da piemontesi milanesi e volontari, che, vestiti con camiciotto biancaccio e con giacca bruna, si schierarono innanzi all’Intendenza. Tra essi si scorgevano anche ragazzi su quindici e sedici anni. A mezzodì circa e per un’ora intera un gruppo di milanesi che formava l’avanguardia, unitosi alla Guardia Nazionale ed alla banda musicale e seguita dalla folla, percorse le vie della città, cantando inni patriottici e prorompendo in ovazioni a prò della libertà e di Garibaldi. Cessata la dimostrazione, quel gruppo di volontari decise di partire anch’esso per Napoli. Lasciò difatti Salerno alle ore 20 circa ?(40). Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a dì 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9; e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si aqquartierava.”. Dunque, la brigata Spangaro si trattenne a Palermo fino al 7 settembre 1860, e solo il 7, dal porto di Palermo ne ripartì per giungere a Sapri il 7 alle 19 di pomeriggio e l’8 settembre. Il 7 settembre 1860 partì da Palermo solo una porzione della Spangaro che da Sapri, arrivò a Salerno via mare l’8 settembre 1860, come vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri, dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, senonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9; che riunita sul largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Infatti, in Appendice, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II”, pubblica la “Riassunto delle tabelle di marcia” e, a pp. 514-515, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO, …..7 Settembre partenza da Palermo (?); 8 settembre arrivo a Sapri; 9 settembre arrivo a Salerno; etc…. Maraldi scriveva che La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Carlo Pecorini Manzoni (….), a p. 514, nell’Allegato II, Tabella di Marcia – Riassunto, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: 1° settembre partenza; 2 settembre sul mare; 3 settembre Palermo; 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno; 10 settembre Napoli etc…”Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 era in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Dunque, il generale Pittaluga conferma la notizia dataci dal Policicchio ma egli scrive che:  “…quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a…..Sapri! Il 9 era a Salerno.”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola.  Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, in proposito scriveva e parlava della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, la Spangaro che si imbarcava a Sapri e, a p. 175, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Entasses pele-mele su le point, nous pumes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle etoile, car la nuit était magnifique. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenu à une demi-encablure par notre travers, le capitaine nous jeta ces mots avec son porte-voix: – He! les chemises rouges! Garibaldi est entré à Naples hier matin. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi. Affollati alla rinfusa, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica. All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata. Giunti a mezzo cavo che ci attraversava, il capitano ci gridò queste parole attraverso il suo megafono: – Ehi! le magliette rosse! Garibaldi è entrato ieri mattina a Napoli.. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno …. settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno …. settembre 1860. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre, credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta di Agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 settembre tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”.  Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni  Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Della brigata Spangaro (….) ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…(45)…”. Dunque, Policicchio, sulla corta di non saprei quale autore scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. Etc…”, e aggiungeva che la brigata Spangaro: “….giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Dunque, Policicchio scriveva che la brigata Spangaro arrvava a Sapri  proveniente da Palermo e da Sapri partì per Salerno il giorno 6 settembre 1860. Dunque, per partire il 6 da Sapri, dal suo porto, è probabile che il 5 settembre la brigata di Pietro Spangaro (la ex di Castel Pucci e del Nicotera, arrivati dal 1° al 3 settembre a Palermo, dove il Nicotera si era dimesso). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Vi sono qui alcuni errori. Bersani è Bertani ed inoltre i volontari di Nicotera furono organizzati con i fondi raccolti dal Bertani ma furono opera del Nicotera stesso a Castel pucci in Toscana. 

Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures, arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut , avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes , et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Salerno era stata presa pochi giorni prima dal colonnello Pear, senza che fosse stato sparato un colpo; tutto era accaduto nel modo più coraggioso del mondo. Ecco come: Pear, che era partito qualche ora prima delle sue truppe, arrivò al largo di Salerno con due dei suoi ufficiali. Indossava una blusa nera e loro bluse rosse. Questo particolare non è insignificante. Cosa si può fare di fronte a una roccaforte nemica se non la si prende? Pear mandò uno dei suoi compagni in parlamento a Salerno per intimare alla guarnigione di arrendersi, altrimenti sarebbe stato lanciato un assalto con un esercito di diecimila uomini. La prodigiosa marcia di Garibaldi si era trasformata la testa di tutti, e quella del governatore non era più solida delle altre. Nel suo imbarazzo, chiese ordini da Napoli per telegrafo. Gli fu detto di lasciarsi consigliare dalle circostanze e di arrendersi se non credeva di poter resistere.”

Nell’8 settembre 1860, da Paola, due compagnie della Divisione COSENZ (Divisione XV), al comando del generale MILBITZ si imbarcarono per raggiungere il porto di Sapri

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI Divisione di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Quali erano le due Compagnie del Cosenz che da Paola si erano imbarcate per Sapri ? Perchè Sirtori non le cita espressamente ? L’Agrati scriveva che le due Compagnie di Cosenz erano quelle “già distaccate ad Alta Fiumara”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Il Marini però scriveva che da Paola le colonne del Cosenz si imbarcarono la sera del 10 settembe 1860. Da chi dipendeva la Brigata Milbitz ?. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a Pp. 155-156, i proposito scriveva che: “La brigade Milbitz faisait partie de la division Cosenz . Dire l’histoire de ce brave général Milbitz, ce serait raconter l’agonie de la Pologne et les désastres de la France en 1815 , la campagne de Varsovie en 1831 , et les luttes héroïques de Garibaldi en 1848. Blessé, proscrit , le général Milbitz se réfugia en Grèce, où il vécut en donnant des leçons de mathémathiques jusqu’au jour où le premier cri d’indépendance retentit en Sicile. Il fut un des premiers qui débarquèrent à Marsala.”, che tradotto significa: “La Brigata Milbitz faceva parte della Divisione Cosenz. Raccontare la storia di questo coraggioso generale Milbitz significherebbe raccontare l’agonia della Polonia e i disastri della Francia nel 1815, la campagna di Varsavia del 1831 e le eroiche lotte di Garibaldi nel 1848. Ferito ed esiliato, il generale Milbitz si rifugiò in Grecia, dove visse impartendo lezioni di matematica fino al giorno in cui il primo grido d’indipendenza risuonò in Sicilia. Fu uno dei primi a sbarcare a Marsala.”. Inoltre, Caraguel a p. 156 aggiunge che: “……”Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Il “Maggiore Generale de Milbitz” era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione della XVI Divisione di Enrico Cosenz con a capo il Maggiore Serafini. Dunque, la “Brigata Milbitz”, citata dal Sirtori era la 2° Brigata della XVI Divisione di Enrico Cosenz. La 2° Brigata della XVI° Divisione Cosenz era comandata dal Maggiore Generale De Milbitz. Da Wikipedia leggiamo che Aleksander Izenschmid, conte di Milbitz (Kuršėnai, 20 agosto 1800 – Torino, 17 giugno 1883) è stato un militare e patriota polacco. Appresa della spedizione dei Mille, partì per la Sicilia e, nel luglio 1860, a Palermo fu nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’Esercito meridionale. Al comando della brigata “Milbitz” prese parte alla battaglia di Milazzo e durante la campagna napoletana, comandante della XVI Divisione, fu posto a difesa di Santa Maria di Capua durante la Battaglia del Volturno, nel corso della quale il 1º ottobre fu ferito. In un altro sito sul web leggiamo che Milbitz, nel 1859 rientrò in Italia, dove partito per la Sicilia fu subito nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’esercito, al comando di una brigata a Milazzo e della 160° Divisione al Volturno. Enrico Fardella (….), un garibaldino volontario, fece parte della Brigata di A Izensmid Milbitz. Il Fardella attraversato lo stretto tra il 21 e 22 agosto e sbarcato sul continente, il Fardella proseguì la marcia senza gravi problemi. Sempre da Wikipedia alla voce “battaglia del Volturno” leggiamo che intanto si continuava a combattere con accanimento a Santa Maria Capua Vetere, dov’era ferito lo stesso generale Izenschmid Milbitz, sostituito da Enrico Fardella al comando della brigata, e si segnalava la presenza della cavalleria ungherese del maggiore Scheiter accorsa da Caserta insieme alla brigata Eber della riserva comandata da Türr. Alle ore 18 i borbonici furono costretti a ripiegare facendo ripristinare la linea garibaldina Santa Maria Capua Vetere-Sant’Angelo in Formis. Nel frattempo si combatteva pure sulle colline a est da Monte Tifata, a Monte Viro e a Castel Morrone, dove cadeva Pilade Bronzetti alla testa del 1º Battaglione Bersaglieri, che andò distrutto.  Sulla Divisione del Cosenz, Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a p. 301, in proposito scriveva che: “…la divisione Cosenz, comandata dal Milbitz, etc…”. Dunque, il generale Milbtz comandava la Divisione del Generale Cosenz. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” apprendiamo che la Divisione del generale Enrico Cosenz era composta da due Brigate ed una di esse era al comando del generale Milbitz.  

16.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Cosenz
Stato Maggiore di Divisione Capo Magg. Serafini
1.a Brigata Comandante Colonn. Assanti
2.a Brigata Comandante Magg. Gen. De Milbitz

Nell’ 8 settembre 1860, a Sapri, una porzione della “Brigata MILBITZ” (Divisione Cosenz, XV Divisione), è in attesa di imbarcarsi per Napoli

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Dunque, Carlo Agrati scriveva che, da Lagonegro, il 9 settembre 1860, il Generale Sirtori comunicava a Garibaldi che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Sirtori aggiungeva altre informazioni e scrivendo a Garibaldi che: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che era arrivato nella notte a Lagonegro insieme alla brigata “Sacchi” ed al 1° battaglione “Albuzzi”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Sapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”

Nel 9 e 10 settembre 1860, a Sapri,  il rientro nel porto del piroscafo “BENVENUTO” (diretto a Salerno) che si imbatte in una tempesta, e poi la sua ripartenza per Salerno, nel racconto di un garibaldino 

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 70-71 e ssg. trascriveva una lettera del 9 settembre 1860 e scriveva: A six heures , nous parvenons à nous sauver; nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte, attendant son embarquement. A dix heures, le Benvenuto lève l’ancre, remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne.Il est une heure du matin, le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après , la mer devient grosse et le vent contraire . En un mot , nous essuyons une véritable tempête . Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée . Malgré cela nous ne recevons aucun secours . Enfin , ne sachant que faire , le capitaine se décide à retourner à Sapri, où nous arrivons vers neufheures du soir. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire , nous voguons encore au hasard toute la journée . Vers les sept heures, l’Emma , le yacht d’Alexandre Dumas , passe à côté de notre bâtiment, filant dans la direction de Naples. Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu ; puis l’un et l’autre bâtiment , en signe de salut , arborent pavillon , comme deux amis qui se tendent la main en se disant : Au revoir !, che tradotto significa: Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riuscimmo a salvarci; trovammo la vecchia compagnia della Flotta sulla riva, in attesa di imbarcarci. Alle dieci, il Benvenuto levò l’ancora, trainato da un piroscafo diretto a Salerno. Era l’una del mattino, il piroscafo ci lasciò soli. Pochi istanti dopo, il mare si fece agitato e il vento contrario. In una parola, incontrammo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimase issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non ricevemmo alcun aiuto. Alla fine, non sapendo cosa fare, il capitano decise di tornare a Sapri, dove arrivammo verso le nove di sera. A mezzanotte lasciammo Sapri di nuovo con un buon vento. Purtroppo, i venti, come “destini e onde”, erano mutevoli, così che il mare si fece di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, ​​lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, diretto a Napoli. Io esultai, che mi fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, issarono le loro bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: “Arrivederci!”.     

Nel 9 settembre 1860, il colonnello RUSTOW e la sua Brigata MILANO, i primi ad arrivare a Napoli

Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 313, in proposito scriveva:“….Siccome presso Ariano trovavasi la brigata Bonanno e Türr da principio non aveva a sua disposizione che guardie nazionali , la brigata Milano, la quale non era entrata in Napoli che la mattina del 9 , dovette perciò rimettersi in marcia nelle ore pomeridiane dello stesso giorno. Essa portossi colla ferrovia a Nola e di là alla sera fino a Mugnano e Cardinale. Il 10 marciò ad Avellino; di là Türr coi bersaglieri ed un battaglione montato sui carri si spinse ancora fino a Denticane (Venticane) , mentre Rüstow cogli altri due battaglioni seguiva di riserva fino a Pratola.”Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 314, in proposito scriveva:“A Napoli erano intanto arrivate fino dal pomeriggio del 9 altre truppe dell’ esercito italiano meridionale, dapprima singoli battaglioni del corpo di Rüstow, delle brigate Bologna e Parma, indi altri molti , anche di altri corpi e divisioni. I forti di Napoli si arresero gli uni dopo gli altri ed i loro presidii , parte si recarono liberi a Capua ed al Volturno, parte si dispersero. La città era in uno stato di festa permanente , piena di allegria e di giubilo.”Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 207, in proposito scriveva che: “Il Turr voltava allora con la sua brigata a compiere la reazione ad Ariano; onde toccò al Rustow con la brigata detta Milano d’entrar primo in Napoli. E di corto per la strada di ferro a poco per volta entrava in Napoli di notte, per ascondere sua luridezza; e alloggiava a Pizzofalcone, ov’erano ancora soldati nostri. Quei primi furon più che mille, il resto venne poi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p.159, in proposito scriveva che: “VIII. Il Rustow insieme con la sua brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Ques’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia nazionale di Eboli, per radunare quanti più carri e carrozze trovasse per via, su cui furono fatti salire tutti coloro che si sentivano più in grado di proseguire la marcia…..arrivò il 9 a Napoli.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Lo Stato Maggiore avrebbe desiderato che, al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un buon numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano: Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito , Sica Oraziantonio , Caniato Donato, Pintozzi Luigi , di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Il mattino dell’8 settembre giunse a Salerno la prima colonna di garibaldini formata da piemontesi milanesi e volontari, che, vestiti con camiciotto biancaccio e con giacca bruna, si schierarono innanzi all’Intendenza. Tra essi si scorgevano anche ragazzi su quindici e sedici anni. A mezzodì circa e per un’ora intera un gruppo di milanesi che formava l’avanguardia, unitosi alla Guardia Nazionale ed alla banda musicale e seguita dalla folla, percorse le vie della città, cantando inni patriottici e prorompendo in ovazioni a prò della libertà e di Garibaldi. Cessata la dimostrazione, quel gruppo di volontari decise di partire anch’esso per Napoli. Lasciò difatti Salerno alle ore 20 circa ?(40). Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Etc…”

Nel 9 settembre 1860, a Lagonegro, il generale SIRTORI scriveva a Garibaldi per comunicargli notizie sulle truppe raccoltesi a Lagonegro e a Sapri

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte etc…”. Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Mille calabresi circa agli ordini di Pace son verso Sala. Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza. Stocco sta armando gente in Catanzaro e provincia. Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori, con un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi, che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori comunicava a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-442, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow. Il Bixio etc…”. Agrati, a p. 444, in proposito aggiungeva: “Comunque, per terra o per mare e più o meno ordinate, le truppe avanzavano e le provincie ad una ad una riprendevano l’antica vita tranquilla. Il Corte da Sapri comunicava in data del 9 che ormai laggiù non restavano che i magazzini della Divisione Bertani.”. Ma ciò non corrisponde al vero, come vedremo perchè da Sapri partirono altre truppe fino al 14 settembre 1860. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”.

Nel 9 settembre 1860, a Sapri, il Battaglione “CORRAO”, in attesa di potersi imbarcare per Napoli

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che il generale Sirtori, rispondendo a Garibaldi, nel dispaccio del 9 settembre 1860 gli comunicava che: Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri.”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito scriveva pure che: Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. Dunque, mentre l’Agrati scriveva che il battaglione Corrao si imbarcò da Paola per Napoli ma fece tappa a Sapri, il Cesari scrive che da Paola, il battaglione Corrao andò direttamente a Napoli. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. I generali La Masa e Corrao erano comandanti della 6.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) della 13° Divisione Stato Maggiore del Generale Turr. Del battaglione di Giovanni Corrao e del suo battaglione ha scritto Giuseppe Paolucci (….), nel suo “Giovanni Corrao e il suo battaglione alla battaglia di Milazzo”. Di Giovanni Corrao, ha scritto Giuseppe Paolucci (….), nel suo “Giovanni Corrao”, in “Archivio Storico Siciliano” 1900, anzi Paolucci Giuseppe, Giovanni Corrao e il suo battaglione alla battaglia di Milazzo, 1900.  

Nel 9 settembre 1860, a Sapri, Clemente CORTE scriveva al generale Sirtori e comunicava che a Sapri le truppe erano tutte partite

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Comunque, per terra e per mare e più o meno ordinate, le truppe avanzavano e le provincie ad una ad una riprendevano l’antica via tranquilla. Il Corte da Sapri comunicava in data del 9 che ormai laggiù non restavano che i magazzini della Divisione Bertani.”. Ma ciò non corrisponde al vero, come vedremo perchè da Sapri partirono altre truppe fino al 14 settembre 1860. 

Nel 9 settembre 1860, a Lagonegro, il generale Sirtori riceveva l’ordine di affrettare la marcia per Napoli

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale.”.

Nel 9 settembre 1860, a Salerno, l’arrivo di una porzione della “brigata SPANGARO” (ex NICOTERA), al comando di Pietro Spangaro 

Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1° settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente da Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acqquartierava.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri etc…”. Dunque, il Pecorini-Manzoni non ci parla del resto della brigata Spangaro che passò da Lagonegro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, Rustow scriveva che la brigata Spangaro “anteriormente” era detta brigata Nicotera. Dunque, il Rustow scriveva che la brigata Spangaro, in precedenza era detta “brigata Nicotera”. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. La brigata Spangaro (una porzione di essa), il 7 settembre 1860, il giorno che Garibaldi entrò trionfante in Napoli, si trovava ancora a Lagonegro ed in partenza per Sala Consilina. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, descrive le soste a Sala e ad Auletta, dove si fermarono e dove giorni dopo la marcia proseguì. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. L’altra parte della brigata Spangaro è quella del Du Champ, che, invece marciò sulla strada consolare arrivando a Lauria e a Lagonegro il 7 settembre e solo il 9 settembre arriverà a Napoli via terra. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 160, riferendosi l giorno 9 settembre 1860, in proposito scriveva che: “VIII….Ma Salerno attendeva nuovi Garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le 22.30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici.”. Qui c’è un errore perchè non è “Bersani” ma si tratta di Agostino Bertani. De Crescenzo scrivendo il giorno dopo si riferisce al 9 settembre 1860. De Crescenzo, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera era stato liberato il 3 giugno dalle carceri di Favignana con altri 127 prigionieri, e subito s’era dato ad organizzare un comitato liberale e la Gurdia Nazionale. Ora era stato mandato a preparare la nuova spedizione di volontari in Toscana. Riprenderà le armi nel ’66 e parteciperà alla campagna del Trentino, poi alla battaglia di Mentana. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, riferendosi a Salerno ed al giorno 9 Settembre 1860, a p. 160, in proposito scriveva che: “Pertanto il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. De Crescenzo, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera era stato liberato il 3 giugno dalle carceri della Favignana con altri 127 prigionieri, e subito s’era dato ad organizzare un comitato liberale e la Guardia Nazionale. Ora era stato mandato a preparare la nuova spedizione di volontari in Toscana. Riprenderà le armi nel ’66 e parteciperà alla campagna del Trentino, poi alla battaglia di Mentana. Nel 1876-77 e nel 1891-92 sarà ministro dell’Interno, poi si ritirerà dalla politica militante.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”.   

Nel 9 settembre 1860, a Sapri, una porzione della “brigata MILBITZ” (16° Divisione Cosenz), al comando di …………….., è in attesa di imbarcarsi per raggiungere Napoli 

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi……Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier Etc…”. Dunque, Carlo Agrati scriveva che, da Lagonegro, il 9 settembre 1860, il Generale Sirtori comunicava a Garibaldi che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Sirtori aggiungeva altre informazioni e scrivendo a Garibaldi che: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio, la Fardella, Laugier e Palizzolo. Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Gapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Da chi dipendeva la Brigata Milbitz ?. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Il “Maggiore Generale de Milbitz” era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione della XVI Divisione di Enrico Cosenz con a capo il Maggiore Serafini. Dunque, la “Brigata Milbitz”, citata dal Sirtori era la 2° Brigata della XVI Divisione di Enrico Cosenz. Da Wikipedia leggiamo che Aleksander Izenschmid, conte di Milbitz (Kuršėnai, 20 agosto 1800 – Torino, 17 giugno 1883) è stato un militare e patriota polacco. Appresa della spedizione dei Mille, partì per la Sicilia e, nel luglio 1860, a Palermo fu nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’Esercito meridionale. Al comando della brigata “Milbitz” prese parte alla battaglia di Milazzo e durante la campagna napoletana, comandante della XVI Divisione, fu posto a difesa di Santa Maria di Capua durante la Battaglia del Volturno, nel corso della quale il 1º ottobre fu ferito. In un altro sito sul web leggiamo che Milbitz, nel 1859 rientrò in Italia, dove partito per la Sicilia fu subito nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’esercito, al comando di una brigata a Milazzo e della 160° Divisione al Volturno. Enrico Fardella (….), un garibaldino volontario, fece parte della Brigata di A Izensmid Milbitz. Il Fardella attraversato lo stretto tra il 21 e 22 agosto e sbarcato sul continente, il Fardella proseguì la marcia senza gravi problemi. 

Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut , avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes , et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”.   

                                                                                                  ALTRI ARRIVI A PAOLA 

Nel 9 settembre 1860, a Paola, l’arrivo della Divisione BIXIO (18° Divisione) ed il litigio tra il generale Nino Bixio ed alcuni soldati della Divisione Medici per imbarcarsi lui e la sua Divisione sul “Governolo” che aveva a bordo gli uomini della Divisione Medici

Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 60, in proposito scriveva: “Imbarco delle truppe a Paola. La prepotenza di N. Bixio e le incertezze di G. Sirtori….etc…”. Il nipote di Nicostrato Castellini, Gualtiero (….), traendo dal suo Dario scriveva della Divisione Medici che era già arrivata a Paola dove attendeva piroscafi per la partenza che li portasse a Napoli. Castellini, sulla scorta del Bandi (….) cita anche l’episodio del Bixio, che irritato ebbe un brutto diverbio con alcuni soldati della Divisione di Medici che già erano a Paola. Castellini, a pp. 61-62, in proposito aggiungeva: “9 settembre— Si distribuisce il vestiario: al battaglione Menotti (1) diedero cappelli alla calabrese „. “10 settembre — La divisione Bixio s’imbarca su cinque vapori napoletani. Non potendo compiere regolarmente l’imbarco, sulla sera vedo Bixio sciogliere il braccio offeso, saltare sulla scala dell’Elettrico, prendere un fucile al primo soldato che si presenta e dar calciate a sinistra ed a destra. Dopo mi si riferì che uccise un milite ed altro ne ferì, e di più — a bordo — diede altre molte bastonate. Cosa vergognosa in un generale! (2).”. Castellini, a pp. 61-62, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Castellini, a p. 61, nella nota (2) postillava: “(2) Il Bandi dice che il Bixio giunse di corsa alla spiaggia co’ suoi e di fronte al Medici che doveva imbarcarsi esclamò: — Io partii primo da Genova: non voglio che chi partì dopo, mi preceda a Napoli. E l’ottimo Medici cedette prò botto pacis. Alle quindici Bixio saltò su l’Elettrico per potervi stipare i soldati che gli pareva stessero troppo comodi. Gridando “carogne tutti„ sciolse il braccio — feritogli a Reggio da un garibaldino malaccorto — e con una carabina menò calci a tutti “ come battesse le spighe del grano col correggiato sull’aia„. Massacrò alcuni volontari stranieri, e i loro compatrioti ed il Dezza e il doloroso incidente fu chiuso. La scena quindi non accadde sul Governolo (che era una corvetta sarda), come fu detto da alcuno, ma su l’Elettrico, come dice il Castellini e come conferma il Bandi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 199-200 e ssg., riserendosi al generale Sirtori, in proposito scriveva che: “….un ben arduo compito, che il Sirtori, pur non tendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow. Il Bixio a Cosenza – dove tra l’altro aveva reso omaggio alla memoria dei fratelli Bandiera con una visita al vallone di Rovito, il luogo della loro fucilazione nel ’44 – aveva ricevuto il giorno 8, da Cosenz a nome del Dittatore, l’ordine di portarsi con la sua Divisione a Paola, dove, a quanto gli era stato detto, avrebbe trovato vapori per Napoli. Alle 6 pom. del giorno stesso, infatti, si metteva in marcia per Rogliano coi suoi 4 mila uomini – è il Bixio stesso che indica tale cifra – e ne dava comunicazione al Sirtori in Lagonegro. Il quale Sirtori aveva già disposto che a Paola andasse il Medici e questi era già sul posto, sicché prevedeva che i mezzi di trasporto anche per il Bixio non ci sarebbero stati. Forse a scanso di responsabilità dice ben chiaro nella sua lettera a Garibaldi che il Bixio marciava non per suo ordine ma “per ordine direttamente ricevuto da costà”. Il fatto è che, il 9 settembre, non appena giunse a Paola, precedendo di poche ore i suoi, il Bixio si affrettò a telegrafare al Sirtori che: “….in seguito all’ordine di Cosenz la mia Divisione sta per arrivare qui, Medici pure è a Paola. Tempo brutto: non so se potremo imbarcarci. Qui ci troveremo 4500 uomini della mia Divisione, più Medici con la sua e con parte di quella di Cosenz, ciò che è molto.”. Veramente due giorni prima aveva detto che i suoi eran 4000 soltanto; in ogni modo, i suoi con quelli di Medici e con la Brigata della Divisione Cosenz erano per Paola non soltanto molti, ma troppi. Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Per quel che si è visto possiamo attribuire la prima colpa di tale situazione al Cosenz e, poiché questi aveva ordinato al Bixio d’andare a Paola in nome di Garibaldi, al Dittatore stesso, il quale pare che non avrebbe dovuto dare ordini diretti senza prima intendersi col suo Capo di Stato maggiore, a cui solo spettava di dirigere l’avanzata delle truppe. La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Ma da questo telegramma non appare nulla di quanto era successo. Il Bixio aveva voluto imbarcarsi prima del Medici, dicendo ch’egli era venuto assai prima di lui in Sicilia. Invano gli si era osservato che già da qualche giorno il Medici attendeva in Paola di potersi imbarcare; egli non aveva intender ragioni ed il Medici, pro bono pacis, aveva ceduto. Senonché, ad un certo punto qualcuno aveva detto al Bixio che una parte dei suoi avrebbe dovuto restare a terra, poiché sui vapori, già zeppi, non c’era più posto. Allora egli era stato preso da uno di quei suoi eccessi di furia, nei quali realmente perdeva completamente l’uso della ragione….Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari. Il Bixio era salito a bordo furioso e vedendo il ponte ingombro di gente sdraiata e sonnacchiosa – eran i soldati della Compagnia del Wolf, quasi tutti tedeschi disertori – la sua furia s’era accresciuta sino a divenir ferocia. Etc…menava colpi all’impazzata gli erano saltati addosso, tanto che se non accorrevano quelli di cui parla il Rustow, il Bixio avrebbe pagato assai caro quell’eccesso di pazzia. Molti furono i feriti e parecchi gravemente; qualcuno, anche, purtroppo morì. Dice il Bandi che poi al Bixio non se ne fece tutta la colpa che meritava, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari.”. Infatti, Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 197, in proposito scriveva che: ” Ferdinando Eber (1825-1885) ….Garibaldi lo promosse colonnello brigatiere della divisione Turr.”. Bandi racconta dell’arrivo di Bixio e Medici e delle loro Brigate insieme a Eber a Paola. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. Stando in Cosenza, avevo udito l’annunzio del miracoloso ingresso del dittatore in Napoli, e a me tardava raggiungerlo, per ripigliare presso di lui il posto che avevo lasciato per accompagnarmi col colonnello Malenchini. Troppo tempo però ci voleva per giungere a Napoli per via di terra; sicchè domandai a Bixio qual fosse il porto più vicino nel quale avrei trovato modo di imarcarmi. Bixio mi disse che andassi con lui a Paola, e che colà mi imbarcherei prontamente con la sua divisione perchè nel dì venturo, tre legni a vapore dovevano giungere in porto, per toglierla a bordo e trasportarla a Napoli. Mi posi, dunque, in cammino, insieme alla sua gente, etc…Cavalcavo accanto a Menotti, etc….Giungemmo al villaggio di Santa Fele, che siede sopra un breve altipiano……Etc…M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora  in mezzo ad un reggimento di Medici. Giunto che fui in Paola, vidi nella rada il ‘Governolo’, corvetta della marina sarda, e tre grossi piroscafi da trasporto, e vidi che i soldati di Medici avevano già trasportato sulla spiaggia i bagagli, e si disponevano a cominciarne l’imbarco. Sulla spiaggia erano due ufficiali dello stato maggiore generale, lasciati quivi dal Sirtori per vegliare l’imbarco delle truppe, con ordine espresso che la divisione Medici s’imbarcasse per la prima; e c’era il capitano Andrea Fossi, che i miei lettori già conoscono, e che fu il timoniere del ‘Piemonte’, nella traversata da Genova a Marsala. A una cert’ora, Bixio che colle sue genti era passato di corsa in mezzo ai battaglioni di Cosenz e a una parte della divisione Medici, giunse in Paola; e recatosi sulla spiaggia, e veduto che Medici etc…”. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: “Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti generali garibaldini seguono velocemente sulle strade di Calabria. Più degli altri impaziente è il Bixio. Narra il Dezza ch’egli vorrebbe dai volontari anche quello che il loro fisico non può dare. Sulla strada di Rogliano per stimolarli ricorre persino alle piattonate che distribuisce senza misericordia. I poveretti, affranti per il caldo, la sete, la fatica si lamentavano tanto che ad un certo punto il Dezza interviene ed intercede per loro. Non l’avesse mai fatto! Il Bixio si volge a lui con la sciabola sguainata e gli spinge addosso il cavallo. Il Dezza, anch’egli a cavallo, è costretto a fare un salto indietro ed a sguainare la sua. I due uomini sono di fronte in mezzo alla strada, tra i soldati atterriti. E’ un attimo. Il Bixio sembra rinsavire d’un tratto, gira il cavallo e via di galoppo imprecando e, per ripetere la frase del Bandi, “bestemmiando in tutti i dialetti d’Italia”(1).”. Agrati, a p. 411, nella nota (1) postillava: “(1) Memorie inedite di G. Drezza.”. Agrati in questo passaggio cita tre testi: quello di Dezza e quello del Canzio e quello del Bandi (….). Il testo del Stefano Canzio (….), genero di Garibaldi è il suo manoscritto consegnato a Treveljan nel 1908. Si tratta di: “Ragguaglio scritto a macchina dell’incontro di Vittorio Emanuele e Garibaldi”. L’Agrati, invece a p. 617 ci parla di “Canzio Stefano, Diario, manoscritto con schizzi (già pubblicato da M. Menghini), al Museo del Risorgimento di Milano.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Dobelli citava l’Adamoli. Infatti, di Bixio, arrivato a Cosenza molto tempo dopo, scrive Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 153-154, in proposito , scriveva che: I miei commilitoni, il giorno dopo, rivolto un saluto reverente alle tombe dei fratelli Bandiera fucilati in Cosenza nel 1844 , proseguirono alla volta di Paola, donde, sui vapori a loro destinati , sarebbero senza intoppi pervenuti a Napoli, se la sorte non avesse loro gettato innanzi il generale Bixio, con quel suo carattere indiavolato.  Il Bixio aveva già, su la marina di Paola, commesso un atto di prepotenza, mandando il suo maggiore, Menotti Garibaldi, a impossessarsi de’ piroscafi assegnati alle truppe del Medici, e senz’altro imbarcando su essi la sua brigata. Siffatta esorbitanza aveva provocato da parte del Medici una vera esplosione di risentimento, e ne era seguito , fra’ due comandanti , un diverbio vivacissimo . Composta, non so poi come , la lite col Medici, Bixio fece allora intimare agli ufficiali del Governolo, che aveva già a bordo la mia brigata, di prender su anche le sue compagnie. Il comandante D’Aste gli rimandò il guardiamarina Puliga, quello stesso che presta ancora tanto onoratamente servigio come capitano di vascello ; e questi , presentatosi al Bixio , gli spiegò come sul Governolo non ci fosse più posto.”Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di imbarcarsi per Napoli. Ma poi, come vedremo in seguito essa non riuscirà ad imbarcarsi per Napoli per un litigio e la prepotenza di Nino Bixio. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. In quella occasione il Sirtori ebbe un dissidio con il Bixio che volle imbarcarsi prima del Medici. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Etc…”. Non so come abbia fatto il Rustow a narrare l’episodio del Bixio che a Paola va su tutte le furie contro i volontari della Divisione Medici. A me sembra strano, perchè Rustow non si trovava a Paola il giorno 9 settembre 1860, ma egli era con le truppe o volontari della Brigata Milano, nei giorni 31 agosto 1860, ivi arrivati con Agostino Bertani. Ho consultato i due testi citati da Agrati nella bibliografia ma la frase del Rustow non risulta. Agrati scriveva che il colonnello Wilhelm (Guglielmo) Rustow scriveva che: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Etc…”. Ho guardato attentamente ciò che scrive il Rustow nei tre testi che lo traducono in italiano: 1- Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, Milano, ed. Salvi, 1861; 2- G. Bizzozero; 3- “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”,  ed. Cecchini, Venezia, 1861. Carlo Agrati (….), cita l’episodio del violento litigio avvenuto a Paola con Bixio prendendo spunto da uno scritto di Rustow. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo etc…”.”, e aggiunge che Rustow raccontava che: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Bixio infuriato venne subito con Puliga a bordo, gridando: “Le farò vedere io se non c’è più posto” “Salendo a bordo buttò in mare un bavarese che si salvò per miracolo: poi preso un fucile per la canna si fece largo a colpi di calcio, senza ritegno, sempre ripetendo al Puliga: “Vede se non c’è posto? Vede come si fa?” Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”A parte che sui due testi tradotti in italiano dal Rustow non ho trovato traccia di ciò che scrive l’Agrati ma poi a me pare strano che Rustow possa citare, come testimone oculare, questo episodio che risale al 9 settembre 1860, quando lui e le sue truppe, la brigata Milano ed altri, si trovavano verso Capua. Bixio riuscirà a partire da Paola, diretto a Napoli, solo il giorno 10 settembre 1860. Tuttavia, la citazione di Agrati è interessante perché fa parlare a Rustow che ci parla del omandante della nave Governolo, D’Aste, ci parla del guardiamarina Puliga, che salì a bordo del Governolo, ci parla dei bavaresi che erano presenti, Eber e Wolf, etc….Su Puliga, su Wikipedia leggiamo che Carlo Alberto Quigini Puliga partecipò alla campagna navale del 1860-1861 imbarcato dapprima sulla corvetta a ruote Governolo, e poi sulla pirofregata Vittorio Emanuele, venendo decorato con una medaglia d’argento al valor militare per essersi distinto nei combattimenti sul Garigliano e a Mola di Gaeta. Il 1 settembre 1860 venne promosso sottotenente di vascello, e luogotenente di vascello di seconda classe il 1 ottobre 1862. Dunque egli faceva parte della marina Piemontese, forse inviato a Paola e a Sapri dal Persano. Sempre su Wikipedia leggiamo che il “Governolo” è stata una pirofregata di II rango a ruote della Regia Marina, già della Marina del Regno di Sardegna. Dopo aver fatto la spola insieme ad altre fregate e vapori sardi, il Governolo fu assegnata poi alla squadra comandata dall’ammiraglio Persano, la Governolo partì da Napoli il 13 (per altre fonti 11) settembre 1860 per prendere parte all’assedio di Ancona. Riguardo il “Wolf” citato da Rustow (….), che dice: “…Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”. Dunque, Wolf era uno dei tanti volontari Bavaresi. Da Wikipedia si apprende che  Erano presenti anche volontari stranieri, affluiti in tempi diversi. Risultano impiegati in combattimento il 1-2 ottobre, circa 200 cavalleggeri ungheresi e altri 200 fanti ungheresi. In precedenza furono impiegati 50 francesi di De Flotte caduto in Calabria. Erano presenti anche un centinaio di disertori borbonici stranieri comandati da Wolfe gruppi di britannici (19), la presenza di soldati stranieri borbonici era molto più alta, infatti al comando di Von Mechel erano 3.000 soldati, oltre ad alcune compagnie svizzere chiamate Schweizertruppen. Il 15 ottobre le navi Emperor e Melazzo sbarcano a Napoli la Legione Britannica, chiamata anche Garibaldi Excursionists composta di circa 600 volontari successivamente impiegati in alcuni combattimenti. La notizia del Wolf proviene dal Treveljan.   

                                              LA 2° BRIGATA DI FERDINANDO EBER (DIVISIONE TURR = XIII) 

Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. In questa lettera, Zancani rivela che a Paola vi erano le brigate Eber che Garibaldi mandò a Sapri. Zancani, il 3 settembre 1860 scriveva da Cosenza che Garibaldi il 1° settembre 1860: “…..partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri.”. Notizia che è inesatta perchè non sarà Garibaldi che andrà a Paola ma sarà Turr, su ordine di Garibaldi ad andare a Paola, dove ivi era Rustow con le truppe del Bertani. Inoltre, però Zancani scrive di “le brigate Ebber” che Garibaldi “mandò” a Sapri. Nandor Eber comandava la Legione Ungherese. Da Wikipedia leggiamo che tra i corpi stranieri dell’Esercito Meridionale costituito in Sicilia da Garibaldi vi era la Legione Ungherese. Tra gli ufficiali stranieri erano presenti anche gli esuli ungheresi István Türr, al quale è stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma, Nándor Éber, Carlo Eberhardt, Lajos Tüköry caduto a Palermo e il polacco Aleksander Izenschmid de Milbitz. È stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma anche al “garibaldino-finlandese” Herman Liikanen. Nándor Éber (nato Eberl Ferdinandus Balthasar Bartholomeus) (Budapest, 23 maggio 1825 – Budapest, 27 febbraio 1885) è stato un giornalista e militare ungherese naturalizzato britannico, prese parte alla spedizione dei Mille. Ferdinand Eber giunse in Sicilia come corrispondente del “Times” per cui lavorava dall’epoca della guerra in Crimea. Dopo aver fornito a Garibaldi informazioni utili sullo schieramento borbonico all’interno della città di Palermo, il 16 maggio 1860, partecipò alla formazione della legione ungherese. Questa inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere 500 volontari. La Brigata, denominata “Eber”, racchiuse tutti i combattenti stranieri e fu guidata da Eber con il grado di colonnello brigadiere e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Passata al comando di Stefano Turr, divenuto in quei mesi governatore di Napoli, fu utilizzata per reprimere focolai di rivolta in provincia di Avellino, fino al Plebiscito. La legione ungherese era un’unità militare di cavalleria creata da Giuseppe Garibaldi, parte dell’esercito meridionale garibaldino, attivo tra il 1860 e il 1867 Era così detto poiché composta da esuli e soldati magiari che avevano già combattuto al fianco delle altre formazioni garibaldine durante il periodo del Risorgimento, come Stefano Turr. Costituita in Sicilia, nella città di Palermo il 16 luglio 1860, inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere un folto gruppo di 500 volontari comandati dal colonnello brigadiere Nándor Éber (1825-1885) (per questo chiamati anche Brigata “Eber“, che in realtà racchiuderà tutti i combattenti stranieri), corrispondente del quotidiano The Times con la cittadinanza inglese e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Dunque, il Cesari, a p. 138 scriveva che: “….la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti.”. Dunque, il Cesari scriveva che la Brigata Eber era la 2à Brigata che faceva parte della Divisione Turr.  Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 208 scriveva: “Eber (Nandor, Ferdinando) tuttavia, non era, per essere precisi, niente altro che uno scrittore; ma ogni Ungherese nasce ussaro. Era uno di quegli eccellenti corrispondenti che il ‘Times’ invia attraverso il mondo intero: così ha fatto le guerre e ha compiuto lunghi viaggi che lo hanno reso un cosmopolita.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 143-144, in proposito scriveva che: “De’ molti stranieri che capitavano al nostro quartiere perchè amici del Turr e dell’Eber, rammento ancora il conte Teleky etc..; il parigino Maxime Du Camp, alto, bruno, innamorato della nostra Italia e della camicia rossa che indossava; come l’indossava un turco autentico, Kadir bey, buon diavolo, grande amico di Turr, ….l’inglese Austin Dohnage, etc…; ma Eber non sapendo dove impiegarli, li aveva dispensati dal servizio, etc…”. Carlo Agrati (….), cita l’episodio del violento litigio avvenuto a Paola con Bixio prendendo spunto da uno scritto di Rustow. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo etc…”.”, e aggiunge che Rustow raccontava che: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Bixio infuriato venne subito con Puliga a bordo, gridando: “Le farò vedere io se non c’è più posto” “Salendo a bordo buttò in mare un bavarese che si salvò per miracolo: poi preso un fucile per la canna si fece largo a colpi di calcio, senza ritegno, sempre ripetendo al Puliga: “Vede se non c’è posto? Vede come si fa?” Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”. Dunque, Agrati scrive che dell’episodio del Bixio a Paola, il 9 settembre 1860, era presente Eber che con Wolf intervenne nel litigio di Bixio. Agrati scriveva che la notizia è data da Rustow. A parte che sui due testi tradotti in italiano dal Rustow non ho trovato traccia di ciò che scrive l’Agrati ma poi a me pare strano che Rustow possa citare, come testimone oculare, questo episodio che risale al 9 settembre 1860, quando lui e le sue truppe, la brigata Milano ed altri, si trovavano verso Capua. Bixio riuscirà a partire da Paola, diretto a Napoli, solo il giorno 10 settembre 1860. Tuttavia, la citazione di Agrati è interessante perché fa parlare a Rustow che ci parla del omandante della nave Governolo, D’Aste, ci parla del guardiamarina Puliga, che salì a bordo del Governolo, ci parla dei bavaresi che erano presenti, Eber e Wolf, etc….Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, riferendosi alle Divisioni del generale Turr, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, la Brigata Eber faceva arte della Divisione Turr che andò ad Ariano, appena arrivata a Napoli.   

13.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Türr
Stato Maggiore di Divisione Capo Col. Rüstow e Luog. Col. Alessandri
1.a Brigata Comandante Colonn. Spangaro
2.a Brigata Comandante Colonn. Eber
3.a Brigata (Milano) Comandante Luogot. Col. De Giorgi
4.a Brigata Comandante Magg. Gen. Sacchi
5.a Brigata (aggregata alla 6.a Brigata).. Comandante Colonn. Fabrizi Luigi
6.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) Comandante Generali La Masa e Corrao

Nel 9 Settembre 1860, la Brigata EBER muoveva per Paola dove arrivava alle ore 10 del mattino e ripartiva da Paola alle ore 9 del mattino per Napoli 

La Brigata Eber, il 9 settembre 1860, marciava e giungeva alle ore 10 a Paola, dove lo stesso giorno 9 settembre 1860 davano fondo all’ancora i battelli a vapore inviati dal Sirtori per portare la Brigata Eber a Napoli. Il 9 settembre 1860, la Brigata Eber partì da Paola, alle ore 18,00 e solo il 10 e 12 settembre 1860 la Brigata Eber arrivò a Napoli.  Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 153 e ssg., riferendosi alla Brigata Eber, a Cosenza il giorno 7 settembre 1860, in proposito scriveva che: “I miei commilitoni, il giorno dopo, rivolto un saluto reverente ai fratelli Bandiera, fucilati in Cosenza nel 1844, proseguirono per Paola, donde, sui vapori a loro destinati, sarebbero senza intoppi pervenuti a Napoli, se la sorte non avesse loro gettati innanzi il generale Bixio, etc…”. Adamoli, a p. 155 concludeva: “La mia brigata proseguì senz’altri incidenti; giunse l’11 a Napoli, e due giorni dopo al campo presso Capua, etc…”. Adamoli, proseguendo il suo racconto, scriveva che da Cosenza, rimessosi dalla forte febbre si rimise in marcia ed arrivò a Paola dove trascorse il tempo in una locandaccia aspettando il vapore che lo portò a Napoli, dove arrivò verso gli ultimi di Settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Quella Eber arrivava alle 10 ant. del 1° settembre da Marcellinara a Catanzaro accolta con feste dalla popolazione; ivi veniva alloggiata nelle caserme e nelle chiese. In detta città raggiungevano il corpo molti volontari rimasti indietro nelle marce. La forza della Brigata era di 2966, dai quali presenti 2462, assenti 504, cioè ammalati 344, dispersi 160. Alle 5 pom. del 3 la Brigata Eber, percorrendo la consolare, marciava per Tiriolo, dove arrivava alle 11 pom., ed accampava al di qua del villaggio fino alla mattina del 4 (ore 6 ant.), che passava ad altro accampamento al di là del paese, ale 3 pom. muoveva per S. Pietro a Tiriolo, ove giungeva alle 10 pom. e si accampava sulla strada. Alle 2 ant. del 5 la Brigata Eber continuava per Soveria Mannelli, vi arrivava alle 7 ant., da dove riprendeva la marcia all’1 ant. del 6, ed un’ora dopo accapava a Rogliano al di qua del paese. La Brigata Eber alle 2 ant. del 7 lasciava Rogliano, ed alle 8 ant. giungeva in Cosenza. La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”. Dunque, il Pecorini, a p. 171 scriveva: “La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”. La Brigata Eber, il 9 settembre 1860, marciava e giungeva alle ore 10 a Paola, dove lo stesso giorno 9 settembre 1860 davano fondo all’ancora i battelli a vapore inviati dal Sirtori per portare la Brigata Eber a Napoli. Il 9 settembre 1860, la Brigata Eber partì da Paola, alle ore 18,00 e solo il 10 e 12 settembre 1860 la Brigata Eber arrivò a Napoli.  Oltre alle brigate citate, nel Riassunto si citano anche i “Mille”, la “Brigata Bixio”, la “Brigata Eber” che, pare, non riguardano l’approdo di Sapri. Dunque, l’approdo e la tappa di Sapri pare non riguardasse la Brigata Eber, che invece si imbarcò a Paola ed Eber fu partecipe dell’episodio di Bixio. Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. In questa lettera, Zancani rivela che a Paola vi erano le brigate Eber che Garibaldi mandò a Sapri. Zancani, il 3 settembre 1860 scriveva da Cosenza che Garibaldi il 1° settembre 1860: “…..partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri.”. Notizia che è inesatta perchè non sarà Garibaldi che andrà a Paola ma sarà Turr, su ordine di Garibaldi ad andare a Paola, dove ivi era Rustow con le truppe del Bertani. Inoltre, però Zancani scrive di “le brigate Ebber” che Garibaldi “mandò” a Sapri. 

Nell’10 settembre 1860, a Paola, le Divisioni COSENZ e BIXIO si imbarcano per Napoli

Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 61, in proposito aggiungeva: “….“10 settembre — La divisione Bixio s’imbarca su cinque vapori napoletani. Non potendo compiere regolarmente rimbarco, sulla sera vedo Bixio sciogliere il braccio offeso, saltare sulla scala dell’Elettrico, prendere un fucile al primo soldato che si presenta e dar calciate a sinistra ed a destra. Dopo mi si riferì che uccise un milite ed altro ne ferì, e di più — a bordo — diede altre molte bastonate. Cosa vergognosa in un generale! (2).”. Castellini, a p. 61, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. In quella occasione il Sirtori ebbe un dissidio con il Bixio che volle imbarcarsi prima del Medici. Sempre Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva pure che: Il comandante di piazza, maggiore Marini,….La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvertendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”.”. Dunque, il comandante di Piazza, Marini, l’11 settembre 1860 scrisse al Sirtori comunicandogli che da Paola si erano imbarcati per Napoli, alle ore 14,30 con sei vapori le Compagnie presenti del Cosenz e del Bixio ed erano rimasti a terra la compagnia del Bixio. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora  in mezzo ad un reggimento di Medici. Giunto che fui in Paola, vidi nella rada il ‘Governolo’, corvetta della marina sarda, e tre grossi piroscafi da trasporto, e vidi che i soldati di Medici avevano già trasportato sulla spiaggia i bagagli, e si disponevano a cominciarne l’imbarco. Sulla spiaggia erano due ufficiali dello stato maggiore generale, lasciati quivi dal Sirtori per vegliare l’imbarco delle truppe, con ordine espresso che la divisione Medici s’imbarcasse per la prima; e c’era il capitano Andrea Fossi, che i miei lettori già conoscono, e che fu il timoniere del ‘Piemonte’, nella traversata da Genova a Marsala. A una cert’ora, Bixio che colle sue genti era passato di corsa in mezzo ai battaglioni di Cosenz e a una parte della divisione Medici, giunse in Paola; e recatosi sulla spiaggia, e veduto che Medici etc…”.

Nel 10 settembre 1860, a Paola, una porzione della “brigata MILBITZ” (16° Divisione COSENZ: cioè Laugier, Fardella e Palazzolo), è in attesa di imbarcarsi per Napoli

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro…..Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. Etc…”. Dunque, Carlo Agrati scriveva che, da Lagonegro, il 9 settembre 1860, il Generale Sirtori comunicava a Garibaldi che: Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio, la Fardella, Laugier e Palizzolo. Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Sapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Dunque, a Paola, il giorno 10 settembre 1860, vi era una parte della Brigata Milbitz. Di cosa si trattava ?.  Abbiamo già visto che Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Il “Maggiore Generale de Milbitz” era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione della XVI Divisione di Enrico Cosenz con a capo il Maggiore Serafini. Dunque, la “Brigata Milbitz”, citata dal Sirtori era la 2° Brigata della XVI Divisione di Enrico Cosenz. Ma a Paola, il 10, secondo il Sirtori ed il comandante di Piazza del porto di Paola, il Maggiore Marini vi era una difficile situazione perchè ivi si trovava una parte della Brigata Milbitz e stava per arriare la truppa condotta da Nino Bixio, che come vedremo, prepotentemente ha uno scontro con le truppe di Medici. La Brigata del Milbitz, una parte di queste colonna, che faceva parte della colonna di Enrico Cosenz, non faceva parte delle truppe del Medici ma si trattava di una colonna comandata da  “Laugier, Fardella e Palizzolo”. Di Fardella (….) ci parla  Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora  in mezzo ad un reggimento di Medici.”. Dunque, il Bandi, parlando di Paola e di ciò che accadde col Bixio, conferma che il colonnello Enrico Fardella (….) era un ufficiale di una parte della Divisione Cosenz (una parte della colonna Milbitz), quella che il generale Sirtori chiamava “Laugier, Fardella, Palazzolo”. Bandi, a p. 195, nella nota (38) postillava che: “Enrico Fardella marchese di Torrearsa (1821-1829) nato a Trapani. Nel ‘6’ fu governatore provvisorio di Trapani. Garibaldi lo nominò colonnello ed egli seguì il Dittatore fino a Capua. Disciolto l’esercito medidionale, si recò volontario negli Stati Uniti a combattere come sergente nella guerra di Secessione. Diventò sindaco di Trapani.”. Di colonnello Fardella, la Treccani on-line cita la sua biografia. Riconosciutogli da Garibaldi il grado di colonnello, organizzò un reggimento che fu assegnato alla brigata di A. Izensmid Milbitz. Attraversato lo stretto tra il 21 e 22 agosto e sbarcato sul continente, il Fardella proseguì la marcia senza gravi problemi. In Campania il 1° ottobre nell’avamposto di San Tammaro (Caserta) col suo reggimento si batté con coraggio e riuscì a respingere sei assalti del nemico; per le capacità dimostrate fu promosso comandante della brigata in sostituzione del Milbitz, ferito durante la battaglia. Il Bandi conferma che Enrico Fardella era colonnello e che egli si trovava con la sua Brigata a Paola e conferma pure della Divisione Cosenz ma non dice quale fosse la sua Brigata.

Nel 9 e 10 settembre 1860, da Sapri, partenza e viaggio in mare del vapore “Benvenuto” per Salerno e Napoli, nella lettera di un volontario garibaldino 

Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison pubblicò un’altra lettera, a p. 71 datata 9 settembre 1860, che racconta il viaggio da Sapri del vapore “Benvenuto”: “En mer ( Sapri ), le 9 septembre . Il est une heure du matin , le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après , la mer devient grosse et le vent contraire. En un mot, nous essuyons une véritable tempête . Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée. Malgré cela nous ne recevons aucun secours. Enfin , ne sachant que faire , le capitaine se décide à retourner à Sapri, où nous arrivons vers neuf heures du soir.”, che tradotto significa: “In mare (Sapri), 9 settembre. È l’una del mattino, il piroscafo ci abbandona a noi stessi. Pochi istanti dopo, il mare si fa agitato e il vento è contrario. Insomma, stiamo vivendo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimane issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non riceviamo alcun aiuto.Infine, non sapendo cosa fare, il capitano decide di tornare a Sapri, dove arriviamo verso le nove di sera.”. Sempre il Maison, a pp. 71-72 pubblica un’altra lettera datata 10 settembre 1860, e scrive: “En mer, le 10 septembre. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire , nous voguons encore au hasard toute la journée. Vers les sept heures , l’Emma, le yacht d’Alexandre Dumas, passe à côté de notre bâtiment , filant dans la direction de Naples . Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu ; puis l’un et l’autre bâtiment , en signe de salut , arborent pavillon , comme deux amis qui se tendent la main en se disant : Au revoir !”, che tradotto significa: “In mare, 10 settembre. A mezzanotte ripartimmo da Sapri con un buon vento. Purtroppo i venti, come “i destini e le onde”, sono mutevoli, così che, con il mare di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, ​​lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, dirigendosi verso Napoli. La acclamai con un applauso, che fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, alzarono le bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: Arrivederci!”. Dunque, questo volontario garibaldino scrive che riparte da Sapri il 10 settembre 1860 alle 24 mezzanotte e dice pure che alle 7 del mattino dell’11 settembre 1860 incontrarono lo Yact Emma di Alexandre Dumas che credo fosse al largo di Agropoli o di Salerno. 

Nel 10 settembre 1860, a Lagonegro, l’arrivo della “Brigata ASSANDRI” (o ASSANTI), della 16° Divisione COSENZ 

Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì…..”. Dunque, il generale Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre scrivendo a Garibaldi comunicava che la Brigata Assandri si trovava a Rotonda e che essa sarebbe arrivata il giorno 10 settembre a Lagonegro. Di quale brigata si trattava ? Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre comunicava a Garibaldi che, la Brigata Assandri si trovava a Rotonda ed era attesa a Lagonegro per il giorno dopo.A quale divisione apparteneva la “Brigata Assandri” ?. L’Esercito dell’Italia Meridionale, formato da Garibaldi constava della  16ª Divisione (Cosenz) 1ª Brigata (Assanti); 3° Reggimento (Albuzzi). Da Wikipedia leggiamo che il colonnello ASSANTI era comandante della 1° Bigata della 16° Divisione del generale Cosenz. Non so se il Sirtori, nel dispaccio indirizzato a Garibaldi si riferisca a “Gaetano Assanti” (Agrati dice “Brigata Assandri”), era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore della XVI “Divisione Cosenz”. Sul colonnello Gaetano Assanti, troviamo sulla Treccani on-line che nel 1860 prese parte alla spedizione deì Mille. Come colonnello nella 16a divisione, si segnalò a Mìlazzo, e nella battaglia del Voltumo si meritò l’ordine militare di Savoia. Credo che errasse Agrati chiamandolo “Assandri”. Dunque, sappiamo che il “3° Reggimento, detto “Albuzzi” era già a Lagonegro arrivato con Sirtori mentre l’Assandri era attesa a Lagonegro per il giorno 10 settembre 1860. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.

Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut , avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes , et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”.  

Nel 10 settembre 1860, da Lagonegro a Sapri, la marcia delle due brigate garibaldine: quella della brigata SACCHI, la compagnia del maggiore CHIASSI e, le 5 compagnie del maggiore GRIOLI. A Sapri li aspettava il piroscafo ‘Vittoria’ che li doveva trasportare a Salerno  

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Su Sirtori ha scritto Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta a terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.. Dunque, Sòriga scriveva che il 10 settembre 1860, dopo essersi riuniti a Lagonegro, la brigata Sacchi e quella del maggiore Chiassi, si partirono, forse anche insieme alle cinque compagnie del Maggiore Grioli, per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. Sòriga sciveva a p. 94, tratta dalla “Relazione del Sacchi”, che: “Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…”. Questi passi sono la testimonianza diretta di Gaetano Sacchi, le sue memorie raccolte da Roberto Soriga (….). Essi riguardano la sua colonna che il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sbombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 49, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la surriferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708”. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a p. 175, riferendosi al 7 settembre 1860, in proposito scriveva che: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate . Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pêle-mêle sur le pont , nous pûmes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle étoile , car la nuit était magnifique. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi. Stipati tutti insieme sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica.”. Dunque, Caraguel testimone oculare della marcia delle brigate Medici scriveva che il 7 settembre 1860, dopo aver lasciato la Calabria, nella notte arrivò a Sapri e aggiungeva che: Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”, ovvero nella notte dell’8 settembre 1860 egli con la sua truppa di volontari garibaldini arrivò a Sapri dove li attendeva il piroscafo “Vittoria”, che aveva a bordo la divisione Sacchi, i quali, entrambi dovevano essere trasportati a Salerno. Partirono il giorno dopo, all’alba del 9 settembre 1860, insieme alla divisione Sacchi, dopo aver dormito tutta la notte sul ponte del “Vittoria”. Partirono dal porto di Sapri, all’alba del 9 settembre 1860 diretti a Napoli ma dovettero far sosta a Salerno. Infatti, Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut , avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes , et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”Dunque, Clement Caraguel (….), un garibaldino volontario francese, ci ha lasciato una bella testimonianza della marcia che, il 9 settembre, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, intrapresero per scendere a Sapri e da lì imbarcarsi per Napoli. Infatti, la truppa, di cui faceva parte Caraguel, si imbarcò sul vapore “Vittoria” che, aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera. La truppa del “Sacchi”, l’8 settembre si trovava, insieme alle truppe del maggiore Chiassi a Lagonegro da dove ripartiro il 10 mattina, dopo un giorno di riposo, per raggiungere la baia di Sapri, dove si imbarcarono per Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”

Nel 10 settembre 1860, a Sapri, la brigata SACCHI, le compagnie del maggiore CHIASSI e, la compagnia di Clement Caraguel, aspettavano prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Partirono l’11

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….. Dunque, Lacava scriveva che la brigata Sacchi, il 9 era rimasta a Lagonegro ed alle ore 4 del giorno 10 settembre 1860 riprende la marcia da Lagonegro per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. La brigata Sacchi si imbarcherà per Napoli, sul piroscafo “Vittoria” solo il giorno 11 settembre 1860, lasciando a Sapri la compagnia del maggiore Grioli che non potrà imbarcarsi per insufficienza di mezzi. Infatti, come vedremo, sul piroscafo “Vittoria” si erano imbarcati la compagnia Sacchi e dopo ore arriverà e si imbarcherà anche la compagnia di Clement Caraguel (….), che ci ha lasciato una bella testimonianza. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. ….Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. Etc…”. Dunque, l’Agrati riportando il dispaccio di Sirtori a Garibaldi dove è scritto che “metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa di imbarcarsi per Napoli”. Dal dispaccio di Sirtori sappiamo che a Sapri vi era metà della brigata Milbitz e sappiamo pure che Sirtori comunica tutto ciò a Garibaldi il giorno 9 settembre 1860 e dunque, a Sapri, il giorno 9 e 10 settembre 1860 vi era “metà della Brigata Milbitz”, vi era arrivata la brigata Sacchi e vi era arrivata la brigata a cui apparteneva Clement Caraguel, vi era pure la compagnia del maggiore Grioli che dovette restare a Sapri, il giorno 11 settembre 1860. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.  

Nel 10 settembre 1860, a Sapri, l’arrivo di Clement Caraguel con la sua compagnia di volontari garibaldini. Sul ponte del piroscafo “Vittoria” ormeggiato nella baia di Sapri troveranno la brigata Sacchi dove si imbarcheranno per andare a Salerno e a Napoli

Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, nei primi giorni di Settembre 1860 e per alcuni giorni, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, Guida scriveva che la compagnia garibaldina del maggiore Chiassi, si imbarcava il 10 settembre 1860 a Sapri per Napoli insieme alla brigata Sacchi. Dunque, la compagnia del maggiore Chiassi potrebbe essere quella del Caraguel in quanto la compagnia del Caraguel si imbarcò a Sapri insieme alla brigata Sacchi. Ma se notiamo bene ciò che scriveva Caraguel, egli scrive che la sua compagnia incontrò la Brigata Sacchi solo sul ponte del Vittoria che era ormeggiato a Sapri, mentre nei racconti che ci parlano della compagnia del Maggiore Chassi sappiamo che egli con la sua compagnia era già stato a Sapri. Caraguel ci dice che egli arrivò a Sapri solo dopo la brigata Sacchi e quindi se ne deduce che non si tratta della compagnia di Chiassi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”

Nell’10 Settembre 1860, a Sapri, il Maggiore Giuseppe GRIOLI e cinque Compagnie di volontari garibaldini si accamparono a Sapri e non potettero partire per Napoli per insufficienza di mezzi di trasporto 

Attraverso la testimonianza del colonnello Gaetano Sacchi (….) pubblicate da Renato Sòriga (….) sappiamo che da Lagonegro il giorno 10 settembre molte compagnie di volontari garibaldini tra cui quella del maggiore Giuseppe Grioli marciarono ed arrivarono a Sapri. Grioli l’11 settembre 1860 non riuscì ad imbarcarsi con le sue cinque compagnie di volontari per insufficienza di mezzi di trasporto. Sacchi e la sua brigata si imbarcò a Sapri l’11 settembre. Le cinque compagnie condotte dal maggiore Giuseppe Grioli a Sapri si trovavano a Lagonegro e da lì marciarono per Sapri. Ma non sappiamo con certezza queste cinque compagnie di volontari garibaldini se appartenessero alla Brigata del Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Questi passi sono la testimonianza diretta di Gaetano Sacchi, le sue memorie raccolte da Roberto Sòriga (….). Essi riguardano la sua colonna che il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli con le sue cinque Compagnie, che avrebbe dovuto imbarcarsi per Napoli era dovuto rimanere a Sapri per insufficienza di mezzi di trasporto mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Infatti, Gaetano Sacchi, nella sua Relazione scriveva che: “Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.”. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860. Dalla Treccani on-line, apprendiamo che il Maggiore Giuseppe Grioli, fu combattente nella guerra del 1859 con il corpo dei Cacciatori delle Alpi, nel 1860 il Grioli partecipò con la spedizione Medici alla liberazione del Mezzogiorno, meritando una medaglia d’argento e il grado di capitano, con il quale fu ammesso successivamente nell’esercito regolare. La progressione di carriera, che lo vide prender parte come maggiore alla campagna del 1866 per il Veneto ottenendovi la croce militare di Savoia per il comportamento suo e del reggimento di cui aveva assunto il comando a Custoza il 24 giugno, si interruppe bruscamente, e per volontà dello stesso G., nel 1875: infatti, subito dopo aver dovuto assistere col suo reggimento alla parata che rendeva gli onori militari a Francesco Giuseppe in visita a Padova, il G., allora tenente colonnello, presentò le proprie dimissioni e restituì l’onorificenza che l’Austria gli aveva concesso per l’occasione. Fu collocato in riserva il 10 febbr. 1878 e promosso 15 anni dopo colonnello di fanteria. Proseguendo il suo racconto il Sòriga scriverà che il Grioli arriverà a Napoli solo giorno 12 settembre 1860 e quindi presumibilmente partirà pure da Sapri il giorno 12 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.

Nell’11 settembre 1860, a Sapri, alle 4 del mattino, i garibaldini della Brigata SACCHI e la truppa del maggiore Giovanni CHIASSI si imbarcarono e l’11 arrivarono a Napoli. Restarono a terra cinque compagnie della brigata Sacchi col maggiore Grioli  

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709) Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc... Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. 

Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, nei primi giorni di Settembre 1860 e per alcuni giorni, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, Guida scriveva che la compagnia garibaldina del maggiore Chiassi, si imbarcava il 10 settembre 1860 a Sapri per Napoli insieme alla brigata Sacchi. Dunque, la compagnia del maggiore Chiassi potrebbe essere quella del Caraguel in quanto la compagnia del Caraguel si imbarcò a Sapri insieme alla brigata Sacchi. Ma se notiamo bene ciò che scriveva Caraguel, egli scrive che la sua compagnia incontrò la Brigata Sacchi solo sul ponte del Vittoria che era ormeggiato a Sapri, mentre nei racconti che ci parlano della compagnia del Maggiore Chassi sappiamo che egli con la sua compagnia era già stato a Sapri. Caraguel ci dice che egli arrivò a Sapri solo dopo la brigata Sacchi e quindi se ne deduce che non si tratta della compagnia di Chiassi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”

Nell’11 settembre 1860, a Sapri era rimasto il maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi che riusciranno ad imbarcarsi per Napoli solo nel mattino del 12 settembre 1860

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Renato Sòriga (….) scriveva che il Maggiore Grioli, insieme a cinque compagnie della Brigata Sacchi arrivò a Napoli verso sera, e dunque presumibilmente il maggiore Grioli, nello stesso giorno del 12 settembre 1860 si era imbarcato a Sapri. Era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, nei primi giorni di Settembre 1860 e per alcuni giorni, in proposito scriveva: On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa:Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secoloConsiderazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, Guida scriveva che la compagnia garibaldina del maggiore Chiassi, si imbarcava il 10 settembre 1860 a Sapri per Napoli insieme alla brigata Sacchi. Dunque, la compagnia del maggiore Chiassi potrebbe essere quella del Caraguel in quanto la compagnia del Caraguel si imbarcò a Sapri insieme alla brigata Sacchi. Ma se notiamo bene ciò che scriveva Caraguel, egli scrive che la sua compagnia incontrò la Brigata Sacchi solo sul ponte del Vittoria che era ormeggiato a Sapri, mentre nei racconti che ci parlano della compagnia del Maggiore Chassi sappiamo che egli con la sua compagnia era già stato a Sapri. Caraguel ci dice che egli arrivò a Sapri solo dopo la brigata Sacchi e quindi se ne deduce che non si tratta della compagnia di Chiassi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prendedo per buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ?  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?.  Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”.  

Nel 11 Settembre 1860, la brigata del generale COSENZ arriva nel Vallo di Diano

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155, in proposito scriveva che: “Garibaldi, troppo sicuro precedeva l’Armata sfidano i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata ‘Cosenz’ giunse nel “Vallo” solamente l’11 settembre, e così pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli.”.

Nel 12 settembre 1860, da Sapri partenza del maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi diretti a Napoli

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Renato Sòriga (….) scriveva che il Maggiore Grioli, insieme a cinque compagnie della Brigata Sacchi arrivò a Napoli verso sera, e dunque presumibilmente il maggiore Grioli, nello stesso giorno del 12 settembre 1860 si era imbarcato a Sapri. Era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.

Nel 12 settembre 1860, partendosi da Sapri arriva a Napoli, il maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi

Renato Sòriga (….), nel suo  “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”

Nel 12 settembre 1860, a Napoli, NICOTERA, CRISPI, DEPRETIS, AMARI arrivano da Palermo

Dalla Treccani on-line leggiamo che Mario Menghini scriveva che Giovanni Nicotera raggiunse subito dopo Garibaldi a Napoli. Nicotera dovette restare però una diecina di giorni a Palermo o in Sicilia perchè Depretis gli negò il permesso di allontanarsi dalla Sicilia ed imbarcarsi per Napoli e poter raggiungere Garibaldi che, nel frattempo era diventato prodittatore della Capitale. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato ; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invito a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. I dissensi partigiani dell’ottobre 1860 provocarono un duello tra lui e F. Petruccelli della Gattina. Denis Mack Smith,  p. …. aggiunge che il 12 settembre 1860, dopo una diecina di giorni di permanenza a Palermo, Nicotera arrivò a Napoli per andare da Garibaldi e Mazzini che si era ivi stabilito. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 447, riferendosi al Depretis, in proposito scriveva che: “….decise di partire anch’egli per Napoli, lasciando provvisoriamente al suo posto il Paternò. Partì infatti da Palermo l’11 settembre sullo stesso vapore del Crispi. Proprio in quel giorno Garibaldi emanava il noto proclama: “Vicino o lontano io sono con te, bravo popolo di Palermo etc…”. Parole quest’ultime che non lasciavano prevedere quando avvenne. Poiché il Crispi e il Depretis, giunti a Napoli il 13, furono ricevuti da Garibaldi il giorno seguente e gli esposero le rispettive ragioni. Garibaldi, dice il Palamenghi, si riservò di decidere, ma ricevuta subito etc…”. Dunque, secondo l’Agrati, Depretis e Crispi arrivarono a Napoli il 13 settembre 1860. Agrati fa riferimento al Diario dello Statista Francesco Crispi raccontato dal nipote Tommaso Palamenghi-Crispi (….), nel suo “I Mille”, ed. Treves, 1927. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 256, in proposito scriveva che:  “Egli era partito l’11 settembre in mattinata, giungendo a destinazione all’alba del 12; e il mattino stesso alle nove s’incontrò con Garibaldi. Con la sua nave erano giunti a Napoli anche Crispi ed il barone Nicotera.”. Dunque, Mack Smith scriveva che il 12 settembre 1860 sbarcò a Napoli lanave che portava da Palermo Depretis, Crispi ed il barone Giovanni Nicotera, che raggiunsero Garibaldi già aqquartierato a Napoli. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 315, in proposito scriveva che:  “Nella prima settimana del governo di Garibaldi a Napoli, giunse colà anche la maggior parte degli altri capi radicali: Crispi, Nicotera e Depretis arrivarono il 12 dalla Sicilia; Alberto Mario e sua moglie, Jessie White, si trovavano già nella città; nella stessa nave che il 17 portò Mazzini giunsero anche Aurelio Saffi ed il professor Saliceti; giunsero poi Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari, le due più eminenti figure del movimento federalista italiano e due dei maggiori intellettuali fra i deputati al Parlamento.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. La lunga crisi politica del Partito d’Azione: dal Plebiscito alla Convenzione di Settembre”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 12 e il 17 settembre 1860, sulla scia di Garibaldi, giunse a Napoli tutto lo Stato maggiore del partito democratico: Crispi, Nicotera, Depretis, Saffi, Saliceti, Cattaneo, Ferrari, e lo stesso Mazzini (1).”. Capone, a p. 87, nella nota (1) postillava: “(1) D. Mack Smth, Garibaldi e Cavour nel 1860, Torino, 1958, p. 315; v. pure E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, op. cit., R. Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Itali liberale, Torino, 1963; F. Bracato, La Dittatura garibaldina nel Mezogiorno e in Siclia, Trapan, 1965; A. Sirocco, Governoe paese nel Mezzogiorno nella crisidllunificaione, 1860-1861, op. cit., etc…”.  Sempre riguardo il 12 settembre 1860, a Napoli, Alfredo Capone (….), nel suo L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 87-88 e ssg., riferendosi a Giuseppe Mazzini, in proposito scriveva che: Questi, durante il suo soggiorno napoletano rimase personalmente nell’ombra, ma cercò in ogni modo di contrapporre Garibaldi ai moderati, e comunque non sembrava affatto adattato all’idea del trionfo della monarchia”(2): se egli condannava ogni esclusivismo repubblicano (“Nicotera (….) come Castelli, evidentemente vogliono combattere soltanto per la Repubblica, ma secondo me hanno torto”(3)), approvava poi le impennate repubblicane dello stesso Nicotera. Ed egli stesso dichiarava sull’Unità Italiana di voler riabbracciare la sua “pura bandiera”(4). Intorno al 20 settembre, inoltre, i radicali esercitarono massicce pressioni su Garibaldi, e sembrò incombente la minaccia di un fronte anticavouriano e potenzialmente repubblicano comprendente Garibaldi e Mazzini: “Vimercati – scriveva Cavour a Nigra – qui est arrivé hier me dit que Bertani, Mario, Miss White, Nicotera, Libertini, Sterbini, forment une haie de chemises rouges autour de Garibaldi, et insolent de tout homme raisonnable. Il s’est réconcilié publiquement avec Mazzini”(5). Edoardo Fusco scriveva poi al Ranucci: “si presentò, or son tre giorni, una deputazione di dodici persone, introdotte alla presenza del Dittatore (….). Ne formavan parte Zuppetta, Agresti, Libertini, Nicotera ed altri (….) chiesero al Dittatore che fosse proclamata la Repubblica, poiché ‘il paese la voleva’. Il buon senso di Garibaldi schivò in parte il pericolo, ma solo in parte e momentaneamente”(6).”. Capone, a p. 87, nella nota (2) postillava: “(2) D. Mack Smith, op. cit., p. 313”. Capone, a p. 88, nella nota (6) postillava: “(6) Lettera del 25 settembre 1860 in C.C. Liberaz. del Mezzogiorno, vol. V, p. 305”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “….Crispi solo sostenne essere debito ubbidire a Garibaldi e, vedendosi soverchiato, abbandonò Palermo ed andò ad appellarsene al Generale stesso in Napoli (1). Con lui, sul piroscafo Panther, il giorno 11 settembre partì per Napoli anche il prodittatore in persona ed a lui, Michele Amari, ministro per gli affari esteri, faceva consegnare l’interessante promemoria riprodotto nel Doc. X. Nell’archivio Bertani si conservano sotto questa data parecchi documenti che danno modo di apprezzare, oltre le fasi delle trattative, anche i patti espliciti che Garibaldi intendeva porre all’annessione, nella quale egli soprattutto vedeva la consegna della nuova conquista alla diplomazia ed al dominio del protocollo, da lui ritenuto, alla causa nazionale, sì nefasto (3).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) ….; Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), etc…”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”.  Vincenzo Giordano (….), nel suo “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, a p. CI, e ssg, in proposito scriveva che: “Il Borbone si era ritratto colle sue truppe nelle due fortezze di Capua e Gaeta , ed i volontarii privi di artiglierie non potevano espugnarle da soli. Se nonchè essi compresi dal desiderio grande dei popoli di raggiungere l’ultimo fine dell’ unità nazionale, cedevano il posto d’allora in poi all’azione dell’ esercito regio e del Governo di Torino, dopo di avere strenuamente combattuto, durante un mese circa, intorno alle mura di Capua, e salvato Napoli, il primo ottobre dall’ eccidio e dalla rovina, che i borboniani le avrebbero senza fallo arrecati, se avessero superato il contrasto glorioso che le schiere di Garibaldi, a Santa Maria, e quelle di Bixio, ai ponti della Valle, avevano opposto loro. In frattanto scioltasi la brigata di Castel Pucci, Nicotera era tornato presso Garibaldi ed aveva preso parte alle diverse fazioni avvenute sotto Capua, salvando il 14 ottobre il battaglione di Stocco, a Caserta, circondato completamente dai regii. La rivoluzione sequestrò durante il suo Governo le medaglie d’oro che i Borboni avevano destinate per coloro che avevano assassinato Pisacane e i compagni suoi. Quelle medaglie furono raccolte in buon numero, vennero fuse e per opera specialmente di Nicotera se ne coniò una gran medaglia per il generale Garibaldi.”.

Nel 12-13 e 14 Settembre 1860, ancora a Paola, la Divisione MEDICI in attesa di imbarco per Napoli 

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi….(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 61, in proposito aggiungeva: “…“10 settembre — La divisione Bixio s’imbarca su cinque vapori napoletani. Non potendo compiere regolarmente l’imbarco, sulla sera vedo Bixio sciogliere il braccio offeso, saltare sulla scala dell’Elettrico, prendere un fucile al primo soldato che si presenta e dar calciate a sinistra ed a destra. Dopo mi si riferì che uccise un milite ed altro ne ferì, e di più — a bordo — diede altre molte bastonate. Cosa vergognosa in un generale! (2).”. Castellini, a p. 61, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Castellini, a pp. 62-63-64, aggiungeva che: ““A bordo del Governólo abbiamo notizie di Napoli e di Garibaldi. Noi stiamo alquanto arrabbiati vedendoci gli ultimi, ma speriamo fra due giorni di imbarcarci — e forse in parte oggi. “… Si vede un altro vapore: vedremo se sarà per noi ! Sembra che a Napoli vi sarà breve fermata di due mesi e subito dopo si farà la campagna del Veneto, ma su queste notizie nulla so di positivo. Medici è disgustato perchè fu stornato il nostro imbarco oggi, per causa di Sirtori probabilmente, che noi chiamiamo ironicamente il cardinale, ed i cui ordini non si comprendono „. * 12, 13 settembre — Fermata a Paola. “ Il dire quanta ansietà abbiamo per attendere i vapori è cosa incredibile. Ad ogni momento vado sul balcone di casa Maraviglia ad osservare il mare in tutte le direzioni delle coste ma specialmente della costa di Sapri e Salerno, nella speranza che spunti, che giunga qualche vapore e che ci tolga dall’esiglio. “ Il 12 giunge un vapore, e subito evviva, grida di gioia, ma poi lo si vede costantemente avanzare da solo, e questo ci recava tristezza pensando che non soddisferebbe al bisogno. 10 ricevo ordine di recarmi a bordo per rilevare le istruzioni del comandante e per sentire se giungano altri vapori. 11 vapore arrivato è L’Indipendente, della nostra marina, che ha ordine di portare 600 uomini e nulla sa se giungano altri vapori. “ Medici ordina si fermi il vapore sino a che ne giungano altri e nel frattempo si fanno caricare tutti gli equipaggi, sino a che, il 13, vedendo che non giungono vapori, il comandante domanda di partire e però, concesso questo, parte, facendosi sera, con a bordo i dispersi, un picchetto per ogni reggimento e il capitano Moscarello per la scorta “14 settembre — Il giorno 14 all’alba siamo coi nostri cannocchiali alle finestre, ma nulla si vede, tranne qualche legno a vela, e già si mormora contro il cardinale e contro tutti quelli che ci condannano all’esiglio. “ E quello che fa il massimo torto al cardinale si è che ci spiccò forse cinque telegrammi, che altrettanti in sette giorni d’esiglio ne spedimmo a lui ed al ministro della marina, senza che ancora mostrino di conoscere l’esistenza nostra in Paola. “ E questo dev’essere il capo di stato maggiore? Che a Tiriolo ci ordina di fermarci e poco dopo telegrafa a tutti i corpi domandando notizie della nostra Divisione? (1). Etc…”. Il nipote di Castellini, a p. 64, nella nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibello. – La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17° divisione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che era arrivato nella notte a Lagonegro insieme alla brigata “Sacchi” ed al 1° battaglione “Albuzzi”. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio, la Fardella, Laugier e Palizzolo. Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Sapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che: Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”…..La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”.”. Da Wikipedia leggiamo che Giacomo Medici fu nominato colonnello della I brigata della 16ª divisione dell’Esercito meridionale, entrò a Palermo il 21 giugno. A luglio combatté alla battaglia di Milazzo, costrinse Messina alla resa dopo un assedio di otto giorni e ne firmò la relativa convenzione; fu promosso maggior generale della 17ª divisione e fu presente alla battaglia del Volturno. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola e che in quel giorno soltanto riusciva ad imbarcarsi su due piccoli vapori già borbonici, il ‘Mongibello’ e l”Archimede’, un terzo delle sue forze. Gli altri due terzi, 2 mila uomini circa, poterono partire con lui qualche giorno più tardi, giungendo a Napoli quando già gli altri corpi si radunavano nella pianura intorno a Caserta, ove abbiamo visto arrivare primo di tutti il Turr reduce a Ariano. Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo in questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini e 160 mila cartucce. Partirà domattina.”.“. 

Nel 15 settembre 1860, da Paola, la partenza di parte della Divisione MEDICI per Napoli: parte solo Eberhardt

Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “ 14 settembre….Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “ Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì „. Ed infatti il Mongibéllo entrò il 15 settembre nel porto di Napoli, con i primi scaglioni della divisione Medici. Agli ufficiali ed ai soldati furono concesse, dopo tanti giorni d’“ esiglio „, alcune giornate di riposo. Il capitano Castellini ne approfittò, com’era suo costume, per visitare i dintorni, il Museo di Napoli, etc…”. Castellini, a p. 64, nela nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attrezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibéllo. — La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17* divisione.”. Dunque, la XVII Divsion era  a Disioe di Giacomo MEDICI ed a questa apparteneva la brigata d Eberhardt. Infatti, della XVII Divisione il Comandante era Giacomo Medici; Capo di Stato Maggiore della Divisione era illuogotenente Colonnello Ferrari; comandante della 1° Brigata era il colonnello Simonetta; comandante della 2° Brigata era il colonnello Corte; il comandante della 3° Brigata era il colonnello Eberhardt; e poi c’era la 4° brigata con Dunne e la 5° Brigata con Mussolino. 

17.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Medici
Stato Maggiore di Divisione Capo Luogot. Col. Ferrari
1.a Brigata Comandante Colonn. Simonett
2.a Brigata Comandante Colonn. Corte
3.a Brigata Comandante Colonn. Eberhard
4.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) Comandante Colonn. Dunne
5.a Brigata (aggregate alla 4.a Brigata) Comandante Colonn. Mussolino

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, riferendosi alle Divisioni del generale Turr, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Medici partì dopo il 15 da Paola con le restanti truppe della sua Divisione che non avevano potuto imbarcarsi per mancanza di barche. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola e che in quel giorno soltanto riusciva ad imbarcarsi su due piccoli vapori già borbonici, il ‘Mongibello’ e l”Archimede’, un terzo delle sue forze. Gli altri due terzi, 2 mila uomini circa, poterono partire con lui qualche giorno più tardi, giungendo a Napoli quando già gli altri corpi si radunavano nella pianura intorno a Caserta, ove abbiamo visto arrivare primo di tutti il Turr reduce a Ariano. Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo in questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini e 160 mila cartucce. Partirà domattina.”.“.   

                                                                          A SAPRI I GALLOTTI E L’UNITA’ D’ITALIA

Nel 1860, il barone Giovanni GALLOTTI nominato maggiore nell’Esercito Meridionale e Capitano della Guardia Nazionale 

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc….”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella (….), e del suo “Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870)”, Lodi, Ellebi, 2000; oppure Amicarella Romolo, “Il Risorgimento in Basilicata. I Lucani nelle guerre di indipendenza dal 1848 al 1870″. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio, Cajazzo ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”.

Nel Settembre 1860, gli Atti deliberativi dei Municipi per l’adesione al Governo Unitario Nazionale del Re del Piemonte Vittorio Emanuele II 

Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “In virtù della circolare del primo settembre emanata dal governo provvisorio salese (“Cittadino sindaco. Essendosi felicemente inaugurata una nuova era…..convocherà immediatamente il Decurionato e lo farà deliberare per l’atto di adesione al Governo Unitario Nazionale…)(103) i decurionati dei vari borghi dei due distretti si affrettarono a votare l’atto formale di adesione al governo di Vittorio Emanuele II. A Buonabitacolo “il collegio decurionale” così scrisse nella deliberazione di adesione: “…con voti unanimi…solennemente stabilisce di aderire al governo nazionale di Vittorio Emanuele II re d’Italia…”(104); e a Vibonati: “Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosiinterprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al governo unitario nazionale acclamando Re Vittorio Emanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(105). A Montesano “numerosissimo popolo cantò “con un entusiasmo indscrivibile l’inno ambrosiano” e così San Rufo (dove si registrarono “generali esternazioni di straordinaria gioia”), a Torre Orsaia (grande entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo furono in pratica riaffermati e sanciti col plebiscito del 21 d’ottobre, in virtù etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (103) postillava: “(103) Cfr. Il Lampo, Napoli, Bullettino 484 del 5 settembre 1860, n. 34; P. Russo, Un brandello ecc.., cit., p. 42 e n. 87”. Fusco, a p. 359, nella nota (104) postillava: “(104) E. Giudice, Storia civile e religiosa ecc.., p. 45 “. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Non mancarono casi di avversine al nuovo governo (a Buccino, Maiori, Scafati, Baronisi, Eboli, Campagna). Ivi, p. 23 sg.”. Fusco, a p. 359, nella nota (107) postillava: “M. Montesano, Partiti politici e plebisito a Napolie nelle provincie meridionali nel 1860, in “Arch. Storico per le Provincie Napoletane”, a. IV, quarta serie, 1966, pp. 64-66″. Fusco, oltre a citare il giornale “Il Lampo”, di cui alcuni esemplari sono conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, citava anche il testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Riguardo la Circolare citata dal Fusco, Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai cmmissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). Anche Roberto Parrella (…), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 175, in proposito scriveva che: “Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda. All’avanzata delle Camicie Rosse, sostenute dai contadini e da da parte della borghesia, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 169, in proposito scriveva: Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuov governoe numerose le manifestazioni digiubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.” Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954. 

Nel 14 Settembre 1860, l’atto deliberativo del Municipio di Sapri per l’adesione al Governo Unitario di Vittorio Emanuele II 

Riguardo gli Atti promulgati dalle giunte Decurionali dei Municipi all’epoca ed in particolare del Municipio di Sapri si ha notizia da Rita Tagliè. Il Capitano della Guardia Nazionale del Distretto o del Circondario, Giovanni Gallotti di Sapri, il barone Gallotti di Casaletto Spartano – Fortino, il 22 settembre 1860 scriveva una lettera, pubblicata dalla Tagliè, e conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto Prefettura, dove si giustificava per il ritardo nella comunicazione dell’adesione del Municipio e del Decurionato di Sapri al Governo Unitario del Regno d’Italia e a Vittorio Emanuele II. La lettera, che il Gallotti inviava al Governatore della Provincia di Salerno, è firmata anche dall’allora Sindaco di Sapri.  L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. La notizia dell’“Atto di adesione del Comune di Sapri al nuovo Regno”, è riportata anche da Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti.”. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Etc…”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5″. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. La Tagliè, a p. 174, continuando sulla lettera del Sindaco di Sapri e, riferendosi alla lettera scriveva che: Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum etc…”. Anche Roberto Parrella (…), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. La notizia della lettera del Gallotti inviata il 22 settembre 1860 è confermata da Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: “A Sapri l’atto deliberativo del Municipio per l’adesione al Governo Unitario fu sottoscritto il 14 settembre.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: In quella circostanza, curiosità, Sapri mutò anche la numerazione del protocollo. L’atto assunse il n. 1 di spedizione. Ma, presso la sede del Sotto Governatore non giunse e, il 24 successivo, dal sindaco, il Sotto Governatore fu assicurato d’averlo spedito in triplice copia e che un eventuale reclamo andava avanzato alla Direzione Postale (6). In ogni caso: “mi onoro farvene arrivare altre copie.”. Policicchio, a p. 171, nella nota (6) postillava: “(6) Il Direttore dell’ufficio primario delle poste di Casalbuono, traslocando a Sala, in questi termini si congedava dal Sindaco e cittadinanza di Vibonati il 17 novembre 1861: “Parto sapendo di non aver dispiaciuto in qualche riscontro, la sua gentil persona, e cotesti Patrioti, poiché per mia fortuna veruna doglianza fin’ora mi è arrivata”. ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati) b. 14, f. VI (categoria: Governo dal 1860 al 1865).”. La notizia venne riportata anche da Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “…a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”. Felice Fusco, scriveva che: “…a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”

Nel 15, 16 e 17 settembre 1860, a Sapri si fecero tre giorni di festa ed il barone Giovanni Gallotti offrì un pranzo per i Sapresi indigenti

Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Etc…”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5″. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. La Tagliè, a p. 174, continuando sulla lettera del Sindaco di Sapri e, riferendosi alla lettera scriveva che: Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti.”. Inoltre, la Tagliè, a p. 174 aggiungeva sui Gallotti a Sapri che: E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Sui tre giorni di festa tenutisi a Sapri, in seguito al passaggio di Garibaldi ed al ruolo, sempre più mortificato e bistrattato che tenne il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Roberto Parrella (…) che, nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigenti un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava il testo dell’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Policicchio continua trascrivendo la lettera del Gallotti che scriveva al Governatore sulla festa tenutasi a Sapri nei tre giorni del 15, 16 e 17 settembre 1860:  “Esse sono state celebrate col massimo entusiasmo di gioja, allegrezza, spari, colpi di cannone, toselli eretti all’invitto Vittorio Emanuele, e ‘l Dittatore Garibaldi nella Piazza, toselli ornati con ricche ceri, e Musica. La Chiesa illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi che la miravano, soprattutto un’allucuzione di entusiastica favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi. Applausi immensi. Etc…”. Il Capitano Giovanni Gallotti scriveva al Governatore che nei tre giorni di festeggiamenti, la Chiesa madre dell’Immacolata Concezione, nell’attuale piazza del Plebiscito a Sapri era “illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi etc…” e aggiungeva “…favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi.”. Aggiungeva pure il Gallotti che: “….Diè compimento al fausto giorno un lauto banchetto ordinato dalla filantropia del Capitano Nazionale Barone Gallotti, che dava agli indigeni, venendo assisto dal d° Tenente Monaco, e situati innanzi ai detti Toselli era bello il vedere ed il sentire il grido di quei tutti, nel mentre che gustavano del pranzo Viva Italia una, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi, nonché accorse da Vibonati il Giudice Regio D. Francesco Saverio Cajazzo, che fece cerchio con la G° Nle e l’ammonì sulle nobili ideee di condotta.”. Dunque, il Gallotti diede pubblica lode al giudice del Circondario Francesco Saverio Cajazzo che dice essere venuto e accorso da Vibonati, sede del suo Ufficio e che in Piazza “fece cerchio con la Guardia Nazionale di Sapri e del Circondario”

Nel 15, 15 e 17 settembre 1860, Salvatore Gallotti, figlio del barone di Battaglia Giovanni Gallotti (Capitano della Guardia Nazionale), era Avvovato

Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, scriveva che secondo il rapporto del Sindaco di Sapri, Francesco Gaetani che il 22 settembre inviò al Governatore della Provincia di Salerno, in occasione dei tre giorni di festeggiamenti tenutisi a Sapri, il 15, 16 e 17 settembre 1860, nel rapporto vi è scritto che: “….al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”.”.

Nel 15, 15 e 17 settembre 1860,  il Tenente D. Giuseppe MONACO, Comandante della Guardia Doganale di Sapri

Nel 17 settembre 1860, da Paola partenza per Napoli di altri 2000 volontari della brigata MEDICI 

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi….(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Nicostrato Castellini (…..) fu diretto testimone, al’epoca giovane volontario garibaldino che si trovò a Paola e a Sapri. Il nipote, Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “ 14 settembre….Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “ Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì „. Ed infatti il Mongibéllo entrò il 15 settembre nel porto di Napoli, con i primi scaglioni della divisione Medici. Agli ufficiali ed ai soldati furono concesse, dopo tanti giorni d’“ esiglio „, alcune giornate di riposo. Il capitano Castellini ne approfittò, com’era suo costume, per visitare i dintorni, il Museo di Napoli, etc…”. Il nipote di Castellini, a p. 64, nella nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibello. – La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17° divisione.”. Dunque, la XVII Divsion era  a Disioe di Giacomo MEDICI ed a questa apparteneva la brigata d Eberhardt. Infatti, della XVII Divisione il Comandante era Giacomo Medici; Capo di Stato Maggiore della Divisione era illuogotenente Colonnello Ferrari; comandante della 1° Brigata era il colonnello Simonetta; comandante della 2° Brigata era il colonnello Corte; il comandante della 3° Brigata era il colonnello Eberhardt; e poi c’era la 4° brigata con Dunne e la 5° Brigata con Mussolino. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Medici partì dopo il 15 da Paola con le restanti truppe della sua Divisione che non avevano potuto imbarcarsi per mancanza di barche. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola e che in quel giorno soltanto riusciva ad imbarcarsi su due piccoli vapori già borbonici, il ‘Mongibello’ e l”Archimede’, un terzo delle sue forze. Gli altri due terzi, 2 mila uomini circa, poterono partire con lui qualche giorno più tardi, giungendo a Napoli quando già gli altri corpi si radunavano nella pianura intorno a Caserta, ove abbiamo visto arrivare primo di tutti il Turr reduce a Ariano. Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo in questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini e 160 mila cartucce. Partirà domattina.”.“. 

Nel 19 settembre 1860, la BRIGATA LUCANA del colonnello BOLDONI entrò trionfante a Napoli

Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretrio nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava:  “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Rivilello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 251 in proposito scriveva che: Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri e poi a Salerno, in ‘Brigata dei Cacciatori Lucani’, licenziandosi coloro che per età, per cure di famiglia, o per altra qualsiasi causa, non potevano più a lungo permanere sotto le bandiere dell’Insurrezione. Ne restarono circa due mila e cinque cento, ed il Boldoni vi mise a capo dello Stato Maggiore il Maggiore Emilio Petruccelli, affidando il comando dei quattro Battaglioni al prete Nicola Mancusi di Avigliano, a Francesco Paolo La Vecchia di Tricarico, a Giuseppe Domenico La Cava di Corleto, ed a Francesco Paolo Pomarici di Anzi. La brigata Lucana entrò a Napoli nel 19 Settembre, sfilando con marziale disinvoltura lungo la via Toledo etc…(p. 252). A Napoli il comando della Brigata Lucana fu tolto al Boldoni e dato a Clemente corte, Colonnello di Garibaldi, la qual cosa spiacque a moltissimi, perchè fu fatta forse per segreti disegni, ed in maniera alquanto brusca ed inaspettata. Agl’Insorti Lucani Garibaldi diede, come distintivo, un nastro blù con fibietta da portarsi sull’omero sinistro. Per mancanza di documenti non posso dire quali nuovi ordinamenti subisse la Brigata Lucana nel far parte della Divisione del General Medici; ne quale posto occupasse nelle giornate del 1 e del 2 Ottobre, allorchè vi fu sanguinoso combattimento fra i soldati di re Francesco e le valorose schiere di Garibaldi.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 411, in proposito scriveva pure che: “VI. Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 237, in proposito scriveva che: “La brigata Lucana e l’assedio di Capua. Giunto che fu il Dittatore a Casalnuovo, e venutovi, per mettersi agli ordini di lui, il Colonnello Boldoni, gli insorti della Lucania furono incorporati nella divisione del Generale Cosenz. Laonde il Colonnello ebbe ordinato alle sparse legioni di raccogliersi a Vietri di Potenza, ove trasmutava il quartier generale; li ordinò in brigata che disse dei Cacciatori Lucani; e queste divise in quattro battaglioni secondo i distretti della provincia, di poco meno che tremila uomini in tutto (1). La brigata ebbe nuovo ordiamento a Salerno; poichè diede licenza a’ militi più vecchi di ritrarsene; nominò capo dello stato maggiore il signor Emilio Petruccelli; e capo dei battaglioni i signori Giuseppe-Domenico La Cava, Francesco Paolo La Vecchia, Nicola Mancusi, e Francesco Paolo Pomarici. Restarono sotto le armi duemila centosettantasei militi. La brigata entrò il giorno 19 settembre nella città di Napoli “salutata (dice uno scrittore straniero) da calorose acclamazioni del popolo di Napoli il quale, a spettacolo nuovo sui lastrici della città capitale, vedeva la prima volta, senza il terrore dei seguaci della Santa-fede, gl’insorti popoli delle provincie nelle sue fogge ruvide, bizzarre e pittoresche, in armi da caccia e da museo, d’ogni sorta gente e condizione commisti, e preti e frati vessilliferi e capifila”(2). A Napoli un terzo riordinamento, e questo fu l’ultimo della brigata Lucana. Il Colonnello Boldoni fu surrogato dal colonnello Clemente Corte. Al Boldoni faceva ingiuria l’origine sua; cioè il partito che l’ebbe eletto alla impresa di Basilicata, e lo indirizzo di una politica, che egli non nascondea, ma bandiva sotto gli auspicii del Conte di Cavour. Codesto lo aveva reso non bene accetto, poscia mal visto a coloro, che ormai levavano bandiera in aperta opposizione al ministro di Sardegna: e poichè il Dittatore aveva vinto, e dei servigi di quello non pareva più bisogno, gli spiriti partigiani vollero sbrigarsene; e per quali vie non monta. Sinistrarono gli atti di lui; ne calunniarono intenzioni e parole; non dubitarono di mentire in nome del popolo appo il Dittatore; e il Boldoni fu rimosso dal comando della brigata; nè parola di lode venne a temperare la crudezza del fatto subitaneo. Cominciava da lui la manifestazione prima di quella febbre di demolizione, che poscia abbiam vista senza limiti appiccarsi a tutti gli animi, e aggredir tutti gli uomini e le cose. Unica, forse e sempre generosa, la città di Corleto non dimenticò il Colonnello Boldoni; ….Il Colonnello Clemente Corte, giovane ardito, operosissimo, valoroso e valente ebbe l’onore di guidare al fuoco la giovane brigata dei volontari Lucani. Ricominciando il novello e più acconcio ordinamento, le mutò il nome in brigata di Basilicata; scompose lo scheletro, o, come dicono, i quadri; non tenne conto, e ben fece, dei gradi che la rivoluzione etc…”. Racioppi, a p. 237, nella nota (1) postillava: “(1) Il giorno 5 di settembre, a Vietri, il battaglone detto di Lagonegro numerava 671 militi; quello di Potenza 957, il terzo di Matera 478; il quarto di Melfi 810; in uno 2916.”. Racioppi, a p. 237, nella nota (2) postillava: “(2) E. Maison, Journal d’un volontaire de Garibaldi. Paris, 1861, pag. 88.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 52-53, in proposito scriveva pure che: Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”. Pesce, a p. 53, nella nota (1) postillava: “(1) Fra quei volontari emerse la figura gigantesca e balda del Capitano Gennaro Iannarelli di S. Severino Lucano, il quale, dopo aver combattuto coraggiosamente a Santamaria, fu a capo di una compagnia di Guardie Mobili per la repressione del brigantaggio nel Circondario di Lagonegro, etc…”. Il Pesce, a p. 55 scriveva pure che: “Ammirato e carezzato dai commilitoni per la sua tenera età e pel suo coraggio, fu iscritto, semplice milite, nel 1. Battaglione della Brigata Lucana, la quale, dopo che fu bene riordinata dei migliori elementi della disciplina militare dal nuovo Colonnello Clemente Corte, succeduto al Boldoni, e fu fornita, nei depositi di Aversa, d’armi e di divisa, fu aggregata alla Divisione del Generale Medici, e fu guidata al combattimento con mirabile slancio. E’ risaputo che gli insorti lucani ebbero, come distintivo, un nastro bleu con fibbietta da portarsi sull’omero sinistro.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 24-25-26, in proposito scriveva che: “Dopo l’entrata in Napoli, la Brigata Lucana si organizzò per distretti: il distretto di Matera fu dato a Carmine Ferri, che, avendo assicurato la tranquillità e data forma costituzionale alla città, riprese il suo posto di combattente, e il distretto di Lagonegro fu affidato al Lavecchia. Il 19 settembre la Brigata Lucana si riunì a Napoli, dopo aver spazzato il salernitano dei residui dell’esercito borbonico, e dopo aver compiuta la rivoluzione nell’avellinese. Gl’insorti lucani, vestiti ed armati alla meglio, vennero accolti con grandi feste, e costretti a fare il giro della città: Napoli, con quell’atto, volle dare il merito alla Basilicata di essere stata la prima ad insorgere e di aver meglio organizzata la rivoluzione. Garibaldi passò in rivista la brigata, riorganizzò gl’insorti in nome dell’Italia e li lasciò liberi. I vecchi furono costretti a ritornare a casa; i giovani, inquadrati da ufficiali garibaldini, formarono la nuova brigata, che si distinse sotto le mura di Capua e sulle sponde del Volturno. I tricaricesi furono rattristati dalla perdita del patriota Giuseppe Bronzini, morto a Napoli in seguito agli strapazzi di guerra. Finito il loro compito, i nostri patrioti ritornarono a casa, lieti di aver servita la Patria, e di aver concorso a liberare le nostre terre dalla soggezione borbonica; non chiesero nè onori nè ricompense. Il Lavecchia fu nominato prefetto, ma rifiutò dicendo: “Non abbiamo lavorato per ottenere una pagnotta”. Sorsero poi i vittoriosi, che misero in disparte gli autentici combattenti e carpirono gli onori destinati a chi aveva ben meritato della Patria. Il successo della campagna del ’60 dev’essere attribuito alla Basilicata.Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Nicola Mignogna, a pp. 113-114, in proposito scriveva: “469) Brigata Lucana – Quartier Generale in Salerno – Ordine del giorno, Salerno li 15 settembre 1860, s. 1., nè a.” Foglio a stampa contenente le disposizioni impartite dal colonnello Boldoni per il funzionamento della brigata Lucana destinata ad essere aggregata all’Esercito Meridionale. I quattro battaglioni, quello del distretto di Lagonegro, costituito da 554 uomini, quello di Potenza, da 546, quello di Matera, da 497 uomini e quello di Melfi, da 579 uomini, vengono rispettivamente affidati al comando di Giuseppe Domenico Lacava, di Francesco Pomarici, di Francesco Emilio Petruccelli, recatosi a Napoli, sarà capo di Stato Maggiore della brigata Leopoldo Scoppa, si porta a conoscenza la costituzione di Commissione di donne con il compito di sovvenire ai bisogni etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana informa lo storico Cilibrizzi (1) fu costituita con 3.500 insorti. Era formata su otto colonne: 1° Colonna: Potenza – Comandante Francesco Pomarici; 2° Colonna: Comandante Giuseppe Domenico Lacava; 3° colonna: Tricarico – Comandante Francesco Paolo Lavecchia etc..La Brigata Lucana divenne poi “Brigata Basilicata” comandata dal Colonnello Clemente Corte che si distinse poi nelle battaglie combattute contro i Borboni sul Volturno e nell’assedio di Gaeta.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 31-32, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana – che passò poi al comando del colonnello Clemente Corte col nuovo nome di ‘Brigata Basilicata’ – si battè valorosamente il 2 ottobre, alla battaglia del Volturno, e il 15 il 19 e il 30 ottobre all’assedio di Capua..  

Nel 1860, la BRIGATA BASILICATA al comando di Clemente CORTE

Nel 18 e 19 settembre 1860, a Capitello, la Guardia Nazionale di Capitello arrestava Giuseppantonio Scarpitta, Domenico Sabini e Concetta De Simone

Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: La notte del 18 e 19 settembre 1860, la Guardia Nazionale di Capitello arrestava Giuseppantonio Scarpetta, Domenico Sabini e Concetta De Simone, accusandoli di cospirazione contro la nuova forma digoverno, poichè avversi al nuovo regime liberale e desiderosi del ritorno della dinastia borbonica. Furono arrestati a causa deiloroprecedenti politici, e per essersi “di notte spostati a Sapri in casa Peluso, e per spargersi da essi voci sulla instabilità dell’attuale Governo….Giuseppantonio Scarpitta e Domenico Sabini nella sera del 18 detto comparivano in Capitello, asserendo voler comperare dè pesci; quindi su di una barca recaronsi in Sapri ove portarono a quel Capo Nazionale un fucile che si apparteneva a D. Annibale Peluso: ritornarono a Capitello verso le ore 7:00 in 8 della notte. Essi erano realmente affezionati alla famiglia Peluso, e da qualche testimone si assicura di aver guardato, assistito e scortato l’ex Capo Urbano Vincenzo Peluso da un punto all’altro, essendo latitante. I medesimi con altri si sono attivati a diffondere notizie sulla certezza del cangiamento dell’attuale Governo, e sulla venuta degli Austriaci; sul conto di Concetta De Simone si è liquidato solamente d’essere confidente della famiglia Peluso, e d’essere stato in sua casa il Sabini nel giorno prcedente alla notte. Gli arrestati né loro interrogatori negavano di avre in modo alcuno cospirato contro il Governo”(240).”. Del Duca, a p. 177, nella nota (240) postilava che: “(240) A.S.S., Gran Corte Criminale, Process Politci, 1860, Compendio de Giudicato Regio di Vibonti del processo sul tentativo di cospirazione ordito a Capitello e Ispani, busta 172, fascicolo 15.”.  La notizia è interessantissima anche perchè, sebbene a Sapri vi fossero alcune famiglie liberali presenti nel paese e in zona, in occasione dell’intensa attività di sbarco delle truppe garibaldine dirette verso la capitale del Regno borbonico, vi sia siano state altre famiglie di sediziosi, contrari al nuovo stato delle cose, come ad esempio la famiglia dei PELUSO, da decenni impegnata contro i liberali della zona. La notizia ed i Verbali conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, sono degni di nota e le notizie che contengono dovrebbero essere ulteriormente indagate. Tuttavia, a prima vista possiamo trarre delle notizie. La prima è quella che il 18 e 19 settembre 1860, a Sapri, vi era una “Casa Peluso” “Capo Nazionale”, dove, i tre arrestati a Capitello, Giuseppantonio Scarpitta, Domenico Sabino e Concetta De Simone, si recarono e dove fu da loro consegnato un fucile che sarebbe appartenuto a “don Annibale Peluso”.  Il rapporto del Giudice di Vibonati dice pure che i tre “….erano realmente affezionati alla famiglia Peluso, e da qualche testimone si assicura di aver guardato, assistito e scortato l’ex Capo Urbano Vincenzo Peluso da un punto all’altro, essendo latitante.”. E qui la notizia mi sembra plausibile essendo il Capo Urbano di Sapri all’epoca dell’arrivo di Garibaldi Vincenzo Peluso, che, per l’occasione si rese latitante, insieme ad altri attendibili e borbonici della zona.

Nel 22 settembre 1860, il Sindaco di Sapri era Francesco GAETANI

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “13) Pasquale AUTUORI; 14) Francesco GAETANI 1870 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. La notizia dell’“Atto di adesione del Comune di Sapri al nuovo Regno”, e quindi della lettera del Sindaco di Sapri, è riportata anche da Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”.  Dunque, la Tagliè riferisce della lettera che il Sindaco di Sapri, Francesco Gaetani, nel 22 settembre 1960 scrisse al Governatore della Provincia di Salerno, in merito all’“Adesione del comune di Sapri al nuovo Governo di Vittorio Emanuele II”. Il documento interessantissimo è conservato presso l’Archivio di Stato di Salerno, ramo Prefettura, Gabinetto, b. 1, foglio 5. Scrive sempre la Tagliè che nella lettera vi è un rapporto dove vennero descritti i festeggiamenti che si tennero a Sapri per l’adesione al nuovo governo, festeggiamenti promossi a Sapri dal Capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti e figli, che si tennero per tre giorni consecutivi, il 15, 16 e 17 settembre 1860. La Tagliè scrive che nella lettera di Gaetani “Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti.”. Tagliè, a p. 174, concludeva su i Gallotti, baroni di Battaglia scrivendo che: “E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”.  

Nel 24 settembre 1860, a Torraca, Vincenzo GAETANI, capo della Guardia Nazionale e l’arresto di Francesco Torre di Vibonati

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 198, in proposito scriveva che: “Appena dopo il passaggio di Garibaldi, il 24 settembre 1860, il Capo Brigata della Guardia Nazionale di Torraca, Vincenzo Gaetani di Saverio, ordinò l’arresto, eseguito da Domenico Zipparro (5) e Carmine Barra, “in contrada Olmo (6), nella piazza, dell’abitato di Torraca” a danno di Francesco Torre di Vincenzo, di Vibonati, accusato d’aver pronunciato parole contro Vittorio Emanuele e Garibaldi. Francesco Torre, guardaboschi (7) del demanio promiscuo dei comuni di Casaletto, Tortorella e Vibonati, perché emissario delle autorità borboniche, fu destituito dalla carica con la seguente motivazione: “i boschi comunali a lui affidati sono stati sempre devastati, e precisamente le contrade nelle vicinanze dei Comuni di Torraca, e Sapri, e la legna di siffatti devastamenti con lui consenso, pe per suo profitto si sono venduti ad abitanti di Sapri, ed ai padroni di bastimenti siciliani ancorati al lido di detto comune, ed egualmente ha praticato cogli abitanti di Torraca. Etc…(8).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (5) postillava: “(5)  Insieme a Francesco Brandi, il 6 dicembre 1856 richiese di essere cancellato dall’elenco degli attendibili. Le informazioni prese dal Sotto Intendente fecero ritenere ce la loro condotta “non sia stata buona per modo che non convenga di depennarli dallo elenco degli attendibili. Essi figurano nella 2° categoria dello elenco dei sorvegliati, ed io riportandomi a quella biografia, reputo non secondabile la loro domanda” (ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 86, f. 24).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (6) postillava: “(6) La storia orale tramanda che all’ombra di quest’albero, abbattuto non da molto, Carlo Pisacane, la mattina del 29 giugno 1857, lesse il suo proclama di libertà al popolo.”. Policicchio, a p. 198, nella nota (7) postillava: “(7) L’amministrazione forestale agli amministratori di Scalea chiese se i guardaboschi facessero o no il loro dovere. Il Decurionato “non trova motivi per rimuovere etc…” (ACSCL, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 5 dicembre 1860, p. 117v).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (8) postillava: “(8) ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1, Delibera Decurionale del 2 dicembre 1860.”.

Nel 24 settembre 1860, a Capitello si faceva contrabbando di sale

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 250, in proposito scriveva che: “Oltre che debellare il brigantaggio, alla Guardia Nazionale furono assegnate altre funzioni. Nella baia di Capitello, il 24 settembre 1860, approdò un brigantino siciliano i cui marinai, in assenza temporanea del Ricevitore Doganale, Raffaele Falcone, a cui doveva eseguirsi la consegna del sale, si posero a contrabbandare il prodotto trasportato. Il 27 marzo il funzionario di dogana segnalava “l’arresto avvenuto di quattro somari con circa cantaja due di sale contrabbando, e con essi tre individui”(23).”. Policicchio, a p. 250, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Governatorato, b. 15, f. 713.”.

Nel 1860, a Roccagloriosa, i martiri per la libertà e per l’Unità d’Italia

Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, Grafica Jannone, Salerno, 1986, a p. 74, in proposito scriveva che, di Roccagloriosa era: “Giustino De Caro, nato il 1789, era ufficiale nelle guardie d’onnore durante il decennio francese, e poi fu capitano nella milizia provinciale del paese natio. Fu uno dei più valorosi eroi della rivolta del Cilento nel 1828. Di fronte a inaudite torture, non volle mai tradire le idee di libertà. Arrestato, fu condannato a 26 anni di ferri e imprigionato nella caserma della Maddalena; poi passò all’ergastolo di S. Stefano, dove ebbe a compagno Cono Mercurio. Un atto sovrano del 18 dicembre 1830 gli commutò la pena nella relegazione a Ponza. Ottenne la grazia nel 1831 e, ritornato nel paese natio, vi morì l’anno stesso (119). Vincenzo Prota (1820-1903) apparteneva alle Società Segrete a Napoli dove studiava. Fu segnalato proditoriamente alla polizia borbonica, che lo catturò ed imprigionò assoggettandolo alla fustigazione, perché si rifiutò di svelare i nomi dei congiurati. Sopportò cinicamente 101 legnate senza parlare: i medici presenti ordinarono la sospensione della tortura, perché il Prota era già agli estremi. Però, dopo, egli si riprese e fu rinchiuso di nuovo in prigione, dove stette fino alla venuta di Garibaldi, che lo liberò. Ritornò in patria e visse minorato fino all’età di 83 anni. P. Salvatore da Acquavena, Francescano dell’Ordine degli Osservanti. Fu eletto ministro provinciale della Provincia di Principato tra il 1860-70 (180).”. Romaniello, a p. 74, nella nota (119) postillava: “(119) De Crescenzo G., o.c., p. 134”. Romaniello, a p. 75, nella nota (120) postillava: “(120) Paterno (da) P. Raffaele, o.c., p. 61″.  Nella nota (119) Romaniello citava il testo di Gennaro De Crescenzo, “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, ma a p. 134, non troviamo nulla.  

Dopo il 27 settembre 1860, a Napoli, Mazzini fonda il giornale Il Popolo d’Italia

Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 94-95, in proposito scriveva che: “Su una posizione simile è Mazzini, che riprende subito l’azione col vecchio spirito. Durante la Dittatura egli pensa di fare del Mezzogiorno la base di una prossima iniziativa rivoluzionaria (6), credendo che vi sia lo stesso fermento del 1859-60 in Sicilia. per suo impulso si costituisce a Napoli fin dal 27 settembre l’Associazione Nazionale Unitaria; contemporaneamente egli incoraggia la costituzione di una società operaia (7) e fonda un giornale, “Il Popolo d’Italia”. Da Wikipedia leggiamo che Il quotidiano “Il Popolo d’Italia” fu fondato da Giuseppe Mazzini nel 1860 a Napoli, come organo di stampa dell’Associazione Unitaria Italiana. Aveva lo scopo di sostenere l’unificazione nazionale e la causa risorgimentale. Mazzini, allora esule a Londra, inviò alcuni suoi uomini a Napoli per organizzare la pubblicazione. Il giornale, che riprendeva il nome di un precedente quotidiano mazziniano, “Italia del Popolo”, si rivolgeva principalmente alla sinistra risorgimentale, mazziniani, garibaldini e repubblicani.

Nel 2 ottobre 1860, a Caserta, morì il giovane di Lagonegro 

Da Wikipedia leggiamo che la battaglia del Volturno indica alcuni scontri armati tra i volontari garibaldini e le truppe borboniche, avvenuti tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860 nei pressi del fiume Volturno, durante la spedizione dei Mille. Il territorio impegnato dalle vicende belliche è sito nell’attuale provincia di Caserta, delimitato all’incirca in un triangolo avente i vertici nelle città di Capua, Caiazzo e Maddaloni. Sebbene in inferiorità di uomini e mezzi, i volontari dell’Esercito meridionale al comando di Giuseppe Garibaldi, dopo duri combattimenti nelle località sunnominate, riuscirono a respingere il tentativo dei napoletani di rompere l’accerchiamento di Gaeta e marciare su Napoli, convincendo i generali borbonici ad interrompere ogni tentativo di avanzata e a ritirarsi nelle posizioni di partenza. La battaglia fu l’ultimo tentativo fatto da Francesco II di respingere i garibaldini e riconquistare il proprio regno, ma il suo fallimento segnò definitivamente la fine del Regno delle Due Sicilie: il Re infatti, demotivato e persa la fiducia nei suoi comandanti, decise di chiudersi a Gaeta con i resti delle forze a lui fedeli, in attesa di un eventuale aiuto straniero alla sua causa, che tuttavia non giunse mai. Francesco II si arrese definitivamente il 13 febbraio 1861, dopo cinque mesi di assedio da parte dell’esercito piemontese. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “Fu appunto in questo combattimento del 2 Ottobre, presso Caserta, che il giovanetto Michele Cosentino fu gravemente ferito, per cui, dopo avr partecipato ai genitori la gloriosa e triste sorte toccatagli, e chiesto perdono del dispiacere ad essi recato per la sua improvvisa partenza, morì dopo pochi giorni nell’ospedale del campo in Maddaloni. Di lì a poco, nell’anno stesso, quale triste fatalità! morirono pure la madre Rosa Aldinio, e poscia il padre Francesco, forse per le gravi amarezze provate pel generoso trascorso e per l’immatura morte del diletto figliuolo!. ‘A Lui non ombre pose, non pietra, non parola’ la Patria, ed il suo nome fu tosto coperto dall’oblio, ma fu rievocato nel discorso dell’On. Giustino Fortunato nel 20 Settembre 1898, per l’inaugurazione delle lapidi commemorative nella sala del Consiglio Provinciale di Basilicata, nelle quali è segnato pure il nome del nostro concittadino assieme con quello di Cristoforo Grossi, vittime ambedue degli stessi generosi sensi di libertà (1).”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 31-32, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana – che passò poi al comando del colonnello Clemente Corte col nuovo nome di ‘Brigata Basilicata’ – si battè valorosamente il 2 ottobre, alla battaglia del Volturno, e il 15 il 19 e il 30 ottobre all’assedio di Capua. Nella battaglia del Volturno, caddero Carlo Mazzei di Maratea, Francesco Abalsamo di Senise, Francesco Basile di Potenza, Michele Cosentino di Lagonegro e Antonio D’Angieri di Forenza.”.  

Nel 3 ottobre 1860, a Napoli il Governo Prodittatoriale di Giorgio PALLAVICINO

Da Wikipedia leggiamo che dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, e quasi tutta la Campania) erano state conquistate da Garibaldi, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano entrate nel Regno d’Italia in seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana e ai successivi plebisciti. Il Sud e il Nord della penisola erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio. L’avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva. L’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 segna un momento cruciale per l’Italia, con la fine del dominio borbonico e l’avvio dell’unificazione nazionale. La campagna dei Mille, iniziata a maggio, e il plebiscito di ottobre che sancisce l’annessione al Regno di Sardegna, sono passaggi fondamentali verso la nascita del Regno d’Italia. L’azione di Garibaldi in Sicilia e nel Sud Italia fu facilitata e in parte coordinata con il Regno di Sardegna, guidato dal Primo Ministro Camillo Benso, conte di Cavour. Cavour, pur non condividendo completamente l’approccio di Garibaldi, comprese l’importanza strategica di queste azioni per l’unificazione italiana sotto la corona sabauda. Dopo la conquista di Napoli, fu chiaro che l’intero Mezzogiorno avrebbe potuto essere annesso al Regno di Sardegna. Questo processo fu formalizzato attraverso un plebiscito tenutosi nell’ottobre 1860, che vide una schiacciante maggioranza dei votanti esprimersi a favore dell’annessione al Regno di Sardegna. L’annessione fu ratificata e il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere, portando alla creazione del Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861. L’intervento piemontese fu cruciale per garantire l’ordine e la stabilità durante la transizione, nonché per assicurare che l’unificazione avvenisse sotto l’egida piemontese, piuttosto che sotto una repubblica democratica come alcuni garibaldini avrebbero preferito. Sempre da Wikipedia, alla voce “Francesco Crispi” leggiamo che a Napoli il governo provvisorio di Garibaldi era in gran parte nelle mani dei fedeli di Cavour. Crispi, che arrivò in città a metà settembre, insistette con il generale e ottenne di concentrare il potere nelle sue mani. Tuttavia, la spinta rivoluzionaria che aveva animato la spedizione andava affievolendosi, specie dopo la battaglia del Volturno. Per rafforzare la sua posizione presso Vittorio Emanuele II, Garibaldi nominò il 3 ottobre 1860 prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino, un sostenitore di casa Savoia. Costui definì subito Crispi incompatibile con la carica di Segretario di Stato. Intanto Cavour aveva dichiarato che nell’Italia meridionale non avrebbe accettato altro che l’annessione incondizionata al Regno di Sardegna mediante plebiscito. Crispi, che aveva ancora la speranza di far proseguire la rivoluzione per riscattare Roma e Venezia, si oppose, proponendo di far eleggere al popolo un’assemblea parlamentare. A lui si affiancò (per motivi molto diversi) il federalista Carlo Cattaneo. Preso fra due fuochi, Garibaldi dichiarò che la decisione sarebbe spettata ai due prodittatori di Sicilia e di Napoli, Antonio Mordini e Pallavicino. Entrambi optarono per il plebiscito e Crispi, dopo la riunione decisiva del 13 ottobre di palazzo d’Angri, si dimise dal governo di Garibaldi. Il Cavour, che non si fidava di Agostino Bertani, segretario generale del dittatore Garibaldi, favorì la nomina del Pallavicino come prodittatore a Napoli da parte di Garibaldi subito dopo l’ingresso nella città (settembre 1860). Pallavicino si batté, contro il volere dello stesso Garibaldi, per l’annessione immediata delle province napoletane al Regno di Sardegna e dopo il plebiscito del 21 ottobre, venne decorato con il collare dell’Annunziata. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “….XLIII. II Marchese Giorgio Pallavicini. Il Plebiscito. – In quel mezzo giungeva a Napoli Giorgio Pallavicini, condannato dall’Austria nel 1821 con Gonfalonieri, Pellico, Rossini e gli altri cospiratori. Benveduto dal generale, che lo aveva già scelto per prodittatore delle provincie continentali , senza per altro averlo ancora nominato. Proveniva da Torino, ove il Re e Cavour gli avevano impartite istruzioni, che si riassumevano così: Nessuna transazione coi mazziniani, nessuna debolezza coi garibaldini, ma riguardi massimi per il loro capo . » << Il 3 ottobre un decreto dittatoriale nominava prodittatore delle provincie napoletane il marchese Giorgio Pallavicini -Trivulzio. Il 5 questi decretava la soppressione del dipartimento degli affari siciliani. Crispi conservava le sue funzioni di segretario generale della dittatura e di ministro degli esteri. Il 9 fu decretato il plebiscito: il popolo era chiamato per si o per no sulla seguente formola : << Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele, re costituzionale, e i suoi legittimi discendenti. Etc…”. Crispi, a p. 202 aggiungeva: “Con Pallavicini diede le dimissioni il ministero, e Garibaldi il 12 ottobre fece promulgare il decreto di Crispi convocante l’assemblea napoletana per l’11 corrente e incaricava Crispi di formare un nuovo ministero. Ma intanto i moderati organizzarono una dimostrazione popolare al grido di morte a Mazzini, morte a Crispi! Garibaldi dal palazzo della foresteria arringò i dimostranti, rimproverando loro le inconsulte grida….etc…Il 21 il plebiscito ebbe luogo a Napoli ed in Sicilia e fu votata la dedizione dell’antico regno delle due Sicilie a Vittorio Emanuele.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 146, in proposito scriveva che: Il partito garibaldino e il partito cavouriano, che chiedeva l’annessione immediata, erano venuti ad aperto contrasto; una rottura sarebbe riuscita infinitamente dannosa alla causa nazionale, se pure non avrebbe dato luogo addirittura ad una guerra civile. Si era gia arrivati alla formazione di un ministero secondo gl’intenti del partito cavouriano; da un momento all’altro potevano scoppiare disordini; l’atteggiamento delle truppe che occupavano ancora il Castel Nuovo e Sant’Elmo era cupo e minaccioso. L’arrivo di Garibaldi che entrò in città col generale Cosenz e qualche ufficiale del suo stato maggiore, in vettura scoperta, accompagnato da alcune guide, troncò l’attesa di tutti i dubbiosi e gl’indecisi, il lavorio dei partiti e l’eventuale resistenza delle truppe borboniche rimaste. L’entusiasmo dei Napoletani non conosce limiti. Prima di mezzogiorno il generale Cosenz aveva formato un Governo; la sera, il generale Turr faceva ingresso in città con l’avanguardia della sua Divisione. Il giorno stesso le truppe borboniche sgomberavano il Castel Vecchio e alcuni punti fortificati; l’indomani capitolò Sant’Elmo, …..Garibaldi affidò all’ammiraglio Persano, suo vecchio amico, il comando della flotta e spedì un vapore a Genova, per offrie la prodittatura al marchese Pallavicino. Si sviluppò la Guardia Nazionale….Garibaldi si condusse con somma moderazione e saggezza. La sua situazione era difficile, tra annessionisti, repubblicani ed ex soldati e ufficiali regi. Avendo sempre di mira lo scopo della sua vita e delle sue lotte, l’unità d’Italia, sempre cercando di conseguirlo senza spargimento di sangue, egli procurò di conciliare repubblicani e annessionisti, formò coi soldati e ufficiali napoletani una Divisione a parte e, col grosso del proprio esercito etc…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 131, in proposito scriveva che: “Francesco Crispi fu l’anima di governo di Garibaldi in Sicilia e a Napoli. Eguali sorti, dolori e lotte l’unirono lungo tempo col Dittatore dell’Italia meridionale. Crispi è repubblicano, come Garibaldi. Quando, a metà ottobre, la politica di Cavour venne ad aperto contrasto con quella di Garibaldi fu costretto a sacrificare il suo amico Crispi al principio costituzionale e all’unità delle popolazioni italiane, etc…”. Giuseppe Garibaldi, ebbe negli anni avvenire diverse amarezze causate da inevitabili dissapori con il Cavour e con i suoi partigiani. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione , nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre. Quello che più mi urtava nei maneggi di cotesto partito era di trovarne le traccie in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorruttibili erano dominati coll’ ipocrita ma terribile pretesto della necessità ! La necessità d’esser codardi ! La necessità di ravvolgersi nel fango davanti ad un simulacro di effimera potenza, e non sentire, non capire la robusta, imponente, maschia volontà d’un popolo che, volendo essere ad ogni costo, si dispone a frangere cotesti simulacri e disperderli nel letamaio da dove scaturirono. Cotesto partito, composto di compri giornali, di grassi proconsoli e di parassiti d’ ogni genere, sempre pronto a servire, con ogni specie d’abbassamento e di prostituzione , chi lo paga, e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare, quel partito, dico, mi fa l’effetto dei vermi sul cadavere: il loro numero ne segna il grado di putridume ! In ragion diretta del numero di questi vermi, si può valutare la corruzione d’ un popolo. Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori che la facevan da protettori dopo le nostre vittorie e che ci avrebbero dato il calcio dell’ asino, come lo diedero a Francesco II, se si fosse stati sconfitti, le quali mortificazioni io certo non avrei tollerato, se si fosse d’altro trattato che della causa santa dell’Italia. Per esempio, giungono due battaglioni dell’ esercito sardo non dimandati, con lo scopo reale di non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope ed assicurarla, ma col pretesto di mettersi ai miei ordini, se richiesti. Io li chiedo, e mi si risponde che devesi ottenere il beneplacito dell’ ambasciatore ; questi, consultato, risponde che si deve chiedere il permesso a Torino. Ed i miei prodi compagni frattanto si battevano e vincevano sul Volturno, non solamente senza il concorso di un solo soldato dell’ esercito regolare, ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia voleva inviarci , e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano. I pochi giorni passati in Napoli, dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, appunto per le mene e sollecitudini di quei tali cagnotti delle monarchie, che altro non sono in sostanza che sacerdoti del ventre, Aspiranti immorali e ridicoli, che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello, colpevole solo d’esser nato sui gradini d’un trono, e per sostituirlo del modo che tutti sanno. Tutti sanno le trame d’una tentata insurrezione, che doveva aver luogo prima dell’arrivo dei Mille per toglier loro il merito di cacciar il Borbone, e farsene poi belli costoro presso l’Italia, con poca fatica e merito. Ciò poteva benissimo eseguirsi se coi grossi stipendi la monarchia sapesse infondere ne’ suoi agenti un po ‘ più di coraggio, e meno amor della pelle. Non ebbero il coraggio d’una rivoluzione i fautori sabaudi, ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui, maestri come sono in tali appropriazioni; ma ne ebbero molto per intrigare, tramare, sovvertire l’ ordine pubblico, e mentre nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione, quando poco rimaneva da fare ed era divenuto il compimento facile, la smargiassavano da protettori ed alleati nostri, sbarcando truppe dell’esercito sardo in Napoli (per assicurare la gran preda, s ‘ intende), e giunsero al punto di protezionismo da inviarci due compagnie dello stesso esercito il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 2 ottobre. Sempre il calcio dell’ asino !”Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La reazione borbonica. Nella realtà meridionale, si inasprirono i contrasti preesistenti e ben presto, le aspettative e le speranze delle masse dei contadini e dei braccianti vennero deluse, in special modo per qunto riguardava la distribuzione della divisione delle terre, ora divenute proprietà nazionale. Le divisioni tra sostenitori ed oppositori del nuovo governo dunque, andava acuendosi con notevoli ripercussioni sullo spirito pubblico. Ne conseguirono diverse manifestazioni di avversione al regime liberale, al fine di diffondere un movimento reazionario favorevole al ritorno dei Borbone, molte delle quali indirizzate contro coloro che, avendo sostenuto Garibaldi nella sua risalita verso Napoli, erano poi ritornati nei luoghi natii. A creare un sentimento antiunitario contribuirono anche le autorità civili, religiose e militari che, con le dimostrazioni di opposizione al nuovo assetto istituzionale, causarono il diffondersi di nuovi turbamenti sociali.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, ……Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Pallavicino, pochi giorni dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli fu nominato prodittatore, ma l’azione sua fu variamente discussa. Proclamato il plebiscito a Napoli, si dimise, ritraendosi nella solitudine di San Fiorano. Ebbe però dal re il Collare della SS. Annunziata. Inviato con pieni poteri in Sicilia poco prima di Aspromonte, gli fu rimproverata la sua condiscendenza per l’impresa di Garibaldi, e tornò a San Fiorano, dove nel 1867, dopo un viaggio elettorale rimasto storico, ospitò il suo grande amico; e colà visse gli ultimi anni di vita, assistito dalla consorte Anna Koppmann, figlia del governatore di Praga, con la quale si era unito durante la sua forzata dimora colà, e che fu editrice delle Memorie di lui (Torino 1882-1895, voll. 3).

Nel 7 ottobre 1860, a San Giovanni a Piro, movimenti reazionari

Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 177-178, in proposito scriveva che: “A San Giovanni a Piro, il 7 ottobre 1860, Gaetano Iannuzzi, scagliandosi contro coloro che inneggiavano al Generale, gridava: “Garibaldi vai a farti fottere”.

Nel 13 ottobre 1860, a Lentiscosa, movimenti reazionari

Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 177-178, in proposito scriveva che: “La notte del 13 ottobre del 1860, alle ore 22:00 nel borgo di Lentiscosa, frazione del Comune di Camerota accadde una sommossa popolare che era indirizzata a sollevare il popolo contro il nuovo governo liberale. Il Regio Giudice di Camerota Ferrari così descriveva la sommossa in un rapporto straordinario del 15 ottobre: “Mentre mi stava nella Marina di Scario, mi arrivava la notte del 13 ottobre andante uffizio del Capitano della Guardia Nazionale di Camerota Signor Nicola Greco, con che mi rapportava che nell’istesso giorno una mano di fanciulli di Lentiscosa, paesetto posto di a intorno di quattro milia, rione di Camerota, fatisi sul colle denominato Spodicela, dirimpetto all’abitato di Camerota, Vi erano circa 200 popolani, cioè fanciulli, donne e contadini; teneano a vicinanza della Chiesa di S.a Rosalina un tavolino ove aveano confinata una Bandiera Bianca, e due quadretti, le donne tenevano dei Pali, altri fiuri, gridavano a tutta voce Viva Francesco Secondo. Che avendo il detto Capitano Greco spedito colà il Guardia Luigi Cusati per conoscere di che si trattasse, da costui si seppe che il basso popolo di Lentiscosa, non escluse le donne era in completa reazione, etc….(241)”. Del Duca, a p. 179, nella nota (241) postillava: “(241) A.S.S., Gran Corte Criminale, Processi Politici, 1860, Compendio del Giudicato Regio di Camerota del processo sull’attaco e resistenza conto la forza pubblica e voci sediziose a Camerota, busta 250, fascicoli 3-4.”.

Nell’ottobre 1860, PIETRO LACAVA, Segretario del Governo Prodittatoriale Lucano, il traferimento del Mango a Potenza e Vice Governatore del Distretto di Lagonegro

Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Sempre il Pesce, a p. 59, in proposito scriveva che: “Il Governatore della Basilicata Giacinto Albini abolì tosto le giunte insurezionali, i comitati locali ed i commissari civili, e così fu richiamato a Potenza da Lagonegro il Commissario Giuseppe Mango, il quale, lungi dall’abusare del potere goduto, seppe conservare e rafforzare il plauso e la gratitudine dei suoi concittadini, ed in premio degli utili servizi resi alla rivoluzione fu nominato Giudice della Gran Corte Criminale di Potenza. Al posto del Mango fu mandato come Sotto-Governatore o Sotto-Intendente pel Distretto di Lagonegro il valoroso giovane Pietro Lacava, che tanta parte onorevole aveva presa in quei moti insurrezionali. Questi, venuto in Lagonegro nei primi giorni d’Ottobre, attese con tutta energia e con impareggiabile zelo al consolidamento del nuovo ordine di cose, e seppe in breve conquistare lo affetto e la stima di tutta la cittadinanza dell’intero Distretto, dove lasciò memorie ed amicizie imperiture.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. E qui è d’uopo ricordare il seguente episodio di quel periodo: Essendo stato disciolto il benemerito esercito garibaldino, la schiera del Colonnello Pace di Castrovillari si ritirava da Napoli passando nel 17 Dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati lucani, quando surse improvvisamente, fra le due fazioni, per na certa inconsulta rivalità, un vivace alterco, che presto degenerò in aperto conflitto con vivace scambio di molte fucilate, per cui rimase morto un soldato lucano, certo Costantino Brescia, che stava di sentinella avanti al Palazzo Corradi, ora sede del Tribunale. Il Lacava, a quel rumoroso conflitto fratricida, accorse immediatamente insieme col Dottor Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, e lasciandosi etc…”. Su Pietro Lacava, poi Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava, il 21 giugno 1860 fece parte del Comitato Centrale Lucano di Corleto Perticara e il 19 agosto, in seguito alla insurrezione della Basilicata, fu nominato segretario del Governo Protodittatoriale Lucano. Divenuto vice-governatore a Lagonegro, represse le manifestazioni legittimiste dell’ottobre del 1860. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “…………………….”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: Nel 1860 la Basilicata insorse, dando il segnale della riscossa alle vicine regioni. Si è già detto che il 18 agosto di quell’anno, venne proclamato a Potenza il Governo prodittatoriale, i cui componenti furono Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Pochi giorni dopo, venne istituita la Giunta insurrezionale, con sette uffici. A Giacomo Racioppi – ch’era subito accorso a Potenza –  – fu affidata la direzione del quarto ufficio, che doveva occuparsi dell’amministrazione provinciale e comunale e degli affari demaniali. Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati.

Nel 14 ottobre 1860, a Torraca, il Decurionato ed il Sindaco PIETRO PAOLO PERAZZO ringraziarono il Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo

Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, riferendosi al giudice del Circondario Francesco Cajazzo, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”.

Nel …..ottobre 1860, la rimozione dei Governatori delle Provincie dai ‘poteri illimitati’

Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Riviello, a p. 250 scriveva che: “Cessato il Governo provvisorio della Prodittatura, cominciarono i ‘poteri illimitati’ del Governatore della Provincia di Basilicata – In virtù dei poteri illimitati conferitigli dal Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi, con Decreto 6 Settembre 1860 – Nomina – a Segretario Generale della Provincia il Sig. Giacomo Racioppi – Potenza 10 Settembre 1860. Giacinto Albini (1)”.”. Riviello, a p. 254, in proposito scriveva pure che: “Prima del Plebiscito i Governatori dai ‘poteri illimitati’ furono rimossi dal loro ufficio, e quindi Giacinto Albini cessò di essere a capo della notra Provincia (1).”. Riviello, a p. 254, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Commendatore Giacinto Albini ritornò a Potenza nel 6 Novembre 1878 come Conservatore delle Ipoteche, e vi morì nell’11 Marzo 1884 – Tutta la cittadinanza ricordando i lieti e gloriosi giorni della Prodittatura, volle onorare la morte dell’insigne uomo etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 396, in proposito scriveva che: “E’ un vero peccato che tutti gli atti del periodo di Governatorato del Matina siano andati irrimediabilmente perduti, perché in base ad essi si sarebbe potuto disegnare il quadro della sua energica attività, intesa a dare un assetto nuovo alla provincia, rispondente ai suoi principi politici. Si sa che egli fu fieramente avverso alla borghesia neghittosa e in massima parte fino a pochi giorni innanzi ancora borbonica: fu intransigente, violento ed irruento, secondo il suo carattere; la qual cosa valse ad alienargli il consenso di tutto il moderatume salernitano, il quale con torbide manovre giunse a rovesciarlo dopo un mese di governo (33).”. Cassese, a p. 396, nella nota (33) postillava: “(33) Durò in carica fino alla prima decade di ottobre. Un manifesto del 18 ottobre è firmato dal governatore Mariano Englen.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 397, in proposito scriveva che: “Ed era naturale che la borghesia gli si opponesse! Si trattava di riorganizzare a tempo di primato tutta l’impalcatura dell’amministrazione provinciale, che si era schiantata; si trattava di sgomberare il terreno dei vecchi relitti del passato; di abbattere vecchi numi locali, boriosi quanto incompetenti; di combattere gli antichi borbonici diventati d’un tratto liberali con allegra e sfacciata manovra trasformistica; di dare al popolo, mediante saggi provvedimenti, una prova tangibile che una vera rivoluzione era in corso di attuazione; si trattava infine di stroncare energicamente i tentativi di reazione, fomentati dai borbonici e dal clero (34).”. Cassese, a p. 397, nella nota (34) postillava: “(34) Per le condizioni politiche della Capitale e delle province vedi il bel volume aneddotico di Gustav Rash, Garibaldi a Napoli nel 1860, Bari, Laterza, 1938, pp. 108 sgg.”. Da Wikipedia leggiamo che cessate le funzioni di governatore, ebbe un incarico secondario, alla fine del quale si ritirò a vita privata, dimenticato dal governo del neonato Regno d’Italia[senza fonte]. Solo in seguito a vive pressioni, il governo si decise a concedergli incarichi di prestigio, nominandolo Tesoriere generale della provincia di Benevento e successivamente Conservatore delle Ipoteche di Basilicata. Venne eletto deputato nel 1861 alle prime elezioni del Parlamento Italiano (elezione annullata in considerazione del suo ufficio retribuito), vice sindaco di Napoli nel 1867, consigliere comunale di Benevento nel 1868 e infine, dal 1876 al 1878, sindaco di Montemurro[senza fonte]. Dalla Treccani on-line leggiamo che il 10 settembre, dopo avere sciolto le giunte insurrezionali, l’Albini assumeva, in forza di un decreto di Garibaldi del 6 settembre, la carica di governatore della Basilicata con poteri illimitati. Tale carica conservò fino alla metà dell’ottobre seguente, eliminando in questo breve periodo i funzionari e i magistrati borbonici. Eletto il 27 genn. 1861 deputato nei collegi di Lagonegro e di Melfi, dovette rinunciare al mandato parlamentare essendo stato nominato, fin dal novembre 1860, ufficiale di nipartimento della ex Presidenza del consiglio di Napoli e, successivamente, direttore della Stamperia reale. Nel febbraio 1861 fu tra i fondatori in Napoli del Comitato di provvedimento per Roma e Venezia e, successivamente, promotore di numerose società operaie di mutuo soccorso in Campania e in Basilicata. Nel 1868 venne nominato tesoriere generale della provincia di Benevento, e in quella città fu esponente massonico e consigliere comunale, dopo essere stato, nel 1867, vicesindaco di Napoli. Sindaco di Montemurro dal 1876 al 1878, il 6 novembre di tale anno assunse la carica di conservatore delle ipoteche di Potenza. Quivi morì l’11 marzo 1884. Il figlio Decio (1865-1923), che fu presidente del Comitato romano della Società per la storia del Risorgimento, cercò di dimostrare, in una serie di brevi lavori sul Risorgimento lucano, il mazzinianesimo del padre: egli fu anche il fondatore di diverse riviste lucane. Ma la sua attività prevalente fu quella di medico chirurgo, con un particolare inteper i problemi dell’ infanzia. Per meglio comprendere la figura di Giacinto Albini e dei “Poteri illimitati”, ottenuti unitamente alla nomina di Governatore della Basilicata, in un suo saggio, Ernesto Pontieri (….), mette seriamente in luce la sua figura quale essa veramente era. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) ….Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto accettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. Etc…”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Pedio, a p. 53, nella nota (2) postillava: “(2) Pedio Edoardo, La prodittatura lucana nel 1860 in Atti del Congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.”. Per comprendere meglio il dopo 1860, è utile leggere le pagine di Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (….), nel loro, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati. Il 13 ottobre, il Racioppi venne nominato dall’Albini Segretario Generale del Governo della Provincia. Pietro Lacava ha scritto che “il Plebiscito di Basilicata fu votato sotto Racioppi, e con sue istruzioni”.

Nel 18 ottobre 1860, Mariano ENGLEN sostituì Giovanni Matina a Governatore del Salernitano

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 396, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “….secondo il suo carattere; la qual cosa valse ad alienargli il consenso di tutto il moderatume salernitano, il quale con torbide manovre giunse a rovesciarlo dopo un mese di governo (33).”. Cassese, a p. 396, nella nota (33) postillava: “(33) Durò in carica fino alla prima decade di ottobre. Un manifesto del 18 ottobre è firmato dal governatore Mariano Englen.”. Sulla Treccani on-line leggiamo che Mariano Englen, il nuovo Governatore che sostituiva Matina, il 9 ag. 1860, poco prima della capitolazione borbonica, l’Englen fu nominato intendente della provincia di Bari, dove rimase fino al 7 novembre quando fu chiamato a sostituire il mazziniano Giovanni Matina come prodittatore di Salerno. Il 28 febbraio 1861 gli fu nuovamente affidata la presidenza del tribunale di commercio di Foggia, carica della quale non entrò mai in possesso in quanto, nell’aprile, fu nominato commissario demaniale di Cosenza. La nomina fu accompagnata da un decreto che gli concedeva soltanto “la metà del soldo”, per cui l’Englen si senti “nello stesso tempo premiato e punito”. Rientrò nella magistratura l’anno dopo con il grado di consigliere di corte di appello di Napoli. Politicamente l’Englen si era schierato con la Sinistra; anzi egli può essere considerato uno dei più fedeli interpreti della politica di Giovanni Nicotera (questa sua amicizia politica è anche documentata da una lettera del Nicotera a G. Lazzaro del 21 luglio 1871: “Dite al Billi [direttore politico del Roma] di mantenersi d’accordo coi nostri amici Bresciamorra, Englen, Piscopo e Fusco”). Nel 1870 l’Englen lasciò la magistratura con il grado di consigliere di Cassazione, per dedicarsi completamente alla vita politica. Eletto consigliere comunale di Napoli, venne subito inserito nella commissione d’inchiesta voluta dal Nicotera contro la precedente amministrazione Capitelli; nel 1871 divenne assessore ordinario. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 102, in proposito scriveva che: “Il costume assai basso della vita amministrativa, nella provincia di Salerno, come in altre del Mezzogiorno (8), si intrecciava strettamente con un altro fattore di maggior rilievo, che era la diffusa opposizione dell’opinione pubblica al governo moderato (9).”. Capone, a p. 102, nella nota (9) postillava: “(9) v. sul “Popolo d’Italia”, 19 ottobre 1860, le proteste di molti salernitani per la destinazione di Giovanni Matina, che era stato nominato da Garibaldi Governatore di Salerno, e per la sua sostituzione con l’Englen decisa dal Conforti.”. Raffaele Conforti era Ministro dell’Interno durante la Prodittatura di Napoli di Garibaldi ed il governo Pallavicino. Appoggiò la Spedizione dei Mille. Ritornò a Napoli in seguito all’amnistia concessa agli esuli da Francesco II, alla vigilia dell’arrivo dei garibaldini. Durante la dittatura del generale fu nominato ministro dell’Interno, e in tale veste organizzò il plebiscito a Napoli e fu lui a presentarne il risultato a Vittorio Emanuele II. 

Dopo il 13 ottobre 1860, l’indizione del PLEBISCITO nell’ex Regno delle Due Sicilie per l’annessione al Piemonte, al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II 

Da Wikipedia leggiamo che per rafforzare la sua posizione presso Vittorio Emanuele II, Garibaldi nominò il 3 ottobre 1860 prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino, un sostenitore di casa Savoia. Costui definì subito Crispi incompatibile con la carica di Segretario di Stato. Intanto Cavour aveva dichiarato che nell’Italia meridionale non avrebbe accettato altro che l’annessione incondizionata al Regno di Sardegna mediante plebiscito. Crispi, che aveva ancora la speranza di far proseguire la rivoluzione per riscattare Roma e Venezia, si oppose, proponendo di far eleggere al popolo un’assemblea parlamentare. A lui si affiancò (per motivi molto diversi) il federalista Carlo Cattaneo. Preso fra due fuochi, Garibaldi dichiarò che la decisione sarebbe spettata ai due prodittatori di Sicilia e di Napoli, Antonio Mordini e Pallavicino. Entrambi optarono per il plebiscito e Crispi, dopo la riunione decisiva del 13 ottobre di palazzo d’Angri, si dimise dal governo di Garibaldi. Il plebiscito delle province napoletane del 1860 si svolse il 21 ottobre 1860 nelle province continentali del Regno delle Due Sicilie, già sottoposte alla dittatura garibaldina, e sancì la fusione con il costituendo Regno d’Italia. Il plebiscito, indetto dal prodittatore per le province napoletane Giorgio Pallavicino, si tenne il 21 ottobre 1860, con il quesito: «Il Popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti?». Il Cavour, che non si fidava di Agostino Bertani, segretario generale del dittatore Garibaldi, favorì la nomina del Pallavicino come prodittatore a Napoli da parte di Garibaldi subito dopo l’ingresso nella città (settembre 1860). Pallavicino si batté, contro il volere dello stesso Garibaldi, per l’annessione immediata delle province napoletane al Regno di Sardegna e dopo il plebiscito del 21 ottobre, venne decorato con il collare dell’Annunziata. L’annessione fu formalizzata con regio decreto 17 dicembre 1860, nn. 4498 «Le province napoletane fanno parte del Regno d’Italia». Le annessioni furono formalizzate con regi decreti 17 dicembre 1860, n. 4498 («Le province napoletane fanno parte dello Stato Italiano») e 4499 («Le province siciliane fanno parte del Stato Italiano»). Il plebiscito è una forma di consultazione popolare su questioni politiche fondamentali, poste di solito sotto la forma di un’alternativa fra due possibilità. Nato nel diritto romano, è stato utilizzato diverse volte anche in età moderna e contemporanea. I plebisciti risorgimentali sono i plebisciti tenuti nel corso del XIX secolo per ratificare l’annessione di territori, in particolare in relazione al Regno di Sardegna e al Regno d’Italia, portando così all’Unità d’Italia. I plebisciti furono indetti per la legittimazione di annessioni e variazioni territoriali relative al Regno di Sardegna e successivamente al Regno d’Italia. Ormai in rotta con lo statista piemontese, come mostrò anche il suo discorso di condanna, in Senato, della cessione di Nizza e Savoia alla Francia, nel settembre 1860 Pallavicino fu chiamato a Napoli da Garibaldi, che ne ottenne la nomina a prodittatore e lo inviò, senza risultato, presso il sovrano a chiedergli le dimissioni del ministero Cavour. Al suo ritorno ebbe un durissimo scontro col generale e con Francesco Crispi e altri democratici sulla questione del plebiscito d’annessione, al quale egli era decisamente favorevole, ritenendo che la proposta di convocare un’assemblea per stabilire le condizioni di unione delle province meridionali al Piemonte potesse provocare una guerra civile. In questo senso scrisse una lettera aperta a Mazzini per esortarlo ad abbandonare Napoli, poiché riteneva la sua presenza fonte di pericolose divisioni. Forte dell’appoggio della guardia nazionale e di ripetute manifestazioni in favore del plebiscito svoltesi a Napoli, riuscì a far prevalere la sua volontà e a sopprimere la segreteria generale della Dittatura garibaldina e i pieni poteri dei governatori delle province, mossa invano contrastata da Crispi. La formula da lui concepita, «il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale», avrebbe dovuto garantire l’impegno del sovrano «di fare l’Italia – come gli avrebbe ricordato in una lettera da Pegli del 30 gennaio 1865 – colla sua Venezia e colla sua Roma» (Salazaro, 1866, p. 112). Cavour, pur avendo visto con scetticismo la nomina di Pallavicino a prodittatore, ammirò la fermezza di cui diede prova in quella circostanza, e ottenne dal re che gli fosse conferito il collare dell’Annunziata. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “….XLIII….Il 9 fu decretato il plebiscito : il popolo era chiamato per si o per no sulla seguente formula : << Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele, re costituzionale , e i suoi legittimi discendenti. Crispi frattanto proponeva la convocazione di una assemblea napoletana, per regolare il plebiscito e stabilire le norme dell’annessione. Sorse una fiera questione, su tale proposito. Pallavicini attaccava Crispi in faccia al generale, dicendolo un uomo nefasto e minacciando di ritirarsi se non lo si allontanasse . È lui che io ho scelto , non voi gli rispose bruscamente Garibaldi . Pallavicini se ne andò confuso, mormorando : – Io mi ritiro . – In anticamera incontrò Carlo Cattaneo e gli tese la mano ; questi non volle porgergliela e gli disse : Voi non sapete conoscere quali sieno i veri amici di Garibaldi. Con Pallavicini diede le dimissioni il ministero, e Garibaldi il 12 ottobre fece promulgare il decreto di Crispi convocante l’assemblea napoletana per l’11 corrente e incaricava Crispi di formare un nuovo ministero. Ma intanto i moderati organizzarono una dimostrazione popolare al grido di morte a Mazzini, morte a Crispi ! Garibaldi dal palazzo della foresteria arringò i dimostranti , rimproverando loro le inconsulte grida . Il risultato degli intrighi orditi contro Crispi fu ch’egli non riusci a comporre il gabinetto e diede il 15 ottobre le dimissioni da ministro degli esteri, conservando il solo ufficio di segretario di Garibaldi. Questi, stanco , annoiato , e anelante di tornarsene a Caprera , non insistè più per la convocazione dell’assemblea napoletana e pubblicò un proclama , nel quale annunziava che compiuto il plebiscito avrebbe deposto i suoi poteri in mano del re Vittorio Emanuele. Il 21 il plebiscito ebbe luogo a Napoli ed in Sicilia e fu votata la dedizione dell’antico regno delle due Sicilie a Vittorio Emanuele.”. Da Wikipedia leggiamo che il 3 novembre 1860 in Piazza regia (in seguito Piazza del Plebiscito) il presidente della corte suprema di giustizia di Napoli, Vincenzo Niutta, proclamò il risultato del plebiscito che sancì l’annessione del Regno di Napoli al Regno di Sardegna: «Proclamo che il popolo delle province meridionali d’Italia vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele, Re costituzionale e suoi legittimi discendenti». Il 4 novembre lo stesso fece il presidente della Corte suprema di giustizia siciliana, Pasquale Calvi. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 61-62, in proposito scriveva che: “Benché già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860. In Lagonegro la solenne funzione, bene organizzata dal Vice Governatore Lacava e dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, é pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, etc…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. L’indomani, prima di giorno, s’imbarcava sul ‘Waschington’ alla volta di Caprera. L’ultima volta che manifestò pubblicamente il proprio pensiero politico fu in occasione della consegna alla Legione Ungherese, a Napoli, di una bandiera in ricordo delle sue gesta di valore e di devozione all’Italia. Riferisco qui testualmente il discorso, perché esso caratterizza non solo le idee di Garibaldi, ma quelle della maggior parte del popolo italiano, e chiudo con ciò la prima parte della mia opera.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 74, in proposito scriveva che: “Si arrivava, così, al plebiscito di annessione del 21 ottobre 1860, in verità caratterizzato, come altrove, da operazioni svoltesi “senza alcuna garanzia di libertà d’espressione”. In Basilicata si ebbe la partecipazione di 98.213 votanti, circa il 20% della popolazione, con il risultato di 98.102 voti favorevoli ed appena 111 contrari (149). Ma era stata ignorata la questione sociale. Questo spiega perché, soprattutto nell’area del Lagonegrese, si andavano già registrando focolai di tensione, con alcune vere e proprie sollevazioni popolari, ancorché connotate, per una serie di motivi, da attiva presenza di ecclesiastici e “galantuomini”, alla questione sociale interessati per altri e contrari motivi (150). Ma questa è altra pagina.”. Venturi, a p. 74, nella nota (149) postillava: “(149) A. D’Andria (a cura di), Potenza Città capoluogo e del Risorgimento. 1799-1860. Per un tracciato cronologico e documentario, vedi Potenza, STES, 2010, p. 14, Cfr. Appendice, doc. VII.”. Venturi, a p. 74, nella nota (150) postillava: “(150) T. Pedio, Vita politica in Italia meridionale 1860/1870, Potenza, La Nuova Libreria Editrice, 1966, pp. 76-95.”Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 192 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella sala del Trono, in Palazzo Reale, ventiquattro ore prima, Egli aveva presentato al Re i risultati del Plebiscito per l’annessione dell’Italia Meridionale, attraverso cifre assai eloquenti: nella Sicilia, 432.053 si, contro 667 no; nel Regno di Napoli, 1.302.064 si, contro 10.312 no. E le cifre vennero lette ad alta voce da un salernitano nativo di Calvanico, giurista famoso e Ministro dell’Interno sotto Ferdinando II, condannato a morte per le sue idee liberali, di nuovo Ministro a Napoli durante la Dittatura di Garibaldi: Raffaele Conforti.”Vincenzo Giordano (….), nel suo “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, a p. CI, e ssg, in proposito scriveva che: Il giorno 21 ottobre le provincie meridionali pronunziavano il loro solenne Plebiscito. Il novembre Re Vittorio Emanuele al fianco di Garibaldi entrava in Napoli, ed il giorno dopo nella gran Sala del trono della Reggia, circondato dai grandi dignitarii della corona, dallo stato maggiore, dal ministro Farini e da tutto il Ministero, dal Sindaco di Napoli e da tutte le altre autorità, sempre presente Garibaldi, udiva pronunziare il seguente indirizzo dal ministro dell’ interno Conforti : Sire ! etc….”.  Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati. Il 13 ottobre, il Racioppi venne nominato dall’Albini Segretario Generale del Governo della Provincia. Pietro Lacava ha scritto che “il Plebiscito di Basilicata fu votato sotto Racioppi, e con sue istruzioni”.

Nel 21 ottobre 1860, a Sapri si votò per il PLEBISCITO di annessione e si votò in Piazza dell’Olmo che divenne Piazza del Plebiscito

Anche a Sapri si votò. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 415, in proposito scriveva pure che: “Benchè già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso….Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no.”. A conclusione dell’istruttoria, il Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860. Il Regno venne chiamato, il 20 e 21 ottobre, a rispondere sul quesito: ‘Il Popolo vuole l’Italia una, ed indivisibile con Vittorio Emmanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti’ ? A Vibonati si votò il 21 ottobre, ma non fu un vero e proprio voto popolare. Intervennero solo 551 individui perché un (….) ‘considerevole numero di ascendenti a più di centinaia si sono trovati assenti dal Comune perchè emigrati etc…”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 381, in proposito scriveva: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio CHIAZZA, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860. Il Regno venne chiamato, il 20 e 21 ottobre, a rispondere sul quesito: “Il Popolo vuole l’Italia una, ed indivisibile con Vittorio Emmanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti?”. A Vibonati si votò il 21 ottobre, ma non fu un vero e proprio voto popolare. Intervennero solo 551 individui perché un (….) ‘considerevole numero di votanti ascendenti a più centinaia si sono trovati assenti dal Comune precedentemente alla pubblicazione dei decreti, buona parte all’estero, e nelle Americhe col mestiere di ramaj, altrimenti il numero dei votanti sarebbe stato di gran lunga maggiore; senza omettere che i voti raccolti etc….(20).. In questo passaggio del testo del Policicchio vi è l’errore di stampa perchè si tratta del giudice regio di Vibonati Cajazza non “Chiazza”.  Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 382-383, in proposito scriveva: “Allo spoglio delle schede (tessere) nessuna sortì con la risposta No (21).”. Policicchio, a p. 382, nella nota (21) postillava: “(21) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 21 ottobre 1860. Etc…”.

Nel 21 ottobre 1860, a Lagonegro, il Plebiscito

L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 61-62, in proposito scriveva che: “Benché già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860. In Lagonegro la solenne funzione, bene organizzata dal Vice Governatore Lacava e dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, é pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 62, in proposito scriveva che: “….dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, è pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, il giorno 21 Ottobre in Lagonegro. Il Decurionato del Comune suddetto, composto dai Signori….Biase Gallotti, etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 255, in proposito scriveva pure: “Mentre si era lieti nell’accordo, con cui in Potenza erasi compiuta la votazione, in sull’annotare corse sorda la voce di essere giunte al Governatore della Provincia notizie di turbolenze popolari in alcuni paesi del Distretto di Lagonegro. Si seppe poi che nel giorno del Plebiscito in Carbone, etc…”. (p. 255). Nel luglio 1865 si rifece il giudizio a Salerno, e le condanne precedenti furono alquante mitigate (1). I votanti della Basilicata nel giorno del Plebiscito furono 98312, dei quali 98202 affermarono la formola prescritta, e 110 la respinsero. (256) – e di Lagonegro 1115 – Si- e 4 Nò (1). Col Plebiscito si chiuse la storica e gloriosa epopea dell’Insurrezione Lucana, nel cui breve periodo di tempo più di mezzo milione di abitanti, quanti ne aveva la Basilicata, governandosi da sè, seppe con patriottismo, con saviezza e con dignità mirabile esercitare la ‘Padronanza dei propri diritti’. Col voto solene del 21 Ottobre questo popolo con abnegazione generosa e con fede sincerissima affidò le proprie sorti al Re Galantuomo, Vittorio Emmannuele II, etc…”. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, tra varie sentenze politiche, rese manifeste specialmente nel mandare i rappresentanti al Parlamento Nazionale, i Lagonegresi han seguito sempre le più sane, e nelle elezioni, quantunque alle volte un pò agitate, si son sempre manifestati quali sono: uomini d’ordine, non avendo nessuno di queste mai lasciato strascichi deplorevoli…”. Cristoforo Pepe (….), nel suo “Memorie storiche della città di Castrovillari”, a p. 222, in proposito scriveva che: Nulla di nuovo in questo frattempo era avvenuto in Castovillari, tranne del plebiscito, che il 21 ottobre, sotto la presidenza di Vincenzo Principe, primo sindaco del nuovo governo, fu compiuto con entusiasmo e concordia dai cittadini di ogni classe e condizione, inaugurandosi in tal modo per l’Italia intera e pr la nostra patria in particolare un’era novella di libertà, di civiltà e di progresso.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 86, in proposito scriveva: “Il Plebiscito delle popolazioni lucane per il riconoscimento di Vitorio Emanuele II re d’Italia e della Unità italiana, ebbe luogo il 28 successivo con il seguente risultato: numero dei votanti, 98.312: – rispsero sì 98.202 – no 202. Per ogni distreo furono incaricati a vigilare ed assistere le operazioni speciali del plebiscito i sottosegnati: d) Distretto di Lagonegro: Francesco Lovito e Giuseppe Mango (Lagonegro).”. Riguardo il Plebiscito svolto a Scalea, Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: La gente delusa fu, in parte compensata, pochi giorni dopo, dalla visita di molti garibaldini. Una delibera comunale del 18 ottobre 1860 omologò le spese per il soggiorno dei garibaldini. Il nuovo consiglio comunale legalmente costituito, formato da G. de Cesare, Francesco Cupido, Giovanni Cupido, Emanuele Pepe, deliberò, nel 1861, d’intitolare il monte pecuniario che portava il nome di Ferdinando di Borbone a Giuseppe Garibaldi. Omologò inoltre le spese dei festeggiamenti per la proclamazione del regno d’Italia. Conferì la cittadinanza onoraria ad Alessandro Dumas padre che aveva a Scalea amici e ammiratori. Donato Cupido fu liberato e mandato a combattere il colera a Lagonegro.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: Il 13 ottobre, il Racioppi venne nominato dall’Albini Segretario Generale del Governo della Provincia. Pietro Lacava ha scritto che “il Plebiscito di Basilicata fu votato sotto Racioppi, e con sue istruzioni”. Nel 1861, il Racioppi fu eletto deputato nei collegi di Tricarico e di Chiaromonte. Ma le due elezioni non vennero ritenute valide, giacchè egli era un funzionario dello Stato. Il Racioppi tenne la carica di Segretario Generale del Governo della sua Provincia sino al 1862. L’anno successivo fu trasferito da Potenza a Napoli, in qualità di Consigliere di Prefettura.”.

I tumulti sorti nel Lagonegrese in seguito al PLEBISCITO ed alle delusioni dei contadini

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 257 e ssg., in proposito scriveva che: “Ai 21 di ottobre fu proposto il Plebiscito; e nella Basilicata e sul numero di 98, 312 votanti, 98, 202 lo affermarono, 110 votanti il respinsero. Di cinque comunità del circondario di Lagonegro mancano i suffragii, avvegnacchè contristate da selvaggi e sanguinosi tumulti in quello stesso giorno, i comizii o non si adunarono o si disperero. Lo scrutinio generale dei voti di tutte le napoletane provincie diede il risultamento di 10,302,034 voti affermativi, e di 10,312 voti negativi.”. Sempre il Racioppi, a p. 261, nel cap. XX, in proposito scriveva che:  “Il Plebiscito, che si votava ordinatamente il ventunesimo giorno di ottobre, interruppero fescennine tragedie plebee nel distretto di Lagonegro.”. Sempre il Racioppi, a p. 271, nel cap. XXI, in proposito scriveva che:“Le reazioni del Lagonegrese al 21 ottobre del 1860 non furono che un brigantaggio urbano; subiti imbestiamenti di plebi che parodiarono, in farse fescennine e sanguinose la rivoluzione politica della borghesia del 18 di agosto. Il brigantaggio, che debacca da sei anni nella provincia, non nacque, per vero dire, dai plebei commovimenti dell’ottobre: etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 255, in proposito scriveva pure: “Mentre si era lieti nell’accordo, con cui in Potenza erasi compiuta la votazione, in sull’annotare corse sorda la voce di essere giunte al Governatore della Provincia notizie di turbolenze popolari in alcuni paesi del Distretto di Lagonegro. Si seppe poi che nel giorno del Plebiscito in Carbone, etc…”. (p. 255). Nel luglio 1865 si rifece il giudizio a Salerno, e le condanne precedenti furono alquante mitigate (1). I votanti della Basilicata nel giorno del Plebiscito furono 98312, dei quali 98202 affermarono la formola prescritta, e 110 la respinsero. (256) – e di Lagonegro 1115 – Si- e 4 Nò (1). Col Plebiscito si chiuse la storica e gloriosa epopea dell’Insurrezione Lucana, nel cui breve periodo di tempo più di mezzo milione di abitanti, quanti ne aveva la Basilicata, governandosi da sè, seppe con patriottismo, con saviezza e con dignità mirabile esercitare la ‘Padronanza dei propri diritti’. Col voto solenne del 21 Ottobre questo popolo con abnegazione generosa e con fede sincerissima affidò le proprie sorti al Re Galantuomo, Vittorio Emmannuele II, etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 254, in proposito scriveva pure che: “Prima del Plebiscito i Governatori dai ‘poteri illimitati’ furono rimossi dal loro ufficio, e quindi Giacinto Albini cessò di essere a capo della notra Provincia (1).”. Riviello, a p. 254, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Commendatore Giacinto Albini ritornò a Potenza nel 6 Novembre 1878 come Conservatore delle Ipoteche, e vi morì nell’11 Marzo 1884 – Tutta la cittadinanza ricordando i lieti e gloriosi giorni della Prodittatura, volle onorare la morte dell’insigne uomo etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 418, in proposito scriveva che: “VIII. – A turbare la fulgida aurora del risorgimento nazionale, e ad occasione del plebiscito del 21 ottobre 1860 si ebbe a deplorare, in vari Comuni del Distretto di Lagonegro, un’insana reazione politica, accompagnata da selvagge scene di sangue, la quale fu come la nota discordante in mezzo a quella sublime armonia di pensiero e d’azione, fu la pagina nera del libro glorioso della nostra redenzione, ed apportò in mezzo al giubilo generale, il più triste lutto, che si propagò fino a questo Capoluogo. Dopo i rapidi ed insperati successi della rivoluzione, gli umori avversi al nuovo ordine di cose, suscitati e ravvivati più che dall’affetto per la caduta della dinastia, dei partiti municipali, dalle gare e gelosie intestine e da precedenti odi e rancori, scoppiarono violntemente quaa e là nel nostro Distretto, più che in qualunque altra regione, ad opera della più bassa plebe, che la parte liberale e dirigente non seppe o non potè calmare o tenere a freno. Centro di quel fiero moto rivoluzionario fu il piccolo Comune di Carbone. Etc…”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 53, in proposito scriveva pure che: “12) Dopo l’annesssione delle provincie meridionali al Piemonte e la proclamazione del Regno d’Italia, si notano in Basilicata…….”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 105-106, in proposito scriveva che: “Le votazioni si svolsero con entusiasmo e con massimo ordine in tutti i Comuni del Regno meridionale. Nel nostro circondario purtroppo furono dolorosamente turbate da alcune insane cruente reazioni che si verificheranno proprio il 21 ottobre in alcuni Comuni del Lagonegrese….Il Racioppi fa la diagnosi di fatti e trova che la causa prima e determinante di tali tumulti fu “la non equa distribuzine degli uffici municipali. Imperocchè – egli aggunge – in qualche terra si costituì una vera e propria oligarchia di poche famiglie, anzi di qualche famiglia; che nel primo turbinio di uomini e cose disponevano del divino e dell’umano, dittatori e despoti, insipienti e violenti; i quali tassavano il loro emuli di retrivismo, difamavano i loro nemici di borbonismo; e di ogni ingiuria vituperavano i governanti, se questi studiassero modi di refrenarli, non però riuscendo che ad inarcerbirli; perchè ogni forza mancava ancora al governo, se quella non era di una fazione ch volesse sorreggerlo; mancava ogni stablità, perchè l’ondeggare della tempesta era negli animi e nelle cose” (1). Sintomi di ribollimento si ebbero fin dalla vigilia del plebiscito in alcuni Comuni del distretto e in particolare a S. Cririco Raparo e a S. Martino d’Agri, dove turbe di ragazzi e di e di ex soldatiborbonici, certamente non di propria iniziativa, di notte tempo acclamarono il re bandito, agitando insegne della caduta monarchia e cntando inni borbonici.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Anche da Lagonegro partirono subito per i paesi in rivolta drappelli di guadie nazionali, di guardie mobili e di volontari comandati dagli ufficiali Gennao Giliberti, Alfonso Picardi e Venanzio Zambrotti. Essi scortarono prima il Sotto Governatore Lacava, che si fermò in Latronico per dirigere le operazioni di repressione, e poi ripresero la marcia verso i paesi ad essi assegnati. Il cpiano Zambrotti etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La reazione borbonica. Nella realtà meridionale, si inasprirono i contrasti preesistenti e ben presto, le aspettative e le speranze delle masse dei contadini e dei braccianti vennero deluse, in special modo per quanto riguardava la distribuzione della divisione delle terre, ora divenute proprietà nazionale. Le divisioni tra sostenitori ed oppositori del nuovo governo dunque, andava acuendosi con notevoli ripercussioni sullo spirito pubblico. Ne conseguirono diverse manifestazioni di avversione al regime liberale, al fine di diffondere un movimento reazionario favorevole al ritorno dei Borbone, molte delle quali indirizzate contro coloro che, avendo sostenuto Garibaldi nella sua risalita verso Napoli, erano poi ritornati nei luoghi natii. A creare un sentimento antiunitario contribuirono anche le autorità civili, religiose e militari che, con le dimostrazioni di opposizione al nuovo assetto istituzionale, causarono il diffondersi di nuovi turbamenti sociali.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 74, in proposito scriveva che: “Si arrivava, così, al plebiscito di annessione del 21 ottobre 1860, in verità caratterizzato, come altrove, da operazioni svoltesi “senza alcuna garanzia di libertà d’espressione”. In Basilicata si ebbe la partecipazione di 98.213 votanti, circa il 20% della popolazione, con il risultato di 98.102 voti favorevoli ed appena 111 contrari (149). Ma era stata ignorata la questione sociale. Questo spiega perché, soprattutto nell’area del Lagonegrese, si andavano già registrando focolai di tensione, con alcune vere e proprie sollevazioni popolari, ancorché connotate, per una serie di motivi, da attiva presenza di ecclesiastici e “galantuomini”, alla questione sociale interessati per altri e contrari motivi (150). Ma questa è altra pagina.”. Venturi, a p. 74, nella nota (149) postillava: “(149) A. D’Andria (a cura di), Potenza Città capoluogo e del Risorgimento. 1799-1860. Per un tracciato cronologico e documentario, vedi Potenza, STES, 2010, p. 14, Cfr. Appendice, doc. VII.”. Venturi, a p. 74, nella nota (150) postillava: “(150) T. Pedio, Vita politica in Italia meridionale 1860/1870, Potenza, La Nuova Libreria Editrice, 1966, pp. 76-95.”L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 421, in proposito scriveva che: “In breve al reazione fu repressa in tutti i Comuni del Circondario, e così, ben presto, quelle buone popolazioni, passata la triste bufera reazionaria, e sbollita la momentanea aberrazione, rientrarono nell’ambito della legalità, e presero parte onorevole alla nuova redentrice vita italiana. Tuttavia, la statistica di quei luttuosi eventi riporta alla causa ben nove vittime umane, numerosi saccheggi di case private ed altre nefandezze, degne d’altri tempi e d’altri popoli. Alla pronta repressione della rivolta tenne dietro severa Nemesi vendicatrice; i più audaci e feroci reazionari – per lo più miseri contadini, proletari ed ignoranti, per oltre un centinaio, fra cui pure delle infelici donne – furono arrestati ed avvinti in lunghe catene furono tradotte in Lagonegro,, dove furono fatti segno dal feroce Comandante di Piazza Stilo ai più inumani trattamenti ed alle più dure sevizie e vendette, compatibili solo pei tempi eccezionali. Non bastando qui le prigioni della Pastina a contenere tutti gli arrestati, furono essi rinchiusi pure nei sotterranei del Tribunale, dove ne morirono tre; indi tutti quei miserabili furono portati a Potenza, dove istituitisi un regolare processo, 43 furono rinviati al giudizio della Corte d’Assise, etc…”.

Nell’ottobre 1860, dopo l’annessione delle Provincie Meridionali al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II

Ruggero Moscati (….), nel suo , Il Mezzogiorno d’Italia nel Risorgimento ed altri saggi, Ed. G. D’Anna, Messina-Firenze, a p. 99, in proposito scriveva che: “..il movimento “meridionalista” tenterà poi, ma molto in ritardo (con tutte le conseguenze da ciò derivanti) di colmare questa lacuna nella preparazione dei quadri nazionali del Mezzogiorno, attraverso lo studio delle condizioni reali in cui era venuto a trovarsi il Sud in seguito alla saldatura politica col resto d’Italia, attraverso il confronto tra le varie regioni, l’esame delle possibilità di sviluppo, di integrazione sul terreno economico, di valorizzazione delle tradizioni giuridiche ed amministrative meridionali.”. Poi, a p. 100 egli continua: “Dal punto di vista amministrativo ci fu poi un vero e proprio urto, provocato in gran parte dalla rigidezza dei funzionari piemontesi che maggioririsultati avrebbero potuto ottenere se avessero tenuto maggior conto delle tradizioni amministrative del Regno e, sia pure a costo di un certo ritardo nell’opera contingente di rinnovamento dell’amministrazione meridionale, le avessero in parte vivificate e valorizzate sul piano nazionale. Apparve in sostanza la sua paurosa ampiezza l’impreparazione reciproca del Mezzogiorno e di conto del resto d’Italia: del Mezzogiorno, che ben poco conosceva l’intera penisola, e, poichè in effetti mai s’era posto quel problema, nn si era preoccupato minimamente di studiare e di fissre in anticipo quella che avrbbe dovuto essere la sua funzione nello Stato italiano; del resto d’Italia, che nel Mezzogiorno conosceva solamente quel che era stato riferito dalla propaganda anti-borbonica. Sicchè ora, con tutta la tipica volontà possibile alle classi dirigenti subalpine – tipica l’incompremprensione di un uomo come Costantino Nigra – e gli stessi esuli napoletani che ritornava “piemontesizati” in patria era difficile separare ciò…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. Etc…”Per comprendere meglio il dopo 1860, è utile leggere le pagine di Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (….), nel loro, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. La lunga crisi politica del Partito d’Azione: dal Plebiscito alla Convenzione di Settembre”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 12 e il 17 settembre 1860, sulla scia di Garibaldi, giunse a Napoli tutto lo Stato maggiore del partito democratico: Crispi, Nicotera, Depretis, Saffi, Saliceti, Cattaneo, Ferrari, e lo stesso Mazzini (1). Questi, durante il suo soggiorno napoletano rimase personalmente nell’ombra, ma cercò in ogni modo di contrapporre Garibaldi ai moderati, e comunque non sembrava affatto adattato all’idea del trionfo della monarchia”(2): se egli condannava ogni esclusivismo repubblicano (“Nicotera (….) come Castelli, evidentemente vogliono combattere soltanto per la Repubblica, ma secondo me hanno torto”(3)), approvava poi le impennate repubblicane dello stesso Nicotera. Ed egli stesso dichiarava sull’Unità Italiana di voler riabbracciare la sua “pura bandiera”(4). Intorno al 20 settembre, inoltre, i radicali esercitarono massicce pressioni su Garibaldi, e sembrò incombente la minaccia di un fronte anticavouriano e potenzialmente repubblicano comprendente Garibaldi e Mazzini: “Vimerati – scriveva Cavour a Nigra – qui est arrivé hier me dit que Bertani, Mario, Miss White, Nicotera, Libertini, Sterbini, forment une haie de chemises rouges autour de Garibaldi, et insolent de tout homme raisonnable. Il s’est réconcilié publiquement avec Mazzini”(5). Edoardo Fusco scriveva poi al Ranucci: “si presentò, or son tre giorni, una deputazione di dodici persone, introdotte alla presenza del Dittatore (….). Ne formavan parte Zuppetta, Agresti, Libertini, Nicotera ed altri (….) chiesero al Dittatore che fosse proclamata la Repubblica, poiché ‘il paese la voleva’. Il buon senso di Garibaldi schivò in parte il pericolo, ma solo in parte e momentaneamente”(6). E, in quegli stessi giorni, il Nicotera, che era allora il più attivo e più ortodosso esponente mazziniano, comunicava all’unità Italiana di Milano ed altri giornali: “Sono autorizzato dal Generale Garibaldi di dichiarare false le voci di una Dittatura da lui proposta al re e di qualsiasi accordo”(7). Ma, in realtà, il partito d’Azione, oltre alla chance immediata di contrapporre Garibaldi a Cavour, non aveva alcuna prospettiva politica a lunga scadenza con qualche possibilità di successo, giacché – e questa era forse una situazione che probabilmente riusciva difficile al Cavour di comprendere – dietro Garibaldi, nel Mezzogiorno, vi era un vuoto politico pressocché totale. E’ stato del resto giustamente sottolineato come rapidamente alla Dittatura “venne meno ogni appoggio nel paese e ogni possibilità di azione. Appena due settimane dopo la liberazione della capitale, l’esito della lotta era già segnato”(8). “Noi eravamo in una spaventosa minoranza” scrisse Bertani per spiegare la sconfitta dei democratici nel ’60; (9) una minoranza che aveva dovuto operare, nel Mezzogiorno, in uno spazio sociale assai risicato, quello della piccola borghesia, stretta fra la grossa borghesia terriera e i contadini. Su di essa, inoltre, gravava l’eredità negativa di una “poltica romantica” sfociante “nell’attività cospirativo-settaria, e nell’oscuro sottosuolo dell’azione clandestina” dove si “confondevano i motivi più eterogenei”, sicché, alla fine, le tendenze cospirativ, fin dal periodo quarantottesco, avevano “acquistato la forza di un istituto”(10). Questa eredità romantica, che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere, intatta, nel ’60, in molti democratici meridionali e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera. Egli, infatti, rappresentava proprio fisicamente la continuità del ‘mito’ di Sapri, che egli, uomo più pronto all’impulso che alla riflessione, tendeva a perpretare come una generica e polivalente “rivoluzione” meridionale, talora anche venata di umori regionalistici, e che, tuttavia, costituiva il sottofondo ideologico di una gran parte della democrazia del Mezzogiorno (11). Se quindi, dopo il plebiscito, questa confusa ideologia democratica era ancora ben viva, vieppiù alimentata dalle delusioni della sconfitta, tuttavia il pericolo repubblicano in nome del quale Cavour aveva giustificato l’annessione, era ormai praticamente scomparso.”. Capone, a p. 89, nella nota (11) postillava: “(11) A. Capone, Giovanni Capone, e il mito di Sapri, Roma, 1967”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “I. La Sinistra meridionale e i problemi del paese (1860-1865)”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 41 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che si trovarono a Napoli nei turbinosi mesi immediatamente successivi all’unificazione del Mezzogiorno, non furono pochi, come è noto, coloro che si provarono a dare un’analisi della complessa situazione politico-sociale dell’ex-Regno, e che credettero di individuare in questo o quel fatto storico o di costume, la causa prima di disgregamento meridionale. Le analisi più diffuse, ma anche le meno profonde, facevano per lo più riferimento alla complessiva arretratezza politica e civile della società meridionale, e delle sue classi dirigenti, come frutto del malgoverno e del dispotismo borbonico. Ma non mancarono coloro che spinsero il loro sguardo al di là della superficie e cercarono nelle vicende delle classi sociali la chiave per spiegare unitariamente la storia recente del Mezzogiorno. Ad esempio, abbastanza acutamente, uno scrittore del partito d’azione, in un articolo sul ‘Popolo d’Italia’ dal titolo “Popolani e borghesi di Napoli”, del gennaio 1861, poneva l’accento sulle vicende della borghesia meridionale: ne denunciava la arretratezza, ma soprattutto – ciò che è più interessante – ne sottolineava la ristrettezza, come classe sociale, il che dava ad essa un carattere di frammentarietà, sia sul piano degli atteggiamenti politici che dei concreti interessi economici (1). Dietro questo concetto di frammentarietà non c’è dubbio che si debba scorgere la divisione tra grossa e piccola borghesia terriera.”. Capone, a p. 41, nella nota (1) postillava: “(1) “Il Popolo d’Italia”, 14 gennaio 1861; sul giornale democratico, in questi mesi, cfr. il severo giudizio di E. Passerin d’Entrévers: “etc…”, in ‘L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 140.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), l’erede e il vindice dello spirito pisacaniano, e al tempo stesso l’accusatore violento di quei membri del Comitato napoletano che, secondo lui, sarebbero venuti meno agli impegni presi e avrebbero provocato il fallimento della spedizione di Sapri. Tale decisa presa di posizione di Nicotera ebbe naturalmente l’effetto di gettare scompiglio nelle file del partito democratico napoletano che, oltre alla delusione per la sconfitta politica, si vedeva così ricoprire di discredito.”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 46, in proposito scriveva che: “…mentre, invece, è da prendersi in considerazione il sospetto avanzato da questo autore che molti degli studiosi lucani di storia patria si siano lasciati trascinare ad esagerare e, financo, ad alterare i fatti svoltisi nella nostra regione durante l’età del Risorgimento (4).”. Pedio, a p. 46, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. in proposito Pedio, Radicali cit., p. 5.”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “(11) Nonostante una ricca bibliografia sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860, ben poco è stato scritto sui contrasti esistenti tra le diverse correnti politiche operanti in quell’anno nei paesi lucani.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Pedio, a p. 53, nella nota (2) postillava: “(2) E. Pedio, La prodittatura lucana nel 1860 in Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.”. Pedio, a p. 61, in proposito scriveva che: “Rifacendosi agli studi di Giustino Fortunato, di Leopoldo Franchetti e di Francesco Saverio Nitti, Alfredo Vita, nel soffermarsi rapidamente sulle condizioni in cui versava la Basilicata dopo il 1860, esamina il fenomeo del brigantaggio, ne rileva l’aspetto economico e sociale e pone in risalto come, spesse volte, all’origine dello schieramento della borghesia in favore o contro quel movimento non sia stato un sentimento ideologico, bensì contrasti ed odi personali esistenti in seno alla classe dirigente lucana i cui maggiori esponenti si schierarono dall’una e dall’altra parte sol per combattersi a vicenda e dare sfogo, in tal modo, a vecchi rancori che avevano, sin dalla fine del sec. XVIII, caratterizzato le fazioni locali nei divesi centri abitati della regione (5).”. Pedio, a p. 61, nella nota (5) postillava: “(5) Vita, La Basilicata in La Riforma sociale, a. XIV (1907), vol. XVII, pp. 386.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più di ogni altro il ‘Popolo d’Italia’; ma “la deliberata intenzione dei democratici di non spingere la loro opposizione fino alla lotta insurrezionale”(12) li inclinava sempre più all’accettazione dei fatti compiuti. Inoltre la rinuncia, anche se all’origine fu tattica, finì poi col mettere in luce l’animus più autentico del partito, che era piuttosto volontaristico e genericamente patriottico che effettivamente politico, insomma, ‘garibaldino’. Ad esempio, Mazzini scriveva a Saffi, di ricordare Nicotera, “e per lui ai capi-popolo” che “le dimostrazioni non hanno scopo se al grido di ‘vogliamo Garibaldi’ non aggiungono ‘abbasso Cavour”(13). In realtà, il mazzinianesimo, che prima dell’unità non aveva mai avuto salde radici nel Mezzogiorno, divenne poi una formula che acquistò consistenza etc…”. Alfredo Capone (….), a p. 91 e ssg., in proposito scriveva che: “I rapporti di Villamarina dipingevano la sua attività a tinte nerissime (“Dopo la partenza di Mario e Nicotera per le provincie (….) si ricevono quasi ogni giorno notizie di nuove infamie commesse”(19), le autorità sottoponeano i suoi spostamenti ad una sorveglianza strettissima (20). Ma in realtà la propaganda elettorale svolta dal Nicotera per le elezioni del ’61, sorprende per la sua moderazione; ‘Il Popolo d’Italia’, ricordava, ad esempio, che in una riunione elettorale a Salerno, nel corso di una discussione sul programma dell’Associazione patriottica locale, Nicotera “manifestò il desiderio che vi fosse aggiunta la frase ‘con modi legali” e così – commentava il giornale – “si ebbe l’occasione per ammirare la moderazione e la legalità di colui che voci sinistre accusavano di turbolente opinioni”(21). Una moderazione, si dirà, tattica. Ma nel discorso tenuto dal Nicotera a Cosenza il 17 gennaio, egli non solo accettava la monarchia, ma mostrava di condividere un’interpretazione ortodossa e in fondo conservatrice dei rapporti tra i partiti moderato e radicale. Più che di apparenze di una legalità formale, si trattava in questo caso di una vera e propria linea politica autonoma, diversa da quella mazziniana e tipicamente meridionale (21 bis).”Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proporio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni isituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali. Il primo segno di delusione e di una sorta di tradimento, che perpetuava l’esclusione dal potere delle masse popolari povere, fu il brigantaggio, che finì col prendere una piega reazionaria e illiberale. La repressione, la mancata distribuzione delle terre, le mancate riforme sociali, il servizio militare obbligatorio, le nuove tasse erano destinati ad aprire ulteriore frattua tra popolo e potere, anche se, questa volta, il potere era uno Stato che, in ogni caso, dava una Costituzione, apriva scuole e ospedali, e creava strade e ferrovie. E’ pur vero però che, mancando le riforme sociali, mancando la distribuzione delle terre, pur promesse, strade e ferrovie presto non servirono che ad agevolare la fuga verso altri Paesi ed altre terre, in cerca di una vita più vivibile. E fu la prima grande emigrazione.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, a pp. 78-79, in proposito scriveva: Tra il ’57 ed il ’60, vi fu infatti un mutamento completo dell’equilibrio delle forze politiche in gioco, e non valutare ciò era un errore di prospettiva, generoso, ma che poteva essere anche fonte di numerose illusioni (69). Come quelle che lo stesso Nicotera, che rimase a lungo legato al ‘mito’ di Sapri, coltivò dopo il ’60, fino a che quel ‘mito’ non si andò via via consumento, a contatto con la dura prosa dei molti e difficili problemi del nostro Stato unitario.”.  Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 40, in proposito scriveva: “…e, la vittoria del Volturno dove ancora i Calabresi si coprono di gloria, si mette in moto la macchina diplomatica del Cavour e la sua abilità di politico e di negoziatore per impedire una soluzione repubblicana, com’era nelle speranze e nelle aspirazioni di molti garibaldini, e per sollecitare, con la proclamazione dell’annessione delle province liberate, una vittoria moderata, monarchica-unitaria. Garibaldi intanto lasciava la Calabria, liberata dal dominio borbonico, con i suoi essenziali problemi politici, amministrativi, economici, sociali e morali non risolti, mentre la borghesia si impossessava di tutto il potere del nuovo Stato, compreso quello locale, e sfruttava in ogni senso la vittoria del ’60…Fu la classe dirigente del periodo unitario che non volle e non seppe interpretare adeguatamente la lezione del Risorgimento ed estendere i vantaggi dell’Unità e i valori della libertà e della giustizia per i quali si era combattuto dal 1799 al 1860, a tutti gli italiani e quindi anche ai calabresi.”

Nell’ottobre 1860, a Vibonati, il rinnovato corpo della Guardia Nazionale

Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 382-383, in proposito scriveva: “La Giunta Comunale Insurrezionale ordinò di rinnovare il corpo della Guardia Nazionale (22) escludendo chi era troppo vecchio e inabile, ritroso o negato: chi aveva commesso eccessi in servizio e chi era sospetto per condotta politica. Furono esclusi: Nicola Polito perché troppo vecchio; Biase Pifano fu Vincenzo perché ritroso al servizio; Antonio Filizola di Vito perché negato al servizio; Agostino Magaldi fu Mansueto perché di sospetta condota politica; Nicola Pifano fu Vincenzo per la stessa ragione; Carmine Vita di Vincenzo per aver commesso eccessi in servizio; D. Francesco Curzio fu Leonardo perché morto. Il Decurionato all’unanimità approvando l’esclusione dei suddetti individui nominò il corpo della Guardia Nazionale (23), aumentata di forza, composta dai soggetti che seguono (24): etc…”. Secondo le direttive del nuovo ordine, Vincenzo Vecchio fu nominato Commissario formatore del Governo Provvisorio della Provincia (il Governatore prese il posto dell’Intendente ed il Sottointendente venne chiamato Sottogovernatore). In occasione di una sua venuta a Vibonati per organizzare le Giunte Insurrezionali, di questo ed altri Circondari, il suo corpo di guardia causò al Comune, per diaria, una spesa di sette ducati e 80 grana. La somma fu prelevata dalle imprevedute (25). Il passaggio delle truppe garibaldine causò alla tesoreria comunale una notevole spesa che pose in lite Cassiere e Amministratori. Il Cassiere Luigi Brandi, vistasi rigettata l’istanza di rimborso della somma di lire 844:70 per le spese, a suo dire, sostenute; reclamò al Prefetto. Questi, il 22 maggio 1871, ordinò l’adunanza straordinaria del Consiglio comunale chiamandolo a stabilire il seguente: “1° Non negandosi il debito. E’ vero che etc….”.

Nel 22 ottobre 1860, a Vibonati, il Verbale della seduta Decurionale e le lodi al giudice Cajazzo

Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”.

Nel 6 novembre 1860, il Comune di Torraca ed il Consiglio Decurionale  

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Dunque, la notizia dataci dal Policicchio proviene dall’Archivio Comunale di Torraca. Si tratta della Delibera decurionale del 6 novembre 1860. 

Nel 9 novembre 1860, GARIBALDI lascia Napoli e si imbarca per Caprera

Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. L’indomani, prima di giorno, s’imbarcava sul ‘Waschington’ alla volta di Caprera. L’ultima volta che manifestò pubblicamente il proprio pensiero politico fu in occasione della consegna alla Legione Ungherese, a Napoli, di una bandiera in ricordo delle sue gesta di valore e di devozione all’Italia. Riferisco qui testualmente il discorso, perché esso caratterizza non solo le idee di Garibaldi, ma quelle della maggior parte del popolo italiano, e chiudo con ciò la prima parte della mia opera.”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Garibaldi, dopo le votazioni per il plebiscito che si tennero il 21 ottobre, Garibaldi approfittò della vittoria di Enrico Cialdini sul generale borbonico Scotti Douglas per superare il Volturno il 25 ottobre; incontrò Vittorio Emanuele II il 26 ottobre 1860, lungo la strada che portava a Teano, e gli consegnò la sovranità sul Regno delle Due Sicilie. Garibaldi accompagnò poi il re a Napoli il 7 novembre e, il 9 novembre si ritirò nell’isola di Caprera, partendo con il piroscafo americano Washington, dopo aver ringraziato l’ammiraglio George Mundy. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882a pp. 227-228, in proposito scriveva che: “Il 21 finalmente il plebiscito ‘ era votato, così al di qua che al di là dello Stretto. La formola : < Il popolo vuole l’ Italia una e indivisibile sotto lo scettro di Casa Savoia, › era assai più comprensiva della semplice annessione al Piemonte, ma forse ne esagerarono la portata coloro che videro in esso il vincolo della Monarchia, la garanzia dell’ Unità, il pegno di Roma. L’unità d’Italia era già nel fatto dell’ unione di ven tidue milioni d’Italiani ; il vincolo della Monarchia stava nella storia d’una Casa, che da vent’anni aveva confuse le sue sorti a quelle dell’intera nazione ; il pegno stava nell’ evoluzione naturale del risorgimento italiano, e il Cavour stesso, molto prima che il plebiscito fosse bandito, lo dava al Parlamento nelle solenni parole: < Noi vogliamo fare di Roma la splendida capitale del Regno d’ Italia . > Col plebiscito e l’entrata di Vittorio Emanuele nel Regno l’opera di Garibaldi e della rivoluzione nel  Mezzogiorno poteva dirsi finita. Pure, nè il Dittatore nè il suo Prodittatore lo credevano : il Pallavicino s’affaticava a profittare di quegli ultimi istanti per riordinare e migliorare l’amministrazione della cosa pubblica, quasi direbbesi, per rassettare la casa che doveva consegnare a’ novelli signori ; Garibaldi sentivasi obbligato a qualcosa più che montar la guardia al Volturno; etc….”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882a pp. 232-233, in proposito scriveva che: “….Al di vegnente, 7 novembre, giorno prefisso al solenne ingresso di Vittorio Emanuele in Napoli, lo accompagnava in carrozza, seduto alla sua sinistra, nella consueta sua assisa, dirimpetto i due Prodittatori, sotto una proterva pioggia che sciupava gli archi, dilavava i parati e infracidiva i fiori, ma non poteva intiepidire l’ immenso entusiasmo dei Napoletani, ebbri di quel giorno tanto aspettato. E fu l’ultima comparsa pubblica del Dittatore. Gli furono offerti il collare dell’ Annunziata , il grado di Maresciallo, altri onori e stipendi: rifiutò ogni cosa. L’8 di novembre consegnò a Vittorio Emanuele, nella gran Sala del trono, il plebiscito delle Due Sicilie; poscia, diretto a’ suoi compagni d’armi un ultimo belligero addio, in sull’alba del 9, tacitamente, clandestinamente, quasi un fuggitivo, seguíto dal Basso , dal Gusmaroli, dal Coltelletti, dal Nuvolari e da qualche altro famigliare, s’imbarco sul Washington alla volta della sua Caprera.”

Nel 1860, l’accusa all’ex Cancelliere del Regio giudicato di Vibonati, Giuseppe di(e) Leo

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 206, in proposito scriveva che: “il Cancelliere del Regio giudicato, Giuseppe di(e) Leo, al contrario, fu accusato di essere stato: “vivo persecutore degli imputati politici e di non essere affatto onesto (….) egli nell’epoca del 1857, e nel 1858 fu anche colla cennata qualità di cancelliere presso il Regio giudicato di questo Mandamento di Vibonati vivo persecutore degli imputati politici, teneva corrispondenza epistolare col sig. D. Salomone Peluso di Sapri impiegato, e domiciliato in Napoli, a solo oggetto di tenere sorveglianza ai sorvegliati politici, e comprimerli. Che nella sua carriera di cancelliere non era affatto onesto, e nelle cause assumeva un’interesse attivo sinistramente, ed occultamente a grave danno della giustizia, ed a pregiudizio degli interessi dei litiganti. Ora questo Municipio per le sue qualità si augurava sentirlo destituito, ed invece con meraviglia assoluta che nella sua carriera è stato promosso e migliorato.”. I Decurionato domandò: “che le autorità tenghino presente le qualità, e gli andamenti del nominato di Leo, e nella rettitudine giudichino se egli è meritevole a rimanere in carriera”(22).”. Policicchio, a p. 206, nella nota (22) postillava che: “(22) ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati), b. 3 f. 1, delibera del 16 luglio 1861; F. Policicchio, Vibonati….cit., p. 385.”.   

Nell’11 novembre 1860, lo scioglimento del’Esercito Meridionale

Da Wikipedia leggiamo che questo esercito, composto da volontari italiani e anche stranieri, raggiunse circa 50.000 uomini. Gli ufficiali indossavano l’uniforme di colore rosso, e quindi tutti i combattenti, come i Mille, furono definiti “camicie rosse”. Venne disciolto prima della proclamazione del Regno d’Italia. Cristoforo Pepe (….), nel suo “Memorie storiche della città di Castrovillari”, a p. 222, in proposito scriveva che: “….Ordinatosi lo scioglimento ed il disarmo dell’esercito meridionale, il solo reggimento Pace, per decreto di Vittorio Emanuele, ebbe lo speciale privilegio di far ritorno in patria con tutte le armi e bagaglio. Ciascun milite ebbe ducati 36, i caporali 43, i sergenti 90, i tenenti 120, ed i capitani 300. Il colonnello poi rinunciò per sè e pei suoi compagni alle indenità concesse dal Governo in favore dei danneggiati politici, facendo la nobile risposta che nè il suo sangue nè quello dei suoi concittadini si vendeva (1).”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 425, in proposito scriveva pure che: “L’esercito garibaldino, cotando benemerito alla causa dell’unificazione italiana, fu disciolto con decreto 11 Novembre 1860, poco dopo le battaglie del Volturno, onde si videro ritornare nei loro paesi di Basilicata e di Calabria, non così baldi e pieno l’animo di gioia e d’entusiasmo, e non senza qualche disinganno, quei volontari, che, pochi mesi prima, avevano seguito il Dittatore per la conquista di una sublime idealità, oramai raggiunta.”. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: Nell’Italia Meridionale si ebbe pure il brigantaggio con tutti i suoi terribili effetti dal 1861 al 1877. Richiamati al servizio militare i giovani del disciolto esercito borbonico, con Decreto del 20 Dicembre 1860, molti si rifiutarono, nascondendosi nelle case, o fuggendo nelle campagne. A questi si unirono malviventi, e insieme, col pretesto di ristabilire l’antica dinastia, cominciarono a turbare la pace dei cittadini. Dato il malpasso continuarono poi di scelleratezza in scelleratezza. Nel nostro territorio fu tolta la vita a parecchi cittadini. Nel 1864 in contrada Treconfini, a Migilmieri, i due fratelli Marino e Nicola detto ‘Capoluongo’, ed Apollonio, di Centola in Provincia di Salerno, uccisero l’un dopo l’altro 6 giovani, dei quali uno seminarista, che avevano catturato in Aieta in Calabria. Grazie a Dio nessun brigante era natio della nostra città.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882a pp. 231-232, in proposito scriveva che: “E così gli ultimi giorni della sua Dittatura si avvicinavano. Il 31 ottobre consegnava solennemente alla Legione ungherese una bandiera ricamata per essa dalle signore napoletane; il 2 novembre Capua segnava la resa ; il 4 faceva ai Mille la solenne distribuzione delle medaglie loro decretate dal Comune di Palermo ; il 6 passava in rassegna sulla piazza di Caserta il suo stracciato, ma glorioso esercito, dopo aver atteso invano che il Re venisse ad onorare d’un suo sguardo i prodi che da Marsala a Sant’ Angelo  avevano combattuto in suo nome (1).”. Guerzoni, a p. 232, nella nota (1) postillava, riferendosi a Vittorio Emanuele, che: “(1) I commenti per quella mancanza furono molti, acerbi e lunghi. Noi non possiamo credere ad una pensata scortesia; ma nessun impedimento doveva trattenere Vittorio Emanuele dal rendere all’esercito meridionale quel meritato onore. Se il giorno 6 il Re era impedito , la rivista poteva differirsi, ma egli doveva assistervi. Altre volte, in quei giorni, il Re, mal consigliato, mancò alle forme della cortesia, che erano in quel caso anco le forme della buona politica. Così, per esempio, fece scrivere al generale Della Rocca un Ordine del giorno di encomio all’esercito garibaldino, che poteva scrivere egli stesso!..”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. L’indomani, prima di giorno, s’imbarcava sul ‘Waschington’ alla volta di Caprera. L’ultima volta che manifestò pubblicamente il proprio pensiero politico fu in occasione della consegna alla Legione Ungherese, a Napoli, di una bandiera in ricordo delle sue gesta di valore e di devozione all’Italia. Riferisco qui testualmente il discorso, perché esso caratterizza non solo le idee di Garibaldi, ma quelle della maggior parte del popolo italiano, e chiudo con ciò la prima parte della mia opera.”.

Nel 17 dicembre 1860, a Lagonegro, la scaramuccia sorta tra i calabresi del colonnello Pace di Castrovillari ed un distaccamento garibaldino e la morte di Costantino Brescia

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 425, in proposito scriveva pure che: Ora avvenne che una compagnia di Calabresi, comandata dal Colonnello Pace di Castrovillari, la quale s’era assai distinta nella campagna di Capua, si ritirava, passando nel giorno 17 dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati del Battaglione Lucano, istituito dal Governatore Albini pel servizio territoriale e di sicurezza. Fra questi soldati e i reduci Calabresi sorse improvvisamente un vivace alterco, provocato evidentemente da una certa inconsulta rivalità, e camuffato da un futile pretesto per l’acquisto di certi fichi secchi, che si vendevano in piazza. Immantinente si corse alle armi da ambo le fazioni, fuvvi un vivace scambio di molte fucilate, e nel conflitto rimase morto, colpito nell’addome da una palla, un soldato lucano, certo Costantino Brescia, il quale stava di sentinella davanti a Palazzo Corrado – ora sede del Tribunale – dove era aqquartierato il distaccamento, comandato dal tenente Antonio Miraglia. Il Sotto Governatore Pietro Lacava, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. E qui è d’uopo ricordare il seguente episodio di quel periodo: Essendo stato disciolto il benemerito esercito garibaldino, la schiera del Colonnello Pace di Castrovillari si ritirava da Napoli passando nel 17 Dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati lucani, quando surse improvvisamente, fra le due fazioni, per na certa inconsulta rivalità, un vivace alterco, che presto degenerò in aperto conflitto con vivace scambio di molte fucilate, per cui rimase morto un soldato lucano, certo Costantino Brescia, che stava di sentinella avanti al Palazzo Corradi, ora sede del Tribunale. Il Lacava, a quel rumoroso conflitto fratricida, accorse immediatamente insieme col Dottor Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, e lasciandosi etc…”.

                                           NEL 1861, LE PRIME ELEZIONI POLITICHE DEL REGNO D’ITALIA

Nel 27 gennaio 1861, le elezioni politiche del Regno d’Italia nel Lagonegrese

L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 427, in proposito scriveva che: “Il Collegio elettorale di Lagonegro, fu costituito, come adesso, dei cinque Mandamenti di Lauria, Maratea, Latronico e Rotonda, e non aveva che solo cinque sezioni, nelle quali, con buon concorso di elettori, e con molto entusiasmo, si procedè alla votazione del Deputato. Furonvi ben cinque candidati: Giacinto Albini, Giacomo Racioppi, Francesco Lovito, Francesco Maria Gallo e Gabriele Abatemarco. Nella prima votazione del 3 Febbraio 1861 fu eletto l’Albini con 466 voti, ma l’elezione di lui fu annullata dalla Camera perché egli occupava un impiego presso la Luogotenenza di Napoli. In conseguenza, ripetutasi la votazione del 7 Aprile, l’Avv. Francesco Maria Gallo di Lauria, il quale durante la rivooluzione erasi mostrato buon patriota, e per adempiere il nobile onorifico mandato a Torino, dove allora era la Capitale, consumò il suo modesto patrimonio; tuttavia di lui rimase il motto di Petruccelli della Gattina: ‘E’ un gallo che non canta’”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 87, in proposito scriveva: Dopo il plebiscito delle popolazioni del Napoletano (già regno delle Due Sicilie e cioè delle regioni Abruzzo, Campania, Calabria e Sicilia, liberate da Garibaldi, il Governatore di Napoli, delegato del governo Piemontese, ordinò la convocazione dei comizi elettorali per la nomina dei Deputati al I° Parlamento nazionale italiano, e nel contempo, dispose il lavoro preparatorio per le elezioni stesse, facendo compilare le liste elettorali per ogni comune. (Gli elettori che rappresentavano appena il 2 per cento della popolazione, erano stati scelti fra i cittadini per cultura, anche se modesta, e per censo). Le elezioni ebbero luogo il 27 gennaio 1861 e riuscirono eletti i seguenti deputati nel Collegio a fianco di ognuno segnato: …..3) Ferdinando Petruccelli della Gattina da Moliterno (Collegio di Brienza); 4) Colonnello Boldoni Camillo da Barletta (Collegio di Corleto Perticara); 5) Giacinto Albini di Montemurro (Collegio di Lagonegro e Melfi) etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 427, in proposito scriveva che: “Tra gli atti più solenni, dopo del Plebiscito, nella nuova vita italiana, vanno annoverate le elezioni dei Deputati al Parlamento le quali ebbero luogo e a norma della legge 20 Novembre 1859, già vigente nelle altre province della Monarchia, nel Capoluogo d’ogni Mandamento, e per la prima volta nel 27 Gennaio 1861.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 110-111, in proposito scriveva: “4) La destra parlamentare, come si era già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale.”

Nel 27 gennaio 1861, le elezioni politiche del Regno d’Italia e la propaganda elettorale per NICOTERA candidato in Provincia di Salerno  

Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 153, in proposito scriveva: “Il fatto nuovo delle elezioni del ’61 fu la partecipazione dei repubblicani, decisa nonostante l’opposizione di Saffi, Mario e Nicotera (48). Mazzini, ridottosi a sperare nel Parlamento, era sicuro di un grande successo nel Sud, che gli avrebbe permesso di mandare alla Camera “una minoranza numerosa e compatta che potesse riuscire anche a rovesciare Cavour, cioè l’influenza bonapartista”(49). Perciò “Il Popolo d’Italia”, in quei mesi principale interprete delle sue direttive, nel dicembre del ’60 sollecitò la pronta convocazione del Parlamento etc…Il programma si appoggiava all’autorità di Garibaldi, che però non volle dare esplicita adesione (51). I risultati delle elezioni furono deludenti per i democratici, che attribuirono l’insuccesso alla ristrettezza del suffragio (52), o alle pressioni del governo (53), o alla dispersione dei voti causata dalla disorganizzazione del partito (54)…..Ancor più che nel ’60 i democratici avevano impostato la campagna elettorale sulla immediata ripresa della lotta per il completamento dell’unità e su una campagna denigratoria contro Cavour, trascurando i problemi di politica interna, divenuti più complessi ed urgenti dopo la scomparsa del regno borbonico: da ciò era derivata la freddezza dell’elettorato, preoccupato delle difficoltà economico-amministrative dell’unificazione più che della sorte di Roma e Venezia.”Alfredo Capone (….), a p. 91 e ssg., in proposito scriveva che: “I rapporti di Villamarina dipingevano la sua attività a tinte nerissime (“Dopo la partenza di Mario e Nicotera per le provincie (….) si ricevono quasi ogni giorno notizie di nuove infamie commesse”(19), le autorità sottoponeano i suoi spostamenti ad una sorveglianza strettissima (20). Ma in realtà la propaganda elettorale svolta dal Nicotera per le elezioni del ’61, sorprende per la sua moderazione; ‘Il Popolo d’Italia’, ricordava, ad esempio, che in una riunione elettorale a Salerno, nel corso di una discussione sul programma dell’Associazione patriottica locale, Nicotera “manifestò il desiderio che vi fosse aggiunta la frase ‘con modi legali” e così – commentava il giornale – “si ebbe l’occasione per ammirare la moderazione e la legalità di colui che voci sinistre accusavano di turbolente opinioni”(21). Una moderazione, si dirà, tattica. Ma nel discorso tenuto dal Nicotera a Cosenza il 17 gennaio, egli non solo accettava la monarchia, ma mostrava di condividere un’interpretazione ortodossa e in fondo conservatrice dei rapporti tra i partiti moderato e radicale. Più che di apparenze di una legalità formale, si trattava in questo caso di una vera e propria linea politica autonoma, diversa da quella mazziniana e tipicamente meridionale (21 bis).”. Alfredo Capone (….), a p. 92-93 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa impostazione di Nicotera, che era uno dei più rappresentativi esponenti dell’opposizione democratica meridionale, riassumeva in modo adeguato lo stato d’animo più autentico e diffuso del partito d’azione nel Mezzogiorno, quale esso era nella realtà, al di là di più avanzate, ma, spesso, solo dottrinarie sollecitazioni. Né si può dire che Nicotera fosse un isolato; anzi, egli era assai autorevole, nel partito, e inoltre la sua attività politica era circondata da un’ampia propaganda (23). In realtà egli esprimeva bene il carattere verbalmente radicale, ma socialmente moderato, della base del partito d’azione, che era pure più sensibile a concessioni immediate, che a un rigido dottrinarismo. Ciò, fra l’altro spiega anche come attorno a Nicotera si raggruppassero non solo gli “scontenti generici”, ma anche talune frange del conservatorismo autonomista.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “In una di queste “valli” ad esempio, dopo il ’60, ebbe vita e si sviluppò un altro ‘mito’ di Sapri; non quello ‘aureo’, legato a Pisacane, proiettato verso un futuro socialmente più giusto; ma un ‘mito’, per dir così, di stagno, immediato – legato all’eroe di Sapri’, a Giovanni Nicotera – che fu quasi una deformazione e una caricatura dell’altro. Questo mito, tanto minore, suggeriva non una rivoluzione sociale, ma una rivoluzione ‘meridionale’, confusa, velleitaria e ambiguamente polivalente…..Dietro Nicotera c’era, infatti, una gran parte della democrazia meridionale, tanto che, ad un certo momento, l’uomo e il partito si identificarono; e le ambiguità dell’uno, necessariamente, rimandano ai disorientamenti dell’altro. Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. Capone, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Vincenzo Giordano (….), nel suo “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, a p. CXVIII, in proposito scriveva che: “Nella Camera egli neppure deviò dal suo programma nei molti anni che conta di vita parlamentare. Egli fu costantemente deputato di Salerno. I Salernitani, appena l’Italia fu libera lo mandarono al Parlamento loro rappresentante, proclamandolo la prima volta deputato nella stessa sala, ove tre anni innanzi i giudici del Borbone lo avevano condannato alla pena di morte; e lo rielessero di poi sempre e con simpatie ognor crescenti. Dicono i più che Giovanni Nicotera entrò nella Camera repubblicano e che la politica parlamentare lo abbia reso monarchico. Il fatto è questo, che Giovanni Nicotera nella Camera ha perduto molte angolosità, e la politica battagliera lo ha reso per tempo accorto che la politica del sentimento non era fatta per la politica pratica . Quando egli divenne un uomo parlamentare non comune , quando egli incominciò a perorare non in nome proprio , ma in nome degli amici politici , quando egli incominciò a capitanare altri colleghi nel Parlamento , certamente comprendeva che colà non si faceva la repubblica. E se egli modificò le sue opinioni si fu perchè l’ ambiente intorno a lui si era modificato. Giovanni Nicotera acquistò ben presto una posizione rispettabile nella Camera . E di vero noi lo vediamo dopo un anno appena , da che era deputato, nel 1862 , in una interpellanza sulla politica generale del Ministero Rattazzi, parlare a nome dei suoi amici politici , e fare uno dei suoi discorsi , che se non è dei più importanti , certo è uno di quelli che facevano prevedere che non sarebbe restato un oratore comune. Per altro a che stiamo noi qui ad almanaccare sulla fede politica, colla quale il Nicotera è entrato nel Parlamento italiano , quando abbiamo documenti che ci dicono con quali intendimenti egli vi è entrato ? Nei giornali di quell’ epoca troviamo il seguente indirizzo ai suoi elettori di Salerno, che è un vero programma parlamentare . Ed è tanto più importante questo documento in quantochè esso non venne scritto prima che fosse stato eletto , ma ad élezione etc…”. Andrea Guglielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 23, in proposito scriveva: “Compiutasi felicemente la Rivoluzione nel ex Regno delle Due Sicilie e fatto il solenne Plebiscito, con cui queste Meridionali Provincie si congiunsero all’italia, Giovanni Nicotera venne eletto al Parlamento Nazionale dalla Città di Salerno che lo aveva accolto prigioniero nell’epoca memorabile del 1857, carico di catene, lacero di ferite, circondato di sgherri, ma non òmo dei trascorsi pericoli. E per 16 e più anni la fiducia dei suoi elettori si è in lui stato consolidata, che a dispregio dei suoi nemici e dei suoi calunniatori egli venne sempre rieletto con unanime ed invulnerata costanza. Né sedendo in Parlamento, Giovanni Nicotera si fece sfuggire occasione per militare tra quelli che tentavano colle armi il compimento dei destini d’Italia.”Cristoforo Pepe (….), nel suo “Memorie storiche della città di Castrovillari”, a p. 222, nella nota (1) postiillava: “(1) Giuseppe Pace nel 1861 fu eletto Deputato al Parlamento nel collegio di Cassano al Ionio. Il 1864, col grado di colonnelo, fu mandato a Potenza per la distruzione del brigantaggio. E mntre si teneva ponto per la nuova guerra di Venezia, tornato in patria, il 3 magio 1866 morì repentinamente in Eboli nella verde età di appena 40 anni; essendo nato il 4 febraio 1826. Le sue ceneri furono trasportate in Castrovillari e riposano nella chiesa della Trinità.”.

IL FRANCOBOLLO DI 1/2 TORNESE DELLE PROVINCIE NAPOLETANE STAMPATO A ROCCAGLORIOSA

Tra gennaio e febbraio del 1861 i territori continentali dell’ex-regno delle Due Sicilie facevano già parte dei domini di Vittorio Emanuele II con il generico nome di “province napoletane”. Da marzo si sarebbero chiamati “regno d’Italia”. Naturalmente, per giungere alla vera unificazione ci sarebbe voluto ancora del tempo. Le differenze fra i territori del nord e quelli del sud erano ancora notevoli: oltre alle questioni sociopolitiche e infrastrutturali, i sistemi postali erano molto diversi, e così la moneta. Quella napoletana, formata da ducati, grana e tornesi, era una valuta solida e diffusa, che non poteva essere sostituita molto facilmente. Rimase quindi provvisoriamente in uso, al pari dei sistemi postali e dei francobolli, che portavano ancora i simboli dell’antico regime. Se non si poteva ancora sostituire la valuta, e se ci voleva tempo per le norme, la sostituzione dei francobolli era però urgente: non si potevano infatti tollerare ancora quelli con i simboli borbonici, e occorreva far circolare l’immagine del nuovo re. Il francobollo di 1/2 tornese, di colore verde, veniva stampato in una tipografia di Roccagloriosa. Si tratta di un francobollo facente parte di un’emissione filatelica per le Provincie Napoletane, le pro-vincie del Regno delle due Sicilie conquistate da Giuseppe Garibaldi, emessa in base al Decreto della Luogotenenza di Garibaldi (dittatore di Napoli) del 6.01.1861. Questo francobollo stampato a Roccagloriosa è il primo dell’emissione di 8 valori in grana e tornesi, la moneta borbonica in corso legale nel Regno delle due Sicilie prima dell’arrivo di Garibaldi. Il catalogo specializzato Sassone, riporta la data di emissione del 14 febbraio 1861. Infatti, nel riquadro a stampa litografica  si vede l’effige del futuro Re d’Italia, Vittorio Emanuele II di Savoia. L’emissione era prevista senza effige ma quando a Teano Garibaldi il Regno delle due Sicilie al futuro Re d’Italia, la Direzione delle poste piemontesi del Regno di Sardegna in Torino, preferì inviare nelle Provincie napoletane una serie con valori in moneta borbonica, anche perchè le provincie meridionali non accettavano di buon grado la lira sardo-italiana. Questo francobollo, insieme agli altri della serie completa, fu in corso nelle Provincie Napoletane durante la reggenza garibaldina fino al 1862. In ossequio all’effige sovrana ne fu tollerato l’uso anche nel resto dell’Italia che ancora non era tutta unita. Questi franco-bolli sono molto rari gli esemplari usati fuori delle provincie napoletane. Da Wikipedia apprendiamo che Il francobollo da mezzo tornese delle Province Napoletane stampato in nero anziché nel colore corretto (verde) è noto come mezzo tornese nero ed è una variante rara del francobollo originale. Questo errore di stampa ha portato a una distribuzione esclusiva a Roccagloriosa (Salerno), rendendo gli esemplari usati provenienti da questo luogo particolarmente ricercati dai collezionisti. 

Nel 17 febbraio 1861, la Legge piemontese per la ripartizione dei beni del Demanio e dei beni della Chiesa

Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a p. 97, in proposito scriveva: “Oltre al malcontento per le mancate promesse, si aggiunse lo sdegno del popolo per l’ingiusta ripartizione dei beni demaniali e di quelli delle Comunità religiose, soppresse con la legge piemontese del 17 febbraio 1861. L’acquisto di entrambi tali beni fu fatto, con irrisorio prezzo, dai già ricchi latifondisti o da qualche furbo doppio-giochista, millantando il credito di essere stato un autentico patriota (?)…della sesta giornata.”Antonio Guarasci (….), nel suo La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 40, in proposito scriveva: “…e, la vittoria del Volturno dove ancora i Calabresi si coprono di gloria, si mette in moto la macchina diplomatica del Cavour e la sua abilità di politico e di negoziatore per impedire una soluzione repubblicana, com’era nelle speranze e nelle aspirazioni di molti garibaldini, e per sollecitare, con la proclamazione dell’annessione delle province liberate, una vittoria moderata, monarchica-unitaria. Garibaldi intanto lasciava la Calabria, liberata dal dominio borbonico, con i suoi essenziali problemi politici, amministrativi, economici, sociali e morali non risolti, mentre la borghesia si impossessava di tutto il potere del nuovo Stato, compreso quello locale, e sfruttava in ogni senso la vittoria del ’60…Fu la classe dirigente del periodo unitario che non volle e non seppe interpretare adeguatamente la lezione del Risorgimento ed estendere i vantaggi dell’Unità e i valori della libertà e della giustizia per i quali si era combattuto dal 1799 al 1860, a tutti gli italiani e quindi anche ai calabresi.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La reazione borbonica. Nella realtà meridionale, si inasprirono i contrasti preesistenti e ben presto, le aspettative e le speranze delle masse dei contadini e dei braccianti vennero deluse, in special modo per quanto riguardava la distribuzione della divisione delle terre, ora divenute proprietà nazionale. Le divisioni tra sostenitori ed oppositori del nuovo governo dunque, andava acuendosi con notevoli ripercussioni sullo spirito pubblico. Ne conseguirono diverse manifestazioni di avversione al regime liberale, al fine di diffondere un movimento reazionario favorevole al ritorno dei Borbone, molte delle quali indirizzate contro coloro che, avendo sostenuto Garibaldi nella sua risalita verso Napoli, erano poi ritornati nei luoghi natii. A creare un sentimento antiunitario contribuirono anche le autorità civili, religiose e militari che, con le dimostrazioni di opposizione al nuovo assetto istituzionale, causarono il diffondersi di nuovi turbamenti sociali.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Così, contadini e proprietari, popolo minuto e borghesi, operai e professionisti, per motivi diversi e talora opposti, associano al nome di Garibaldi l’idea della ‘liberazione’: affrancamento della servitù per gli uni, restaurazione dell’ordine per gli altri. E, accorrono, “nobili e plebei, proprietari e commercianti”, a combattere pel “riscatto della patria”(93).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, n. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Demarco, continuando il suo racconto scriveva: “Le province aiutavano in tal modo la marcia dell’esercito garibaldino. Ai primi di settembre del ’60, nel Cilento, in casa del barone Mazziotti, si proclamava la decadenza di Francesco II. E nella capitale “la rivoluzione non attendeva che il segnale per manifestarsi” (94). Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (94) postillava: “(94) N. Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, ecc.., cit., libro III, p. 112.”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”. Ulteriore elemento di fragilità era costituito dall’ostilità della Chiesa cattolica e del clero nei confronti del nuovo Stato liberale, ostilità alimentata dalla Legge Rattazzi, che si sarebbe rafforzata dopo il 1870 con la presa di Roma (questione romana). Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, Roma venne conquistata da un gruppo di bersaglieri e divenne capitale d’Italia l’anno seguente. Il Papa, privato del suo Stato, si proclamò prigioniero e lanciò virulenti attacchi allo Stato italiano, istigando per reazione un’altrettanto virulenta campagna laicista e anticlericale da parte della Sinistra. Il governo regolò unilateralmente i rapporti Stato-Chiesa con la legge delle guarentigie; il Papa respinse la legge e, disconoscendo la situazione di fatto, proibì ai cattolici di partecipare alla vita politica del Regno, secondo la formula «né eletti, né elettori» (non expedit).

Nel 17 marzo 1861, la proclamazione del REGNO D’ITALIA 

Da Wikipedia leggiamo che Il Regno d’Italia fu lo Stato italiano unitario proclamato il 17 marzo 1861. La proclamazione fece seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana (1859), combattuta dal Regno di Sardegna contro l’Impero austriaco, e alla spedizione dei Mille, con la conquista del Regno delle Due Sicilie. La proclamazione del Regno rappresentò il culmine di quel movimento culturale, politico e sociale, nonché periodo storico, detto “Risorgimento”. Ad essa seguì la terza guerra d’indipendenza italiana (1866) e l’annessione dello Stato Pontificio, con la conseguente presa di Roma (20 settembre 1870). Dal 1861 al 1946, il Regno d’Italia fu una monarchia costituzionale, basata sullo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia ai sudditi del Regno di Sardegna, prima di abdicare l’anno successivo. Al vertice dello Stato vi era il re, il quale riassumeva in sé i tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, seppur non esercitati in maniera assoluta.[7] Tale forma di governo fu avversata dalle frange repubblicane (oltreché internazionaliste e anarchiche) e si concretizzò soprattutto in due note vicende: la fucilazione di Pietro Barsanti (da alcuni considerato il primo martire della Repubblica Italiana) e l’attentato di Giovanni Passannante (di fede anarchica). Tutti questi territori saranno annessi ufficialmente al Regno di Sardegna tramite plebisciti, ratificati dal parlamento, e pubblicati sulla gazzetta ufficiale del Regno di Sardegna n. 306 del 26 dicembre 1860. Su richiesta dalla Francia di Napoleone III, in cambio dell’aiuto militare ricevuto contro gli austriaci, il Regno di Sardegna concesse la Contea di Nizza e il Ducato di Savoia. Il 21 febbraio 1861 la nuova Camera dei deputati approvò un disegno di legge con il quale Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia, assumendone il titolo per sé e per i suoi successori. La legge 17 marzo 1861 n. 4671, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia del 17 marzo 1861 (formalmente però una legge del Regno di Sardegna) sancì l’assunzione da parte del monarca sabaudo del titolo di re. Dal punto di vista istituzionale e giuridico assunse la struttura e le norme del Regno di Sardegna, esso fu infatti de jure una monarchia costituzionale, secondo la lettera dello Statuto Albertino del 1848. Il Re nominava il governo, che era responsabile di fronte al sovrano e non al parlamento; il re manteneva inoltre prerogative in politica estera e, per consuetudine, sceglieva i ministri militari (Guerra e Marina). Il diritto di voto era attribuito, secondo la legge elettorale piemontese del 1848, in base al censo; in questo modo gli aventi diritto al voto costituivano appena il 2% della popolazione. Le basi del nuovo regime erano quindi estremamente ristrette, conferendogli una grande fragilità. Tornando al 1861, il Regno d’Italia si configurava come una delle maggiori nazioni d’Europa, almeno a livello di popolazione e di superficie (22 milioni su una superficie di 259320 km²), ma non poteva considerarsi una grande potenza, a causa soprattutto della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la costruzione di uno Stato unitario. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 88, in proposito scriveva: “Eletti i deputati e nominati dal Re i Senatori, si riunì il nuovo parlamento, a Torino, il 18 febbraio 1861, che approvò la Legge dichiarando re Vittorio Emanuele II di Savoia, mentre il Senato l’approvò nella seduta del 28 successivo. Per la proclamazione ufficiale del Regno d’Italia (afferma Giuseppe Massari) Cavour presentò al Senato del Regno il relativo disegno di Legge.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a p. 87, in proposito scriveva: “Dopo il plebiscito delle popolazioni del Napoletano (già regno delle Due Sicilie e cioè delle regioni Abruzzo, Campania, Calabria e Sicilia, liberate da Garibaldi, il Governatore di Napoli, delegato del governo Piemontese, ordinò la convocazione dei comizi elettorali per la nomina dei Deputati al I° Parlamento nazionale italiano, e nel contempo, dispose il lavoro preparatorio per le elezioni stesse, facendo compilare le liste elettorali per ogni comune. (Gli elettori che rappresentavano appena il 2 per cento della popolazione, erano stati scelti fra i cittadini per cultura, anche se modesta, e per censo). Le elezioni ebbero luogo il 27 gennaio 1861 e riuscirono eletti i seguenti deputati nel Collegio a fianco di ognuno segnato: 5) Giacinto Albini di Montemurro (Collegio di Lagonegro e Melfi) etc…”. Da Wikipedia leggiamo che il Regno d’Italia fu lo Stato italiano unitario proclamato il 17 marzo 1861. La proclamazione fece seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana (1859), combattuta dal Regno di Sardegna contro l’Impero austriaco, e alla spedizione dei Mille, con la conquista del Regno delle Due Sicilie. La proclamazione del Regno rappresentò il culmine di quel movimento culturale, politico e sociale, nonché periodo storico, detto “Risorgimento”. Ad essa seguì la terza guerra d’indipendenza italiana (1866) e l’annessione dello Stato Pontificio, con la conseguente presa di Roma (20 settembre 1870). Dal 1861 al 1946, il Regno d’Italia fu una monarchia costituzionale, basata sullo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia ai sudditi del Regno di Sardegna, prima di abdicare l’anno successivo. Al vertice dello Stato vi era il re, il quale riassumeva in sé i tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, seppur non esercitati in maniera assoluta. Tale forma di governo fu avversata dalle frange repubblicane (oltreché internazionaliste e anarchiche) e si concretizzò soprattutto in due note vicende: la fucilazione di Pietro Barsanti (da alcuni considerato il primo martire della Repubblica Italiana) e l’attentato di Giovanni Passannante (di fede anarchica). Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 90-91, in proposito scriveva: “…Ufficialmente, il 17 marzo 1861, può dirsi che ebbe inizio il funzionamento del governo del nuovo stato italiano, che organizzò la conseguente nuova struttura burocratica dello Stato stesso. Furono abolite le intendenze per ogni capoluogo di provincia e sostituite con le Prefetture, i cui capi, prefetti, furono nominati dal Ministro dell’Interno di Torino, allora capitale della nuova Italia. Per la Basilicata fu costituita una sola provincia: Potenza, con quattro circondari; e cioè: Potenza, Lagonegro, Matera e Melfi. …..2) Circondario di Lagonegro, formato dai comuni di: ….Capo di ogni circondario era il Sotto-Prefetto (attualmente soppresso). Come prima applicazione della nuova disposizione, il Govero di Torino nominò i prefetti, scegliendoli fra i Generali e gli ufficiali superiori dell’esercito piemontese (parlavano costantemente il loro dialetto) e tra le persone di fiducia (sempre dell’alta Italia) che già si erano distinte nella lotta per il Risorgimento. Quasi tutti i Prefetti non conoscevano nè le speciali condizioni di vita dei popoli meridionali, nè conoscevano i bisogni dei popoli stessi, tenuti dal governo borbonico nella più crassa ignoranza e nella più crudele miseria ed inciviltà. Ed i detti funzionari vennero, nella Basilicata, specialmente, con false prevenzioni contro il popolo ritenuto incivile, rozzo, ignorante e superstizioso. Potenza fu deliziata dalla presenza di un Prefetto, di origine francese, che non conosceva l’italiano e indovinava a senso qualche parole della nostra lingua.”L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 426, in proposito scriveva che: “Dopo breve dimora del Sotto Prefetto Calandra, il quale lasciò triste fama d’avere trescato coi briganti e coi manutengoli e di aver corrotto i pubblici servizi, onde fu costretto a fuggire di soppiatto da Lagonegro, fu mandato qui in missione straordinaria il Consigliere Delegato di Prefettura Carmine Senise, il quale tanto egregiamente aveva saputo preparare e dirigere, insieme con Giacinto Albini, l’insurrezione lucana. Il Senise giunse a ristabilire nel Circondario l’ordine e la morale, tristamente conculcati, etc…”Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 93, in proposito scriveva: “Ce lo spiega il dotto e illustre storico, Prof. Antonio Lucarelli, nel suo “La Puglia nel secolo XIX”…..Lasciamo immaginare che cosa potè verificarsi nello svolgimento delle operazioni elettorali per la nomina dei consiglieri!…Gli elettori (come si è già detto) designati solamente per cultura e per censo, rappresentavano il 2 % della popolazione, per giunta, nel Meridione, non preparati nell’esercizio del creduto diritto di eleggere i propri rappresentanti nei comuni e nel Parlamento….Lo storico Giulio Petroni a tal riguardo affermò (egli ne fu spettatore….): “Le ambizioni, le avidità, i perduti poteri, i ricordi passati non indugiarono a ridestarsi, aggrupparsi, scindersi in partiti, prender nomi, e si udì chiamarli borbonici, clericali, moderati, progressisti, democratici e così via via. Tutti però si agitavano, parlavano, ostentavano i loro diversi proponimenti coi tanti nomi di libertà e di Patria”…..Il Pani Rossi affermò che l’ignoranza totale del popolo portò a soprusi ed a pateggiamenti in tutti i comuni e prevalsero sempre tutti quelli che per bramosia di vendetta, insinuanti ed ingordi, si impossessarono degli Uffici comunali come beni personali.”Lorenzo Predome (….), nel suo“I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 110-111, in proposito scriveva: “4) La destra parlamentare, come si era già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale.”. 

Nel 1861, SAPRI, Comune del Regno d’Italia

Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1924, durante il Regno d’Italia ha fatto parte del mandamento di Vibonati, nel 1924 il mandamento fu trasferito a Sapri fino al 1927 anno della sua soppressione appartenente al Circondario di Sala Consilina. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 92, in proposito scriveva: “2) Le costituite amministrazioni comunali. E per i Comuni cosa fu deciso? Dopo aver provveduto alla disciplina e alla riorganizzazione delle provincie, si dispose la formazione del Consiglio Comunale di ogni singolo paese. Come fu fatto per la scelta dei deputati, così venne eseguito per quella dei componenti del Consiglio di ciascun comune. La data delle elezione era fissata dal Prefetto della Provincia, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno. Alla votazione partecipavano gli elettori residenti nel comune che erano già segnati nelle apposite liste e per la cultura e per il censo. Nel seno del Consiglio veniva scelto il Sindaco con i componenti la giunta comunale, che coadiuvava il Sindaco nell’amministrazione. La scelta del Sindaco veniva fatta dal Re per quei comuni con popolazione inferiore a 4.000 abitanti. Per quelli superiori a tale numero provvedeva ciascun consiglio comunale, scegliendo tra i suoi componenti stessi.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 94, in proposito scriveva: Il Pani Rossi affermò che l’ignoranza totale del popolo portò a soprusi ed a pateggiamenti in tutti i comuni e prevalsero sempre tutti quelli che per bramosia di vendetta, insinuanti ed ingordi, si impossessarono degli Uffici comunali come beni personali.”.  

Nel 1861, Sapri, i Gallotti e Giovanni Nicotera

Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calbresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di ilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”.

Nel 1861, i primi Governi del Regno d’Italia e l’attività repressiva e reazionaria 

In un blog su Ricigliano leggiamo che Ricigliano, interamente ricostruito partecipò di riflesso alle vicende storiche nazionali, sia nella costruzione dell’Unità d’Italia, grazie alla nobile figura di Onofrio Pacelli, sia nei contrasti post-unitari culminati nelle rivendicazioni contadine, nel brigantaggio e nell’emigrazione. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 41 scriveva: “I governi reazionari del primo periodo dell’unità lo sottoposero ad altre vessazioni, perché non aveva mai rinnegato il suo ideale repubblicano. Il 2 giugno 1861, anniversario della festa nazionale per la concessione dello Statuto Albertino, O. Pacelli, coraggiosamente sceso nella piazza di Ricigliano, arringa il popolo e lo incita alla ribellione, inneggiando alla Costituzione repubblicana. Conseguentemente fu l’ntervento degli organi tutori, questa volta del Regno d’Italia, e la denuncia di Onofrio, Vincenzo, Antonio e Cristoforo Pacelli e di Giovanni Pascale per “…tentato eccitamento alla guerra civile etc…”. Comincia così una lunga serie di denunzie, persecuzioni, processi a cui è stottoposto O, Pacelli nella nuova Italia, unita sì, ma in cui non era possibile professare liberamente il proprio convincimento politico.”. Di Capua, a p. 53, in proposito scriveva: “Questo episodio, di scarsa importanza agli effetti pratici, è indicativo per mostrare come attento, rigoroso e spietato fosse il controllo politico del nuovo regime unitario, tendente a reprimere con inesorabile durezza, ogni tentativo di opposizione al governo….Presso l’Archivio di Stato di Salerno ho ritrovato un grosso fascicolo (38) che illustra, con una documentazione doviziosa, il progredire degli avvenimenti successivi. Nei giorni seguenti gli eventi descritti, Onofrio Pacelli si era rifugiato a Salerno etc…”Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 102, in proposito scriveva che: “Il costume assai basso della vita amministrativa, nella provincia di Salerno, come in altre del Mezzogiorno (8), si intrecciava strettamente con un altro fattore di maggior rilievo, che era la diffusa opposizione dell’opinione pubblica al governo moderato (9). Una opposizione che aveva le sue radici lontano, nel fatto cioè che sul Salernitano, come in tutto il Mezzogiorno, dopo il ’48, il movimento anti-borbonico, dopo l’esilio dei leaders moderati, aveva fatto perno soprattutto sulla piccola borghesia provinciale, che non aveva veri motivi per identificare i suoi interessi e le sue antiche aspirazioni – divisione dei demani comunali, divisione del latifondo ecclesiastico, ecc.. – con quelli del lontano Stato piemontese (10). Quindi il patriottismo locale si era sviluppato, negli anni precedenti l’unità, sotto il segno di un diffuso radicalismo che, se aveva un contenuto economico abbastanza concreto, sul piano dottrinario ondeggiava sotto la spinta di varie suggestioni ideologiche, sopravvivenze di carbonarismo, pisacanismo, mazzinianesimo, accolti, talora, senza una precisa consapevolezza politica, ma in ogni caso assai lontane dagli ideali moderati (11).”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 431-432, in proposito scriveva che: “Per assoluto difetto d’insegnanti, fu istituita, a cura e spese dello Stato, nel Gennaio 1861 in questo Capoluogo, una Scuola magistrale maschile per un corso accellerato di studii, sotto la direzione del Prof. Sac. Raffaele Schettini, fervente patriotta di Trecchina – il quale poscia, pei suoi sentimenti repubblicani, fu arrestato e morì in prigione – allo scopo precipuo di preparare alla meglio dei maestri per insegnare nelle scuole rurali dei piccoli paesi. La Scuola ebbe discreto concorso per lo più d’ecclesiastici, durò un anno solo e quando essa si chiuse, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La reazione borbonica. Nella realtà meridionale, si inasprirono i contrasti preesistenti e ben presto, le aspettative e le speranze delle masse dei contadini e dei braccianti vennero deluse, in special modo per quanto riguardava la distribuzione della divisione delle terre, ora divenute proprietà nazionale. Le divisioni tra sostenitori ed oppositori del nuovo governo dunque, andava acuendosi con notevoli ripercussioni sullo spirito pubblico. Ne conseguirono diverse manifestazioni di avversione al regime liberale, al fine di diffondere un movimento reazionario favorevole al ritorno dei Borbone, molte delle quali indirizzate contro coloro che, avendo sostenuto Garibaldi nella sua risalita verso Napoli, erano poi ritornati nei luoghi natii. A creare un sentimento antiunitario contribuirono anche le autorità civili, religiose e militari che, con le dimostrazioni di opposizione al nuovo assetto istituzionale, causarono il diffondersi di nuovi turbamenti sociali.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, ……Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Renato Dentoni Litta (….), nel suo “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: “La documentazione di un altro ufficio, il Governatorato, che nasceva proprio con un decreto di Garibaldi, quale dittatore delle Due Sicilie, fornisce altre utili indicazioni: un primo decreto del 12 settembre 1860 dichiara i Governatori delle provincie “le prime autorità civili e amministrative con cessazion delle funzioni degli Intendenti”. Pochi giorni dopo, esattamente il 17, si ritenne opportuno definire meglio le funzioni dei Governatori e fu emanato il decreto n. 55 che concedeva “facoltà e poteri straordinari ai governatori delle province”, tra l’altro fu data loro la facoltà di proclamare lo stato di assedio. Primo governatore della Provincia di Salerno fu Giovanni Matina, irruente liberale originario di Teggiano, etc…L’attività di questi primi giorni del governatorato fu certamente convulsa, come testimoniano alcuni dei primi documenti che recano ancora il sigillo borbonico frettolosamente annullato con un tratto di penna. Dalla loro lettura si evince un’evidente opera di controllo ed epurazione dai ranghi degli uffici provinciali di tutte le persone ritenute non degne o di scarsa fiducia in quanto eccessivamente legati al precedente governo. Si trattava di una preoccupazione importante che fu tenuta in massima considerazione anche successivamente, come dimostra la circolare del 29 novembre 1861, a firma del ministro degli Interni Ricasoli, nella quale si chiede ai Prefetti delle provincie napoletane e toscane di “esprimere il proprio avviso sulla capacità, moralità e condotta amministrativa e politica dei loro dipendenti”(6).”.

Nel 4 febbraio 1861, Francesco Antonio PELUSO, brigadiere dell’Ufficio Doganale (Fondaco de’ Dazj indiretti) di Capitello

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso che trovasi fin dalla sua ammissione da circa dieci anni posto in questa dogana, che colle sue estorsioni complimentava i suoi parenti in Napoli D. Salomone e D. Moisè Peluso; che non ha mai prestato servizio avendo dormito in sua casa. In tutta la permanenza che qui fecero i Garibaldini più di giorni 40 fu latitante. Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no. Ed intanto costui non ostante vedesi nello impiego, ma anche fisso nel posto di Sapri avendo figurato nei passati tempi, e continua in simile riprevovevole condotta in epoca di sospirato risorgimento e di benessere protetto nelle sue scelleratezze. In punto in sua casa la Guardia Nazionale di Sala vi fa una visita domiciliare, ed egli è in fuga vi replichiamo ch’è la pietra di scandalo, almeno che venchi campiato fuori controllo. Una simile se ne diretta al Direttore.”. L’interessato, il 4 febbraio 1861, rivolgendosi alla stessa autorità cui si erano rivolti i sapresi, così giustificò: “Francescantonio Peluso del Comune di Sapri da molti anni trovasi in servizio in qualità di Brigatiere in questo Fondaco dei Dazi indiretti di Capitello. Il medesimo sarebbe appartenuto in legame di parentela a quegli altri Peluso etc…”. Della questione il Governatore ne interessò il sottoposto di Sala che, esperite le indagini, il 16 marzo 1861 rispose: “La supplica del Brigatiere de’ D. I. Francescantonio Peluso dimorante in Sapri, (….) con la quale lo stesso vorrebbe rimanere nella Dogana ove rattrovasi etc…”. Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”.

Nel …………, 1861, a Sapri, Tommaso EBOLI

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: “Sul conto del Torre risultò un precedente: un danno volontario di tre ducati in pregiudizio di D. Tommaso Eboli di Sapri; nulla sul conto di Michele Fusco. Il giudice Francesco Saverio Cajazzo, per affetto della sovrana indulgenza del 17 febbraio 1861, dichiarò abolita l’azione penale del procedimento (11). Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò il terreno su cui venne realizzato, nei pressi dell’odierna Trovatella, il primo camposanto del paese, poi dismesso dopo essere stato interessato da una frana. Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “….quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (11) postillava: “(11) Testimonianza di D. Emmanuele Gaetani fu Vincenzomaria, di anni 75, proprietario di Torraca.”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.

Nel 18 marzo 1861, a Sapri sbarcarono truppe garibaldine arrivate da Paola

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 161, in proposito scriveva pure: “Il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al Colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei vetture per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato relativo “bono” di undici ducati e 40 grana (22). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali dichirarono che: “…partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di sessanta soldati sbandati…etc…(23).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (23) postillava: “(23) ACSGP, Registroraccolta delibere Decurionali anni 1861-1871, delibera del 20.3.1861, p. 185v.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “E siccome le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali sostenute dal Comune ammontano a oltre 300 ducati, per l’importo dei detti 24 ducati il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Per tale motivo: “è inabilitato a poter fra fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(24).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (24) postillava: “(24) Ivi, delibera del 5 Aprile e 3 maggio 1861, pp. 187-188v.”

Nell’aprile 1861, a Camerota arrivò Ambrogio Biella di Milano, garibaldino e orologiaio

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Nei primi giorni d’aprile 1861 ancora vi erano residui dell’Esercito Meridionale. A Camerota vi giunse un garibaldino di nome Ambrogio Biella di Milano, di professione orologiaio. Trovato il posto incantevole e libero dall’ormai sciolto Esercito garibaldino, vi rimase ad esercitare la sua arte. Ma il 14 aprile ebbe una rissa con alcuni della Gurdia Nazionale del luogo, riportò una ferita che dai medici fu giudicata mortale. Il milite era privo di mezzi e dal Comune venne aiutato per non farlo morire facendogli somministrare tutto ciò che gli veniva prescritto dai medici. Etc..”. Policicchio, a p. 157, nella nota (15) postillava: “(15) ASS., Governatorato, b. 4 f. 118”

Nel 1861, la SINISTRA STORICA, DEMOCRATICI E REPUBBLICANI in Provincia di Salerno

Alfredo Capone (….), nel capitolo “I. La Sinistra meridionale e i problemi del paese (1860-1865)”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 41 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che si trovarono a Napoli nei turbinosi mesi immediatamente successivi all’unificazione del Mezzogiorno, non furono pochi, come è noto, coloro che si provarono a dare un’analisi della complessa situazione politico-sociale dell’ex-Regno, e che credettero di individuare in questo o quel fatto storico o di costume, la causa prima di disgregamento meridionale. Le analisi più diffuse, ma anche le meno profonde, facevano per lo più riferimento alla complessiva arretratezza politica e civile della società meridionale, e delle sue classi dirigenti, come frutto del malgoverno e del dispotismo borbonico. Ma non mancarono coloro che spinsero il loro sguardo al di là della superficie e cercarono nelle vicende delle classi sociali la chiave per spiegare unitariamente la storia recente del Mezzogiorno. Ad esempio, abbastanza acutamente, uno scrittore del partito d’azione, in un articolo sul ‘Popolo d’Italia’ dal titolo “Popolani e borghesi di Napoli”, del gennaio 1861, poneva l’accento sulle vicende della borghesia meridionale: ne denunciava la arretratezza, ma soprattutto – ciò che è più interessante – ne sottolineava la ristrettezza, come classe sociale, il che dava ad essa un carattere di frammentarietà, sia sul piano degli atteggiamenti politici che dei concreti interessi economici (1). Dietro questo concetto di frammentarietà non c’è dubbio che si debba scorgere la divisione tra grossa e piccola borghesia terriera.”. Capone, a p. 41, nella nota (1) postillava: “(1) “Il Popolo d’Italia”, 14 gennaio 1861; sul giornale democratico, in questi mesi, cfr. il severo giudizio di E. Passerin d’Entrévers: “etc…”, in ‘L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 140.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), l’erede e il vindice dello spirito pisacaniano, e al tempo stesso l’accusatore violento di quei membri del Comitato napoletano che, secondo lui, sarebbero venuti meno agli impegni presi e avrebbero provocato il fallimento della spedizione di Sapri. Tale decisa presa di posizione di Nicotera ebbe naturalmente l’effetto di gettare scompiglio nelle file del partito democratico napoletano che, oltre alla delusione per la sconfitta politica, si vedeva così ricoprire di discredito.”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “In una di queste “valli” ad esempio, dopo il ’60, ebbe vita e si sviluppò un altro ‘mito’ di Sapri; non quello ‘aureo’, legato a Pisacane, proiettato verso un futuro socialmente più giusto; ma un ‘mito’, per dir così, di stagno, immediato – legato all’eroe di Sapri’, a Giovanni Nicotera – che fu quasi una deformazione e una caricatura dell’altro. Questo mito, tanto minore, suggeriva non una rivoluzione sociale, ma una rivoluzione ‘meridionale’, confusa, velleitaria e ambiguamente polivalente…..Dietro Nicotera c’era, infatti, una gran parte della democrazia meridionale, tanto che, ad un certo momento, l’uomo e il partito si identificarono; e le ambiguità dell’uno, necessariamente, rimandano ai disorientamenti dell’altro. Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. Capone, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 102, in proposito scriveva che: “Il costume assai basso della vita amministrativa, nella provincia di Salerno, come in altre del Mezzogiorno (8), si intrecciava strettamente con un altro fattore di maggior rilievo, che era la diffusa opposizione dell’opinione pubblica al governo moderato (9). Una opposizione che aveva le sue radici lontano, nel fatto cioè che sul Salernitano, come in tutto il Mezzogiorno, dopo il ’48, il movimento anti-borbonico, dopo l’esilio dei leaders moderati, aveva fatto perno soprattutto sulla piccola borghesia provinciale, che non aveva veri motivi per identificare i suoi interessi e le sue antiche aspirazioni – divisione dei demani comunali, divisione del latifondo ecclesiastico, ecc.. – con quelli del lontano Stato piemontese (10). Quindi il patriottismo locale si era sviluppato, negli anni precedenti l’unità, sotto il segno di un diffuso radicalismo che, se aveva un contenuto economico abbastanza concreto, sul piano dottrinario ondeggiava sotto la spinta di varie suggestioni ideologiche, sopravvivenze di carbonarismo, pisacanismo, mazzinianesimo, accolti, talora, senza una precisa consapevolezza politica, ma in ogni caso assai lontane dagli ideali moderati (11).”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’attività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 111, in proposito scriveva: “La destra parlamentare, come si è già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale. Con l’avvento della sinistra, ormai consolidata dal propagarsi del Socialismo, fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’On. Agostino Depretis e con i ministri: on. Giovanni Nicotera, patriota calabrese. Nel decennio del Governo di sinistra al potere si ebbero alcune leggi che agevolarono le condizioni degli operai specialmente etc…”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), l’erede e il vindice dello spirito pisacaniano, e al tempo stesso l’accusatore violento di quei membri del Comitato napoletano che, secondo lui, sarebbero venuti meno agli impegni presi e avrebbero provocato il fallimento della spedizione di Sapri. Tale decisa presa di posizione di Nicotera ebbe naturalmente l’effetto di gettare scompiglio nelle file del partito democratico napoletano che, oltre alla delusione per la sconfitta politica, si vedeva così ricoprire di discredito.”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 76-77 e ssg., in proposito scriveva che: Ma la realtà era tutta diversa da come Mazzini aveva sperato. Nicotera infatti si trovò di fronte l’ordine preciso di frazionare le truppe dei volontari che sarebbero partiti in convogli successivi per la Sicilia (61).”. Capone, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 454-455, in proposito scriveva che: “E non c’era, per di più, attorno a Garibaldi quella gente che aveva ideee notoriamente repubblicane ? E’ vero che tutti quanti affermavano che, pur di fare l’Italia, a quelle ideee avevan rinunciato, ma questa loro affermazione meritava fede ? Sono proprio leali come Garibaldi, Bertani e Mazzini, Nicotera e Carlo Cattaneo e tanti altri, fra cui lo stesso Crispi, quando sventolano la bandiera “Italia e Vittorio Emanuele!” ?”…. Intanto, il Pianciani, il Nicotera sulle bandiere della loro spedizione quello scudo non ce l’avevan neanche messo. Si deve riconoscere che per costoro Cavour aveva piena ragione di diffidare. Etc…”Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 341, in proposito scriveva che:  “Il solo capo repubblicano attivo in Sicilia era stato Nicotera, il quale venne privato del comando proprio per tale motivo.”Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892).”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Mario Vinciguerra (…), nel suo “I partiti italiani dal 1848 al 1955”, a p. 57, in proposito scriveva che: “…..si mosse la politica interna italiana nel periodo 1861-’76, ed a causa di ciò questo periodo assistette alla graduale dissoluzione della maggioranza cavouriana uscita dalle elezioni del 1861. Questa maggioranza personale, anche dagli storici, perpetuando l’equivoco, si è continuata a chiamare con nomi allora in uso di sedtra (dopo il 1876 “destra storica”. un rispettoso atto di morte), oppure di “conservatori” o di “liberali”- in contrapposto ai “progressisti” o “democratici” della sinistra – ; ma è chiaro che questo oscillare incerto di nomi era sintomo di interiore mancanza di omogeneità; del convivere di idee e fini diversi, e talora discordi.. E, in realtà, che cosa poteva significare la denominazione di destra per un partito che aveva combattuto ad arma corta contro l’autentica destra del parlamento subalpino, ed anche ultimamente aveva fatto una specie di giuramento nelle mani di Cavour che Roma doveva diventare capitale del Regno d’Italia e cessare di esserlo dello Stato del Papa? Quali pensieri, quali sentimenti della parte di destra del paese poteva illudersi di rappresentare? E ce cosa poteva significare la denominazione si “conservatori” per un partito che, per mezzo della Società nazionale (v. cap. VII), dal 1856 al 1860, era entrato in rapporti con Garibaldi, etc…”. Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882a pp. 591-592, in proposito scriveva che: “Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia (1); di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine. Etc…”

Nel 1861, il “mito” di Sapri, le polemiche e le accuse di Giovanni NICOTERA

Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) d………………”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 291, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Anche in questo costituto tenne parola delle trame dei Murattiani, ma sempre tacendo i nomi di coloro che vivono nell’interno del regno. Confermò poi i diversi proclami da lui sotoscritti, sebbene gli sarebbe stato facile negarli a causa della ferita alla mano dritta che gl’impediva di scrivere, e quindi fare il confronto del carattere, come pure la missione che si era dato appena giunto a Sapri di arrestare e fucilare il capourbano Peluso, che è precisamente quello che assassinò l’infelice Carducci. In una parola, dai suoi costituti nulla rilevasi che possa menomamente far male, né agli uomini del suo partito, né al suo principio politico, né infine agli stessi Murattiani che sono nel Regno.”. Cassese, a p. 272 si chiedeva: “…quale fu l’atteggiamento di Nicotera durante il processo di Salerno e in che misura egli contribuì, per motivi di carattere soggettivo ed ideologico, alla formazione di quella spessa incrostazione di equivoci che ancora oggi fa apparire poco chiare certe linee di quel grande avvenimento?…..(p. 273) A redere più concitato ed enigmatico lo svolgimento del processo contribuì in misura esorbitante Giovanni Nicotera, che dopo la morte di Carlo Pisacane e di Giovanbattista Falcone, era rimasto il padrone incontrastato della scena, l’attore che sa di svolgere un ruolo di grande impegno in tutta l’azione drammatica. Figura sconcertante quella di Nicotera, figura apparentemente complessa, contraddittoria fino all’esasperazione, e perciò tra le più discusse e criticate, nella vita privata e in quella di uomo politico, patriota, cittadino, ministro. Il suo temperamento essenzialmente teatrale, la sua indole impulsiva, che lo spinse talvolta a gesti inconsulti, il suo esagerato amor proprio che lo portava a ritenersi infallibile, la paura quasi infantile di essere mal giudicato e di non far bella figura, che esasperava la sua suscettibilità: etc…(p. 277) Giovanni Nicotera, a sua volta, si scagliava dal carcere contro la “indifferenza” di Salerno che definiva “ingeneroso e corrottisimo paese” (poco dopo, però, secondo il suo solito mutò parere), senza rendersi conto che i tempi erano ormai mutati e che l’impresa di Sapri aveva segnato il limite ultimo della crisi del mazzinianesimo. Ma Nicotera non era un uomo tanto riflessivo da meditare sulle cause profonde del fallimento della spedizione; Nicotera, irascibile ed impulsivo, s’intestardì nel credere fermamente che la spedizione aveva avuto esito infelice perché vi era stato chi aveva tradito la causa per fiacchezza d’animo, per leggerezza, per incapacità e per paura. Per lui Fanelli, Dragoni, Pateras, cioè i capi del Comitato napoletano, si erano resi colpevoli di tradimento; avevano tradito etc…”. Cassese, a p. 279 racconta l’episodio accaduto con il duello con Petruccelli della Gattina. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva pure: “Pur nell’esplicito riconoscimento della grandezza morale del sacrificio di Pisacane, la critica al partito mazziniano, come vede, è fatta apertamente. La reazione quindi fu immediata: Mazzini stesso e Nicotera, in due lettere inviate al “Popolo d’Italia”, rigettarono ogni colpa del fallimento della Spedizione sui componenti del Comitato napoletano. Ma in difesa di questi insorse subito Nicola Fabrizi, che con Fanelli e Dragone era stato in stretti rapporti epistolari con Malta etc…”. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva che: “Quello contro cui si appuntò maggiormente l’ira di Nicotera fu il povero Fanelli. In quello stesso anno, 1864, incontrandosi con lui per le vie di Napoli, lo aggredì insultandolo con l’epiteto di traditore. La conseguenza fu una sfida a duello, che non ebbe luogo per intercessione di amici comuni…, ma poco dopo Nicotera, con la stessa impulsività con cui l’aveva aggredito, si riconciliò con lui e volle poi nel 1871 presentarlo lui stesso agli elettori di un collegio del salernitano, quello di Torchiara, dove fu eletto in competizione col barone Francesco Antonio Mazziotti. L’anno successivo fu la volta di Diego Tajani. Questi, come si sa, fu il difensore di Nicotera al processo di Salerno e riscosse lodi e ringraziamenti per la difesa che fece di lui e degli altri imputati. Ma Nicotera, tuttavia, serbava contro il Tajani un sordo rancore, che esplose in un attacco violento sul “Popolo d’Italia”, dove egli stesso accusò colui che lo aveva difeso con perizia e coraggio, di essere stato murattista, di essere stato pavido etc…(p. 283) Subito dopo aver assunto la carica di Ministro dell’Interno, Nicotera fu fatto segno ad un attacco giornalistico di particolare violenza. La “Gazzetta d’Italia” di Firenze, nel n. 307 del 1° novembre ’76, pubblicò un articolo intitolato ‘L’eroe di Sapri. Autobiografia di Giovanni Nicotera’, in cui veniva raccontata la partecipazione di Nicotera alla Spedizione e, in base ad alcuni interrogatori, veniva descritto il suo atteggiamento durante il processo di Salerno etc…..”, il 2 Novembre il il giornale fu sequestrato ed il giornalista Sebastiano Visconti fu messo sotto processo. Forse l’assenza di documenti attestanti l’opera di alcuni in quel periodo storico (ad esempio, al Comune di Sapri, mancano le Delibere Decurionali di quegli anni – il Libro esistente arriva fino al 1844), potrebbe trovare riscontro in cio che Leopoldo Cassese, a p. 285 riscontrava quando scrive: “E’ passato un secolo dal processo per la spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua ‘Cronaca del Comitato Segreto di Napoli’ – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quegli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”.  Cassese, a p. 287, riferendosi al primo interrogatorio del 2 luglio 1857 che il Nicotera subì subito dopo l’eccidio di Sanza, in proposito scriveva pure che: “In questo interrogatorio Nicotera, dopo avere enfaticamente parlato della sua partecipazione ai moti del ’48 e agli avvenimenti della Repubblica Romana, disse tutto quello che sapeva della preparazione della Spedizione, dell’esistenza di un Comitato a Napoli, dei rapporti di Pisacane con i suoi componenti, dell’andata dello stesso Pisacane colà per assicurarsi dell’organizzazione nella capitale e nelle provincie, riconobbe tutti i documenti che gli furono esibiti e soprattutto si diffuse nel dare notizie circostanziate sul partito murattista e sulle sue mene in Napoli, rivelando i nomi dei suoi più attivi componenti. Diede poi i precisi connotati dei du giovani di Padula, i fratelli Santelmo, per consiglio dei quali la colonna dei rivoltosi si era diretta in quella cittadina….La descrizione dei due giovani di Padula portò all’arresto dei fratelli Santelmo, i quali il 13 agosto furono messi a confronto con Nicotera, ma costui, già pentito di aver detto troppo, finse di non riconoscerli. Tre anni dopo, come abbiamo visto, accusò uno dei due fratelli di tradimento.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Aspetti della vita intellettuale a Salerno dopo il 1860 e gli studi intorno al Risorgimento”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Ma, d’altra parte, i tempi non volgevano ancora propizi per iniziare una esatta valutazione degli avvenimenti, perchè erano ancora vivi molti uomini che vi hanno partecipato; era ancora vivo Giovanni Nicotera il quale riuscì a monopolizzare nella sua persona tutto il patriottismo salernitano, e a dominare, quasi incontrastato, la provincia come rappresentante politico del capoluogo dal 1861 alla morte, suscitando qui come in tutta la nazione, rancori profondi ed aspre polemiche a causa del suo temperamento dispotico e settario.”. Su Giovanni Nicotera, dopo l’epopea del 1860, nel 18….., ha scritto Jessie White Mario (….), nel suo, “In memoria di Giovanni Nicotera”, ed……………Come ho scritto, la White, moglie di Mario attinse alle carte dell’Archivio Bertani. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell ‘ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione , sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere , per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, nella cui qualità si distinse per ingegno e somma energia nel distruggere il brigantaggio , la camorra e la maffia. Egli tuttora vive , vigile custode dei destini d’ Italia, e il suo paese , S. Biase , a perenne ricordo delle sue virtù , come cittadino, soldato e uomo di Stato, gli ha eretto un grandioso monumento.”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), a p. 92-93 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa impostazione di Nicotera, che era uno dei più rappresentativi esponenti dell’opposizione democratica meridionale, riassumeva in modo adeguato lo stato d’animo più autentico e diffuso del partito d’azione nel Mezzogiorno, quale esso era nella realtà, al di là di più avanzate, ma, spesso, solo dottrinarie sollecitazioni. Né si può dire che Nicotera fosse un isolato; anzi, egli era assai autorevole, nel partito, e inoltre la sua attività politica era circondata da un’ampia propaganda (23). In realtà egli esprimeva bene il carattere verbalmente radicale, ma socialmente moderato, della base del partito d’azione, che era pure più sensibile a concessioni immediate, che a un rigido dottrinarismo. Ciò, fra l’altro spiega anche come attorno a Nicotera si raggruppassero non solo gli “scontenti generici”, ma anche talune frange del conservatorismo autonomista.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “I. La Sinistra meridionale e i problemi del paese (1860-1865)”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 41 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che si trovarono a Napoli nei turbinosi mesi immediatamente successivi all’unificazione del Mezzogiorno, non furono pochi, come è noto, coloro che si provarono a dare un’analisi della complessa situazione politico-sociale dell’ex-Regno, e che credettero di individuare in questo o quel fatto storico o di costume, la causa prima di disgregamento meridionale. Le analisi più diffuse, ma anche le meno profonde, facevano per lo più riferimento alla complessiva arretratezza politica e civile della società meridionale, e delle sue classi dirigenti, come frutto del malgoverno e del dispotismo borbonico. Ma non mancarono coloro che spinsero il loro sguardo al di là della superficie e cercarono nelle vicende delle classi sociali la chiave per spiegare unitariamente la storia recente del Mezzogiorno. Ad esempio, abbastanza acutamente, uno scrittore del partito d’azione, in un articolo sul ‘Popolo d’Italia’ dal titolo “Popolani e borghesi di Napoli”, del gennaio 1861, poneva l’accento sulle vicende della borghesia meridionale: ne denunciava la arretratezza, ma soprattutto – ciò che è più interessante – ne sottolineava la ristrettezza, come classe sociale, il che dava ad essa un carattere di frammentarietà, sia sul piano degli atteggiamenti politici che dei concreti interessi economici (1). Dietro questo concetto di frammentarietà non c’è dubbio che si debba scorgere la divisione tra grossa e piccola borghesia terriera.”. Capone, a p. 41, nella nota (1) postillava: “(1) “Il Popolo d’Italia”, 14 gennaio 1861; sul giornale democratico, in questi mesi, cfr. il severo giudizio di E. Passerin d’Entrévers: “etc…”, in ‘L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 140.”.  Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Tuttavia, gli sforzi del governo per ostacolare la continua ascesa della sinistra nel Mezzogiorno erano destinati al più completo insuccesso; una ascesa che – come è noto – fu uno dei fattori decisivi che portarono alla “rivoluzione parlamentare” del 18 marzo 1876 e all’assunzione, da parte di Nicotera, del Ministero dell’Interno nel primo Gabinetto Depretis (69).”. Capone, a p. 119, nella nota (69) postillava: “(69) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, 1928, p. 11.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 123-124, in proposito scriveva che: “Erano, pertanto, nel giusto coloro che, difronte ai tanti problemi sociali non risolti dallo Stato unitario avevano rivendicato per sé la vera eredità morale e politica di Sapri. Già il 2 luglio 1865, infatti, la commemorazione di pisacane fu tenuta a Salerno, non da Nicotera, ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici e socilaisti. Pacelli, in quella occasione, parlò del Risorgimento italiano come di una “rivoluzione troncata a mezzo”, e ribadì la necessità di riprender l cammino iniziato da Pisacane e poi interrotto; “non basta – egli disse – offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo (di Pisacane) programma, e giuriamo di compierlo”(81). Queste affermazioni del Pacelli aprivano coraggioe prospettive su un futuro più democratico e ponevano reali e gravi problemi che nuove forze politiche e sociali avrebbero poi dovuto avviare a soluzione. Le parole del Pacelli, inoltre, condannavano senza possibilità di appello, l’inganno del “mito” nicoterino di Sapri, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori.”. Capone, a p. 124, nella nota (81) postillava: “(81) “Il Popolo d’Italia”, 4 luglio 1865″. Capone, a p. 124, così concludeva: “Tuttavia, anche quel “mito” – di per sé equivoco – va visto all’interno delle vicende della Sinistra meridionale e del suo sforzo, certamente positivo, di trasformare le opposizioni allo Stato in opposizioni al Governo e di aprire a nuove forze, più concrete prospettive di inserimento nello Stato (82).”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “Arrivato a questo punto della narrazione, mi si presenta l’ azione più rilevante, e nel tempo stesso più sventurata, che la parte rivoluzionaria ebbe tentata nelle province meridionali in quel tristo periodo di scoraggiamento generale. Io intendo parlare della eroica spedizione di Sapri, preconizzatrice di quella de’ Mille di Marsala. Era mio intendimento narrarla particolareggiata; ma la sua importanza richiedeva una compiuta monografia co’ documenti giustificatici. Mi posi anche al lavoro; ma mi avvidi che la economia dell’opera generale ne avrebbe sofferto; che avrei dovuto uscire dallo scopo prefissomi, di notare alcune memorie sulla rivoluzione del 1860, e sulle cause preparatorie, talchè avrei dovuto modificare il mio concetto. E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto, e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”.

Dal 30 giugno 1861, la provincia di Salerno, feudo elettorale di Giovanni NICOTERA ed il suo ruolo nell’Italia post-Unitaria

E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato.  Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fin dal 1860 aveva anche intrapreso un’attività politica, pubblicando articoli su un giornale, Il popolo d’Italia, al quale collaborava anche Aurelio Saffi; per un decennio fu su posizioni di estrema opposizione; dal 1870 iniziò tuttavia ad appoggiare le riforme militari di Ricotti-Magnani. Massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Dalla Treccani on-line leggiamo che quel successo partiva da lontano. L’azione politica dispiegata nel collegio di Salerno (comprensivo anche di Sapri), in cui fu eletto ininterrottamente dal 1861 al 1892, rivelava una compattezza nei consensi che annullava ogni distinzione tra schieramenti e ceti sociali. Si presentava come il martire di Sapri, ma non rinunciava a servirsi di ex borbonici che vedevano in lui l’avversario del nuovo regime e del piemontesismo. Inoltre, insieme con Giuseppe Lazzaro e al duca Gennaro Sambiase Sanseverino di San Donato, fu molto attivo nella vicenda amministrativa del Municipio e della Provincia di Napoli. Nonostante i contrasti ripetuti con i rappresentanti moderati del potere centrale, in particolare con il prefetto di Rudinì, i tre intesserono una fitta rete politica che, grazie al sostegno della massoneria e al consenso diffuso della piccola borghesia, assicurò a San Donato il controllo quasi ininterotto dell’amministrazione provinciale dal 1871 al 1901. Oltre al collegio di Salerno e all’area napoletana, in cui operava l’Associazione del progresso, un terzo polo territoriale che dava forza a Nicotera era la Calabria. Dal 1869 aveva insistito in Parlamento per il rafforzamento di alcune infrastrutture importanti come gli approdi di Paola e di Pizzo, lamentando l’isolamento regionale, che l’avrebbe poi portato a ripresentare continuamente la proposta modernizzatrice del tracciato ferroviario tra Eboli e Reggio Calabria. Da questi tre poli estese poi la sua influenza politica a Benevento, Caserta, Avellino e alla Puglia, mentre nell’area lucana si appoggiò su grandi notabili di livello nazionale come Pietro Lacava e Ascanio Branca. Questa articolata costellazione politica interregiornale poté contare altresì sul sostegno di alcuni fogli periodici: il Corriere delle Puglie a Bari, L’Avanguardia a Cosenza, La Costituzione a Benevento. Fattasi così portavoce della Sinistra meridionale, la rete nicoterina non riuscì però a impiantarsi in Sicilia, dove erano presenti altri leader e interessi già coalizzati. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera fu deputato del collegio di Salerno per trentatrè anni, dal 30 giugno 1861 – da quando vi fu eletto in seguito alle dimissioni di Giovanni d’Avossa – fino alla sua morte, avvenuta a Vico Equense il 13 giugno 1894 (1). Trentatrèanni di dominio incontrastato, che fecero di Salerno un vero e proprio “feudo” elettorale, governato dal barone Nicotera con metodi che apparvero così autoritari, che recentemente uno storico ha potuto paragonarli a quelli fascisti (2). Tuttavia, una analisi del rapporto tra Nicotera e il suo collegio elettorale, non può fermarsi soltanto agli aspetti del costume; i quali vanno calati nelle condizioni economico-sociali della provincia di Salerno e messi in relazione con gli orientamenti culturali e politici della borghesia salernitana negli anni dopo l’Unità (3).”. Capone, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) v. A. Moscati, I ministri del Regno d’Italia (vol. IV), op, cit., p. 13, e ‘La Provincia di Salerno vista dalla R. Società Economica, Salerno, 1935, pp. 86 e ssg.”. Capone, a p. 99, nella nota (2) postillava: “(2) M. Vinciguerra, I partiti italiani dal 1848 al 1855, Roma, 1955, p. 69, dove a proposito delle elezioni del 1876, si sottolinea la tendenza del Nicotera a costituire un “monopolio di partito”; il Vinciguerra, ivi, definisce Nicotera “un misto di giacobino e di feudatario meridionale”. Capone, a p. 99, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. G. Santoro, L’economia della provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio, 1862-1862, Salerno, 1964; notizie sulle condizioni economiche della provincia di Salerno sono in L. De Rosa, Il Banco di Napoli nella vita economica nazionale (1863-1883) Napoli, 1964, pp. 390 e ssg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nicotera, deputato di Salerno, appariva dunque – si potrebbe dire – l’uomo giusto al posto giusto. E non solo perché i salernitani conoscevano assai bene Nicotera, il compagno di Pisacane, il processato di Salerno, la vittima illustre della tirannide borbonica, cui essi avevano tributato anni prima un’ammmirazione calda e sincera; ma anche perché Giovanni Nicotera si presentava, all’indomani dell’Unità, come l’uomo di fiducia di Mazzini, il radicale per eccellenza, l’espressione più vera di quella generica “rivoluzione” meridionale che era stata la confusa ideologia della maggior parte del patriottismo locale che ora sembrava prolungarsi e personificarsi in lui. Era naturale, pertanto, che soprattutto la piccola borghesia intellettuale salernitana, che era partecipe e custode di quella ideologia, gli riserbasse un appoggio fervido e incondizionato.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Non solo le elezioni, ma nessun movimento politico locale sfuggiva al Nicotera che attraverso i suoi agenti controllava uomini e situazioni. Ad esempio, nel febbraio ’64 si tenne una riunione della Massoneria in cui, alla presenza di due emisari venuti da Napoli, si parlò di una prosima insurrezione; vi presero parte oltre ai mazziniani, gli agenti di Nicotera, cioè “non pochi di quei borbonici più screditati che presero una parte attiva alla elezione del Nicotera, gli avvocati De Bonis, Autuori, Brajone. In tal modo il Nicotera andava sempre più consolidando a Salerno il suo “regime”, e lo rafforzava, fra l’altro, collocando a capo delle aministrazioni comunali alcuni uomini fidati, travolgendo all’occorrenza senza scrupoli quanti ostacolavano i suo piani (29). Alla Prefettura, inoltre, giungeva notizia che Nicotera continuava ad eccitare nele zone più arretrate dela provincia il malcontento della popolazione contro il governo, attraverso la popagada dei suoi emsari nel circondario di Campagna, ad esempio, etc..”. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 68-69in proposito scriveva che: “…in quell’ambigua giornata del 18 marzo del ’76 avesse avuto luogo un avvenimento rivoluzionario, una “rivoluzione parlamentare”. Senonché, passata la giornata e le concesse polemiche giornalistiche, e rientrati nella carreggiata della normale vita parlamentare, si presentava il problema di come raggiungere la maggioranza: questa volta, per assicurare l’esistenza al ministero sorto dalla minoranza. A questo problema si dedicò, con passionalità che metteva in tutte le cose, un uomo singolare, che aveva preso posto al ministero dell’Interno: il barone Giovanni Nicotera. Nicotera era un misto di giacobino e di feudatario meridionale. Irruente ed astuto, generoso e prepotente, egli trovò naturalissimo che un ministro dell’Interno considerasse apertamente i prefetti come gli agenti elettorali e intimidatori in servizio del governo in carica. Etc..”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) d………………”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”.  

Nel 3 luglio 1861, le Elezioni Provinciali in Provincia di Salerno

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, oltre a dici dell’elezione di don Paolo Gallotti, figlio di Carlo e nipote di Giovanni, a Consigliere Provinciale della Provincia di Salerno, a p. 219, nella nota (60) postillava: “(60) Per il mandamento di Sanza (n. 28) fu eletto Giuseppe Picinni fu Filippo con voti 70; per il Mandamento di Montesano (n. 27) Francesco Gervasio fu Federico, voti 29; per il Mandamento di Diano (n. 26) Pasquale de Honestis fu Cono, voti 44; per il Mandamento di Torre Orsaja (n. 44) Giuseppe Speranza di Pietrantonio, voti 88, legale; per il Mandamento di Pisciotta (n. 46) Luciano Saulle fu Carlo voti 99; per il Mandamento di Camerota (n. 47) Vincenzo Sebastiano di Napoli, sacerdote, voti 101; per il Mandamento di Laurito (n. 48) il 70enne Francesco Carelli fu Domenico, legale, voti 172.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “Legale di pofessione, morì settentenne il 21 aprile 1893. Durante il periodo del Governatorato, il 3 luglio 1861 fu proclamato Consigliere Provinciale, eletto per il Mandamento di Vibonati (59) Circondario di Sala, (Mandamento numero 29)(60) con 130 preferenze.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (59) postillava: “(59) Il comune di Vibonati, con delibera dell’8 agosto 1860 propose le terne dei candidati: Pugliesi Vincenzo, paternità Giacomoantonio, età 55, Legale, Vibonati, rendit. 268,12; Demarco Felice, di Domenico, età 55, Dr. Fisico, di Tortorella, rendita 151; Perazzo Pietro Paolo, di Carmine, età 65, legale, di Torraca; 2° Terna: De Petrinis Giuseppe, di Domenico, età 46 possidente, di Sala, rendita 2000; Gallotti Paolo, di Carlo, età 38, possidente, di Casaletto, rendita 125; Falcone Domenico, di Felice, età 44, possidente, di Sala, rendita 250.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 430, in proposito scriveva che: “Nel 19 Maggio 1861 si procedè pure nei tre Comuni del Mandamento all’elezione del Consigliere Provinciale, e rimase eletto il Dott. Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, cittadino di sensi retti e liberali; indi, essendo stato sciolto il Consiglio Provinciale di Basilicata con R. Decreto 21 Dicmbre 1862, fu eletto, nella votazione del 1° Marzo 1863, l’Avv. Giuseppe Mango, che ebbe nella storia cittadina onorevole parte, come s’è visto innanzi etc..Egli fu pure Deputato Provinciale, carica che per lo più fu conferita al Consigliere Provinciale del nostro Mandamento (1).”. Pesce, a p. 430, nella nota (1) postillava: “(1) Il Cav. Giuseppe Mango rimase nel Consiglio Provinciale fino al 1876, come ho riferito a p. 74, e morì in Napoli nel 1881 fra il compianto generale, e di lui ben disse il Prof. Rocco Romanelli in un’iscrizione etc…”

Nel 1861, I MAZZIOTTI antagonisti di Giovanni Nicotera 

Dunque, Capone scrive che nelle elezioni politiche del 1865, nella Provincia di Salerno fu eletto Lucio Magnoni, amico di Nicotera, nel collegio di Torchiara, che batté l’altro candidato Francesco Antonio Mazziotti (….), se non erro nipote dello zio Matteo Mazziotti, barone di Celso e noto storico. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Matteo nacque a Napoli, nel palazzo Mazziotti a Trinità Maggiore, dal barone Francesco Antonio Mazziotti di Celso e dalla baronessa Marianna Pizzuti. La famiglia apparteneva all’aristocrazia terriera cilentana, proveniente dal borgo di Celso (presso Pollica) che insieme a Stella e Torricelli costituivano i feudi familiari. Il padre, oppositore del regime borbonico era stato costretto prima a trasferirsi a Napoli sotto sorveglianza nel 1838 e, dopo la sua partecipazione ai moti del Cilento del 1848, fu costretto a riparare a Genova nel 1849. La madre, che aveva seguito il marito nel 1850, tornata a Napoli per problemi di salute nel 1851, dove diede alla luce Matteo, fu costretta nuovamente all’esilio nel 1853, accusata di propaganda mazziniana, e morì per un’epidemia di colera nel 1855. Il padre si risposò nel 1857 con la genovese Anna Gibelli. Da Wikipedia leggiamo che Francesco Antonio Mazziotti nacque a Stella Cilento, dal barone Pietro Mazziotti (figlio di Ferdinando Mazziotti barone di Celso e S. Maria della Stella, signore di Torricelli e dalla nobile Giustina Vassalli) e da Anna Maria Sodano, una donna di umili condizioni. Apparteneva ai baroni Mazziotti di Celso, discendenti degli omonimi patrizi di Capua. Il padre, che sotto l’occupazione francese aveva esercitato funzioni pubbliche ed era stato influenzato dalle idee liberali, fu arrestato dalla polizia borbonica per la sua adesione alla setta politica dei Filadelfi, morendo in carcere a Salerno nel 1829. Messo sotto la tutela dello zio Matteo, amministratore del patrimonio familiare, nell’ottobre 1830 Francesco Antonio Mazziotti si sposò con la baronessa Marianna Pizzuti, di Montecorvino Rovella e si stabilì nel palazzo Mazziotti a Celso di Pollica. Manifestò sentimenti liberali e nel giugno 1838 gli fu ordinato con un’ordinanza prefettizia di trasferirsi a Napoli. A Napoli risiedette nelle proprietà familiari: palazzo Mazziotti a Trinità Maggiore e villa Mazziotti a Posillipo. Nell’aprile 1860 il barone Mazziotti fece parte della commissione incaricata di reperire uomini, fondi e mezzi per la spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi. In luglio, fruendo dell’amnistia che re Francesco II di Borbone concesse per ingraziarsi i liberali in funzione anti – garibaldina, il patriota napoletano intrattenne fitti rapporti con il marchese di Villamarina, ambasciatore piemontese a Napoli, e con il conte di Cavour adoperandosi per l’annessione al Piemonte. Con le elezioni del 1861 per il nuovo Parlamento italiano, il barone Mazziotti fu eletto deputato per i collegi di Montecorvino e Torchiara, sedendo tra i banchi della Destra storica. Fu rieletto deputato del Regno d’Italia nel 1867 per il solo collegio di Torchiara, sostenendo alla camera dei deputati le posizioni della destra cattolica. Durante il suo mandato, con regio decreto del 25 novembre 1868, fu autorizzato a portare il titolo di barone di Celso. Sconfitto alle elezioni del 1870 dal candidato della Sinistra storica, Giovanni Nicotera, e poi anche nella tornata elettorale del 1871, Francesco Antonio Mazziotti morì improvvisamente il 29 gennaio 1878 a Napoli, a 66 anni, alla vigilia del suo terzo mandato.

Nel 3 luglio 1861, don Paolo GALLOTTI, figlio di Carlo e nipote del barone Giovanni fu proclamato Consigliere Provinciale

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “Legale di pofessione, morì settentenne il 21 aprile 1893. Durante il periodo del Governatorato, il 3 luglio 1861 fu proclamato Consigliere Provinciale, eletto per il Mandamento di Vibonati (59) Circondario di Sala, (Mandamento numero 29)(60) con 130 preferenze.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (59) postillava: “(59) Il comune di Vibonati, con delibera dell’8 agosto 1860 propose le terne dei candidati: Pugliesi Vincenzo, paternità Giacomoantonio, età 55, Legale, Vibonati, rendit. 268,12; Demarco Felice, di Domenico, età 55, Dr. Fisico, di Tortorella, rendita 151; Perazzo Pietro Paolo, di Carmine, età 65, legale, di Torraca; 2° Terna: De Petrinis Giuseppe, di Domenico, età 46 possidente, di Sala, rendita 2000; Gallotti Paolo, di Carlo, età 38, possidente, di Casaletto, rendita 125; Falcone Domenico, di Felice, età 44, possidente, di Sala, rendita 250.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (60) postillava: “(60) Per il mandamento di Sanza (n. 28) fu eletto Giuseppe Picinni fu Filippo con voti 70; per il Mandamento di Montesano (n. 27) Francesco Gervasio fu Federico, voti 29; per il Mandamento di etcc…”. Dunque, Policicchio scriveva che don Paolo Gallotti (uno dei figli di don Giovanni Gallotti, barone di Battaglia), in occasione delle elezioni del Consiglio Provinciale, il 3 luglio 1861 (“nel periodo del Governatorato”) fu proclamato Consigliere provinciale eletto nel Mandamento di Vibonati del Circondario di Sala Consilina. Policicchio scrive pure che il comune di Vibonati, l’8 agosto 1860 deliberò e propose la tera di candidati a detta elezione: Pugliesi (probabilmente Pugliese) Vincenzo ecc..”.  

Nel 23 agosto 1861, a Centola, i briganti a Centola 

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 231, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto un’altra compagnia, al comando del capitano Caccia, dopo aver sostenuto per oltre due mesi continue scaramucce, li raggiunse e li battè a Torchiara; il 23 agosto avvenne uno scontro di distaccamenti a Centola, mentre il giorno seguente la compagnia del capitano Romagnani cacciava da Villanova le bande che infestavano Amalfi….Sparite le più grosse bande, i briganti si suddivisero in bande più piccole, le quali stancarono le truppe, costrette senza posa ad inseguirle. Finalmente la nostra provincia fu liberata (1862) almeno per il momento da questi malviventi “velenosi serpi – come scrisse al Patella un amico – etc…”

Nel 1861, la Basilicata, il Lagonegrese e il Cilento, nel Meridione dopo l’annessione al Regno Sabaudo

Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 53-54, in proposito scriveva che: “12) Dopo l’annessione delle provincie meridionali al Piemonte e la proclamazione del Regno d’Italia, si notano in Basilicata fermenti di malcontento che destano viva preoccupazione. Questa, infatti, appare manifesta in alcuni scritti del tempo: Raffaele Rogges (8), Francesco Giambrocono (9), Rocco Brienza (10) e Pasquale Ciccotti (11), in discorsi e scritti di occasione, si soffermano sulle condizioni politiche in cui versa la provincia ed esortano tutta la popolazione ad essere unita intorno alla nuova monarchia (1). Nonostante i tentativi diretti a far convergere la popolazione lucana verso il nuovo ordine di cose, l’ordinamento economico e politico imposto dal Piemonte provoca un profondo malcontento in ogni stato della popolazione la quale, ancora incerta, segue quanto avviene in provincia ad opera del ceto contadino che, dopo aver tentato l’occupazione delle terre, manifesta la propria opposizione al nuovo ordine di cose in atti di brigantaggio che vengono promossi e protetti da coloro che sono rimasti fedeli ai Borboni, dai militari sbandati e dalla ricca borghesia terriera insoddisfatta dalla politica fiscale piemontese (2). Ad accrescere questo malcontento ancora latente, sono le condizioni generali della regione e la indifferenza delle autorità costituite di fronte ai bisogni della provincia: uomini che, per l’attività svolta in seno al movimento liberale rappresentano la parte migliore della borghesia lucana, insistono perché il potere centrale provveda ai più elementari bisogni della regione (3). Ogni loro richiesta, però, rimane inascoltata: le proposte, le ozioni, i voti non vengono presi in considerazione (4) ed a questo atteggiamento del potere centrale, si aggiunge quello dei nuovi funzionari governativi. Costoro assumono infatti, atteggiamenti autoritari che irritano la classe dirigentte (5) ed, estranei completamente all’ambiente, di cui non conoscono le abitudini e non comprendono neppure la lingua (6), anzicché affrontare i problemi che tormentano quelle popolazioni, sollecitano sottoscrizioni straordinarie che provino la devozione della borghesia lucana al nuovo ordinamento politico (1). Nonostante il malcontento venutosi a creare in coloro che avevano sinceramente partecipato alla insurrezione del 1860, il pericolo della reazione, i moti legittimisti svoltisi nell’aprile del 1861 (2), la spedizione di Borjes in Basilicata e la presenza delle numerose bande armate che operano nella regione, uniscono i liberali lucani nella lotta contro il brigantaggio (1) e nella reazione alla posizione assunta ufficialmente dalla Santa Sede nei confronti del nuovo Regno d’Italia (2). Ma la politica governativa, così come si manifesta in Basilicata, provoca sempre maggiori contrasti. Le autorità costituite assumono un atteggiamento inscusabile di fronte al legittimo malcontento della corrente liberale causato dalla indifferenza dei funzionari piemontesi che, preoccupati di reprimere il brigantaggio, di cui non hanno intuito le cause (3), non provvedono ai bisogni più urgenti della regione ed, amministrando la nuova provincia senza tener conto delle aspirazioni delle popolazioni lucane, spingono coloro che avevano promosso ed arginato la insurrezione del 1860 a schierarsi nel movimento di opposizione che fa capo a Giuseppe Garibaldi (1).”. Pedio, a p. 57, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Pedio, L’attività del movimento garibaldino nel biennio 1861-62 attraverso le circolari dell’Associazione dei Comitati di Provvedimento per Roma e Venezia in Rassegna Storica del Risorgimento, a. XLI (1954), pp. 507 ss.”. Pedio, a p. 61, in proposito scriveva che: “Rifacendosi agli studi di Giustino Fortunato, di Leopoldo Franchetti e di Francesco Saverio Nitti, Alfredo Vita, nel soffermarsi rapidamente sulle condizioni in cui versava la Basilicata dopo il 1860, esamina il fenomeo del brigantaggio, ne rileva l’aspetto economico e sociale e pone in risalto come, spesse volte, all’origine dello schieramento della borghesia in favore o contro quel movimento non sia stato un sentimento ideologico, bensì contrasti ed odi personali esistenti in seno alla classe dirigente lucana i cui maggiori esponenti si schierarono dall’una e dall’altra parte sol per combattersi a vicenda e dare sfogo, in tal modo, a vecchi rancori che avevano, sin dalla fine del sec. XVIII, caratterizzato le fazioni locali nei divesi centri abitati della regione (5).”. Pedio, a p. 61, nella nota (5) postillava: “(5) Vita, La Basilicata in La Riforma sociale, a. XIV (1907), vol. XVII, pp. 386.”. Pedio, a p. 61, continuando il suo ragionamento scriveva: “Questo severo giudizio, che non può essere generalizzato anche se chiarisce molte situazioni ed atteggiamenti, non trova consensi tra gli studiosi lucani di storia patria, i quali finiscono per accettare i risultati cui era pervenuto Nicola Nisco che avrebbe ravvisato nel brigantaggio un movimento politico e filoborbonico di ispirazione clericale (6). ….(p. 62) Della vita svoltasi in Basilicata nel decennio 1860-70 (6) si sono recentemente interessati Francesco Nitti, il quale dalle carte di Leonardo Passarelli trae notizie sul brigantaggio materano (7), il Lasorsa, che riassume gli studi del Piani Rossi (8), e, sull’aspetto della economia agraria, molto autorevolmente Raffaele Ciasca (9). Nonostante quegli ultimi contributi, il lavoro fondamentale su questo periodo di storia lucana rimane ancora l’ottimo studio critico di Umberto Zanotti Bianco (10) il quale, nel soffermarsi sulle condizioni in cui versava la regione subito dopo il 1860, traccia le linee cui dovranno attenersi coloro che vorranno illustrare la storia della Basilicata durante il Regno d’Italia ed individuare le cause e l’origine di quel male che, conseguenza delle condizioni economiche e sociali e dei contrasti manifestatisi latenti nella regione sin dal sec. XVIII, sarà estirpato soltanto nelle sue manifestazioni esteriori di brigantaggio senza che siano, però, eliminate le cause che, sotto diverse manifestazioni, continueranno a sussistere ed a caratterizzare la vita lucana nella seconda metà del sec. XIX (11).”. Pedio, a p. 62, nella nota (10) postillava: “(10) Zanotti Bianco, Introduzione storica, in ‘La Basilicata’, Roma, Unione It. Assistenza Infanzia, 1926, pp. 5 ss.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 76, in proposito scriveva che: Il primo segno di delusione e di una sorta di tradimento, che perpetuava l’esclusione dal potere delle masse popolari povere, fu il brigantaggio, che finì col prendere una piega reazionaria e illiberale. La repressione, la mancata distribuzione delle terre, le mancate riforme sociali, il servizio militare obbligatorio, le nuove tasse erano destinati ad aprire ulteriore frattua tra popolo e potere, anche se, questa volta, il potere era uno Stato che, in ogni caso, dava una Costituzione, apriva scuole e ospedali, e creava strade e ferrovie. E’ pur vero però che, mancando le riforme sociali, mancando la distribuzione delle terre, pur promesse, strade e ferrovie presto non servirono che ad agevolare la fuga verso altri Paesi ed altre terre, in cerca di una vita più vivibile. E fu la prima grande emigrazione.”                                                          

         
         
     
     
     
     

   

     
     
     
     
     
     
     
     

Nel 25 agosto 1862, Garibaldi e Nicotera lo raggiunge in Aspromonte

Da Wikipedia leggiamo che per l’intera esistenza Garibaldi colse ogni occasione per liberare Roma dal potere temporale; grazie al successo passato, nel 1862, organizzò una nuova spedizione, senza considerare che Napoleone III, l’unico alleato del neonato Regno d’Italia, proteggeva Roma stessa. Il 27 giugno 1862 Garibaldi si era imbarcato sul Tortoli a Caprera per la Sicilia. Durante un incontro commemorativo della spedizione dei mille, si convinse a marciare verso Roma (vedi anche: Roma o morte) e trovò 3 000 uomini nei pressi di Palermo pronti a seguirlo. Il 13 agosto arringò il popolo ad Enna, e il 19 incontrò la popolazione di Catania a Misterbianco. Prese due navi, la Dispaccio e la Generale Abbatucci, partendo di sera, costeggiando gli scogli, eluse le navi di Giovanni Battista Albini. Il 25 agosto 1862, alle 4 del mattino, sbarcava in Calabria, fra Melito di Porto Salvo e capo dell’Armi. Con duemila uomini, continuò la marcia, non seguendo la costa per via del fuoco di una nave; si inoltrarono quindi per il massiccio dell’Aspromonte. La sera del 28 agosto si contarono 1 500 uomini; il 29 agosto si scontrarono con le truppe di Emilio Pallavicini a cui il governo di Torino aveva affidato circa 3 500 uomini. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “….e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi. Era il 1861 , al compimento dell’unità della patria mancava Roma e Venezia e tutti avevano un palpito di simpatia per queste provincie, ancora soggette a straniero dominio, ed ecco che Garibaldi lascia la romita sua Caprera, viene nel continente , chiama a raccolta le antiche sue legioni, i suoi amici, tra questi il Nicotera, corre tutta la Sicilia e pervenuto a Catania, s’imbarca per le Calabrie attentandosi sulla etc…”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867).”. 

Nel 1863, i Processi per sedizione ai rivoltosi che parteciparono ai tumulti in occasione del Plebiscito

Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 114, in proposito scriveva che: “Molte centinaia di persone, tra cui anche delle donne, furono arrestate e tradotte nelle carceri di Lagonegro per essere sottoposte a processo; alcune furono poi rimesse in libertà, mentre un centinaio di imputati furono trasferiti a Potenza, “dove – scrive il Pesce – istruitosi regolare processo, 43 furono rinviati al giudizio della Corte d’Assise, che da poco aveva incominciato a funzionare coi giudicipopolari, e che con sentenza del dicembre 1863 condannò cinque di essi alla pena di morte, 25 ai lavori forzati a vita e altre a pene minori. L’asprezza di quel verdetto fu mitigata dalla Corte d’Assise di Salerno, davanti alla quale fu ripetuto il dibattimento nel luglio dell’anno 1865″ (1).”. Guida, a p. 114, nella nota (1) postillava: “(1) Pesce C. – Storia della città di Lagonegro – Napoli – Stabilimento tip. Pausini, 1913, pag. 421.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 421, in proposito scriveva che: “In breve al reazione fu repressa in tutti i Comuni del Circondario, e così, ben presto, quelle buone popolazioni, passata la triste bufera reazionaria, e sbollita la momentanea aberrazione, rientrarono nell’ambito della legalità, e presero parte onorevole alla nuova redentrice vita italiana. Tuttavia, la statistica di quei luttuosi eventi riporta alla causa ben nove vittime umane, numerosi saccheggi di case private ed altre nefandezze, degne d’altri tempi e d’altri popoli. Alla pronta repressione della rivolta tenne dietro severa Nemesi vendicatrice; i più audaci e feroci reazionari – er lo più miseri contadini, proletari ed ignoranti, per oltre un centinaio, fra cui pure delle infelici donne – furono arrestati ed avvinti in lunghe catene furono tradotte in Lagonegro, dove furono fatti segno dal feroce Comandante di Piazza Stilo ai più inumani trattamenti ed alle più dure sevizie e vendette, compatibili solo pei tempi eccezionali. Non bastando qui le prigioni della Pastina a contenere tutti gli arrestati, furono essi rinchiusi pure nei sotterranei del Tribunale, dove ne morirono tre; indi tutti quei miserabili furono portati a Potenza, dove istituitisi un regolare processo, 43 furono rinviati al giudizio della Corte d’Assise, etc…”.  

Nel 1° marzo 1863, le elezioni provinciali nel mandamento del Lagonegrese

L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 430, in proposito scriveva che: “Nel 19 Maggio 1861 si procedè pure nei tre Comuni del Mandamento all’elezione del Consigliere Provinciale, e rimase eletto il Dott. Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, cittadino di sensi retti e liberali; indi, essendo stato sciolto il Consiglio Provinciale di Basilicata con R. Decreto 21 Dicembre 1862, fu eletto, nella votazione del 1° Marzo 1863, l’Avv. Giuseppe Mango, che ebbe nella storia cittadina onorevole parte, come s’è visto innanzi etc..Egli fu pure Deputato Provinciale, carica che per lo più fu conferita al Consigliere Provinciale del nostro Mandamento (1).”. Pesce, a p. 430, nella nota (1) postillava: “(1) Il Cav. Giuseppe Mango rimase nel Consiglio Provinciale fino al 1876, come ho riferito a p. 74, e morì in Napoli nel 1881 fra il compianto generale, e di lui ben disse il Prof. Rocco Romanelli in un’iscrizione etc…”.

Nel 1864, le LOGGE MASSONICHE in Campania e Giovanni Nicotera

Aderì alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. E’ proprio con il programma mazziniano che iniziò la sua avventura con la sfortunata Spedizione di Carlo Pisacane che sbarcò a Sapri nel 1857. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fu massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 107, in proposito scriveva che: “I democratici salernitani, inoltre, riuscirono a stabilire i primi collegamenti fra il capoluogo e la periferia della provincia: nel febbraio 64′ il prefetto di Salerno compilò un elenco di 37 aderenti al partito repubblicano, scelti fra quelli “che in questi ultimi tempi tennero vera ed attiva corrispondenza politica coi capi dei partiti di Napoli e Salerno e che attualmente sono incaricati della costituzione dei Comitati elettorali delle Logge Massoniche in tutti i Comuni della Provincia”(19).”. Capone, a p. 107, nella nota (19) postillava: “(19) A.S.S., Gab. Pref., fasc. cit.; sulla Massoneria a Salerno notizie in b. V, f. 8.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Non solo le elezioni, ma nessun movimento politico locale sfuggiva al Nicotera che attraverso i suoi agenti controllava uomini e situazioni. Ad esempio, nel febbraio ’64 si tenne una riunione della Massoneria in cui, alla presenza di due emissari venuti da Napoli, si parlò di una prossima insurrezione; vi presero parte oltre ai mazziniani, gli agenti del Nicotera, cioè “non pochi di quei borbonici più accreditati che presero una parte così attiva alla elezione del Nicotera, gli avvocati De Bonis, Autuori, Brajone”(28).”. Capone, a p. 109, nella nota (28) postillava: “(28) A.S.S., Gab. Pref., b. IV, f. 8. Non si può dire, che i voti cattolici e borbonici fossero un monopolio della Sinistra. Nelle elezioni del 1969 ad Amalfi, ad esempio, il prefetto di Salerno mobilitò, su pressioni del Ministro dell’Interno, vescovo e clero a favore dell’Acton contro il radicale Della Monica; cfr. A.S.S., Gab. Pref., b. IX, f. 26.”.

Nel 1864, le ELEZIONI POLITICHE e Giovanni Nicotera

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 107, in proposito scriveva che: “I democratici salernitani, inoltre, riuscirono a stabilire i primi collegamenti fra il capoluogo e la periferia della provincia: nel febbraio 64′ il prefetto di Salerno compilò un elenco di 37 aderenti al partito repubblicano, scelti fra quelli “che in uesti ultimi tempi tennero vera ed attiva corrispondenza politica coi capi dei partiti di Napoli e Salerno e che attualmente sono incaricati della costituzione dei Comitati elettorali delle Logge Massoniche in tutti i Comuni della Provincia”(19).”. Capone, a p. 107, nella nota (19) postillava: “(19) A.S.S., Gab. Pref., fasc. cit.; sulla Massoneria a Salerno notizie in b. V, f. 8.”. Capone, continuando il suo racconto, a p. 107 scriveva: “Questa rete di associazioni dei repubblicani salernitani rappresentò, naturalmente, la base dell’organizzazione elettorale di Nicotera, il quale le affiancò pure, come abbiamo visto, molti capi elettori borbonici o ex-borbonici. Questo compllesso apparato, nelle elezioni del 10 gennaio 1864, diede a Nicotera un grosso ed importante successo, non solo elettorale, ma anche politico. In quelle elezioni, il deputato di Salerno, dimissionario dal dicembre ’63 (20), fu rieletto con un numero imponente di suffragi. L’11 gennaio, difatti, Nicotera così scriveva a Bertani: “E’ un completo trionfo. La prima volta che fui eletto, ebbi nel ballottaggio con Pinelli circa 264 voti; adesso con tutte le premure del Prefetto, le seduzioni e l’influenza del candidato governativo Centola, il quale è medico, è ricco, ed è di Salerno, ho avuto 532 voti, cioè più del doppio della prima elezione”(21). La rielezione di Nicotera a Salerno fu al centro dei commenti di tutta la stampa politica italiana, anche per il valore di “sfida” al “sistema” che Nicotera, dimissionario del Parlamento le aveva dato (22). Ed è da credere che, proprio per questo, il Prefetto di Salerno Bardesono, aveva fatto più di un tentativo per ostacolarla, così come accusava la stampa democratica (23).”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 105-106, in proposito scriveva: “3) I deputati lucani dal 1861 al 1870. Il nome dei deputati al Parlamento Nazionale eletti nel 1861 è stato dato in altra parte del libro e propriamente a pagina 87. Furono intanto costituiti i Collegi come nell’elenco sottosegnato, con i nomi dei deputati eletti dal 1861 al 1870….Collegio di Lagonegro: Albini Giacinto, Arcieri Antonio, Gallo Francesco Maria, Villani Giambattista…..etc….4) I deputati e senatori lucani nel 1864. In prosieguo e cioè fino al 1943, i deputati al Parlamento venivano eletti, ogni cinque anni, nei collegi della regione, mentre i Senatori erano nominati dal Re a vita.”.

Nel 1865, le ELEZIONI POLITICHE e Giovanni Nicotera

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Nella provincia di Salerno, dominata da Nicotera, la nuova situazione si presentò nel ’65, con caratteristiche vistosamente esemplari. Innanzi tutto la nuova leadership del Nicotera fu sancita e celebrata elettorlmente dalla sua elezione di Saleno – dove gli fu contrapposto i Bixio – con un suffragio presssoché plebiscitario: 762 voti contro 194 (34). Ma tutta la provincia di Salerno registrò un imponente cambio di guardia. A Torchiara, Lucio Magnoni batté F.A. Mazziotti, a Sala Consilina, Giuseppe Giuliano batté Carlo Aveta; a Teggiano, Giovanni Matina batté Emilio Civita; nelle elezioni suppletive, Raffaele Fioretti batté ad Angri Francesco De Sanctis e, ad Amalfi, Federico Della Monica battè Domenico Pisacane; ma la vittoria, a S. Severino di Mattia Farina, ricco proprietario terriero, appoggiato dal Nicotera, su Raffaele Conforti, era un segno esemplare del “nuovo corso” della Sinistra (35). Non c’è quindi da meravigliarsi, se, dopo le elezioni del ’65, il distacco di Nicotera da Mazzini si fece più profondo e, anzi, definitivo.”. Capone, a p. 111, nella nota (35) postillava: “(35) La Provincia di Salerno vista dalla R. Società economica, op. cit., pp. citate. I Farina, filo-borbonici negli anni prima del ’60, si mantennero su posizioni di attesa subito dopo l’Unità, per poi schierarsi al fianco di Nicotera di cui furono intimi. Negli anni a cavallo del secolo, i Farina presero poi parte al movimento cattolico e furono magna pars del Partito Popolare a Salerno. Etc…”. Capone, a p. 112, nella nota (38) postillava: “(38) Cfr. la testimonianza del mazziniano Attanasio Dramis, il quale, invitato ad assumere la direzione delle Falangi Sacre mazziniane, consigliò si “rivolgessero al Nicotera, perché già inchinevole a passare il Rubicone”, in A. Romano, L’Unità italiana…, op. cit., p. 171.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a p, 286, in proposito scriveva: “Cristoforo Ferrara di S. Biase, frazione di Ceraso, apparteneva ad una nota famiglia di liberali cilentani. Già distintosi nei moti del ’48 quando aveva fatto parte del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valaiante e Teodosio De Dominicis (319), ne l’65 fu eletto deputato nel Collegio di Vallo a spese del moderato Pasquale Atenolfi.”.  

Onofrio Pacelli

Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale.”. In un blog su Ricigliano leggiamo che Ricigliano, interamente ricostruito partecipò di riflesso alle vicende storiche nazionali, sia nella costruzione dell’Unità d’Italia, grazie alla nobile figura di Onofrio Pacelli, sia nei contrasti post-unitari culminati nelle rivendicazioni contadine, nel brigantaggio e nell’emigrazione. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 34-35, in proposito scriveva che: …Pisacane (20). A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con i Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc, cit. alla voce Magnoni, pp. 246-247.”. Di Capua, a p. 40 scriveva: “Dirò soltanto che Onofrio Pacelli prese parte ai moti rivoluzionari che precedettero l’arrivo di Garibaldi e, indossata la camicia rossa, partecipò alla Battaglia del Volturno e all’Assedio di Gaeta.”. Di Capua, a p. 41 scriveva: “I governi reazionari del primo periodo dell’unità lo sottoposero ad altre vessazioni, perché non aveva mai rinnegato il suo ideale repubblicano. Il 2 giugno 1861, anniversario della festa nazionale per la concessione dello Statuto Albertino, O. Pacelli, coraggiosamente sceso nella piazza di Ricigliano, arringa il popolo e lo incita alla ribellione, inneggiando alla Costituzione repubblicana. Conseguentemente fu l’ntervento degli organi tutori, questa volta del Regno d’Italia, e la denuncia di Onofrio, Vincenzo, Antonio e Cristoforo Pacelli e di Giovanni Pascale per “…tentato eccitamento alla guerra civile etc…”. Comincia così una lunga serie di denunzie, persecuzioni, processi a cui è stottoposto O. Pacelli nella nuova Italia, unita sì, ma in cui non era possibile professare liberamente il proprio convincimento politico.”. Di Capua, a p. 53, in proposito scriveva: “Questo episodio, di scarsa importanza agli effetti pratici, è indicativo per mostrare come attento, rigoroso e spietato fosse il controllo politico del nuovo regime unitario, tendente a reprimere con inesorabile durezza, ogni tentativo di opposizione al governo….Presso l’Archivio di Stato di Salerno ho ritrovato un grosso fascicolo (38) che illustra, con una documentazione doviziosa, il progredire degli avvenimenti successivi. Nei giorni seguenti gli eventi descritti, Onofrio Pacelli si era rifugiato a Salerno etc…”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 123-124, in proposito scriveva che: “Erano, pertanto, nel giusto coloro che, difronte ai tanti problemi sociali non risolti dallo Stato unitario avevano rivendicato per sé la vera eredità morale e politica di Sapri. Già il 2 luglio 1865, infatti, la commemorazione di Pisacane fu tenuta a Salerno, non da Nicotera, ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici e socialisti. Pacelli, in quella occasione, parlò del Risorgimento italiano come di una “rivoluzione troncata a mezzo”, e ribadì la necessità di riprender l cammino iniziato da Pisacane e poi interrotto; “non basta – egli disse – offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo (di Pisacane) programma, e giuriamo di compierlo”(81). Queste affermazioni del Pacelli aprivano coraggio e prospettive su un futuro più democratico e ponevano reali e gravi problemi che nuove forze politiche e sociali avrebbero poi dovuto avviare a soluzione. Le parole del Pacelli, inoltre, condannavano senza possibilità di appello, l’inganno del “mito” nicoterino di Sapri, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori.”. Capone, a p. 124, nella nota (81) postillava: “(81) “Il Popolo d’Italia”, 4 luglio 1865″. Capone, a p. 124, così concludeva: “Tuttavia, anche quel “mito” – di per sé equivoco – va visto all’interno delle vicende della Sinistra meridionale e del suo sforzo, certamente positivo, di trasformare le opposizioni allo Stato in opposizioni al Governo e di aprire a nuove forze, più concrete prospettive di inserimento nello Stato (82).”. Su Onofrio Pacelli ha scritto pure Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a pp. 82-83, parlando di Nicotera scriveva: “…mese di settembre, quando Nicotera compie la svolta decisiva in senso costituzionale, accettando, lui che nel 1862 aveva partecipato al tentativo di Garibaldi sull’Aspromonte, la Convenzione di Napoleone III; tale atto, sancito durante una riunione pubblica a Napoli, costituisce u’evidente presa di distanza da Mazzini (62) e rivela – come ancor più dimstreranno i risultati elettorali del 1865 nel Mezzogiorno, favorevoli ai democratici – che i rilevanti successi costituiscono l’elemento decisivo per “sanare molte fratture ideologiche” e per “indicare al partito una strada, (….) quella del distacco dal mazzinianesimo”(63). A comprova di tale svolta, già il 2 luglio 1865 la commemorazione di Pisacane tenuta a Salerno non è presieduta da Nicotera, “ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici socialisti”(64), e le parole pronunciate dal Pacelli in tale occasione condannano “l’inganno del “mito” nicoterino di Sapi, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori”(65). E, non a caso, alle elezioni svoltesi nell’ottobre successivo, “per distinguere garibaldini da garibaldini”(66), a Nicotera viene opposta, invano, la candidatura di Nino Bixio. Sicché la statua di Pisacane, costretta anch’essa a cambiare più volte collocazione per altre esigenze (67), viene condannata a non rappresentare più un simbolo significativo nemmeno per quel “partito nicoterino”, nel quale la borghesia salernitana si riconosce pressoché unanime e attraverso il quale egemonizza la vita pubblica cittadina fino alla fine del secolo”(68).”. Conte, a p. 84, nella nota (68) postillava: “(68) Per l’attività politica di Nicotera, a lungo intrecciata con le vicende salernittane, cfr. M. De Nicola, Trasformismo, autoritarismo, meridionalismo. Il ministro dell’interno Giovanni Nicotera, Il Mulino, Bologna, 2001.”. L’autore però non è De Nicola ma è Marco De Nicolò. 

Nel 22 ottobre 1865, le elezioni politiche del Regno d’Italia nel Lagonegrese

L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 427, in proposito scriveva che: “Nelle successive elezioni del 22 ottobre 1865 per la 9° legislatura fu eletto, come ho rifeito a pag. 78 nell’elenco dei Deputati del Collegio elettorale, il Prof. Antonio Arcieri di Latronico, illustre avvocato del Foro di Lagonegro, il quale militò sempre nelle file della Sinistra assieme con Depretis, Crispi, Nicotera, Lovito e Lacava, etc…(1).”

Nel 1865, Pasquale AUTUORI, Sindaco di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “13) Pasquale AUTUORI etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”

Nel 1866, il colera a Lagonegro, ed in tutta l’area

Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 479, in proposito scriveva che: “Capo III. Il colera del 1866 secondo i libri parrocchiali. I libri parrocchiali ci danno pure notizie del colera del 1866 (v. il Lib. XIII dei defunti superiori ai 12 anni, e il XIV dei defunti fra i 12 anni). Il 23 settembre ne fu vittima Nicola Rossi di anni 43, in contrada Sierro, dov’era giunto, mentre ritornava dalle Americhe, e lì fu sepolto. Indi passarono ad altra vita altri 7 adulti e 3 bambini; ma non è detto se per quel morbo. In seguito, dal 3 novembre, quando sul Libro parrocchiale l’Economo Curato Pasquale Molinari scrisse: Hi sequentes mortui sunt morbo dicto cholera asiaticus, sino al 30 dicembre, ultimo dei giorni in cui si seppellirono i cadaveri nel luogo stabilito dalla Commissione Sanitaria, i morti – di ogni ceto sociale, pur non essendo mancate precauzioni – furono 134, cioè 63 uomini e 71 donne: il primo Francesco Consoli di anni 72. (p. 481) Il Dott. Giuseppe Donato Cupido, uno dei nostri medici, in una relazione a stampa scrive che il morbo “durò 18 giorni; attaccò 174 individui, ne uccise 96″. Certo egli volle indicare i periodi più acuti ( i suoi rapporti sanitari vanno dall’8 al 25 dicembre), avendo notato che già serpeggiava dall’anno innanzi. Lo stesso documento ha parole di biasimo pel Municipio etc…”.  In un blog sulla rete troviamo scritto che nel 1866, un’epidemia di colera colpì Lagonegro, causando un’ondata di paura e disperazione. Sebbene la situazione fosse grave, non ci sono dati specifici disponibili sui decessi o sull’entità dell’epidemia in Lagonegro. Tuttavia, si sa che il colera era una malattia diffusa e devastante nel XIX secolo, causando un’enorme mortalità in molte aree d’Italia. Nel 1866, il colera causò solo 4 decessi, ma poi nel 1867 ne causò 231. A Lagonegro, come in altre località, alle prime avvisaglie della malattia si rafforzò la vigilanza e si adottarono nuovi provvedimenti restrittivi. È importante ricordare che il colera era una malattia particolarmente pericolosa nel XIX secolo, prima che si scoprissero le cause e le cure efficaci. La trasmissione avveniva principalmente attraverso l’acqua contaminata e la mancanza di igiene rendeva la malattia ancora più diffusa. Nonostante non vi siano dati specifici sull’epidemia di Lagonegro nel 1866, si può immaginare che la situazione fosse molto difficile per la popolazione, con un forte impatto sulla vita sociale ed economica del paese.

Nel 1866, la lettera del Sindaco di Casaletto Spartano al sottoprefetto di Sala Consilina

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Purtuttavia ci è sembrato inutile riportare, come testimonianza del disagio economico in cui versava la popolazione rurale del Salernitano, una lettera che il Sindaco di Casaletto Spartano, un comune assai povero del Cilento, scriveva a sottoprefetto di Sala, nel ’66: una denuncia che sembra acquistare una portata ben più vasta dei motivi contingenti che l’avevano provocata. Egli scriveva: “Signor Marchese, i beatissimi di Firenze veggono attraverso il prisma dei loro agi e delle larghe indennità di rappresentanza e dei larghissimi soldi, e tutto appare dovuto. Ma se scendessero nella realtà dei fatti, se si degnassero entrare nel tugurio del povero, ecco allora la cosa sarebbe diversa….Qua il plebeo vende la sua opera per un anno, a tenue prezzo di otto, dieci ducati. Con questa vilissima somma occorre ai bisogni della famiglia e propri. Ora che sarà se da questa deduce 1,94 (lire otto) per il dazio del porco?…Il popolo che poco si ama essere cittadino di una grande Nazione…che non sa e non vede le reti di ferrovie, che annette alla parola Italia l’idea, son fatti, di una grossa prostituta, questo popolo imbeccato, sobillato dai borbonici, guarda solo che prima pagava il sale ad otto grani al rotolo, ora lo paga a dodici!, il sigaro ad un grano, ora a sette centesimi, che adesso paga la ricchezza mobile che prima non pagava; la tassa sulla successione che prima non era, il Dazio consumo che prima non esisteva, il grave aumento sul registro e sulla carta da bollo, questo popolo non può essere contento. A tutto ciò si aggiunga l’aumento dei cereali, il commercio estinto, l’agricoltura finita per mancanza di braccia, i pubblici lavori non menati innanzi né dal Governo né dalla Provincia”(4).”. Capone, a p. 100, nella nota (4) postillava: “(4) A.S.S., Gab. Pref. b. V, f. 5. Nel fondo Gabinetto di Prefettura si trovano scarsi documenti sulla economia della Provincia; da essi tuttavia si ricava qualche notizia utile. Il fenomeno dell’emigrazione era già, nel ’67, amplissimo in provincia di Salerno, etc…”. Stessa notizia fu riportata dal Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a pp. 358-359, nella nota (384) postillava: “L’Unità non aveva portato miglioramenti per la povera gente: sono eloquenti a tal proposito, le parole del Sindaco di Casaletto Paolo Gallotti indirizzate al Sottoprefetto di Sala nel 1867: “La pubblica tranquillità minaccia turbarsi….qua il plebeo vende etc…” (ASS. Pref. Gab., b. 5, a. 1867).”.

Dal 1867 al 1872, don FILOMENO GALLOTTI, figlio del barone Giovanni fu Esattore del Comune di Sapri

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Etc..”

Nel 1867 muore Biagio Palamolla e FRANCESCO PALAMOLLA diventa il 7° Barone di Torraca e marchese di Poppano

Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “….Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta,  si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolorosa pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.

Nel 1868, a Padula, la Certosa di S. Lorenzo

Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: En 1868 le gouvernement italien l’a fermée de nouveau, en dispersant les moines et en confisquant ce qu’elleavait encore de biens. Il n’y est resté qu’un unique custode les meubles ont été vendus à l’encan, et les édifices abandonnés dépérissent rapidement, faute de réparations depuis quinze ans. Cette année enfin; le gouvernement etc…”, che tradotto significa: “….Certosa di San Lorenzo…..Nel 1868 il governo italiano richiuse, disperdendo i monaci e confiscando i beni che ancora le erano rimasti. Non c’è rimaneva solo un quarto di pannello, i mobili stati venduti all’asta e gli edifici abbandonati stanno rapidamente scomparendo a causa della mancanza di riparazioni quindici anni. Quest’anno finalmente; il governo etc…”.

Nel 1870, i moti mazziniani del ’70 a Napoli e provincie napoletane

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 112, in proposito scriveva che: “Il Nicotera si orientava sempre più verso un tipo di azione politica del tutto legalitaria (38),  ciò non poteva non dare origine ad un conflitto fra i due schieramenti di opposizione. Ciò si vede in tutta evidenza in occasione dei moti mazziniani del ’70. Se il Prefetto di Napoli, il 2 aprile, scriveva al prefetto di Salerno: “Vuolsi pure che il Nicotera abbia in mano le fila della cospirazione in cotesta provincia e che si avvalga di tutta la sua influenza per riuscire allo scopo”, tuttavia il giorno seguente, scrivendo allo stesso, precisava: “Mi affretto a comunicarle varie altre notizie che da persone di fiducia mi vengono comunicate intorno alle mene dei mazziniani in codesta provincia. Il noto Calicchio Francesco che trovasi in Roccadaspide era d’accordo col Romanelli ed altri per provocare anche in Salerno un tentativo d’insurrezione. Federico La Monica, però, volle prima consultare il barone Nicotera, il quale avrebbe risposto che il paese non aveva seguito l’esempio di Pavia, etc…”

Nel 17 maggio 1873, morì don Giovanni GALLOTTI, ultimo barone di Casaletto e Battaglia

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”

Nel 1875, il discorso di Pietro Melazzi Lomonaco, Presidente della Società Operaia “Silvio Curatolo” di Aieta

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora Con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, ristampato dal Comune di Tortora a cura di Aleardo Dino Fulco, nel cap. V, a pp. 131-132, parlando del passaggio di Garibaldi a Tortora, Fulco cita il discorso di Pietro Melazzi Lomonaco: L’evento storico è confermato, oltre che da fonti orali, da una lettera con firma autentica di Garibaldi datata da Roma 7 febbraio 1875 e conservata in casa Lomonaco, e dall’accenno che ne fece Pietro Melazzi Lomonaco, presidente della Società Operaia Silvio Curatolo di Aieta, nel suo discorso commemorativo di Garibaldi, tenuto ai soci di quel soldalizio il 9 luglio 1882. “Il 3 settembre 1860- egli disse – il Comune vicino di Tortora ebbe l’onore e il piacere di alloggiarLo fra le sue mura; anzi dimorò per varie ore in casa di mio fratello Biagio ch’è domiciliato e residente a Tortora, ove prese una refezione insieme ai Generali Bixio, Cosenz, Medici e Bertani, soli, senza niuna forza”.”.

LA SINISTRA STORICA

Da Wikipedia leggiamo che la Sinistra, detta in seguito storica per distinguerla dai partiti e movimenti di sinistra che si sarebbero affermati nel corso del XX secolo, è stata uno schieramento politico dell’Italia post-risorgimentale. Si parla comunemente di un’egemonia della sinistra storica tra la “rivoluzione parlamentare” del 1876 (quando succedette al governo della Destra) e la “crisi di fine secolo” del 1896. Il primo leader storico della Sinistra storica fu il piemontese Urbano Rattazzi, il quale nel 1852 realizzò insieme all’allora leader della Destra storica, Camillo Benso di Cavour, il cosiddetto “Connubio”. Rattazzi sarà sia Presidente della Camera dei Deputati che Presidente del Consiglio, con i voti sia della Destra, che della Sinistra. Il primo presidente del consiglio a capo di un governo solo della Sinistra storica fu Agostino Depretis, incaricato dal Re, oltre che dallo schieramento di cui faceva parte, si reggeva anche sull’appoggio di una parte della Destra, quella che aveva contribuito alla caduta del governo Minghetti. Nella sua azione di governo, Depretis cercò sempre ampie convergenze su singoli temi con settori dell’opposizione, dando vita al fenomeno del trasformismo. La fase egemonica della Sinistra storica si concluse nel 1896 a seguito delle elezioni politiche. Il governo Depretis, infatti, si era spostato verso l’ala conservatrice del parlamento, incontrando i moderati più progressisti, che erano stati inglobati all’interno di una più grande coalizione. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 110-111, in proposito scriveva: “4) Il Governo della Sinistra Parlamentare. La destra parlamentare, come si era già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale. Con l’avvento della sinistra, ormai consolidata dal propagarsi del socialismo, fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’on. Agostino Depretis (Mazzacorti – Pavia 1813. Stradella 1887) e con i Ministri: on Giovanni Nicotera, patriota calabrese (1828-1894).”. Nel decennio del Governo di sinistra al potere si ebbero alcune leggi che agevolarono le condizioni degli operai specialmente con la istituzione della Cassa Nazionale di assicurazione per gli infortuni sul lavoro (1883) l’abolizione dell’arresto personale per i debiti, e la riforma elettorale che elevò il numero degli elettori dal 2 al 7 per cento della popolazione. Etc…”Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882a pp. 591-592, in proposito scriveva che: “Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia (1); di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine. Etc…”.  Guerzoni, nella nota (1) postillava: “(1) Voleva un ministero Crispi, Cairoli, Zanardelli, Nicotera, Villa, Mancini: coloro precisamente che in quel momento più si dilaniavano.”.

Nel 1876-77, Giovanni NICOTERA, Ministro dell’Interno del Governo del Regno d’Italia e la sua avversione ai primi circoli socialisti 

Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera fu costretto alle dimissioni nel dicembre 1877; formò quindi la “pentarchia”, con Crispi, Cairoli, Zanardelli e Baccarini, in opposizione a Depretis. Tornò al governo, sempre come ministro dell’interno, nel 1891, con il primo governo di Rudinì. Durante questo incarico reintrodusse la circoscrizione uninominale, si oppose alle agitazioni socialiste e propose invano l’adozione di severe misure repressive contro le banconote false stampate dalla Banca Romana. La sua permanenza al governo terminò con la caduta di Rudinì, nel maggio 1892. Morì a Vico Equense il 13 giugno 1894. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera….Nel 1876-77 e nel 1891-92 sarà ministro dell’Interno, poi si ritirerà dalla politica militante.”. E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato.  Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fin dal 1860 aveva anche intrapreso un’attività politica, pubblicando articoli su un giornale, Il popolo d’Italia, al quale collaborava anche Aurelio Saffi; per un decennio fu su posizioni di estrema opposizione; dal 1870 iniziò tuttavia ad appoggiare le riforme militari di Ricotti-Magnani. Massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Con l’arrivo al governo della Sinistra storica, nel 1876, divenne ministro dell’interno nel primo governo Depretis, incarico che esercitò con particolare fermezza. Nel 1877 presentò al governo un progetto di legge per la riforma delle Opere Pie (IPAB), al termine di una lunga inchiesta che ne denunciava da un lato gravi abusi da parte degli amministratori e dall’altra alcune incongruenze con le necessità della pubblica assistenza. Fu costretto alle dimissioni nel dicembre 1877; formò quindi la “pentarchia”, con Crispi, Cairoli, Zanardelli e Baccarini, in opposizione a Depretis. Tornò al governo, sempre come ministro dell’interno, nel 1891, con il primo governo di Rudinì. Durante questo incarico reintrodusse la circoscrizione uninominale, si oppose alle agitazioni socialiste e propose invano l’adozione di severe misure repressive contro le banconote false stampate dalla Banca Romana. La sua permanenza al governo terminò con la caduta di Rudinì, nel maggio 1892. Morì a Vico Equense il 13 giugno 1894. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell ‘ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione , sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere , per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, nella cui qualità si distinse per ingegno e somma energia nel distruggere il brigantaggio , la camorra e la maffia. Egli tuttora vive , vigile custode dei destini d’ Italia, e il suo paese , S. Biase , a perenne ricordo delle sue virtù , come cittadino, soldato e uomo di Stato, gli ha eretto un grandioso monumento.”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 111, in proposito scriveva: “….fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’On. Agostino Depretis e con i ministri: on. Giovanni Nicotera, patriota calabrese. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Tuttavia, gli sforzi del governo per ostacolare la continua ascesa della sinistra nel Mezzogiorno erano destinati al più completo insuccesso; una ascesa che – come è noto – fu uno dei fattori decisivi che portarono alla “rivoluzione parlamentare” del 18 marzo 1876 e all’assunzione, da parte di Nicotera, del Ministero dell’Interno nel primo Gabinetto Depretis (69).”. Capone, a p. 119, nella nota (69) postillava: “(69) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, 1928, p. 11.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 120-121, in proposito scriveva pure che: Una volta Ministro, Nicotera, tuttavia, come è noto, diede alla sua azione di governo un’impronta nettamente conservatrice, il che non mancò di sorprendere l’opinione pubblica che era abituata a considerarlo un “rivoluzionario”(72). L’eutoritarismo di Nicotera ministro allarmò inoltre la stessa opinione moderata liberale: scriveva ad esempio Caterina Pepoli Tattini al Capitelli, il 1° maggio 1876: “…il Nicotera, che per me è un vero Rabagas mostra quale salda convinzione reggesse le sue idee, quando gridava contro l’Assolutismo del governo. Ora proibisce i ‘meetings’ e credo diventerà l’elemento più assolutista del Ministero. Le nostre speranze debbono essere certo negli uomin del centro e del settentrione dell’Italia”(73). Ma ciò che dette all’azione del Nicotera un appariscente carattere conservatore, fu la sua pervicace opera di repressione del movimento repubblicano ed internazionalista (74). Quest’opera si esplicò in maniera assai vistosa proprio in provincia di Salerno, dove l’ufficiale “Corriere di Salerno” così ammoniva: “L’on. Nicotera ha dato prova anche una volta del senno e della serietà alle quali ispira i suoi principii di governo; e i radicali, se pure l’hanno potuta cullare, possono ormai abbandonare ogni lusinga, di trovare in lui per avventura un appoggio, un incoraggiamento de’ loro disegni”(75). Del resto, i prefetti cominciarono ad essere bombardati da un numero incredibile di circolari ministeriali che suggerivano misure repressive nei confronti del partito repubblicano, come del movimento internazionalista (76). Il Prefetto di Salerno, continuamente sollecitato ad indicare i nomi delle persone ostili al governo, finiva con l’inviarne un elenco, ma vi aggiungeva alcune intelligenti osservazioni etc…Egli scriveva infatti: “….ad eccezione di Matina Giovanni, De Honestis Giovanni, e Morone Erminio, niuno altro meritava e merita d’esservi annotato, perché se pure hanno convinzioni veramente repubblicane (del che è lecito dubitare) non hanno le altre qualità di carattere e posizione etc…”. Capone, a p. 123, nella nota (72) postilava: “(72) Sul primo Gabinetto Depretis e l’avvento della Sinistra al potere, v. G. Carocci, Agostino Depretis e la politica interna italiana dal 1876 al 1887, Torino, 1956; sul Nicotera Ministro così scrisse il De Cesare: “nel mutare, anzi nello sconvolgere l’amministrazione, non ebbe affatto misura. I prefetti delle grandi provincie dettero le dimissioni; gli altri tutti cambiarono di residenza, e così pure avvenne nelle altre amministrazioni dello Stato…quel primo ministero di Sinistra visse una vita assai agitata per l’irriquietezza quasi morbsa del Ministro dell’Interno, che prodigava favori agli amici, non levò scandalo la concessione di oltre settanta alte decorazioni, con un sol decreto ad altrettanti deputati della maggioranza… A quei deputati egli concesse il premio del voto favorevole alla tassa sugli zuccheri”; R. De Cesare, Sommario di Storia politica e damministrativa d’Italia (1801-1901) in Cinquanta anni di Storia Italiana, vol. I, Milano, 1911, p. 22 e p. 23; moltissime notizie sul Nicotera ministro in P. Vigo, Annali d’Italia, Storia degli ultimi trent’anni del secolo XIX, vol. II, pp. 115 e ssg.. Capone, a p. 121, nella nota (73) postillava: “(73) cit., in R. Quazza, La disfatta della Destra, in “Rass. Storica del Risorgimento”, a. XIII, (1925), p. 232; la Pepoli Tattini si riferiva alla repressione di una dimostrazione a Corato, etc…. Capone, a p. 121, nella nota (75) postillava: “(75) “Il Corriere di Salerno”, 29 agosto 1876; una copia in A.S.S., Gab. Pref. , b. XIV, f. 6.”. Capone, a p. 121, nella nota (76) postillava: “(76) Quanto all’internazionalismo, quasi quotidiane erano le circolari ministeriali che ne illustravano ai prefetti l’organizzazione e sollecitavano provvedimenti repressivi. Ma in Provincia di Salerno i fermenti internazionalisti erano quasi del tutto scomparsi, e nel settembre ’76, il prefetto di Salerno rispose che “le poche società operaie presentano bn poca vitalità e mostrano tendenze al postutto temperate ad intendimenti umanitari di mutuo soccorso, tenendosi estranee a brighe politiche. Soltanto la società operaia esistente a Pellezzano ove i diversi stabilimenti riuniscono una massa di oltre due mila operai potrebbe presentare una vera e propria importanza etc…”(A.S.S., Gab. Pref., b. XIV, f. 37). All’occhiuso ministro, per altro, non sfuggiva neanche il movimento di una piccola Società di mutuo soccorso tra tipografi, sospetta di socialismo, costituitasi in Salerno, su cui pure riferì, ma in modo del tutto tranquillante il Prefetto (A.S.S., Gab. Pref., b. XIV, f. 38). Nel 1878 il Melillo dirigeva il giornale “La rivendicazione del Popolo” etc…”Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 120-121, in proposito scriveva pure che: “L’avvento della Sinistra al potere fu accolto nel Mezzogiorno con vera soddisfazione, soprattutto dalla piccola borghesia provinciale che a quell’avvenimento confidò un gran numero di speranze e di giuste attese. Il 26 marzo il Melillo organizzò a Mercato Cilento una associazione Giovanile Repubblicana (70), costituita prevalentemente da esponeni della piccola borghesia di vari paesi del Cilento, la quale tenne il 23 aprile una manifestazione a favore del nuovo Ministero, presieduta da Salvatore Magnoni. Pure il 23 aprile a Vallo della Lucania si organizzò un’assemblea popolare, per plaudire al primo Ministro della Sinistra, la quale approvò un ordine del giorno che indicava i punti di un nuovo programma di governo (71).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo V “Un Feudo Elettorale”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “Si giunge così negli anni dell’avvento della Sinistra al potere, al termine della parabola di quel “mito” di Sapri che era stato incarnato da Nicotera: questi, che gli aveva dato un contenuto sempre più lontano dalle sue autentiche origini rivoluzionarie, ora, Ministro, sembrò addirittura rovesciarlo nel suo contrario, se non, peggio, nella sua caricatura. Ad esempio, un amico zelante del Ministro sentì il bisogno di avvertirlo che “La Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1857 ricordava, narrando il fatto di Sapri, che sul “Cagliari” era inalberata la Bandiera rossa”; ed aggiungeva: “Mi perdoni se le ricordo questo dato, ma vedo che si prende una via pericolosa e tremenda”(79).”. Capone, a p. 123, nella nota (79) postilava: “(79) In A.C.S., Attilio De Pretis, serie IV, busta II, fasc. 13, è la minuta, non firmata, ed incompleta nella data (1877), del diploma di concessione del titolo.”. Si tratta dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 68-69in proposito scriveva che: “…in quell’ambigua giornata del 18 marzo del ’76 avesse avuto luogo un avvenimento rivoluzionario, una “rivoluzione parlamentare”. Senonché, passata la giornata e le concesse polemiche giornalistiche, e rientrati nella carreggiata della normale vita parlamentare, si presentava il problema di come raggiungere la maggioranza: questa volta, per assicurare l’esistenza al ministero sorto dalla minoranza. A questo problema si dedicò, con passionalità che metteva in tutte le cose, un uomo singolare, che aveva preso posto al ministero dell’Interno: il barone Giovanni Nicotera. Nicotera era un misto di giacobino e di feudatario meridionale. Irruente ed astuto, generoso e prepotente, egli trovò naturalissimo che un ministro dell’Interno considerasse apertamente i prefetti come gli agenti elettorali e intimidatori in servizio del governo in carica. Nei mesi che precedettero le elezioni del novembre 1876 avvenne una specie di terremoto nelle prefetture del Regno, tali furono i mutamenti di personale. I risultati superarono le aspettative.”. Vinciguerra, a p. 70, in proposito scriveva: “Passato il primo sbalordimento, il colpo di Nicotera fallì al suo scopo. Due anni dopo in quella enorme maggioranza, presentatasi alla camera con un unica bandiera, era la più grande confusione tra infiniti contrasti personali. “Fin dal 1878 in Italia – dirà una diecina di anni dopo Francesco Crispi – non vi furono partiti politici, ma uomini politici. Ogni gruppo, anzichè comprendere un ordine d’idee, comprendeva un’ssociazione d’individui, i quali fatalmente, secondo i casi, mutavano d’opinione”. E fin dal 1877 Francesco de Sanctis ammoniva: “Oramai siamo a questo, che non ci sono partiti solidamente costituiti, se non quelli fondati sulla ragione e sulla clientela, le due piaghe d’Italia”. Prima manifestazione in grandi proporzioni del rapido disgregamento di quella che chiamerò per precisione “la sinistra del ’76” (con le elezioni seguenti del 1880 era già diminuita di mole e mutata di fisionomia) fu la formazione, in mezzo ad essa del gruppo Cairoli, con Zanardelli, Beccarini, De Sanctis tra gli uomini preminenti; gruppo ostile a Deprètis, ostilissimo a Nicotera. Salvo la breve parentesi di un ministero Deprètis tra il dicembre ’78 e il luglio ’79, Cairoli governò per tre anni, con tre ministeri; ma al terzo di essi (novembre ’79) egli era esaurito, e, per comporlo, chiese mercè a Depretis, che c’entrò come ministro dell’Interno. Depretis aveva di nuovo via libera davanti a sè….”. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 74-75, in proposito scriveva che: “Come nei tempi andati, era una specie di “congiura di baroni”, che faceva capo a Nicotera e a Crispi. Le elezioni del 1880 permisero a Depretis una serie di ritocchi, mediante i quali si costituì una base di manovra, per effettuare il piano che volgeva nella mente. Presto il potere nel maggio del 1881 – in un’atmosfera di panico – , egli mandò innanzi l’anno dopo la legge lettorale che allargò il corpo elettorale di quasi quattro volte quello esistente (da 600 mila ad oltre 2 milioni di elettori), e contemporaneamente mutò il sistema del collegio uninominale in quello di grandi collegi regionali, con scrutinio di lista. Stabilite queste basi di azione, Depretis indisse le elezioni per l’autunno dell’82, etc….Nel maggio 1883 Zanardelli e Beccarini, che erano nel ministero, ne uscirono, e unitisi con altri tre promotori della sinistra, Cairoli, Crispi e Nicotera, fondarono una opposizione di sinistra intransigente, che fu chiamata prima con una punta di umorismo ‘Pentarchia’; ma il nome è poi passato alla storia.”. Benedetto Croce (….), nel suo, “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), a p. 102, in proposito scriveva: “Si cominciava a sorridere delle “camicie rosse” e dei loro cortei: quante di quelle camicie rosse coprivano petti di guerrieri? Il Garibaldi appariva un povero cervello con le sue lettere e i suoi discorsi sconclusionati, e si circondava di gente equivoca, e aveva accettato una dotazione sul bilancio dello stato, col pretesto che, rifiutandola dai reazionari della Destra, poteva riceverla dai progressisti e repubblicaneggianti di Sinistra; e i clericlali gli avevano mutato il nome da “eroe dei due mondi” in “eroe dei due milioni”. Il Nicotera, che vendicativamente perseguitava gli uomini della Destra e li calunniava a tutto potere, era stato a sua volta fatto segno di atroci sospetti per la sua parte avuta nella spedizione di Pisacane, e ne era seguito uno scandaloso processo con la condanna degl’ingiusti accusatori, ma con l’ombra che sempre lasciano queste cose. Il Crispi aveva dovuto dimettersi da ministro, perchè tacciato di aver abbandonato la donna che gli era stata compagna nell’esilio e nei travagli, e di aver commesso bigamia. Il Depretis si era procacciato la nomea di cinico, curante solo di mantenersi al potere, ricorrente a tutte le arti della corruttela: egli aveva convertito la Camera (dicevano i più temperati) “in un vasto Consiglio Provinciale, in cui ogni deputato rappresentava il suo collegio, e il governo d’Italia solo pretendeva rappresentare la Nazione.”

Nel 1876-77, il Processo di Firenze Nicotera-Visconti 

Antonio Pizzolorusso (….), nel suo I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell’ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione, sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere, per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, etc…”. Benedetto Croce (….), nel suo, “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), a p. 102, in proposito scriveva: Il Nicotera, che vendicativamente perseguitava gli uomini della Destra e li calunniava a tutto potere, era stato a sua volta fatto segno di atroci sospetti per la sua parte avuta nella spedizione di Pisacane, e ne era seguito uno scandaloso processo con la condanna degl’ingiusti accusatori, ma con l’ombra che sempre lasciano queste cose.”. Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Conte, a p. 86, nella nota (79) postillava: “(79) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), p. 102.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto , e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo  “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, etc…”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a pp. 79-80, in proposito scrivevano: “Indubbiamente Giovanni Nicotera aveva molti avversari politici, che erano divenuti più numerosi e inesorabili soprattutto dopo la caduta della Destra e l’avvento della Sinistra al potere, nel marzo del 1876, tempo in cui Nicotera iniziò a rivestire l’incarico di Ministro dell’Interno nel primo Governo Depretis (1). A partire dal mese di maggio 1876 il giornale fiorentino Gazzetta d’Italia, diretto da Carlo Pancrazi, iniziò ad attaccarlo sistematicamente. L’aggressione si fece più dura, allorquando il giornale pubblicò un articolo dal titolo ‘L’Eroe di Sapri – Autobiografia di Giovanni Nicotera’ (e non biografia, si badi bene), in quanto scritta con elementi da lui indirettamente forniti, cioè alcuni documenti del processo di Salerno del 1858, tenutosi dopo la spedizione di Sapri (2). A vent’anni dal processo di Salerno, quel giornale con una serie di calunnie abilmente imbastite accusava esplicitamente il Ministro Nicotera di avere tradito i compagni durante l’istruttoria e il processo per guadagnarsi la grazia.”. I due autori, a p. 79, nella nota (1) postillava: “(1) Secondo F. Petruccelli della Gattina, autore di una Storia d’Italia dal 1866 al 1880 (Napoli, 1882), Depretis sarebbe stato costretto da Vittorio Emanuele II a nominare, suo malgrado, Giovanni Nicotera ministro dell’Interno: cfr. De Nicolò, Trasformismo etc…, cit, p. 106.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 277 si chiedeva: Giovanni Nicotera, a sua volta, si scagliava dal carcere contro la “indifferenza” di Salerno che definiva “ingeneroso e corrottisimo paese” (poco dopo, però, secondo il suo solito mutò parere), senza rendersi conto che i tempi erano ormai mutati e che l’impresa di Sapri aveva segnato il limite ultimo della crisi del mazzinianesimo. Ma Nicotera non era un uomo tanto riflessivo da meditare sulle cause profonde del fallimento della spedizione; Nicotera, irascibile ed impulsivo, s’intestardì nel credere fermamente che la spedizione aveva avuto esito infelice perché vi era stato chi aveva tradito la causa per fiacchezza d’animo, per leggerezza, per incapacità e per paura. Per lui Fanelli, Dragoni, Pateras, cioè i capi del Comitato napoletano, si erano resi colpevoli di tradimento; avevano tradito etc…”. Cassese, a p. 279 racconta l’episodio accaduto con il duello con Petruccelli della Gattina. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva pure: “Pur nell’esplicito riconoscimento della grandezza morale del sacrificio di Pisacane, la critica al partito mazziniano, come vede, è fatta apertamente. La reazione quindi fu immediata: Mazzini stesso e Nicotera, in due lettere inviate al “Popolo d’Italia”, rigettarono ogni colpa del fallimento della Spedizione sui componenti del Comitato napoletano. Ma in difesa di questi insorse subito Nicola Fabrizi, che con Fanelli e Dragone era stato in stretti rapporti epistolari con Malta etc…”. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva che: “Quello contro cui si appuntò maggiormente l’ira di Nicotera fu il povero Fanelli. In quello stesso anno, 1864, incontrandosi con lui per le vie di Napoli, lo aggredì insultandolo con l’epiteto di traditore. La conseguenza fu una sfida a duello, che non ebbe luogo per intercessione di amici comuni…, ma poco dopo Nicotera, con la stessa impulsività con cui l’aveva aggredito, si riconciliò con lui e volle poi nel 1871 presentarlo lui stesso agli elettori di un collegio del salernitano, quello di Torchiara, dove fu eletto in competizione col barone Francesco Antonio Mazziotti. L’anno successivo fu la volta di Diego Tajani. Questi, come si sa, fu il difensore di Nicotera al processo di Salerno e riscosse lodi e ringraziamenti per la difesa che fece di lui e degli altri imputati. Ma Nicotera, tuttavia, serbava contro il Tajani un sordo rancore, che esplose in un attacco violento sul “Popolo d’Italia”, dove egli stesso accusò colui che lo aveva difeso con perizia e coraggio, di essere stato murattista, di essere stato pavido etc…(p. 283) Subito dopo aver assunto la carica di Ministro dell’Interno, Nicotera fu fatto segno ad un attacco giornalistico di particolare violenza. La “Gazzetta d’Italia” di Firenze, nel n. 307 del 1° novembre ’76, pubblicò un articolo intitolato ‘L’erose di Sapri. Autobiografia di Giovanni Nicotera’, in cui veniva raccontata la partecipazione di Nicotera alla Spedizione e, in base ad alcuni interrogatori, veniva descritto il suo atteggiamento durante il processo di Salerno etc…..”, il 2 Novembre il il giornale fu sequestrato ed il giornalista Sebastiano Visconti fu messo sotto processo. Forse l’assenza di documenti attestanti l’opera di alcuni in quel periodo storico (ad esempio, al Comune di Sapri, mancano le Delibere Decurionali di quegli anni – il Libro esistente arriva fino al 1844), potrebbe trovare riscontro in cio che Leopoldo Cassese, a p. 285 riscontrava quando scrive: “E’ passato un secolo dal processo per la spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua ‘Cronaca del Comitato Segreto di Napoli’ – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quegli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”.  Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 14-15, in proposito scriveva: “Infatti la polemica sulla spedizione di Sapri, che aveva visto schierati da una parte il Nicotera e dall’altra parte il Fanelli, spalleggiato e difeso dai capi del partito d’azione, aveva delle grosse implicazioni politiche che mettevano in discussione il patriottismo di tutto il partito d’azione meridionale. Il De Monte si rendeva conto che fare il processo alla spedizione di Sapri significava anche fare il processo alla democrazia meridionale, e non c’è quindi da meravigliarsi delle sue cautele e dei suoi giudizi, specie se si pensa che egli scriveva negli anni in cui, sotto la spinta dell’opposizione soprattutto nel Mezzogiorno, si preparava l’avvento della Sinistra al potere; il suo libro del resto fu pubblicato a Napoli, poco dopo la “rivoluzione” del 18 marzo 1876 (10). Perciò il De Monte, mentre da una parte si era guardato bene dal versare altro olio sul fuoco di quelle scabrose vicende, dall’altra si era sforzato di dare ai fatti una interpretazione il più possibile onorevole per i democratici meridionali; una interpretazione che fosse al tempo stesso storicamente documentata e perciò conclusiva di ogni polemica. Ma, alcuni anni più tardi, una smentita alle tesi del De Monte venne da uno dei massimi esponenti della democrazia italiana, Aurelio Saffi..etc…”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 43, nella nota (5) postillava: “(5) Racioppi, Storia dei moti cit.”. Pedio, a p. 43, nella nota (6) postillava: “(6) Luigi De Monte, Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla spedizione di Sapri, Napoli, Stamp. del Fibreno, 1877″. Sempre il Pedio (….), continuando il suo racconto scriveva pure che: “Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Dopo la pubblicazione dei documenti editi dal De Monte (6), allo scopo di dimostrare che gli artefici della insurrezione lucana avevano militato in quella stessa corrente da cui traevano origine i nuovi uomini politici italiani, si afferma, e ci si convince, che in Basilicata, prima del 1860, avesse svolto notevole attività il movimento mazziniano che avrebbe fatto capo a Giacinto Albini, etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882a pp. 593-594, in proposito scriveva pure: “….da un alto sentimento di riconoscenza verso l’uomo che tanto aveva operato e tutto sacrificato per la patria sua, aveva ottenuto che il Parlamento approvasse e il Re sancisse (Vittorio Emanuele non aveva mestieri che altri lo istruisse delle quotidiane necessità del suo grande amico) una Legge che accordava a Garibaldi una rendita di lire cinquantamila annue a decorrere dal 1° gennaio 1875 ed inoltre un’annua pensione vitalizia di altre cinquantamila lire colla stessa decorrenza.¹ Ma Garibaldi in sulle prime scorse in quel dono un salario a’ suoi servigi, un oltraggio al suo disinteresse, una vittoria de’ suoi nemici, una perdita di quella indipendenza che fino allora era stata la più preziosa delle sue ricchezze, ed aspramente rifiuto. E in verità se egli avesse potuto respingere quel dono, l’ aureola della sua fronte avrebbe avuto una stella di più. Ma la vita ha realtà implacabili ; realtà che non perdonano nemmeno agli eroi, e Garibaldi pure dovette piegarvi la fronte. Finchè durò al potere la Destra persistette nel rifiuto; ma venuto agl’Interni Giovanni Nicotera e conosciuto più dappresso tutte le strettezze in cui il Generale si dibatteva, toccato egli stesso con mano la prova che così egli come i suoi figli potevano essere minacciati da un istante all’altro da una levata di creditori e dallo scandalo d’ un fallimento, trovò in un forte sentimento di dovere il coraggio di dipingere al Generale tutta la gravità delle condizioni sue, chiedendogli  un’ altra volta l’accettazione di quel dono , che non era insomma se non il compenso inadeguato de ‘ suoi grandi servigi e un tributo doveroso che l’intera nazione veniva volontaria a deporre a’ suoi piedi. E tuttavia l’Eroe riluttò ancora, durando per parecchi giorni una delle più fiere battaglie della sua vita. Ma posto finalmente tra la sua fierezza d’uomo e il suo amore di padre, sbigottito dal pensiero di non lasciare a’suoi figli che un retaggio di miseria e forse di disonore, premuto, incalzato da ogni parte, dai parenti, dagli amici, consapevoli più di lui dei pericoli che da ogni parte stringevano, piegò tristamente il capo a inesorabile fato ed accetto.”.  

Nel 1877, Re Vittorio Emanuele II concede a Giovanni Nicotera il titolo di BARONE DI SAPRI

Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: …..nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo V “Un Feudo Elettorale”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad esempio, un amico zelante del Ministro sentì il bisogno di avvertirlo che “La Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1857 ricordava, narrando il fatto di Sapri, che sul “Cagliari” era inalberata la Bandiera rossa”; ed aggiungeva: “Mi perdoni se le ricordo questo dato, ma vedo che si prende una via pericolosa e tremenda”(79). Infine, lo stesso Nicotera, quasi ad esorcizzare i fantasmi del pasato, si preoccupò di farsi concedere il titolo di “barone di Sapri”, dl re (80).”. Capone, a p. 123, nella nota (79) postilava: “(79) In A.C.S., Attilio De Pretis, serie IV, busta II, fasc. 13, è la minuta, non firmata, ed incompleta nella data (1877), del diploma di concessione del titolo.”. Si tratta dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Capone, a p. 123, nella nota (80) postillava: “(80) ibidem.”

Nel 1878 fino al 1905, don FILOMENO GALLOTTI, figlio del barone Giovanni fu Sindaco di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Infatti, su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58.”.

Nel 1879, a Napoli muore il barone GIOVANNI GALLOTTI

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Gallotti (Napoli, 13 aprile 1803 – Napoli, 31 gennaio 1879) è stato un politico italiano. Discendente da un’antica famiglia originaria del Cilento, il barone Giuseppe Gallotti, patriota meridionalista, figlio di Salvatore e di Maria Giuditta Parisio, espresse le sue critiche alla politica piemontese che aveva portato all’unità d’Italia nel pamphlet “Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane”, pubblicato nel 1861. Fu nominato senatore del Regno d’Italia (VIII legislatura) il 15 maggio 1862. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno, Napoli e Sicilia”, Parte II, Cap. XIV, ed……., a p….., in proposito scriveva che: 3 agosto 1860 — Il comandante del primo battaglione era Achille di Lorenzo, succeduto al barone Gallotti, dimissionario. Nell’agosto, dei capi della guardia nazionale, cioè di quei primi capibattaglione, che avevano firmato nel luglio il magniloquente e comico indirizzo a don Liborio, rimaneva il solo Domenico Ferrante. I nuovi erano: Achille di Lorenzo, Gioacchino Barone, Francesco Caravita di Sirignano, il marchese di Monterosso, Raffaele Martinez, il marchesa di Casanova, Paolo Confalone, Michele Praus, il marchese Paolo Ulloa, il duca d’Accadia e Giovanni Wonviller, anzi Giovannino “Wonviller, come lo chiamavano gli amici. Allora era giovane, elegante, galante, uno dei lioni alla moda. Con gli animi cosi agitati, le voci più balorde trovavano credito, e le paure più puerili erano all’ordine del giorno. Il 16 agosto, una pattuglia di truppa regolare s’incontrò al largo etc…”

Nel 1880, l’Avv. Giuseppe GALLOTTI, barone di Battaglia e Casaletto Spartano, Senatore del Regno d’Italia

Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta) per 3260 denari. Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito. L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (m. 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia di suo padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto il feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio. Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito in Gallotti ecc.. A Battaglia la conoscono tutti. È la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Un cognome importante, una famiglia illustre, feudataria anche di Casaletto, Farneto, Valladonna, riconosciuta nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. Dunque, Maria Amato Polito fu sposa di Giusuè Gallotti, barone di Battaglia. Secondo l’articolo sulla rete, Giosuè Gallotti era figlio del noto letterato e patriota napoletano Giuseppe Gallotti, che, nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Sul blog sulla rete troviamo scritto che l’amore per Giosuè, suo unico fidanzato e marito avvocato, figlio di Giuseppe Gallotti nel 1880 senatore del Regno d’Italia. Lo sposò nel 1940 proprio a Palazzo Gallotti, residenza del 1400, dove Donna Maria ha dato alla luce i suoi figli Giuseppe, Prosperina, Carla e Mario. Nonna di sette nipoti e dodici pronipoti. Il marito l’ha lasciata quattordici anni fa, dopo una vita sempre insieme, mano nella mano. Vive ancora nel suo castello, di fronte c’è Casaletto Spartano. Domina la vallata sul rio e ricorda un passato importante, di fatti che hanno rappresentato la storia per questo borgo. 

Nel 1886, il Sindaco di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI ed il Consiglio Comunale concessero la cittadinanza onoraria a Giovanni NICOTERA, già Barone di Sapri

Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58.”.  Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”

La linea ferroviaria Napoli-Reggio Calabria

Da Wikipedia leggiamo che già nel 1861 il ministro Peruzzi aveva proposto il collegamento, di grande utilità per Calabria e Sicilia e, nel 1870, la Camera del Regno aveva autorizzato il governo affinché procedesse alla sua costruzione. Gli studi vennero condotti dall’ingegnere Giordano per un itinerario da Eboli attraverso il Cilento e Vallo della Lucania fino a Sapri e Maratea e dall’ingegnere Gargiulo per un itinerario interno, più breve, attraverso il Vallo di Diano e la valle del Noce fino a Castrocucco. La scelta non fu facile e si ebbero accesi scontri in Parlamento tra le deputazioni lucana e campana fino a che nel 1879 con la Legge Baccarini non vennero recepite salomonicamente tutte e due. Data la riconosciuta importanza vennero ambedue inserite nella Tabella “A” tra le ferrovie da costruire a totale carico dello Stato. L’utilizzo della ferrovia per il trasporto degli agrumi, in quegli anni, iniziava ad intensificarsi dato che la tariffa speciale sui trasporti aveva ridato fiato al commercio degli agrumi. Si erano stipulati anche nuovi accordi con Francia, Austria-Ungheria e Svizzera e il traffico agrumario iniziava a spostarsi dall’America verso il centro-Europa passando così dal trasporto marittimo a quello con treni merci. Il completamento della linea ferroviaria Battipaglia-Reggio Calabria avrebbe reso i trasporti ferroviari più rapidi e quindi più convenienti; tuttavia il fallimento della Società Vittorio Emanuele nel 1872 e l’incarico, dato dal governo, alla Società per le Strade Ferrate del Mediterraneo di completare la rete calabra, non permise un celere avvio dei lavori progettati. Si dovette attendere la riorganizzazione delle ferrovie con la legge e le convenzioni del 1885 che affidarono la rete alla suddetta società perché si riavviassero speditamente i progetti. Tra il 1883 e il 1887 erano state attivate infatti solo le tratte Battipaglia-Agropoli-Vallo della Lucania di 50 km e Reggio Calabria – Bagnara di 29 km. Nel frattempo iniziava anche la costruzione delle tratte dell’itinerario via Vallo di Diano, ma molto a rilento, giungendo a completare il tratto tra Sicignano degli Alburni e Lagonegro solo nel 1892 ma non proseguendo più oltre.         

Nel 1897, Sapri, nel racconto di Rocco Baldanza, “La signora di Sapri: storia dei nostri tempi”, dove egli racconta di Sapri e della contessa Gioconda Walvescky

In questi anni, tramite il mio amico Alfonso Monaco, un libraio del Vallo di Diano, sono venuto a conoscenza del testo di Rocco Baldanza, “La Signora di Sapri: storia dei nostri tempi”, ed. A. Paolini, Roma, 1879. Baldanza ha pubblicato alcuni testi dedicati all’epopea del Risorgimento Italiano, (si veda bibliografia in fondo) ed in particolare in questo testo egli racconta della giovane Gioconda Walvescky, che amò lo sfortunato Gian Battista Falcone che rimase ucciso nell’eccidio dei “Trecento” di Carlo Pisacane a Sanza. Secondo il Baldanza, la giovane amante seguì il giovane calabrese Falcone fino all’epilogo di Sanza ed il Falcone, prima di morire l’affidò alle cure del suo servitore di un tempo, il mugnaio di Sapri Matteo.  Gioconda, malata di tisi si trasferì a Sapri nel 1858, un anno dopo, per poter andare spesso a Sanza. Nel testo, nel vol. I, Baldanza ci parla del Laveglia, definendolo “abietto e scaltro”. Il testo di Baldanza è molto interessante in quanto essendo stato pubblicato nel 1879, non solo ci racconta dell’eccidio dello sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane, ma in esso sono raccolte molte notizie di Sapri e su alcuni personaggi a Sapri in quei tempi. Venni a conoscenza che l’amico e giornalista Tonino Luppino era in possesso del volume primo, di cui ho una copia scansita in pdf. Subito mi misi a cercare questo volume che sembrava introvabile sul mercato librario. Notai che, uno dei pochi testi originali si trova presso la Biblioteca Centrale del Risorgimento a Roma e ne richiesi copia scansita. Ottenni ed ho il volume II sconosciuto ai più.  Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…) pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II dal titolo La signora di Sapri: storia dei nostri tempi. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di  Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane. Io posseggo una scansione di una parte del libretto per gentile concessione della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma.

Baldanza Rocco, La signora

baldanza-pp.-238-239

(Fig….) Baldanza Rocco, La Signora di Sapri, Roma, Tipografia di Adolfo Paolini, 1879 (Archivio Attanasio)

Nel 28 settembre 1902, a Lagonegro vennero in visita i Ministri Pietro LACAVA e FINALI, nella visita del Primo Ministro Giuseppe ZANARDELLI

Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; ….nel 1890 i Ministri Finali e Lacava, il quale nel 1860 era stato Sottogovernatore in Lagonegro, nel 1902 il Presidente dei Ministri Zanardelli. questi tre ebbero ospitalità nel Palazzo della Sottoprefettura.”. Su Pietro Lacava, Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a p. 113, in proposito scriveva: “1) Le tristi condizioni dei Lucani. Benchè la Basilicata con la sua azione di intenso patriottismo e con vera dedizione, avesse il 18 agosto 1860 a Potenza, dichiarato decaduto il Borbone, nessuno dei patrii Governi succedutisi dal 1861 al 1902, rivolse l’attenzione, seriamente, sulle gravissime condizioni di vita della gente lucana. La regione abbandonata per molti anni, priva di strade, di case, di ospedali, e finanche di cimiteri (su 124 comuni 62 avevano il luogo santo per i morti)(?) non veniva neanche guardata o pensata. Solamente il consiglio e la Giunta Provinciale – provvidero con scarsi mezzi alla costruzione di strade, di ponti, di edifici pubblici per le scuole o per altri bisogni della vita del popolo.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 114-115, in proposito scriveva: “L’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, S.E. Giuseppe Zanardelli di Brescia, s’indusse a venire in Basilicata per notare “de visu”, quanto veniva richiesto dai deputati lucani. Il vegliardo primo Ministro venne in Basilicata sopportando gravi disagi e il 28 settembre 1902, in un discorso tenuto a Potenza espose quanto dolorosamente egli aveva visto e constatato di persona.”. Da Wikipedia leggiamo che dopo l’annessione, però, la Basilicata, afflitta da una povertà remota e, al tempo, la provincia più arretrata e isolata del regno borbonico, vide vanificare le proprie speranze di un cambiamento sociale: la mancata promessa di una redistribuzione demaniale, lo status quo mantenuto dalla classe dirigente e l’incomprensione del regio governo, generarono il malcontento del ceto popolare, che si tradusse in una rivolta armata. Il brigantaggio, fenomeno endemico del Meridione del quale la monarchia borbonica se ne servì ogni qual volta il proprio regno fosse minacciato da potenze straniere, agli albori dell’unità d’Italia assunse i connotati di una vera e propria guerra civile che interessò le province dell’ex Regno delle Due Sicilie per circa dieci anni, causando migliaia di morti tra rivoltosi e truppe del regio esercito. La Basilicata fu la provincia con il maggior numero di bande, di cui se ne contarono 47 in totale. Le più notorie, capeggiate da Carmine Crocco, fecero del Vulture la propria base operativa. Sconfitto il brigantaggio, la Basilicata, come tutta l’Italia del tempo, iniziò a subire la piaga dell’emigrazione; un fenomeno che, tuttora, affligge la regione. Tra fine Ottocento e inizio Novecento iniziò a emergere il meridionalismo, movimento politico-culturale in favore del Mezzogiorno che tra i suoi esponenti annoverò personalità lucane come Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Ettore Ciccotti e Raffaele Ciasca. Grazie all’impegno dei meridionalisti, la Basilicata conobbe un lieve ma fondamentale sviluppo, con la realizzazione di scuole, vie di comunicazione, acquedotti, e politiche di bonifica e cura farmacologica. 

Bibliografia e Note Bibliografiche 

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(1) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

(2) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo inedito e dattiloscritto, Policastro nel 1973

(3) De Cesare Raffaele, La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi; Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”. Nella prefazione Raffaele De Cesare ci parla di un “Memor” un suo amico ma nel testo di Treveljan tradotto dall Dobelli, a p. 424 si postillava: “De Cesare, F. di P. = De Cesare (R.) – Una famiglia di patriotti. 1889. E’ la miglior narrazione, attinta alle fonti locali, della marcia di Garibaldi da Reggio a Napoli, e dell’insurrezione calabrese.”. Memor è il suo pseudonimo. De Cesare Raffaele, “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 19…..; De Cesare Raffaele, Una famiglia di patrioti – ricordi di due rivoluzioni in Calabria, Roma, Forzani, 1889;

(4) Racioppi Giacomo, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”,  edizione Laterza, 1909; Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, 

(5) 

(6) Franco F., La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959 

(7) Sòriga Renato, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913. Sòriga, nel fascicolo 1-2 del “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Sòriga Renato, “La brigata Sacchi e la prima spedizione garibaldina nelle Calabrie”, in Rivista d’Italia, lugio 1912

(8) Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861, pubblicato in Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. Delle memorie di Gaetano Sacchi, Renato Soriga scriveva che: Di questa memoria, il Museo del Risorgimento possiede due copie complete , in una numerosi documenti accessori , dei quali darò tra poco notizia nella mia relazione sulle Carte Sacchi.“. Sempre il Sòriga scriveva: “Molti anni dopo, nel 1875 , il Capitano Pecorini -Manzoni, che da tempo attendeva a redigere la storia della XV Divisione Türr nella campagna del 1860 , a mezzo d’un comune amico, pregava il Sacchi di pari favore. Anche in questa circostanza la bontà paterna del Generale non si smenti e sebbene si trovasse in cattive condizioni di salute, raccolse documenti, rievocò ricordi e stese altra memoria sull’operato della sua Brigata nella campagna del 1860 ( 1 ).”.                                                                                                                                                                                      

         

(9) Quandel-Vial Ludovico, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabria dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900

(10) Menghini Mario, La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami, nelle corrispondenze, nei diarii e nelle illustrazioni del tempo , Società tipografica Editrice Nazionale, Torino, 1907

(11) Du Camp Maxime, L’Expédition des Deux-Siciles (La Spedizione delle Due Sicilie), ed……; vedi pure L. De Rosa, Maxime Du Champ – La Spedizione delle due Sicilie, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963

(11) Abba Cesare Giuseppe, “Arrigo. Da Quato al Volturno”, 1866;  “Noterelle d’uno dei mille edite dopo vent’anni”, 1880; I Mille, ed. Bemporad e F., Firenze, 1868 (è interessante per lo sbarco in Sicilia ma non dice nulla sul resto); “Da Quarto al Faro. Noterelle d’uno dei mille”,  1882; “Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille”, 1891  

(….) Anzilotti Antonio, Movimenti e contrasti per l’Unità Italiana, a cura di Luigi Russo, Bari, Laterza, 1930

(12) Witehead Peard John, Journal,

(13) Treveljan George Macaulay,“Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911; “Garibaldi and the Thousand”,

(14) Dobelli Emma Bice, Garibaldi e i Mille, ed. Zanichelli, Bologna, 1913, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan, “Garibaldi and the Thousand”

(15) Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861

(16) Policicchio Ferruccio, Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, Fisciano, 2011; Policicchio Ferruccio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica); Vibonati nel secolo Decimonono, ed. Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II

(17) Bilotti Paolo Emilio, La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”,

(18) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969; si veda pure:  Luci ed ombre nel processo per la spedizione di Sapri, Salerno, 1958; La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento, Catalogo della mostra documentaria, Salerno, 1957; Il Cilento al principio del secolo XIX, Salerno, 1956; Una lega di resistenza di contadini nel 1860 e la questione demaniale in un comune del salernitano, in « Movimento Operaio » n. 3, anno VI, maggio-giugno 1954 (nuova serie), pp. 684-723; L’Archivio di Gabinetto della Prefettura di Salerno, in «Movimento Operaio» n. 3, anno VI, maggio-giugno 1954 (nuova serie), pp. 464–493; Leopoldo Cassese, Scritti di storia meridionale, Pietro Laveglia editore, Salerno 1970 (volume postumo a cura di Pietro Laveglia e Antonio Cestaro)

(19) Pesce Carlo, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911

(20) Tancredi Luigi, Sapri – giovane e antica,…; Tancredi Luigi, Il Golfo di Policastro,

(21) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848, Albrighi e Segati, Milano, 1909; Mazziotti Matteo, L’insurrezione Salernitana nel 1860, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921); Mazziotti Matteo, La reazione borbonica nel salernitano; Matteo Mazziotti, Memorie di Carlo De Angelis, 1902; Mazziotti Matteo, La reazione borbonica nel Regno di Napoli, ed. Dante Alighieri di Albrighi e Segati, 1912; Matteo Mazziotti, “Ricordi di famiglia (1780-1860)”, Matteo Mazziotti, Il Conte di Cavour e il suo confessore, ed. Zanichelli, 1915

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(23) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno, ed. Thesaurus

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(26) Mario Alberto, La Camicia rossa, ed. Sonzogno, Milano, 1875

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(29) Rustow Wilhelm (Guglielmo), La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861),

(30) Porro Eliseo, La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, Milano, ed. Salvi, 1861

(31) Moliterni Biagio, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI),

(32) White Mario Jessie, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra; Garibaldi e i suoi tempi, illustrazioni di Edoardo Matania, Treves, Milano, 1884; White Mario Jessie, In memoria di Giovanni Nicotera, ed………….

(33) Curàtulo Giacomo Emilio, Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria- Documenti inediti – Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi etc…”, ed. Zanichelli, Bologna, 1911; dello stesso autore si veda pure: “Scritti e figure del Risorgimento italiano con documenti inediti”, Torino, ed. Bocca, 1926

(34) Commissione Editrice (a cura di), La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860); si veda pure…..

(35) Morabito L. (a cura di), Genova garibaldina e il mito dell’eroe nelle collezioni private, Genova, 2008

(36) Pellion Carlo, conte di Persano, Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861″, Torino, 1870, vol. I-II,

(37) Piola Caselli CarloCronache marinare di Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di Federico Adamoli, 2014 – pubblicato in rete

(38) Agrati Carlo, Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937; si veda pure:  Agrati CarloGiuseppe Sirtori. Il primo dei Mille, a cura di Adolfo Omodeo, Bari, G. Laterza & figli, 1940

(39) Maraldi Costanzo, La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis, estratto dalla “Rassegna Storica del Risorgimento”, anno XIX 1932 – Aprile-Giugno (X) Fasc. II, Roma, tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932 

(40) Crispi Francesco, Il Diario dei Mille, Treves, 1910; Crispi e l’impresa dei mille il diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio, Firenze, Soc. Edit. La voce, 19…..; Crispi Francesco, Crispi e l’impresa dei mille il diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio, Firenze, Soc. Edit. La voce, 19…..; Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890; Memorie di un candidato. Il collegio elettorale di Tricarico in Basilicata

(41) Colombo Adolfo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911 

(42) Castellini Gualtiero, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909; Eroi Garibaldini, ed. Zanichelli, Bologna, 1911

(44) Bandi Giuseppe, I Mille, con prefazione di Stefano Canzio, Edizioni Vie Nuove, Milano, 1962, edizione fuori commercio

(45) Alfieri d’Evandro Antonio, nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”,

(46) Dallolio Alberto, La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi, Bologna, ed. Zanichelli, 1910

(47) Forbes Charles Stuart, The campaign of Garibaldi in the two Sicilies, ed……….; Forbes C. S., Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861)

(48) Lacava Michele, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava, Napoli, ed………., 1895; si veda pure: Lacava Pietro, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860

(49) Infante Antonio, Garibaldi nel Cilento“, Torchiara, 1984

(50) De Crescenzo Gennaro, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960; si veda pure: Dizionario salernitano di Storie e Cultura, ed. Jannone, 1960

(51) Pucci Michelangelo, Tortora – Natura, Storia Cultura”, “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino“, p. 99 e ssg.

(52) Fulco Amedeo, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..; Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli, 2002, ristampa a cura del Comune di Tortora

(53) Schettini Alfredo, Trecchina nel presente e nel passato – 1936, Tip. Ferrari, Alessandria, 1947

(54) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, 1982

(55) Damiano Domenico, Maratea nella storia e nella luce della Fede,

(56) Manco Carmine, Scalea prima e dopo,…..;

(57) Garibaldi Giuseppe, Edizione Nazionale degli scritti: vol. 11, Epistolario, vol. 5: 1860 (a cura di Massimo De Leonardis), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1988; I Mille, Torino, Tip. Camilla e Bartolero, 1874; Memorie autobiografiche, Firenze, Barbèra, 1988 e ed. 1920

(58) Nisco Nicola, Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860), vol. II, “Francesco II”, Napoli, II. Ed. Morano, 1889; si veda pure edizione 1891

(59) Pianell (….), Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892), Firenze, C. Barbèra editore, 1902; si guardi pure “Le grandi manovre autunnali del 2° corpo d’esercito nell’anno 1869 del luogotenente generale conte Pianell”, ed. Voghera, 1870; si veda pure: Francesca Bellavigna, “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Napoli, 2004, p. 605

(60) Alfieri d’Evandro Antonio, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861,

(61) Cesari Cesare, La campagna di Garibaldi nell’Italia meridionale (1860), ed. Libreria dello Stato, Roma, 1928-VI

(62) Oddo Giacomo, “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866,

(63) Mario A., La camicia rossa, a cura di Spellanzon, Milano, 1954,

(64) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868,

(65) E. Guglione-Giulietti E., Adelaide Cairoli e i suoi figli, Milano, 1952 

(….) Archivio di Stato di Salerno, “La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento”, a cura dell’A.SS. catalogo della mostra documentaria, 1957, Salerno 

(….) Albini Decio, L’insurrezione lucana nell’agosto 1860, Roma, Tip. Italiana, 1893

(…..) Berti Giuseppe, I democratici e l’iniziativa meridionale nel Risorgimento, ed. Feltrinelli, Torino, ….

(….) Bertani Agostino, Le spedizioni di volontari per Garibaldi – cifre e documenti complementari al resoconto Bertani, Genova, 1861

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(….) De Nicolò Marco, Trasformismo, autoritarismo, meridionalismo. Il ministro dell’interno Giovanni Nicotera, Il Mulino, Bologna, 2001

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(….) Canzio Stefano, “Ragguaglio scritto a macchina dell’incontro di Vittorio Emanuele e Garibaldi”, manoscritto consegnato a Treveljan nel 1908 Canzio Stefano, Diario, manoscritto con schizzi (già pubblicato da M. Menghini), al Museo del Risorgimento di Milano; di Canzio, Attilio Pepe cita: Canzio Stefano, Diario con schizzi, La Lettura, Milano, anno 43, giugno 1943 

(….) Catalano Franco, “Memorie autobiografiche e carteggio: (1848-1875) / Giuseppe Dezza”,

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Portali, stemmi, palazzi, torrini difensivi, affreschi e cimeli storici.

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(Fig. 1) Stemma araldico della Famiglia Peluso, scolpito sulla lapide marmorea con epitaffio nella Chiesa dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri, ilustrata nell’immagine che segue.

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(Fig. 10) Lapide marmorea con epitaffio nell’androne d’ingresso della Chiesa Madre in Piazza del Plebiscito a Sapri. Essa ricorda la morte di D. Antonio Peluso, Vice Console del Consolato Britannico di Sapri.

Un’altra testimonianza del passato di Sapri  sono i numerosi stemmi e, riggiole, le matto- nelle policrome ed invetriate che sormontano i portali dei palazzi, affreschi, lapidi mar- moree, torrini e fortilizi, edicole votive, di cui ancora oggi si vedono i resti.

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(Fig. 2) Portale nel rione Marinella a Sapri, sormontato da un’edicola votiva dedicata alla Madonna Vergine Maria (Foto Archivio Storico Attanasio).

Palazzo del Barone Gallotti in via Nicodemo Giudice

Lo stemma affrescato, nell’androne del Palazzo del nobile liberale saprese Barone Giovanni Gallotti in Via Roma, dove nel 1860, fu ospitato Giuseppe Garibaldi che risaliva le Calabrie (Fig. 3).

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(Fig. 3) Affresco dipinto sulla volta dell’androne d’ingresso a Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice a Sapri (Foto Archivio Storico Attanasio)

Questo stemma, si trova dipinto sulla volta dell’androne d’ingresso di Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice a Sapri. Esso rappresenta lo stemma araldico della Famiglia del Barone Gallotti di Sapri, noto liberale del tempo. Garibaldi, nella sua risalita dalle Calabrie alla volta di Napoli per la conquista del Regno delle due Sicilie, si fermò a soggiornare a Sapri in questo palazzo, ospitato dal Barone Gallotti. Lo ricorda la lapide ( Fig. 4).

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(Fig. 4) Portale e lapide in ricordo di Garibaldi di Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice a Sapri

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(Figg. 4-5) Portale di Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice a Sapri

Palazzo Masiello

A Sapri, girando per il centro abitato, si possono ancora vedere i numero si stemmi lapi- dei che sormontano alcuni portali d’ingresso. E’ chiaramente visibile la scritta “A.D.1700”, l’anno di costituzione, scolpita sullo stemma di pietra che sormonta il portale di una casa in Via Cassandra oggi di proprietà Mangravita. Un’altro stemma (Fig. 3) è quello del portale di casa Speziale – Masiello in Via Nicodemo Giudice (Figg. 5-6).

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(Fig. 5) Palazzo Masiello in via Cassandra a Sapri, con androne e stemma araldico che campeggia sulla chiave di volta del portale d’ingresso.

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(Fig. 6) Palazzo Masiello in via Cassandra a Sapri, con androne e stemma sul portale d’ingresso.

Nel Palazzo Masiello è interessante il bellissimo androne o corte scoperta all’ingresso e, si possono ancora vedere nel corpo scala originario, le voltine a crociera sui pianerottoli ( Fig. 7). Altre simile scalinate sono state viste anche nel Palazzo del Barone Gallotti in via Roma e in un’altro palazzotto fortificato al Timpone.

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(Fig. 7) Palazzo Masiello a Sapri in via Roma – volte a crociera nei pianerottoli delle scale

Palazzo Timpanelli in C.so Umberto I a Sapri

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(Figg. 8-9) Stemma araldico lapideo e scolpito in marmo che campeggia sulla chiave di volta del portale d’ingresso della famiglia Timpanelli in Corso Umberto I a Sapri.

Il Palazzo della Famiglia Timpanelli, oggi Palazzo Tavernese in C.so Umberto I a Sapri, di cui si è salvato solo lo splendido portale, era la dimora dell’arciprete diacono Don Nicola Timpanelli, della curia di Sapri, ricordato nella lapide marmorea posta all’interno dell’androne della Chiesa Madre di Sapri in Piazza del Plebiscito ( Fig. 10).

I Peluso

 

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(Fig. 11) Portale marmoreo finemente scolpito della casa natale dell’Avv. Vincenzo Peluso a Vibonati. La fattura è un’insieme di sapienza e di eleganza (Foto Archivio Storico Attanasio).

Queste due foto (Fig. 11), illustrano il bellissimo portale lapideo di Palazzo Peluso a Vibonati. Infatti, i Peluso, antica famiglia di Notai e Giuriconsulti vibonatesi, a Sapri risiedevano in un bel Palazzotto in C.so Garibaldi e che fu descritto da C. Pesce (3), in un suo libro sull’uccisione del patriota Costabile Carducci. I Peluso, ed in particolare l’arciprete Vincenzo era un fervente filoborbonico a differenza di altre famiglie liberali come quella del Barone Gallotti e dei Timpanelli che, all’epoca, appartenevano alla fazione antiborbonica.

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(Fig. 1) Stemma della famiglia Peluso, impresso sulla lapide marmorea (Fig. 10) con epitaffio nella Chiesa Madre dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri.

Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito

Un’altro dei bellissimi portali lapidei e scolpiti che troviamo a Sapri è quello del Palazzo della Famiglia del Dott. Nicola Gallotti, il primo Sindaco di Sapri, da non confondere con il noto liberale Barone Gallotti. Il Palazzo Gallotti, oggi abitato dagli eredi Pia Gallotti, si affaccia sull’odierna Piazza del Plebiscito, ex ‘Aria del Re’. Del portale si possono notare oltre alla fine lavorazione del disegno marmoreo, le volute della chiave posta in sommità a mò di motivo floreale ( Fig. 13).

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(Fig. 12) Portale del Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito a Sapri

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(Fig. 13) Portale del Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito a Sapri – Si noti la maniglia metallica finemente lavorata con il bel disegno a forma di gallo del portone ligneo ( Fig. 15).

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A Sapri ed in particolare nell’antico rione della ‘Marinella’ si trovano delle case con dei portali dove in sommità sono state poste delle antiche ‘Riggiole’ o mattonelle policrome ed invetriate ( Fig. 18).

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(Figg. 18-19-20-21) Formelle, riggiole, edicole votive e puttini sulle case della Marinella.
A Sapri, in via Cassandra troviamo il Palazzo Florenzano (Fig. 22) che, nel 1817, ospitava la sede del Consolato Britannico di Sapri.

Il Consolato Britannico in via Cassandra

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La presenza a Sapri, in epoca borbonica, di un Consolato Britannico, denota principalmente l’importanza che Sapri, in quegli anni, prima della costruzione della linea ferroviaria Napoli-Reggio, aveva assunto come importante scalo marittimo per i notevoli traffici commerciali che dalle Calabrie e Sicilia, si estendevano alla Capitale del Regno delle due Sicilie. Il 1° gennaio 1810, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo borbonico e, conti- nuò a rimanere tale con l’Unità d’Italia. Un’altro interessantissimo torrino difensivo lo troviamo in una casa di via Cassandra che si affaccia in un giardino privato e visibile nell’adiacente alla I Traversa Cassandra ( Fig. 23).

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(Fig. 23) Torrino difensivo in un giardino su vicolo I Traversa Cassandra a Sapri.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Re-golatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

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(2) Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, pp. 8-10-16. Si veda pure Gallotti N., Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, 1899.

(3) Pesce C., Storia della città di Lagonegro, Lagonegro, ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (prefazione del 1913), p. 9.

La Specola a S. Croce è una copia del Castello asburgico di Miramare a Trieste

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(Fig. 1) La Specola a S. Croce di Sapri

A Sapri nei pressi di Santa Croce e a ridosso della S.S. 18 panoramica che và verso Villammare, si trova un complesso edilizio di rara bellezza, l’edificio dell’Istituto dei frati Bigi di Frate Ludovico da Casoria con la Chiesa di S. Croce e, dall’altra parte della S.S. 18, troviamo la ‘Specola’ o ‘Osservatorio astronomico’. La foto abbastanza recente, illustra la ‘Specola’ molti anni dopo l’ultimo intervento di recupero architettonico diretto dall’Arch. Magaldi di Sapri. Purtroppo dopo molti anni trascorsi dall’ultimo intervento, l’edificio versa in condizioni pietose. Sulla facciata dell’edificio vi è la lapide marmorea che ricorda la data di costruzione, 1927. L’edificio, chiamato “Specola” o “Osservatorio astronomico” è una costruzione di grande bellezza, dovuta al mecenate saprese Cav. Giuseppe Cesarino e risale alla successiva sistemazione della S.S.18, la strada panoramica che collega Sapri a Villammare ecc..

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(Fig. 2) Foto d’epoca che illustra la costruzione della Specola, della chiesa e della strada in località S. Croce a Sapri

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(Fig….) Decreto del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, del 29 marzo 1962, che approvava lo Statuto del nascente Consorzio per l’Industrializzazione del Golfo di Policastro.

Questi tre edifici, sono stati inaugurati nel 1925, come recita la lapide marmorea a memoria e ricordo del lascito e donazione del Cav. Giuseppe Cesarino che volle donare alla popolazione di Sapri questi tre stupendi edifici insieme alla sua residenza chiamata “Buon Pastore” adiacente la Villa Comunale di Sapri.

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(Fig. 3) Lapide marmorea commemorativa dedicata al Cav. Cav. Uff. Guiseppe Cesarino che volle la costruzione della chiesa e della ‘Specola’

Le costruzioni furono fatte realizzare per volere del Cav. Giuseppe Cesarino appartenente ad una famiglia di origini sapresi al suo rientro alla nativa terra dal Brasile dove era emigrato.

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La costruzione del primo corpo di fabbrica della “Specola”, avvenne ne 1926 e fu completata nel 1927. Sull’ingresso principale campeggia una lapide marmorea con su scritto: “Istituto Santa Croce – Torretta luogo di sports“. La costruzione della “Specola” fu decisa dopo la realizzazione del primo corpo di fabbrica dell’Istituto dei Frati Bigi e della bella Chiesa di S. Croce, ma soprattutto dopo la costruzione della sistemazione del piano stradale della S.S. 18. La ‘Specola’, nasce come ‘Osservatorio astronomico’ ed è posta sotto la costellazione del cigno. Forse in accordo con l’allora Sindaco dell’epoca Prospero La Corte (divenuto Sindaco nel 1822), il Cav. Cesarino volle la costruzione dell’Osservatorio astronomico proprio nel luogo dove erano sbarcati Nicotera e Pisacane nel 1857 ma purtroppo a ridosso della S.S. 18 e dei monumentali ruderi archeologici che dalla collinetta di Santa Croce si spingono con potedose strutture portuali verso il mare, le “Cammerelle” e le “Pilae” più avanti. Il luogo scelto dal Cav. Cesarino, era si un luogo adiacente all’edificio dell’ex Istituto dei P.P. Bigi di Fra Ludovico da Casoria –  i cui frati con l’aiuto suo potettero realizzare la ‘Specola’ e la Chiesa di S.Croce – era detta ‘Banchina delle Camerelle’ che, con la Legge 635 del 22 giugno 1911, promulgata dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III, il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti ed il Ministro Guardiasigilli Finocchiaro Aprile, aveva dichiarato quel luogo “Monumento Nazionale”.  Purtroppo nel 1926, anno di costruzione della ‘Specola’, non esistevano leggi di tutela e, la scelta di cos-truire proprio in quel luogo, “Monumento Nazionale”, una strada (S.S. 18 ex S.S. 104 i cui lavori furono diretti dall’Ing. Magaldi) e, di costruirvi la ‘Specola’, si è dimostrata negli anni, inadatta. Infatti, la ‘Specola’ verrà costruita senza fondazioni,  ma adagiandosi su una porzione di costruzione d’epoca romana descritte e conosciute già nel 1745 dal Barone Giuseppe Antonini, nel suo libro “La Lucania – I discorsi” (…), Edizione Tomberli, Napoli, che li descrisse minuziosamente. L’Antonini, a proposito del solido piano d’appoggio utilizzato dall’architetto della Specola per erigerla, lo chiama “ambulacro”. Infatti, come si può ben vedere da alcune foto dell’epoca che la ritraggono, la ‘Specola’, poggia le sue basi sull’ambulacro o solaio delle ‘Camerelle’, una poderosa e solidissima costruzione orizzontale che costituiva il solaio di alcuni ambienti sottostanti tra cui quelli detti nella tradizione popolare “Cammerelle”. Le ‘cammerelle’, sono strutture portuali, forse depositi di derrate alimentari di una grande villa d’epoca romana diretta dal diunviro edile Lucio Sempronio Pomponio Prisco.

LA SPECOLA A SANTA CROCE A SAPRI E’ UNA COPIA DEL CASTELLO DI MIRAMARE A TRIESTE

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(Fig. 4) Castello asburgico di Miramare a Trieste.

La “Specola” (Fig. 1) di Santa Croce a Sapri è un’evidente copia del Castello di Miramare a Trieste, fatto costruire da Massimiliano I d’Asburgo (Fig. 4). Sulla facciata dell’edificio vi è la lapide marmorea che ricorda la data di costruzione, 1927. L’edificio, chiamato “Specola” o “Osservatorio astronomico” è una costruzione di grande bellezza. La costruzione del manufatto, dovuta al mecenate saprese Cav. Giuseppe Cesarino, risale alla successiva sistemazione della S.S.18, la strada panoramica che collega Sapri a Villammare ecc.. Il Cav. Giuseppe Cesarino, ricco emigrante ritiratosi a Sapri dal Brasile, al suo definitivo rientro nella terra natia, volle la costruzione della ‘Specola’ e di altri edifici di cui parlerò, incaricò un architetto di cui non conosciamo il nome ma che doveva essere un tecnico di grande sapienza costruttiva in quanto la fattura dell’opera da egli realizzata è di mirabile bellezza e fattura. L’architetto o il tecnico che progettò l’edificio della ‘Specola’, doveva avere evidenti legami con lo stile e con l’architettura che contraddistingue il bel “Castello di Miramare”, costruito a Trieste (Fig. 4), i cui lavori cominciarono il 1 marzo 1856 per essere la residenza dell’Imperatore del Messico Massimiliano d’Asburgo. Infatti l’archi-tetto della ‘Specola’ di Sapri si ispirò al Castello di Miramare a Trieste (Fig. 4), copiandone alcune parti. Guardando l’immagine del castello asburgico di Miramare a Trieste (Fig. 4) e confrontandola con la Specola di Sapri ( Fig. 1) si vede chiaramente che essa è la copia del mastio o torre principale del castello triestino. Guardando e confrontando le due costruzioni si nota chiaramente la loro similitudine e somiglianza nello stile e nella fattura. I lavori per la costruzione del Castello di Miramare a Trieste, furono commissionati dall’Imperatore del Messico Massimiliano d’Asburgo, fratello dello Imperatore d’Austria ed, iniziarono il 1º marzo 1856, su un progetto affidato all’architetto viennese Carl Junker. Il primo disegno non convinse Massimiliano, che ne chiese uno alternativo a Giovanni Berlam, rimanendone soddisfatto. Fu tuttavia il secondo progetto di Junker a divenire quello definitivo. Il modello si rifà alla corrente – di gusto chiaramente neomedievale – denominata Romantisches Historismus, sviluppata in quegli anni da Theophilus Hansen all’Arsenale di Vienna e alla villa Pereira, poco a nord della capitale imperiale. L’ideale principale cui si ispirarono l’architetto e il committente di ‘Miramare’ è tuttavia quello reso manifesto da Karl Friedrich Schinkel nella realizzazione dello Schloss Babelsberg a Potsdam e dello Schloss Kurnik in Polonia. Quindi, l’architetto che progettò (o copiò) l’edificio della “Specola” a S. Croce a Sapri (Fig. 1), conosceva benissimo il castello triestino e, conosceva benissimo le maestranze che vi lavorarono ed i materiali utilizzati in ambedue le costruzioni che come vedremo in altri nostri scritti, anche le altre costruzioni volute dal Cesarino a Sapri nel primo ventennio del XIX, la Chiesa annessa all’Istituto dei frati Bigi, ed il “Buon Pastore”, sono stati ideati e progettati dalla stessa sapienza e mano. I motivi che spinsero il mecenate Cav. Cesarino a volere far costruire e donare alla popolazione di Sapri a Santa Croce, luogo di rovine e di vestigia d’epoca romana, copiandone integralmente la Torre principale del Castello di Miramare a Trieste non ci è dato di saperlo. Di certo possiamo dire a riguardo che i coniugi e amici Enzo e Pia, eredi della famiglia Gallotti, hanno un ritratto di uno zio parente certo Finamore

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(Fig. 5) Ritratto del Finamore, conservato in casa Gallotti a Sapri

che fu Console italiano in Messico, il paese di cui era Imperatore Massimiliano d’Asburgo che aveva fatto costruire nel 1856 il Castello di Miramare a Trieste – a cui assomiglia la ‘Specola’ di Sapri. Lo stile architettonico seguito dall’architetto che ideò la ‘Specola’, utiliz- zato già molti anni prima in occasione della costruzione del castello austriaco triestino, era in voga in tutta la mittleuropa ed anche fuori l’Europa. Infatti, l’altra costruzione vicina – la Chiesa di S. Croce –  la cui costruzione è sempre stata realizzata con l’aiuto del Cav. Cesarino amico del Finamore  – assomiglia moltissimo alla Cattedral de Santos di San Paolo del Brasile, proprio il paese da cui proveniva il Cesarino, il Brasile, ma realizzata e progettata dall’architetto tedesco Maximilian Emil Hehl che, si rifaceva allo stesso stile utilizzato nella costruzione del castello triestino in voga in quegli anni in tutta Europa, il Gothic Revival. cathedral_1_santos_brasil

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Oggi, la ‘specola’, versa in cattivissime condizioni, tanto da richiederne urgenti interventi di recupero per la sua tutela e valorizzazione.

Magaldi

Nel 1928, il Magaldi (2), si incarico della Regia Soprintendenza alle antichità della Campania, scrisse un libretto inedito dove venivano descritti i ruderi archeologici e gli avanzi di fabbrica presenti a Sapri. Nel suo libretto il Magaldi, riferisce di diverse notizie ed analizza alcune notizie riferite dal Gallotti (3), nel suo libretto edito di cui abbiamo già parlato. Il Magaldi, descrive i detti ruderi partendo dalla stessa escrizione che fa il Gallotti.

Note bibliografiche:

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(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., ‘La Lucania del barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(2) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse la sua relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco Prospero La Corte e del dott. Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (3).

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Gallotti Nicola

(3) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare – brevi cenni del Dott. Nicola Gallotti, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40. Si veda pure Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli (Foto e Archivio Storico Attanasio)

(4) Antonini G., La Lucania – I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, Discorso XI, p. 430 e s.

Palazzo Gallotti a Sapri, in piazza del Plebiscito

Questa estate sono stato a Palazzo Gallotti a fare visita all’amico Vincenzo Mancuso ed alla sua consorte Pia Gallotti, nipote ed erede del dottore Nicola Gallotti, di cui parlerò appresso e di cui ho già parlato in interventi precedenti su questa pagina.

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Il Palazzo Gallotti è un palazzotto gentilizio con un interessante prospetto della facciata principale che affaccia sulla Piazza del Plebiscito a Sapri con la meravigliosa vista sulla

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Chiesa dell’Immacolata o Chiesa Madre di Sapri in Piazza del Plebiscito.

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Il Palazzo Gallotti è stato testimone di tante vicende storiche che hanno visto proprio in quella Piazza del Plebiscito, a futura memoria, diversi accadimenti, noti e meno noti, della storia risorgimentale della storia dell’Italia pre-Unitaria e proprio nel paese della “Spigolatrice” simbolo della nascita dell’Unità d’Italia. Costruito nel ‘700 sull’area antistante quella detta ‘l’Aria del Re‘, il palazzo, è di fattura tipica del posto e dell’epoca come del resto altri palazzotti gentilizi presenti a Sapri. Spicca sulla facciata principale il portale in pietra locale, forse pietra di Padula, finemente lavorato e decorato con volute ed portone ligneo con rinforzi metallici lavorati come il battente di bella fattura.

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Il palazzo è una costruzione del ‘700 ed è in muratura portante su cui all’epoca dei miei studi di Architettura feci il rilievo architettonico ed uno studio e di cui cercherò di pubblicarne in seguito un estratto.  Ricordo che in occasione del rilievo architettonico che feci, notai uno degli elementi costruttivi tipici dei palazzi cilentani, posti al servizio dell’edificio: ‘ u Gliar” ovvero il luogo usato per il ristoro e la conservazione delle derrate alimentari. U Gliar’ che ancora si può vedere, era posto nel sottoscala che restava luogo fresco per tutto l’anno. Riportiamo la foto di uno degli ‘occhi’ presenti nella muratura perimetrale al di sopra del cornicione in facciata costruiti per l’aereazione del sottotetto.

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Il Palazzo, a sud della piazza, si affaccia su una pineta unica e di stupenda bellezza con alberi maestosi e secolari di pino mediterraneo.

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Il Palazzo è stata la residenza del dott. Nicola Gallotti che pur non avendo nulla a che vedere con la Famiglia del Barone Gallotti, noto liberale dell’epoca che ospitò Giuseppe Garibaldi nel 1860 allorquando risaliva dalle Calabrie alla volta della conquista del Regno Borbonico delle due Sicilie, il dott. Nicola Gallotti ha avuto ed è stato una figura di notevole importanza per il paese. In occasione della visita agli amici Pia Gallotti e Enzo Mancuso , questi mi mostrarono i vari ambienti del loro appartamento dove fotografai alcuni documenti di grande importanza e che testimoniano lo spessore che in passato ha avuto questa famiglia.

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Infatti, in una bolla autografa datata 1773 (?) della Principessa Teresa Carafa, contessa di Policastro, duchessa di Forlì e Principessa della Roccella, che nominava l’avo di Pia il Mag. Biase Gallotti Governatore del tenimento di Terra di Sapried un’altra simile bolla in cui il Gallotti veniva nominato Giudice per derimere le controversie di causa e di liti.

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Il Maggiore Biagio Antonio Gallotti, nominato Governatore e Luogotenente della Pricipessa Teresa Carafa, a cui apparteneva il paese di Sapri (Terra di Sapri), fece costruire il Palazzo in questione, abitato poi dal figlio dott. Nicola Gallotti, il quale dopo l’Unità d’Italia fu eletto primo Sindaco di Sapri.

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Un altro documento che riportiamo intitolato “IONNES MARIA CARACCIOLO ARCELLA”, datato 1794, sembra essere la Laurea in medicina rilasciata al Dott. Nicola Gallotti che esercitò poi la professione medica a Sapri e di oggi ci restano testimonianze alcuni suoi scritti a stampa che ivi riportiamo: “Condizioni igienico-sanitarie di Sapri”, Ed. Tipografia Lagonegrese, 1891; “L’aqua potabile in Sapri”, Napoli, Ed. Tipografia dell’Accademia Reale delle Scenze, 1901; “Sull’influenza ricomparsa in Sapri- dal Febraio all’Aprile del 1894”, Napoli, Ed. Tipografia di Michele Gambella, 1894; “Per l’inaugurazione del nuovo cimitero in Sapri – discorso del Sindaco Dott. Nicola Gallotti, pronunziato il 31 luglio 1904”, Lagonegro, Tipografia lucana, 1904 ( erano i tempi dei noti meridionalisti lucani come Giustino Fortunato).

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Questi libretti, di cui ne posseggo due, al di là delle osservazioni prettamente mediche che il dottore Gallotti faceva e descriveva, risultano essere un’interessante testimonianza del nostro passato in quanto in essi vengono raccontate alcune interessanti notizie di storia locale ed altro di cui abbiamo parlato in altri studi quì pubblicati. Ad esempio si parla del valore terapeutico dell’”acqua media”, la cui fonte si trova ai piedi del costone roccioso del porto di Sapri, sistemata in tempi recenti ma irrimediabilmente compromessa dai lavori e dalle masserizie del porto.

I coniugi e amici Enzo e Pia hanno un ritratto di uno zio parente Finamore che fu Console d’Italia in Messico e che al suo rientro a Sapri si imparentò con un’altra delle famiglie gentilizie di Sapri, gli Autuori a sua volta imparentta con una nobile famiglia Carafa di Battaglia (la Baronessa Carafa di Battaglia, defunta madre di Nino Autuori). Fu proprio il Finamore che ispirò i Cesarino che al loro rientro dalle americhe fecero costruire la ‘Specola’ (l’osservatorio astronomico) copiandola dal Castello di Miramare a Trieste del- l’Imperatore del Messico Massimiliano d’Asburgo d’Austria.

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Nel 1925, la Chiesa Neogotica di S. Croce a Sapri

A Sapri nei pressi di Santa Croce e a ridosso della S.S. 18 panoramica che và verso Villammare, si trova un complesso edilizio di rara bellezza, l’edificio dell’Istituto dei frati Bigi di Frate Ludovico da Casoria con la Chiesa annessa e, dall’altra parte della S.S. 18, troviamo la ‘Specola’ o ‘Osservatorio astronomico’.

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(Fig….) Cartolina dei primi del ‘900 che illustra l’area antistante il litorale di S. Croce a Sapri

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(Fig….) Decreto del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, del 29 marzo 1962, che approvava lo Statuto del nascente Consorzio per l’Industrializzazione del Golfo di Policastro.

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Questi tre edifici, sono stati inaugurati nel 1925, come recita la lapide marmorea a memoria e ricordo del lascito e donazione del Cav. Giuseppe Cesarino che volle donare alla popolazione di Sapri questi tre stupendi edifici insieme alla sua residenza chiamata “Buon Pastore” adiacente la Villa Comunale di Sapri.

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(Fig…) Lapide marmorea commemorativa dedicata al Cav. Cav. Uff. Guiseppe Cesarino che volle la costruzione della chiesa e della ‘Specola’

Le costruzioni furono fatte realizzare per volere del Cav. Giuseppe Cesarino appartenente ad una famiglia di origini sapresi al suo rientro alla nativa terra dal Brasile dove era emi- grato. Il Cesarino, incaricò un architetto di cui non conosciamo il nome ma che si rifece sicuramente ad un’architettura eclettica in voga nella mittleeuropa dei primi del novecento, uno stile architettonico, quello ‘Neogotico‘ che come vedremo appresso, a cui l’architetto progettista di questi tre edifici sicuramente si rifece ed ispirò, lasciando a Sapri una testimonianza di rara bellezza e fattura costruttiva dell’epoca.

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Nonostante non avessimo trovato documentazione in merito alla costruzione dell’epoca, dalle nostre indagini è emerso che l’architetto progettista incaricato dal Cav. Giuseppe Cesarino al suo rientro a Sapri dal Brasile, potesse essere lo stesso architetto progettista autore della Cattedrale de Santos a San Paolo del Brasile, l’architetto tedesco Maximilian Emil Hehl. Confrontando le foto delle due facciate principali della Cattedrale brasileira con la Chiesa di Santa Croce si vede chiaramente la somiglianza, sia nello stile che nella fattura.

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Il modello si rifà alla corrente – di gusto chiaramente neomedievale – denominata romantisches Historismus, sviluppata in quegli anni da Theophilus Hansen all’Arsenale di Vienna e alla villa Pereira, poco a nord della capitale austriaca o dell’architettura storicista in voca in Europa centrale e Germania o dei primi Historistisches costruiti sul continente da attribuire al Gothic Revival, realizzato prevalentemente in Prussia dall’architetto Karl Friedrich Schinkel nella realizzazione dello Schloss Babelsberg a Potsdam e dello Schloss Kurnik in Polonia. Il tedesco Maximilian Emil Hehl, progettò la chiesa in stile gotico, ispirandosi alle grandi cattedrali medioevali europee. Siamo alla ricerca di documentazione attestante la progettazione di questi edifici sulla quale oggi possiamo avanzare solo delle ipotesi. Di certo l’architetto del Cesarino doveva essere un esperto del tempo. Infatti, mostriamo nelle foto alcuni particolari costruttivi che ne attestano la mirabile fattura e posa in opera oltre che quella progettuale, creativa e costruttiva.

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Peccato che questo mirabile manufatto versi in condizioni vergognose per l’indicibile incuria delle autorità locali che invece di pensare ad un serio progetto di recupero dell’esistente, preferiscono lasciare in affitto i locali dell’adiacente edificio dell’ex Istituto dei Padri B.Bigi ed ex Scuola Media S. Croce ad associazioni che a mio parere poco fanno per la valorizzazione di quei luoghi. Di recente le autorità locali hanno lasciato gestire ad una sedicente Associazione culturale locale che ha organizzato delle visite guidate (?) alla ‘Specola’. Nonostante l’ex Istituto dei B. Bigi sia proprietà comunale e, i cui locali restano nella disponibilità di alcuni parroci o associazioni no profit e, nonostante la Regione Campania e le Scuole Sapresi godano di finanziamenti per progetti inclusivi, nulla viene fatto dalla Soprintendenza ai monumenti lasciando nella totale incuria le uniche risorse valide del paese. E’ singolare come ancora oggi i ruderi d’epoca romana nascosti dall’orrenda costruzione dell’ex Istituto (solo la parola mi fa tremare) dei Frati Bigi di Fra Ludovico da Casoria che li lambisce e li nasconde, siano ancora poco visibili e godibili per i visitatori.

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(Fig…) Murazione di opere edilizie d’epoca romana nell’area restrostante la chiesa di S. Croce

Pensate che vi è un passaggio sotterraneo (forse i resti di un’antico acquedotto d’epoca romana) che corre da un cunicolo posto sotto le scale della chiesa che fu utilizzato anche nell’ultimo conflitto bellico e che oggi è stato murato vietandone l’accesso. Pare che questo cunicolo costruito forse in epoca romana e che forse fa parte delle strutture ivi preesistenti d’epoca romana, arrivi fino al Seminario arcivescovile posto sulle colline di Sapri verso Torraca.

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Note bibliografiche:

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(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., ‘La Lucania del barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(2) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse la sua relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco Prospero La Corte e del dott. Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti (3).

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Gallotti Nicola

(3) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare – brevi cenni del Dott. Nicola Gallotti, Napoli, Tip. G. Golia, 1899, pp. 39-40. Si veda pure Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891; si veda pure: L’Acqua potabile di Sapri – ricordi per il Dott. Nicola Gallotti, Tip. Francesco Graniti, Napoli (Foto e Archivio Storico Attanasio)

 

Nel 1706, la cappella del S.S. Rosario in via Cassandra a Sapri

A Sapri, quasi verso la fine della via Cassandra, prima di arrivare nella Piazza Plebiscito si trova una piccola ma antichissima cappella o chiesetta, la Chiesetta o Cappella del S.S. Rosario.

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(Fig. 1) Cappella del S.S. Rosario, in via Cassandra a Sapri.

La facciata della Cappella del ‘S.S. Rosario’, come si vede in Fig. 1, è semplice. In via Cassandra a Sapri,  l’ingresso principale è sormontato dalla lapide marmorea su cui è stata incisa una scritta in latino illegibile e che andrebbe ripulita. La scritta, ci ricorda le sue origini.

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(Fig. 2) Lapide marmorea che sormonta il portale d’ingresso della Cappella del SS Rosario

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(Fig. 3) Interno e altare della Cappella del S.S. Rosario in via Cassandra a Sapri

La preesistente cappella del SS. Rosario e l’altra di via Cassandra

Dell’antica Cappella del ‘Santo Rosario’, ne parla il Tancredi (6), che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedra-le di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotato dei seguenti beni: un  capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castel-laro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vac- che, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (7). Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Gaetani, racconta a proposito della cappella in questione che essa si trovava nel piccolo e nuovo quartiere del ‘Rosario’ e poi aggiunge: “la ‘Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri, appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis.”Sempre il Gaetani che a proposito della Cappella del SS. Rosario aggiunge: “L’antica cappella era sita ove al presente vedesi la farmacia Gaetani e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi” e trovandosi in cattive condizioni “perchè in parte diruta”, oltre di un metro inferiore al piano della strada venne così richiesta in permuta dal dott. Francesco Gaetani.“. Così interdetta (alle Sante messe) venne richiesta al fine di averla in permuta con un altra”. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra.

Nel 1600, a Sapri, in via Cassandra vi era l’antica cappella del SS. Rosario

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri elevato a Parrocchia” e delle sue origini a p. 32, in proposito scriveva che: “la ‘Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri, appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis.”. Sempre il Gaetani che a proposito della Cappella del SS. Rosario aggiunge: “L’antica Cappella era sita, ove al presente vedesi la farmacia Gaetani, e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi e trovandosi in cattive condizione di non permettere l’esercizio dei sacri ufficii, perchè in parte diruta e con una servitù di finestra da non potersi inalzare dal livello, oltre di un metro inferiore al piano della strada, essendovi stata sospesa la celebrazione delle messe, così interdetta venne richiesta dal Dottor Francesco Gaetani fu Giovanni, al fine di averla in permuta ad un’altra ecc…”. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra. Dunque, in via Cassandra, già nel 1600 esisteva un’antica cappella intitolata al SS. Rosario e, poi in seguito, sarà costruita l’altra con la permuta che ottennero i Gaetani e che apparterrà al clero di Torraca fino al 1719. Come scrive il Gaetani, la cappella del SS. Rosario era “intra moenia”, si trovava sempre a via Cassandra ed essa, si trovava attigua alla casa di Pietro Paolo Brando vicino la Farmacia Gaetani che esisteva nel 1800.

Nel 1706, la visita pastorale a Sapri del Vescovo Cione

Di questa cappella, nel 1706, ne parla anche il Vescovo G. M. Cione nel suo “libro dei conti” (1). La Cappella che oggi vediamo in via Cassandra ed illustrata in fig. 1, non è quella originaria che pure è esistita ma è quella avuta in permuta dal dott. Francesco Gaetani che la impiantò nella sua nuova proprietà lungo la via Cassandra dove si trova e si vede attualmente e dove poco distante si trova l’attuale proprietà degli eredi Gaetani. Dell’epoca della dominazione aragonese nel Regno di Napoli, Sapri, il suo porto ed il suo entroterra, doveva appartenere alla Contea aragonese di Policastro, costituitasi a seguito della donazione concessa da Re Ferrante d’Aragona al suo primo ministro Antonello de Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio de Petruciis alla Contea di Policastro che ormai si estendeva, in un unico complesso da Novi (Novi Velia) oltre Policastro (2).

Nel 1706, la cappella del SS. Rosario di Sapri fu dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello

Riguardo l’antica cappella del SS. Rosario a Sapri, posta appunto nel piccolo quartiere del “Rosario”, Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotata dei seguenti beni: un  capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (26)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”. Dunque, secondo l’antico documento diocesano presentato dal Tancredi, la cappella del SS. Rosario in via Cassndra a Sapri era stata dotata di un “castegneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati)”. Una piccola cappella fondata dal Barone Palamolla dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello.

La cappella di S. Vito a Sapri

Forse vi è una relazione con la recente notizia dell’amico Domenico Smaldone, che ha pubblicato alcuni documenti che attestano la vendita di un’altra cappella, la Cappella di S. Vito che Giovanni Antonio Brando di Torraca vendeva il 31 maggio 1746.

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Note bibliografiche: 

(1) Gaetani R., Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914, p. 11; Si veda pure: Gaetani R., “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca“, Roma, 1906

(2) Ebner P., Chiesa Baroni e Popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592-593.

(3) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op.cit., vol. II, p. 592.

(4) Gaetani R., Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914, p. 42; la notizia è tratta da un documento: “Visitatio Episcopi Felicei“, datato 16 dic. 1629, che il Gaetani ri-porta integralmente.

(5) Di Luccia P.M., L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Roma, 1700.

(6) Tancredi L., Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 58.

(7) Archivio Diocesi di Policastro – Ufficio Amm.vo diocesano, Sapri, Capp. S.Rosario 1706.

Sapri e la sua evoluzione urbana attraverso l’indagine geo-storica

Piante e Disegni, cartella XXXII, conv. 4

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Con la progressiva e definitiva dissoluzione dello Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli, le sue origini e l’evoluzione storico-urbana del centro costiero. Questo saggio vuole fare il punto di tutte le notizie storiche raccolte e documentate sulla cittadina di Sapri suntate anno per anno che sono ivi trattate in questo blog in maniera organica e approfondita con altri miei saggi a cui si rimanda per gli opportuni approfondimenti.

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Sapri

SAPRI, TERRITORIO, L’AMPIA BAIA, IL PORTO NATURALE, LA COSTA

Giulio Schmiedt (….), nel 1975, pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, dal titolo Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche’ pubblicato a Firenze nel 1975. Schmiedt (2), gà molti anni prima, nel 1972 aveva pubblicato un altro interessante studio sui porti della Magna Grecia ed aveva citato quello di S. Croce a Sapri. Si tratta dello studio ‘Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di’ (2.1). Nello studio ‘Antichi porti d’Italia’, lo Schmiedt (2), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (2), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite di Fig. 1. Al limite della piana costiera, troviamo il rilevato ferroviario che lambisce la corolla di colline (mediamente lungo la curva di livello a quota +15 sopra il livello del mare). Sostanzialmente, il rilevato ferroviario, costituisce anche il limite alle aree urbanizzate, poste quasi tutte fra il rilevato ferroviario e la linea costiera che, con la sua fascia litoranea, lambisce il mare e la caratteristica baia antistante. La formazione e la conformazione che la pianura costiera di Sapri ha assunto nei secoli, può avvalorare alcune ipotesi sulle sue origini. Il paesaggio che oggi vediamo è stato modellato dalle significative variazioni climatiche che si sono avvicendate nel corso del Quaternario ed Olocene e dalle recenti oscillazioni del livello del mare. Il Cesarino, al riguardo, credeva che il Torrente Brizzi ”oggi modesto, scarica in mare le ultime acque di quell’immenso serbatoio idrico che fù la Valle del Noce: l’antico lago pleistocenico si svuotò nel corso dei millenni sia attraverso la vallata di Castrocucco in Calabria, sia attraverso la vallata di S. Costantino che incombe su Sapri. E la profonda gola scavata dal Torrente Brizzi nella roccia rivela la notevole portata che dovette avere nell’antichità. Se si aggiunge che la zona è interessata da quel movimento bradisismico che riguarda la Calabria costiera, e che i detriti alluvionali hanno depositato una coltre di parecchi metri.” (1) I deterioramenti climatici succedutisi nei secoli, hanno causato una serie di ciclici alluvionamenti che hanno provocato notevoli trasformazioni al paesaggio. Tali fenomeni hanno determinato l’accumulo di ingenti quantità di detriti fluviotorrenziali, causando un’aggradazione del piano di campagna ed una progradazione costiera.  L’urbanizzazione del centro abitato è andato adeguandosi alle periodiche esondazioni che talvolta si sono rivelate di notevole portata. Sono testimonianza i molti antichi fabbricati della ‘Marinella’, che presentano porzioni di ambienti e gli ingressi dei fronti principali al di sotto del piano di campagna o stradale. In seguito a scavi effettuati per lavori edilizi, sono stati ritrovate pavimentazioni e manufatti edilizi completamente interrate e ricoperti da terreni alluvionali. I fenomeni alluvionali che nelle varie epoche, hanno interessato gran parte della pianura costiera di Sapri, hanno determinato anche fenomeni di progressivo impaludamento dalla piana. I toponimi ‘Skidros’ o ‘Sapros’ (pantano, palude), richiamano senza ombra di dubbio ad un fenomeno di impaludamento. Inoltre, devo aggiungere che, sul lato nord-est della piana, tra la località ‘Mocchie’ e le colline del Timpone, nell’antichità, doveva aprirsi una piccola insenatura perfettamente navigabile per le leggere barche dell’epoca. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Mezzogiorno”, vol. II parlando di Velia e della scomparsa di gran parte della città, delle sue vestigia, a p. 729, in proposito scriveva: “Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, sappiamo che all’epoca dell’eruzione pliniana del Vesuvio, si ebbero sulla costa ingenti precipitazioni atmosferiche che determinarono l’accumulo di detriti, modificando la linea costiera della già ampia baia di Sapri con le sue insenature naturali.

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Il bradisismo della fascia costiera del Cilento, e gli effetti sulle città costiere ormai scomparse

Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a p. 43 e ssg. parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Profondamente mutate dalle condizioni di un tempo sono le condizioni attuali della piana di Pesto, che però si vanno risollevando con la bonifica. Una volta l’aria vi odorava di fiori, ed ora vi è greve morbosa; ….le zanzare malariche insidiano la salute dei butteri, e le mandre di bufali tengono il campo. E’ interessante approfondire questo mutamento che si è verificato, perchè esso riguarda la sparizione di Pesto, di cui è stata data, solo di recente, la spiegazione giusta. Si credeva, fino a poco tempo addietro, che quella sparizione fosse dovuta alla malaria e alle incursioni dei Saraceni, che nel IX secolo avrebbero spinto i Pestani ad abbandonare la città e a riparare a Capaccio Vecchio, che sorge sui monti retrostanti (p. 15). Già il Gunther, studiando il bradisismo del Golfo di Napoli, aveva avuto l’intuizione che la scomparsa di Pesto fosse da attribuirsi allo stesso fenomeno, che avrebbe avuto come conseguenza la malaria, e, quindi, l’abbandono. Gli scavi recenti hanno dimostrato che la città è rimasta sepolta sotto una spessa coltre di materiali di origine palustre, fortemente cementati fra loro. In base a questa osservazione il DE LORENZO, e dopo di lui il D’ERASMO, hanno così ricostruito il fenomeno (3). Nel VI sec. a.C., e forse anche prima, la piattaforma di travertino su cui posa Pesto dovè iniziare un lento movimento di discensione per effetto del bradisismo del litorale tirrenico. All’epoca di Augusto, questo movimento doveva essere giunto a tal punto che cominciava a formarsi il pantano in prossimità di Pesto. Strabone dice che il fiume, impaludando, rendeva la città malsana (4). Il movimento discendente continuò ancora durante l’Impero e il Medio Evo, si che alla fine di questo il livello del mare doveva essere superiore all’attuale di più di 10 m., e la piattaforma su cui poggia Pesto doveva emergere pochissimo. Impediti di correre liberamente al mare, il Sele e i prossimi corsi d’acqua – fra cui è “Capo di fiume”, che scorre vicino a Pesto – ristagnando, formarono l’acquitrinio e così prepararono a poco a poco alla città antica il funereo manto – che presso Porta Marina mostra uno spessore di oltre cinquanta metri. Naturalmente è da connettere con questi movimenti di bradisismo la variazione della linea di spiaggia, la quale si è avvicinata o si è allontanata, a seconda della direzione discendente o ascendente del movimento.”. Il Magaldi, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. De Lorenzo, Sulla causa geologica della scomparsa dell’antica città di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia dei Lincei”, Cl. Sc. fis. s. 6°, vol. XI (1930); G. D’Erasmo, Il bradisismo di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia Scienze fis. e mat.” s. 4à, vol. IV (1934), (ripubblicato per cura dell’Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, ivi, 1935).”. Felice Crippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: “21. Lineamenti di geologia saprese. La baia di Sapri costituisce una depressione morfostrutturale attualmente colmata da una potente pila sedimentaria di depositi alluvionali recenti e delitizii-littorali. Questi depositi legati alla trasgressione “versiliana”, avvenuta progressivamente all’ultimo stadio glaciale, il Wurm III, a partire cioè da 15.000 anni fa (1). In parole povere Sapri giace su fanghi, limi, sabbie e pietre via via accumulatisi nei millenni trascorsi ai piedi delle montagne circostanti in seguito ai dilavamenti dei pendii e per il deposito congiunto di materiali marini rilasciati dalle acque sia in fase di avanzata – verso l’interno- che di ritirata – verso il largo. Materiali diversi scesero dalle montagne da tre bacini principali (tav. 7) e gradualmente vennero convogliati verso il sottostante specchio d’acqua marino. Il mare, a sua volta, sia per i fenomeni di avanzata e ritirata dalla costa che per effetto delle correnti e delle mareggiate, accumulò altro materiale, determinando successive linee di contenimento dei materiali che scendevano dai monti. Ecc..”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: (1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”. Il fenomeno del bradisismo ha interessato gran parte della fascia litoranea della costiera Tirrenica ed ha influito sulle numerose ed al tempo floride città magno-greche sorte sulle costa del basso Cilento. Come si è detto per l’esempio di Paestum, la maggior parte di queste città sono in seguito scomparse. La tradizione popolare ed i racconti settecenteschi attribuscono cause varie, maremoti, terremoti, distruzioni vandaliche e saraceniche ecc.., ma le rovine d’epoca romana che ancora oggi si possono vedere nell’area di S. Croce a Sapri non sono mai state rilevate con cura scientifica e soprattutto non sono state mai studiate. Gli studi sulle preesistenze dell’antichità possono rivelare risvolti inattesi, come ad esempio si è potuto fare nel “Serapo” a Pozzuoli. La ricostruzione dell’andamento del bradisimo ai Campi Flegrei, a partire dal IV sec. d.C. nel corso dei secoli fino ai tempi moderni è stata possibile grazie a osservazioni compiute sulle rovine di una costruzione di epoca romana, situata a poche decine di metri dal porto di Pozzuoli: il Serapeo. Erroneamente considerato come un tempio dedicato al dio egizio Serapide (da cui il nome) è stato in realtà un mercato romano dal I al II secolo AD. La peculiarità di questa costruzione è la presenza, a varie altezze sulle tre colonne ancora erette, di fori prodotti da molluschi marini (litodomi) che vivono nella fascia intertidale (tra la bassa e l’alta marea) e che quindi sono indicativi del livello marino nel passato. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi.

La faglia tettonica Sapri-Nocara

Felice Crippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: 22. Profilo strutturale e sismico di Sapri. Assetto strutturale. Sapri è compresa nella catena sud-appenninica che si è formata attraverso sollevamento del Pliocene (sette milioni di anni fa) e nel Quaternario (due milioni di anni fa). Peculiarità di Sapri è quella di essere al vertice di ben due linee di faglia. Una si sviluppa da Sapri alla piana del Sele, la seconda – denominata proprio Sapri-Nocara – si sviluppa in direzione della costa jonica. Quest’ultima è importante in quanto trasversale rispetto alla catena sud-appenninica. Le faglie non sono altro che fratture entro le masse rocciose all’interno della crosta terrestre. Ecc…”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: (1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”. Giovannipaolo Ferrari (….), nella Relazione per il P.U.C. redatto per il Comune di Sapri, a p. 12, in proposito recentemente scriveva: L’attuale conformazione della baia di Sapri e del suo immediato retroterra – dunque – è il risultato di numerosi fattori geologici e climatici, succedutisi soprattutto nell’arco del Quaternario, da circa due milioni di anni fa. Tali fattori interagenti e avvenenti in fasi morfogenetiche successive, hanno lasciato scarse tracce bene identificate e databili, sicchè le indicazioni concernenti le più significative tappe evolutive possono essere ricavate dallo studio generale della più vasta dinamica del margine tirrenico della catena appenninica. Il disegno generale della costa, nelle linee fondamentali, risale al Quaternario Antico (Pleistocene Inferiore), che, nella cronologia assoluta, può essere posto tra un milione e 700.000 anni dal presente. La forma circolare o tozzamente quadrata della baia è sicuramente attribuibile ai movimenti tettonici che hanno interessato le successioni rocciose del Mesozoico e del Terziario ed hanno accompagnato il lento sollevamento dell’area durante l’ultima era. Il successivo modellamento è stato determinato dalle variazioni climatiche tipiche dell’era quaternaria, i cui più marcati effetti sono stati le oscillazioni del livello marino per cause glacioenstatiche (avanzamento e ritiro dei ghiacci polari). Altro effetto notevole delle fasi fredde è stato la produzione di grandi quantità di detriti lungo i versanti montuosi, che, come si è detto, hanno dato origine alla piana su cui insiste l’abitato. Evidenti nei dintorni sono le tracce di antiche spiagge fossili sollevate anche a diverse decine di metri dal livello marino odierno, i cui affioramenti, compresi tra i 50 e 70 metri s.l.m., sono disposti a forme di tipici terrazzi a morfologia subpianeggiante. L’emersione dei depositi marini antichi è stata seguita da una fase lacustre e palustre, che ha interessato l’intera baia. In tempi storici, il lento arretramento della linea di riva è stato accompagnato dall’interramento e sovralluvionamento delle aree costiere.”.

Nel 1558, il “FIUME SAPRI”, secondo Leandro Alberti ed il Collenuccio

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a pp. 446-447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’.  A tempi vicini Leandro Alberti, non avendo affatto veduto questi luoghi, scrive che ‘l fiume Sapri (che mai non fu al mondo) divide Laino, e la Lucania da Bruzj; poi lo chiama Lao, e quindi taccia ‘Strabone’ e ‘Tolomeo’  di aver quì allogato questo fiume: ‘quando’ (dice) in queste contrade (vedete che altra confusione) non si trova altro che il fiume Melfe’. Egli peraltro copiò questa torta, e non vera sentenza dal ‘Collenuccio’, nel lib. 1 della ‘Storia del Regno di Napoli’, dove scrisse: “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. “. La notizia tratta dall’Antonini merita ulteriori approfondimenti. Oggi il fiume che attraversa Laino borgo, un comune del Cosentino in Calabria e non molto distante da Scalea e dalla costa Tirrenica, viene chiamato Lao. Da Wikipedia leggiamo che il Lao è un breve fiume a corso perenne del versante tirrenico della Calabria. Nasce in Basilicata con il nome di Mercure. Prende il nome dall’antica colonia greca di Laos, polis della Magna Grecia. Nell’antichità il fiume era chiamato Laus (o Laos, Λαός in greco); era uno dei fiumi che segnava il confine tra i lucani e i bruzi. L’altro era il Chratis (Crati) nella parte terminale della foce, ma soprattutto lungo il corso del suo affluente Sybaris (Coscile), che nasce nel massiccio del Pollino, relativamente vicino alle sorgenti del Lao. Sboccava nel Sinus Laus (golfo di Policastro), nel Inferum mare. Interessante è ciò che scrisse Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., ecc…”. Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 35 riferendosi al fiume Lao, nella nota (1) postillava: “(1) Il Negro nel 7° comment. della Geografia chiamollo col nome di fiume Lucano. Leandro Alberti col nome di fiume di Sapri, e dice: è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida per alcun caso si vede.”. Leandro Alberti (…..), nel suo “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine et le Signorie delle Città et delle Castella”, Bologna, 1550, a pp. 198-199 parla della Basilicata e dei nostri luoghi. L’Alberti, a p. 201, in proposito scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Laino castello col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria. Imperò che il Borgo è di quà dal detto fiume nella Basilicata, & il Cast. di là, nella Calabria. Esce questo fiume vicino a Vincinello, Cast. della Basilicata & scedendo fra gli alti, e strani balci di queste monatagne verso ‘l Mezzogiorno & partend la Basilicata dalla Calabria al fine sbocca nel mar Tirreno. Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede. Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente es fiume sia il Lauo, pur da quello memorato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Sauus. Et nomeno credo sia da quel Tolomeo addimandato Laus, & da Strabone Talauus, & Lauus perchè in questi luoghi non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato. Etc…”. Guardando l’immagine satellitale di google maps si vede che da Laino Borgo passa il fiume Lao che va a sfociare nel mar Tirreno a Scalea nei pressi di S. Maria del Cedro. Devo però precisare a riguardo che l’Alberti, molto probabilmente si riferiva al fiume Noce che, effettivamente segna il confine tra le due Regioni, la Basilicata e la Calabria. L’Alberti lo fa pssare per Laino Borgo ma il fiume Noce non passa da Laino Borgo dove invece passa il fiume Lao. Può essere che il vecchio confine della Lucania antica con la Calabria sia stato il fiume Lao che l’Albertii diceva passasse per Laino borgo e che chiamava fiume Sapri.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

Alberti Leandro, p. 199,,,

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

La baia naturale ed il porto di Sapri, forse uno dei Porti Velini cantati da Virgilio nell’Eneide

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” della baia di Sapri in proposito scriveva che: ”che è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca di circa mezzo miglio, guardando per diritto a mezzogiorno; quindi è che spirando quei venti non sono sicuri nel porto;”. Il Troyli (…), nel 1675, parlando dei porti del Cilento, dice: “Con vedersi col medesimo seno di Policastro il Porto che di Sapri oggigiorno s’appella: il quale sebbene alquanto ripieno, è di solito di piccioli bastimenti capace, comecchè da Scirocco gagliardamente battuto; pure fù dalla natura cotanto ben disposto, che rassembra uno dei più bei porti, che abbia mai veduto. E se fosse ugualmente profondo nelle sue acque capace sarebbe di una grandissima armata navale.” (2). Nel 1815, Romanelli (6) parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (6).

Troyli, vol. I, p. 59 su Sapri ed il suo porto

(Fig….) Troyli, op. cit., p. 59

Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead. dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”. Nel 1595, Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli” (per i tipi di Stigliola) parlando del Principato Citra, a p. 79 in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamavano seno saprico dalla città di sapri, oggi nominata Libonati.”. E’ interessantissima la notizia del Mazzella (…) a cui ho accennato per alcune torri oggi scomparse ma che vi erano lungo la nostra costa da lui citate e descritte, il Mazzella scriveva che il golfo di Policastro anticamente era chiamato “seno Saprico”, ovvero golfo di Sapri. Il Mazzella fa derivare la parola di seno Saprico dalla “città di Sapri oggi nominata Libonati”. Questa notizia attesta che nel 1595, il territorio di Sapri era compreso nel tenimento di Vibonati allora detto “Libonati”.

Scipione Mazzella

La baia di Sapri, una cassa armonica naturale

Come si può vedere dall’immagine satellitale tratta da google maps ed in un disegno del Genio militare napoletano che pubblicai anni fa, il litorale del paese di Sapri, ha la forma di un ferro di cavallo. La particolare conformazione orografica del territorio ed in particolare del litorale saprese, può annoversarsi tra le poche ed uniche baie naturali esistenti al mondo. Simile alla baia di Sapri è la baia di Acapulco in Messico. La particolare conformazione a ciampa di cavallo della baia di Sapri, oltre a donarle la particolare caratteristica di un porto naturale conosciuto e citato nei primi portolani esistenti, le dona anche la particolare caratteristica di naturale cassa armonica di risonanza acustica. Infatti, questa particolare conformazione naturale quasi ad emiciclo (un semicerchio con un angolo di 180°) è stato prima adottato negli Odeon greci (teatri) e poi in seguito proprio come la baia di Sapri a forma di ‘ciampa di cavallo’ la pianta dei primi teatri lirici come il San Carlo di Napoli o la Scala di Milano, rinomati per la loro risonanza acustica. In certe particolari giornate ventose, ma anche non particolarmente ventose, si può ascoltare il rumore del mare e dei gabbiani a centinaia di metri di distanza dalla battigia del mare. Nella mia abitazione che è posta nel centro abitato ma a ridosso della linea ferroviaria cioè a 600 metri dalla spiaggia, mi risveglio spesso con il rumore del mare. Il Rizzi (3), parlando dei porti cilentani, così dice del porto di Sapri: “8 -, In distanza di 15 miglia dall’Infrischi è situato il porto di Sapri, dove si avvisano dei notabili avanzi di antiche fabbriche. Ha la circonferenza di circa 2 miglia, di maniera che possono restare numerosi navali. Quando spirano i venti di libeccio-mezzogiorno, e ponente-libeccio, si stà mal sicuro……Il porto di Sapri, che è di figura circolare, ha la bocca verso mezzogiorno della grandezza di mezzo miglio circa.  Mercè un braccio di fabbrica, che si farebbe stendere dalla parte di occidente, verrebonsi a riparare in parte gli inconvenienti ai quali è soggetto.”. Secondo il Rizzi, nel 1809, Sapri aveva un’attrezzatissima flotta per la pesca formata da 7 pescherecci di 3 tonnellate cadauno e da un numero imprecisato di barche.

Il fiume sotterraneo ‘Lubertino’  e u’ vull j l’acqua, in località Sciarapotamo

Già l’Antonini nel 1795, nella sua ‘Lucania’ a pag. 430, chiamava questo fiume sotterraneo ‘fiume Obertino‘. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale ‘di Capobianco’, ma all’epoca ve ne era un altra oggi scomparsa la Torre ‘Obertino’. Gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo. Antonini (4) nei sui discorsi, così scriveva nel 1795:  “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (4 – p. 435). Lo scrittore e viaggiatore inglese Craunfurd Tait  Ramage. Il Ramage (….), nel suo “Attraverso il Cilento”, parlando del suo viaggio e della sua visita a Sapri, dopo aver descritto alcune cose viste a Sapri fornendo interessanti ed utili notizie storiche, lasciando il paese, in proposito scriveva che: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino. Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre di più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ma a quest’ora del giorno sarebbe stata una vera follia tentare di percorrer la piedi. Non vi era un filo di aria ed il caldo era il più intenso che avessi provato; eppure i marinai non sembravano accorgersene, nonostante che i loro torsi nudi fossero esposti direttamente ai raggi del sole. Ora sono diventato prudente, perchè l’estate scorsa, mentre salivo lungo la strada che portava al palazzo di Tiberio nell’isola di Capri, ecc…”. Sempre il Ramage continuando il suo racconto e, mentre viaggiava in barca in direzione di Acquafredda e Maratea scriveva che: ”Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che, vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, una polla d’acqua ribolle dal fondo del mare con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo è possibile bere l’acqua dolce perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (4) chiamava “fiume Obertino“, in prossimità della torre vicereale omonima, oggi scomparsa. Il fiume ‘Lubertino’, figura anche sulla carta geografica inedita, da me ritrovata presso l’Archivio di Stato di Napoli (5). Nella carta, figura il fiume ‘Lubertino’.  Si tratta di un fiume di natura carsica che scorre sotto terra e che sfocia in mare aperto quasi di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘. La tradizione popolare lo ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di bollire), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo  che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo del mare e visibile ad occhio nudo. Oggi l’acqua del fiume carsico viene captata e va ad alimentare un acquedotto per Sapri. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc..ecc..

Il fiume carsico ‘Obertino’ o ‘Lubertino’ e il fenomeno a mare detto “u vull’ j l’acqua”

Nel 1815 la Torre detta di “Capobianco” era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (7). Dunque, il Romanelli (…), nel 1815 scriveva di Sapri e del suo Porto che vi erano due torri che chiamava 1) Torre del “Buondormire” e l’altra Torre detta del “Lubertino”. Dunque, il Romanelli non la chiamava Torre di “Capobianco” ma la chiamava Torre del “Lubertino”. Il toponimo “Lubertino” deriva molto probabilmente dalla vicina foce del fiume carsico e sotterraneo chiamato dall’Antonini (…) “Obertino” e da altri “Lubertino”. Si tratta di un fiume carsico che a mare da origine al fenomeno carsico detto dalla tradizione popolare “u vull’ j l’acqua”, di cui mi sono occupato in un altro mio saggio. La Torre detta di “Capobianco” o di “Capo Bianco“, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage (21), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Il fenomeno carsico del “Vullo di acqua”, venne bene descritto dallo scrittore e viaggiatore scozzese Croufurd Tait Ramage (….), che nel 1828, nel suo “Viaggio nel Regno delle due Sicilie“, lo descriveva. Leggendo la sua traduzione in “Attraverso il Cilento” con introduzione di Raffaele Riccio, edizione dell’ippogrifo il Ramage (….) a pp. 137-138, dopo aver parlato di Sapri, del suo porto e delle sue Torri, continuando il suo racconto ci descrive quando è sulla barca diretto a Maratea. Ramage in proposito scriveva che: “Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ecc…Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, emerge dal fondo del mare una polla d’acqua, che esce con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo, è possibile bere l’acqua dolce, perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scoglio dello ‘Scialandro’, ed in particolare parla della polla d’acqua che ribolle sul pelo dell’acqua del mare prospiciente il tratto di costa che lo separa dallo scoglio detto dello ‘Scialandro’ (Fig. 2), che figura e viene indicato anche nella carta che abbiamo pubblicato (Fig. 1). La polla d’acqua di cui ci riferisce C.T. Ramage (4), la tradizione popolare l’ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di ‘bollire’), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo  che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo dell’acqua del mare e visibile ad occhio nudo. Altri eruditi che, nel 1700, riferirono alcune notizie su Sapri è stato Beltrano (5) e Pacicchelli (6). Un altro erudito del tempo che ci ha parlato del fiume Lubertino o Obertino e del ‘U vull j l’acqua è stato il dott. Nicola Gallotti, che, dopo l’Unità d’Italia, fu eletto primo Sindaco di Sapri, esercitando nel contempo la professione medica a Sapri e di cui oggi ci restano testimonianze alcuni suoi scritti a stampa (di cui ne posseggo due). Al di là delle osservazioni prettamente mediche che il dottore Gallotti faceva e descriveva, risultano essere un’interessante testimonianza del nostro passato in quanto in essi vengono raccontate alcune notizie di storia locale ed altro. Ad esempio si parla di un fiume carsico sotterraneo che nasce dalla vicina montagna e che sfocia a mare all’altezza dello scoglio dello Scialandro, nei pressi della località detta “Sciarapotamo”, dove passando dal mare si può vedere ancora a pelo d’acqua “u vull’ j l’acqua”, in dialetto il ribollire dell’acqua del mare (7). La natura carsica dei luoghi nei pressi della baia saprese, la presenza del Monte Ceraso è attestato dalla presenza di numerose sorgenti come ad esempio la sorgente dell’Acqua media nei pressi del porto. Questa sorgente di acqua dolce, mista a quella salata di mare, che sgorga ai piedi del costone roccioso nei pressi del porto, si mischiava con l’acqua di mare salata ed è per questo motivo che veniva utilizzata nell’antichità dalle popolazioni locali per le sue qualità purgative. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc… Da ragazzo, mio nonno mi mandava a prendere quest’acqua in quanto essa aveva notevoli qualità purgative e depurative. La particolare salinità di questa acqua, gli donava proprietà depurative e purgative. Alla fonte sgorga un’acqua leggermente salina a causa della vena d’acqua carsica che arriva dalla montagna e si mischia con quella salata del mare. La prima citazione che ritroviamo sul fiume di cui parliamo è quello della carta corogra- fica illustrata nella prima immagine (Fig. 1) Carta del’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2). Nella carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (XV secolo), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 1)(2), il fiume figura come “Fiume Lubertino” o ‘Obertino’. La carta di Fig. 1, è di notevole importanza per l’entroterra saprese e per la sua storia, in quanto in essa figurano tantissimi toponimi interessanti. Nella carta, dunque, viene citato questo fiume carsico sotterraneo che scorre nella montagna e sfocia in mare aperto e, la carta lo chiama “Fiume “Lubertino”, che si vede disegnato sulla terra ferma, lungo la costa di Sapri in direzione di Acquafredda e proprio di fronte allo Scoglio dello ‘Scialandro‘ (Fig. 3). Guardando la carta (di probabile epoca aragonese) (Fig. 1), il fiume Lubertino, doveva nascere da due sorgenti, una è nei pressi di Torraca e l’altra invece è la ‘Serra Corbara’, delle montagne poste prima di Lagonegro, forse in località ‘Fortino’. In seguito, il fiume, sarà citato anche dall’Antonini (3) che, nella sua ‘Lucania’ del 1745 (I° edizione) e poi nel 1797, per i tipi di Tomberli, lo chiamava ‘Obertino’. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale di ‘Capobianco’ ma, più anticamente vi era nello stesso luogo la Torre detta dell’ ‘Obertino’. Io credo che la Torre ‘Obertino’, che nel XIX secolo era chiamata Torre di Capobianco, prendesse il nome proprio dal fiume carsico sotterraneo. Antonini (3) nei sui Discorsi (XI), nel 1745, così scriveva: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (3). L’Antonini (3) si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello Scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (3) chiamava “fiume Obertino“, in prossimità della torre Vicereale omonima, oggi scomparsa. Come l’Antonini (3) che pure era stato a visitare Sapri e questi luoghi, gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo (Fig. 1) che è di sicuro una copia di una carta molto più antica e risalente all’epoca Aragonese (2).

La fascia costiera di Sapri, dalla protostoria all’epoca romana

Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia. Nell’Aprile del 1995, consegnai a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“. Nello studio, raccoglievo e citavo tutti i miei precedenti studi fatti sulla zona di Sapri, i documenti e le testimonianze del passato che da anni erano stati oggetto dei miei studi. Nella Relazione, a p. 7, parlando di alcuni rinvenimenti riferibili ad un’epoca precedente a quella romana, citavo le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, che in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche nel Golfo di Policastro (…) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente   intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella mia nota (7), postillavo che: “(7) Fiammenghi C.A., Maffettone R., ‘Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro’, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36.”. Continuando il mio racconto in proposito scrivevo che: “La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze.”. Continuando il mio racconto, citavo ciò che in proposito scriveva l’archeologa Giovanna Greco (…) e scrivevo che significativo in proposito è quanto scriveva a p. 18, dell’op. cit:  “; ed infine, estremamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (22) i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte (23).”. Giovanna Greco, a p. 18, nella sua nota (22), postillava che: “(22) W. Johannowsky, Atti, XXII, CSMG, Taranto, 1982, p. 422.”. Johannowski, citato dalla Greco, si riferiva ai ritrovamenti fatti in località Madonna dei Cordici. La Greco (…), nella nota (23), postillava che: “(23) Il modello di “colonizzazione indigena della costa” proposto per la prima volta da E. Greco va sfumato ed articolato in quel più complesso fenomeno di incontro-scontro tra le diverse realtà cantonali indigene e quella greco-coloniale dove la possibilità di una comune gravitazione tirrenica consente la partecipazione alle grandi vie di traffico commerciale marittimo ed all’interno, con il controllo dei valichi, forme di contratatto e grado di intensità di traformazioni di volta in volta differenti ed articolati.”. A p. 7, continuavo il mio racconto e parlando di ‘Scidro’, citando l’Archeologa Giovanna Greco (…), in proposito scrivevo che ella, in un suo scritto, sosteneva che: “Il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (…). Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (…). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 20, in proposito scriveva che: “Nell’area sono stati identificati molti insediamenti preistorici, dal paleolitico al neolitico: c’è una notevole densità di abitati lungo la costa, in grotta; importanti sono le grotte di Camerota e di Praia a Mare (7). Più scarse le testimonianze relative all’età del bronzo e all’età del ferro, ma probabilmente solo per la mancanza di indagini sistematiche. In particolare, nella Grotta di Mezzanotte ad est di Sapri, e nella vicina loc. Chiappaliscia, sono stati individuati giacimenti paleolitici; sempre nel comune di Sapri, nella Grotta Cartolano, è stata segnalata la presenza di testimonianze dell’età del bronzo (8). Nella località Carnale di Sapri, su un’altura, sono state rinvenute ceramiche d’impasto della media età del bronzo, relative ad un insediamento agricolo-pastorale; tale ceramica evidenzia rapporti culturali con l’insediamento della Grotta del Noglio presso Porto Infreschi (9). Nell’insieme, la documentazione preistorica e protostorica può essere definita “una tenebra interrotta da improvvisi sprazzi di luce”: è quasi impossibile tracciare un quadro complessivo, ma i singoli siti dei ritrovamenti, sprazzi di luce, sono preziose fonti di conoscenza, sia pure lacunose, per determinate epoche o culture (10)”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (7) postillava: “(7) Vd. GRECO G. 1990b, p. 16; LA TORRE – COLICELLI 1999.”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (8) postillava: “(8) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 36.”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (9) postillava: “(9) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 34”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (10) postillava: “(10) Vd. ARCURI – TORRE 1998”. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: “Non lontano dalla sponda sinistra del fiume Bussento, su una ridente e lussureggiante collina sovrastata dall’imponente e maestosa mole del vecchio castello, sorge l’antichissimo centro di Policastro Bussentino. Molti autori dell’antichità greca e romana hanno scritto dell’esistenza di Policastro definendolo con un nome ben preciso: Pixunte (greco) e Buxentum (latino). Secondo un’interpretazione di origine naturalistica il significato di questo nome, identico nelle due lingue perchè sorto dalla stessa radice “……….”, deriverebbe dal “bosso” (Buxus sempervirens), arbusto sempreverde delle Buxacee, dal legno giallo e duro, ideale per i lavori di tornio. Questa pianta cresceva rigogliosa nella zona di Policastro al tempo della sua fondazione tanto da lasciare il suo nome (Bussento) al fiume e alla città.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “Montuosa Lucania dice Cassiodoro; ‘Montuosa et horrida’ l’ha definita nel 500 il Magini nel suo commento a Tolomeo. Alla natura montuosa ed aspra del paese, atto alle insidie e alla guerriglia, allude Livio in più di un punto della sua opera. Lucillo e Silio Italico accennano genericamente alle montagne lucane, mentre Sallustio, più specificamente, ricorda i ‘juga Eburina’, che corriponderebbero, secondo il Racioppi, ai monti dell’alta valle del Sele (1). Orosio fa menzione dei monti, da cui si avanza, protendendosi al mare, il Capo Palinuro (2), nei quali si possono riconoscere genericamente i monti del Cilento, a meno che non vogliamo identificarli con la montagna del Bulgheria.”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Racioppi, o. c., I, p. 528”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Lucillo, VI, 6; Sallustio, III, 67; Livio, IX, 17, 17; XXV, 16, 18; XXVII, 26, 7 seg.; Silio Italico, VIII, 569; Orosio, IV, 9, 11; Cassiodoro, Variae, XI, 39 (tutti brani che saranno riferiti distesamente in seguito).”. Il Magaldi citava Lucillo che in Treccani on-line sarebbe stato grammatico greco (sec. 1º d. C.), di Tarra in Creta, scrisse un commento alle Argonautiche di Apollonio Rodio e compilò una raccolta di proverbî giuntaci attraverso il rifacimento di Zenobio. Sallustio è autore di importanti opere storiche, tramandate per tradizione diretta dai codici medioevali: le due monografie, il De Catilinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum, composte e pubblicate negli anni fra il 43 e il 40 a.C., e le Historiae, di cui restano numerosi frammenti, iniziate intorno al 39 a.C. e rimaste incompiute, che forse dovevano fungere da allaccio tra le due monografie. Sono state attribuite allo scrittore di Amiternum anche diverse opere considerate oggi apocrife: due Epistulae ad Caesarem senem de re publica, in cui l’autore rivolge a Cesare consigli sul buon governo, e l’Invectiva in Ciceronem, un violento attacco a Cicerone, accusato per la condanna a morte dei catilinari. Entrambe sono probabilmente esercizi scolastici di età posteriore. Il Magaldi postillava di Orosio, libro VI, 9, 11. Da Wikipedia leggiamo che Paolo Orosio (in latino: Paulus Orosius; Braga, 380 circa – 420 circa) è stato un presbitero, storico e apologeta romano. Discepolo e collaboratore di Agostino d’Ippona, su invito di questi redasse gli Historiarum adversus paganos libri septem (“Sette libri delle storie contro i pagani”) che dovevano servire da complemento storiografico a La città di Dio (De civitate Dei) del suo maestro. Le Historiarum adversus paganos libri septem (“I sette libri di storie contro i pagani”) o Historiae adversus paganos (tradotto come Le storie contro i pagani) sono un’opera storiografica di Paolo Orosio, scritta negli anni 417 e 418 (2). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 258 e ssg. parlando di “Paestum”, in proposito scriveva che: “Già in tempi antichissimi la pianura del Sele era stata toccata da genti egeo-anatoliche, come mostra la necropoli del Gudo (a m. 1500 a nord delle mura: civiltà del Gaudo). In seguito alla foce di quel fiume si insediò parte di quei spericolati marinai-mercanti egei che, incuranti di pericoli, disagi e avversità, si erano spinti fin nel Lazio e nell’Etruria (1), a cercarvi, per l’esaurirsi del mare, l’insostituibile ferro. Furono essi che alla foce del Silaro innalzarono un tempio, poi tanto famoso, dedicandolo, com’era costume, alla divinità patria: Hera Argiva (2). A circa 600 m. dal mare, e su una terrazza utilizzata fin dall’età eneolitica (3) perché dominante l’ampia distesa del mare e la vasta circostante palude, viveva uno sparuto nucleo di indigeni (‘Pai-Pais-Paistòs’), con i quali i sopraggiunti rapidamente si fusero (4). Etc…”. Ebner, a p. 258, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pugliese Carratelli, Relazione I Convegno internazionale di Taranto 1961, “Atti”, Napoli, 1962, p. 140″.  Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera. Sull”Heraion alla Foce del Sele’, oltre il fondamentale saggio degli scopritori P. Zancani Montuoro e U. Zanotti Bianco, Roma, 1941, v. pure M. Napoli, Le metope arcaiche di Foce Sele, Bari, 1963 e del 1981 l’intelligente chiaro saggio di D. Sorrentino, Heraion di Foce Sele, il tempio maggiore e relativi problemi, Salerno, 1981.”. Ebner, a p. 259, nella nota (3) postillava: “(3) Scrive M. Napoli (Paestum, Novara, 1987, p. 3) che “ad oriente della Basilicata si sono rinvenuti manufatti che vanno dall’età paleolitica sino all’età del bronzo, mentre a sud della stessa Basilicata, non lungi dalle mura etc…, resti di un centro abitato preistorico”.”.

ENOTRI

Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significati appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”.

MORGETI

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania”, nel Discorso X, parte II, ci parla di Morigerati. Antonini, a pp. 414-415, in proposito scriveva che: “Più sopra verso le colline, circa cinque miglia dal mar lontano, trovansi due altri luoghi chiamati Sicilì, e Morigerati, sede un tempo dè Morgeti (I), e dè Sicoli, che conservano nel nome la gloria dè loro antenati (2), siccome nella prima parte di quest’opera da noi fu detto. ‘Samuel Bochart’ nel ‘Chanaam’ al cap. 39. nega quello, che dice Tucidite di esser ancor Sicoli in Italia a suo tempo, e vien così a negare quanto scrive ‘Alicarnasseo’, cioè che duravano finalmente a’ suoi giorni molte vestigia dè medesimi. Che se fosse Bochart avesse saputo trovarsi tuttavia questo monumento di cotal gente, l’avvrebbe approvato, non come conghiettura dipendente da qualche Ebraica, o Fenicia parola, ma come incontrastabil verità. Altra parte di essi era già passata nell’Isola (poi da medesimi detta Sicilia), ed occupato i terreni abbandonati dà Sicani per lo fuoco dell’Etna, lunga guerra vi fecero, sinonchè furono dalle due nazioni stabiliti i confini, siccome dal lib. 5 di Diodoro si vede……Tre miglia sotto alli Morigerati nel luogo detto li Zirzi, e sei lontano da Policastro, sbocca il fiume che ingrottasi vicino Casella, ecc…ecc..”. Dunque, riguardo il popolo dei Morgeti, l’Antonini cita Diodoro Siculo. Dunque, l’Antonini scriveva a proposito di Sicilì e di Morigerati che ha detto dei popoli Siculi e Morgeti nella prima parte della sua ‘Lucania’. L’Antonini, a p. 414, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Sino a pochi anni addietro, questo paese era di rito Greco, e ‘l suo protettore è S. Demetrio della Chiesa Greca. Nell’Archivio della Cattedrale di Policastro viddi diversi registri di dimissioni fatte da quel Vescovo à Preti de’ Morgerati di rito Greco, specialmente due nel 1592, ed una del 1608.”. L’Antonini a p. 414, nella sua nota (2) postillava che: “(2) I moltissimi, e ragguardevoli avanzi di fabbriche laterizie, che veggonsi oggi giorno all’incontro Morgerati di là dal fiume, che cala da Tortorella nel luogo detto Romanù, e che sono di rimotissimi secoli, fanno più vera, e stabiliscono la nostra sentenza: eppure a questa evidenza non si arrende l’Abbate Troilo, che anzi meco ragionando, pretende allogare i Morgeti vicino Matera, ecc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου 10 credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. I Morgeti (in greco antico: Μόργητες, in latino: Morgētes) furono un antico popolo, che faceva parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche” che occuparono le aree estreme meridionali della penisola italiana e parte della Sicilia. I Morgeti facevano parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche”, che occuparono le aree della Calabria ionica e tirrenica. Secondo alcuni storici si tratterebbe di uno dei tre rami in cui si distinsero gli Enotri (Itali, Morgeti, Siculi). Per altri, invece, furono popoli italici che furono scacciati dalle loro terre dagli Enotri, rifugiandosi poi in Sicilia. Altri ancora, li identificano tra coloro che, tra gli Itali, alla morte del re Italo/Italos accettarono suo figlio Morgete/Morgetes quale suo successore, prendendone il nome. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma. Queste informazioni sono state dedotte analizzando le fonte antiche, in particolare quanto riferito da Antioco di Siracusa. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dalla Treccani on-line leggiamo che i Morgeti era un’antica popolazione italica, scomparsa in età storica, ma ricordata dallo storico siciliano Antioco (in Strabone, VI, 257, 270, e in Dionigi d’Alicarnasso, I, 12) Come abitante un tempo, insieme coi Siculi, quella regione del Bruzio nella quale più tardi sorse Reggio: Siculi e Morgeti sarebbero poi stati cacciati dal Bruzio per mano degli Enotrî e sarebbero passati ad abitare in Sicilia, dove la città di Morganzia ricordava ancora il loro nome. La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo. Dalla Treccani apprendiamo che la nozione geografica di Italia, nella più antica tradizione classica, è sottoposta a oscillazioni. Per Ecateo di Mileto, alla fine del VI sec. a.C., era la regione nella quale i Greci avevano fondato molte colonie costiere, sullo Ionio e sul Tirreno (frr. 89-94 Nenci), ma in cui erano incluse anche Capua e l’isola di Capri (frr. 70-71 Nenci). Per i Greci di Occidente della seconda metà del V sec. a.C. e, in particolare per lo storico Antioco di Siracusa (in Strab., VI, 1, 4), l’Italia era una regione originariamente compresa fra lo Stretto e l’istmo calabro, ma i re che vi si sarebbero succeduti, tutti appartenenti a un orizzonte cronologico precedente la guerra di Troia, avrebbero ampliato tali confini, a cominciare dall’eponimo Italo, di stirpe enotria, cui venivano attribuite funzioni civilizzatrici (Arist., Pol., VII, 10, 5 = 1329 b), il quale avrebbe esteso il territorio fino alla foce del Lao e a Metaponto. Con i re successivi, Morgete e Siculo, l’Italia si sarebbe ampliata fino al golfo di Posidonia sul Tirreno e a Taranto sullo Ionio (FGrHist, 555 F 5), ma le popolazioni derivate da essi, Morgeti e Siculi, sarebbero state poi cacciate in Sicilia dagli Enotri (Strab., VI, 1, 6), ethnos originario degli Itali, e dagli Opici, abitanti della Campania (Thuc., VI, 4, 2). Dionigi di Alicarnasso. Lo stesso Antioco, probabilmente, riferiva anche che codesti Morgeti, durante la  loro permanenza nell’Italia meridionale, avevano, sotto il loro re (eponimo) Morgete, esteso il loro territorio sino alla regione dove poi fu fondata Taranto. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri. In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo). In Sicilia, si sarebbe stanziato nell’entroterra, allontanando i Sicani, fondando nel X secolo a.C. – tra le altre– la città di Morgantina (Morganthion). Difficile è ormai determinare quanto di attendibile vi sia nella tradizione raccolta da Antioco: il nome dei Morgeti sembra però affiorare più volte nella toponomastica, anche moderna, così della regione apula (Morgia, le Murgie) come della Sicilia orientale; sì da far pensare che questi nomi rappresentino il ricordo del popolo dei Morgeti, che Antioco considera come una stirpe enotrica e che si potrebbero pertanto identificare con gli stessi Enotrî (v.), e, in Sicilia, coi Protosiculi della regione orientale dell’isola (M. Mayer). Bibl.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Torino 1907, p. 108 segg.; E. Pais, Italia antica, II, Bologna 1922, p. 24; M. Mayer, Die Morgeten, in Klio, XXI (1927), pp. 288-312. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco, afferma l’esistenza di una terza Roma antecedente alla fondazione del discentente di Enea, Romolo, e anche alla presenza di Evandro sul Palatino. Una terza Roma — che per antichità sarebbe quindi la prima — dalla quale discenderebbe l’eroe Sikelo. In Calabria, si sarebbero stanziati nell’entroterra. Nel 1595 Abramo Ortelio pubblicò una carta storica del regno dei Morgeti, inserendo Altanum, Medema e Emporum Medeme. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione riveduta del 1963, ed. Sansoni, Firenze, nell’Indice generale, a p. 297, in proposito scriveva che: “Sirio, moglie di Metabos – Metapontos, 83”. Infatti, la leggenda di Siri e di Morgete si connette con la storia di Metaponto che conquistò l’altra colonia magno-greca di Siris.

Nel VI-VII sec. a.C., l’insediamento “Lucano” al Timpone di Sapri

Riguardo gli antichi insediamenti d’epoche passate presenti nell’area Saprese, andrebbe ulteriormente e meglio indagata la notizia citata dallo studioso Domenico Di Lascio (…), nel suo ‘Dal Sele al Lao – le vie Romane del Lagonegrese’, dove a p. 121, parlando di Sapri, citava una notizia tratta dalla studiosa Paola Bottini (…), in ‘Archeologia, Arte e Storia alle sorgenti del Lao’, ed in proposito scriveva che: “In località “Timpone” è venuto alla luce un sito antropico risalente al VII-VI secolo a. C. simile a quello trovato in prossimità della foce del Busento nei pressi di Policastro Bussentino (CAS95).”. Il Di Lascio (…), a p. 62, spiegava il significato di GAS, scrivendo che: “I dati emersi della ricerca Archeologica vengono analizzati e tratti dalle seguenti opere: CAS – (Castelluccio), P. Bottini, Archeologia Arte e Storia alle sorgenti del Lao.”. In effetti, il testo della Bottini stà nel Catalogo della mostra a Castelluccio (PZ) che fu curato da Paola Bottini e la prefazione di Dinu Adamesteanu. Paola Bottini ed altri autori, hanno parlato approfonditamente degli insediamenti e dei recenti ritrovamenti archeologici negli Atti del Convegno che si tenne a Taranto nel 1990 e pubblicati in AA.VV. (…), ‘A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988′, a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. Nel testo citato, a p. 17, la studiosa Giovanna Greco, in proposito scriveva che: “Un recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase tardo arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro (16) subcolonia sibarita dove, secondo Erodoto, si rifugiarono i Sibariti dopo la distruzione della propria città (Her. VI, 21).”. Nello stesso testo, da p. 34 e sgg., nella ricognizione dei ritrovamenti nel territorio saprese, le studiose Fiammenghi e Maffettone (…), non citano nulla di quanto affermato dal Di Lascio (…), sulla scorta della Bottini (…), ma citano alcuni significativi ritrovamenti fatti in località ‘Canale’ e ‘Giammarone’. In particolare io credo che la Bottini (…), si riferisca all’insediamento “stagionale” ritrovato in località “Carnale”, a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. In particolare la Bottini (…), in questo testo, pubblicò “La ricerca Archeologica nell’area del Lagonegrese”, dove però la Bottini, connette i ritrovamenti in località “Colla”, nel territorio di Rivello, con i porti Velini ecc..

Nel VII sec. a.C., l’insediamento arcaico in località Carnale a Sapri

Nel 1998, nella mia Relazione per l’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che:  “Le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone,in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro (6) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella ‘grotta Cartolano’, il Gruppo Archeologico di Sapri segnalava la presenza di testimonianze genericamente riferibili all’età del Bronzo. (8). Nella ‘grotta Mezzanotte’, ubicata sulla costa ad est di Sapri, vi si conserva un giacimento paleolitico dello spessore di m. 5 caratterizzato da livelli contenenti industria litica di tipo musteriano (9). In località Chiappaliscia, nei pressi della ‘Torre Mezzanotte’, a poca distanza dalla scogliera, in corrispondenza di un riparo sotto roccia, (‘Riparo Smaldone’ dal nome dello scopritore), si conserva un giacimento paleolitico contenente livelli con industria litica di tipo musteriano (10).”. Tuttavia, sia pure attraverso la semplice lettura dei dati di superficie, si moltiplicano le evidenze che consentono di rilevare una presenza nel corso dell’età del Bronzo articolata prevalentemente in due distinte fasce di occupazione. L’una, in corrispondenza del litorale,è attestata in grotte e su alcune dominante il mare ( è il caso della Grotta del Noglio, di quella della ‘Cala dei morti’, e della Grotta Grande, lungo la costa tra Marina di Camerota e Scario e quella Cartolano a Sapri), l’altra si disloca in prossimità della costa presso aree ricche di sorgenti e corsi d’acqua (come nel caso delle testimonianze della Valle del Mangano, presso Scario e della ‘Carnale’, presso Sapri). La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze. Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti occatamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (17) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca),i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec.a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (18) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizza no forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Nella Relazione a mia firma, nelle mie note postillavo che: “(6)   Cesarino Felice, Un probabile stanziamento preromano in Sapri, stà in ” G.A.S, L’attività archeologica nel Golfo di Policastro”, Sapri, 1976, p. 8. (7) – Fiammenghi C.A., Maffettone R.,” Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro”, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36.  (8) – Carbone G. et Alii, “Ricerche preistoriche nel Golfo di Policastro”, stà in “Atti I Convegno gruppi archeologici dell’Italia Meridionale”, Prato Sannita, 1986, p. 94. (9)   Gambassini P. et Alii, “Notiziario”, stà in “Rivista Scienze Preistoriche”, XXXVI, 1-2, 1981, p. 313. (10)  ibidem. (11)  Per il problema della colonizzazione “indigena della costa” si veda più recentemente Greco Emanuela, “Laos I, Scavi a Marcellina”, 1973-1985, Taranto, – 1989, p. 46. (12)  Fiammenghi C.A., Maffettone R., op. cit., p. 38. (13)  Carbone C., op. cit., Viareggio 1989. (14)  Zancani Montuori P., “Siri Sirino, Pixunte”, stà in “Archivio storico Calabria e Lucania”, 1949. (15)  Vedi “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro – I”, AA.VV., 1976. (16)  Napoli Mario, Civiltà della Magna Grecia, Eurodes, p. 181. (17)  Greco Emanuela, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982-1988″, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17. (18)  Johannowsky Walter, Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422.”. In questi studi e pubblicazioni ritroviamo i risultati di anni di ricerca del Gruppo Archeologico del Golfo di Policastro, dei suoi componenti tutti che hanno contribuito a restituire ulteriore luce ai ritrovamenti di manufatti e nuovi insediamenti, ormai caduti nell’oblio e nell’incuria. Angelo Gentile (….), nel 2001, nel suo “Morigerati”, nell’Introduzione al testo, a p. 12, in proposito scriveva che: “Interessanti, per il presente lavoro, i resti dell’insediamento in località Carnale a 2,5 km ad est di Sapri, tra il vallone del Franco e la stradina della Carnale (7). La zona, infatti, era un punto obbligato per chi volesse raggiungere la Valle del Noce e quindi recarsi sulla costa ionica: non dimentichiamo che è stata ipotizzata, da più parti, l’esistenza di una strada che metteva in comunicazione le poleis Pixous e Siris, frequentata sia in età greca che romana, evidentemente su percorsi già conosciuti o praticati. Grazie a questi rinvenimenti, che gli esperti fanno risalire a 1400-1200 anni a.C., possiamo anticipare la percorrenza e il controllo della via di comunicazione Golfo di Policastro-Golfo di Taranto, o per lo meno il passaggio di genti nomadi, per l’attività predominante, la pastorizia, che vivevano nella zona del Siris e la vallata del fiume Noce, tenuto anche conto dei ricchi pascoli che costituiscono le valli tra il Monte Coccovello Serralunga, Cocuzzo, Pannello, Juncolo e l’abbondanza delle acque per l’abbeveraggio del bestiame. Questi insediamenti si differenziano da quelli costieri, citati, per la presenza di numerosi gruppi, non isolati, dediti all’allevamento del bestiame, mentre gli insediamenti costieri predilivano, tra le attività di sostentamento, la pesca e la raccolta di molluschi affiancata dalla produzione e lo scambio di manufatti. La fase finale del Bronzo (XI-X secolo a.C.) è tutt’ora in fase di studio ecc…Ugualmente poco conosciuta, per il Golfo di Policastro, l’età del Ferro, per la quale bisognerà attendere il VI sec. a.C., in piena colonizzazione greca, per avere testimonianze certe, quali la fondazione di Pyxous che utilizza monete in comunione con Siris, ecc..”. Gentile, a p. 26, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Battista Ezio., citato, pag. 272.”. Il Gentile, a p. 26, nella sua nota (1) postillava che: “(1) FI. Battista E.., Su un insediamento dell’età del bronzo in località Sapri, Preistoria d’Italia, Atti del 2° Convegno naz.le di Preistoria e Protostoria, Pescia, 6-7-8 dic. 1980.”. Il Gentile, a p. 26, nella sua nota (7) postillava dell’insediamento di cui aveva relazionato il Battisti e scrive che: “(7) Si sviluppa per un fronte di 500 metri ed una profondità di alcune centinaia di metri. L’insieme presenta i caratteri del castelliere, infatti parte da una quot di 120 metri per arrivare a quota 170. Questo insediamento “si sviluppò verso la fine dell’età del Bronzo, quando si diffuse nell’Italia centro-meridionale la cultura sub-appenninica. La tipica situazione topografica, su alture isolate e la disposizione a catena in modo da controllare ampi settori, e dominare vie di facilitazione e valichi, è riscontrabile anche nel nostro caso dove altre alture a castelliere sono presenti nei dintorni.”. I rinvenimenti constano in frammenti di ceramica a due tipi d’impasto, per i grossi contenitori decorazione plastica, per i piccoli puntiforme. La presenza di fornelli in terracotta, il rinvenimento di un pane di arenaria, forse un macinello per il grano, la varietà e la quantità dei reperti, la loro dislocazione su vasta area fanno presupporre la esistenza di uno stanziamento a cielo aperto dell’età del bronzo, ad economia agricola-pastorale.”.

carnale

(Fig…..) Sapri, località “Carnale” soprale colline del Timpone lungo la statale che oprta a S. Costantino di Rivello

La “città d’Avenia”, città etrusca

Sulla scorta di questa notizia, Luigi Tancredi (Tancredi Luigi, Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280), nel pubblicare il documento notarile (22) al posto di “Velia”, riporta “Avenia“, p. 23 e, successivamente il Guzzo, “Da Velia a Sapri, Itinerario costiero tra mito e storia”, ed. Palumbo, Cava dei Tirreni, 1978, p. 220), affermavano, che tra i rioni di Santa Croce e della Marinella sarebbe sorta “Avenia” di origine etrusca. Il Guzzo così si esprimeva: “Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un tristegiorno colpita da un terribile sisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti.. Sulle probabili origini Etrusche di Sapri ha scritto Ettore Pais. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, in proposito scriveva che: “Gli Etruschi raggiunsero poi la Campania. Apprendiamo da Dionigi di Alicarnasso che nel 524 a. C. in compagnia di molti popoli barbari, come Umbri e Dauni, tentarono di conquistare la città greca di Cuma. Ma i Cumani ricacciarono ecc…Da vari dati si ricava che alcune città della Campania furono soggiogate o fondate dagli Etruschi…..E’ bensì vero che verso la metà del V secolo i Sanniti si sovrapposero agli Etruschi nella Campania;…..Gli Etruschi occuparono il paese degli Oschi fino a Marcina posta non lungi da Salerno. Anche l'”ager Picentinus” limitrofo al Silaro venne in loro potere; il fiume che ivi scorre si chiama anche oggi Tusciano. Gli Etruschi non oltrepassarono tuttavia, per quel che pare, la foce del Silaro, ove era la colonia greca di Posidonia (Pesto). Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trizene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia appare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”, e poi a p. 205 scriveva che: “Comprendiamo che attraverso il commercio dei Sibariti giungevano svariati prodotti dell’Asia. Soprattutto i Milesi diffondevano merci preziose, etc…”. Il Pais, a p. 358, vol. I, nelle sue note al Libro II postillava che: “p. 205. Le mie osservazioni sulle relazioni commerciali dei Sibariti, dei Milesi e degli Etruschi, sull’estensione della potenza Etrusca ecc.., esposi e documentai in miei libri precedenti, (Storia della Magna Grecia; Italia Antica). Ivi ho raccolto e discusso testi e materiali antichi.”.

Luigi Tancredi e la “Città di Avenia”

Il sacerdote Luigi Tancredi (3), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: “E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Lo studioso in proposito così si esprimeva: Poco valida è l’intepretazione ‘Saprì’, cioè si aprì: la terra si sarebbe aperta ed avrebbe inghiottito, appunto per evento sismico,  il primitivo agglomerato (1)”. Il Tancredi (3), poi rimanda alla sua nota (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il documento a cui rimanda il Tancredi (3) – da cui probabilmente trae queste notizie sulle origini dell’antica città di ‘Avenia’, è l’antico documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (2). Poi il Tancredi (3), continua il suo racconto sulla città d’Avenia sempre sulla scorta dell’antico documento (2) del 1595-96. Ma il Gaetani (22), che pubblicò alcuni passi del documento del Notaio Magliano, non parla di ‘Avenia’ ma parla della città di ‘Velia’, mentre invece il Tancredi (3) che, nel pubblicare il documento notarile al posto di Velia, riporta “Avenia (3). Il Tancredi (3), nel pubblicare la trascrizione di un antico documento notarile del Notaio Magliano, parlando della Cappella di S. Fantino e del Porto di Sapri, al posto di Velia, riporta “Avenia (3). Il Tancredi (3), scriveva in proposito: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome ‘Avenia’, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare.”. Il Tancredi aggiunge in proposito: ” E’ certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Recentemente lo studioso Antonio Scarfone (25), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta del Tancredi cita la stessa notizia riportata dal Tancredi (…) che, non riporta solo la leggenda tramandata oralmente ma aggiunge delle notizie sulla città di Avenia di cui la tradizione orale non dice. La tradizione orale parla di un violento cataclisma, anzi parla di un “Maremoto” che ingiottì la città antica di “Avenia”, ma non dice nulla sulla città di Avenia se non il suo toponimo. Scarfone (…), a p. 448, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Una ulteriore ipotesi lega Sapri ad un centro etrusco, ‘Avenia’, per il cui importante strategico possesso si scatenò una furiosa quanto vana lotta tra Etruschi e Romani. Narra una locale legenda (6) (Tancredi, 1985) che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti da una coseguente ingressione marina, si rarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata.”. Scarfone a p. 448, nella sue note (6 e 7) postillava che:

Scarfone, note 6 e 7

Recentemente, Scarfone (26), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (3) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Infatti, correttamente Scarfone (…) a p. 449 aggiunge che:

Cataldo,,,

Dunque, Antonio Scarfone cita il sacerdote Biagio Cataldo (…) e lo studioso Felice Cesarino (…) , riferendosi a due loro studi. Ma, come vedremo, la notizia dell’antica città scomparsa di ‘Avenia’, non deriva dal documento notarile del Magliano dell’anno 1695-95, ma è una esclusiva illazione del Tancredi (3) che, sulla scorta della tradizione popolare orale – di cui parleremo e che tramanda l’esistenza di una antichissima ‘città di Avenia’, trasformava ‘Velia’ (citata nel documento Notarile del Magliano), in ‘Avenia’. Nel 1906, il sacerdote Rocco Gaetani (22), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e del territorio Saprese, sulla scorta del Di Luccia (24), parlando dell’antica Cappella di San Fantino nel territorio Saprese, cita la città di ‘Velia’, citata in un antico documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96(2), redatto dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 e, conservato all’Archivio Diocesano di Policastro e a cui abbiamo dedicato uno studio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti (Fig. 7)(2).

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(Fig…..) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (2) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Il documento (2), citato dal Gaetani (22), scritto nel 1695-96, dal notaio Domenico Magliano, che censiva i  beni e le rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni Battista di San Giovanni a Piro, dopo aver descritto lo stato di conservazione della ‘Cappella di San Infantino’, ubicata nel territorio Saprese — allora facente parte ed appartenente a Torraca – parlando della ‘Grancia di San Fantino’ nel territorio Saprese, ne descrive limiti e confini e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia”. Il Gaetani (22), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (2), scriveva correttamente e, come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…“. Il Gaetani (22), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (3), ma parla della città di Velia’.

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(Fig. 7) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino

La tradizione orale popolare e la Città d’Avenia

Forse ‘Avenia’, fu una città posta sulle colline della contrada di S. Martino (Santu Martino), quelle colline che dai ‘Cordici’, degradano verso  il mare di S. Croce a Sapri. Mia zia Maria, racconta una leggenda tramandata oralmente dai suoi avi, ovvero che, all’epoca di Cristo, in seguito ad un violento maremoto che aveva inghiottito l’antica ‘città di ‘Avenia‘, i cui resti, semisomnmersi, si vedevano in località S. Croce a Sapri, un viaggiatore o un viandante, vide la Madonna che trascinava il grande e pesante cancello della città di Avenia, unico superstite oltre ai ruderi semisommersi, che la Madonna trascinava a spalle per portarlo a Policastro. Il viandante,  rivolgendosi alla Madonna, gli imprecò di posarlo a terra e lasciare il grosso e pesante cancello – con le sue chiavi –  della ‘città d’Avenia’, distrutta dal violento maremoto che, la Madonna portava in salvo a Policastro e, gli disse: “Maria posalo, posalo”. Ma la Madonna gli rispose: “…e se sapessi cosa significa posa,.. mi imponeva Velia ed ogni cosa“. Nello studio già pubblicato, scrivevo: “Sappiamo di resti antichi, forse di una antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca.”. Infatti, nella carta che quì ripubblichiamo (Fig. 1), il luogo che figura con il toponimo di ‘Bibo ad Sicam odie rui.‘, viene proprio posto nell’entroterra Saprese, nelle campagne tra i Cordici ed il litorale verso il cimitero di Sapri. Secondo la tradizione orale locale che ancora si tramanda e secondo alcuni studiosi della bibliografia antiquaria, pare che nel nostro territorio vi fosse una città chiamata ‘Avenia’ e che essa fosse scomparsa in seguito ad un maremoto. Scrive Scarfone (25): “L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti anche ad una conseguente ingressione marina, si sarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. Desta tutt’oggi particolare interesse scientifico la presenza al largo del Mar Tirreno di numerosi apparati vulcanici sottomarini (seamunts). Tra di essi, proprio al largo del Golfo di Policastro, si registra quella del Marsili e del Palinuro.”. L’abate Pacichelli (5), nel 1703 e, poi l’Alfano (4), nel suo ‘Regno di Napoli in Prospettiva’ parlando di Maratea a p. 288, così scriveva: “credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia”. E poi ancora a p. 288, il Pacichelli (…) scrive: “Al Porto di Sapri, che è aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel Golfo di Policastro, à dodici miglia nè confini del Superior Principato ecc..ecc..”. E’ l’Antonini (14), che ci segnala la notizia creduta dall’abate Pacichelli e ne fa una sua personale disertazione nella nota 2 di pagina 430. L’insigne archeologo Mario Napoli (13), localizzava il sito archeologico della colonia greca della Magna Graecia di Elea (Velia) e, affermava che i ruderi scoperti nell’attuale Velia del Cilento (località Casalvelino), fossero i resti dell’antica Elea di cui ci parlava il geografo Strabone. Riguardo l’eventuale localizzazione di una città d’epoca pre-romana a Sapri o nel suo entroterra, la scarsezza di fonti certe e di documentazione certa non danno conforto all’attestazione del sito di Sapri. Tuttavia, nonostante gli studi intorno all’antica colonia greca eleatica, bisognerebbe ulteriormente indagare sulle affermazioni di alcuni eruditi del ‘600 e del ‘700 che la credevano localizzata nell’entroterra saprese. Riguardo il toponimo di ‘Avenia’ o di città d’Avenia, non è stato ancora precisato. Si sa solo che, questo era il nome di un antica famiglia romana. Andrebbero ulteriormente indagati i toponimi di “Avenia“, ocittà d’Avenia e quello di ‘Bibo ad Sicam

Felice Crippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 75 e ssg., in proposito scriveva: Forse nessun individuo, una volta arrivato a Sapri in un modo o nell’altro, è sfuggito al racconto della catastrofe che, in epoca imprecisata, avrebbe colpito l’antica città di Sapri facendola scomparire tra i flutti. Sapri, secondo una radicata memoria popolare, “s’aprì”. Il Crippa si chiedeva quali fossero state le cause della scomparsa dell’antica città di Sapri, al di là dei toponimi che essa ha avuto nei secoli, ovvero si chiedeva se l’antica memoria paesana avesse un fondamento. Riguardo l’ipotesi di un maremoto, il Crippa, a p. 78 e 79 scriveva: Dato che le località marine molto spesso possono risentire delle conseguenze idrodinamiche di terremoti, non è dunque possibile che Sapri, più che un terremoto, possa essere stata cancellata da un maremoto. Un indizio potrebbe ritrovarsi nelle contrade del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 25 settembre 1538”, quando “il mare si ritirò, così che l’intero golfo di baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando” (1). Il maremoto di Pozzuoli del 1538 fu solo un fenomeno localizzato o si estese fino alle coste di Sapri ?. Fu per effetto di quel maremoto che la Carta Nautica del Mercatore, cinquantuno anni dopo, nel 1589, segnalò Sapri con la denominazione di “Sapri ruinata” ?.”. La carta citata dal Crippa, la carta del 1589, di Gerardo Mercatore, cartografo olandese, italianizzato, ed il toponimo che riportava di “Sapri roui nata”, da cui ho tratto il nome al presente blog che curo, ha citato Sapri come luogo conosciuto dagli eruditi, sia per il noto scalo marittimo rappresentato dall’ampia baia e per la presenza di notevoli costruzioni d’epoca antica, che all’epoca erano moltissime più numerose e ancora non depredate dagli antiquari campani che ivi venivano a rifornirsi. Il luogo era ben conosciuto agli eruditi come il Mommsen e l’Antonini che in seguito visitarono Sapri e ne denunciarono le indebite spoliazioni. Che un’antica città vi fosse stata nell’anticihità non vi sono dubbi. Del resto molte città antiche esistevano in antichità lungo la costa ma esse sono tutte scomparse. Ne sono testimonianze le città di Pesto e di Velia, quasi del tutto ricoperte da ua coltre di detriti alluvionali.

Il porto naturale di Sapri, secondo alcuni uno dei ‘porti Velini’ della confederazione Eleatica

Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia, cita pure Alfonso M. Bonacciuoli (….) e la sua “Prima parte della Geografia di Strabone di Greco tradotta in volgare italiano”, pubblicato in Vemezia nel 1562, in 4 volumi. Il Di Luccia scriveva che, essendo il porto di Sapri vicino Policastro, il porto di Sapri poteva essere un “porto Velino”, cioè un porto di Velia alleata della vicina Pyxous. Il Di Luccia (….), scrivendo delle origini di Policastro e del porto di Sapri, non molto distante citava una frase di Virgilio (….), tratta dalla sua “Eneide” dove egli parla dei “Porti Velini”. Virgiglio scriveva che: “Portusque require Velinos”. Sui porti Velini ha scritto Pietro Ebner (….) nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 269 parlando di Palinuro che nel VI Libro dell’Eneide racconta ad Enea nell’Antro della Sibilla Cumana ciò che era successo scriveva che: Invocava, perciò Enea a rintracciarne tra i porti di Velia (14) i miseri resti, a porli sotto un pugno di terra, a dargli alfine quiete in un sepolcro.”. Ebner a p. 269 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Virgilio, cit., VI, 365 ‘portusque require velinos’. P. Mela, II, 4, 69 ‘Palinurum olim Phrygii gubernatoris nunc loci nomem’. Cfr. pure Lucano, ‘Phars., IX, 51; Lucilio, fr. 77 (Terzaghi), Strabone, VI, 252, Plinio, III, 378; Orazio, ‘Carm.’, III, 4.27. Il Nissen (II, p. 897) ritiene quella di Palinuro una sovrapposizione di culti. Dionigi cit., nel ricordare il piccolo porto, ora insabbiato, a nord del promontorio e perciò riparato dai venti di Mezzogiorno, dice che vi sbarcarono alcuni Troiani guidati da Eneadi (principi della stirpe).”. Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, a pp. 365 parla del promontorio Palinuro e del porto di Palinuro ed in proposito scrivea che: “Se crediamo alla storia favolosa narrataci da Virgilio (I),……..L’ombra di Palinuro comparendo ad Enea, (mentre guidato dalla Sibilla ricercava tutti i luoghi di Averno) dopo di aver narrato tutto il caso funesto a se avvenuto, altamente lo scongiura, che prendesse cura di ritrovar il suo corpo nè porti Velini, e di gettar sopra la terra: “…………aut tu mihi terram Injice, namque potes, portusque require Velinos”, ovvero che: “Oppure puoi gettarmi nella terra, perché puoi, e cercare i porti dei Velini”. Il  Romanelli, sulla scorta del raconto Virgiliano scriveva del racconto Virgiliano e dell’ombra di Palinuro che racconta ad Enea “che prendesse cura di ritrovar il suo corpo nè porti Velini“. Sempre il Romanelli, a p. 365, cap. 19, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (2).”. Romanelli, a p. 365, nella sua nota (2) postillava: “(2) Mela, lib. II de Italia”. Infatti, anche Pomponio Mela (….), ci parlerà del Promontorio di Palinuro e dei porti Velini. Ma cosa intendeva Virgilio nel suo racconto per porti Velini ?. Vi erano dei porti Velini ? Sicuramente all’epoca della venuta dei Focei a Velia, l’antica colonia di Elea, vi era il porto di Velia, ma vi erano anche altri porti oltre a Velia. Forse l’approdo di Palinuro era uno dei tanti porti della confederazione Eleatica ?. Domenico Romanelli (….), nel suo “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove a p. 361, parte I, cap. 16 ci parla dei “Portus velini”. Egli scriveva che: “Se sembra difficile di ritrovare questo sol porto, quanto più incontreremo dubbiezza nell’indagare i varj ‘Porti Velini’, di cui parlò Virgilio (2)………..Portusque require Velinos (a).”. Il Romanelli, a p. 361, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Virgil., lib. VI.; (a) Non pochi critici antichi, e moderni hanno censurato Virgilio, perchè dal morto Palinuro facesse nominare a Enea prima della fondazione di Velia i ‘porti Velini’, nè quali il suo cadavere correva in balia delle onde. Igino presso Aulo Gellio, lib. 10, cap. 16 fu uno di costoro, senza riflettere, che un poeta avea tutta la libertà di anticipare i nomi, e di fingerne altri “Quomodo aut Palinurus novisse, aut nominare potuit portus Velinos, cum Velia oppidum, a quo portum Velinum dixit, post annum amplius sexcentesimum, cum Aeneas in Italiam venit, conditum in agro Lucano, et eo nomine appellatum sit ?” Adriano Turnebo ‘Advers., lib. 12 cercò di scusare il poeta coll’etimologia di Velia, che indica ‘palustre’, quasichè non dè porti ‘Velini’ avesse egli parlato, ma dè porti ‘palustri’. L’interpretazione però è presa troppo alta, e lontana, cui Virgilio certamente non pensò giammai. Del resto non presentandosi al poeta altro termine come poter indicare questo porto, fu egli obbligato a servirsi di quello allora conosciuto, e se diceva ‘portus Oenotriae’, portus Tyrrhenus’, o altro simile, non avrebbe mai indicato questo porto.”. Dunque, il Romanelli riferisce di Virgilio postillando che: “(a) Non pochi critici antichi, e moderni hanno censurato Virgilio, perchè dal morto Palinuro facesse nominare a Enea prima della fondazione di Velia i ‘porti Velini’, nè quali il suo cadavere correva in balia delle onde.”. Dei porti Velini parlava Virgilio nel suo poema “Eneide”. Dunque, a me pare di capire che da una frase di Virgilio tratta dall’Eneide, dove Virgilio ci parla di Palinuro e dei “porti Velini” dove il nocchiero di Enea fu sbattuto dalle onde, Il Di Luccia credeva che uno di questi porti fosse quello di Sapri, a causa della vicinanza con l’antica colonia greca di Pyxous, oggi Policastro. Per i dubbi sulla frase di Virgilio, Romanelli scriveva che Igino, in Aulo Gellio, lib. 10, cap. 16 opinava che: “Come poteva conoscerlo o Palinuro, o nominare il porto Velini, quando il paese di Velia, da cui chiamò porto di Velinus, fu fondato nel territorio lucano più di seicento anni dopo Enea, quando venne in Italia, e fu chiamato con quel nome ?”, ovvero Igino si chiedeva come potesse essere accaduto che…………………Com’è nata la leggenda di Palinuro e cosa sono i porti velini ?. Virgilio, nell’Eneide, nel VI canto, 362 scriveva che: «Nunc me fluctus habet versantque in litore venti (Ora mi tengono le onde e i venti mi volgono alla costa)». Palinuro è un personaggio della mitologia romana, il mitico nocchiero di Enea, caduto in mare di notte, tradito dal dio Sonno, mentre conduceva la flotta verso l’Italia. L’episodio relativo a Palinuro viene descritto alla fine del Libro V dell’Eneide, nel quale Virgilio individua il punto preciso della vicenda: uno scoglio, riconducibile al tratto di costa campano del Mar Tirreno, dinanzi all’omonimo capo, tra il golfo di Policastro e l’insenatura di Pisciotta, nella subregione attualmente chiamata Cilento. Naufragò dopo aver invocato invano i propri compagni ed esser rimasto per tre giorni in balia del Noto fino all’approdo sulle spiagge d’Italia, dove trovò ad attenderlo non la salvezza ma una fine crudele: catturato dalla gente indigena, viene ucciso e il suo corpo abbandonato in mare perché scambiato per un mostro marino. Veniva così soddisfatta la richiesta di Nettuno, dio del mare, che nel momento stesso in cui accordava a Venere il proprio aiuto per condurre in salvo la flotta di Enea sulle coste campane, aveva preteso per sé in cambio una vittima. Virgilio, nell’Eneide, dà una sua interpretazione dei fatti narrando di Palinuro, timoniere di Enea, che cade in mare tradito dal sonno e, giunto a riva, viene assalito e ucciso dagli indigeni. Gli dei dell’oltretomba, offesi dall’episodio sacrilego, puniscono gli abitanti con una tremenda pestilenza. Sulla confederazione Eleatica e dei tanti piccoli porticcioli e approdi confederati con la colonia Focea di Elea, poi in epoca romana detta Velia, vi è da dire che secondo Erodoto i focei erano stati i primi, tra i Greci, a navigare su lunghe distanze, solcando i mari non con arrotondate imbarcazioni mercantili ma su navi a cinquanta remi (le pentecontere), esplorando per primi l’Adriatico, la Tirrenia e l’Iberia e spingendosi fino a Tartesso. Qui si stabilirono intrattenendo relazioni fraterne con il re locale Argantonio. Questi, di fronte alle pressioni di Arpago, tentò di convincerli ad abbandonare la Ionia e ad insediarsi nei paraggi, in qualunque luogo scegliessero, ma, vista l’inutilità dei suoi sforzi, li rifornì di abbondante denaro per rinforzare le mura di Focea e far fronte alle minacce dei Medi. Fu così che le mura di Focea, costituite di grossi blocchi ben connessi, si svilupparono su un perimetro di molti stadi. Nel viaggio verso le coste italiane  quelli che si erano rifugiati a Reggio risalirono la costa e raggiunsero, in terra Enotria, una città allora chiamata Hyele (Ὑέλη). Lì un posidionate rivelò ai focei come in passato avessero frainteso l’oracolo della Pizia: secondo il responso infatti, avrebbero dovuto attestare con santuari il culto dell’eroe Cirno, piuttosto che insediarsi essi stessi sull’isola di Cirno. Convinti del loro precedente errore dall’argomentazione del posidoniate, si risolsero a prendere possesso della città enotria.

Nel 1558, il “FIUME SAPRI”, secondo Leandro Alberti ed il Collenuccio

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a pp. 446-447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’.  A tempi vicini Leandro Alberti, non avendo affatto veduto questi luoghi, scrive che ‘l fiume Sapri (che mai non fu al mondo) divide Laino, e la Lucania da Bruzj; poi lo chiama Lao, e quindi taccia ‘Strabone’ e ‘Tolomeo’  di aver quì allogato questo fiume: ‘quando’ (dice) in queste contrade (vedete che altra confusione) non si trova altro che il fiume Melfe’. Egli peraltro copiò questa torta, e non vera sentenza dal ‘Collenuccio’, nel lib. 1 della ‘Storia del Regno di Napoli’, dove scrisse: “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. “. La notizia tratta dall’Antonini merita ulteriori approfondimenti. Oggi il fiume che attraversa Laino borgo, un comune del Cosentino in Calabria e non molto distante da Scalea e dalla costa Tirrenica, viene chiamato Lao. Da Wikipedia leggiamo che il Lao è un breve fiume a corso perenne del versante tirrenico della Calabria. Nasce in Basilicata con il nome di Mercure. Prende il nome dall’antica colonia greca di Laos, polis della Magna Grecia. Nell’antichità il fiume era chiamato Laus (o Laos, Λαός in greco); era uno dei fiumi che segnava il confine tra i lucani e i bruzi. L’altro era il Chratis (Crati) nella parte terminale della foce, ma soprattutto lungo il corso del suo affluente Sybaris (Coscile), che nasce nel massiccio del Pollino, relativamente vicino alle sorgenti del Lao. Sboccava nel Sinus Laus (golfo di Policastro), nel Inferum mare. Interessante è ciò che scrisse Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., ecc…”. Leandro Alberti (…..), nel suo “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine et le Signorie delle Città et delle Castella”, Bologna, 1550, a pp. 198-199 parla della Basilicata e dei nostri luoghi. L’Alberti, a p. 201, in proposito scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Laino castello col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria. Imperò che il Borgo è di quà dal detto fiume nella Basilicata, & il Cast. di là, nella Calabria. Esce questo fiume vicino a Vincinello, Cast. della Basilicata & scedendo fra gli alti, e strani balci di queste monatagne verso ‘l Mezzogiorno & partend la Basilicata dalla Calabria al fine sbocca nel mar Tirreno. Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede. Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente es fiume sia il Lauo, pur da quello memorato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Sauus. Et nomeno credo sia da quel Tolomeo addimandato Laus, & da Strabone Talauus, & Lauus perchè in questi luoghi non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato. Etc…”. Guardando l’immagine satellitale di google maps si vede che da Laino Borgo passa il fiume Lao che va a sfociare nel mar Tirreno a Scalea nei pressi di S. Maria del Cedro. Devo però precisare a riguardo che l’Alberti, molto probabilmente si riferiva al fiume Noce che, effettivamente segna il confine tra le due Regioni, la Basilicata e la Calabria. L’Alberti lo fa pssare per Laino Borgo ma il fiume Noce non passa da Laino Borgo dove invece passa il fiume Lao. Può essere che il vecchio confine della Lucania antica con la Calabria sia stato il fiume Lao che l’Albertii diceva passasse per Laino borgo e che chiamava fiume Sapri.    

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

SKIDROS, SCIDROS

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, doveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza. Il Dito affaccia l’ipotesi, che abbia dato luogo a Papasidero medievale, mediante la corruzione di ‘Skidros’ in Sidro-Sidero e il prefisso ‘Papa’, col significato di vecchio: ‘Papa-sidero’, cioè ‘antico Skidros’. Non so quanto sia convicente questa ipotesi i fronte a quella di un ‘Papa Sideros’, cioè di un Prete Isidoro, che egli definisce “facile, ma…..di una sciocca ingenuità glottologica”(39). Sul colle di Paleocastro, in faccia al mare, tra Aieta e Tortora, si trovava ‘Blanda’, delle cui rovine beneficiarono le due cittadine nominate (40).”. Il Russo, a p. 48, nella nota (39) postillava che: “(39) La Calabria – Disegno storico della vita e della cultura calabrese dai tempi più antichi ai nostri giorni, pp. 172-173”. Il Russo, a p. 48, nella nota (40) postillava che: “(40) M. La Cava, Blanda, Leo e Tebe Lucana, Napoli, 1891, e in “Norizie di Scavi”, 1897, p. 176,loca Blanda in contrada “Piarelle” nell’agro di Tortora, ad un’ora di salita dal mare, non lungi dall’imboccatura del fiume Noce. Cfr. anche B. Cappelli, Balanda e Tortora, in Br. x (1931), n. 5″.  Da Wikipedia.org leggiamo che Scidrus è citata solo da Erodoto (VI. 21), dal quale apprendiamo che era, insieme a Laus, una colonia di Sibari, ed era uno dei luoghi in cui si ritirarono gli abitanti superstiti di quella città, dopo la sua distruzione da parte di i Crotoniati. Dalle sue espressioni non risulta se queste città furono allora fondate per la prima volta dai fuggiaschi, o se fossero state precedentemente stabilite come colonie regolari; ma quest’ultima supposizione è molto più probabile. È singolare che di Scidrus non si trovi traccia successiva; il suo nome non è mai più citato nella storia, né alluso dai geografi, ad eccezione di Stefano di Bisanzio (s. v.), che la chiama semplicemente una città d’Italia. Non abbiamo quindi alcun indizio sulla sua posizione; poiché anche la sua posizione sul Mar Tirreno è una mera deduzione dal modo in cui è menzionata da Erodoto insieme a Laus. Ma esistono a Sapri, nel golfo di Policastro, estesi resti di un’antica città, che sono generalmente considerati, e apparentemente non senza ragione, come indicativi del sito di Scidrus. Si dice che siano costituiti dai resti di un teatro e di altri edifici pubblici delle antiche mura e delle costruzioni intorno al porto. (Antonini, Lucania, part ii. c. 11; Romanelli, vol. i. p. 377.). Quest’ultimo è un notevole bacino interrato, sebbene di piccola estensione; ed è singolare che, anche se la città avesse cessato di esistere, non si troverebbe allusione all’esistenza di questo porto sicuro, su una costa quasi del tutto priva di porti naturali. Ma le alte montagne che lo rinchiudono e gli impediscono ogni comunicazione con l’interno probabilmente gli hanno impedito di raggiungere una qualche importanza.

SCIDRO

Nel VII sec. a.C., Sibari, Scidro e Lao, antiche colonie magno greche fondate da Sibari

Dalla Treccani on-line leggiamo che Lao fu  antica colonia greca dell’Italia meridionale, fondata; intorno al 600 a. C., dai Sibariti sulla costa tirrenica della Lucania meridionale: la località è da ricercarsi probabilmente in prossimità dell’odierna Scalea, presso la foce del fiume Lao o Laino. Lao fu presto fiorente; nel 510 a. C., quando Sibari fu distrutta, i suoi cittadini profughi trovarono rifugio a Lao e a Scidro; e di qui presero le mosse i varî tentativi di ricostruzione della distrutta città. Lao fu una delle prime città della Magna Grecia che soggiacquero all’impeto delle stirpi osche prementi dall’interno della penisola verso il mare: verso il 400 a. C. doveva già essere caduta in mano dei Lucani. Nel 389, quei di Turi tentarono di riconquistarla; ma nel territorio stesso della città il loro esercito subì da parte di quello lucano una tremenda disfatta. Nel sito di Lao sorse più tardi la stazione romana di Lavinium, nel cui nome si riflette forse quello preellenico della città. Bibl.: M. La Cava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1819; G. Gioia, Memorie storiche sopra Lainos, Napoli 1883; D. Marincola-Pistoia, Di Terina e di Lao, Catanzaro 1886; E. Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, Torino 1894; G. Giannelli, Culti e miti della Magna Grecia, Firenze 1924, p. 300 segg.; id., La Magna Grecia da Pitagora a Pirro, Milano 1928, pp. 65-71; E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, I, 2ª ed., Roma 1928, p. 270 segg.; II, ivi 1927, pp. 396, 420; E. Galli, in Not scavi, 1932, p. 323 sgg.

Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 117 e ssg., in proposito scriveva che: “Un’altra condizione vitale allo sviluppo di Sibari era di raggiungere la sponda del Tirreno, stabilire ivi colonie, e così potere trafficare in Occidente, mentre il commercio col bacino orientale del Mediterraneo era esrcitato direttamente dalla metropoli. La conquista della valle del Crati aveva condotto i Sibariti nel cuore del Bruzio; ecc….quando i Sibariti spingersi all’opposto mare da questo lato, vi arrivavano per un’altra via naturale, più a Nord, vale a dire attraversando l’Appennino al colle di Campotenese, che pare fatto a posta per mettere in comunicazione i due versanti. Da questa parte non eranvi città considerevoli, che avessero potuto ostacolare l’espansione; e anche la resistenza degli indigeni, non garantita sufficientemente dall’asprezza del terreno, poteva essere con facilità evitata. Inoltre, in questa maniera essi si avvicinarono, e poterono stringere patti e relazioni commerciali con le ricche popolazioni dell’Italia centrale, rimasta quasi fino allora fuori del raggio dell’influenza delle colonie della Magna Grecia e della Sicilia; etc..Nessuno autore parla di proposito intorno a queste imprese coloniali di Sibari, e nemmeno si sa il tempo in cui esse incominciarono; talchè siamo costretti, come al solito, di raccogliere scarse notizie qua e là, veri ruderi di tradizioni, ordinarle, vagliarle e confortarle con gli avanzi archeologici di quelle nobilissime città. La deduzione di queste colonie, come in parte ho detto, dovette incominciare anteriormente alla guerra e alla caduta di Siri; mentre la conquista della valle del Crati doveva risalire ai primi tempi della fondazione di Sibari. Infatti due argomenti possono sussidiare la mia supposizione: cioè la lega monetaria fra Sibari e due delle sue colonie; la tutela che queste poterono accordare ai fuggiaschi Sibariti, dopo la loro sconfitta. Se si considera che dalla caduta di Siri alla sconfitta di Sibari intercede una ventina di anni appena, bisogna venire alla conclusione che quelle città, per essere giunte a quel grado di sviluppo, dovevano essere state fondate da un pezzo. Nella seconda parte di questo studio ho espresso il dubbio che la cagione della guerra con Siri fosse derivata appunto da questa colonizazione, cioè per i naturali attriti tra le colonie di Sibari e Pyxus, colonia di Siri, a danno della quale le prime cercavano di allargarsi su questo lido. Se si considera poi che Lao, posta proprio sul confine del Bruzio, era la più meridionale di quelle colonie, facendo astrazione etc…, bisogna ammettere che essa fosse stata la prima in ordine di tempo, e che quindi Posidonia, la più settentrionale, fosse atata l’ultima delle fondate. Ora, calcolando approssimativamente il tempo necessario all’affermazione e allo sviluppo di ognuna, si può azzardare il giudizio che Posidonia, la quale certamente coniò monete insieme a Sibari in quei venti anni, che passarono tra la caduta di Siri e la vittoria dei Crotoniati del 510, e della quale si sa che nel 530 vi si rifugiarono i Focesi provenienti dalla Corsica, tenendo anche conto che l’uso di imporre alle città nomi di divinità incomincia intorno, o poco prima di questo tempo, avesse potuto precedere di poco la caduta di Siri; mentre la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almento 15 o 20 anni innanzi. Con ciò non voglio dire che i Sibariti avessero fondato ex novo Posidonia, ma intendo parlare solo del loro stabilimento in essa. Sibari dovette necessariamente,  almeno nei primi anni, offrire protezione ai propri coloni per mezzo di una flotta in quelle acque, etc…(p. 120) Anche la via di terra dovevano battere mercanzie, che, giunte a Sibari dall’Oriente, dovevano essere inviate alle popolazioni della Campania e dell’Etruria. Sicchè Lao veniva ad essere un emporio importantissimo, una grande succursale di Sibari, sul Tirreno, in relazioni continue e dirette con questa. Le altre, poste più a Nord, erano come altrettante stazioni intermedie di approdo alle navi, che da Lao si recavano sulle coste dell’Italia centrale, e viceversa; però esse, a poco a poco, dovettero esercitare il commercio per proprio conto, e, sfruttando le terre ubertose della Lucania, poste sotto la loro immediata dipendenza, poterono in breve svilupparsi, ed affermare la loro autonomia. Gli autori antichi nominano tre colonie di Sibari sul Tirreno: Lao, Scidro, Posidonia, tutte sulla costa lucana, anche Lao, come vedremo. Fra Posidonia, della quale rimangono copiosissime rovine, e Lao, della quale è facile rintracciare il sito, doveva sorgere la città di Scidro; che insieme a Lao accordò ospitalità ai miseri Sibariti, come racconta Erodoto (VI, 21): “Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι “. Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano Bizantino, che riporta un passo di Lycos di Reggio. Essa doveva bensì essere colonia di Sibari, e di certa importanza per aver potuto accordare ospitalità e protezione ai cittadini della metropoli, dopo la loro sconfitta; ma non ebbe forse mai l’importanza e la grandezza di Lao e Posidonia, altrimenti sarebbe rimasta qualche altra notizia intorno alla sua esistenza e qualche rudero. Essa dovette scomparire prestissimo, prima della conquista romana di questa parte d’Italia, perchè non compare nè fra le colonie, nè fra i municipi romani, e nemmeno degli itinerari. Ignote restano altresì le cause della sua precoce decadenza. Io so di qualcuno (Michele Lacava, che si occupò in tutta la sua vita, con molta diligenza, di gravi questioni archeologiche) che voleva assegnare come sito di Sidro un recinto poligonale antico detto le ‘Rovine delle Camerelle’, sull’estremità settentrionale del moderno porto di Sapri. La cosa potrebbe avere qualche fondamento, ma non credo che si possa assegnare il sito si una antica città, basandosi solament su pochi avanzi di antiche costruzioni chi sa di che tempo, su di una costa che fu, nel passato, occupata non solo da grandi centri di abitazione, ma anche da molte fattorie. Nè credo che il Lacava adducesse ragioni molto positive per sostenere la sua tesi, quantunque io non abbia ancora potuto leggere la sua rarissima monografia intorno a questo argomento. Scidro non dovette salire ad un alto grado di sviluppo, perchè non coniò mai monete per proprio conto, infatti non se ne conosce nessuna: il ritrovamento di monete qualche volta può spargere luce su intricate questioni topografiche e storiche. Il terreno presso la Punta del Fortino, dove sono le ‘Rovine delle Camerelle’, è sufficientemente spazioso per avere potuto contenere una città di 4 o 5000 abitanti; però questa circostanza non decide nulla, e ci vuole ben altro per arrivare ad un risultato concreto. Anzi io inclino a credere, stando alle distanze date dagli itinerari, che il recinto antico di Sapri appartenesse più tosto all’antica stazione di Blanda, salita nei bassi tempi a qualche importanza; mentre Scidro si potrebbe pensare ad un altro luogo sparso di rottami, di tracce di muri e di altri avanzi di antichità, più a Sud, a 4 km. dal mare, nel territorio ‘Piarelli’, presso ‘Monte Paleocastro’. Questo sito presenta gli stessi caratteri di Lao, che era alquanto discosta dal mare; ma non vi insisto, perchè non si possono addurre prove decisive. Scidro potrebbe essere stata trasformata, in seguito, in un borgo lucano. Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovesse essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide. Si può aggiungere solo che Scidro probabilmente poteva essere ancora in piedi al principio del sec. 3° a.C., per la notizia che ne dà Stefano Bizantino, attingendo da Lycos di Reggio (cfr. fram. 1°): “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου“. Se la mancanza di materiale mi costringe al silenzio su questo argomento, la esuberanza di rovine e di notizie intorno alla più settentrionale delle colonie di Sibari, Posidonia, mi fa tacere per un’altra ragione. Etc…Così i Sibariti si erano resi padroni di tutta la costa lucana di questo versante, dal Lao al Silaro, per una lunghezza di 650 stadi (Strabone VI, 252-3) = Km. 120 circa. Ma lasciamo le questioni posidoniate, per ritornare al confine settentrionale del Bruzio, dove era stata dedotta la prima colonia dei Sibariti, la quale visse lungamente, e mostrò, nella sua storia e nelle monete, di essere stata degna discendente di Sibari. Etc…”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg., riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 294-295 e sgg e, riferendosi a Reggio, in proposito scriveva che: Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Etc..”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia pare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto…..Gli Etruschi riuscirono bensì a conquistare molte città della Campania, ma non s’impadronirono di quelle sulla costa degli Enotri che venne poi assoggettata dai Lucani e dai limitrofi Bretti.. Il Pais, a p. 258, in proposito scriveva pure che: “I Milesi importavano in Sibari vasi, vesti e preziosi prodotti dell’Oriente e ne esportavano materie prime. Per mezzo della città amica inviavano le loro mercanzie a Laos, a Skidros, a Posidonia, colonie dei Sibariti, e, come abbiamo già notato, ve le ritiravano i Tirreni signori appunto del paese limitofo a posidonia. Gli Etruschi consegnavano in cambio fra l’altro metalli, rame, stagno ed il ferro dell’Elba, che fu poi sottoposta alla vicina Populonia.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo II: “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie les Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.

Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di  Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”.

Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Vie di Magna Grecia”,  in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 65, in proposito scriveva che: “….Ma se su Lao siamo sufficientemente documentati, non altrettanto lo siamo per Scidro che viene dalle fonti associato a Lao tanto nella espansione coloniale della maggiore fortuna di Sibari, quanto nelle dolorose vicende dei profughi che, dopo la distruzione, a Lao, Scidro e Posidonia trovarono rifugio. Di Scidro (‘Skidros’) non si conosce alcun dato topografico, né dalla omonimia di un corso d’acqua che lo lambisse, né delle sopravvivenze toponomastiche dei luoghi. Lo si è dai più identificato con Sapri senza specifiche ragioni né di scoperte né di appropriate condizioni geofisiche del luogo, poiché nè la baia né l’area del centro abitato hanno rivelato finora la minima traccia di rovine o di sepolcri greci; inoltre la vicinanza a Pixùs e al suo fiume omonimo farebbe escludere la presenza di un altro scalo a Sapri, priva di un importante corso d’acqua, sia nel periodo della rivalità fra Sibari e Siri, sia nel periodo seguito alla distruzione di Siri e della incontrastata egemonia di Sibari. E ancor meno verosimile è l’ipotesi, seguita pur da qualche serio studioso (Ciaceri, Bywanck), che vede in Papasidero, nel pittoresco paese che sbarra il corso del Lao nel punto della sua rocciosa strozzatura (figg. 1-2), il luogo di Scidro, supponendo che quello schietto toponimo bizantino sia una popolare corruzione dell’antico nome di SKIDROS. Più legittime sono invece le ipotesi di coloro che collocano Scidro a sud di Lao lungo la costa occidentale di quel che possiamo considerare territorio della Sibaritide, a Cetraro o a Belvedere marittimo; ed io, dopo la ricognizione sul luogo, compiuta con uno dei più esperti conoscitori del territorio della Sibaritide, Ermanno Candido (1) ho tratto il convincimento che, potendo il commercio sibaritico giovarsi vantaggiosamente di uno scalo marittimo intermedio per raggiungere Lao, si dovesse quello scalo ritrovare lungo la costa occidentale e che ad esso corrispondesse Skidros in funzione secondaria e complementare di Laos: tale scalo per maggiore comodità e brevità di accesso corrisponde precisamente alla rada di Belvedere marittimo. Etc…”. Il Maiuri, a p. 68, in proposito scriveva pure che: “Contro la nostra ipotesi della via istmica dell’Esaro e dell’identificazione di Belvedere marittimo con Skidros a preferenza di quella di Castrovillari-Morano-Campotenese, si opporrà il fatto che nella valle dell’Esaro e a Belvedere non affiorino o, comunque, non siano stati segnalati ruderi antichi. Ma, in luogo di ruderi, abbiamo qualcosa i più e di meglio da presentare a favore dell’importanza archeologica di quella zona: una preziosa testimonianza epigrafica, il più prezioso, anzi il solo finora documento epigrafico che possa ricollegarsi alla più antica storia della Sibaritidee che, etc…”.

LAO, LAOS

Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Vie di Magna Grecia”,  in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a pp. 63-64, in proposito scriveva che: “….il Lao, il primo grande corso d’acqua, il più ricco di affluenti a nord dell’altopiano del Pollino: seguivano dopo altri minori corsi d’acqua di carattere più torrentizio, il Pixùs con l’omonima città, antico scalo di Siris e della Siritide, il fiume Alento porto della città di Elea e il Silaros (Sele) nella piana di Posidonia…..il fiume Lao dovè costituire il primo importante scalo marittimo di Sibari; da ciò la fondazione di quella colonia tirrena che le fonti rivendicano concordemente a Sibari e che veniva ad essere la città di confine tra la Lucania e il Bruzio. Di Lao ci è conservato il nome della città nel nome del fiume (Λαος χολπος χαι ποταμος πολις, dice Strabone 210), e nella toponomastica locale che si coglie risalendo il corso del fiume: capo Talao, S. Domenico Talao, e Laino borgo e Laino castello. Non dovrebbe essere difficile ritrovare il sito della città che, sempre a detta di Strabone (ibid.) si trovava μιχρον υπερ της θαλασσης. Ma nessuno scavo sistematico vi è stato finora intrapreso e il suo territorio, soprattutto nei sobborghi di Scalèa (Fischia) nei borghi di Laino e di S. Gada, è stato soltanto oggetto di scavi di fortuna, il cui materiale, venne in parte raccolto da una benemerita famiglia del luogo…..etc…Lucio Cappelli negli ‘Annali civili del Regno di Napoli del 1858 con un cenno storico su Tebe lucana e Lao, e, dopo di esso, perdurando la dimenticanza dell’archeologia ufficiale su una zona di tanto singolare interesse (e stupisce che perfino il Lenormant non ne faccia cenno nel suo documentatissimo viaggio, ‘A’ traverrs l’Apulie et la Luanie’), dobbiamo citare a titolo d’onore l’eccellente opuscolo, anche se non in tutto attendibile, di Michele La Cava, il benemerito esploratore della Lucania: ‘Del sito di Blande, Lao e Tebe lucana, pubblicato a Napoli nel 1891 a spese dell’autore e dedicato al patriarca dell’archeologia napoletana: Giulio De Petra. Le scoperte nell’alta valle del Lao s’intensificarono in occasione della della costruzione del tronco ferroviario Lagonegro-Castrovillari etc…Ma se su Lao siamo sufficientemente documentati, non altrettanto lo siamo per Scidro etc…”.  

Nel VI sec. a.C., il ‘Periplo’, opera di Pseudo Scylace, a cui si rifà Erodoto è l’autore più antico che cita la colonia magno greca di Scidro

Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Lo Pseudo Scylace (Peripl., 2) ricorda lungo queste coste, dopo Poseidonia e Velia, le città greche di Laos, fondazione di Turi, Pandosia, Platea, Terina, Ipponio, Medma, e quindi il promontorio e la città di Reggio; Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Dunque, Mario Napoli scriveva che l’unico autore dell’antichità che ricorda l’antica colonia magno greca di Scidro è lo scrittore Erodoto. Mario Napoli però scrive pure che la colonia Sibaritica di Lao viene ricordata dal geografo Pseudo Scylace. Stessa notizia fu citata da Ettore Pais (….), nella sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a p. 247, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Ettore Pais (…), riguardo il periplo di Scylace postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, etc…”, aggiungendo che “su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio.”. Dunque, sulla colonia Sibaritica di Scidro, colonia magno greca fondata sulle coste del mare Tirreno, ha scritto solo Erodoto ma, esiste un collegamento storico con il geografo Pseudo Scylace perchè pare che a questo geografo fosse uno pseudonimo dello stesso Erodoto. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 43-44, in proposito scriveva che: “Con il termine ‘Leukania’ lo Pseudo Scillace indica una regione che va dalla foce del fiume Silaro, sul mar Tirreno, fino a Turi, sul mar Ioniom e che rispecchia la situazione cronologica riferibile al periodo tra la fine del V secolo a.C., quando ha inizio la sottomissione dei Greci da parte dei Lucani, e la metà del IV quando i Bretii impongono appunto il loro predominio alla regione che risulta una penisola (61). Queste notizie vengono attinte dal cosidetto “Periplo”, un manuale dal carattere più tecnico-nautico che etnografico con un’arida descrizione delle coste dell’Italia e della Sicilia, scritto essenzialmente ad uso dei navigatori, attribuito a torto a Scillace di Carianda vissuto nel IV sec. a.C.. L’opera risale appunto alla prima metà del IV, ma, almeno per la sua fonte, utilizza dati più antichi (62); conosce pertanto i Lucani nell’Italia meridionale (par. 12 e 14) a sud dei Sanniti ed accanto agli Japigi, sul mar Tirreno e sul mar Ionio, riflettendo una situazione cronologicamente anteriore alla data della separazione dell’elemento bruzio da quello lucano. Tali indicazioni non divergono molto da quelle fornite dal racconto di Strabone. Etc…”. La Catalano, a p. 43, nella nota (61) postillava che: “(61) PSEUDO-SCYL., Perip. par. 12: η δε Λευχανια εστιν αχτη; il suo periplo risulta di sei nycthemeriae e comprende le seguenti città greche: Posidonia, Elea, Laos, (colonia di Turi), Pandosia, Plateeis, Terina, Ipponio, Mesma e Regio, di cui è ricordato anche il promontorio. L’elenco delle fonti per la descrizione della Lucania, associata con quella del Bruzio è tracciato da C. Turano, Le conoscenze geografiche del Bruzio nell’antichità classica, in “Klearchos”, XVII, 1975, pp. 35-47 passim”. La Catalano, a p. 44, nella nota (62) postillava che: “(62) Cfr. J. Berard, La Magna Grecia, Torino, 1963, p. 28, n. 64”. Infatti, leggendo Wikipedia il Periplo di Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῶν ἐκτὸς τῶν Ἡρακλέους στηλῶν, Periplo esterno alle colonne di Eracle) è un antico periplo, risalente alla fine del VI secolo a.C., di cui resta una copia o un’epitome successiva databile al IV secolo a.C., o Periplo dello Pseudo-Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῆς θαλάσσης τῆς οἰκουμένης Εὐρώπης καὶ Ἀσίας καὶ Λιβύης, Periplo dell’ecumene marittima di Europa, Asia e Libia). Molti ritengono, tuttavia, che il nome di Scilace sia piuttosto un richiamo pseudoepigrafo all’autorità di Erodoto, il quale cita uno Scilace di Carianda: navigatore greco già al servizio del Re dei Re di Persia Dario I in qualità di esploratore del basso corso dell’Indo e della costa vicina alla sua foce. Scilace fa una circumnavigazione in senso orario del mar Mediterraneo e del mar Nero, partendo dall’Iberia e terminando in Africa occidentale, oltre le colonne d’Ercole. La parte africana deriva chiaramente dal Periplus di Annone il Navigatore. Ne resta un manoscritto, quello di Pithou. Il Periplo di Scilace fu pubblicato la prima volta ad Augusta nel 1600 da David Höschel, assieme ad altre opere cartografiche greche minori. Ad Amsterdam il Periplo venne ripubblicato dal Vossius, nel 1639; poi da Hudson nel suo Geographi Graeci minores. A Parigi fu ripubblicato nel 1826 da Gail; a Berlino lo ristampò nel 1831 R.H. Klausen.

Le vie Istimiche, le vie di comunicazione tra il mare Ionio ed il Tirreno

Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Il movimento migratorio dei Greci verso l’Italia meridionale e la Sicilia sarà cominciato probabilmente verso la metà dell’VIII secolo…”. Dunque, a partire dalle fondazioni delle città magno-greche sul mare Ionio, come ad esempio le due città di Siris e di Sibari, si ebbe un notevole movimento di genti greche che dallo Ionio tracciarono delle vie di comunicazioni che li collegassero alle sponde ed alle città amiche poste sulle coste del mare Tirreno e poter svolgere le loro fiorenti attività commerciali con la vicina Etruria. infatti, il Giannelli, a p. 340, in proposito scriveva pure che: “Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro etc…”. Sempre il Giannelli, a p. 305 scriveva pure che: “i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’un pò dei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.;  Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 294-295 e sgg e, riferendosi a Reggio, in proposito scriveva che: …..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Etc..”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, etc…. Il Pais, a p. 258, in proposito scriveva pure che: “I Milesi importavano in Sibari vasi, vesti e preziosi prodotti dell’Oriente e ne esportavano materie prime. Per mezzo della città amica inviavano le loro mercanzie a Laos, a Skidros, a Posidonia, colonie dei Sibariti, e, come abbiamo già notato, ve le ritiravano i Tirreni signori appunto del paese limitofo a Posidonia. Gli Etruschi consegnavano in cambio fra l’altro metalli, rame, stagno ed il ferro dell’Elba, che fu poi sottoposta alla vicina Populonia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VIII “Civiltà Italiota e civiltà Etrusca”, a pp. 478-479, in proposito scriveva che: Per quanto, come osservammo, i Sibariti esercitavano più che altro un commercio in transito, trasportando per via interna dall’Ionio al Tirreno le merci provenienti per opera dei Milesi dall’Oriente, e, viceversa sull’Ionio, quelle che per mezzo dei suoi coloni di Posidonia, di Lao e di Scidro venivano dall’Etruria, è ovvio che….”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 62-63 e ssg., in proposito scriveva che: Ad ogni modo resta sempre l’incognita della via che avrebbero tenuto questi aiuti, grandi o piccoli: non per mare, perchè, per le condizioni nautiche di allora, i navigli dovevano costeggiare la terra, che per lungo tratto, sia dalla parte del Ionio, che del Tirreno, era in possesso dei nemici; resta l’ipotesi più ammissibile, che essi cioè abbiano seguito la stessa strada delle carovane, che trasportavano le mercanzie da Sibari a Lao, vale a dire attraverso il passo di Campotenese. Ma anche questo cammino, per quanto breve, non doveva essere molto agevole per le forse che si fossero recate a Sibari, perchè gli indigeni, che furono molti ad insorgere dopo la sconfitta, e a recuperare il loro territorio, avevano ostacolato in mille modi i movimenti di queste truppe.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a p. 139 parlando di Pixunte e della lega Achea, in proposito scriveva che: “…alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Etc…”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato,……Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionica che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica univa il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: piegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allora il primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante  diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11) Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”. Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Le via della Magna Grecia”,  in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “La Magna Grecia”, a p. 61, in proposito scriveva che: “Quando venne proposto lo studio delle vie, quale tema del 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia, era ovvio che si avesse presente la ricognizione e possibilmente l’esatta identificazione delle vie istmiche, delle vie cioè che dovevano servire a stabilire comunicazioni e traffici fra il versante ionico e il versante tirrenico, e soprattutto fra le città metropoli sullo Jonio e le loro filiali o federate o indipendenti, in funzione di scali marittimi, sul Tirreno…..il lavoro da fare, in un terreno così tormentato, qual’è quello della Calabria e della Lucania, era quello di una ricognizione aerea e di una ricognizione pedonale che riprendesse il filo delle vecchie vie mulattiere, degli antichi valichi etc…Bisognava insomma riprendere la tradizione dei viaggiatori inglesi del primo Ottocento etc…”, a p. 63, egli scriveva pure che: “Non era agevole per Sibari aprirsi un varco verso il Tirreno; la chiusa e serrata catena dei monti di Paola a ponente e l’alta muraglia del Pollino a nord con la sua vetta a 2200 metri, venivano a costituire due barriere invalicabili, e poichè il Tirreno non offriva in quel settore, al pari dello Jonio, alcun porto naturale, si trattava di scegliere l’estuario di quei fiumi che si prestassero a scalo marittimo. Estuario e scalo eccezionalmente favorevoli offriva il Lao, il primo grande corso d’acqua, il più ricco di affluenti a nord dell’altopiano del Pollino: seguivano dopo altri minori corsi d’acqua di carattere più torrentizio, il Pixùs con l’omonima città, antico scalo di Siris e della Siritide, il fiume Alento porto della città di Elea e il Silaros (Sele) nella piana di Posidonia…..il fiume Lao dovè costituire il primo importante scalo marittimo di Sibari; da ciò la fondazione di quella colonia tirrena che le fonti rivendicano concordemente a Sibari e che veniva ad essere la città di confine tra la Lucania e il Bruzio…..”. Il Maiuri, a p. 66, continuando il suo racconto scriveva: E’ opinione corrente che la via del commercio sibaritico, fin dalla sua prima prospera espansione e dai contatti e dagli scambi con il commercio etrusco, avvenisse per via carovaniera sulla prima balza del Pollino a traverso l’altipiano di Campotenese fino a raggiungere il corso del Lao e di là ridiscende il fiume fino al grande estuario e al suo emporio fluviale e marittimo: per raggiungere l’altopiano di Campotenese, prima della strozzatura che lo chiude verso l’attuale scoscesa via della ‘Dirupata’ per Castrovillari, si risaliva il corso dell’antico Sybaris (Coscile) che fa capo all’antico e odierno paese di Morano, da cui ha inizio il vero e proprio altopiano. Ma era indubbiamente una ia lunga e disagevole….Il calcolo quindi che fa il Lenormant che un carro o una bestia someggiata potesse compiere in due giorni il percorso da Sibari a Lao passando per Camptenese, non può essere certo applicato a un grosso commercio carovaniero qual’era quello di Sibari e alla natura dei suoi prodotti d’esportazione. A ciò s’aggiunga che la via carovaniera di terra poneva Sibari, nella prima metà del VI secolo, a contatto con lo sbocco della via carovaniera di Siris verso il corso del Bussento (‘Pixùs’), contatto che, fino a quando Siris esercitò il suo florido commercio di concorrenza, Sibari, dovè evitare cercando di raggiungere Lao con una via più diretta e indipendente. Tale via era offerta dalla valle dell’Esaro che conduce agevolmente con il suo corso e le sue sorgenti al valico di Belvedere e alla sua rada. Etc..”.

Laos e Scidros, antiche colonie magno greche fondate da Sibari

Dalla Treccani on-line leggiamo che Lao fu  antica colonia greca dell’Italia meridionale, fondata; intorno al 600 a. C., dai Sibariti sulla costa tirrenica della Lucania meridionale: la località è da ricercarsi probabilmente in prossimità dell’odierna Scalea, presso la foce del fiume Lao o Laino. Lao fu presto fiorente; nel 510 a. C., quando Sibari fu distrutta, i suoi cittadini profughi trovarono rifugio a Lao e a Scidro; e di qui presero le mosse i varî tentativi di ricostruzione della distrutta città. Lao fu una delle prime città della Magna Grecia che soggiacquero all’impeto delle stirpi osche prementi dall’interno della penisola verso il mare: verso il 400 a. C. doveva già essere caduta in mano dei Lucani. Nel 389, quei di Turi tentarono di riconquistarla; ma nel territorio stesso della città il loro esercito subì da parte di quello lucano una tremenda disfatta. Nel sito di Lao sorse più tardi la stazione romana di Lavinium, nel cui nome si riflette forse quello preellenico della città. Bibl.: M. La Cava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1819; G. Gioia, Memorie storiche sopra Lainos, Napoli 1883; D. Marincola-Pistoia, Di Terina e di Lao, Catanzaro 1886; E. Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, Torino 1894; G. Giannelli, Culti e miti della Magna Grecia, Firenze 1924, p. 300 segg.; id., La Magna Grecia da Pitagora a Pirro, Milano 1928, pp. 65-71; E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, I, 2ª ed., Roma 1928, p. 270 segg.; II, ivi 1927, pp. 396, 420; E. Galli, in Not scavi, 1932, p. 323 segg. Gioia Giuseppe, Memorie storiche e documenti sopra Lao, Laino, Sibari, Tebe – Lucana della. Magna Grecia città antichissime, Napoli, 1883.

Nel V sec. a.C., Erodoto di Alicarnasso o di Thurii, nelle sue Storie ci parla di SCIDRO

Erodoto, detto di Alicarnasso o di Thurii, (in greco antico: Ἡρόδοτος Hēródotos, pronuncia: [hɛːródotos]; Alicarnasso, 484 a.C. – Thurii, circa 425 a.C.) è stato uno storico greco antico, fu considerato da Cicerone come il «padre della storia». Nella sua opera, ispirata a quella dei logografi (in particolare Ecateo di Mileto), egli cerca di individuare le cause che hanno portato alla guerra fra le poleis unite della Grecia e l’Impero persiano ponendosi in una prospettiva storica, utilizzando l’inchiesta e diffidando degli incerti resoconti dei suoi predecessori. Della misteriosa ed antichissima ed in seguito scomparsa colonia greca ‘Scidro’, ci dà notizia Erodoto nel VI Libro delle Storie. Secondo Wikipedia Erodoto nel V libro delle città ioniche guidate da Aristagora insorgono contro il dominio di Dario I e di seguito la ribellione viene sostenuta in Ellade dai politici Milziade e Aristide i quali formano un esercito oplita. La battaglia si svolge nel 490 a.C. a Maratona e l’esercito greco, di gran lunga inferiore di numero a quello nemico, riesce a sconfiggere Dario. La vittoria la si deve all’unione delle polis Sparta e Atene e al coraggio degli uomini ellenici. Non molti anni dopo il figlio di Dario Serse riprende il progetto espansionistico del padre e assalta alcune città ioniche come Mileto (libro VII). Ora veramente l’intera Grecia è minacciata e tutte le polis, dopo il sacrificio dello spartano Leonida alle Termopili, si uniscono politicamente e militarmente per fronteggiare il copioso esercito di Serse. Nel Libro VI delle sue “Storie”, egli racconta che, nel 510 a.C., qui ed a Lao vi trovarono rifugio i profughi dell’allora fiorente colonia greca Sibari, distrutta poi dalla rivale città dio Crotone. Nel Libro VI delle Storie Erodoto narra che i Sibariti privati della loro città andarono ad abitare nelle colonie Lao e Scidro. Erodoto, (….) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron incolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. L’opera storiografica di Erodoto, le Storie (Ἱστορίαι), è divisa in 9 libri, secondo una divisione operata dai grammatici alessandrini. Le citazioni di Erodoto in opere successive sono numerosissime, sia per quel che riguarda i contenuti, sia per quel che riguarda il suo stile. Dionigi di Alicarnasso fu un grande estimatore del suo stile, mentre Plutarco scrisse un intero trattato contro di lui, il De Herodoti malignitate, anche se nelle sue opere utilizza abbondantemente l’opera di Erodoto.

Nel VI sec. a.C., il ‘Periplo’, opera di Pseudo Scylace, a cui si rifà Erodoto che è l’autore più antico che cita la colonia magno greca di Scidro

Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Lo Pseudo Scylace (Peripl., 2) ricorda lungo queste coste, dopo Poseidonia e Velia, le città greche di Laos, fondazione di Turi, Pandosia, Platea, Terina, Ipponio, Medma, e quindi il promontorio e la città di Reggio; Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Dunque, Mario Napoli scriveva che l’unico autore dell’antichità che ricorda l’antica colonia magno greca di Scidro è lo scrittore Erodoto. Mario Napoli però scrive pure che la colonia Sibaritica di Lao viene ricordata dal geografo Pseudo Scylace. Stessa notizia fu citata da Ettore Pais (….), nella sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a p. 247, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Ettore Pais (…), riguardo il periplo di Scylace postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, etc…”, aggiungendo che “su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio.”. Dunque, sulla colonia Sibaritica di Scidro, colonia magno greca fondata sulle coste del mare Tirreno, ha scritto solo Erodoto ma, esiste un collegamento storico con il geografo Pseudo Scylace perchè pare che a questo geografo fosse uno pseudonimo dello stesso Erodoto. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 43-44, in proposito scriveva che: “Con il termine ‘Leukania’ lo Pseudo Scillace indica una regione che va dalla foce del fiume Silaro, sul mar Tirreno, fino a Turi, sul mar Ioniom e che rispecchia la situazione cronologica riferibile al periodo tra la fine del V secolo a.C., quando ha inizio la sottomissione dei Greci da parte dei Lucani, e la metà del IV quando i Bretii impongono appunto il loro predominio alla regione che risulta una penisola (61). Queste notizie vengono attinte dal cosidetto “Periplo”, un manuale dal carattere più tecnico-nautico che etnografico con un’arida descrizione delle coste dell’Italia e della Sicilia, scritto essenzialmente ad uso dei navigatori, attribuito a torto a Scillace di Carianda vissuto nel IV sec. a.C.. L’opera risale appunto alla prima metà del IV, ma, almeno per la sua fonte, utilizza dati più antichi (62); conosce pertanto i Lucani nell’Italia meridionale (par. 12 e 14) a sud dei Sanniti ed accanto agli Japigi, sul mar Tirreno e sul mar Ionio, riflettendo una situazione cronologicamente anteriore alla data della separazione dell’elemento bruzio da quello lucano. Tali indicazioni non divergono molto da quelle fornite dal racconto di Strabone. Etc…”. La Catalano, a p. 43, nella nota (61) postillava che: “(61) PSEUDO-SCYL., Perip. par. 12: η δε Λευχανια εστιν αχτη; il suo periplo risulta di sei nycthemeriae e comprende le seguenti città greche: Posidonia, Elea, Laos, (colonia di Turi), Pandosia, Plateeis, Terina, Ipponio, Mesma e Regio, di cui è ricordato anche il promontorio. L’elenco delle fonti per la descrizione della Lucania, associata con quella del Bruzio è tracciato da C. Turano, Le conoscenze geografiche del Bruzio nell’antichità classica, in “Klearchos”, XVII, 1975, pp. 35-47 passim”. La Catalano, a p. 44, nella nota (62) postillava che: “(62) Cfr. J. Berard, La Magna Grecia, Torino, 1963, p. 28, n. 64”. Infatti, leggendo Wikipedia il Periplo di Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῶν ἐκτὸς τῶν Ἡρακλέους στηλῶν, Periplo esterno alle colonne di Eracle) è un antico periplo, risalente alla fine del VI secolo a.C., di cui resta una copia o un’epitome successiva databile al IV secolo a.C., o Periplo dello Pseudo-Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῆς θαλάσσης τῆς οἰκουμένης Εὐρώπης καὶ Ἀσίας καὶ Λιβύης, Periplo dell’ecumene marittima di Europa, Asia e Libia). Molti ritengono, tuttavia, che il nome di Scilace sia piuttosto un richiamo pseudoepigrafo all’autorità di Erodoto, il quale cita uno Scilace di Carianda: navigatore greco già al servizio del Re dei Re di Persia Dario I in qualità di esploratore del basso corso dell’Indo e della costa vicina alla sua foce. Scilace fa una circumnavigazione in senso orario del mar Mediterraneo e del mar Nero, partendo dall’Iberia e terminando in Africa occidentale, oltre le colonne d’Ercole. La parte africana deriva chiaramente dal Periplus di Annone il Navigatore. Ne resta un manoscritto, quello di Pithou. Il Periplo di Scilace fu pubblicato la prima volta ad Augusta nel 1600 da David Höschel, assieme ad altre opere cartografiche greche minori. Ad Amsterdam il Periplo venne ripubblicato dal Vossius, nel 1639; poi da Hudson nel suo Geographi Graeci minores. A Parigi fu ripubblicato nel 1826 da Gail; a Berlino lo ristampò nel 1831 R.H. Klausen.

Nel V sec. a.C., ERODOTO di Alicarnasso o di Thurii, nelle sue Storie ci parla di SCIDRO

Erodoto, detto di Alicarnasso o di Thurii, (in greco antico: Ἡρόδοτος Hēródotos, pronuncia: [hɛːródotos]; Alicarnasso, 484 a.C. – Thurii, circa 425 a.C.) è stato uno storico greco antico, fu considerato da Cicerone come il «padre della storia». Nella sua opera, ispirata a quella dei logografi (in particolare Ecateo di Mileto), egli cerca di individuare le cause che hanno portato alla guerra fra le poleis unite della Grecia e l’Impero persiano ponendosi in una prospettiva storica, utilizzando l’inchiesta e diffidando degli incerti resoconti dei suoi predecessori. Della misteriosa ed antichissima ed in seguito scomparsa colonia greca ‘Scidro’, ci dà notizia Erodoto nel VI Libro delle Storie. Secondo Wikipedia Erodoto nel V libro delle città ioniche guidate da Aristagora insorgono contro il dominio di Dario I e di seguito la ribellione viene sostenuta in Ellade dai politici Milziade e Aristide i quali formano un esercito oplita. La battaglia si svolge nel 490 a.C. a Maratona e l’esercito greco, di gran lunga inferiore di numero a quello nemico, riesce a sconfiggere Dario. La vittoria la si deve all’unione delle polis Sparta e Atene e al coraggio degli uomini ellenici. Non molti anni dopo il figlio di Dario Serse riprende il progetto espansionistico del padre e assalta alcune città ioniche come Mileto (libro VII). Ora veramente l’intera Grecia è minacciata e tutte le polis, dopo il sacrificio dello spartano Leonida alle Termopili, si uniscono politicamente e militarmente per fronteggiare il copioso esercito di Serse. Nel Libro VI delle sue “Storie”, egli racconta che, nel 510 a.C., qui ed a Lao vi trovarono rifugio i profughi dell’allora fiorente colonia greca Sibari, distrutta poi dalla rivale città dio Crotone. Nel Libro VI delle Storie Erodoto narra che i Sibariti privati della loro città andarono ad abitare nelle colonie Lao e Scidro. Erodoto, (….) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron incolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. L’opera storiografica di Erodoto, le Storie (Ἱστορίαι), è divisa in 9 libri, secondo una divisione operata dai grammatici alessandrini. Le citazioni di Erodoto in opere successive sono numerosissime, sia per quel che riguarda i contenuti, sia per quel che riguarda il suo stile. Dionigi di Alicarnasso fu un grande estimatore del suo stile, mentre Plutarco scrisse un intero trattato contro di lui, il De Herodoti malignitate, anche se nelle sue opere utilizza abbondantemente l’opera di Erodoto. 

Nel V sec. a.C., il toponimo “SIPRON” citato da Erodoto di Alicarnasso, nelle sue Storie

Della misteriosa ed antichissima ed in seguito scomparsa colonia greca di ‘Scidro’, ci dà notizia Erodoto nel VI Libro delle Storie. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 430 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appresso pochissimo degli antichi trovo di esso fatta menzione. Uno di questi fu Erodoto , l’altro Frontino. Quello non solo ci dà lume di esserci stato, ma anche da chi abitato: Questo ci fa sapere verso i suoi tempi qual fosse. Allor che i Crotoniati distrussero Sibari a tempo di Dario Istarpe (I) circa l’olimpiade LXX, siccome molti scrivono, i Sibariti all’eccidio avanzati, per vaj luoghi si dispersero: altri andarono in Posidonia, siccome sopra s’è detto altri ad abitar Lao, o Talao, Città dagli Argonauti edificata, ed alcuni vennero diceotto miglia ad occidente a Sapri. De’ primi che andarono in Posidonia ci diede fra gli altri notizia Strabone. De’ secondi, il già citato Erodoto nel lib. 6, narrando i travagli che Milesj da’ Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino c’è il dice: “Haec Milesiis a gente Perfarum passim parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon et Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii puberes at moestitiam ostendendam caput abraserum, et luctum exhibuerunt. Abitavan dunque Sibariti, ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto esser detto anche ‘Sybaris’ dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degl’anni corottamente poi fu detto Sapri.”. L’Antonini, a p. 430, nella nota (1) postillava che: “(I) Se sia vero, che in questa distruzione di Sibari intervenne ancor Pittagora, il qual fiorì regnando Servio Tullio in Roma, non pare che cadesse Dario Istarpe, che secondo il P. Petavio cominciò nel 4193. del mondo, al di cui anno, secondo la stessa Cronologia, non arrivò Tullio, essendo morto verso l’anno 4181. ‘Vid. Athen. temp. Sigonii.”. Sempre l’Antonini, a p. 430, nella nota (2) postillava che: “(2) Il trovarsi in alcuni esemplari scritto Scidron, e non Sipron ha fatto credere all’Olstenio, che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano si legge:  ΣΚΙΔΡΘC παλις Ιωλιας Το………

L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Il Napoli scriveva che questa colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò ‘Sapri’ (Subaris-Subaron-Sipron-Sapron )”. Oreste Dito (….), che nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 88 parlando di Lao, in proposito scriveva che: “La distruzione di Sibari ci fa conoscere negli storici l’esistenza di Laos. Erodoto ricorda che à Milesii che soffrirono da parte dei Persiani, non corrisposero i Sibariti, che, espulsi dalla loro città, abitavano Laos e Skidro. Imperocchè essendo stata presa Sibari dai Crotoniati, i milesii tutti in età vigorosa si rasero i loro capi e fecero gran lutto ecc…”. Dunque, anche Oreste Dito, sulla scorta di Ettore Pais (…) ci segnala il racconto di Erodoto, lo storico greco ci racconta della disfatta di Sibari da parte dei Crotoniati. L’archeologo Mario Napoli ci ricorda che attraverso il racconto di Erodoto di Alicarnasso veniamo a sapere che in seguito alla distruzione di Sibari nell’anno 510 a.C., i profughi sibariti si rifugiarono sulle coste del Tirreno ed andarono nelle loro due colonie: Scidro e Lao. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510 a.C. Egli racconta che, nel 510 a.C., a Scidro ed a Lao vi trovarono rifugio i profughi dell’allora fiorente colonia greca Sibari, distrutta poi dalla rivale città dio Crotone. Il barone di San Biase, Giuseppe Antonini (….), a p. 430 così scriveva in proposito alla colonia Sibaritica di Scidro: “Appresso pochissimi degli antichi trovo di esso fatta menzione. Uno di questi fu Erodoto, l’altro Frontino. Quello che solo ci da lumi di esserci stato, ma anche da chi abitato: Questo ci fa sapere verso i suoi tempi qual fosse. Allor che i Crotoniati distrussero Sibari al tempo di Dario Istaspe (1), circa l’Olimpiade LXV, siccome molti scrivono, i Sibariti all’eccidio avanzati, per varj luoghi si dispersero: altri andarono in Posidonia, siccome sopra si è detto, altri ad abitar Lao o Talao, città degli Argonauti edificata, ed altri vennero dieciotto miglia più ad occidente a Sapri. De primi che andarono in Posidonia ci diede notizia Strabone. Dei secondi, il già citato Erodoto nel libro 6, narrando i travagli che i Milesi, da Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino ce’ il dice: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exbibuerunt’. Abitavan dunque Sibariti ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche Sybaris, dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente poi fu detto Sapri”. Dunque, nel 1745, nella sua prima edizione della “Lucania”, il barone Antonini, parlando di Sapri, citava il libro VI di Erodoto. L’Antonini scriveva che Erodoto “….narrando i travagli che i Milesi, da Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino ce’ il dice: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exbibuerunt’. Abitavan dunque Sibariti ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche Sybaris, dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente poi fu detto Sapri”. Dunque, l’Antonini, ricordava una frase di Erodoto: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exbibuerunt’, che tradotto significa che: Queste parole non restituirono un uguale favore ai Milesi, che avevano sofferto dal popolo dei Persiani, i Sibariti, che, dopo aver spogliato la città, abitarono Laon, Sipron; …”. Dunque, l’Antonini ricorda il “Sipron” di Erodoto. Erodoto, nel libro VI delle sue “Storie”, parlando della guerra Persiana, dei Milesi e dei Sibariti, citava il centro pre-ellenico o italico di “Sipron”. L’Antonini, a p. 430, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Il trovarsi alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’ ha fatto credere all’Olstenio, che sia più tosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anco appresso Stefano si legge   ΣΚΙΛΡΘC………………..Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Dunque, l’Antonini, citava L’Olstenio e Stefano di Bisanzio. Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: Erodoto, (24) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Ecc…”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 71 parlando di Buxentum, in proposito scriveva che: “Molti scrittori, dietro la lezione sbagliata d’un testo d’Erodoto, vollero porre a Sapri la ‘Scidro’ d’Erodoto (la lez. era ‘Sipron’); ecc…”. Dunque, alcuni hanno letto in Erodoto “SIPRON” altri invece hanno letto SKIDROS. Nicola Corcia (…), in proposito, affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron. Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, Carlo Battisti (….), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” diceva, tra l’altro: “consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…..Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Riguardo la citazione di Erodoto (….), nel 1894, a Palermo fu ristampato il testo di Ettore Pais (….), “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a pp. 246-247 cita le città di Lao e Scidro e a p. 247 postillando di “Scidro” il Pais in proposito, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l.c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Il testo di Pais Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι significa che: Colonie di Poseidonia e Laos Thurion”. Dunque, nella sua nota (1) a p. 247 il Pais (…) citava i corretti riferimenti di rimando al racconto di Erodoto (….), in cui egli accennava alla colonia Sibaritica di Scidro. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il toponimo di Scidro, la cui matrice è di origine greca, è riferito ad una colonia della Magna Grecia, sorta e fondata da profughi di un’altra colonia della Magna Grecia: Sibari. Sybaris (Sibari), colonia greca sulla costa ionica fra i fiumi Crati e l’omonimo fiume Sibari, celebre per la sua ricchezza e raffinatezza e per il suo ciclo di vita altrettanto splendido che breve, la sua prosperità, i rapporti con paesi lontani e la fine precoce e violenta (511- 510 a.C.), hanno reso leggendaria Sibari già nel mondo antico. Erodoto, (….) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron incolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant “ ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero Scidron perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro (a Scidro) e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Nel Libro VI delle Storie Erodoto narra che i Sibariti privati della loro città andarono ad abitare nelle colonie Lao e Scidro.

La leggenda di SCIDRO, eroe eponimo della colonia magno-greca, che fondò l’omonima città e che sposò Siri, figlia del re Morgete

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “….questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. La figlia del re Morgete si chiamava Siri e secondo la tradizione Siri aveva sposato Scidro. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, nel 1940, a p. 274, in proposito scriveva di Scidro che: “Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5).”. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Il Ciaceri scriveva che l’alleanza (“Lega Achea”) tra le due colonie greche di Siris, sullo Ionio e l’altra di Pixunte sul Tirreno, troverebbe conferma nella leggenda “secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”. Il Ciaceri scriveva pure che la lega Achea, l’alleanza che avrebbero stretto Siris e Pixunte avrebbe avuto anche influenza sulla vicina colonia greca di Scidro, nonostante questa fosse una colonia della città greca di Sibari sullo Ionio. Dunque, secondo il Ciaceri vi era la leggenda di Siri, figlia del re Morgete (il re dei Morgeti, popolazione italiota) che avrebbe sposato Scidro. “Siri”, figlia del re Morgete, avrebbe sposato “Scidro” che lui chiama “eroe eponimo”. Cos’è un eroe eponimo ?. Da Wikipedia leggiamo che L’eponimo (dal greco ἐπώνυμος, composto di ἐπί, «sopra», e ὄνομα, «nome») è un personaggio, sia esso reale o fittizio, che dà il suo nome a una città, un luogo geografico, una dinastia, un periodo storico, un movimento artistico, un oggetto o altro. Il termine viene spesso utilizzato per indicare il personaggio, in genere mitico, a cui si attribuiva la fondazione di una città o di una stirpe. Poteva altresì indicare la divinità protettrice: per esempio Atena protettrice della città greca di Atene. Dunque, il Ciaceri intendeva dire che “Scidro” sarebbe stato l’eroe eponimo in quanto egli sarebbe stato un personaggio (in questo caso, secondo la eggenda, sarebbe stato il marito di Siri, figlia del re Morgete) che diede il suo nome a una città, un luogo geografico, ovvero diede il suo nome alla sua città omonima di “Scidro”. In questo caso, l’eroe eponimo del Golfo di Policastro, sarebbe Scidro, il quale, secondo la leggenda sarebbe stato sposato con Siri, figli del re Morgete e, dunque, col suo eponimo si è chiamata la piccola colonia sibarita e magno-greca di Scidro sul Tirreno. Il Ciacieri “supponeva” che la “leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”, o l’antico racconto, confermerebbe la “supposizione” che, la colonia magno-greca di: “Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari”. Dunque, il Ciacieri accenna alla leggenda, o antico racconto dell’unione di Siri, figli di Morgete, re dei Morgeti e di Scidro “ l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”, dunque, Scidro il fondatore della colonia sibaritica di Scidro. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Nella ristampa anastatica dello stesso testo del Ciaceri del 1924 (forse la I edizione), la stessa notizia ci è data nello stesso Cap. IX, a p. 285, ma la nota cambia perchè ivi è la nota (2)(non la nota 5). Nella sua nota (2), il Ciaceri postillava che: “(2) v. s. a p. 139 n. 2.”. Dunque, è la stessa nota e ci dice che egli ne parla a pag. 139 del vol. I. E’ qui che il Ciaceri chiarisce meglio il suo pensiero scrivendo che nel racconto Etymologicum Magnum, che poi vedremo meglio, si legge Scindo e, non “Scidro”. Infatti, il Ciaceri parlando degli scambi commerciali che avvenivano tra le due potenti città Ioniche di Siris (alleatasi con Pixunte) e di Sibari, con la sua colonia sul Tirreno di Scidro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di  Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. In questa nota, il Ciaceri cita Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4) Che Siris fosse fondata da Colofoni, dicevano Timeo ed Aristotele apd Athen. XII, p. 523 d. I coloni, da Strabone, l. c. sono semplicemente detti Ioni; v. Licofrone v. 989; (Aristot.) ‘de mirab. ausc.’ 106, p. 840 Bkk., ove il testo è assai corrotto sicchè ove si legge  Πλειον va letto Πολιειον, e dove si dice che i Troiani vi avevano fondato una città detta Σιγειον va letto Σιριν, cfr. Steph. Byz. s.v. Πολίειον πόλις Ιταλίας ή πρότερον Σίρις καλουμένη . τὸ ἐθνικὸν Πολιειεύς ὡς τοῦ Σίγειον τὸ Σιγειεύς (cfr. s.v. Σιρις; v. anche Etym. Magn. s.v. ἀπὸ Πόλιθος ἐμπόρου ἢ ὅτι ᾿Αθηνᾶς πολιάδος ἱερὸν ἐν αὐτῇ ἐστι. Di questo simulacro di Atene parlano Strabone, l. c.; Iustin. XX, 2, 4, cfr. ‘Sch. Vet.  ad Lycophr.’, v. 984. Aristotile e Timeo asserivano che prima dei Colofoni a Siris erano giunti Troiani, ma è chiaro che questa leggenda ha un’origine perfettamente uguale a quella dell’origine lida dei Tirreni. In altri termini i Colofoni Ioni identificarono gli indigeni Còni con i Troiani. Il mito di Calcante localizzato a Siris , v. Lycophr.  v. 978 sqq ., come ha giustamente veduto il Geffcken, Timaios Geographie des Westens ( Berlin 1892 ) p . 14 si spiega con la colonizzazione dei Colofoni . Il mito infatti in origine è colofonio . Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Dunque, il Ciaceri scrive che in questo testo alla parola Σìρις , è ricordata “Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo”. Ciaceri scrive che nel testo medievale dell’Etym., il termine di Scindo si dovrebbe leggere diversamente.  Il Ciaceri cita Ettore Pais (…) ed il suo “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, p. 225, n. 4. Infatti, il Pais, a p. 225, nella sua nota (4) postillava dell’origine di Siris e scriveva che: “(4) Nell’Etym. Magn. s.v. Σìρις si legge che il nome derivò alla città ………Sul nome Σιχελìα ed i Morgeti v. s. p. 5, n. 1 in luogo di ………io credo si debba leggere……..e le ragioni le dirò in seguito.”. Dunque, il Pais, a pp. 5-6 parla dei Morgeti e di Scidro. Il Pais postillava che: “Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s. p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito”. Infatti, il Pais, nella nota n. 1 di pp. 5-6 postillava che: “(1) Per lo stesso motivo dallo Scoliasta di Teocrito IV, 32, è detto che Crotone figlio di Aiace ἐν Σικελίᾳ ἔκτισε Κρότωνα e nel l’Etimologico Magno ad. v. Σιρις 714, 3 è detto che la città italiana di Sirio si chiamava ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σχ Σχιχου, ove non si allude, secondo me, ai Morgeti di Sicilia ma a quelli d’Italia. Ora, come diremo a suo luogo , Sicania, e Sicelia non sono che due forme dello stesso nome (v. cap. sg. ) . La persistenza della forma Sicania e del nome dei Sicani nel golfo Tarantino è attestata nella antichissima tessera di bronzo scoperta a Policastro sopra Crotone lo scorso secolo, ove si legge che una persona chiamata Σαωτις vende una casa ad un’altra persona chiamata ivi Σιχαινια, v. Inscr. Graec. Antiquiss. del RöнL n. 544.”. Il Ciaceri ed il Pais spesso citano l’archeologo tedesco Maximilian Mayer, italianizzato in Massimiliano Mayer (Prenzlau, 30 agosto 1856 – Lipsia, 1939) che scrisse l’opera Apulien vor und während der Hellenisierung, Lipsia, 1914 , dove, a “p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Il Ciaceri, cita Ettore Pais (…) ed il suo “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, p. 225, n. 4. Il Ciaceri postillava: “(2) Se nell’Etym. Magn.”, intendeva l’antico testo di cui leggiamo in Wikipedia l’Etymologicum Magnum (in greco antico: Ἐτυμολογικὸν Μέγα; talvolta abbreviato in EM) è il titolo di un lessico compilato a Costantinopoli da uno sconosciuto lessicografo intorno al 1150. L’EM si basa in gran parte su lessicografie, su opere di grammatica e di retorica: in particolare l’Etymologicum Genuinum e l’Etymologicum Gudianum. Tra le altre fonti vi sono: l’Etnica di Stefano di Bisanzio, l’Epitome di Diogeniano, il cosiddetto Lexicon Αἱμωδεῖν, l’Ἀπορίαι καὶ λύσεις di Eulogio, gli Epimerismi in Psalmos di Giorgio Cherobosco, l’Etymologicon di Orione di Tebe e una collezione di scoli. Il compilatore dell’Etymologicum Magnum non assume le caratteristiche di un mero copista, piuttosto di un sapiente “riorganizzatore”, in grado di modificare anche le proprie fonti, così da creare un lavoro nuovo e personale. L’editio princeps fu pubblicata da Zaccaria Calliergi e da Nikolaos Vlastos sotto la direzione di Anna Notaras a Venezia nel 1499. La più recente edizione dell’Etymologicum Magnum risale al 1848 ed è stata curata dal grecista Thomas Gaisford. In fase di preparazione vi è una nuova edizione a cura di F. Lasserre e N. Livadaras, chiamata Etymologicum Magnum Auctum. Il Pais, a pp. 5-6, nella nota (1) postillava: “(1) …nell’Etimologico Magno”. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Bemporad, Firenze, 1963 (ristampa), a p. 83 e ssg., in proposito scriveva che: “Di Metaponto conosciamo così due mogli, Teano (nella prima redazione) e Autolite (nella seconda), uccisa dai figli adottivi dell’eroe: un terzo nome di moglie sarebbe quello di Melanippe, che Metaponto avrebbe sposata dopo la morte di Teano; e se ne potrebbe aggiungere ancora un quarto: Siris (6). Ma si capisce che la ragione di quest’ultima parentela è da ricercarsi nella vicinanza delle due città, e nel domnio che Metaponto esercitò su Siri, dopo la vittoria riportata su di essa dalla prima confederazione degli Achei italioti (7).”. Giannelli, a p. 83, nella nota (7) postillava che: “(7) Cfr. Pais, Ricerche stor., p. 109, n. I. Altri pensa che la leggenda che faceva di Siris la moglie di Metaponto – della quale si valse Euripide nella sua tragedia – sia nata per il fatto di essere stata Siri fondata da Metaponto (Beloch, I(2), 2, 240; cfr. Willamowitz, Heracles, I(2), p. 10, n. 22; vedi però Meyer, IV, § 397 nota).”.

Battista Becario. Biblioteca Estatal Baviera, Múnich, 1426

(Fig…..) Battista Becario, carta nautica, 1435 (….), in cui figura il toponimo di Scridro – Carta nautica di Battista Becario,del 1435, conservata alla Biblioteca Palatina di Parma e pubblicata in Almagià Roberto (….), op. cit., tav.3, 3.

Nel VI sec. a.C., le colonie della città greco-Ionica di Sibari: Pyxous, Pixunte, Scidro e Lao, prima dell’avvento dei Lucani

Dal punto di vista bibliografico e storiografico, il toponimo di Scidro, la cui matrice è di origine greca, è riferito ad una colonia della Magna Grecia, sorta e fondata da profughi di un’altra colonia della Magna Grecia: Sibari. Sybaris (Sibari), colonia greca sulla costa ionica fra i fiumi Crati e l’omonimo fiume Sibari, celebre per la sua ricchezza e raffinatezza e per il suo ciclo di vita altrettanto splendido che breve, la sua prosperità, i rapporti con paesi lontani e la fine precoce e violenta (511- 510 a.C.), hanno reso leggendaria Sibari già nel mondo antico. Nel 510 a.C., dopo una guerra durata 70 giorni, i Crotoniati che con 10.000 uomini presidiarono un perimetro di 50 stadi (circa 9 km), guidati dal pluri-campione olimpico Milone, e dopo avere deviato uno dei fiumi conquistarono la città e la sommersero. Nel 444-443 a.C. ci fu la fondazione panellenica di Thurii, dal nome di una fonte nelle vicinanze. In seguito Thurii fu assoggettata dai Lucani. La città perse importanza e nel 193 a.C. i Romani vi dedussero una colonia, cui diedero nome Copia. Nell’84 a.C. fu trasformata in municipio e in periodo imperiale, tra il I e il III secolo d.C., si sviluppò nuovamente. Nel corso del V e del VI secolo iniziò a decadere per l’impaludamento della zona. Un secolo dopo l’area era completamente abbandonata. Ecco ciò che scriveva Strabone (…) nel suo libro IV della sua “Geografia”: “Segue nell’ordine, a distanza di duecento stadi, Sibari, fondata dagli Achei; è tra due fiumi, il Crathis e il Sybaris. Il suo fondatore fu Is of Helice (1). Nei primi tempi questa città era così superiore nella sua fortuna che governava su quattro tribù nelle vicinanze, aveva venticinque città sottomesse, fece la campagna contro i Crotoniati con trecentomila uomini e i suoi abitanti solo sul Crathis riempivano completamente un circuito di cinquanta stadi. Tuttavia, per la lussuria e per l’insolenza furono privati ​​di tutta la loro felicità dai Crotoniati entro settanta giorni; poiché, presa la città, questi la condussero sopra il fiume e la sommerse. In seguito, i superstiti, solo pochi, si radunarono e ne fecero di nuovo la loro dimora, ma col tempo anche questi furono distrutti dagli Ateniesi e da altri Greci, i quali, pur essendo venuti lì per vivere con loro, ne concepirono un tale disprezzo che non solo li uccisero, ma spostarono la città in un altro luogo vicino e la chiamarono Thurii, da una sorgente con quel nome. Ora il fiume Sibari fa timidi i cavalli che ne bevono, e perciò tutti gli armenti ne sono tenuti lontani; mentre il Crathis rende gialli o bianchi i capelli delle persone che vi si bagnano, e inoltre cura molte afflizioni. Ora dopo che i Thurii ebbero lungamente prosperato, furono ridotti in schiavitù dai Leucani, e quando furono portati via dai Leucani dai Tarantini, si rifugiarono a Roma, e i Romani inviarono coloni per integrarli, poiché la loro popolazione era ridotto, e ha cambiato il nome della città in Copiae.”. Dunque Strabone non cita la colonia Sibarita di Scidro. Ma come ho già detto in precedenza ne ha parlato Erodoto (….), nel suo Libro VI delle sue “Storie”Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “L’archeologa Giovanna Greco, in un suo scritto sostiene che “il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.”(19). Sybaris (Sibari), colonia greca sulla costa ionica fra i fiumi Crati e l’omonimo Sibari, celebre per la sua ricchezza e raffinatezza e per il suo ciclo di vita altrettanto splendido che breve. La prosperità, i rapporti con paesi lontani e la fine precoce e violenta (511-510 a.C.) hanno reso leggendaria Sibari già nel mondo antico. Ce ne parla Strabone (VI, 263), il quale tra le altre cose ci riferisce che si impiantò solidamente sulle coste tirreniche fondando tre città: Poseidonia (l’attuale Paestum), Pyxus (l’attuale Policastro) e Lao. Sibari, subì una tremenda distruzione da parte dei crotoniati. L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico antico Strabone non ne fa cenno nella sua Geografia (20), e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (21), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (22). Strabone (23), così dice: “Dopo Palinuro, il porto e il fiume di Pyxus; unico, infatti, è il nome di tutti e tre. La popolò Micito di Reggio, il signore di Messene in Sicilia, ma gli abitanti andarono via di nuovo, tranne pochi. Dopo Pyxus un’altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul mare colonia di Sibari a 400 stadi da Elea.”. Erodoto, (24) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” (i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero “Scidron” perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. In questo centro e a Laos, secondo il grande storico greco, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Di Skidros, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima  del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus”: Il Berard (25) afferma: “di Scidro, salvo questo particolare, non sappiamo nulla: ne ignoriamo completamente la storia, ma pare che sia sempre restata una piccola borgata, di scarsa importanza forse una semplice base fortificata. La si vuole di solito localizzare a Sapri, nelle immediate vicinanze di ‘Pissunte’: localizzazione non troppo assurda, se Pissunte nel sec. VI non fu una postazione sirita, ma per ora nessuna scoperta archeologica l’ha confermato.”. Secondo il Corcia (26), “Scidro sarebbe una città antichissima non molto discosta dal Bussento e di origine pelasgica”, ma tali origini non sono provate. Il Nissen  (27) e il  Ciaceri (28), collocano Scidro non lontano da Pixunte (l’odierna Policastro). Il Ciaceri sostiene: “trovarono i sibariti di Laos un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro, la quale più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse ad avere un’esistenza politica propria”: Gli archeologi Maiuri (29) e Napoli (30), in assenza di dati topografici certi, negarono la localizzazione di Scidro con Sapri, mentre invece senza valide prove la collocarono a Belvedere marittimo in Calabria. Una forte tradizione locale vuole Scidro localizzata a Sapri, forse sulla scorta dell’Antonini e di alcuni storici eruditi locali come il Gallotti (31). In particolare, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini, credeva che  la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e  in seguito si chiamò “Sapri” (Subaris-Subaron-Sipron-Sapron). Il Corcia, in proposito, affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron. Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, il Battisti (32) diceva, tra l’altro: “consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (33), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Scidro figura sulla carta nautica della nautica dell'”Italia” di Battista Becario, del 1435 (34).”. Nella mia Relazione, nelle mie note postillavo che: “(18)  Johannowsky Walter, Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422. (19)  Greco Emanuele, op. cit., p. 17. (20)  Lepore Ettore,”Elea e l’eredità di Sibari”, stà in P. d. P., 1966, p. 265 s. Napoli Mario, Civiltà della Magna Grecia, ed. Eurodes, p. 181. (21)  Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678. (22)  Ateneo, XII, 523, c ,d, che si rifà a Timeo ed Aristotele. (23)  Strabone, Geografia, (I sec.a.C.), Libro VI, 1. (24) Erodoto, libro VI, 21. (25)  Berard J., La Magna Grecia – Storia delle colonie greche dell’Italia meridionale, Einaudi, Torino, 1963, p. 150. (26)  Corcia Nicola, Storia delle due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789. (27)  Nissen Heinrich, Italianische Landeskunde, Berlino, I-II (28).  Ciaceri Emanuele, Storia della Magna Grecia, Roma, 1932, vol. II, p. 273. (29)  Maiuri Amedeo, Passeggiate in Magna Grecia, stà in “II Congresso sulla Magna Grecia”, Taranto, 1963. (30)  Napoli Mario, op. cit., pp. 181, 182. (31)  Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, 1899. (32)  Battisti Carlo, Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964. (33)  Cesarino Felice, Sapri archeologica, stà in “I Corsivi”, Marzo, 1987, n.3, p. 5.”. Secondo Nicola Corcia (…): “Scidro sarebbe una città antichissima non molto discosta dal Bussento e di origine pelasgica”, ma tali origini non sono provate. Il Nissen  (…) e il  Ciaceri (…), collocano Scidro non lontano da Pixunte (l’odierna Policastro). Il Ciaceri sostiene: “trovarono i sibariti di Laos un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro, la quale più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse ad avere un’esistenza politica propria”. Il Corcia, in proposito, affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron. Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, il Battisti (…) diceva, tra l’altro: “consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. L’archeologo Mario Napoli (…), in un suo studio, scriveva in proposito: ” L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Exidqos, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c,d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Erodoto, (…) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: “Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant” ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero ‘Scidron’ perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Erodoto, (6) (libro VI, 21), in proposito, così riferisce: Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, et Sipron icolebant “ ( i Sibariti, che fuggiti dalle loro città, abitavano a Lao e a Scipro), altri tradussero Scidron perchè i romani, in seguito alla conquista e colonizzazione del III sec., ne latinizzarono il nome in ‘Scidrus’. Secondo il grande storico greco Erodoto, in questo centro (a Scidro) e a Laos, si dovettero rifugiare i sibariti che sopravvissero alla distruzione della loro città da parte dei crotoniati nel 511-510. Di ‘Skidros’, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus “. In particolare, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (17), credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò ‘Sapri’ (Subaris-Subaron-Sipron-Sapron )”. In particolare, il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (17), credeva che la città in un primo tempo fosse ‘Sibarys’ e in seguito si chiamò ‘Sapri’ (Subaris-Subaron-Sipron-Sapron )”. L’Antonini (17), dopo aver riportato il passo nel libro 6 di Erodoto, scriveva in proposito: “Abitavan dunque Sibariti ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche Sybaris dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente fu detto Sapri.”. Gli archeologi Amedeo Maiuri (11) e Mario Napoli (lo scopritore di Elea l’attuale Velia) (12), ritenevano che “in assenza di dati topografici certi”, negavano la localizzazione di ‘Scidro’ con Sapri, mentre invece senza valide prove la collocarono a Belvedere marittimo in Calabria. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Fu certamente un piccolo centro, forse solo un emporio fortificato, ma non sappiamo dove sorgesse: sono state proposte alcune località, e particolarmente Sapri (Nissen), una località a sud di Lao (Beloch) o non lungi da Pixunte (Ciaceri), a Papasidero (Byvanck) o più opportunamente alla estremità di una via istimica, a Belvedere Marittimo, dove sfocia la valle dell’Esaro, o nella zona del Cetrano, ove sfocia la valle del Fellone (Bérard). Certamente non doveva trovarsi lì dove oggi è Sapri, nè in altra non precisata località presso Pixunte, se, come crediamo, Pixunte sia da collegarsi con Siris, e le monete di Pixunte e Siri siano da datarsi in data successiva al 510 avanti Cristo. Crediamo più logivo porre Scidro a sud di Lao, e forse proprio allo sbocco della valle dell’Esaro, cioè a Belvedere Marittimo.. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Il Napoli (….), a p….., nelle sue note scriveva che a p. 181, riguardo la citazione del Nissen scriveva che: “J. Nissen, op. cit., II, p. 898)”. Nella sua nota il Napoli riporta un J. Nissen ma a me pare vi fosse un errore perche si tratta di Heinrich Nissen (….). Dunque, vi è un evidente errore. Riguardo invece la citazione del Ciaceri (…) che pure avanzava una ipotesi interessante postillava che: “(E. Ciaceri, I, pag. 273)”. Riguardo l’opera del Nissen a cui si riferiva Mario Napoli, si tratta di Heinrich Nissen (….). Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 37, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Nissen, o. c., II, p. 898.”. Il Magaldi (…), a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Riguardo il Ciaceri, citato da Mario Napoli si tratta di Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, voll. I-II-III. Emanuele Ciaceri (…), nel suo, ‘Storia della Magna Grecia’ pubblicato nel 1940, nel suo vol. I, a p. 264, sulla fine di Sibari, in proposito così scriveva che: “Così tragicamente chiudeva la sua vita la grande e ricca città di Sibari. I suoi cittadini superstiti riparavano (in parte almeno) a Lao e a Scidro, colonie sibarite, (1), donde poi doven fare vari tentativi di ricostruzione della loro patria, anche dopo che fu fondata Turio, la quale doveva essere la legittima erede.”. Il Ciaceri (…), a p. 264, vol. I, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Herodot. VI-21”. Emanuele Ciaceri, nel 1940, forse è uno dei pochi che ha scritto sulle tre colonie dei Sibariti. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a pp. 272-273 in proposito scriveva che: “Trovarono i Sibariti di Lao un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro ( Σχιδρος ), la quale, più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse mai ad avere una esistenza propria politica; onde di essa manca ogni traccia di monete e non è neanche ricordata dagli scrittori latini (3). Niente oggi puossi affermare circa il tempo in cui Scidro ebbe origine, nè riguardo il suo vero sito; chè la notizia più antica che abbiamo di Erodoto (l.c.), secondo cui a Scidro, come pure a Lao, sarebbero riparati i Sibariti superstiti alla catastrofe della loro patria (a. 510), nulla aggiunge a quanto v’è naturalmente da supporre che, sia sorta al tempo della potenza di Sibari e che quindi la sua origine non sia stata di molto posteriore a quella di Lao. Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV. (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) e della bontà dell’opinione prevalsa fra i moderni, secondo la quale è stata posta ove oggi è Sapri, (4) si dubita assai oggigiorno. Che però giacesse a sud di Lao, (5) non è per niente dimostrato; e molto meno si vede la ragione di collocarla a mezza strada della vallata superiore del fiume Lao, ove si tolga la supposta omofonia del nome di Scidro con quello odierno della località di “Papasidero” (6). V’è piuttosto, a nostro credere, ragione di giudicare che non si trovasse molto lontana da Pixunte. Pixunte, in greco ecc…”. Dunque, come ci informa correttamente l’archeologo Mario Napoli, il Ciaceri voleva che Scidro si trovasse non lontano da Pixunte. Il Ciaceri, nel riferirsi a Pixunte intendeva la città di Pyxous, che dovrebbe corrispondere ad un luogo ben fortificato vicinissimo all’odierna Policastro Bussentino. Il Ciaceri, a p. 272, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herodot. VI 21; Steph. B.: Σχιδρος, χολις ‘Ιταλιας. Di Scidro si occupò Oreste Dito, Notizie di storia antica (Roma, 1892).”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postilava che: “(1) Beloch, Gesch. I(2) 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F.H.G., II, p. 370″. Dunque, Emanuele Ciaceri (…) citava Oreste Dito (….), che nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 54-55, nel suo capitolo “La battaglia di Laos (390 av. C.)”, leggiamo che: “Più naturale invece mi sembra collocarvi Scidro. Veramente questa di Scidro è una quistione lasciata lì da parecchio, per la sua pochissima importanza. In Scidro si ritirarono parte dè Sibariti, che furono costretti a cercarsi un rifugio, distrutta la loro città, e l’unico accenno d’Erodoto, è così generale che nulla si può azzardare. Identificarla in Sapri, sol per una lezione sbagliata d’un codice, non c’è da pensare; solamente qualche nome può spingersi a delle ipotesi. Il nome di Cetraro può richiamarci ad un ‘Scidranum’ da cui Cedraro o Cetraro; però esso più verosimilmente si può riscontrare in ‘Citarium’, il ‘Citerium’ che Stefano Bizantino, sulla fede d’Ecateo Milesio, ricorda come città enotrica. Sembra invece che il nome Scidro s’avvicini molto di più al nome di Papa-Sidero, nome, come si vede, formato da due elementi, dalla parola greco-bizantina ‘papa’ (vecchio, antico), mentre l’altro è la trasformazione dello Σχιδρος d’Erodoto in ‘Shidro’, Sidero. Il comparire di questo borgo nel periodo bizantino, ricordando l’antica città ivi esistita, città che per la sua posizione mediterranea e per la sua pochissima importanza, doveva sfuggire agli occhi degli storici, è una conferma della nostra ipotesi. Essa trovavasi a metà sulla via che da Sibari portava a Laos, e come il moderno villaggio di Papa-Sidero, così Scidro era reso forte dalla stessa natura del luogo che la rendeva la chiave di Laos (1). Così si spiegano le parole di Diodoro, e l’imprudenza di cui taccia i Turiesi cade considerando la posizione di Scidro; perchè così padroni dello sbocco sul Coscile e di questa fortezza, ben possono spingersi ad un’azione comune cò Reggini su Laos. La via che da Sibari portava a Laos faceva sosta a Scidro, incominciando da questa fortezza a percorrere al piano di Laos, dall’attuale capo Scalea all’isola di Cirella. Precisa, sotto questo rispetto la descrizione di Diodoro. Il piano poi è atto ad una battaglia, non certo però nelle proporzioni esagerate di Diodoro. Strabone aggiunge presso l’eroo di Dracone. In seguito vedremo poi l’errore in cui è caduto Strabone per l’importanza da dare a queste sue parole. I Greci, senza speranza di ritirata, si rifugiarono parte sovra un’altura presso il mare (forse Cerilli, o il piano di Batum o Mercuri); parte s’affidarono alla liberalità di Leptine che s’ebbe favore presso i Greci contribuì a rompere l’alleanza trà Lucani e il fratello Dionisio. Ecc…”. Dunque, Oreste Dito così spiegava la sua tesi in merito alla posizione di Lao, della battaglia di Lao e della posizione sconosciuta di Scidro sua vicina. Oreste Dito, a suo dire analizza i versi di Diodoro Siculo e di Strabone che ci raccontano della battaglia dei Lucani contro la colonia sibaritica di Lao, avvenuta nell’anno 390 a.C..: “Questa battaglia che tanto importanza ebbe nelle vicende politiche delle popolazioni italiche, che d’allora, sotto il comando d’un Lucio presero quella personalità storica e politica dè tempi avvenire. Avvenne nel 390 av. C., data accettata in generale dagli storici moderni; Diodoro veramente la ricorda nella stessa olimpiade in cui i Romani divisero il territorio di Veio (393) e portarono la guerra agli Equi, a Veliterni; ecc..”. Sempre il Dito (…), a p. 52, in proposito scriveva che: “Così Diodoro (XVI, 18) confermato, per altro, da Strabone, che parlando di Laos accenna al fatto.”. Oreste Dito (…), a pp. 34-35, parlando della città greca di Siris sciveva che: “Città enotra, forte delle relazioni con gli Enotri, essa potette dominare incontrastata, contribuendo, come ricorda malamente Strabone  alla distruzione di Metaponto; inoltre, essa facilmente potette estendere il suo dominio fino a Pyxous sul Tirreno prima che fossero aperte le vie di Laos e di Posidonia, escogitando così quel sistema di scambi commerciali per le vie di terra, sistema che tanta importanza ebbe nello sviluppo delle città dell’Ionio. Però queste stesse ragioni, che favorirono l’esistenza di Siri, generarono quella gelosia, che assolutamente doveva esser prodotta dal cozzo d’interessi, che mettevano Sibari di fronte a Siri in una regione comune, qual era quella degli Enotri. Se Siri, salendo il corso del fiume omonimo (Sinno), aveva un facile sbocco a Pyxus; anche Sibari, seguendo la via tracciata dal fiume Sibari (Coscile), aveva aperto, a traverso le foreste degli Enotri, quella via che passando per Campo-Tenese e toccando Scidro (vedi in prosieguo) faceva capo a Laos. Un’altra via da Campo-Tenese (Muranum) continuando per la regione, dove poi sorse Nerulo, sottoposta all’influenza degli Enotri-Sirini, e per la valle del Tanagra, conduceva a Posidonia; sicchè gl’interessi delle due città venivano a svolgersi nella medesima regione, di cui Sibari voleva il possesso assoluto e che ottenne facendo una politica del tutto italica.”. Il Dito in questo passaggio parla delle vie istimiche, degli itinerari che i greci delle città sullo Ionio percorrevano per arrivare sulle coste del mar Tirreno, toccare le colonie siritiche di Pyxous e quelle Sibaritiche di Scidro e di Lao per commerciare e raggiungere la colonia greca di Posidonia da dove partivano gli scambi commerciali con l’Etruria. Ma non mi trovo con alcune conclusioni del Dito che a me sembra ponga Scidro all’interno e non sul mare. Dito, a p. 34, scriveva che: “Se Sibari erasi resa potente nel commercio, non aveva dimenticato che in gran parte tale potenza era dovuta agli Enotri stessi. Laos doveva la sua importanza a tali relazioni, e Scidro era stata fondata a metà via tra le due città; la via che conduceva a Posidonia attraversava il territorio dè Sirini, e forte di tale posizione facile divenne il compito d’assoggettare Siri.”. Riguardo il posizionamento di Scidro, il Dito (….), partendo dal La Cava (…), “sul sito di Blanda, Lao, Tebe Lucana”, analizza pure le parole di Erodoto. Ma l’ipotesi di Dito, sebbene avesse dei fondamenti logici, rimane molto contraddittoria. Il Dito, analizzando ciò che scriveva Diodoro Siculo sulla battaglia, ipotizza luoghi e fatti non ancora del tutto chiariti. Oreste Dito (…), a p. 59 parlando delle due colonie di Pyxus e di Laos, in proposito scriveva che: “La posizione di queste città era garantita dalla stessa natura, e i due luoghi, i migliori della costa, dovettero essere sicuro rifugio à primi navigatori. Laos, fra l’isola di Cirella e il porto di S. Nicola Arcella, e Pyxus fra i due porti di Scario e di Sapri, erano due stazioni di fermata per la navigazione di cabotaggio dei Tirreni, e offrivano lo sbocco più facile e naturale à Greci di Sibari.”. Emanuele Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Riguardo l’opera del Corcia citata dal Ciaceri, si tratta di Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” parlando di Scidro, in proposito scriveva che: “tempo all’invasione dè Lucani. Ma di fuori di queste, ignote sono tutte le altre memorie di Scidro, che conservava certamente Lico di Reggio nella sua storia della Sicilia, giacchè coll’autorità di questo storico, coetaneo di Demetrio Falereo (1), parlava di ‘Scidro’ Stefano Bizantino (2). Senza investigare veramente il sito, sospettava il Mazocchi che sorgesse nelle vicinanze di ‘Lao’ (3); nè prima di quel celebre archeologo ne determinava meglio la posizione l’Holstein, il quale situava ‘Cetraro’, all’oriente del fiume ‘Lao’ o ‘Laino’ (4), senza considerare ch’esser doveva una città marittima, al pari dell’altra città vicina, anche colonia dè ‘Sibariti’. Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di ‘Sapri’, tuttochè vi credesse l’antica città di ‘Sipro’, ingannato dalla falsa lezione di alcune edizioni di Erodoto, in cui leggesi Σχιπον invece che  Σχιδρος (5). Se non chè, affermandosi per costante tradizione che il nome di Sapri non fosse che un’alterazione di ‘Sybaris’, egli sembra che ‘Scidro’ ritenesse il suo nome sino all’arrivo dè Sibariti, che le imponevano quello della desolata patria.”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Suida, v. Λνχος”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Steph. Byz., v. Σχιδρος.”. Emanuele Ciaceri (…), però a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(7) Plinio, n.h., III, 72: ‘Oppidum Buxentum Graeciae Pyxus’. E ‘Buxentum’ hanno gli scrittori latini. Ma una vera forma latina del nome non c’è stata tramandata. Πνξονς troviamo in Strab. VI 253; Diodoro, XI, 59 e Steph. B.., il quale ultimo erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia. In Ptolom. III, 1, 18 si ha Βονξεντον “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Nissen, It. Landesk, II, p. 898.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Beloch, Griech. Gesch., l. c. “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Byvanck, op. cit., p. 109, n. 3., il quale, secondo noi a torto, ripetendo a quanto pare l’interpretazione di scrittore locale, afferma: “hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus”.”. Infatti, il Byvanck (…), nel…….. nel suo “De Magnae Graeciae Historia Antiquissima”, a p. 109 così scriveva: “Scidrs 3) castellum in media via sita esse videtur, quo loco nunc ‘Papasidero’ est in valle Lai superiore. Colonia erat Sybaritarum qui post Sybarim eversam Laum et Scidrum fugissent 4).“. Il Byvanck (…), a p. 109, nella sua nota (3) postillava che: “(3) (Scridrus)(Latine non memoratur), Graece Σχιδρος, hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus; – cfr. tab. mil. 220-221, – O. Dito, Notizie di Storia antica, Roma, 1892. – Alii non recte Scidrum ‘Sapri’ hodiernum esse contendunt.”. Sempre il Byvanck, a p. 109, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Her. 6, 21; Steph. Byz. s.v., qui Lycum laudat εν τψ περι ‘Αλεξανδρον saeculo IV igitur urbs exstabat.”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, nel 1940, nel suo vol. I, a pp. 273-274-275, parlando di “Pixunte”, in proposito scriveva altre cose interessanti anche su Scidro e diceva che: “Pixunte in greco Πνξομς, e presso gli scrittori latini ‘Buxentum (7) da cui traeva il golfo (G. di Policastro). giaceva sulla sponda sinistra dell’omonimo fiume, e cioè sul colle ad esso soprastante ove oggi è “Policastro di Bussento” (1) Non è detto che essa fosse colonia della ionica Siri; ma per affermarlo ne hanno dato argomento e l’osservazione che giaceva sul mare Tirreno, per così dire, dirimpetto a lei, e il fatto che già intorno all’a. 560 esistevano magnifici stateri di Siri sui quali leggevasi da un lato Σιριος, e dall’altro Πνξοες (2). La circostanza, che codesti stateri sono del tutto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari ed hanno in caratteri achei la leggenda Σιριος, troverebbe spiegazione in ciò che allora v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento incusi attestante l’esistenza della cosiddetta lega achea; che, come dicemmo, ionica era la città di Siri (3). E’ indubitato che nella posizione di Pixunte e nella sua alleanza con Siri devono ricercarsi le ragioni delle gelosie e della rivalità dei potenti Sibariti verso la città ionica, che prima costrinsero a riconoscere la loro egemonia e poi attaccarono e distrussero, dal momento che da quella posizione e da quella alleanza essi si vedevan tagliata la via di comunicazione per Lao e Scidro, con Posidonia e quindi con le coste dell’Etruria (4). Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5). E in tal caso si giungerebbe facilmente alla conclusione che la colonia di Scidro doveva trovarsi, come noi riteniamo, non molto lungi da Pixunte.”. Il Ciaceri, nel suo vol. I, a p. 275 continua il suo racconto su Pixunte e ci parla di Micito di Reggio ecc…Il Ciaceri (…), a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(7) Plinio, n.h., III, 72: ‘Oppidum Buxentum Graeciae Pyxus’. E ‘Buxentum’ hanno gli scrittori latini. Ma una vera forma latina del nome non c’è stata tramandata. Πνξονς troviamo in Strab. VI 253; Diodoro, XI, 59 e Steph. B.., il quale ultimo erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia. In Ptolom. III, 1, 18 si ha Βονξεντον “. Il Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Sarebbe stata presso la foce del Bussento, a due km. ad ovest dell’odierna Policastro; v. L. PONELLE, Melag. d’archeol., 1907, p. 270 sgg.; Byvanck, op. cit., p. 106, n. 7.”. Riguardo la citazione del Ciaceri del Ponelle L., in una nota si postillava che: “Pixous era una sorta di statio lungo una via che da Sibari , per Siri , arrivava al Tirreno e di qui a Paestum : L. Ponnelle , Le commerce de la première Sybaris . Sybaris et Siris rivales commerciales in “ Mélanges d’Archéologie ..”, ovvero il saggio di Ponelle è contenuto in “Mélanges d’Archeologie et d’Historie”, XXVII ( 1907 ) , III – IV , pp . 243-276. Infatti, L. Ponelle (….), a p. 270 parlando della rivalità commerciale tra Sibari e Siris cita anche Pixunte e scriveva che:

Ponelle L., p. 270

Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (2) postillava che: “(2) v. Garrucci, II, p. 145, tav. CVIII, n. 1, 3; HEAD2, P. 83 SG.”. Il Carucci a p. 274, nella sua nota 3) postillava che: “(3) v. sopra a p. 134 sg.”. Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. LENORMANT, I, p. 263 sgg., p. 275; BUSOLT, Griech. Gesch., I°, p. 412; PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Dunque, facciamo il punto della situazione. Il Ciaceri a p. 274, in proposito scriveva di SCIDRO che: “Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5).”. Continuando a riflettere su ciò che scriveva il Ciaceri, vorrei ritornare sulla questione dei rapporti commerciali della colonia greca di Scidrus. Il Ciaceri, a p. 274 scrivendo dei rapporti della colonia Siritica di Pixunte (Pissunte) scriveva che: “E’ indubitato che nella posizione di Pixunte e nella sua alleanza con Siri devono ricercarsi le ragioni delle gelosie e della rivalità dei potenti Sibariti verso la città ionica, che prima costrinsero a riconoscere la loro egemonia e poi attaccarono e distrussero, dal momento che da quella posizione e da quella alleanza essi si vedevan tagliata la via di comunicazione per Lao e Scidro, con Posidonia e quindi con le coste dell’Etruria (4).”. Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. LENORMANT, I, p. 263 sgg., p. 275; BUSOLT, Griech. Gesch., I°, p. 412; PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Infatti, Francois Lenormant (….), nel suo vol. I, della sua “La Grande-Grèce”, a p. 263 scriveva dei rapporti della colonia vicina di Posidonia e gli Etruschi (i Tirreni) che venivano a prendere le merci per portarle al Nord d’Italia. Le merci che provenivano dalla Grecia, da Mileto venivano trasportate dalla potente Sibari e da Siris, poste sullo Ionio, attraverso la via Istimica interna arrivavano a Lao e a Scidro e poi anche a Pixunte. 

Lenormant, vol. I, p. 263

Il Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri citava l’altra opera del Pais ma io possesso la “Storia dell’Italia Antica” del Pais. Infatti, nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, in proposito scriveva che: “Gli Etruschi raggiunsero poi la Campania. Apprendiamo da Dionigi di Alicarnasso che nel 524 a. C. in compagnia di molti popoli barbari, come Umbri e Dauni, tentarono di conquistare la città greca di Cuma. Ma i Cumani ricacciarono ecc…Da vari dati si ricava che alcune città della Campania furono soggiogate o fondate dagli Etruschi…..E’ bensì vero che verso la metà del V secolo i Sanniti si sovrapposero agli Etruschi nella Campania;…..Gli Etruschi occuparono il paese degli Oschi fino a Marcina posta non lungi da Salerno. Anche l'”ager Picentinus” limitrofo al Silaro venne in loro potere; il fiume che ivi scorre si chiama anche oggi Tusciano. Gli Etruschi non oltrepassarono tuttavia, per quel che pare, la foce del Silaro, ove era la colonia greca di Posidonia (Pesto). Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trizene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia appare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”, e poi a p. 205 scriveva che: “Comprendiamo che attraverso il commercio dei Sibariti giungevano svariati prodotti dell’Asia. Soprattutto i Milesi diffondevano merci preziose, etc…”. Il Pais, a p. 358, vol. I, nelle sue note al Libro II postillava che: “p. 205. Le mie osservazioni sulle relazioni commerciali dei Sibariti, dei Milesi e degli Etruschi, sull’estensione della potenza Etrusca ecc.., esposi e documentai in miei libri precedenti, (Storia della Magna Grecia; Italia Antica). Ivi ho raccolto e discusso testi e materiali antichi.”. Dunque il Pais scriveva che le due colonie greche di Lao e di Skidro, la potente colonia di Sibari, posta sullo Ionio, commerciava le merci provenienti dalla Grecia e dai Milesi attraverso le due sue colonie alleate di Lao e Scidro, dai cui porti le merci venivano trasportate a Posidonia da dove venivano acquistate dagli Etruschi. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione……Le vicende di queste due città s’intrecciano. Sibari, alla confluenza dell’omonimo fiume Crati, era in amena regione costituita da ampia vallata. A settentrione sovrastava solenne il monte Pollino (2270 m.) le cui falde erano coperte di boschi, ecc…Erodoto diceva che non vi erano state altre città legate da vincoli così cordiali. Quando verso il 510 a.C. Sibari fu distrutta, i Milesi si rasero per il dolore il capo; ma Erodoto aggiunge che i coloni Sibariti a Skidros ed a Laos situate sulle coste opposte del mar Tirreno non mostrarono altrettanto dolore, allorchè Mileto nel 494 a. C. fu presa dai Persiani. I Milesi importavano in Sibari vasi, vesti e preziosi prodotti dell’Oriente e ne esportavano materie prime. Per mezzo della cittàà amica inviavano le loro mercanzie a Laos, a Skidros, a Posidonia, colonie dei Sibariti, e, come abbiamo già notato, ve le ritiravao i Tirreni signori appunto del paese limitrofo a Posidonia. Gli Etruschi consegnavano in cambio fra l’altro metalli, rame, stagno ed il ferro dell’Elba, che fu poi sottoposta alla vicina Populonia. I Sibariti furono sconfitti e dopo settanta giorni di assedio la loro città fu presa. I Crotoniati la distrussero e, stando alla tradizione, fecero passare su di essa il corso del fiume Crati……(a p. 271, cap. VII) Scacciati dai Crotoniati, i Sibariti cercarono rifugio presso le loro colonie di Laos e di Skidros sulle opposte coste del Tirreno; ma ve li perseguitarono i loro tenaci nemici finchè Ierone di Siracusa mandò in difesa dei fuggiaschi il fratello Polizelo. La perenne inimiciazia dei Crotoniati, od il timore dei popoli Sabellici, e particolarmente dei Lucani i quali già invadevano il suolo della Magna Grecia e si spingevano sino ale coste del mare, indussero gli abitanti ecc…La nuova Sibari fu fondata ove, secondo il responso, nasceva la fonte Thuria. Ecc…Uomini illustri furono inviati a stabilirsi nella nuova città. Fra essi fu Erodoto, che ivi scrisse parte della sua opera e fu perciò anche designato col nome di Thurios. La SIBARI preellenica prese allora, per distinguersi dalla terza Sibari, il nome di Thurii. Ecc….(p. 281, cp. VII) La distruzione di Sibari tornò a beneficio dell’achea Crotone. (p. 284) S’intende che dopo la distruzione di Sibari i Crotoniati non sentissero più ritegno nella loro sete d’Impero. Allo stesso modo che non si trattennero di perseguitare i fuggiaschi Sibariti, che avevano cercato riparo sulle coste del Tirreno nelle colonie di Laos e di SKIDROS, essi mossero arditamente guerra ai Locresi, traendo ragione o pretesto della circostanza che costoro avevano già per il passato inviato aiuti agli abitanti della ionica Siris. Avvenne allora la battaglia della Sagra, celebrata da Stesicoro detto Imera, ecc…..(p. 294) Nella regione situata nel golfo Lamentino (S. Eufmia) si trovava Terina ecc…Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche. Rispetto a PYXOUS apprendiamo che più tardi (nel 471 a. C.) l’arcade Micito, tutore dei figli di Anassilao di Regio, vi condusse una colonia. Regio mirava da un lato a seguire la secolare politica di ostilità contro i pirati Tirreni, dall’altro, avendo relazioni nell’Ionio, cercava controbilanciare, anzi render vana, la concorrenza delle città Achee. Raggiungendo da Buxentum i monti che sovrastano a Sapri e discendendo poi verso le coste dello Ionio nella Siritide, Regio, divenuta signore di Pyxous, si collegava con Taranto invisa agli Achei di Metaponto, di Sibari e di Crotone.. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “A 9 km. oltre il fiume Bussento, nel posto dove oggi è Sapri, si vuole da alcuni allogare ‘Scidrus’, che da altri si colloca a Papasidero, oppure la stazione ‘Cesernia’ della strada litorale ionica (1). Continuando a scendere lungo la costa, si oltrepassa Maratea e si raggiunge la foce del Noce che, prima di sboccare, lasciava a sinistra ‘Blanda’. Poco dopo l’isoletta Dino, ricca di grotte, fronteggia da vicino la costiera. Proseguendo si incontra, poco dopo, Scalea, che sembra fosse il porto di Lao (2). Ecc..”. Il Magaldi, a p. 37, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste identificazioni topografiche si riparlerà nel c. VIII.”. Dunque, il Magaldi ci parla di Sapri cap. VII che si trova nel suo vol. II della sua “Lucania Romana”. Il Magaldi, a p. 37, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Nissen, o. c., II, p. 898.”. Riguardo l’opera del Nissen, citato dal Magaldi, si tratta di Heinrich. Nissen (…).  Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Dunque, in Hinrich Nissen, vol. I a p. 534 leggiamo che: “…….

L’archeologo Jean Berard (7) affermava: “di Scidro, salvo questo particolare, non sappiamo nulla: ne ignoriamo completamente la storia, ma pare che sia sempre restata una piccola borgata, di scarsa importanza forse una semplice base fortificata. La si vuole di solito localizzare a Sapri, nelle immediate vicinanze di ‘Pissunte’: localizzazione non troppo assurda, se Pissunte nel sec. VI, non fu una postazione sirita, ma per ora nessuna scoperta archeologica l’ha confermato.”.

L’archeologa Giovanna Greco, in un suo scritto sostiene che, “Il recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico, sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica, ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (1). Il Nissen (9) e il Ciaceri (10), collocano Scidro non lontano da Pixunte (l’odierna Policastro). Il Ciaceri sostiene : “trovarono i sibariti di Laos un punto di appoggio nell’altra colonia di Scidro, la quale più che una città, era forse un semplice castello o luogo fortificato che non giunse ad avere un’esistenza politica propria”. Una forte tradizione locale vuole Scidro localizzata a Sapri, forse sulla scorta dell’Antonini e di alcuni storici eruditi locali come il Gallotti (13). Secondo il Corcia (8): “Scidro sarebbe una città antichissima non molto discosta dal Bussento e di origine pelasgica”. Il Barone di San Biase, Guiseppe Antonini (….), così scriveva in proposito alla colonia Sibaritica di Scidro: “Appresso pochissimi degli antichi trovo di esso fatta menzione. Uno di questi fu Erodoto, l’altro Frontino. Quello che solo ci da lumi di esserci stato, ma anche da chi abitato: Questo ci fa sapere verso i suoi tempi qual fosse. Allor che i Crotoniati distrussero Sibari al tempo di Dario Istaspe (1), circa l’Olimpiade LXV, siccome molti scrivono, i Sibariti all’eccidio avanzati, per vaj luoghi si dispersero: altri andarono in Posidonia, siccome sopra si è detto, altri ad abitar Lao o Talao, città degli Argonauti edificata, ed altri vennero diciotto miglia più ad occidente a Sapri. De primi che andarono in Posidonia ci diede notizia Strabone. Dei secondi, il già citato Erodoto nel libro 6, narrando i travagli che i Milesi, da Persiani soffrivano, e la poca corrispondenza da quelli ne’ Sibariti trovata, così in latino ce’ il dice: ‘Haec Milesiis a gente Persarum passis parem gratiam non reddiderunt Sybaritae, qui Urbe exuti, Laon, Sipron (2) incolebant: Nam Sybari a Crotoniatis direpta, universi Milesii, puberes ad moestitiam ostendendam caput abraserunt, luctum exbibuerunt’. Abitavan dunque Sibariti ed in Lao, ed in Sipro, che dalla costante inveterata opinione di tutti fu creduto essere detto anche Sybaris, dal nome dell’abbandonata (3) patria, e nel corso degli anni corrottamente poi fu detto Sapri”. Vediamo le note dell’Antonini (…). La nota (1), riguarda una sua dissertazione sulla datazione. La nota (2), ci pare più interessante in quanto egli scrive: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto Scidron e non Sipron, ha fatto credere all’Olstenio, che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano, si legge: EKIAPOC, polis Italias, …….Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Nella sua nota (3) dice: “Circa quindici miglia lontano da Sapri abbiamo un simile esempio anche Greco; cioè che altri dall’abbandonato paese abbian dato il nome al nuovo, che son passati a fondare, o ad abitare. Egli è tre miglia sopra Maratea tra quelle colline, ed è chiamato Trecchina. Questo luogo fu fondato dai Greci che tenevano le montagne vicino le Termopile, chiamate anche Trechina, come si può da Erodoto, da Pausania, e da altri autori vedere. L’abbandonarono durante la Guerra Peloponnesiaca.”. L‘Antonini nella sua nota (2) di pagina 429, a proposito del ‘Sipron’, citato nel passo di Erodoto, scriveva: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’, ha fatto credere all’Olstenio che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano (3), si legge: “Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro atraverso per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno di cui parla il Pais e che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Sempre riguardo la colonia sibaritica di Scidro vorrei segnalare che Giulio Giannelli (….), nel 1924, nel suo “Culti e miti della Magna Grecia – contributo alla storia più antica delle colonie greche dell’Occidente”, a pp. 138-139 (Appendice III) parlando di Sibari e della sua monetazione, in proposito scriveva che: “Non si può fare a meno di pensare alla tradizione della Ktisis di Sibari, conservataci da Aristotele (2), la quale faceva arrivare sulle sponde dell’Ionio, insieme agli Achei, anche un nucleo di coloni Trezenii, che dovettero poi sloggiare da Sibari; ed è felice ipotesi quella secondo la quale propro questi Trezenii sarebbero i fondatori della colonia alle bocche del Silaro, ove probabilmente già i Sibariti avevano uno stabilimento commerciale (3). A sostegno di questa teoria viene appunto la testimonianza delle monete, della grande diffusione del culto di Posidone in quella città e dell’onore in cui questo dio era ivi tenuto (1). ecc…ecc…Sulle monete del secondo periodo, esibendi anch’esse la figura del dio di Trezene, troviamo però sul retro, il tipo del toro sibarita: è il portato dell’emigrazione a Posidonia dei fuggiaschi di Sibari, i quali evidentemente, oltre che a Lao e a Scidro (4), dovettero trovar rifugio anche in questa città (5). Il significato fluviale del toro, che già ci apparve manifesto sui coni^ di Sibari, permane sulle monete Posidoniati: cambia però il fiume simbolizzato dalla figura taurina. Non è più il Crati, bensì il Silaro, un fiume che i coloni di Posidonia già verosimilmente veneravano ecc…”. Il Giannelli, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Così vuole la tradizione; le fonti in Byvanck, p. 126, n. 2”, in cui il Byvanck ci parla della monetazione di Sibari. Il Byvanck parla di Scidro a pp. 108-109. 

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, doveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Riguardo la città di Laos, il Russo, a p. 49, in proposito specificava che: “Sembra invece accertato che, presso la foce del Lao, poco più a sud di Scalea, era la città magno-greca di Laos, colonia di Sibari e importantissimo emporio commerciale sul Tirreno. Questa città sopravvisse alla metropoli; ma con la conquista romana decadde e fu sostituita da ‘Lavinium Bruttiorum’, che era a 16 miglia da Blanda e ad 8 da Cirella. Il suo sito è stato recentemente identificato in contrada “Marcellina”, nei pressi della stazione ferroviaria di Verbicaro-Orsomarso (44).”. Il Russo, a p. 49, nella nota (44) postillava che: “(44) O. Dito, Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Bruzi, Roma, 1882, u. 78 ss.; E. Galli, Livinium Bruttiorum, in “Notizie di Scavi”, VIII, S.  VI, f. 7-9, pp. 328-363; B. Cappelli, Gli Statuti di Laino, in A.S.C.L., I., 405-410; Dito, La Calabria, 167-168″.  Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 79 parlando della conquista della lucana Pesto da parte di Alessandro il Molosso e l’itinerario da egli seguito, in proposito scriveva che: S’impone ora la domanda relativa all’itinerario seguito dalle sue truppe per raggiungere Paestum. Alcuni studiosi pensano, sulla scia del Beloch, che il re abbia attraversato tutto il territorio lucano penetrando poi nella pianura pestana, altri ritengono che vi sia giunto per mare (77). Una terza ipotesi, avanzata da Pareti, si fonda sulla possibilità di una marcia da Turì al Tirreno, rimontando per Scidro verso Paestum con l’intento di liberare le città costiere di Laos, Pyxus ed Elea; dello stesso parere è C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78). In effetti questa soluzione avrebbe permesso all’Epirota un viaggio celere e sicuro rispetto a quello che l’avrebbe portato dallo Ionio al territorio poseidoniate attraverso la valle del Basento, di Serra e poi il Tito, il Platano ed il Sele (79).”. La Catalano, a p. 79, nella nota (75) postillava che: “(75) C.A. Giannelli, art. cit., p. 12 n. 35”. La Catalano qui si riferisce al testo di C. A. Giannelli (….), “L’intervento di Archidamo e di Alessandro il Molosso in Magna Grecia”, in “Critica storica”, VIII, 1969. Vi è pure un altro testo molto interessante che ci parla di Scidro, di Lao e di Alessandro il Molosso. Si tratta di Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924. La Catalano, a p. 79, nella nota (76) postillava che: (76) Per l’itinerario del Molosso v. E. Lepore, Incontri di economie e di civiltà, in “Atti II Conv. St. sulla Magna Grecia”, cit., p. 219″. La Catalano, a p. 79, nella nota (77) postillava: (79) C.A. Giannelli, art. cit., p. 16, definisce “più convincente” l’ipotesi del Pareti.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Il movimento migratorio dei Greci verso l’Italia meridionale e la Sicilia sarà cominciato probabilmente verso la metà dell’VIII secolo…Cominciando pertando dalle prime quattro città principali – Taranto, Metaponto, Siri e Sibari – le troviamo disposte dalla tradizione, per la data di fondazione, in quest’ordine: Metaponto (773 a.C.), Sibari (708), Taranto (706)(1). In realtà le ricerche….Siri sarebbe infatti sorta alla metà del VII secolo, ecc….Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro e con un altro alle foci del Silaro, al quale tenne subito dietro (alla fine del VII o al principio del VI secolo: cfr. Beloch I, 2, 229 sg.),  la fondazione di Posidonia, per parte dei Trezenii.”. Giannelli, ci parla di “Scidro” anche a p. 305, dove in proposito scriveva che: “Non è per altro escluso che la ktisis di Sibari abbia preceduto di qualche tempo quella di Siri e che i coloni Sibariti abbiano avuto buone ragioni per lasciare addietro il lungo tratto di costa lucana fra Taranto e le bocche del Crati, per venire a stabilirsi alla base della penisola del Bruzio…..ma, fra le genti che vennero a stabilirsi a Sibari erano in buon numero, a lato degli Achei, come abbian veduto, i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’unpodei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio. Intanto i Trezenii di Sibari si spingevano anche più a nord e, alle foci del Silaro, ponevano un altro stabilimento: che siano stati in particolar modo, i Trezenii sibariti i fondatori di esso, sembra indicarlo il culto di Hera Argiva, da loro ivi localizzato. Di lì a poco, tutte le genti trezenie di Sibari, lasciavano la loro sede primitiva e, non lungi da quello stabilimento, fondavano –  una vera e presto florida – città, Posidonia.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.;  Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Firenze, 1963, nelle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 282 e ssg. riferendosi alla città di Cuma, in proposito scriveva che: “Per l’origine greca di questa città, i recenti ritrovamenti archeologici indicano gli ultimi anni dell’VIII secolo e i primi del VII;  e viene fatto di pensare che non solo per ragioni di opportunità commerciale abbiano i Calcidesi scelto il golfo di Napoli, bensì anche perché le coste lucane dovevano ormai essere ipotecate dall’espansione dei Sibariti e dei Siriti e costellate dei loro stabilimenti commerciali, fra i quali forse già comparivano le città di Lao, di Scidro, di Pixunte. Nudo di colonie greche restava tuttavia il Bruzio meridionale, ad eccezione dell’estrema punta, sulla quale i Calcidesi avevano stabilito, di fronte a Zancle, la città di Reggio.”.

L’epigrafe con caratteri greci pubblicata dall’Antonini nel 1745 trovata e vista in località Fortino a Sapri, forse provenienti dalla città d’Avenia  come dice lui dalla città di Vibona ?

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a pp. 434-435, in proposito scriveva che: “Verso l’imboccatura del porto dal lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa altri stanze simili a quelle, che sono nel lato occidentale, le quali potevano essere magazzini, o altra spezie d’officine alla marina appartenenti; e poi intorno intorno al porto veggonsi sott’acqua, ed al lido grandi ruine di larghissime muraglie; sicurissimo indubitato segno, che sulla riva del mare,  e poco entro terra i Cittadini abitassero. Dico ciò, anche perchè non ho trovato fra quelle vicine vigne vestigia alcuno di antica cosa: e dimandato a quei Contadini, se zappando avessero mai trovato sotto terra qualche considerabile fabbrica, molti mi dissero d’avervi pochissime cose scoverto. Solamente al di sopra la Torre del lato occidentale trovai due pezzi di colonna d’ordinarissimo granito, e pochi passi dentro una vigna opposta un pezzo considerabile di fabbrica, ed un frammento di marmo, in cui eran rimaste le solo poche greche lettere dell’intera Iscrizione, che contener doveva nella maniera quì posta: 

                                                                                                         ΘΕΟΙΣΑΠ…..

                                                                                                      …..ΟΙΗΣΕΝ……

                                                                                               ……ΜΟΥ…..ΔΟΙ….Ρ…..

                                                                                                      …..ΕΥΤΥΧΟC……

Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 65, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Il porto di Sapri è per gran tratto pieno di fabbriche occupate dal mare; ma più di tutte quelle rovine (6) dimostra il luogo abitato da’ Greci la seguente mutila epigrafe: ….etc…”.

Corcia, su Scidro, p. 65 

Nel 510 a.C., Scidro dopo la distruzione di Sibari

Emanuele Ciaceri (…), nel suo, ‘Storia della Magna Grecia’,pubblicato nel 1940, a p. 264, sulla fine di Sibari, in proposito così scriveva che: “Così tragicamente chiudeva la sua vita la grande e ricca città di Sibari. I suoi cittadini superstiti riparavano (in parte almeno) a Lao e a Scidro, colonie sibarite, (1), donde poi doven fare vari tentativi di ricostruzione della loro patria, anche dopo che fu fondata Turio, la quale doveva essere la legittima erede.”. Il Ciaceri (…), a p. 264, vol. I, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Herodot. VI-21”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Firenze, 1963, a p. 257, in proposito scriveva che: “I Sibariti superstiti della guerra e della strage trovarono scampo nelle loro colonie: a Lao, a Scidro, a Posidonia stessa. Cinquantott’anni dopo, alcuni di essi tentarono di ritornare alla loro antica patria e riprendervi stanza: ma il tentativo, benché appoggiato da Posidonia (1), non riuscì, e i Crotoniati li sloggiarono dopo cinque anni (453-448: Diod., XII 10)(2): allora i Sibariti, ai quali non poteva sfuggire l’ognor crescente debolezza dei Crotoniati, vollero ritentare la prova, e invitarono Spartani ed Ateniesi ad essere loro alleati nel tentativo (Diod., XII, 10,3); Atene si mise a capo dell’impresa e sorse così, sotto la sua direzione, la città panellenica di Turii (444-3 a.C.). Nella nuova colonia i Sibariti non poterono restare, perché gli altri Greci non vollero loro riconoscere quella posizine di privilegio nella quale avevano sperato. Si ritirarono allora e fondarono, sulle rive del fiume Traente, una terza Sibari, che durò fin quando non la distrussero i Bruzi (Diod., XII, 22)(3).”. Giannelli, a p. 257, nella nota (1) postillava che: “(1) Forse anche Lao; cfr. Grose, “Numism. Chron.”, 1915, p. 189″. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nel cap. II, a pp. 27-28 e ssg., in proposito scriveva che: “L’unica fonte per stabilire, con molta approssimazione, l’epoca della distruzione di Sibari è Erodoto, il quale (VI, 21) dice che, nel tempo della presa di Mileto da parte dei Persiani (494) quei di Sibari non godevano miglior sorte, poichè, vinti dai Crotoniati avevan dovuto ricoverarsi nelle colonie di Lao e Scidro, e che Sibari stessa era stata rasa al suolo dai Crotoniati. Dice inoltre che l’annunzio della caduta di Sibari fu appreso con grande cordoglio da quei di Mileto, i quali tutti, dai fanciulli ai vecchi, si rasero il capo, in segno di lutto; rimprovera ai Laini di non aver fatto altrettanto, dopo la caduta di Mileto. Questa data trova una conferma in ciò che racconta Diodoro del ristabilimento dei Sibariti nella loro città, dopo 58 anni dacchè ne erano stati cacciati, cioè nel 453-2, donde furono di nuovo respinti dai Crotoniati, cinque anni dopo (447-6), e della fondazione di Turio (XI, 90,3 : XII, 10; cfr. IX, 23). Così con sicurezza può fissarsi un ‘terminus ante quem’con il racconto di Erodoto, riconfermato dalle parole di Diodoro. Etc…”.

Stefano di Bisanzio e Lico di Reggio

Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio. – Storico greco (attivo tra la fine del IV e gli inizî del III sec. a. C.), autore di alcune opere, di cui possediamo frammenti, sulla Libia, sulla Sicilia, sulle imprese di Alessandro d’Epiro in Italia. Fu avversario di Demetrio Falereo, forse durante la sua permanenza in Egitto. L. fu tra le fonti principali di Timeo e di Licofrone. L’opera di Lico di Reggio è contenuta in opera più tarda scritta da Stefano Bizantino.

Stefano Bizantino, Lessico geografico

Il passo di Lico di Reggio (…) è contenuto in un testo di Stefano di Bisanzio o Stefano Bizantino. Stefano di Bisanzio, conosciuto anche come Stefano Bizantino (in greco antico: Στέφανος Βυζάντιος; VI secolo – …) è stato un geografo bizantino, autore di un importante dizionario geografico intitolato Etnica (Ἐθνικά) in 50 o 60 volumi. Stefano utilizza come fonti principali i geografi dell’antichità, quali Tolomeo, Strabone e Pausania, i grammatici e i commentari a Omero. La sua conoscenza della geografia è nondimeno approssimativa e le sue etimologie sono confuse. Il lavoro è di enorme valore per le informazioni di carattere geografico, mitologico e religioso che fornisce sull’antica Grecia. Del dizionario sopravvivono scarsi frammenti ma ne esiste un’epitome compilata da un certo Ermolao. Ermolao dedica la sua epitome a Giustiniano; se sia il primo o il secondo imperatore di questo nome è incerto, ma sembra probabile che Stefano visse nella prima parte del VI secolo sotto Giustiniano I. I frammenti iniziali rimasti dell’opera originale (alcuni dei quali contengono lunghe citazione di autori classici e molti interessanti dettagli storici e topografici) sono Contenuti nel De administrando imperio di Costantino Porfirogenito, capitolo 23 (la voce Ίβηρίαι δύο) e nel De thematibus, ii. 10 (un rapporto sulla Sicilia); gli ultimi includono un passaggio del poeta comico Alessi sulle Sette maggiori isole. Un altro frammento importante, che va dalla voce Δύμη alla fine del Δ, esiste in un manoscritto della biblioteca Seguerian. Costantino Porfirogenito fu comunque l’ultimo a consultare l’opera completa, la Suda e Eustazio di Tessalonica usano già il compendio. La versione moderna standard è quella di Augustus Meineke (1849), e di recente è stata pubblicata una nuova edizione critica dell’intera opera a cura di Margarethe Billerbeck (già Università di Friburgo) per il Corpus fontium historiae Byzantinae (2006-2017, V voll.). Per convenzione, i riferimenti si riferiscono alle pagine dell’edizione Meineke. La prima edizione moderna fu pubblicata dalla stamperia aldina nel 1502.

Nel IV secolo d.C., lo storico Lico di Reggio in “Lessico Geografico” di Stefano di Bisanzio cita “SCIDRO”

Di Skidros eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lico di Reggio (…), riferita da Stefano di Bisanzio (…), dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima  del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus”. Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico antico Strabone non ne fa cenno nella sua Geografia (20), e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (21), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (22)…..Di Skidros, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima  del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus”: etc….”. Nella mia Relazione, nelle mie note postillavo che: (21)  Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678. (22)  Ateneo, XII, 523, c ,d, che si rifà a Timeo ed Aristotele. Etc…”. Mario Napoli (…), in un suo studio, scriveva in proposito: ” L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Exidqos, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c,d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Come vedremo, la colonia Sibaritica di Scidro verrà citata più volte dallo storico reggino Lico di Reggio (…). Alcuni autori citano lo storico reggino Lico di Reggio (…), che citava sia l’antica colonia sibaritica di Scidro e l’altra di Pixunte (attuale Policastro Bussentino). Riguardo la figura di Lico di Reggio, ha scritto Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, ritorna sulla figura di Lico di Reggio (…) ed in proposito scriveva che: Il punto fondamentale per la determinazione approssimativa di questi termini cronologici sta nel fatto che, fra le altre cose, egli scrisse un libro ‘Intorno ad Alessandro’ e a lui stesso lo dedicò (4). E da escludere che si trattasse di Alessandro Magno perchè, a prescindere dell’ipotesi inconsistente, messa innanzi da qualcuno dei critici moderni, che nell’occasione in cui anche ambasciatori Bruzzi, Lucani ed Etruschi si sarebbero recati a rendere omaggio al Macedone in Babilonia (l’anno prima che fosse colpito dalla morte (a. 324)(1)(p. 299) gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); il quale, come vedremo, era avanzato prima da Brindisi sino ad Arpi nella Daunia, a sud della regione dei Frentani ov’è appunto la città di Larino (fr. 2) ed aveva compiuto, dopo, una spedizione per via interna da Metaponto sino a Pesto per prendere alle spalle i Lucani e Sanniti, donde quindi aveva fatto ritorno ad Eraclea verisimilmente lungo la via littoranea del Tirreno, ove, fra le altre, sorgeva la cittadina di Scidro (fr. 1), colonia di Sibari (4). Ecc..”. Ecco ciò che scriveva su Lico reggino il grande Ciaceri. Il Ciaceri, riferendosi al libro di Lico reggino “Intorno ad Alessandro”, nella sua nota (2) a p. 299, postillava che: “(2) v. LAQUEUR in R. E. XIII 2, 2406 sg.”. Inoltre il Ciaceri a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 272 scriveva che: “…di Scidro…; onde di essa manca ogni traccia di monete e non è neanche ricordata dagli scrittori latini (3).”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herodot. VI 21; Steph. B.: Σχιδρος, χολις ‘Ιταλιας. Di Scidro si occupò Oreste Dito, Notizie di storia antica (Roma, 1892).”. Sempre il Caceri, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) e della bontà dell’opinione prevalsa fra i moderni, secondo la quale è stata posta ove oggi è Sapri, (4) si dubita assai oggigiorno. Ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″.  Il Ciaceri trascrive il passo di Lico di Reggio (…)(contenuto nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio), in cui Lico cita e racconta di Scidro. Secondo il Caceri, lo storico reggino Lico di Reggio, citava la colonia Sibaritica di Scidro allorquando racconta della spedizione di Alessandro il Molosso. Il Ciaceri dice che si trattava del re di Epiro. Sulla scorta di storici del ‘900 come Emanuele Ciaceri, gli storici moderni hanno ripetuto la stessa notizia. Faccio cenno di alcuni autori che hanno citato Lico di Reggio parlando dell’antica città di Pixunte. L‘Antonini nella sua nota (2) di pagina 429, a proposito del ‘Sipron’, citato nel passo di Erodoto, scriveva: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’, ha fatto credere all’Olstenio che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano (3), si legge: “Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Il passo di Lico di Reggio (…) è contenuto in un testo di Stefano di Bisanzio o Stefano Bizantino. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Nissen, It. Landesk, II, p. 898.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Beloch, Griech. Gesch., l. c. “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Byvanck, op. cit., p. 109, n. 3., il quale, secondo noi a torto, ripetendo a quanto pare l’interpretazione di scrittore locale, afferma: “hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus”.”. Infatti, il Byvanck (…), nel…….. nel suo “De Magnae Graeciae Historia Antiquissima”, a p. 109 così scriveva: “Scidrs 3) castellum in media via sita esse videtur, quo loco nunc ‘Papasidero’ est in valle Lai superiore. Colonia erat Sybaritarum qui post Sybarim eversam Laum et Scidrum fugissent 4).“. Il Byvanck (…), a p. 109, nella sua nota (3) postillava che: “(3) (Scridrus)(Latine non memoratur), Graece Σχιδρος, hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus; – cfr. tab. mil. 220-221, – O. Dito, Notizie di Storia antica, Roma, 1892. – Alii non recte Scidrum ‘Sapri’ hodiernum esse contendunt.”. Sempre il Byvanck, a p. 109, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Her. 6, 21; Steph. Byz. s.v., qui Lycum laudat εν τψ περι ‘Αλεξανδρον saeculo IV igitur urbs exstabat.”. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sbaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. E quì il Ciaceri menziona lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″.  Fernando La Greca (33), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ , a p. 21 scriveva in proposito che: “L’ubicazione di Scidro è stata molto discussa. Nelle fonti  antiche vi è solo un altro brano che riguarda Scidro, nel lessico di Stefano Bizantino, dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (20). In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso  (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] “a Sapri, le ceramiche di fine VI secolo trovate alle falde della collina del Timpone sembrano confermare l’ipotesi di coloro che localizzano qui una città greca arcaica, subcolonia dei Sibariti, di nome Scidro (Skidròs).”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (20) postillava: “(20) Stefano Bizantino, Ethnica, ad v. Skidros.”.  Dunque, Fernando La Greca (33) scriveva che l’unica fonte o citazione di una “Scidro” è un brano del “lessico” di Stefano Bizantino, “….dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ecc…” e, dove: si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso  (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.”. Dunque, il La Greca scriveva che nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio o Bizantino si narra del passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso, condottiero che fu chiamato dalla città di Taranto per sconfiggere i Sanniti nel ‘334 a.C.. Di Alessandro il Molosso parlerò dopo. Innanzitutto, come abbiamo già detto, oltre ad Erodoto (…), ci parla della colonia Sibaritica di Scidro, posta sulle coste del Tirreno e non lontana da Pixunte, lo storico Lico di Reggio. Un altro studioso che ha riassunto la storia del toponimo è Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “Della medesima città di Scidro fece parola Stefano Bizzantino: ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro’. Il geografo ricavò questa notizia da Lico di Reggio scrittore di storie, e padre adottivo del poeta Licofrone.”. Dunque, il Romanelli chiarisce il passaggio di La Greca citando Stefano di Bisanzio che scriveva nel suo ‘Lessico Geografico’ di “Scidro”: “ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro'” che tradotto significa: “ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus è una città d’Italia, una famiglia chiamata Scidranus, come Lycus nell’opera di Alessandro”. Dunque Stefano dice chiaramente che la storia del passaggio di Alessandro il Molosso la trasse dallo storico Lico di Reggio. La Clara Bencivenga –  Trillimich (40), nel suo “Pyxous – Buxentum”, a p……, sulla scorta del Gaetani (…..) a proposito di Bussento o “Buxentum” (ora Policastro Bussentino) scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (….), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (….).”. La Trillimich (….) ed il Gaetani (….) si riferivano all’opera di “(3) Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678.” che è la stessa opera a cui si riferiva il La Greca parlando del “Lessico” di Stefano Bizantino. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, i vescovi Rustico e per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς. e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. La Trillmich (…), dunque sulla scorta del Gaetani (…), citava Stefano Bizantino (…): “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.. Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, parlando di Policastro Bussentino leggiamo in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa Città nella Lucania da altri Antichi, e particolarmente da Velleio, Pomponio Mela, e Tolomeo. Stefano Bizantino disse sia Città di Sicilia……………………. (2), e ne fu notato da Casanbono (3) ecc….havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani, riferendosi a Policastro, scriveva: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani, a p. 17, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Stefano de Urbinus”. Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto del Mandelli chiamava Stefano Bizantino “Stefano de Urbinus”.  

note

Dunque, anche Rocco Gaetani parlando di Policastro Bussentino e delle sue origini scriveva che l’antica città di “Scidro” in Stefano Bizantino veniva posta sia come città della Sicilia e sia come città della Lucania. Il Gaetani spiega che Stefano Bizantino raccontava di Scidro come “città della Sicilia”, “ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Infatti, lo storico e geografo Stefano di Bisanzio scriveva nel VI secolo a.C.., forse quando questa provincia della ex Lucania Romana apparteneva alla Sicilia Bizantina. Infatti, il racconto di Stefano di Bisanzio risale all’epoca dell’occupazione bizantina dell’Italia Meridionale, prima dell’avvento dei Longobardi e quindi il racconto di Stefano Bizantino è da porsi in epoca alto medioevale.

SCIDRO, LAO, PIXUNTE E PESTO ERANO CITTA’ CONQUISTATE DAI LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19).. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…” Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.  Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani. Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche. Breve parentesi fu aperta nel 332 a.C., quando Alessandro il Molosso, re dell’Epiro – giunto in Italia su richiesta di Taranto in difesa contro Bruzi e Lucani – dopo aver riconquistato Eraclea, Thurii, Cosentia, giunse a Paistom. Qui si scontrò con i Lucani, sconfiggendoli e costringendoli a cedergli degli ostaggi. Ma il sogno del Molosso di conquistare l’Italia meridionale ebbe breve durata: la parentesi si chiuse nel 331 a.C., con la sua morte in battaglia presso Pandosia. Paistom ritornò così sotto il dominio lucano.

Nel VI-VII sec. a.C., l’insediamento “Lucano” al Timpone di Sapri

Riguardo gli antichi insediamenti d’epoche passate presenti nell’area Saprese, andrebbe ulteriormente e meglio indagata la notizia citata dallo studioso Domenico Di Lascio (…), nel suo ‘Dal Sele al Lao – le vie Romane del Lagonegrese’, dove a p. 121, parlando di Sapri, citava una notizia tratta dalla studiosa Paola Bottini (…), in ‘Archeologia, Arte e Storia alle sorgenti del Lao’, ed in proposito scriveva che: “In località “Timpone” è venuto alla luce un sito antropico risalente al VII-VI secolo a. C. simile a quello trovato in prossimità della foce del Bussento nei pressi di Policastro Bussentino (CAS95).”. Il Di Lascio (…), a p. 62, spiegava il significato di GAS, scrivendo che: “I dati emersi della ricerca Archeologica vengono analizzati e tratti dalle seguenti opere: CAS – (Castelluccio), P. Bottini, Archeologia Arte e Storia alle sorgenti del Lao.”. In effetti, il testo della Bottini stà nel Catalogo della mostra a Castelluccio (PZ) che fu curato da Paola Bottini e la prefazione di Dinu Adamesteanu. Paola Bottini ed altri autori, hanno parlato approfonditamente degli insediamenti e dei recenti ritrovamenti archeologici negli Atti del Convegno che si tenne a Taranto nel 1990 e pubblicati in AA.VV. (…), ‘A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988′, a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. Nel testo citato, a p. 17, la studiosa Giovanna Greco, in proposito scriveva che: “Un recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase tardo arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro (16) subcolonia sibarita dove, secondo Erodoto, si rifugiarono i Sibariti dopo la distruzione della propria città (Her. VI, 21).”. Nello stesso testo, da p. 34 e sgg., nella ricognizione dei ritrovamenti nel territorio saprese, le studiose Fiammenghi e Maffettone (…), non citano nulla di quanto affermato dal Di Lascio (…), sulla scorta della Bottini (…), ma citano alcuni significativi ritrovamenti fatti in località ‘Canale’ e ‘Giammarone’. In particolare io credo che la Bottini (…), si riferisca all’insediamento “stagionale” ritrovato in località “Carnale”, a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. In particolare la Bottini (…), in questo testo, pubblicò “La ricerca Archeologica nell’area del Lagonegrese”, dove però la Bottini, connette i ritrovamenti in località “Colla”, nel territorio di Rivello, con i porti Velini ecc…Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19)..

Nel ‘334 a. C. (IV sec. a.C.), Alessandro il Molosso

Alessandro I d’Epiro, detto il Molosso (362 a.C. circa – Pandosia, 330 a.C. circa), è stato re d’Epiro e zio materno di Alessandro Magno. Venuto in Italia nel 335 a.C. per soccorrere la città magno-greca di Taranto, Alessandro I, entrò in conflitto con i Lucani, i Bruzi, gli Iapigi e i Sanniti, nel tentativo di creare uno stato unitario nel Meridione d’Italia. Pur riuscendo a conquistare con i Tarentini le città di Brentesion, Siponto, Heraclea, Cosentia e Paestum, tuttavia il suo progetto non si realizzò, venendo sconfitto in battaglia e ucciso a tradimento da un lucano a Pandosia (Lucania) o a Pandosia Bruzia nel 330 a.C. Secondo una certa critica storiografica moderna ‘il Molosso’ sarebbe venuto in Italia con l’intendo di conquistare l’Italia stessa, la Sicilia e l’Africa. Questo obbiettivo avrebbe completato il progetto del nipote e cognato, Alessandro Magno, che in quello stesso anno era intento a conquistare l’Asia. Questa interpretazione trova appoggio anche in antichi autori, come ad esempio Giustino (…). Marco Giuniano Giustino (….), nella sua opera, Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, XII, 21.

Nel ‘334 a. C. (IV sec. a.C.), Alessandro il Molosso raggiunse e conquistò Posidonia e, nel viaggio di ritorno si fermò con la sua flotta nel porto di “SCIDRO” per proseguire attraverso i monti ed arrivare ad Eraclea sullo Ionio

Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sibaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. Qui, il Ciaceri citava lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, di cosa si tratta ?. A cosa si riferiva il Ciaceri quando scriveva della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV” ?. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 299, parlando di Lico di Reggio (….) ci dice di Alessandro il Molosso, ed in proposito riferendosi a Lico di Reggio scriveva che: fra le altre cose, egli scrisse un libro ‘Intorno ad Alessandro’ e a lui stesso lo dedicò (4). E da escludere che si trattasse di Alessandro Magno perchè, a prescindere dell’ipotesi inconsistente, messa innanzi da qualcuno dei critici moderni, che nell’occasione in cui anche ambasciatori Bruzzi, Lucani ed Etruschi si sarebbero recati a rendere omaggio al Macedone in Babilonia (l’anno prima che fosse colpito dalla morte (a. 324)(1)(p. 299) gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); il quale, come vedremo, era avanzato prima da Brindisi sino ad Arpi nella Daunia, a sud della regione dei Frentani ov’è appunto la città di Larino (fr. 2) ed aveva compiuto, dopo, una spedizione per via interna da Metaponto sino a Pesto per prendere alle spalle i Lucani e Sanniti, donde quindi aveva fatto ritorno ad Eraclea verisimilmente lungo la via littoranea del Tirreno, ove, fra le altre, sorgeva la cittadina di Scidro (fr. 1), colonia di Sibari (4). Ecc..”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Su questi fatti ha scritto anche Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“. Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 parlando di Scidro, in proposito scriveva che: “tempo all’invasione dè Lucani. Ma di fuori di queste, ignote sono tutte le altre memorie di Scidro, che conservava certamente Lico di Reggio nella sua storia della Sicilia, giacchè coll’autorità di questo storico, coetaneo di Demetrio Falereo (1), parlava di ‘Scidro’ Stefano Bizantino (2).”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Suida, v. Λνχος”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Steph. Byz., v. Σχιδρος.”. A questo proposito faccio notare che Emanuele Ciaceri, però a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(7) Plinio, n.h., III, 72: ‘Oppidum Buxentum Graeciae Pyxus’. E ‘Buxentum’ hanno gli scrittori latini. Ma una vera forma latina del nome non c’è stata tramandata. Πνξονς troviamo in Strab. VI 253; Diodoro, XI, 59 e Steph. B.., il quale ultimo erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia. In Ptolom. III, 1, 18 si ha Βονξεντον “. Ovvero, il Ciaceri, faceva notare che Stefano Bizantino erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “Della medesima città di Scidro fece parola Stefano Bizzantino: ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro’. Il geografo ricavò questa notizia da Lico di Reggio scrittore di storie, e padre adottivo del poeta Licofrone.”. Fernando La Greca (33), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ riferendosi all’opera di Lico di Reggio su Alessandro il Molosso “Etnika” scriveva che: In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso  (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] “a Sapri, le ceramiche di fine VI secolo trovate alle falde della collina del Timpone sembrano confermare l’ipotesi di coloro che localizzano qui una città greca arcaica, subcolonia dei Sibariti, di nome Scidro (Skidròs).”. Fernando La Greca (33) scriveva che l’unica fonte o citazione di una “Scidro” è un brano del “lessico” di Stefano Bizantino, “….dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ecc…” e, dove: si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso  (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.”. Il La Greca, riguardo “Scidro” scriveva pure che: “ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (3). Il La Greca (….), nella sua nota (….) postillava di  “(3) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.”. Il La Greca scriveva che nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio o Bizantino (….), viene riportata l’opera di Lico di Reggio, “Etnika”, in cui si narra del passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso, condottiero che fu chiamato dalla città di Taranto per sconfiggere i Sanniti nel ‘334 a.C.. e cita l’opera di Costantino Gatta (…). Dunque, il La Greca scriveva che Stefano di Bisanzio (….), nel suo “Lessico Geografico” riportava un libro di Lico di Reggio che citava “Scidro” dove lo storico reggino narrò il passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso. Il La Greca scriveva che Alessandro il Molosso, nell’anno ‘334 a. C. (IV sec.), a.C., fu chiamato dai Tarantini di Sicilia per vincere i Sanniti che volevano conquistare la città. Alessandro il Molosso giunse in Italia con una flotta di navi e dopo essersi fermato a Scidro “e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.”. Dunque, secondo la notizia riportata dal La Greca, egli deduceva che “Scidro” avesse un porto nell’anno ‘334 a.C.. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. II, nel capitolo VI “Le imprese di Alessandro il Molosso”, a pp. 272-273, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti aveva dato prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande……. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani,…….Alessandro il Molosso, al quale Taranto si rivolgeva, era principe ambizioso e di gran valore ed accettò l’invito con la speranza di fondare un grande impero in Occidente. Nello stesso anno in cui suo nipote Alessandro il Grande muoveva alla conquista dell’impero Persiano, egli si volgeva in Italia, sapendo di avere impresa, …..Giunto però a Taranto, il principe Molosso……Ma, guastatosi coi Tarantini, fece fulcro della sua potenza la città di Thuri, loro nemica (dei Tarantini), minacciata dai Bretti e, per vendicarsi di Taranto, trasportò nel territorio di Thuri la sede dell’assemblea degli Italioti. Ben presto però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occupata da quelle genti forti e selvagge; ed allora concepì l’ardito disegno di assalirli alle spalle, trasportando parte delle sue forze per mare presso alle foci del Silaro, partendo dai confini di Pesto, discendendo le valli, che penetrano nel cuore del paese dei Bretti e raggiungono le coste dell’Ionio…..Il disegno non riuscì. I Bretti si difesero disperatamente presso il fiume Acheronte e nel passare la riviera il re d’Epiro venne ucciso da un esule Lucano. La sua morte avvenuta verso il 331-330 a.C. segnò la fine della potenza di Thuri ed un periodo di incontrastata superiorità per i Bretti (verso il 330 a.C.).”. Dunque come abbiamo visto il Pais non dice nulla circa le notizie di un passaggio di Alessandro a Scidro e a Pixunte. Ettore Pais (…), però scrisse in proposito il libro ‘La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia. Nota’, Napoli, Stab. Tip. della R. Università, 1902. Il Pais, nel suo “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli” dedica un capitolo alla questione intitolato “IL TESTO DI LIVIO ( VIII 24 , 4 ) RELATIVO ALLE GESTA DI ALESSANDRO IL MOLOSSO IN ITALIA . Dunque, è Tito Livio (….) che ci racconta della spedizione di Alessandro il Molosso contro i Lucani alleati dei Brezii. Il Pais, a p. 516, nelle sue note al testo riguardo la p. 223 sgg. postillava che: “p. 223 sgg. Intorno alle imprese di Alessandro il Molosso v. la mia memoria edita nell’Italia Antica vol. II, p. 163 sg. ove raccolgo tutto il materiale relativo a questo periodo.”. Da qualche parte ho letto che fu Giustino a fornire alcune utili informazioni che ci riguardano. Infatti, il Pais, nelle sue note al vol. II, postillava che: “p. 255 sgg. Intorno al sorgere dei Brutti porgono dati assai brevi e incompiuti, Diod. XVI, 15, Strab. VI, P. 255 C., Iustino XXIII, I, il quale insiste sulla loro ‘feritas che ‘diu terribilis finitimis fuit’. Degno di nota è anche il passo di Livio XXIV, 3, 12 ove i Crotoniati ecc..”. Infatti, Ettore Pais, nella sua “Italia Antica”, vol. II, a p. 164, in proposito scriveva che: “Ne è abbastanza chiara da qual fonte originaria derivi il racconto drammatico, che dalla fine di quel principe ci è conservato il Livio (1).”. Il Pais, a p. 164, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Livio, VIII, 3; 17; 24; cfr. Iustino, XII, 2, 12. Strab., VI, p. 256 C.; 280 C.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro atraverso per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch sarebbe l’autore moderno che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.

Pais, Italia antica, p. 171

Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a pp. 8- 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “Chiesero, in fine, aiuto ad Alessandro il Molosso, re di Epiro; il quale accettando l’invito, con entusiasmo si affrettò a fare preparativi si da porsi presto in viaggio con 15 vascelli da guerra e numerosi navi cariche di truppe e di cavalli (2). Con quali propositi egli veniva in Italia (a. 334/3)?…..(p. 10) Alessandro comprese che per porre termine alla lotta era necessario fermare quella perenne fiumana di uomini alle sue sorgenti (5); e per questo egli decise di attuare una spedizione verso nord lungo l’interno del paese, sì da giungere a Pesto, l’antica Posidonia, che rappresentava, per così dire, la testa di ponte della potenza lucana, come un tempo l’era stata, in senso inverso, per lo Stato di Sibari (1)(p. 11). Quale via abbia tenuto, non è deto; ma puossi congettuarare che risalendo da Metaponto il corso del Casuento (Basento) e passando sotto Potenza raggiungesse le sorgenti del Tanagro, lungo il quale poi penetrava nella vallata del Silaro. Così avrebbe preso il nemico alle spalle. Lucani e Sanniti, prima ch’egli scendesse al piano, gli andarono incontro ma furono battuti; onde v’è da supporre che sia entrato a Pesto (2). La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Le basi del suo principato eran ormai gettate; e Lucani e Bruzzi si vedevan costretti a consegnargli numerosi ostaggi, ch’egli inviava in Epiro, mentre gli esuli provenienti dalla loro parte venivano a formare intorno a lui un corpo di guardia (4).”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Non è ammissibile che si recasse per via di mare fino a Pesto, secondo la congettura del LENORMANT, La Grande-Grèce I p. 40 (vedi anche NIESE, Gesch. der griech. u. maked. Staaten I p. 476), seguita dal Pais, op. cit., p. 143.”. E’ proprio in questa postilla che il Ciaceri chiarisce la questione del percorso che fece il Molosso. Il Ciaceri non ammette il percorso enunciato dal Lenormant e dal Pais. Infatti, secondo Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande-Grèce”, vol. I, p. 40 scriveva che il Molosso si recò a Pesto per mare. Francois Lenormant (….), nel suo vol. I, della sua “La Grande-Grèce”, a p. 40 scriveva che: “…….

Lenormant, I, p. 40

Sull’ingresso e la conquista di Posidonia di Alessandro il Molosso, il Ciaceri a p. 11, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Liv. VIII, 17, 9: “ceterum Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo populi adversus regem escensionem a Pesto facientem signis conlatis pugnaverunt.”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”.E’ poprio in questa postilla che il Ciaceri chiarisce ulteriormente la sua teoria (differente dal Lenormant), sull’itinerario militare del Molosso. Il Ciaceri scrive che proprio la citazione di Scidro, che fece Lico di Reggio, dice il Ciaceri che starebbe a dimostrare che il Molosso toccò le spiagge di Scidro nel viaggio di ritorno per via mare da Pesto. Secondo il Ciaceri, fu da Scidro che il Molosso risalì con le sue truppe le vie interne per arrivare a Eraclea sullo Ionio. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”.  Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 299, ritorna sulla figura di Lico di Reggio (…) e cita di nuovo l’impresa del Molosso e Scidro, scrivendo che: gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Ecc..”. Il Ciaceri, riferendosi al libro di Lico reggino “Intorno ad Alessandro”, nella sua nota (2) a p. 299, postillava che: “(2) v. LAQUEUR in R. E. XIII 2, 2406 sg.”Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “….L’accenno alla spedizione sul versante tirrenico compare soltanto nel testo liviano, mentre sia Strabone che Trogo/Giustino la ignorano. Accettata l’attendibilità della notizia (75), rimane da stabilire se quest’intervento sia stato preceduto dalle imprese nel territorio bruzio. E’ plausibile pensare che solo dopo le operazioni vittoriose nel Bruzio, con la conquista d’importanti centri tra cui la stessa Cosentia (Liv., VIII 24,4), egli abbia potuto spingersi verso il litorale tirrenico per cercare di sconfiggere la resistenza lucana (76). S’impone ora la domanda relativa all’itinerario seguito dalle sue truppe per raggiungere Paestum. Alcuni studiosi pensano, sulla scia del Beloch, che il re abbia attraversato tutto il territorio lucano penetrando poi nella pianura pestana, altri ritengono che vi sia giunto per mare (77). Una terza ipotesi, avanzata da Pareti, si fonda sulla possibilità di una marcia da Turì al Tirreno, rimontando per Scidro verso Paestum con l’intento di liberare le città costiere di Laos, Pyxus ed Elea; dello stesso parere è C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78). In effetti questa soluzione avrebbe permesso all’Epirota un viaggio celere e sicuro rispetto a quello che l’avrebbe portato dallo Ionio al territorio poseidoniate attraverso la valle del Basento, di Serra e poi il Tito, il Platano ed il Sele (79).”. La Catalano, a p. 79, nella nota (75) postillava che: “(75) C.A. Giannelli, art. cit., p. 12 n. 35”. La Catalano qui si riferisce al testo di C. A. Giannelli (….), “L’intervento di Archidamo e di Alessandro il Molosso in Magna Grecia”, in “Critica storica”, VIII, 1969. Vi è pure un altro testo molto interessante che ci parla di Scidro, di Lao e di Alessandro il Molosso. Si tratta di Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924. Dalla Treccani on-line, alla voce su “Alessandro il Molosso” leggiamo che frattanto Taranto, la principale città greca dell’Italia meridionale, vedendo sé e i proprî alleati minacciati dai progressi continui degl’indigeni d’Italia e in particolare dei Lucani e degli Iapigi (Messapî). Chiamò al soccorso prima il re di Sparta Archidamo, poi, caduto questo nella battaglia di Manduria (338), il re dei Molossi. Archidamo era venuto soltanto per soccorrere i Greci d’Italia; A., che passò in Italia a un dipresso quando il suo parente e alleato di Macedonia passava in Asia, mirava, come più tardi Pirro, a fondarsi un impero nella penisola italiana. Egli riportò successi notevolissimi. Si avanzò nell’Apulia fin presso Arpi, e riuscì ad occupare il porto di Arpi, Siponto, alleandosi poi con le stirpi iapigie contro il potente nemico che le minacciava da nord-ovest, i Sanniti. Contro Sanniti e Lucani collegati ai suoi danni, forse sperando di ricuperare all’ellenismo Posidonia, già caduta in mano degl’indigeni, si avanzò fino al Silaro (Sele) ed ivi li vinse in battaglia. Ci viene detto, e non vi è ragione per dubitarne, che egli avesse stretto alleanza coi Romani, i quali avevano poco prima vinto la cosiddetta prima guerra sannitica, e che appunto allora con la guerra latina rinsaldavano il loro predominio nel Lazio e nella Campania. Ma a questo punto, impensieriti dai successi di A., i Tarentini defezionarono; sicché A. non poté più contare che sugli Epiroti, le città greche di Turi e di Metaponto, i fuorusciti lucani e qualche tribù indigena. Era troppo poco per resistere a popoli numerosi e guerrieri come Sanniti, Lucani e Bruzî. Così nel 331-330, mentre egli prendeva i suoi quartieri d’inverno presso Pandosia, nell’alta valle del Crati non lontano da Coscenza, assalito di sorpresa dai Lucani e dai Bruzî, favoriti dalle piogge, che, avendo rigonfiato i torrenti, impedirono ai varî reparti epiroti di prestarsi scambievolmente man forte, fu battuto e nella ritirata ucciso. Il cadavere, riscattato dagli alleati, fu sepolto in Epiro. Con lui crollò il sogno epirota d’impero in Occidente, che fu ripreso assai più tardi, in contingenze mutate e molto meno favorevoli, da Pirro. A. lasciò una figlia, Cadmea, e un figlio, Neottolomeo II, minorenne, che cominciò a regnare sotto la tutela della zia Olimpiade. La vedova, Cleopatra, tornò invece in Macedonia. Nell’insieme gli elementi che possediamo sono troppo scarsi per giudicare intorno alla personalità di Alessandro. Non gli mancarono certamente ambizione, audacia, valore. Se a queste doti si accompagnassero prudenza e perizia non possiamo giudicare. Certo il cattivo successo del suo tentativo, dovuto in grandissima parte all’insanabile spirito particolaristico dei Greci d’Italia, fu grave d’effetti nella storia delle colonie italiote.

Nel III sec. a.C., Stefano di Bisanzio cita il fiume Lao per Apollodoro  

Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 444-445 parlando del fiume Bato, poi detto Lao e di Talao, in proposito scriveva che: “Gli antichi lo chiamavano indifferentemente ‘Lao’, o ‘Talao’; …..Tolomeo chiamollo Lao, facendolo confine delle due regioni. ‘Stefano’ (I) per l’autorità di Apollodoro disselo anche Lao: ‘Laus Urbs Lucaniae authore Apollodoro de orbo terrae lib. 2. a Lao amne’. ….”. L’Antonini, a p. 444, nella nota (I) postillava che: “'(I) …..Apollodoro nel lib. I della Biblioteca anco dice: ‘Valerio Flacco, dello stesso ancor fece parola, siccome un poco più chiaro ‘Pindaro in Nemea’ così tradotto ‘& ab Argis    Ductores nondum erant Talaii Filii, lue hac violenter oppressi’. Che se gli Argonauti per questi lidi passarono, siccome lungamente s’è dimostrato, e come Igino ragionando di Bute, nella favola 14 disse; non ha dell’inverisimile, che uno di essi avesse al fiume, ed al luogo suo nome dato. Da altra banda però sappiamo, che simile denominazioni sono mere imposture.”. Dunque, l’Antonini è il primo a dirci del viaggio degli Argonauti e di Giasone raccontato da Apollodoro nella sua opera “Biblioteca”. Da Wikipedia leggiamo che Apollodoro di Atene, figlio di Asclepiade (in greco antico: Ἀπολλόδωρος ὁ Ἀθηναῖος; 180 a.C. circa – Atene, 120-110 a.C.), è stato uno storico, grammatico e lessicografo greco antico. Le opere attribuite ad Apollodoro sono tutte perdute nella loro interezza, eccezion fatta per 356 frammenti, dai quali si evince che aveva composto lavori di erudizione storico-cronografica. Di argomento geo-etnografico era, poi, l’ampio trattato Sul Catalogo delle navi (Περὶ νεῶν καταλόγου), in 12 libri, una sorta di commento storico-geografico all’omonima sezione del II libro dell’Iliade concernente la flotta greca. Di quest’opera, che trattava nel dettaglio questioni relative a toponimi e città spesso scomparse, restano 58 frammenti, spesso tramandati da Strabone e Ateneo di Naucrati. In virtù dell’ampio lavoro sulle divinità, ad Apollodoro sarebbe stata erroneamente attribuita la cosiddetta Biblioteca (Βιβλιοθήκη), compilata forse nel II secolo, ordinata per genealogie. 

Nel 274 a.C. (III sec. a.C.), SCIDROS passò alla lega di Roma

Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. ”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno..

Nel III sec. a.C., il termine etnico “SAPRORUM” che Orazio Campagna crede derivi dalla tribù asiatica dei “SAPIRI” citata da Apollonio Rodio

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, sulla scorta del Fulco (…) in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44). Anche se il porto offriva enormi possibilità commerciali, nel corso dei secoli, i “Sapri” non ebbero vita facile, e per movimenti sismici, e per incursioni dal mare. Al periodo greco-romano, a cui sono ascrivibili i resti presso “S. Croce” (45), seguirono lunghe pause di silenzio.”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Il Campagna, a p. 253, nella sua nota (45), postillava che: “(45) Fra i reperti, resti di moli e costruzioni sommerse, una tomba monumentale con pietra funeraria, su cui è inciso l’epitaffio di Lucio Sempronio Prisco e delle anime dei trapassati, in G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit.,  S. Loppel, Sapri Archeologica (ricerche subacquee) in “Mondo Archeologico”, n. 7, 1976.”. Dunque, Orazio Campagna, parlando di Sapri scrive questo passo interessante dicendo che il “Portus” di Sapri: “veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Questo passaggio sulla trubù dei “Sapiri” una tribù di provenienza asiatica menzionata – secondo il Campagna – da Apollonio Rodio (…), bisognerà indagare ulteriormente. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”.

Nel III sec. a.C., Apollonio Rodio cita il toponimo “SAPRORUM” dai ‘SAPIRI’

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, sulla scorta del Fulco (…) in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44). Anche se il porto offriva enormi possibilità commerciali, nel corso dei secoli, i “Sapri” non ebbero vita facile, e per movimenti sismici, e per incursioni dal mare. Al periodo greco-romano, a cui sono ascrivibili i resti presso “S. Croce” (45), seguirono lunghe pause di silenzio.”. Dunque, Orazio Campagna, parlando di Sapri scrive questo passo interessante dicendo che il “Portus” di Sapri: “veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Questo passaggio sulla trubù dei “Sapiri” una tribù di provenienza asiatica menzionata – secondo il Campagna – da Apollonio Rodio (…), bisognerà indagare ulteriormente. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Sulla citazione di Apollo Rodio (…), del Campagna (…), è cosa da interessante e da ulteriormente approfondire ed indagare. Non so da dove nasca la citazione del Campagna, circa ciò che scriveva Apollonio Rodio (…), forse nella sua opera “Le Argonautiche”, un poema epico in cui si narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo. Preciso che il Campagna, a p. 45, pone la colonia sibaritica di “Scidro”, non a Sapri, ma verso Diamante in Calabria. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta egizio del periodo tolemaico. Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche). Trasferitosi a Rodi, visse sull’isola fino alla sua morte occorsa intorno al 215; per via di questa vicenda fu soprannominato “Rodio”. La celebrità di Apollonio non è dovuta soltanto alle Argonautiche”, ma anche al più celebre episodio della sua biografia: la violenta polemica letteraria che ebbe, fra il 246 a.C. e il 240 a.C. con il suo maestro Callimaco. Callimaco affermò che l’unico requisito della poesia era l’essenzialità lirica e per questo condannò tutta l’epica antica per la sua incapacità di mantenere una continuità di tono e di ispirazione. Nelle pagine precedenti, il Campagna non approfondisce il discorso sui “Sapiri”, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Come pure non approfondisce affatto ciò che scriveva Apollo Rodio (…), nel suo Libro II, a p. 395, dove scrive: Σαπειρες, il cui significato dal greco antico dovrebbe corrispondere a “Sapeires”, se non erro e non “Saprorum”, termine latinizzato. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta greco antico. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44).”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Nelle pagine precedenti, il Campagna non approfondisce il discorso sui “Sapiri”, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Come pure non approfondisce affatto ciò che scriveva Apollo Rodio (…), nel suo Libro II, a p. 395, dove scrive: Σαπειρες, il cui significato dal greco antico dovrebbe corrispndere a “Sapeires”, se non erro e non “Saprorum”, termine latinizzato. Sulla citazione di Apollo Rodio (…), del Campagna (…), è cosa da interessante e da ulteriormente approfondire ed indagare. Da Wikipedia leggiamo che Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta greco antico. Dunque, Apollonio scriveva nel III sec. a. C.. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta egizio del periodo tolemaico. All’età di circa 30 anni fu nominato bibliotecario della Biblioteca di Alessandria dal re Tolomeo II Filadelfo, succedendo a Zenodoto. Contemporaneamente ebbe l’incarico dell’educazione del figlio di Tolomeo II Filadelfo, il futuro Tolomeo III Evergéte. Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche, vedi sotto). Trasferitosi a Rodi, visse sull’isola fino alla sua morte occorsa intorno al 215; per via di questa vicenda fu soprannominato “Rodio”. Apollonio fu autore del poema epico “Le Argonautiche” che narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Le Argonautiche (in greco antico: Τὰ Ἀργοναυτικά) è un poema epico in greco antico scritto da Apollonio Rodio nel III secolo a.C.. Unico poema di Età Ellenistica sopravvissuto, esso racconta il mitico viaggio di Giasone e degli Argonauti per recuperare il Vello d’oro nella remota Colchide. Le loro eroiche avventure e la relazione di Giasone con la pericolosa Medea, principessa e maga colchiana, erano già ampiamente note al pubblico Ellenistico, permettendo così ad Apollonio di superare la semplice narrazione, per presentare un’esposizione che aderisca ed enfatizzi i valori dei suoi tempi – l’età della grande Biblioteca di Alessandria – mentre la sua epica incorpora la sua ricerca nei campi della geografia, dell’etnografia, delle religioni comparate, della letteratura omerica. Comunque, il suo principale contributo alla tradizione epica risiede nell’evoluzione dell’amore tra l’eroe e l’eroina: egli sembra esser stato il primo poeta epico a studiare la «patologia d’amore». Le Argonautiche ebbero un profondo impatto sulla poesia latina: tradotte da Varrone Atacino e imitate da Valerio Flacco, influenzarono Catullo e Ovidio, e indicarono a Virgilio un modello per il suo poema romano, l’Eneide. Non so da dove nasca la citazione del Campagna, circa ciò che scriveva Apollonio Rodio (…), forse nella sua opera “Le Argonautiche”, un poema epico in cui si narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Su wikipedia alla voce di Apollonio Rodio è scritto che: “Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche, vedi sotto)”. Dunque, wikipedia cita il “lessico bizantino Suda o Suidas” e secondo questo testo Apollonio, esiliato a Rodi dove i suoi concittadini diedero scarsa considerazione alla sua opera “Le Argonautiche”. La Suda o Suida (greco: Σοῦδα o Σουίδα) è un lessico e un’enciclopedia storica bizantina del X secolo. Il lessico contiene 30.000 voci, tratte da molte fonti antiche andate perdute, ordinate alfabeticamente e attinenti a molte discipline: geografia, storia, letteratura, filosofia, scienze, grammatica, usi e costumi. Fondamentale per la conoscenza dell’antica storia letteraria greca, conserva preziose notizie su opere andate perdute o conservate parzialmenteː tra le sue fonti sono poeti antichi (Omero, Sofocle, Aristofane ecc.), ed eruditi (Esichio di Mileto, Arpocrazione, Costantino Porfirogenito ecc.), attinti attraverso commenti e antologie. La parte che tratta della storia della letteratura classica è, in effetti, spesso l’unica fonte a nostra disposizione sugli autori e le opere e, con i Deipnosophistai, le opere di Plutarco, Diogene Laerzio e la Biblioteca di Fozio costituisce la spina dorsale degli studi sull’universo dei classici greci. Conservato in diversi manoscritti medievali, il lessico è stato più volte pubblicato dalla fine del XIV secolo nelle tradizionali edizioni accademiche cartacee, di cui la più recente è quella di Ada Adler. Devo pure precisare che il Campagna, a p. 45, pone la colonia sibaritica di “Scidro”, non a Sapri, ma verso Diamante in Calabria.

Nel 274 a.C. (III sec. a.C.), SCIDROS passò alla lega di Roma

Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. ”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. 

Nel 274 a.C. (III sec. a.C.), SCIDROS passò alla lega di Roma

Riguardo poi al toponimo “Sipron” che la storiografia locale persiste a riesumare, sulla scorta della citazione dell’Antonini, e di cui il Corcia credeva fosse un abbaglio, il Battisti (…) diceva, tra l’altro: “consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi”. Infatti, il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, diceva, tra l’altro che: In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. ”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”.

Nel 214 a.C. (III sec. a.C.), Tito Livio e il “SAPRIPORTO” ai tempi della 2° guerra Punica contro Annibale

Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio racconta della sconfitta della quadra romana di Dezio Quinzio mentre scortava un convoglio di grano dalla Sicilia a Taranto. Forse riguardo una citazione del “Sapriporto” di cui parla Livio è in Luca Holstenio citato dal Laudisio. Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. Tito Livio ci parla di una battaglia navale avvenuta a Sapriporto nel corso della 2° guerra Punica o contro Annibale. La cosa strana è il nome di questo specchio di golfo chiamato da Livio “Sapriporto” in quanto si trattava di un toponimo che indica un luogo a 15 miglia dalla città di Taranto, dove appunto si svolse la battaglia navale tra le forse cartaginesi di Annibale e quelle Romane. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, nell’indice generale, alla voce “Sapriporto”, a p. 345, in proposito scriveva:“Sapriporto, battaglia navale fra Tarantini e Romani, III 175 sg.”. Infatti, il Ciaceri, a pp. 175-176 del vol. III, in proposito scriveva che:“Vero è che in quei giorni le cose non erano andate bene per i Tarentini che, uscita dalla città a foraggiare in numero di alcune migliaia s’eran visti improvvisamente assaliti dalle milizie romane di presidio, lasciate fuori dalla roca da M. Livio, e, mentre eran sparsi e vaganti per la campagna, sbaragliati e posti in fuga; (2) ma intorno allo stesso tempo eran riusciti a far partire sul mare la sconfitta ad una squadra romana che scortava un carico di grano proveniente dalla Sicilia e destinato al presidio di Taranto. Era stato affidato l’incarico della scorta a Decio Quinzio, noto per i suoi atti di valore, il quale era arrivato ad avere sotto il suo comando circa venti navi, dopo che 12 ne aveva ottenute dal contributo delle città di Pesto, Velia e Reggio. Partitosi il convoglio da Reggio, la squadra andava a vele lungo le coste del Bruzzio, non immaginando il Romano di dover combattere; ma nelle vicinanze di Crotone e di Sibari rinforzava le navi di remiganti e, tenuto conto della grandezza di esse, veniva ad avere una flotta ottimamente provveduta ed armata. Tranquillamente proseguirono attraverso il grande golfo, ma quando furono giunti a circa quindici miglia da Taranto, presso Sapriporto, da lontano videro venirsi incontro una squadra tarentina di egual numero di navi al comando di Democare; etc…nella romana stava lo stesso Quinzio, nella tarantina Nicone, sommamente odiato dai Romani in quanto era stato egli, come sappiamo, uno dei capi della fazione che aveva dato la città ad Annibale……A leggere oggi la descrizione che lo storico antico ci ha lasciato di questa battaglia, verrebbe fatto di pensare che nell’animo dei Tarentini etc…”. Il Ciaceri, a p. 175, nella nota (2) postillava: ” (2) Liv. XXVI, 39, 20-23″. Il Ciaceri, a p. 176, nella nota (1) postillava: ” (1) Liv. XXVI, 39, 1-19″. Pietro Ebner dice che Livio parla di un Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, dice che Livio parla di un Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Riguardo la citazione di Tito Livio (…), Pietro Ebner (…), a p. 591 nella sua nota (13) parlando di Sapri e di ‘Scidro’, in proposito postillava che: ” (13)……Innanzi tutto Sapri non ha nulla a che vedere con il Sapriporto di Livio, XXVI, 39, 1-19 che scrive della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 591 postillava che: “(12) Blanda, stazione XVI nella Tavola Peuntingeriana’ tra Vibona ‘Valentia’ e Salernum’ ha scritto anche M. Lacava, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana. Ecc..”. Pietro Ebner (…) dice che Livio parla di un Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Dunque Ebner parlando di Sapri e di ‘Scidro’ citava il “Sapriportico” citato da Tito Livio e scrive che Tito Livio (…) nel libro 26 (XXVI), 39, 1-19 parlava della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Felice Grippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, a p. 15, in proposito scriveva che: Tito Livio, nel Libro XXXIX della sua ‘Storia’, che nel 211, durante la seconda guerra punica, nel corso di un tentativo di liberazione della guarnigione romana assediata a Taranto dai Cartaginesi, la flotta romana subì una dura sconfitta nelle “vicinanze di Sapriponte”. Scrisse esattamente “ad Sapripontem”. Il prefisso “Sapri”, pertanto, doveva essere un nome di luogo ben conosciuto se il più insigne storico dell’antichità lo introdusse nei suoi Annali, scritti nel 27.Livio precisò che “Sapripontem” distava da Taranto circa 15 miglia. Poichè la flotta romana proveniva dalla zona dell’attuale Reggio Calabria, ne consegue che “Sapripontem” dovrebbe essere localizzabile intorno a Marina di Gioiosa Ionica. Però in quella zona – ed in tutto l’arco costiero percorso dalla flotta romana – non si rintracciano, oggi, località che anche solo lontanamente possano essere accostate al suono “Sapri”.”

Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio racconta della sconfitta della quadra romana di Dezio Quinzio mentre scortava un convoglio di grano dalla Sicilia a Taranto. Forse riguardo una citazione del “Sapriporto” di cui parla Livio è in Luca Holstenio citato dal Laudisio. Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. L’Ebner dice che Livio parla di un Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. La seconda guerra punica (chiamata anche, fin dall’antichità, guerra annibalica) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Europa (per sedici anni) e successivamente in Africa. La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l’influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell’antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell’intero mondo mediterraneo. Evento decisivo per la guerra in Italia fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l’aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò, grazie anche all’aiuto dell’esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, prima che il Cartaginese potesse arrivare in suo soccorso; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l’Italia; dopo avere attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.C. con 20.000 armati, dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli (per un totale ora di 30.000 armati), ma perse tempo prezioso assediando inutilmente Placentia; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l’altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l’Apulia, respingendo i Romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa, dove si fermò attendendo notizie sui piani del fratello Asdrubale. Scullard aggiunge che con quattro legioni di fronte (Claudio Nerone) e due alle sue spalle a Taranto, Annibale non poteva avanzare oltre Canosa senza correre seri pericoli.

Nel 15 o 22 d.C. (I sec. d.C.), Strabone geografo e la colonia di Sibari nella sua “Geografia” non cita ‘SCIDRO’

Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Biagio Cappelli (…), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Sulla descrizione di alcuni nostri luoghi di cui, Strabone ha parlato, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo bailiano ai confini calabro-lucani”, a p. 192, in proposito così scriveva che: “Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo ecc…ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro, dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39).”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Strabone è stato un noto geografo. Ecco ciò che scriveva Strabone (…) nel suo libro IV della sua “Geografia”: “Segue nell’ordine, a distanza di duecento stadi, Sibari, fondata dagli Achei; è tra due fiumi, il Crathis e il Sybaris. Il suo fondatore fu Is of Helice. Nei primi tempi questa città era così superiore nella sua fortuna che governava su quattro tribù nelle vicinanze, aveva venticinque città sottomesse, fece la campagna contro i Crotoniati con trecentomila uomini e i suoi abitanti solo sul Crathis riempivano completamente un circuito di cinquanta stadi. Tuttavia, per la lussuria e per l’insolenza furono privati ​​di tutta la loro felicità dai Crotoniati entro settanta giorni; poiché, presa la città, questi la condussero sopra il fiume e la sommerse. In seguito, i superstiti, solo pochi, si radunarono e ne fecero di nuovo la loro dimora, ma col tempo anche questi furono distrutti dagli Ateniesi e da altri Greci, i quali, pur essendo venuti lì per vivere con loro, ne concepirono un tale disprezzo che non solo li uccisero, ma spostarono la città in un altro luogo vicino e la chiamarono Thurii, da una sorgente con quel nome. Ora il fiume Sibari fa timidi i cavalli che ne bevono, e perciò tutti gli armenti ne sono tenuti lontani; mentre il Crathis rende gialli o bianchi i capelli delle persone che vi si bagnano, e inoltre cura molte afflizioni. Ora dopo che i Thurii ebbero lungamente prosperato, furono ridotti in schiavitù dai Leucani, e quando furono portati via dai Leucani dai Tarantini, si rifugiarono a Roma, e i Romani inviarono coloni per integrarli, poiché la loro popolazione era ridotto, e ha cambiato il nome della città in Copiae.”. Dunque Strabone non cita la colonia Sibarita di Scidro. Strabone (in greco antico: Στράβων, Strábōn; in latino: Strabo; Amasea, ante 60 a.C. – Amasea ?, tra il 21 e il 24 d.C.) è stato un geografo, storico e filosofo greco antico. La ‘Geografia‘ (Γεωγραφικά) in 17 libri inizia con un’introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene ha avuto torto a invalidare l’opera di Omero dal punto di vista geografico. I libri dal III al X descrivono l’Europa, e più in particolare la Grecia antica (libri VIII-X), mentre i libri dall’XI al XVI descrivono l’Asia Minore e il libro XVII si occupa dell’Africa (Egitto e Libia). Se la sua opera, che è il trattato geografico più ampio dell’antichità, riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, tuttavia la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza dell’inizio della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell’acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova, specifica cultura. A differenza della geografia tolemaica, improntata su uno studio ed una analisi più rigidamente matematiche, la Geografia di Strabone presenta un impianto più storico-antropologico. Strabone ci parla del promontorio di Palinuro nel libro VI della sua “Geographia”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’. Il testo di Strabone (…)(Strabonis), lo troviamo “volgarizzato” (come scriveva il Gaetani (…), ovvero tradotto dal greco, in Francesco Ambrosoli (…), nel suo ‘Collane degli antichi storici greci volgarizzati‘, su Strabone, vedi vol. III, pp. 93-94-95. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 44-45, riferendosi alle indicazioni geografiche fornite dal Periplo di Pseudo Silace, in proposito scriveva che: Tali indicazioni non divergono molto da quelle fornite dal racconto di Strabone. Questi descrive le coste della Lucania a partire dal VI libro della sua Γεωγραφια, dando in apertura il limite settentrionale della regione: Μετα δε το στομα του Σιλαριδος Λευχανια (63). La descrizione segue con la rapida menzione del santuario di Hera Argiva, dell’isola Leucosia, di Hyele-Elea e il ricordo delle lotte sostenute dai suoi abitanti contro Lucani e Poseidoniati; infine, dopo aver citato Pyxus e Laos, dà la misura in stadì, 650 per l’esattezza, della ‘paralìa’ tirrenica. Il geografo elenca le stesse città greche nominate dallo Pseudo Scilace, ma non parla di Sidro che, insieme con Pyxus, non compare neppure nel “Periplo”. Risulta pertanto evidente la corrispondenza cronologica tra il dato straboniano e quello fornito dal manuale nautico (64). Anche per Strabone “la Lucania è il territorio posto tra la costa del Tirreno e quella del mar Siculo (= Ionio), sul tratto che da un lato va al Silaros (=Sele) a Laos, dall’altro da Metaponto a Turì; dalla parte del continente essa si estende dal territorio dei Sanniti fino all’istmo che va da Turì a Cerillae, presso Laos: quest’ultimo è largo 300 stadi” (65). Queste notizie dettate dalla fonte probabilmente timaica non contrastano con quelle adottate dallo stesso Strabone che mostra di conoscere in grandi linee la topografia delle coste, ma sembra ignorare quella dell’entroterra. Per il litorale tirrenico, infatti, nomina i centri di Posidonia, Elea, Pyxus e Laos etc…”. La Catalano, a p. 44, nella nota (63) postillava che: “(63) Strabon., VI  1,1, p. 252; per il confine settentrionale lungo il Sele cfr. E. Lepore, in “Diz. Epigr. Ant. Rom.”, cit., v. s. Lucania, p. 1884.”. La Catalano, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “(64) Strab., VI 1,1, pp. 252-253; cfr. F. Lasserre, Laos et Talaos (Strabon VI 1,1,), in “PdP” XVIII, 1963, pp. 355-364 per la frontiera tra Lucania e la regione Bruzia; cfr. anche V. Panebianco, Laos, Lavinion, Mercurion etc…”. La Catalano, a p. 45, nella nota (65) postillava che: “(65) Strab., VI 1,4, p. 255”.

Nel 43 d.C. (I sec. d.C.), POMPONIO MELA parla di Buxentum e di Blanda

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania -Discorsi”, parlando di Maratea a pp. 438-439, in proposito scriveva di Barrio (…) e di Pomponio Mela (…). Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: ‘Pomponio Mela’ al ‘lib. 2. cap. 2.’ ce l’ha detto: ‘Temesa’, Clampetia, Blanda, Buxentum, Velia, Plinio’, siccome sopra si disse, la mette nel golfo Vibonense, il quali indubbiamente finisce alla punta della Cirella, onde non può essere Belvedere, ch’è è più in là, e fuor di esso:….”. Il geografo latino Pomponio Mela (39), secondo il Cluverio (35), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca ci parla del geografo latino Pomponio Mela (….) e della sua opera geografica intitolata “De chorogr……….”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ripetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De chorographia (“Descrizione dei luoghi”), Cosmographia (“Descrizione del mondo”) o anche De situ orbis (“La posizione della terra”). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo delle Colonne d’Ercole, subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’Ecumene, cioè dei luoghi abitati, in particolare quelli lungo le coste, mentre tratta più sommariamente i territori interni. Pomponio Mela è uno dei più antichi scrittori che parla della Cina. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano.  L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.

Nel ’77 d.C. (I sec. d.C.), Plinio il Vecchio, nel libro 3°, cap. 5°, il “SINUS VIBONENSIS” (il golfo Vibonese)

Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione della “Lucania” del 1745 (ed. Gessari), a p. 423 scriveva che: “….e che così sia, sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3. Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il golfo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto. Quando Cicerone dopo la morte di Cesare ecc…”.

Antonini, p. 424

Dunque, l’Antonini cita Plinio (…) ed il suo cap. 5 del Libro 3 della sua “Naturalis Historia”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Plinio il Vecchio: Proximum autem huic flumen Melphes et oppidum Buxentum, graece Pixus: Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus. Trad.: “Qui vicino (Palinuro) c’è il fiume di Molpe (Mingardo) e la città di Bussento, la greca Pixunte: indi il fiume Lao; vi fu anche la città dallo stesso nome. Da questo luogo comincia la costiera dei Bruzii.”. Caio Plinio Secondo, conosciuto come “Plinio il Vecchio” (in latino: Gaius Plinius Secundus; Como, 23 – Stabia, 25 agosto o 25 ottobre 79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista, comandante militare e governatore provinciale romano. Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti. Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell’oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla storia dell’Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso. L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia; una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia, lavorazione dei metalli e storia dell’arte. L’opera enciclopedica è il risultato di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità. La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79. Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. La Naturalis historia, come detto, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione. Il primo libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio e contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. L’enciclopedia tratta svariati temi, dal generale al particolare: dopo la descrizione dell’universo (II libro), si passa a geografia ed etnografia del Bacino del Mediterraneo (III-VI libro), per poi trattare di antropologia (VII libro) e zoologia (VIII-XI libro). Antonini scriveva che Plinio il Vecchio (….) nel 77 d.C. “…Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il glofo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto.”. Dunque, Antonini sulla scorta di Plinio scriveva che egli cita il “Sinus Vibonensis” e, seguendo il ragionamento di Antonini che postilla sulla cronologia dei luoghi citati, egli pone il “Sinus” (il Golfo) “Vibonensis” tra il promontorio di Tortora fino ad arrivare a quello di Palinuro, ovvero ciò che oggi chiamiamo Golfo di Policastro. Scriveva Antonini: “e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia”. Dunque secondo l’Antonini l’ipotesi che si trattasse di “Vibo Valentia” non è plausibile vista la sua enorme distanza dagli altri luoghi che Plinio pone cronologicamente vicini ed in successione tra loro. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Plinio il Vecchio fa rientrare Buxentum nel Sinus Vibonensis, dove si trovano le “isole Itacesie” proprio di fronte a Vibo (contra Vibonem) (65), ma pone Hippo, chiamato Vibo Valentia, solo dopo molte altre città verso sud, e nel golfo di Terina (sinus ingens Terinaeus)(66). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (65) postillava: “(65) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 7, 85”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (66) postillava: “(66) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72-73”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C…….La contemporanea descrizione di Plinio il Vecchio ricorda per la Lucania, dopo Palinuro, il fiume Melpes (Lambro), la città fortificata di Bussento (oppidum Buxentum), corrispondente alla greca Pissunte (Graeciae Pyxus), quindi il fiume Lao, presso il quale vi fu un oppidum con lo stesso nome; di qui inizia il litorale del Bruzio, con la città fortificata di Blanda (80). Nel II secolo d.C. il geografo Claudio Tolomeo pone Boùxenton in Lucania tra Velia e la costa del Bruzio (81). Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Va ricordato anche l’accenno agli ottimi vini lucani fatto da Plinio, con riferimento ai vini della zona di Turi, di Grumento e di Lagaria, usati anche come specialità medicinali (83). La produzione romana di vino sembra continuare una specializzazione di questo territorio già attestata in epoca greca e lucana (84).”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (80) postillava che: “(80) 80 Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72. Vd. FUSCO 1992.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (83) postillava che: “(83) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XIV, 6, 69.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (84) postillava che: “(84) GUALTIERI 2003, p. 159; vd. VANDEMERSCH 1994.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

Nel 27 a.C., (I sec. a.C.), Tito Livio, la nostra zona in “Ad Urbe condita libri”

Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio (in latino: Titus Livius; Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore della Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C. Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto probabile che l’opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C. I libri furono successivamente divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto coincidere con determinati periodi storici. Dell’intera opera ci è pervenuta solo una piccola parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall’I al X e dal XXI al XLV (la prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della quinta). Gli altri sono conosciuti solo tramite frammenti e riassunti (“Periochae”). I libri che si sono conservati descrivono in particolare la storia dei primi secoli di Roma dalla fondazione fino al 293 a.C., fine delle guerre sannitiche, la seconda guerra punica, la conquista della Gallia cisalpina, della Grecia, della Macedonia e di una parte dell’Asia Minore. L’ultimo avvenimento importante che si trova è relativo al trionfo di Lucio Emilio Paolo a Pidna.

Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.

Nel II-III sec. d.C., ATENEO e Scidro

In Wikipedia troviamo “Ateneo di Neucrati” che era una città dell’Egitto. Mario Napoli scriveva che, Ateneo da lui citato, si rifà a Timeo o ad Aristotele”. Infatti, Ateneo di Naucrati, in greco antico: Ἀθήναιος Nαυκρατίτης o Nαυκράτιος, Athḕnaios Naukratítēs o Naukrátios (Naucrati, … – dopo il 192), è stato uno scrittore egizio dell’età imperiale. Dovrebbe aver scritto dopo la morte di Commodo (192 d.C.) perché ne parla con esecrazione, tra l’altro introducendo come anfitrione del banchetto da cui prende nome l’opera Publio Livio Larense, procurator dell’imperatore tra 189 e 192. Sappiamo dalle titolazioni dei manoscritti che fu di Naucrati e, dunque, greco egiziano, probabilmente grammatico e consultatore della Biblioteca di Alessandria, visto che cita circa 700 autori e 2.500 opere che, pur non consultate tutte direttamente, erano conservate ad Alessandria. Ateneo scrisse – come egli stesso afferma – almeno due opere che non ci sono giunte: un commento sul pesce thratta, citato dai comici attici, e una Storia dei re di Siria. L’unica sua opera giunta a noi è la miscellanea Δειπνοσοφισταί (I Dipnosofisti o I dotti a banchetto), redatta in quindici libri. Dei primi tre libri dell’opera (oltre a parti dei libri XI e XV), perduti, è sopravvissuta solo una epitome, che consente di avere idea dell’inizio dell’opera. Da Wikipedia leggiamo che I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati.   

I diversi toponimi attribuiti a Sapri nei secoli: Scidro, Scidron, Città d’Avenia, Bibo ab Sicam, Ceserma, Vicum Saprinum (a. 72 d.C.), Scido (1079), Saprà, Safri, Saperi, Portu (a. 1079), Terram Saprorum, Portus Saprorum, Porto di Sapri, Sapri

Dopo il III sec. a.C., Sapri nei secoli dell’Impero Romano

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: Agli inizi del III sec. a.C., Elea (Velia), potente colonia della Magna Grecia (l’odierna Moio della Civitella), stringerà con Roma una proficua e forte alleanza, che, determinerà la scomparsa dei centri fortificati dell’interno come Roccagloriosa e sorgeranno ‘villae’ lungo la costa (39). Sulla costa si vanno infittendo le emergenze monumentali di ‘villae’ più o meno complesse: da quella di Punta Licosa a sud di Velia a quella imponente e monumentale di Sapri.”. Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (40), testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale che sia.”(41). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (42), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un duovir des (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (43)”(44).”. Nella mia nota (39) postillavo che: “(39) Frederiksen M.W., The contribution of Archeology to the Agrarian Proble in the Gracam Period, stà in “D.d.A.”, IV-V, 1971, p. 340 s.”. Nella mia nota (40) postillavo che: “(40) Johannowsky W., Sapri, stà in “Atti del XXII Congresso sulla Magna Grecia”, Taranto, 1983, p. 528.”. Nella mia nota (41) postillavo che: “(41) Antonini G., op.cit., vedi anche la Relazione di Magaldi J. presentata alla Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, 1928: “Cenno storico archeologico della città di Sapri”, ove vengono descritti minuziosamente i ruderi esistenti a Sapri ed i rinvenimenti avuti nel corso dei lavori per la costruzione della SS. 18 nel 1884.”. Nella mia nota (42) postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Nella mia nota (43) postillavo che: (43) Mommsen, CIL , X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da Russi A. in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. Lucania, p. 1897.”. Nella mia nota (44) postillavo che: (44) Greco Giovanna, op. cit., p. 19″. Infatti, pare che all’epoca romana, il diumviro edile che sovrintendeva il porto e le infrastrutture portuali a S. Croce a Sapri, Lucio Sempronio Pomponio Prisco, appartenesse alla famiglia dei Prisco. Un Prisco aveva un ruolo importante proprio a Policastro. Io credo che, il centro demaniale di Policastro o Buxentum romana non avesse un porto o strutture portuali vere e proprie ma che tali strutture fossero state costruite in località S. Croce a Sapri che peraltro ha una baia ampia ed unica che poteva ospitare anche flotte di navi da battaglia che ivi potevano ormeggiare per attendere le armate al loro rientro. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare. Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “…..Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 64, in proposito scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted Ulrich, Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Infatti, assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Anonimo Ravennate (….) che voleva fosse Sapri e, anche la citazione di una “Caesariana” nella  Tavola Peuntingheriana (….), come vedremo in seguito. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 33 scriveva pure che: “Le comunicazioni avvenivano, innanzitutto, per via marittima, ma anche attraverso la via ‘Annia’, una strada militare, che, partendo da Buxentum, s’inoltrava attraverso la Lucania costiera; detta strada, raggiunta Sapri, prosegue per Rivello, utilizzando il tracciato di una carovaniera greca, che, partendo dal Golfo di Policastro, conduce alle sponde del Mar Ionio. Su questa strada esiste una costruzione romana, di forma quadrata, abbastanza consistente: sarebbe stato un sepolcro o un edificio militare. E’ stata localizzata pure una “via carovaniera”, che già in età preromana metteva in comunicazione Sapri con la valle del Noce, oltre Maratea, e le colonie greche sul Mar Jonio.”.  Pietro Ebner (…), riguardo l’antica città di Bussento (…), e di Molpa (…), citava  Giacomo Racioppi (…) e il Corcia (…). Ebner, cita Nicola Corcia (…), erudito che scrisse sulla Storia della Magna Grecia, e dice che ne ha scritto su ‘Scidro’. Il Corcia (…), in proposito al ‘Sipron‘ dell’Antonini (…), scriveva: “Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di Sapri, tuttochè vi credesse l’antica città di Sipro, ingannato dalla falsa lezione di alcune edizioni di Erodoto, in cui si leggesi……., invece che …….” (…). Insomma, il Corcia (…), riteneva che la lettura di Antonini del Sipron citato da Erodoto, fosse errata e affermava che l’Antonini sbagliasse a leggere Erodoto il quale parlava di Sipron e non di Skidron.

Via S. Paolo sulle colline di Sapri

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(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati

Mia zia, Maria Attanasio raccontava che sua nonna Teresa Eboli (la “vava”), gli diceva che andava con sua madre a pregare nella Cappella di Santa Maria di Porto Salvo, sita nelle contrade sopra le colline di Sapri, nei pressi della Madonna dei Cordici e poco dopo l’attuale locale chiamato “le Capannelle”. In quei luoghi, vi era anticamente una chiesetta intitolata a “Santa Maria di Porto Salvo”. Mia zia Maria, racconta che, molte famiglie Sapresi, si recavano a piedi, a far visita alla Madonna di Porto Salvo, una statuetta lignea di cui si sono perse le tracce, per farsi benedire. Oggi, di quella cappella si sono perse le tracce e sono rimati in piedi i suoi ruderi.  Proprio in quelle contrade, oltre ai ruderi della chiesetta di Santa Maria di Porto Salvo che vediamo illustrati nell’immagine, vi è anche una strada interpoderale e sterrata, sulle mappe chiamata “via San Paolo”. Questa contrada è stata sempre nel territorio della Baronia di Torraca, prima Universitas Aragonese e poi infine Comune, ma come si può ben vedere nell’immagine del satellite essa è posta non molto distante dalla costa di Sapri, con la sua ampia baia. Nei pressi di queste collinette vi è il Santuario dedicato a Santa Maria dei Cordici e il Seminario vescovile di ‘Pietradama’ che, Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p. 248 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani): “…guardando in alto, vedo il colossale e incompleto Seminario di Pietradama, che spaventò il dittatore d’Italia nelle acque di Sapri.”. Oggi, guardando le mappe, la località è chiamata “Torrette Tempe”. Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio Saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, molto vicina alla contrada dei ‘Cordici’ , è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (…). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. Bibo ad Siccam odie ruin., cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene proprio posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di inportanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin.. Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità Sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità deputate alla tutela del patrimonio.

Nel 197 a.C. e 194 a.C., e pure nel 187 a.C., Tiberio Sempronio Longo e la colonia marittima romana di Buxentum

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a p. 206, in proposito scriveva che: “Le “colonie” importano l’invio di coloni, che erano stati soldati ed agricoltori insieme. Esse ebbero, in origine, finalità prevalentemente militare e politica (3). La colonia romana è definita da Cicerone (‘De lege agr. II, 73)”propugnacolo dell’Impero”. Esse furono infatti le sentinelle avanzate di un vasto Impero e fecero buona guardia ai suoi confini. Costituite di cittadini romani, le colonie partecipavano, naturalmente, della cittadinanza romana. Qualunque fosse il loro statuto di fondazione (‘lex coloniae’), erano sempre dipendenti dalla Capitale; data la loro natura e la loro finalità, non poteva essere diversamente. Dell’Urbe esse potevano considerarsi come le diramazioni, per mezzo delle quali Roma faceva sentire il suo prestigio ai popoli soggetti (4).”. Il Magaldi (…), a p. 206, nella nota (4) postillava: “(4) La più antica colonia di cui si ha notizia è Anzio, fondata nel 338 a.C. Cfr. De Sanctis, op. cit., II, p. 434.”.  Sempre il Magaldi (…), a p. 207, nella nota (2) postillava: “(2) E. Pais, Seie cronologica delle colonie Romane e Latine dall’età regia fino all’Impero, parte I (dall’età del tempo dei Gracchi), in Memorie della R. Accademia dei Lincei, serie V, vol. XVII (1924), p. 329.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a pp. 211-212, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno in cui fu fondata Copia lo furono pure le colonie di Crotone, di Vibo-Valentia e di Tempsa. L’anno precedente (194), quello del secondo consolato di Scipione, furono dedotte, colla funzione di “marittime”, le colonie di Volturno, Literno, Puteoli, Salerno e, verso il confine meridionale della Lucania, Bussento (1), la cui legge di deduzione era stata proposta nel 197 dal tribuno della plebe. Il loro scopo precipuo era quello di fare buona guardia sul mare, ideate com’erano state in previsione di una guerra contro la Siria, presso il cui re Antioco aveva cercato riparo Annibale (2). Le colonie dell’a. 193, anche se ufficialmente considerate “latine”, come Copia e Vibo-Valentia, o “cittadine”, come Crotone e Tempsa, in realtà non differivano in nulla dalle “marittime”. E tutte insieme stringevano come in una morsa le indocili popolazioni dell’interno. La colonia romana di Bussento fu impiantata nel territorio della abbandonata città greca di Pissunte con la partecipazione di trecento coloni. Ma non ebbe una esistenza florida, si che nel 186, a meno di un decennio dalla fondazione, si sentì il bisogno di ripopolarla, avendola il console Postumio trovata a metà deserta (1).”. Il Magaldi (…), a p. 211, nella nota (1) postillava: “Cfr. Livio, XXXII, 29, 3 (a. 197): ‘C. Atinius tribunus plebis tulit, ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum, trecenae familiae in singulas colonias indebantur mitti. Triumviri deducendis iis, qui per triennium magistratum haberent, creati M. Servilius Geminus, Q. Minucius Thermus, Ti. Sempronius Longus; XXXIV, 45, I seg. (a. 194): ‘Coloniae civium Romanorum eo anno deductae sunt Puteolos, Volturnum, Liternum , treceni homines in singulas. Item Salernum Buxentumque coloniae civium Romanorum deductae sunt. Deduxere triumviri Ti. Sempronius Longus, qui tum consul erat, M. Servilius, Q. Minucius Thermus. Ager divisus est, qui Campanorum fuerat. Cfr. Livio, XXXIV, 42, 6: ‘Puteolos Salernumque et Buxentum adscripti coloni, qui nomina dederant et cum ob id se pro civibus Romanis ferrent, Senatus iudicavit non esse eos civis Romanos. Si tratta della risposta data dal Senato alla richiesta dei Ferentinati, che i coloni latini introdotti nella città diventassero cittadini romani. Questa notizia – dice il Pais, op. cit., p. 342 – va messa a fianco di quelle sui varii tentativi dei Latini di deiventare cittadini roani. Cfr. Velleio, I, 15, 3: ‘Eodem temporum tractu, quamquam apud quosdam ambigitur, Puteolos Salernumque et Buxentum missi coloni….Sulla fondazione della colonia di Bussento cfr. Pais, o. c., p. 340 seg.”. Il Magaldi (…), a p. 212, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Livio, XXXIV, 23, 3 seg. (a. 185): ‘Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. Maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libo M. Tuccius Cn. Baebius Tamphilus. Cfr. Pais, o. c., p. 342”. Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “Dopo un silenzio di quasi tre secoli, è Livio (5) che torna nuovamente a parlarne, a proposito della deduzione, nel 194 a.C. ed ulteriormente rinforzata nel 186 a.C., della colonia marittima romana di Buxentum, nome che costituisce l’evidente latinizzazione del nome greco (6). In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), mentre dall’epigrafia apprendiamo che si trattava di un ‘municipium’ retto da ‘duoviri’, che era iscritta alla ‘tribus Promptina’,e che possedeva un foro ed un ‘macellum’ (8).”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (6) postillava che: “(6) L’identificazione di Pyxous con Buxentum è autorevolmente confermata da Plinio, Nat. Hist. Ili, 5, 72 : oppidum Buxentum, Greciae Pyxus.”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (8) postillava che: “(8) CIL X, I, n° 461 ; V. Bracco, // foro di Buxentum, in Scritti sul mondo antico in onore di F. Grosso, Roma, 1981, p. 77-84; Id., Il Macellum di Bussento, in Epigraphica, XLV, 1983, p. 109-115.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, nella rivista “L’Universo”, LIII, n. 3, maggio-giugno, parlando di Buxentum, a p. 506 e ssg., in proposito scrivevano che: “Pixous greca si trasformò in Buxentum romana nel 197 a.C. quando cinque colonie marittime furono dedotte al Volturno, a Literno, a Pozzuoli, a Salerno e a Bussento. La deduzione avvenne nel 194 a.C. (53): 300 cittadini romani (famiglie, piuttosto), rioccuparono la città, dandole nuova vita. Le testimonianze di Buxentum sono numerose. le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò ‘falsae vel alienae’ altre due iscrizioni (54), riportate da storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi etc…”. I due autori, a p. 507, nella nota (53) postillavano: “(53) Quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad castrum Salerni, his Buxentum adiectum….(Plinio, N. H.), cfr. V. Panebianco, La colonia romana di Salernum, cit. p. 3. Buxentum è la latinizzazione di Pixous.“. I due autori, a p. 507, nella nota (56) postillavano: “(56) Sono noti dall’annalistica di triumviri di Buxentum, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Gneo Bebio Panmfilo.”. Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”,  parlando di Pixunte, a p. 175, in proposito scriveva che: “Recenti scavi, eseguiti nell’abitato di Policastro, sembrano confermare che la greca Pixunte e la romana Buxentum debbano identificarsi con l’odierna Policastro, etc….Potrebbe nascere il sospetto che quando, nel 194 a.C., i Romani vi dedussero una prima colonia, la città sia stata spostata dalla riva destra a quella sinistra, dove è ora, con procedimento che è documentabile in molti casi; ma non solo della cosa non vi è ricordo alcuno nelle numerose fonti che ci parlano della romanizzazione della città (Liv., XXXIII, 29, 4; XXXIV, 42, 6; 45, 2; XXXIX, 22, 4; Vell. Pat. 1, 15; Plin. III, 72), e sembra anche escludersi dal contesto del passo di Strabone, etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 27, in proposito scriveva che: “La fondazione avviene in più fasi, secondo il racconto di Tito Livio. In un primo momento, nel 197 a.C., su proposta del tribuno della plebe Gaio Atinio, si delibera la fondazione delle colonie, ciascuna con trecento famiglie. Si eleggono quindi i tre magistrati incaricati di curare la deduzione: Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo (45). Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). Etc…”.  Il La Greca, a p. 27, nella nota (45) postillava: “(45) Livio, XXXII, 29, 3-4”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 27, in proposito scriveva pure che: “Nel 194 a.C. fu inviata a Buxentum una colonia di 30 famiglie (10) per ripopolare la città. I coloni di Buxentum non rimanevano a lungo nell’aria irrespirabile della città, che, per molto tempo, non dette segni di vita.”. Il Tancredi, a p. 27, nella nota (10) postillava: “(10) Tito Livio, nel libro XXXII, 29 così riferisce: “Acilio, tribuno della plebe, decise di fondare cinque colonie sil litorale: due alla foce del fiume Volturno e Literno, una a Pozzuoli, una alla fortezza di Salerno. A questa fu aggiunta ‘Bussento’. Fu ordinato che fossero mandate trenta famiglie in ciascuna colonia. I tribuni eletti perché esercitassero nella fondazione la carica di magistrato per tre anni, furono: M. Servilio Gemino, Q. Minucio Termo e T. Sempronio Longo”.”. Nel 2014, è apparso a stampa lo studio “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, di Antonio Scarfone (….), sulla scorta di Werner Johannowsky (….) scriveva in proposito: D’altronde, alcuni esponenti della Gens Sempronia, una delle più antiche e potenti stirpi romane, erano noti nel Golfo di Policastro sin dall’età repubblicana. Infatti, come ci narra Tito Livio, nel 194 a.C., il triumviro Tiberio Sempronio Longo fu uno dei magistrati cui fu affidato il compito, avendo acquisito la suprema carica di console, della cura della vicina e sicuramente più importante colonia di Buxentum (11).”.  Scarfone, a p. 451, nella nota (11) postillava che: “(11) Questi i passi di Tito Livio, in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento, Libro XXXII, 29, I: etc…”……” (….), il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie etc…Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare etc….”.  Questi i passi di Tito Livio in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento. Libro XXXII, 29, I: […] “C. Atinius, tribunus plebis, tulit ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum; trecentae familiae in singulas colonias iubebantur mitti. Tresviri deducendis iis, qui per triennium magistratum haberent, creati M. Servilius Geminus Q. Minucius Thermus Ti. Sempronius Longus.” […] che tradotto significa: “Il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie sulla costa, due alla foce dei fiumi Volturno e Literno, una a Pozzuoli, una a Castro di Salerno. Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare in ogni colonia trecento famiglie. Furono creati triumviri per la fondazione di quelle colonie Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980). Etc…”

L’epigrafe sepolcrale pubblicata dall’Antonini trovata e vista in località Fortino a Sapri, forse proveniente dalla città d’Avenia  come dice lui dalla città di Vibona (lucana) ?

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a p. 435 (I edizione del 1745 e a p. 434 nella II edizione del 1795), in proposito scriveva pure che:  “Mi furono ben vero mostrati molti gran mattoni, ch’erano stati di sepolcri, e di questi spessissimi si trovavano fra quei vigneti con qualche lucerna sepolcrale.  Nell’erto della collina vicino un pagliaio viddi a terra l’iscrizione seguente, che avrei forse con poco denaro potuto avere, se la sciocchezza d’un Prete, che ne faceva gran caso,  non avesse distolto il padrone, ch’era un contadino, dal vendermela, dicendomi averla promessa ad un suo amico in Napoli. Peraltro a me bastò averla copiata ed è questa:

                                                                                          M. T. PALP II. IVCVNDI

                                                                                            V IX. AN. XI. M. VIII.

                                                                                           M. PALPIVS. BASSVS

                                                                ET. LARTIA. MVSSIDIANA PARENT. MOESTISS.

text6

(Fig…) Antonini, op. cit., p. 434

L’Antonini prosegue parlando di un’altre due iscrizioni: Mi furono mostrati molti gran mattoni che erano stati di sepolcri. Nell’erto della collina, vicino ad un pagliaio, vidi a terra l’iscrizione seguente, che avrei forse con poco danaro potuto avere, se la sciocchezza d’un Prete, che ne faceva gran caso, non avesse distolto il padrone, che era un contadino, dal vendermela, dicendo di averla promessa ad un suo amico in Napoli. Per altro, a me bastò averla copiata, ed è questa:”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, dopo aver detto dell’accurata descrizione dei manufatti a S. Croce fatta dall’Antonini nel 1745, a p. 32, nella nota (21) postillava che: “(21) Fra i reperti dell’antichità classica, oltre la lapide di Sempronio Prisco, sono da ricordare altre due: una greca, incompleta, consistente in un frammento di marmo presso la Torre del lato occidentale, tra le vigne, colle seguenti parole: etc…., un’altra romana, più chiara e completa, con questa iscrizione: M. T. PALP II. IVCVNDI V IX. AN. XI. M. VIII. M. PALPIVS. BASSVS ET. LARTIA. MVSSIDIANA PARENT. MOESTISS. Questa s’interpreta: ‘Memoria Titi Palpii Jucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius Bassus et Lartia Mussidiana, parentes moestissimi (posuerunt) = Ricordo di Tito Palpio Giocondo: visse undici anni ed otto mesi. Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, genitori molto addolorati, gli posero questa lapide. Alla famiglia dei Bassi, intorno ai primi secoli, appartennero personaggi illustri tra consoli, cavalieri, poeti e grammatici. Sono iscrizioni rinvenute e citate dall’Antonini nella “Lucania” (Tomo I, Parte 2°, Discorso XI, pagg. 433-434). Commuove per la scomparsa di un fanciullo in tenera età.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 65, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Molti sepolcri ancora si scoprivano tra’ prossimi vigneti, ma appena ne rimavano queste due lapide:  (egli riporta la seguente epigrafe sepolcrale):….”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 66, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Notabile nella prima di queste iscrizioni è il pronome di ‘LARTIA’, il quale, corrisponde a ‘domina’, si legge in molti titoli sepolcrali etruschi, nè so se s’incontra in altre epigrafi latine: certo è che i due titoli dimostrano il luogo abitato nè tempi romani; ma che la città fosse abbandonata o distrutta ai primi tempi dell’impero si può raccogliere dal non  essere ricordata nè da Strabone nè dà geografi posteriori.”.

Corcia, su Scidro, p. 66, cap. III

Dunque, secondo il Corcia (…) vol. III, a p. 66, l’iscrizione latina riportata dall’Antonini vista a Sapri, riguarda una testimonianza etrusca. Sulla storia di Sapri ha scritto anche il dottor Nicola Gallotti nel 1899 che pubblicò “Sapri nella storia e nella tradizione popolare – brevi cenni”, e sebbene parlasse delle origini di Sapri anche sulla scorta di studiosi come Nicola Corcia, il Curcio-Rubertini (…) e il Tropea (…), in “Storia dei Lucani”, non si accenna mai alla città di Avenia ed al racconto della tradizione orale locale di una città inghiottita dalle acque a seguito di un “maremoto”. Lo stesso Corcia (…) accenna a origini etrusche e ad una “città dei Romani” riferendosi al pronome latino di “Lartia” che si trova nell’iscrizione lapidea – la stele marmorea – che oggi si trova in Piazza del Plebiscito. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura, mito e storia”, a pp. 177-178, in proposito scriveva che: “L’Antonini cita, tra i reperti da lui rinvenuti a Sapri, anche una lapide sepolcrale di fanciullo recante la seguente epigrafe latina: etc….”Memoria Titi Palpii Iucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius et Lartia Mussidiana, parents moestissimi (posuerunt)(11) (In memoria di Tito Palpio Giocondo: visse 11 anni e 8 mesi. I genitori dolentissimi, Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, posero questa lapide)(13).”. Il Guzzo, a p. 177, nella nota (11) postillava: “(11) F. Cesarino – Sapri archeologica – in “I Corsivi” – Anno 1987 – n. 3“. Il Guzzo, a p. 178, nella nota (13) postillava: “(13) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 434”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario tra mito e storia etc…”, a pp. 222-223, in proposito scriveva che: “Nella zona opposta, vale a dire nell’odierna località dell'”Acqua Media”, l’Antonini enumera le fondamenta di circa venti stanze simili alle “Camerelle”; un vecchio molo corroso dalle onde e tutt’intorno al lido, sott’acqua, grandi rovine di larghissime muraglie (11). Tutte queste rovine ed in particolare le Terme ed il Teatro, sono indubbio indizio che Sapri, se non proprio una grande città, dovette certamente costituire, all’epoca del dominio di Roma, centro assai considerevole. L’Antonini cita, tra i reperti da lui rinveuti a Sapri, anche una lapide sepolcrale di fanciullo recante la seguente epigrafe latina: etc….”Memoria Titi Palpii Iucundi: vixit annos undecim, menses octo. Marcus Palpius Bassus et Lartia Mussidiana, parents moestissimi (posuerunt)”. (In memoria di Tito Palpio Giocondo: visse 11 anni e 8 mesi. I genitori dolentissimi, Marco Palpio Basso e Larzia Mussidiana, posero (questa lapide)(12).”. Il Guzzo, a p. 224, nella nota (12) postillava: “(12) Antonini, op. cit., vol. I – pag. 434”. Devo però precisare che il Guzzo si sbagliava quando scriveva che: “Nella zona opposta, vale a dire nell’odierna località dell'”Acqua Media”, l’Antonini enumera le fondamenta di circa venti stanze simili alle “Camerelle, etc…” Non si tratta del zona limitrofa all’“Acqua Media”, che si trova dove attualmente si trova l’area portuale moderna (il nuovo porto) di Sapri, a ridosso del Monte Ceraso ma la zona a cui si riferiva l’Antonini era quelle che oggi è detta località Fortino. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a p. 434, in proposito scriveva che: “Verso l’imboccatura del porto dal lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa altri stanze simili a quelle, che sono nel lato occidentale, le quali potevano essere magazzini, o altra spezie d’officine alla marina appartenenti; e poi intorno intorno al porto veggonsi sott’acqua, ed al lido grandi ruine di larghissime muraglie; sicurissimo indubitato segno, che sulla riva del mare,  e poco entro terra i Cittadini abitassero. Etc…”.. Infatti, l’Antonini si riferiva al lato occidentale della baia naturale di Sapri, dove attualmente vi è posto il faro Pisacane per intenderci. L’Antonini scriveva nel 1745 di aver visto e trovato: ” verso l’imboccatura del porto del lato occidentale sono gl’interi fondamenti di circa venti altre stanze simili a quella, che sono nel lato orientale ecc….Solamente al di sopra la Torre del lato occidentale (crediamo si riferisca alla Torre del Buondormire), trovai un frammento di marmo con greche lettere.”. La “Torre del lato occidentale” è una torre che oggi non esiste più ma all’epoca ancora era visibile evidentemente ed era la torre, forse vicereale detta “Torre del Buondormire” di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Torre del Buondormire doveva trovarsi nel punto in cui essa traguardava il mare e dove oggi si trova il Faro Pisacane molto vicino alla “Spiaggia del Buondormire”, dove, nel 1857, si trovava un posto doganale borbonico che accolse i trecento di Pisacane. Dunque, l’Antonini è chiaro al riguardo e dice che l’epigrafe vista con caratteri greci scolpiti si trovava in una vigna posta al di sopra di detta Torre Buondormire, ovvero molto probabilmente dove oggi si trova l’Ospedale Civile di Sapri. Tutta quella porzione di territorio oggi si chiama località Fortino perchè in epoca murattiana e borbonica vi era un fortino e delle opere militari che, nel 1832, il barone Palamolla affittava al Sindaco di Sapri, come risulta dai documenti in mio possesso. Attualmente, l’area in questione è posta sul versante costiero, tra la località S. Marco nel Comune di Sapri e l’area a ridosso della zona Ospedaliera, in parte nel Comune di Vibonati e a ridosso dei camping. L’Antonini, a p. 435 riporta un’altra epigrafe, forse sepolcrale che egli aveva rilevato a Pozzuoli. Dice essere molto simile alle due precedenti epigrafi sepolcrali in ricordo dei due giovani deceduti prematuramente.   

La stele funeraria marmorea con epigrafe ed epitaffio dedicato al giovane defunto Lucio Sempronio Prisco in Piazza del Plebiscito a Sapri  – il Duumviro Edile Lucio Sempronio Pomponio Prisco figlio di Lucio Pompeo Prisco, forse poeta e scrittore   

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (40), testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale che sia.”(41). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (42), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un duovir des (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (43)”(44).”. Nella mia nota (40) postillavo che: “(40) Johannowsky W., Sapri, stà in “Atti del XXII Congresso sulla Magna Grecia”, Taranto, 1983, p. 528.”. Nella mia nota (41) postillavo che: “(41) Antonini G., op.cit., vedi anche la Relazione di Magaldi J. presentata alla Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, 1928: “Cenno storico archeologico della città di Sapri”, ove vengono descritti minuziosamente i ruderi esistenti a Sapri ed i rinvenimenti avuti nel corso dei lavori per la costruzione della SS. 18 nel 1884.”. Nella mia nota (42) postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Nella mia nota (43) postillavo che: (43) Mommsen, CIL , X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da Russi A. in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. Lucania, p. 1897.”. Nella mia nota (44) postillavo che: (44) Greco Giovanna, op. cit., p. 19″. A p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: In piazza del Plebiscito a Sapri, si può ammirare, ove è collocato, il cippo funerario (fig.14) dedicato a L. Sempronio Prisco, che fu rinvenuto nell’area retrostante l’attuale Ospedale civico, e che fu erroneamente (52) attribuito dal De Ruggiero (53) alla colonia romana di Buxentum.”. Nella mia Relazione, nella nota (52) postillavo che: “(52) Fiammenghi C.A., Maffettone R., op. cit., p. 34”. Nella mia Relazione, nella nota (53) postillavo che: “(53) De Ruggiero, Dizionario epigrafico, s.v. Lucania, p. 1897”. L’opera citata è di Ettore De Ruggiero (….), Dizionario Epigrafico di Antichità Romane, ed. Istituto Italiano per la Storia Antica, Roma, 1959. Quello che ci parla della Lucania. Infatti, la stessa notizia fu riferita dall’archeologa Giovanna Greco (….) che, in un suo saggio in ‘Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988′, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17, a p. 19, in proposito scriveva che: Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (30), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un ‘duovir des’ (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (31).” (….). L’archeologa Giovanna Greco, a p. 19, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Nissen, Italische Landeskunde, vol. II, p. 899, n. 8; Karhsted, op. cit., p. 22.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (31) postillava che: “(31) CIL, X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da A. Russi in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. ‘Lucania, p. 1897.”. Dunque, l’archeologa Giovanna Greco, a p. 19 citava un saggio di A. Russi che dice che il cippo funerario esistente ancora oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri e che nell’epigrafe ci parla della prematura morte del giovane Lucio Sempronio Pomponio Prisco (…), proveniva da Buzentum e non dalla villa romana di S. Croce. Il saggio di A. Russi (….), dal titolo “Lucania” lo ritroviamo a p. 1897, del vol. IV del “Dizionario Epigrafico di antichità romane” di Ettore De Ruggiero (…)(ristampa del 1959, vol. IV). In esso leggiamo che: “…………….”. Tuttavia, pur considerando per buona la citazione della Greco vorrei far notare che si tratta di un’ipotesi di A. Russi. Neanche il Mommsen (….), la collocava a Buxentum. Come ha scritto la Greco a p. 19, il Mommsen pubblicò l’epigrafe del cippo funerario di Piazza Plebiscito col n. 461 in C.I.L., vol. X. Infatti, sul cippo marmoreo in piazza del Plebiscito a Sapri, nello stesso testo citato in precedenza hanno scritto le due studiose Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone (…), che a p. 34 scrivono che: “45) Comune di Sapri. Loc. Ospedale. I.G.M. F° 210, mm. 285/150. In quest’area, ridossata al complesso di S. Croce, nei pressi del moderno Ospedale si rinvenne il cippo di L. Sempronio Prisco, erroneamente attribuito (così il De Ruggiero, ‘Diz. Epigr. s.v. Lucania, p. 1897) alla colonia romana di ‘Buxentum’ e attualmente collocato in Piazza Plebiscito di Sapri. In questa stessa area si conservano a poche decine di metri di distanza l’uno dall’altro due tratti di acquedotto romano (già peraltro segnalati dal Magaldi).”. Dunque, anche le due studiose citavano il Dizionario Epigrafico di Antichità Romane di Ettore De Ruggiero (…), il quale, nel cap. IV, alla voce ‘Lucania’ a p. 1897 contiene il saggio di A. Russo che attribuisce questo cippo funerario marmoreo come proveniente dalla colonia Romana di Buxentum. Pare che all’epoca romana, il diumviro edile che sovrintendeva il porto e le infrastrutture portuali a S. Croce a Sapri, Lucio Sempronio Pomponio Prisco, appartenesse alla famiglia dei Prisco. Un Prisco aveva un ruolo importante proprio a Policastro. Io credo che, il centro demaniale di Policastro o Buxentum romana non avesse un porto o strutture portuali vere e proprie ma che tali strutture fossero state costruite in località S. Croce a Sapri che peraltro ha una baia ampia ed unica che poteva ospitare anche flotte di navi da battaglia che ivi potevano ormeggiare per attendere le armate al loro rientro. Il piccolo porticciolo e la baia naturale di Sapri, ebbero certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro (porto franco), nelle operazioni militari che si svolgeranno via mare. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 28, in proposito scriveva che: “Dell’età romana esiste un importante documento; è un monumento funebre, che si trova attualmente in piazza del Plebiscito, si ritiene giustamente che provenga dalla zona di Santa Croce. Si tratta di un blocco di marmo di non rilevante rifinitura; risulta completo di dado, fusto, zoccolo e cornice. E’ dedicato al duumviro edile Lucio Sempronio Prisco, deceduto all’età di 25 anni. Ecco l’epigrafe; etc….(12)(13)(14). Etc…Da Tito Livio (Libro XL, Cap. 42) sappiamo che i duumviri navali, uno dei quali sarebbe stato Lucio Sempronio Prisco, morto al Porto (oggi di Sapri), erano scelti tra i più distinti cittadini; in senso assoluto, parlando di edili, si deve intendere di Edili Curuli, grado di alto onore. Possiamo così dedurre che il ‘Portus’ esisteva già all’epoca di Roma Repubblicana, che vi manteneva i suoi ufficiali (15).”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (12) postillava che: “(12) Diis Manibus”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (13) postillava: “(13) Pompeo fu poeta e scrittore romano”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (14) postillava: “(14) Agli Dei Mani. A Lucio Sempronio Prisco, Duumviro, figlio dell’edile Lucio Pompeo. Cessò di Vivere a venticimque anni e sette mesi di età. Se i fati non fossero stati troppo crudeli, qui suo padre e sua madre avrebbero dovuto essere prima sepolti”. Come è facile rilevare, il distico elegiaco definisce crudeli i fati e aggiunge che su questo sepolcro gentilizio, prima di quello del figlio, si sarebbe dovuto leggere il vecchio epitaffio del padre e della madre.”. Il Tancredi, a p. 28, nella nota (15) postillava: “(15) Nel 1981, un noto studioso, fecondo pubblicista, il Prof. Vittorio Bracco, da Polla, ha esaminato ed integrato un’epigrafe apposta al Campanile della Cattedrale di Policastro, ma proveniente da costruzioni precedente. Ecco il testo: CAIUS ARRIUS, CAI FILIUS, SERGIA TRIBUS, DUUMVIR ITERUM, TRIBUNUS MILITUM, MURUM ET FORUM CURAVIT. ….Cfr. Bracco V., ‘Il Foro di Bussento’ Pubblicazioni dell’Università di Macerata, in “Scritti sul mondo antico in memoria di Fluvio Grosso”, Edit. Bretsschneider, Roma, 1981. Il Bracco fa rilevare l’importanza dell’epigrafe perché dà notizia della costruzione del foro bussentino, ad opera appunto del magistrato romano Caio Arro. La scoperta e l’interpretazione di tale epigrafe fa pensare all’alto magistrato romano, Lucio Sempronio Prisco, il cui ricordo è tramandato dal monumentino funebre sopra ricordato. Mancano, purtoppo, nomi di altri illustri personaggi della zona, che abbiano operato nella gestione della cosa pubblica o acquisito meriti in altri campi nell’epoca romana. Sapri, ov’è sito il monumentino in onore di Lucio Sempronio Prisco, disca appena 12 Km. da Policastro; i due centri erano anche allora raggiungibili, atteso il terreno pianeggiante: non vi era alcun ostacolo di monti o di fiumi. Il Bracco sensatamente afferma che Sapri “dovette essere certo un lembo vivo dell’ager Buxentinus”.”. Il Tancredi, a p. 29 scriveva pure che: “All’epoca del primo Impero Romano (16) risale la costruzione d’un grande porto, in pieno mare. Il bacino che oggi porta il nome di Sapri, forma, nel Golfo di Policastro, una specie di sottogolfetto che, da due lati, è difeso dalle onde, mentre il terzo lato è aperto.”

marmor

(Fig….) Stele marmorea con epitaffio dedicato a Lucio Sempronio Pomponio Prisco – P.zza del Plebiscito a Sapri (foto Attanasio)

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua prima edizione della, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745 parlando di Sapri e nel descrivere i ruderi archeologici che vide personalmente, a p. 435, in proposito scriveva che: “Nei scorsi giorni mi fu mandata quest’altra di fresco trovata nello stesso luogo, e sebbene io l’avessi fatta subito stampare nel foglio 133 delle mie lettere al Sig. Egizio, pure non dovrà dispiacere, che quì ancora inseriscasi. Essa è intagliata in un ceppo quadrato alto, palmi quattro: “. 

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(Fig….) Antonini Giuseppe, La Lucania, I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 434 (2)

L’immagine di fig. 1, illustra la stele funeraria in marmo bianco, posizionato da secoli in Piazza del Plebiscito a Sapri, prima dell’attuale sistemazione ed in occasione di una sommaria ripulitura. Su di essa vediamo scolpita l’epigrafe o iscrizione funeraria ( epitaffio), realizzata in ricordo della prematura morte del giovane diumviro (magistrato) edile romano Lucio Sempronio Pomponio Prisco, il giovane magistrato romano che, probabilmente si occupò della costruzione e gestione delle imponenti strutture oggi in parte visibili a Santa Croce che credo fossero i resti di una villa imperiale o patrizia romana con strutture portuali annesse. Il cippo marmoreo oggi in Piazza (Fig. 1), presenta scolpita sulla faccia frontale, reca la seguente epigrafe ( iscrizione scolpita su pietra o su marmo) in lingua e caratteri latini:
                                                                                                       D.M.
                                                                                          L. SEMPRONIO
                                                                                     L. F. POM. PRISCO
                                                                                          AED. DVOVIR.
                                                                                          DES. V. A. XXV.
                                                                                                  MEN. VII.

                                                       SI NON ANTE DIEM CRUDELIA FATA FUISSENT.
                                                              HIC PATER, ET MATER DEBUIT ANTE LEGI.

che, tradotta significa: “Agli Dei dei Mani. L. Sempronio, figlio di Pompeo Prisco, duoviro edile designato, visse venticinque anni e sette mesi. Se il destino non fosse stato anzitempo crudele, quì avrebbero dovuto essere letti prima il padre e la madre”. Dell’iscrizione latina ce ne parla anche il Mommsen che la pubblicò (3), sulla scorta dell’Antonini (2) (Fig. 2). Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a pp. 222-223, in proposito scriveva che: “In tale periodo Sapri fu governata da Lucio Sempronio Pomponio Prisco, supremo magistrato, duumviro edile e figlio del poeta e scrittore romano Pompeo. Giovane e illustre per ufficio e per discendenza, morì a soli 25 anni. Ebbe un grado di alto onore, essendo incaricato della cura dei templi, degli edifici pubblici, dei ludi e della polizia urbana con servizio annuale. Su un cippo eretto in suo onore, che attualmente sorge in Piazza del Plebiscito, è perfettamente visibile una lapide con la seguente epigrafe latina: etc…..L’interpretazione e la traduzione sono le seguenti: “Dicatum Monumentum Lucio Sempronio Prisco, Lucii Pompei filio, Aedilis Duovir: designatus: vixit annos 25 et menses septem”. (Monumento dedicato a Lucio Sempronio Prisco, figlio di Lucio Pompeo, designato Duumviro Edile: visse 25 anni e 7 mesi. Se il destino non fosse stato crudele prima del tempo, qui sarebbero letti prima i nomi del padre e della madre).”. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (10), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria, ed a p. 134, in proposito scriveva che: Incontrai delle persone del luogo alcune persone molto distinte con le quali mi fermai a conversare e queste mi indicarono una iscrizione murata nella base del piedistallo della  Santa Croce che si elevava sulla Piazza. Era molto consunta ma riuscii a decifrarla (15). Il significato è il seguente e mi piace riportare l’iscrizione a motivo del lamento finale con il quale termina: D.M. L. SEMPRONIO ecc….Questa lapide fu eretta dagli sconsolati genitori di Lucio Sempronio, magistrato (duovir) dobbiamo credere di Scidro; alla quale carica era assunto prima di aver raggiunto il venticinquesimo anno d’età. Il profondo dolore dei genitori si desume dalla frase “Se il fato non l’avesse prematuramente rapito, suo padre e sua madre avrebbero dovuto trovar posto nella tomba prima di lui”. Potrai osservare che le ultime due righe sono un esametro e un pentametro. Ho visto molti monumenti sepolcrali ecc…”. Il Ramage, a p. 134, nella nota (15) postillava che: “(15) Oggi è quasi del tutto illegibile”. Il Ramage, in seguito, per confronto, riporta altre tre iscrizioni che dice essere rinvenute a Pozzuoli. Le iscrizioni che cita il Ramage, qui, per brevità non li trascrivo in quanto esse provengono da Pozzuoli ma, rilegendo l’Antonini vediamo che esse sono le stesse da egli pubblicate. Dunque, il Ramage, nel suo viaggio e soggiorno a Sapri, documenta che la stele marmorea con l’epigrafe scolpita si trovava in Piazza lebiscito a Sapri ma essa si trovava su di un rocco di una colonna romana poste a mò di monumentino funebre in ricordo del venticinquenne Prisco. Il Ramage dice essere posto “alla base del piedistallo della Santa Croce che si elevava sulla Piazza“.

LUCIO POMPONIO SEMPRONIO PRISCO, duumviro edile, morto a 25 anni a Sapri

La stele funeraria che oggi si trova in Piazza del Plebiscito (Fig. 1), reca un’iscrizione in latino che ricorda la prematura morte del giovane diumviro edile (‘AED. DVOVIR’): Lucio Sempron(i)o Pomponio Prisco. Tranne le esigue informazioni pervenuteci sul personaggio romano, nulla si sa in suo proposito. Le uniche informazioni su Lucio Prisco, sono quelle contenute nell’epigrafe latina scolpita nel cippo. Sappiamo che egli è morto giovane, all’età di 25 anni e sappiamo dall’epigrafe (iscrizione) che egli era figlio di Lucio Pompeo Prisco. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, (a cura di Rossella Gaetani), a p. 40, i proposito scriveva che: “La lapide dedicata alle anime dei trapassati, eretta a Lucio Sempronio Prisco (23), figlio di Lucio Pompeo, che essendo duumviro uscì di vita di anni 25 e mesi 7, nella primavera della vita, ahi. destino crudele! Su questo sepolcro non dovevano forse esser letti prima i nomi del padre e della madre di lui ? La pietra sepolcrale, che si vede in mezzo alla piazza qual posto ebbe da principio ? Donde è venuta ? Come vi si trova? Il monumento di Lucio Sempronio dov’era eretto?.”. Rossella Gaetani (….), la nipote che ha curato la ristampa del libretto, a p. 282, nella nota (23), sulla scorta di un depliant di Felice Cesarino (….) postillava che: “(23) Lucio Sempronio Prisco. Giovane rampollo della “gens sempronia”, imparentata con i Gracchi, una delle più potenti famiglie plebee della Roma antica. Duoviro edile, cui spettava la vigilanza sugli edifici pubblici, sui mercati e suoi giuochi, insomma la “cura urbis”. Il cippo funerario del magistrato fu rinvenuto nell’area della villa romana di S. Croce Sapri e, non è da escludere che quella grande dimora patrizia fosse di proprietà della sua famiglia. Attualmente è collocato nella Piazza Plebiscito di Sapri. Di recente, il prof. Johannowskj ha proposto per questo reperto una datazione posteriore all’età giulio – claudia, che lo collocherebbe nella seconda metà del I secolo d.C. La prima segnalazione del suo rinvenimento, effettuato nella zona archeologica di S. Croce Sapri, vé fornita dallo storiografo del 700 G. Antonini, nella sua “Lucania”. Rossella Gaetani citava Werner Johannowskj che fece fare quel brutto intervento che oggi nasconde il paramento murario romano originale.  Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a pp. 222-223, in proposito scriveva che: “In tale periodo Sapri fu governata da Lucio Sempronio Pomponio Prisco, supremo magistrato, duumviro edile e figlio del poeta e scrittore romano Pompeo. Giovane e illustre per ufficio e per discendenza, morì a soli 25 anni. Etc…”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 39-40, in propsito scriveva che: “La lapide dedicata alle anime dei trapassati, eretta a Lucio Sempronio Prisco (23), figlio di Lucio Pompeo, che essendo duumviro uscì di vita di anni 25 e mesi 7, nella primavera della vita, ahi, destino crudele! Su questo sepolcro non dovevano forse esser letti prima i nomi del padre e della madre di lui ? La pietra epolcrale, che si vede in mezzo etc….”. Sappiamo pure che egli era un giovane magistrato (diumviro edile), il cui compito – probabilmente – era quello di sovrintendere i lavori e le opere o strutture portuali esistenti a S. Croce. Lucio Sempronio Pomponio Prisco era stato assegnato alle strutture in costruzione a Sapri con il compito di vigilare sugli edifici pubblici (sulle strutture portuali a Santa Croce a Sapri). Come abbiamo già detto, se fosse confermato dagli studi che il personaggio rappresentato nei due busti marmorei, da noi recentemente scoperti e pubblicati quì (Figg. 3-4-5-6-7-8-9), fosse il giovane  magistrato edile – commemorato nella stele funeraria – sarebe un ulteriore conferma che, la colonia marittima di Buxentum fosse da collocarsi proprio a Sapri. Tuttavia, sul Prisco – personaggio romano commemorato nell’epigrafe scolpita nel cippo funerario oggi in Piazza – nulla si sa di certo, come nulla si sa della sua sepoltura che pure deve esistere da qualche parte a Sapri. Al momento, alla luce di alcuni recenti ritrovamenti di cui parleremo, possiamo fare delle ipotesi attendibili fino a quando altri non porteranno delle prove contrarie. Noi crediamo di aver individuato i busti marmorei e la sepoltura del giovane diumviro Lucio Prisco, conosciuto fin’ora solo attraverso la stele marmorea in Piazza del Plebiscito. Riguardo il personaggio di cui si parla nell’epigrafe scolpita in latino, riguardo Lucio Sempronio Prisco, il Cesarino (9), scriveva in proposito: un giovane rampollo della ‘gens sempronia‘, imparentata con la famiglia dei Gracchi, potente famiglia patrizia di Roma urbe.. La vicinanza con la “gens Sempronia” – da cui probabilmente proveniva il giovane magistrato Lucio Sempronio Pomponio Prisco – ci è data dalla presenza a Buxentum nel 194 a.C. del triumviro romano Lucio Sempronio Longo che, fu uno dei magistrati preposti alla fondazione della colonia marittima di Buxentum. Nel 2014, è apparso a stampa lo studio “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, di Antonio Scarfone (….), sulla scorta di Werner Johannowsky (….), scriveva in proposito: “….progetto di indagine da parte della competente Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno (SCOGNAMIGLIO, 2008), riferibili ad un periodo compreso tra il I ed il II secolo d.C., sono ciò che rimane di un’imponente villa patrizia costiera che sembrerebbe essere appartenuta alla famiglia dei Semproni. Ciò sembra essere avvalorato dal ritrovamento di una stele funeraria, dedicata al giovane Lucio Sempronio Prisco (JOHANNOWSKY, 1992), figlio del duoviro edile Pompeo, oggi posta in Piazza Plebiscito nel centro storico di Sapri. D’altronde, alcuni esponenti della Gens Sempronia, una delle più antiche e potenti stirpi romane, erano noti nel Golfo di Policastro sin dall’età repubblicana. Etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 33-34 ritorna sull’argomento dei “Semproni” e della Villa romana di S. Croce e in proposito scriveva che: “La villa romana di Santa Croce a Sapri, con una superficie di circa 7000 mq, si data tra la fine del periodo repubblicano e la tarda età imperiale; forse apparteneva alla famiglia dei Sempronii”. A p. 34, scriveva pure: “Tratti dell’acquedotto si conservano in loc. S. Martino e in loc. Ospedale, dove si rinvenne anche il cippo di Lucio Sempronio Prisco (70).”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (70) postillava: “(70) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, pp. 32-34; ANTONINI 1795, vol. I, pp. 428-435; MAGALDI 1928; BRACCO 1981 a, p. 119-121.”. Proseguendo il suo racconto, il La Greca a p. 34 scriveva pure: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. Etc…”.

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 27, in proposito scriveva che: Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). Inoltre, a Sapri esiste una importante iscrizione che ricorda un Lucio Sempronio Prisco, eletto supremo magistrato (duovir designatus)(47) di una colonia non menzionata: solitamente si ritiene che la colonia sia Buxentum, ma potrebbe esservi stata anche una seconda colonia nell’area di Sapri, come si dirà più avanti. Alla famiglia Sempronia viene inoltre attribuita la proprietà della villa di Santa Croce.. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (47) postillava: “(47) CIL,  X 461”. Riguardo l’ultima nota, il La Greca postilla dell’opera di Teodor Momesen (….), C.I.L…Dunque, l’epigrafe latina e l’epitaffio scolpita nella stele marmorea in Piazza del Plebiscito fu raccolta e pubblicata oltre che dall’Antonini anche da Teodor Mommsen (….), nel vol. X del suo “Corpus Inscriptorum Latinorum” ed in particolare la n. 461. Riguardo la figura del duomviro edile Lucio Sempronio Pomponio Prisco, di cui sappiamo alcune notizie solo attraverso l’epitaffio dedicatogli dai parenti suoi congiunti e visibile nella stele funeraria oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri, il La Greca scriveva che “eletto supremo magistrato (duovir designatus)(47) di una colonia non menzionata:….etc…” possiamo dire ciò che il Magaldi scriveva in proposito sulla figura del duomviro edile.  Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 232, in proposito scriveva che: “In Lucania furono sicuro municipi Potenzia, Volceio, Eburo, Atina, Eraclea, Velia; colonie Grumento, Pesto, Bussento, Blanda; colonie erano pure Copia e Venosa (3). Queste città compaiono nelle iscrizioni, o indicate col loro nome o coll’etnico: Potentini, Volceiani, Atiniani, Tegianesi, Veliesi, Pestani, Bussentini, Venusini, oppure genericamente accennate con i termini, che si chiariscono in base al luogo di ritrovamento etc….”. . Dunque, il Magaldi scriveva che Buxentum era una colonia e non era un Municipio. La distinzione non è da poco. Vediamo perchè. Il Magaldi, a pp. 234-235 scriveva pure che: “L’ordinamento dei municipi non differisce, se non in qualche particolare di poco o di nessun conto, da quello delle colonie. In seguito, sotto il nome generico di municipi furono intese anche le colonie (p. 227); perciò, quando si parla di costituzione municipale, si intende parlare anche di quella delle colonie. Vediamo dunque in che consisteva l’ordinamento municipale romano (4), riferendoci in particolare alla regione di cui trattiamo. Al vertice della costituzione municipale erano i duumviri giusdicenti (‘duoviri iuri dicundo’), ai quali si affiancavano, come colleghi minori, i duoviri edili, o semplicemente “edili”. Le due coppie di magistrati sono indicate talvolta collegialmente sotto la denominazione di “quadrumviri” (1). Ma, a rigore, i quadrumviri sarebbero stati a capo dei municipii propriamente detti, là dove i duumviri delle colonie (2). A questi quattro magistrati si aggiungevano spesso due questori (‘quaestores’), ai quali potevano ancora aggiungersene altri due per il culto. Si giunge così agli “ottoviri”, che troviamo in varii municipi della Sabina. I duumviri giusdicenti trovano riscontro, in certo modo, nei due consoli del più antico ordinamento repubblicano dello Stato romano (3). E come i consoli datavano col loro nome gli atti dello Stato, non diversamente i duoviri datavano gli atti del municipio (4). Essi avevano potere giudiziario, come dice il loro nome stesso; ma la loro competenza, sia in materia civile, sia in materia penale, non andava oltre certi limiti. Convocavano e presiedevano il Senato locale, avevano il potere esecutivo sulle deliberazioni di questo e dirigevano i comizii popolari. Nei paghi e nei Vichi dipendenti, i duumviri potevano nominare loro delegati (‘praefecti’)(p. 234)(5)”. Il Magaldi, a p. 237, nella nota (2) postillava che: “(2) I duoviri si ritrovano in Lucania ad Atina (C.I.L., X, 337), a Volcei (C.I.L., X, 1809), a Eburo (C.I.L., X, 451, in cui ricorre anche il ricordo dei IIviralicii), a Bussento (C.I.L., X, 461: IIvir des(ignatus), a Blanda (C.I.L., X, 125), a Pesto etc…”. Il Magaldi, a p. 238, in proposito scriveva che: “Dopo i duumviri (o quadrumviri) giusdicenti vengono per autorità i duumviri (o quadrumviri) edili, o più semplicemente “edili”, corrispondenti agli edili di Roma. A questi magistrati era affidata la tutela dell strade e degli edifici pubblici, la sorveglianza dei mercati, dei giuochi e delle feste pubbliche, insomma i servizi di polizia urbana, e provvedevano, fra l’altro all’approvvigionamento della città (‘cura annonae’). Gli edili avevano al loro servizio gli agenti dell’ordine. Il ricavato delle multe (pecunia multaticia) era da essi impiegato in opere pubbliche (1). Non diversamente dai duoviri, gli edili potevano usare fra di loro del “diritto di veto”, ma non potevano usarlo con i duumviri, trattandosi di un’autorità di grado superiore. Nei municipi e nelle colonie lucane si incontrano, come al solito, gli edili in numero di due, ma un titolo lapideo grumentino, del 51 a.C., il quale però lascia adito a qualche dubbio, ha fatto pensare al Patroni che Grumento avesse in un certo momento tre edili.”. Il Magaldi, a p. 238, nella nota (3) postillava che: “(3) In lucania, gli edili sono ricordati a Grumento…, a Bussento (C.I.L., X, 461).”. Il Magaldi, a p. 255, in proposito scriveva che: “Per la Lucania noi siamo formati della esistenza di “curatori del comune” a Tegiano, ad Atina, a Volceio, a Bussento, a Velia, a Potenza, a Cosilino (1).”. Il Magaldi, a p. 255, nella nota (1) postillava che: “(1) C.I.L., X, *482:  (cur. r. p. ) Buxentin(orum); etc…”.

LA GENS SEMPRONIA 

Da Wikipedia leggiamo che Sempronia era il nomen di una gens dell’antica Roma, con un ramo patrizio e uno plebeo. 

  • Sempronius, maschile singolare (nomen)
  • Sempronia, femminile singolare (nomen)
  • Sempronianus, maschile singolare (cognomen) per i maschi che erano nati all’interno della gens e poi adottati da altri.

Sebbene la più famosa gens Sempronia plebea non fosse imparentata con quella patrizia, questa era considerata una delle più importanti famiglie durante il periodo della repubblica. La gens raggiunse l’apice del potere tra il 304 a.C. e il 121 a.C., dando i natali a parecchi consoli, censori, pretori e tribuni della plebe. La gens era divisa i diversi rami, tra i quali i più importanti politicamente erano: Semproni Blesi, questo ramo ebbe due consolati, tenuti da Gaio Sempronio Bleso nel 253 e nel 244 a.C. Sulla “Gens Sempronia” sapiamo che vi erano i Semproni Gracchi, questo ramo ebbe tre consoli, tutti di nome Tiberio Sempronio Gracco, che tennero cinque consolati (il primo divenne console nel 238; il secondo, figlio del primo, nel 215 e 213; il terzo, nipote del secondo, nel 177 e 163 a.C.), un censore (sempre l’ultimo dei tre, nel 169 a.C.) e due tribuni della plebe (i fratelli Gaio Sempronio Gracco e Tiberio Sempronio Gracco, figli dell’ultimo dei tre Tiberii, quello due volte console e censore). Nel 170 a.C. per volere del censore Tiberio Sempronio Gracco fu eretta la Basilica Sempronia. Questo ramo apparentemente era ancora attivo intorno al 2 a.C., quando Giulia, la figlia di Augusto, fu esiliata con il suo amante Tiberio Sempronio Gracco. I figli di quest’ultimo morirono piccoli; oltre ai Semproni Gracchi, vi era un altro ramo, quello dei Semproni Longi, questo ramo ebbe due consoli, padre (Tiberio Sempronio Longo (console nel 218 a.C.)) e figlio (Tiberio Sempronio Longo (console nel 194 a.C.)). Questo nome probabilmente derivava da un antenato molto alto di statura. Semproni Sofi, faceva parte di questo ramo Caius Sempronius Sophus, il primo console plebeo della gens Sempronia. Un suo omonimo, probabilmente suo figlio, divenne console nel 268 a.C., fu più noto per aver divorziato dalla moglie per partecipare ai Ludi Romani senza la sua conoscenza. Entrambi divennero censori. Semproni Tuditani, questo ramo ebbe tre consoli, il più distinto fu Publio Sempronio Tuditano, eletto nel 204 a.C., partecipò alla battaglia di Canne come tribuno militare. Da  Wikipedia, alla voce “Gens Sempronia” leggiamo che ai  Semproni Gracchi, …….Questo ramo apparentemente era ancora attivo intorno al 2 a.C., quando Giulia, la figlia di Augusto, fu esiliata con il suo amante Tiberio Sempronio Gracco. I figli di quest’ultimo morirono piccoli.……..Dunque, Giulia, figlia di Augusto, fu esiliata dal padre insieme al suo amante Tiberio Sempronio Gracco a cui probabilmente apparteneva la villa maritima di S. Croce a Sapri. Da Wikipedia leggiamo che Giulia maggiore (nota ai contemporanei come Iulia Caesaris filia o Iulia Augusti filia; ottobre 39 a.C. – 14) è stata una nobildonna romana, unica figlia naturale dell’imperatore Augusto e della sua seconda moglie Scribonia (1).  Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Quando Tiberio, suo sposo e fratellastro si recò a Rodi, nel 6 a.C., i due avevano già divorziato. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Nel corso degli anni, le cose peggiorarono. Giulia cominciò a frequentare, tra gli altri, Iullo Antonio, anche lui figlio di Marco Antonio. Fu un’unione scandalosa e pericolosa. Non solo: i due, intorno al 2 a.C., organizzarono una congiura proprio contro il padre di lei, Ottaviano. Vi partecipò Sempronio Gracco (amante onnipresente nella vita di Giulia) e la serva Febe. Augusto scoprì tutto, fece saltare la congiura, costrinse Iullo e Febe al suicidio, spedì Sempronio lontano da Roma e inviò Giulia, la sua figlia prediletta, in esilio a Pandataria. Con l’accusa di “adulterio” e “tradimento”. Per lui fu un grande dolore: “Vorrei essere morto senza figli”, dirà citando l’Iliade. Iullo Antonio, accusato di essere amante di Giulia maggiore (figlia di Augusto) e di avere ordito un complotto contro l’imperatore stesso, fu condannato a morte. Per sfuggire all’infamante condanna si suicidò nel 2 a.C.

NEL 197 a.C. e 194 a.C., i SEMPRONII GRACCHI e SEMPRONII LONGI: Tiberio Sempronio Longo

Sul “Tiberio Sempronio Longo” (figlio) citato da Tito Livio ha scritto pure Emilio Magaldi (….), nel suo “Lucania Romana”. Egli, nella Parte I, nel cap. IV, dedicato alla II guerra Punica contro Annibale p. 132, in proposito scriveva che: “Nel 214 a.C. il proconsole Ti. Gracco comandava parecchie coorti arruolate in Lucania (4). Lo stesso Livio, riferendo un avvenimento del 212 a.C., dice chiaramente che se una parte dei Lucani era passata ad Annibale, un’altra era rimasta con i Romani (5). Etc…. Il Magaldi, a p. 132, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Livio, XXIV, 20, 1: ‘Graccus in Lucanis aliquot cohortes in ea regione conscriptas cum praefecto socium in agros hostium praedatum misit’.”. Il Magaldi, a p. 136, scriveva pure: “Non sappiamo se il viaggio di andata o in quelo di ritorno, pare più probabile in quest’ultimo (4), Annone si scontrò in Lucania, presso Grumento, con Ti Sempronio Longo, il console del 218. Ascoltiamo Livio: “Negli stessi giorni che Cuma fu liberata dall’assedio, anche in Lucania, presso Grumento, Ti Sempronio, cognominato Longo, si scontrò con esito favorevole con il cartaginese Annone. Gli procurò oltre 2000 morti, mentre egli perdè solo 280 uomini, e gli prese 41 insegne militari. Scacciato dal territorio lucano, Annone si ritirò nel Bruzio”(5). Alle parole che abbiamo riferite di Livio si è negato ogni valore da qualche studioso moderno, e nell’episodio esposto o si è vista una reduplicazione anticipata dello scontro che avvenne l’anno seguente fra Annone e Ti. Sempronio Gracco, o addirittura vi si è riconosciuta la mano falsificatrice di Valerio Anziate che, per essere un annalista poco degno di fede, diventa spesso il capro espiatorio delle situazioni scabrose della critica liviana.”. Il Magaldi, a p. 136, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Livio, XXIII, 37, 10 segg.: ‘Quibus diebus…etc…Cfr. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 255 e 360”. Il Magaldi, a p. 138, in proposito scriveva pure che: “Intanto in Campania Casilino, assediata contemporaneamente dai due consoli, cadeva, e il colpo fu accusato anche da Capua, che vedeva approssimarsi il suo giorno. Dopo la caduta di Casilino,, mentre Marcello tornava presso Nola, Fabio si diresse verso il Sannio per punire e recuperare alcune città che avevano defezionato. Fra le città nominate in questo punto della narrazione di livio, troviamo ricordata la lucana ‘Blanda’, di cui si dirà a suo luogo (2).”. Il Magaldi, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Livio, XXIV, 20, 5 seg.: ‘oppida vi capta Compulteria, Telesia, Compsa inde, Fagisulae et Orbitanium, ex Lucanis Banda et Apulorum Aecae oppugnatae’. Sull’identificazione di queste città v. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 262. Abbiamo già detto che Compsa era presso il confine dell’Irpinia con la Lucania. Il Racioppi, o. c., I, p. 359, n. 1, propone che al posto di Blanda si legga Bantia. Il Racioppi non trova “verosimile che Fabio dal Sannio, o anche da Consa, venisse ad espugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio”. La emendazione del Racioppi è dichiarata arbitraria dal De Sanctis, il quale ricostruisce così l’azione dei Romani in Lucania: “Nella Lucania, dove la maggior parte della regione costiera era rimasta fedele, procedettero riconquistando verso mezzogiorno, e con l’occupazione di Blanda ricacciarono, può dirsi, i Cartaginesi nell’interno del paese. Occupazione questa che fu effettuata probabilmente da Ti. Gracco mentre Annibale si trovava altrove e l’esercito di Annone, battuto a Benevento, non poteva nel momento tener testa ai ‘volones’. Tale offensiva in Lucania mirava soprattutto, occupando colà il nemico, a impedire che si usassero altrove le forze indigene e puniche stanziate in quella regione. Con la offensiva nel paese degli Irpini ed in Puglia si era invece raggiunto l’effetto, strategicamente etc…”.  Il Magaldi, a p. 139, in proposito scriveva che: “Nel 213 furono creati consoli Q. Fabio Massimo, figliuolo del precedente, e Ti. Sempronio Gracco per la seconda volta. I due consoli partirono l’uno per l’Apulia, l’altro per la Lucania (2)…..Nello stesso anno 213 il console Sempronio in Lucania fece molte piccole battaglie, nessuna degna d’essere ricordata, ed espugnò alquante città secondarie dei lucani (2).”. Il Magaldi prosegue il suo racconto e descrive la fine del console Tiberio Sempronio Gracco verso il Vallo di Diano per alcuni e per altri si è pensato a Pesto, secondo il racconto Liviano e forse tradito da Fabio Massimo. Il Magaldi, in proposito citava Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, cap. XVII, a p. 359, così si esprime: “Intanto Casilino, non potuta soccorrere a tempo da Annone, fu presa da Fabio,…..Di qua, fa punta nella Lucania settentrionale e s’impadronisce di Bantia (1). Quindi passa in Apulia etc…”. Il Racioppi, a p. 359, nella nota (1) postillava: “(1) Livio, lib. IV, dec. III, cap. 20: “Fabius in Samnium ad ….recipiendas armis quae defecerant urbes processit. Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. Ex Lucanis, Blandae, Apulorum Aecae appugnatae….Haec inter paucos dies gesta….”. Qui, in luogo di Blandae, io penso si abbia a leggere Bantiae. Blanda, se non fu Maratea, fu di certo prossima al mare Tirreno, sulla spiaggia che corre da Pesto a Laino; ed oggi, con probabilità maggiore, è allogata a Tortora. – In Lucania era Tito Sempronio, mentre nel Sannio era Fabio, di cui (dice Livio ivi stesso) ‘circa Luceriam provincia erat’. Non pare, dunque, verosimile che Fabio dal Sannio, od anche da Consa, venisse ad oppugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio. Questa inverisimiglianza è rimossa del tutto, se, nel passo di Livio, si legga “Bantiae”.”. Dunque, il Racioppi, non lo chiama “Tiberio Sempronio” ma lo chiama “Tito Sempronio” perchè si riferiva a “Tito Sempronio Gracco” che durante la guerra Annibalica aveva un esercito in Lucania. Il Racioppi, a p. 358, in proposito scriveva che: “Tito Sempronio continua la sua campagna devastatrice in Lucania: e combattendo qui e qua, prende molte castella, che per la poca nobiltà loro, non furono a noi tramandati di nome dagli storici (4): i quali invece ricordano, che passò oltre i Bruzii, e dei dodici popoli Bruzii che si erano dati in fede ai Cartaginesi (5), due tornarono in soggezione ai Romani, cioè quei di Cosenza e quei di Turii, i più prossimi alla Lucania.”. Il Racioppi, a p. 358, nella nota (4) riporta il passo di Livio, lib. V, dec. III, cap. 1 e, nella nota (5) postillava: “(5) Livio, lib. V, dec. III, cap. 1”. I “Semproni Gacchi” furono molto attivi nella Lucania occidentale. Don Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le sedi vescovili del Cilento” parlando di Paestum, a p. 28, in proposito scriveva che: “Negli anni 281 e 273 Paestum fu una colonia Romana. Nell’anno 125 Caio Gracco stimò Paestum come Colonia Romana.”. Da Wikipedia leggiamo che l’amante di Giulia, Tiberio Sempronio Gracco, amante di Giulia Maggiore. Come è stato già detto in precedenza, oltre al ramo dei “Semproni Gracchi” a cui apparteneva l’amante di Giulia Maggiore (la figlia di Augusto Ottaviano) esiliato da Ottaviano forse proprio a Sapri nella villa di S. Croce, che doveva essere di proprietà della famiglia, vi era anche l’altro ramo dei “Semproni”, quello dei “Semproni Longi” a cui apparteneva Tiberio Sempronio Longo, console nel 194 a.C. a Buxentum (Bussento). Tiberio Sempronio Longo era figlio di Tiberio Sempronio Longo, console nel 218 a.C.. In Wikipedia, alla voce “Gens Semproni” leggiamo che Questo nome probabilmente derivava da un antenato molto alto di statura”. Sempre su Wikipedia leggiamo che Tiberio Sempronio Longo (1) (latino: Tiberius Sempronius Longus) (… – 174 a.C.) è stato un politico romano. Figlio del console omonimo, sconfitto da Annibale nel 218 a.C., sostituì il padre come decemviro sacris faciundis nel 210 a.C. e nello stesso anno divenne anche augure (al posto di Tito Otacilio Crasso) (2) e tribuno della plebe. Nel 197 a.C. fu edile curule fu scelto come triumviro per la fondazione di nuove colonie a Puteoli, a Buxentum ed in altre località (3). Nel 196 a.C. fu pretore in Sardegna (4) e mantenne la carica per un biennio. Nel 194 a.C. fu eletto console con Publio Cornelio Scipione Africano; durante il consolato svolse anche la funzione di triumviro per seguire la fondazione delle colonie che aveva già stabilito nel 197 a.C.. Combatté anche contro i Galli Boi, ma senza riportare vittorie definitive (5). L’anno seguente (193 a.C.) fu legato sotto il console Lucio Cornelio Merula durante la campagna contro i Galli Boi; nel 191 a.C. fu legato sotto il console Manio Acilio Glabrione durante la campagna contro Antioco il Grande in Grecia. Nel 184 a.C. si presentò candidato per la censura, ma fu sconfitto (6). Morì nel 174 a.C. durante la grande pestilenza che colpì Roma (7). Le note postillate di Wikipedia sono tutte su Tito Livio (….), nella sua opera “Ad Urbe condita”.

Nel 186 a.C. (II sec. d. C.), Tito Livio, LIVIO POSTUMIO e la seconda colonia di Buxentum

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 212, in proposito scriveva che: La colonia romana di Bussento fu impiantata nel territorio della abbandonata città greca di Pissunte con la partecipazione di trecento coloni. Ma non ebbe una esistenza florida, si che nel 186, a meno di un decennio dalla fondazione, si sentì il bisogno di ripopolarla, avendola il console Postumio trovata a metà deserta (1).”. Il Magaldi (…), a p. 212, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Livio, XXXIV, 23, 3 seg. (a. 185): ‘Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. Maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libo M. Tuccius Cn. Baebius Tamphilus. Cfr. Pais, o. c., p. 342”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “Nel 186 il console Spurio Postumio riferì al Senato di aver trovato deserta la città (11) che venne poi (89-87 a.C.) ascritta alla tribù Pompitina. Etc…”.  L’Ebner, a p. 331, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Per decreto del Senato il pretore urbano T. Menio nominò un triumvirato (L. Scribonio Libo, M. Tuccio e Gneo Rubio Tampila) per la ricolonizzazione.”. Antonio Scarfone (….), “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” proponeva i passi di Tito Livio sulla fondazione di Bussento ed in particolare quelli  del “Libro XXXIX, 23, I: […] “Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libio, M. Tuccius, Cn. Baebius Tamphilus.” […] “Alla fine dell’anno, poiché Sp. Postumio console aveva riferito che nel percorrere le due coste d’Italia per via dei suoi processi aveva trovato spopolate le colonie di Siponto sull’Adriatico e di Bussento sul Tirreno, il pretore urbano T. Menio, secondo un senatoconsulto, elesse triumviri, per il reclutamento dei coloni da mandare là, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Cn. Bebio Tanfilo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980).”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Tuttavia, date le premesse e il comportamento dei Ferentinati, che molto prima già si sentivano cittadini romani, non c’era da aspettarsi, da parte dei coloni, un grande attaccamento al sito di Buxentum. Infatti, quando nel 186 a.C. il console Spurio Postumio ritorna a Roma dopo aver tenuto una serie di processi nelle città dell’Italia meridionale contro i fedeli del dio Bacco, accusati di congiurare contro lo Stato, annuncia in senato di aver trovato deserte le colonie di Bussento e di Siponto (in Puglia). È facile immaginare l’accaduto: al primo censimento utile (i censimenti si tenevano di solito ogni cinque anni) i coloni di Bussento si sono recati a Roma per farsi censire tra i cittadini romani, e vi sono rimasti, perché questo era il loro scopo principale. Si rende necessario per Bussento e Siponto ripetere tutte le operazioni di deduzione: si nomina una nuova commissione di magistrati (Lucio Scribonio Libone, Marco Tuccio, Gneo Bebio Tanfilo), e si accettano le iscrizioni di nuovi coloni disponibili (50). Interessante è la presenza fra i curatori di Marco Tuccio, cittadino e patrono di Paestum, entrato nella clientela degli Scipioni, senatore e magistrato a Roma quale edile e poi pretore, a capo di un esercito e incaricato di far rispettare l’ordine pubblico e le leggi in Puglia, Lucania e Calabria (51). Etc…”.  Il La Greca, a p. 29, nella nota (50) postillava che: “(50) Livio, XXXIX, 23, 3-4”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Vd. Livio, XXXV, 41, 9; XXXVI, 45, 9; XXXVII, 2, 1; 2, 6; 50, 13; XXXVIII, 36, 1”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (52) postillava che: “(52) Velleio, I, 15, 3”.

VELLEIO PATERCOLO, una fonte

Da Wikipedia leggiamo che Marco o Gaio Velleio Patercolo (in latino: Marcus/Gaius Velleius Paterculus; Aeclanum o Capua, 19 a.C. circa – dopo il 30 d.C.) è stato uno storico, militare e magistrato romano, autore di un’opera intitolata Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo. Di origine campana, probabilmente vide i natali ad Aeclanum o a Capua in quanto discendente diretto – per parte materna – di Decio Magio, sannita, esponente di punta del partito fedele a Roma quando Capua passò ad Annibale e perciò inviato come ostaggio a Cartagine. Nel 30, pubblicò la sua Storia romana (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo) dedicata a Marco Vinicio, console in quell’anno. Velleio conosceva bene Vinicio anche perché, con il grado di tribunus militum, nell’1 d.C. aveva operato agli ordini di suo padre Publio Vinicio in Oriente e forse aveva dovuto la questura, e quindi l’ingresso in senato, all’influenza di suo nonno Marco Vinicio. La nomina di Vinicio a console dovette essere piuttosto repentina o inaspettata, e quindi Velleio fu probabilmente costretto a pubblicare la sua opera con dedica scritta ancora in modo sbrigativo e mancante di molti particolari. Lo stesso Velleio ci informa che il suo lavoro sarebbe continuato in modo più approfondito, ma questa revisione o non è stata pubblicata o non si è conservata.[senza fonte].   La sua opera fu rinvenuta nel 1515 nell’abbazia alsaziana di Murbach, dove Beatus Rhenanus, nome umanistico di Beat Bild, ne ritrovò i manoscritti, curando poi nel 1520 un’edizione approssimativa uscita a Basilea. Tuttavia «la fonte più autorevole per la critica del testo velleiano è costituita dalla copia dell’editio princeps in cui Alberto Burer, amanuense del Renano, inserì alla fine un’appendice di correzioni desunte da una sua più esatta collazione del codice Murbacensis, ora perduto».

Nel 154-153 a. C., VELLEIO PATERCOLO e la colonia latina di Buxentum

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Probabilmente anche questa volta i coloni di Bussento vanno via, dopo aver ottenuto la cittadinanza, se lo storico Velleio Patercolo, pur ritenendo lui stesso dubbiosa la notizia trovata nelle sue fonti, riferisce che verso il 154-153 a.C. furono inviati nuovi coloni a Pozzuoli, Salerno e Bussento (52).”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (52) postillava che: “(52) Velleio, I, 15, 3”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, pp. 64-65 parlando della “Vibone Lucana”, in proposito scriveva che: “Aveva anche perduto la sua ragione di vita, perchè la nuova formazione del terreno la fece inusabile come porto e il nuovo porto (del quale parleremo) risentiva della desolata decadenza della regione. Che un’altra città, ribattezzata dai Romani col nome di “Potentia”, sia da identificare con Vibona Lucana, riteniamo improbabile, questa Potentia (della quale non sappiamo proprio nulla, fuorchè del nome) doveva trovarsi più a sud; ed è anche questa Potentia ha creato un mondo di confusioni: si cercava il porto marino di Blanda, perchè era vicino a Potenza, capoluogo della Lucania, fondata pure dai Romani (15).“. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (15), postillava che:  “(15) Velleio Patercolo, Historiae Romane, libro I, 15 (Da una colonna si legge: “Potentia Romanorum huc nos relegavit”). Fu colonia romana dal 189 a.C.”. Il Tancredi, continuando il suo racconto a p. 64, in proposito scriveva pure che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto ‘Petrasia’ (17), che poco dopo scompare e rimase col nome di ‘Villammare’ (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178 in “Additions ad Calepinum” la dice “Bibone”.”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 31, in proposito scriveva che: A conferma, Velleio pone al 239 a.C. la fondazione della colonia di Valentia (quella in Calabria) (62)”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (62) postillava che: Velleio, I, 14, 8″. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63, in proposito scriveva che: “Nel 558 di Roma vi fu spedita una colonia di 300 cittadini, tre anni dopo che il tribuno della plebe Caio Acilio proponeva che altre se ne mandassero a ‘Salerno’ e sulla spiaggia della ‘Campania (1). Livio dice che…..etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (1) postillava che: (1) Liv., XXXIV, 45. – Cfr. XXXII, 29. – Vell. Pat. I, 15, 3.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: “Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Velleio Patercolo: ‘Manlio Volsone et M. Fulvio consulibus Bononiae deducta colonia….eodem temporum tractu (quandam apud quosdam ambigitur) Puteolos, Salernum et Buxentum missi coloni’. Trad.: Fondata la colonia di Bologna dai consoli Manlio Volsone e M. Fulvio, nello stesso periodo di tempo (lo stesso che è disputato da certi autori) furono mandati i coloni a Pozzuoli, a Salerno e a Bussento.”.

I BUSTI MARMOREI RITROVATI

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  • (Fig….) Busto marmoreo di Lucio Sempronio Pomponio Prisco in una casa a Sapri (Foto Vincenzo Mastrangelo)

In occasione di uno dei miei studi e ricerche, ebbi l’occasione di rinvenire in una casa di Sapri, tre statue marmoree scolpite di tre busti. Due dei tre busti, rappresentano un giovane riccioluto in uniforme ed il terzo busto dovrebbe rappresentare la ‘Giustizia’, una donna in uniforme. Tutti e tre i busti scolpiti, di marmo bianco e con una patina di sporco dovuto all’esposizione alle intemperie perchè esse si trovano poste all’aperto sul parapetto del muretto di un terrazzo scoperto posto sul retro di Palazzo Gaetani in via Cassandra a Sapri. Le tre statue (Figg. 3-4-5-6-8), sono di mirabile fattura e bellezza e sono d’epoca ro- mana. I due busti che rappresentano lo stesso personaggio, anche se leggermente differenti tra loro, rappresentano un giovane sui 25 anni, in uniforme romana, la toga da magistrato con il classico gancio che la trattiene sulla spalla, dal viso paffuto, la testa con la chioma riccioluta e la corona d’alloro tipica dei busti d’epoca romana. L’altro busto, l’altro dei tre, rappresenta una donna (Fig. 7), che a nostro parere rappresenta la ‘Giustizia’, riconoscibile dalla fattura del suo copricapo e dalla veste che indossa. La fattura sculto-rea è un pò rozza ma pur sempre di grande bellezza. E’ probabile che i due busti marmorei posti ai due lati e, con al centro il busto della ‘Giustizia’ – noi pensiamo, rappresentino un personaggio noto ai sapresi, Lucio Sempronio Pomponio Prisco – commemorato nella stele marmorea di Piazza del Plebiscito – di cui non si sapeva nulla – il giovane magistrato – morto in giovane età – a 25 anni (Figg. 3-4-5-6-8). La scoperta è stata fatta casualmente in occasione di una delle tante ricerche e studi da me intrapresi nei nostri luoghi. Coadiu-vato dal fotografo Vincenzo Mastrangelo che, ha potuto effettuare diversi scatti delle opere in questione, mi recai a Palazzo Gaetani in via Cassandra a Sapri. Avevo visto più volte – passando – dal cavalcavia che sale verso Torraca – la parte retrostante del Palazzo e della tenuta Gaetani di via Cassandra. Dal cavalcavia, sono ben visibili le tre statue marmoree a mezzo busto, poste su un terrazzo scoperto del primo piano del Palazzo Gaetani a Sapri in via Cassandra. Entrando in casa Gaetani, su gentile concessione della Famiglia, potei ammirare da vicino la mirabile bellezza e fattura di queste tre antiche statue marmoree d’epoca romana. In occasione della visita in casa Gaetani, ebbi l’opportunità di documentare detti manufatti di cui nessuno o pochi conoscevano l’esistenza (Figg. 3-4-5-6-8). A suo tempo debitamente segnalati alla Soprintendenza di Salerno, non si è avuto a tutt’oggi alcun riscontro dalle autorità. Forse, essi sono vincolati ai sensi della Legge del 1939, ma la Soprintendenza di Salerno non ha dato riscontro. Non ancora conosciuti dagli studiosi, crediamo che due dei tre busti marmorei (Fig. 3-4-5), potrebbero rappresentare Lucio Sempronio Pomponio Prisco, il giovane magistrato a cui è dedicata la stele marmorea in Piazza del Plebiscito a Sapri. Crediamo che il personaggio rappresentato nei due dei tre busti marmorei scolpiti fosse lo stesso personaggio commemorato nella stele funeraria o cippo marmoreo che oggi è collocato in Piazza del Plebiscito, in quanto l’epigrafe, ci parla di un giovane Magistrato, la cui carica era quella del  ‘aedilis duovir’ (duoviro edile), un magistrato romano assegnato alle strutture portuali, riconoscibile dall’armatura e dalla corona d’alloro posta sui belli e giovani riccioli. La versione del giovane magistrato edile – a cui è dedicata la stele funeraria di Piazza del Plebiscito è avvalorata dalla terza scultura marmorea ( il terzo busto) che a nostro parere rappresenta la ‘Giustizia’ ( Fig. 7), riconoscibile dalla fattura del suo copricapo e dalla veste che indossa, di cui, crediamo esserci attinenza con la carica di diumviro edile del giovane ma-gistrato prematuramente scomparso. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Sapri”, a pp. 590-591, in proposito scriceva che: “….e del Gatta (5) che ubica Blanda a Sapri. Egli insiste sulle “sue ruine” e dei “grandi avanzi di fabbriche (6) che asserisce di aver visto personalmente. Il Laudisio (7), però, dopo aver detto della chiesa di Sapri fu elevata a parrocchia nel 1725 (8), continua richiamando anch’egli l’opinioe dell’Holstenius che ivi “fuisse olim sitam antiquam Blandam, urbem episcopalem”, affermando pure lui l’esistenza di resti archeologici (9), tra cui, “nella piazza di Sapri”, l’epigrafe di Lucio o Sempronio Prisco (10), trascritta dall’Antonini nelle lettere a Matteo Egizio e nella Lucania, p. 434. Il Laudisio mostra di essere dell’opinione di dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile, di cui è detto nella nota lettera di Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, residente ad Agropoli.”.

Il mosaico d’epoca romana da me rinvenuto nel palazzo Peluso a Sapri 

Purtroppo le immagini delle due foto che pubblicai documentano il bellissimo esemplare di una porzione di pavimentazione d’epoca romana costituita da un mosaico e tessere musive non restano che le mie foto che scattai in occasione di una visita che feci, allora ancora studente, all’Avvocato Vincenzo Peluso, ultimo discendente dei Peluso di Vibonati e di Sapri.

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(Fig….) Porzione di mosaico e tessere musive d’epoca Romana, da me rinvenuto nel Palazzotto Peluso in c.so Garibaldi a Sapri – oggi Proprietà Rizieri – forse fatto scomparire – foto Attanasio

Pare che questo mosaico fosse stato ancora visibile già 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, lo vide e lo citò. Lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (24), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria. Ecco cosa scriveva in proposito al bel mosaico che abbiamo fotografato in casa Peluso: Sulle scale di una casa, che si trova a nord di una piccola insenatura, a circa un chilometro dal paese, in una località ora denominata Camerelle – luogo dove era fosse ubicata la città antica – trovai un esemplare di mosaico grossolano.”. Dunque, il Ramage (24), aveva visto il mosaico alle Camerelle, ovvero in S. Croce, ma siccome dice: “sulle scale di una casa”, noi crediamo che non si possa escludere che si possa trattare dello stesso mosaico da noi fotografato in un piccolo ambiente di casa Peluso. Forse in seguito, il bel mosaico – che il Ramage dice essere grossolano, fu fatto trafugare dal Capo Urbano Vincenzo Peluso, nell’altra casa dei suoi avi, fatta costruire proprio dal Prete Peluso e di cui ci parla sempre il Pesce (6): “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene”, ovvero il Palazzo in C.so Garibaldi. Era in uso comune in tante famiglie gentilizie di Sapri conservare e fare bella mostra di reperti archelogici provenienti dai ruderi in località Santa Croce a Sapri dove ancora oggi, nonostante le sfortunate spoliazioni di antiquari napoletani del ‘700, possono ammirarsi resti ed avanzi di fabbriche. Sono moltissime le famiglie che ancora ospitano materiale proveniente dalle strutture d’epoca romana a Sapri, come la Famiglia Farano, i Gaetani, i Gallotti, i Branda, i Cesarino, hanno gelosamente conservato reperti ai più oggi sconosciuti. Cosa possiamo dire dei mosaici in questione illustrati in foto. Innanzitutto era composto da due pezzi di forma pressocchè rettangolare, ed a sua volta essi erano composti da più pezzi assemblati tra loro che coprivano la pavimentazione di uno stanzino di servizio alle cucine del Palazzo, quello che nella tradizione locale veniva detto “u gliar’, ovvero un piccolo e fresco deposito di derrate alimentari ma posto accanto al locale cucina. Dalle foto si vede che la superficie era stata interessata forse in passato da uno strato di calce forse per nasconderlo alla vista. I mosaici erano composti da piccolissime tessere musive in marmo policromo di colore nero e bianco che, formavano dei motivi geometrici tipici dell’epoca repubblicana. Come abbiamo già detto, i mosaici erano due distinti e simili tra loro, adagiati e disposti vicini tra loro in modo da costituire l’intero pavimento dello stanzino angusto. Come si può vedere in una delle due foto (Fig. 4), in alcuni pezzi o mattonelle spiccano i motivi della ‘svastica’ o croce uncinata. E’ singolare che questi mosaici fossero proprio nel Palazzotto dell’Avvocato Peluso che per decenni è stato un convinto fascista e Podestà. I due mosaici di casa Peluso, non sono molto dissimili da alcuni mosaici che ancora oggi si possono vedere nelle strutture d’epoca romana in località Santa Croce e a ridosso della S.S. 18 e rinvenuti in occasione degli ultimi scavi effettuati dalla Soprintendenza di Salerno, ma in essi non vi è traccia della croce uncinata. La croce uncinata era un motivo decorativo in uso all’epoca romana negli edifici pubblici, come le termae ecc.. Il disegno di una croce greca con i bracci piegati ad angoli retti (卐 o 卍), simbolo religioso e propizio per alcune culture religiose. All’epoca del giovane Avv. Vincenzo Peluso, la svastica era il simbolo del regime Nazista – alleato del regime Fascista di Mussolini, di cui l’Avvocato era membro essendo stato per diversi anni Podestà di Sapri. 

La Villa marittima e monumentale con strutture portuali in località S. Croce a Sapri

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(Fig….) Rilievo plamimetrico delle opere d’epoca romana a S. Croce a Sapri effettuato subito dopo i lavori di sistemazione fatti eseguire da Werner Johannoswski – le Cammerelle e ambulacro con ambienti sottostanti oggi chiusi al pubblico (proprietà Attanasio)

Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 64, in proposito scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichipossedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288-289-290, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Cicerone, nella sua seconda ‘actio’ contro Verre, ricorda che, per trovarsi a Roma, come richiedeva la procedura, il giorno della trattazione della causa, dové esporsi ad un viaggio per mare pieno di pericoli, da Vibone a Velia (2). In un altro passo Cicerone afferma di aver visto con i suoi occhi, all’ancora del porto di Velia (p. 34), la splendida nave, su cui Verre si era imbarcato, non senza avervi prima caricato una parte, la più preziosa della refurtiva (3).”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, II, 40, 99: “……………..”…Cfr. C.F. Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. XI (1941), p. 18 seg.. Nel passo riferito di Cicerone vi era un allusione al ‘Thempsanum incommodum’, di cui si è fatto cenno (p. 188).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, V, 17, 44 etc..”. L’archeologa Giovanna Greco (….) che, in un suo saggio in ‘Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988′, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17, a p. 19, in proposito scriveva che: “L’alleanza che già agli inizi del III sec. Elea stringe con Roma segna la scomparsa dei centri fortificati dell’interno, lo spopolamento delle campagne ed il sorgere di ‘ville’ lungo la costa (26). A sud di Capo Palinuro la deduzione della colonia di Buxentum nel 194 porta a forme di occupazione del territorio già analizzate dal Karhstedt (27) e, in questa stessa sede, documentate ed evidenziate dalle ricerche di H. Fracchia e di M. Gualtieri. Velia è città fiorente in età romana ed il territorio alle sue spalle, ancora una volta forse per la sua morfologia tormentata e difficile, non mostra segni di grosse trasformazioni; è piuttosto sulla costa che si vanno infittendo le emergenze monumentali di ‘ville’ più o meno complesse: da quella di Punta Licosa a Nord di Velia a quella imponente e monumentale di Sapri a Sud. Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (28) testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale essa sia (29). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (30), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un ‘duovir des’ (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (31).” (….)(….). Si veda Giovanna Greco (….) ed il suo saggio, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32. L’archeologa Giovanna Greco (…), nel suo saggio, a p. 19, nella sua nota (27) postillava che: “(27) U. Karhstedt, Die wirtschaftliche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 20 s.; A. Greco Pontrandolfo – E. Greco, L’agro picentino e la lucania occidentale, in Società romana e produzione schiavistica, vol. I, Bari, 1981, p. 138 ss.”. Riguardo la citazione della Greco dello studioso tedesco Ulrich Karhstedt (….), e il suo ‘Die wirtschaftliche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit’, pubblicato a Wiesbaden nel 1960. Riguardo le due citazioni della Greco di Fracchia si tratta di H. Fracchia – M. Gualtieri – F. Polignac (…) e del loro “Il territorio di Roccagloriosa in Lucania”, in MEFRA, 1983, I, p. 345 s.; mentre per la citazione di Gualtieri si tratta di M. Gualtieri (…), “Roccagloriosa, Relazione preliminare”, in NSc, 1979, p. 383 s. Per quanto mi riguarda vorrei citare su Roccagloriosa due testi di Maurizio Gualtieri ed Helena Fracchia (….), “Roccagloriosa II”, pubblicato per il Centre Jean Berard e l’altro meno recente “Roccagloriosa – Un’antico centro lucano sul golfo di Policastro”, ed. Ediprint, Siracusa, 1990.  Sempre la Greco, a p. 19, nella sua nota (28) postillava che: “(28) W. Johannowsky, Sapri, in Atti XXIII, CSMG, Taranto, 1983, p. 528.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (29) postillava che: “(29) G. Antonini, Lucania, Napoli, 1745, p. 429 e p. 431; relazione Magaldi alla Soprintendenza di Napoli del 1938: descrive minuziosamente un complesso sistema idrico ed ambienti mosaicati venuti alla luce durante la costruzione di alcune palazzine.”. La citazione della Greco sulla Relazione di Magaldi è riferita a Josè Magaldi (…) è errata. Se la Greco si riferiva alla Relazione di Josè Magaldi (…) dal titolo “Cenno storico archeologico della città di Sapri”,essa è del marzo 1928 non è del 1938, come scriveva Giovanna Greco. La relazione in parola è in mio possesso, e fui io a fornirne visione alla Sezione di Sapri G.A.S. Golfo di Policastro. La relazione, di cui ivi pubblico il frontespizio fu a me donata in copia dall’autore che viveva a Salerno. Josè Magaldi, nel 1928, presentò detta Relazione su incarico dell’allora  “Regia Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania” (Archivio Attanasio) dove, nella sua ricostruzione storica ci parla degli scavi che furono fatti nella zona di S. Croce per portare a compimento la realizzazione della SS. 18 “Fu nel 1884 che fu fatta un pò di luce sulle rovine. In quell’anno portandosi a compimento il tronco di strada provinciale Sapri – Salerno e dovendo essa attraversare tutta quell’estensione di terreno offrì la fortunata occasione ecc…Così fu possibile scoprire nel sito dell’attuale Istituto S. Croce una grande agglomerazione di ruderi di fabbrica antica con numerosi mosaici di dimensioni considerevoli ecc..”. Il tecnico Josè Magaldi, inoltre si rifece al testo del dott. Nicola Gallotti (…), nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare – Brevi cenni del dott. Nicola Gallotti’, Napoli, Tipografia Giuseppe Golia, (Archivio Attanasio), pubblicato nel lontano 1899, ovvero dopo cinque anni dai lavori per la costruzione della SS. 18 e di cui posseggo una copia malandata. Nella relazione, inoltre, il Magaldi non parla affatto di “un complesso sistema idrico ed ambienti mosaicati venuti alla luce durante la costruzione di alcune palazzine”, non parla di rinvenimenti dovuti alla costruzione di alcune Palazzine. Il Magaldi descrive alcuni rinvenimenti ed evidenze archeologiche presenti su tutto il territorio saprese ma non parla di nessuna palazzina, se per questo si vuole far credere che l’area archeologica si potesse estendere alle palazzine dei via Camerelle. Invece il Magaldi descrive minuziosamente i rinvenimenti limitati all’area di S. Croce a Sapri. Infatti, nello stesso testo, Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone (…), a p. 33 scrivono che: “Tuttavia, fondamentale per lo studio del complesso di S. Croce è la testimonianza dell’Ing. G. Magaldi (anche loro commettono l’errore, infatti non si tratta dell’Ing. G. Magaldi ma di Josè Magaldi) che nel 1828, per incarico della Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, redasse un ‘Cenno storico ed archeologico della città di Sapri’. Il Magaldi ci restituisce un quadro minuzioso della situazione dell’epoca con due planimetrie particolareggiate del complesso di S. Croce, menzionando anche gli scavi e i ritrovamenti del 1884, in occasione dell’apertura della strada provinciale, e del 1906 quando fu costruito l’Istituto di S. Croce. A tutta questa evidenza non ha tuttavia mai fatto seguito uno scavo sistematico se si esclude un piccolo saggio di scavo da P.C. Sestieri nel 1948 nell’area di S. Croce rimasto inedito. Anche il recente intervento della Soprintendenza Archeologica di Salerno (cfr. W. Johannowsky, in ‘Atti XXIII CSMG’, Taranto 1983, P. 528) ha interessato il restauro (molto brutto dico io) delle volte delle strutture delle Cammerelle.”. Le due studiose, continuano il loro racconto sui rinvenimenti di Sapri. Interessante sarebbe il recupero della relazione inedita del saggio di Scavo che P.C. Sestieri effettuò a S. Croce nel lontano 1948. 

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(Fig….) Disegno da me eseguito tratto dal testo di Josè Magaldi (…), op. cit., sugli scavi archeologici del 1928 condotti dalla Regia Soprintendenza alle Antichità della Campania – Salerno in occasione dei lavori condotti per la costruzione della strada Provinciale SS. 18 che collegava i paesi prossimi a Sapri 

Il bradisismo della fascia costiera del Cilento, e gli effetti sulle città costiere ormai scomparse

Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a p. 43 e ssg. parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Profondamente mutate dalle condizioni di un tempo sono le condizioni attuali della piana di Pesto, che però si vanno risollevando con la bonifica. Una volta l’aria vi odorava di fiori, ed ora vi è greve morbosa; ….le zanzare malariche insidiano la salute dei butteri, e le mandre di bufali tengono il campo. E’ interessante approfondire questo mutamento che si è verificato, perchè esso riguarda la sparizione di Pesto, di cui è stata data, solo di recente, la spiegazione giusta. Si credeva, fino a poco tempo addietro, che quella sparizione fosse dovuta alla malaria e alle incursioni dei Saraceni, che nel IX secolo avrebbero spinto i Pestani ad abbandonare la città e a riparare a Capaccio Vecchio, che sorge sui monti retrostanti (p. 15). Già il Gunther, studiando il bradisismo del Golfo di Napoli, aveva avuto l’intuizione che la scomparsa di Pesto fosse da attribuirsi allo stesso fenomeno, che avrebbe avuto come conseguenza la malaria, e, quindi, l’abbandono. Gli scavi recenti hanno dimostrato che la città è rimasta sepolta sotto una spessa coltre di materiali di origine palustre, fortemente cementati fra loro. In base a questa osservazione il DE LORENZO, e dopo di lui il D’ERASMO, hanno così ricostruito il fenomeno (3). Nel VI sec. a.C., e forse anche prima, la piattaforma di travertino su cui posa Pesto dovè iniziare un lento movimento di discensione per effetto del bradisismo del litorale tirrenico. All’epoca di Augusto, questo movimento doveva essere giunto a tal punto che cominciava a formarsi il pantano in prossimità di Pesto. Strabone dice che il fiume, impaludando, rendeva la città malsana (4). Il movimento discendente continuò ancora durante l’Impero e il Medio Evo, si che alla fine di questo il livello del mare doveva essere superiore all’attuale di più di 10 m., e la piattaforma su cui poggia Pesto doveva emergere pochissimo. Impediti di correre liberamente al mare, il Sele e i prossimi corsi d’acqua – fra cui è “Capo di fiume”, che scorre vicino a Pesto – ristagnando, formarono l’acquitrinio e così prepararono a poco a poco alla città antica il funereo manto – che presso Porta Marina mostra uno spessore di oltre cinquanta metri. Naturalmente è da connettere con questi movimenti di bradisismo la variazione della linea di spiaggia, la quale si è avvicinata o si è allontanata, a seconda della direzione discendente o ascendente del movimento.”. Il Magaldi, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. De Lorenzo, Sulla causa geologica della scomparsa dell’antica città di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia dei Lincei”, Cl. Sc. fis. s. 6°, vol. XI (1930); G. D’Erasmo, Il bradisismo di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia Scienze fis. e mat.” s. 4à, vol. IV (1934), (ripubblicato per cura dell’Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, ivi, 1935).”. Il fenomeno del bradisismo ha interessato gran parte della fascia litoranea della costiera Tirrenica ed ha influito sulle numerose ed al tempo floride città magno-greche sorte sulle costa del basso Cilento. Come si è detto per l’esempio di Paestum, la maggior parte di queste città sono in seguito scomparse. La tradizione popolare ed i racconti settecenteschi attribuscono cause varie, maremoti, terremoti, distruzioni vandaliche e saraceniche ecc.., ma le rovine d’epoca romana che ancora oggi si possono vedere nell’area di S. Croce a Sapri non sono mai state rilevate con cura scientifica e soprattutto non sono state mai studiate. Gli studi sulle preesistenze dell’antichità possono rivelare risvolti inattesi, come ad esempio si è potuto fare nel “Serapo” a Pozzuoli. La ricostruzione dell’andamento del bradisimo ai Campi Flegrei, a partire dal IV sec. d.C. nel corso dei secoli fino ai tempi moderni è stata possibile grazie a osservazioni compiute sulle rovine di una costruzione di epoca romana, situata a poche decine di metri dal porto di Pozzuoli: il Serapeo. Erroneamente considerato come un tempio dedicato al dio egizio Serapide (da cui il nome) è stato in realtà un mercato romano dal I al II secolo AD. La peculiarità di questa costruzione è la presenza, a varie altezze sulle tre colonne ancora erette, di fori prodotti da molluschi marini (litodomi) che vivono nella fascia intertidale (tra la bassa e l’alta marea) e che quindi sono indicativi del livello marino nel passato. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo, la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini.Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum. Il La Greca, a p. 34 continuando il suo discorso sull’area di S. Croce scriveva pure che: “Ricerche recenti nell’area della villa romana di Santa Croce a Sapri (72)  hanno stabilito che il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m. La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) postillava: “(72) Toccaceli 2003”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) si riferiva al testo del geologo Romeo Toccaceli (….), ed a p….., nella bibliografia scriveva: “(72) TOCCACELI 2003 = R. M. TOCCACELI, Evidenze geoarcheologiche della variazione del livello del mare in età storica: l’insediamento romano di S. Croce (Sapri – Golfo di Policastro), in ALBORE LIVADIE – ORTOLANI 2003, pp. 255-264. TRA LAZIO E CAMPANIA 1995 = AA. VV., Tra Lazio e Campania.”, su cui contenuto nutro dei dubbi. Il La Greca si riferisce ad uno studio geomorfologico del geologo Romeo Toccaceli di Sapri che, nel 2003 riteneva che “…il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m.”. Il Toccaceli (ed in questo caso il La Greca, ritenevano che in epoca storica, senza peraltro specificare quale epoca storica a cui si riferisse, il livello del mare era più basso di circa mt. 1, 80. Dunque, essi ritenevano che nell’antichità, l’area delle rovine di S. Croce, il livello del mare era molto più basso dell’attuale, tanto che, il La Greca affermava che in epoca antica: “La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca riteneva che il molo frangiflutti (le pilae) e le “cammerelle”, in epoca antica non erano bagnate dal mare, ovvero erano all’asciutto. Se pur ammettendo l’evidenza geologica che nell’antichità la linea costa presentasse un andamento particolare, non mi pare possibile, invece che “un andamento particolare”, l’avesse pure la linea orografica del sottosuolo di Sapri e della baia di Sapri. Inoltre, ammettendo per buona l’ipotesi e gli studi del Toccaceli (….), da cui risuta che tutta la villa ed il molo (le pilae), rovine che insistono nell’area di S. Croce, in parte sommersi dall’acqua, siano state in epoca antica  “e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto”, mi chiedo come sia stato possibile che, la tipologia costruttiva del molo frangiflutti (dalla tradizione chiamato le “Pile” (da “Pilae”, ovvero pilone), denoti una diversa tipologia costruttiva adatta alle costruzioni marine ?. Mi spiego meglio. Dall’analisi della costruzione della Pilae, un molo frangiflutti costruito a protezione delle opere prossime alla battigia del mare a S. Croce, si vede chiaramente quale sia stato sempre il livello del mare. Le “Pilae”, di Sapri sono costituite da una porzione posta sotto l’acqua del mare e, un’altra porzione che affiora dal livello del mare, visibile al visitatore. Esse sono state costruite con due tipologie costruttive diverse tra loro. La porzione di opera sottomarina è stata infatti costruita usando una malta idraulica a base di pozzolana. Questo dimostra che i romani costruirono le “Pilae” nell’acqua del mare che, all’epoca, già era presente. Infatti, l’opera serviva a proteggere la piccola insenatura dai flutti marini, marosi, che in certi giorni di burrasca si vedono infrangersi proprio verso la Pilae. Dunque, se a S. Croce, il livello del mare è stato, come io credo, almeno dall’epoca romana come è attualmente, ne va da se che l’ipotesi del La Greca e di altri non hanno fondamento. A S. Croce, il mare c’è sempre stato così come lo vediamo ora e con lo stesso livello. Era talmente sostanziale la presenza del mare che i romani dovettero costruire il molo frangiflutti a divesa dei venti di mezzogiorno particolarmente rovinosi nelle giornate di burrasca. Felice Crippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 73 e 74, venivano pubblicati due disegni ricostruttivi della villa d’epoca romana che mostrano chiaramente la Villa disposta all’asciutto e su un pianoro leggermente rialzato rispetto alla linea della battigia del mare. La ricostruzione dell’autore dei disegni, però, nella sua ricostruzione a volo d’uccello (dall’alto) della villa di S. Croce, non tiene minimamente conto delle opere portuali, del criptoportico delle “Camerelle” e del molo frangiflutti. Le evidenze archeologiche in sito denotano, è vero, delle opere murarie ad un livello superiore a quello marino ma queste costituiscono un tutt’uno con le opere murarie sottostanti, quelle cioè che si vedono dalla battigia del mare, che sono opere portuali e che, nel caso del molo frangiflutti (detto Pila), posto un pò più avanti, erano opere costruite con le loro fondamenta nel mare stesso, dunque opere portuali.

LA CITTA’ SCOMPARSA DI  VIBONE ED IL ‘FUNDUS SICCAE’ DI CICERONE (una delle fonti per Vibo)

MARCO TULLIO CICERONE E L’AMICO ATTICO

Leggiamo da Wikipedia che Cicerone per sfuggire ad una probabile vendetta di Silla, tra il 79 ed il 77 a.C. Cicerone si recò, accompagnato dal fratello Quinto, dal cugino Lucio e probabilmente anche dall’amico Servio Sulpicio Rufo, in Grecia ed in Asia Minore. Particolarmente significativa fu la sua permanenza ad Atene. Qui incontrò nuovamente l’amico Attico che, fuggito da un’Italia sconvolta dalle guerre, si era rifugiato in Grecia. Egli era poi diventato cittadino onorario di Atene e poté presentare a Cicerone alcune tra le più importanti personalità ateniesi del tempo. Ad Atene, inoltre, Cicerone visitò quelli che erano i luoghi sacri della filosofia, a cominciare dall’Accademia di Platone, di cui era allora capo Antioco di Ascalona. Di quest’ultimo Cicerone ammirò la facilità di parola, senza tuttavia condividerne le idee filosofiche, ben differenti da quelle di Filone, delle quali era convinto ammiratore. Dopo un breve soggiorno a Rodi, dove conobbe lo stoico Posidonio, Cicerone tornò in Grecia, dove fu iniziato ai misteri eleusini, che lo impressionarono molto, e dove poté visitare l’Oracolo di Delfi. Qui domandò alla Pizia in quale modo avrebbe potuto raggiungere la gloria, ed ella gli rispose che avrebbe dovuto seguire il suo istinto, e non i suggerimenti che riceveva. Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del  primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Cicerone, non si diede pace, implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno, ma alcune sue ville furono addirittura distrutte, come quella di Formia che spesso dovette abbandonare a causa delle sue repentine fughe. Verso la metà del I secolo a.C., quando, dopo la congiura e l’uccisione di Giulio Cesare, il questore Romano Marco Tullio Cicerone, si diede alla fuga e, girovagando si recò via mare per le diverse ville sparse sulla costa tra la sua villa di Anzio fino ad arrivare a quelle del Golfo di Policastro. Dunque, come vedremo, è molto probabile che Cicerone, prima di essere ucciso dai sicari di Marcantonio che, lo credette uno dei congiurati trascorse gli ultimi giorni della sua vita proprio in una delle patrizie ville romane che allora vi erano nel Golfo di Policastro come quella che esisteva a Sapri in località S. Croce, l’unica di cui abbiamo la testimonianza essendo i suoi monumentali ruderi ancora esistenti. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica. In seguito alla sua prescrizione decretata da Antonio, Cicerone lasciò allora Roma e si ritirò nella sua villa di Formia, che aveva ricostruito dopo gli episodi legati a Clodio. A Formia, però, fu raggiunto da alcuni sicari inviati da Antonio, che, aiutati da un liberto di nome Filologo, poterono trovarlo fin troppo facilmente. Cicerone, accortosi dell’arrivo dei suoi assassini, non tentò di difendersi, ma si rassegnò alla sua sorte, e venne decapitato. Una volta ucciso, per ordine di Antonio, gli furono tagliate anche le mani (o forse soltanto la mano destra, usata per scrivere ed indicare durante i discorsi), con cui aveva scritto le Filippiche, che furono esposte in senato insieme alla testa, appese ai rostri che si trovavano sopra la tribuna da cui i senatori tenevano le loro orazioni, come monito per gli oppositori del triumvirato. Prima del suo assassinio, Cicerone, si spostava continuamente in viaggio dalla sua Villa di Formia e scriveva tanto ai suoi fedelissimi amici. Nei primi del ‘400, Francesco Petrarca, nel corso delle sue frequentazioni nei luoghi campani, rinvenne le lettere (Epistole) che il Questore romano Marco Tullio Cicerone scrisse ai suoi fedeli amici, tra cui, vi sono 396 epistole, scritte tra il 68 e il 44 a.C., indirizzate a Tito Pomponio Attico, uomo ricco, appartenente al rango equestre, dotato di grande cultura, seguace dell’Epicureismo e pertanto determinato a non prendere parte attiva alla vita politica. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie. Alla prima delle 4 categorie appartengono quelle scritte da Cicerone al suo amico Attico. Epistole agli amici (Epistulae ad Familiares) (16 libri). Pare che le lettere scritte da Cicerone, quelle che a noi interessano siano due, ovvero Lettere ad Attico, scritte nel 44 d.C. (quindi proprio quando oramai era arrivata la sua fine) e, sono: epistola 6 del libro 16 e, l’epistola 19, del lib. 14 ad Attico. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio. Tito Pomponio Attico, era grande amico e vecchio compagno di Cicerone. Prese il cognonem di Attico, dopo una lunga permanenza ad Atene. Leggiamo da Wikipedia che Marco Tullio Cicerone (in latino: Marcus Tullius Cicero, pronuncia ecclesiastica: /ˈmarkus ˈtulljus ˈʧiʧero/, pronuncia restituta o classica: /ˈmaːr.kʊs ˈtʊl.lɪ.ʊs ˈkɪ.kɛ.roː/; in greco antico: Κικέρων, Kikérōn; Arpino, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.) è stato un avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano. Esponente di un’agiata famiglia dell’ordine equestre, fu una delle figure più rilevanti di tutta l’antichità romana. La sua vastissima produzione letteraria, che va dalle orazioni politiche agli scritti di filosofia e retorica, oltre a offrire un prezioso ritratto della società romana negli ultimi travagliati anni della repubblica, rimase come esempio per tutti gli autori del I secolo a.C., tanto da poter essere considerata il modello della letteratura latina classica. Grande ammiratore della cultura greca, attraverso la sua opera i Romani poterono anche acquisire una migliore conoscenza della filosofia. Tra i suoi maggiori contributi alla cultura latina ci fu, senza dubbio, la creazione di un lessico filosofico latino: Cicerone si impegnò, infatti, a trovare il corrispondente vocabolo in latino per tutti i termini specifici del linguaggio filosofico greco. Tra le opere fondamentali per la comprensione del mondo latino si collocano, invece, le Lettere (Epistulae, in particolar modo quelle all’amico Tito Pomponio Attico) che offrono numerosissime riflessioni su ogni avvenimento, permettendo di comprendere quali fossero le reali linee politiche dell’aristocrazia romana. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti, e ciò inizialmente provocò un grande entusiasmo, temperato successivamente dal fatto che l’immagine che traspariva di Cicerone non era quella dello strenuo eroe difensore della Repubblica, come si era sempre dipinto nelle sue opere e nelle sue orazioni, ma una versione molto più umana, con le sue debolezze e i suoi aspetti meno retorici, ma certamente affascinanti nella loro genuinità. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie:

  • Epistole agli amici (Epistulae ad familiares) (16 libri)
  • Epistole al fratello Quinto (Epistulae ad Quintum fratrem) (3 libri)
  • Epistole a Marco Giunio Bruto (Epistulae ad M. Brutum) (2 libri)
  • Epistole ad Attico (Epistulae ad Atticum) (16 libri)

Per esempio Epistulae ad familiares (Lettere ai familiari o Lettere agli amici) sono la sezione dell’epistolario di Marco Tullio Cicerone contenente le lettere indirizzate dall’oratore arpinate a personaggi della vita pubblica, come Gneo Pompeo Magno, Gaio Giulio Cesare e Asinio Pollione, e privata, come la moglie Terenzia o il liberto Tirone. Redatte tra il 63 e il 43 a.C., le lettere non sono suddivise secondo un criterio cronologico, ma secondo il destinatario cui sono indirizzate. Il manoscritto è conservato presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia. Riguardo queste lettere Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Velia, a p. 727, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Cicerone, Ad Familiares, XVI, 7: in Verrem, III.”. Sempre Ebner a p. 740 parlando di Vibonati, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cicerone, Ad Attico, XVI, 6, vedi F.A. Soria, Lettera intorno alle visite di alcuni autori, in “Giornale letterario di Napoli, vol. LXXV.”

CICERONE E LE SUE LETTERE AGLI AMICI ATTICO E CAIO TREBAZIO TESTA DI VELIA E SICCA DI SAPRI

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……Ma tutto ciò non sembra avere a che fare con la città antica: la questione non è sulle origini di Vibonati, ma sull’esistenza o meno nella zona di una città romana di nome Vibo. Passiamo alle fonti su Vibo. Nel 70 a.C. Cicerone, dopo un’inchiesta in Sicilia sulle malefatte del governatore Verre, ritorna in tutta fretta a Roma per il giorno del processo, navigando su una piccola imbarcazione tra Vibone e Velia (a Vibone Veliam), fra mille pericoli (55), legati forse al passaggio del capo Palinuro, ma forse anche alla presenza nella zona di schiavi fuggitivi appartenenti al disciolto esercito di Spartaco, sconfitto nel 71 da Crasso proprio in Lucania. Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (55) postillava: “(55) Cicerone, Verr., Sec., II, 40, 99”. Come sappiamo le lettere scritte all’amico di Velia sono tante e non sono solo quelle scritte e contenute nell’epistolario “Lettere ad Attico”. E così negli anni, si è tramandata questa notizia di cui non si dice mai quale fosse la sua vera origine. Forse Cicerone si fermò nel vicus “Saprinus” presso la proprietà dell’amico Sica di cui parla in altre lettere ad Attico. Da “Saprinsus” Cicerone scrive all’amico Caio Trebazio di Velia. Gaio Trebazio Testa (in latino: Gaius Trebatius Testa; Elea, … – 4 d.C. circa) è stato un giurista e politico romano, la cui fioritura si colloca nel I secolo a.C.. La familiarità con Cicerone è testimoniata dall’intensa corrispondenza – diciassette lettere – nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa. Tuttavia, rivedendo alcuni autori locali come ad esempio il sacerdote Luigi Tancredi (….) credo si tratti di Plutarco (…) che scrisse della vita di Cicerone. Infatti, Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dalla Vibo Valenzia, a p. 66 in proposito scriveva che: “Nel tempo imperiale romano dev’esserci già una chiara distinzione, ma non sempre è mantenuta. Cicerone è una eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, porta sempre il nome di “Valenzia”. Poi, proseguendo il suo racconto il Tancredi viene al passo che interessa e scrive che: “Sicca era un amico di Cicerone ed abitava a Vibone lucana; il viaggio fu compiuto nel 44 a.C. (21).”. Dunque, il Tancredi ci parla chiaramente di un podere e di un amico di Cicerone “Sicca” o “Sica” che viveva ed abitava a Vibona o “Vibo ad Siccam”. Dunque, secondo la notizia che citava il Tancredi vi era un luogo o vicus o piccola città chiamata Vibone abitata dall’amico di Cicerone “Sica” che aveva ivi una villa o un grande podere agricolo. Cicerone si era recato dall’amico Sica subito dopo aver fatto visita a Velia (Elea) all’amico Caio Trebazio Testa.

Nel I sec. a.C., i toponimi antichi dell’area nei racconti dei viaggi di Cicerone, nelle sue lettere citate da Plutarco

In alcune lettere, Cicerone, cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Giulio Cesare e la sua successione. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco (….), si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Attraverso l’epistolario scritto da Cicerone (….), le cui memorie furono poi in seguito riprese da Plutarco (….), veniamo a conoscenza di alcune interessanti notizie che riguardano i nostri luoghi. La notizia del Tancredi che io credo provenga dalle “Vita di Cicerone” in Plutarco (…), Cicerone si era fermato nel podere a Vibone o “Bibone” o “Bibo” dove fu ospitato dall’amico Sica. A questo riguardo il Tancredi a p. 64 in proposito scriveva che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova il villaggio, detto “Petrasia” (17), che poco dopo scompare e rinasce col nome di Villammare (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. da Troyli, Tomo I, Parte II, p. 178.”. Il Tancredi nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13”. Il Tancredi a p. 64 richiama più volte la sua nota (13) dove egli postillava che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. In sostanza il Tancredi, nella sua nota (13) postillava della carta d’epoca aragonese (e non come egli scrive del sec. XVI o 1600) che fui proprio io a scoprire all’Archivio di Stato e a mostrargli. Sulla carta in questione il La Greca ed il Vladimiro hanno pubblicato quelle Parigine. E qui, stranamente, il Tancredi invece di postillare della lettera ad Attico citata dall’Antonini (una delle quatto), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”, dove egli voleva riferirsi appunto alle “Vite” di Plutarco. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. La carta citata dal La Greca non è la nostra, ma credo essa sia una copia di quelle originali trafugate dal Galiani. La carta citata dal La Greca si trova a Parigi. Parlando di queste carte Parigine (simili alla nostra di cui ho già parlato), il La Greca (….), a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. Dunque, il La Greca (…), riguardo il toponimo di “Bibo ad Siccam odie ruin (ato)” contenuto mella carta “carta del Cilento” (quella parigina, non quella da me scoperta all’ASN), in proposito postillava di Plutarco e nella sua nota (41) postillava che: Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ecc…”. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Dunque, la notizia potrebbe provenire anche da Plutarco (…) che parlò di Cicerone nella sua opera le Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι) sono dedicate a Quinto Sosio Senecione, amico e confidente di Plutarco, al quale lo scrittore dedica anche altre opere e trattati. Costituite da 23 coppie (una è andata perduta), alla biografia di un personaggio greco viene accostata, generalmente, quella di un romano, ad esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare. L’originalità plutarchea sta proprio in questo accostamento, che dimostra sia come l’Ellade avesse prodotto valenti uomini d’azione e sia come i Romani non fossero tutti barbari. Le sue biografie contengono un’infinità di informazioni utili alla ricerca storiografica. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. Il La Greca (…) a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. La citazione del La Greca (…), riguardo la citazione dell’Antonini (…) è interessantissima in quanto dice che “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”, citato dallo stesso Livio, Cicerone e nel Chronicorum Casinensium Epitome, unico erudito che per la prima volta non solo la cita ma la pone a Vibonati. Ovviamente sul sito di Vibonati bisognerà fare delle ovvie precisazioni che farò. Dunque, il La Greca, scrive questo in quanto stà parlando della “Vibo ad Sicam” citata nella carta corografica conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi (la carta n. 6, da lui pubblicata nel suo testo insieme al Valerio che è collocata come “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote: GE AA-1305 – feuille 6, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia, di cui egli dice essere uguale a quella da me scoperta all’ASN e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile.

GE AA-1305 Feuille 6.jpg

(Fig….) Carta conservata alla BNF – GE AA-1305 – feuille 6

Fernando La Greca (…), parlando sempre della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini come si è visto e scrive che: “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”. Infatti, il La Greca (…), a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; poi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio, la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. L’ipotesi di Fernando La Greca è molto interessante e merita ulteriori approfondimenti. Ho voluto riproporre integralmente questo passo del La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, lo trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. Il La Greca (…), a p…., nella sua nota (229) postillava che: “(229) A. Antonini, Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs, Nouvelle édition, Paris, 1734”. Il La Greca a p…., nella sua nota (230) postillava che: “(230) B. Tanucci, Lettere a Ferdinando Galiani, cit., pp. 231-232 (11 luglio 1768).”. Il La Greca a p…, nella sua nota (231) postillava che: “(231) J.J. Winckelmann, Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi, in Id., Opere, a cura di C. Fea, 1832, pp. 18-19; vd. J. Raspi Serra (a cura di), ‘Paestum idea e immagine. Antologia di testi critici e di immagini di Paestum (1750-1836), Panini, Modena, 1990, pp. 31-34.”.

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: In effetti, anche altre fonti sembrano attestare l’esistenza della Vibo lucana, diversa da Valentia in Calabria. Se Cicerone chiama Vibo la città sul Golfo di Policastro, chiama poi Valentini e non Vibonenses gli abitanti di Vibo Valentia (61), attestando che il nome principale di quest’ultima doveva essere proprio Valentia. A conferma, …..Pomponio Mela, risalendo il Tirreno, cita di seguito, come due città diverse, Hipponium e Vibone (63); Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (61) postillava: “(61) Cicerone, Verr. sec., 2, 40; 5, 40 e 158”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (63) postillava: “(63)….Pomponio Mela, De chor., II, 4, 68”.

Nel 194 a.C. (II sec. d. C.), Tito Livio e la “VIBONA” colonia romana

Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 62 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “Nel 338 a. C. il tiranno di Siracusa, Dionisio il Vecchio, distrusse la città di Hipponion ed il nome scomparve (8). Pochi anni dopo, nel 379 i Cartaginesi ricostruirono la città ed appare il nome di Vibona, in greco Viponion (9). Per quasi due secoli la città esiste sotto questo nome finchè, nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10). Non è l’unica di questo nome. Ancora oggi esiste ‘Valencia’ in Spagna, ‘Valence’, in Francia ecc..Per distinguere questa Valentia dalle altre, si trascina insieme al nuovo nome anche quello vecchio, e quindi abbiamo “Vibo Valentia” a partire dal 194 a.C. (11). Durante il governo romano decade la città, come tutta la Magna Grecia, dall’antico splendore. Ecc…”. Il Tancredi nella sua nota (8) postillava che: “(8) Diodoro Siculo, op. cit., XIV, 107”. Il Tancredi nella sua nota (9) postillava che: “(9) Diodoro Siculo, op. cit., XVI, 15”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Il Tancredi nella sua nota (11) postillava che: “(11) Tito Livio, op. cit.”. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Sempre il Tancredi parlando della “3. Decadenza romana” di “Pyxous-Policastro”, (dunque in questo caso riferendosi a Policastro), a p. 14 in proposito scriveva che: “Nel 194 a. C. fu inviata da Roma una colonia di 30 famiglie per ripopolare la città abbandonata (18). Si tratta evidentemente di una fondazione nuova; la Pyxous greca porta d’ora in avanti, per circa sette secoli, il nome romano di ‘Buxentum’. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXII, cap. 29, 4.”. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXIX, cap. 22, 4″, che poi in seguito vedremo meglio. Il Tancredi, a p. 15 riferendosi a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Dunque, pur riferendosi a Policastro (l’antico Pyxous), il Tancredi ci parla delle storie raccontate da Tito Livio e della colonia romana ivi mandata nel 194 a. C. Mi chiedo se la colonia romana di cui parlava Livio era a Pyxous o era a Vibone ?. Ritorniamo al Tancredi quando ci parla della colonia romana di Vibone citata da Livio. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Dunque, il Tancredi si riferiva al libro XXXV, 40 delle storie di Tito Livio in cui ci parla della Storia di Roma e scrive che Tito Livio scriveva della colonia romana che fu mandata nel 194 a.C., allorquando sia l’antica ‘Buxentum’ (Policastro), cadde in possesso dei Romani. Il Tancredi, a pp. 71-72, dopo aver detto e citato la città di “Scidron” negando che “si trovava in questi paraggi, essa era da secoli scomparsa e, al tempo della costruzione del porto, radiata dalla memoria umana”, postillando nella sua nota (4) Erodoto, proseguendo il suo racconto e parlando del “Porto di Vibona”, in proposito scriveva che: “Non possiamo evitare di mettere in discussione in questo punto un’affermazione, che noi stessi abbiamo fatta poche pagine prima. Livio parla dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi cita alcune notizie tramandateci da Tito Livio che scriveva che nel 194 a.C., i Romani inviarono nella nuova “Vibone”: “dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi, a p. 71, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, cap. 31”. Il Tancredi, a p. 15, in un altro passo riferendosi questa volta a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Dunque, in sostanza Tito Livio racconta che i Romani per ripopolare alcuni luoghi che avevano conquistato mandarono delle colonie nell’anno 194 a.C.. Il Tancredi scriveva che nel caso della colonia inviata dai romani a Buxentum, Livio ne parlava nel Libro XXXII, cap. 29, 4 e nel caso, invece, di Vibone, ne parlava nel Libro XXXV, cap. 31. Buxentum ricevette una colonia nell’anno 194 a. C., sotto il consolato di P. Cornelio Scipione Africano e, sempre nell’anno 194 a.C., Vibone ricevette una colonia sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi. Dunque, il Tancredi a p. 71 ci parla di ciò che scrisse Tito Livio (….), nel libro XXXV della sua opera del I secolo d.C., “Ab Urbe condita”. Tito Livio (in latino: Titus Livius; Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore della Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C.. Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto probabile che l’opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C. Il Tancredi riferendosi al passo di Tito Livio in “ab Urbe condita”, Libro XXXV, 40 scriveva che i Romani “la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi, a p. 71 scriveva pure che:  Il Tancredi a p. 71 scriveva ancora che: “Questa colonia è normalmente ascritta a Vibo Valentia; ecc…”. Infatti, molti storici hanno sempre ritenuto che Livio si riferisse alla cittadina calabra di Vibo Valentia e non alla nosta Vibone Lucana. Il Tancredi a questo proposito a p. 71 citava le argomentazioni dell’Antonini che dice portava: valide e logiche ragioni per dimostrare che la datazione di Valentia è contenuta nella seconda decade di Livio (perduta), mentre quella del 31° capitolo si riferisce a Vibona Lucana.”. Infatti, un autore che avanzava l’ipotesi che si trattasse di Vibone (che alcuni chiamarono Lucana per distinguerla da Vibo Valentia in Calabria fu proprio l’Antonini che, nella sua Lucania argomentò con diverse notizie questa ipotesi. L’Antonini, oltre a confutare il Barrio (….) cita Pomponio Mela (….) e l’Itinerario Antonino. L’Antonini lo chiama “Vibonem ad Siccam” (vedi p. 428). Antonini, a pp. 421-422 in proposito citava un passo di Strabone (libro 6) in cui parla della colonia dei Romani inviata ad Hipponio e, che muterà il suo nome in “Vibonem Valentiam” aggiungeva che: “Era l’anno di Roma circa il DXV., e forse nel Consolato di M. Manilio Turrino, e di Q. Valerio Faltone, quando furono mandati i Coloni ad Hipponio, chiamato da ‘Velleio’ specialmente ‘Valentia’. Ecco le di lui parole nel Libro I, dalle quali l’uno, e l’altro si ricava: “Proximoque anno (I), Torquato, Sempronioque Cofs. Brundusium, et post triennium Spoletium, quo anno floralium ludorum factum est initium; postque briennium deducta Valentia”. Di questa deduzione non si trova in Livio fatta menzione, per la mancanza della Deca 2. Nè nell”Epitoma’ XX, dove esser dovrebbe, affatto se ne fa parola. Aggiugnesi che lo stesso Livio nel libro 37 numerando le Colonie, che ajuto, o denaro ai Romani esibirono, o negarono, non fa di ‘Valentia’ menzione alcuna. Ciò che fu già dal ‘Sigonio’ notato nel c. 5, lib. 2, de antiq. jur Italiae, ecc..”, l’Antonini si riferiva al testo di Carlo Sigonio (….), De antiquo jure Romanorum, Italiae, provinciarum (1560):

Antonini, p. 422

Anto, p. 423

Su ciò che scriveva Livio (….), il Tancredi argomentava che: “Siamo titubanti d’accettare le pur convincenti deduzioni, perchè 4000 coloni, con mogli e bambini, formano una popolazione di almeno 10.000 anime. E sulla collina che riteniamo sede della città di Vibona, una tale posizione non è facilmente immaginabile. La cifre che indica Livio sono normalmente esatte e non occorre aplicare come per molte altre fonti il beneficio dell’inventario. Quindi, per sottoporre la notizia al vaglio storico, abbiamo effettuato diversi sopralluoghi e queste sono state le nostre deduzioni. La nostra conoscenza del sito di Vibona si basa principalmente sulla carta topografica ecc…..Vibona subì una prima distruzione nei primi decenni del sec. X, ad opera dei Saraceni di Agropoli e di Camerota (6). A quel tempo risalgono le prime costruzioni di Vibonati, luogo di rifugio dei Vibonesi. La città di Vibonati, fu ricostruita, probabilmente su tono minore, e durante il periodo normanno, che dava ordine e pace alla contrada, e si sarà ripresa.”. Il Tancredi a p. 72, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cirelli F., op. cit., p. 36”. Si tratta di Filippo Cirelli (….).  

La falsa frase “PARVA GEMMA MARIS INFERI” attribuita a Cicerone (anno 75 a.C.) dal Tancredi e dal Guzzo che, come altre bufale menzoniere su Sapri ricorre spesso nei blog pubblicitari sulla rete

Negli scritti di alcuni storici locali ricorre spesso la notizia di una lettera di Cicerone che scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”, la cui traduzione letterale è “piccola gemma dei mari del Sud”. In questi scritti, però non vengono mai riferiti i riferimenti bibliografici. Questa notizia non è stata mai sufficientemente indagata. In questo blog che curo da pochi anni stò cercando di approfondire ed ulteriormente indagare alcuni temi e notizie. Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “Sulla scorta dell’Antonini, la storiografia locale, credeva riferirsi a Sapri Marco Tullio Cicerone, quando come questore in viaggio per la Sicilia occidentale, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a.C., diceva:  “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud). Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vi bonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.”, riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico. Ancor prima, nel 1987, pubblicavo un mio saggio “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10 che fu citato da Felice Cesarino (…), nel suo saggio, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988. Nel 2014, lo studioso Antonio Scarfone (….), sulla scorta di alcuni scrittori locali, sul sito dell’ISPRA pubblicò il saggio dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”,  dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come ‘parva gemma maris inferi’, ecc…, senza indicarne i riferimenti bibliografici. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Il Tancredi riferisce la notizia di una “parva gemma maris inferis” scritta da Cicerone riferendosi ad un “Saprinus” in una lettera scritta all’amico Caio Testa Trebazio ma il Tancredi non dice altro e non da alcun riferimento bibliografico di questa lettera. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa. Nell’Antonini (….) non si fa cenno della notizia. Nel 1997, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” a p. 175 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, nel suo “Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano  di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano  di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa.

Nel 75 a.C., il “VICUS SAPRINUSe il ‘FUNDUS SICCAE’, Cicerone nelle sue lettere all’amico Caio Trebazio Testa di Velia

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……Ma tutto ciò non sembra avere a che fare con la città antica: la questione non è sulle origini di Vibonati, ma sull’esistenza o meno nella zona di una città romana di nome Vibo. Passiamo alle fonti su Vibo. Nel 70 a.C. Cicerone, dopo un’inchiesta in Sicilia sulle malefatte del governatore Verre, ritorna in tutta fretta a Roma per il giorno del processo, navigando su una piccola imbarcazione tra Vibone e Velia (a Vibone Veliam), fra mille pericoli (55), legati forse al passaggio del capo Palinuro, ma forse anche alla presenza nella zona di schiavi fuggitivi appartenenti al disciolto esercito di Spartaco, sconfitto nel 71 da Crasso proprio in Lucania. Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (55) postillava: “(55) Cicerone, Verr., Sec., II, 40, 99”. Dunque, il La Greca scriveva che nel 70 a.C. Cicerone, dopo una sua inchiesta in Sicilia sulle malefatte di Verre, dovendosi trovare a Roma per partecipare al processo contro Verre dovette rientrare a Roma e, trovandosi ospite di un suo amico a “Vibone” egli dovette affrotare un pericoloso viaggio navigando su una piccola imbarcazione tra la città di Vibone e Velia. In entrambe le città, Vibone e poi Velia, Cicerone sostava ospitato da amici fidati. Il La Greca aggiunge che in questo breve ma pericoloso viaggio, Cicerone forse dovette affrontare il pericolo che per via mare in quel periodo vi erano diversi soldati dell’armata di Spartaco che erano stati sconfitti da Crasso nel 71 a.C. proprio in queste zone, forse nei pressi del Vallo di Diano. La notizia del viaggio periglioso di Cicerone è tratta da egli stesso che ne parla nella sua opera “Verrine” dedicata a Verre. Da Wikipedia leggiamo che In Verrem è una serie di orazioni scritte da Cicerone, note anche come Verrine. Furono elaborate nel 70 a.C., in occasione di una causa di diritto penale discussa a Roma, che vedeva come accusatori il popolo della ricca provincia di Sicilia e l’ex propretore dell’isola Gaio Licinio Verre come imputato. L’accusa mossa nei suoi confronti era de pecuniis repetundis, cioè di concussione, reato consumato durante il triennio di governo dal 73 al 71 a.C. I siciliani, che avevano conosciuto poco tempo prima Cicerone come questore di Lilibeo, gli affidarono l’accusa. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo in Archivio storico per la Calabria e la Lucania,  1941 fasc. III p. 183 e seg. RUOPPOLO 1988 = M.G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone, L. (?) Vibius Sicca, «Athenaeum» LXVI, 1988, pp. 194-197. CRISPO 1941 = C.F. CRISPO, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; 225-233: Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale. Aveva 34 anni e cominciava allora la sua vita politica. Ecc..”.

Crispo, ASCL, XI, p. ...

(Fig….) C.F. Crispo (….), in ASCL, XI, 1941.

Sebbene il Crispo (….) parlando del viaggio di Cicerone in Sicilia per raccogliere informazioni sul Propretore della Sicilia Caio Licinio Verre, si ostinava a credere che la Vibone (Lucana) fosse Vibo Valenzia, a p. 18, invece, il Crispo in proposito citava una lettera di Cicerone (….), contenuta nelle ‘Verrine’, in cui Cicerone parla di una città “Vibo di Velia”. Il Crispo a p. 18 in proposito scriveva che: “Cicerone (‘in Verrine’ (II), 1,9) accenna alle insidie tesegli da Verre in mare e in terra nel viaggio in Sicilia e scansate in parte per la propria vigilanza, in parte per lo zelo e le affettuose premure degli amici (2). In nessun luogo dà particolare informazione su questo punto, ma pare che fosse proprio nel ‘Sinus Vibonensis’, alla fine della sua missione, gli fosse stato preparato l’agguato per sopprimerlo o almeno per impedirgli di essere presente a Roma il giorno del processo – il 5 di agosto (nonae sextilis) ecc…”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘In Verrine’ (II), II, 40: non ego a Vibone Veliam parvulo navigo inter fugitivorum ac praedonum ac tua tela ecc..”. Dunque, dall’epistola contenuta nelle ‘Verrine’ Cicerone parla proprio di “Vibone Veliam”. Dunque, Cicerone fuggendo dalla Sicilia non si trovava per mari verso Vibo Valenzia ma si trovava vicino a una città chiamata “Vibone Velia”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) scriveva che: “Verre per essere assolto sperava nell’assenza di Cicerone ecc..”. Leggiamo da Wikipedia che Gaio Licinio Verra  dal 73 a.C. al 71 a.C. fu propretore della Sicilia, designato dal Senato, e quindi acquisisce potere di imperium: funzioni militari, amministrative, giurisdizionali. Il governo di una provincia aveva durata annuale, ma in particolari circostanze poteva essere esteso. Il suo successore per il 72 era Quinto Arrio, che però non poté raggiungere la Sicilia in quanto impegnato nella guerra contro Spartaco ( nella quale morì) e quindi Verre ottenne una proroga dell’incarico. Poiché inoltre a causa della guerra servile e delle insurrezioni nell’Italia meridionale la situazione militare era molto pericolosa, il Senato gli prorogò ancora l’incarico anche per il 71 a.C., allo scopo di affidargli la protezione dell’isola contro eventuali infiltrazioni di ribelli. Durante il suo governo si macchiò di innumerevoli ingiustizie, allo scopo di accrescere il suo potere e le sue ricchezze personali. Compì concussioni, saccheggi e ruberie, pratiche piuttosto comuni nel periodo, per le quali, denunciato dai siciliani, subì un celebre processo a Roma nel quale Cicerone pronunciò contro di lui le orazioni denominate Verrine.

Crispo, ASCL., p. 18

Nel ’58 a.C., Cicerone, il vicus “SAPRINUS” e la tenuta (proprietà fondiaria), il ‘Fundus Sicca’ dell’amico Sicca o Sica nei pressi di Vibone (Lucana)

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. Etc….L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57)  Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del  primo trimvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dall’altra città calabra ‘Vibo Valenzia’, a p. 66 in proposito scriveva che: “Cicerone è un’eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra ecc…”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Cicerone M.T., ‘Ad Atticum’, III, 3 “Sed te oro ut ad me Vibonem statim venias, quo multis de causis converti iter meum”; ecc…”. Il Tancredi postillava della lettera ad Attico nel Libro III, la n. 3. Infatti, la lettera in questione la ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_1” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Si tratta dell’epistola n. 3 contenuta ne Libro III, la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico che il Di Spigno (….), nel suo vol. I, Libro III a p. 266 in proposito è ivi scritto: “47 (III, 3) Scritta in itinere c. IX Kal. Apr., ut. vid., an. 58.”: “Cicero ad Attico sal. Utinam illum diem videam cum tibi agam gratias quod me vivere coegisti! Adhuc quidem valde me paenitet. Sed te oro ut ad me Vibonem (1) statim venias, quo ego multis de causis (2) converti iter meum. Sed eo si veneris, de toto itinere ac fuga mea consilium capere potero. Si id non feceris, mirabor; sed confido te esse factorum.”, la cui traduzione del Di Spigno è: “Voglia il Cielo che io veda il giorno in cui potrò ringraziarti di avermi costretto a vivere! Finora solamente rammarico è quel che provo e anche profondo. Ma ti prego di venire immediatamente ad incontrarmi a Vibone (1), dove sono diretto, perchè ho deviato, per molte ragioni (2), dal cammino che mi ero prefisso. Ma, se tu verrai là, potrò prendere una decisione sull’itinerario completo che devo seguire nel mio esilio. Se non lo farai, me ne stupirò; comunque ho fiducia che tu lo farai.”. Il Di Spigno, a p. 266, nella sua nota (1) postillava che: “‘Vibo Valentia (‘Hipponium’), città dei ‘Brutii’ sul versante tirrrenico” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone progettava di cercare rifugio in Sicilia, oppure nell’isola di Malta; cfr. Cic., Planc., 95 e l’epist. 49 (III, 4).”. Ma pare che il questore Romano Marco Tullio Cicerone, riguardo la sua amicizia con Sicca ed il suo podere a Vibone (Lucana non Vibo Valenzia), ho trovato un’altra lettera che mi sembra molto eloquente a riguardo. Si tratta dell’epistola sempre contenuta nelle sue Lettere ad Attico, la n. 2 del Libro III. Il Di Spigno a p. 267, la riporta e scrive che: “48 (III, 2) Scritta a Nari di Lucania il 27 marzo del 58. Cicerone ad Attico. La ragione per cui ho scelto questo itinerario sta nel fatto che non ho altro luogo ove con pieno diritto possa soggiornare alquanto tempo, eccetto la tenuta fondiaria di Sicca, ecc…(1).”. Il Di Spigno a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ma Cicerone avrà un’amara sorpresa; cfr. 49 (III, 4)” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone temeva una vendetta da parte di Publio Autronio Peto, il console designato per il 65, implicato nella così detta prima congiura di Catilina e, in tono ridotto, nella violenta cospirazione del 63. Ecc..”. Dunque, il Di Spigno riguardo l’amara sorpresa che attendeva Cicerone cita l’epistola n. 49 (III, 4) che egli scrive a p. 268: “49 (III, 4) Scritta Vibone, ut vid., III, Non. Apr. an. 58. Cicerone ad Attico Sal. Miseriae nostrae ecc…Vorrei che tu attribuissi all’infelicità in cui mi dibatto, piuttosto che alla mia incoerenza, il fatto che all’improvviso sono partito dalle vicinanze di Vibone (1), dove ti sollecitavo a venire. Mi è stato appunto portato il testo della proposta di legge ecc…”. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (1) postillava che:  “(1) In quei paraggi si trovava la proprietà fondiaria di Sicca; cfr. 48 (III, 2).”. Dunque, come scrive Cicerone, egli sollecitava l’amico Attico a ragiungerlo nella “tenuta” dell’amico Sicca che, nella lettera n. 2 del Libro III scrive essere “vicina” a Vibone. Dunque potrebbe trattarsi della bella e grande villa romana di cui ancora oggi si possono ammirare le antiche vestigia in località S. Crce a Sapri. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (2), riferendosi alla lettera (49, III, 4) postillava che: “(2) La distanza era calcolata dalle coste d’Italia; cfr. 52 (III, 7), vol. I; Plut., Cic. 32. Mentre Cicerone parla di 400 miglia, in Plutarco e in Cassio Dione leggiamo 500; cfr. Plut., l.c.; Cass. Dio, XXXVIII, 17,7. La discrepanza dei dati è variamente spiegabile, ma il testo ciceroniano non va toccato.”. Dunque, al di là della dissertazione sulle distanze calcolate dai vari autori per stabilire i luogni citati nelle lettere Ciceroniane, il Di Spigno, pur credendo che si trattasse di una ‘Vibo Valenzia’ e non di una Vibone Lucana, come la chiama il Tancredi ed il Racioppi, in queste due epistole del ’58 abbiamo la citazione di una villa con annesso grande podere a Vibone dell’amico Sicca che ospitò Cicerone. Ora vediamo cosa voleva intendere il Di Spigno con la postilla di: “Plut., Cicer., 32.”. Voleva intendere il testo di Plutarco sulla vita di Cicerone contenuta nelle sue “Vite parallele”. A sostegno della sua tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri, tra cui quella di Marco Tullio Cicerone. Antonini, dice che Plutarco, nella sua: “Vita di questo Oratore” (parlava della vita di Cicerone), scriveva che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).. Dovrebbe trattarsi di un passo (il Di Spigno e il La Greca dicono essere a pp. 31-32) che io ho trovato nel testo di Plutarco (….), ‘Vite parallele’ pubblicato nel testo “Seconda parte delle vite di Plutarco Cheroneo etc…”, dove a p. 235 è scritto: “cinquecento miglia fuori d’Italia. Non vi fu quasi persona, che stimasse quello editto, perchè tutti riverivano Cicerone, & infinita umanità e cortesia gli usarono sempre. Tuttavia capitan lo egli in Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, il quale in affarissime cose s’era servito dell’amicizia di Cicerone, & nel Consolato di lui era stato creato prefetto dè fabri; non lo volle alloggiare; anzi gli minacciò, che subito sarebbe ito ad accusarlo. Ecc…Navigando poi con buon vento a Durazzo ecc..”. Questo passaggio di Plutarco nella vita di Cicerone è interessante perchè anche lui ci parla di una Vibone. Il trascrittore dellopera di Plutarco prima la chiama ‘Hippone’ (Hipponion) e poi aggiunge “città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone”. Ovviamente, sebbene tantissimi autori locali tra cui l’Ebner (….) abbiano citato le lettere ad Attico di Cicerone, nessuno ha mai voluto indagare ed approfondire la questione della Vibo Lucana e del podere di Sicca che Cicerone cita più volte:

Petronio, p. 235

(Fig….) Plutarco, vita di Cicerone, in ‘Vite parallele’, p. 235

Ora, Plutarco parla di Vibio siciliano. Cicerone, nel passo della lettera, menziona invece Sicca . E’ possibile conciliare le due testimonianze? Si deve pensare ad una svista di Plutarco, che tramanderebbe un nome per un altro, oppure Sicca e Vibio siciliano sono effettivamente due persone distinte? Per spiegare questa confusione e per far concordare le due fonti sono state avanzate delle ipotesi. Premettiamo che presso taluni si nota una certa perplessità nel riconoscere in Vibio siciliano, che non volle accogliere Cicerone a Vibo bensì in un cwrìon ,  lo stesso personaggio ricordato da Cicerone e che accolse invece l’esule a Vibo. Questo dubbio è dello Smith, che si fa eco di vecchi commenti. Effettivamente a prima vista, Sicca e Vibio potrebbero sembrare due persone distinte. Infatti, come vedremo più avanti anche Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) cita alcune lettere di Cicerone inviate ad Attico, in particolare cita Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca);” e poi aggiunge: “Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Dunque, il passaggio di Plutarco che abbiamo letto: “….Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, ecc…” è per Ferdinando La Greca il Vibio Sicca, amico di Cicerone”. Dunque, l’amico di Cicerone che aveva una villa con podere o tenuta agricola in un luogo sul mare molto vicino alla Vibone Lucana si chiamava Vibio Sicca. A ‘Vibo’ Cicerone è ospitato presso il praefectus fabrum L. Vibio Sicca: Att. III, 2. 3. 4; Planc. 96; PLUT. Cic. 32, 1. Cf.  DG 5, 631; CRISPO 1941, 186; MOREAU 1987, 471; RUOPPOLO 1988, 194. Sulla rete, su questo personaggio trovo scritto: “L. VIBIUS SICCA; Cfr. Crispo, 1941; Ruoppolo (…), 1988; Amico di Cicerone. Ospita Cicerone a Vibo durante il viaggio in esilio (anno ’58 a.C.); Cicerone si reca da lui per non vedere Publilia nell’anno 45 a.C.; Ospita Cicerone a Vibo nell’anno 44 a.C.”. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo in Archivio storico per la Calabria e la Lucania,  1941 fasc. III p. 183 e seg. RUOPPOLO 1988 = M.G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone, L. (?) Vibius Sicca, «Athenaeum» LXVI, 1988, pp. 194-197. CRISPO 1941 = C.F. CRISPO, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; etc…”. Sulla rete trovo un interessante saggio di Guido Carugno (….). Nel febbraio del 58 fu promulgata la lex Clodia de capite civis Romani    (che mandava Cicerone in esilio) . Cicerone, senza attenderne l’approvazione dei comizi tributi, nella notte del 20 marzo del ’58 a.C., lasciò Roma e si diresse verso la Campania. Voleva recarsi in Epiro (ad Att. III,1), ma poi cambiò idea e, lasciata la via Appia, si mise sulla via Popilia che conduceva a Reggio Calabria. Nei pressi di Nares Lucanee scrisse ad Attico (III,2) per informarlo del cambiato itinerario e gli dava appuntamento a Vibone (Lucana); in una successiva lettera (ad Att. III,3), spiegava all’amico che per motivi di sicurezza si era rifugiato a Vibo nella casa di Sicca. Qui Cicerone venne a conoscenza della correzione apportata da Clodio alla seconda legge che nel frattempo era stata promulgata. Partito da Vibo alla volta di Turi, per raggiungere Brindisi e quindi l’Oriente, durante il viaggio, verso il 13 di aprile, scrisse una lettera ad Attico (III,4) nella quale tra l’altro gli diceva: ‘allata est enim nobis rogatio de pernicie mea; in qua quod correctum esse audieramus erat eiusmodi ut mihi ultra quadringenta milia liceret esse, illoc pervenire non liceret. Statim iter Brundisium versus contuli ante diem rogationis, ne et Sicca apud quem eram periret et quod Melitae esse non licebat’. Cicerone, male informato. parla di 400 miglia. che per giunta calcola da Roma, ma in effetti egli era allontanato di 500 miglia dai confini d’Italia, come attesta Plutarco. Ora, mentre Cicerone era a Vibo nel fundus Siccae (….), dovette ricevere, quantunque non ne faccia menzione nelle lettere scritte ad Attico in questo periodo, una comunicazione: da Gaio Virgilio, pretore della Sicilia, il quale gli faceva sapere, come attesta Plutarco, di tenersi lontano dalla sua provincia. Cicerone dovette maturare l’idea di recarsi in Sicilia durante il viaggio verso il mezzogiorno della penisola, tant’è vero che, come abbiamo ricordato, ad un certo punto non bene identificabile, invece di recarsi direttamente a Brindisi per raggiungere l’Oriente, deviò verso il Bruzio ponendosi sulla via Popilia. L’esule dunque, agitato da vari pensieri, depose l’idea di andare in Oriente e decise di trovare ospitalità in Sicilia, dove era pretore un suo amico. Quantunque questa decisione non emerga dalle lettere inviate ad Attico, tuttavia non c’è dubbio che le cose si siano svolte così, come del resto rilevasi sia da quanto Cicerone stesso ricorda nell’orazione pro Plancio 95, 96, sia anche dalla testimonianza di Plutarco (1.c.), il quale attribuisce all’esule il proposito di raggiungere la  Sicilia appena uscito da Roma . Ora, riprendendo il nostro ragionamento, se, come abbiamo motivo di ritenere, Cicerone, prima di scrivere questa lettera ad Attico, aveva ricevuto anche la comunicazione da Gaio Virgilio, a maggior ragione, a parte il computo della distanza dall’Italia, egli dovette rinunziare al proposito di andare in Sicilia, nella quale gli era vietato di porre i piede. Veramente, nel passo della lettera che stiamo esaminando. Cicerone non fa altra questione se non quella della distanza, ma poichè lascia intendere di recarsi in oriente, dal momento che prende la via di Brindisi, è giusto pensare che il divieto di Gaio Virgilio era già a sua conoscenza. Suppongo che Cicerone tralasci di ricordare esplicitamente il divieto del pretore di Sicilia, perchè egli è tutto rivolto con la mente alla correzione della legge del tribuno. Quando Cicerone scrive ut… illoc pervenire non liceret vuole alludere alla Sicilia e non ad altro luogo; ed è anche evidente che, nelle righe seguenti della lettera, il pensiero dell’esule è rivolto ad altro e che la Sicilia, tra le considerazioni che seguono, non può essere più ricordata in quanto che l’argomento è stato già in precedenza esaurito, sia pure con la semplice valutazione della distanza. Nell’esame della lettera, non dobbiamo in questo momento perdere di vista la successione logica del pensiero di Cicerone, perchè ciò, come vedremo, ha una grande importanza ai fini della nostra dimostrazione. A questo punto, vien fatto di domandarsi: che c’entra, nel passo della lettera, il ricordo di Malta e quando mai Cicerone aveva manifestato il proposito di rifugiarsi in quest’isola? Se Melita fosse Malta, Cicerone avrebbe ricordato quest’isola, logicamente, accanto alla Sicilia e non dopo altre considerazioni statim iter Brundisium versus contuli… ne et Sicca apud quem eram, periet et  quod Melitae esse non licebat. Ma c’è da fare un’altra importante osservazione. Malta che, come si sa, è a sud di Pachino di circa 90 km., fu definitivamente strappata ai Cartaginesi nel 218 dal console Sempronio, il quale costrinse alla resa il presidio cartaginese agli ordini di Amilcare. Da allora, quel gruppo di isole fu annesso alla provincia di Sicilia ed il governo centrale, con sede nel municipio di Malta, era rappresentato da un procuratore alle dipendenze del pretore di Sicilia. In base a ciò. non può sfuggire l’impossibilità d’identificare Melita con Malta. Ai fini del divieto imposto a Cicerone dal pretore Gaio Virgilio, è evidente che dire Sicilia o Malta era perfettamente la stessa cosa, dato il rapporto di dipendenza giurisdizionale dell’isola dal pretore di Sicilia. Esclusa l’identificazione di Melita con Malta per gli argomenti su addotti, cerchiamo di identificare questo luogo. Suppongo che dovesse trovarsi in territorio metropolitano e lontano da Vibo, come sil rileva dal passo di    Cicerone, in cui il nome di Sicca, che era a Vibo, è posto accanto alla menzione di Melita (ne et Sicca, apud quem eram periret, et quod Melitae esse non licebat). Ora, nei pressi di Monteleone esiste un paese chiamato Mileto, sulle cui rovine Ruggiero il Normanno nel 1058 fece costruire una cittadina nella quale stabilì la sua corte (10). Questa località è vicina all’antico Hipponio, che sovrastava all’ Ippwniàthz  kòlpoz (Strabone 6, 266), detto dai Romani sinus Vibonensis (Plinio n. h. 10, 29). Quivi appunto nel 191 a. C. i Romani dedussero una colonia di plebei del Lazio. Concludendo, dunque, Cicerone ha voluto dire ad Attico: appena che sono venuto a conoscenza della correzione apportata da Clodio al bando per cui non potevo, per motivi di distanza, recarmi in Sicilia, ho preso immediatamente la via di Brindisi il giorno precedente alla votazione della legge, sia per non mettere nei guai Sicca, che mi ospitava a suo rischio, sia anche perchè a Mileto non potevo starmene nascosto in campagna. A bene osservare il testo di Cicerone, appare chiaro che l’esule, dopo aver liquidato con la valutazione della distanza di 400 miglia il suo progettato ritiro in Sicilia, nel successivo periodo,passa ad un’altra serie di considerazioni, in cui il fatto che egli non volesse generosamente mettere nei guai Sicca, dato il divieto di Clodio di accogliere l’esule, è intimamente legato alla sua permanenza a Mileto, cioè nel fundus Siccae, che corrisponde esattamente a (tò) cwrìon  ricordato da Plutarco. Dell’esatta ubicazione del ‘Fundus Siccae’ si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo in Archivio storico per la Calabria e la Lucania,  1941 fasc. III p. 183 e seg. L’Amatucci, nell’interessante nota già ricordata, ha avuto per primo il merito di identificare Melita con l’attuale Mileto. Il fundus Siccae, ricordato da Cicerone, è da identificare col cwrìon  menzionato da Plutarco. E questo fundus non era a Vibo, dove Sicca, come attesta Plutarco, non volle accogliere l’esule per ovvie ragioni di sicurezza, bensì in un oppidulum della valle del Mesima, denominato sin dal sec. XIV Mellite o Melita. La serrata dimostrazione dell’Amatucci, che identifica il luogo dell’Appennino calabrese ricordato da Cicerone nella lettera in questione. è basata su rilievi di carattere puramente topografici, che dimostrano un‘esatta conoscenza dei luoghi percorsi da Cicerone in questo doloroso momento della sua vita. Il Crispo non condivide il punto di vista dell’Amatucci e ritiene che Melita sia Malta, ma di questa sua asserzione non dà una dimostrazione convincente. Certo, è naturale che, leggendo Melita il pensiero corra a Malta, ma, in base a quanto abbiamo detto, discutendo dei luoghi di Cicerone e di Plutarco che ricordano lo stesso episodio, non credo che si possa agevolmente accogliere quest’identificazione che si tramanda, a parer mio, erroneamente di edizione in edizione. Io ho accolto la tesi dell’Amatucci e ad essa ho apportato nuovi elementi per sostenerla e – confermarla.

Nel 49 a.C., la flotta del pompeiano Cassio attaccò la flotta di Cesare

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……e di Cesare, che parla di un attacco del pompeiano Cassio nel 49 a.C. alla flotta cesariana, in parte ancorata e in parte a secco nel porto di Vibo (68). Etc..”. Il La Greca, a p. 32, nella nota (68) postillava: “(68) Cesare, Bell. civ., III, 101”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 67 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “La battaglia navale del 49 a.C. contro Pompeo pare combattuta a Vibone Lucana (24).”. Il Tancredi, a p. 67, nella nota (24) postillava: “(24) Cesare C. Giulio, De Bello Civili, libro III, 101: “cum esset Caesaris classis divisa in duas partes, dimidiae parti praeerat P. Sulpicius praetor Vibone ad fretum”, che tradotto significa: Quando la flotta di Cesare fu divisa in due parti, P. Sulpicio, pretore di Vibone, era a capo di una metà”. Dunque, secondo la notizia del La Greca (….), che, sulla scorta del “De Bello Civili” di Giulio Cesare, la flotta di Pompeo a lui affidata era ancorata a secco nel porto di Vibo. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Gaio Cassio Longino, nominato tribuno della plebe nel 49 a.C., allo scoppio della guerra civile si schierò dalla parte di Pompeo, che gli affidò il controllo di parte della sua flotta nelle acque del Mediterraneo. Dopo la battaglia di Farsalo e la morte di Pompeo in Egitto, egli decise di beneficiare della clemenza di Cesare: lo raggiunse dunque in Cilicia, vicino Tarso, da dove il dittatore stava pianificando l’attacco a Farnace. Nonostante il suo rapporto con Cesare si fosse consolidato, Cassio decise, nel 44 a.C., di allontanarsi dalla corrente politica di Cesare per essere uno degli organizzatori del complotto che portò costui alla morte.  In Wikipedia alla nota (1) si postilla di : Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XL, 28-29. La guerra civile romana del 49 – 45 a.C., più nota come guerra civile tra Cesare e Pompeo, consistette in una serie di scontri politici e militari fra Gaio Giulio Cesare e i suoi sostenitori contro la fazione tradizionalista e conservatrice del Senato romano (Optimates), capeggiata da Gneo Pompeo Magno, Marco Porcio Catone Uticense e Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica. Essa fu il penultimo conflitto militare sorto all’interno della Repubblica romana. Dopo aspri dissensi con il senato, Cesare varcò in armi il fiume Rubicone, che segnava il confine tra la provincia della Gallia Cisalpina e il territorio dell’Italia; il senato, di contro, si strinse attorno a Pompeo e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane, decise di dichiarare guerra a Cesare (49 a.C.). Dopo alterne vicende, i due contendenti si affrontarono a Farsalo, dove Cesare sconfisse irreparabilmente il rivale. Pompeo cercò quindi rifugio in Egitto, ma lì fu ucciso (48 a.C.). La guerra civile alessandrina, o semplicemente guerra alessandrina (in greco antico: Ἀλεξανδρῖνος πόλεμος, Alexandrȋnos pólemos; in latino: bellum Alexandrinum), fu un conflitto armato combattuto all’interno del regno tolemaico d’Egitto tra i fratelli rivali Tolomeo XIII, Cleopatra e Arsinoe IV nel I secolo a.C., dal 48 al 47 a.C. La guerra diventò subito interesse della repubblica romana (al tempo della guerra civile tra Cesare e Pompeo) quando Tolomeo fece assassinare il fuggitivo Gneo Pompeo Magno; il rivale di questi, Giulio Cesare, accorse in Egitto e risolse la guerra a favore di Cleopatra, che diventò sua amante. Le principali fonti della guerra civile combattuta negli anni 49 – 45 a.C. sono rappresentate dalle biografie di Svetonio (Vite dei dodici Cesari) e di Plutarco (Vite parallele), oltre a Appiano di Alessandria (Storia romana, XIV: Guerre civili, II), Cassio Dione Cocceiano (Historia Romana), Velleio Patercolo (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo), Marco Tullio Cicerone (Orationes Philippicae, Orationes in Catilinam, Epistulae ad Atticum, Orationes: pro Marcello, pro Ligario, pro Deiotaro, De provinciis consularibus), Marco Anneo Lucano (Pharsalia), e una delle parti in causa, Gaio Giulio Cesare, con i Commentarii De bello gallico e De bello civili.

VIBONE LUCANA, CITTA’ SCOMPARSA ED IL ‘FUNDUS SICCAE’ DI CICERONE (una delle fonti per Vibo)

Nel I sec. a.C., i toponimi antichi dell’area nei racconti dei viaggi di Cicerone, nelle sue lettere ed in Plutarco

In alcune lettere, Cicerone, cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Giulio Cesare e la sua successione. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco (….), si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Attraverso l’epistolario scritto da Cicerone (….), le cui memorie furono poi in seguito riprese da Plutarco (….), veniamo a conoscenza di alcune interessanti notizie che riguardano i nostri luoghi. La notizia del Tancredi che io credo provenga dalle “Vita di Cicerone” in Plutarco (…), Cicerone si era fermato nel podere a Vibone o “Bibone” o “Bibo” dove fu ospitato dall’amico Sica. A questo riguardo il Tancredi a p. 64 in proposito scriveva che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova il villaggio, detto “Petrasia” (17), che poco dopo scompare e rinasce col nome di Villammare (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. da Troyli, Tomo I, Parte II, p. 178.”. Il Tancredi nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13”. Il Tancredi a p. 64 richiama più volte la sua nota (13) dove egli postillava che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. In sostanza il Tancredi, nella sua nota (13) postillava della carta d’epoca aragonese (e non come egli scrive del sec. XVI o 1600) che fui proprio io a scoprire all’Archivio di Stato e a mostrargli. Sulla carta in questione il La Greca ed il Vladimiro hanno pubblicato quelle Parigine. E qui, stranamente, il Tancredi invece di postillare della lettera ad Attico citata dall’Antonini (una delle quatto), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”, dove egli voleva riferirsi appunto alle “Vite” di Plutarco. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. La carta citata dal La Greca non è la nostra, ma credo essa sia una copia di quelle originali trafugate dal Galiani. La carta citata dal La Greca si trova a Parigi. Parlando di queste carte Parigine (simili alla nostra di cui ho già parlato), il La Greca (….), a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. Dunque, il La Greca (…), riguardo il toponimo di “Bibo ad Siccam odie ruin (ato)” contenuto mella carta “carta del Cilento” (quella parigina, non quella da me scoperta all’ASN), in proposito postillava di Plutarco e nella sua nota (41) postillava che: Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ecc…”. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Dunque, la notizia potrebbe provenire anche da Plutarco (…) che parlò di Cicerone nella sua opera le Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι) sono dedicate a Quinto Sosio Senecione, amico e confidente di Plutarco, al quale lo scrittore dedica anche altre opere e trattati. Costituite da 23 coppie (una è andata perduta), alla biografia di un personaggio greco viene accostata, generalmente, quella di un romano, ad esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare. L’originalità plutarchea sta proprio in questo accostamento, che dimostra sia come l’Ellade avesse prodotto valenti uomini d’azione e sia come i Romani non fossero tutti barbari. Le sue biografie contengono un’infinità di informazioni utili alla ricerca storiografica. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. Il La Greca (…) a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. La citazione del La Greca (…), riguardo la citazione dell’Antonini (…) è interessantissima in quanto dice che “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”, citato dallo stesso Livio, Cicerone e nel Chronicorum Casinensium Epitome, unico erudito che per la prima volta non solo la cita ma la pone a Vibonati. Ovviamente sul sito di Vibonati bisognerà fare delle ovvie precisazioni che farò. Dunque, il La Greca, scrive questo in quanto stà parlando della “Vibo ad Sicam” citata nella carta corografica conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi (la carta n. 6, da lui pubblicata nel suo testo insieme al Valerio che è collocata come “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote: GE AA-1305 – feuille 6, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia, di cui egli dice essere uguale a quella da me scoperta all’ASN e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile.

GE AA-1305 Feuille 6.jpg

(Fig….) Carta conservata alla BNF – GE AA-1305 – feuille 6

Fernando La Greca (…) parlando della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini come si è visto e scrive che: “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”. Infatti, il La Greca (…), a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; poi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio, la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. L’ipotesi di Fernando La Greca è molto interessante e merita ulteriori approfondimenti. Ho voluto riproporre integralmente questo passo del La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, lo trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. Il La Greca (…), a p…., nella sua nota (229) postillava che: “(229) A. Antonini, Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs, Nouvelle édition, Paris, 1734”. Il La Greca a p…., nella sua nota (230) postillava che: “(230) B. Tanucci, Lettere a Ferdinando Galiani, cit., pp. 231-232 (11 luglio 1768).”. Il La Greca a p…, nella sua nota (231) postillava che: “(231) J.J. Winckelmann, Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi, in Id., Opere, a cura di C. Fea, 1832, pp. 18-19; vd. J. Raspi Serra (a cura di), ‘Paestum idea e immagine. Antologia di testi critici e di immagini di Paestum (1750-1836), Panini, Modena, 1990, pp. 31-34.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: In effetti, anche altre fonti sembrano attestare l’esistenza della Vibo lucana, diversa da Valentia in Calabria. Se Cicerone chiama Vibo la città sul Golfo di Policastro, chiama poi Valentini e non Vibonenses gli abitanti di Vibo Valentia (61), attestando che il nome principale di quest’ultima doveva essere proprio Valentia. A conferma, …..Pomponio Mela, risalendo il Tirreno, cita di seguito, come due città diverse, Hipponium e Vibone (63); Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (61) postillava: “(61) Cicerone, Verr. sec., 2, 40; 5, 40 e 158”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (63) postillava: “(63)….Pomponio Mela, De chor., II, 4, 68”. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse non a Vibo Valenzia ma al nostro Vibonati cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quaevocantur Ithacesiae, Ulyssis specula”, e sulla base di ciò detto l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Le isole ‘Ithacesiae’ di cui parla l’Antonini e Plinio, sono degli isolotti che ricorrono in tutte le carte d’Italia annesse alla ‘Geografia’ di Tolomeo, come possiamo vedere nel codice greco più antico conosciuto, il Codice Vaticano Urbinate Greco 82, di cui l’immagine di Fig….., ne illustra un particolare della carta dell’Italia. Ma come abbiamo cercato di dire e dimostrare alcuni autori come Plutarco (….) dicono non si tratti di Vibo Valenzia in Calabria anche perchè questa cittadina aveva un porto molto distante dalle ville della costa Velina. E’ molto probabile che si tratti della baia e del porto di Sapri. L’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagine 424-425, disserta sul toponimo di  ‘Vibone‘ e, citando “l’Abbate Aceti” scriveva che, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone, nelle sue “Epistole ad Attico” (una raccolta di lettere che Cicerone scrisse a diversi suoi amici subito dopo la congiura che portò alla morte di Giulio Cesare), si riferiva all’antico toponimo (nome di luogo) riferito a Sapri o al porto naturale di Sapri. Infatti, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, nelle sue “lettere ad Attico”, cita più volte il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘. L’antica città romana o ‘Latina’ di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. Bibo ad Siccam odieruin.. Dal punto di vista strettamente bibliografico e, storiografico, il primo a riferire del toponimo “Bibo ad Sicam”, è stato il Barone di S. Biase (natio di Cuccaro Vetere), Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (…). Nel 1745 e in seguito, nel 1795, il nipote Matteo Egizio, pubblicò la “Lucania – I Discorsi”, del barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….) che, ci parla per la prima volta di un Bibo ad Sicam o ‘Siccam’ (…), citata da Cicerone (…). L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Ecc…”. Riguardo questo passaggio dell’Antonini (….), Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 740 parlando di Vibonati in proposito scriveva che: “Naturalmente è da escludere l’ipotesi dell’Antonini (3) che vuole Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam” e che ubica ivi la Vibone di Cicerone (4). Già il Troyli (5) aveva fatto giustizia di questa ipotesi quando scriveva “lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore, che per amore della sua Lucania la vorrebbe ne’ Bonati; da Vibone diducendolo Vibonati, con una etimologia molto nuova”. Dello stesso parere il Soria (6), più incisivo il Magnoni (7).”. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Ebner a p. 740 nella sua nota (6) postillava che: “(6) F. A. Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, “Giornale letterario di Napoli”, vol. LXXV.”. Dunque Pietro Ebner (….) dando torto all’Antonini citava l’opera dell’abbate Troyli (….) riferendosi al tomo I, p. 419 e p. 178 del suo ‘Istoria generale del Reame di Napoli etc…’ dove a p. 176 del tomo I parlando di Vibo Valenzia in proposito scriveva che:

Troyli, tomo I,, p. 177

Troyli, tomo I, p. 178

L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si fosse recato a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Certo è che le ‘Cammerelle’, come si mostravano prima degli anni ’80, somigliano ai ‘criptoportici’ (così detti da Schmiedt) di alcune ville patrizie romane a Formia, dove vi era anche la villa di Cicerone. Questo studio, riapre nuovi scenari circa il pasaggio e la conoscenza che il grande oratore Cicerone, avesse dei nostri luoghi. L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per altro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Infatti, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, nelle sue “lettere ad Attico”, cita più volte il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘. L’Antonini, nella nota (I), dice di trarre la notizia dalla ‘Storia’ di Francesco Fabricio (….). L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si recò a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Nel 1975, lo studioso  Giulio Schmiedt (…), pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…) riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato ‘Vibo ad Sicam’ che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino”. Sulla questione ancora oggi dibattuta dagli storici, ovvero se si trattasse di Vibo Valenzia o piuttoto di una Vibone Lucana, l’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di  ‘Vibone‘, credendo che si riferiva a Sapri, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, quando scriveva e citava nelle sue Epistole il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘ e, dedica molte pagine a Vibonati, dissertando sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva essere la Vibo Valenzia in Calabria e, confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dava torto a Barrio e cita anche Pomponio Mela (…), Tito Livio (…) e Plinio (…). L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Antonini, parlando di Vibone’, dando torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Anche il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, traeva questa notizia dalle epistole papali di papa S. Gregorio Magno e, nella nota (48), a p…., del Visconti (…), che postillava il Laudisio (…), scriveva: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, ovvero il Laudisio (…), nel riportare la notizia secondo cui: Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile.”, l’aveva tratta dal Barrio (…), nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s., molto prima dell’Ughellio (…), scriveva sull’antica Vibonati e su alcune notizie citate dal Laudisio (…), credendola l’antica Vibone Lucana o “Hipponium”:

Barrio, parte I, libro II, p. 139

(Fig….) Barrio Gabriele, De situ Calabrie, op. cit., p…..

Buxentum in età Imperiale

Nel 13 d.C. (I sec. d.C.), la villa a S. Croce a Sapri (?) di Giulia, figlia di Augusto e moglie dell’Imperatore Tiberio esiliata dal padre Augusto perchè amante di Sempronio Gracco che aveva una villa a Sapri

Giulia

Nel 1700, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 418 parlando del campanile della cattedrale scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto ben ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici.”, poi proseguendo la sua dissertazione sul campanile l’Antonini a p. 419 in proposito segnalava che: “Trovasi però non pochi frammenti d’Iscrizioni antiche, che dimostrano essere stata un tempo di qualche considerazione. Eccone due, che sono allogati nel campanile, i quali, cogl’altri pezzi di marmo, onde questo è composto, mostrano, che la città fosse ben antica. Uno è il seguente GERMANICO CAESARI….AVG….F. DIVI. AVG.  N……DIVI. IVLII…PRON…AVG….COS. II. IMPERAT…..l’altro è questo AUGUSTAE IULIAE….DRVSI F…..DIVI….AVGVST…..”. Si tratta, come vedremo, dell’epigrafe dedicata a Giulia maggiore, figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Dunque, l’Antonini fu il primo a segnalare le antiche iscrizioni marmoree o epigrafi latine presenti sul campanile della Cattedrale di Policastro Bussentino allora Buxentum.

Antonini, p. 419

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Sulle due epigrafi presenti incastonate nel campanile della Cattedrale ha scritto mons. Nicola Maria Laudisio (….), nelle ultime pagine della sua “Synopsis et…”. Infatti a pp. 109-110, troviamo scritto (vedi versione curata dal Visconti): Poichè la città, come afferma l’Ughelli (231), è molto antica, in una di queste lapidi marmoree si legge: “A GERMANICO CESARE FIGLIO DI TIBERIO AUGUSTO NIPOTE DEL DIVO AUGUSTO PRONIPOTE DEL DIVO GIULIO AUGUSTO PER DUE VOLTE CONSOLE E IMPERATOR. Germanico Cesare visse intorno al 12 dopo Cristo. Era figlio figlio naturale di Druso e figlio adottivo di Tiberio, suo zio; perciò fu nipote del divo Augusto, che a sua volta era padre di Tiberio e figlio di Giulio Cesare; Germanico inoltre fu console per due volte col secondo imperatore, cioè con Tiberio. Ebbe il soprannome di Germanico perchè dopo la morte di Augusto partì per la Germania e, rifiutato il titolo di imperatore con cui era stato acclamato dall’esercito, dopo aver vinto i nemici ritornò a Roma dove ottenne l’onore del trionfo. Partito anche per l’oriente per sedare delle dedizioni, vinse il re dll’Armenia; perciò Tiberio fu preso dalla gelosia e nello stesso tempo dall’odio, e per suo comando Germanico fu avvelenato ad Antiochia dal re di Siria pisone, quando aveva 34 anni di età, nel 19 dopo Cristo. Egli aveva pubblicato diverse opere, ma ci restano di lui soltanto la versione in esametri latini dei ‘Phaenomena’ che Arato aveva scritto nel 275 prima della nascita di Cristo, e alcuni epigrammi. Ecc…”. Il Laudisio proseguendo il suo racconto sulle due epigrafi poste sul campanile della Cattedrale diPolicastro, in proposito aggiungeva della seconda epigrafe marmorea: “Si vede anche un’altra iscrizione in onore di Augusta Giulia Drusilla che fu l’unica figlia del divo Augusto e moglie di Tiberio; ma per loro ordine fu mandata in esilio a causa della sua vita scandalosa, e secondo la tradizione morì in esilio. L’iscrizione è questa: AD AUGUSTA GIULIA FIGLIA DEL DIVO AUGUSTO.”. Ecco ciò che scriveva il Laudisio a proposito delle due epigrafe marmoree. Le frasi scolpite delle due epigrafi marmoree riportate ivi del testo tradotto dal Visconti che curò la versione del Laudisio che in originale è a p. 58. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti, a p. 58, nella sua nota (231) postillava che: “(231) ‘Italia Sac.’, tom. 7, col. 758: Satis admodum eius (scil. urbis Polycastri) origo antiqua, nomen retinens a Greco vocabulo, quasi magnum castrum, seu urbis castrum; amplam fuisse indicant eius vestigia et ruinae, diversis enim ex varia fortuna bellis cessit in praedam).”. Il Laudisio riportava una frase di Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, col. 758, vol. VII. L’Ughelli scriveva in proposito alle due lapidi che: La sua origine (cioè la città di Polycastrus) è piuttosto antica, conservando il suo nome dal nome greco, come fosse un grande castello, o un castello di una città; indicano che i suoi resti e le sue rovine erano estesi; ecc..”. Dunque, le due epigrafi furono citate anche dall’Ughelli ove parlava della Diocesi di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “La romana Buxentum, invece, non ha mai raggiunto importanza fino al I secolo a. C.. Sotto ‘Silla’, verso l’87 a.C. divenne ‘municipio’ romano (22). Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. La figlia di ‘Augusto, moglie di Tiberio, ‘Giulia’, che il padre non poteva tollerare a Roma, perchè la sua vita privata era troppo licenziosa, deve essere morta nelle vicinanze di Buxentum, come dimostra la sua lapide, incastonata nel campanile di Policastro (23). Augusto morì a Nola; probabilmente doveva allontanare la figlia dal luogo degli scandali, senza, però, perderla di vista, o almeno poterla raggiungere entro un tempo non proibitivo. Anche la lapide di ‘Cesare Germanico’ (24) si trova allo stesso posto, indicando l’intera genealogia: da Giulio Cesare ad Augusto e a Tiberio. Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Il Tancredi, a p. 15, nella sua nota (23) postillava che: “(23) “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”. Tacito C., ‘Annales’, I. Dione Cassio, ‘ad annum a. U.c. 748; Svetonio, In vita Tiberii, LIII.”. Dunque, il Tancredi postillava che ci parlano di questo personaggio, Giulia maggiore sia Tacito (…) che Svetonio. L’epigrafe lapidea vi è scolpita una iscrizione che recita in latino la seguente frase: “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”: “l’Augusta Giulia figlia di Druso, divino Augusto”. Il Tancredi, a p. 16, nella sua nota (24) postillava che: “(24) “GERMANICO CAESARI – TI(BERII) AUG(USTI) F(ILIO) – DIVI AUG(USTI) N(EPOTI) – DIVI IULI PRO N(EPOTI) AUG(USTI) – CO(N)S(ULU) II – IMPERATORI II”. Tacito C., ‘Annales’, II, 72 e 83 (per la vita).”. Il Tancredi segnalava la prima iscrizione o epigrafe riportata a p. 419 dall’Antonini. Devo però segnalare una strana notizia al riguardo che proviene da Domenico Romanelli (…), nel suo “Antica topografia istorica del regno di Napoli”, dove, a p. 96 parlando di Buxentum egli in proposito scriveva che: “Ma ruderi di antichità non esistono in Policastro…Eppure l’Antonini, quantunque avesse dichiarata questa città di epoca recente, e vuota di abitanti, pure attestò, che un miglio fuori le sue mura a levante si trovi un avanzo di edifizio romano, che mostra di essere stato un tempio. Oggi è detto ‘castellare’. Questo solo indizio per bocca di un contraddittore ci basta. Il p. Mannelli, che adottò (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro varj ruderi di antichità, che non si videro nell’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3): GERMANICO CAESARI T. AVG. F. DIVI AVG. N. DIVI IVLI PRON. AVG. COS. II IMPERATORI II AVG.  ET  IVLIA  DRVSI  F….DIVI  AVGVSTI.”. Innanzitutto devo far presente che il Romanelli riunisce in un unica iscrizione le due iscrizioni che l’Antonini riportava separatamente perchè sebbene fossero entrambe sul campanile della cattedrale esse non erano unite.  Il Romanelli a p. 96, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Mannelli. Stor. della Lucania ms. nella R. Bibliot. di Napoli.”. Il Romanelli si riferiva all’opera inedita, è un manoscritto, “La Lucania Sconosciuta” del padre agostiniano Luca Mannelli di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio le pagine originali tratte dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sul manoscritto del Mannelli scrisse anche il sacerdote Rocco Gaetani (…) che, riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, argomentandosene che Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione GERMANICO CAESARI TI. AVG F. DIVI AUG. N. DIVI. IVLI PRON. AVG. COS II IMPEATORI II AVGVSTA EI  IVLIA DRVSI  F…..DIVI  AVGVSTI…..”. Ecco ciò che scriveva il Mannelli che riportava l’epigrafe che l’Antonini sia nella prima edizione del 1745 che nell’altra pubblicata dal nipote nel 1795 scriveva essere posta sul campanile della Cattedrale. Il Mannelli riportava l’epigrafe riportata dall’Antonini e scriveva “Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione”. Dunque, l’epigrafe in questione è dedicata all’Imperatore Tiberio che fu proprio il marito di Giulia maggiore, figlia di Augusto e di Livia.  Secondo il Mannelli, Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio e di Giulia, che sposò lo stesso Tiberio, suo fratellastro dimorarono a Buxentum. Io non credo che essi dimorarono a Buxentum ma credo che la loro villa fosse a Sapri. Il Romanelli (…) che, a p. 96 dubitava delle cose scritte a riguardo dall’Antonini e dal Mannelli, nella sua nota (3), riguardo le due iscrizioni riportate dall’Antonini in proposito postillava che: “(3) C.I.L., X, 460”. Dunque, secondo il Romanelli, l’epigrafe che l’Antonini riportava separatamente egli postilla del libro X del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, pubblicato da Theodor Mommsen (…). Sull’epigrafe hanno scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura ecc…”. Ma, come vedremo non è questa l’iscrizione che ci interessa. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. Diciamo subito che non sono le due iscrizioni o le epigrafi citate dall’Antonini a p. 419 e a cui mi riferisco, le due o una che ci parlano di Giulia maggiore, figlia di Augusto. Dunque, i due studiosi non si riferivano a questa testimonianza ancora presente sulla base del campanile della Cattedrale di Policastro. Sulle epigrafi marmoree a cui si riferivano i due studiosi Natella e Peduto che scrivevano che il Mommsen le aveva ritenute false,  ci viene incontro Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie’, nel suo vol. III, ci parla di Bussento e a pp. 63 riportava le due epigrafi di cui i due studiosi Natella e Peduto dicevano che il Mommsen sosteneva la loro falsità. Una la pubblicò l’Antonini a p. 370 e l’altra molta antica la pubblicò l’Antonini a p. 407. Dunque, non sono quelle a cui ci riferiamo. Inoltre l’epigrafe o le due epigrafi (separate) pubblicate dall’Antonini a p. 419, sono state prese in considerazione dai due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (C.I.L.) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). I due studiosi segnalavano che le epigrafi di Policastro Bussentino, alcune delle quali risalivano alla suindicata antica e romana Buxentum, furono riportate e pubblicate dal viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Di fronte alla cattedrale giacciono, semi interrate, alcune bellissime colonne di marmo. evidentemente resti di un tempio che doveva eregersi dove oggi sorge l’odierna cattedrale. Le uniche iscrizioni che potei trovare furono quelle murate sulla base del campanile ed anche queste non erano che frammenti. Una si riferiva a Germanico e l’altra alla figlia di Druso. Le registro qui, ed è strano che non siano state trascritte con esattezze dai geografi: GERMANICO CAESARI….ecc…E’ impossibile ora stabilire in che modo la famiglia di Tiberio mantenesse dei legami con Buxentum, ma la suddetta iscrizione è comunque stata scolpita in onore di Druso Cesare Germanico, figlio di Tiberio, che fu console per la seconda volta nel 18 d.C.. L’altra è dedicata a: AVGVSTAE. IVLIA. DRVSI. F…..DIVI. AVGVST…..Questa Giulia, figlia del primo, sposò, nell’anno 20 d.C, il cugino germano Nerone, figlio di Germanico e Agrippina. Essa si atirò l’odio di Messalina, tanto che, istigato da lei, l’imperatore Claudio nel 59 d.C., la fece condannare a morte. Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Recentemente, Rosanna Romano (…), nel suo saggio “La cattedrale di Policastro” (in “Visibile latente etc…”, ed. Donzelli), a p. 38 in proposito al campanile della Cattedrale di Policastro scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana……Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Gli altri due ordini furono sovrapposti nel secolo XV.”. Angelo Guzzo (…) che, sulla scorta del Laudisio, nel suo “Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia”, quando parlando di Policastro a p. 119 in proposito scriveva che: “”In ricordo di Giulia figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio, ecc…., afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia unica di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia. Sposò prima Marcello, poi Agrippa, infine Tiberio, futuro imperatore romano, figlio adottivo della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla. Giulia fu celebre per la sua meravigliosa bellezza, per intelligenza e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da uomo intransigente e severo qual era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare prima nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria) ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni. Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Ma, come possiamo leggere dalla trascrizione del testo di Laudisio, egli non dice Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia.”. Rileggendo il passaggio del Guzzo mi colpisce la frase secondo cui Giulia, oltre ad essere stata esiliata da Tiberio nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria)”, aggiunge anche che Giulia fu esiliata “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Leggendo le cronache alla voce “Giulia figlia di Augusto”, per esempio ciò che scrive Wikipedia o la Treccani non si evince che ella fosse stata esiliata o “confinata” a Buxentum (Bussento), “ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Il Guzzo, sulla scorta del Cataldo, scrive che l’esilio forzato di Giulia a Buxentum Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Dunque, il Guzzo a p. 119, postillava del sacerdote Giuseppe Cataldo. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Le due epigrafe di IVULIA e di GERMANICO, citate dall’Antonini furono pure citate con un disegno dal sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc..e tre lapidi, di cui una incompleta. La (I) “In ricordo di Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio” e la (2) ecc…Facciamo alcune possibili precisazioni circa le lapidi I^ e 2^. I) – Chi è Augusta Giulia ? – Mons. Laudisio, nelle ultime pagine della sua Sinopsis, afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata (a Bussento) e fatta morire di fame per la sua disonesta condotta (Lapis erectus etc….). Codesta Giulia era l’unica figlia di Augusto, ecc…, sposò…..ed infine Tiberio, figlio adottato dalla terza moglie Livia Drusilla. Giulia fu celebre per bellezza, per spirito e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da severo ed intransigente che era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare nell’isola Pandataria (Vendotene), poi a Reggio Calabria (Regium Julium), infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni. Ecc..”. Dunque, rilegendo il passo del Cataldo notiamo che egli non scrive ciò che aferma il Guzzo, ovvero che Giulia Augusta fu esiliata da Tiberio “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.” ma, più correttamente, il Cataldo sulla scorta di Tacito e di Svetonio parla di infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni.”. Dunque, la notizia che Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, fosse da questo esiliata anche ed infine a Buxentum è una illazione del Guzzo. Dunque, il Cataldo parla di una piccola città della Campania. Ed è per questo motivo che io escludo che si trattasse di Buxentum ma potrebbe trattarsi della villa bellissima che ancora oggi ne restano le vestigia a Sapri in località S. Croce. Il Cataldo continuando il suo racconto scriveva pure che: “Dell’esilio parlano Tacito, Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII). Tacito si esprime così: “Julia supremum diem obiit; ob impudicitiam olim a padre Augusto Pandataria insula, mox oppido Rheginorum, qui siculum fretum accolunt, clausa” (Annali, I). Non credo chedovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia. Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto ecc…ecc…”. Dunque, il Cataldo in questo ultimo passaggio cerca di chiarire al suo lettore che vi erano pure altre Giulie citate dalla storia. Dunque, della Giulia “augusta”, figlia unica di Augusto hanno scritto Tacito (…), nei suoi “Annali”, libro I; hanno scritto Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII).”. Chi era “Giulia maggiore” o “IVLIA” che ritroviamo nell’altra epigrafe ?. Leggendo Wikipedia vediamo che si tratta di Giulia maggiore figlia di Augusto. La madre di Augusto, Azia maggiore era più precisamente la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio Balbo; Ottaviano, pertanto, era pronipote di Cesare. Da Wikipedia leggiamo che Giulia maggiore (nota ai contemporanei come Iulia Caesaris filia o Iulia Augusti filia; ottobre 39 a.C. – 14) era una nobildonna romana, figlia dell’imperatore Augusto, l’unica naturale, e della sua seconda moglie Scribonia. Dopo la morte di Agrippa, Augusto fece sposare Giulia e Tiberio, allo scopo di legittimare la successione del figliastro. Per sposare Giulia (11 a.C.), Tiberio dovette divorziare da Vipsania Agrippina, la figlia di primo letto di Agrippa che egli amava profondamente e da cui aspettava un secondo figlio, (dopo Druso minore). Si dice che lo perse per via dello shock dovuto a questo improvviso cambiamento. Il matrimonio con Tiberio non ebbe un corso positivo. Perseguendo gli interessi politici della famiglia, Tiberio nel 12 a.C. era stato costretto da Augusto a divorziare dalla prima moglie, Vipsania Agrippina, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, che aveva sposato nel 16 a.C. e da cui aveva avuto un figlio, Druso minore. L’anno successivo sposò dunque Giulia maggiore, figlia dello stesso Augusto e quindi sua sorellastra, vedova di Agrippa. Tiberio era sinceramente innamorato della prima moglie Vipsania e se ne allontanò con grande rammarico; il sodalizio con Giulia, vissuto dapprima con concordia e amore, si guastò ben presto, dopo la morte del figlio ancora infante che era nato loro ad Aquileia. Il carattere di Tiberio, particolarmente riservato, si contrapponeva inoltre a quello licenzioso di Giulia, circondata da numerosi amanti. Il figlio che ebbero morì durante l’infanzia; alla scarsa opinione che il marito aveva del carattere della moglie, Giulia rispondeva considerando Tiberio non alla sua altezza, lamentandosi di questo fatto persino attraverso una lettera, scritta da Sempronio Gracco, destinata all’imperatore. Quando Tiberio si recò a Rodi, nel 6 a.C., i due avevano già divorziato. Giulia maggiore era figlia di Augusto e sorellastra di Tiberio che la sposò nel 17 a.C. Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Augusto tentennò sull’opportunità di mandare a morte la propria figlia, decidendo poi per l’esilio. Giulia fu confinata sull’isola di Pandateria (moderna Ventotene), dove venne accompagnata dalla madre Scribonia. Le condizioni di vita erano disagevoli: sull’isola, di meno di due chilometri quadrati, non erano ammessi uomini, mentre eventuali visitatori dovevano essere prima autorizzati da Augusto, dopo che l’imperatore fosse stato informato della loro statura, carnagione, segni particolari o cicatrici; inoltre, non era concesso a Giulia di bere vino né alcuna forma di lusso. L’esilio di Giulia causò ad Augusto sia rimorso che vergogna e rancore, per il resto della sua vita. Cinque anni dopo le fu permesso di tornare sulla terraferma in condizioni migliori, a Reggio Calabria, dove secondo la leggenda sarebbe stata ospitata nella Torre di Giulia. Augusto non accolse nessuna intercessione che potesse richiamarla presso di sé e quando il popolo romano gli implorò la grazia con insistenza, egli gli augurò di avere tali figlie e tali spose. Decretò che le ceneri della figlia non venissero inumate nel mausoleo di famiglia. Secondo Svetonio (…), Giulia maggiore, moglie di Tiberio, dopo l’arresto fu confinata sull’isola di Ventotene e poi in seguito, secondo la leggenda sarebbe stata ospitata a Reggio Calabria. Ma sappiamo dalle fonti e dallo stesso Svetonio che quando Tiberio divenne imperatore nel 14, tolse a Giulia le sue rendite, ordinando che fosse confinata in una sola stanza e le venisse tolta ogni compagnia umana. Giulia morì poco dopo. La morte potrebbe essere stata causata dalla malnutrizione, se Tiberio la volle morta come ritorsione per aver disonorato il loro matrimonio; è anche possibile che Giulia si sia lasciata morire dopo aver saputo dell’assassinio del suo ultimo figlio, Agrippa Postumo. Il Cataldo, riguardo l’esilio forzato di Giulia citava Svetonio (in Vita Tiberii, LIII)”. Di Svetonio Tranquillo Gaio, le sue opere sono le Vite dei dodici Cesari in otto libri, sono ben più ampie e sono a noi giunte pressoché complete (manca solo una breve parte iniziale). Comprendono, in ordine cronologico, i ritratti di dodici Imperatori romani, tra cui lo stesso Cesare, a cui seguono Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano. Secondo Wikipedia Svetonio ne ha parlato nella sua opera “Augustus”, 65 e in “Tiberius”, 7. Sempre secondo Wikipedia hanno parlato di Giulia Velleio Patercolo, II, 10; Cassio Dione in “Storia romana”, LIV, 35.4; Tacito in “Annali”, I, 53. Dunque, la mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Vi sono ville d’epoca romana a Policastro ?. Che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi da non ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Il La Greca, nella sua disamina, citando le epigrafi di cui ci stiamo occupando scriveva però che quella di IVLIA era riferita a “…(per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia,”. Infatti, il La Greca, a p. 37 pubblica l’immagine dell’epigrafe e scrive che si tratta di un iscrizione romana che menziona Livia moglie di Augusto (qui chiamata Augusta Iulia). Dunque, per il La Greca non si trattava di un epigrafe riferita a “Giulia maggiore” ma l’epigrafe è riferita a Livia, la seconda moglie di Augusto. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 278, in proposito scriveva che: “A Bussento, troviamo una dedica a Livia (6), la moglie di Augusto, la quale, dopo la morte del marito (a. 14 d.C.), fu adottata per testamento nella gente Giulia, ed ebbe il titolo di “Augusta”, onde nelle lapidi la troviamo indicata come ‘Iulia Augusta’. Da Svetonio (‘Claud.’ 11,2) veniamo a sapere che Claudio onorò la sua memoria di culto divino. Abbiamo conosciuto una sacerdotessa di Giulia Augusta a Volceio e ad Atina (p. 246). A Volceio, s’incontra una lapide in onore di Agrippa Postumo (1), figlio postumo di Agrippa e di Giulia, figlia di Augusto, adottato dall’Imperatore, il quale non avendo avuto figli maschi, sperò di avere trovato in lui il successore ecc…”. Il Magaldi, a p. 278, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. C.I.L., X, 459: ‘Augustae Iulia(e) / Drusi f. / divi Augusti’. Cfr. la C.I.L., X, 799 da Pompei, e l’annotazione del Mommsen: “Augusta vocabulum nomini ideo praeponitur, quod pro dea Livia colitur (cfr. n. 823)”.”. Dunque, il Magaldi, sulla scorta del Mommsen propendeva per Livia Drusilla, seconda moglie di Augusto. Il Magaldi, a p. 278, riferendosi alla sacerdotessa dice di parlarne a p. 246. Infatti, il Magaldi, a p. 246, in proposito scriveva che: “In Lucania noi incontriamo, oltre quello di Roma e di Augusto a Potenza, un “flamine perpetuo del divo Augusto” a Grumento, a Volceio e ad Atina una sacerdotessa di Giulia Augusta, e cioè di Livia, che si chiamò così dopo la morte di Augusto ed ebbe culto divino, un flamine di Tiberio a Pesto, uno di Vespasiano e uno di Adriano a Volceio, ecc…”. Il Magaldi, a p. 279, aggiungeva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda volta nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: ‘Germanico Caesari / Ti, Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”. Dunque, è molto probabile che le due epigrafi siano legate alle due figure di Livia e di Germanico.  Livia Drusilla Claudia (in latino: Livia Drusilla Claudia; Roma, 30 gennaio 58 a.C. – Roma, 28 settembre 29), anche conosciuta semplicemente come Livia e dopo il 14 come Giulia Augusta, è stata una nobildonna romana, moglie dell’imperatore romano Augusto e Augusta dell’Impero. Fu la madre di Tiberio e di Druso maggiore, nonna di Germanico e Claudio, nonché bisnonna di Caligola e trisavola di Nerone. Fu divinizzata da Claudio. Dunque, l’epigrafe murata ed ancora visibile sul campanile della cattedrale di Policastro si riferisce a “Giulia” detta “maggiore”, figlia unica di Augusto Ottaviano e di Strabonia o si riferisce a Livia Augusta, seconda moglie di Augusto Ottaviano, come scrive il La Greca ?. A questo riguardo posso dire che il La Greca citava Gualtieri (….) ed il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a pp. 10-11 in proposito aggiungeva che: “Dell’esilio parlano Tacito, Dione Cassio (ad Ann.Urb.Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII). Tacito si esprime così: “Julia supremum diem obiit; ob impudicitiam olim a padre Augusto Pandataria insula, mox oppido Rheginorum, qui siculum fretum occolunt, clausa” (Annali, I).”. Il Cataldo cioè scriveva che Tacito nei suoi annali, parla di Julia e del padre Augusto. Il Cataldo, continuando il suo racconto a p. 11 scriveva che: “Non credo che dovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia (Nuova Enciclopedia Popolare Italiana: p. 596-97, G-GU, vol. 9: Torino, 1959). Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto, figlia di Druso e di Livia, sorella di Germanico; sposa di Nerone e di Rebellio Blando. Relegata nelle isole Tremiti, per la condotta depravata, morì nel 59 d.C. per ordine dell’imperatore Claudio. b) Giulia Augusta, adottata per testamento da Augusto e detta così da lui: era Livia Drusilla, discendente dai Claudii, figlia di Livio Druso Claudiano, già morto Tiberio Claudio Nerone e madre di Tiberio imperatore. Donna retta ed esemplare, ma così bella da indurre Augusto a divorziare da Scribonia per sposarla. Nata nel 57 a.C., morì nel 29 d. C. a 86 anni.”. Dunque, il Cataldo pur portando altri esempi riteneva si trattasse della Giulia maggiore, figlia unica di Augusto e di Strabonia e moglie dell’imperatore Tiberio. Ma quali che fossero questi due personaggi a cui si riferiscono le due epigrafiche latine e marmoree di sicuro a Policastro, l’antica Buxentum, ville d’epoca romana non ne sono state trovate e di contro abbiamo la bella e opulenta villa d’epoca romana in località S. Croce a Sapri. Infatti, il La Greca (…), a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ”19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “…..risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine. Di queste rovine or non rimane che una muraglia di opera reticolata, nella quale si sono distinti i ruderi di un tempio, e nella torre della cattedrale fabbricati si veggono rottami d’iscrizioni poste a Germanico e Giulia Augusta, la nobilissima e virtuosa madre di Tiberio.”. Dunque, Nicola Corcia ci parla di un’iscrizione dedicata Giulia Augusta, madre di Tiberio.  

Nel 43 d.C. (I sec. d.C.), POMPONIO MELA parla di Buxentum, Blanda e Ceserma

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania -Discorsi”, parlando di Maratea a pp. 438-439, in proposito scriveva di Barrio (…) e di Pomponio Mela (…). Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: ‘Pomponio Mela’ al ‘lib. 2. cap. 2.’ ce l’ha detto: ‘Temesa’, Clampetia, Blanda, Buxentum, Velia, Plinio’, siccome sopra si disse, la mette nel golfo Vibonense, il quali indubbiamente finisce alla punta della Cirella, onde non può essere Belvedere, ch’è è più in là, e fuor di esso:….”. Il geografo latino Pomponio Mela (39), secondo il Cluverio (35), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca ci parla del geografo latino Pomponio Mela (….) e della sua opera geografica intitolata “De chorogr……….”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ripetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla Γεωγραφια di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De chorographia (“Descrizione dei luoghi”), Cosmographia (“Descrizione del mondo”) o anche De situ orbis (“La posizione della terra”). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo delle Colonne d’Ercole, subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’Ecumene, cioè dei luoghi abitati, in particolare quelli lungo le coste, mentre tratta più sommariamente i territori interni. Pomponio Mela è uno dei più antichi scrittori che parla della Cina. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano.  L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.

Nel 192 d.C. (II sec. d.C.), ‘SCIDRO’ è ricordata da Ateneo

Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico antico Strabone non ne fa cenno nella sua Geografia (20), e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (21), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (22)…..Di Skidros, eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lyco di Reggio, riferita da Stefano di Bisanzio, dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima  del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus”: etc….”. Nella mia Relazione, nelle mie note postillavo che: (21)  Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678. (22)  Ateneo, XII, 523, c, d, che si rifà a Timeo ed Aristotele. Etc…”. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Dunque, l’archeologo Mario Napoli, scriveva che il geografo Strabone (….), nella sua “Geographia”, non accenna mai alla colonia di Scridro. Il Napoli scriveva che questa colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Secondo Mario Napoli, si fa cenno della colonia di “Scidro” “(Σχιδρος) , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Dunque, il Napoli, oltre ad Erodoto dice che la colonia sibaritica di Scidro si fa cenno anche in “in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. A quale autore si riferiva Mario Napoli ?. L’archeologo Mario Napoli, nella sua opera “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 181 scriveva che la colonia Sibaritica di “Scidro”, oltre ad essere stata citata nel Libro VI delle “Storie” di Erodoto (…) fu citata anche in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Riguardo l’interessante citazione di Ateneo (…), del Napoli, essa andrebbe ulteriormente indagata in quanto leggendo wikipedia alla voce “Ateneo” troviamo tre autori con lo stesso nome. E’ il sacerdote Luigi Tancredi (….) che ci viene in soccorso. Infatti, il Tancredi (…), nel suo capitolo “SKIDROS” del suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” a p. 93 in proposito scriveva che: “Degli infelici abitanti parla una sola riga: dice che essi (i sopravvissuti) si rifugiarono a ‘Laos’ e a ‘Skidros’ (2).”. Il Tancredi, a p. 93, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Idem. Cfr. Ateneo, ‘Dipnosofisti’, XII, 523.”, che è la stessa citazione che postillava il Napoli. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Da Wikipedia leggiamo che Ateneo di Naucrati (in greco antico: Ἀθήναιος Nαυκρατίτης o Nαυκράτιος, trasl. Athḕnaios Naukratítēs o Naukrátios; Naucrati, … – dopo il 192) è stato uno scrittore egizio di lingua greca, attivo nell’età imperiale. Ateneo scrisse – come egli stesso afferma – almeno due opere che non ci sono giunte: un commento sul pesce thratta, citato dai comici attici, e una Storia dei re di Siria. L’unica sua opera giunta a noi è la miscellanea Δειπνοσοφισταί (I Deipnosofisti o I dotti a banchetto), redatta in quindici libri. Dei primi tre libri dell’opera (oltre a parti dei libri XI e XV), perduti, è sopravvissuta solo una epitome, che consente di avere idea dell’inizio dell’opera. I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati.

BLANDA SITA NEL PORTO DI SAPRI ?

Mario Nigro, il Cluverio, l’Holstenio e Costantino Gatta ritenevano che l’antico sito della città di Blanda fosse nel ‘Porto di Sapri’

Nel 1557, Mario Nigro su ‘SAFRI’ e su Blanda

Alcuni studiosi della bibliografia antiquaria come il Volpe (41), il Volpi (42) e, l’Antonini (27), si basarono e trassero molte notizie da alcuni eruditi e studiosi del ‘500, come ad esempio Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII che, nel 1557, a p. 199, indica nell’indice del testo la pagina in cui parla di Blanda.  Infatti, nell’antico testo di Mario Nigro, del 1557, nelle sue note, alla voce Sapri, lo chiama ‘Safri castellum’ (33) e a p. 199 scrive: “Mox Talaus urbis fuit Sybaritarum colonia paululum à mari remota, prope cuius locum in litore maris castellu est quod iuniores Paleocastrum vocant, Talao sinui imminens, ubi et ammis Talaus Dianius nunc in radicibus Apoenini exortus apud Masecum castellum: ad leva penes se alterum Sallam nomine relinques penetratos suterraneis speluncis monte in mare it. Inde Safri: Malatias castella. Postea Laus amnis in mare vadit, Laino modo nomine in quo ager Lucanus terminatur. In mediterraneo aut haec habentur, Ulci Compsas antiqua oppida. Item aliud Potentia no in celebre cui nomen ad hoc tepus restat, non procul à fonte Pyxi cui adiacet. Inde Blanda oppidum fuit situ validum. Similiter Grumentum etc…”, che tradotto dal latino sarebbe: Poco dopo la città di Talao fu una colonia dei Sibariti, poco distante dal mare, presso il cui sito si trova un forte sulla riva del mare, che i più giovani chiamano Paleocastrum, affacciato sul golfo di Talao, dove, sulle sponde del Talao, Dianius ora sgorga nelle radici di Apollino presso il forte di Masecum: sull’argine se ne lascia un altro chiamato Sallus essendo penetrato nelle caverne sotterranee, il monte andò in mare. Poi Safri: i forti di Malatia. Successivamente il Lao sfocia nel mare, sotto il nome di Laino, dove termina il campo di Lucano. Nell’interno si trovano questi, gli antichi centri di Ulci Compesa. Parimenti non esiste altra Potentia nel celebre luogo il cui nome resta in questo luogo, non lontano dalla sorgente della Pyxi, alla quale è adiacente. Allora Blanda era una città in una posizione forte. Allo stesso modo Grumentum ecc...”. Mario Nigro scriveva che, poco dopo vi è la città di Talao che fu una colonia dei Sibariti. Talao era poco distante dal mare e che presso di essa vi è un forte in riva al mare, che “..presso il cui sito si trova un forte sulla riva del mare, che i più giovani chiamano Paleocastro, affacciato sul golfo di Talao.”. Dice ancora che “…sulle sponde del Talao, Diano ora sgorga nelle radici di Apollino presso il forte di Masecum: sull’argine se ne lascia un altro chiamato Sallus essendo penetrato nelle caverne sotterranee, il monte andò in mare”. Il Nigro scriveva che il fiume Talao sgorga dal monte Pollino presso Marsico. Questo aveva un affluente chiamato “Sallus” che si inabissava nelle cavità carsiche prima di arrivare a mare. Il Nigro aggiunge pure che il fiume “…Lao sfocia nel mare, sotto il nome di Laino, dove termina il campo di Lucano.“.

Le interessantissime notizie riportate da scrittori testimoni del loro tempo andrebbero ulteriormente indagate.

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(Figg. 4-5) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199 (33)

Nel 1600, Filippo Cluverio, Blanda nel Porto di Sapri

Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (35). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (35), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg. 6-7).

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(Figg. 6-7) Filippo Cluveri(o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (35).

Anche Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. Secondo il Cluverio questa città era sita sul Tirreno alla dritta del fiume Noce sull’altura un miglio sopra Maratea. Ecc..”. Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italiae antiquae”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri (…) (o Philppi Clvveri), nel cap. XIV, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg…..). Infatti, il noto umanista Filippo Cluverio o Philipp Cluver (…), nella sua “Italiae Antiquae”, nel vol. II, Lib. IIII (IV), a p. 1263 parla di “Blanda oppidum” dove scriveva che: “BLANDA ‘oppidum’ ridiculè Barrius facit ‘Belvedere’ (ni sorsan ‘Maratéa’!) Praeter Tabulam, Melae quoque & Plinio memoratur; & plurali numero Livio BLANDAE; ut infrà videre est in Ancis, post Grumentum. In Lucanorum Blandas suisse finibus, cis Laum amnem, etiam ex Tabula pater. Falsus igitur heic quoque, ut saepè in aedem Lucanià posteà, Plinius, qui Brutiis adscripsit, dicto lib. III, cap. V. ‘Oppidum’, inquit, ‘Buxentum’; Gracè Pyxùs. Laùs amnis. fuit & opidum eodem nomine. Ab eo Brutium litus; opidum Blanda; flumen Batum’. Mela, lib. II, cap. IV, litus hoc in Lucanorum & Brutiorum nomina non distinguit. Adverso itinere incedens: ‘Hippo’, inquit, ‘nunc Vibon, Temesa, Clampesia, Blanda, Buxentum, Velia’. Ecc…”:

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(Figg…..) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, Libro III, p. 1263 (…)

Il Cluverio (…), parla della città di Blanda e del porto di Sapri nel Libro IIII (IV), Cap. XIV, a p. 1263. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (…), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (…). Il Cluverio scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Il Cluverio (…) nella sua opera geografica si rifece ad alcune carte geografiche pubblicate dal cartografo Abramo Ortellio (…), ed in particolare all’atlante “Theatrum Orbis terrarum” del ……..Il Theatrum Orbis Terrarum (“Teatro del mondo”) è considerato il primo vero atlante moderno; redatto da Abramo Ortelio, consisteva in una raccolta di mappe con testi a supporto, che formavano un libro impreziosito dall’aggiunta di lamine di rame incise specificatamente. Il Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio venne dato alle stampe per la prima volta il 20 maggio 1570, da Gilles Coppens de Diest, ad Anversa. Tre edizioni in latino, oltre a una in olandese, una in francese e una in tedesco, fecero la loro comparsa prima della fine del 1572; ben 25 edizioni furono pubblicate prima della morte di Ortelius avvenuta nel 1598 e molte altre furono pubblicate dopo la sua scomparsa tanto che l’atlante continuò ad essere richiesto fino al 1612.

(Fig….) Filipp Cluver (Cluverio), carta d’Italia per la prima volta pubblicata nel 1630

Cluverio, p. 1209, cap. X, la mappa dell'Ortellio

(Fig….) Filippo Cluverio (…), op. cit., p. 1209 stralcio della carta geografica di Ortellio

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore, riferendosi al Barrio che fu ripreso dal Cluverio in proposito scrivea che: “E dell’averla descritta oltre al Lao, siccome ne fu da ‘Cluverio’ ripreso, così noi pigliammo poco sopra la libertà di darne la verace lezione in questa maniera: “Oppidum Buxentum, graece Pixus, Oppidum Blanda, Flumen Batum, Laus amnis; fuit, & Oppidum eiusdem nominis. Ab eo Brutium litus &. Ecc..”.

Nel 1666, Luca Holstenio

Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, ‘Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii’, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge che: L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1624, Luca Holstenio, Blanda e il Porto di Sapri

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439 postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. M.P. disiabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) ag- giunge: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1723, Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Sapri”, a pp. 590-591, in proposito scriceva che: “….e del Gatta (5) che ubica Blanda a Sapri. Egli insiste sulle “sue ruine” e dei “grandi avanzi di fabbriche (6) che asserisce di aver visto personalmente. Il Laudisio (7), però, dopo aver detto della chiesa di Sapri fu elevata a parrocchia nel 1725 (8), continua richiamando anch’egli l’opinioe dell’Holstenius che ivi “fuisse olim sitam antiquam Blandam, urbem episcopalem”, affermando pure lui l’esistenza di resti archeologici (9), tra cui, “nella piazza di Sapri”, l’epigrafe di Lucio o Sempronio Prisco (10), trascritta dall’Antonini nelle lettere a Matteo Egizio e nella Lucania, p. 434. Il Laudisio mostra di essere dell’opinione di dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile, di cui è detto nella nota lettera di Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, residente ad Agropoli.”. Ebner, a p. 590, nella nota (5) postillava che: “(5) Gatta, cit., p. 305 sg. “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”. Ebner, a p. 590, nella nota (6) postillava che: “(6) Antonini cit., I, p. 431: “due augusti acquedotti (….), una lunga strada larga circa nove palmi (….) una continuata muraglia d’opera reticolata (….), molte piccole stanze rovinate (….), chiarissimi indizi di pitture etc….”Ebner, a p. 590, nella nota (7) postillava che: “(7) Laudisio cit., p. 33 sg.”. Ebner a p. 590, nella nota (8) postillava che: “(8) Laudisio, ibidem, Ecclesiam Portus Saprorum anno 1725 in Parochialem erexerat, ma un documento dell’Adp ANTICIPA L’EREZIONE AL 1719.”. Ebner, a p. 590, nella nota (9) postillava che: “(9) Laudisio, ibid., Enim vero extant adhuc hodie moenium ruinae lepidibus que vere antiquitatem praeseferunt et praedicant vetustam.”. Infatti, il Visconti (….), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Provincia di Lucania”, a p. 306, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”.

Gatta, p. 306

Costantino Gatta (….), a p. 306, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Il Gatta si riferisce a Lucas Holstenio (….) ed alla sua note all’Italia antica di Cluverio”. Il Gatta, parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era da lui creduta a Sapri che a quel tempo, si chiamava ‘Porto de Sapri’ . Infatti, risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘700, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda:  Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto accaduto nell’antichità che vine raccontato dalla tradizione orale popolare.

Scipione Mazzella Napolitano lo chiamava “SENO SAPRICO”

Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (4), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”.

La via Popilia

Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).

Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘VICUM SAPRINUM’ nelDe Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino

Assume particolare importanza la citazione di un ‘Vicum Saprinum’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: Nel 72 d.C., Frontino (67), riferisce di un “Vicum Saprinum” in una non meglio precisata “Mappa Albanensium”: “In mappa Albanensium invenientur haec: praeterea Vicum Saprinum et Clinivatium.”. Etc…”. Nella mia nota (67) postillavo che: “(67) Frontino, De Coloniis (citato dall’Antonini, op. cit.)”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Su Frontino, l’Antonini ci parla ancora di questo antico scrittore (Frontino) e di Scidro. Nel 1745 (edizione Gessari, I Ediz.), il barone di San Biase, Giuseppe Antonini (….), a p. 430 così scriveva in proposito alla colonia Sibaritica di Scidro e, riferendosi ai “secondi”, ovvero ai Sibariti fuggiti e scampati alla distruzione della loro città, in proposito scriveva che: “Appresso pochissimi degl’antichi trovo di esso fatta menzione. Uno di questi fu ‘Erodoto’, l’altro ‘Frontino’. Quello non solo ci dà lume di esserci stato, ma anche da chi abitato: Questo ci fa sapere verso i suoi tempi qual fosse.”. L’Antonini, a p. 431 riferisce che: “In ‘Frontino de Coloniis’, leggiamo che Sapri fosse stato solamente un Vico:  “IN MAPPA ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC: PRAETEREA VICUM SAPRINUM ET CLINIVATIUM. In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis &c.”, e come non si trova, che altri avesse mai parlato di Sapri, perciò Guglielmo Goesio scrisse: “cuius alibi factam nescio mentionem.”. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio.  Il significato letterale di questa frase contenuta (secondo l’Antonini) nel testo di Giulio Sesto Frontino (….) è il seguente: “Questi luoghi: il Vicum Saprinum ed il Vicum Clinivatium, si trovano segnati nella Mappa Albanense. Nella terra dei divorati, divisa dalle testimonianze dei Sardi, da sponde e torrenti ecc…”.

Antonini.page6

Nel 72 d.C., Frontino (1 bis), riferisce di un “Vicum Saprinum” in una non meglio precisata “Mappa Albanensium: “In mappa Albanensium invenientur haec: praeterea Vicum Saprinum et Clinivatium.. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: Guglielmo Goesio, curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini (68), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”. Nella mia nota (68) postillavo che: “(68) Antonini G., op. cit., parte II, disc. XI, p. 430.”. Preciso che in questo passaggio vi è un errore di trascrittura. Si tratta di Guglielmo Goesio che non è il curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini, la cui edizione del barone Antonini è del 1745. La stessa notizia, in precedenza era stata pubblicata dal prof. Felice Cesarino (….), in uno dei suoi saggi pubblicati sui bollettini del Gruppo Archeologico di Sapri, di cui facevo parte. Il Cesarino (…), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione della Storia antica di Sapri”, in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro”, (anno 1979), a pp. 25-35, senza fornire alcun riferimento bibliografico come si era solito fare all’epoca, in proposito scriveva che: “L’informazione di Frontino (‘De Coloniis’ – 1° sec. a.C.), relativa ad un ‘vicum saprinum’ citato in una non meglio precisata ‘mappa Albanensium’, non ci consente alcuna illazione, laddove lo stesso curatore dell’edizione seicentesca postilla al riguardo: “cuius alibi factam nescio mentionem”.”. Devo però precisare che correttamente il Cesarino riferendosi a Guglielmo Goesio (…) scriveva che era il “curatore dell’edizione seicentesca” del testo “De Coloniis” di Giulio Sesto Frontino (…) e non come ho scritto  curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino. Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio (…), molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella ‘Lucania’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce: “….e come non si trova, che altri avesse mai parlato di Sapri, perciò Guglielmo Goesio scrisse: “cuius alibi factam nescio mentionem.”. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio e scrive che Goesio (….), nella sua opera, in proposito scriveva che la menzione di un “Vicum Saprinum” era stato per la prima volta menzionato da Frontino. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Circa il “Vicus saprinus”, menzionato nel 72 a.C., non si hanno notizie precise; si suppone che abbia avuto un certo ruolo, perché spesso citato. Ne parla Frontino nell’opera ‘De coloniis’ “In mappa Albanensium invenientur haec: praeter Vicum Saprinum et Clinivatium”. Precedentemente tale nome non era apparso, stando a quel che asserisce Goesio: “Cuius alibi factam nescio mentionem”. Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Sempre il Tancredi, sul “Vicus saprinus”, a p. 24, in proposito scriveva pure che: “Ecco perché non possiamo recepire quanto affermato da un ignoto autore in una ‘Critica dello sviluppo della civiltà italica dalla colonizzazione greca all’età imperiale’, conservata nell’Archivio storico di Napoli: “Vicus Saprinus, nel Sinus Buxentum, ospitò i Sibariti sfuggiti alla distruzione della loro città”. Dunque, il Tancredi, citando la frase di Guglielmo Goesio (….) citato dall’Antonini, che postillando “Cuius alibi factam nescio mentionem”, ovvero Non so se sia stato menzionato altrove. che come scrive il Tancredi, “Precedentemente tale nome non era apparso, stando a quel che asserisce Goesio”. Infatti, io stesso scrissi, “Guglielmo Goesio, …..postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta”, riferndomi al nome di “Vicum Saprinum” apparso su Frontino. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Vicum Saprinum”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Vicum Saprinum”. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560.

Frontino, De Coloniis

Il significato letterale di questa frase contenuta (secondo l’Antonini) nel testo di Giulio Sesto Frontino (….) è il seguente: “Questi luoghi: il Vicum Saprinum ed il Vicum Clinivatium, si trovano segnati nella Mappa Albanense. Nella terra dei divorati, divisa dalle testimonianze dei Sardi, da sponde e torrenti ecc…”. A quale passo di Frontino contenuto nel testo pubblicato da Guglielmo Goesio si riferiva l’Antonini ?. Vediamo ora l’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Amsterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il  “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Vediamo il testo di Guglielmo Goesio (….) del 1674, in cui riportava il “De Coloniis libellum”.

Goesio Guglielmo

Nell’edizione di Guglielmo Goesio (….), a p. 102 fu plubblicato il “De Coloniis libellus – ex commentario Claudio Cesaris subsequitur” e a pp. 145-146-146-147 troviamo il passo di Giulio Sesto Frontino sul “Vicum Saprinum” che fu citato dall’Antonini. Il Goesio (….), a p. 145 riportando il passo di Frontino scriveva che: “IN MAPPA e ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC. – Ager ecc…”, ovvero “Questi saranno trovati sulla Mappa di Albanensium” : infatti, a pp. 146-147, dopo aver parlato della “Provincia Calabra”, nella “Provincia Dalmatiarum” scrive che: “d. F. Interpolatos. vel, internotatos. PRAETEREA VICUM SAPRINUM & Clinivatium. d In terra voratos & sardiatas testimoniis dividi, ripis, rivis, arboribus antemissis ut supra dixi, loca, pali sacrificales, tumor terrae, in effigiem limitis constitutus. aliquotiens enim petras quadratas inscriptas. non enim omnis titulus inscriptionibus indutus est, nam & ipsi montes sic terminantur. Alia subseciva sunt, quae in mensura non venerunt, si convenerit inter possessores, possident: si non convenerit remanent potestati. Alia loca sunt praefectoria quae, ad publicum ius pertinent.” che, tradotto significa: “Oltre le strade di Saprina e più pendente. d. Nella terra divorata e inaridita da testimonianze divise, argini, ruscelli e alberi, come ho detto sopra, luoghi, pali sacrificali, il rigonfiamento della terra, stabilito a somiglianza del confine poichè a volte sono inscritte rocce quadrate poiché non tutti i titoli sono rivestiti di iscrizioni, poiché le montagne stesse sono così delimitate. Ci sono altre cose successive che non sono venute nella misura, se è concordato tra i possessori, lo possiedono: se non è concordato, rimangono in potere. Altri luoghi sono prefetture che appartengono al diritto pubblico”. Il termine “Clinivatium” significa: “pendenza”.

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(Fig….) Giulio Frontino tratto da Guglielmo Goesio (….), p. 146-147

Dunque, nell’edizione di Guglielmo Goesio del De Coloniis di Frontino troviamo confermato ciò che scriveva Frontino. Frontino scriveva che nella mappa “Albanensium”, dopo aver elencato i luoghi della “Provincia Calabra” (che all’epoca doveva corrispondere alla Puglia), scriveva che nella “Provincia della Dalmazia” vi era il “Vicum Saprinum“, del quale scriveva che: “D. F. Interpolato. o, internato. OLTRE LE STRADE DI SAPRINA E CLINIVATIUS. d Nella terra divorata e inaridita da testimonianze divise, argini, ruscelli e alberi, come ho detto sopra, luoghi, pali sacrificali, il rigonfiamento della terra, stabilito a somiglianza del confine. poiché a volte sono inscritte rocce quadrate. poiché non tutti i titoli sono rivestiti di iscrizioni, poiché le montagne stesse sono così delimitate. Ci sono altre cose successive che non sono venute nella misura, se è concordato tra i possessori, lo possiedono: se non è concordato, rimangono in potere. Altri luoghi sono prefetture che appartengono al diritto pubblico.“. Riguardo la citazione di Frontino (…), l’Antonini lo cita pure quando a p. 423 ci parla della città scomparsa di “Vibone”. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 424, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di “Vibone”, in proposito scriveva che: “…e per quanto ne scrisse Strabone ci pare avere bastantemente soddisfatto alla verità, chiaramente comprovata, ed autenticata dal nome ch’ancor oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarci di presunzione, e di autorità, vi aggiugneremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento ne’ Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia….”. La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p. 91. L’Antonini scrive a riguardo che: E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini aggiunge che: “In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis ecc., ecc…”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità che riguardano il sito di Pixous”, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”. Roberto Almagià (….), nella sua “Monumenta Italiae Cartographica” pubblicò (tav. VI, 3) una “Carta d’Italia”  di Jacques Signot, del 1515. La carta del Signot (….) fu stampata a Parigi, è annessa al ‘La totalle et vraye description des tous les passaiges qui sont de Gaules en Italie’.  Questa carta è stata pubblicata da Andrea Borri (….), Carta 17, p. 33. Pare che in questa carta fosse segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum di Frontino in de Coloniis.

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(Fig……) Carta d’Italia di Jacques Signot, del 1515, dove è segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum nel ‘de Coloniis’ di Frontino di cui ci parlava l’Antonini (….)  

Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘AGER VIBONENSIS ACTUS’ nelDe Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 423, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) scriveva che: ..ch’ancora oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarsi di presunzione, e di autorità, vi aggiungeremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3.” :

Antonini, p. 424

Assume particolare importanza la citazione di un ‘Ager Vibonensis Actus’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis libellus’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. L’Antonini scrive a riguardo che: E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Riguardo Frontino e la citazione dell’Antonini ha scritto anche Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: Un’altra colonia ancora spedita a Bussento ci ricorda un breve cenno di Balbo (6), una di quelle certamente spedita da Silla o Ottavio;etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (6) postillava che: “(6) Front. De Colon. 109”.

Corcia, p. 63.PNG

(Fig…) Nicola Corcia, op. cit., pp. 62-63

Da Wikipedia leggiamo che ai tempi di Marco Cocceio Nerva Cesare Augusto a Roma fu riorganizzato il sistema dell’approvvigionamento idrico; ci resta di quegli anni l’opera fondamentale scritta dal curatore delle acque, Sesto Giulio Frontino, sulla progettazione e la manutenzione degli acquedotti. Un altro grande provvedimento fu la “politica degli alimenta”, che consisteva nell’erogare prestiti a tasso agevolato, sussidi alle famiglie povere e l’istruzione gratuita agli orfani. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità” che riguardano il sito di Pixous, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Dunque, l’Antonini e molto più tardi alcuni scrittori come il Tancredi (…) riportano l’interessante notizia di un “Ager Vibonensis actus” citato da Giulio Sesto Frontino nella sua opera “De Coloniis libellus”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino (…): “De Coloniis libellus”. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Ager Vibonensis Actus”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Ager Vibonensis actus”. L’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Am. ſterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il  “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Il Gaetani, nella sua nota (….) postillava che l’opera del Frontino era contenuta nell’opera di Guglielmo Goesio: “(1) Rei Agrariae Auctores legesque variae etc…, ed. Goesio, Amstelredami, 1674, vol. I, p. 78 – Gromatici Vetera etc., ed. Lackmann, Berolini, 1848, p. 141.”. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibifactam nescio mentionem”.

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La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p…… Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio, molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio.  Il Goesio riportando il passo del “De Coloniis libellus” di Giulio Sesto Frontino, nel suo “Rei Agrarie auctorie legesque variae” del 1674, in cui a p. 109, Frontino scriveva che: “Provincia Brutiorum. Centuriae ecc…Ager Vibonensis. actus N. e x. G.P. XXV. Cardo in Orientem Decimanus in Meridianum.”. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”

Nel ’77 d.C. (I sec. d.C.), Plinio, nel libro 3°, cap. 5°, il “SINUS VIBONENSIS” (il golfo Vibonese)

Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione della “Lucania” del 1745 (ed. Gessari), a p. 423 scriveva che: “….e che così sia, sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3. Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il golfo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto. Quando Cicerone dopo la morte di Cesare ecc…”. Dunque, l’Antonini cita Plinio (…) ed il suo cap. 5 del Libro 3 della sua “Naturalis Historia”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Plinio il Vecchio: Proximum autem huic flumen Melphes et oppidum Buxentum, graece Pixus: Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus. Trad.: “Qui vicino (Palinuro) c’è il fiume di Molpe (Mingardo) e la città di Bussento, la greca Pixunte: indi il fiume Lao; vi fu anche la città dallo stesso nome. Da questo luogo comincia la costiera dei Bruzii.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla ………… di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Da Wikipedia leggiamo che Caio Plinio Secondo, conosciuto come “Plinio il Vecchio” (in latino: Gaius Plinius Secundus; Como, 23 – Stabia, 25 agosto o 25 ottobre 79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista, comandante militare e governatore provinciale romano. Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti. Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell’oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla storia dell’Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso. L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia; una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia, lavorazione dei metalli e storia dell’arte. L’opera enciclopedica è il risultato di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità. La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79. Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. La Naturalis historia, come detto, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione. Il primo libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio e contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. L’enciclopedia tratta svariati temi, dal generale al particolare: dopo la descrizione dell’universo (II libro), si passa a geografia ed etnografia del Bacino del Mediterraneo (III-VI libro), per poi trattare di antropologia (VII libro) e zoologia (VIII-XI libro). Antonini scriveva che Plinio il Vecchio (….) nel 77 d.C. “…Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il glofo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto.”. Dunque, Antonini sulla scorta di Plinio scriveva che egli cita il “Sinus Vibonensis” e, seguendo il ragionamento di Antonini che postilla sulla cronologia dei luoghi citati, egli pone il “Sinus” (il Golfo) “Vibonensis” tra il promontorio di Tortora fino ad arrivare a quello di Palinuro, ovvero ciò che oggi chiamiamo Golfo di Policastro. Scriveva Antonini: “e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia”. Dunque secondo l’Antonini l’ipotesi che si trattasse di “Vibo Valentia” non è plausibile vista la sua enorme distanza dagli altri luoghi che Plinio pone cronologicamente vicini ed in successione tra loro.

Antonini, p. 424

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Plinio il Vecchio fa rientrare Buxentum nel Sinus Vibonensis, dove si trovano le “isole Itacesie” proprio di fronte a Vibo (contra Vibonem) (65), ma pone Hippo, chiamato Vibo Valentia, solo dopo molte altre città verso sud, e nel golfo di Terina (sinus ingens Terinaeus)(66). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (65) postillava: “(65) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 7, 85”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (66) postillava: “(66) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72-73”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C…..La contemporanea descrizione di Plinio il Vecchio ricorda per la Lucania, dopo Palinuro, il fiume Melpes (Lambro), la città fortificata di Bussento (oppidum Buxentum), corrispondente alla greca Pissunte (Graeciae Pyxus), quindi il fiume Lao, presso il quale vi fu un oppidum con lo stesso nome; di qui inizia il litorale del Bruzio, con la città fortificata di Blanda (80). Nel II secolo d.C. il geografo Claudio Tolomeo pone Boùxenton in Lucania tra Velia e la costa del Bruzio (81). Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Va ricordato anche l’accenno agli ottimi vini lucani fatto da Plinio, con riferimento ai vini della zona di Turi, di Grumento e di Lagaria, usati anche come specialità medicinali (83). La produzione romana di vino sembra continuare una specializzazione di questo territorio già attestata in epoca greca e lucana (84).”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (80) postillava che: “(80) 80 Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72. Vd. FUSCO 1992.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (83) postillava che: “(83) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XIV, 6, 69.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (84) postillava che: “(84) GUALTIERI 2003, p. 159; vd. VANDEMERSCH 1994.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”

Nel II sec. d.C., CLAUDIO TOLOMEO e Boùxenton e Blanda, nella tav. VI d’Europa della ‘Geographia’ di Tolomeo

Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 444-445 parlando del fiume Bato, poi detto Lao e di Talao, in proposito scriveva che: “Gli antichi lo chiamavano indifferentemente ‘Lao’, o ‘Talao’; …..Tolomeo chiamollo Lao, facendolo confine delle due regioni. ‘Stefano’ (I) per l’autorità di Apollodoro disselo anche Lao: ‘Laus Urbs Lucaniae authore Apollodoro de orbo terrae lib. 2. a Lao amne’. ….”. L’Antonini, a p. 444, nella nota (I) postillava che: “'(I) …..Apollodoro nel lib. I della Biblioteca anco dice: ‘Valerio Flacco, dello stesso ancor fece parola, siccome un poco più chiaro ‘Pindaro in Nemea’ così tradotto ‘& ab Argis    Ductores nondum erant Talaii Filii, lue hac violenter oppressi’. Che se gli Argonauti per questi lidi passarono, siccome lungamente s’è dimostrato, e come Igino ragionando di Bute, nella favola 14 disse; non ha dell’inverisimile, che uno di essi avesse al fiume, ed al luogo suo nome dato. Da altra banda però sappiamo, che simile denominazioni sono mere imposture.”. Dunque, l’Antonini è il primo a dirci del viaggio degli Argonauti e di Giasone raccontato da Apollodoro nella sua opera “Biblioteca”  Da Wikipedia leggiamo che Apollodoro di Atene, figlio di Asclepiade (in greco antico: Ἀπολλόδωρος ὁ Ἀθηναῖος; 180 a.C. circa – Atene, 120-110 a.C.), è stato uno storico, grammatico e lessicografo greco antico. Le opere attribuite ad Apollodoro sono tutte perdute nella loro interezza, eccezion fatta per 356 frammenti, dai quali si evince che aveva composto lavori di erudizione storico-cronografica. Di argomento geo-etnografico era, poi, l’ampio trattato Sul Catalogo delle navi (Περὶ νεῶν καταλόγου), in 12 libri, una sorta di commento storico-geografico all’omonima sezione del II libro dell’Iliade concernente la flotta greca. Di quest’opera, che trattava nel dettaglio questioni relative a toponimi e città spesso scomparse, restano 58 frammenti, spesso tramandati da Strabone e Ateneo di Naucrati. In virtù dell’ampio lavoro sulle divinità, ad Apollodoro sarebbe stata erroneamente attribuita la cosiddetta Biblioteca (Βιβλιοθήκη), compilata forse nel II secolo, ordinata per genealogie. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel II secolo d.C. il geografo Claudio Tolomeo pone Boùxenton in Lucania tra Velia e la costa del Bruzio (81). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. La notizia è tratta dal barone Giuseppe Antonini (…) che, nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”.

Antonini, p. 439 su maratea ecc

(Fig….) Antonini (…), p. 439

Il grande geografo alessandrino, Claudio Tolomeo, nella sua Geografia (3), pone la città di Blanda nell’interno della  Lucania, nelle vicinanze di Potentia (Potenza). Scrive il Romanelli (25): “la descrizione che ne fa Tolomeo (3), quantunque l’avesse riposto tra le città mediterranee, perchè non toccava la riva del mare: Lucanorum, mediterraneae Ulci, Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum.”. In altri studi abbiamo parlato delle carte geografiche dette tolemaiche perchè copiate dall’opera geografica del geografo alessandrino, come ad esempio quella che quì pubblichiamo (Fig. 4)(34), conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli ed attribuita al cartografo Nicolò Germanico. Questa carta è bellissima ed interessantissima per i toponimi ivi contenuti. In essa leggiamo i toponimi  di Velie (Velia) e Brixentu (Policastro) e Blanda. In seguito, nel XV secolo, si ebbero le prime pubblicazioni a stampa della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, dette ‘Cosmographia’, dove alcuni abili monaci copisti e miniaturisti copiarono alcune carte redatte dal geografo alessandrino come ad esempio quella di Fig. 4, conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sulla Geografia di Tolomeo, trascritta e tradotta dal greco in latino (Fig. 3).

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(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)

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(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)

Riguardo l’antica città di Blanda, lo studioso Michele Lacava (29), ci riporta dei passi dell’introvabile manoscritto del Mandelli (19) che criticava l’ipotesi di Camillo Pellegrino (38) che fu il primo ad identificare la città perduta con Maratea: « Di tal opinione fu quel raro ingegno dei nostri tempi Camillo Pellegrino, il quale nella Tavola in piano del Ducato di Benevento segnolla in questo sito: Blanda, nunc Maratea (…) Parvemi ciò inverosimile, poiché dicendoci Livio, Blanda fosse città mediterranea della Lucania, e Tolomeo espressamente poi annoverandola tra i luoghi fra terra di essa provincia, non mi sembra potersi in questo tratto marittimo situare. ……Tolomeo in vero riconosce Blanda fra terra, ma quella Tavola di Pirro Ligorio è Maratea giù e Maratea suso, che sarebbe la Blanda mediterranea.”. (19). Anticamente la Lucania comprendeva un vasto territorio che si estendeva da Paestum a Potenza, passando ovviamente per il Vallo. Non per nulla, due paesi della provincia di Salerno, molto distanti tra loro, si chiamano Vallo della Lucania e Atena Lucana. Ebbene, proprio da un paese dell’antico territorio lucano, Diano, detto oggi Teggiano, venne, nella seconda metà del Seicento, la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano.

Urb.gr.82,

(Fig. 4) Particolare delle nostre coste nella Carta dell’Italia contenuta nel Codice Vaticano Urbinate Greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo.

La Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

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(Fig. 5) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (9).

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(Fig. 6) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto, il più antico Codice latino conosciuto. Immagine tratta dal Mazzetti (…)

Nel III sec. d.C., “CESERMAE” (Sapri ?) nell’Itinerario Antonino

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Altri studiosi precedenti prendono in considerazione l’Itinerario Antonino (uno stradario del III secolo in forma di testo) e molte altre rielaborazioni di una carta stradale antica dell’impero romano. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”.

A Rivello o a Sapri, CESARIANA per il Racioppi

Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. I, a pp. 476-477 riferendosi alla stazione di “ad Tanarum” citata nell’Itinerario Antonino, in proposito scriveva che: ” ….( o come in altro codice) ‘Canarum’. Questa stazione era, a mio avviso, presso alla fiumana che anche oggi è detta “Sammaro” accosto al paese odierno di Sacco; dessa è uno dei corsi originarii del Calore; e da questa stazione ‘ad Samarum’ giungeva a Marcelliana, che indubbiamente era nello estremo superiore orientale del bacino o pianoro di Tegiano; e da Marcelliana piegava a destra per a Cesariana (non ancora di sicuro allogata) sia a Rivello, sia a Sapri o Acqua-fredda (1). Forse il tronco della strada per la valle del Calore a Marcelliana sostituì la strada per la valle del Tanagro a Marcelliana e Nerulo, sia perchè parve di più breve e diretto percorso, sia per le ricorrenti inondazioni della pianura Pollana.”.

Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino” 

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Itinerarium Antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’altro. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano.[senza fonte] L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo.

Blanda e Caesariana nella Tabula Peuntingheriana

La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”.

Nel III-IV sec. d.C., la ‘CAESARIANA’ o ‘CESERMA’ nella Tavola Teodosiana o Peuntingheriana

Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “…..Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 64, in proposito scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana” faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted Ulrich, Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Infatti, assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Anonimo Ravennate (….) che voleva fosse Sapri e, anche la citazione di una “Caesariana” nella  Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: L’Antonini (35), a proposito di Sapri, riferiva che……“seguitando sorse l’antica carta di Peutingero, dove col medesimo nome vien chiamata.”. Infatti, a sostegno di una possibile localizzazione di ‘Cesernia’ in Sapri, è la mappa Teodosiana, detta anche ‘Tavola Peuntingheriana’, ovvero la più antica carta topografica che conosciamo, (fig.5)(36), che tra le località costiere della nostra zona, figura ‘Cesernia’. Il Racioppi (37), sosteneva che “l’antica città di Cesariana, non ancora di sicuro allogata, è da ricercarsi a Rivello, Sapri o Acquafredda.”. Il Battisti (38), che distingueva ‘Cesernia’ da ‘Cesariana’, ne propendeva per la localizzazione in Sapri.”. A sostegno di una possibile localizzazione di ‘Cesernia‘ in Sapri, è la mappa Teodosiana, detta anche ‘Tavola Peuntingheriana‘, ovvero la più antica carta topografica che conosciamo (…), che tra le località costiere della nostra zona, figura ‘Cesernia‘. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce in proposito che: “…e nell’Anonimo di Ravenna chiamasi Ceserma (1), seguitando forse l’antica carta di Peutingero, dove con il medesimo nome vien chiamato”. L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “(1). L’accuratissimo Olstenio (….), vorrebbe che quel Ceserma si leggesse Cesae Caesaris, e che fosse la Cesariana, ubi nume Casalnuovo, ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese de’ più mediterranei della regione.“.  L’Antonini (….), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (….), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma“, “seguitando sorse l’antica carta di Peutingero, dove col medesimo nome vien chiamata.”. Infatti, nella Tabula Peuntingheriana (….) o carta Teodosiana, di cui qui ho pubblicato lo stralcio che a noi interessa, è citata la stazione di “Ceserma”.

Tabula Peuntingheriana

(Fig…..) Tavola Peuntingheriana o carta Teodosiana – particolare della Calabria, dove si legge ‘Ceserma e Blanda’

Nella mia nota (36) postillavo che: “(36) La “Tabula peuntingheriana, “Itineraria militare”, riproduzione fattane da Stefano Bellinio è tratta dal testo di Sacco E., op. cit.”. L’immagine stralcio della lunga Tabula Peuntingheriana che ivi ho pubblicato non è la riproduzione di Stefano Bellinio (…) pubblicata dal Sacco (…), ma è l’immagine che rappresenta la vera carta di Peuntingherio che troviamo pubblicata su Wikipedia, ovvero l’immagine tratta dal Codice Vidobonensis (…), conservato alla Biblioteca  Hofbibliotechek di Vienna. Da Wikipedia leggiamo che il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei secoli; numerosi sono i punti in comune con la Tavola Peutingeriana o Peuntingheriana. La ‘Tabula peuntingheriana, Itineraria militare’, riproduzione fattane da Stefano Bellinio è tratta dal testo di Sacco E., op. cit. La Tavola Peutingeriana o Tabula Peutingeriana è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis’. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328, perché mostra la città di Costantinopoli, che fu fondata in quell’anno; mentre per altre (come ad esempio nella Pars IV – Liguria di Levante) potrebbe essere antecedente al 109 a.C. data di costruzione della via Emilia Scauri, che non vi è indicata. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. La Tabula è probabilmente basata sulla carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C.- 12 a. C.), amico e genero dell’imperatore Augusto e, tra l’altro, costruttore del primo Pantheon , in seguito ricostruito totalmente da Adriano nel 123. Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus pubblicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto riordinata da Augusto). Dopo la morte dell’imperatore, la carta fu incisa nel marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia. Un altra carta che si può definire tematica è la cosiddetta Tabula Peutingeriana. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. ll presunto originale della carta stradale della seconda metà del IV secolo (ca. 375 d.C.) contiene una rappresentazione grafica del mondo conosciuto allora, nella quale le strade erano rappresentate come linee di collegamento fra le singole tappe dei percorsi. L’originale tardo antico può essere ricondotto a diversi possibili carte precedenti, tra i quali una carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C. – 12 a.C.). Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus publicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto riordinata da Augusto). Dopo la morte dell’imperatore, la carta fu incisa nella sua lapide di marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia a Roma. Riguardo la stazione romana di ‘Ceserma’ vorrei qui ricordare la studiosa e archeologa Giovanna Greco (….), in un suo studio, a p. 19, in proposito scriveva che:  “..è piuttosto sulla costa che si vanno infittendo le emergenze monumentali di ‘ville’ più o meno complesse: da quella di Punta Licosa a Nord di Velia a quella imponente e monumentale di Sapri a Sud. Le evidenze monumentali ed epigrafiche provenienti da Sapri, le ampie descrizioni degli studiosi ottocenteschi (28) testimoniano una situazione più complessa ed articolata che non quella di una semplice villa marittima per quanto monumentale essa sia (29). Al problema, al momento insolubile, della ubicazione a Sapri della statio Caesernia, lungo la via costiera che univa Capua a Reggio (30), si connette la complessità delle emergenze monumentali nonché la presenza di un cippo funerario, pubblicato dall’Antonini e dal Mommsen, che menziona un ‘duovir des’ (ignatus) che documenta una costituzione duovirale tipica di una colonia (31).” (….)(….). Si veda Giovanna Greco (….) ed il suo saggio, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32. L’Archeologa Giovanna Greco (…), a p. 19, nella sua nota (28) postillava che: “(28) W. Johannowsky, Sapri, in Atti XXIII, CSMG, Taranto, 1983, p. 528.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (29) postillava che: “(29) G. Antonini, Lucania, Napoli, 1745, p. 429 e p. 431; relazione Magaldi alla Soprintendenza di Napoli del 1938: descrive minuziosamente un complesso sistema idrico ed ambienti mosaicati venuti alla luce durante la costruzione di alcune palazzine.”. Sulla relazione di Josè Magaldi ho scritto quando parlo più in generale della villa marittima e monumentale in località S. Croce a Sapri. L’archeologa Giovanna Greco, a p. 19, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Nissen, Italische Landeskunde, vol. II, p. 899, n. 8; Karhsted, op. cit., p. 22.”. La Greco, a p. 19, nella sua nota (31) postillava che: “(31) CIL, X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da A. Russi in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. ‘Lucania, p. 1897.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 69-71-72 parlando di Buxentum, in proposito scriveva che: “Però la nuova colonia non ebbe quell’importanza che i Romani ne speravano; essa rimase fuori dal movimento stradale acquistando invece maggiore importanza il luogo dove in prosieguo sorse ‘Caesariana’ (Sapri).”. Il Dito, a p. 71, in proposito scriveva che: “Dopo Buxentum, in fondo la porto naturale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’, (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da ‘Nerulo’ per ‘Caesariana’ costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’. Molti scrittori, dietro la lezione sbagliata d’un testo d’Erodoto, vollero porre a Sapri la ‘Scidro’ d’Erodoto (la lez. era ‘Sipron’); ma la stessa situazione e i pochi vestigi antichi (‘le Camerelle’) che non vanno oltre l’epoca imperiale attestano della sua importanza come stazione navale a cui faceva capo il commercio per l’interno. Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Dunque, Oreste Dito (….) scriveva che la fondazione della stazione marittima di Caesariana (così viene indicata sulla tavola Peuntingeriana), in onore di qualche Imperatore (“Cesare”) romano, “non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario Antonino e la tavola Peuntingeriana o teodosiana (sec. IV)“. Nella mia Relazione del 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, quando scrivevo che:  “Il Racioppi (37), sosteneva che “l’antica città di Cesariana, non ancora di sicuro allogata, è da ricercarsi a Rivello, Sapri o Acquafredda.”.. Nella mia nota (37) postillavo che: “(37) Racioppi G., Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1902.”. Nella mia Relazione del 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, quando scrivevo che:  Il Battisti (38), che distingueva ‘Cesernia’ da ‘Cesariana’, ne propendeva per la localizzazione in Sapri.”. Nella mia nota (38) postillavo che: “(38) Battisti Carlo, op. cit.”. Il Battisti (….), che distingueva ‘Cesernia‘ da ‘Cesariana‘, ne propendeva per la localizzazione in Sapri. Battisti Carlo, Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi “, vol. XXXII, Firenze, 1964. Nel 1815, Domenico Romanelli (….), nel suo “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, nel suo vol. I (vedi ristampa a cura di Ferdinando La Greca, dal titolo “Il Cilento, Paestum, e il Picentino”, p. 116), dopo aver detto di “7 – Mendicolco Vicus” ci parla di “8 – Caesariana”. Il Romanelli, fa il punto della sitauzione topografica e dei toponimi presenti in alcuni antichi autori come il Cluverio (…) e l’Olstenio (Holstein), e delle sue “Note all’Italia Antiqua al Cluverio”, ma soprattutto partendo dalle stazioni romane citate nell’Itinerario Antoninino, nell’Anonimo di Ravenna e nella Tabula Peuntingheriana. Il Romanelli a p. 116, in proposito scriveva che: “I soli itinerarj, e le tavole topografiche ci guidano finora nelle ricerche delle città Lucane. Camminiam perciò sull’incertezza, e tra dubbio lume, senza guida di alcuno scrittore, che ce ne insegni i veri nomi, e ci dia, conto di loro esistenza politica. Una di esse fu ‘Caesariana’, che nell’itinerario Antonino da Capua alla Colonna è segnata tra Marcelliana, e Nerulo a miglia 21 dalla prima, che noi abbiam rettificato in 14, perchè oggi se ne contano 12, ed a 33 da Nerulo, perchè oggi se ne contano 28: AD CALOREM IN MARCELLIANA…….M.P. XXV; CAESARIANA……M.P. XXI, leg. XIV; NERULO…..M.P. XXXIII ecc….Questa medesima città nella tavola peuntingeriana è descritta erroneamente col nome di ‘Caserma’ a miglia sette da Blanda, ma l’Olstenio (1) ha fatto ben osservare, che invece di ‘Caserma’ legger si debba ‘Caesariana’: Caserma. Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquiliae ad Casas Caesarianas, pro quibus hic corrupte Caserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea, nam inde XVI sunt mill. pass. ad Lainum fluvium. Eccone l’ordine topografico: CASERMA (leg. Caesariana); BLANDA……M.P. VII; LAVINIUM (leg. Laus)….M.P. XVI; CERILIS ecc….Riponendosi però Blanda a Maratea, se conviene la distanza di miglia 16 sino al fiume Lao, non conviene l’altra di sette sino a Cesariana, e perciò noi abbiamo stimato di aggiungere la cifra X, che forse fu tralasciata, e completare miglia 17, ch’esattamente vi corrispondono, fissandosi Cesariana a Casalnuovo, come saremo per dire. Questa topografia di Cesariana a Casalnuovo poco lontano da Sanza, devesi allo stesso Olstenio (2), da cui si aggiunge in altro luogo: “Caesariana, sive Casae Caesariannae ponendae videntur, ubi nunc” Casalnuovo. Corrispondendo adunque tutte le segnate distanze da Nerulo, da Blanda, e da altri luoghi al sito di Casalnuovo, noi abbiamo tutta la ragione di credere, che qui fosse Cesariana, che dalla via Aquilia veniva attraversata.”. Il Romanelli, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Holsten. in Cluver. pag. 288.”. Il Romanelli, a p. 117, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Id. pag. 293.”. Il Romanelli, parlando dell’Olstenio si riferiva al testo di Luca Holstenio (…) e del suo ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, Roma, pubblicato nel 1666. Dunque, il Romanelli voleva che l’antica stazione Romana di “Ceserma”, segnata nella Tavola di Peuntingherio, fosse da identificarsi con l’odierno Casalnuovo nel Vallo di Diano e vicino a Sanza (SA). E’ vero che nella Tabula Peuntingheriana la stazione romana di Ceserma è segnata vicino al fiume Silaro che dal golfo di Policastro risale verso il Vallo di Diano ma è anche vero che la stazione di Ceserma è segnata abbastanza prossima al mare e proprio in prossimità della baia naturale di Sapri, che anche nella carta è facilmente distinguibile. Sulla Tabula Peuntingheriana, la stazione romana di “Ceserma” è segnata come toponimo “Ceserma VII”. Il Romanelli, citava l’Holsteino (…), a p. 288 e a p. 293. Vediamo l’Olstenio (…), nelle sue “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”, ovvero al testo del 1666 ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, un testo di geografia storica che rivede l’altro testo di Cluverio: “Italia Antiqua”. Infatti, l’Olstenio, a p. 288, in proposito scriveva che: “Lin. 42. ‘Ceserma, &.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquilliae ad Casas Caesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m.p. ad Lainum fl.”

Holstenio, p. 288

Holstenio, su Cesariana, p. 293

Nel VI-VII sec. d.C. (?), l’antica “Ceserma” nell’Anonimo Ravennate

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Anonimo Ravennate (….) che voleva fosse Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, studio redatto per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: L’Antonini (35), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (lib. 4 e 5), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma”, ecc…”. Nella mia nota (35) postillavo che: “(35) Antonini G., La Lucania, parte II, Napoli, 1745, discorso XI, nota 1, p. 430.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce in proposito che: “…e nell’Anonimo di Ravenna chiamasi Ceserma (1), seguitando forse l’antica carta di Peutingero, dove con il medesimo nome vien chiamato”. L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: L’accuratissimo Olstenio (….), vorrebbe che quel Ceserma si leggesse Cesae Caesaris, e che fosse la Cesariana, ubi nume Casalnuovo, ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese de’ più mediterranei della regione.“.  L’Antonini (….), a proposito di Sapri, riferiva che l’Anonimo di Ravenna (….), ragionando dei luoghi posti sul mare, voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma“. Dunque, secondo l’Antonini l’Anonimo di Ravenna o Ravennate nei suoi Libri 4 e 5 della sua “Cosmografia Ravennate” “ragionando dei luoghi posti sul mare”, chedeva che “voleva che Sapri fosse l’antica città romana di “Ceserma”. L’Anonimo di Ravenna, detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di “Cosmografia ravennate”. L’Anonimo di Ravenna (…), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di “Cosmografia ravennate”. Il Porcheron (…), nella trascrizione del testo dell’Anonimo di Ravenna (…), a p. 253, in proposito scriveva che: “II. Itinerum civitas Columpna Regia, Arciades, Tauriana, Vibona Valentia, Tenna, Tempsa, Clampetia (c) Ercules, Cerillis, Lanimunium, Blandas, Cesernia, (d) Veneris, (e) Boxonia, ecc…”. Il Porcheron, a p. 253 nella sua nota (d) postillava: “(d. Sive lucus, sive templum aut quid aliut fuerit, nemo nos docet, hunc enim locum ceteri omnes neghexere.” e, nella nota (e) postillava che si trattava di Buxentum. 

Pocheron, p. 253

Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Dunque, Oreste Dito cita l’Anonimo di Ravenna (…), in cui viene citata “Cesernia”. Oreste Dito scriveva che: “nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Il geografo di Ravenna. Da Wikipedia leggiamo che il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.; numerosi sono i punti in comune con la Tavola Peutingeriana o Peuntingheriana. La Cosmografia ravennate è una lista di luoghi e città del VII secolo d.C., che presenta il mondo allora conosciuto. Prende il suo nome dalla città italiana di Ravenna, dove il testo fu realizzato da un autore anonimo. Consiste in una sequenza di toponimi che vanno dall’India fino all’Irlanda. Il testo lascia supporre che probabilmente l’autore ha frequentemente usato delle mappe come fonti. Sebbene graficamente si presenti come una mappa, è in realtà una metodica elencazione di località, tratte dalla mappa. Le tre copie manoscritte distano dall’originale tre o quattro generazioni. Di conseguenza le copie sono affette da errori di ortografia, divisioni di parole ed errori di trascrizione che sembrano provenire da una cattiva interpretazione di una dettatura. Le variazioni tra i testi non sono limitate ai nomi delle località, ma ci sono variazioni significative nei commenti. Da questo si può dedurre che gran parte degli errori sono attribuibili ai copisti. I cinque libri che compongono l’opera sono stati pubblicati per la prima volta a Parigi da dom Porcheron con il titolo: “Anonymi Ravennatis de geographia libri V” nel 1688. Sono stati pubblicati di nuovo a Parigi con notevoli miglioramenti da A. Jacobs nel 1858 e a Berlino da Parthey nel 1860. L’edizione critica più recente dei tre manoscritti è quella di Joseph Schnetz, Itineraria Romana, vol. II: Ravennatis Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, 1942 (ristampa 1990), B. G. Teubner, Stuttgart. Tradizione del testo: Fra i tre manoscritti che formano la tradizione diretta della Cosmographia dell”Anonimo Ravennate, il ms. Città del Vat., Biblioteca Apostolica Vaticana, Urb. Lat. 961 e il ms. Basel, Universitätsbibliothek, F V 6 danno luogo a un ramo, il ms. Paris, Bibliothèque Nationale, lat. 4794 a un altro; il testo si fonderà sul Vaticano e sul Parigino, dal momento che il Basiliense, restituendo usi tradizionali del latino estranei all”epoca dell”autore (sec. VIIIin ), non è affidabile. È necessaria l”integrazione con i geografi che si sono serviti della Cosmographia, particolarmente Guidone Pisano, il quale nelle Historiae variae si serve di un codice perduto della Cosmographia che conteneva una redazione più completa e corretta (sei i mss. di Guidone, più due testimoni secondari); poi Riccobaldo da Ferrara (De locis orbis) e l”anonimo pisano autore del Liber de existencia riveriarium et forma maris nostri Mediterranei. I problemi critici principali sono la corretta ortografia e identificazione degli oltre cinquemila toponimi della Cosmographia. (da Te.Tra. I, scheda a cura di Annapaola Mosca). Bibliografia filologica: Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, ed. J. Schnetz, Stutgardiae 19902 (prima ed., Lipsiae 1940), pp. 1-110 (Itineraria Romana, II); Ravennatis anonymi cosmographia et Guidonis geographica, edd. M. Pinder – G. Parthey, Berolini 1860 (rist. Aalen 1962); J. SCHNETZ, Untersuchungen über die Quellen der Kosmographie des anonymen Geographen von Ravenna, München 1942 (Sitzungsberichte der Bayerischen Akademie der Wissenschaften, Phil.-hist. Abt., 1942, n. 6). Dunque, come ho già scritto, nel 1688, i cinque libri che compongono l’opera sono stati pubblicati per la prima volta a Parigi da dom Porcheron con il titolo: “Anonymi Ravennatis de geographia libri V”.

Nel VII sec. d.C., Blanda e Ceserma nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate

Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

Guido da Pisa, nella sua “Geographica” parla di Blanda

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Etc…”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Da Wikipedia leggiamo che Guido da Pisa (Pisa, … – XII secolo) è stato un geografo italiano. Diverse fonti citano un Guido compilatore di testi storici e geografici. Nella raccolta che costituisce il codice Vaticanus latinus 11.564 della Biblioteca apostolica Vaticana, egli unì le Chronica maiora di Isidoro di Siviglia con le Historiae adversus paganos di Paolo Orosio, aggiungendo (c. 184 recto) la notizia di un terremoto avvenuto a Pisa nel 1117. Un’altra compilazione, contenuta nel codice Egerton 818 della British Library di Londra, comprende le Collectanea rerum memorabilium di Gaio Giulio Solino e il De septem miraculis mundi del venerabile Beda, e si conclude con sei esametri nei quali Guido si presenta come autore della raccolta: «Me Guido collegit studiose» (c. 52 recto). L’opera più nota di Guido è la Geographica, in quattro libri: il primo libro, composto da brani tratti dalla Cosmographia dell’Anonimo ravennate, dall’Historia Longobardorum di Paolo Diacono e dalle Collectanea di Solino, descrive i territori dei quali si componeva l’Impero romano; il secondo libro descrive brevemente l’antica società romana, seguendo le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, il terzo tratta della geografia, seguendo ancora l’Anonimo ravennate, e il quarto libro descrive la guerra di Troia secondo il De excidio Troiae historia di Darete Frigio e le gesta di Alessandro Magno dello Pseudo-Callistene. Il nome dell’autore è presente sia nel prologo – «ego Guido inductus pro scientia mea» – che alla fine dell’opera – «Ex quibus haec Guido documenta decora reliquit» – menzionando anche l’anno in cui fu scritta l’opera: «anno ab incarnatione eius millesimo centesimo XIX». L’opera è contenuta nel codice Bruxellensis 3897-3919 della Bibliothèque Royale di Bruxelles; parzialmente nel Florentinus Riccardianus 881, nel Mediolanensis Ambrosianus R 114, nel Romanus Sessorianus 286 della Biblioteca nazionale di Roma, e nel Caesareus CCCXXXIII, Endlicheri 3.190 di Vienna.

Ville e possedimenti imperiali

Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. Nella mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, nella nota (42) postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n. 8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288-289-290, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Cicerone, nella sua seconda ‘actio’ contro Verre, ricorda che, per trovarsi a Roma, come richiedeva la procedura, il giorno della trattazione della causa, dové esporsi ad un viaggio per mare pieno di pericoli, da Vibone a Velia (2). In un altro passo Cicerone afferma di aver visto con i suoi occhi, all’ancora del porto di Velia (p. 34), la splendida nave, su cui Verre si era imbarcato, non senza avervi prima caricato una parte, la più preziosa della refurtiva (3).”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, II, 40, 99: “……………..”…Cfr. C.F. Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. XI (1941), p. 18 seg.. Nel passo riferito di Cicerone vi era un allusione al ‘Thempsanum incommodum’, di cui si è fatto cenno (p. 188).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, V, 17, 44 etc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. Etc…Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, etc…”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc…e tre lapidi, etc…”. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Il La Greca (…), a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. La mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Vi sono ville d’epoca romana a Policastro ?. Che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi non è da ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum.

Nel IV sec. d.C., la villa in Lucania (a Molpa o a Bussento ?) dove si ritirarono gli Imperatori Massimiano Erculeo o Erculio e Massenzio

In alcuni scrittori locali leggo che le strutture murarie d’epoca romana che oggi ancora si possono ammirare in località S. Croce a Sapri dovevano essere una grande villa appartenuta all’Imperatore Massimiano Erculeo. Felice Cesarino (…), nel suo saggio “La residenza di un personaggio eccellente – La villa romana di Sapri”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 1, anno 2010, a p. 10 in proposito scriveva che: “Alcuni storici (Eutropio, Zosimo e Orosio) riferiscono che l’Imperatore Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, dopo aver abdicato nel 305 d.C. si era ritirato in Lucania, in una località imprecisata. Emilio Magaldi, in “Lucania Romana”, sostiene che il toponimo ‘Caesariana’ (da taluni identificata con Sapri) farebbe appunto pensare ad un possedimento imperiale in questa regione. Ecc..”. Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi.  Infatti, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 281-282, in proposito scriveva che: “Prima di chiudere la rassegna dobbiamo ricordare Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, che, abdicato con lui nel 305, si ritirò in Lucania, dove possedeva una villa (p. 64). E da questa villa egli scappò a Roma, all’annunzio che suo figlio Massenzio era stato gridato imperatore dai pretoriani (27 o 28 ottobre del 306)(9).”. Il Magaldi, a p. 281, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. Eutropio, IX, 27, 2: ‘Tanem uterque uno die privato habitu imperii insigne mutavit, Nicomediae Diocletianus, Herculius Mediolani……Concesserunt tamen Salonas unus, alter in Lucaniam; Zonara, XII, 32: …………………….Suida (Adler), s.v. ……………: “………………..”; Eutropio, X. 2.3: “Romae interea praetoriani excito tumultu Maxentium etc….”; Orosio, VII, 28, 5: ‘praetoriani milites etc….’; Zosimo, II, 10:…..’………..’, Cfr. SEECK, op. cit. di qui a poco, I^, p. 84.”. Il Magaldi, a p. 281, citava p. 64. Infatti il Magaldi a p. 64, in proposito scriveva che: “Anche l’imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (3). La villa in parola secondo uno degli autori antichi si sarebbe trovata in Campania (4), secondo i più di essi in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (5). Fra la Campania e la Lucania le maggiori probabilità sono per la Lucania perchè, come osserva il SEECK, se la Campania, celebre per le sue ville, potè facilmente sostituirsi nella tradizione alla Lucania, il contrario non è ammissibile (6). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, che la villa imperiale si trovava a Molpa (p. 31)(7) non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichipossedimenti in Lucania. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “A 9 km. oltre il fiume Bussento, nel posto dove oggi è Sapri, si vuole da alcuni allogare ‘Scidrus’, che da altri si colloca a Papasidero, oppure la stazione ‘Cesernia’ della strada litorale ionica (1). Continuando a scendere lungo la costa, si oltrepassa Maratea e si raggiunge la foce del Noce che, prima di sboccare, lasciava a sinistra ‘Blanda’. Poco dopo l’isoletta Dino, ricca di grotte, fronteggia da vicino la costiera. Proseguendo si incontra, poco dopo, Scalea, che sembra fosse il porto di Lao (2). Ecc..”. Il Magaldi, a p. 37, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste identificazioni topografiche si riparlerà nel c. VIII.”. Dunque, il Magaldi ci parla di Sapri cap. VII che si trova nel suo vol. II della sua “Lucania Romana”. Il Magaldi, a p. 37, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Nissen, o. c., II, p. 898.”. Riguardo l’opera del Nisse citato dal Magaldi si tratta di Heinrich. Nissen (…).  Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Mario Napoli (…), riguardo il Nissen ripete la stessa postilla e nota. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La villa è collocata in Campania da LATTANZIO, de mort. persecut., 26, 7. La collocano invece in Lucania Zosimo, II, 10, ZONARA, XII, 32, EUTROPIO, IX, 27, 2, e X, 2, 3 (riportati in seguito).”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. HONINGMANN, cit., col. 1559. Così pure il commendatore Lattanzio, l. c., nell’edizione del Migne”. Il Magaldi, riguardo la postilla del Lattanzio (…) si riferiva all’opera “De mortibus percecutorum”. De mortibus persecutorum (dal latino, «Le morti dei persecutori») è un trattato in lingua latina attribuito allo scrittore cristiano Lattanzio (….). Composto negli anni immediatamente seguenti all’Editto di Milano, il trattato aveva lo scopo morale di istruire i cristiani su quale fosse la sorte che spettava ai nemici di Dio. Esso narra, con uno stile scorrevole e a tratti molto crudo e vivace, la vita, le sofferenze e la fine tragica di tutti i persecutori del cristianesimo, da Nerone fino a Massimino Daia. L’opera si articola in oltre cinquanta capitoli, i più ricchi dei quali sono quelli dedicati ai tetrarchi e ai loro successori. L’attribuzione del De mortibus persecutorum è stata anche oggetto di dibattito: lo scritto infatti, per il gusto del macabro di molte scene e lo stile ardente e diretto si differenzia dalle altre opere di Lattanzio in cui prevale invece un’eloquenza molto più pacata. Secondo Arnaldo Momigliano l’autore del De mortibus persecutorum è forse l’unico scrittore cristiano dell’epoca che si diffonda su eventi sociali e politici e lo fa con uno spirito conservatore e senatoriale che deve risultare imbarazzante per coloro che identificano i cristiani con l’amore per gli strati sociali più poveri e deboli. Il Migne (….) pubblicò il testo attribuito al Lattanzio. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. I^, p. 84 e Anhang^4, p. 485”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Cfr. CORCIA, o. c., III, p. 58 seg.”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. I^, p. 84 e Anhang^4, p. 485”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Cfr. CORCIA, o. c., III, p. 58 seg.”. Riguardo la postilla del Corcia (…), si tratta di Nicola Corcia (….). Già Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano) ed in proposito scriveva che: “Da così nota antichità la città si mantenne insino ai tempi Romani. E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Nicola Corcia (…), a p. 58 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789”, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Eutropio, IX, 27”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Su Eutropio leggiamo da Wikipedia che egli era probabilmente di origine italica (così è citato nella Suda). Ricoprì in due riprese importanti cariche pubbliche sotto vari imperatori. Professava il paganesimo. Prese parte alla campagna sasanide dell’imperatore Giuliano nel 363. Successivamente ricoprì incarichi di estrema importanza a Costantinopoli, al servizio dell’imperatore Valente (364–378), di cui fu segretario e storico (magister memoriae) e su richiesta del quale scrisse il Breviarium ab Urbe condita (“Breviario dalla fondazione di Roma”). Nel 371/372 fu proconsole (governatore) della provincia d’Asia; restaurò alcune costruzioni di Magnesia al Meandro, e fu accusato di tradimento dal suo successore Festo, ma assolto. Sotto Teodosio I fu prefetto del pretorio dell’Illirico nel 380-381, e nel 387 fu console posterior. Un altro storico, Giorgio Codino, nel suo De originibus Constantinopolitanis (“Sulle origini di Costantinopoli”), afferma che Eutropio fu segretario di Costantino I, ma non è chiaro se si tratta della stessa persona. Morì dopo il 387. Il Breviarium ab urbe condita, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. L’attenzione dell’autore è concentrata più agli avvenimenti di politica estera, alle campagne e alle guerre di conquista, che alla politica interna. Gli ultimi quattro libri, dedicati alle vicende imperiali, offrono, però, interessanti ritratti dei sovrani. Le fonti utilizzate da Eutropio sono varie: da Tito Livio e Svetonio, fino a cronache a noi non pervenute, come ad esempio la famigerata e dibattuta Enmannsche Kaisergeschichte e ai ricordi personali dell’autore. Nicola Corcia, riguardo le notizie storiche sulla città della Molpa citava lo scrittore antico Eutropio le cui notizie probabilmente si era ispirato un chronicon medioevale detto “Cronaca di S. Mercurio” che veniva citato più volte dall’Antonini.  Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel XI secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: Intorno al IV sec. d.C. la zona era ancora frequentata, infatti, recentemente, è stata rinvenuta in località S. Croce una moneta coniata tra il 293 e il 297 d.C., dell’Imperatore romano Massimiano Erculio. Orosio, riferisce che l’imperatore dopo aver abdicato nel 305, si ritirò nella sua villa in Lucania, ove un anno dopo, il figlio Massenzio ricevè la notizia della sua acclamazione ad imperatore. L’Honingman, collocava la villa imperiale tra le due regioni. Sapri è l’unica testimonianza in Campania e Basilicata di villa di lusso costiera del tardo impero.”. Dunque, nel mio studio citavo lo scrittore antico Orosio e Honingman. Riprendendo la postilla di Nicola Corcia (…), sull’Antonini e la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, in proposito scriveva che: “Ebbe questa picciola Città l’onore di essere stata scelta dall’Imperador Massimiano Erculeo, padre di Massenzio per luogo di riposo, di quiete e di ozio, dopo che rinunziato l’Impero, doveva (2) vivere a se stesso: E quì stavasene, allora che i soldati Pretoriani elessero Imperadore suo figlio: “Costantino in Galliis strenuissime Remp. procurante, Praetoriani milites Romae Maxentium filium Erculii, qui privatus in Lucania morabatur, Augustum nuncupaverunt”, dice Orosio nel lib. 7 ed Eutropio avealo più distintamente scritto nel cap. 2. del lib. 10: “Romae interea Praetoriani, excitato tumultu, Maxentium Herculii filium, qui haud procul ab Urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem erectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Romam advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat, in agris amoenissimis consenescens.”. Dunque, l’Antonini scriveva che Orosio nel suo Libro 7 ed Eutropio nel cap. 2 del Libro 10 scrivevano che: “Nel frattempo a Roma i Pretoriani, avendo fatto tumulto, chiamarono Augusto, figlio di Massenzio, figlio di Ercole, che abitava non lontano dalla città in una villa pubblica. Per mezzo di questo messaggero Massimiano Erculio, eretto nella speranza di riconquistare l’alta posizione, che a malincuore aveva perduto, volò a Roma dalla Lucania, che aveva scelto come residenza privata;”. Antonini continuando il suo racconto scriveva ancora che: “Zosimo nel lib. 2 quasi con le parole stesse il fatto ci narra: “His intellectis (tradotto) Maximinianus Erculius pro filio Maxentio, non abs re follecitus, Lucania relicta, in qua morabatur, Ravennam (in questo solo discorda) contendit.”. La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), citato da Nicola Corcia, a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, dopo aver detto degli Imperatori Massimiliano Erculeo e di suo figlio Massenzio alla Molpa, citava un brano tratto dalla “Cronaca di S. Mercurio” dove si parlava dell’Imperatore Libio Severo a Bussento e scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. Dunque, l’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”. Ecco ciò che scriveva il Gaetani sul passo del Cronicon di S. Mercurio e sulle tesi dell’Antonini. Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio”, citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il Cammarano (…), a p. 15, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1° e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva  che: E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano e suo figlio Massenzio. Ecc…”. Dunque, secondo il Cammarano, a Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano Erculeo e suo figlio Massenzio. Secondo Orosio, l’Imperatore romano Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato, nell’anno 305 d.C. (IV sec. d.C.) si ritirò nella sua villa in Lucania e, un anno dopo, nel 306 d.C., suo figlio Massenzio ricevette la notizia della sua acclamazione ad Imperatore dell’Impero. Marco Aurelio Valerio Massenzio (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maxentius; 278 – Roma, 28 ottobre 312) è stato un imperatore romano autoproclamato, che governò l’Italia e l’Africa tra il 306 e il 312; ebbe il riconoscimento del Senato romano ma non quello degli augusti Galerio e Severo (da lui fatto uccidere), che riconosceranno Costantino mentre Massenzio l’otterrà anche tramite la forza militare, per cui è considerato da molti un usurpatore. Figlio dell’imperatore Massimiano, coregnante di Diocleziano, e di Eutropia. Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, padre dell’Imperatore Massenzio è noto più semplicemente come Massimiano (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maximianus Herculius; Sirmio, 250 circa – Massilia, luglio 310), è stato cesare privo di tribunicia potestas (dal luglio 285) e poi augusto (dal 1º aprile 286 al 1º maggio 305) dell’Impero romano. Condivise quest’ultimo titolo con il suo amico, co-imperatore e superiore Diocleziano, le cui arti politiche erano complementari alle capacità militari di Massimiano. Stabilì la propria capitale a Milano, ma passò gran parte del proprio tempo impegnato in campagne militari. Riguardo il suo ritiro su wikipedia leggiamo che: Il 1º maggio 305, in cerimonie separate a Mediolanum e Nicomedia, Diocleziano e Massimiano lasciarono il potere contemporaneamente; la successione, però, non andò esattamente come Massimiano aveva sperato, in quanto, forse per l’influenza di Galerio, i nuovi cesari furono Severo e Massimino, con l’esclusione dunque di Massenzio. Entrambi i nuovi cesari avevano delle lunghe carriere militari ed erano vicini a Galerio: Massimino era suo nipote e Severo un suo vecchio collega nell’esercito. Massimiano rimase subito contrariato dalla nuova tetrarchia, che vide Galerio assumere la posizione dominante già ricoperta da Diocleziano; sebbene Massimiano avesse diretto la cerimonia che aveva proclamato cesare Severo, in due anni l’augusto ritirato era divenuto talmente insoddisfatto da sostenere la ribellione del figlio Massenzio contro il nuovo regime. Diocleziano si ritirò nel suo nuovo palazzo costruito vicino a Salona, nella sua terra natale, la Dalmazia; Massimiano scelse invece delle ville in Campania o Lucania, dove visse una vita di agi e lussi (125). Sebbene lontani dai centri politici dell’impero, Diocleziano e Massimiano rimasero in contatto regolare tra loro. Nella nota (125) si postillava che: Barnes, Constantine and Eusebius, p. 27; Southern, p. 152.”. Alcune notizie storiche che riguardano i due Imperatori Romani, Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio rientrano nelle notizie storiche che riguardano l’antica città scomparsa della “Molpa”, città di fondazione greca e poi Romana. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,……….Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:

  • il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
  • il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi.

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. L’Antonini non scrive solo della fondazione dell’antica città scomparsa di “Amalphi” ma aggiunge anche le notizie sulle frequentissime incursioni dei Goti. Ma non è questo il passo dell’Antonini che ci parla dei due Imperatori romani. Lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Ecc…”. Dunque, Matteo Camera, sulla fondazione dell’antica città di Amalfi citava l’Antonini che a sua volta citava il libro IV, capitolo IX di Orosio (….). In verità devo precisare che l’Antonini cita Orosio ma quando parlando di Molpa ci parla di alcuni naufragi di alcune flotte Romane. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo,……Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Ecc..”. Dunque, secondo il Cantalupo (…), fu Eutropio nel libro IX, cap. 27 che nell’anno 305 d.C. a Molpa si fosse ritirato l’Imperatore Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato al collega Diocleziano. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”.

Nel 2014, è apparso a stampa lo studio “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, di Antonio Scarfone (….), sulla scorta di Werner Johannowsky (….) scriveva in proposito: Inoltre, lo storico ed apologeta romano Paolo Orosio nonché altri cronisti del IV secolo d.C. riferiscono che lo stesso imperatore romano Massimiano, lasciando il potere nel 305, scelse successivamente di ritirarsi in una villa ubicata in Lucania nella quale egli visse un periodo di agi e lussi mantenendo comunque sempre un costante contatto con l’amico e collega Diocleziano, sebbene lontano dal centro politico dell’impero (BARNES, 1981). Tra i maggiori autori antichi, il famoso scrittore Lattanzio, localizza invece la villa sopra menzionata in Campania mentre altri scrittori meno importanti come Eutropio e Zosimo ne confermano l’ubicazione in Lucania (CORCIA, 1845). (12)”.

Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro,……Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato. L’attribuzione, “contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, non ha il sostegno di alcuna citazione classica” (E. Magaldi, Lucania romana, I, Roma, Istituto di Studi Romani, 1947, p. 64 e p. 281); anzi le fonti antiche, che parlano di “agri amoenissimi” (Eutropio, X, 2, 3) e che per giunta son tra loro discordi nell’attribuire la villa alla Campania o alla Lucania, fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione (cfr. V. Bracco, Salerno romana, Salerno, Palladio, 1979, p. 121). “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); etc…”. Dunque, Bracco scriveva che Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato.”. Bracco aggiungeva pure che, le fonti antiche (forse si riferiva ad Eutropio) dicevano che la villa di Massimiano Erculio fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione.”. Vittorio Bracco (….), nel suo “Salerno Romana”, a p. 121 in proposito scriveva che: “In luogo prossimo, sui passi percorsi in altre età da Plozio Planco, che fuggiva ai triumviri (300), o dal Bruttio Presente che, amico di Plinio minore, si beava de suoi ozi campani e lucani (301), aveva fondato o acquistato una sua villa Massimiano Erculio, la quale partecipava della natura delle sue regioni (302)……Passando dopo molti anni, il viaggiatore non poteva non accorgersi di alcune ruvide colonne militari, che scandivano il percorso della via Annia dalle porte di Salerno e lo seguivano fin dentro il Campo Atina fra i monti lucani; quei cippi (304) ripetevano tutti un nome fra gli altri, M. Aurelio Massimiano Erculio, il rude Augusto a cui obbedì l’Italia, finito di morte imposta da Costantino, che poco dopo ringuainava la spada, vincitore agevole nel segno celeste (305) sul vulnerabile Massenzio, a ponte Milvio. Forse era proprio questo, il tracciato secolare che si lasciava il mare alle spalle, il cammino che, riparato per decisione sovrana di cui si toccava ancora il beneficio, irrorava le terre in mezzo alle quali sorgeva l’augusta tenuta abbandonata.”. Bracco, a p. 215, nella nota (302) postillava: “(302) E’ ipotesi moderna, derivante dal fatto che qualche autore cita la villa come situata in Campania, altri in Lucania (cfr. A. Magaldi, Lucania romana, cit., I, cit., p. 64; cfr. pure p. 281).”. Bracco, a p. 215, nella nota (303) postillava: “(303) Ecco il passo di Eutropio (X, 2, 3): Romae interea pretoriani excito tumultu Maxentium, Herculi filium, qui haud procul ab urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem arrectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Roman advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat in agris amoenissimis consenescens….”.

Nel IV sec. d.C., Macrobio nei suoi “Saturnali” cita lo scrittore antico “Pestano” cittadino di Vibone

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 428, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di ‘Vibone’ scriveva che: Fu cittadino di ‘Vibone’, Pestano, antico scrittore, di cui ‘Macrobio’ nè ‘Saturnali’ al lib. 6 fa menzione. Verisimilmente il porto dè Vibonesi doveva esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi ed antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che Macrobio (…), nella sua opera “Saturnali” (libro 6) citava lo scrittore antico “Pestano” che fu cittadino di Vibone. Antonini non dice nulla di più. E’ una notizia interessante che dobbiamo ulteriormente indagare. Su questo cittadino di “Vibone” detto “Pestano” e citato dall’Antonini ha scritto Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, a pp. 313-314-315, vol II, in proposito scriveva che: “Ne’ Quinternioni ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai ‘Vibonati’ secondo si vuole appellare da ‘Giuseppe Antonini’, e che in latino detta si fosse nell’antichità ‘Vibo ad Sicam’, o ‘Siccam’, da un’unisoletta, che le sta all’incontro poche miglia all’oriente di ‘Maratea’, anche addì nostri chiamata ‘Sicca’ a differenza di ‘Vibo Valentia’, ch’è ‘Monteleone’, detto già ‘Ipponium’, o ‘Hypponium’ (1). ‘Pasquale Magnoni’ (2), e l’eruditissimo ab. D. Francescantonio Soria’ (3) rilevarono però questa svista dell’Antonini, poichè siccome per passo di ‘Cicerone’ (4), che prima della correzione ‘Granoviana’ corrottamente leggeasi in ‘Macrobio’ (5), il dotto ‘Barrio’ (6) dè golfi ‘Pestano’, e ‘Vibonese’ coniò uno scrittore col nome di ‘Pestanus Vibonensis’, che poi fu seguito da tutti gli altri scrittori ‘Calabresi’, a segno, che il P. Amato (7) avvisò che questo personificato golfo fosse stato poeta, oratore, ed anche filosofo per aver scritto un trattato ‘de ventis’ (8), per cui con molta lepidezza il suddivisato ‘Soria’ gli dice che ecc..ecc…”. Insomma, il Soria dà torto all’Antonini. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Magnoni, letera critica al Barone Antonini, p. 22”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, nel vol. LXXV, del Giornale Letterati di Napoli “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ciceron. Ad Atticum, l. 16, epist. 6”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Macrobio, Saturnali, lib. 6, cap. 4 “.  Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barrio, De antiquit. de situ Calabrie, lib. 2, cap. 12 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Amato nella sua ‘Pantopologia Calabra’ “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Si legga la lettera del mio dotto amico D. Michelangelo Macrì nel vol. LIX, del citato Giornale dei Letterati di Napoli “

giustiniani, p. 313

giustiniani, su vibonati, 314

(Figg…) Lorenzo Giustiniani (…), su ‘Bonati’, vol. II, pp. 313-314-315

Macrobio visse nel IV secolo d.C.., ma, lo scrittore antico che l’Antonini chiama “Pestano” non si è capito chi fosse. Vediamo ora il Libro 6 dei ‘Saturnali’ dove l’Antonini scrive che Macrobio lo cita. Ambrogio Teodosio Macrobio (in latino: Ambrosius Theodosius Macrobius; 385 circa – 430 circa) è stato uno scrittore, grammatico e funzionario romano del V secolo. Studioso anche di astronomia, sostenne la teoria geocentrica. I Saturnalia, la sua opera principale, sono un dialogo erudito che si svolge in tre giornate, raccontate in sette libri, in occasione delle feste in onore del dio Saturno. L’opera ha un carattere enciclopedico ed è centrata principalmente sulla figura di Virgilio, anche se i suoi contenuti spaziano dalla religione alla letteratura e alla storia fino alle scienze naturali. Macrobio contribuì significativamente all’esegesi dell’Eneide e dell’opera di Virgilio più in generale; inoltre è grazie a lui se ci sono pervenuti frammenti di vari autori famosi, tra i quali spiccano Ennio e Sallustio, e se si è mantenuto il ricordo di poeti meno conosciuti come Egnazio e Sueio. Gli argomenti sono molto vari: dal nome e dall’origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. È questa la parte più ampia e la più sentita (libro III-VI). Si discorre di passi difficili e controversi, della superiorità rispetto ad Omero dei rapporti fra Eneide e poesia latina arcaica ecc. e si conclude con discussioni sugli insulti e su risposte a vari quesiti quale il famoso: è nato prima l’uovo o la gallina? (Ovumne prius fuerit an gallina?) (libro VII però incompleto). Assai raramente Macrobio accenna alle proprie fonti immediate, tra le quali furono senza dubbio Aulo Gellio e Plutarco, forse Varrone. Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio vorrei citare una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasiò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Tuttavia, se la notizia e la citazione del Tancredi è veritiera è la riprova che nei ‘Saturnalia’ Macrobio raccontava anche dell’antichissima città di “Pixunte” che gli storici dicono essere fondata da Micito di Reggio e, quindi la citazione dell’Antonini può essere corretta.

SAPRI NEI SECOLI BUI DEL MEDIOEVO

Le ampie paludi e la piaga della malaria su tutta la fascia costiera del Cilento e del Vallo di Diano

Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a p. 44 e ssg., in proposito scriveva che: “Un’altro triste primato che la Lucania vanta fra le regioni della penisola Italiana è quello della malaria, la quale oggi fortunatamente  è in via di regressione, per il vivo impulso dato alla bonifica e per altre provvidenze. E’ ormai genericamente riconosciuto che l’infezione della malaria, che ebbe nel Medio Evo la massima virulenza, si manifestò e mietè vittime già in epoca antica (4). Una prova di ciò si può vedere nel culto di ‘Mefitis’, che è attestato per la lucania da quattro iscrizioni provenienti da Potenza, e da una di Grumento (1). (p. 47) Altra zona della Lucania interna molestata dalla malaria, nell’antichità fu il Vallo di Diano, nel quale si resero necessari, come si disse (p. 28), lavori di bonifica (2). Se la malaria riuscì ad attecchire nell’interno  della regione, è superfluo rilevare i tristi effetti che essa ebbe nella zona litoranea, quella ionica. Combattuta e contenuta all’epoca in cui le città magno-greche erano nel massimo fiore, dilagò ed ebbe il sopravvento nell’età di Augusto, e da allora infierì sempre più, sì da rendere quelle contrade, una volta floride, deserte.”. Il Magaldi, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla malaria nell’Italia antica ricordo, oltre il Nissen, o. c., I, p. 396 segg., P. Fraccaro, La malaria e la storia degli antichi popoli classici, in “Atene e Roma”, a. XXII (1919), p. 57 segg.; N. Toscanelli, La malaria nell’antichità e la fine degli Etruschi, Milano, 1927.”. Il Magaldi, a p. 47, nella nota (2) postillava: “(2)Cfr. C.I.L., X, 284 da Cosilino e C.I.L., X, 330 da Atina, di cui si dirà nel cap. VII.”

Dal ‘440 al ‘460 d.C. (V sec. d.C.), i  Vandali d’Africa di Genserico

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (….). Genserico (o Gaiserico o Gianserico; Saline, circa 390 – Cartagine, 25 gennaio 477) è stato re dei Vandali e degli Alani (428 – 477), prima nella penisola iberica e poi in Africa. Fu una delle figure chiave dell’ultimo e tumultuoso periodo di vita dell’Impero romano d’Occidente (V secolo). Condusse i Vandali, gli Alani e una parte di Visigoti sbandati dalla penisola iberica al Nordafrica, fondando un regno che in pochi anni trasformò un “insignificante” popolo germanico in una delle maggiori potenze mediterranee; nel 455 guidò i Vandali nel Sacco di Roma. Genserico rimase signore incontrastato del Mediterraneo occidentale fino alla sua morte, regnando dallo stretto di Gibilterra alla Tripolitania. Morì il 25 gennaio del 477, all’età di 87 anni (77 secondo alcune fonti), a Cartagine. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, in proposito scriveva che: “Danni ben peggiori subirono invece le coste dell’Italia meridionale ad opera dei Vandali di Genserico: impadrotisi di Cartagine e saldamente piantati sulle coste africane dall’Atlantico alla Cirenaica, spedirono, a partire dal 439, numerose ed agguerrite flotte contro le isole ed i litorali italiani, prendendo particolarmente di mira la Sicilia, il Bruzio, la Lucania e la Campania. Un pericoloso assalto portato proprio alle coste della Campania nel 457 fu respinto dall’imperatore Maggiorano, che nel 460 riuscì anche a comporre una pace con Genserico. Ecc..”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Se il Cilento allora risultò salvo da quei saccheggi, fu invece investito alcuni decenni più tardi dalle scorrerie dei Vandali di Genserico che si erano stanziati sulle coste dell’Africa. Da qui, via mare, a partire dal 439, essi assalirono le coste della Sicilia, della Calabria e della Lucania, provocando la quasi totale scomparsa dei piccoli insediamenti costieri e la dispersione di gran parte degli abitanti, molti dei quali, catturati fiirono venduti come schiavi. Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “5. Invasioni barbariche e distruzioni: Vandali, Visigoti, Longobardi”, a p. 17 in proposito scriveva che: “Nel 440 ‘Genserico’, re dei Vandali, avrebbe di nuovo distrutto Buxentum. Questa volta la notizia non può venire accettata. Genserico prese nel 439 la città di Cartagine, poi s’imbarcò verso Lilibeo (l’odierna Marsala) e quella volta non mise più piede nell’Isola Meridionale, fino al 455. Se in base alle date di nostra conoscenza possiamo escludere la distruzione di Buxentum dai Vandali nel 440 (29) e riteniamo poco probabile la distruzione da parte dei Visigoti di Alarico, non possiamo con altrettanta sicurezza ragionare sulla presunta distruzione da parte dei ‘Longobardi di Alboino’ fra il 40 e il 650 . La data non coincide affatto, perchè Alboino morì verso il 572. Il re in questione potrebb’essere ‘Rotari’, ma poco importa perchè nessuno dei re Longobardi esercitava un reale potere nel beneventano.”. Il Tancredi, a p. 17, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Ghisleri Arcangelo, op. cit., Tav. III, p. 14.”. Il Tancredi si riferiva all’opera di Arcangelo Ghisleri (…), Testo-Atlante di Geografia Storica, Medio Evo, Arti Grafiche Bergamo, 1952, tav. III, p. 14.  Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). L’antica città etrusca di Marcina, presso Salerno, fu distrutta (3), il tratto costiero fra il Sele ed il Golfo di Policastro subì frequenti sbarchi, che provocarono, oltre alla scomparsa di numerosi centri abitati minori, la disperazione di gran numero degli abitanti, che in parte si rifugiarono all’interno del territorio, in parte subirono il destino di essere venduti come schiavi di Africa. Stante la scarsità delle fonti non è possibile determinare con esattezza i danni prodotti dalle incursioni vandaliche sulle nostre aree litoranee; sembra però che gli insediamenti urbani protetti da validi circuiti di mura abbiano allora evitato la distruzione, per cui, al pari di Salerno, anche Velia, Molpe (4) e Bussento uscirono pressocchè indenni da quella generale rovina ecc….”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ROMANO / SOLMI, Le dominazioni barbariche etc…, cit. p. 90.”. Il Cantalupo citava il testo di Romano G. e Solmi A. (….), Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888), ed. Vallardi, Milano, 1940. I due studiosi Romano G. e Solmi A., nel loro Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888), nel 1940, riferendosi agli anni successivi al 442 così scrivevano a p. 90: “Padroni di Cartagine, dominarono sulle coste dell’Africa dall’Atlantico alla Cirenaica, ed allestirono flotte numerose ed agguerrite, con cui sparsero il terrore del loro nome per tutto il Mediterraneo e ne assoggettarono le isole. E l’Italia, come era da aspettarsi, fu il paese che più ebbe a sofrirne. Gli assalti contro la Sicilia, l’assedio di Palermo, i frequenti sbarchi sulla Lucania, che avvennero negli anni successivi, furono gli effetti immediati della nuova potenza sorta sulla costa africana.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (3) postillava che: “(3) MARCINA è da identificarsi con Vietri sul Mare, piuttosto che con l’abitato etrusco-campano messo in luce dagli scavi archeologici presso Fratte di Salerno, nel quale va riconosciuta IRNA (in evidente relazione con il fiume Irno che ivi scorre), a cui sono da iferirsi le monete con l’iscrizione YRINA, comunemente attribuite a Nola (v. V. Panebianco, in la Parola del Passato, CVIII-CX (1966), pp. 245 sgg). Sulla distruzione di Marcina vedi CASSIODORO, Chronica, II, 156”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Su Molpe v. n. 2, p. 57. Dunque, riguardo quel periodo storico e le incursioni dei Vandali di Genserico che funestarono le nostre coste l’antica, il Cantalupo, riferendosi alla città scomparsa di Molpa scriveva che: “Stante la scarsità delle fonti non è possibile determinare con esattezza i danni prodotti dalle incursioni vandaliche sulle nostre aree litoranee; sembra però che gli insediamenti urbani protetti da validi circuiti di mura abbiano allora evitato la distruzione, per cui, al pari di Salerno, anche Velia, Molpe (4) e Bussento uscirono pressocchè indenni da quella generale rovina che in qualche modo ebbe ripercussioni deleterie su Paestum. Ecc…”. Dunque, il Cantalupo scriveva che Velia Molpe e Bussento, essendo insediamenti urbani protette da alte e possenti mura (forse centri fortificati in passato) si salvarono dalle orde vandaliche di Genserico.  Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (Strabone, I, 22 = 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a.C., quando appare essere uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonini, cit., pp. 372-373), sembra che abbia subito un saccheggio da parte dei Saraceni nel 1113 (Antonini, ibidem). Il geografo arabo Edrisi la menziona tra il 1139 ed il 1154 con il nome di ‘Molva’ indicandola a 24 miglia da Policastro. Quando, nella seconda metà del XV secolo fu definitivamente distrutta dai corsari Turchi, i suoi abitanti fondarono il casale di S. Serio (cfr. A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, p. XIII.”. Piero Cantalupo a p. 50 continuando il suo racconto scriveva che Paestum: “la rovina che in qualche modo ebbe ripercussioni deleterie su Paestum. La città infatti vide un’accentuarsi delle sue condizioni già critiche: la totale ed accertata scomparsa della circolazione monetaria (5) non potè non corrispondere ad una consistente diminuzione dei traffici e ad un conseguente, ulteriore e sensibile calo demografico. Gli assalti diretti alle sue mura certamente non mancarono quando i Vandali corsero a saccheggiare ed a distruggere per tutto l’entroterra pestano quella serie di abitati satelliti che costituivano la linfa vitale della città e ne permettevano la sopravvivenza pur nella sua estrema decadenza (6); ma un ruolo decisivo giocò anche il terrore, che, immobilizzando gli abitanti entro le mura urbane, a Paestum come altrove, determinò la più completa paralisi delle attività economiche e commerciali, al pari di quanto sarebbe accaduto quattro secoli più tardi, a seguito delle incursioni dei Saraceni. Ecc..”. Il Cantalupo, continuando il suo racconto sulle incursioni dei Vandali di Genserico scriveva che: “Gli abitati costieri non protetti da consistenti impianti difensivi scomparvero letteralmente, distrutti o abbandonati: sicché quale fu la sorte dei centri nella campagna pestana, tale fu quella del villaggio di S. Marco di Castellabate (1), del fondaco del Saùco, presso punta Tresino, e di ‘Erculam’, il ‘vicus’ di S. Marco di Agropoli…….(p. 52) Le incursioni vandaliche durarono fino al 475, quando Romolo Augustolo, l’ultimo Imperatore di Roma, riconoscendo a Genserico il possesso della Sicilia, che i barbari avevano conquistata nel 468, ottenne che questi non molestassero più le coste d’Italia.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Le monete antiche sono attestate a Paestum fino all’imperatore Arcadio (395-408) . Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (6) postillava che: “(6) V. p. 44. Il Cantalupo, a p. 51, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il villaggio romano dell’odierna S. Marco di Castellabate etc….. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Il sacerdote Rocco Gaetani (….) che, nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, ecc… Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche ecc….Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Dunque, il Gaetani disserta sulle sventure di Buxentum (Bussento) e delle località costiere come Buxentum, antica diocesi cristiana, e scriveva che le sue sventure non iniziarono con la venuta dei Longobardi ma esse vi erano state gia molto tempo prima con i Vandali di Genserico che vennero dall’Africa. Forse è proprio a quel periodo dei Vandali di Genserico a cui può riferirsi la leggenda secondo cui gli abitanti di Molpa (l’antica Amalphi vecchia) siano fuggiti verso Eboli e poi andarono a fondare la città di Amalfi sulla costiera Amalfitana. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c.4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. L’Antonini, come vedremo in seguito, sulla scorta del Chronicon di S. Mercurio (una cronaca spuria del IX secolo), riferendosi alle famiglie che abitarono in questa antica città scomparsa di Amalfi vecchia (forse la Molpa) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala ecc..”.

Nel 450 (IV sec. d.C.), il probabile abbandono del sito di Sapri ? Ipotesi credibile ?

Riguardo Sapri, assume particolare importanza la Relazione dell’Archeologo Mario Incitti (…) redatta in occasione di un rilevamento subacqueo delle preesistenze sommerse a Santa Croce, organizzato dal locale Gruppo Archeologico di Sapri (G.A.S.) nell’estate del 1982. Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 11 in proposito scrivevo che: “Il Cesarino, in un suo scritto (56), riguardo ai resti della villa di S.Croce affermava che “del resto, la frequentazione della villa è accertata fino alla metà del V sec. d.C. Nella zona infatti è stata rinvenuta della ceramica’ sigillata’ di provenienza africana, in prevalenza del IV secolo.”. La relazione dell’archeologo Mario Incitti, redatta in occasione di un rilevamento subacqueo delle preesistenze sommerse a S.Croce, organizzato dal locale Gruppo Archeologico nell’estate del 1982, così si esprimeva: “Sono del tutto assenti elementi ceramici la cui produzione inizi oltre la metà del V secolo; per cui l’abbandono del sito è da porsi in relazione con eventi accaduti intorno all’anno 450. E’ probabile quindi che tale situazione storica sia da connettersi con il periodo di scorrerie lungo la costa italica operata dai Vandali sotto il regno di Genserico” (57). Ecc…”. Nella mia Relazione, nella nota (56) postillavo che: (56) Cesarino F., Sapri archeologica, stà in “I Corsivi”, Sapri, Aprile 1987, p. 5″. Nella mia Relazione, nella nota (57) postillavo che: “(57) Incitti M., Relazione redatta in occasione del rilevamento subacqueo delle rovine “Le Cammarelle”, organizzato dal locale Gruppo Archeologico di Sapri, nell’estate del 1982.”. (Archivio Attanasio). Infatti, lo studioso Felice Cesarino (…), nel suo scritto “Sapri archeologica”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 5, 1987, dopo aver detto di una moneta dell’Imperatore romano Massimiano Erculio (….) scoperta a S. Croce, “coniata tra il 293 e il 297 d.C.”, in proposito scriveva che: “Ora, una moneta non è sufficiente ad accertare l’esistenza di una villa imperiale; ma è sicuramente una prova che la zona all’epoca era ancora frequentata. Del resto, la frequentazione della villa è accertata fino alla metà del V secolo d.C.. Nella zona infatti, è stata rinvenuta della ceramica “sigillata”, di provenienza africana, in prevalenza del IV secolo.“. A questo punto, il Cesarino per avvalorare la sua tesi trascrive la bozza della Relazione che stilò l’archeologo Mario Incitti, in occasione del rilevamento subacqueo tenutosi nel 1982 a Sapri in località S. Croce. Le conclusioni dell’Incitti erano proprio queste. Incitti (….), in proposito concludeva che: “Sono del tutto assenti elementi ceramici la cui produzione inizi oltre la metà del V secolo; per cui l’abbandono del sito è da porsi in relazione con eventi accaduti intorno all’anno 450. E’ probabile quindi che tale situazione storica sia da connettersi con il periodo di scorrerie lungo la costa italica operata dai Vandali sotto il regno di Genserico”. Dunque, Mario Incitti, pone l’abbandono del sito archeologico di S. Croce intorno alla metà del secolo V (anno 450 d.C.) ponendo l’abbandono in relazione alle scorrerie dei vandali di Genserico. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento.

Nel 461 (IV sec. d.C.), l’imperatore LIBIO SEVERO SERPENZIO “LUCANO”

Da Wikipedia leggiamo che Libio Severo Serpenzio (in latino: Libius Severus Serpentius; Lucania, 420 circa – Roma, autunno 465) è stato un senatore romano, imperatore d’Occidente dal 461 alla sua morte. Non fu riconosciuto dalla corte orientale né dal governatore della Dalmazia Marcellino, fedele al suo precedessore Maggioriano. Senatore originario della Lucania (2), fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). In Wikipedia, alla nota (2) postilla: “Cassiodoro, Cronaca; Chronica gallica anno 511, 636.”Riguardo alle sue origini lucane ed eventuali possedimenti in Lucania, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno. Nell’agosto dell’anno 461 le opere dello stesso imperatore. Fu chiamato a Ravenna il 19. novembre, con l’approvazione di Rom. Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”.

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288-289-290, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Etc…”.  Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”.

Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Riguardo Massimiano Erculeo ha scritto pure il Magaldi. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”.

Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), LIBIO SEVERO LUCANO e la sua villa a Buxentum (Bussento) o a Sapri ? 

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Altri sudiosi invece vogliono che la villa di Libio Severo fosse a Buxentum. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel suo cap. “6. A Buxentum nasce un imperatore”, a p. 18 in proposito scriveva che: “Due volte arrise un benevolo destino allo squallore della città. Nei primi anni del sec. V d.C. nacque fra le rovine di Buxentum un bambino, ‘Flavio Libio Severo’ (30) destinato a diventare, nel 461, imperatore romano e vincitore degli Alani nei pressi di Bergamo (31): la vittoria dev’essere stata notevole, perchè gli Alani scompaiono dalla storia come popolo e fanno parte dei Vandali. Il vincitore morì poco dopo, nel 465. A quanto pare, egli eseguì la tradizione romana secondo la quale l’imperatore debba favorire il suo luogo di nascita (32). Deve averlo fatto anche lui, perchè per breve tempo, Buxentum emerge dalle tenebre.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (30), postillava che: “(30) Antonini G., op. cit. Parte II, Discor. VII, p. 378 (Chronicon di S. Mercurio).”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le Invasioni barbariche”, vol. I, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). Etc…”. Il Cantalupo a p. 50, nella sua nota (1) postillava che: “(1) BUXENTUM è il nome latino della città greca di ………..(‘Pyxus; Plinio, N.H., III, 72), la cui origine rimonta almeno al VI secolo a.C., come dimostrano alcune monete di confederazione con l’iscrizione: ‘Sirino / Pissunte’ (v. G. Riccio, Storia…, cit. II, Napoli, 1876, pp. 116 sgg.). A Bussento i Romani dedussero nel 194 a. C. una colonia, che fu rinsaldata otto anni dopo con l’invio di nuovi coloni (T. LIVIO, XXII, 29, 4: XXXIV, 42, 6 e 45, 2; XXXIX, 22, 4; VELLEIO PATERCOLO, I, 15). La città sul finire del IX secolo prese l’odierno nome di Policastro (v. n. 6, p. 99). Il CRONISTA DI S. MERCURIO (IX secolo ?) scriveva che ai suoi tempi in Bussento si vedeva ancora ‘ruinosa domus, ubi natus est imperator Libius Severus’ (v. G. ANTONINI, op. cit., pp. 396 e 408).”. Il Cantalupo nella nota (1) cita l’Antonini che riportava la notizia dell’imperatore Libio Severo lucano, tratta dalla cronaca medioevale del Monaco di S. Mercurio, di cui ho scritto in un altro mio saggio. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania- Discorsi”, a p. 396 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Il primo si è quello di non trovarsi nè ivi, ne attorno a quel luogo vestigio alcuno d’antiche cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Ancora il Cantalupo cita la p. 408 dell’Antonini, che a p. 408, nel Discorso IX, in proposito a Bussento scriveva che: “…e così ancora circa il nono secolo (di quando crediamo, che sia la Cronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’, in cui era nato l’imperador Libio Severo, ci fa credere che non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 378 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. L’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo l’Antonini, il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. L’Antonini credeva che il fiume Bussento fosse il fiume Melpi, poi in seguito detto Rubicante, Lambro ed infine Mingardo. L’Antonini credeva che i luoghi a cui accennava a proposito dell’impratore Libio Severo, ovvero la città di Bussento erano la Molpa. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’ scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve…….Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.Il Gaetani, a p. …., nella nota (12) postillava dell’Antonini, p. 378 e della cronaca di S. Mercurio avutala dal sig. Agostino Carbone. Mi sembra interessante ciò che scrisse l’amico Felice Cesarino  (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen.”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Alle parole del Cesarino “La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica.” preciso che la cronaca ripetuta dello scrittore regionale è la cronaca di S. Mercurio e lo scrittore regionale è l’Antonini, oltre che al Corcia, il quale non si rifaceva solo alla cronaca trascritta in più passi dall’Antonini ma anche a dei passi di Cassiodoro, il quale non è una fonte classica ma resta una fonte autorevole dell’epoca. Ricordiamo che lall’epoca, l’ex segretario di Teodorico si era ritirato nella sua Calabria. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………..”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”.

Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), l’Imperatore romano Livio Severo e la sua villa a Bussento o a Sapri ?

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Ma l’Antonini non scriveva questo. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel XI secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), citato da Nicola Corcia, a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, dopo aver detto degli Imperatori Massimiliano Erculeo e di suo figlio Massenzio alla Molpa, citava un brano tratto dalla “Cronaca di S. Mercurio” dove si parlava dell’Imperatore Libio Severo a Bussento e scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. Dunque, l’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”. Ecco ciò che scriveva il Gaetani sul passo del Cronicon di S. Mercurio e sulle tesi dell’Antonini. L’Antonini continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno. Nell’agosto dell’anno 461 le opere dello stesso imperatore. Fu chiamato a Ravenna il 19. novembre, con l’approvazione di Rom. Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”. Ma davvero la città natale di Livio Severo fu Buxentum ?. Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Infatti, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 64, in proposito scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Nel 1828, il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie”, ristampato per i tipi di De Luca nel 1966,ci parla a pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio (….), nel 1966, ma segnalo anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Ramage scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”.  

E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Scrive la Bencivenga –  Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi Rusticus Episcopus Buxentinus; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle Memorie Lucane, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Sapri (o ‘Porto de Sapri’) e Blanda, con l’avvento delle prime comunità cristiane

La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Blanda: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Pasquale, Vescovo di Blanda (8-9). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (8). Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (17-18) e poi dal Duchesne (14). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Il Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono comple- tamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Nel 601 fu vescovo di Blanda un certo Pasquale, come ne attesta la sua presenza al Sinodo romano. Nel 649, anno in cui si svolse il Sinodo romano, Blanda continuò ad essere sede vescovile, come dimostra la presenza del suo vescovo Pasquale. Il Romanelli (25) ed il Troyli (6), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649, ne fa memoria il Laudisio (17) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: ”…e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio trae la notizia dal Binio: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736” (26). Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio – 18), afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo Pasquale, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (26). La notizia ci viene confermata poi in seguito dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (14). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (14) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (14). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte…..di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’ eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (14). Infatti, nell’ VIII secolo, Blanda passò in mano ai Longobardi.

Nel ‘592 (VI sec. d.C.), Sapri

E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, Gianluigi Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito tradotta e ripubblicata dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Scrive la Bencivenga –  Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi Rusticus Episcopus Buxentinus; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle Memorie Lucane, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Nel ‘649 (VII sec. d.C.), per Lanzoni l’ubicazione di “BLANDA JULIA”, nel Porto di Sapri, che aveva una comunità cristiana

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal sacerdote Luigi Tancredi (2) che, nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (….), riguardo questa notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)”. La notizia citata dal Tancredi (….) è tratta dal Lanzoni (…..). Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, sempre a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888. Il Lanzoni, nelle sue note si riferisce all’anno 1195 della citata opera. Il Jaffé-Loewenfeld (…), si occupa dei documenti n. 1195 da pp. 610 e s.  Riguardo la notizia di un Vescovo Rustico (“Rusticus”) a Buxentum, Mons. Francesco Lanzoni (…), a p. 323 in proposito scriveva che: “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Dunque, i Lanzoni scriveva che a ‘Buxentum’ credeva fosse “Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?”. Poi aggiungeva che a ‘Buxentum’ (Bussento) il primo vescovo fosse: 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Il Lanzoni scriveva che da un documento n. 1195 in Jafé-Loewenfeld (…), troviamo nell’anno 592 la Chiesa vacante ovvero nessun Vescovo. Del VII secolo, il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (…), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (…) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi…..; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601;….”Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due sinodi svolti nel 595 e 601 (24).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (24) postillava che: “(24) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343”. Come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, sebbene scrivesse “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc.., non riporta vescovi nell’anno 640 o 649. Il Lanzoni, scrive di Blanda Iulia, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinono romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (2), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, in proposito scriveva che: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino, e nell’anno 743, l’altro vescovo chiamato “Gaudioso” presente al Sinodo romano di papa “Zaccaria”. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (15) che, sulla scorta del Duchesne (14), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11). Il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda…… Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (…). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Riguardo la citazione del Mansi (…), si tratta di Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, vol. X, Florentiae 1764, coll. 863-1188. Del VII secolo, il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (11), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (14) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Dal punto di vista storiografico, ci chiediamo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal Tancredi (2), secondo cui: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (2), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Da quale autore il Tancredi traeva l’interessantissima notizia ?. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (….) parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649. (….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa me-moria il Laudisio (6) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: ” …e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Riguardo questa notizia, il Laudisio la trae da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736”. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio – 18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice ‘S. Martino’, vi partecipò il suo vescovo Sabbazio, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600. Da Wikipedia, riguardo Blanda, sede vescovile leggiamo che:  La diocesi è ancora attestata nel 649, quando il vescovo Pasquale prese parte al sinodo indetto in quell’anno da papa Martino I. Un altro sinodo indetto da papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da Gaudeosus Blandas, chiamato anche Gaudioso Blaudero; la «presenza di questo vescovo testimonierebbe il passaggio della Calabria settentrionale al dominio longobardo, poiché in quel periodo ai vescovi bizantini del resto della regione era impedita la partecipazione ai consessi indetti dai pontefici». Sono stati sollevati dubbi sull’appartenenza di tutti questi vescovi a Blanda. Ferdinando Ughelli, per esempio, e gli autori che ne dipendono (Gams e Cappelletti) attribuiscono i vescovi Romano e Gaudioso alla diocesi di Blera nella Tuscia. Alcuni storici poi ipotizzano che, distrutta Blanda, i vescovi si siano trasferiti a Cirella, il cui vescovo Romano avrebbe preso parte al sinodo romano del 649.  Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”.  Un altro erudito, Nicola Curzio (….), parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (43), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (43). Il Curzio, dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “.

Nel 649 (VII sec. d.C.), il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I, i vescovi PASQUALE, vescovo di Blanda e SABBAZIO, vescovo di Bussento

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). Il Concilio Lateranense di Papa Martino I, riguardo le notizie sulla nostra zona fu citato anche da Mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola – Così pure Rustico, vescovo di Bussento, partecipò al III Concilio Romano indetto nel 502 dal pontefice S. Simmaco; e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736.).”. Dunque, il Laudisio (….) scriveva che, secondo il Binnio (….) il vescovo di Bussento, Sabbazio, nell’anno 649 partecipò insieme ad altri 104 vescovi al Concilio Lateranense indetto da Papa Martino I. Dunque, il Laudisio si riferiva al testo di Severino Binio (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, p. 736, del 1606. Ma come vediamo in questa pagina è molto probabile che non sia corretta la postilla del Laudisio. Il concilio Lateranense fu tenuto dal 5 all’31 ottobre 649 nella Basilica lateranense sotto la presidenza di Papa Martino I. Il concilio, causato dal conflitto che opponeva Costante II alla Chiesa di Roma in merito all’eresia monotelita, si riunì nella chiesa del Laterano e vi presero parte 105 vescovi (principalmente provenienti da Italia, Sicilia e Sardegna, più alcuni dall’Africa e da altre aree), si svolse in cinque sessioni, dette secretarii, dal 5 ottobre al 31 ottobre 649. Il sinodo produsse venti canoni di condanna dell’eresia monotelita, dei suoi autori, e degli scritti che questa aveva promulgato. Nella condanna erano incluse non solo le Ectesi, ovvero le esposizioni di fede del patriarca Sergio I, delle quali si era fatto sostenitore l’imperatore Eraclio, ma anche il Tipo del patriarca Paolo II (641-653) – successore di Pirro I (638-641), successore di Sergio – che godeva del supporto dell’imperatore regnante; inoltre «sancì l’esistenza in Cristo di due volontà e di due capacità operative». Anche se il concilio si opponeva agli atti imperiali si ebbe «cura di usare espressioni del più grande rispetto verso le persone degli imperatori e di contenere il dissenso nell’ambito più spiccatamente religioso». Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò il Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio (18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Mons. Curzio (….), dice in proposito di Blanda: Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Domenico Romanelli (….) ed il Troyli (….), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria il Laudisio (….) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: “…e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio, trae questa notizia da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736″. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che collaborò con il Visconti (….) alla stesura del testo del Laudisio (….) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc…”, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Il Binnio a p. 148, del vol. II scrive del Quinto Concilio Romano. Il Volpe citava il testo di Severino Binnio, il vol. II, p. 148. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Dunque, anche il Gaetani scriveva che nel VII secolo, dopo il vescovo di Bussento, Sabbazio, non troviamo notizie della Diocesi per un certo periodo. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). III. Sabbazio, che nel 649 trovavasi al concilio romano del papa Martino I contro i monoteliti. Nè di più se ne sa.”.

Corcia, p. 64

(Figg….) Corcia Nicola (…), pp. 62-63-64

BLANDA JULIA

Nel ‘250-320 d.C. (III sec. d.C.), BLANDA e GIULIANO (“Iulianus”), suo Vescovo in una stele di Aieta

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che,  parlando di Blanda in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); “Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26).”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi (…), riguardo l’antica sede vescovile di Blanda Iulia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Francesco Russo (…), nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “Blanda Julia, cittadina del litorale tirrenico della Calabria (1), al confine con la Lucania, ha il privilegio – insieme con Tauriano – di aver conservato il titolo più antico, che si ricordi un Vescovo di Bruzio. 1) GIULIANO (sec. III-IV). Risulta dalla seguente epigrafe, trovata nell’agro di Aieta, in cui si crede ubicata l’antica Blanda: “: 

IN DD. ET. SPIRITU. SANCTO. IVLIANO.

EPP. C. QVI. VIXIT. ANNIS. L . MENSIBVS.

III. D. II. FELICIANE. CONIVGI. BENE

MERENTI. FECIT. JVLIANO. IN PACE (2)

Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora…….Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). Ecc..”. Il Magaldi (…) a p. 327, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Si ricordi che nel volume del ‘Corpus’ che a noi interessa sono riportate le iscrizioni latine anteriori al VII sec., salvo qualche eccezione……Cfr. C.I.L., X, 458 (addit., p. 964) (= Diehl, 1010): In D(omino) D(eo) et spirito Santo Iuliano ep(isco) p (u)s / qui vixit annis L mensibus / III d(iebus) II Feliciane coiugi bene/merenti ecc…..Pure cristiano è il frammento C.I.L., X, 177 da Potenzia, da cui non si ricava quasi nulla. Ma che l’iscrizione sia cristiana si ricava dal segno della croce, che è ben chiaro.”. Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) anche il Lanzoni (…) a p. 323, in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458).”.

C.I.L., vol. X, p. 964

Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Francesco Russo (…), a p. 18, continuando il suo racconto scriveva che: “Si tratta, come si vede, di un Vescovo coniugato, la cui età è assegnabile all’epoca immediatamente precostantiniana, presumibilmente tra il 250 e il 320. Ci troviamo perciò di fronte ad una veneranda antichità: e non è detto che Giuliano sia il primo o uno dei primi Vescovi di Blanda. Il fatto poi che sia un ‘Julianus’ di Blanda che il ‘Leucosius’ di Tauriano appartengano a cittadine della costa – conferma – ancora una volta – che il Cristianesimo, venuto dall’Oriente via.mare, ha raggiunto prima le zone marittime e poi, ma solo dopo, le zone interne.”. Il Russo a p. 17 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Viene ubicata nell’agro di Tortora, in contrada “Piarelli”, presso l’imboccatura del fiume Noce. Cfr. M. Lacava, ‘Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1891; ‘Notizie degli Scavi’, 1897, p. 176.”. Il Russo, a p. 18, nella sua nota (2) postillava che: “(2) T. Momsen, ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’, XI, 458; ‘Bull. d’Archeologia Cristiana, 1876, p. 92; A. Crispo, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16; Fulco, ‘Memorie St. di Tortora, 44.”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 69, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “Nel corso del IV o V secolo si diffuse il cristianesimo nel territorio e Blanda divenne cristiana e sede vescovile. Si fa risalire a quest’epoca una lapide funeraria rinvenuta ad Aieta, riportata dal Momsen nel ‘Corp. Inscr. Lat.’ dedicata al vescovo Iulianus. Nonostante il nome latino, il vescovo sembra di rito greco-bizantino poichè nell’iscrizione si nominava la moglie ‘Feliciana’ e si accennava ai figli. Nel rito greco-bizantino infatti presbiteri ed episcopi potevano essere, e in maggioranza lo erano, sposati. Nel rito latino, invece, era già prassi che i vescovi e i presbiteri fossero scelti tra celibi. La crisi politica e militare dell’Impero d’Oriente determinò un graduale passaggio di poteri civili e giudiziari nelle mani del vescovo.”. Alcune notizie sul vescovo di Blanda Iulia, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

Lanzoni.PNG

(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″.

Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive il Barni (8), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (….). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 69, dopo aver detto delle conquiste del territorio salernitano da parte dei Longobardi Beneventani, in proposito scriveva che: “I Bizantini erano in gravissime difficoltà in Oriente (1) ed avevano praticamente abbandonata a se stessa l’Italia; forse fu allora la flotta di Napoli, presente nelle acque della Lucania ‘Occidentale’, a garantire strettamente la sopravvivenza di Agropoli, a non fu in grado di arginare la penetrazione beneventana del massiccio del Cilento. La regione, unitamente alla limitrofa Britia, costituivano gli ultimi baluardi greci frapposti tra i possedimenti longobardi della Campania e quelli di Calabria, sicchè vennero investiti negli anni tra il 671 ed il 677, al tempo del duca Romualdo, lo stesso che strappò ai Bizantini vasti territori della Puglia (2), dando al Ducato Beneventano quell’estensione che, con poche variazioni, avrebbe conservata anche in seguito. La precaria situazione delle due regioni è documentata dal fatto ce nel Concilio Romano del 679 furono assenti non solo il vescovo “pestano” di Agropoli, ma anche quelli di Blanda e di Bussento. La conquista ebbe un assetto definitivo solo nei primi tempi del ducato di Arechi II, ecc…”. La notizia era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, p. 384), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”.

Nel 461, l’imperatore LIBIO SEVERO SERPENZIO “LUCANO”

Da Wikipedia leggiamo che Libio Severo Serpenzio (in latino: Libius Severus Serpentius; Lucania, 420 circa – Roma, autunno 465) è stato un senatore romano, imperatore d’Occidente dal 461 alla sua morte. Non fu riconosciuto dalla corte orientale né dal governatore della Dalmazia Marcellino, fedele al suo precedessore Maggioriano. Senatore originario della Lucania (2), fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). In Wikipedia, alla nota (2) postilla: “Cassiodoro, Cronaca; Chronica gallica anno 511, 636.”Riguardo alle sue origini lucane ed eventuali possedimenti in Lucania, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno. Nell’agosto dell’anno 461 le opere dello stesso imperatore. Fu chiamato a Ravenna il 19. novembre, con l’approvazione di Rom. Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”.

Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), LIBIO SEVERO LUCANO e la sua villa a Buxentum (Bussento) o a Sapri ? 

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Altri sudiosi invece vogliono che la villa di Libio Severo fosse a Buxentum. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel suo cap. “6. A Buxentum nasce un imperatore”, a p. 18 in proposito scriveva che: “Due volte arrise un benevolo destino allo squallore della città. Nei primi anni del sec. V d.C. nacque fra le rovine di Buxentum un bambino, ‘Flavio Libio Severo’ (30) destinato a diventare, nel 461, imperatore romano e vincitore degli Alani nei pressi di Bergamo (31): la vittoria dev’essere stata notevole, perchè gli Alani scompaiono dalla storia come popolo e fanno parte dei Vandali. Il vincitore morì poco dopo, nel 465. A quanto pare, egli eseguì la tradizione romana secondo la quale l’imperatore debba favorire il suo luogo di nascita (32). Deve averlo fatto anche lui, perchè per breve tempo, Buxentum emerge dalle tenebre.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (30), postillava che: “(30) Antonini G., op. cit. Parte II, Discor. VII, p. 378 (Chronicon di S. Mercurio).”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le Invasioni barbariche”, vol. I, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). Etc…”. Il Cantalupo a p. 50, nella sua nota (1) postillava che: “(1) BUXENTUM è il nome latino della città greca di ………..(‘Pyxus; Plinio, N.H., III, 72), la cui origine rimonta almeno al VI secolo a.C., come dimostrano alcune monete di confederazione con l’iscrizione: ‘Sirino / Pissunte’ (v. G. Riccio, Storia…, cit. II, Napoli, 1876, pp. 116 sgg.). A Bussento i Romani dedussero nel 194 a. C. una colonia, che fu rinsaldata otto anni dopo con l’invio di nuovi coloni (T. LIVIO, XXII, 29, 4: XXXIV, 42, 6 e 45, 2; XXXIX, 22, 4; VELLEIO PATERCOLO, I, 15). La città sul finire del IX secolo prese l’odierno nome di Policastro (v. n. 6, p. 99). Il CRONISTA DI S. MERCURIO (IX secolo ?) scriveva che ai suoi tempi in Bussento si vedeva ancora ‘ruinosa domus, ubi natus est imperator Libius Severus’ (v. G. ANTONINI, op. cit., pp. 396 e 408).”. Il Cantalupo nella nota (1) cita l’Antonini che riportava la notizia dell’imperatore Libio Severo lucano, tratta dalla cronaca medioevale del Monaco di S. Mercurio, di cui ho scritto in un altro mio saggio. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania- Discorsi”, a p. 396 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Il primo si è quello di non trovarsi nè ivi, ne attorno a quel luogo vestigio alcuno d’antiche cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Ancora il Cantalupo cita la p. 408 dell’Antonini, che a p. 408, nel Discorso IX, in proposito a Bussento scriveva che: “…e così ancora circa il nono secolo (di quando crediamo, che sia la Cronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’, in cui era nato l’imperador Libio Severo, ci fa credere che non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 378 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. L’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo l’Antonini, il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. L’Antonini credeva che il fiume Bussento fosse il fiume Melpi, poi in seguito detto Rubicante, Lambro ed infine Mingardo. L’Antonini credeva che i luoghi a cui accennava a proposito dell’impratore Libio Severo, ovvero la città di Bussento erano la Molpa. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’ scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve…….Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.Il Gaetani, a p. …., nella nota (12) postillava dell’Antonini, p. 378 e della cronaca di S. Mercurio avutala dal sig. Agostino Carbone. Mi sembra interessante ciò che scrisse l’amico Felice Cesarino  (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen.”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Alle parole del Cesarino “La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica.” preciso che la cronaca ripetuta dello scrittore regionale è la cronaca di S. Mercurio e lo scrittore regionale è l’Antonini, oltre che al Corcia, il quale non si rifaceva solo alla cronaca trascritta in più passi dall’Antonini ma anche a dei passi di Cassiodoro, il quale non è una fonte classica ma resta una fonte autorevole dell’epoca. Ricordiamo che lall’epoca, l’ex segretario di Teodorico si era ritirato nella sua Calabria. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………..”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”.  

Nel ‘722-794, i Bizantini, Carlo Magno ed i Longobardi

Di questo periodo ha parlato Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Agropoli dovette allora la sua sopravvivenza, oltre che alla sua condizione di solida fortezza, ai legami col vicino ducato di Napoli, piuttosto che ai più lontani Bizantini di Sicilia; sicchè quando, nel 766, questo ducato si separò materialmente da Bisanzio (1), anche Agropoli, alla stregua deglialtri terittori bizantini della Campania, gravitò nell’orbita della sua autonomia. In quel tempo le uniche città su Tirreno in grado di muovere flotte erano Napoli, Gaeta, Sorrento ed Amalfi, nominalmente bizantine e sottoposte allo stratego di Sicilia, ma tutte strette intorno a Napoli nell’interesse della difesa comune contro i Longobardi. Infatti, Arechi II di Benevento, dopo essersi autoproclamatosi Principe nel 774, iniziò a fortificare Salerno, mostrando non solo di voler soppiantare il predominio di Napoli sulle coste del Tirreno, ma minacciando anche la sopravvivenza stessa della città. Nel 787 la discesa effettuata da Carlo Magno nel territorio beneventano, per costringere all’obbedienza Arechi, fece momentaneamente avvicinare il Principe ai Napoletani; allontanatosi però il pericolo dell’imperatore franco, Arechi riprese la sua politica di ingerenza e di predominio nei riguardi di Napoli. Pertanto entro in trattative con l’imperatrice bizantina Irene, onde ottenere il titolo di ‘Patrizio’, titolo che gli avrebbe dato modo di legalizzare il suo tentativo di impadronirsi dei residui territori greci dell’Italia meridionale. Irene accolse la richiesta ed inviò il patrizio imperiale Teodoro, che era il ‘dispositor’ subordinato allo stratega di Sicilia, insieme a due ‘spatarii’ per portare le insegne di Patrizio ad Arechi. Essi giunsero però nel porto di Salerno nel dicembre del 787, quando il Principe era già morto il 26 agosto di quell’anno, e, poichè i Salernitani erano allora in trattative con gli ambasciatori di Carlo Magno, fu vietato loro di approdare; si diressero così verso la bizantina Agropoli, dove sbarcarono e rimasero fino al successivo 19 gennaio, allorchè si recarono via terra, nuovamente alla volta di Salerno; qui, partiti nel frattempo gli ambasciatori franchi, furono finalmente ricevuti da Adelperga, vedova di Arechi (2). I successori di Arechi II, Grimoaldo III (788-806) e Grimoaldo IV (806-817), ecc…”. Cantalupo, a p. 76, nella sua nota (2) postillava che: “(2) L’episodio è riportato da due lettere di papa Adriano I a Carlo Magno, (la 44 e la 48 del ‘Codex Carolinus; cfr. CAPASSO, Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinentia, I, 244-248): “…………………….”. Il Cantalupo, nella sua nota (2), riportando il testo delle due lettere di papa Adriano I a Carlo Magno (trascritte da Bartolomeo Capasso), postillava ancora che: “L’espressione: ‘in Lucaniae Acropoli, della seconda lettera, ha fatto credere prima al Ventimiglia (op. cit., p. 90), poi ad altri che il ‘Lucaniae’ stesse ad indicare l’appartenenza di Agropoli al gastaldato di Lucania e che, pertanto, la fortezza fosse allora longobarda. A parte la considerazione che resterebbe inspiegabile come, allontanati da un porto longobardo, gli ambasciatori siano andati a sbarcare in un altro porto longobardo, il valore dell’espressione: ‘in Lucaniae Acropoli’ è chiarita da quella del brano precedente: ‘a finibus Graecorum deferentes’, e trova giustificazione nel fatto che Agropoli era stato il centro di tutta la lucania ‘Minore’ bizantina, prima che i longobardi ne conquistassero la maggior parte.”. Di questo periodo e di alcuni fatti che lo caratterizzarono ha parlato Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, che nel suo vol. I, a pp. 456-457 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “Manca ogni notizia circa il momento in cui i vescovi tornarono nell’antica loro sede pestana, come nulla si sa della fine dell’occupazione bizantina di Agropoli e Licosa. Ma che ancora nell’VIII secolo i bizantini possedessero, con quel ‘castrum’, la fascia costiera fino a Licosa, si presume dalle lettere (23) di Adriano I (722-794) a Carlomagno che il Pellegrino (24) ritenne complementari. Ecc..”. Ebner, a p. 456, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Epist. 44: Dum ibidem Salerni Atto, fidelissimus vester missus fuisset. Beneventani ipsos Graecos minime accipere voluerunt; sed post reversionem praedicti Attonis Diaconi tunc eos terreno itinere a finibus Graecorum deferentes, Salerno receperunt, et cum Athalperga relicti Arichis seu optimatibus Beneventanis tribus duiebus persistentes consiliati sunt. Epist. 48: Dum Atto Diaconus ad vestrum reversus est excellentiam, statim missi graeorum duo Statarii imperatoris cum Diucitin, quod latine Disponitor Siciliae dicitur, in Lucania Agropoli descendentes, terreno itinere Salernum ad relictam Arigisi ducis peragrantes 13 kal. Feb. consiliantes Beneventani, post tertium diem usque Neapolin deduxerunt.”. Ebner, a p. 456, nella sua nota (24) postillava che: “(24) C. Pellegrino (in Antonini, cit., pag. 255) ritiene complementari le due lettere a chiarire l’a finibus graecorum’ che egli ritiene Agropoli e non la Calabria. Dello stesso avviso l’Antonini e or non è molto O. Bartolini (Longobardi e bizantini nell’Italia meridionale, in “Atti 3° Congresso intern. Studi sull’alto Medioevo”, Spoleto, 1959, p. 103 sgg.”. Pietro Ebner, continuando il suo racconto a pp. 456-457-458, scriveva che: “Bisanzio aveva inviato un’ambasceria a Salerno per portare ad Arechi la nomina a patrizio imperiale, le insegne e gli indumenti propri della dignità, specialmente per accertarsi dei disegni politici di Arechi e chiedergli in ostaggio il primogenito Romualdo. L’ambasceria capeggiata da du ‘spartarii’ imperiali, dal patrizio e stratega di Sicilia (‘diocetés o dispositor Siciliae’), Teodoro, sbarcò in un momento imprecisato ad Agropoli, testa di ponte ancora bizantina, dove apprese della morte di Romualdo (21 luglio 787) e dello stesso Arechi (26 agosto). In quel momento era ancora nel Principato Beneventano la missione incaricata da Carlomagno di perfezionare le clausole della “donatio” ad Adriano I, e cioè alla Chiesa, di una fascia di territorio dal Volturno al Liri, con Capua, Teano, Arpino, Arce e Sora. I membri della missione, (l’abate S. Dionigi, Maginardo, il diacono Giuseppe, il conte Liuderico e ”hosterarius’ Goteramno) erano a Benevento in attesa dell’espletamento delle trattative condotte a Salerno dal capo di essa, il diacono Attone, con la vedova di Arechi, Adelperga, e i suoi consiglieri. Adelperga, figlia di re Desiderio e sorella di Adelchi (25), era avversa a re Carlo, non solo perchè aveva privato del regno e della libertà Desiderio e Adelchi e per aver costretto Arechi con le armi a riconoscerlo suo alto sovrano, ma quanto perchè voleva smembrare il Principato con la “donatio” al papa. Per l’ostilità trovata a Benevento la missione finì per riparare oltre Spoleto, mentre Attone veniva convinto a promettere il suo interessamento perchè re Carlo restituisse il secondogenito di Arechi, Grimoaldo, trattenuto in Francia come ostaggio, e lo riconoscesse successore del padre. L’arrivo in quel momento a Salerno di una missione bizantina, perciò, avrebbe fatto fallire le trattative con Attone, per cui Adelperga invitò i messi imperiali a trattenersi ad Agropoli fino alla partenza del diacono. L’ambasceria bizantina fu poi accompagnata, “terreno itinere”, scrisse papa Adriano, con una scorta d’onore da Agropoli a Salerno (20 gennaio a. 788). Le due trattative durarono tre giorni e si convenne che se Grimoaldo fosse stato rimpatriato e il ‘basileus’ avesse riconosciuta la sua successione, il nuovo principe avrebbe mantenuto gli impegni paterni riconoscendo la sottomissione (‘dicio’) del principato all’impero. La missione fu poi scortata a Napoli, dove attese le decisioni di Carlomagno. Questo il succedersi degli eventi su ci ci siamo soffermati anche per mostrare la fine azione diplomatica di Adelperga che avrebbe potuto perdere il principato beneventano se Grimoaldo non fosse tornato per realizzare, con l’aiuto bizantino, la riscossa contro il re franco. Il pontefice, intuito il disegno, si affrettò a scrivere a fosche tinte a Re Carlo. Anzi, nell’informarlo del sopraggiungere di Adelchi, sollecitò l’invio di un armata franca. Re Carlo, però, vide le cose diversamente, per cui, fattosi prestare giuramento di fedeltà, rimpatriò Grimoaldo autorizzandolo alla successione.”. Ebner, a p. 457, nella sua nota (25) postillava: “(25) Adelchi era stato associato al trono da re Desiderio nel 759. Sconfitto dai franchi di Carlomagno (Chiuse di Val Susa, a. 773), chiamato dal pontefice, riparò a Verona e poi a Bisanzio ben accolto da Costantino V copronimo che cercava di scacciare i franchi dall’Italia. Adelchi fu poi sconfitto da Grimoaldo, figlio di Arechi.”. Infatti, è interessante l’ultimo passaggio perchè a questa ultima battaglia che si riferì l’episodio raccontato da Gianni Granzotto al quale l’Ebner non aggiunse nella a riguardo. Adelchi, con le sue truppe bizantine sbarcate nel porto di Sapri, si fronteggiò in un’aspra battaglia con Grimoaldo che lo sconfisse probabilmente nel Vallo di Diano aiutato dalle truppe di Carlo Magno. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a pp. 84, nella nota (189) postillava: “(189)…..Analogamente Agropoli, nel Cilento settentrionale, è considerata in “finibus Graecarum”, punto di sbarco delle armate di Belisario e di Narsete, dove “due messi inviati da Bisanzio al principe Arechi” doverono dimorare prima di continuare il cammino verso Salerno, come ricorda papa Adriano in una lettera a re Carlo (cfr. P. Ebner, Economia e Società nel Cilento medievale, cit., I, cit., p. 3″

Nel ‘787 (VIII sec. d.C.), nel Porto di Sapri la flotta bizantina dell’Imperatrice Irene contro Carlo Magno

Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dallo scritto Gianni Granzotto (2), su una grande battaglia avvenuta nel Vallo di Diano, nell’anno ‘778, tra le truppe bizantine – la cui flotta di navi, sbarcò nella baia naturale del porto di Sapri – che si scontrarono contro le truppe franco-carolingie di Carlo Magno – venute in soccorso del Principato di Benevento. Nel 1987, pubblicavo a stampa, un saggio dal titolo “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“ (…), dove citavo un’interessante notizia che riferiva il giornalista e scrittore storico Gianni Granzotto. La notizia, che riguarda il porto di Sapri, all’epoca carolingia e della dominazione del Ducato Longobardo di Benevento prima e del Principato di Salerno, fu da me citata nello studio a mia firma che commissionò il Comune di Sapri per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale di Sapri. Nello studio “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 13, in proposito scrivevo che: “Recentemente abbiamo ritrovato una interessantissima notizia (73) sulla quale nutriamo qualche dubbio ma che che, se confermata da riscontri più oggettivi, fa certamente invecchiare di molto le origini di Sapri. La notizia riferita nel racconto del Granzotto (74). Verso la fine dell’anno 788 (75) le truppe bizantine dell’Imperatrice Irene: “Assai più forti al Vallo di Diano, verso Sala Consilina, vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fu mozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio…, solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” L’episodio ci viene confermato dal Capasso (76) secondo cui, a causa della lite sorta tra Costantino, figlio di Irene e promesso sposo a Rotrude, figlia di Carlo Magno che non volle stare ai patti, Irene spedì una grande armata militare e flotta di navi, per mare, comandata dal Sacellario e logoteta Giovanni a cui si unirono lo stratega di Sicilia Teodoro e l’ex re longobardo Adelchi (figlio di re Desiderio, ex re longobardo spodestato) che muovendo dalla Sicilia invasero la Calabria per risalire e conquistare il Ducato di Benevento. L’armata bizantina penetrata nella Lucania, si trovò di fronte l’esercito carolingio dei Franchi di Carlo Magno e di Grimoaldo III, comandate dal legato reale Guinigisio o Vinigisio, i quali, in una battaglia di estrema violenza (77) sconfissero i greci.”. Nella mia nota bibliografica (73), postillavo che: (73) La notizia del Granzotto dovrà essere ulteriormente indagata. Credo sia un’invenzione del Granzotto poichè in nessuna delle fonti vi è traccia di Sapri e del Vallo di Diano. Il luogo della battaglia è incerto: è Eginardo che lo pone in Calabria (Annales Einhardi, stà in Pertz, “Monumenta Germanicae Historiae, tomo I, ss. p. 175).”. Nella mia nota bibliografica (74), postillavo che: “(74) Granzotto G., Carlo Magno, ed. Mondadori, p. 127.”. Nella mia nota bibliografica (75), postillavo che: “(75) Theophane – Chronographia, tomo I, p. 718; tratta gli avvenimenti del mese di Novembre nell’indicazione XII, che corrisponde a Novembre dell’anno 788.”. Nella mia nota bibliografica (73), postillavo che: “(76) Capasso B., Monumenta ad Neapolitani ducatos Historiam pertinentia II, Napoli, pp. 65, 66.”. Nella mia nota bibliografica (76), postillavo che: “(77) Annales Regni Francorum, stà in Pertz, “Monumenta Germanicae Historiae, p. 82; Crhonicon Moissiacense, ibidem, p. 350; Annales Maximiani, ibidem, tomo XIII, p. 22; Annales Sithiense, ibidem, tomo XIII, p. 36; Annales Laurissenses, ibidem, tomo I, ss. p. 174; Poeta Saxo, ibidem, p. 245; Anonimo Salernitano, ibidem, parte II, tomo II, Reg. Ital.; Anastasi bibliotecarii, Historia ecclesiastica sive Crhonographia, stà in “Scriptorem Byzanti. Collct.”. Un’interessantissima notizia che farebbe invecchiare di molto le origini del porto di Sapri, testimoniandone la presenza anche intorno al secolo IX (2). Stando alle fonti, la notizia riferita al IX sec., e più precisamente nell’anno ‘787 (2), Sapri sarebbe stato conosciuto e aveva un porto. Se la notizia fosse confermata, nell’anno ‘787 (2), Sapri, non solo esisteva ed aveva un porto conosciuto ma la sua baia e porto naturale si trovarono al centro delle operazioni militari tra le armate bizantine di Irene d’Atene ed i Franchi di Carlo Magno. Durante la guerra tra Carlo Magno ed i Longobardi per la conquista dei territori del Mezzogiorno d’Italia, Sapri, la sua baia ed il suo porto naturale insieme ai territori del Golfo di Policastro dovevano dipendere da una forte influenza dei monaci iconoduli greci-bizantini che ivi si stabilirono provenienti dall’Asia minore (5) e, dovevano dipendere ed appartenevano al Ducato longobardo di Benevento che in origine, comprendeva il Ducato longobardo di Salerno. In seguito, solo i ducati lon-gobardi di Benevento e di Salerno si riunificarono nel Principato longobardo di Salerno, posto sotto il protettorato e l’autonomia concessa da Carlo Magno. I duchi longobardi, sempre in lotta tra loro, a causa dell’orografia del nostro territorio e del suo atavico isolamento, scelsero e preferirono il porto e la baia naturale di Sapri per l’approdo delle flotte che portavano le loro armate che, sbarcate a Sapri, si scontravano sul campo di battaglia da sempre preferito, il Vallo di Diano. Verso la fine dell’anno ‘787 (2) (nel IX sec.), il porto naturale di Sapri, fu teatro delle operazioni militari sorte a causa dei continui dissidi tra le corti carolingia e quella bizantina. La notizia ci è data in un libro dello  scrittore Gianni Granzotto (2). Il Granzotto, afferma che verso la fine dell’anno ‘787 (2), il porto e la baia naturale di Sapri, furono scelte dalla flotta bizantina per attendere il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (2). Gianni Granzotto (2), racconta che, verso la fine dell’anno ‘787 (6) le truppe bizantine dell’Imperatrice (reggente) di Bisanzio, Irene d’Atene: Al Vallo di Diano, verso Sala Consilina, le truppe bizantine vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fu mozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” (2). Il Granzotto (2), si riferisce ad una battaglia, combattuta nel Vallo di Diano tra le truppe della Imperatrice (reggente) di Bisanzio Irene d’Atene, contro le armate di Carlo Magno. Secondo il Granzotto, la flotta bizantina ancorata nella baia e nel porto naturale di Sapri, attendeva l’esercito bizantino ed il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (2).

Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, nel Cap. I, “Un breve profilo storico”, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 69, in proposito scriveva che: “Il Vallo di Diano pure un secolo prima aveva visto un intervento imperiale dall’Oriente, volto a controllare la sicurezza dei propri domini nel Meriodione in opposizione alle pretese franche (189).”. Tortorella, a pp. 84, nella nota (189) postillava: “(189) Nel 787, l’imperatrice Irene, vittoriosa sull’iconoclastia in opposizione al figlio Costantino sesto, inviò “in gran fretta una flotta carica di soldati sulle rive della Calabria” e “organizzò un corpo di spedizione per tagliare la strada a Grimoaldo ed impedire, come si diceva con dispezzo a Bisanzio, che “una tribù di selvaggi illetterati” diventasse padrona di tutta l’Italia”. Però i Franchi “nella spada, lunga o corta che fosse, erano più forti. Assai più forti”. Nel Vallo di Diano, verso Sala, le milizie bizantine vennero sconfitte; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, a cui fu mozzata la testa. “Sulle navi che attendevano a Sapri per riportarlo vincitore a Bisanzio solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare”: così G. Granzotto, Carlo Magno, Milano, Mondadori, 1978 (cito dalla rima edizione “Oscar”, 1981, p. 127). Se si potesse dare i colori del romanzo alla realtà storica, sarebbe attraente la suggestione che suscita l’indicazione nel tempo, data a un terreno della campagna padulese, “dietro l’Epitaffio” (cfr. il fascicolo inerente, ‘Terreno “dietro l’Epitaffio”, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo “Monasteri soppressi”, serie “S. Lorenzo della Padula”, busta 5659). Si potrebbe immaginare che la commemorazione funebre segnata dal toponimo, col termine greco e usata in senso assoluto, riferentosi pertanto a un episodio ben conosciuto e di rilievo, fosse stato un omaggio locale al valoroso generale d’Oriente, caduto sotto le armi carolinge.”

Nel ‘787 (IX sec. d.C.), nel Porto di Sapri la flotta bizantina dell’Imperatrice Irene contro Carlo Magno

D’epoca più tarda è riferita un’interessantissima notizia che farebbe invecchiare di molto le origini del porto di Sapri, testimoniandone la presenza anche intorno al secolo IX (6). Stando alle fonti, la notizia riferita al IX sec., e più precisamente nell’anno ‘787 (7), Sapri sarebbe stato conosciuto e aveva un porto. Se la notizia fosse confermata, nell’anno ‘787 (7), Sapri, non solo esisteva ed aveva un porto conosciuto ma la sua baia e porto naturale si trovarono al centro della guerra di conquista tra le armate bizantine di Irene d’Atene ed i Franchi di Carlo Magno. Durante la guerra tra Carlo Magno ed i Longobardi per la conquista dei territori del Mezzogiorno d’Italia, Sapri, la sua baia ed il suo porto naturale insieme ai territori del Golfo di Policastro dovevano dipendere da una forte influenza dei monaci iconoduli greci-bizantini che ivi si stabilirono provenienti dall’Asia minore (2) e, dovevano dipendere ed appartenevano al Ducato longobardo di Benevento che, in origine, comprendeva il Ducato longobardo di Salerno. In seguito, solo i ducati longobardi di Benevento e di Salerno si riunificarono nel Principato longobardo di Salerno, posto sotto il protettorato e l’autonomia concessa da Carlo Magno. I duchi longobardi, sempre in lotta tra loro, a causa dell’orografia del nostro territorio e del suo atavico isolamento, scelsero e preferirono il porto e la baia naturale di Sapri per l’approdo delle flotte che portavano le loro armate che, sbarcate a Sapri, si scontravano sul campo di battaglia da sempre preferito, il Vallo di Diano. Verso la fine dell’anno ‘787 (7) (nel IX sec.), il porto naturale di Sapri fu teatro delle operazioni mi-litari sorte a causa dei continui dissidi tra le corti carolingia e quella bizantina. In-fatti, secondo la notizia ritrovata in un libro dello  scrittore Gianni Granzotto (7), verso la fine dell’anno ‘787 (7), all’epoca di Carlo Magno, il porto e la baia naturale di Sapri, furono scelte dalla flotta bizantina per attendere il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (7).  La notizia, riferita dal Granzotto sul suo libro su Carlo Magno (7), racconta che, verso la fine dell’anno ‘787 (6) le truppe bizantine del-l’Imperatrice ( reggente) Irene d’Atene: ” Al Vallo di Diano, verso Sala Consilina, le truppe bizantine vennero fatte a pezzi; primo fra tutti il capo della spedizione, il generale Sergio, cui fu mozzata la testa. Sulle navi che attendevano a Sapri, per riportarlo vincitore a Bisanzio solo poche decine di fuggiaschi riuscirono a scampare.” (7). Il Granzotto (7), si riferisce ad una battaglia, combattuta nel Vallo di Diano tra le truppe della Imperatrice (reggente) di Bisanzio Irene d’Atene, contro le armate di Carlo Magno. Secondo il Gran-zotto, la flotta bizantina ancorata nella baia e nel porto naturale di Sapri, attendeva l’esercito bizantino ed il loro generale Sergio per riportarlo vincitore a Bisanzio (7). La no-tizia della battaglia avvenuta tra l’esercito bizantino e quello franco di Carlo Magno, poi ripresa dal Granzotto (7) e che andrebbe ulteriormente indagata, ci è pervenuta attraverso il racconto di alcuni cronisti dell’epoca (8-10-11-12-13-14-15-16-17). Ma in partico-lare la notizia ci è pervenuta attraverso il racconto di Eginardo, ritenuto il cronista di Carlo Magno. Eginardo nel suo “Annales Einhardi” (6), pone il luogo della battaglia in “Calabria”. Nel IX sec., i confini dell’attuale Calabria erano leggermente diversi da oggi e comprendevano anche i territori del Golfo di Policastro e di Sapri. Della notizia della furibonda battaglia tra i franchi ed i bizantini, già avevano riferito i cronisti dell’epoca (8, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17), poi ripresa dal Capasso (9) e poi dal Granzotto (7). L’episodio ci viene confermato dal Capasso (9) secondo cui, a causa della lite sorta tra Cos-tantino, figlio di Irene e promesso sposo a Rotrude, figlia di Carlo Magno che non volle stare ai patti, Irene spedì una grande armata militare e flotta di navi, per mare, comandata dal Sacellario e logoteta Giovanni a cui si unirono lo stratega di Sicilia Teodoro e l’ex re longobardo Adelchi (figlio di re Desiderio, ex re longobardo spodestato) Adelchi che muovendo dalla Sicilia invasero la Calabria per risalire e conquistare il Ducato di Benevento. L’armata bizantina penetrata nella Lucania, si trovò di fronte l’esercito carolingio dei Franchi di Carlo Magno e di Grimoaldo III, comandate dal legato reale Guinigisio o Vinigisio, i quali, in una battaglia di estrema violenza sconfissero i greci  (8, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17). Dell’episodio, ci illuminano alcuni studiosi contemporanei (18), secondo cui, a causa della lite sorta tra l’Imperatore di Bisanzio Costantino VI, figlio della Imperatrice di Bisanzio Irene (basilissa = reggente) e, promesso sposo a Rotrude, figlia di Carlo Magno. Siccome il giovane Imperatore Costantino VI, non volle stare ai patti con Carlo Magno, sua madre Irene ( reggente), rompendo l’alleanza con Carlo Magno, offrì assistenza militare al principe longobardo Adelchi, figlio dell’ex re longobardo spodestato Desiderio. Adelchi, esiliato a Costantinopoli e, desideroso di conquistare il proprio regno, il Principato di Benevento, usurpato dal nipote Grimoaldo III che nel frattempo si era alleato con Carlo Magno,  che difendeva suo nipote Grimoaldo III, verso la fine dello anno ‘787, sbarcò a Sapri con la flotta e l’esercito bizantino di Irene d’Atene per scontrarsi nel Vallo di Diano contro le truppe franche di Carlo Magno che lo sconfis-sero in una battaglia tremenda. L’episodio fu riferito  da alcuni cronisti dell’epoca (8, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17), ed in particolare il racconto di Theophane (8) che,  tratta gli avvenimenti del mese di Novembre nell’indicazione XII, che corrisponde a Novembre dell’anno 788. Ad onor del vero bisogna dire che l’episodio riportato dal Granzotto ci parla di un comandante chiamato Sergio (7) mentre il Theophane (8) parla di un comandante bizantino battuto dai franchi chiamato Giovanni. Thophane racconta che, nell’an-no ‘788, il principe longobardo Adelchi, unitosi alle truppe della Imperatrice di Bisanzio Irene, poste sotto il comando del sacellarius e logoteta Giovanni e, le truppe dalla Sicilia sotto il Patrikios (stratega) Teodoro, sbarcò in Calabria. L’armata bizantina penetrata nella Lucania, fu raggiunta dagli eserciti uniti dei duchi longobardi Ildebrando di Spoleto e Grimoaldo III suo nipote, insieme ad un corpo di armata di Carlo Magno, comandate dal legato reale Guinigisio o Vinigisio, i quali, in una battaglia di estrema violenza (8) sconfissero i bizantini di Irene ed uccisero il principe Adelchi. Recentemente, lo storico contemporaneo Ravegnani (18), dice in proposito: “….la spedizione promessa da Irene, arrivata troppo tardi in Calabria, non potè più contare sull’appoggio dei Longobardi di Benevento. Le forze imperiali, al comando del sacellario e logotete dello stratotikion Giovanni e Adelchi, che a Bisanzio aveva assunto il nome di Teodoto, rinforzate dai contingenti messi a disposizione dallo stratego di Sicilia, furono affrontate nel 788 da Longobardi e Franchi coalizzati e subirono una grave sconfitta perdendo in battaglia anche il loro comandante.”. Alla vicenda tragica di Adelchi, si ispirò Alessandro Manzoni, nella sua tragedia ‘Adelchi‘, pubblicata nel 1822 e poi musicata da Giuseppe Verdi.  

Nel ‘787, al porto di Sapri, lo sbarco della flotta bizantina e la battaglia nel Vallo di Diano

Sebbene tutti i cronisti dell’epoca – che poi sono proprio quelli da cui sono state tratte alcune notizie storiche – cruciali per capire la storia del Mezzogiorno d’Italia nel secolo X, a cavallo tra la fine della dominazione Longobarda nel Ducato di Benevento e l’inizio del Principato di Salerno, poi divenuto in seguito Normanno – come ad esempio Eginardo o Teophane – indicassero la ‘Calabria‘, il luogo dello sbarco delle armate bizantine che doveva risalire e conquistare la Capitale del Ducato Benevento, il luogo dello sbarco è tutt’ora incerto. La citazione di uno sbarco a Sapri, è tutta del Granzotto (2), che avrà avuto dei validi motivi per affermalo ed escludere altri porti. La flotta bizantina dell’Imperatrice di Bisanzio Irene, è probabile che avesse scelto diversi porti o scali marittimi conosciuti e, controllati all’epoca ma, l’ipotesi del Granzotto non è poi tanto azzardata. Dobbiamo dire a riguardo che all’epoca Longobarda ed anche Normanna, è certo che sugli antichi documenti membranacei – privilegi ecc.. – i possedimenti nelle nostre terre ed il futuro ‘basso Cilento’ (che dopo gli Svevi sarà dei Sanseverino), erano detti ‘Calabrie’. Il nostro territorio – compreso una parte dell’attuale Lucania – si denominava ‘Calabrie‘. Non è quindi casuale la citazione del Granzotto (2) che immagina lo sbarco della flotta bizantina a Sapri. Inoltre, la baia ed il Porto naturale di Sapri, come pure la vicina Bussento (che ancora pare non avese mutato il suo nome in ‘Policastrum‘, facevano parte di un territorio di confine dell’antica Lucania, non del tutto controllata dal Principato Longobardo di Salerno e, forse, tutta la regione, non molto abitata, rappresentava un facile approdo per le armate greco-bizantine. Inoltre, è da considerare che Sapri, ha sempre avuto una baia naturale, facile approdo anche per una grande flotta, quale doveva essere quella greco-bizantina dell’Imperatrice reggente Irene. Non abbiamo notizie certe di approdi o porti o scali marittimi conosciuti all’epoca Longobarda (secolo X e XI) ma, dalle cronache dell’epoca, si evince che un simile episodio è accaduto poco tempo prima ad Agropoli che viene espressamente citato nelle cronache e, che quindi, se l’armata bizantina, fosse sbarcata ad Agropoli, sarebbe stata citata. Il porto o scalo marittimo di Sapri, all’epoca dello scontro, probabilmente non era conosciuto con un suo specifico toponimo ma la sua baia naturale, capace di ospitare alla fonda, grandi navi, era certamente conosciuta in atichità. La presenza dello scalo marittimo di Sapri e che esso fosse conosciuto all’epoca del Ducato di Benevento, non è attestato da documenti ma noi crediamo che lo fosse. Il Gaetani (16), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (18), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 21, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essi non fu assalita, ma fu posseduta da’ Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia…”, riferendosi all’episodio dell’anno 915, allorchè anche Policastro fu distrutta dagli Arabi. La notizia della battaglia avvenuta tra l’esercito bizantino e quello franco di Carlo Magno, poi ripresa dal Granzotto (2) e, che andrebbe ulteriormente indagata, ci è pervenuta attraverso il racconto di alcuni cronisti dell’epoca (8,9,10,11,12,13, 14,15), ma in particolare la notizia ci è pervenuta attraverso il racconto di Eginardo (Einhardo), ritenuto il cronista di Carlo Magno. Eginardo nel suo Annales Einhardi (6), pone il luogo della battaglia in “Calabria”. Eginardo, ci parla dei confini del Ducato Longobardo di Benevento che erano costituiti buona parte del Cilento e della Calabria, sotto l’egida dei Greci-Bizantini. La notizia della furibonda battaglia tra i franchi ed i bizantini, poi ripresa dal Capasso (3), da Schipa (4) e, poi dal Granzotto (2), avevano riferito i cronisti dell’epoca (7, 8, 10, 11, 12, 13, 14, 15). Nel IX sec., i confini dell’ attuale ‘Calabria‘ erano leggermente diversi da oggi ed i nostri territori – l’attuale Golfo di Policastro, ‘basso Cilento’ e Sapri – erano detti ‘Calabria‘ o ‘Longobardia minore‘. Su alcuni documenti dell’epoca, questi territori, tra cui le ‘Calabrie‘, venivano chiamati ‘Longobardia minore’. Questi territori, all’epoca, facevano parte del Ducato di Benevento, Ducato Longobardo che comprendeva anche buona parte della Calabria. Secondo Di Meo (6), Teophane (8), tradotto, scriveva: “nell’anno 9, di Costantino, avendo rotto il trattato di matrimonio tra Costantino, e la figlia di Re Carlo; spedì Giovanni Sacellario, e Logoteta in Longobardia, insieme ad Adelgiso, che fu un tempo Re della Longobardia maggiore, il quale da’ Greci fu detto Teodoto.”. Riguardo il luogo dello sbarco delle armate e della flotta bizantina, Teofane (8), parla di Longobardia minore’che corrisponde a buona parte di quello che sarà in seguito il Principato Longobardo di Salerno di Gisulfo II –  non parla di ‘Calabria‘. Il Di Meo (6), scriveva in proposito: “I Greci in poi dissero Longobardia minore gli Stati, che di lor dominio restavano in Puglia, e Calabria.”Quindi, secondo la bibliografia antiquaria, dal Muratori in poi, il luogo della battaglia è stato la ‘Longobardia minore’ così detta dai Bizantini, ovvero buona parte dell’attuale Calabria che, all’epoca – secolo VIII – era controllata dai Bizantini di Bisanzio. Il Porfirio (19), parlando delle probabili origini della sede vescovile di Policastro, scriveva: “Fin dai primi tempi della Chiesa, Calabria e Lucania non suonassero che una stessa regione, fin dal 315 nella Sinodo ecumenica di Nicea tra i nomi dei 318 vescovi che v’intervennero, si trovasse quello di un Marco vescovo di Calabria, pure noi avvisiamo essersi la cattedra episcopale busentina installata dopo la celebrazione del Concilio di Nicea.”.

Capasso, p. 65

Capasso, p. 66

Nel ‘1097, in un documento il toponimo di “Scido”

E’ un documento unico per la nostra storia, pubblicato da uno studioso nel 1865. Si tratta di un documento dell’anno 1097 – un privilegio Normanno concesso nel territorio sapresein cui si fa riferimento a ‘Scido’ ed a un monaco di Vibonati (Figg….), andato perso nelle note vicende belliche (…), ma pubblicato nel 1865 dal Trinchera (…) (Fig….).

Cattura

Scido e S. Phantini

(Fig….) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…)

Nell’ottobre ‘1079, il ‘Portum‘ (Sapri ?), nella bolla di Benedetto Alfano I°, primate di Salerno

Un’altra interessante notizia su Sapri, ci viene dalla più antica fonte archivistica in nostro possesso, la lettera pastorale (bolla) dell’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, datata all’ottobre 1079 (Tancredi scrive 1099), ove Sapri figura al 7° posto delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro restaurata con un Portum. Secondo l’antico documento (6, 7), nel 1079, (Tancredi scrive 1099), Sapri figura con il toponimo di ‘Portum’ nell’elenco delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro, nella lettera pastorale (bolla) datata ottobre 1079, di Benedetto Alfano I, Arcivesco di Salerno che, a seguito della licenza per la nomina di nuovi vescovi ricevuta con la protezione longobarda nel 1058 da Papa Stefano IX (6), veniva restaurata l’antica sede episcopale bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”, ordinando Vescovo della restaurata sede episcopale bussentina (rimasta vacante per diverso tempo), il monaco cavense Pietro Pappacarbone. Il documento diocesano dell’ottobre 1078 è la più antica fonte archivistica in nostro possesso. Scrive in proposito l’Ebner (6): “La notizia più antica circa l’esistenza di un locale abitato, almeno finora, è nella nota lettera (a. 166/67), dell’Arcivescovo Alfano di Salerno, con la quale ricostituiva l’antica “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae” ed elevava a Vescovo il monaco cavense Pietro Pappacarbone da Salerno, destinandolo a quella sede. Nel definire i confini della ricostituita diocesi, l’arcivescovo v’includeva con ‘Cammarota’ (…), Caselle, Turturella, Turraca, anche “Portum” da identificare appunto con Sapri. Nei confini, erano incluse tutte le pertinenze e cioè case, terre, vigneti, campi, prati, pascoli, boschi, saliceti, ruscelli, acque, mercati del pesce, pievi, fattorie con servi, terre coltivate e corti e tutti gli appartenenti al clero con i loro beni.”. 

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(Fig. 3) La Bolla di Alfano I – trascrizione del testo latino pubblicata dal Tancredi (…)

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Il documento considerato da Giacomo Racioppi (….) non autentico e da Felice Cesarino (….) apocrifo, è la più antica fonte archivistica fino a noi giunta. Il documento oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Lo storico locale Felice Cesarino (….), nel suo “Sapri archeologica”, pubblicato nel 1987, sulla rivista “I Corsivi”, n. 5, in proposito scriveva che: “A partire dai primi secoli dell’era cristiana le tracce della Sapri antica vanno affievolendosi, per scomparire del tutto in età medievale. Le cause possono essere ricercate in una catastrofe naturale (tesi sostenuta dalla tradizione locale) o in un progressivo impaludamento della zona, soggetta anche a fenomeni di bradisismo. Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. Dunque, il Cesarino scrive che dal V secolo d.C., le notizie su Sapri si vanno affievolendosi fino al 1600 che secondo lui è il secolo in cui avverrebbe il suo possibile ripopolamento. La tesi del Cesarino era la stessa del sacerdote Rocco Gaetani che sebbene nei suoi scritti su Torraca avesse portato alla luce notevoli notizie sulla nostra terra sosteneva che: “In Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne”. Dunque, Felice Cesarino dal V secolo d. C. al 1600 fa un salto di oltre 11 secoli. E’ possibile che un luogo sia disabitato per così tanto tempo ?. E’ credibile ciò che scriveva il Gaetani che i primi cittadini di Sapri erano lavoratori di vigne apparsi, come scrive il Cesarino nel 1600 ?. Il Cesarino, nel suo scritto sulla moneta dell’Imperatore di Massimiano Erculio, aggiungeva che: “1600. A tale epoca risale il nucleo di abitazioni più antiche sulla collinetta del Timpone, dove intorno al 1670 era stata costruita la cappella di S. Antonio di Padova da fedeli della terra di Torraca, il cui clero vi celebrava le messe.”. Oltre a queste affermazioni e ricostruzioni storiche di cui io dubito, il Cesarino affermava che: “Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. In questo passaggio, il Cesarino citava il toponimo di “portus Saprorum” apparso nella “bolla di Alfano I”, databile intorno al 1079. Il documento di cui ho parlato in un mio saggio ivi pubblicato, è di notevole importanza per i toponimi citati che erano i nomi dei luoghi che costituivano la ricostruita Diocesi di Policastro. Secondo il Cesarino, che citava lo storico Giacomo Racioppi, il documento è apocrifo e secondo il Racioppi (….), nei suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” (vedi nota (1) del Cesarino) scriveva che: “(1) Di questo documento esiste soltanto una copia del 1737. In proposito, il sacerdote e storico attendibile G. Racioppi nella sua “Storia dei popoli della lucania e della Basilicata” così si esprimeva: “…ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Infatti il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 100, scriveva che “dubitava dell’autenticità di questa carta” d’epoca Normanna, dubitava ma non diceva che essa era non autentica. All’epoca di Racioppi 1889, vi era solo il testo del vescovo mons. Nicola Maria Laudisio che citava l’importante documento. L’Antonini, nel 1745, l’aveva citata ma non l’aveva sufficientemente  indagata. Recentemente lo studioso Biagio Moliterni (….) ha indagato tutta la questione confutando alcune affermazioni del Racioppi. Sulla carta esistono anche degli studi di Pietro Ebner. La “bolla di Alfano I” è uno dei documenti più antichi che noi oggi abbiamo e sebbene esista una copia del 1737 conservata presso l’Archivio della Diocesi di Policastro essa è un documento d’epoca Normanna. Inoltre, Alfano I, arcivescovo di Salerno in quegli anni, oltre ad aver nominato primo vescovo della rinata diocesi di Policastro, Pietro Pappacarbone ha scritto diverse cose su Policastro, l’antica Bussento. Come rifiutare la citazione di un “portus Saprorum” ?.     

Un’altra interessante notizia su Sapri, ci viene dalla più antica fonte archivistica in nostro possesso, la lettera pastorale (bolla) dell’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, datata all’ottobre 1079, ove Sapri figura al 7° posto delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro restaurata con un “Portum” Secondo l’antico documento (19 – 20), nel 1079, Sapri figura con il toponimo di ‘Portum’ nell’elenco delle trenta parrocchie della Diocesi di Policastro, l’Arcivesco di Salerno Bene- detto Alfano I, con la protezione longobarda, ricevè nel 1058 da Papa Stefano IX la licenza per la nomina di nuovi vescovi (19). Il documento (20) col quale veniva restaurata la antica sede episcopale bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per aposto-licam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”, è la più antica fonte archivistica in nostro possesso. Il documento, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Scrive in proposito l’Ebner (19): “La notizia più antica circa l’esistenza di un locale abitato, alme-no finora, è nella nota lettera (a. 166 /67), dell’Arcivescovo Alfano di Salerno, con la quale ricostituiva l’antica “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae” ed elevava a Vescovo il monaco cavense Pietro Pappacarbone da Salerno, destinandolo a quella sede. Nel definire i confini della ricostitui-ta diocesi, l’arcivescovo v’includeva con ‘Cammarota’ (…), Caselle, Turturella, Turraca, anche “Portum” da identificare appunto con Sapri. Nei confini, erano incluse tutte le per-tinenze e cioè case, terre, vigneti, campi, prati, pascoli, boschi, saliceti, ruscelli, acque, mercati del pesce, pievi, fattorie con servi, terre coltivate e corti e tutti gli appartenenti al clero con i loro beni.”  Con la nota lettera pastorale (bolla, a. 166/67) (19), datata all’ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, con la protezione longobarda, ricevè nel 1058 da Papa Stefano IX la licenza per la nomina di nuovi vescovi (20). Il documento (20) col quale veniva restaurata l’antica sede episcopale bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae” (20) ed elevava a Vescovo il monaco cavense Pietro Pappacarbone da Salerno, destinan-dolo a quella sede. Nel definire i confini della ricostituita diocesi, l’arcivescovo v’includeva con ‘Cammarota‘ (…), Caselle, Turturella, Turraca, anche un “Portum“.

Nel 1154, Sapri ed il suo Porto, nel Libro di Re Ruggero di al-Idrisi

Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Sapri, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (8), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (8), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pyxous-Policastro” (24), che parlando del Volpe (25) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Sapri. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (8), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’

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(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Michele Amari e Schiapparelli (8), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a p. 97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a p. 97, parlando del ‘3 scompartimento e del V clima’, scrivevano in proposito che:

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“Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Poi aggiunge: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” .

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Nella nota (2), Amari e Schiapparelli (…), postillavano che: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”Dunque, secondo i due studiosi e tradutori del Libro di Re Ruggero del 1154, al-Idrisi, la parola araba b.t.r.s., corrisponde al toponimo del porto di Sapri, mentre il ‘Capo di Policastro’, corrisponde al ‘Capo Bianco’. Amari e Schiapparelli, scrivevano “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Dunque, quale dei due termini indica il toponimo di Petrosa? Il toponimo Petrosa, è indicato con il termine o la parola araba di ‘.tr.b.s. , oppure è indicato con il termine e le due parole di marsà ràs b.li qas’t.rù ? La citazione del toponimo ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, toponimi che indicano due località vicinissime, in epoca Aragonese, ci fa pensare – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (‘Petrosa’) – noi crediamo – stia ad indicare il toponimo della  Torre costiera di difesa dell’omonima località nei pressi di Villammare, conosciuta dal geografo arabo di Re Normanno Ruggero d’Altavilla, nel XII secolo e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (2) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. La citazione del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”, sebbene i due studiosi abbiano bene individuato la costa, quella Saprese appunto, io credo che, il testo in arabo scritto dal geografo di Re Ruggero, al-Idrisi che, nel 1154, descriveva i luoghi sulla nostra costa, sia da riferire alla località “Petrosa”, nei pressi della località costiera di Villammare, dove oggi si può vedere l’omonima Torre marittima di avvistamento e di difesa, detta della Petrosa.  La presenza del toponimo di  ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca aragonese, ci fa pensare che il toponimo ‘Petrosa’ – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un Porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (Petrosa) – noi crediamo – stia ad indicare i toponimi di alcune Torri costiere di difesa conosciute dagli Arabi al tempo del Re Normanno Ruggero e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (2) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. Infatti, la citazione del geografo del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.” credo, si riferiscano alla località ad oriente di Sapri, dove alla fine del 1500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento, costruita per la difesa delle coste in epoca Vicereale.

Nel 1239, Sapri in un documento Angioino

Un’altra interessante notizia sulla presenza di Sapri nel 1239 ci è data dallo studioso Kan- torowicz Ernst (21), di cui crediamo fosse un errore. Lo storico dell’Imperatore Federico II di Svevia, Kantorowicz (21), nel suo libro ‘Federico II imperatore’,  scriveva che nel 1239, in occasione di un patto di alleanza stipulato tra il Papa Gregorio IX e le Repubbli-che marinare di Venezia e di Genova per combattere l’Imperatore Federico II di Svevia: “il papa pretendeva tutto il reame quod est beati Petri patrimonium; Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta e Sapri;” (21). Già nel nostro studio (1), scrivevamo in proposi-to: Dubbi sussistono sull’esattezza della notizia dataci dallo storico Kantorowicz, secondo cui all’epoca federiciana l’alleanza fra Venezia e Genova, che aveva avuto Gregorio IX per mediatore contro Federico II di Svevia (prima metà del secolo XIII), stabilì che”: ” Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta e di Sapri;…”  (21). Uno dei primi atti del pontificato di papa Gregorio IX fu l’invio a Federico II di Svevia (che possedeva l’intera Sicilia), della comunicazione di mantenere le promesse fatte al suo predecessore Onorio III (cioè di non intervenire militarmente nei territori dell’Impero nel Nord d’Italia e di accettare le nomine dei vescovi incaricati dal papa stesso) e infine di organizzare un nuova crociata.  Lo storico Kantorowicz, riferendosi allo storico patto di alleanza, e cita il Porto di Sapri che sarebbe andato a Venezia, alleatasi con il Papa Gregorio IX contro l’imperatore, è un palese errore. Infatti, lo storico Kantorowicz, trae la notizia dello storico patto da una epistola (lettera) del papa Gregorio IX scrive nel Settembre 1239 in occasione della sua mediazione per la stipula del patto d’alleanza fra le Repubbliche marinare di Venezia e Genova contro l’Imperatore Federico II di Svevia (prima metà del secolo XIII), dove però non figura il porto di Sapri ma figura il porto di ‘Salpas’ che è un porto della Puglia, indicato anche nella prima carta nautica esistente, la Carta Pisana del 1290 (Fig. 5). L’abbaglio del Kantorowicz (21) si desume dalla lettera (testo in latino) in cui si riporta il testo dell’alleanza o del patto, non figura Sapri ma figura il porto pugliese di Salpas(21-22): Romaneus Quirinus et Stephanus Baduarius Iacobi Teopuli ducis et comminis Venetiarum Gregorio IX Papae et ecclesiae romanae promittunt sec XXV galeas ad regnium siciliae occupandum armaturos esse, iuraque, statunt, quae, sibi, tam, apud Barolum’ et Salpas quam in omni olio regni loco, quem venectorum auxilio contingerit occupari in perpetuum feudum concedi dubeant, tenore litterarum procurationis ducis et comminis venetiarum. a. 1239, Sept. 5.” (22)Secondo il Kantorowicz , il ‘Salpas‘ che figura nel testo in latino della lettera citata, è Sapri (21). Il Salpas che, figura nella lettera che Papa Gregorio IX scrive nel Settembre 1239 (22) in occasione della sua mediazione per la stipula del patto d’alleanza fra le Repubbliche marinare di Venezia e Genova contro l’Imperatore Federico II di Svevia (prima metà del secolo XIII) era un porto della costa Adriatica pugliese che, figura pure sulla più antica carta nautica conosciuta, la Carta Pisana (Fig. 5). Infatti la lettera del Papa Gegorio IX, ci parla di due porti pugliesi, Barolum e Salpas (22). Tuttavia la notizia tratta dallo storico Kantorowicz andrebbe ulteriormente approfondita ed indagata. Certo che Sapri, nel XIII secolo era uno scalo marittimo conosciuto con il toponimo di Saprà, come risulta dalla più antica carta nautica conosciuta la Carta Pisana, datata intorno al 1290 (Fig. 5).

Nel 1271, Sapri non figura in un documento angioino

In un mio saggio ho cercato di dimostrare i motivi per i quali Sapri non figura sull’interessante documento del 1271 tratto dalla Cancelleria Angioina. Sapri esisteva all’epoca ed il suo porto e l’ampia baia naturale, unica al mondo, era già conosciuta ai naviganti come si evince dallo studio cartografico degli antichi portolani e carte nautiche conosciute. All’epoca Angioina, il piccolo villaggio di Sapri doveva appartenere alla Contea di Policastro ed ai suoi feudatari e dunque rintrava nella popolazione focatica o di Torraca o di Policastro.

Nel 1200, lo scalo marittimo di Sapri ed i suoi diversi toponimi figura nelle carte nautiche più antiche conosciute

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(….) Almagià Roberto, Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. n. …., p…..

Nel 1290, Sapri nella Carta Pisana, la più antica carta nautica conosciuta

La notizia andrebbe ulteriormente indagata in quanto due secoli dopo un Portum’ figura nella carta Pisana subito prima di Scalea. Certo è che due secoli dopo, il toponimo di Portum’ appare sulla più antica carta nautica oggi conosciuta, la Carta Pisana, risalente a forse prima del 1290 (Fig. 1). Infatti,  nella carta Pisana, sotto i porti di Policastro e Sapra o Saprà, si può leggere un Portum. Il toponimo di Portum è posto tra ‘Sapra’ e Scalea (Fig. 1). Il toponimo di Maratea nella Carta Pisana non figura. Di sicuro, il toponimo che nella ‘Carta Pisana’ indicava un porto, non corrisponde a Sapri in quanto nella carta Pisana, Sapri, figura con il toponimo di Sapra o un Saprà. Inoltre il Portum in questione si vede più vicino al toponimo e porto di Maratea essendo posto prima di Scalea (Fig. 1). Nutriamo dei seri dubbi che il Portum del documento diocesano del 1078 si riferisse a Sapri. La notizia andrebbe ulteriormente indagata in quanto due secoli dopo un Portum figura nella carta Pisana subito prima di Scalea.

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(Fig. 1) La “Carta Pisana”, portolano della metà del XIII secolo, ingrandimento dell’Italia meridionale

Nel 1320, Sapri nell’Atlante Catalano alla BNF

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(Fig. 6) Atlante Catalano del 1320

Nel 1300, la tassazione fiscale in epoca Angioina

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Il lungo conflitto angioino aragonese ebbe come teatro di combattimento il basso Cilento, e gli effetti disastrosi si perpetueranno per diverso tempo in tutto il territorio. La stessa Policastro, ed i castelli del circondario, compreso quello di Torraca, dopo il conflito, vengono defiscalizzati in virtù delle misere condizioni i  cui erano precipitati. Un dato preciso si ricava dagli archivi Vaticani, nei quali viene riportata la tassa cosiddetta dei “servizi comuni” pagata dai vescovi, infatti, negli anni successivi al conflitto la diocesi di Policastro risultava la più povera, poichè pagava appena 84 fiorini l’anno, contro i 350 di Capaccio e i 1.500 di Salerno.”.

Nel 1310, Torraca, Tortorella e Policastro nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.

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Nel 1320, la popolazione dell’Università di Torraca nel “Generalis Subventio Angioino”

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La generalis subventio o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.

Nell’8 agosto 1324, il “Tenimentum et Portus Sapri”, in un documento di re Roberto d’Angiò

Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Probabilmente Ebner non si era accorto dell’interesante citazione di cui stò accennando. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. All’epoca Angioina, Sapri aveva un porto che doveva essere conosciuto in quanto lo ritroviamo menzionato in un documento del 1324 tratto dai Registri della Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera, nei suoi “Annali”, nel 1860. L’antico documento (…) si riferisce ad un editto di re Roberto d’Angiò che concedeva la città di Policastro al soldato Bartolomeo Roveti, dopo l’avvenuta distruzione della città di Policastro che nel 1320 fu distrutta dalla flotta Aragonese al comando dell’ammiraglio genovese Corrado Doria. A Sapri, che in quegli anni doveva essere un piccolo villaggio marinaresco, doveva esistere un porto marittimo avendo la sua ampia baia un approdo e riparo sicuro per i vascelli che operarono durante la terribile guerra del Vespro tra gli Angioini e gli Aragonesi. La notizia di un porto a Sapri in epoca Angioina è provata e testimoniata proprio da questo documento di cui parlo. Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte il Porto di Sapri (“portus Sapri”). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 313, parlando della città di Policastro e continuando il suo racconto sull’editto di re Roberto d’Angiò che donava Policastro al milite genovese Bartolomeo Roveti (di cui ho parlato in un altro mio saggio sulla guerra del Vespro e la nostra terra all’epoca Angioina), in proposito aggiungeva e scriveva che: “Non appena fatto passaggio la nuova colonia genovese in Policastro, nacquero varie questioni petitoriali, possessoriali ec. su di esso territorio, alle quali re Roberto con suo editto pose termine – Rapportiamo questo altro documento storico anche inedito: “Robertus etc. Bonofiglio de Guardia militi magne nostre Magistro Rationali consiliario familiari et fideli suo gratiam etc….“. Il Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, trascrive il testo finale del documento: “Datum apud castrum–maris de Stabia per Iohannem Grillum de Salerno etc. anno domini MCCCXXIIII die octavo augusti VII Indictionis. Regnum nostrorum anno XVI (1).”. Re Roberto d’Angiò scriveva dal castrum di Castellammare di Stabia a Giovanni Grillo di Salerno. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. 22 fol. 208.”.

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(Figg….) Documento del 1324, tratto dalla Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, vol. II, pp. 313-314 per l’anno 1333 (Archivio Storico e digitale Attanasio)

Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus etc…“. Come si può leggere dal testo in latino dell’editto di re Roberto d’Angiò (…), trascritto integralmente da Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a pp. 313-314: Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus cum nemore magno ubi sunt venationes animalium silvestrium et glandes dossent percipi usque ad pretium sex unciarum per annum quem dictus Bonusfilius locare non potest dictis Ianuensibus nisi ex dominica jussione ad quod toliter ecc…” e, ancora: “…antiquo demanio certa tenimenta et terras que censuerunt pro certis pecuniis et victualium quantitatibus inter que est tenimentum Squisi et Portus Sapri qui locari possunt, dictum tenimentum Squisi pro unciis duabus et tenimentum portus Sapri qui locari potest annuis unciis auri quatuor petunt inde aliquid minui, ad quod taliter respondemus quod gratiose concessimus usque ad quindecim annos ad dictum vel alium consuetum censum seu pecuniam minime teneantur, ad sextum quod incipit Item terre demanii et tenimentorum prefatorum locari non possunt singulariter et divisim omnibus illis personis que apte essent ad recipiendum titulo locationis easdem eo quod persone ipse nondum venerunt omnes etc…”. Da cio che leggo si comprende che il re Roberto d’Angiò con questo editto indirizzato a Giovanni Grillo di Salerno, oltre a Policastro dona al capitano Genovese Bartolomeo Roveti anche il tenimento e porto di Sapri. Sulla notizia della colonia dei Genovesi al comando di Bartolomeo Roveti che doveva ripopolare Policastro, ha scritto il canonico Luigi Tancredi (…) che però non si accorse dell’interessante citazione di un “tenimenti e Portus Sapri”. Purtroppo questo documento angioino di Roberto d’Angiò non è stato possibile reperirlo sui registri ricostruiti da Riccardo Filangieri e pubblicati dall’Accademia Pontaniana a cura di altri autori. L’ultimo registro della Cancelleria Angioina andata distrutta e ricostruito è il n. 50 a cura di Riccardo Palmieri del 2010 che va dagli anni 1267 al 1295.  Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 29 e s. scrive in proposito che: Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.

Nel 4 ottobre 1397, Luigi II d’Aragona assentì e confermò la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Tortorella e del castello che passò nelle mani di Matteo Monforte di Laurito, tutore di Giovannella e Antonello (figli di Biancuccia Mercadante e di Tommaso di Monforte di Laurito) 

Jole Mazzoleni (…), a p. 127,riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), parlando di Torraca, a p. 664, scriveva che: Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, su richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. L’Ebner, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 135, riporta il seguente documento: “X. 1397, 4 ottobre, VI, Napoli Luigi II d’A. re a. XIV” ed il testo della Mazzoleni è il seguente: “Luigi II d’A., a richiesta di Matteo di Monforte tutore di Giovannella e Antonello, figli del fu Tommaso di Monforte e di Biancuccia Mercadante, gli concede assenso e conferma per la vendita della metà del castello di Torraca nelle pertinenze di Policastro e Turturella fattagli da Biancuccia che lo teneva in feudo dal conte di Lauria, verso il quale si devono sempre rispettare gli obblighi feudali.”. La Mazzoleni a p. 135 per il documento n. X (pergamena n. 18), postillava che: “Priv. transuntato il 1528, 14 aprile Laurito a richiesta di Ferdinando Monforte (v. n. 24). Perg. n° 18.”.

Mazzoleni, in RS.S., p. 135

(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit. p. 135

La notizia, secondo l’Ebner (v. p. 664), si rileva da un documento di Laurito, il transunto della pergamena VIII, di Roccagloriosa, del giudice Guglielmo di Roccagloriosa e del notaio Giovanni Caso. Sempre l’Ebner (…), a p. 664 del vol. II, riferendosi a Biancuccia Mercatante, in proposito scriveva che: “….gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.” e, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner (…), a p. 339, del suo vol. II, di ‘Chiesa, ecc…’, parlando di Policastro, cita Biancuccia Mercadante di Torraca e, scriveva in proposito: “Il 13 ottobre 1397, a Napoli, arbitri il vescovo di Policastro, per Matteo di Monforte di Laurito, e il milite Roberto di Pantaleone, per Antonio Pellegrino di Diano, (secondo) marito di Biancuccia Mercadante (di Torraca), vedova di Tommaso di Monforte ( di Laurito, prima marito), si giunse ad un accordo circa i diritti dei pupilli di Tommaso, rappresentati da Matteo e quelli di Biancuccia rappresentati dal secondo marito (54).”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito”e, poi scrive ancora sempre a p. 102 che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale però lo ricomprò. Si oppose Matteo di Laurito. Il giureconsulto Matteo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione del feudo di Laurito. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo ricevendone cento once in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro. Tale separazione, però, non esentò l’antico feudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino conti di Marsico. Infatti, nel 1448 Fancesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione ecc..ecc..”. Jole Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, er la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che:  “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”. La Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contea tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.

Nel 1300 (?) o 1569 (?), la “Torre Scilandro”, lungo la costa che corre verso Acquafredda ed il canale di Mezzanotte o confine con la Basilicata

Torre dello Scialandro............

Torre di Scialandro

(Fig….) “Torre Scilandro” – oggi erroneamente segnata su google maps come “Torre Mezzanotte” – probabilmente Torre angioina, posta poco distante dalla spiaggia e dal Canale di Mezzanotte, da cui fu avvistato il gruppo del Carducci dagli sgherri del prete Vincenzo Peluso.

Verso la fine del ‘500, si trovano le prime notizie sulle torri costiere costruite lungo le pendici del litorale costiero del Regno di Napoli. In particolare in questio saggio vorrei parlare delle Torri conosciute lungo il litorale saprese, alcune delle quali oggi non visibili perchè abbattute o distrutte o chissà cosa, come ad esempio la Torre detta del Bondormire che si trovava lungo la costa ad occidente da Sapri, dove oggi si trova il Faro “Pisacane” antistante l’Ospedale Civile di Sapri. La documentazione in nostro possesso ci permette di avere alcune notizie sicure sulle Torri esistenti, da costruire o costruite in epoca Vicereale. I primi documenti risalgono all’anno 1569. Posso dire che ancora oggi nella tradizione orale le torri cavallare e di avvistamento, che ritroviamo visibili lungo i crinali del litorale delle nostre coste vengono dette “Torri Normanne”. Eppure molte di queste sono Torri Vicereali, overo Torri quadrangolari fatte costruire alla fine del ‘500 dai Vicerè Spagnoli. E’ singolare che nella tradizione popolare le nostre torri vengano dette Normanne. Credo che molte di esse esistessero già a i tempi dei Normanni e che in seguito furono fatte rinforzare da Federico II di Svevia. Le torri preesistenti avevano forma diversa da quelle come oggi appaiono.  Delle torri preesistenti però, si conosce molto poco. Si sa poco cioè delle Torri costruite prima dell’epoca Vicereale, di cui disponiamo una buona documentazione. Delle torri preesistenti lungo il litorale costiero del basso Cilento dovevano certamente esistere in epoca Federiciana e poi ancora in seguito in epoca Angioina. Molte di queste torri furono poi in seguito fatte rimaneggiare e rinforzare dagli Aragonesi che dominarono a lungo sul Regno di Napoli. Sappiamo che Federico II di Svevia avocò a se molti castelli e torri esistenti nel Regno allora detto di Sicilia che comprendeva pure le nostre coste. Sull’epoca di fondazione della ‘torre dello Scialandro’, come pure di altre torri come quella della ‘Petrosa’ a Villammare, questa pure citata dal Pasanisi, o della ‘torre del Buondormire’ a Sapri, non abbiamo notizie documentate ma credo si tratti di torri molto più antiche risalenti all’epoca anteriore della guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi. Le Torri di guardia o di avvistamento (guardiole), più piccole, con pochi uomini di guardia ed un solo cannone, erano disposte sulle alture, oppure lungo la costa, spesso in località difficilmente raggiungibili, ma in ottima posizione per sorvegliare molte miglia di mare. ogni torre era in vista delle due limitrofe, in modo da poter comunicare, sia durante il giorno (segnali di fumo) che di notte (con l’accensione di fuochi). Il numero di fuochi corrispondeva a quello delle navi in arrivo e la fumata, (nei limiti delpossibile…..) era rivolta nella direzione da cui queste provenivano. entrambi i tipi di segnalazione erano preceduti da un suono di campana. Le Torri angioine, più antiche, di forma cilindrica, con basamento a tronco di cono che rappresenta i 2/3 dell’altezza dell’intera torre ed è sormontato da una cordonatura (redondone o toro) di tufo grigio in piperno (roccia vulcanica proveniente dalle cave napoletane poste ai piedi dei Camaldoli) o materiale simile, e mura poco spesse. Avevano funzione, essenzialmente “di avvistamento”. Le torri circolari, quelle d’epoca Angioina, caddero in disuso con l’avvento della polvere a sparo. Fu l’avvento dell’artiglieria a segnare il passaggio dalla forma circolare a quella quadrata, per meglio resistere alle cannonate. Le nuove Torri, costruite con criteri più moderni, erano così in grado di assolvere a funzioni di avvistamento, riparo ed anche offesa. Talvolta, due o più Torri venivano unite da ballatoi. L’ingresso veniva aperto sul lato a monte, al piano superiore (3-6 m. di altezza) e poteva essere dotato di una scala retraibile., anziché in muratura. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo pregevole studio sui ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, nel capitolo III: “Le Torri costiere nel Viceregno”, a p. 45, mostrava un disegno tratto dalle Carte e stampe, conservate all’Archivio di Stato di Napoli, da cui io stesso, trassi diversi documenti inediti:

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(Fig….) Disegno della forma delle Torri marittime di avvistamento tratto dal Vassalluzzo (…), op. cit.

In questo disegno, si vedono le due principali tipologie di torri costiere. La torre dello Scialandro, appartenente al sistema difensivo costiero del Regno di Napoli, ma di sicuro non faceva parte del programma di costruzione promosso dal Governo Vicereale. Situata su uno sperone roccioso nei pressi del “Canale di Mezzanotte”, non conosciamo l’epoca di fondazione, ma essendo la sua struttura di foma a pianta e sezione circolare, dunque con base e tronco cilindrico, rappresentando ed assumendo la quasi perfetta forma di un cilindro, essa si configura tra le tipologie costruttive usate molti secoli prima dell’epoca Vicereale. Io credo che la sua forma cilindrica, può avvalore l’ipotesi che essa sia una Torre molto più antica e forse risalente al periodo Angioino. Per le torri Vicereali, ovvero le torri costiere, oggi in parte ancora visibili anche se dirute, al contrario è stato scritto molto. Le torri costiere vicereali sono le torri costruite lungo la costa del Regno di Napoli ed in particolare quelle Tirreniche, dal Governo dei Vicerè Spagoli, ce tra gli anni 1555 e 1582, intrapresero un programma di costruzione molto vasto.  Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (…), a p. 197, scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.“. Dunque, secondo il Vassalluzzo (…), ad oriente di Sapri, l’unica Torre esistente e costruita era quella di Capobianco, anticamente detta Torre dell’Obertino. Dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nessuna citazione delle torri costiere più antiche ed in particolare della ‘Torre di Scialandro’, di cui parlerò. Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (…), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e, nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del Principato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 35) Una allo Scialandro, presso Sapri”. Dunque, il Guzzo (…), a p. 247, scriveva che la Torre dello Scialandro, veniva costruita a seguito dell’orinanza vicereale del 1566. Ma rileggendo il Pasanisi (…), abbiamo visto che l’epoca di costruzione di quella torre non si evince. Dal documento citato a p. 429 nella sua nota (1), si evince che l’università di Rivello, nel 1567, veniva esentata dal pagamento dei pesi per la Torre dello Scialandro, ma non si evince da nessun documento che la ‘Torre dello Scialandro’ rientrasse nel programma dell’ordinanza del 1566. Ancora il Guzzo (…), a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località:………………….”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – ………………. (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “……………………. Il Guzzo (…), nelle pagine seguenti, parla del programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo e a p. 250, a proposito della Torre del Buondormire, dice che questa era una delle torri che furono completate alla fine del 1570 e a p. 252, nella sua nota (35), postillava che: “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono come torrieri: ecc..ecc..”. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, ricavata dal Pasanisi (…), la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, in proposito postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”. Dunque, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi (…), comprendeva nell’elenco delle torri che venivano costruite nel 1566, anche quella dello Scialandro. Il Guzzo, nel suddetto elenco, citava la ‘Torre dello Scialandro’ e la citava dopo la Torre alla foce del torrente Rubertino che abbiamo visto essere poi stata chiamata Torre di Capobianco che è ancora visibile davanti lo scoglio dello Scialandro. Dunque, stando a ciò che lo stesso Guzzo scrivesse a p. 250, la Torre dello Scialandro seguiva in successione quella del torrente Rubertino, e dunque, questa torre doveva essere una torre posta lungo la costa dopo quella del torrente Rubertino. Sempre il Guzzo (…), a p. 253, scriveva che con la nuova tassa imposta nel 1582, e per effetto di essa furono portate a termine anche la torre alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri. Dunque, della torre dello Scialandro, non si dice più nulla. Forse perchè era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Ma se il Guzzo (…), sulla scorta di Onofrio Pasanisi, a proposito di questa torre, a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Dunque, anche in questo caso il Guzzo (…), ci dà un quadro distorto della realtà dei fatti, in quanto secondo quanto asserisce, la torre dello Scialandro, si costruiva nel 1567. Come ho avuto già modo di ribadire, la torre dello Scialandro, nel 1567, era già preesistente ma dal documento citato dal Pasanisi non si evince che fosse in costruzione. Forse nel 1567, la Torre dello Scialandro, come altre torri già preesistenti, erano state oggetto di interventi di manutenzione. Sempre il Guzzo, a p. 253, scrive che nel programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo, per effetto della nuova tassa imposta nel 1582, fu portata a termine alcune torri ma nel suo elenco non figura quella dello Scialandro. Infatti, se la Torre dello Scialandro, veniva citata da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua prima edizione del 1568, mi chiedo come fosse possibile che questa torre, pur essendo compresa nel programma di ricostruzione del 1566, non fosse stata ultimata a seguito del programma attuato a seguito della tassa del 1582. L’unica spiegazione logica è quella, come io credo, che la Torre dello Scialandro, fosse una torre già peesistente ancora prima della costruzioni vicereali e che poi in seguito, fu compresa nel programma di ricostruzione per rinforzarla ma, come io credo, i lavori non furono del tutto ultimati a causa del fatto che mancavano i fondi per ricostruirla o rinforzarla. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 197, scriveva in proposito che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.. Dunque, secondo l’elenco che fa il Vassalluzzo (…), tra il 1568 e il 1584, sulla ‘Torre dello Scialandro’, a sua guardia non risulta nessun torriere ma risultano torrieri a guardia delle torri di Buondormire e di Capobianco. Ovviamente il fatto che non risultassero torrieri a guardia della ‘Torre dello Scialandro, nel secolo XVI, non significa che questa torre non fosse già preesistente.  Il Guzzo (…), sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 253, scriveva che nel 1580, la vicina Università di Maratea, “ricorreva al Vicerè per la mancata costruzione di una torre, già ordinata dal Governatore Conte di Briatico, nel luogo detto di Acquafredda, presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (39).”. La “Grutta d’a Scala” (il nome significa ‘grotta della scala’). Il Guzzo, a p. 253, in proposito a questa torre in Acquafredda, nella sua nota (39), postillava che: “(39) O. Pasanisi, op. cit. p. 435.”. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), a p. 435, aveva scritto che: “Nel 1580 l’università di Maratea ricorreva al vicerè per la mancata costruzione d’una torre già ordinata dal governatore Conte di Briatico nel luogo detto dell’Acqua fredda presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (2).“. Il Pasanisi (…), a p. 435, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Proc. R. Cam. (p.a.) n. 3037, vol. 277.”. Ma in questo caso il Pasanisi (…), non si riferiva alla ‘Torre di Scialandro’, ma si riferiva ad una torre costruita ad Acquafredda, nel luogo, dove io credo, oggi vi è la Villa Nitti. La vicina spiaggetta della grotta della Scala si trova ad Acquafredda di Maratea in Provincia di Potenza, ed è molto probabilmente la spiaggetta dove sbarcò il gruppetto al seguito di Costabile Carducci. Non sappiamo se il 10 marzo 1577, secondo quando scrive Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, a p. 281: “il regio misuratore delle Torri delle cinque provincie di Terra di Lavoro, Principato Citra (il nostro) Basilicata, Terra di Bari e Capitanata, Liberato Lucido, ecc..”, l’avesse visitata insieme alle altre preesistenti lungo il litorale costiero del nostro Principato Citra. Certo è che se fosse ritrovato l’antico verbale di visita di Liberato Lucido, Regio misuratore del Regno di Napoli al tempo del governo dei Vicerè Spagnoli, sarebbe un ulteriore testimonianza dell’esistenza, anzi preesistenza della ‘Torre di Scilandro‘. A tal proposito stò cercando i registri ‘Quinernioni’, dove si annotavano le Sentenze e delibere della Regia Corte della Sommaria, come ci dice il Capasso. Riguardo la torre marittima della Molpa, requisita dal duca d’Alcalà, al De Leyna, e in seguito, il 10 marzo 1577, dunque dopo la prima edizione del Mazzella, secondo quanto il Pasanisi postillasse nella sua nota (3), si riferiva al “(3) Proc. R. Camera, n. 3749, vol. 315, p.a.”. Come pure, potrebbe risultare interessante il documento citato dal Guzzo (…), a p. 258: “Carta n. 41 del Volume 104 dell’Archivio di Stato di Napoli, Sommaria Diversi, I numerazione, in cui è ben chiaro il numero ed anche la dislocazione di tutte le torri marittime del Regno.”. Forse la ‘Torre dello Scialandro’ era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Mazzella (…), a p. 87, elencava le torri costiere esistenti nel 1568, ed in proposito citava solo la torre dello ‘Scialandro’, scrivendo: “37 T. di Scilandro in Territorio di Policastro”. Scipione Mazzella (…), nel suo elenco delle Torri di Principato Citra, citava anche la “58 T. del Crivo di Scilandro in territorio di Cammerota”, confondendola con l’altra ‘Torre del Crivo‘, e confondendola il luogo, dicendola a Camerota. La torre dello Scialandro è una torre molto più antica delle altre visibili che la tradizione popolare orale chiama ‘Normanne’ ma, costruite in epoca Vicereale. Le torri vicereali,  non sono di forma circolare come quella dello Scialandro, ma esse hanno una sezione a base quadrata e, in elevato assumono una quasi perfetta forma cubica. La Torre dello Scialandro, invece, diversamente dalle altre e unico esempio esistente fino a Novi Velia, ha una sezione a base circolare ed in elevato, assume una forma quasi cilindrica, rastremandosi verso l’alto, forma questa tipica delle Torri d’epoca Angioina, dunque molto più antica delle altre. Inoltre, molti scrittori che l’anno citata, l’hanno confusa con la vecchia Torre dell’Obertino poi detta di Capobianco. La Torre dello Scialandro, come si può ben vedere in tutte le altre carte geografiche citate, è sempre segnata lungo la costa che da Sapri va verso Acquafredda ma posta in successione alla Torre di Capobianco. Credo che la Torre di Scialandro, sia la seconda torre ad oriente di Sapri e del fiume Lubertino, che si vede disegnata in rosso nella carta d’epoca Aragonese. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nel 1848, e sul Carducci, nel suo vol. II, a p. 5, in proposito alla torre che io credo fosse dello Scialandro, scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti ecc..”. A tal proposito, devo però citare il racconto dell’episodio e dei luoghi che fa Franco Maldonato (…), nel suo ‘Teste mozze’, edito recentemente, che a p. 104, in proposito allo sbarco di Carducci ad Acquafredda scriveva che: “Messo al sicuro il gozzo, si inerpicano in cerca di cibo verso l’abitato, un borgo di duecento anime, noto come Acquafredda perchè nelle acque rivierasche affiora, una bolla visibile solo in tempo di bonaccia, una sorgente sotterranea di acqua dolce, più fredda delle altre correnti in ogni periodo dell’anno. Quivi si era rifugiato il sacerdote Vincenzo Peluso, che in gennaio ..”. Maldonato (…), a p. 105 continuando il suo racconto scriveva che: “ritenne più prudente ritirarsi ad Acquafredda, poco più di cinque chilometri da Sapri, in una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”Dunque, secondo il Maldonato, il vecchio prete Vincenzo Peluso, nel gennaio del 1848, si era ritirato o “rifugiato” in una una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”.

Nel 1400, a Sapri, due torri costiere, in una carta inedita d’epoca Aragonese

In particolare per i casali citati, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta in questione sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Guardando la carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, d’epoca Aragonese, dunque molto più antica del ‘Croquì’, ci accorgiamo che, all’altezza e di fronte lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, vediamo riportata solo la figura colorata in rosso di una torre ma senza l’indicazione del suo nome. Nella stessa carta d’epoca aragonese, all’altezza dell’attuale Canale di Mezzanotte, vediamo indicata un’altra torre (sempre di colore rosso) che anche quì non è scritto il suo nome ma io credo fosse propio la Torre dello Scialandro. Le due torri, segnate lungo la costa ad oriente di Sapri e sul monte Ceraso, nella carta d’epoca Aragonese, indicate solo con il disegno di una torre ma senza i nomi, io credo siano proprio le torri citate da Scipione Mazzella Napolitano (…), segnalate nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568.

Sapri nella carta del Cilento

(Fig…..) Carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…) e, citata nel 1987 (…) – particolare dell’entroterra e del litorale Saprese

Riccardo Cisternino (…) in un suo studio sulle Torri costiere nel Regno di Napoli, a pp. 107-108 in proposito scriveva che: “I disegni di recente rinvenuti presso la biblioteca nazionale di Napoli (nota 63) Vittorio Emanuele, riguardano esclusivamente i castelli dell’allora capitale ecc….Non potendosi, pertanto, trarre dei disegni o piante elementi di attribuzione di epoche, per le torri preesistenti se ne può fissare dalle forme esteriori l’origine se longobarda, normanna o angioina. Quella che scompare nella metà del seolo XVI è la forma cilindrica, mentre prevale quella quadrangolare, trasformazione dovuta a motivi pratici delle nuove torri destinate non solo alla difesa, ma anche a rigugio in caso di incursioni. Ecc…”. Dunque secondo il Cisternino, la forma esteriore cilindrica era diffusa nelle Torri preesistenti a quelle Vicereali, a quelle più antiche, come ad esempio le torri Angioine. E’ il caso della Torre detta dello “Scilandro” o “Scelandro”, che ritroviamo a circa due chilometri da Sapri. Questa Torre è una delle cose più antiche che si possono vedere sul nostro territorio. Appartiene sicuramente al Demanio in quanto non ci risulta sia stata ancora venduta come tante Torri del nostro litorale e si trova ancora nel nostro territorio Comunale di Sapri. Come ci fa notare Antonio Scarfone (…),  nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” che, segnalava alcune notizie tratte da Scipione Mazzella Napolitano (…) e che in proposito affermava che: “nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro (Guzzo, 1999) senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”, la prima citazione in assoluto di una ‘Torre dello Scialandro’ è di Scipione Mazzella Napolitano (…), che la citò a p. 87, del suo elenco delle Torri costruite nel Principato Citra, del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568. Scipione Mazzella Napolitano, nel 1568, citava l’antica Torre dello Scialandro. Antonio Scarfone (….), nel suo studio……………………………….. afferma, a supporto della sua tesi, che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suddetto elenco che vediamo illustrato nell’immagine della Fig…, citava due torri dello Scialandro ed in proposito scriveva che: “37. Torre di Scilandro in territorio di Policastro” e, poi scriveva pure: “58. Torre del Crivo di Scilandro in territorio di Camerota”. Dunque, il Mazzella, citava e le chiamava Torri di “Scilandro” , sia in territorio di Policastro e sia in territorio di Camerota. Non mi risulta che a Camerota o a Palinuro, vi sia una “58. Torre del Crivo di Scilandro”. Nell’elenco delle Torri costiere costruite a seguito delle ordinanza dei Vicerè spagnoli, non risulta questa torre nel territorio di Camerota. Certo la citazione di Scipione Mazzella (…), che scriveva nel 1568 è di esrema importanza per la ricostruzione storiografica di alcune torri preesistenti sul nostro territorio già in epoca, io credo, angioina:

Mazzella Napolitano, p. 83, sulle Torri del Principato Citra

(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra

Nel 1609, Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicava l’elenco delle Torri marittime e cavallare e dei castelli visibili lungo la costa del Regno di Napoli. Bacco Alemanno a p. 25 pubblicava l’elenco delle Torri in Principato Citra e per il “Territorio di Policastro” citava le seguenti torri: “37 Torre Scilandro. 38 Torre della Petrosa. 39 Torre di Capitello. 40 Torre di Capobene.”.

Bacco Alemanno, p. 25, torri

Estendendo l’indagine geo-storica ai documenti di archivio, nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, nel 1977 ripubblicato dall’Istituto Italiano dei Castelli, pubblicò una serie di interessanti documenti da lui ordinati e tratti dalla Sezione Amministrativava, Registri Torri, Castelli, per le Torri (vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Questo studio, insieme ad altri saggi come quello di Onofrio Pasanisi (….) e quello di Angelo Guzzo (…), offre diversi spunti di indagine ulteriore sulla storia delle Torri cavallare e di avvistamento costruite prima di quelle Vicereali di cui pure parlerò. Cisternino (…), nell’edizione del 1977 per l’I.I.C, a pp. 98 in proposito scriveva che (elenco solo quelle in prossimità della costa vicino Sapri): “Dalla documentazione oggi esistente presso l’archivio di stato di Napoli si può dedurre che il numero delle torri e dei castelli esistenti nel periodo del viceregno era di 431, sottolineando immediatamente che l’impiego contemporaneo di esse fu sempre di molto inferiore, per evidenti motivi di economia. La suddivisione per provincia delle torri era la seguente: nota 38, p. 99. Basilicata – 2) torre dell’Arno alias Prezzame l’Asino (Maratea); 4) Caja (Maratea); 5) Crivo a Capo Filicosa (Maratea) ecc..Principato Citra: , p. 100. nota 39: 15) Bondormire (Policastro); 2) Capo Bianco (Policastro); nota 40., p. 101: 79) Petrusa (Bonati); 91) Scelandro (Policastro); ecc….”. Dunque, il Cisternino, riguardo il Principato Citra, in prossimità di Sapri ci dice di tre torri che sono le seguenti: la n. 15) Torre del Buondormire, la n. 2) Torre di Capo Bianco e la n. 15) torre ‘Scelandro‘. Queste torri sono tutte poste sotto l’Università (il comune di quei tempi che doveva provvedere al finanziamento per la loro costruzione) di Policastro. Credo che le tre torri citate dipendessero dall’Università di Policastro in quanto pur trovandosi queste tre torri (quella di Buondormire oggi scomparsa) nel territorio di Sapri e dunque nel subfeudo di Torraca, appartenevano alla più vasta contea dei Carafa di Policastro. Il Cisternino (…), nel suo pregevole lavoro a pp. 110 e s. cita le torri, l’anno ed i relativi suoi “Torrieri” ed a p. 119 e s. elenca i Torrieri che figurano nel Principato Citra, ovvero i Torrieri che stavano a guardia delle torri che qui elenco limitandomi a solo quelli che riguardao il litorale saprese: “Torrieri di Principato Citra. – p. 120.: 46) Cappellano Giuliano 1569 Scelandro. Policastro; 67) Cavaczicales Pietro 1569. Bondormire. Policastro; p. 121: 81) della Torraca Biagio, 1576, Bon Dormire. Policastro; 128) de Calis Giovanni, 1584, Capo Bianco, Policastro; 147) d’Ocha Giovanni, 1578, Petrusa, Bonati; p. 122: 195) Mangia Giulio, 1598 Scilandro, Policastro; 197) Magaldo Luca, 1599, Capo Bianco, Policastro; p. 123: 240) Prando Francesco, 1598, Bondormire, Policastro; 242) Pugliese Carlo, Petrosa, Libonati; p. 124: 305) Timpanello Attilio, 1577, Scilandro, Policastro; ecc…”. Questi i torrieri citati da Cisternino (…). Dunque, riepilogando abbiamo che: per la torre del Buondormire troviamo come torrieri nel 1569, Pietro Cavaczicales; nel 1576, Biagio della Torraca e, nel 1598, Francesco. Per la Torre detta dello ‘Scilandro’, nel 1569, Giuliano Cappellano; nel 1598 Giulio Mangia e, nel 1577 Attilio Timpanello. Riguardo la Torre di Capo Bianco, troviamo nel 1584 Giovanni de Calis; nel 1599, Luca Magaldo. Dunque, come leggiamo dai documenti citati dal Cisternino, la torre oggi detta di Mezzanotte, era quella dello “Scilandro” a volte detta “Scelandro”. Poi vi è la torre oggi detta di Capobianco, un tempo detta di “Capo Bianco” ed ancor prima torre di “Lubertino” dal nome del fiume carsico che ivi scorre nel monte Ceraso. Ancor prima e più antica di tutte era la torre detta del “Bon Dormire”, o torre del “Bondormire” non distante dall’omonima spiaggetta. Io credo che queste tre torri già esistessero ai tempi della costruzione delle torri vicereali. Furono certamente rinforzate ai tempi dei Vicerè Spagnoli. Anche il Cisternino estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli, Giovan Battista Cappelli, 1601 ad Enrico Bacco Alemanno (….), ovvero al suo ………………………..del 1611, ed a Mario Cartaro (….) del 1613, ovvero al cartografo Mario Cartaro che insieme a Giovanni Stelliola (…), riportano nella carta illustrata in fig…..le torri esistenti lungo la costa del Regno di Napoli. Il Cartaro (….) stese la delineazione della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per il Mazzella a p. 140 per il Principato figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Riguardo il Cartaro (…), a p. 140, per il Principato e per la costa di Sapri si elencano le seguenti Torri: “84) Petrosa; 85) Bondormire; 86) Capo Bianco; 87) Scilandro; 88) Crivo.”. Dunque, dall’analisi di quanto fin quì detto si può concludere che in tutti i casi, lungo la costa o il litorale saprese figura sempre la Torre detta del “Bondormire”, posta ad occidente ed ad oriente lungo la dorsale del monte Ceraso figurano le due torri dette una di “Capobene” in Mazzella e in Cartaro detta di “Capo Bianco” (dall’omonimo Capo Bianco’, in prossimità dello scoglio dello Scialandro). Inoltre, sia in Mazzella (1601) che in Cartaro (1613) figura la torre detta dello “Scilandro”. L’altra torre segnata in queste due carte, all’altezza di Acquafredda, come io credo, è l’antichissima “Torre dello Scilandro”, citata nel 1568 da Scipione Mazzella Napolitano. Recentemente, nel 2008, i due studiosi, Ferdinando La Greca (recentemente scomparso) e Vladimiro Valerio (…), in un loro pregevole studio, ‘Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano – Le terre di Principato Citra’, edito nel 2008, a p. 30, pubblicavano uno stralcio della carta corografica o geografica del ‘Principato Citra’ (Fig. 1.16) di Nicola Antonio Stigliola (…), delineata tra il 1583 e il 1595. Dunque, i dati statistici di cui si servì lo Stelliola (…), nel delineare la carta del Regno, venivano raccolti poco dopo quelli pubblicati da Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, la cui prima edizione risale al 1568. Come si può ben vedere anche in questa carta corografica del Regno di Napoli delineata nel ‘600 (…), la carta di Mario Cartaro-Stelliola (…), delineata dai due cartografi del Regno di Napoli, nel 1613. Nell’immagine illustrata pubblico la carta corografica del ‘Principato Citra’, con l’indicazione di tutte le torri vicereali costruite lungo le coste al 1613. In questa carta, oltre a citarsi la “Torre del bondormire”, e “Torre lo Scilandro”, si citava anche l’altra torre esistente lungo la costa saprese ad oriente del porto, la “Torre del Capobianco”, che è quella attualmente visibile ed esistente e, possiamo leggere chiaramente, a seguire la “Torre lo Scilandro” e, la “Torre lo Crivo”.

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(Fig….) Mario Cartaro – carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII

Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Ma, l’opera più esaustiva che al momento sia stata scritta sulla costruzione delle Torri costiere nel periodo Vicereale è quella di Onofrio Pasanisi (…): ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicata nel 1926. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), è l’unico che riporta una notizia storica interessante e documentata sulla ‘Torre dello Scialandro’. Il Pasanisi (…), a p. 428, in proposito scriveva che: “Nel 1567 infatti venne imposta per la fabbrica una tassa di grana 22 per tutti i fuochi del regno (3), ecluse le terre lontane 12 miglia dalla marina ed alcune categorie di abitanti, schiavoni ed albanesi che pagavano la metà (4). L’aveva preceduta il 1° maggio 1566 una tassa di grana 7 ed 1 cavallo per il servizio di una guardia (5). L’adozione di questo sistema apportò immediatamente immensi benefici. Non solo permise una giusta ed ecqua ripartizione di questi pubblici pesi, non solo pose fine ai continui litigi delle università, ma quando, – e ciò fu assai notevole – col copioso affluire del danaro nelle casse dello Stato, diede modo a queste di essere rivalse delle spese di fabbrica e di quelle assai gravose del servizio di guardia, (queste ultime a datare dal 1° maggio 1566). Innumerevoli sono infatti gli ordini di rimborso dati dalla R. Camera ai percettori provinciali (1).”. Il Pasanisi (…), a p. 429, nella sua nota (1), postillava in proposito che: “(1) ad es. ‘Partium S., vol. 548, f. 150: rimborso dei ducati 93 a Guardiagrele pagati nel 1563 per la tassa del Sangro. Idem vol., fol. 122 per l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento che cita il Pasanisi (…), è un documento tratto dai registri “Partium” della Real Camera della Sommaria del Regno di Napoli Vicereale. Dunque, questa notizia è di estrema importanza in quanto conferma la mia ipotesi circa l’esistenza (documentata) di una Torre dello Scialandro, che secondo questa notizia fornitaci dal Pasanisi che la cita, per la sua costruzione, le imposizioni fiscali pagate precedentemente dall’università di Rivello, il 1° maggio 1566, dovevano essere restituite a causa della nuova ordinanza emessa nel 1567, che escludeva dal pagamento tutte quelle università (i comuni dell’epoca) ed in questo caso l’università di Rivello, che distavano più di 12 miglia dalla torre costiera da costruire. Insomma, secondo quanto scrive il Pasanisi (…), nella sua nota (1), di p. 429, che cita il documento “Partium S., vol. 548, f. 150”, risulta che l’università di Rivello, prima del 1567, aveva contribuito al pagamento delle imposizioni fiscali per la “Torre Scialandro”. Tuttavia, non sono in grado di affermare il vero motivo per cui l’università di Rivello, pagava le imposizioni fiscali per la ‘Torre Scialandro’. Il Pasanisi (…), scrive che i motivi per i quali, nel 1567, il governo spagnolo Vicereale nel Regno di Napoli, imponesse il pagamento di pesi fiscali erano diversi. Infatti, i motivi addotti per il pagamento delle tasse poteva essere la: 1-  costruzione della torre (imposta per la fabbrica), 2 – servizio di guardia per le torri già funzionanti; 3 – la costruzione di opere di rifacimento e ammodernamento su fabbriche già esistenti. Dunque, alla luce del documento citato dal Pasanisi, posso solo affermare che dopo il 1567, a seguito della nuova ordinanza emessa per “tutti i fuochi del regno” (tutti i nuclei familiari presenti e rilevati nell’ultimo censimento), l’università di RIvello verrà esentata dal pagamento di qualsiasi tassa. Dal documento citato si può anche affermare che la ‘Torre dello Scialandro’, nel 1567, già esisteva, anche se non posso dire quando è iniziata la sua costruzione. Per l’epoca di fondazione o costruzione della Torre dello Scialandro, bisognerebbe trovare i documenti, semmai vi fossero, che ci dicono quando ne fu ordinata la sua costruzione. Inoltre, non possiamo dire quando l’università di Rivello, insieme alle altre università, contribuirono per la fabbrica o per il suo servizio di guardia. Il documento citato dal Pasanisi, ci dice quando furono restituiti i pesi pagati all’università di Rivello che probabilmente come altre università aveva presentato ricorso alla Real Camera della Sommaria. Inoltre, interessante è la citazione di “l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento dunque, fa luce anche sulla citazione del Mazzella (…), che nel suddetto elenco scriveva che: “37 Torre di Scilandro in territorio di Policastro”. Il Mazzella, nel 1568, proprio l’anno dopo l’ordinanza vicereale del 1567, elencava le torri costruite ed esistenti nel Principato Citra e la torre dello Scialandro la poneva nel territorio di Policastro. Dunque, mi chiedo cosa centrasse l’università di Rivello ?. Nel 1567, l’università di Rivello, faceva parte della Diocesi di Policastro e forse apparteneva alla vasta contea dei Carafa della Spina di Policastro. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197 e, pure il Guzzo (…), a p. 252 del suo “Da Velia a Sapri”, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dunque, secondo il Vassalluzzo ed il Guzzo lungo la costa di Sapri vi erano le tre torri: 1- Torre del Buondormire ad occidente; 2 – Torre di Obertino ad oriente oggi detta Torre di Capobianco. Ma non citavano la Torre dello Scilandro. Inoltre, devo precisare delle non similitudini con i nomi dei Torrieri. Ad esempio il Cisternino scrive che a guardia della Torre di “Capo Bianco”, nel 1584 troviamo “de Calis Giovanni” mentre, il Vassalluzzo lo chiamano “De Colis Giovanni”.

Nel 1714, la torre dello Scialandro

Nella carta ‘Provincia del Principato Citra’, delineata dal Magini nel ‘600 e poi ampliata dal cartografo Domenico De Rossi (…), del 1714, si vede chiaramente una “Torre dello Scialandro”. In questa carta, non viene indicato Sapri, ma viene correttamente indicato il confine tra le due Regioni. Inoltre, nella carta, possiamo leggere un toponimo strano “Elcerosa” e poi anche un “S. Giorgio”, due casali di cui non abbiamo ben capito l’esistenza.

La Torre dello Scialandro figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.

Rizzi Zannoni

(Fig…) Rizzi-Zannoni – Particolare dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli (1769) (Archivio Attanasio)

Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.

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carta Golfo di Policatro

(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

Nel 1400, la formazione dei primi nuclei urbani: località e borghetto delle “Mocchie” e la “Marinella”

Paradossalmente, proprio negli anni in cui il toponimo di  Sapri và gradualmente scomparendo sulle carte nautiche manoscritte, ma citato su quelle a stampa, vanno aumentando le testimonianze sulla presenza di un centro abitato. Finito il fenomeno saraceno e cresciuta la popolazione, il  paese incominciò ad incrementarsi sull’arenile in luogo più vicino al mare e si formò l’antico villaggio del Timpone, sulla collinetta omonima non molto distante dall’odierno centro abitato. Contestualmente, andava allargandosi anche il piccolo borgo marinaro della ‘Marinella‘ che, dalla contrada delle ‘Mocchie’ andava sviluppando il suo centro abitato con case sparse sino al vallone dello ‘Ischitello‘. Sorsero poi ad occidente le contrade del ‘Rosario‘ e di ‘San Giovanni’ il piccolo borgo marinaro della ‘Marinella’ con poche case sparse lungo le colline, si andò poi successivamente ingrandendosi lungo la vecchia linea di costa arretrata rispetto a quella attuale e che nella zona delle ‘Mocchie‘ formava una piccola insenatura, sicuro riparo per le poche e piccole barche di pescatori. Il piccolo borgo marinaro chiamato ‘Portus Saprorum‘ si formò dapprima con piccoli raggruppamenti di case sulla china detta ‘Difesa‘ e ‘Fenosa‘ e del Timpone e sulla dorsale della collina di ‘San Martino’ (‘Santu Martin’) con case sparse e più giù, in località ‘Mocchie’ e poco distante da essa, un cospicuo raggruppamento di case si formò nella ‘Marinella’. Il piccolo nucleo della ‘Marinella‘, posto ad occidente della piccola insenatura formatasi nei secoli tra il torrente oggi detto ‘Brizzi‘ (‘Vrizz’) dell’arenile posto ai piedi della collina del Timpone, nacque come piccolo borgo marinaro. La sua posizione nascosta era quella più sicura per il ricovero delle piccole barche di pescatori, per la difesa dalle incursioni saracene, a quel tempo frequenti. Sicuramente il piccolo borgo della Marinella, era il luogo più salubre e, man mano, andò ingrandendosi insieme al gruppo di case sorte alle Mocchie ed al Timpone. In questi anni, oltre ad alcuni reperti, alle fonti archivistiche ed alla storiografia del tempo, si sono rivelati utili alcuni documenti diocesani e parrocchiali. Dai primi del ‘400, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di edifici e delle murature. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al “Timpone”, oggi piccola frazione di Sapri, abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla così utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame.

Credo che il borgo marinaro di Sapri si sia sviluppato in località “Mocchie”, dove oggi si possono notare un piccolo gruppo di edifici antichi che sono posti un pò sopraelevati rispetto al piano di campagna. Oggi li vicino è sorta la zona Industriale di Sapri ma un tempo quest’area era collegata con le vicine colline da una strada detta “Verdesca” che anche questa un toponimo di derivazione marinaresca. La strada della “Verdesca”, una strada mulattiera interna che si inerpica nei spuntoni rocciosi ed arriva più o meno dove oggi si trova l’edificio della Piscina Comunale di Torraca. Un tempo in quell’area sorgeva, già da molti secoli, la grancia di S. Fantino che è descritta dalla “Platea dei Beni e delle rendite ecc…” del 1595-96 che appartenevano all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, cenobio Basiliano. La grangia o grancia era un piccolo monastero alle dipendenze dell’Abbazia che sorgeva proprio in quei luoghi. La testimonianza della strada detta della “Verdesca” ci viene dal Giudice borbonico Gaetano Fischetti (…) e dal suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857′, pubblicato nel 1877.

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(Fig….) Località Mocchie – piccolo borgo con vecchi edifici ed una rampa per il ricovero delle piccole barche

Credo che in quel luogo, non molto distante dal letto naturale dell’attuale torrente Brizzi, all’epoca vi fosse una piccola rada e insenatura naturale che permetteva un facile e sicuro ricovero dei piccoli legni ormeggiati per il trasporto delle derrate e per la pesca, un piccolo porto naturale. Quell’area è stata poco indagata e si trova di poco prospiciente all’altura o collinetta dove oggi si vedono abarbicati edifici del borgo del “Timpone”. Fu in quell’area delle “Mocchie” che nell’antichità si sviluppò il piccolo centro abitato di pescatori e marinareschi che solo in seguito si sviluppò nell’altro borgo detto della “Marinella”. Infatti, dalle evidenze storiche credo che il piccolo brogo marinaro delle “Mocchie” fosse più antico della “Marinella”. Oggi, oltre ad un piccolo gruppetto di case antiche, in località Mocchie a Sapri si può vedere ancora una scalinata ed una rampa che molto probabilmente serviva per il ricovero delle piccole barche. Infatti, io credo che anticamente il letto del torrente Brizzi, soprattutto in certi periodi dell’anno fosse diverso da quello attuale. In quel luogo esisteva una vera e propria insenatura che si collegava al mare aperto della baia di Sapri. L’ipotesi di un’insenatura è suffragata da un’attenta analisi ed indagine geologica. In quel punto, la Carta Geologica di Sapri ……………

Nel ‘400, Sapri e l’epoca della dominazione Aragonese

Dell’epoca della dominazione aragonese nel Regno di Napoli, Sapri, il suo porto ed il suo entroterra, doveva appartenere alla Contea aragonese di Policastro, costituitasi a seguito della donazione concessa da Re Ferrante d’Aragona al suo primo ministro Antonello de Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio de Petruciis alla Contea di Policastro che ormai si estendeva, in un unico complesso da Novi (Novi Velia) oltre Policastro (9). Il Di Luccia (12) affermava che, l’Abbazia di San Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la Grancia di San Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione. Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (9).

La ‘Carta del Cilento’ d’epoca Aragonese

Nel lontano 1987 pubblicai a stampa in alcuni miei scritti uno studio (1) frutto di anni di ricerca e di fatiche che mi portarono a rintracciare alcune notizie storiche su Sapri e sul ‘basso Cilento‘ ed una serie di carte manoscritte inedite e sconosciute (1). Ancora studente iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli frequentavo spesso l’Archivio di Stato di Napoli che, al suo interno custodiva tesori di inaudita bellezza per la nostra storia. Verso la fine degli anni ’70, nell’Archivio di Stato di Napoli rinvenni la carta in questione ivi custodita in una cartellina cartacea insieme ad altre mappe e disegni nella “Raccolta Piante e disegni” della Sezione ‘Diplomatico – Politica’. Si tratta della carta corografica con toponomastica che rappresenta parte del Regno di Napoli. Alla segnatura la carta era segnata come  ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘. Questa carta, già studiata e citata nel lontano 1973 da Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), non era completamente dimenticata. Mai pubblicata ma solo parzialmente citata, io penso che si tratti di una carta geografica d’epoca Aragonese (Fig. 1) (2).

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In seguito, il 16 maggio 1981 chiesi ed ottenni la fotoriproduzione in b/n (come da ricevuta), che pubblicai citandola, insieme  ad altri interessantissimi documenti su alcuni articoli a stampa (1), alcuni dei quali sono stati quì riproposti riveduti ed approfonditi. La carta in questione, di cui parlerò, da me scoperta e rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN), che tutt’ora la conserva, fu da me pubblicata nel 1987 (1). Recentemente, nel 2015, ho richiesto ed ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli, che la conserva, la sua fotoriproduzione digitale (Fig. 1). In questi miei studi (1), frutto di ricerche durate anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare la carta corografica in questione (Fig. 1). In particolare, nel lontano 1987, la citai in un mio studio pubblicato a stampa sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, del Dicembre 1987. Questa carta inedita e manoscritta, non datata e di anonimo, ci consente di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano. La carta corografica d’epoca Aragonese, illustrata in Fig. 1, forse è appartenuta alla ricca biblioteca di Alfonso V, Re di Napoli. Nel 1987 (1), in un mio studio pubblicato a stampa, a proposito di questa carta, così scrivevo: “…di cui sappiamo che una copia fatta riprodurre dal cartografo Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.(1).

Sapri nella carta del Cilento

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…)

La carta in questione, che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…) è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione ‘Manoscritti e Rari’, i cui riferimenti bibliografici corretti sono:  “Raccolta di piante e disegni, C. XXXII, n. 2”. La “C” stà per Cartella. Dunque, la Cartella n. XXXII = 32, n° 2. La carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto “‘1756’ ?, sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Nel 1987 (1), in un mio studio pubblicato a stampa, a proposito di questa carta, così scrivevo: “…di cui sappiamo che una copia fatta riprodurre dal cartografo Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.(1).

Nel 1455, la Terra di Torraca e forse anche il territorio di Sapri

Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

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Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della contea dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.

Nel 1455, Torraca, la sua popolazione ed il suo territorio in epoca Aragonese

Secondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura dei Baroni’, a p. 39, in proposito all’epoca aragonese scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV sec., Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che venivano tassati.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

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(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Il Malamaci però, sulla scorta del Gaetani si ferma al secolo XVI quando si hanno notizie dei baroni di Torraca che acquistano il feudo o il suffeudo. Stessa cosa devo dire per Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Torraca all’epoca Aragonese non riporta significative notizie. Oltre alle notizie demografiche della popolazione di Torraca e del suo territorio per l’epoca aragonese riportate dal Mallamaci sula scorta del ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, notizie di Torraca, del suo territorio e del porto di Sapri, si hanno a partire dal 1500 in poi. Tuttavia, una notizia che riguarda il territorio saprese incluso nel suffeudo di Torraca all’epoca post-angioina e della metà del ‘400 è quella della citazione di un cimitero di fanciulli a “S. Fantino“, grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a S. Giovanni a Piro, una grancia oggi scomparsa ma che probabilmente esisteva nel territorio saprese anche grazie alla presenza del porto da cui partivano le barche per i traffici dei monaci dell’Abbazia. La citazione viene nell’art. 41 degli Statuti del 1466 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti dall’allora Abate Commendatario dell’Abbazia Teodoro Gaza nel 1466. L’articolo n° 41, forse è uno di quelli aggiunti dagli altri abbati commendatari proprio in epoca aragonese. Oltre a questa notizia di cui parlo innanzi vi è l’altra dell’anno 1481 della bolla vescovile di Gabriele Guidano che concesse la costruzione di una cappella nel teritorio saprese allora unito a quello di Torraca.

I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli

I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

Il toponimo ‘Casale del Confine’, citato in una carta d’epoca Aragonese

Andrebbero meglio indagati due toponimi (nomi di luogo) indicati in una carta di probabile epoca Aragonese, inedita e da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta di due toponimi, nella carta in questione indicati in direzione del Monte Ceraso che dopo Sapri, si affaccia lungo la fascia e la linea di costa che va verso Acquafredda. Come possiamo leggere nella Carta in questione, il primo dei due toponimi è citato come “Casale del Confine”. Come possiamo vedere, dall’immagine ivi pubblicata, i caratteri usati nella carta in questione denotano l’epoca di delineazione della carta in questione. I caratteri della carta, simili alla ‘minuscola gotica’, sono molto simili a quelli che si possono vedere in un altro documento inedito da me pubblicato ivi, la bolla del vescovo Guidano del 1481, che concedeva a mastro Santillo Grandi di costruire nel territorio saprese una cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo. La carta in questione, è stata probabilmente delineata all’epoca Aragonese (1400) per motivi fiscali. Per i dettagli che sono citati, nomi di luoghi (toponimi), le torri costiere esistenti all’epoca lungo la fascia costiera, i fiumi, le isole ecc.., fanno pensare che il delineatore si sia avvalso dei dati censuari raccolti nei primi censimenti della popolazione eseguiti all’epoca Angioina di cui si sono perse le tracce.

L’indagine demografica e geo-storica, condotta anche attraverso l’indagine cartografica, delle prime mappe delineate conosciute, se confrontate con le recenti vedute satellitali, può dare buoni frutti. In particolare per i casali citati, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Di questi possiamo leggere i piccoli casali o borghi del “Lucerosa”, piccolo borgo segnato nelle campagne, non lontano da e sopra il centro abitato di Sapri (credo un luogo sopra il vicino monte Olivella). Sempre nella carta in questione, lungo il coro del “fiume Lubertino”, risalendo sempre sulle colline e le campagne sopra Sapri, come se volessimo andare verso la “Medichetta” (casale di S. Costantino di Rivello) e, sempre sul versante ad occidente del monte Ceraso, è segnato un piccolo borgo dal nome di “Luberfino”. Il toponimo “Luber fino”, non è molto chiaro anche facendone un ingrandimento della carta. Il toponimo indicato nella carta, anche se non si legge chiaramente,  potrebbe assomigliare anche a un “Fantino”, forse la grangia di S. Fantino di cui parla anche la ‘Platea dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’, che il delineatore della carta aragonese doveva conoscere in quanto questo era uno dei tanti possedimenti dell’antica abbazia di S. Giovanni a Piro, che nella ‘Platea’, del 1657-58, si dice essere nel territorio di  Torraca ma che in realtà era nel territorio di Sapri, come ho cercato di dimostrare in un altro mio saggio ivi. Anche in questo caso, la carta che ci sembra essere molto dettagliata, informandoci di alcun luoghi e casali ormai scomparsi del tutto. Toponimi e casali, indicati in quell’area, nei pressi di Sapri e, lungo il corso di questo fiume carsico non visibile all’occhio nudo, il fiume Lubertino, sono diversi ma non si riesce a decifrarne la reale esistenza. Ad esempio, dove poi il fiume si dirama, sulla carta vediamo segnati due distinti casali o borghi, “S.to Jorio” e un “S. Stephano”. A quali luoghi, corrispondono questi due casali chiamati sulla carta “S. Jorio” e “S. Stephano” (S. Stefano)?. Forse il “S.to Jorio” starebbe a significare un “S. Giorgio” e, ricordiamo a tal proposito che un “S. Giorgio”, anche se i due luoghi hanno una posizione geografica molto distinta, vi era anche quello indicato lungo la costa ad oriente di Sapri, dove oggi si trova un noto ristorante. Confrontando la posizione del toponimo “S.to Stephano”, indicato sulla carta d’epoca aragonese e guardano le ultime vedute satellitali, vediamo che oggi, a quella posizione, vi è il casale di S. Costantino di Rivello. Mentre invece, riguardo il “S.to Jorio”, non saprei quale attuale o vecchio borgo stia ad indicare.  Proprio nel punto antistante il “fiume lubertino”, in mare è indicato lo “Scilandro scoglio”. La zona è ricca di sorgenti carsiche e ivi, non molto distante si trova il ‘fiume Lubertino’ (che l’Antonini chiamava ‘Obertino’), un fiume di natura carsica e sotterraneo che scorre dalla montagna e sversa le sue fresche e limpide acque nel tratto di mare antistante la fascia costiera più o meno all’altezza dello scoglio dello ‘Scialandro’. L’area è stata oggetto di ritrovamenti archeologici di manufatti d’epoca romana segnalati in due opuscoli a stampa del Gruppo Archeologico Golfo di Policastro (G.A.S.)(…) e, poco più avanti, scendendo verso la costa si trova il cosiddetto ‘Riparo Smaldone’, un ritrovamento d’epoca preistorica. L’area in questione, fino ai primi anni dell’800, fu frequentata anche per la presenza della vecchia postale borbonica che da Sapri proseguiva verso Maratea. Riguardo l’epoca Aragonese e forse prima ancora all’epoca angioina della Guerra del Vespro, è interessante un documento del 1481, recentemente acquisito in digitale dall’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Dunque, secondo la carta d’epoca aragonese, il fiume ‘Lubertino’ o ‘Obertino’ (per l’Antonini), sfocia nel tratto di mare dove vi è lo scoglio dello ‘Scialandro’ e questo è un particolare corretto in quanto un po’ più a oriente dello scoglio dello ‘Scialandro’, navigando e non molto distante dalla linea di costa, sul pelo dell’acqua del mare si può vedere quello che la tradizione popolare chiama “u’ vull’ j l’acqua”. Osservando ancora la carta d’epoca aragonese, al di qua del “Fiume Lubertino”, sulle alture e, proseguendo ad oriente verso la costa che va verso Acquafredda, vediamo segnato anche l’altro piccolo borgo del “Casale del Confine”. Questo toponimo, è segnato sulla carta in questione molto vicino al “fiume lubertino” e non molto distante dal tratto di costa e soprattutto si vedono segnati con il colore rosso un gruppetto di edifici che stanno a significare l’indicazione di un piccolo borgo. Questo toponimo, non figura fra quelli indicati nelle più antiche mappe catastali conosciute esistenti nel Comune di Sapri e, questo dato potrebbe significare la totale scomparsa di questo antico borgo che probabilmente esisteva all’epoca aragonese ma che all’epoca della delineazione delle successive carte conosciute, già non era più visibile. Questo antico borgo o casale, non era visibile all’Antonini, che nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’, descrive molto bene anche il “vullo dell’acqua” e Tait Cromfurt Ramage (…), che nel suo ‘………………………’, nel 1789, descrive bene il nostro paese. Nella carta in questione, di probabile epoca Aragonese (v. Fig…), il ‘Casale del Confine’, oltre all’indicazione del toponimo, è segnato con il colore rosso anche il gruppo di edifici che indica un piccolo borgo o un casale. Da una recente segnalazione dell’amico Domenico Smaldone, esperto dei luoghi, e interprete della aereofotogrammetria militare, che recentemente, alcuni escursionisti, nel corso di alcune escursioni, hanno rinvenuto alcune costruzioni, sul monte Ceraso sul crinale in località ‘Scifo’. L’amico Smaldone, mi ha fatto pervenire dei disegni molto interessanti che rappresentano un sito abbandonato che purtroppo, per ragioni di spazio digitale non riesco a pubblicare. Da un’indagine più accurata attraverso il satellite Landsat di google maps o Earth, ho individuato un sito che forse corrisponde a quello segnalato dagli amici Smaldone e Massimilla e, forse è proprio il sito indicato sulla carta d’epoca aragonese citata, il “Casale del Confine”. L’immagine che pubblico, illustrata sotto, è un’immagine satellitale, tratta da google maps o Earth, che illustra delle costruzioni, forse il piccolo borgo o casale indicato nella carta d’epoca aragonese, il “Casale del Confine”, forse un riparo costruito per ospitare la piccola guarnigione di soldati adibiti alla guardia di alcune torri cavallare di avvistamento che ivi furono costruite lungo la costa, e di cui oggi si può vedere solo la Torre di Capobianco. Credo che il gruppo di edifici segnato sulla carta d’epoca aragonese, come ‘Casale del Confine, sia il “Posto doganale” (così lo chiamava il Pesce (…)), di cui parlerò in seguito e, citato in alcuni libri a stampa che ci parlano dell’eccidio di Costabile Carducci del 1848 e della Spedizione di Carlo Pisacane dopo. Credo che il toponimo di “Casale del Confine”, citato nella carta in questione, riguardi un piccolo ‘Casale’ o piccolo aggregato urbano o di edifici, che indicava un piccolo borgo o aggregato di edifici detto “del Confine” perchè posto sul confine geografico e politico delle due Provincie o addirittura delle due Regioni confinanti, la Campania e la Basilicata. Infatti, il luogo citato con il toponimo del “Casale del Confine”, citato nella mappa d’epoca Aragonese, è posto sul vecchio confine geografico e politico delle due Regioni di Campania e di Basilicata, che all’epoca borbonica (non aragonese), le due Province del Regno delle due Sicilie erano il Principato Citra (Salerno), di cui Sapri è l’ultimo Comune, e quella della ‘Terra di Basilicata’. E’ molto probabile, come io credo, che il toponimo di “Casale del Confine”, citato sulla mappa in questione, attesti e testimoni la presenza di un confine geografico e politico delle due Province all’epoca della dominazione Aragonese nel Regno di Napoli.

Nel ‘400, il toponimo “Casale del Corbo” nella ‘Carta del Cilento’

Sempre nella citata carta d’poca Aragonese (…), spostandosi con lo sguardo verso le colline che da Sapri, dopo lo scoglio dello Scialandro vanno verso Acquafredda, non molto distante da un’antica torre cavallara di avvistamento d’epoca Vicereale, spostandoci più verso la costa di Acquafredda e, vicino ad un gruppo di costruzioni segnate con il colore rosso, vediamo segnato il toponimo di “Casale del Corbo”. Riguardo questo antichissimo casale citato nella carta d’epoca Aragonese di cui ho parlato, lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nelle campagne tra Acquafredda e Sapri, nel 1848, durante lo sbarco di Costabile Carducci, diretto a Sapri ma costretto a fermarsi nella rada di Acquafredda, a causa di una violenta tempesta di mare, e la sua cattura da parte della fazione dei Pelusiani di Sapri, a p. 4 del vol. II, in proposito scriveva che: “A l’improvviso una raffica violenta spinse il legno, a lo svoltare di una piccola punta, in una insenatura detta il Porticino o Canale della Monaca, sotto il pitoresco villaggio di Acquafredda, estremo lembo del comune di Maratea e della Provincia di Potenza.”. Poi ancora il Mazziotti (…), continuando il suo racconto sulla cattura del Carducci, a p. 5, in proposito scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti in armi e vari contadini provvisti di zappe e di scuri, ascese su un lieve rialzo di terreno detto la ‘Rotondella’ che sovrasta la spiaggia.”. Sempre il Mazziotti (…), proseguendo il racconto cita il casale del Corbo e a p. 6, in proposito diceva che: “II A breve distanza, dal lato opposto della collina, sorgeva la casa rurale di un certo Giovanni Florenzano (2). Ivi dimorava da parecchi mesi il vecchio prete Peluso, che fuggito da Sapri nel gennaio a l’avvicinarsi delle bande cilentane, si era dipoi sdegnosamente appartato in quella casa solitaria.”. Il Mazziotti (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Trasformata in un elegante villino dopo il 1896 dal nuovo proprietario sig. Giovanni Marsicano.”. Ma quì il racconto si riferisce sempre ad Acquafredda. Il Mazziotti (…), continuando il suo racconto, a p. 8, in proposito scriveva che: “Dunque era proprio lui! Occorreva adunare gente. Frenando il tumulto dell’animo, inviò un giovanetto, Domenico Florenzano, nella vicina tenuta detta ‘del Conte’ a chiamare i molti contadini che vi mietevano il grano ed a Sapri la sua domestica, Emanuelina Liguori, con una lettera ai suoi congiunti ecc….Dopo una lunga attesa giungevano da la campagna i mietitori: i fratelli Giambattista e Biagio Florenzano, un altro Biagio Florenzano ecc…”.

Nel 1466, a Sapri un cimitero di fanciulli a “S. Fantino” citato nello Statuto n. 41 degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti da Teodoro Gaza

Le origini dei possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano, la “Platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a piro del 1695-96” (3), citata dal Gaetani (4) e, di cui il Gaetani (…) pubblicò alcuni passi dei documenti ivi contenuti, manoscritti. Riguardo alcuni possedimenti nelle “Località Extra”, come quelli nel “Portus Saprorum” (all’epoca territorio di Torraca), come le Grangie di S. Fantino e quella di S. Nicola a Sapri – citate nell’antico documento notarile del 1695-96 (3)), venivano citate anche in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (…) e dal Cataldo (…). Il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), segnala che Teodoro Gaza (…), il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (9), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Scrive sempre Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…), a p. 490 che “…chiamato a Roma, il Gaza venne sostituito temporaneamente dal canonico di Policastro Francesco del Nero (20) che per ordine dell’abbate commendatario cancellò i capp. 46, 47 e 49. L’abate de Vio modificò il cap. 37, Alfonso d’Aragona sostituì il cap. 44 con il 54……Il 27 dicembre 1468 venne nominato abate mons. Andrea del Nero, per rinuncia del cardinale Bessarione con breve di Paolo III (21). Seguì Alfonso d’Aragona, figlio naturale di re Ferrante (22).”. Sulla visita di Atanasio Calkeopulos ho dedicato ivi un mio saggio. Ebner (…), nel vol. II, a p. 490, nella sua nota (20), postillava che:“(20) Ebner, Economia e società cit., II, p. 415 sg. Capp. 46-48. A p. 416, manca, per errore tipografico, il cap. 48: “Costituimo, che nulla persona si ponga ecc..ecc..”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Dal processo anzidetto conservato nell’Archivio della Cappella romana (f 152). Cfr. Di Luccia, p. 17 sgg.”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 491, nella sua nota (22), postillava che:“(22) Ebner, Storia cit., p. 449. Alfonso d’Aragona era stato nominato dal re vescovo di Chieti, ma la nomina non venne mai confermata dalla santa Sede. Alfonso fu poi (1489) anche abate commendatario della badia di S. Maria di Pattano (v.) che, con suo decreto, il re aveva avocata alla sua giurisdizione.”. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli dasette anni in giuso, che moreno siano sepelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Dunque, lo statuto n. 41, parla di un cimitero a S. Fantino. Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Ma si trattava del S. Fantino di cui l’Abbazia possedeva una Grangia a Torraca (o territorio saprese)?. Era il S. Fantino di cui parla il Di Luccia (…) ?. Scrive il Tancredi (…), a p. 60 che Teodoro Gaza “Fu il grande organizzatore del Cenobio Basiliano, in fase di decadenza. Procurò ogni mezzo per ricondurre all’antico splendore. Per regolare la vita dei due enti, dettò i celebri “Statuti”, che costituirono il “Diritto positivo” dell’Abbadia e dell’Università poichè contenevano norme di diritto Civile, Penale, Amministrativo, di Pubblica sirurezza ed altre norme relative alla tutela della proprietà, dell’igiene, al sistema tributaro ed all’amministrazione della giustizia, che, con il concorso degli esperti di diritto era nelle mani dell’Abate….Detti statuti del 7 ottobre 1466, Ind. XI, contenevano 49 articoli con altri 7 aggiunti dagli altri commendatori e una nota notarile, per opportune modifiche agli articoli precedenti. Esaminando questi provvedimenti di natura prettamente economica, ecc…”. Ecco ciò che scriveva il Tancredi sugli Statuti del Gaza da cui si evince che nel 1466, vi era un S. Fantino. A S. Giovanni a Piro, vi era una località chiamata S. Fantino, ma non è dimostrato che il S. Fantino a cui è riferito il cimitero di fanciulli citato nello statuto n. 41, sia da riferire a S. Giovanni a Piro. Se come io credo si tratti di un possedimento dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, posto nelle “località Extra”, come si evince dalla “Platea dei beni etc…” del 1695-96, siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e la Baronia ecclesiastica dell’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaza – pubblicati dal Di Luccia (…) – risalgono al 1466 e, lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, dimostra che la grangia di S. Fantino nel territorio Saprese esisteva già nel 1466, epoca di fondazione degli Statuti redatti dall’Abbate pro-tempore Teodoro Gaza. Ma la grancia di S. Fantino a cui si riferiva lo statuto n. 41 era la Grancia di S. Fantino posta nel territorio saprese citata anche nella “Platea dei Beni e delle rendite etc..” redatta dal notaio Magliano nel 1695-96 ?. Io credo che lo Statuto n. 41, si riferisca ad una grancia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, posta nel territorio saprese (di Torraca all’epoca) e non si riferisse alla chiesa di S. Fantino posta nella terra di S. Giovanni a Piro. Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia, parlando di S. Giovanni a Piro, nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 493 scriveva in proposito che: “Il Di Luccia (p. 479 trascrive la “Instruccione et ordinatione date a voi Donno Ieronimo Sursaya per nui Antonio Terracina Apostolico protonotario et Commendatore de l’Abbatia de S. Ianne a Piro e S. Pietro de Lycusate” per cui il predetto doveva che eseguiate le volontà testamentarie di certo Francesco di cui manca il cognome; di “far acconciare e reparare dall’Università la Ecclesia de S. Fantino”. Dunque il Di Luccia ci parla di una chiesa di S. Fantino posta nel territorio di S. Giovanni a Piro e non ci parla di una Grancia e dunque come io credo lo statuto n. 41 si riferisce alla grancia di S. Fantino posta nel territorio di Torraca (ma in realtà si tratta del territorio saprese. Di certo si ha un ulteriore documento dell’epoca degli statuti che confermerebbe una grangia nel territorio saprese.

Nel 1466 (anno degli Statuti compilati da Teodoro Gaza), l’antico Camposanto o “cimitero di fanciulli” a Sapri

Il Gaetani (2) nel suo libro su Torraca  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (4) il quale, parla della Grancia di San Fantino, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (3), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il Gaetani (2), scrive in proposito: “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia “. Sia i documenti del Di Luccia (3), che quello del Notaio Domenico Magliano (4) pubblicato dal Gaetani (2), non ci danno informazioni sul luogo dove erano costruiti questi due edifici. Riguardo il documento notarile del Magliano (4), pubblicato dal Gaetani (2), si parla della “Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae… Nota sul Porto di Sapri. Sappiamo che questo antico edificio sorgeva a Sapri o nel suo limitrofo territorio che apparteneva ai Baroni Palamolla. Il Gaetani (2), in proposito alla Grancia di San Fantino, traendo alcune notizie dal documento notarile del Magliano (4) e, pubblicandone un breve stralcio, parla e descrive la Cappella di San Fantino, di cui abbiamo dedicato uno studio quì pubblicato. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei suoi confini e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuarne l’esatta sua localiz-zazione nel 1689. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio saprese a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “piscitello” – come ci dice lo stesso Gaetani e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla da cui dipendeva l’intero territorio saprese. Possia-mo aggiungere che la Grancia di S. Fantino, nel 1689, non dipendeva più dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro – come era stato in origine – i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa. Il Gaetani (2): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. Le origini dei possedimenti della Abbazia di S. Giovanni a Piro, e delle Grancie di San Nicola a Sapri e di S. Fantino sita nel porto di Torraca (o di Sapri), sono molto più antiche del documento del Notaio Domenico Magliano (4),  pubblicato dal Gaetani (2) che riportava uno stralcio dell’antico documento notarile ma-noscritto (4). La Grancia di S. Fantino – citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (4)), veniva citata in uno dei 9 Statuti o Capitoli aggiunti ai 47 Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, pubblicati dal Di Luccia (3) e dal Cataldo (5). Il Cataldo (5), afferma sulla scorta del Di Luccia che Teodoro Gaza, il 7 ottobre 1466, compilò gli Statuti o Capitoli della Terra di S. Giovanni a Piro. Il Cataldo (5), dice che gli Statuti “…comprendevano 47 articoli”, redatti dal Gaza in qualità di Abbate pro-tempore, per regolare la vita dell’Università (Comune Aragonese) di S. Giovanni a Piro e dell’Abbazia e, a cui ne vennero aggiunti altri 9 capitoli dagli Abati d’Aragona e De Bacio – successori del Gaza –  e tolti due da Monsignor De Nigro. Al capitolo o Statuto n. 41, pubblicato dal Di Luccia a p. 39, si scrive: “Constituimo, che li peccerilli da sette anni in giuso, che moreno siano seppelliti a S. Fantino, & chi se mette dentro l’Ecclesia paga tarì…. Siccome gli Statuti, tra l’Università di S. Giovanni a Piro e l’Abbazia basiliana – compilati da Teodoro Gaga- pubblicati dal Di Luccia – risalgono al 1466, e lo Statuto n. 41 che riguarda proprio la  Grancia di S. Fantino, se ne deduce che la Grancia di S. Fantino nel territorio saprese era presente nel 1466 – epoca di fondazione degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro – che la possedeva, già molto prima che fosse citata nell’antico documento notarile del 1695-96 (4). Inoltre, secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Sulla scorta di queste notizie citate, a Sapri, nel 1466 – epoca di fondazione degli Statuti dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi erano le Grancie di S. Nicola, di San Infantino dove secondo lo Statuto n. 41, dovevano essere sep- pelliti i bambini morti al di sotto dei sette anni. In un libretto del 1928 il Magaldi (6), scriveva in proposito: “In contrada S. Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, nel 1891, il dott. Gallotti (7), così scriveva: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica….io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che sia distante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria, sulle colline che traguardano il centro abitato. Mia zia Maria, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della trovatella. Certo è che la notizia di un vecchio cimitero sito nella Grancia di S. Fantino (o San Infantino; fantintino o infante = bambino), tratta dallo Statuto n. 41 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che nel 1466, la possedeva a Sapri, non è strana se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma si trovava proprio sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella. Fino ai primi dell’’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri. Dobiamo prendere per buone le tre notizie, ovvero che un vecchio camposanto si trovava nella tenuta o grancia di S. Infantino, il cui territorio è descritto dallo stralcio dell’antico documento notarile (4), riportato dal Gaetani (2) e, poi si è spostato dove è descritto dal Magaldi (6). Sarà poi in seguito, nel 1891, che il Gallotti (7) parlerà del Cimitero di Sapri e poi in seguito ne parlerà anche il Tancredi (8).

Secondo gli Statuti (aggiunti) dell’Abbazia di San Giovanni a Piro, alla Grancia di San Fantino (a Sapri), doveva esserci un cimitero dove si dovevano seppellire i bambini morti al di sotto dei sette anni. Lo studioso locale Josè Magaldi (…), nel 1928, nel suo libretto inedito ‘Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’, che scrisse su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in proposito scriveva che: “In contrada S.Giovanni, a ridosso della collina d’Ischitello, sorse anche un piccolo tempio che appartenne fino all’anno 1778 al clero di Torraca e il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Dunque, Josè Magaldi (…), che si occupò degli scavi archeologici a S. Croce scriveva che a ridosso della collina del vallone “Ischitello” nella contrada saprese di S. Giovanni, sorse un piccolo tempio che era appartenuto fino al 1778 al clero di Torraca e che il cui sotterraneo divenne cimitero antico del luogo: la fossa comune.”. Vi era un cimitero a San Fantino? Lo Statuto n. 41 non sembra così strano se consideriamo che il vecchio cimitero o camposanto o fossa comune, di Sapri, non era dove si trova attualmente ma i defuni venivano seppelliti in una fossa comune posta sotto l’antica chiesetta di S. Giovanni che come scriveva il Magaldi (…), fino al 1778 apparteneva al clero di Torraca.  Già molti anni prima, nel 1891, il dott. Nicola Gallotti (…), nel suo ‘Condizioni igienico sanitarie di Sapri’, riguardo il vecchio cimitero “Camposanto”, scriveva che: ”Il Camposanto di Sapri, non solo è in posizione antigienica….io credo non avesse neppure la distanza dall’abitato….verso il 1825 proponevo al Consiglio Comunale di provvedere al più presto a spostare il Camposanto di Sapri in altro luogo che siadistante dal centro abitato. Debbo pur far notare come la ferrovia, di cui si è già parlato, lambisce quasi il Camposanto di Sapri.”. Il Gallotti che era medico, lamentava la posizione del preesistente e vecchio cimitero di Sapri e ne auspicava il suo spostamento in luogo più salubre, ma conferma il fatto che il vecchio cimitero o “fossa comune” fosse ubicato lungo la dorsale ferroviaria. Mia zia Maria, nata nel 1923, racconta che il vecchio cimitero fosse posto ove oggi è la chiesetta della Madonna della ‘Trovatella’. Ai primi del ‘900, il cimitero di Sapri, si trovava sulle colline di Sapri, sulla dorsale che sale verso Torraca, dove oggi viene chiamata la località ‘Trovatella’. Fino ai primi dell’800, il vecchio cimitero di Sapri era dove oggi si trova una chiesetta dedicata alla Madonna della Trovatella, da cui prende il nome l’omonima borgata di Sapri. Quando in seguito all’ultimo conflitto mondiale, in mezzo al cimitero ed alla piccola cappella annessa e l’ossario, fu ritrovata intatta una statuina della Madonna, che la popolazione venera chiamandola ‘Trovatella’, venne poi costruita la piccola chiesetta proprio dove sorgeva il vecchio cimitero di Sapri.

Nel ‘400, “Dimera di Sapri” in un pavimento maiolicato in S. Pietro a Majella a Napoli

Lo studioso della maiolica napoletana Guido Donatone (….), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri.

La notizia di un certo ‘Dimera di Sapri’, probabile esecutore di un pavimento del XIV secolo a Napoli

Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, redatta su incarico del Comune di Sapri per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) redatto dal Prof. Francesco Forte, a p. 16 in proposito scrivevo che: “Lo studioso della maiolica napoletana Guido Donatone (117), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, ecc…”. Dunque, la notizia interessantissima riguardava un pavimento maiolicato napoletano del ‘400 che racava la firma del suo probabile esecutore, un certo “Dimera” di Sapri e, riferita da Felice Cesarino (…) che, nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione della storia antica di Sapri” (…) (stà in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, pubblicato nel lontano 1979), a p. 28 informava che: “Il prof. Guido Donatone, uno studioso della maiolica napoletana (10), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400 (attualmente conservato presso l’Istituto d’Arte di Napoli) che reca la firma del suo esecutore: un certo DIMERA di Sapri.”. Il Cesarino a p. 28, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Vedi “La maiolica napoletana dalle origini al sec. XV” in “Storia di Napoli”, vol. IV, Napoli, 1975.”. Dunque, una notizia tratta da Guido Donatone (…) che ha scritto diversi testi sulla maiolica Campana, nel Regno di Napoli. Ho cercato di indagare ulteriormente sull’interessante notizia riferita dallo studioso napoletano Guido Donatone.

pavimento

(Fig…..) Pavimento del ‘400 ove vi è la piastrella (riggiola) maiolicata con la scritta “Dimera de Sapri” nella cappella Campanile (…) nella chiesa di S. Pietro a Maiella a Napoli – immagine tratta dalla rete http://www.nobili-napoletani.it/Campanile.htm

Felice Cesarino traeva l’interessante notizia dal saggio sulla maiolica napoletana del ‘400 del prof. Guido Donatone (…). Il Cesarino (…), nella sua nota (10) citava il riferimento bibliografico, ovvero il testo del Donatone ma non diceva altro. Certo la notizia era ed è interessantissima essendo all’epoca pure fresca di stampa. Il volume IV della “Storia di Napoli” (Edizioni Scientifiche Italiane) contiene il saggio di Guido Donatone (…), “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV”. Il volume IV della “Storia di Napoli”, fu pubblicato nel lontano 1974 ed ivi troviamo il saggio dello studioso napoletano Guido Donatone (…): “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” che, a pp. 579 e s. parla dei pavimenti maiolicati del XV secoli in Campania. Nel saggio di Guido Donatone “La maiolica napoletana dalle origini al secolo XV” non appare mai la parola “Dimera di Sapri” e, nel testo scritto non pare vi sia un riferimento diretto al maiolicaro Dimera di Sapri. Il Donatone però, riporta alcune immagini di pavimenti ed una in particolare, la fig. n. 232, si può leggere “Dimera de Sapri”. La fig. 232 del saggio di Donatone (vedi Fig. n. 1) illustra un pavimento maiolicato. Per saperne di più dobbiamo riferirci alla didascalia. Infatti, nella didascalia della fig. 232) è scritto che: “(232) Avanzi del pavimento un tempo nella cappella del Crocifisso in S. Pietro a Maiella. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”, mentre nella didascalia dell’altra immagine fig. n. 233) si postillava che: “233) Avanzi di impiantito con lo stemma di Poderico. Fabbriche napoletane del secolo XV. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”; la didascalia della fig. 235) postillava che: “235) Avanzi del pavimento della cappella Brancaccio della chiesa di S. Angelo a Nido. Fabbriche napoletane del secolo XV. L’autore dell’impiantito si rivela in maniera palmare uno dei ritrattisti che dipinsero i vasi con personaggi della corte aragonese più innanzi illustrati. Napoli, Istituto Statale d’Arte.”.

Nel 1481, la cappella “extra moenia” di Santa Maria di Portosalvo

Mia zia, Maria Attanasio racconta che sua nonna Teresa Eboli (la “vava”), gli diceva che andava con sua madre a pregare nella Cappella di Santa Maria di Porto Salvo, sita nelle contrade sopra le colline di Sapri, nei pressi della Madonna dei Cordici e poco dopo l’attuale locale chiamato “le Capannelle”. In quei luoghi, vi era anticamente una chiesetta intitolata a “Santa Maria di Porto Salvo”. Mia zia Maria, racconta che, molte famiglie Sapresi, si recavano a piedi, a far visita alla Madonna di Porto Salvo, una statuetta lignea di cui si sono perse le tracce, per farsi benedire. Oggi, di quella cappella si sono perse le tracce e sono rimati in piedi i suoi ruderi. Nel 1914, Rocco Gaetani (3), nel suoGian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, il barone di Torraca e di Sapri, accenna ad una ricostruzione storico-urbana e alle origini della cittadina di Sapri. Il Gaetani (…), riporta alcune notizie e documenti interessantissimi e ci parla anche di questa antichissima cappella o chiesetta di campagna di Santa Maria di Porto Salvo, costruita nelle campagne sapresi facenti parte del feudo della Baronia di Torraca. Secondo il racconto che ci fa il sacerdote Luigi Tancredi (10) “La chiesa, che era situata in collina, a 4 miglia da Torraca e custodita da Giovanni Barra, ora non esiste più, come non esiste quella di S. Francesco di Paola, che sorgeva appunto in località S.Francesco: andò in rovina durante la guerra 1940-43.”. Il Sacerdote Luigi Tancredi (10), nel suo libro “Sapri giovane e antica”, nel cap. III “Sapri sacra”, anche sulla scorta del sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (….), a pp. 53-54, ci parla dell’antica cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Il Tancredi (10), a p. 53, parlando di “Santa Maria di Portosalvo”, in proposito scriveva che: “Figura già nel primo ‘600; con la sua costruzione, il Sig. Decio Palamolla, Barone di Torraca e del feudo di Sapri, volle venire incontro ai contadini dimoranti nel Porto, per la coltivazione dei campi, ove i prodotti, per il clima mite, maturavano prima. Il Vescovo Mons. Giovanni Santonio, versò 23 ducati e mezzo a Don Filippo Cavalieri, Arcidiacono della Cattedrale, per l’acquisto di un quadro della madonna e di alcuni arredi: croce, candelieri, palio, cuscini in oro-pelle e tovaglie. Vi era l’onere della celebrazione di una Messa settimanale da parte del clero e del Parroco di Torraca, D. Ferdinando Magaldi, secondo le intenzioni del Barone. La dotazione offerta dal Barone, con annuo assegno, fu ritenuta molto utile a vantaggio dei fedeli, sia di quelli stabilmente dimoranti, sia di quelli che affluivano di sopra. La cappella era coperta con tegole e l’altare, ben mantenuto, era convenientemente ornato (1). Quale bene immobile, la chiesa possedeva un vigneto, venduto da Domenico Biondo, da Maratea, a Ferdinando Caporale, torriere addetto alla Torre di Buondonno, presso il Porto; la somma di 20 ducati, ricavati quale rendita di detto fondo, serviva per la manutenzione del sacro edificio (2). Nel 1632, D. Filippo Cavalieri riceveva 32 ducati, con la cui rendita si provvedeva all’acquisto di nuovi arredi, ai necessari restauri ed alla sostituzione della vecchia porta, ridotta in cattivo stato. La chiesa, che era situata in collina, a 4 miglia da Torraca e custodita da Giovanni Barra, ora non esiste più, come non esiste quella di S. Francesco di Paola, che sorgeva appunto in località S.Francesco: andò in rovina durante la guerra 1940-43.”. Dunque, secondo il racconto di Luigi Tancredi (10), la cappella di S. Maria di Portoalvo non esiste più. Luigi Tancredi scrive pure che nel 1978 non esisteva più neanche la “cappella di S. Francesco di Paola” che sorgeva nell’omonima località di San Francesco e che fu distrutta durante i bombardamenti che Sapri subì in occasione dell’ultimo conflitto mondiale. Il Tancredi, a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A.D.P. SS. Visite Pastorali di Urbano Feliceo: Torraca, Cappella “extra moenia”, 22 settembre (fol. 89) e 16 dicembre (fol. 98), 1629. Gaetani Rocco: o. p., pagg. 42-43. Così leggiamo nelle SS. Visite Pastorali “in dicto loco est necessarissima Cappella, quia confluunt gentes in dicto portu, praeter eos cui permanent”. Sempre il Tancredi, a p. 54, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A.D.P.: idem: ‘Sante Visite Pastorali U. Feliceo (2 dicembre 1630).: “invenit in era altare decentissime ornatum de omnibus necessariis pro Missae sacrificio”.”. Sempre il Tancredi a p. 54, nella sua nota (3) postillava che: “(3) A,D.P.: SS. ‘Visite Pastorali di Urbano Feliceo (5.3.1632). In quest’anno era parroco di Torraca D. Giovanni Antonio Brando.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nell’Appendice II, a p. 293, postillava che: “Traduzione da pag. 42”: Visita del Vescovo Felicei, 2 dicembre 1635: visitò la cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo con soffitto ed archi e trovò in essa l’altare molto ben preparato con tutto il necessario per il sacrifio della Messa. Nella parete sopra l’altare è dipinta l’immagine della SS.ma Vergine e si celebra una sola Messa nei giorni festivi per devozione del Barone della Terra di Torraca e del faudo di Sapri, D. Decio Palamolla. Nel detto luogo è necessarissima una detta cappella, perchè confluiscono genti nel detto porto, oltre quelle che già dimorano per la cura dei vigneti. Perciò pregò il Signor Barone che si facesse una assegnazione annua da parte di chi avrebbe buone intenzioni. Similmente il signor Barone assicura il b.m. Vescovo Santorio di aver dato 23 ducati all’ill.mo e Rev.mo D. Filippo Cavalieri, arcidiacono di Policastro per spendere questi 23 ducati per un’icona e per altre necessità di detta cappella; che non ancora erano stati spesi perchè detto arciprete è assente e che quando lui ritornerà, sarà fatto. Il barone sostenne Domenico Biondo di Maratea che vendesse la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della torre del Buondomire presso il porto (di Sapri) e ordinò, essendo debitore con lo stesso Ferdinando di veni ducati per i suoi della cappella che pretende invece dal Clero di Torraca, di preparare, al più presto, lo strumento di vendita “ad finem previdendi”.”.

cattura

(Fig….) Forse i ruderi della cappella “extra moenia” di S. Maria di Portosalvo sulla via S. Paolo, nei pressi del locale “Le Capannelle”. L’immagine è tratta da una foto postata su fb da Sergio Massimilla

Il Sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p….. (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nella sua nota (2) scriveva: “Visitatio Episcopi Felicei 16 dicembre 1629. Santa Maria de Porto Salvo. Si trovano venti docati e mezzo in mano al Vescovo “quibus exactis ecc..ecc..”. Nella visita dello stesso , 2 Decembre 1635, “Visitavit Cappellam sub titulo S.to Mariae de Portu Salvo, quae cappella est fornicata ecc..ecc..”. Il documento (2), citato dal Gaetani (3) è tratto dal documento: “Visitatio Episcopi Felicei, datato 16 dic. 1629 (9), cioè il documento della visita episcopale del Vescovo Urbano Feliceo, che però il Laudisio (6), dice essere stato il 37° vescovo di Policastro, nominato Vescovo di Policastro nel 1630, è confermato dal Tancredi (10). Il Vescovo Feliceo, appena nominato Vescovo, visitò le parrocchie della sua Diocesi e riguardo Sapri, cita il documento (2) del 1481, in cui si dice che il Vescovo di Policastro dell’epoca aragonese, nel 1481, concedeva a Mastro Santillo Grandi, di costruire a Sapri la “Cappella di Santa Maria di Portosalvo”. Ne il Gaetani (…), e il Tancredi (…), fanno riferimento al documento del 1481, citato da Ebner. Il Gaetani (3), a p. 43, affermava che la Cappella di S. Maria di Porto salvo fu costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. In seguito, l’Ebner (5), citerà questa notizia, scrivendo in proposito: “Nell’Archivio della Badia di Cava vi è la bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC). Dunque per l’Ebner (5), il titolo della Cappella che doveva costruire mastro Santillo Grandi non era come afferma il Gaetani (3): ‘S. Maria di Porto Salvo’ ma era: ‘…di costruire una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri’. Cercheremo con il tempo il documento originale conservato all’Abbazia di Cava dei Tirreni, sperando di trovarlo intatto e leggibile. Sappiamo tuttavia che, alcune cappelle dal titolo di Santa Maria di Porto Salvo’ si trovano a Villammare e al porto di Palinuro. Nel 1982, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’, a p. 592, citava un documento del 1481. Pietro Ebner (…), invece, scriveva in proposito ad un altro documento datato 1481. Ebner (…), scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”.

Nel 1471 al 1485, Gabriele Guidano di Lecce, vescovo della Diocesi di Policastro

Nell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni esiste un documento datato anno 1481, di cui parlerò per quell’anno e citato da Pietro Ebner (…). Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Ma Pietro Ebner (…), non dice chi fosse il vescovo che nell’anno 1481 fosse a capo della cattedra Vescovile della Diocesi di Policastro. La notizia ed il documento riguarda proprio l’epoca in cui nel Golfo di Policastro diversi feudi erano in mano ai Petrucci ed è di estrema importanza per la storia di Sapri. Riguardo il vescovo della Diocesi di Policastro, a cui si riferisce un documento del 1481, di cui parlerò innanzi, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano, come del resto attesta lo stesso documento in questione e il sacerdote Giuseppe Cataldo, la cui cronostassi non coincide con quella di Ebner e soprattutto con quella del Laudisio che in quel periodo poneva Vescovo di Policastro Mons. Gabriele Altilio. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), Mons. Gabriele Guidano venne eletto nell’anno 1491 e dunque non poteva essere il vescovo della Bolla del 1481 (il documento di cui parlerò innanzi che riguarda Sapri. Io credo , invece che il Laudisio abbia confuso la data di elezione alla cattedra vescovile di Policastro di Mons. Guidano. Credo che la data riportata dal Laudisio non fosse 1491 ma fosse 1481. Infatti, padre Leone dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro,  doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471,  successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Se secondo la cronostassi del Laudisio (…), il vescovo della Diocesi di Policastro nel 1481 doveva essere Mons. Altilio che fu nominato vescovo nel 1471. Secondo il Laudisio, Mons. Altilio rimase Vescovo di Policastro fino alla nomina del suo successore XXI, ovvero fino all’anno 1491 quando fu eletto Mons. Gabriele Guidano. Forse il Laudisio confuse il nome di “Gabriele” Guidano con quello di Mons. Gabriele Altilio. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio.Secondo la cronostassi riferita dal Cataldo, Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro nell’8 gennaio del 1493, come si rileva da due lettere di re Ferdinando II (due lettere del 9 e del 14 gennaio 1493 e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Siccome che, l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Infatti, per l’errore del Laudisio (…), riguardo l’esatta cronostassi dei due vescovi della Diocesi, l’Altilio ed il Guidano (..) e soprattutto riguardo il documento del 1481 che interessa la storia di Sapri, ci viene incontro il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. La data dell’elezione vescovile di Altilio è rilevata anche nella lettera del Signor Abate D. Gaetano Marini del 15 novembre 1803, ove è rettificata la serie dei Vescovi di Policastro, tramandata dall’Ughelli, secondo il quale Gabriele Altilio, per confusione di nome, sta al posto di Gabriele Guidano, Vescovo di Policastro nel 18 settembre 1471.”. Dunque, in questo passo a cui il Cataldo sriferiva del Vescovo Altilio, si dice chiaramente che la cronostassi del Laudisio è errata in quanto i riferiva a quella errata dell’Ughelli.

Nell’aprile 1481, “lo porto de Saprj” e “Sanctullus grangis de civitate Policastrj” nella bolla del vescovo Gabriele Godano o Guidano, che concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire la cappella di S. Maria di Porto Salvo nelle campagne del “Porto di Sapri”

Pietro Ebner (…), postillando “I, ABC”, si riferiva ad un documento “I = inedito” e proveniente dall’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni (ABC). Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98.  Ebner, non diceva quale fosse il vescovo di Policastro che aveva emesso la bolla nell’aprile 1481, inoltre, come Ebner stesso dice, il documento era inedito. La bolla del vescovo di Policastro, dell’Aprile 1481, citata da Ebner a p. 592, vol. II, e nella sua nota (14), non è citato dal Laudisio (…) e, neppure dal Gaetani (…), che pure riportò diverse notizie su Sapri e Torraca. Inoltre, Ebner (…) riporta la notizia così com’è senza specificare chi fosse il vescovo di Policastro. Recentemente ho ricevuto il file digitale dell’antico documento del 1481, inviatomi da padre don Leone Morinelli dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, che è inedito e che pubblico per la prima volta. Nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni è conservato un documento del 1481, la ‘bolla’, del vescovo di Policastro che, concesse a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘Santa Maria di Porto Salvo’ (10), di cui il Gaetani (11), affermava essere stata costruita per volontà del  Barone di Torraca Decio Palamolla:

ARCA LXXXV 98

(Fig….) Bolla del Vescovo di Policastro Gabriele Guidano del 1481, inedita e conservata presso l’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (Arca, LXXV, 98) (Archivio Attanasio)

Nella bolla leggiamo che: “Gabriel Guidanus a filiu magister Sanctullus grangis de civitate Policastrj afferunt ………………..civitatis loro lo porto de Saprj que ad prie est Ristoperta ecc..”. Il documento del 1481, è di estrema importanza per la storia di Sapri e di Torraca, in quanto, esistono solo pochissimi documenti d’età precedente che riguardano Torraca, datati e precedenti all’anno 1481, o che riguardano un periodo antecedente a quello citato nella storia di Torraca dal Gaetani (…), che ci parla della baronia di Torraca degli ‘Scondito’, risalente al più tardi ‘1500. Come vedremo innanzi, prima del documento citato da Ebner, del 1481, vi sono alcuni documenti che come vedremo fanno risalire Torraca a Biancuccia Mercadante e al comune di Laurito, pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), tutti documenti sconosciuti al Gaetani (…). Infatti, come scrive il Gaetani (…), che non lo cita affatto, in proposito a Torraca, nel suo ‘La fede degli avi nostri ecc..’, nelle sue ‘Note storiche’, a p. 283, nella sua nota (24), in proposito scriveva che: “(24) Famiglia Palamolla (da G. Palamolla, pag. 19-20) del Can. Dott. Rocco Gaetani. Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dal Cedularia del grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; ecc…”Il Gaetani (…), un erudito locale e sacerdote di Torraca, ci informa che detta cappella “fu fatta costruire anche dal nostro Barone, con sussidi ecc…”, ma il Gaetani, faceva riferimento al documento “Visitatio Episcopi Felicei”, del 1635, dove si citava Dezio Palamolla. Dunque, secondo il documento datato 1635, non possiamo dire, quale fosse il Barone di Torraca nell’anno 1481, anno in cui, secondo una ‘bolla’ del Vescovo di Policastro, fu concesso a Mastro Santillo Grandi di costruire una cappella di Santa Maria di Porto Salvo. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Un documento del 1481, epoca aragonese, conservato nell’Archivio della Badia benedettina di Cava dei Tirreni (…), è stato citato da Pietro Ebner (…). Si tratta della bolla del Vescovo di Policastro  che concedeva a Mastro Santillo Grandi di costruire una Cappella a Sapri dal titolo di ‘Santa Maria di Porto Salvo’, di cui il Gaetani (…), affermava essere stata costruita per volontà del Barone di Torraca Decio Palamolla. La notizia fu da me pubblicata nel lontano 1987 in un mio scritto a stampa (1). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel 1982, a p. 592, parlando di Sapri, citava la Cappella di S. Maria al porto di Sapri”, costruita delle campagne del territorio Saprese, all’epoca facente parte del feudo e della Baronia di Torraca e, di cui il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, a p. …, scriveva che fosse voluta dal Barone di Torraca Dezio Palamolla. Lo attesta un documento del 1535, la “Visitatio Episcopi Felicei”, di cui parlerò. Nel 1914, Rocco Gaetani (3), nel suoGian Giacomo Palamolla detto il Palemonioaccenna ad una ricostruzione storico-urbana e alle origini della cittadina di Sapri. Il Gaetani (…), riporta alcune notizie e documenti interessantissimi e ci parla anche di questa antichissima cappella o chiesetta di campagna di Santa Maria di Porto Salvo, costruita nelle campagne sapresi facenti parte del feudo della Baronia di Torraca. Dal sito dell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni, leggiamo che i documenti pubblici (Bolle papali o vescovili, diplomi di imperatori, re e signori feudali) si trovano nell’arca magna in numero di oltre 700, ordinati anch’essi cronologicamente. Dunque, la bolla del vescovo di Policastro citata da Pietro Ebner dovrebbe trovarsi nell’‘Arca Magna’. Ebner, riguardo gli antichi documenti provenienti dalla Badia di Cava de Tirreni, citava il Codice Diplomatico Cavense. Il Codex diplomaticus cavensis abbreviazione bibliografica CDC; in italiano: Codice diplomatico cavense, o cavese) è un progetto editoriale attivo nel campo della storia dell’Italia medioevale e della Langobardia Minor, iniziato nel 1873 e proseguito con andamento irregolare. Il progetto persegue l’obiettivo della pubblicazione esaustiva dell’intero corpus diplomatico e documentario custodito nell’archivio della Badia benedettina della Santissima Trinità, situata a Cava de Tirreni. La consistenza dell’archivio si dipana su oltre 15.000 pergamene, a partire dalla prima scrittura che risale al 792. A tale patrimonio membranaceo è da aggiungere una mole consistente di documenti su carta (1). Nella nota (1), si postillava che: “(1) Biblioteca e archivio della Badia dal sito ufficiale dell’Abbazia”. Il documento (…), citato da Ebner, è di estrema importanza per la storia di Sapri e del feudo di Torraca, essendo un documento datato all’anno 1481. In quell’anno, l’apprezzo di Sapri, era feudo della Baronia di Torraca. La cappella di Santa Maria di Porto Salvo, di cui parliamo in questo nostro saggio, era stata costruita, non sappiamo quando, nel territorio Saprese, facente parte all’epoca del feudo di Torraca che, insieme ad altri piccoli centri, faaceva parte della restaurata Diocesi Paleocastrense (la rinata Diocesi di Policastro Bussentino). Riguardo il vescovo di Policastro, a cui si riferisce l’antico documento del 1481, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.“. Padre Leone dell’Abbazia benedettina, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro,  doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471,  successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.“. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Secondo il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, in proposito a p. 40, scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio. Sempre il Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Siccome che l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Ma, a chi appartenesse o dipendesse il territorio nelle campagne Sapresi, dove Mastro Santillo Grandi, poteva costruire la cappella, nel 1481 ?. A chi appartenesse o da chi dipendesse il territorio di Torraca e quello Saprese negli anni della dominazione Aragonese ?.

Nel 1465, Antonello e Giovanniantonio Petrucci, conti di Policastro e del territorio di Sapri

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri a p. 592 in proposito scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro. Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”, ovvero sosteneva che la bolla del Vescovo fosse conservata nell’Archivio dell’Abbazia benedettina di Cava dè Tirreni. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), riguardo alla contea di Policastro ed ai Petrucci, sulla scorta di Matteo Camera (…), a p. 515, in proposito scrivevano che: “Nel 1465 il conte Antonello Petrucci, figlio di contadini di Teano, segretario di re Ferrante, acquistò Policastro per 5.000 ducati. Suo figlio Giovanni Antonio, prese le parti dei baroni cospiranti contro Ferrante nel 1485-86, e aprì le porte della città ecc..”. La congiura fu ordita nel 1485 dal principe di Salerno Antonello dei Sanseverino. Questi, consigliato da Antonello Petrucci, Francesco Coppola, Luigi dei Gesualdo da Caggiano riunì intorno a sé molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo principi di Melfi. Dunque secondo Matteo Camera, e i due studiosi, la contea di Policastro e forse anche il territorio saprese, furono soggette ai Petrucci almeno fino al 1487, ovvero fino a qualche anno prima che scoppiasse la ‘Congiura dei Baroni’, in cui i Petrucci furono trucidati. Giovanni Antonio Petrucci, conte di Policastro. – Uomo politico e poeta (n. 1456 circa – m. Napoli 1486); secondogenito di Antonello. Fu accademico Pontaniano.  Il padre gli cedette la contea di Policastro e gli procurò la mano di Sveva Sanseverino, figlia del conte di Lauria e nipote del principe di Salerno, proprio quando costoro ordivano la congiura contro re Ferrante. Coinvolto nella caduta del padre, fu condannato alla decapitazione. Scrisse una collana di 83 sonetti ispirati alle sue drammatiche vicende e alla sua visione della vita, che furono pubblicati da Enrico Perito (…), nel suo ‘La Congiura de Baroni e il Conte di Policastro‘.

Nel 1496, la contea di Policastro ed il subfeudo di Torraca-Sapri a Giovanni Carafa conte di Policastro

Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa della Spina (…). Pietro Ebner (…), a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedette fino all’unità d’Italia. Il documento del vescovo Guidano, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni, è dell’Aprile del 1481, qualche anno prima (a. 1485), in cui i Petrucci parteciparono alla ‘Congiura dei baroni’ e, persero la contea di Policastro. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).”.

Nel 5 ottobre 1496, il diploma di re Ferdinando II d’Aragona (“Ferrantino”) che concede a Giovanni Carrafa della Spina la Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa. Ecc..”. Ebner (…), a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma 4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Dunque, Ebner (…), scrive che il 4 febbraio 1496, re Federico (credo si riferisca a Federico I d’Aragona), confermò la concessione ai Carafa. Credo che in Ebner vi sia un errore quando nella sua nota (60) postillava di re Federico. Però a pensarci bene potrebbe non essere un errore. Infatti, Federico d’Aragona, ramo di Napoli (Napoli, 16 ottobre 1451 – Castello di Plessis-lez-Tours, 9 novembre 1504), era un sovrano italiano. Fu re di Napoli dal 1496 al 1501. Era il figlio di Ferdinando I e di Isabella di Taranto; fratello di Alfonso II e zio di Ferdinando II, successe al nipote Ferdinando II, morto precocemente senza eredi nel 1496, all’età di 28 anni. Ebner dice che si trattava di re Federico mentre lo stesso Ebner (…), nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, in proposito pubblicava il diploma di Ferdinando II d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I° d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 540, pubblicava la trascrizione del Diploma di Ferdinando Secundus Dei, la cui immagine originale è stata pubblicata dall’Ebner (…) a p. 431 del vol. I, di ‘Economia e Società etc..’ (vedi l’immagine ivi pubblicata) e, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: Nel 1496 troviamo la contea concessa al benemerito patrizio napoletano Giovanni Carrafa della Spina. Il diploma che ne segue è appunto l’atto di concessione esistente nella Biblioteca del Senato della Repubblica (ms. n. 96), che ho potuto fotografare e trascrivere per la squisita cortesia del consigliere parlamentare dr. William Mondorsi. Trattasi (v. Catalogo, vol. V, p. 462) di un fascicolo membranaceo (350 x 240) di ff 10 (ultimo bianco), di cui il primo è inquadrato in un ricco fregio miniato con figure di donne e stemma. In alto, e a centro, la rappresentazione miniata del feudatario Giovanni Carrafa della Spina che riceve l’omaggio di Policastro (uomo inginocchiato). Al f 9 la firma autografa di re Ferdinando II. Il ‘ms.’ è strato scritto da una sola mano con caratteri gotico piccolo sul v e r dei ff di pergamena. Come giustamente si osserva sul Catalogo’, il documento è importante perchè in esso si può desumere “quale sia stato il governo di Policastro nel periodo della Signoria dei Carrafa”. Riguardo i possedimenti dei Carafa della Spina e l’acquisto di S. Giovanni a Piro e di Policastro, poi divenuti conti di Policastro, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II, p. 492, nella sua nota (25) postillava che: “(25) Cfr. il Diploma originale in Ebner, Economia e Società, cit.,  vol. II, p. 541”, ma è la p. 491 che ivi pubblico:

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(Fig…) Diploma con il quale re Ferdinando II d’Aragona concede a Giovanni Carafa della Spina alcuni feudi tra cui quello di Policastro – tratto da Ebner, Economia e società etc…, vol. II, p. 491 è scritto: “Diploma di Policastro”.

Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (…). Nel 1496 venne investito della contea di Policastro il benemerito patrizio napoletano Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe territoria Rocche gloriose ac casellae …. sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 540, pubblicava la trascrizione del Diploma di Ferdinando Secundus Dei, la cui immagine originale è stata pubblicata dall’Ebner (…) a p. 431 del vol. I, di ‘Economia e Società etc..’ (vedi l’immagine ivi pubblicata) e, nel vol. I, a p. 539, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Avocato poi al fisco per fellonia dei de Petruciis, ritroviamo il feudo in possesso dei Carrafa nel 1483 (Cola Carrafa denunciando la morte del padre Andrea ne chiese il rilievo-assenso nel 1491).”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “Dinde Ferdinado Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Dominus fuit, qui una cum vita Maiestatis reus factus, dominatum amisit: tandem ex Regio dono Ferdinandi II Regis Comes Policastrensi dictus est Ioannes Carrafa de Spina vir clarissimus, & Regni benemeritus, euius posteri hactenus Comitatum possidèt; bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ecc…ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri a p. 592 in proposito scriveva che: “Dell’età aragone si intuiscono notizie dalla costituzione della contea di Policastro concessa da re Ferrante al suo primo ministro Antonello Petruciis, il quale, con il consenso del re, associò il figlio Giovanni Antonio alla contea che ormai si estendeva, in un unico complesso, da Novi oltre Policastro. Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro.. Dunque, proprio in questo passaggio l’Ebner ci fa riflettere sul fatto che, verso la fine dell’età Aragonese, ovvero quando la Contea di Policastro inizia a dipendere dai Carafa, anche il territorio di Sapri poteva dipendere dai Carafa di Policastro. Forse buona parte del territorio saprese. Giovanni Caraffa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512, confermato di tutti i feudi il 31 ottobre 1518 (con l’aggiunta di Bosco e San Giovanni), Consigliere del Collaterale dal 22 maggio 1523. Sposa Giovanna, figlia di Arnaldo Sanchez castellano di Castelnuovo in Napoli. Dunque, Ebner scriveva che il 4 febbraio 1496 re Federico (forse si riferiva a Federico I d’Aragona) confermava i feudi concessi ai Carafa. Federico o Ferdinando II (detto Ferrandino) ? Pietro Ebner (…), però nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, pubblicava il diploma di Ferdinando II d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Inoltre dal febbraio al luglio del 1495 fu spodestato da Carlo VIII di Francia, calato in Italia per rivendicare l’eredità angioina. Era figlio di Alfonso II e Ippolita Maria Sforza, nipote di Ferdinando I°, titolare del trono di Gerusalemme.

Nel 25 ottobre 1496, re Ferdinando II d’Aragona (“Ferrandino”) donò la contea di Policastro a Giovanni Carafa della Spina, che divenne conte di Policastro, Roccagloriosa, Caselle e Bosco, Castel Ruggiero e Torre Orsaia (giurisdizione criminale)

Riguardo il feudatario di Policastro, Giovanni Carafa della Spina, ne ha parlato Pietro Ebner (…), sulla scorta del Di Luccia (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa. Ecc..”. Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “….nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popoli del Cilento’, a p. 592, parlando di Policastro, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Sulla data del 25 ottobre nutriamo dei dubbi. Ebner dice che il 25 ottobre re Ferdinando II, ovvero Ferrandino, concesse ai Carafa, ma Ferrandino morì il 7 settembre 1496 ed inoltre già nel 1495, fu spodestato dal Regno di Napoli da Carlo VIII re di Francia. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Orazio Campagna, a p. 260, nella sua nota (86), in proposito postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg; E. Perito, ‘La congiura dè baroni etc…’, op. cit.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro scriveva che: “Giovanni Carafa (60), vice-cancelliere del re, acquistò Rofrano, Alfano e Policastro, Carlo comprò Campora e Antonio Castelnuovo. Il titolo di conte venne concesso da re Ferdinando nel 1496 a Giovanni Carrafa.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 390-391, parlando di Policastro e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro scriveva che il re Federico I d’Aragona, in seguito alla Congiura dei Baroni e all’arresto dei Petrucci, riferendosi all’Abbazia di S. Giovanni a Piro: “….concesse al bastardo suo figliuolo Alfonso che ne conservò le rendite fino al 1499. Dell’avocazione alla Corona dei beni di Antonello approfittarono i fratelli Carafa.”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 491-492, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Nel 1496 venne investito (24) della contea Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe “territoria Rocce gloriose ac Casellae (…) sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II, a p. 492, nella sua nota (24), postillava che: “(24) Quinter. 1, f 43.”. Qui l’Ebner si riferisce ai libri della cancelleria Aragonese detti ‘Quinternioni‘. Ebner (…), a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: “….nella guerra tra Carlo VIII e re Ferdinando venne creato “general commissario sopra l’armata dè Vitiniani” assoldata da re Ferdinando. Si comportò così bene che il re nel 1496, per ringraziarlo “gli dona la città di Policastro col titolo di Conte”. Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Ecc…”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parla della nobile famiglia dei Carafa e, cita Giovanni  Carrafa. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal Re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).“. Natella e Peduto (…), a p. 515, nella loro nota (81) postillavano che: “(81) Per queste notizie vedi E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro, Bari, Laterza, 1926.”. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (….), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia (…), dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “….Conte di Policastro, Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre Guerriero D. Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo, a p. 114, nella sua nota (2) postillava a riguardo che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”. Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel 1700, scrisse un trattato dal titolo: ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Pietro Marcellino Di Luccia, nel 1700, pubblicò il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, in cui a p. 8, scrive che la città di Policastro nel 1496 passò a Giovanni Carafa. Pietro Marcellino di Luccia (…), a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “….nell’anno 1496 e che poi fosse passata in persona del celebre Guerriero Don Gio: Carrafa, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro, della ‘Congiura dei Baroni‘ e del passaggio della contea di Policastro ai Carafa della Spina. Il Summonte (…), scrive della ‘Congiura dei Baroni’ verso p. 270 nel suo cap. III, dell’edizione del 1655, e lo fa anche sulla scorta dello Zurita e del Pontano. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Ebner (…), citando il Campanile (…) si riferiva al testo intitolato: “L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo, a pp. 49-50 parlando del Duca Gianfrancesco Di Sangro, in proposito a pp. 49-50 scriveva che: “Ritornato che fu il Duca, dopo questo fatto, il Re hauendo hauuta particolar informazione del valor, c’egli hauea dimostrato in tutta quella impresa, l’andò con più lettere ringraziando honorandolo anche con titolo di parente e diremunerazione il creò suo Consiglier di Stato nel Regno di Napoli.”. In un altro testo il Campanile (…) ci parla dei Carafa della Stadera e della Spina. Filiberto Campanile (…), nel suo Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (vedi II edizione), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo (vedi II edizione), a p. 114, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”. Rileggendo Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le firme del re, che furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in atre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50). La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma (4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel 700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che il 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e della moglie Ippolita Carafa ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, e di duca, Libonati, Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Pietro Ebner scriveva pure che secondo: “Il ‘Cedolario’, a proposito di Sapri, rinvia a Policastro.”. Cosa significa tutto questo ?. In primo luogo diciamo cos’è il ‘Cedolario’ ?. Il Cedolario è un documento d’epoca Aragonese ?. E’ un elenco inventario di documenti che riguardano soprattutto gli atti della Regia Camera della Sommaria in epoca Aragonese e Vicereale conservati oggi nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Gaetani, a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1525, per Lucrezia Scondito il marito ecc..”.

I CARAFA DELLA STADERA

Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che i l’illustrissima e storica famiglia napoletana Carafa discende da altro più antico casato napoletano: i Caracciolo. Il capostipite fu Gregorio di Giovanni Caracciolo vissuto nel XII secolo, detto Carafa perchè ricopriva la carica di concessionario della gabella sul vino chiamata “campione Carafa”. Guerrello Caracciolo detto Carafa, Maresciallo del Regno, fu cavaliere dell’Ordine della Nave. Si divise in due grandi rami detti della Spina e della Stadera; capostipite della famiglia Carafa della Stadera fu Tommaso, figlio di Bartolomeo. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nido e, dopo la soppressione dei sedili (1800) fu iscritta nel Libro d’Oro Napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: barone di: Apricena, Binetto, Bonifati, Campolieto, Capriati, Civita  Luparella, Colubrano, Rocca d’Aspro, Rutigliano, Sant’Angelo a Scala, San Mauro, Sessola, Tortorella, Trivigno, Tufara, Vallelonga. marchesi di: Anzi (1576), Baranello (1621), Bitetto (1595), Corato (1727), Montenero (1573), Montesardo, S. Lucido, Tortorella (1710). I Carafa raggiunsero i più alti gradi ecclesiastici nella Chiesa Romana con quindici cardinali e un Papa; Giovan Pietro Carafa (Capriglia 28-6-1476 † Roma, 18-8-1559), figlio di Giovanni Antonio dei conti Carafa e di Vittoria Camponeschi, figlia di Pietro Lalle, ultimo conte di Montorio, feudo in provincia di Teramo, fu eletto Papa il 23 maggio 1555 con il nome di Paolo IV. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Giustiniani (18), ….ci informa ….e del feudatario “Caraffa della Stadera”. Egli ci informa pre delle numerazioni dal 1532 al 1669 (19). Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitisi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carraffa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(20) Tancredi, Il Golfo di Policastro etc..”, p. 72.”. I Carafa o Caraffa sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana, discendente dall’ancor più antica famiglia Caracciolo. Divisa in numerosi rami, i cui principali e più importanti sono i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera, e decorata dei più alti titoli, raggiunse l’apice della sua potenza con l’elezione al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, papa con il nome di Paolo IV. Capostipite della famiglia Carafa della Spina fu Andrea, familiare della regina Giovanna I d’Angiò, il quale seguì Carlo III di Durazzo nella guerra d’Ungheria. I rappresentanti del Casato ricoprirono le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico sino ad arrivare al soglio pontificio. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nilo e, dopo la soppressione dei sedili (1800), fu iscritta nel Libro d’Oro napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: Barone di: Bianco (1629), Carreri (1629), Cerro, Forlì (1629), Petrella, Rionegro (1666), Ripalonga, Roccasicone, Rocchetta, San Nicola di Leporino, Torraca; Conte di: Arpaia (1605), Condojanni (1629), Conte palatino (1622), Cerro, Grotteria (1496), Policastro, Roccella (1522); Marchese di: Brancaleone, Tortorella, Castelvetere (1530) con annesso il Granducato di Spagna di prima classe (1581); Duca di: Bruzzano (1646), Forli (1625), Montenero, Rapolla (1623), Traetto (1712); Principe di: Roccella (1594), Sacro Romano Impero (1563). Riguardo la famiglia dei Carafa, ha scritto il Cataldo (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..a Tortorella vi erano i Marchesi dell’altro ramo: (Carafa della Stadera), i cui tenimenti passarono alla famiglia Rocco. Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”.

Carafa della Spina

Nel 25 ottobre 1498, re Federico I d’Aragona smembrò la Contea di Lauria e diede le Terre di Tortorella, Battaglia e Casaletto a Giovanni Andrea Caracciolo, patrizio Napoletano e maestro d’armi del re Ferdinando I d’Aragona 

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Nel 1498, in seguito alla ribellione del Conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino, al re di Napoli Ferdinando I d’Aragona, la famiglia Sanseverino fu privata, tra l’altro, anche del feudo di Tortorella, che fu dato a Giovanni Andrea Caracciolo, maestro d’armi del re (4).”. Il Guzzo, a p. 201, nella nota (4) postillava che: “(4) C. Porzio: La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contro Ferdinando I, Napoli, 1964, pag. 76.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nuova nobiltà di toga. Come documentato nei Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, etc…”. Dunque, su concessione di re Federico I d’Aragona, in seguito ai fatti della Congiura de Baroni, il casale di Vibonati, che all’epoca veniva chiamato Libonati, venne devoluto, insieme a Casaletto e Battaglia al patrizio napoletano Giovanni Antonio Caracciolo. Infatti, in seguito alla Congiura dei Baroni, re Federico I d’Aragona, che aveva assediato i Sanseverino a Teggiano, suddivise la Contea di Lauria appartenuta a Bernardino Sanseverino, ultimo conte di Lauria. Sul blog in rete del “Libro d’oro della Nobiltà Mediterranea” è scritto che G7. Giovanni Andrea (+ 1528), Patrizio Napoletano; ebbe le Serre di Tortovilla e Casaletto il 25-10-1498 e la terra di Misuraca il 25-4-1500, compra Scalea il 25-4-1501, Signore di Misuraca, Scalea, Tortorella con i casali di Libonati, della Battaglia e Casaletto; 1° Marchese di Misuraca dal 4-10-1523. = Andreanna, figlia ed erede di Paolo di Caivano Signore di Misuraca. H1. Paolo (+ assassinato nel corso di una ribellione di villici 1528), Patrizio Napoletano. = Donna Caterina Vittoria Acquaviva d’Aragona, figlia di Don Belisario 1° Duca di Nardò e di Sveva Sanseverino dei Principi di Bisignano (+ uccisa col marito 1528) (vedi/see) H2. Porzia (+ post 13-8-1546); 1 a) = 1523 Ferdinando Piscicelli, Patrizio Napoletano; 1 b) = Ferdinando Caracciolo, Patrizio Napoletano (vedi/see). H3. Isabella (+ post 1569), Marchesa di Misuraca e Signora di Scalea a Tortorella. = Don Ferdinando Spinelli 2° Duca di Castrovillari (vedi/see. H4. Aurelia (+ post 1558) = 1525 Francesco de Guevara Signore di Arpaia e Buonalbergo (vedi/see). H5. Antonia (+ post 1566) = Diego Sandoval de Castro. H6. Giulia = Vincenzo Casera.H7. Lucrezia (+ 3-12-1580), monaca dal 6-2-1528, poi Badessa del monastero di Santa Maria Donna Regina a Napoli dal 1-9-1569 al 30-8-1572. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 164, in proposito scriveva che: “Dopo la tragica conclusione della Congiura dei Baroni, nel 1486, i Sanseverino vennero privati dei loro possedimenti e Bonati, che faceva parte del feudo di Tortorella, passò nelle mani di Giovanni Andrea Caracciolo.”.

Nel XV secolo, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca

Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare ecc…”.

Nel 1500, i corsari barbareschi e le frequenti loro incursioni nel basso Cilento

Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – la baronia di Novi”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Alla Spagna di Filippo II, però, va il merito di aver implacabilmente perseguito i barbareschi che infestavano le coste mediterranee, lotta che culminava nel glorioso episodio della Battaglia di Lepanto. La tradizione (protocolli notarili, ecc…) ricorda il susseguirsi delle incursioni marittime turche anche nel retroterra (S. Barbara, Ceraso, Catona, Terradura, ecc…) protrattesi oltre il XVI secolo, specialmente nel Cilento meridionale, malgrado il riattamento delle antiche torri costiere e l’elevazione di altre (75), tutte poi custodite anche a segnalare l’avvicinarsi delle navi dei pirati. Questi nel 1531, distrussero Palinuro con i vicini casali; nel 1533 saccheggiarono Policastro; nel 1543 Pisciotta e nel 1544 Agropoli. Dopo il 27 giugno del 1544 il Barbarossa incendiò Policastro, Bosco, S. Giovanni a Piro, S. Marina, Torre Orsaia e Roccagloriosa (cento cittadini tra morti e prigionieri), il 12 vennero poste a sacco Camerota, Licusati e Lentiscosa (300 prigionieri, annotava il notaio Greco nei suoi protocolli). Nel 1563 i Turchi sbarcarono a S. Marco di Castellabate assalendo Torchiara, ma furono respinti lasciando 30 morti. Nel settembre successivo tornarono con 1600 uomini bruciando 60 case e catturando 60 persone.”. Ebner, a p. 163, nella nota (75) postillava che: “(75) Alla requisizione delle torri risultarono quelle di Policastro, Camerota, Molpa, Palinuro, Acciaroli, Agnone, Pagliarola di Castellabate. Altre furono costruite dalla Casa dell’Annunziata di Napoli, feudataria di Castellammare della Bruca (Velia).”

Nel 25 aprile 1501, Giovanni Andrea Caracciolo acquista le Terre di Scalea

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “….patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, il quale, due anni dopo, il 25 aprile 1500, divenne anche signore della Terra di Misuraca (60), avendo sposato Andreanna, unica figlia ed erede di Paolo di Caivano. Il 25 aprile 1501 compra inoltre le Terre di Scalea, mentre il 4 ottobre 1523 gli viene concessa dal Vicerè la corona di I° Marchese di Misuraca. A partire da questo periodo le notizie rintracciabili all’Archivio di Stato di Napoli relative a Casaletto diventano sempre più numerose (61). nel 1508 il “Magnifico Ioanni Andrea Caraczolo, (viene) tassato in ducati 51.4.19 1.2 per Turturella et Casalecto, comperia per il detto donativo” (62).”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (60) postillava che: “(60) Oggi Mesoraca, Comune in Provincia di Crotone”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (61) postillava che: “(61) La scarsità  di notizie relative al precedente periodo angioino e aragonese è i realtà dovuta principalmente alla distruzione degli archivi storici avvenuti, in parte, con i bombardamenti del Grande Archivio di Napoli etc..”. Il Montesano, a p. 42, nella nota (62) postillava che: “(62) ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Partium, Inventario 1468-1688, vol. 75, 1508, f. 134”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che: “In questi anni infelici, tuttavia, un punto di riferimento importante e un elemento di stabilità a Scalea fu rappresentato dalla famiglia Spinelli. Anche questa importante casata calabrese giunse a Scalea ‘maritali nomine’, cioè attraverso un matrimonio. Don Ferdinando Spinelli (morto nel 1547 c.a.), secondo duca di Castrovillari, secondo conte di Cariati, ecc…, sposò in seconde nozze Isabella Caracciolo, figlia ed erede di Giovanni Andrea, primo marchese di Mesoraca, signore di Scalea e Tortorella, e di Andreanna di Caivano, signora di Mesuraca. Con suo figlio, don Troiano I (c.a. 1530-66), secondo marchese di Mesoraca, che nel 1566 ottenne il titolo di principe di Scalea, inizia la serie dei principi. Essi fissarono la propria dimora nel palazzo dove presumibilmente già risiedevano i precedenti signori della città e che ancora oggi porta il nome di Palazzo dei Principi. Nelle sue grandi linee l’edificio, che fu ampliato e abbellito dagli Spinelli, oggi conserva la fisionomia che aveva ricevuto nel Cinquecento.”. Dunque, Giovanni Andrea Caracciolo, marchese di Mesoraca, signore di Scalea e di Tortorella, insieme alla moglie Andreanna di Caivano, ebbero come figli, le figlie Isabella e Porzia. Il Vacchiano ci dice che la figlia Isabella Caracciolo andò sposa a don Ferdinando Spinelli, secondo duca di Castrovillari che la sposò in seconde nozze e da cui si ebbe Troiano II Spinelli. Carmine Manco (…), nella sua “Scalea prima e dopo”, a p. 50, in proposito scriveva che: Tutte queste terre, che erano infeudate, titolate e che davano il titolo principesco, passarono nel 1556 agli Spinelli. Pertanto gli Spinelli presero il titolo di Principi di Scalea. Il primo Principe di Scalea fu Troiano e il secondo Ferdinando. Sotto il governo di questi vennero portati a termine i lavori di ampliamento della loro dimora, già dei Romano e dei Duchi di Sanseverino, che prese l’aspetto attuale e il nome di “Palazzo dei Principi…..(p. 52). Inoltre i tributi erano pesantissimi. L’amministrazione era confusa. Ogni sorta di abusi era possibile. Anche il napoletano Giovan Andrea Caracciolo che accentrava le cariche di fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea ne commise. In tutto questo caos a Scalea si fece qualcosa. I Palamolla riuscirono ad incrementare l’industria serica. Aumentò il commercio di cui erano mercanti oltre ai Palamolla, Sipio e Andrea Caputo, Antonio Macrino e Matteo Manfredi. Ecc…”. Dunque, in questo breve passo il Manco ci parla di Giovan Andrea Caracciolo che nel frattempo aveva assunto diverse cariche pubbliche del Viceregno spagnolo. Egli ricopriva le carice di “fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea“. A questo proposito il Manco scriveva che il Caracciolo aveva commesso diversi abusi. Infatti, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Malgrado il possesso delle terre sicuramente il marchese Caracciolo non risiedeva in Tortorella, ma bensì nel palazzo marchesale di Misuraca. Ed è proprio lì che Giovanni Andrea trovoò la morte (65); nel 1528 egli, insieme al figlio Paolo e sua moglie Caterina, venne trucidato in piazza a seguito di una rivolta contadina. Grazie all’aiuto di alcuni parenti riuscirono a mettersi in salvo soltanto le figlie che, scampate al massacro, trovarono rifugio a Catanzaro. Qui conobbero il duca di Castrovillari Ferrante Spinelli il quale con le sue truppe era corso in aiuto del vicerè Filiberto di Chalois, intento a contrastare il tentativo di conquista della città da parte delle truppe fracesi e di quelle del Duca di Capaccio. Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, il quale ereditò, nel 1548, il feudo della madre, essendo quello del padre spettante al figlio avuto dal primo matrimonio, il III duca di Castrovillari Don Giovanni Battista II (66).”. Il Montesano, a p. 43, nella nota (65) postillava che: “(65) Racconti calabresi – di Achille Grimaldi – stamperia del Filiberto, Napoli, 1860”. Il Montesano cita il duca Ferrante Spinelli mentre il Vacchiano lo cita come “Ferdinando Spinelli”. Da Wikipedia leggiamo che Mesoraca (IPA: /mezoˈraka/, Misuraca in dialetto mesorachese, Mesoràchion in greco bizantino) è un comune italiano di 5868 abitanti della provincia di Crotone in Calabria. Dal 1292 fu territorio dei Ruffo di Calabria, mentre dal 1523 entrò a far parte del Marchesato di Crotone come possesso dei Caracciolo. Alla famiglia Caracciolo è legato uno degli episodi più noti e cruenti della storia mesorachese: nel 1527 a causa del malcostume del signore e nella messa in pratica del diritto Ius primae noctis, una congiura alimentò una rivolta contadina che causò lo sterminio di parte dei componenti della famiglia ad eccezione delle figlie Isabella e Porzia, che riuscirono a scappare a Catanzaro; la rivolta fu repressa e vendicata dal principe Ferrante Spinelli, il quale sposò la marchesina Isabella Caracciolo per ripristinare il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584.

GLI  SCONDITO

Nel 1500-1504, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca passò al “Magnificus Franciscus Scondito”

Di sicuro il feudo di Torraca ed il porto di Sapri passarono alla famiglia Scondito ai primi del ‘500. Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1500 e fino al 1504 vi era un Magnifico Francesco Scondito. Recentemente Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Tuttavia, bisogna segnalare che alcune notizie tratte dall’Ebner (…), cozzano con altre notizie dateci dal Gaetani (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca.

Nel 1580, Fulvia Capece Scondito eredita dal padre Camillo Porzio il feudo di Centola

Sugli Scondito o la famiglia Capece-Scondito abbiamo alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente approfondite.  Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 167 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Fulvia Capece Scondito, figliastra di Camillo Porzio, vendette il feudo di Centola il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Già il 17 ottobre 1592, infatti, Aurelia della Marra e suo marito, il magistrato Cesare Pappacoda (1567-1621), avevano acquistato dal duca di Monteleone i feudi Pisciotta e della Molpa. Ecc…”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 114 e s., parlando sempre di Centola in proposito scriveva che: “Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Questa si contrappose in un conflitto giurisdizionale all’abate di S. M. degli Angeli, Giulio Cesare Bologna. Passata infatti da Pio V, nel 1564, l’abbazia alle dirette dipendenze etc….”. Dunque, la nobile donna Fulvia Capece Scondito, era figliastra di Camillo Porzio. La figliastra del Porzio, Fulvia Capece Scondito, che aveva ereditato il feudo di Centola lo vendette il 2 settembre 1622 a Federico Pappacoda, marchese di Pisciotta. Perchè il Barra scrive che Fulvia Capece Scondito era la “figliastra” di Camillo Porzio ?. Dalla Treccani on-line, alla voce “Porzio Camillo” leggiamo che: Nel 1580 Camillo Porzio dettò il suo testamento, nominando erede universale Fulvia Scondito, la cui madre aveva sposato quando era rimasta vedova.”. Camillo Porzio, che era divenuto il feudatario di Centola acquistandolo nel 1559 e, nel 1580 dettò le sue volontà testamentarie e donò il feudo e tutto quanto avesse alla figlia Fulvia Capece Scondito, figlia di sua moglie………………morta vedova. Da Wikipedia sappiamo che nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Dunque, sulla vita privata del Porzio conosciamo il nome di suo cognato Marino Russo. Dunque, la moglie di Camillo Porzio doveva essere una Russo. Il Barra parla della Fulvia Capece Scondito come di una sua “figliastra”. In Wikipedia leggiamo pure che questo quadro di rispettabilità pubblica e di successo sociale doveva essere in forte contrasto con la sua vita privata, dato che in quegli stessi anni fu aggredito e sfregiato a colpi di coltello in seguito a un’avventura amorosa. Si ignorano i particolari della vicenda e la gravità delle ferite; di certo si sa che l’operazione di chirurgia plastica, praticata con le tecniche dell’epoca, ottenne risultati accettabili. Abbiamo visto che Camillo Porzio lasciò con testamento il feudo di Centola alla “figliastra” Fulvia Capece Scondito che ne divenne erede alla sua morte nel 1580. Abbiamo visto pure che Fulvia Capece Scondito, nel 1580 divenne feudataria di Centola. Dalla Treccani abbiamo visto che Camillo Porzio aveva sposato la madre, rimasta vedova, di Fulvia Capece Scondito. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Poi vennero i Caracciolo, di nuovo i Di Sangro con Sigismondo e Ippolita che tra il 1532 e il 1535 vi costruirono un piccolo maniero. Ritornarono alla fine del 1500 ancora i Rosso che, nel 1602, con Ascanio Rosso e poi la figlia Maria, cedettero il Feudo a Mario Rosso e da questi passò a Fulvia Scondito che, nel 1622, per 12000 ducati, vendette il feudo a Domenico Pappacoda, Marchese di Pisciotta etc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6). Nel 1603 Maria Rosso, laica in ‘capitulis’, figlia di Ascanio Rosso, rinunziò a Centola donando il feudo allo zio Mario Rosso (7). Nel 1622 Fulvia Scondito alienò Centola, ‘libere’, a favore di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta per 12 mila ducati (8).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (4) postillava che: “(4) Ebner, Storia cit., pp. 137 sgg., 192, 201, 207, 217 e 246. Cfr. pure nel mio saggio ‘Economia e società cit., I, p. 262.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (8) postillava che: “(8) Ass. in Quint. 69, f 103.”.   

Nel 1524, Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito pagò i diritti feudali per il feudo di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 1524 e fino al 10 gennaio 1524 vi era Lucrezia Scondito. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito.

Nel 10 gennaio 1524, Giovannantonio de Freda succede alla madre Lucrezia Scondito nel feudo di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 10 gennaio 1524, data in cui muore Lucrezia Scondito, gli succede il figlio Giovannantonio de Freda che sarà Barone di Torraca fino alla sua morte avvenuta nel 1579.

Nel 1532, Torraca contava 69 fuochi che moltiplicato per 6 = 414 abitanti

Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1543, Sapri subì gravi danni per le incursioni del pirata Barbarossa e da Dragut pascià

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 592 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Non è da escludere che il villaggio marinaro di Sapri subisse danni dalle incursioni del Barbarossa (1543) e di Dragut pascià”.

Nel 1550, Sapri ed il Golfo di Policastro nella carta dell’“Italia” di Battista Agnese

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Sapri è chiaramente visibile nella carta nautica dell'”Italia (fig. 39), di Battista Agnese, del XVI sec. (1550), tratta dall’Atlante portolanico, conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (110).”. Nel mio studio, nella nota (110) postillavo che: (110)  Questa carta è tratta dal testo di Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. IV.”.

Le incursioni turche-ottomane nel Golfo di Policastro di Dragut Pascià

Ai primi del ‘500 (XVI secolo), le popolazioni del basso Cilento e del Golfo di Policastro, erano stremate a causa delle frequenti incursioni saracene (o barbaresche), delle armate turche-ottomane del sultano Dragut-Pascià, come la terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (4) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. La flotta turca-ottomana di Dragut-Pascià, la leggendaria dominatrice del mare Mediterraneo, operava in quegli an- ni frequenti incursioni anche e soprattutto sulle nostre coste e quelle della Calabria, im- paurendo le già stremate ed esili popolazioni del luogo tanto che il vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera, Vicerè spagnolo, ordinò una serie di torri cavallare di avvistamento (quelle che nella tradizione popolare vengono chiamate ‘Torri Normanne’ da disseminare e costruire su tutto il litorale fino a Scalea (1). Policastro ed i piccoli centri del Golfo di Policastro, subirono due distruzioni ad opera dei pirati turchi: la prima nel 1534 e la seconda nel 1552 (3), tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (4) che ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Nel corso di quest’ultima invasione, a Policastro fu distrutto il convento di S. Francesco del XII sec., i cui ruderi sono tuttora visibili ad oriente dell’abitato. Ancora oggi si possono notare negli usi e nei costu- mi, come pure nel dialetto di queste  popolazioni, che esistono residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio ), ‘alliffato’ ( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare), ecc… (5).

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(Fig….) “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- -1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta da Ernesto Mazzetti, Cartografia del Mezzogiorno d’Italia, ESI, Napoli, tav. XVII.

Nell’11 luglio 1552, domenica, l’incursione turca-ottomana di Dragut Pascià distrusse Vibonati, S. Marina e S. Giovanni a Piro 

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 741 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Il 10 luglio 1552 (era un sabato sera), una flotta di 123 galee gettò le ancora nel porto di Palinuro e propriamente presso la località Oliveto. Il giorno dopo, domenica, verso le 15 i musulmani di Dragut pascià sbarcarono mettendo a ferro e a fuoco Policastro e saccheggiarono, poi distruggendoli, i villaggi di Vibonati, S. Marina, S. Giovanni a Piro, mentre altri si spingevano fino a Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggiero uccidendo e facendo prigionieri gli abitanti (12).”. Ebner, a p. 742, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Laudisio cit., p. 22 sg: “……………..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a pp. 164-165, in proposito scriveva che: “Nel 1552, insieme con Scario, San Giovanni a Piro, Policastro, Santa Marina, Bosco, Torre Orsaia, Roccagloriosa e Sapri, anche Vibonati ebbe a subire il saccheggio e l’incendio ad opera dei Turchi di Dragut Rais Bassà. Fu in occasione di tale funesta incursione che Vibonati perse beni e uomini, dei quali alcuni furono uccisi ed altri condotti schiavi (31).”. Il Guzzo, a p. 165, nella nota (31) postillava che: “(31) N. M. Laudisio: Paleocastren Dioceseos Historica Cronologica Sinopsis Erudita, Napoli, 1831, pag. 44.; G. Volpe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 118”. Il Laudisio ci parla di questa funesta giornata a p. 78, della sua ‘Sinopsi’ (vedi versione a cura del Visconti). Il Laudisio (…), a p. 79, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Thren., cap. IV, vers. 19 (Veloviores fuerunt persecutores nostri ‘aquilis caeli: super montes persecuti sunt’ nos, ‘in deserto insidiati sunt nobis).” e nella nota (67) postillava che: “(67) Ex protocollo notarii Antonii de Onofrio, pag. 1, in arch. Matr. Ecclesiae oppidi Sansii, Caputaq. dioec.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Antonini…… Ricorda che per la sua breve distanza dal mare subì le incursioni musulmane nel 1559, orde respinte dai pochi che erano scampati alla peste del 1656. A seguito delle incursioni del 1562, si cinse di mura nel 1565.”. Dragut-Pascià fu un comandante navale ottomano e il successore di Khayr al-Din Barbarossa (che aveva assalito le nostre coste nel 1533). Viceré di Algeri, Signore di Tripoli e di al-Mahdiyya, si fece chiamare Spada vendicatrice dell’Islam e fu spesso lo spietato prota-gonista di credenze popolari, a causa della sua efferatezza. È ricordato anche per essere stato uno dei più grandi ammiragli (in turco Kapudanpasa) di etnia turca al servizio del sultano. La sua flotta ed i suoi uomini, nel 1552, furono gli autori di un’efferata operazio-ne militare incursiva sulle nostre coste. La quarta per la precisione. Questo triste episo- dio della nostra storia è ricordato dal vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), che nella sua ‘Synossi’ (un testo scritto e pubblicato nel 1831 – 3), così scriveva in proposito: …e per la quarta volta nel 1552 dal musulmano Dragut pascià; infatti il 10 luglio 1552, decimo dell’edizione – era un sabato sera – una flotta musulmana di 123 navi gettò le ancore nel Golfo di Policastro, ed esattamente presso la località che è chiamata Oliveto ( e quì sono chiari i riferimenti filo-borbonici del vescovo sanfedista, dello sbarco di Carlo Pisacane). Il giorno dopo, domenica, verso le ore 15, i musulmani sbarcarono più veloci delle aquile e misero a ferro e fuoco Policastro, e contemporaneamente alcuni di essi saccheggiarono e distrussero Vibonati, S. Marina, e S. Giovanni a Piro, altri Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa e Castel Ruggero, inseguendone gli abitanti sui monti e uccidendoli in luoghi deserti. (66). Quanti furono i morti e quanti i prigionieri! Quante le sciagure! Quanti raccolti furono bruciati nei campi! Il martedì successivo, 13 luglio, passarono a Camerota dirigendosi verso Policastro che pure distrussero, e di lì il giorno dopo, giovedì, salparono di sera, così come di sera erano giunti, e si diressero con le loro navi verso Napoli (67).” (…).  

La Torre del “Buondormire” o del “Bondormire” a Sapri, oggi scomparsa

Dal punto di vista bibliografico e storiografico, la prima citazione del toponimo “Buondormire” è contenuta nella carta illustrata nell’immagine di Fig. 2, che illustra un particolare della nostra costa, tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese (secolo XV), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. Come possiamo ben vedere nell’immagine della Fig. 2, che illustra il particolare del litorale Saprese e della baia di Sapri, dopo una Torre costiera segnata vicino il toponimo “Petrasia”, segnato in prossimità del vicino Villammare e, procedendo lungo il litorale, si notano due Torri, disegnate di colore rosso carminio – a forma di torrini –  che sono poste alle due estremità della baia naturale di Sapri. Anzi a me pare vi fosse una terza fortificazione o torre posta sopra le colline. In particolare sulla parte occidentale della Baia di Sapri, corrispondente all’attuale Punta del Fortino, dove oggi si trova il Faro Pisacane, troviamo la Torre segnata “Bondormire”. Il fatto che queste Torri, come la Torre del Buondormire, segnalata con il toponimo di Bondormire”denota che la carta è molto più antica del ‘500, epoca di costruzioni delle Torri marittime Vicereali, costruite nel secolo XVI. Io credo che la Torre del Bondormire, fosse una torre costruita dagli Angioini al tempo della Guerra del Vespro.

Piante e Disegni, cartella XXXII, 2, convert. 2

(Fig…..) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN)

Nel 1566, la costruzione della ‘Torre del Buondormire’, oggi scomparsa

Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (16), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e pure nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo il Guzzo (…), a p…., la costruzione della Torre del Buondormire, rientrò nel programma di edificazione di queste torri nel Regno di Napoli che ordinarono alcuni Vicerè Spagnoli. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del pPrincipato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 33) Una nel luogo detto del Buondormire, presso Sapri.”. Dunque, secondo quanto scrisse il Guzzo (…), non risulta ben chiaro se la Torre del Buondormire presso Sapri, che pure faceva parte del programma di costruzione del bando del 1566, fosse già preesistente e se di questa fosse prevista dall’Ingere Tortelli, solo la sua ristrutturazione o rinforzo o invece, come non ritengo verosimile, si trattasse di una vera e propria costruzione. Il Guzzo (…), a p. 246, nella sua nota (15), cita Don Sancio Martinez, di cui ne ha scritto il Pasanisi (…), nell’altro suo saggio dedicato alla costruzione delle Torri marittime della nostra costa. Il Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località: al Buondormire presso Sapri.”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – la Torre di Buondormire, presso Sapri (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono, come torrieri, Caviczoles Pietro nel 1568, Prando della Torraca nel 1576 e Brando Francesco dal 1598 al 1605. “. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, ricavata dal Pasanisi (…), postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta notizia, suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”, incluendo nell’elenco anche quella la Torre del Buondormire, non avvalora affatto l’ipotesi che la Torre del Buondormire, fosse stata costruita con il Bando del Vicerè del 1566 e poi conclusa nel 1570, ma dimostra solo che essa, fosse operativa e pienamente funzionante. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. …), di cui parleremo. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Una di queste è la Torre detta del Buondormire. La Torre del Buondormire, preesisteva lungo il litorale saprese già da molto tempo prima del ‘500, in cui vennero costruite altre Torri costiere. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (…) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. In particolare quella detta Torre del Buondormire.

Nel 1568, il ‘Seno Saprico’ di Scipione Manzella Napolitano

Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (15), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”. La principale opera del Mazzella è la Descrittione del Regno di Napoli… (Napoli, G.B. Cappello, 1586). Nel 1595, Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli” (per i tipi di Stigliola) parlando del Principato Citra, a p. 79 in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamavano seno saprico dalla città di sapri, oggi nominata Libonati.”. E’ interessantissima la notizia del Mazzella (…) a cui ho accennato per alcune torri oggi scomparse ma che vi erano lungo la nostra costa da lui citate e descritte, il Mazzella scriveva che il golfo di Policastro anticamente era chiamato “seno Saprico”, ovvero golfo di Sapri. Il Mazzella fa derivare la parola di seno Saprico dalla “città di Sapri oggi nominata Libonati”. Questa notizia conferma che nel 1595, il territorio di Sapri era compreso nel tenimento di Vibonati allora detto “Libonati”. Lorenzo Giustiniani evidenziò il valore dell’opera per l’ampiezza delle materie trattate, riprendendo e amplificando un parere di G.D. Rogadei, espresso nel 1767, secondo il quale se a ciò il Mazzella avesse abbinato «l’esattezza e la critica», si sarebbe dovuto considerare «il più utile scrittore delle cose di questo Regno». F. Soria, nel 1781, rese invece un tributo agli sforzi dell’autore, contribuendo a giudicare i suoi come i meritevoli errori di chi aveva aperto una nuova strada nel genere delle guide di Napoli e del Regno. Antonio Scarfone (….), nel suo studio ‘Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri, a supporto della sua tesi, afferma che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. Dunque, la citazione del Mazzella da parte di Antonio Scarfone mi sembra errata in quanto il Mazzella ci parla per la prima volta di un “Seno Saprico”. La Descrittione del Regno di Napoli è suddivisa in due libri. Il secondo figura nell’edizione ampliata e aggiornata del 1601 (Napoli, G.B. Cappello, ma ancora con il frontespizio della Stamperia Stigliola a Porta Reale, del 1597; ed. anast. Bologna 1981). Nel primo si snoda la descrizione delle dodici province del Regno: Terra di Lavoro, Principato Citra, Principato Ultra, Basilicata, Calabria Citra, Calabria Ultra, Terra d’Otranto, Terra di Bari, Abruzzo Citra, Abruzzo Ultra, Contado di Molise e Capitanata. Per ciascuna di esse l’autore fornisce un elenco con i nomi delle città e delle Terre, le Comunità di minori dimensioni, e dei castelli, corredato del numero dei fuochi. Vi sono comprese anche le «terre di dominio», ossia i centri demaniali, regi, e le imposizioni fiscali pagate da ciascun fuoco alla Regia Corte. I castelli e le torri di difesa elencati rappresentano dati di un primo quadro geografico delle strutture difensive del Regno, approfondito nel secondo libro. In questo, come del resto in altri passaggi, il M. fornisce al lettore dati estremamente aggiornati, dichiarando che è «da sapere anco come per ordine della Maestà Cattolica vi sono cominciate molt’altre Torri, le quali per non esserno ancora finite, non l’habbiamo poste» (ibid., p. 83). Il primo libro si conclude con la lista delle «Città e Terre franche in perpetuo delli pagamenti fiscali», cui seguono le «Terre che pagano per conventione» e quelle «franche a tempo». Il secondo libro si apre con una breve premessa che ne illustra sinteticamente gli argomenti. Vi sono forniti alcuni dati fondamentali, come la popolazione del Regno in base alla numerazione del 1595: 483.468 fuochi, pari a poco più di 2 milioni di anime, a esclusione di Napoli e dei suoi casali, esenti dalla numerazione effettuata per fini fiscali in virtù dei loro privilegi, sanciti specialmente all’inizio del regno aragonese. Le entrate ordinarie della Corona sono calcolate in tre milioni di scudi, senza comprendere il donativo, ovvero le contribuzioni straordinarie accordate dal Regno alla Corona per particolari necessità, soprattutto di carattere militare. Il M. puntualizza però che il donativo «è già ridotto in entrata ordinaria» (ibid., p. 324). Seguono quindi i numeri dell’aristocrazia e i dati dell’organizzazione della difesa del Regno: quantità, qualità e distribuzione delle truppe sul territorio e della flotta; ma anche i sistemi di reclutamento, come i fanti selezionati dagli eletti delle Comunità. La premessa si chiude con l’accenno alla natura e alle qualità delle genti. Fanno seguito nutrite e particolareggiate liste che spiegano che cosa fosse il Regno di Napoli alla fine del XVI secolo, dal duplice punto di vista della Corona e dei suoi abitanti: viene descritto come un patrimonio della prima, l’oggetto dell’esercizio della sovranità, ma anche come l’ambito in cui i sudditi esercitavano concretamente la loro fedeltà al monarca, come dimostra l’attenzione riservata ai donativi accordati alla Corona spagnola, meticolosamente documentati dal 1507 al 1595. L’immagine illustrata nella Fig… in basso rappresenta la pagina 87 dove il Mazzella elenca le torri esistenti e visibili nel Principato Citra. La prima edizione del Mazzella risale al 1586 ampliata e perfezionata nel 1601. Come ho cercato di spiegare in precedenza parlando delle tre torri visibili lungo la linea di costa di Sapri, il Mazzella riporta: “51 T. della Branca in territorio di Camerota” che credo si tratti della Torre del Buondormire di cui ho già parlato.

Mazzella Napolitano, p. 83, sulle Torri del Principato Citra

(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra

Nel 1569, alla “Torre del Buondormire” o “Bon Dormire” o “Bondormire” nella carta di Abramo Ortellio

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(Fig….) Abramo Ortellio (…), carta nell’Atlante “Theatrum Orbis Terrarum” del 1570

Nell’indagine geo-storica e, dal punto di vista storiografico, la prima citazione in assoluto della torre detta del “Buon dormire” (“Turris Buon dormire”) è quella del cartografo Abramo Ortellio (…), nel suo “Theatrum Orbis Terrarum”. Il Barone Giuseppe Antonini (20), nella sua “Lucania”, parlando delle origini del toponimo di Scidro, e dissertando su alcuni studiosi che l’avevano preceduto, scriveva in proposito che: Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, ecc..“Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico, una delle prime citazioni della Torre “del Buondormire” – che doveva essere visibile al visitatore nel 1666 – è quella di Luca Olstenio o Holstenius (27) che, nelle sue ‘Note all’Italia Antiqua di Cluverio’ (26), ovvero il testo ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii’, Roma, 1666  che, parlando dell’antica città di “Blanda” – che credeva fosse da individuarsi con l’antico scalo portuale e marittimo di Sapri – citò l’antica Torre del Buondormire. Luca Holstenio (27) o Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel 1666, nel suo libro, “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..”, (‘Note all’Italia antiqua di Cluverio’ (26)), citò l’antica Torre “del Buondormire” oggi scomparsa. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (27), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (26). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (26), l’Holstenio (27), nel 1666, parlando della ‘Lucania’ e di Blanda che credeva fosse Sapri, a p. 22, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri” e a p. 288, dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”.

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(Fig….) Cluverio Filippo, Italia Antica, p. 1263

Nell’indagine geo-storica e, dal punto di vista storiografico, la prima citazione in assoluto della torre detta del “Buon dormire” (“Turris Buon dormire”) è quella del cartografo Abramo Ortellio (…), nel suo “Theatrum Orbis Terrarum”.

(Fig….) Ortellio Abramo, carta di ………………………………….nell’Atlante “Theatrum Orbis Teatrum”

Luca Holstenio (….), nel 1666, pubblicò questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi atlanti cartografici come il noto e bellissimo Theatrum Orbis Terrarum”, pubblicato nel 1570. Abramo Ortelio (latinizzato come: Abrahamus Ortelius od Orthellius, dal fiammingo Abraham Oertel; Ortels od Hortels) è stato un cartografo e geografo fiammingo. Ortelius fu con Mercatore il grande fondatore della cartografia fiamminga ed è ricordato per aver pubblicato il primo atlante moderno. Nel 1564 terminò il suo mappamondo, Typus Orbis Terrarum, per il quale egli, non esperto di matematica, imitò la proiezione ovale di Benedetto Bordone; nel 1565 pubblicò una carta dell’Egitto, nel 1567 una grande carta dell’Asia, attinta in parte a quella di Giacomo Gastaldi. Ma a quest’epoca Ortelio stava già lavorando al suo magnum opus, cui si era dedicato su consiglio del suo amico Jan Rademaker: un atlante moderno, che apparve nel 1570 col titolo di Theatrum Orbis Terrarum in 70 carte (su 53 fogli) incise dal pittore tedesco Frans Hogemberg. Il Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio venne dato alle stampe per la prima volta il 20 maggio 1570, da Gilles Coppens de Diest, ad Anversa. Tre edizioni in latino, oltre a una in olandese, una in francese e una in tedesco, fecero la loro comparsa prima della fine del 1572; ben 25 edizioni furono pubblicate prima della morte di Ortelius avvenuta nel 1598 e molte altre furono pubblicate dopo la sua scomparsa tanto che l’atlante continuò ad essere richiesto fino al 1612. L’atlante di Ortelius fu considerato il compendio della cartografia del XVI secolo. Molte delle mappe riportate nell’atlante erano basate su fonti non più esistenti o estremamente rare. Ortelius allegò una preziosa lista delle fonti (il Catalogus Auctorum) con i nomi dei cartografi dell’epoca, alcuni dei quali destinati altrimenti a rimanere sconosciuti. Dopo la prima uscita del Theatrum Orbis Terrarum, Ortelius lo revisionò con regolarità, espandendo l’atlante e ripubblicandolo in diversi formati fino alla sua morte avvenuta nel 1598. Dalle 70 mappe e dagli 87 riferimenti bibliografici della prima edizione del 1570, l’atlante crebbe nel corso delle sue 31 edizioni arrivando ad avere 183 riferimenti e 167 mappe nel 1612. A partire dal 1630, Willem Blaeu ed il figlio Joan Blaeu lavorarono ad un nuovo atlante, l’Atlas Major, denominato originariamente Theatrum Orbis Terrarum, sive Atlas Novus in quo Tabulæ et Descriptiones Omnium Regionum che, come si evince dal titolo, era basato proprio sul Theatrum Orbis Terrarum di Ortelius. Il Barone Giuseppe Antonini (20), nella sua “Lucania”, parlando delle origini del toponimo di Scidro, e dissertando su alcuni studiosi che l’avevano preceduto, scriveva in proposito che: Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, ecc..“Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico, una delle prime citazioni della Torre “del Buondormire” – che doveva essere visibile al visitatore nel 1666 – è quella di Luca Olstenio o Holstenius (27) che, nelle sue ‘Note all’Italia Antiqua di Cluverio’ (26) che, parlando dell’antica città di “Blanda” – che credeva fosse da individuarsi con l’antico scalo portuale e marittimo di Sapri – citò l’antica Torre del Buondormire. Luca Holstenio (27) o Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel 1666, nel suo libro, “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..”, (‘Note all’Italia antiqua di Cluverio’ (26)), citò l’antica Torre “del Buondormire” oggi scomparsa. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (27), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (26). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (26), l’Holstenio (27), nel 1666, parlando della ‘Lucania’ e di Blanda che credeva fosse Sapri, a p. 22, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri” e a p. 288, dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”. Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruire nel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (2). Nel 1568, Scipione Mazzella Napolitano (…), a p. 87, nel suo “Elenco delle torri esistenti nel Principato Citra del Regno di Napoli” del suo del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568 non citava la Torre di “Buondormire” :

Mazzella Napolitano, p. 83, sulle Torri del Principato Citra

(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra

Nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio il testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed al suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli ma, l’edizione del 1601. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per l’edizione del 1601 del Mazzella (….) e per il Principato Citra, il Cisternino a p. 140 scrive che nel suo elenco figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Dunque, secondo l’edizione del Mazzella del 1601 (…) e, secondo il Cisternino (….), la Torre di “Buondormire” non veniva riportata nel suo elenco. Essa non figurava. Dunque, nell’elenco trascritto che fa il Cisternino delle torri nominate nell’edizione nuova del 1601 del Mazzella non si cita la torre detta del Buondormire. Ma, rileggendo attentamente l’elenco delle Torri nel Principato Citra elencate da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua edizione del 1568, a p. 87, si può leggere: “51. Torre della Branca in territorio di Camerota”. La Torre della Branca era la torre che in seguito fu denominata del Buondormire, infatti, pur essendo per errore a mio parere segnata per errore a Camerota, questa torre doveva essere nel territorio di Sapri che all’epoca faceva parte del subfeudo di Torraca sotto i Branda. La Torre di Buondormire doveva esistere sicuramente già dal 1568, come scrive lo stesso Cisternino. Nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, nel 1977 ripubblicato dall’Istituto Italiano dei Castelli, pubblicò una serie di interessanti documenti da lui ordinati e tratti dalla Sezione Amministrativava, Registri Torri, Castelli, per le Torri (vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Questo studio, insieme ad altri saggi come quello di Onofrio Pasanisi (….) e quello di Angelo Guzzo (…), offre diversi spunti di indagine ulteriore sulla storia delle Torri cavallare e di avvistamento costruite prima di quelle Vicereali di cui pure parlerò. Cisternino (…), nell’edizione del 1977 per l’I.I.C, a pp. 98 in proposito scriveva che (elenco solo quelle in prossimità della costa vicino Sapri): “Dalla documentazione oggi esistente presso l’archivio di stato di Napoli si può dedurre che il numero delle torri e dei castelli esistenti nel periodo del viceregno era di 431, sottolineando immediatamente che l’impiego contemporaneo di esse fu sempre di molto inferiore, per evidenti motivi di economia. La suddivisione per provincia delle torri era la seguente: nota 38, p. 99. Basilicata – 2) torre dell’Arno alias Prezzame l’Asino (Maratea); 4) Caja (Maratea); 5) Crivo a Capo Filicosa (Maratea) ecc..Principato Citra: , p. 100. nota 39: 15) Bondormire (Policastro); 2) Capo Bianco (Policastro); nota 40., p. 101: 79) Petrusa (Bonati); 91) Scelandro (Policastro); ecc….”. Dunque, il Cisternino, riguardo il Principato Citra, in prossimità di Sapri ci dice di tre torri che sono le seguenti: la n. 15 Torre del Buondormire, la n. 2 Torre di Capo Bianco e la n. 15 torre Scelandro. Queste torri sono tutte poste sotto l’Università (il comune di quei tempi che doveva provvedere al finanziamento per la loro costruzione) di Policastro. Credo che le tre torri citate dipendessero dall’Università di Policastro in quanto pur trovandosi queste tre torri (quella di Buondormire oggi scomparsa) nel territorio di Sapri e dunque nel subfeudo di Torraca, appartenevano alla più vasta contea dei Carafa di Policastro. Il Cisternino (…), nel suo pregevole lavoro a pp. 110 e s. cita le torri, l’anno ed i relativi suoi “Torrieri” ed a p. 119 e s. elenca i Torrieri che figurano nel Principato Citra, ovvero i Torrieri che stavano a guardia delle torri che qui elenco limitandomi a solo quelli che riguardao il litorale saprese: “Torrieri di Principato Citra. – p. 120.: 46) Cappellano Giuliano 1569 Scelandro. Policastro; 67) Cavaczicales Pietro 1569. Bondormire. Policastro; p. 121: 81) della Torraca Biagio, 1576, Bon Dormire. Policastro; 128) de Calis Giovanni, 1584, Capo Bianco, Policastro; 1479 d’Ocha Giovanni, 1578, Petrusa, Bonati; p. 122: 195) Mangia Giulio, 1598 Scilandro, Policastro; 197) Magaldo Luca, 1599, Capo Bianco, Policastro; p. 123: 240) Prando Francesco, 1598, Bondormire, Policastro; 242) Pugliese Carlo, Petrosa, Libonati; p. 124: 305) Timpanello Attilio, 1577, Scilandro, Policastro; ecc…”. Questi i torrieri citati da Cisternino (…). Dunque, riepilogando abbiamo che: per la torre del Buondormire troviamo come torrieri nel 1569, Pietro Cavaczicales; nel 1576, Biagio della Torraca e, nel 1598, Francesco. Per la Torre di Scilandro, nel 1569, Giuliano Cappellano; nel 1598 Giulio Mangia e, nel 1577 Attilio Timpanello. Riguardo la Torre di Capo Bianco, troviamo nel 1584 Giovanni de Calis; nel 1599, Luca Magaldo. Dunque, come leggiamo dai ddocumenti citati dal Cisternino, la torre oggi detta di Mezzanotte, era quella dello “Scilandro” a volte detta “Scelandro”. Poi vi è la torre oggi detta di Capobianco, un tempo detta di “Capo Bianco” ed ancor prima torre di “Lubertino” dal nome del fiume carsico che ivi scorre nel monte Ceraso. Ancor prima e più antica di tutte era la torre detta del “Bon Dormire”, o torre del “Bondormire” non distante dall’omonima spiaggetta. Io credo che queste tre torri già esistessero ai tempi della costruzione delle torri vicereali. Furono certamente rinforzate ai tempi dei Vicerè Spagnoli. Anche il Cisternino estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli, Giovan Battista Cappelli, 1601 ad Alemanno (….), ovvero al suo ………………………..del 1611, ed a Mario Cartaro (….) del 1613, ovvero al cartografo Mario Cartaro che insieme a Giovanni Stelliola (…), riportano nella carta illustrata in fig…..le torri esistenti lungo la costa del Regno di Napoli. Il Cartaro (….) stese la delineazione della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per il Mazzella a p. 140 per il Principato figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Riguardo il Cartaro (…), a p. 140, per il Principato e per la costa di Sapri si elencano le seguenti Torri: “84) Petrosa; 85) Bondormire; 86) Capo Bianco; 87) Scilandro; 88) Crivo.”. Dunque, dall’analisi di quanto fin quì detto si può concludere che in tutti i casi, lungo la costa o il litorale saprese figura sempre la Torre detta del “Bondormire”, posta ad occidente ed ad oriente lungo la dorsale del monte Ceraso figurano le due torri dette una di “Capobene” in Mazzella e in Cartaro detta di “Capo Bianco” (dall’omonimo ‘Capo Bianco’, in prossimità dello scoglio dello Scialandro). Inoltre, sia in Mazzella (1601) che in Cartaro (1613) figura la torre detta dello “Scilandro”

Nel 26 settembre 1562, Federico Carafa, 4° Conte di Policastro vendette il feudo di Rofrano a Scipione Scondito

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 434, parlando del casale e del feudo di Rofrano e dei suoi feudatari, i Carafa della Spina, all’epoca del Viceregno Spagnolo, in proposito scriveva che: “Ma i Carafa non tennero a lungo Rofrano. Per debiti (18) il 26 settembre 1562 Federico Carafa vendette Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10.500 (19).”. Ebner nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Ebner nella sua nota (19) postillava che: “(19) R. assenso per ‘verbum fiat’, ma con patto ‘de retrovendendo’, formula di quei tempi che consentiva di poter ottenere danaro a interesse con ipoteca sui beni.”. La notizia fu tratta dal sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”

Nel 28 novembre 1563, Annibale Gambacorta sposa Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giorgio Mallamaci (….), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, parlando di Torraca e sulla scorta del Gaetani (….), a p. 36, in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Infatti, dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo di Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano = Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…”. Dunque, se Annibale Gambacorta aveva aquistato il feudo di Torraca il 16 novembre 1583 come faceva ad essere Signore di Torraca dal 1539 al 1563 ? Perchè, Annibale, nel 1539 aveva sposato Giovanna Carafa, contessa di Policastro e signora di Torraca, essendo Giovanna figlia di Fabrizio Carafa, conte di Policastro. Annibale poi muore all’età di 22 anni. Infatti, il Gaetani dice che Annibale sarà signore di Torraca fino al 1563. Forse la data del 16 novembre 1583 dell’acquisto di Torraca è errata ?.  Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Famiglia nobilissima d’origine tedesca,  stabilitasi a Pisa nel secolo XII, e signora della città dal 1347 al 1406. Da essa  era uscito il fondatore della Congregazione di S. Maria della Grazia (detta  dei Bottizzelli), Pietro da Pisa (1355-1435), asceso poi all’onore degli altari e  raffigurato in molte tele di pittori insigni. I Gambacorta erano venuti nel Reame al tempo degli Angioini, ed avevano vestito l’abito di Malta fin dal 1391. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che:

Gambacorta 

Nel 1557, Sapri ed il Golfo di Policastro nella carta di Pirro Ligorio

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Sapri figura anche nella carta “Regni Neapolitani” (fig. 40) di Pirro Ligorio, del 1557, e riprodotta da Abramo Ortellio, nel “Teatrum Orbis Terrarum”, il primo Atlante riprodotto a stampa (111).”. Nel mio studio, nella nota (111) postillavo che: (111) “Regni Neapolitani”, di Pirro Ligorio, del 1557, riprodotta nel “Teatrum Orbis Terrarum” (il primo Atlante pubblicato a stampa), di Abramo Otellio, Anversa edizione del 1570, è tratta dal testo di Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. V.”.

Nel 1571, le operazioni belliche delle armate cristiane per la battaglia di Lepanto

E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, della presenza di manodopera qualificata nei porti come quello di Sapri e, a causa delle pessime condizioni in cui versavano le popolazioni del ‘basso Cilento’, questi territori, furono scelti per assoldare uomini forti da portare a combattimento. Un bellissimo passo del giornalista Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (2), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Per lo scontro navale avvenuto a Lepanto  nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià.

Nel 7 ottobre 1571, la Battaglia di Lepanto, Marcantonio II Colonna ed il reclutamento di uomini a Sapri e nel Cilento

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo: “Il Granzotto, nel suo recente racconto sulla epica battaglia di Lepanto (1571), in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche, così leggiamo: “Ritrovammo il mare e il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffidenza, prese la cosa in divertimento. Agli eloqui del barbiere rispondeva con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro.” (127). Dunque, secondo il Granzotto, a Sapri vennero reclutati molti uomini tra la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, ecc…”. Nel mio studio, nella nota (127) postillavo che: (127) Granzotto G., La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, pp. 128, 129.”. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, della presenza di manodopera qualificata nei porti come quello di Sapri e, a causa delle pessime condizioni in cui versavano le popolazioni del ‘basso Cilento’, questi territori, furono scelti per assoldare uomini forti da portare a combattimento. Un bellissimo passo del giornalista Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Per lo scontro navale avvenuto a Lepanto  nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià. Il giornalista Gianni Granzotto, nel suo racconto dell’epica battaglia di Lepanto, fingendo di aver attinto ad un antico racconto manoscritto di un certo (inventato) Antonello Antonelli, ci racconta della disfatta della grande flotta turca-ottomana di Dragut Pascià, attaccata e distrutta nel 5 ottobre 1571 dalla Lega navale cristiana ( veneziani, genovesi ecc..) Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Nello scontro navale avvenuto a Lepanto  nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià, il Granzotto, afferma: “Stavamo gocciolando come fontane, coperti di mota fino alle capigliature, quando ritrovammo il mare ed il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffdenza, prese la cosa in diverse con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro.” (…). Il racconto del Granzotto continua, affermando che erano nel mese di Agosto del 1571, che Prospero proseguirà il cammino a Lauria e Lagonegro per assoldare altri uomini per la battaglia, mentre colui che racconta si reca invece a Napoli e poi Messina per raggiungere la flotta delle veloci ed agili Gelee veneziane dove si imbarcheranno per raggiungere Lepanto, il luogo dell’epica battaglia il 5 ottobre 1571. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – la baronia di Novi”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Alla Spagna di Filippo II, però, va il merito di aver implacabilmente perseguito i barbareschi che infestavano le coste mediterranee, lotta che culminava nel glorioso episodio della Battaglia di Lepanto.”. In una lettera del 2 marzo 1572 Alberico Cybo chiedeva a Camillo Porzio di citare il figlio nel racconto della battaglia di Lepanto, ma Porzio era ben lungi dalla trattazione di quegli eventi nella sua Istoria. Il II libro, infatti, che si fermava all’anno 1551-52, era stato terminato nel 1569-70. E dunque è più probabile che il principe di Massa si riferisse a un’altra opera a cui sapeva che Porzio stava lavorando. Proprio una storia della battaglia di Lepanto cui Porzio accennava in una missiva al cardinale Carafa del 18 gennaio 1572 e che forse fu una delle ragioni che determinarono da parte di Porzio una pausa nella stesura dell’Istoria d’Italia che poi non venne più ripresa. Certamente in quei frangenti Porzio scrisse un elogio di Pio V, promotore della Lega contro gli infedeli, fatto pervenire al pontefice e mai rinvenuto. E’ interessante una notizia tratta da Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – la baronia di Novi”, a p. 149, in proposito scriveva che: “Al duca Ettore successe (a. 1570) Camillo che sposò Geronima Colonna, sorella del celebre capitano generale della flotta pontificia nella battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Da un prezioso ms. (41) si apprende che alla morte di Camillo (28 marzo 1583) le rendite della baronia continuavavano a diminuire (difficile stabilire se il denunziante lo aveva fatto ai soli fini fiscali) I 2390 ducati denunziati alla morte della contessa Giulia erano diventati 2343 alla morte di Camillo, escluso lo stato di Pisciotta la cui rendita era di ducati 1990. Va segnalato che Berlingieri Carafa, pur avendo acquistata l’intera baronia, ecc…”. In questo passaggio Ebner cita il fratello di Geronima Colonna, ovvero Marcantonio Colonna, celebre capitano generale della flotta pontificia nella battaglia di Lepanto. Ebner, a p. 149, nella nota (41) postillava che: “(41) BPS, ms. Regestro Petitionem Releviorum, f. 13: etc…”. Da Wikipedia leggiamo che nella Lega navale, per ragioni di prestigio affiancavano la Real spagnola: la Capitana di Sebastiano Venier, settantacinquenne Capitano generale veneziano, la Capitana di Sua Santità di Marcantonio Colonna, trentaseienne ammiraglio pontificio, la Capitana di Ettore Spinola, Capitano generale genovese, la Capitana di Andrea Provana di Leinì, Capitano generale piemontese, l’ammiraglia Santa Maria della Vittoria del priore di Messina Pietro Giustiniani, Capitano generale dei Cavalieri di Malta. Dunque, Marcantonio Colonna, celebre capitano pontificio era fratello di Geronima Colonna che aveva sposato Camillo Carafa, figlio e successore nel 1570 del duca Ettore Pignatelli, conte poi duca di Monteleone (Vibo Valenzia). Il personaggio citato dal Granzotto, ser Antonello Antonelli era al seguito di Marcantonio Colonna. Da Wikipedia leggiamo che Marcantonio II Colonna (Lanuvio, 26 febbraio 1535 – Medinaceli, 1º agosto 1584) è stato un nobile, condottiero, ammiraglio e mecenate italiano e I principe di Paliano, III duca dello stesso, III duca di Tagliacozzo. Nel 1577 fu nominato viceré di Sicilia; inoltre fu uno dei maggiori protagonisti della vittoria della battaglia di Lepanto assieme all’ammiraglio Giovanni d’Austria e detenne numerose cariche amministrative e militari nell’ambito dello Stato della Chiesa e dei domini spagnoli del sud-Italia.[2]. Nacque il 26 febbraio 1535 nel castello baronale di Lanuvio (cittadina chiamata in quel tempo Civita Lavinia) da Ascanio Colonna, II duca di Paliano e conte di Tagliacozzo (fratello della poetessa Vittoria Colonna) e da Giovanna d’Aragona, nipote del re Ferdinando I di Napoli. Pochi giorni dopo la sua nascita, secondo una leggenda, un eremita, recatosi a visitare la madre, Giovanna, sostenne che si doveva attribuire al neonato il nome Antonio, in considerazione della sua futura grandezza, essendo egli destinato a compiere delle straordinarie imprese e a divenire il capo della casa Colonna. Fu così che sua madre, pur impressionata da quella profezia (quello era il suo sesto figlio, ed era quindi ben lontano dal diritto di primogenitura), lo chiamò Antonio, con il prenome Marco, in armonia con le tradizioni familiari. Le gesta eroiche di Marcantonio a Lepanto furono il principale motivo ispiratore degli apparati pittorici della Galleria Colonna realizzata circa un secolo dopo nel Palazzo Colonna, inoltre, Marcantonio Colonna, assieme al cognato Onorato Caetani, furono tra i più famosi e influenti militari presso la corte del papa Pio V, suscitando così le invidie del nipote Michele II Bonelli. Nel 1572 Marcantonio II Colonna si reca a Firenze al fine di accelerare le operazioni di allestimento della sua squadra navale. Si imbarca quindi a Gaeta nella squadra toscana assieme al balivo dell’ordine dei cavalieri di Santo Stefano Raffaele dei Medici, il quale, durante un giro di ispezione delle coste toscane s’imbatte in alcune navi pirata turche. Durante gli scontri Marcantonio Colonna riuscì a impadronirsi del galeone dei corsari. L’anno successivo venne nominato Capitano generale della Chiesa, carica che detenne solamente sino al 1573 quando venne sostituito dal duca Giacomo Boncompagni, figlio dello stesso pontefice Gregorio XIII. 

Nel 1574 (?), Federico Carafa, 4° conte di Policastro     

I Carafa della Spina furono Baroni di Torraca, Conti di Policastro e Roccella nel 1522, Marchesi di Tortorella nel 1530. Da Wikipedia, alla voce “Contea di Policastro” leggiamo che:  Federico Carafa (1574-doppo 1593), 4.° conte di Policastro, etc.”. Dunque, da Wikipedia apprendiamo che Federico Carafa sarà 4° conte di Policastro dal 1574 e morirà dopo l’anno 1593. Riguardo Federico Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: (60)…..Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Ecc.. (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, Ebner scriveva che Federico Carafa era figlio di Giovan Battista Carafa e Giulia Carafa (forse Carafa della Stadera), sorella del Conte di Ruvo. Federico era fratello di Pierantonio Carafa che morì senza eredi e quindi la Contea di Policastro andò a Federico che aveva sposato Giulia Russa. Federico Carafa e Giulia Russa ebbero Lelio Carafa. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’ parlando di Rofrano, nel vol. II, p. 434, nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Giulia Russa (come dice Ebner parlando di Policastro) o Giulia Ruffo (quando parla di Rofrano) ?. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. Evidentemente quella della nota (60) fu un errore materiale. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, come dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: “…..lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) riferendosi a Lelio Carafa postillava che: “(60)….Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca.     

Nel 1579, Prospero De Freda, figlio di Antonio De Freda subentra al fratello Giovanniantonio nei diritti feudali di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ecc….”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1579, alla morte del fratello Giovannantonio de Freda gli succede Prospero de Freda nel feudo di Torraca. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali. Morta Lucrezia le succede prima il figlio Giovannantonio De Freda e poi, nel 1579, il nipote Prospero De Freda. Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Torraca, a p. 192, in proposito scriveva che: “.., nel 1579, il nipote Prospero De Freda”.

Nel 16 novembre 1583, Annibale Gambacorta acquistò il feudo di Torraca (e la Terra di Sapri ?) da Prospero De Freda

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che il 16 novembre 1583, Prospero de Freda vendette il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta. Da questo momento, nel feudo di Torraca si esauriranno i de Freda ed inizierà la saga dei Gambacorta. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Il Gaetani, a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593 lasciando i figli Orazio, ecc..”. Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Alla fine del 1300 il feudo torracchese è oggetto di una lunga serie di vendite, tra i proprietari più importanti si annoverano: i De Freda ed i Gambacorta.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “….gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito. Il Mallamaci a p. 42 in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono ecc…: . Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ecc…”. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che: “Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria”. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro.

Nel 15 agosto 1585, Lelio Carafa, 5° conte di Policastro, avendo sposato Vittoria di Loria, divenne anche barone di Majerà

Da Wikipedia, alla voce “Contea di Policastro” leggiamo che:  “Lelio Carafa (doppo 1593-ca. 1603), 5.° conte di Policastro, etc.”. Dunque, da Wikipedia apprendiamo che Lelio Carafa sarà il 5° conte di Policastro dopo il 1593 (succederà al padre Federico Carafa della Spina) e morirà dopo l’anno 1603. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”. Però, sempre Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 75 parlando di Alfonso di Loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Nel 1566 sposò Giulia di Bernardo di Cosenza, vissuta fino al 1625. Dal loro matrimonio nacquero Vittoria e Beatrice. Vittoria, che, in prime nozze, sposò Lelio Carafa dei Conti di Policastro, Capitoli del 15 Agosto 1585, ratificati il 18 gennaio 1587, fu l’ultima baronessa di Casa Loria a Majerà. Ebbe in dote la Terra, con rendite, “jussi”, vassallaggio, giurisdizione delle prime e seconde cause, il Castello, il bestiame e tutto quanto Alfonso possedeva (19). Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Vittoria restò vedova giovanissima. Lo stato vedovile la rattristò tanto che condusse vita da suora, secondo la regola dominicana, nel Castello di Majerà. Da Lelio e Vittoria erano nate due figlie, Giulia e Maria Carafa.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.  Riguardo Lelio Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Ebner, proseguendo il suo racconto sui Carafa diceva pure che: “Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello). E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Riguardo Lelio Carafa della Spina, Conte di Policastro, ha scritto Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”

Nel XV secolo, Torraca e Sapri e sua popolazione

Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni;”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare….”.

Nel 1589, il toponimo di ‘Sapri roui nata’ nella carta geografica di Gerardo Mercatore

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(Fig….) Particolare della carta geografica ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1595, tratta da una ristampa dall’originale originale in mio possesso: ed. Congedo, Galatina, Collezione Attanasio (…)

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(Fig….) Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, contenuta nell”Atlas’, stampato a Duisburgo dall’autore nel 1589. L’immagine è tratta da una ristampa pubblicata nel testo del Mazzetti (…).

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Un’interessante testimonianza per la storia del paese è la carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata” (fig. 42), del noto cartografo Gerardo Mercatore, del 1589 (122), ove leggiamo: “Sapri rovinata”. Il Cesarino, (123) suffragava “l’ipotesi di una catastrofe sismica,….e che il nostro paese, all’epoca, doveva di fatto essere scomparso”. Sulla base dei documenti precedentemente ritrovati e citati e documentati, su tale ipotesi, nutro dei seri dubbi.”. Nel mio studio, nella nota (122) postillavo che: (122) Carta riprodotta nell'”Atlas”, Duisburgo, 1595, collezione di Celico Valente; citata anche dal Cesarino (…); riprodotta e tratta da Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. X”. Nel mio studio, nella nota (123) postillavo che: (123) Cesarino F., ‘Sapri archeologica’, stà nei “I Corsivi”, 5, 1987, e pure ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in “I Corsivi”, 3, 1988. Il Cesarini in proposito dice: “L’ipotesi di una catastrofe sismica viene suffragata da una carta geografica del Mercatore, recante l’indicazione ‘Sapri ruinata’.”. Questa carta di cui pubblichiamo uno stralcio, riporta “Sapri rovinata”. (125).”. La mia nota (124), rimanda alla nota (125): (125) Archivio di Stato di Napoli, Gravamina etc., 38, fol. 6, citato dal Gaetani R., op. cit., (Gian Giac…) p. 12.”.

Nello studio del 1998, che preparai e depositai per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri (1), in proposito scrivevo che: Un interessante testimonianza per la storia del paese è la carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto, Calabria et Basilicata” (Fig. 42), del noto cartografo Gerardo Mercatore, del 1589 (122), ove leggiamo: “Sapri rovinata”. Il Cesarino, (123) suffragava “l’ipotesi di una catastrofe sismica,..e che il nostro paese, all’epoca, doveva di fatto essere scomparso”. Sulla base dei documenti precedentemente ritrovati e citati e documentati, su tale ipotesi, nutro dei seri dubbi.”. Sempre nello stesso studio del 1998 (1), nella nota (123), citavo il Cesarino (…) che in proposito al toponimo di “Sapri roui nata”, che figura sulla carta in questione (Figg. 1-2-3), – da noi individuata – in un due suoi studi “Sapri archeologica”, del 1987 e del 1988 (stà nella rivista “I Corsivi”, 5) e, pure ‘La Lucania del Barone Antonini’ (stà in “I Corsivi”, 3, 1988), così si esprimeva in proposito: “L’ipotesi di una catastrofe sismica viene suffragata da una carta geografica del Mercatore, recante l’indicazione ‘Sapri ruinata’.”.

Il titolo di ‘Sapri roui nata’, dato alla pagina web, il blog di studi sulla storia locale del basso Cilento e che curo personalmente, è stato scelto a causa della sua evidente antifona. Nel 1987, in un mio studio pubblicai a stampa (1), la notizia di una ‘Sapri roui nata’, che trassi da una carta geografica del 1589 del cartografo Gerardo Mercatore. A Napoli, allora studente, acquistai una ristampa originale della carta in questione, che ancora posseggo e, mi accorsi che essa citava il toponimo di ‘Sapri roui nata’, come si può ben vedere nel particolare illustrato nell’immagine di Fig. 2. Nel 1987, ancora studente, pubblicai la notizia su diversi miei studi (1) ed in particolare su un mio studio dal titolo: “Sapri, incursioni nella notte dei tempi” (1). Le immagini (Figg. 1-2-3), illustrano un particolare del nostro litorale, tratto dalla Carta geografica di ‘Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’ del cartografo genovese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta nell’”Atlas”, Duisburgo, datata 1595 (3), che si vede nelle Figg. 1-2-3. L’immagine della Fig. 2, illustra la nostra zona all’altezza del Golfo di Policastro e, si legge il toponimo di Sapri roui nata’ che indica il luogo di Sapri. In seguito, la notizia fu ripresa dal Cesarino (5) che, scriveva in proposito: Una carta geografica di G. Mercatore del 1589 reca l’indizione Sapri ruinata e, aggiungeva: “Una attenta disamina della cartografia di età medioevale è stata proposta da Franco Attanasio, …nell’articolo al quale rinviamo per gli opportuni approfondimenti.” . Trovai questa carta geografica (2), nella quale vidi annoverato il nome (toponimo di luogo) di Sapri, riportato: ‘Sapri roui nata’, a seguito di mie ricerche sulla toponomastica locale attraverso la Cartografia medievale, le carte geografiche manoscritte e a stampa, peripli e portolani o carte nautiche medioevali che attestavano la presenza di Sapri tra i luoghi conosciuti all’epoca della loro redazione. Il toponimo di Sapri, figura in diverse carte medioevali ma, sebbene figurasse con diversi toponimi, Portum, Sapri, Saprì, Sapra, Anves, quello di ‘Sapri roui nata’, riveste un particolare interesse storiografico in quanto Sapri, al tempo della redazione della carta in questione, 1589, epoca del Viceregno spagnolo sul Regno di Napoli, doveva essere conosciuto come luogo di rovine. Infatti, Sapri roui nata, sta per ‘rovinata’ o ‘rovine rinate’ o ‘luogo di antiche rovine’. Del resto, come vedremo in seguito in altri mie studi che ivi pubblico, il toponimo di Sapri, assumerà spesso, nelle nuove carte geografiche e corografiche, nuovi connotati e sarà indicato in diversi modi e, la citazione di una Sapri “roui nata”, non è la sola. Troviamo un’altra citazione simile del toponimo di Sapri, anche nella carta da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, dove essa è conservata (6): la ‘Bibo ad sicam odie ruinato’, citato in una carta corografica del Regno di Napoli, di autore ignoto ma risalente all’epoca Aragonese (Fig. 6), di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti (6). E’ anche vero che quello era proprio il periodo in cui fu delineata la carta del Mercatore, ma se così fosse stato, mi chiedo, se non fosse rimasta citazione alcuna nella bibliografia antiquaria degli eruditi del tempo come ad esempio il Laudisio nella sua ‘Synopsi della Diocesi di Policastro ecc..’ (9-10). Recentemente, sul sito dell’ISPRA, è apparso uno studio su Sapri, dove abbiamo ritrovato diverse inesattezze e citazioni errate. Nel 2014, lo studioso Scarfone (7), sulla scorta del Cesarino (5), proprio riferendosi alla carta Geografica del Mercatore, di cui nel lontano 1987, pubblicavo la citazione di una “Sapri roui nata”, così si esprimeva in proposito all’ipotesi di una catastrofe sismica: “Questa volta l’ipotesi dell’impatto di una catastrofe areale (8), probabilmente di natura sismica, viene suffragata da una carta geografica di Mercatore del 1589 recante l’indicazione di “Sapri rovinata” (fig. 2).”, e nelle sue note scriveva: “(8) Un indizio relativo all’evento naturale potrebbe ritrovarsi nella narrazione delle cronache del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 5 settembre del 1538“ quando a seguito degli effetti sismici “il mare si ritirò, così che l’intero Golfo di Baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando (GATTA, 1984) verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro.”. E’ vero che la carta del Mercatore fu delineata intorno agli anni 1585-89, ovvero gli anni in cui avvenne l’evento che cita Scarfone (7) ma è anche vero che l’evento è stato circoscritto alla sola area puteolana per gli effetti bradisismici. Infatti, Gatta,  affermava: “verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro”.  E’ anche vero che quello era proprio il periodo in cui fu delineata la carta del Mercatore, ma se così fosse stato, mi chiedo, se non fosse rimasta citazione alcuna nella bibliografia antiquaria degli eruditi del tempo come ad esempio il Laudisio nella sua ‘Sinopsy della Diocesi di Policastro ecc..’ (9-10). Scarfone afferma, a supporto della sua tesi, che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. E’ vero che l’ipotesi di una brutta catastrofe ambientale – forse anche sismica e/o di un violento maremoto – è stato da secoli nella memoria del popolo e nella tradizione orale locale che voleva la “Città d’Avenia”, scomparsa e distrutta in seguito ad un violento maremoto, ma non credo che il toponimo di “Sapri roui nata”, sia stato usato dal cartografo Olandese per indicare un luogo distrutto a causa di una catastrofe sismica, come sostiene il Cesarino (5) e Scarfone (7). Credo che il toponimo “roui nato” o “rovinato”, stia ad indicare un luogo di rovine di una città scomparsa o di antichi edifici diruti. Nel dialetto popolare, il termine ‘ruinato’, o ‘ruina’ voleva significare ‘rovina’. Il termine ‘ruinato’, nel dialetto locale Saprese, può essere espresso anche con la parola ‘arruinato’, che più si addice ad un’evento calamitoso che ne ha determinato la causa della rovina. Secondo la Treccani, la derivazione etimologica di ruinare v. intr. e tr. (io rüino, ecc.). – Variante ant. o letter. di rovinare. Sapri, all’epoca della delineazione della Carta geografica del Mercatore, intorno e prima del 1589, doveva essere conosciuto come scalo marittimo di sicuro ancoraggio per i legni dell’epoca, a causa della sua baia e del porto naturale. Ma, all’epoca della delineazione della carta del Mercatore (Fig. 1), era proprio l’epoca in cui la Real Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, chiedeva alle Università del posto, continue gabelle per la costruzione di Torri di guardia costiere che all’epoca risultarono inutili e dannose alla già fragile economia dell’area. All’epoca, molti centri – soprattutto alcuni centri costieri, poveri villaggi – registravano una forte diminuzione focatica, ovvero della popolazione effettiva, per pagare meno tasse e, a seguito della forte pestilenza che si ebbe in quegli anni, e quindi, i pochi abitanti del piccolo villaggio di Sapri, vennero annessi nella popolazione di Torraca – da cui esso dipendeva. Ecco perchè, la popolazione di alcuni centri, come Sapri o Porto di Sapri, o Porto di Torraca, al tempo del Mazzella Napolitano (8), non figurava. Sapri però, era anche conosciuto agli eruditi del tempo per le numerose preesistenze archeologiche o di città scomparse. Non crediamo si possa suffragare l’ipotesi del Cesarino di una catastrofe sismica – che pure c’è stata e forse anche violenta nei secoli addietro – ma che non riguarda il significato dato al toponimo di ‘Sapri roui nata’. Il toponimo roui nata’, indica le preesistenze archeologiche già conosciute in antichità, ruderi e rovine di un’antica città scomparsa, di cui bisognerebbe meglio indagare.  Il toponimo di “Sapri roui nata” –  che leggiamo sulla carta in questione, posto nel Golfo di Policastro e vicino ad un fiume – ci ricorda un luogo di rovine o antichi ruderi forse di una città scoparsa (Fig……..), ipotesi che dovrebbe essere ulteriormente indagata sul posto, cercando di individuare manufatti e preesistenze su tutta l’area della collina che risale da S. Croce e da Punta del Fortino verso Contrada Pietradame come illustrato nell’immagine di Fig. 7 tratta dal satellite che dovrebbe corrispondere più o meno all’indicazione della “Bibo ad Siccam odie ruinata” dell’altra carta d’epoca Aragonese da noi scoperta (Fig….), di cui, in parte abbiamo già accennato nel nostro studio ivi pubblicato sulla “Necropoli Lucana sulla collina di S. Martino”.

Nel 1593, muore Annibale Gambacorta sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Annibale Gambacorta, alla cui morte, avvenuta nel 1593, gli succedono i figli Orazio, Scipione e Giovanni. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, riferendosi ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca in proposito scriveva che: “…….patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Sempre il Mallamaci scrive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Torraca, a p. 192, in proposito scriveva che: “.., Annibale Gambacorta, alla cui morte, avvenuta nel 1593, gli succedono i figli Orazio, Scipione e Giovanni.”.

Nel 1584, il primo Torriere della Torre ‘Capo Bianco’ (già esistente come Torre Lubertino o Obertino)

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(Fig….) Torre Capo Bianco sul Monte Ceraso a ridosso della SS. 18 che corre lungo Acquafredda

Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruire nel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (2). Verso la fine del ‘500, si trovano le prime notizie sulle torri costiere costruite lungo le pendici del litorale costiero del Regno di Napoli. Anche la Torre di cui vi parlo ora è una di quelle che la notra tradizione orale chiama la “Torre Normanna”. Questa torre è sicuramente una di quelle rimaste di proprietà del Demanio dello Stato e dunque dipendente dal Comune di Sapri trovandosi sul suo territorio. Oggi questa torre è segnata sulle carte geografiche e satellitali come “Torre Capobianco”. Questa torre, come le tantissime diffuse lungo i litorali dell’ex Regno di Napoli, sono torri cavallare e di avvistamento fatte costruire dai Vicerè Spagnoli su imposizione fiscale all’Università (Comune dell’epoca) competente per il territorio. In questo caso l’Università competente doveva essere Policastro essendo sede della contea dei Carafa della Spina e forse del subfeudo dei Palamolla di Torraca. Oltre alla documentazione esistente per questa torre posso dire che questa era Vicereale anche per la forma esteriore che è quadrangolare. Riccardo Cisternino (…) in un suo studio sulle Torri costiere nel Regno di Napoli, a pp. 107-108 in proposito scriveva che: “I disegni di recente rinvenuti presso la biblioteca nazionale di Napoli (nota 63) Vittorio Emanuele, riguardano esclusivamente i castelli dell’allora capitale ecc….Non potendosi, pertanto, trarre dei disegni o piante elementi di attribuzione di epoche, per le torri preesistenti se ne può fissare dalle forme esteriori l’origine se longobarda, normanna o angioina. Quella che scompare nella metà del seolo XVI è la forma cilindrica, mentre prevale quella quadrangolare, trasformazione dovuta a motivi pratici delle nuove torri destinate non solo alla difesa, ma anche a rigugio in caso di incursioni. Ecc…”.

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(Fig….)

Come ci fa notare Antonio Scarfone (…),  nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” che, segnalava alcune notizie tratte da Scipione Mazzella Napolitano (…). Antonio Scarfone (….), nel suo studio, a supporto della sua tesi afferma che: “Un ultimo aspetto arricchisce di ulteriore mistero l’antica storia di Sapri: risale al 1586, quando il toponimo di Sapri non viene mai riportato da Scipione Mazzella Napolitano nella sua opera Descrittione del Regno di Napoli. Infatti, nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”. Nel 1568, Scipione Mazzella Napolitano (…), a p. 87, nel suo “Elenco delle torri esistenti nel Principato Citra del Regno di Napoli“, nella sua prima edizione del suo del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568, stranamente non citava la Torre di Capobianco:

Mazzella Napolitano, p. 83, sulle Torri del Principato Citra

(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), op. cit. (ed. 1568) p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra 

Nel 1500, la popolazione di Torraca e quella di Sapri 

Ovviamente ciò che ha scritto Scarfone significa poco in quanto un piccolo centro esisteva già da oltre un secolo. Il fatto che Scipione Mazzella Napolitano, nel suo elenco delle torri non segnali il toponimo di Sapri non significa affatto che ivi non esistesse un centro abitato ed il luogo fosse del tutto disabitato. Il Mazzella riportava la rilevazione focatica nell’Università della Terra di Torraca. Infatti, il testo del Mazzella è del 1568. L’opera del Mazzella è scaricabile da Google libri.  Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: A proposito di Torraca il Giustiniani (cfr. L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1805) scrive: “Torraca, ecc…e gli abitanti, al numero di circa 1400, sono addetti alla agricoltura ed alla pastorizia”. Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, primo barone di Torraca e Sapri, figlio di Giacomo Palamolla e di Beatrice di Alitto dei baroni di Pappasidero, Decio sposa donna Brianna Gaetani del seggio di Nido in Napoli. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Torraca, a p. 192, in proposito scriveva che: “Il borgo era tassato, al tempo, per 100 fuochi (circa 500 abitanti)(3).”. Il Guzzo a p. 192, nella nota (3) postillava che: “(3) L. Giustiniani – Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1805, pag. 112.”. Io dico vol. IX, p. 192. Egli scriveva che: “Nel 1532, la ritrovo tassata per fuochi 69, nel 1545 per fuochi 76, nel 1562 per fuochi 86, nel 1595 per fuochi 100, nel 1648 per fuochi 117 e nel 1669 per 62. Fu posseduta dalla famiglia Gambacorta, ed in oggi dai Palamolla con titolo di baronia.”

Nel 1593, Scipione e Costanza Gambacorta, figli di Annibale Gambacorta, alla sua morte ereditano il feudo di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Secondo il Mallamaci (…), nel 1593, alla morte di Annibale Gambacorta, nel feudo di Torraca subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Scrive Giovanni Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ troviamo “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola; ed i figli: Costanza (+Marianella 16-XII-1634) = 18-V-1617 Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara (+2-XII-1673); Don Scipione, Signore e 1° Principe (per Diploma del Re di Spagna) di Frasso, Signore di Torraca fino al 1598, Cavaliere dell’Ordine di Calatrava (+Frasso 6-XI-1654) = Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta, e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trecentola (+1672).”. Dunque, troviamo che i “pupilli”, i figli di Pompeo e Giovanna Gambacorta, Costanza Gambacorta, figlia di Pompeo, morì a Marianella nel 16 dicembre 1634 ed il 18 maggio 1617 sposò Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara.  Troviamo pure che ‘Don Scipione Gambacorta’, Signore di Frasso e “Signore di Torraca fino al 1598“. Don Scipione Gambacorta, altro figlio di Pompeo e di Giovanna Gambacorta, aveva sposato Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trentola.

Nel 1595, Torraca contava 100 fuochi che moltiplicato per 6 = 600 abitanti

Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1596, Fabrizio Gambacorta sposò Virginia Gambacorta dei signori di Limatola

Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Dunque, scriveva il Mallamaci che dopo la morte di Annibale Gambacorta, nel 1563, nel ramo dei Gambacorta di Napoli troviamo un “Fabrizio e Giovanna (+ 1596), Signori di Torraca e di Frasso”. Il Mallamaci a p. 42, dopo aver parlato dei figli di Annibale Gambacorta, Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta, Signori di Torraca dopo la morte del padre avvenuta nel 1563 (o 1593 ?), in proposito scriveva che: “……a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; ecc…”. Chi era questo Fabrizio Gambacorta ?. Fabrizio Gambacorta era figlio di Annibale Gambacorta (che aveva acquistato il feudo di Torraca da dei De Freda). Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Fabrizio, Signore di Torraca, Patrizio Napoletano = Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano, figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei Signori di Palestrina”. Dunque, dal ‘Libro d’Oro’ si evince che Fabrizio Gambacorta aveva sposato Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano. Si evince pure che Virginia Gambacorta era figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, sposato con Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Anche il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dunque, Virginia Gambacorta, era figlia di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea‘, si evince che:  “Virginia, Signora di Vico, di Frasso fino al 1587, Signora di Melizzano fino al 1576, Signora di Limatola fino al 1570 (+16…) = a) Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca = b) 157… Marcello Pignatelli dei Marchesi di San Marco, Patrizio Napoletano (*Napoli 18-I-1561, +Napoli 20-IV-1580) = c) Fabrizio Cossa, Signore di Vairano e Presenzano“. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 41, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, gli sposi Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596 ereditò il feudo di Torraca alla morte dello zio Pompeo Gambacorta. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che: “Feudatari di Limatola della Famiglia Gambacorta: 4) Virginia Gambacorta. Nacque da Marcantonio Gambacorta e da Isabella d’Alessandro. Andò sposa, in prime nozze a Fabrizio di Annibale Gambacorta. Rimasta vedova, si rinchiuse nel monastero di Santa Maria Coeli. Vendette il feudo di Limatola nel 1570 allo zio Francesco, quello di Melezzano nel 1576 a Porzia Gambacorta ecc….Uscita dal monastero, si rimaritò, prima con Maecello Pignatelli e, poi, con Francesco Cossa, signore di Vairano.”. Dunque, Virginia Gambacorta, in prime nozze sposò Fabrizio Gambacorta figlio di Annibale Gambacorta, signore di Torraca ed è per questo matrimonio che Fabrizio Gambacorta, figlio di Annibale diventò anche signore di Limatola. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato:

Gambacorta

Nel 1596-7, muore Pompeo Gambacorta, signore di Torraca e di Frasso

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “…….a questi seguono: ecc….Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, ecc…”. Dunque, il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596, alla morte dello Pompeo Gambacorta, signore di Frasso ereditò il feudo di Torraca. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596-7 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.

Nel 1596, Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta diventa signora di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Pare che il feudo di Torraca passasse a Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio Gambacorta e di Virginia Gambacorta che avevano ereditato il feudo di Torraca da Annibale Gambacorta che, nel 1563 aveva sposato Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei duchi di Ariano. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca”, che aveva sposato Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7). Infatti, nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “= Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.

Nel 1597, un borgo marinaro detto “PORTUS SAPRORUM” nel verbale della visita episcopale di mons. Filippo Spinelli vescovo di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, nel vol. I e a p. 131, parlando della chiesa di Sapri e delle parrocchie, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Diocesi di Policastro (ADP) vi sono custoditi 23 grossi volumi relativi a visite pastorali eseguite alle locali parrocchie tra gennaio 1597 e i primi del ‘900, non sempre di facile lettura, data la carta spugnosa adoperata. Anche per questo abbiamo selezionate le visite ritenute più ricche di informazioni ed anche più rispondenti alle finalità del saggio. Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite rocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. Dunque, secondo Pietro Ebner all’Archivio Diocesano di Policastro si conservano i verbali delle visite pastorali dei Vescovi di Policastro alle locali parrocchie di Torraca e di Sapri almeno dal 1597. Sempre Ebner a p. 131 del vol. I continuando il suo racconto parlando dei Verbali e delle visite episcopali effettuate dai vescovi della Diocesi di Policastro nelle diverse parrocchie, ne cita una del Vescovo di Policastro Filippo Spinelli effettuata a Torraca ed in particoalre il più antico verbale esistente nella Diocesi, ovvero il verbale della visita nella parrocchia a Torraca nel 1597 scrivendo che: “Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite alle parrocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, ….”. La notizia fornitaci da Ebner, come luoi stesso affema: “…..notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. La notizia che, nel verbale della visita pastorale del vescovo Spinelli alla parrocchia di Torraca, Sapri, era citato come “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter” ovvero che, Torraca era distante circa due miglia dal detto Porto di Sapri, testimonia che nel 1597, Sapri, era un centro e forse era un piccolo borgo marinaro con un porto. Inolte, come afferma lo stesso Ebner, Sapri, nel 1597, nei verbali della Curia diocesana veniva denominato “portu qui dicitur di Sapri” e dunque, secondo l’Ebner aveva perso l’antica denominazione di “Portum, Portus Saprorum”. Insomma, da questi documenti all’epoca del Viceregno Spagnolo, Sapri era chiamato “Porto di Sapri”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “I documenti ufficiali, come le Sante Visite Pastorali dei Vescovi di Policastro spesso presentano rilievi statistici, ma sempre tratteggiano il vigore e lo svolgimento del culto e della vita religiosa, sia nelle parrocchie, che nelle campagne, evidenziando elementi positivi o negativi circa i luoghi sacri esistenti dentro (‘intra’) o fuori le mura o l’abitato (‘extra moenia’). Questi ultimi erano appunto detti ‘rurali’ perchè edificati in campagna ecc….Ancora oggi si ammirano cappelle, edicole e croci presso i villaggi o nelle diramazioni delle vie interpoderali, non solo nelle vallate, ma anche sui monti. Alla fine del 1500 non risulta alcuna notizia in proposito, a parte la precarietà dei documenti. Torraca, visitata da Mons. Filippo Spinelli, non porta alcuna citazione (38). Il territorio, fino al mare, era sotto la giurisdizione del Parroco di S. Pietro Apostolo, D. Ferdinando Magaldi.”. Il Tancredi, a p. 41, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A.D.P.: SS. Vis. Past. di Filippo Spinelli: Torraca 1597, Vol. 3°, p. 1-58.”. Il sac. Rocco Gaetani (….), nel suo  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, riferendosi e parlando del Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri (“Portus Saprorum”) affermava che:in Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne vitiferi e viniferi…viniferi…“, ed ancora: “la piccola colonia agricola dei torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera dicose mangerecce e di altre mercanzie necessarie alla vita. Il barone vi esercitava una specie di monopolio coi campagnuoli, marinai e passanti, possedendovi una taverna, e volendo, pur non avendo diritto di proibire, ius prohibendi, tutto per sè col l’altrui danno, vietò  ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. I torracchesi….si querelarono con la regia podestà ed ebbero giustizia.”.

I PALAMOLLA DI SCALEA POI BARONI DI TORRACA

I Palamolla di Scalea ed i dissesti finanziari della Contea di Policastro

Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75 parlando di Alfonso di Loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Ecc…”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono. Dunque, il Campagna, sulla scorta del manoscritto di Vanni (….) scriveva che Giovan Giacomo Palamolla di Scalea prestò 9.000 ducati ad Alfonso di Loria che li donò al consuocero Lelio Carafa, conte di Policastro e sposo di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso per salvare la Contea di Policastro dai gravi dissesti finanziari e debiti in cui Lelio versava.

Nel 25 maggio 1598, Scipione e Costanza Gambacorta, figli (“pupilli”) di Annibale vendono il feudo di Torraca a Decio Palamolla, signore di Scalea e di Pappasidero

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. I “pupilli” (fratelli) Costanza e Scipione Gambacorta, figli di Pompeo Gambacorta, nel 1598 vendettero il Feudo di Torraca a Decio Palamolla. L’atto di acquisto del feudo di Torraca fu registrato il 25 maggio 1599 a favore di Decio Palamolla. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Sempre il Tancredi a p. 39 scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32).”. Il Tancredi a p. 39, nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”.

Nel 1598, i Palamolla di Scalea, baroni di Papasidero e di Calabria

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva dal moento che Decio Palamolla ne acquistò la signoria. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 54, in proposito scriveva che: “Nel 1571 nel palazzo “Palamolla” nasceva, dalla nobil donna Clarice Di Alitto dei baroni di Papasidero e dal dottore in legge Gian Giacomo Palamolla, secondogenito di quattro figlioli, Lucio. Lucio Palamolla etc…”. Dunque, Lucio Palamolla era figlio della coppia Gian Giacomo Palamolla e della nobile donna Clarice Di Alitto, dei baroni di Papasidero in Calabria. Da questa unione, nel 1571 nacque Lucio. Lucio era il figlio secondogenito. Da questa unione nacque anche Decio Palamolla che come vedremo nel 1598 acquistò il feudo di Torraca ed il Porto di Sapri da Scipione e Costanza Gambacorta. Decio Palamolla sposò Brianna Gaetani, del seggio di Nido. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Dunque, secondo il Tancredi che scriveva sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….), Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei baroni di Papasidero (“Pappasidero”). Decio Palamolla sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “1° Decio Palamolla primo Barone di Torraca e di Sapri, figlio di Giacomo Palamola e di Clarice di Alitto, dei Baroni di Pappasidero. Decio ebbe per moglie Donna Brianna Gaetano.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”.

stemma dei Palamolla

Papasidero (Papàs Isidoros, Παπάς Ισίδωρος in greco) è un comune di 665 abitanti della provincia di Cosenza; il suo territorio è la riserva naturale orientata della Valle del Fiume Lao (DM Ambiente – Luglio 1987). I Palamolla, pur essendo baroni di Papasidero vissero molto a Scalea dove si può ammirare il bel Palazzo Palamolla. Il palazzo fu abitato dai Palamolla che si trasferirono a Scalea nel XIV secolo per sfruttare l’economia commerciale del tempo attraverso il traffico marino. In tempi più recenti fu sede della caserma dei Carabinieri, poi durante l’ultimo conflitto fu adibito a caserma per i soldati della difesa costiera. Decio Palamolla sposò Brianna Gaetano e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc. Sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido a Napoli. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine- cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 14 cita un interessante notizia che riguarda proprio i Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto in proposito scriveva che: “Nell’ottobre del 1579, intanto, era redatta ed inoltrata informativa dal m.co Giovanni Palamolla (10), luogotenente della Portolania di Calabria con la quale si dava notizia della “cattura” alla Regia Camera che il 10 novembre scriveva al Palamolla perchè “prendesse li mori e li mandasse in Vicaria” (11), trasferendoli nella disponibilità del vicario reale, vale a dire sotto giurisdizione “criminale”. Il maestro portolano aveva cura di esigere le imposte attinenti alle “merci” che entravano e uscivano per mare, dei naufragi e di “far stare conce le strade”. Ma d. Pietro Exarque ne lasciò andare solo uno ecc…”. Il Celico racconta che sulle spiagge di Tortora furono catturati dei saraceni o mori che il feudatario di Tortora don Exarque trattenne nel suo maniero di Lauria e che all’epoca, il 10 novembre 1597 la Real Camera della Sommaria di Napoli, informata dal maestro portolano delle Calabrie, Giovanni Palamolla di Tortora ordinò di inviare alla Vicaria a Napoli. Nel 2006, Amito Vacchiano (…), nel suo “Scalea antica e moderna” a pp. 150-151 in proposito così scriveva: “…a Scalea verso la fine del secolo XVI vi furono i primi timidi segni di ripresa. Pare che i Palamolla riuscissero ad incrementare l’industria serica. Anche il commercio, a cui si dedicavano, oltre ai Palamolla, le famiglie Caputo, Macrino e Manfredi, riprese a svilupparsi.” e,  poi ancora sui Palamolla a p. 153 scriveva ancora che: “In questo periodo Scalea offrì alla Chiesa un suo grande cittadino, che incarnava in modo perfetto la nuova sensibilità spirituale della Chiesa post-tridentina: padre Costantino Palamolla.”. Sempre il Vacchiano a p. 157 scriveva che: “In quest’epoca i Palamolla lasciarono per sempre Scalea. Erano diventati tanto ricchi da comprarsi dai Gambacorta il titolo di baroni di Torraca, con relativi castello e feudo.”.

Nel 25 ottobre 1599, Decio Palamolla registra  l’acquisto del feudo di Torraca venduto da Scipione e Costanza Gambacorta, figli di Fabrizio

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, a p…., scriveva che: “Nell’ottobre 1599, Decio Palamolla, dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta, comprò il feudo di Torraca per 13.700 ducati.”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola. Il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla dei Scipione, acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati. Nel 1599 il feudo di Torraca passa nelle mani di Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Dunque, secondo il Mallamaci (…) che scriveva sulla scorta delle notizie riportate dal Gaetani (…), il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla “dei Scipione”, barone di Scalea acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati dai fratelli Scipione e Costanza Gambacorta. Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e Clarice d’Alitto, baroni di Papasidero in Calabria. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 25 ottobre 1599 il feudo di Torraca passa a Decio Palamolla – figlio di Giacomo e di Clarice di Alitto, baroni di Papasidero – che lo compra per 13.700 ducati e diviene primo barone di Torraca e di Sapri. Il borgo era tassato, al tempo, per 100 fuochi (circa 500 abitanti)(3). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32). Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai figli di Pompeo Gambacorta, Scipione e Costanza Gambacorta ma solo più tardi la Terra di Sapri fu acquistata dai conti di Policastro, don Fabrizio e donna Giulia Carafa.

Nel 1600, Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa dei conti di Moncalvo  

Nel 1600, donna Vittoria Alderisio, signora di Tortorella sposò Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa  

Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel 1600 l’unica figlia di Francesco, D. Vittoria Alderisio, sposò il patrizio Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa (68) dei conti di Moncalvo (69), portando il feudo sotto l’egida della potente famiglia Carafa, che governerà Tortorella, in maniera a volte dispotica e violenta, fino al 1806. Il titolo di Marchese di Tortorella venne concesso il 20 luglio 1710 a Francesco Carafa (70).”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (70) postillava che: “(70)  Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, pag. 677, vol. II.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1569, Francesco Alderisio Junior cedette il feudo di Tortorella con i relativi casali e castelli alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa a Gian Battista Carafa. In conseguenza di tale matrimonio il feudo di Tortorella e conseguentemente Bonati, furono uniti al feudo di Policastro.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il nipote di questi, Francesco Alderisio junior, cedette tutto alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa, i seguito, al marchese Giovan Battista Carafa Stadera e, in virtù di tale matrimonio, il feudo di Tortorella passò nelle mani di questa potentissima famiglia che la governò ininterrottamente per circa due secoli, fino all’abolizione della feudalità, (2 agosto 1806).(5)”. Il Guzzo, a p. 203, nella nota (5) postillava che: “(5) F. Rinaldi: Dei primi Feudi nell’Italia Meridionale – Napoli – 1886 – pag. 85.”.

Nel 1600, il probabile ripopolamento di Sapri secondo l’potesi del Cesarino

Secondo la ricostruzione storico-urbana di Felice Cesarino, Sapri verrebbe abbandonato intorno al V secolo d.C. e, verrebbe ripopolato solo nel 1600, ovvero dopo 11 secoli. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Sapri archeologica”, stà in “I Corsivi”, Sapri, Aprile 1987, n. 5, dopo aver detto che il sito di Sapri sarebbe stato abbandonato intorno al V secolo d.C., in connessione con le orde dei Vandali di Genserico sosteneva pure, con un salto di oltre 11 secoli che essa: “A partire dai primi secoli dell’era cristiana le tracce della Sapri antica vanno affievolendosi, per scomparire del tutto in età medievale. Le cause possono essere ricercate in una catastrofe naturale (tesi sostenuta dalla tradizione locale) o in un progressivo impaludamento della zona, soggetta anche a fenomeni di bradisismo. Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600.”. Dunque, il Cesarino scrive che dal V secolo d.C., le notizie su Sapri si vanno affievolendosi fino al 1600 che secondo lui è il secolo in cui avverrebbe il suo possibile ripopolamento. La tesi del Cesarino era la stessa del sacerdote Rocco Gaetani che sebbene nei suoi scritti su Torraca avesse portato alla luce notevoli notizie sulla nostra terra sosteneva che: “In Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne”. Dunque, Felice Cesarino dal V secolo d. C. al 1600 fa un salto di oltre 11 secoli. E’ possibile che un luogo sia disabitato per così tanto tempo ?. E’ credibile ciò che scriveva il Gaetani che i primi cittadini di Sapri erano lavoratori di vigne apparsi, come scrive il Cesarino nel 1600 ?. Il Cesarino, nel suo scritto sulla moneta dell’Imperatore di Massimiano Erculio, aggiungeva che: “1600. A tale epoca risale il nucleo di abitazioni più antiche sulla collinetta del Timpone, dove intorno al 1670 era stata costruita la cappella di S. Antonio di Padova da fedeli della terra di Torraca, il cui clero vi celebrava le messe.”. Oltre a queste affermazioni e ricostruzioni storiche di cui io dubito, il Cesarino affermava che: “Rifiutando la citazione di un “portus Saprorum”, contenuta nella bolla di Alfano del 1079, come probabile apocrifa (1), le vicende del ripopolamento di Sapri si possono far iniziare nel 1600″. In questo passaggio, il Cesarino citava il toponimo di “portus Saprorum” apparso nella “bolla di Alfano I”, databile intorno al 1079. Il documento di cui ho parlato in un mio saggio ivi pubblicato, è di notevole importanza per i toponimi citati che erano i nomi dei luoghi che costituivano la ricostruita Diocesi di Policastro. Secondo il Cesarino, che citava lo storico Giacomo Racioppi, il documento è apocrifo e secondo il Racioppi (….), nei suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” (vedi nota (1) del Cesarino) scriveva che: “(1) Di questo documento esiste soltanto una copia del 1737. In proposito, il sacerdote e storico attendibile G. Racioppi nella sua “Storia dei popoli della lucania e della Basilicata” così si esprimeva: “…ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Infatti il Racioppi, nel suo vol. II, a p. 100, scriveva che “dubitava dell’autenticità di questa carta” d’epoca Normanna, dubitava ma non diceva che essa era non autentica. All’epoca di Racioppi 1913, vi era solo il testo del vescovo mons. Nicola Maria Laudisio a citarla ma gli studiosi precedenti compreso l’Antonini non l’avevano sufficientemente indagata. Recentemente lo studioso Biagio Moliterni (….) ha indagato tutta la questione confutando alcune affermazioni del Racioppi. Sulla carta esistono anche degli studi di Pietro Ebner. La “bolla di Alfano I” è uno dei documenti più antichi che noi oggi abbiamo e sebbene esista una copia del 1737 conservata presso l’Archivio della Diocesi di Policastro essa è un documento d’epoca Normanna. Inoltre, Alfano I, arcivescovo di Salerno in quegli anni, oltre ad aver nominato primo vescovo della rinata diocesi di Policastro, Pietro Pappacarbone ha scritto diverse cose su Policastro, l’antica Bussento. Come rifiutare la citazione di un “portus Saprorum” ?. 

Nel 1616, la ‘Torre lo Crivo’ era nel Principato Citra e dunque appartenente al territorio di Sapri ?

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I due cartografi Stelliola e Mario Cartaro (…), addirittura segnano la Torre del Crivio, all’interno dei confini geografici del “Principato Citra”, tanto che ci fa pensare che la linea di confine tra le due Regioni di Campania con il Principato Citra e la Basilicata (si vede la Torre di Acquafredda), all’epoca del 1613, sia stata diversa da quella attuale. Oggi la linea di Confine tra le due Regioni, corrisponde al vallone o Canale di Mezzanotte, come si può ben vedere sull’immagine del satellite di googgle maps, ma la carta in questione, include la “Torre lo Crivo” nel ‘Principato Citra’, che corrisponde all’attuale Campania.

Nel 1601, le torri a Sapri per Enrico Bacco Alemanno

Nel 1601, Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicava l’elenco delle Torri marittime e cavallare e dei castelli visibili lungo la costa del Regno di Napoli. Bacco Alemanno a p. 25 pubblicava l’elenco delle Torri in Principato Citra e per il “Territorio di Policastro” citava le seguenti torri: “37 Torre Scilandro. 38 Torre della Petrosa. 39 Torre di Capitello. 40 Torre di Capobene.”.

Bacco Alemanno, p. 25, torri

(Fig….) Enrico Bacco Alemanno – elenco delle Torri nel Principato Citra

Nel 1601, le Torri costiere nelle carte geografiche di Mario Cartaro

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(….) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII

Punta Fortino a Sapri

(Fig…) Faro “Pisacane” e spiaggia del Buondormire a Sapri in località Fortino, lì doveva sorgere anticamente la torre del Buondormire

Sappiamo dunque, dalla visita pastorale del Vescovo Felicei a Torraca –  da cui dipendeva il “Porto di Sapri” (Portus Saprorum o Portus Torracae) – “Porto” o “Porto di Torraca” (territorio Saprese, Sapri, nei documenti dell’epoca era chiamato “Portum”), che, nel 1635, in occasione del vascovo Urbano Felicei, vescovo di Policastro, a Sapri, si vedeva e vi era la Torre cavallara detta Torre del Buondormire. Riguardo la Torre detta del “Buondormire”, come dirò innanzi sulla visita del vescovo di policastro Mons. Feliceo, riguardo la cappella di S. Maria di Porto Salvo, si parla di un torriere e di pagamenti nel 1614. Come si può leggere nel documento del 1614 del Vescovo di Policastro Felicei. Il Sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nell’Appendice II, parlando della cappella di S. Maria di Porto Salvo e del barone di Torraca Decio Palamolla, in proposito alla torre del Buondormire, a p. 293 postillava che: Traduzione da pag. 42”: Visita del Vescovo Felicei, 2 dicembre 1635: visitò la cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo ecc…. Il barone sostenne Domenico Biondo di Maratea che vendesse la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della torre del Buondomire presso il porto (di Sapri) e ordinò, essendo debitore con lo stesso Ferdinando di venti ducati per i suoi della cappella che pretende invece dal Clero di Torraca, di preparare, al più presto, lo strumento di vendita “ad finem previdendi”.”. Dunque, secondo questo documento pubblicato dal Gaetani nell’appendice II, a p. 293, il barone di Torraca Decio Palamolla sostenne Domenico Biondo di Maratea che avrebbe dovuto vendere la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della Torre di Buondormire. Dunque, secondo questo documento del 2 dicembre 1635, alla Torre di Buondormire vi era un Torriere di guardia che si chiamava Ferdinando Turriero. Nel documento citato è scritto (vedi appendice II del Gaetani): “Caporali Ferdinando Turrerius Turris di Buondormiri propre portum Sapri”. Il torriere caporale, Ferdinando Turriero della Torre di “Buondormiri”, non viene elencato nei documenti raccolti all’Archivio di Stato di Napoli da Riccardo Cisternino (…), come abbiamo già visto. Il Cisternino, tuttavia, non parla dei Torrieri nel 1600. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica” parlando di Sapri e della Cappella di “S. Maria di Porto Salvo” a Sapri, in proposito alla Torre del Buondormire riporta la stessa notizia del Gaetani e scriveva che: Quale bene immobile, la chiesa possedeva un vigneto, venduto da Domenico Biondo, da Maratea, a Ferdinando Caporale, torriere addetto alla Torre di Buondonno, presso il Porto; la somma di 20 ducati, ricavati quale rendita di detto fondo, serviva per la manutenzione del sacro edificio (11). Ecc…Ciò che scrive il Tancredi (…), riportando le notizie di alcuni antichi documenti (….), citati nella visita pastorale del Vescovo Feliceo (…). Dunque, nel riportare la stessa notizia del Gaetani, il sac. Luigi Tancredi (…), dice essere la Torre di “Buondonno”, ovvero, sul documento citato dal Gaetani, la torre detta del Buondormire veniva detta, secondo il Tancredi, torre di “Buondonno, presso il Porto”. Le notizie storiche sulle torri costiere, erano state confermate nel 1745 e poi nel 1795 dall’Antonini (20), e poi anche da altri studiosi come il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed il Guzzo (16), che dedicarono diverse pubblicazioni a questo argomento. Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (20), che nella sua prima edizione della ‘Lucania’, nel 1745 e poi nel 1795 (III edizione), parlando del porto di Sapri e delle Pilae, accennava alla Torre del Buondormire che ancora si vedeva, parlando dell’ampia baia di Sapri in proposito scriveva che: “….di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente ecc..”. Onofrio Pasanisi, nel 1934, nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’ (…), parlando delle Torri marittime costruite in epoca vicereale Spagnola, nel basso Cilento, scriveva sulle incursioni barbaresche che subirono alcuni paesi prossimi alla costa, con notevoli danni e distruzioni. Il Pasanisi a pp. 277-278. Onofrio Pasanisi (3), ha parlato della costruzione delle Torri marittime anche e soprattutto nel 1926, nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI’. Il Giustiniani (…), invece, nel suo vol. VII, a p. 228, parlando di Sapri ni proposito scriveva che: “……………….”. Alfano (17), nel 1795, ci dava notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno. Il Vassalluzzo (14) prima e poi in seguito il Guzzo (16), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori. Le Torri costruite sul litorale saprese le troviamo segnalate nella carta geografica regionale del “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (5). Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197 e, pure il Guzzo (…), a p. 252 del suo “Da Velia a Sapri”, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dunque, secondo il Vassalluzzo ed il Guzzo lungo la costa di Sapri vi erano le tre torri: 1- Torre del Buondormire ad occidente; 2 – Torre di Obertino ad oriente oggi detta Torre di Capobianco. Ma non citavano la Torre dello Scilandro. Inoltre, devo precisare delle non similitudini con i nomi dei Torrieri. Ad esempio il Cisternino scrive che a guardia della Torre di “Capo Bianco”, nel 1584 troviamo “de Calis Giovanni” mentre, il Vassalluzzo lo chiamano “De Colis Giovanni”.

La Torre “del Buon Dormire” figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I° edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.

Rizzi Zannoni

Nel 1807-1808, la Torre del Buondormire figura nello schizzo “Croquì di Sapri”

Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche l’Antonini (6) ed il Gallotti (3) in seguito. La torre del ‘Buondormire‘, torre cavallara Vicereale (oggi scomparsa), costruita alla fine del 1600 dai Vicerè spagnoli insieme alla Torre dello Scialandro e di Capobianco a difesa delle coste e come si può vedere nella carta geografica di Mario Cartaro e Stelliola (Fig….). La Torre del Buondormire, si trovava dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri o dove si trova il Faro. Sarebbe interessante guardare i progetti dell’Ospedale, realizzato “sulla collina nominata Torricella”, forse il rilevato stradale o collinetta dove attualmente sorge l’Ospedale di Sapri. Infatti è lì che ai primi dell”800, sorse un piccolo ‘Villaggio’.

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(Fig…) Particolare della “Antica batteria” e “Torre Buondormire” tratta da “Croquì’ di Sapri”, schizzo dei primi dell’800

(Fig. ..) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (…)

All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, forse la torre detta del ‘Buondormire’, torre cavallara vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati. Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. E’ molto probabile che il luogo fosse lo stesso dove nel ‘600 vi era una Torre di avvistamento costiera detta la ‘Torre del Buondormire’, come si può ben vedere rappresentata nel disegno del Genio militare francese, inedito e da noi scoperto di Fig. 8 (partilare tratto dallo schizzo di Fig. 10, di cui parliamo in un altro nostro studio ivi pubblicato. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (….), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (….). Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (5), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (….). Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.

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carta Golfo di Policatro

(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

La Torre del Buondormire, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage (21), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 252 in proposito scriveva che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “.

Nel 1601, le torri a Sapri per Enrico Bacco Alemanno

Nel 1601, Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicava l’elenco delle Torri marittime e cavallare e dei castelli visibili lungo la costa del Regno di Napoli. Bacco Alemanno a p. 25 pubblicava l’elenco delle Torri in Principato Citra e per il “Territorio di Policastro” citava le seguenti torri: “37 Torre Scilandro. 38 Torre della Petrosa. 39 Torre di Capitello. 40 Torre di Capobene.”.

Bacco Alemanno, p. 25, torri

(Fig….) Enrico Bacco Alemanno, 1601, elenco delle Torri di Principato Citra, p. 25

Ma, Riccardo Cisternino (…), nella sua prima edizione del 1954 del suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, a p. 140 assicura che Scipione Mazzella Napolitano (….), nella sua edizione del 1601 citava anche la torre di Capobianco. Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, secondo l’elenco del Cisternino citava anche la torre di Capobianco. Infatti, per il Mazzella e per il Principato, a p. 140 il Cisternino scriveva che figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Dunque, secondo l’edizione del 1601 del Mazzella (…), la Torre di Capobianco esisteva ed era chiamata “Torre Capobene”. Nel 1954, Riccardo Cisternino (…), nel suo ‘Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806)’, pubblicato per l’Archivio di Stato di Napoli e poi in seguito, nel 1977 ripubblicato dall’Istituto Italiano dei Castelli, pubblicò una serie di interessanti documenti da lui ordinati e tratti dalla Sezione Amministrativava, Registri Torri, Castelli, per le Torri (vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Questo studio, insieme ad altri saggi come quello di Onofrio Pasanisi (….) e quello di Angelo Guzzo (…), offre diversi spunti di indagine ulteriore sulla storia delle Torri cavallare e di avvistamento costruite prima di quelle Vicereali di cui pure parlerò. Cisternino (…), nell’edizione del 1977 per l’I.I.C, a pp. 98 in proposito scriveva che (elenco solo quelle in prossimità della costa vicino Sapri): “Dalla documentazione oggi esistente presso l’archivio di stato di Napoli si può dedurre che il numero delle torri e dei castelli esistenti nel periodo del viceregno era di 431, sottolineando immediatamente che l’impiego contemporaneo di esse fu sempre di molto inferiore, per evidenti motivi di economia. La suddivisione per provincia delle torri era la seguente: nota 38, p. 99. Basilicata – 2) torre dell’Arno alias Prezzame l’Asino (Maratea); 4) Caja (Maratea); 5) Crivo a Capo Filicosa (Maratea) ecc..Principato Citra: , p. 100. nota 39: 15) Bondormire (Policastro); 2) Capo Bianco (Policastro); nota 40., p. 101: 79) Petrusa (Bonati); 91) Scelandro (Policastro); ecc….”. Dunque, il Cisternino, riguardo il Principato Citra, in prossimità di Sapri ci dice di tre torri che sono le seguenti: la n. 15 Torre del Buondormire, la n. 2 Torre di Capo Bianco e la n. 15 torre Scelandro. Queste torri sono tutte poste sotto l’Università (il comune di quei tempi che doveva provvedere al finanziamento per la loro costruzione) di Policastro. Credo che le tre torri citate dipendessero dall’Università di Policastro in quanto pur trovandosi queste tre torri (quella di Buondormire oggi scomparsa) nel territorio di Sapri e dunque nel subfeudo di Torraca, appartenevano alla più vasta contea dei Carafa di Policastro. Il Cisternino (…), nel suo pregevole lavoro a pp. 110 e s. cita le torri, l’anno ed i relativi suoi “Torrieri” ed a p. 119 e s. elenca i Torrieri che figurano nel Principato Citra, ovvero i Torrieri che stavano a guardia delle torri che qui elenco limitandomi a solo quelli che riguardao il litorale saprese: “Torrieri di Principato Citra. – p. 120.: 46) Cappellano Giuliano 1569 Scelandro. Policastro; 67) Cavaczicales Pietro 1569. Bondormire. Policastro; p. 121: 81) della Torraca Biagio, 1576, Bon Dormire. Policastro; 128) de Calis Giovanni, 1584, Capo Bianco, Policastro; 147) d’Ocha Giovanni, 1578, Petrusa, Bonati; p. 122: 195) Mangia Giulio, 1598 Scilandro, Policastro; 197) Magaldo Luca, 1599, Capo Bianco, Policastro; p. 123: 240) Prando Francesco, 1598, Bondormire, Policastro; 242) Pugliese Carlo, Petrosa, Libonati; p. 124: 305) Timpanello Attilio, 1577, Scilandro, Policastro; ecc…”. Questi i torrieri citati da Cisternino (…). Dunque, riepilogando abbiamo che: per la torre del Buondormire troviamo come torrieri nel 1569, Pietro Cavaczicales; nel 1576, Biagio della Torraca e, nel 1598, Francesco. Per la Torre di Scilandro, nel 1569, Giuliano Cappellano; nel 1598 Giulio Mangia e, nel 1577 Attilio Timpanello. Riguardo la Torre di Capo Bianco, troviamo nel 1584 Giovanni de Calis; nel 1599, Luca Magaldo. Dunque, come leggiamo dai ddocumenti citati dal Cisternino, la torre oggi detta di Mezzanotte, era quella dello “Scilandro” a volte detta “Scelandro”. Poi vi è la torre oggi detta di Capobianco, un tempo detta di “Capo Bianco” ed ancor prima torre di “Lubertino” dal nome del fiume carsico che ivi scorre nel monte Ceraso. Ancor prima e più antica di tutte era la torre detta del “Bon Dormire”, o torre del “Bondormire” non distante dall’omonima spiaggetta. Io credo che queste tre torri già esistessero ai tempi della costruzione delle torri vicereali. Furono certamente rinforzate ai tempi dei Vicerè Spagnoli. Anche il Cisternino estese l’indagine dei documenti di Archivio ad alcuni autori del ‘600 come ad esempio Scipione Mazzella Napolitano (…) nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella Napolitano’, Napoli, Giovan Battista Cappelli, 1601 ad ‘Alemanno’ (….), ovvero Enrico Bacco Alemanno (….), nel suo ‘Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…’, pubblicato a Napoli, per i tipi di Giacomo Carlino e Costantino Vitale, pubblicato nel 1601. Il Cisternino estendeva la sua indagine pure alla cartografia ed in particolare ad una carta del 1611, ed a Mario Cartaro (….) del 1613, ovvero al cartografo Mario Cartaro che insieme a Giovanni Stelliola (…), riportano nella carta illustrata in fig…..le torri esistenti lungo la costa del Regno di Napoli. Il Cartaro (….) stese la delineazione della carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm. 36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII. Cisternino, a p. 140 elencava le Torri esistenti nel Principato Citra secondo il Mazzella, l’Alemanno e il Cartaro. Per il Mazzella a p. 140 per il Principato figurano le seguenti Torri: “37) Torre dello Scilandro (Policastro); ; 42 Torre Capobene (Policastro); 58) Torre Crivo di Scilandro (Camerota); 62) Torre Crivo del Capo Filicara; ecc..”. Riguardo il Cartaro (…), a p. 140, per il Principato e per la costa di Sapri si elencano le seguenti Torri: “84) Petrosa; 85) Bondormire; 86) Capo Bianco; 87) Scilandro; 88) Crivo.”. Dunque, dall’analisi di quanto fin quì detto si può concludere che in tutti i casi, lungo la costa o il litorale saprese figura sempre la Torre detta del “Bondormire”, posta ad occidente ed ad oriente lungo la dorsale del monte Ceraso figurano le due torri dette una di “Capobene” in Mazzella e in Cartaro detta di “Capo Bianco” (dall’omonimo Capo Bianco’, in prossimità dello scoglio dello Scialandro). Inoltre, sia in Mazzella (1601) che in Cartaro (1613) figura la torre detta dello “Scilandro”.

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(….) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (14), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (17), a p. 197 e, pure il Guzzo (…), a p. 252 del suo “Da Velia a Sapri”, scrivevano in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dunque, secondo il Vassalluzzo ed il Guzzo lungo la costa di Sapri vi erano le tre torri: 1- Torre del Buondormire ad occidente; 2 – Torre di Obertino ad oriente oggi detta Torre di Capobianco. Ma non citavano la Torre dello Scilandro. Inoltre, devo precisare delle non similitudini con i nomi dei Torrieri. Ad esempio il Cisternino scrive che a guardia della Torre di “Capo Bianco”, nel 1584 troviamo “de Calis Giovanni” mentre, il Vassalluzzo lo chiamano “De Colis Giovanni”. Nel 1745, nella sua prima edizione della sua “Lucania”, il barone Giuseppe Antonini (….), e poi nel 1797, per i tipi di Tomberli, lo chiamava ‘Obertino’. L’Antonini citava l’omonima Torre detta del “Lubertino”.  Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale di ‘Capobianco’ ma, più anticamente vi era nello stesso luogo la Torre detta dell’ ‘Obertino’. Io credo che la Torre ‘Obertino’, che nel XIX secolo era chiamata Torre di Capobianco, prendesse il nome proprio dal fiume carsico sotterraneo. Antonini (…) nei sui Discorsi (XI), nel 1745, così scriveva: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (….). L’Antonini (….) si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello Scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (….) chiamava “fiume Obertino“, in prossimità della torre Vicereale omonima, oggi scomparsa. Come l’Antonini (….) che pure era stato a visitare Sapri e questi luoghi, gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo (Fig…..) che è di sicuro una copia di una carta molto più antica e risalente all’epoca Aragonese (…).

La Torre di “Capo Bianco” figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I° edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.

Rizzi Zannoni

(Fig…) Rizzi-Zannoni – Particolare dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli (1769) (Archivio Attanasio)

Giovanni Maria Alfano (….), nel 1795, nella sua ‘Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135, ci dava notizie di queste torri marittime e costiere costruite lungo il litorale fino a Salerno. Il Vassalluzzo (….) prima e poi in seguito il Guzzo (…), si sono occupati delle Torri costiere fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli, ma non è stata mai fatta una disamina approfondita sulle Torri marittime costruite in epoche anteriori. Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 252 in proposito scriveva che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Le Torri costruite sul litorale saprese le troviamo segnalate nella carta geografica regionale del “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (5).

La torre di ‘Capobianco’, torre cavallara Vicereale è stata costruita alla fine del 1500 dai Vicerè spagnoli a difesa delle coste e come si può vedere nella carta geografica di Mario Cartaro e Stelliola (Fig….). Il Giustiniani (…), invece, nel suo vol. VII, a p. 228, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “………………….”. Onofrio Pasanisi, nel 1934, nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’ (…), parlando delle Torri marittime costruite in epoca vicereale Spagnola, nel basso Cilento, scriveva sulle incursioni barbaresche che subirono alcuni paesi prossimi alla costa, con notevoli danni e distruzioni. Il Pasanisi a pp. 277-278. Onofrio Pasanisi (3), ha parlato della costruzione delle Torri marittime anche e soprattutto nel 1926, nel suo ‘La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI’. Il Cavalcanti (…), nel suo portolano ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 45, scriveva della costa e di Sapri. Il Cavalcanti (…), nel suo portolano, citava e chiamava la “Torre di Sapri”. Nel 1815 la Torre detta di “Capobianco” era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (7). Dunque, il Romanelli (…), nel 1815 scriveva di Sapri e del suo Porto che vi erano due torri che chiamava 1) Torre del “Buondormire” e l’altra Torre detta del “Lubertino”. Dunque, il Romanelli non la chiamava Torre di “Capobianco” ma la chiamava Torre del “Lubertino”. Il toponimo “Lubertino” deriva molto probabilmente dalla vicina foce del fiume carsico e sotterraneo chiamato dall’Antonini (…) “Obertino” e da altri “Lubertino”. Si tratta di un fiume carsico che a mare da origine al fenomeno carsico detto dalla tradizione popolare “u vull’ j l’acqua”, di cui mi sono occupato in un altro mio saggio. Guardando la carta (di probabile epoca aragonese) (Fig. 1), il fiume Lubertino, doveva nascere da due sorgenti, una è nei pressi di Torraca e l’altra invece è la ‘Serra Corbara’, delle montagne poste prima di Lagonegro, forse in località ‘Fortino’. Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri). La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.

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carta Golfo di Policatro

(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2

La Torre detta di “Capobianco” o di “Capo Bianco”, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (….), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (….), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”.

Nel ‘600, a Sapri, la cappella di S. Vito

Forse vi è una relazione con la recente pubblicazione fatta dall’amico Domenico Smaldone, che ha pubblicato alcuni documenti che attestano la vendita di un’altra cappella, la Cappella di S. Vito che il barone Giovanni Antonio Brando di Torraca vendeva il 31 maggio 1746.

Nel ‘600, l’espansione urbana di Sapri

Un’altra testimonianza del passato di Sapri  sono i numerosi stemmi e, riggiole (mattonelle policrome ed invetriate) che sormontano i portali dei palazzi, affreschi d’epoca borbonica, le lapidi marmoree, i torrini e fortilizi di cui ancora oggi si vedono i resti, alcune edicole votive, alcuni antichi Palazzi come quello Gallotti che affaccia su Piazza del Plebiscito o il Palazzo Gaetani su via Cassandra, o il Palazzo dei Peluso su C.so Garibaldi con i suoi torrini difensivi ecc.., a cui rimandiamo al prossimo studio.

Nel 1600, la casa di Paolo Pietro Brandi in via Cassandra

Nel 1600, a Sapri, la Cappella del SS. Rosario (“Santo Rosario”) in via Cassandra

A Sapri, quasi verso la fine della via Cassandra, prima di arrivare nella Piazza Plebiscito si trova una piccola ma antichissima cappella o chiesetta, la Chiesetta o Cappella del S.S. Rosario. La facciata della Cappella del ‘S.S. Rosario’, come si vede nell’immagine, è semplice. In via Cassandra a Sapri,  l’ingresso principale è sormontato dalla lapide marmorea su cui è stata incisa una scritta in latino illegibile e che andrebbe ripulita. La scritta, ci ricorda le sue origini. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri elevato a Parrocchia” e delle sue origini a p. 32, in proposito scriveva che: “la ‘Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri, appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis.”. Sempre il Gaetani che a proposito della Cappella del SS. Rosario aggiunge: “L’antica Cappella era sita, ove al presente vedesi la farmacia Gaetani, e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi e trovandosi in cattive condizione di non permettere l’esercizio dei sacri ufficii, perchè in parte diruta e con una servitù di finestra da non potersi inalzare dal livello, oltre di un metro inferiore al piano della strada, essendovi stata sospesa la celebrazione delle messe, così interdetta venne richiesta dal Dottor Francesco Gaetani fu Giovanni, al fine di averla in permuta ad un’altra ecc…”. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra. Dunque, in via Cassandra, già nel 1600 esisteva un’antica cappella intitolata al SS. Rosario e, poi in seguito, sarà costruita l’altra con la permuta che ottennero i Gaetani e che apparterrà al clero di Torraca fino al 1719. Come scrive il Gaetani, la cappella del SS. Rosario era “intra moenia”, si trovava sempre a via Cassandra ed essa, si trovava attigua alla casa di Pietro Paolo Brando vicino la Farmacia Gaetani che esisteva nel 1800. Dal Gaetani apprendiamo che, la “Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri,  appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno  in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis. L’antica cappella era sita ove al presente vedesi la farmacia Gaetani e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi e trovandosi in cattive condizioni perchè in parte diruta“, oltre di un metro inferiore al piano della strada venne così richiesta in permuta dal dott. Francesco Gaetani.”. Così interdetta (alle Sante messe) venne  richiesta al fine di averla in permuta con un altra. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra. Di questa cappella, nel 1706, ne parla anche il Vescovo G. M. Cione nel suo “libro dei conti”.

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(Fig…..) Cappella del S.S. Rosario, in via Cassandra a Sapri

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(Fig…..) Lapide marmorea che sormonta il portale d’ingresso della Cappella del SS. Rosario in via Cassandra

Dell’antica Cappella del ‘Santo Rosario’, ne parla Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotato dei seguenti beni: un  capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (7)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”. Dunque, secondo l’antico documento diocesano presentato dal Tancredi, la cappella del SS. Rosario in via Cassndra a Sapri era stata dotata di un “castegneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati)”. Una piccola cappella fondata dal Barone Palamolla dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello. Il Gaetani, racconta a proposito della cappella in questione che essa si trovava nel piccolo e nuovo quartiere del ‘Rosario’ e poi aggiunge: “la ‘Venerabile cappella del S.S. Rosario di Sapri, appartenne e rimase amministrata dal clero di Torraca fino al 1719, anno in cui fu elevata a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis.”. Sempre il Gaetani che a proposito della Cappella del SS. Rosario aggiunge: “L’antica cappella era sita ove al presente vedesi la farmacia Gaetani e propriamente attigua alla casa di Paolo Pietro Brandi” e trovandosi in cattive condizioni “perchè in parte diruta”, oltre di un metro inferiore al piano della strada venne così richiesta in permuta dal dott. Francesco Gaetani.”. Così interdetta (alle Sante messe) venne richiesta al fine di averla in permuta con un altra”. In seguito il Gaetani la impianterà nella sua proprietà sita lungo la strada Cassandra. Di questa cappella, nel 1706, ne parla anche il Vescovo G. M. Cione nel suo “libro dei conti” (1). La Cappella che oggi vediamo in via Cassandra ed illustrata nell’immagine di Fig…., non è quella originaria che pure è esistita ma è quella avuta in permuta dal dott. Francesco Gaetani che la impiantò nella sua nuova proprietà lungo la via Cassandra dove si trova e si vede attualmente e dove poco distante si trova l’attuale proprietà degli eredi Gaetani. Dell’antica cappella del SS. Rosario ne parlò anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Devo far notare in proposito che quando Ebner sciveva che nella visita a Sapri nel 1735 non vi è notizie di cappelle, forse è dovuto al fatto che le cappelle a Sapri esistevano ma appartenevano al clero di Torraca. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742“, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”. Dunque, secondo l’antico documento (“Rivela del Parroco della Chiesa Parrocchiale di Sapri”), il Tancredi afferma che la cappella di SS. Rosario in via Cassandra a Sapri era amministrata dal reverendo canonico Domenico Cavalieri.

Nel 22 luglio 1601, Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà si sposano con dispensa apostolica

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”. Il Campagna a p. 163 nella sua nota (191) postillava che: “(191) Figlio di Fabrizio e di Giulia, primogenita di Vittoria di Loria, morta all’età di 21 anni, come si rileva da una lapide in “S. Maria di Casale”, ora S. Domenico, di Majerà.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “…..Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Ecc…. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello).”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Sempre il Celico (…), nel suo libro su Tortora, parlando di Majerà, a p. 34 in proposito scriveva che: “Da Alfonso fu trasferita a Luise nel 1549 e poi ad Alfonso junior fino al 1558 e da Vittoria, primogenita di Alfonso junior, nacque D. Giulia moglie di D. Fabrizio Carafa conte di Policastro, che portò a titolo e feudo in quella casata, nella quale si estinse questo ramo dei Loria, mantenuti quasi ininterrottamente fino al 1718. D. Giulia, morta nel 1608 a soli ventuno anni e senza eredi, fu sepolta nella Chiesa di S. Domenico di Majerà ove riposava anche il nonno Alfonso……I Carafa, dal 1667 duchi di Majerà, trasferitisi da Pisa a Napoli ecc…”. Dunque, il Celico scriveva che donna Giulia Carafa, figlia di Alfonso Junior Carafa e di Vittoria di Loria, diventò moglie di suo zio Fabrizio Carafa, conte di Policastro e figlio di Federico Carafa. Fabrizio e Giulia si sposarono il 22 luglio 1601 e Giulia Carafa, sua moglie morì nel 1608 all’età di 21 anni. Infatti, Fabrizio poi si risposò.  Chi erano i coniugi, conti di Policastro, Fabrizio e Giulia Carafa ?. Ritornando ai coniugi Carafa, Fabrizio, Conte di Policastro e sua moglie Giulia Carafa, contessa di Majerà, figlia ed erede di Vittoria Loria, contessa di Majerà in Calabria e nipote di Fabrizio Carafa, conte di Policastro che sposò. Dal ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Fabrizio (+ post 3-1630), Patrizio Napoletano. a) = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 sua nipote Giulia Carafa 6° Contessa di Policastro b) = 30-4-1609 Eleonora, figlia del Nobile Giovan Girolamo Santacroce e di Cornelia Gaeta, già vedova di Michele Gentile. E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa”. Dal ‘Libro d’Oro etc..’, leggiamo che il VII° conte di Policastro, Fabrizio Carafa con Dispensa Apostolica del 22 luglio 1601 sposò nel 1608 sua nipote Giulia Carafa che diviene così la VI contessa di Policastro e “che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122)”. Riguardo invece gli sposi e congiunti don Fabrizio Carafa e Giulia Carafa sua nipote, nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che “Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 76, dopo aver parlato di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso e sposa di Lelio Carafa, Conte di Policastro, la cui contea il padre Alfonso aveva contribuito a salvare dai dissesti finanziari, in proposito scriveva che: “Intanto il 2 Ottobre dello stesso anno (1597) moriva Alfonso di loria, che veniva seppellito nella Chiesa di S. Domenico (21). Il quattro settembre del 1598 da Vittoria e Fabio Bologna nacque Olimpia, che diventerà monaca presso S. Marcellino di Napoli. Dopo il parto, per infezione puerperale, il 22 Settembre moriva Vittoria (22). Nel 1601 è barone di Majerà Fabrizio Carafa, conte di Policastro e marito di Giulia (23), che aveva ereditato il feudo da Vittoria. A Fabrizio successe il figlio Francesco Carafa. Nel 1638, ecc…”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Si concluse, così, la vita travagliata di questa baronessa ecc..in Vanni etc.”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Giulia Carafa morì all’età di 21 anni, 1608, lasciando il Feudo al figlio, Francesco Carafa, che presentò il “Rilievo” nel 1640. Di Giulia si legge su una lapide posta in S. Maria del Casale: “……”L’iscrizione è sormontata dallo stemma dei Carafa della Spina.”.

Carafa della Spina

Il Campagna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.

Nel 1605, Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro

Come abbiamo potuto vedere le vicende dei possedimenti delle Terre di Torraca e di Sapri possedute dai Palamolla di Scalea e di Papasidero in Calabria, si legano alle vicende e ai possedimenti della contea di Policastro e di Majerà in Calabria possedute dai Carafa della Spina. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica riportata da Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) ecc….Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Dunque, se questa notizia fosse confermata da ulteriori e più dettagliati riscontri bibliografici e documentati sarebbe molto interessante e costituirebbe un ulteriore tassello all’evoluzione geo-storica della terra del Porto di Sapri. Dunque, il Celico, a p. 41, nella sua nota (10) aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai Carafa conti di Policastro. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 in favore di Decio Palamolla ma solo più tardi Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e sua molglie e nipote Giulia Carafa. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta prima e dalla vendita poi a Decio Palamolla della Terra di Sapri da parte dei congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e Giovanna Carafa che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Secondo il Gaetani (…), il feudo di Torraca apparteneva ad Annibale Gambacorta che morì nel 1593 e lasciò tutto ai tre figli Orazio, Scipione e Giovanni e Costanza Gambacorta. I figli di Annibale Gambacorta, nel 1598, Scipione e Costanza Gambacorta vendettero il feudo di Torraca e la signoria di Sapri a Decio Palamolla. Scipione e Costanza Gambacorta, nell’11 maggio 1599 registrarono l’atto di acquisto del feudo di Torraca a favore di Decio Palamolla. Scrive pure il Celico (…), e questa mi sembra la notizia interessantissima che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Il Celico scrive che il “feudo di Sapri” fu acquistato dopo da Decio Palamolla ma non scrive quando. Il Celico scrive pure che Decio Palamolla acquistò “poi” il feudo di Sapri da “conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa”. Si è visto precedentemente chi fossero i conti di Policastro don Fabrizio Carafa e sua moglie, la nipote Giulia Carafa. A questo punto però nulla di nuovo se non la notizia riferita dal Celico, a p. 41 che scriveva che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”.

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di  “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.

Nel 20 marzo 1614, la Sentenza della Causa tra alcuni Sapresi contro Decio Palamolla, Barone di Torraca e di Sapri

In seguito all’acquisto della Terra di Sapri da parte del Barone di Torraca Decio Palamolla che l’acquistò nel 1605, secondo il Celico (….) dai Conti Carafa di Policastro sorsero dei litigi tra i sapresi che tenevano terreni nell’agro di Sapri e che coltivavano a vigne e frutteti, ed il Barone Decio Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a p. 11, parlando delle origini di Sapri cita un interessante documento. Il Gaetani in proposito scriveva che: “La piccola colonia agricola dei Torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera di cose mangerecce e di altre cose mercanzie necessarie alla vita (1).”. Il barone (v. p. 12), vi esercitava una specie di monopolio coi campagnoli, marinai e passanti, possedendovi una ‘taverna’ e, volendo, pur non avendo il diritto di proibire, ‘jus prohibendi’, tutto per sè con l’altrui danno, vietò ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, riferendosi al Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri, Decio Palamolla, in proposito scriveva che: La colonia marittima torrachese, ecc….Il barone esercitava una specie di monopolio coi sapresi, possedendovi una ‘taverna’, e, volendo, tutto a suo vantaggio, pur non avendo il diritto di proibire (jus prohibendi) vietò ogni commercio e con esso la costruzione e l’apertura di altre osterie. Ecc..”. Scrive e aggiunge il Gaetani che: “I torracchesi, che non furono mai servi e vassalli, ma sempre liberi cittadini, si querelarono con la regia podestà dell’aggravio ed ebbero giustizia. “Si gravano che il barone proibisce essi supplicanti che non vendano robe commestibili al porto di Sapri, ma vuole che solo si venda nelle sue taverne e che possano esse supplicanti tenere le loro taverne aperte e vendere a voglia loro e a chi li piace.“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Giovan Giacomo Palamolla, nel  frontespizio di una sua opera in latino si disse ex Baronibus terrae Turracae et Portus Saprorum “. Il Gaetani (…) a p. 11 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gravamina pro Unitate Terrae Tuccacae contra Detium Palamolla primum Baronem ex praesentibus in S. R.C. proposita et decisa ac aliae Provisiones in beneficium ipsaemet unitatis expeditae, in praesenti libello, diligenter exaratae, noviterque in hoc anno Millesimo, septigentesimo octogesimo exscriptae ad posterum memoriam. Regnante Ferdinando IV utriusque Siciliae Hyerusalem Rege etc. Turracae Anno Domini 1780. Superiorum permissu et facultate.”. Sempre il Gaetani a p. 12 nella sua nota (1) postillava che:  “(1) Gravamina etc 38, fol. 6. Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi, ‘quod abstineat’. – Risposta: “Sub die duedecimo Decembris millesimi sexcentesimi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus iuxta solitum”. Fol. 7.”. Scrive sempre il Gaetani (…) a p. 12 che “la risposta favorevole è del 20 marzo 1614. Alla proibizione: verum quoad terram Saprorum non liceat civibus Turracae erigere tabernas,sivetuguria pro vendendis rebus commestilibus in Littore Maris (1). “Si gravano, come alcunicittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi…”. Scrive il Tancredi che: “I torrachesi, che erano stati sempre liberi cittadini e non servi e vassalli, mossero querela al Re di Napoli, per l’aggravio ed ebbero giustizia; la sentenza favorevole è datata 20 marzo 1614 (35).”. Sempre il Tancredi (…), a p. 40, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Arch. di Stato di Napoli: “Gravamina pro Unitate huius Terrae Turracae contra Detium Palamolla primum Baronem ex ……….Cap. 38, f. 6: Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, ecc….Risposta: “Sub die duodecimo decembris millesimi sexcentesemi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus juxta solitum”, fol. 6 e 7. = Si gravano che il barone proibisce ecc…..”.

Tancredi

Nel 1614, la cappella di San Giovanni Battista eretta dal barone di Torraca Decio Palamolla, in un verbale di visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Felicei

Riguardo l’origine della cappella di San Giovanni Battista a Sapri, posso segnalare la notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani (…). Riguardo il “tempietto” che nel 1778 apparteneva al “clero di Torraca”, come, nel 1909 scriveva il Magaldi (…), Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 54, scriveva della chiesa di S. Giovanni Battista: “Ubicata nel versante occidentale del Porto, attualmente presso la stazione ferroviaria, all’inizio di via Kennedy, fu eretta nel primo ‘600 dal Barone Decio Palamolla, per la celebrazione della S. Messa ogni domenica con incarico affidato al clero di Torraca, che riceveva appositi sussidi (4). La manutenzione era diligentemente curata da parte del clero stesso, al quale corrispondevano le decime 72 persone di Sapri (5). Da pochi frammentari documenti del primo ‘700, come il libro della contabilità della chiesa parrocchiale di Torraca, dai primi di settembre del 1706 alla fine dell’agosto 1707, si rileva che il procuratore D. Gaetano Magaldi pagava 4 carlini all’anno al principalista Nicola Comes e 16 carlini a Biase Brando per il servizio prestato nella cappella (6)….Nel 1778 sorse una causa fra il Clero di Torraca e quello di Sapri: il cosiddetto ‘frigidum meum ac tuum’ (9). Il 5 agosto, nella Curia Vescovile di Policastro si compose la lite tra i due Procuratori, D. Carmine Magaldi di Torraca e D. Domenico Pellegrino di Sapri, ecc….Dalle relazioni vescovili appare che la Cappella era di antico patronato della famiglia Lancetta e a cura del clero torracchese (11). “. Il Tancredi (…), a p. 55, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A.D.P.: SS. Visite Pastorali U. Feliceo (5.3.1632). In quest’anno era parroco di Torraca D. Giovanni Antonio Brando.”. Il Tancredi (…), a p. 56, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Gaetani Rocco, op. cit., pag. 39-40 e nota (1), citante l’atto di giudizio del 1779.”. La cappella di San Giovanni esisteva da tempo a Sapri. Secondo alcuni documenti fu fatta eregere nel 1600 dal Barone di Torraca Decio Palamolla. Nel 1719, quando avvenne lo smembramento per l’edificazione della parrochia dell’Immacolata, l’antica e preesistente cappella di S. Giovanni si prestò per un breve tempo a sostituire la costruenda nuova chiesa “Matrice” dell’Immacola Concezione. Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289) riferendosi al documento del 4 agosto 1719 in cui egli descrive l’ordinazione del primo parroco di Sapri don Gennaro Eboli e descrive la vicenda dell’elevazione a parrocchia della Chiesa dell’Immacolata Concezione sorta in Piazza del Plebiscito, fa notare che la Chiesa di Torraca su ordine del Vescovo Mons. Andrea De Robertis, ecc…: “…..con istrumento erogato il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (2). Si ordinò che la Chiesa Madre fosse eretta nel luogo chiamato “L’Aria del Re”, sub invocatione SS. Conceptionis Virginis Mariae. La piccola popolazione ebbe assegnato alla cura l’Arciprete D. Gennaro Eboli con uffici e diritti propri, rispettando le ragioni del parroco e della Chiesa di Torraca, che permisero lo smembramento e concessero, fino a che non si edificasse la Matrice, il fonte battesimale, la custodia degli olii sacri, e il decente Tabernacolo nella cappella di S. Giovanni……Il popolo del porto di Sapri passò a far corpo a sè ed ebbe chiesa propria, parroco proprio, ma a piè pari il Vescovo fondatore ne saltò la determinazione dei confini: “parochiae certis finibus distinguendae” (Cond. Tride., Sess. 24, Cap. 13).”. Il Gaetani, a p. 289 di La Fede ecc…, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Archivio Bussentino, Bullarium, Fol. 17. Andres Archiepiscopus De Rubertis, Dei et Apostolicae sedis grazia Episcopus Policastren. Bero etiam Terrarum Turris Ursaiae, Castri Rogerii, Feudi Seleucii ecc…”. Dunque, secondo l’Atto rogato di fronte al notaio di Vibonati Gian Pietro Biscardo, la chiesa di Torraca “permise lo smembramento”, e che “fino a che non si edificasse la Matrice, il fonte battesimale, la custodia degli olii sacri, e il decente Tabernacolo nella cappella di S. Giovanni….”.

chiesa di S. Giovanni a Sapri

(Fig….) La chiesa di S. Giovanni in una vecchia cartolina

Oggi la chiesa non esiste più. A nulla valsero gli accorati appelli di un gruppo di cittadini al Vescovo Spinillo e al Sindaco di Sapri Vito D’Agostino. La prima cappella sacra di Sapri, forse la più antica, costruita un secolo prima della costruzione della chiesa dell’Immacolata Concezione in Piazza del Plebiscito fu abbattuta dalla protervia e dall’ignoranza per far posto ad un nuovo tempio più moderno. Nella foto che illustra la chiesa di S. Giovanni Battista a Sapri prima dei bombardamenti che il paese subì nel 1943, si possono vedere le due colonne d’epoca romana che costituiscono il portale laterale e, nella foto in basso la chiesa di S. Giovanni in occasione della sua recente e definitiva demolizione dopo secoli di vetustà.

chiesa di S. Giovanni

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri” e delle sue origini a pp. 42-43-44, riferendosi alla Cappella di San Giovanni Battista a Sapri, in proposito scriveva che: “Nè deve ignorarsi; ……dovuta al nostro barone Dezio Palamolla, ecc….; e che la cappella di S. Giovanni fu fatta costruire anche dal nostro barone, con sussidii, a fine di tenerla nelle domeniche aperta al culto, mantenutovi dal nostro Clero (1), a cui fino al 1719, i buoni sapresi pagarono le decime (2).”. Il Gaetani (….), parlando della cappella di San Giovanni Battista a Sapri, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio Felicei etc. Cappella S.ti Joannis: Haec Cappella constructa in maritma Portus Saprorum a D. Barone Turracae, tunc quando erat Dominus illius Feudi, celebratur ibidem singulis Dominicis diebus cun congrua elemosyna. Cappella est competenter ornata cum omnibus necessariis, nempe calice planeta ecc…”. Poi, sempre il Gaetani (….) a p. 44 nella sua nota (2) postillava il documento di seguito riportato dell’immagine della Fig….che, è intitolato: “(2) Decime di quest’anno finito ad Agosto 1719 Procuratore in detto Anno il Rev. D. Gaetano Magaldo, ecc…” :

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(Fig…) Decime versate dai Sapresi del Porto di Sapri nel 1719 – da Rocco Gaetani (…), op. cit., “Stato d’Anime” del Rev. D. Gaetano Magaldo

Per questo documento del 1719, il sacerdote Luigi Tancredi ne parla a p. 55 nella sua nota (7). Tancredi parlando di “San Giovanni Battista” a Sapri in proposito nella sua nota (7) a p. 55 postillava che: “A.D.P.: SS. Visit. Past. di A. De Robertis (anno 1714). D. Gaetano Magaldi paga dal servizio di S. Giovanni Biase Magaldi carlini 6 per la vigna delle Cannicelle. Nel 1719 il Procuratore D. Gaetano Magaldo riceve le decime del Porto di Sapri da Filippo Calderaro ecc..ecc…”. Come si può leggere nel documento dell’agosto del 1719, i cognomi delle famiglie di Sapri o “Portus Saprorum”. Si possono leggere i nomi di alcuni Eboli. Si leggono i nomi di Eboli: Giuseppe, Scipione, Biasi Antonio, Nicola, Francesco, Pietro. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 54, in proposito scriveva pure che: “Ubicata nel versante occidentale del Porto, attualmente presso la Stazione ferroviaria, all’inizio di via Kennedy, fu eretta nel primo ‘600 dal Barone Decio Palamolla, per la celebrazione della S. Messa ogni domenica con incarico affidato al clero di Torraca, che riceveva appositi sussidi (4). La manutenzione era diligentemente curata da parte del clero stesso, al quale corrispondevano le decime 72 persone di Sapri (5). Da pochi frammentari documenti del primo ‘700, come il libro della contabilità della chiesa parrocchiale di Torraca, dai primi di settembre 1706 alla fine dell’agosto 1707, si rileva che il procuratore D. Gaetano Magaldi pagava 4 carlini all’anno al principalista Nicola Comes e 16 carlini a Biase Brando per il servizio prestato nella cappella (6).”. Il Tancredi, a p. 54, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A.D.P.: SS. Vis. Past. di Urbano Feliceo (1632).“. Il Tancredi a p. 54 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Gaetani Rocco, op. cit., p. 43-44.”.

Nel 1600, PALAZZO GALLOTTI in via Nicodemo Giudice

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – affresco di stemma posto nell’androne dell’ingresso – foto Attanasio

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio

A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al civico 106, vi è un antico palazzotto che è da sempre appartenuto alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”.

Nel 1600, un torrino difensivo in via Cassandra – Palazzo Guzzo

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(Fig….) Torrino di difesa in vico Umberto I° a Sapri – proprietà Guzzo – foto Attanasio

Dal 1632 al 1658, Carlo di Palamolla, 2° Barone di Torraca e della Terra di Sapri

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “2° Carlo di Palamolla, 2° Barone, sposò donna Francesca Zito, nobile di Rossano”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Il secondo barone fu Carlo Palamolla, sposato con Francesca Zito, nobile di Rossano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Decio successe, infatti, nel 1632, Carlo Palamolla, che sposò Francesca Zito, nobildonna di Rossano. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1632 che Carlo Palamolla successe a Dezio o Decio Palamolla e diventò 2° barone di Torraca e di Sapri. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrique de Guzman leggiamo su wikipedia che quando a Filippo II succedette sul trono di Spagna il figlio Filippo III l’amministrazione del vicereame di Napoli era affidata a Enrique de Guzmán, conte di Olivares. Il regno di Spagna era al suo massimo splendore unendo la corona d’Aragona, i domini italiani, a quella di Castiglia e del Portogallo. A Napoli il governo spagnolo fu debolmente attivo nella sistemazione urbanistica della capitale: risalgono a de Guzman la costruzione della fontana del Nettuno, di un monumento a Carlo I d’Angiò e la sistemazione della viabilità. Enrique de Guzmán y Ribera (Madrid, 1540 – Madrid, 1607) fu il secondo conte di Olivares e viceré di Napoli dal 1595 al 1599, per due mandati. Il figlio, Gaspar de Guzmán y Pimentel, fu de facto primo ministro spagnolo dal 1621 al 1643.

Nel 2 dicembre 1635, la visita pastorale del vescovo di Policastro, Mons. Felicei o Feliceo

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nell’altro suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani), nel capitolo dedicato al “Porto di Sapri elevato a Parrocchia – Alcuni diritti di patronato”, parlando di alcune Cappelle ed edifici sacri a Sapri e, traendo la notizia dalla visita di Monsignor Felicei del 16 Dicembre 1635 (…), cita la Torre cavallara detta del “Bondormire” e, cita anche il suo torriere. Il documento (…), citato dal Gaetani (…) è tratto dal documento: “Visitatio Episcopi Felicei, datato 2 dic. 1635 (…), cioè il documento della visita episcopale del Vescovo Urbano Feliceo, che però il Laudisio (…), dice essere stato il 37° vescovo di Policastro, nominato Vescovo di Policastro nel 1630, è confermato dal Tancredi (…). Il Vescovo Feliceo, appena nominato Vescovo, visitò le parrocchie della sua Diocesi e riguardo Sapri. Il Gaetani (…), nell’altro suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani), nel capitolo dedicato al “Porto di Sapri elevato a Parrocchia – Alcuni diritti di patronato”, parlando di alcune Cappelle ed edifici sacri a Sapri, traendo la notizia dalla visita di Monsignor Felicei del 16 Dicembre 1629 (…), cita la Cappella di S. Maria di Porto Salvo, e a p. 43, scriveva in proposito che:

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(Fig…) Gaetani (….), p. 43 “Visitatio Episcopi Felicei”, del 2 dicembre 1635, documento tratto dal Gaetani (…)

Il Gaetani alla sua nota (2) scriveva: “Visitatio Episcopi Felicei 16 dicembre 1629. Santa Maria de Porto Salvo. Si trovano venti docati e mezzo in mano al Vescovo “quibus exactis ecc..ecc..”. Nella visita dello stesso , 2 Decembre 1635, “Visitavit Cappellam sub titulo S.to Mariae de Portu Salvo, quae cappella est fornicata ecc..ecc..”, il Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p….. (v. ristampa a cura della nipote Rossella Gaetani, 2015), nell’Appendice II, a p. 293, postillava che: “Traduzione da pag. 42”: Visita del Vescovo Felicei, 2 dicembre 1635: visitò la cappella dal titolo di S. Maria di Porto Salvo con soffitto ed archi e trovò in essa l’altare molto ben preparato con tutto il necessario per il sacrifio della Messa. Nella parete sopra l’altare è dipinta l’immagine della SS.ma Vergine e si celebra una sola Messa nei giorni festivi per devozione del Barone della Terra di Torracae del faudo di Sapri, D. Decio Palamolla. Nel detto luogo è necessarissima una detta cappella, perchè confluiscono genti nel detto porto, oltre quelle che già dimorano per la cura dei vigneti. Perciò pregò il Signor Barone che si facesse una assegnazione annua da parte di chi avrebbe buone intenzioni. Similmente il signor Barone assicura il b.m. Vescovo Santorio di aver dato 23 ducati all’ill.mo e Rev.mo D. Filippo Cavalieri, arcidiacono di Policastro per spendere questi 23 ducati per un’icona e per altre necessità di detta cappella; che non ancora erano stati spesi perchè detto arciprete è assente e che quando lui ritornerà, sarà fatto. Il barone sostenne Domenico Biondo di Maratea che vendesse la vigna nel feudo di Sapri al caporale Ferdinando Turriero della torre del Buondomire presso il porto (di Sapri) e ordinò, essendo debitore con lo stesso Ferdinando di venti ducati per i suoi della cappella che pretende invece dal Clero di Torraca, di preparare, al più presto, lo strumento di vendita “ad finem previdendi”.”. Sappiamo dunque, dalla visita pastorale del Vescovo Felicei a Torraca –  da cui dipendeva il “Porto di Sapri” (Portus Saprorum o Portus Torracae) – “Porto” o “Porto di Torraca” (territorio Saprese, Sapri, nei documenti dell’epoca era chiamato “Porto”), che, nel 1635, in occasione del vascovo Urbano Felicei, vescovo di Policastro, a Sapri.

Nel 1541 (secondo il Gaetani) o 1641 (secondo il Tancredi ?) fu compilato “l’apprezzo di Sapri” dal notaio Pietro Gaglierano (per il Gaetani) o Gallerano nella causa di limiti tra i Carafa, della contea di Policastro ed il subfeudo dei Palamolla di Torraca

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica che riportavo nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Il Gaetani, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (119).”. “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (120).”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (119) postillavo che: (119) Gaetani R., op. cit., p. 9. Il documento citato dal Gaetani si trova in: ‘Archivio di Stato di Napoli’, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernalda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: (120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Dunque, la notizia è interessantissima ed andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. La notizia, proveniva dal sacerdote Rocco Gaetani (…), che nel suo ‘Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio’, nel 1906, a pp. 9-10, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastronell’apprezzo di Sapri (1541fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, dopo aver parlato di Decio Palamolla, primo barone di Torraca in proposito scriveva che: “Non mancano riferimenti successivi all’agro saprese. In alcuni processi, circa i limiti tra la baronìa di Torraca e la contea di Policastro, per la causa vertente e dipendente dagli atti del Patrimonio del Duca di Bernalda in Banca (nel 1914 di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta), il signor Pietro Gaglierano nel 1641 fece l’apprezzamento di Sapri, specificando i confini dei due feudi, precisò che “a Policastro toccava Vibonati e Torraca, che sino al verde era territorio di Torraca e sino al mare terminato dal vallone di S. Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo di Fenosa da oriente (33)”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; e si tratta di alcuni documenti riguardanti i “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”Dunque, il Gaetani citava alcuni documenti e atti di causa che oggi (a. 1914) si trovavano conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli e sono quelli di “D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I”. Il Tancredi (….), a p. 39, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Arch. di Stato di Napoli: ‘Processi di causa vertente fra Palamolla e Carafa, fol. 161, vol. 1.”. Dunque, si trattava degli Atti di Causa vertente fra la casa dei Palamolla ed i Carafa conti di Policastro. L’unica stranezza della notizia sta nel fatto che il Gaetani dice essere atti del 1541 mentre il Tancredi giustamente pone la data del 1641. Credo abbia torto il Gaetani di anno 1541 perchè a quel tempo il feudo di Torraca non apparteneva ai Palamolla che il Decio acquistò solo nel 1598. Inoltre, sempre a proposito delle cause vertenti a quell’epoca, il sacerdote Rocco Gaetani (….), prosegue il suo racconto e a p. 10 scriveva che:  “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sempre sulla scorta del Gaetani (….) continuando il suo racconto citava altri documenti ed in proposito scriveva che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34).”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Oggi questi atti sono conservati nel “Fol. 217, P.O” all’Archivio di Stato di Napoli e riguardano gli “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del Sacro Collegio ad istanza di Don Francesco Palamolla”.  Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro. Questi Atti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Le cause pendenti e processi di limiti del territorio e dei possedimenti feudali intentate tra i Carafa e diversi feudatari dell’area oltre che quelle intentate contro la Curia vescovile furono diverse. Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541 (secondo il Gaetani ma 1641 secondo il Tancredi), il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541 (ma il Tancredi scrive anno 1641), il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla. Devo però precisare sulla data del 1541 che all’epoca i Palamolla ancora non detenevano Torraca e parte del territorio di Sapri essendo Decio Palamolla divenuto il primo barone di Torraca solo in seguito, ovvero nel 1599. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1641 allorquando Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamola era il 4° Barone di Torraca. Francesco presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Dunque, nel processo o causa intentata dai Palamolla di Torraca contro i feudatari di Policastro, i Carafa della Spina, per stabilire i limiti (confini) dei possedimenti appartenenti alle due casate, si deduce che il territorio di Vibonati doveva essere appannaggio dei Carafa e quello di Sapri doveva appartenere ai Palamolla di Torraca. Come ci fa sapere il Gaetani (….), che secondo “l’appezzo di Sapri” redatto nel 1541 dal notaio Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica.

Il territorio di Sapri fu “dismembrato” dalla contea di Policastro dei Carafa

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di  “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.

Parte del territorio di Sapri incluso negli antichi possedimenti dell’abbazia di S. Giovanni a Piro

Riguardo “l’apprezzo” di Sapri, ovvero il suo territorio e dipendenza, vorrei citare quanto ho letto scritto da Matteo Camera (….), che nel 1876, nel suo capitolo I: “Origine e fondazione di Amalfi ecc.”, del suo “Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, scritta sulla scorta di antichissimi manoscritti raccolti dall’autore, a pp. 4-5 parlando dell’antichissima città di Melphi o Molpa, in proposito scriveva che: “Malgrado il lungo andare dè secoli rimangono, rimangono colà tuttavia dei ruderi dove giaceva l’antica Melfe o Amalfi lucana. Il suo fabbricato stava alquanto discosto dal lido ed in mezzo ad una piccola valle. Abbiamo sott’occhio una vecchia ‘memoria’ forense di contenzioso possedimento territoriale, tra l’Abate di S. Giovanni ‘a Piro’, utile signore di essa terra, contro il conte e la contessa di Policastro, nell’anno 1513; in cui a pagina 113, negli articoli XVII, XVIII, XIX troviamo scritto: “come da tempo immemorabile dal vallone nominato Amalphi la vecchia, verso ponente insino alli scogli di Pretralua verso levante, il mare sempre ha battuto ed al presente batte il territorio della terra detta di san Giovanni, senza che tra il mare et territorio predetto se interponga alcun territorio in mezzo ecc…Item” :

Camera, su S. Giovanni , p. 5

In sostanza, lo storico Amalfitano Matteo Camera, scrivendo delle origini della città di Amalfi citava il testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….), il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700 a Roma. Il Di Luccia (….), nei suoi capitoli XVII-XVIII, XIX scriveva del territorio che apparteneva all’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro e diceva che questo territorio, che dipendeva da essa, si estendeva dall’antichissima città scomparsa di “Amalphi vecchia” fino al Canale di Mezzanotte, attuale confine con la Basilicata. Dunque, i possedimenti dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, secondo il Di Luccia (…), nell’antichità comprendevano anche la fascia costiera ed il territorio di Sapri. L’antica città di “Petralua” doveva essere l’antica città sepolta di Vibone lucana, attuale Vibonati. Infatti, a Villammare esiste la Torre Petrasia che sorge sull’omonima area. Interessante è ciò che scriveva il Di Luccia (…), a p…..:“come dal sopradetto vallone di Amalphi la vecchia, seu Marcellino, calando verso levante si viene alla marina della grotta del porco, e de là alle marine delle Massete, del Molaro, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario et insino alli scogli di Petralua, quale marine sono state, e sono marine della terra di S. Giovanni, e così sono nominate, e sono e si tieneno, trattano, e reputano comunemente e generalmente” ecc..(1).”. Il Di Luccia (….), riportato dal Camera (….), scriveva che l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva tutte le marine sulla fascia costiera compresa fra la vecchia Molpa, ossia una città scomparsa che ho individuato nella “Carta del Cilento“, una carta d’epoca aragonese fino agli scogli di “Petralua” (Villammare). Il Di Luccia (….), nel suo Trattato si basò sugli atti del processo del 1513 tra il Casale di San Giovanni a Piro ed i Carafa della Spina, Conti di Policastro. Io credo che però non è da escludere che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro abbia avuto dei possedimenti o delle dipendenze anche nel territorio di Sapri e di Torraca. Infatti, a Sapri vi erano le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, poste entrambe nel territorio Saprese. Io credo che diverse dipendendenze dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, dipendenze “extra moenia” siano state in seguito inglobate nei possedimenti alle dirette dipendenze dei Carafa degli Spina, Conti di Policastro e per questi motivi, nei primi del ‘500 sorsero conflitti e cause civili tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro.

di luccia, p. 113

Infatti, riguardo l’antica cappella del SS. Rosario a Sapri, posta appunto nel piccolo quartiere del “Rosario”, Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotato dei seguenti beni: un  capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (26)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”. Dunque, secondo l’antico documento diocesano presentato dal Tancredi, la cappella del SS. Rosario in via Cassndra a Sapri era stata dotata di un “castegneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati)”. Una piccola cappella fondata dal Barone Palamolla dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello.

I Carafa della Spina di Policastro e le loro indebite usurpazioni

Da Ferdinando Palazzo (…), che scrisse sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15):“…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dunque, è dal 1599, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile e con il Conte di Policastro, vi furono sempre continui conflitti legali. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”.

Nel 20 marzo 1614, la Sentenza della Causa tra alcuni Sapresi contro Decio Palamolla, Barone di Torraca e di Sapri

In seguito all’acquisto della Terra di Sapri da parte del Barone di Torraca Decio Palamolla che l’acquistò nel 1605, secondo il Celico (….) dai Conti Carafa di Policastro sorsero dei litigi tra i sapresi che tenevano terreni nell’agro di Sapri e che coltivavano a vigne e frutteti, ed il Barone Decio Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a p. 11, parlando delle origini di Sapri cita un interessante documento. Il Gaetani in proposito scriveva che: “La piccola colonia agricola dei Torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera di cose mangerecce e di altre cose mercanzie necessarie alla vita (1).”. Il barone (v. p. 12), vi esercitava una specie di monopolio coi campagnoli, marinai e passanti, possedendovi una ‘taverna’ e, volendo, pur non avendo il diritto di proibire, ‘jus prohibendi’, tutto per sè con l’altrui danno, vietò ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, riferendosi al Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri, Decio Palamolla, in proposito scriveva che: La colonia marittima torrachese, ecc….Il barone esercitava una specie di monopolio coi sapresi, possedendovi una ‘taverna’, e, volendo, tutto a suo vantaggio, pur non avendo il diritto di proibire (jus prohibendi) vietò ogni commercio e con esso la costruzione e l’apertura di altre osterie. Ecc..”. Scrive e aggiunge il Gaetani che: “I torracchesi, che non furono mai servi e vassalli, ma sempre liberi cittadini, si querelarono con la regia podestà dell’aggravio ed ebbero giustizia. “Si gravano che il barone proibisce essi supplicanti che non vendano robe commestibili al porto di Sapri, ma vuole che solo si venda nelle sue taverne e che possano esse supplicanti tenere le loro taverne aperte e vendere a voglia loro e a chi li piace.“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Giovan Giacomo Palamolla, nel  frontespizio di una sua opera in latino si disse ex Baronibus terrae Turracae et Portus Saprorum “. Il Gaetani (…) a p. 11 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gravamina pro Unitate Terrae Tuccacae contra Detium Palamolla primum Baronem ex praesentibus in S. R.C. proposita et decisa ac aliae Provisiones in beneficium ipsaemet unitatis expeditae, in praesenti libello, diligenter exaratae, noviterque in hoc anno Millesimo, septigentesimo octogesimo exscriptae ad posterum memoriam. Regnante Ferdinando IV utriusque Siciliae Hyerusalem Rege etc. Turracae Anno Domini 1780. Superiorum permissu et facultate.”. Sempre il Gaetani a p. 12 nella sua nota (1) postillava che:  “(1) Gravamina etc 38, fol. 6. Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi, ‘quod abstineat’. – Risposta: “Sub die duedecimo Decembris millesimi sexcentesimi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus iuxta solitum”. Fol. 7.”. Scrive sempre il Gaetani (…) a p. 12 che “la risposta favorevole è del 20 marzo 1614. Alla proibizione: verum quoad terram Saprorum non liceat civibus Turracae erigere tabernas,sivetuguria pro vendendis rebus commestilibus in Littore Maris (1). “Si gravano, come alcunicittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi…”. Scrive il Tancredi che: “I torrachesi, che erano stati sempre liberi cittadini e non servi e vassalli, mossero querela al Re di Napoli, per l’aggravio ed ebbero giustizia; la sentenza favorevole è datata 20 marzo 1614 (35).”. Sempre il Tancredi (…), a p. 40, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Arch. di Stato di Napoli: “Gravamina pro Unitate huius Terrae Turracae contra Detium Palamolla primum Baronem ex ……….Cap. 38, f. 6: Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, ecc….Risposta: “Sub die duodecimo decembris millesimi sexcentesemi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus juxta solitum”, fol. 6 e 7. = Si gravano che il barone proibisce ecc…..”.

Nel 1648, Torraca contava 117 fuochi che moltiplicato per 6 = 702 abitanti

Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1648 e 1669, Sapri non figura tra i centri censiti da Ottavio Beltrano

Sapri non rifigura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati da Ottavio Beltrano (…) nel suo ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, che sappiamo essere stato pubblicato a Napoli nel 1644, la sua prima edizione. In questo testo il Beltrano riporta la popolazione di alcuni centri del basso Cilento appartenenti al Principatro Citra o Citeriore del Regno di Napoli le cui numerazioni sono tratte dai dati di alcuni censimenti effettuati nel secolo XVII come ad esempio quelli del 1648 e poi l’altro del 1669. In questi due censimenti pare non figurasse Sapri o Terra Saprorum in quanto questo territorio all’epoca apparteneva ai Palamolla di Torraca e dunque rientrava nell’esile popolazione dell’Università di Torraca. Il Beltrano enumera i fuochi, le famiglie presenti nel Principato Citra da p. 147 e seguenti.

(Fig….) Beltrano Ottavio, op. cit., p….., sul Principato Citra nel Regno di Napoli

Nel 22 maggio 1656, un documento di Carlo Palamolla

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrico Guzma……

Nel 1669, Torraca contava 62 fuochi che moltiplicato per 6 = 372 abitanti

Dal Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1671, Sapri nel verbale della visita del Vescovo di Policastro De Silva

Dal documento diocesano sulla “Prima visitatio Episcopi de Silva datato 1671, apprendiamo che nel 1671 da poco era stata costruita nel feudo del Porto di Sapri, la Cappella di San Antonio di Padova al Timpone ove “vi si celebrava nei giorni festivi di precetto, salvo nelle domeniche nelle quali la messa si diceva nella Cappella di San Giovanni“. Anche la Cappella di San Giovanni, secondo il Gaetani, fu fatta costruire dal Barone Palamolla e con i sussidi dei buoni sapresi del Porto di Sapri, i quali dal 1714 pagarono le decime.

Nel 1658, Vespasiano Palamolla, 3° Barone di Torraca e della Terra di Sapri

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, 3° Barone, ebbe a moglie donna Lucrezia Salone, figlia del Barone di Castrocucco “. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: …..a lui successe Vespasiano, sposato a Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “Nel 1658, a due anni dalla terribile peste che, come tutti gli altri paesi del Cilento decimò anche qui la scarsa popolazione, subentrò nel dominio del feudo Vespasiano Palamolla, che ebbe per moglie donna Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1658 che Vespasiano Palamolla successe a Carlo Palamolla e diventò 3° barone di Torraca e di Sapri. Vespasiano Palamolla sposò donna Lucrezia Salone dei baroni di Castrocucco. Su donna Lucrezia Salone, baronessa di Castrocucco e figlia di del Barone di Castrocucco vi sono alcue notizie tratte dalla rete.  Lo storico, verso il 1890 Michele Lacava (….) chiese e ottenne da Bartolomeo Capasso, all’epoca direttore dell’archivio, un sunto di quei documenti per un suo libro; dai suoi appunti possiamo seguire, a grandi linee, la successiva storia del feudo. Lacava appuntò come «nel 1470 Re Ferrante investì Galiotto Pascale di Policastro del castello diruto e disabitato di Castrocucco in Provincia di Valle di Crati e Terra Giordana, cum eius arce juribus etc. Nel 1563 il detto castello fu venduto a Giulia De Rosa dall’incantatore del Sacro Regio Consiglio per esecuzione contro Antonio Varavalle. Nel 1573 lo stesso castello fu venduto a Giovan Cola de Giordano… Nel 1603 era possessore di Castrocucco, Fabio Giordano… Nel 1680 Domenica Giordano, Baronessa di Castrocucco, legittima moglie di D. Bonaventura Salone Caracciolo donò a D.a Francesca Greco sua figlia primogenita la Terra seu Castello di Castrocucco sito in Provincia di Basilicata» . Dunque, secondo i ‘Cedolaria’ e il Lacava, nel 1680 un Don Bonaventura Salone Caracciolo, Barone di Castrocucco, forse era il padre di donna Lucrezia Salone Caracciolo che era andata sposa a Vespasiano Palamolla. Intanto, nel 1664 la nobildonna Francesca Greco aveva sposato Antonio Labanchi, attraverso cui questa famiglia acquisì il titolo di barone di Castrocucco e che conserverà fino all’abolizione della feudalità.

Nel 1671, a Sapri, al Timpone, da poco era sorta la “cappella di S. Antonio di Padova”

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri” e delle sue origini a p. 36, in proposito scriveva che: “Nel 1671, da poco erasi costruita nel feudo del Porto di Sapri, la cappella di S. Antonio di Padova per devozione dei fedeli e per comodo dei circonvicini. Vi si celebrava nei giorni festivi di precetto, salvo nelle domeniche nelle quali la messa si diceva nella cappella di S. Giovanni (1).”. Il Gaetani (….), a p. 36, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Prima visitatio Episcopi de Sylva, 6 novembre 1671 – Cappella Sancti Antonio de Padua – “Nuper fuit constructa in eodem faudo Portus Saprorum ex fidelium devotione et ad ipsorum ibidem commemoratium commodum, ex eo quia in ea singulis diebus festivis de praecepto praeter Dominicas in quibus celebratur in altera Cappella Sancti Joannis. Onus missarum est 28. Pariter est competenter ornata cum calice”. Dunque, stando al verbale della visita episcopale del vescovo di policastro Mons. De Sylva il 6 novembre 1671, le messe di domenica, a Sapri venivano celebrate nella cappella di S. Giovanni che al momento dunque risulta ancora più antica di quella data. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”. Dunque, secondo l’antico documento (“Rivela del Parroco della Chiesa Parrocchiale di Sapri”), il Tancredi afferma che la cappella di SS. Rosario in via Cassandra a Sapri era amministrata dal reverendo canonico Domenico Cavalieri.

Nel 1600, nel Porto di Sapri, Scipione Eboli e Giovanna Rosa

Secondo il sacerdote Luigi Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 e morì nel 1805. Il Tancredi dice pure che Gennaro nacque dall’unione di Scipione Eboli coniugato con Giovanna Rosa. Scipione Eboli lo ritroviamo anche nel documento del 1719. Se il figlio Gennaro Eboli nacque nel 1692 è molto probabile che il matrimonio tra Scipione e Giovanna si ebbe o lo stesso anno (1692) o l’anno prima (1691). I matrimoni a Sapri vennero offciati dai sacerdoti della chiesa di Torraca di cui però non abbiamo i registri delle nascite. Presso l’Archivio di Stato di Salerno, i registri delle nascite per Torraca iniziano nel 1809. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nella sua “Sapri giovane e antica”, a pp. 72-73 parlando della chiesa parrocchiale di Sapri in proposito scriveva che: “La vita del primo parroco Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo ecc…”. Sempre il Tancredi a p. 75, nell’elenco dei Sacerdoti di Sapri elenca “D. Gennaro Eboli, 1692-1805”. Dunque secondo il Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 da Scipione Eboli e dall’unione di Giovanna Rosa.

I sacerdoti di Torraca D. Donato e D. Domenico Stoduti che esercitarono a Sapri

Sulle origini di Rocco Stoduti è interessante notare che a Sapri vi era un Arciprete chiamato Domenico Stoduti. Infatti, rileviamo dal sacerdote Luigi Tancredi (….), nella sua “Sapri giovane e antica”, a pp. 72-73 parlando della chiesa parrocchiale di Sapri in proposito scriveva che: “Si veniva, intanto formando un nuovo clero: nel 600 c’erano già 50 sacerdoti, appartenenti a famiglie distinte, come risulta da apposito elenco, che dettero vita e slancio operativo a Sapri, sotto la direzione pastorale di Don Francesco Magaldi, Don Daniele Mangia (54) Don Domenico Stoduti. Quest’ultimo è citato nel 1717. La vita del primo parroco Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo ecc…”. Dunque, secondo il Tancredi nel 1717 si citava un Don Domenico Stoduti forse un sacerdote proveniente dalla chiesa di Torraca. Sempre il Tancredi a pp. 73-74 parlando del “Clero di Torraca che ha operato a Sapri dal primo ‘600 al 1719” cita un “D. Donato Stoduti 1670-1727”; e anche un “D. Domenico Stoduti 1688-1733.”.

Nel 1692, nel Porto di Sapri nasce Gennaro Eboli

Nel 1695-96, la ‘Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal notaio Domenico Magliano

Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, parlando di Torraca, a pp. 151-152 ecc.. fa luce (…) su un antico documento manoscritto conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro e citato pure dal Di Luccia (….). Si tratta di un documento del 1695 (….): “La Platea dei beni e delle rendite dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1695 dal notaio Domenico Magliano. Questo documento è di estrema importanza anche per Sapri in quanto in esso vengono elencati i beni e le rendite di tutti i possedimenti che dipendevano dall’antica Abbazia italo-greca prima e poi benedettina di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Il Gaetani a pp. 153-154 riporta il passo della descrizione della detta cappella e del territorio o possedimenti in Torraca (ma io dico in territorio Saprese) che appartenevano alla Grancia di S. Fantino.

In questo libro dei conti e dele rendite si parla della Grancia di San Fantino a Torraca e ne descrive limiti e confini (nel territorio saprese) e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia. Pietro Ebner (…) parlando del cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, e diversi altri effetti, possiede la Terra di S. Gio: a Piro, quale è Baronia essendo copiosa d’anime, e di ottimo Clero con sua Giurisdizione, e perchè viene al presete occupata da Monsig. di Policastro, perciò ad effetto di far vedere la verità del fatto, ho determinato di fare una digressione nell’origine di detta Abbadia, e Terra, ecc…” .

di luccia, p. 3, sulle grangie

(Fig….) Di Luccia P.M., op. cit.,  p. 3

Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la grancia di San Nicola e la grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti  “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia o Feudo di Torraca, allora dei  Palamolla. Dunque, la grancia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (3) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e, di cui ivi pubblico alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese e di Torraca. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino‘, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Il documento illustrato nell’immagine di Fig…., si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag: Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”.

S. Fantino a Sapri

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca

Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università o Feudo che apparteneva ai Palamolla di Torraca. Dunque, la ‘platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal Notaio Domenico Magliano nel 1695-96, citata e trascritta in parte dal Gaetani (…), riguardo il possedimento di Torraca, diceva che quì (riferendosi al feudo di Torraca), vi era la “sottoscritta Badia di S. Fantino” fu venduta dal Ragioniere Zifao a Francesco Falci di Napoli per ‘ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi’, con Atto pubblico (Istrumento) del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, e aggiunge “al quale a me presentato. La ‘Platea’ continua e dice che Don Francesco Falce di Napoli, cedette la detta Badia di S. Fantino “alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce.”. Sempre nella “Platea”, leggiamo che: “Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, ecc..”. Dunque, in questo passo, la Platea dei beni redatta nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano, ci informa che a Torraca o nel suo feudo vi erano a quei tempi distintamente tre edifici: la Badia di S. Fantino, la Cappella di S. Fantino e la grancia di S. Fantino. Riguardo la grancia di S. Fantino, la platea dei beni e delle rendite (…), redatta dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96, dice che: “….et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”, ovvero dice che la Grancia di S. Fantino posta nel feudo di Torraca dipendeva dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro che era stata annessa (aggregata) alla Cappella del Presepe dalla Basilica di Santa Maria Maggiore con …… ……… ..Rev. Gilles D. Sorrentino ..Joanny da Pyro ……… … … .ecc D. Michele Brancaleone e F.sco TomasoMercadante”. Chi erano i due notabili Reverendo Egidio Sorrentino, Michele Brancaleone e Tomaso Mercadante ?.

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(Fig. 4) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Le notizie di alcuni possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese e le sue origini, di cui parleremo – sono molto più antiche del documento (…) del Notaio Domenico Magliano

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…)

Nel 1695-96, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in “Terra di Torraca” (campagne di Sapri)

La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”Il Gaetani (…), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (…) illustrato nell’immagine di Fig…. (pag. 153), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’, riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, scrive nella sua nota (1) postillando che: “(1) donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, ecc…”, trascrive il documento: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva questo possedimento nel 1689. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” come ci dice lo stesso Gaetani e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese. Possiamo aggiungere che la Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (…), riferendosi alla Commenda, così scriveva: “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”.

Nel 1689, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in ‘Terra di Torraca’ (territorio di Sapri ?)

La Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (4): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”. Il Gaetani (4), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (5) illustrato nell’immagine di Fig. 9 (pag…..), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’ riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, in proposito pubblicava la trascrizione del testo estratto di una o due pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese: “Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni.”. Dunque, il Gaetani (…), a pp. 152-153, scrive che sulla scorta del suo amico Canonico Domenico Menta, cita e si riferisce alla “Platea di Beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, del 1695-96”, redatta dla notaio Domenico Magliano, trascrivendone il testo di alcune pagine: “La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere d’ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti; li quattro cantoni, ed il frontespitio, et anco un arco sopra l’altare medesimente di pietre scarpellate, stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare; la detta Cappella era diuta senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. D. D. Michele Brandaleone alla f. m. di P. P. Innocenco XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vesc.vo di Policastro, et incaricato dal suddetto D. Michele, il quale n’ebbe cura, et con l’entrate di detta Cappella rifece le mura, la ricoverse, fece l’astraco Porte et Altare et di più di suo proprio, e per sua divotione ci fece intempiata, valtaltare, carta di gloria et candelieri.”, poi continua la trascrizione del testo che riguarda i confini della Grancia di S. Fantino: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva nel 1695-96. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” come ci dice lo stesso Gaetani (…) e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese.

Nel 1700, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli

Il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale.  Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari.  Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo. Sul Catasto Onciario ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); ivi, Catasti Onciari, Caselle in Pittari, vol. 4249. Il Catasto Onciario, detto ‘Liber unciarii’ e ‘Libro di tassa’, fu iniziato il 20 di settembre dai ‘Magnificis deputatis electis in publico colloquio pro confictione catasti’ e reso pubblico (pubblicatus in publica Plàtea) il 27 di ottobre del 1754. I Deputati furono due notai, Nicola Barbelli e Giuseppe Peluso, e due Reverendi, Don Carmine Greco e Don Paolo Orlando, coadiuvati da Giovanni Tancredi, Nicola Giudice e Nicola Torre. Quell’anno il ‘Sindaco’ era Antonio Fiscina, il Capoeletto Carlo Speranza, gli Eletti Pietro Torre, Gioacchino Stoduto e Giuseppe Croccia, in pratica gli amministratori (‘Magnifici de regime) del tempo.”

Nel 1706, la cappella del SS. Rosario di Sapri fu dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello

Riguardo l’antica cappella del SS. Rosario a Sapri, posta appunto nel piccolo quartiere del “Rosario”, Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 58 che scriveva in proposito: “Fu fondata da D. Francesco Antonio Magaldi di Torraca, Canonico Cantore della Cattedrale di Policastro, nel feudo di Sapri dei Palamolla, nel 1706 e fu dotato dei seguenti beni: un  capitale di 145 ducati, 4 vigneti in Sapri colla rendita di 200 ducati; un castagneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati); 40 vacche, colla rendita di 160 ducati; mezzo tomolo di terra pure in Sapri, colla rendita di 4 carlini. Il tutto assommava a 525 ducati (26)”. Il Tancredi riporta il documento diocesano (7) che descrive le rendite ed i beni assegnati a questa Cappella. Di questa antica Cappella di Sapri, ne parla il prelato Rocco Gaetani, nel suo libro su Torraca (1). Il Tancredi (…) a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(26) A.D.P.: Ufficio Amministrativo Diocesano: Sapri, Capp. S. Rosario 1706.”. Dunque, secondo l’antico documento diocesano presentato dal Tancredi, la cappella del SS. Rosario in via Cassndra a Sapri era stata dotata di un “castegneto al Castellaro di Capitello ed una chiusa al Pallarete, colla rendita di 10 carlini (= 20 ducati)”. Una piccola cappella fondata dal Barone Palamolla dotata di un castagneto al Castellaro di Capitello.

Nel 1700, Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito

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(Fig….) Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito – Portale marmoreo e particolare della serratura metallica – foto Attanasio

Nel 1710, Francesco Palamolla, 4° Barone di Torraca e della terra di Sapri

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, stando a quanto scrive il Guzzo, Francesco Palamolla diventa 4° barone di Torraca e della Terra di Sapri nel 1710 alla successione della morte di Vespasiano. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ecc…”. Chi era Francesco Palamolla, IV barone di Torraca ?. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, non dice nulla di Francesco Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, secondo il Gaetani (…), il IV° barone di Torraca, Francesco Palamolla nel 1641 era sposato con donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia. Nella storia di Torraca troviamo scritto che dopo Decio Palamolla troviamo “Decio Palamolla sposò Brianna Gaetani e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc.”. Duque, il IV barone, Francesco Palamolla successe al III barone di Torraca, Vespasiano Palamolla che ebbe a moglie donna Lucrezia Salone dei Baroni di Castrocucco. Dunque, Francesco Palamolla era figlio di donna Lucrezia Salone e di Vespasiano Palamolla. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Riguardo l’acquisto di Sapri, il Tancredi (…), sulla scorta del Gaetani a p. 39 precisava che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34). Ecc…“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”.

Nel 1710 (?), Francesco Palamolla intentò una causa contro i Carafa di Policastro

Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: (120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro.

Nel 9-10 maggio 1714, la visita pastorale a Torraca del Vescovo di Policastro, Mons. A. De Robertis

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Devo far notare in proposito che quando Ebner scriveva che nella visita a Sapri nel 1735 non vi è notizie di cappelle, forse è dovuto al fatto che le cappelle a Sapri esistevano ma appartenevano al clero di Torraca. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, parlando della chiesa dell’Immacolata concezione a Sapri, a p……, nella sua nota (41) postillava che: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il documento che contiene alcune interessanti notizie circa l’origine della Chiesa Madre di Sapri, la Chiesa dell’Immacolata concezione sono contenute in un verbale della visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, per l’anno 1714. Vediamo in dettaglio la notizia. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il verbale delle visite pastorali di Mons. De Robertis attesta che nel 1714, don Gennaro Eboli era chierico. Sul documento citato da Laudisio (….), fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…) ancor prima del Tancredi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Dunque, secondo il Gaetani (….), egli sapeva che nel 1714 Sapri segnava 345 persone. Inoltre il Gaetani (…), sulla base del documento conservato alla Curia Vescovile di Policastro dice che nel 1714 si presentò davanti al Vescovo Mons. Andrea De Robertis “l’accolito Gennaro Eboli del Porto di Sapri”.

Nel 1714, la cappella di S. Francesco di Paula in località Pietradama

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, nel suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di Policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”. Il Tancredi, a p. 92, nella sua nota (8) postillava che: “(8) La cappella non esiste più; sembra fosse ubicata nella località ove è soto l’albergo “Le Terrazze”. In effetti il Tancredi, riferendosi all’antica cappella di S. Francesco di Paula, dicendo della sua antica ubicazione indica la località Pietradama, più o meno dove subito dopo sorge il Seminario Fanuele lungo la strada che porta a Torraca. Come ho già scritto li vicino vi è un tratto dell’antica strada di S. Paolo che correva lungo la dorsale di S. Martino e arrivava fino a Vibonati e forse a Policastro. Attualmente all’interno del recinto dell’Hotel Terrazze, ormai chiuso e abbandonato, verso occidente e a confine con altra proprietà si vede una piccola cappella forse sconsacrata.

Nel 1714, a Sapri la cappella di S. Giovanni Battista

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 54, in proposito scriveva pure che: “La manutenzione era diligentemente curata da parte del clero stesso, al quale corrispondevano le decime 72 persone di Sapri (5). Da pochi frammentari documenti del primo ‘700, come il libro della contabilità della chiesa parrocchiale di Torraca, dai primi di settembre 1706 alla fine dell’agosto 1707, si rileva che il procuratore D. Gaetano Magaldi pagava 4 carlini all’anno al principalista Nicola Comes e 16 carlini a Biase Brando per il servizio prestato nella cappella (6).”. Il Tancredi a p. 54 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Gaetani Rocco, op. cit., p. 43-44.”. Il Tancredi a p. 54-55 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 34-35.“. Il Tancredi a p. 55 scriveva che: “Nel 1714, era affidata ancora alla cura del clero di Torraca con l’onere di otto messe settimanali. In tale anno si rileva la necessità di provvedere all’acquisto di carte-gloria, di sedie, croci e quadri, come alla tinteggiatura delle pareti. Fungeva da cappellano Don Biagio Giovanni Magaldi (7).“. Il Tancredi a p. 55 nella sua nota (7) postillava che: “(7) A.D.P.: SS. Vis. Pastor. Andrea De Robertis (anno 1714). D. Gaetano Magaldi paga dal servizio di S. Giovanni Biase Magaldi carlini 16 per la vigna delle Cannicelle.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di Policastro ecc…. Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, ecc….”.

Nel 9-10 maggio 1714, Sapri in uno “Stato d’anime” redatto dal parroco don Daniele Mangia

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Dunque, secondo il Gaetani (….), egli sapeva che nel 1714 Sapri segnava 345 persone. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 40, in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, parlando di Sapri e sulla scorta di Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “Da uno stato d’anime del 1714, riportato integralmente dal Parroco D. Daniele Mangia nelle visite Pastorali di Mons. De Robertis, conosciamo che in Sapri vivevano 345 persone, distinte in 65 famiglie, da un minimo di due ed un massimo di 12 membri ciascuna (39).”. Dunque, secondo l’antico documento del 1714: “lo stato d’Anime” citato dal Gaetani e poi dal Tancredi, a Sapri si contavano 13 membri in assoluto della famiglia Eboli. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 42-43-44-45-46-47 riporta integralmente e trascrive lo stato d’anime riportato dal parroco di Torraca don Daniele Mangia in occasione della visita pastorale di Mons. Andrea De Robertis nel 9 maggio 1714. Il Tancredi a p. 47 in proposito scriveva che: “E’ il primo dato anagrafico della popolazione di Sapri. Le cifre saliranno via via nel tempo, per l’operosità della nuova generazione. Questo nucleo originario comprendeva 68 famiglie, cioè case abitate o focolari domestici, tenendo conto delle tre case di Vibonatesi; solo 7 famiglie erano senza figli, due gruppi di persone vivevano per conto proprio, non coniugati. Le donne vedove, con relative famiglie, erano 8. I casati, distinti dai cognomi, erano 43, come già detto alla nota n. 13. Le origini, come appare chiaramente, erano di Torraca e di Vibonati; qualcuno, come i Maimone e gli Schettino, erano di Trecchina o di Maratea. Ecc..”. Sempre il Tancredi a p. 40, sulla scorta del Gaetani in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”. Riguardo questo antico documento del 1714, il primo secondo il Tancredi che riguardi la popolazione di Sapri, il Tancredi (…), a p. 41, nella sua nota (39) postillava che: “(39) A. D.P.: SS. Vis. Past. di A. De Robertis (9-10) maggio 1714): – Le famiglie denominate, coi rispettivi membri, erano, per casati e cognomi (ceppi genealogici) 32, e cioè: Cannella 2, Nicodemo 1, Calderaro 8, Eboli 6, Cavaliere 1, ecc….(Segue stato completo delle famiglie predette). Nella nota è aggiunto “oltre tre case che dicon esser dè Bonati, e ne pagano la decima”. Il numero dei membri, in asoluto, per famiglie, distinte in casati, è: Barra 8, Bello, 25, ecc…, Eboli 13, ecc…”. Poi a pp. 42-43 il Tancredi riporta uno specchietto con “Lo Stato d’anime di Sapri nel 1714”.

Nel 1719 o nel 1725, a Sapri, la costruzione e l’elevazione a parrocchia della Chiesa dell’Immacolata

Nel 4 agosto 1719, il rogito notarile firmato da mons Andrea De Robertis per la costruzione della Chiesa dell’Immacolata nell’“Aria del Re” oggi Piazza del Plebiscito a Sapri

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(Fig…) Chiesa dell’Immacola in piazza del Plebiscito a Sapri

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Riguardo la costruzione e l’elevazione a parrocchia della Chiesa dell’Immacolata concezione oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri, si hanno poche e frammentarie notizie. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Il 14 giugno 1765 mons. Pantuliano si recò a Sapri nella chiesa locale dove visitò il SS. , il fonte e l’olio. Altare maggiore della Concezione. Altare di S. Vito martire. Coro e libri corali. Corpo, campanile. Elenco dei beni patrimoniali. Dalla visita di mons. Giuseppe de Rosa si rileva che a Sapri vi erano 12 sacerdoti e 2 chierici. Dalla prima visita di mons. Laudisio risulta che vi erano 9 sacerdoti e 5 chierici. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Ebner non dava nessun riferimento bibliografico ma è indubbio che la notizia sulla chiesa di Sapri è stata tratta dal Laudisio (…). Infatti, Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 200 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “La chiesa del porto di Sapri – come si legge dal Volpe – fu eretta in Parrocchia nell’anno 1725, al tempo del Vescovo Andrea de Robertis (3). Nel 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne conteneva 1368 (4).”. Il Vassalluzzo a p. 200, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Volpe, op. cit., pag. 137.”. Il Vassalluzzo citava il Volpe, ovvero il testo di Giuseppe Volpe (…), Notizie storiche delle antiche città ecc…”, p. 137. Infatti, il sac. Giuseppe Volpe (…), parlando degli “Antichi porti del Cilento” a p. 137, in proposito scriveva che: “VIII. A 28 chilometri evvi l’ottavo ed ultimo porto, ecc….Questo porto….”. Il Vassaluzzo per la notizia della Parrocchia di Sapri o di “Portus e Terram Saprorum” citava anche il Laudisio (….), ovvero Nicola Maria Laudisio (….), vescovo di Policastro ed il suo ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831. Il Vassalluzzo a p. 200 nella sua nota (3) postillava pure che: “Laudisio M. Nicola, op. cit., p. 61.”. Infatti, il Laudisio (…) a p. 61 (si veda p. 88 dell’edizione di Galeazzo Visconti) in proposito scriveva che: “Nel 1725 aveva eretto in parrocchia la chiesa di Sapri (9).”. Il Visconti, nella sua edizione con note al Laudisio a p. 88 nella sua nota 89) postillava che: “(9) Da un documento conservato nell’archivio della Curia di Policastro risulta però che la chiesa di Sapri fu eretta nel 1719.”. Devo però precisare che riguardo alcune notizie che riguardano il vescovo di Policastro de Robertis è noto il periodo controverso che vi fu per il suo mandato episcopale nella Diocesi di Policastro a causa dei continui dissidi con il feudatario della Contea di Policastro, il Carafa. Stessa cosa il Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, parlando di Sapri, a p. 225 in proposito scriveva che: “Nell’anno 1719, per la seconda volta nella sua storia, Sapri fu eretta a parrocchia dal Vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis. Il suolo per la costruzione della cattedrale fu offerto dal Conte Carafa di Policastro.”. Riguardo la nota del Visconti (….), nella sua edizione con note al Laudisio a p. 88 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Da un documento conservato nell’archivio della Curia di Policastro risulta però che la chiesa di Sapri fu eretta nel 1719.”. Dunque, il vescovo di Policastro Mons. Nicola Maria Laudisio (…), secondo il Visconti (….) fa riferimento ad un documento conservato nell’Archivio della Curia di Policastro (Archivio Diocesano di Policastro) dove, perlatro, il Visconti scrive che da questo documento si evince che la chiesa dell’Immacolata di Sapri fu eretta nel 1719 e non nel 1725. Sul documento citato dal Laudisio (…), il sacerdote Luigi Tancredi (….) parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, parlando della chiesa dell’Immacolata concezione a Sapri, a p……, nella sua nota (41) postillava che: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il documento che contiene alcune interessanti notizie circa l’origine della Chiesa Madre di Sapri, la Chiesa dell’Immacolata concezione sono contenute in un verbale della visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, per l’anno 1714. Sul documento citato da Laudisio (….), fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…) ancor prima del Tancredi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); so che nel 1719 lo stesso Vescovo, con autorità ordinaria, eresse la parrocchia, ‘sub invocatione Sanctae Mariae Immaculatae Conceptionis’ , e creò Arciprete il sopradetto D. Gennaro Eboli, il quale nella prima visita pastorale presentò lo stato di anime ascendere a 508, ed un sacerdote, D. Francesco Mileo (2), e che nel 1761, le anime ascendevano a 1131, i preti a sette ed i chierici ad otto: ‘crescit eundo’. Ecc…”. Sempre il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Sempre il Gaetani a p. 41, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Visitatio Personalis Portus Saprorum (Fol. 128). “Visitavit personaliter R. D Januarium Eboli Archipres (r) Novae Parocchialis Ecclesiae sub invocatione San.tae Mariae Immacolatae Conceptionis Portus Saprorum authoritate ordinaria erecta etc: et de anno 1719 ab Ill.mo et Rev. D.no Archiepiscopo de Robertis Ep. Policastren, ut ex Bullis erectionis et provisionis prospective, legitime ecc…”. Questi i due documenti in questione citati dal Gaetani. Sempre il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289), in proposito scriveva che: “Dopo cinque anni (1° settembre 1719) il porto di Sapri contava 414 abitanti “ad numerum quatuor centum quatuordecim insimul cohabitantibus” che con umile preghiera domandarono al Vescovo di essere separati dalla Chiesa di S. Pietro Apostolo di Torraca, per le gravi difficoltà di lontananza e per i pericoli di vie disastrose, che impedivano ai fanciulli, ai mal fermi, ai vecchi di andare e compiere i doveri religiosi nella distante parrocchia. Furono ascoltati, trovate giuste le ragioni, si obbligarono al beneficio di dotazione, con decime, cera, denaro, oltre gli assegni, i proventi e le sovvenzioni di diritto, senza servitù di gius patronato, con istrumento erogato il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (2). Si ordinò che la Chiesa Madre fosse eretta nel luogo chiamato “L’Aria del Re”, sub invocatione SS. Conceptionis Virginis Mariae. La piccola popolazione ebbe assegnato alla cura l’Arciprete D. Gennaro Eboli con uffici e diritti propri, rispettando le ragioni del parroco e della Chiesa di Torraca, che permisero lo smembramento e concessero, fino a che non si edificasse la Matrice, il fonte battesimale, la custodia degli olii sacri, e il decente Tabernacolo nella cappella di S. Giovanni……Il popolo del porto di Sapri passò a far corpo a sè ed ebbe chiesa propria, parroco proprio, ma a piè pari il Vescovo fondatore ne saltò la determinazione dei confini: “parochiae certis finibus distinguendae” (Cond. Tride., Sess. 24, Cap. 13).”. Il Gaetani, a p. 289 di La Fede ecc…, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Archivio Bussentino, Bullarium, Fol. 17. Andres Archiepiscopus De Rubertis, Dei et Apostolicae sedis grazia Episcopus Policastren. Bero etiam Terrarum Turris Ursaiae, Castri Rogerii, Feudi Seleucii ecc…”. Con istrumento erogato, il 4 agosto 1719, dal notaio Gian Pietro Biscardo da Vibonati (9), il Vescovo di Policastro Andrea De Robertis ordinò che la Chiesa Madre, la Chiesa dell’Immacolata posta nell’attuale Piazza del Plebiscito, fosse eretta nel luogo chiamato ” l’Aria del Re” che era stato donato per l’occasione dal Conte di Policastro Ettore Carafa che espresse il desiderio che la nuova parrocchia fosse dedicata alla Vergine Immacolata. Al Carafa fu poi intitolata dalla cittadinanza una strada detta appunto Via del Conte. La chiesa di Sapri fu consegnata a Don Gennaro Eboli, primo parroco di Sapri e mio avo e, coadiuvato da Don Francesco Mileo. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 71, in proposito scriveva pure che: “Tutto venne eseguito con Bolla Vescovile del 1à settembre 1719 e con strumento rogato dal Notaio Gian Pietro Biscardo di Vibonati (49). Per la costruzione della chiesa parrocchiale , il sito, detto l”Aria del Re’, fu offerto dal Conte di Policastro, Ettore Carafa (50); la nuova chiesa fu dedicata alla Madonna “sub invocatione Mariae Immacolatae Conceptionis”: il primo Parroco fu Don Gennaro Eboli, coadiuvato da Don Francesco Mileo (51).”. Il Tancredi a p. 71, sempre sulla scorta del Gaetani, nella sua nota (49) postillava che: “(49) A.D.P. ‘Bullarium Archiepiscopi’ A. De Robertis: fol. 17. Bolla “Universis et singulis” 1° settembre 1719- Carteggio Sapri.”. Il Tancredi a p. 71, nella sua nota (50) postillava che: “(50) All’epoca, il Conte di Policastro dimorava a Napoli ed era membro della Congregazione dell’Immacolata; il vescovo aderì al suo desiderio che la nuova Parrocchia fosse dedicata all’Immacolata ecc…“. Sempre il Tancredi (…) a p. 71 scriveva che: “Don Gennaro Eboli era nativo di Sapri e si era già presentato al Vescovo, recatosi in Visita pastorale a Torraca il 9 maggio 1714, per essere ordinato suddiacono. Nella Pentecoste del 5 giugno 1729, il clero di Sapri aveva, oltre ai due sacerdoti nominati, anche un Diacono, Don Giovanni Battista Calderaro, e due chierici, Biagio La Corte e Antonio Mileo.”. Alcune notizie utili alla ricostruzione storiografica della Chiesa dell’Immacola Concezione di Sapri e di altre cappelle ivi esistenti possono essere desunte da alcuni documenti. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Di notevole segnaliamo il fascicolo riguardante gli ecclesiastici, ‘secolari cittadini’; da esso risultano i nomi di quattro sacerdoti: D. Antonio Mileo, di anni 33, D. Biagio Lacorte, di anni 28, D. Francesco Mileo, di anni 49, D. Gennaro Eboli, Arciprete di Sapri. Si rileva, inoltre, la denominazione di alcune località, come ‘Brizzi’, ‘Aria del Re’, ‘Tempone’, ‘la Cantina’, ‘il Rosario’, ‘la Difesa’, ‘Cassandra’, ‘il Giardinello’, ‘S. Giovanni’, ‘Ischitelli’, ‘Pali’…ecc….La prima ‘Rivela’ è prodotta da Antonio Lacorte, bracciale, fattore (e forse amministratore) dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro. Egli dichiara la consistenza numerica della propria famiglia, i beni mobili ed immobili, i pesi (le tasse), che è tenuto a pagare, e quanto altro concorre a formare i “beni” della famiglia stessa. E’ importante sapere che il Lacorte era certamente benestante ed era padre del Parroco D. Biagio Lacorte. Riportiamo, semplificando, l’elenco dei ‘familiari’: Antonio Lacorte, bracciale, fattore dell’entrade dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro, di anni 50; Moglie Laura Pasquale, di anni 48; Primo figlio il Sacerdote Biagio, di anni 28; Serafina, maritata, di anni 24; Macario, accasato, bracciale, abita meco, di anni 21; Giovanni Aloise, figlio malsano, di anni 17; Bartolomeo, figlio, custode di capre, di anni 13; Giovanna, figlia in capillis, di anni 11 (“in capillis”, s’intende nubile); Pietro Illò ecc….Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”.

Nel 1719, Don Gennaro Eboli, primo parroco della Parrocchia dell’Immacolata a Sapri

Sulle origini del prete, mio avo, Gennaro Eboli vi sono alcune notizie. La notizia di un chierico “accolito” Gennaro Eboli del Porto di Sapri è tratta da un documento diocesano che vedremo in seguito. Nel 1888, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, fa luce su un documento del 9 maggio 1714 citato dal vescovo di Policastro Mons. Laudisio (….) nella sua ‘Synopsi’. Il Gaetani (…), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Inoltre il Gaetani (…), sulla base del documento conservato alla Curia Vescovile di Policastro dice che nel 1714 si presentò davanti al Vescovo Mons. Andrea De Robertis “l’accolito Gennaro Eboli del Porto di Sapri”. Dunque, secondo il documento diocesano del 9 maggio 1714, redatto in occasione della visita pastorale a Sapri del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, a Sapri esisteva un chierico chiamato Gennaro Eboli. Secondo questo documento, il chierico di Sapri Gennaro Eboli si presentò al vescovo di Policastro “presentando le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato”: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (2), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, riferisce che il primo parroco della Parrocchia della Chiesa dell’Immacolata Concezione di Sapri è stato Don Gennaro Eboli. Il Tancredi, scriveva in proposito: “il primo parroco, D. Gennaro Eboli (41) ebbe vita lunghissima; le sue firme risultano dal 1719 al 1805; sembra incredibile. Possiamo immaginare con quale forza fisica e morale resse questa nuova parrocchia, sebbene piccola, ma di ben diversa dimensione, se nel 1790 contava 1500 anime”. Il Tancredi (2), trae queste notizie da un documento diocesano (3) e, nella sua nota 41 dice: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, riepilogando le informazioni forniteci dal Laudisio e dal Tancredi, Gennaro Eboli del Porto di Sapri era chierico nel 9 maggio 1714, inizia a firmare documenti come primo parroco di Sapri nel 1719, muore molto anziano nel 1805. Inoltre dal Tancredi sappiamo che Gennaro Eboli era figlio di Scipione Eboli e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello di nome Matteo Eboli. Nel documento che illustro nella Fig…., in seguito – le famiglie del Porto di Sapri che versarono le decime nell’agosto 1719 per la Madonna dei Cordici – tratto a p. 44 dal Gaetani (….), si legge un Giovanni Antonio Rosa. Forse il fratello della Giovanna Rosa, madre di Gennaro Eboli.  Come si può leggere nel documento dell’agosto del 1719, i cognomi delle famiglie di Sapri o “Portus Saprorum”. Si possono leggere i nomi di alcuni Eboli. Si leggono i nomi di Eboli: Giuseppe, Scipione, Biasi Antonio, Nicola, Francesco, Pietro. Dunque, secondo il documento del 9 maggio 1714, il chierico Gennaro Eboli del Porto di Sapri si presentò al Vescovo. Mi chiedo quanti anni poteva avere Gennaro Eboli ?, una ventina ? ciò potrebbe significare che in un improbabile registro delle anime egli sia nato intorno al 1694.Purtroppo per risalire alla nascita di Gennaro Eboli non è possibile consultare i registri delle nascite per gli anni antecedenti al XVIII secolo perchè essi non esistono. Possiamo vedere di individuare l’atto di morte. Sappiamo che don Gennaro Eboli morì molto vecchio. Purtroppo anche per il documento di morte del 1805 non si trova. Nell’Archivio di Stato di Salerno troviamo i registri dei “morti” per il Comune di “Torraca” dal 1809. Riguardo “Sapri” si trovano i registri dello “Stato della Restaurazione” dove troviamo i registri più antichi di Sapri ma i primi, i “nati” risalgono al 1822. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 40, in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, parlando di Sapri e sulla scorta di Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “Da uno stato d’anime del 1714, riportato integralmente dal Parroco D. Daniele Mangia nelle visite Pastorali di Mons. De Robertis, conosciamo che in Sapri vivevano 345 persone, distinte in 65 famiglie, da un minimo di due ed un massimo di 12 membri ciascuna (39).”. Il Tancredi (…), a p. 41, nella sua nota (39) postillava che: “(39) A.D.P.: SS. Vis. Past. di A. De Robertis (9-10) maggio 1714): – Le famiglie denominate, coi rispettivi membri, erano, per casati e cognomi (ceppi genealogici) 32, e cioè: Cannella 2, Nicodemo 1, Calderaro 8, Eboli 6, Cavaliere 1, ecc….(Segue stato completo delle famiglie predette). Nella nota è aggiunto “oltre tre case che dicon esser dè Bonati, e ne pagano la decima”. Il numero dei membri, in assoluto, per famiglie, distinte in casati, è: Barra 8, Bello, 25, ecc…, Eboli 13, ecc…”. Poi a pp. 42-43 il Tancredi riporta uno specchietto con “Lo Stato d’anime di Sapri nel 1714”. Sempre il Tancredi a p. 47, parlando della popolazione e delle famiglie sapresi nel 1714 a seguire, in proposito scriveva che: “Questo nucleo originario comprendeva 68 famiglie, cioè case abitate o focolari domestici, tenendo conto delle tre case di Vibonatesi; solo 7 famiglie erano senza figli, due gruppi di persone vivevano per conto proprio, non coniugati. Le donne vedove, con relative famiglie, erano 8. I casati, distinti dai cognomi, erano 43, come già detto alla nota n. 13. Le origini, come appare chiaramente, erano di Torraca e di Vibonati; qualcuno, come i Maimone e gli Schettino, erano di Trecchina o di Maratea. Ecc..”. Dunque, secondo l’antico documento del 1714: “lo stato d’Anime” citato dal Gaetani e poi dal Tancredi, a Sapri si contavano 13 membri in assoluto della famiglia Eboli. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 71, in proposito scriveva pure che: “Tutto venne eseguito con Bolla Vescovile del 1à settembre 1719 e con strumento rogato dal Notaio Gian Pietro Biscardo di Vibonati (49). ……il primo Parroco fu Don Gennaro Eboli, coadiuvato da Don Francesco Mileo (51).”. Sempre il Tancredi (…) a p. 71 scriveva che: “Don Gennaro Eboli era nativo di Sapri e si era già presentato al Vescovo, recatosi in Visita pastorale a Torraca il 9 maggio 1714, per essere ordinato suddiacono. Nella Pentecoste del 5 giugno 1729, il clero di Sapri aveva, oltre ai due sacerdoti nominati, anche un Diacono, Don Giovanni Battista Calderaro, e due chierici, Biagio La Corte e Antonio Mileo…..La vita del primo parroco di Sapri Don Gennaro Eboli, figlio di Scipione e di Giovanna Rosa, fu molto lunga, perchè si protrasse per oltre un secolo. Ebbe una fibra vigorosa e guidò il popolo, che era in continuo aumento: la popolazione, infatti, saliva da 414 a 1500 unità. Potette redigere di proprio pugno, con scrittura ampia, chiara e ferma tutti i documenti fino al 1805, anno di sua morte.“. Sempre il Tancredi a p. 74 nell’elencare i parroci di Sapri scriveva che: “D. Gennaro Eboli 1719-1805; D. Biagio Antonio La Corte 1806-1818; D. Giovanni Eboli 1819-1834; D. Antonio Eboli 1834-1835; D. Nicola Timpanelli 1836-1857; D. Pietro Timpanelli 1858-1914 ecc…”. Sempre il Tancredi a p. 75, parlando dei “Sacerdoti di Sapri” scriveva che: D. Gennaro Eboli 1692-1805; ecc…”. Dunque, secondo il Tancredi il primo parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli nacque nel 1692 e morì nel 1805.

Nel 1 settembre 1719, Sapri contava 414 abitanti

Riguardo la popolazione di Sapri nel 1719, ha scritto il sacerdote Rocco Gaetani (….) di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, pubblicato nel 1914, parlando delle origini di Sapri e dei Sapresi, a p. 11 (si veda l’altro a p. 289), in proposito scriveva che: “Dopo cinque anni (1° settembre 1719) il porto di Sapri contava 414 abitanti “ad numerum quatuor centum quatuordecim insimul cohabitantibus”ecc…”. Il Gaetani, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, parlando del “Porto di Sapri” e delle sue origini a pp. 42-43-44 e, riferendosi alla Cappella di San Giovanni Battista a Sapri, in proposito scriveva che: “Nè deve ignorarsi; ……dovuta al nostro barone Dezio Palamolla, ecc….; e che la cappella di S. Giovanni fu fatta costruire anche dal nostro barone, con sussidii, a fine di tenerla nelle domeniche aperta al culto, mantenutovi dal nostro Clero (1), a cui fino al 1719, i buoni sapresi pagarono le decime (2).”. Il Gaetani (….), parlando della cappella di San Giovanni Battista a Sapri, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio Felicei etc. Cappella S.ti Joannis: Haec Cappella constructa in maritma Portus Saprorum a D. Barone Turracae, tunc quando erat Dominus illius Feudi, celebratur ibidem singulis Dominicis diebus cun congrua elemosyna. Cappella est competenter ornata cum omnibus necessariis, nempe calice planeta ecc…”. Poi, sempre il Gaetani (….) a p. 44 nella sua nota (2) postillava il documento di seguito riportato dell’immagine della Fig….che, è intitolato: “(2) Decime di quest’anno finito ad Agosto 1719 Procuratore in detto Anno il Rev. D. Gaetano Magaldo, ecc…” :

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(Fig…) Decime versate dai Sapresi del Porto di Sapri nel 1719 – da Gaetani Rocco (…)

Per questo documento del 1719, il sacerdote Luigi Tancredi ne parla a p. 55 nella sua nota (7). Tancredi parlando di “San Giovanni Battista” a Sapri in proposito nella sua nota (7) a p. 55 postillava che: “A.D.P.: SS. Visit. Past. di A. De Robertis (anno 1714). D. Gaetano Magaldi paga dal servizio di S. Giovanni Biase Magaldi carlini 6 per la vigna delle Cannicelle. Nel 1719 il Procuratore D. Gaetano Magaldo riceve le decime del Porto di Sapri da Filippo Calderaro ecc..ecc…”. Come si può leggere nel documento dell’agosto del 1719, i cognomi delle famiglie di Sapri o “Portus Saprorum”. Si possono leggere i nomi di alcuni Eboli. Si leggono i nomi di Eboli: Giuseppe, Scipione, Biasi Antonio, Nicola, Francesco, Pietro. Riguardo questo documento e notizia del 1719, il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 55, nella sua nota (7) postillava che: “Nel 1719 il Procuratore D. Gaetano Magaldo riceve le decime del Porto di Sapri da Filippo Calderaro, ecc…Eboli ecc…”.

Nel 1720, Sapri eretto a Comune

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo testo “Sapri giovane e antica”, a pp. 86-87-88 in proposito scriveva che: “L’erezione a Comune del Villaggio di Sapri, distinto da quello di Torraca, avvenne quasi certamente nel 1720, quale Terra o Università. Lo si deduce dai primi sigilli municipali, rinvenuti tra i carteggi vescovili, precisamente nei documenti delle Sacre Ordinazioni dei chierici, relativamente alla compilazione del Sacro Patrimonio (3) ecc…”. Il Tancredi (…), a p. 86, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il sacro patrimonio consiste in un appannaggio che la famiglia, per legge ecclesiastica, deve assegnare ad un suo membro, che intendediventare sacerdote a servizio del popolo di Dio, in modo che egli possa esercitare il sacro ministero senza preoccupazione d’interessi terreni.”.

Nel 1720, Sapri (“Marina di Torraca”), eretto a Comune, apparteneva alla Contea di Policastro o alla Baronia di Torraca ?

Riguardo i Palamolla, baroni di Torraca ed il territorio di Sapri ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “….e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846. …….ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone di Torraca e marchese di Poppano fu don Francesco, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta, morto il 19 di febbraio del 1910 a Napoli. I titoli nobiliari della famiglia passarono poi per successione alla Famiglia Marigliano di Napoli, ereditati da Filippo, duca di Canzano e conte di Marigliano, figlio di Teresa Palamolla. Nicola, Moscati, nato a Napoli, fu il terzo marchese di Poppano, morendo celibe il 13 marzo del 1845, infine ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, terzo Barone, ebbe a moglie donna lucrezia Salone figlia del Barone di Castrocucco. 4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia; 5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc…. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Francesco Sacco (…) ed al suo “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli” che, a pp. 380 381 parlando di Sapri scriveva che: “Sapri, Terra della Provincia di Salerno, ed in Diocesi di Policastro, situata sopra un falso piano bagnata dal Mar Tirreno, d’aria buona e nella distanza di sessantaquattro miglia dalla Città di Salerno, che si appartiene in Feudo alla Famiglia Carafa, Conti di Policastro. Questa terra appellata anticamente ‘Sipron’ ecc….Le cose degne da notarsi in quest’antica terra sono una Parrocchia di mediocre struttura; ed un Porto considerabile per la sua grandezza, avendo due miglia di perimetro, e mezzo miglio di apertura. Questo porto per l’opportunità del luogo, e per non esservene altro da Messina sino a Castellammare dovrebbe ristaurarsi. Ecc…”. Pietro Ebner (9), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel 700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro.”. Dunque, secondo quanto scriveva Pietro Ebner, Gerardo Carafa della Spina, e Ippolita Carafa, ebbero come figlia Teresa che aveva sposato Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo di Calabria. Scrive sempre l’Ebner che Gerardo Carafa della Spina era il figlio primogenito delle seconde nozze di Gennaro Carafa, Principe di Roccella con ……..Il Principe Don Gerardo Carafa della Spina (* 6-11-1702 + 16-6-1764), Principe del S.R.I., 6° Duca di Forli e 10° Conte di Policastro dal 1728, Patrizio Napoletano, e amministratore del Ducato di Chiusa per conto della moglie; il 20-1-1725 ottenne che il titolo di Duca di Forli (feudo venduto) passasse sul casale di Ispani e che questo cambiasse il suo nome in Forli; fece una permuta l’11-8-1733 dei casali di Vibonati e Sapri con la famiglia Pignone. Dunque, il passaggio è interessante perchè vi è scritto che il conte di Policastro, Gerardo Carafa, l’11 agosto 1733 permutò con la famiglia Pignone i fondi di Vibonati e di Sapri. Dunque, secondo questa notizia, il conte di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, prima dell’11 agosto 1733 era proprietario dei casali di Vibonati e di Sapri. Per quanto riguarda il casale di Sapri, che appunto all’epoca risultava come dice l’Ebner (….), nel Catasto di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, doveva essere padrone di una parte del suo territorio.

Nel 1731, le Rivele e la numerazione dei fuochi, dati demografici conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli

Sul sistema delle Rivele ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: “ASN, Registro delle Rivele di Caselle, a. 1754, Fondo “Catasti Onciari”, n. 4247 (Con Dispaccio del 1731 Carlo VI stabilì che la numerazione dei fuochi fosse fatta col nuovo metodo delle ‘Rivele’ o ‘Notificazioni’. Ogni capofamiglia doveva denunciare agli ufficiali dell’Università il proprio nucleo familiare, la professione, il mestiere, i beni mobili e immobili. Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); etc…”.

Nell’11 agosto 1733, Gerardo Carafa della Spina, Conte di Policastro permutò con i Pignone i casali di Vibonati e di Sapri

Nel ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: il Principe Don Gerardo Carafa della Spina (* 6-11-1702 + 16-6-1764), Principe del S.R.I., 6° Duca di Forli e 10° Conte di Policastro dal 1728, Patrizio Napoletano, e amministratore del Ducato di Chiusa per conto della moglie; il 20-1-1725 ottenne che il titolo di Duca di Forli (feudo venduto) passasse sul casale di Ispani e che questo cambiasse il suo nome in Forli; fece una permuta l’11-8-1733 dei casali di Vibonati e Sapri con la famiglia Pignone. Dunque, il passaggio è interessante perchè vi è scritto che il conte di Policastro, Gerardo Carafa, l’11 agosto 1733 permutò con la famiglia Pignone i fondi di Vibonati e di Sapri. Dunque, secondo questa notizia, il conte di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, prima dell’11 agosto 1733 era proprietario dei casali di Vibonati e di Sapri. Per quanto riguarda il casale di Sapri, che appunto all’epoca risultava come dice l’Ebner (….), nel Catasto di Policastro, il Principe Gerardo Carafa della Spina, doveva essere padrone di una parte del suo territorio. Pietro Ebner (9), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel 700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro.”. Dunque, secondo quanto scriveva Pietro Ebner, Gerardo Carafa della Spina, e Ippolita Carafa, ebbero come figlia Teresa che aveva sposato Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo di Calabria. Scrive sempre l’Ebner che Gerardo Carafa della Spina era il figlio primogenito delle seconde nozze di Gennaro Carafa, Principe di Roccella con ……..

Nel 1739, a Sapri in località S. Martino vi erano beni e le dipendenze dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano passati poi alle dipendenze del Monastero certosino di S. Lorenzo di Padula

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica”, a p. 93 parlando di Sapri e dei documenti conservati nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli, per il 1742 ci parla di un altro interessante documento (“Rivela”) del 1739 ed in proposito scriveva che: “Nel medesimo Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, si trova la Rivela riguardante la Grancia di Policastro per i beni posseduti in Sapri. Riportiamo per estratto: “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro….rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. La citazione del Tancredi di una ‘Rivela’ dove si descrivono le proprietà della Grancia del Monastero di S. Francesco di Policastro è interessante perchè in esso vi è la prova che ancora nel 1739 vi erano a Sapri possedimenti di proprietà e dipendenza della “Grancia” o Monastero di S. Francesco di Policastro, Grancia del Monastero di S. Lorenzo di Padula. Sappiamo che il Monastero della Certosa di S. Lorenzo di Padula possedeva i beni dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e con questi beni passarono al Monastero di S. Lorenzo di Padula alcune “grancie” che appartenevano all’antico Monastero italo-greco di Rofrano. Il documento del 1731 citato dal Tancredi (….), conservato nei Catasti Onciari dell’Archivio di Stato di Napoli è firmato, è una dichiarazione del “grancero”, “Io Fr’ Placido M. a Cirino, Certusino Laico del Monistero di S. Lorenzo della Padula, Attual Granciero della Grancia di Policastro…”, che: “rivelo come fra li beni che essa Grancia possiede, tiene un territorio di capacità (ettari ?) cento incirca, sito nelle Pertinenze della Terra di Sapri, e perciò alli Deputati di detta Terra di Sapri fò la pres.te mia Rivela di detto territorio chiamato vulgarmente S.to Martino, quale l’anno 1739 con….fu detto Territorio tutto censuato a Censo emfiteutico per annui docatiSi ecc…”e che tale dichiarazione “come per Istrumento rogato con tutte le solite solennità, per mano di Not.ro Gio. Ant. Brandi…”. Dunque, secondo il documento rogato dal Notaio Giovanni Antonio Brandi di Vibonati, oggi conservato nel Volume n. 4342 dei Catasti Onciari, per l’anno 1742, ci parla dei bani posseduti nel 1739 a Santo Martino a Sapri posseduti dalla grancia di Policastro dipendente dal Monastero di S. Lorenzo di Padula. Il documento ci dice che questi beni e terreni siti a Santo Martino a Sapri erano stati affittati (a censo emfiteutico). Il “granciero” di Policastro, il Certusino laico del Monastero di S. Lorenzo di Padula, granciero della grancia di Policastro, frate Placido M. a Cirino, dichiarava i beni posseduti in Sapri dalla Grancia di Policastro. La Grancia di Policastro era il Monastero di S. Francesco d’Assisi, grancia del Monastero Certosino di S. Lorenzo di Padula al quale erano passati tutti i beni dell’antico Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, in seguito di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, poi in seguito passata all’Arcamone per vendita e poi in sguito ancora passati al monastero di Padula. Nel 26 ottobre 1728, la Certosa di S. Lorenzo a Padula acquistò Montesano e il monastero basiliano di S. Pietro al Tomusso dall’Abbazia italo-greca di Grottaferrata a Grottaferrata, un tempo Grancia del monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. E’ con l’acquisto del Monastero di S. Pietro al Tumusso che la Certosa di Padula diviene proprietaria di tutti i beni che un tempo appartenevano ai due Monasteri di Rofrano e di S. Giovanni a Piro. Infatti, il frate certosino del monastero di Policastro di cui parla il documento dipendeva dalla Certosa di Padula. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 339 parlando di Policastro in proposito scriveva che: “A Policastro, oltre quella di S. Giovanni a Piro, vi era una grancia di S. Lorenzo di Padula (55).”. Ebner a p. 339, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Sacco cit., I, p. 97, col. 2.”. Ebner si riferiva al testo di Antonio Sacco (…) ed il suo ‘La Certosa di Padula disegnata, descritta e narrata su documenti inediti, con speciale riguardo alla topografia, alla storia e all’arte della contrada’. Il documento citato dal Tancredi è interessantissimo anche per Sapri e per il suo territorio perchè è la testimonianza che molti beni presenti nel territorio saprese non appartenevano alla Baronia dei Carafa o dei Palamolla ma erano dipendenze dell’antichissimo Monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano. Da Domenico Martire (….), però leggiamo che a Sapri vi era una grancia detta di “13. S. Nicola a Sapri”. Inoltre riguardo Policastro il Martire (….), riporta “12. S. Benedetto a Policastro” e non riporta il Monastero di S. Francesco. Dunque, il granciero che faceva la dichiarazione al Catasto nel 1731 a quale grancia o monastero dipendeva ? Di sicuro era un Monastero di Policastro e di sicuro gestiva un Monastero grancia o dipendenza di S. Lorenzo di Padula. Domenico Martire (…) nel 1877, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè: …….1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo nel territorio di Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, il Martire (….), oltre ad elencare per Policastro, la “grancia” di “6. S. Matteo nel territorio di Policastro”, che era una grancia dell’antico monastero di S. Maria di Rofrano, elenca pure alcune grancie o dipendenze dell’antico Monastero di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro che pure era grancia di S. Maria di Rofrano. Il Martire (….) a p. 151 elenca “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepe di Roma:”, e quindi elenca “13. S. Nicola a Sapri” e pure “12. S. Benedetto a Policastro”. Il Martire aggiunge anche “14. S. Fantino alla Torraca”. Dunque, secondo il Martire (…) che scriveva anche sulla scorta del Di Luccia (….), a Sapri vi erano due grangie, quella di S. Nicola e quella di S. Fantino, entrambi grangie del monastero di S. Giovanni a Piro che a sua volta era una grangia del monastero di S. Maria di Rofrano. A Sapri, l’antica località di S. Martino è localizzata al di sopra della località “Fortino” e si estende fino alla località “Pietradame“. Vi passa pure l’antica via interpoderale S. Paolo che arrivava pare fino a Policastro. Come forse voleva e si riferiva il Corcia (13) nel 1874 e, poi anche Gallotti (6), sull’area adiacente e a ridosso del Seminario ‘Fanuele’, da cui si può vedere Sapri, e delle colline degradanti della contrada ‘S. Martino’, sopra Sapri, insiste una grande necropoli antichissima. Alla luce di queste considerazioni andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità che, forse timorosi di non potere attuare le loro politiche clientelari, hanno preferito girarsi dall’altra parte. Non si capisce per quale motivo le residenze dei Carabinieri di Sapri, fossero state costruite in località S. Martino, in un area scarsamente urbanizzata e distante dal locale centro abitato. Le evidenze e le notizie delle non scarse testimonianze archeologiche in quell’area, fanno ritenere ad un piano criminoso tendente ad occultare invece che valorizzare. Lo studioso locale, Josè Magaldi (5), nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione delle opere e lavori che portavano a compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni’. Il Magaldi (6), riprendendo alcuni passi del Gallotti (6), disserta fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri ed in proposito alla città d’Avenia di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare, scriveva:  La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani”. Il Magaldi, poi prosegue il racconto scrivendo: “Un viottolo vicinale attraversava quella zona e metteva in comunicazione Sapri  con i paesi circonvicini ed occidentali tra i quali il più importante tra i quali Vibonati colonia dell’antica Vibone dell’Antonini.“.

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(Fig….) via S. Paolo nelle campagne di Sapri

Nel 1741, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli

Da Wikipedia leggiamo che il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale.  Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari.  Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo. Sul Catasto Onciario ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); ivi, Catasti Onciari, Caselle in Pittari, vol. 4249. Il Catasto Onciario, detto ‘Liber unciarii’ e ‘Libro di tassa’, fu iniziato il 20 di settembre dai ‘Magnificis deputatis electis in publico colloquio pro confictione catasti’ e reso pubblico (pubblicatus in publica Plàtea) il 27 di ottobre del 1754. I Deputati furono due notai, Nicola Barbelli e Giuseppe Peluso, e due Reverendi, Don Carmine Greco e Don Paolo Orlando, coadiuvati da Giovanni Tancredi, Nicola Giudice e Nicola Torre. Quell’anno il ‘Sindaco’ era Antonio Fiscina, il Capoeletto Carlo Speranza, gli Eletti Pietro Torre, Gioacchino Stoduto e Giuseppe Croccia, in pratica gli amministratori (‘Magnifici de regime) del tempo.”

Nel 1742, Sapri possidenti in alcuni documenti (“Rivele”) conservate nel Catasto Onciario conservato nell’Archivio di Stato di Napoli

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a pp. 90-91, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Riteniamo opportuno dare qualche notizia circa i possedimenti nell’anno 1742, come risultano dai Catasti Onciari, volume 4342, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Si tratta delle dichiarazioni catastali o fiscali, rilasciate dagli abitanti della Terra di Sapri. Le così dette ‘Rivele’ sono, appunto, le dichiarazioni fatte dai proprietari circa i redditi e le tasse che versavano all’erario. Il Vol. 4342, oltre alle ‘Rivele’ degli abitanti del posto, contiene anche quelle delle contrade limitrofe (Bonati, Rivello, Lagonegro), dei Sacerdoti di Maratea, della Grancia di policastro ecc…. Di notevole segnaliamo il fascicolo riguardante gli ecclesiastici, ‘secolari cittadini’; da esso risultano i nomi di quattro sacerdoti: D. Antonio Mileo, di anni 33, D. Biagio Lacorte, di anni 28, D. Francesco Mileo, di anni 49, D. Gennaro Eboli, Arciprete di Sapri. Si rileva, inoltre, la denominazione di alcune località, come ‘Brizzi’, ‘Aria del Re’, ‘Tempone’, ‘la Cantina’, ‘il Rosario’, ‘la Difesa’, ‘Cassandra’, ‘il Giardinello’, ‘S. Giovanni’, ‘Ischitelli’, ‘Pali’…ecc….La prima ‘Rivela’ è prodotta da Antonio Lacorte, bracciale, fattore (e forse amministratore) dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro. Egli dichiara la consistenza numerica della propria famiglia, i beni mobili ed immobili, i pesi (le tasse), che è tenuto a pagare, e quanto altro concorre a formare i “beni” della famiglia stessa. E’ importante sapere che il Lacorte era certamente benestante ed era padre del Parroco D. Biagio Lacorte. Riportiamo, semplificando, l’elenco dei ‘familiari’: Antonio Lacorte, bracciale, fattore dell’entrade dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro, di anni 50; Moglie Laura Pasquale, di anni 48; Primo figlio il Sacerdote Biagio, di anni 28; Serafina, maritata, di anni 24; Macario, accasato, bracciale, abita meco, di anni 21; Giovanni Aloise, figlio malsano, di anni 17; Bartolomeo, figlio, custode di capre, di anni 13; Giovanna, figlia in capillis, di anni 11 (“in capillis”, s’intende nubile); Pietro Illò ecc….Le ‘Rivele’ iniziano con una frase che si ripete ecc…Di notevole importanza è il fascicolo riguardante la Rivela del Parroco, sotto il titolo “Chiesa Parrocchiale di Sapri”, si legge: “Rivelo io D. Biagio Lacorte, Procuratore di questo Reverendo Clero di questa Parrocchial Chiesa sotto il titolo della SS.ma Concezione della Beata Vergine, come detta Chiesa non possiede Beni stabili per essere stata eretta da quindici anni in circa, cosa che ancora non è completa di fabbrica, anzi scarsissima di utensili, solamente possiede…..In detta Rivela si parla, tra l’altro di Messe da celebrare per la somma di un carlino di elemosina per ogni Messa, come si evince dall’istrumento rogato dal Notar Giovanni Pietro Ricciardo della Terra di Bonati nell’anno 1719. E’ specificato il numero delle Messe (470) per li sopra donatori della Chiesa. Si parla anche delle quantità di grano che si paga alla Rev.ma Mensa Vescovile di Policastro. Questa è l’ultima annotatazione della Rivela riguardante i beni della Chiesa Parrocchiale non ha altri Altari, se non che il solo Altare maggiore, ancora non perfezionato. Vi sono, bensì, in questo tenimento di Sapri la cappella di San Giovanni, amministrata dal Reverendo Clero di Torraca, v’è altresì la cappella del SS. Rosario, amministrata dal Reverendo Canonico Domenico Cavalieri, la cappella di S. Antonio di Padova, anche anmministrata dal Rev.do Clero di Torraca, per essere fondata da benefattori prima dell’erezione di questa Chiesa Parrocchiale, ed altra cappella di S. Giovanni Battista (8) amministrata dalli Revv. di PP. di S. Francesco di Paula del convento di Bonati, per le rendite dei quali mi rimetto alla Rivela dell’Amministratore di essa….”.

Nel 1742, Sapri nella “Rivela” di Antonio La Corte, fattore del Conte di Policastro Girardo Carafa della Spina

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano il Conte di Policastro, si può vedere come nel 1742 (il documento è conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli – Catasto Onciario) risultava sotto il dominio del Conte Gerardo Carafa di Policastro tutta la fascia costiera “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata. Nel Libro d’oro della nobiltà napoletana, alla voce Carafa troviamo: H4. Principe Don Gerardo Carafa della Spina (* 6-11-1702 + 16-6-1764), Principe del S.R.I., 6° Duca di Forli e 10° Conte di Policastro dal 1728, Patrizio Napoletano, e amministratore del Ducato di Chiusa per conto della moglie; il 20-1-1725 ottenne che il titolo di Duca di Forli (feudo venduto) passasse sul casale di Ispani e che questo cambiasse il suo nome in Forli; fece una permuta l’11-8-1733 dei casali di Vibonati e Sapri con la famiglia Pignone. Dunque, il passaggio è interessante perchè vi è scritto che il conte di Policastro, Gerardo Carafa, l’11 agosto 1733 permutò con la famiglia Pignone i fondi di Vibonati e di Sapri. Sempre il Tancredi (….), proseguendo il suo racconto ci presenta un altro accertamento del Catasto Onciario del 1742 ed in proposito scriveva che:  “Alla precedente Rivela segue dichiarazione a parte, quasi un accertamento compiuto su quanto dichiarato dal detto Antonio Lacorte: “Facciamo piena, ecc…” :

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(Fig….) Tancredi Luigi (…) – Rivela di Antonio La Corte, segretario del Conte Carafa  

Nel 1745, Sapri era abitata da 500 persone

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania‘, del 1745, nella sua prima versione curata da Guglielmo Goesio (…), così descrive Sapri: “nelle campagne intorno al Porto e Marina di Vibonati (che sono deliziosissime) abitano sparsamente da 500 persone, che le coltivano assai bene, specialmente per le viti e fichi e olivi,oltre di quei che sono addetti alla pesca, che vi è abbondantissima e di squisito sapore.” (….). Il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua ‘Lucania’, così descrive le preesistenze che vide in località Santa Croce a Sapri, tra cui le ‘Pilae’, in proposito a p….. scriveva che:  “Il porto, ch’è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca è di circa mezzo miglio, guardando per dritto a mezzo giorno; quindi è, che spirando quei venti, i legni non sono sicuri nel porto. Avevano a questo difetto rimediato gli antichi (che ben il conobbero) col fare un gran riparo di scogli all’imboccatura di esso, che ricevendo di fronte gli urti delle tempestose onde, faceva, che al di dentro tutto stasse in calma: di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 40, sulla scorta del Gaetani in proposito aggiungeva che: “La popolazione di Sapri s’incrementò rapidamente nell’arco di due secoli, tanto da superare i 7.000 abitanti. Infatti, dallo stato d’anime, il nucleo saprese documentava 345 unità nel 1714 e 414 nel 1719 (36). Quindi saliva a 508 nel 1726, a 1046 nel 1757 e a 1131 nel 1761 (37)”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (36) postillava che: “(36) Gaetani Rocco, o.p., p. 41.”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (37) postillava che: “(37) A.D.P.: SS. Visite Pastorali di A. De Robertis (Vis. Portus Saprorum)(ann. 1726) e di G.B. Minucci (ann. 1757 e 1761).”.

Nel 31 maggio 1746, Giovanni Antonio Brando vendeva la Cappella di S. Vito

Forse vi è una relazione con la recente pubblicazione fatta dall’amico Domenico Smaldone, che ha pubblicato alcuni documenti che attestano la vendita di un’altra cappella, la Cappella di S. Vito che il barone Giovanni Antonio Brando di Torraca vendeva il 31 maggio 1746. Chi era il barone Giovanni Antonio di Torraca ?. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “Nel 1658, a due anni dalla terribile peste che, come tutti gli altri paesi del Cilento decimò anche qui la scarsa popolazione, subentrò nel dominio del feudo Vespasiano Palamolla, che ebbe per moglie donna Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, terzo Barone, ebbe a moglie donna Lucrezia Salone figlia del Barone di Castrocucco. 4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia; 5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc..”.

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Nel 1747, il Troyli ci parla del porto di Sapri

Nel 1747 il Troyli (…), nel suo “Istoria generale del Reame di Napoli”, vol. I a p. 59 ci descrive il porto di Sapri

(Fig….) Troyli (…), op. cit., vol. I, p. 59

Nel 1764, parte del territorio di Sapri apparteneva a Teresa Carafa della Spina, Contessa di Policastro

Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (2). Pietro Ebner (9), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 592, “La famiglia Carafa posedeva ancora la contea nel ‘700 il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, Forli con titolo di duca (il titolo era stato trasferito su Ispani con diritto al villaggio di denominarsi Forli), Libonati (Vibonati), Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni delle terre di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il congiunto Gennaro Carafa, Principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Costui aveva avuto discendenza maschile da Silvia, per cui il primogenito Vincenzo divenne erede dei feudi della Roccella e il primogenito delle seconde nozze, Gerardo, ebbe titoli e feudi di Policastro.”. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, leggiamo che: I5. Principessa Donna Teresa Carafa della Spina (* Napoli 17-4-1731 + 17-3-1804), Principessa del S.R.I., 7° Duchessa di Forli, 11° Contessa di Policastro e Duchessa di Chiusa dal 1764 con i feudi di Sapri, Vibonati e Ispani (Forli). = 3-7-1747 Principe Don Gennaro I Carafa Cantelmo Stuart 7° Principe della Roccella.

Nel 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa e di Ippolita Carafa, conti di Policastro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 742 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: Poi il feudo passò alla famiglia Carafa che lo possedeva ancora nel ‘700. Il 3 ottobre 1770, Teresa Carafa, figlia di Gerardo Carafa (v. a Policastro) e della congiunta Ippolita Carafa, quale unica erede ebbe l’intestazione di Policastro, con titolo di conte, Fòrli con titolo di duca (il titolo venne trasferito su Ispani, università autorizzata a denominarsi Fòrli), Libonati, Sapri e Santa Maricina o Santa Marina, insieme con i casali di S. Cristoforo e di Capitello. In seguito Teresa Carafa ebbe intestate anche le giurisdizioni di Bosco, S. Giovanni a Piro e Torre Orsaia. Teresa aveva sposato il parente Gennaro Carafa, principe di Roccella e vedovo di Silvia Ruffo. Da costei il principe aveva avuto dei maschi, tra cui il primogenito Vincenzo al quale tocarono i feudi della Roccella. Da Teresa Carafa il principe aveva avuto altri maschi, tra cui il primogenito Gerardo che ebbe titolo e feudi di Policastro. A Gerardo seguì Francesco e poi il figlio Nicola e due femmine, Maddalena e Maria Teresa. Nicola, che con decreto ministeriale del 1831 aveva ottenuto il riconoscimento di tutti i titoli e predicati, morì senza eredi. I titoli e i feudi di Policastro (v.), Fòrli (cioè Ispani), Sapri, Vibonati e Pardinola con R. Assenso del 1897 passarono a Maria Severina Longo, figlia di Maddalena Carafa e perciò marchesa di Gagliati e di San Guiliano.”. Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, sulla scorta dell’Alfano (…) parlando di Sapri, a p. 197, in proposito scriveva che: Vibonati….Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche. Molti hanno voluto vedere qui il golfo di Vibona, di cui parla Cicerone nella sesta epistola ad Attico.”.

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(Fig….) Diploma di Teresa Casafa, Contessa di Policastro, Duchessa di Forli (Ispani), Principessa della Roccella – propr. eredi Gallotti – foto Attanasio

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(Fig….)

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Francesco Sacco (…) ed al suo “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli” che, a pp. 380 381 parlando di Sapri scriveva che: “Sapri, Terra della Provincia di Salerno, ed in Diocesi di Policastro, situata sopra un falso piano bagnata dal Mar Tirreno, d’aria buona e nella distanza di sessantaquattro miglia dalla Città di Salerno, che si appartiene in Feudo alla Famiglia Carafa, Conte di Policastro. Questa terra appellata anticamente ‘Sipron’ ecc….Le cose degne da notarsi in quest’antica terra sono una Parrocchia di mediocre struttura; ed un Porto considerabile per la sua grandezza, avendo due miglia di perimetro, e mezzo miglio di apertura. Questo porto per l’opportunità del luogo, e per non esservene altro da Messina sino a Castellammare dovrebbe ristaurarsi. Ecc…”.

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Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca:

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Lorenzo Giustiniani (….), scriveva che Torraca: “Fu posseduta dalla famiglia ‘Gambacorta’, ed in oggi dalla ‘Palamolla’ con titolo di ‘baronia‘. Interessante a questo proposito è il documento pubblicato dal Tancredi (….), una “Rivela” ovvero la dichiarazione dei beni privati posseduti dai genitori di un prete che doveva lasciare tutto alla Chiesa. Il documento è interessante perchè rivela: La prima ‘Rivela’ è prodotta da Antonio Lacorte, bracciale, fattore (e forse amministratore) dell’Ecc.mo Sig.r Conte di Policastro. Egli dichiara la consistenza numerica della propria famiglia, i beni mobili ed immobili, i pesi (le tasse), che è tenuto a pagare, e quanto altro concorre a formare i “beni” della famiglia stessa.”. Si tratta della dichiarazione o “Rivela” che fa nel 1742 Antonio Lacorte o La Corte, padre del futuro Parroco di Sapri Biagio Lacorte.

Nell’11 maggio 1774 (o 1776 come scrive il Guzzo ?), Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “…..e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc….”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer avi del medico Santo Giuseppe Moscati, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Dunque, come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei Nobili Napoletani, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano.

Melvetti Onofrio, I marchesi di Poppano

Nel 12 dicembre 1778, il primo stemma civico del Comune di Sapri

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo testo “Sapri giovane e antica”, a pp. 86-87-88 in proposito scriveva che: “L’erezione a Comune del Villaggio di Sapri, distinto da quello di Torraca, avvenne quasi certamente nel 1720, quale Terra o Università. Lo si deduce dai primi sigilli municipali, rinvenuti tra i carteggi vescovili, precisamente nei documenti delle Sacre Ordinazioni dei chierici, relativamente alla compilazione del Sacro Patrimonio (3) in favore dei nuovi ordinati, promossi dal Suddiaconato, i quali dovevano dichiarare al Vescovo i beni ereditati dalla famiglia per poter vivere decorosamente, e stralciati dalla mappa catastale, con la specificazione esatta di fondi, case, rendite, relativi confini e debita autorizzazione civile (4). Ogni Università per distinguersi dalle altre aveva uno stemma civico segnato ed impresso, prima secco, poi ad inchiostro con timbro a fondo nero e disegni bianchi, reca la data del 12 dicembre 1778, usato nei documenti per la promozione agli ordini minori del chierico Giuseppe Lacorte. Il documento reca la firma del Cancelliere Nicola La Corte. Lo stemma, inciso su un disco rotondo, raffigura il mare, con due torri e al centro un uccello con una stella a sei punte in testa e, sotto i piedi, all’orizzonte, una fascia trasversa con la scritta “SAPRI”; intorno, circolarmente, vi è un’altra scritta in latino: EX VARIIS QUASI ELEMENTIS”. Il Tancredi (…), a p. 86, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il sacro patrimonio consiste in un appannaggio che la famiglia, per legge ecclesiastica, deve assegnare ad un suo membro, che intendediventare sacerdote a servizio del popolo di Dio, in modo che egli possa esercitare il sacro ministero senza preoccupazione d’interessi terreni.”. Sempre il Tancredi a p. 86, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A.D.P.: ‘Sacre Ordinazioni sacerdotali: Sapri- Vol. I (1778-1829).” :

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(Fig…) Stemma civico del “Comune di Sapri” – disegno tratto da “Sapri giovane e antica” di Luigi Tancredi

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(Fig….) Stemma civico del Comune di Sapri impresso a secco su carta vergata con un timbro metallico

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(Fig….) Stemma civico del “Comune di Sapri” nel Regno delle Due Sicilie – su timbro impresso a secco su carta vergata – documento inedito – foto Attanasio

Di questo sigillo ne parla anche Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia ecc…”, nel suo “Il secolo XVIII, primi segnali di autonomia saprese”, a p. 57 in proposito scriveva che: “Il suo territorio confinerà con i comuni di Vibonati, Torraca e Tortorella. Si fregerà, anche di un proprio stemma (che in seguito verrà cambiato), in cui viene rappresentato il mare del golfo tra due torri che molto plausibilmente rappresentavano: una la “Torre Canale di Mezzanotte”, l’altra, quella scomparsa denominata “Del Buondormire”, e come già citato, questa era ubicata in località Fortino al posto dell’attuale faro. Al centro delle torri vi era un uccello con in testa una stella a sei punte; sotto la scritta “Sapri”. Il tutto è incorniciato dalla frase “EX VARIIS QUASI ELEMENTIS” che esprime l’origine di Sapri, costituito in prevalenza di condizioni e provenienza diversa, quali: Torraca, Vibonati, Tortorella, Santa Marina, Rivello, Policastro e Maratea.”. Fin qui il Mallamaci ripete le stesse cose dette dal Tancredi ma si sbaglia nel dire che le due torri rappresentate nello stemma siano una quella di “Mezzanotte”. La Torre detta oggi di “Mezzanotte”, così detta su google maps a causa della vicinanza con il vicino confine tra la Regione Campania ex “Principatro Citeriore” del Regno delle Due Sicilie e l’attuale Basilicata, anticamente veniva ed era chiamata “Torre Scialandro” come ho cercato di dimostrare in un altro mio saggio. L’altra torre rappresentata è quella che oggi si chiama “Torre Capobianco” e che un tempo l’Antonini chimava “Torre Lubertino” a causa della vicinanza al fiume carsico sotterraneo “Lubertino”. Infatti, le due torri citate chiudevano l’ampia baia del porto naturale di Sapri.

Nel 17 agosto 1781, un documento su Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 93 cita un documento del 1781 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 93 dice “Voci di Vettovaglie (9)”. Il Tancredi (…), a pp. 93-94 in proposito scriveva che: “Il documento che segue potrà, in qualche modo, tornare utile alla definizione degli aspetti sociali ed economici del tempo. “In esecuzione dei Reali ordini, facciamo piena, vera ed indubitata fede Noi quì sotto a Croce signata Sindaco ed Eletto della città di Sapri, provincia di Salerno, etiam cum juramento….che il prezzo delle vettovaglie corre della seguente maniera B: Il grano a Carlini quindici il tomolo (10). L’orzo a Carlini otto il tomolo. L’avena a Carlini diciotto lo staio. Il vino a Carlini diciotto la soma. Altra sorta di vettovaglie non si vende presentemente in questa suddetta Terra…. In fede della verità ne abbiamo fatta scrivere la….e Croce signata di nostre proprie mani, firmata dal nostro ordinario Cancelliere e munita col nostro solito universal suggello. Sapri 17 agosto 1781. “Fortunato Timpanelli, Sindaco fa fede come d.o. + Segno di Croce di me ‘Biase’ Magaldi’ Eletto che fò fede come sopra”. Segue il bollo a secco che rappresenta un uccello sull’acqua e con la scritta in giro ‘Comune di Sapri, Provincia di Salerno'”. Il Tancredi a p. 93, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Archivio di Stato di Napoli: B. III/18 – anno 1781”. Dunque, il documento citato dal Tancredi è conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli: Busta III/18 – anno 1781.

Nel 1786, Sapri e Torraca secondo Giuseppe Maria Galanti

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. II, a p. 665 parlando di Torraca in proposito ai Palamolla di Torraca scriveva che:  “Il Galanti (12) scrive che “Torraca” contava ai suoi tempi 1296 abitanti.”. Ebner a p. 665, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Galanti, cit. IV, p. 234.”. Ebner si riferiva al testo di Giuseppe Maria Galanti (….), vol. IV del “Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie”, pubblicata dal 1796 in poi, egli riportava la popolazione dei centri del Cilento e a p. 234 scriveva “Toraca – d. di Policastro, 1296”, dove “d” stava per Diocesi, dunque “Toraca” in Diocesi di Policastro, abitanti 1296. Il Galanti riportava anche e distintamente la popolazione di Sapri che risultava a quei tempi superiore a quella di Torraca e scriveva che: “Sapri, d. di Policastro, 1423”.

Nel 1790, Palazzo Masiello in via Roma oggi via Nicodemo Giudice

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(Fig….) Stemma araldico del 1790 che sormonta il portale di Palazzo Masiello in via Nicodemo Giudice con corte interna

Nel 1795, secondo il Tancredi, Giovanni Schettino, primo Sindaco di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i Sindaci del Comune di Sapri citando il primo Sindaco “1) – Giovanni Schettino nel 1795” e il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”.

Nel 20 agosto 1795, Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca sposò in prime nozze Teresa Moscati, marchesa di Poppano

Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc..”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.

Nel 1797, Sapri era abitata da circa ……persone

1797, il Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, così descrive Sapri: Terra in provincia del Principato Citeriore Diocesi di Policastro. E’ situata alla radice del monte, accosto al mare e dista da Salerno miglia 74. Si vuole antica indicando alcuni ruderi., che tuttavia si veggono. Taluni credono che fosse stata edificata da’ Sibariti ed altri che gli antichi  romani, si fossero voluti dell’ampio porto, che si vede. Il suo territorio è fertile in grano, vino ed olio, ecc..” (….).

Nel 22 giugno 1798, muore Bonaventura Palamolla, fratello del 5° barone di Torraca, Vespasiano Palamolla

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, ecc… .

Nel 1799, la Repubblica Partenopea

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese. Il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli tornò precipitosamente a Napoli, e il 21 dicembre 1798 s’imbarcò di nascosto sulla HMS “Vanguard” dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la Famiglia Reale e John Acton, in fuga verso Palermo (portandosi dietro, tra l’altro, il denaro dei Banchi). Venne affidato al Marchese di Laino Francesco Pignatelli l’incarico di Vicario Generale e da questi fu dato ordine di distruggere la Flotta, che venne incendiata. Seguirono alcuni giorni di confusione e di caos. Mentre gli Eletti del Popolo rivendicarono il diritto di rappresentare il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli, l’11 gennaio 1799 il Marchese Pignatelli concluse, a Sparanise, un gravoso Armistizio col generale Championnet. La Repubblica Napoletana, anche detta Repubblica Napolitana e, impropriamente, Repubblica Partenopea, fu un’entità statuale proclamata a Napoli nel 1799, ed esistita per alcuni mesi sull’onda della prima campagna d’Italia (1796-1797) delle truppe francesi della Repubblica sorta dalla Rivoluzione. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”

Nel 1799, il passaggio delle truppe Francesi di Napoleone Bonaparte

Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “La Madonna è ritenuta protettrice del paese per un episodio ormai entrato nella tradizione popolare. Nel 1799 l’esercito francese era diretto a Torraca per conquistare l’abitato e infierire sulla popolazione. Uomini e donne, vecchi e bambini si rifugiarono nella Chiesa di Cordici a invocare la Madonna. Inspiegabilmente calò sull’abitato una nebbia fittissima che impedì alle truppe francesi di vedere il paese. Esse lo sorpassarono allontanandosi dalle sue case.. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), nel’ubicare il villaggio su un colle, segnala che sulla cima vi è un castello. Torraca era notissima per i suoi calderai che giravano tutta l’Europa e che, emigrati, impresero a girare anche per le Americhe. Accorsatissimo è il suo santuario campestre (Madonna dei Cordici) in un ameno sito. Anche il Tancredi (17) scrive di Torraca bruciata dai francesi nel 1806, del santuario della Madonna dei Cordici e del castello baronale dei Palamolla che ospitò re Ferdinando il 15 settembre 1852 (lapide). In nota trascrivo i dati di censimento dal 1861 al 1971 (18).”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, comune di 1298 ab., nel circ. di Sala, mand. di Vibonati, dal quale e dal mare dista 6 chm. Giace su di un colle alla cui cima sorge il castello con magnifico orizzonte. Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte. Vi è nelle sue vicinanze un accorsatissimo santuario campestre detto la Madonna dei Cortici, in un sito dilettevolissimo. Ha un piccolo territorio dal quale si ricava però in abbondanza ottimi vini, olio castagne e ghiande.”. Ebner, a p. 665, nella nota (17) postillava: “(17) Tancredi, Il golfo, cit., p. 69 sg.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 194 parlando di Torraca scriveva che: “Il 3 marzo 1799 si verificò a Torraca un fatto straordinario. I torracchesi, minacciati dai Francesi, che portavano terrore e sterminio in queste terre, si riunirono in chiesa e pregarono a lungo la Vergine dei Cordici. La preghiera fu ascoltata. Discese, all’improvviso, una nebbia fitta e oscura intorno al borgo, che fu sottratto, così, alla vista del nemico, mentre un sudore, mai visto, grondò dal volto della Madonna e dal braccio del Bambino.”. Queste le uniche parole del Guzzo su Torraca nel 1799. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Nel gennaio 1799 da Napoli giungono, portate dai soldati dell’esercito borbonico in fuga, notizie di sommosse avvenute nella città partenopea. La prima ad insorgere è la vicina Basilicata….All’armata dell’intrepido cardinale aderirono, spinti dalla sete di sangue e ricchezza, anche molti briganti. Tra questi vi era Panedigrano, al secolo Nicola Gualtieri, con il quale il cardinale Ruffo risalì il regno facendo proseliti ecc…Il movimento controrivoluzionario, ebbe in Novi il suo caposaldo e in Vallo della Lucania il suo più fiero avversario. Torraca, che si tenne fuori da vampate rivoluzionarie filo-repubblicane, venne minacciata dai francesi i quali dopo aver devastato e conquistato i paesi limitrofi si diressero verso il paese. La gente, disperata, il 3 marzo 1799, sotto il baronato di Vespasiano Palamolla e Terese Moscati, si riunì nella chiesa della Madonna dei Cordici per chiedere alla Vergine una sua intercessione. L’intensa preghiera della popolazione fu ascoltata, ed avvenne il miracolo. Discese all’improvviso una nebbia fitta e oscura che avvolse il borgo rendendolo invisibile alla vista del nemico che passò oltre.”. Ebner citando il Tancredi si riferiva a Luigi Tancredi (….), ed al suo “Il Golfo di Policastro etc…”, che purtroppo non posseggo. Il canonico Luigi Tancredi però scrisse di Sapri nel suo “Sapri – giovane e antica” e a p….., in proposito scriveva che: “…..

Nel 1799, la reazione dei Sanfedisti filo-borbonici del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici ed i moti carbonari del basso Cilento

Già precedentemente e sin dal 1978 dedicai gran parte del mio tempo libero alla ricerca di testimonianze storiche sull’argomento, testimonianze e documenti che attestassero eventuali conferme o ripensamenti. Ho più volte pubblicato miei saggi di storia ed in seguito, nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri avevo redatto uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo stusio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.”. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Ludovico Ludovici, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. In un manoscritto datato 1803 il nipote Cosmo Lodovici, canonico cantore della Collegiata della città di Eboli, tra gli arcadi sebezj “Salmoneo Meleagride” ed accademico sincero laureato, raccolse in un volume le gesta di suo zio per tramandarne ai posteri la memoria. Questo “diario-raccolta” venne in possesso del prof. Francesco Paolo Cestaro il quale da attento storico lo studiò e lo ritenne un importante e curioso saggio sanfedista perché era una sicura fonte di notizie storiche e biografiche, che citavano documenti singolari e mettevano in risalto lo spirito e la reazione popolare del nostro circondario contro i Francesi e la Repubblica Napoletana. Il volume, legato in carta pecora, è un manoscritto composto di 382 pagine, contiene oltre duecento componimenti di autori diversi ed è intitolato “Raccolta di varie composizioni italiane e latine in lode dell’Ill.mo e Rev.mo Mons, Lodovico Lodovici fatta dal Rev.mo Signore Cosmo Lodovici” -Eboli MDCCCIII-. In questa raccolta si trovavano inseriti parecchi componimenti poetici di ebolitani tra cui alcuni sonetti del signor D. Carlo d’Orsi (che fra gli Accademici Sinceri laureati aveva scelto il nome di Demarete Megalite, dai quali si apprende che egli nel 1797 aveva iniziato a scrivere la storia degli uomini illustri ebolitani), un’elegia latina di Donato Campagna ed una “cantata” per la caduta di Picerno di Salmoneo Meleagride ( Cosmo Lodovici). Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. La parola “sanfedismo” deriva infatti da “Esercito della Santa Fede“, l’armata creata dal cardinale clabrese Fabrizio Ruffo che, tra il febbraio ed il giugno del 1799, prese parte attiva alla restaurazione del dominio borbonico a Napoli, ponendo fine alla Repubblica Napoletana. All’inizio della primavera, il cardinale Fabrizio Ruffo annunciò la costituzione di un’Armata Cristiana e Reale. Decine di migliaia di volontari accorsero da ogni parte del Regno. Il nucleo dell’Armata sanfedista fu composto da contadini, borghesi, ufficiali, finanche preti, pronti ad abbandonare famiglia, lavoro, case, chiese, per difendere la monarchia e la santa fede (da cui il nome sanfedisti), dalle truppe francesi rivoluzionarie. All’esercito si unirono anche banditi e recidivi nella speranza di vedere perdonati i propri reati, distinguendosi molto spesso in episodi di crudeltà gratuita. Guidata dal cardinale, l’armata contribuì a mettere fine all’esperienza della Repubblica Napoletana, con il conseguente ritorno sul trono di Napoli della dinastia Borbone (giugno 1799). Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati. Mons. Nicola Maria Laudisio (4), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, non dice molto su questi episodi ma parla dei vescovi di Policastro e qualche notizia siamo riusciti a strapparla. Il 25 aprile viene approvata la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, ma anch’essa non potrà avere un principio di attuazione in conseguenza del repentino crollo della Repubblica. Nel frattempo, nel resto delle province, la situazione comincia a precipitare. Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: (279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: (280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281)Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”. Il Laudisio (…) ci parla del vescovo Ludovici a pp. 91-92-93, nell’edizione del Visconti. Laudisio a p. 91 in proposito scrive che: “XLVIII. Ludovico Ludovici, frate dell’Ordine dei Minori Osservanti, di Eboli, trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797….Fu insignito della carica di ministro plenipotenziario del defunto nostro augustissimo re Ferdinando, e ispezionò le provincie del regno e le contee del Molise, della Capitanata, di Principato Ultra e Terra di Bari; perciò, dopo l’occupazione del Regno fu con audacia sacrilega cacciato con la forza delle armi dal suo episcopo di Lauria. E come il pontefice Pio VII in quegli stessi anni fu deportato dal Quirinale a Savona e poi in Francia, così egli fu deportato dal suo episcopio a Roma e poi ad Assisi. A Roma dal pontefici Pio VII, allora regnante, fu nominato prelato domestico e suo assistente al soglio Pontificio. Passò per Rivello il comndante in capo delle truppe francesi, e gli fu consegnata dai cittadini una petizione; così, dopo parechi anni ecc…Perciò lo zelantissimo vescovo Ludovici, per liberare la sua diocesi dalla luce che serpeggiava, ecc…”. Mons. Lodovici ebbe una parte importantissima nella restaurazione del Regno Borbonico, egli ritenne utile e doveroso aiutare la Chiesa e contribuire a restaurare la monarchia, il suo impegno per la riuscita di questa missione durò oltre due anni e nel novembre del 1801 fece ritorno alla diocesi di Policastro. In un saggio on line leggiamo che: “Nel dramma di questa controrivoluzione emerge quale principale protagonista al fianco del Ruffo, il vescovo di Policastro mons. fra Lodovico Lodovici, dell’ordine dei Minori Osservanti, egli, come il cardinale Ruffo, si attivò girando in lungo e in largo il sud della provincia di Salerno, da Eboli agli Alburni, dal cuore del Cilento fino ai confini calabro-lucani infiammando gli animi con la predicazione e l’esempio, tanto da raccogliere ed armare sedicimila uomini, mettendovi a capo Don Rocco Stoduti, dando inizio all’insurrezione nel Principato Citeriore ed in tutti i comuni di fede realista. Il cardinale Vicario a questo punto credette giunto il momento di dare la responsabilità del comando degli insorti di tutto il territorio salernitano al vescovo di Policastro, gli affidò il governo politico ed economico nella provincia di Principato Citra, nominandolo “Generale dell’Armata cristiana, commissario regio, e, suo ministro plenipotenziario”. Alla caduta della Repubblica, venerdì 14 giugno 1799, Lodovico Lodovici, per la sua fedeltà verso il re, fu uno dei sei commissari regi nominati da Ferdinando IV ed inviato come “visitatore” con pieni poteri nelle terre di Lucera, Trani, Montefusco, della Capitanata (foggiano) e nel contado del Molise.”. Dopo la battaglia di Austerlitz, 2 dicembre 1805, i francesi occuparono il Regno di Napoli decretando la fine della dinastia; Lodovico Lodovici nel 1806 fu esiliato a Roma, dove divenne assistente al soglio pontificio, ritornò nel 1811 nella sua diocesi, dove morì e fu sepolto il 17 gennaio 1819: aveva 72 anni. Anche il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….) ci dice alcune cose sull’arrivo dei francesi a Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: Per contrastare il dilagare della rivoluzione repubblicana, il clero della zona cilentana intervenne infiammando la folla che accorse ad arruolarsi sotto il comando del Durante capo dei sanfedisti. Il 12 aprile 1799 venivano destituiti tutti gli apparati repubblicani di questi paesi che insorsero. Il vescovo di Policastro mons. Ludovico Ludovici, dell’ordine dei frati Minori Osservanti, (resse la diocesi dal 1797 fino al 1818, anno della sua morte) entrò in azione in prima persona. Egli si attivò riuscendo a scuotere il sud della provincia di Salerno, fino al confine calabro, infiammando gli animi con la predicazione ed attirare a se un gran numero di accoliti. Il cardinale Ruffo, visto il suo impegno per la sana causa, gli affidò il governo politico ed economico nella Provincia del Principato Citra, nominandolo ‘Generale dell’armata cristiana, commissario regio e suo ministro plenipotenziario’. Il presule non deluse le aspettative del cardinale; riuscì in poco tempo ad imporre il controllo di tutto il Cilento meridionale fino al Vallo di Diano. Dal Golfo di Policastro assicurò un tranquillo sbarco delle truppe inglesi, mentre Padula divenne la roccaforte per il controllo della Regia strada delle Calabrie. Per ottenere in breve tempo ottimi risultati, l’intrepido vescovo si circondò di elementi validi ma principalmente fidatissimi, tra questi molto sanguinari e noti briganti, come Nicola Gualtieri detto Panedigrano e Michele Pezza alias Fra Diavolo.”. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati.

Nel 1799, Rocco Stoduti e le sue probabili origini con gli Eboli di Ispani (o di Torraca)

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: Tra gli uomini che accorsero al richiamo del Ludovici è doveroso citare il capomassa Rocco Stoduti, al quale lo stesso vescovo affidò un’armata di ben sedicimila uomini. Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani. La conferma che costui sia torracchese, viene ancor più avvalorata dal fatto che in alcuni documenti del XVII e del XVIII sec. riportati dal Rev. Rocco Gaetani nel testo “La fede degli avi nostri”, questo cognome si legge di frequente. In una scrittura datata 1656, contenente il “Voto fatto dall’Università di Torraca a favore del clero di essa”, compaiono Carlo e Fabritio Stodut(o). In un altro del 1671, inerente ad un registro in cui venivano annotate le messe, spiccano i nomi di Guglielmo e Vittorio Stodut(i); ed ancora, in un elenco del 1733, ove vengono elencati i sacerdoti del paese, si fa menzione di Don Donato e Domenico Stoduti. Per finire, in un Regio Memoriale del 1778, in cui sono trascritte le regole inerenti la fondazione della Confraternita delle Anime del Purgatorio, si nominano appartenenti a tale organizzazione religiosa, Domenico e Rocco Stoduti. Da quanto accennato e dagli sparuti elementi, sarebbe azzardato affermare incondizionatamente che quest’ultimo, sia la stessa persona al quale il Vescovo di Policastro ha affidato il comando di un vero e proprio esercito, ma le coincidenze sono senz’altro numerose, specialmente le date. Come si è potuto constatare dal 1656 al 1778, degli otto Stoduti citati, nei tre documenti esiste uno solo con il nome Rocco, che in qualche modo potrebbe essere colui che nel 1799, anno della controrivoluzione monarchica intrapresa dal Cardinale Ruffo, sia stato uno degli artefici che ha portato al fallimento il sogno della Repubblica Partenopea. La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX sec. lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali, poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici. Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto che di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.. Dunque, nell’interessante passaggio, il Mallamaci (….), scrive che alcuni storici, senza citarli, ritenevano che il Rocco Stoduti, quello della reazione Sanfedista del Cardinale Ruffo fosse nato a Torraca nel 1756 da Carmine Stoduto e Anna Eboli di Ispani. Il Mallamaci scrive che: “Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani.”.

Nel 5 novembre 1803, Vespasiano Palamolla, diventa il 5° barone di Torraca e Teresa Moscati, Marchesa di Poppano

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc…”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc..”.

Nel 1805, Biagio Palamolla, 6° barone di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…” parlando di Torraca a p. 193 in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto.”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”Dunque, secondo il Gaetani (….) sulla cui scorta scriveva il Guzzo, Biagio Palamolla diventa il 6° Barone di Torraca alla morte di Vespasiano Palamolla che, il 5 novembre 1803 risulta dal ‘Cedolario’, 5° barone di Torraca. Dunque Vespasiano morirà due anni dopo essere diventato il 5° Barone di Torraca e nel 1805, alla sua morte sarà Biagio a diventare il titolare erede della nobile casata. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Dunque, come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano.

Dal 1806 al 1815, il Decennio Francese

Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Il Regno di Napoli napoleonico (formalmente Regno dele Due Sicilie) fu uno Stato fondato da Napoleone Bonaparte nel dicembre 1805, allorquando le truppe francesi occuparono il Regno di Napoli borbonico. Il Regno, che comprendeva l’Italia meridionale continentale (senza la Sicilia) aveva come capitale Napoli, e si dissolse nel 1815. Nella storia del meridione d’Italia il periodo del Regno napoleonico è anche noto come Decennio francese. Dal 1805 i francesi tornarono ad occupare la parte continentale del regno, stanziando in Puglia un presidio militare. Il regno di Napoli borbonico l’11 settembre 1805 era entrato nella terza coalizione antifrancese, palesemente ostile a Napoleone. Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone Bonaparte regolò definitivamente i conti con Napoli. Il 27 dicembre emise un proclama da Schönbrunn dichiarando decaduta la dinastia borbonica, che Ferdinando aveva perso il suo regno e che “il più bello dei paesi è sollevato dal giogo del più infedele degli uomini”. L’imperatore dei francesi indicò quindi il 31 dicembre il fratello Giuseppe come “Re di Napoli”. Promosse l’occupazione del napoletano, condotta con successo dal Gouvion-Saint Cyr e dal Reynier. Re Ferdinando IV con la sua corte, già nel gennaio 1806 se ne tornò a Palermo, sotto la protezione inglese. Nella fase di passaggio dal regno di Ferdinando IV a quello del Bonaparte, fu reggente il marchese Michelangelo Cianciulli. L’11 febbraio 1806 Giuseppe Bonaparte entrò nella piazzaforte di Capua e il 15 dello stesso mese fece il proprio ingresso solenne a Napoli, omaggiato dalle autorità cittadine e di governo. Il 30 marzo 1806 fu proclamato re delle Due Sicilie. Il successivo quinquennio vide il Regno seguire una politica altalenante nei confronti della Francia napoleonica che, per quanto ormai egemone sul continente, rimase sostanzialmente sulla difensiva sui mari: questa situazione non consentì al Regno napoletano, strategicamente posizionato nel Mediterraneo, di mantenere una stretta neutralità nel conflitto a tutto campo fra francesi e inglesi, i quali a loro volta minacciavano di invadere e conquistare la Sicilia. Durante il decennio dell’occupazione francese del Regno delle due Sicilie (1806-1815), il meridione d’Italia visse una vera e propria guerriglia civile. Anche il Cilento venne coinvolto, tanto dalle operazioni terrestri tanto da quelle navali, per la difesa delle coste (6). Nel Regno delle due Sicilie, durante il breve periodo di occupazione napoleonica di Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Il rafforzamento e l’ingrandimento delle fortificazioni militari esistenti, fu certamente oggetto di particolare attenzioni del governo napoleonico, in epoca murattiana, come risulta da alcune carte inedite dell’epoca, da me ritrovati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, da me pubblicati nell’’87 e, a cui abbiamo ivi dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. Durante il decennio dell’occupazione francese del Regno delle due Sicilie (1806-1815), il meridione d’Italia visse una vera e propria guerriglia civile, che si manifestò col cosiddetto “brigantaggio”, alimentato dai borboni e dagli inglesi, respinti ed arroccati in Sicilia. Anche il Cilento venne coinvolto, tanto dalle operazioni terrestri tanto da quelle navali, per la difesa delle coste (7). Nel Regno delle due Sicilie, durante il breve periodo di occupazione napoleonica di Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Il rafforzamento e l’ingrandimento delle fortificazioni militari esistenti, fu certamente oggetto di particolare attenzioni del governo napoleonico, in epoca Murattiana, come risulta da alcuni disegni manoscritti, da me ritrovati e conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (2) che, pubblicai nel lontano 1987. Alcuni disegni manoscritti simili e di simile provenienza, furono pubblicati molti anni dopo, nel 1989, in uno studio di Antonio Caffaro (8). Molti di questi disegni , ma non quelli trovati da me ed ivi pubblicati, erano stati citati da Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa cilentana” (9) e poi successivamente, nel 1989 pubblicati da Adriano Caffaro, “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti” (8). Il Caffaro (8), sebbene si fosse limitato  ai documenti che riguardavano le sole batterie e fortificazioni progettate fino a Palinuro, rimane di estremo interesse in quanto fa luce su alcuni aspetti storiografici dell’ampia documentazione conservata presso gli Archivi della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Questa ricca documentazione pare che provenga da alcuni fondi della Biblioteca Provinciale di Salerno. La particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. L’Esercito del Regno di Napoli, attivo durante il decennio francese, ovvero allorquando il regno fu conquistato e governato dai napoleonidi, fu una forza armata di terra che prese parte, al fianco della Grande Armata, a molte delle principali campagne delle guerre napoleoniche. Con l’occupazione napoleonica del 1806 il trono napoletano venne affidato in un primo momento a Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Nel 1808, fino al 1815, il trono napoletano fu occupato invece da Gioacchino Murat, uno dei più brillanti comandanti militari dell’impero napoleonico. Il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (5), uno tra i primi Sindaci di Sapri dell’Italia unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il Gallotti, medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, riferiva che il Re Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni (5), mentre il Pesce, ricordava che, moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati (6). Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana:  sull'”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (…). Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri – natura mito e storia ecc…”, parlando di Policastro Bussentino, a p. 181 in proposito scriveva che: Il 1 agosto 1806 le truppe francesi, allo scopo di inseguire i borbonici attraverso le Calabrie, dopo essersi divisi in vari scaglioni al comando dei loro generali, iniziarono la marcia verso la Sicilia. Alcuni seguirono le strade interne (Eboli – Sala Consilina – Lagonegro), mentre il generale Mermet marciò lungo il litorale (72). Questi, con 1500 uomini, da Vallo della Lucania si portò prima a Roccagloriosa e, dopo averla saccheggiata e devastata spietatamente, si diresse a Policastro. Qui, dopo aver compiuto stragi, rapine ed atti di intollerabile violenza e vandalismo, saccheggiò le case, vi appiccò il fuoco e quindi si arroccò, con i suoi masnadieri, nel vecchio castello (73). Gruppi di emissari borbonici, tra i quali il Colonnello Rocco Stoduti di San Cristoforo, il Maggiore Necco, il Maggiore Giuseppe Guariglia ed il sacerdote Vincenzo Peluso di Sapri, riuscirono a far pervenire agli Inglesi notizie sulla nuova situazione venutasi a creare a Policastro e nella zona. Questi ultimi inviarono immediatamente a Policastro una flotta al comando dell’Ammiraglio Sydney Smith il quale, onde stanare i francesi da loro rifugio, non esitò a dare ordine al Capitano Guglielmo Harley di bombardare il castello che, nell’occasione, venne definitivamente distrutto (74).”. Il Guzzo a p. 181, nella sua nota (73) postillava che: “(73) G. Cataldo, op. cit., p. 62”. Il Guzzo a p. 182, nella sua nota (74) postillava che: “(74) A. Acton – I borboni di Napoli – Milano – 1964 – pag. 613 e segg.”. Sempre il Guzzo a p. 183, parlando sempre di Policastro in proposito scriveva che: “L’ordine fu ristabilito dal generale Manhès il quale riuscito a sterminare, in poco tempo, i briganti, fu salutato come un liberatore. “Egli, scrive il Monnier, “fu l’istrumento di una giustizia inesorabile; non indietreggiò di fronte a qualsiasi violenza, ma in breve tempo pacificò il Regno. Sacrificando un uomo, bruciando un villaggio, ne salvava dieci; egli infine prese sopra di sè la responsabilità terribile degli atti di rigore, che furono poi causa di salvezza del paese” (75).”. Il Guzzo a p. 183, nella sua nota (75) postillava che: “(75) M. Monnier – Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle provincie napoletane dai tempi di Frà Diavolo sino ai nostri giorni (1862) – Napoli – 1965, pagg. 20-21.“. 

Nel 1806, le truppe francesi dei Generali Messena e Gardanne

Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della città di Lagonegro” a p. 309, in proposito scriveva che queste notizie erano state tratte dalla “Dalla relazione fatta dal Generale De Montigny-Turpin, che era Capitano dello stato maggiore del Generale Gardanne – pubblicata dal Racioppi, nel Vol. II p. 493 della ‘Storia’ – si possono apprendere i funesti particolari di quel sanguinoso combattimento, nel quale il Generale Gardanne in prima fila ed il Massena alla riserva, marciando da Lauria Inferiore a Lauria Superiore ecc…”. Infatti, Giacomo Racioppi, nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, pubblicò in apendice a pp. 493-494 il testo “Appendice I. Documenti (1). A. Incendio di Lauria – Agosto 1806. La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro – Grands épisodes inedits et causes segrètes de la politique et des guerres sous de la Directoire executid, le Consulat et l’Empire, etc. etc. ‘Lettres à Mr. le Genénéral Pelet, directeur du depot de la Guerre, Senateur; à MM. Thiers, Lamatine, La Guerroniere et Delamarre, par M. Charles De Montigny-Turpin, general retraité. – Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8°.”.

Dal 1805 al 1815, Sapri, Rocco Stoduti e l’occupazione francese

Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando e volendo a tutti i costi rivalutare la figura di Rocco Stoduti, trasformandolo da brigante che era ad un leale servitore della causa Borbonica, a p. 67, in proposito scriveva che: “La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX secolo lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali., poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici.”. Il Mallamaci (….), parlando di Rocco Stoduti, a p. 67, in proposito scriveva che: “Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il Vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata anche la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.”. Dunque, secondo il Mallamaci, il Rocco Stoduto sposò Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e con cui ebbe un figlio di nome Francesco Stoduto. Il Mallamaci, cita il “Regio Memoriale, Regole e fondazione della pia e laicale confraternita delle Anime del Purgatorio, 1778”, pubblicato dal Rocco Gaetani nel suo “La Fede degli Avi nostri ecc..”, a pp. 260-261 e s. dove veniva citato il Rocco Stoduti ed altri Stoduti di Torraca. Carlo Pesce a p. 283 in proposito scriveva che: “mura, e spargendo terrore, saccheggio, stragi, e desolazione, si avanzavano lentamente a Napoli, altre masnade di galeotti, spediti dalla Sicilia su navi inglesi, e sbarcati nel golfo di Policastro, s’adoperavano, di conserva coi Celentani, a reprimere, a saccheggiare, a punire le popolazioni del versante occidentale. Un Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dandosi il titolo di ‘Comandante Generale’, a capo d’una vil ciurma di galeotti e di Celentani, estese il raggio delle sue scorrerie in Lauria, Maratea, Lagonegro e Moliterno, e col pretesto di perseguire e punire i ‘Giacobini’, – come erano nomati, ad imitazione dei rivoluzionari francesi, i seguaci del nuovo ordine di cose – e ristabilire il vecchio regime, rubava e faceva rubare spudoratamente. La masnada dello Stoduti un triste giorno, irruppe in Lagonegro, e col solito pretesto di punire i fatti insurrezionali, si diede a saccheggiare varie case, fra cui principalmente quella della famiglia Tortorella in via Salce, facendo su tutto man bassa senza pietà. La cittadinanza, colta all’impensata, ecc…, al primo colpo di fucile tirato da un cittadino, se la diedero a gambe precipitosamente verso la marina di Sapri, abbandonando anche il bottino. In premio di queste scorrerie, lo Stoduti fu nominato dal Governo Borbonico Tenente Colonnello, e con tale qualità venne in Lagonegro un’altra volta, incaricato da S.M. per la ‘coscrizione dei miliziotti provinciali’, del 4 giugno 1802 (1).”. Sempre il Mallamaci, a pp. 68-69, parlando di Rocco Stoduti, cita l’episodio di Maratea ed in proposito scriveva che: “Maratea fu tra i primi paesi che dovette subire le forze filo borboniche dello Stoduti. I suoi principali protagonisti della giovane repubblica furono: l’arciprete Don Giuseppe Alitti, il frate Giambattista Basile del Convento dei Minori Orsservanti, il frate Angelo d’Albi del Convento di S. Francesco di Paola, ecc….La reazione borbonica fu pressocchè immediata ed ispirata dal vescovo di Policastro Ludovici e attuata da Rocco Stoduti, che con i suoi uomini, tra i quali molti torracchesi, ebbe ragione su tutto il territorio lagonegrese. Il 3 marzo Maratea venne occupata e quindi ricondotta sotto l’autorità del regno borbonico. Ecc…Il vescovo di Policastro, capomassa del distretto del lagonegrese, concesse ospitalità ad un ufficiale inglese Guglielmo Harley, il quale aveva il compito di organizzare l’avanzata dell’esercito monarchico. Dalla città tirrenica di Maratea, le truppe sanfediste comandate dal Durante si spinsero verso il Vallo di Diano. Ecc…Il capomassa sanfedista, torracchese Rocco Stoduti collaboratore del Durante, proveniente da Capitello, dilagò con i suoi 16.000 uomini nella Val D’Agri. Costui, diverrà tra gli uomini di spicco nella repressione repubblicana. Fedele suddito dei Borboni, sarà stimato dal Cardinale Ruffo e dal Vescovo di Policastro. La partecipazione alla repressione della rivolta repubblicana, gli valse i gradi di tenente del Regio esercito Borbonico. Tale era il suo attaccamento alla monarchia, che lo ritroveremo qualche anno dopo a fronteggiare anche l’invasione del meridione d’Italia da parte dell’esercito francese.”. Giorgio Mallamaci (….), parlando di Torraca e del periodo francese a p. 74-75 in proposito scriveva che: “Il comando dell’impresa fu affidato allo stesso Massena, il quale ebbe a sua disposizione una forza di circa 15.000 uomini. Il corpo di spedizione si mise in marcia alla fine del luglio, diviso in due colonne: la prima, che comprendeva il grosso dell’esercito e che era sotto il comando diretto del generale, amarciò verso Lagonegro per la via di Eboli fino a raggiungere Sala; la seconda composta di millecinquecento uomini sotto gli ordini di Mermet, si diresse lungo la costa verso Sapri. Il 2 agosto 1806, giunto a Montano, il Mermet mandò un distaccamento di quattrocento corsi ad assalire Laurino, paese cilentano dominante l’alta valle del Calore, alle pendici del monte Cavallo che, fu espugnato. La medesima sorte la subì Roccagloriosa, assalita nello stesso periodo dal Mermet ed invano difesa dal torracchese Rocco Stoduti e da altri due suoi compaesani: Vincenzo e Pasquale Falco e Nicola Brandi, i quali come nel 1799, fedeli sudditi del Borbone, saranno in prima fila a combattere contro i francesi. Contro gli occupanti si batterono anche le bande brigantesche ecc…Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave. Rocco Stoduti con i suoi uomini occupò il paese ed uccise Felice De Luca, fratello del canonico De Luca. Quest’ultimo riuscì ad inviare un messaggio di aiuto ai francesi, i quali si adoperarono per riconquistare il paese. La battaglia di Roccagloriosa tra le truppe francesi e quelle dell’intrepido torracchese, ebbe inizio il 3 agosto e si dimostrò subito alquanto cruenta. Ecc…Il 4 agosto del 1806, festa di San Domenico, da Torre Orsaia il Mermet si recò a Policastro, ma poichè la via di Sapri era sotto il tiro della flotta inglese, ritornò a Torre Orsaia ad aspettare i rinforzi del Massena. Questi giunto a Lagonegro ecc…Tali notizie emergono da un libro dei morti in cui l’Arciprete Anastasio Brandi ne annotava i nomi. L’illustre sacerdote Rocco Gaetani nel suo trattato “La fede degli avi nostri” porta a conoscenza di uno di questi episodi. Egli dice che il 15 luglio ecc…ecc…”. Ecco cosa scriveva in proposito il sacerdote di Torraca, Rocco Gaetani (….), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906 per i tipi di Polizzi e Valentini. Il Gaetani dedicò un intero capitolo ai francesi: “Torraca incendiata dai soldati francesi” a pp. 10-11: “, e dai Francesi, i quali ultimi furono causa della sventura più grave che ci fosse mai toccata. Nell’anno mille settecento novantanove Napoleone, arbitro del mondo, col titolo di conquistatore usurpando l’altrui proclamava la Repubblica Partenopea, che durò sei mesi, dal ventisei gennaio al trecici giugno. I Borboni riebbero il dominio del Regno di Napoli; ma loro fu altra volta tolto colle armi e passò ad esser governato per due anni da Giuseppe Napoleone (1806-1808), ed indi per altri sette anni da Gioacchino Murat (3) (1808-1815), dal quale lo riacquistarono con la forza e governarono fino al 2 gennaio 1861, giorno della proclamazione dell’Unità d’Italia…..Preso Napoli e divenuto padrone del Regno, prima cura del principe Giuseppe fu proseguire l’esercito borbonico che ritiravasi per le Calabrie. Diecimila Francesi, comandati dal Generale Regnier, inseguivano quattordicimila Napoletani, obbedienti al Generale Damas coi quali stavano i principi reali Francesco e Leopoldo a danno più che a vantaggio della guerra. I Napoletani attendarono a Campotanese, vasta pianura, in mezzo ai monti alla quale sono ingresso e uscita due valli malagevoli e lunghe. L’oste francese che aveva rotto a Campestrino e Lagonegro poche schiere guidate dal Colonnello Sciarpa, scacciò da Rotonda uno squadrone napoletano ecc…Le terre che i  Francesi tenevano, obbedivano a Giuseppe, quelle degli Inglesi o Siciliani, a Ferdinando; le non occupate dagli eserciti ecc…Lo storico napoletano che scrive…, omise il doloroso episodio, svoltosi qui sotto il comando del generale Messena, quando era accampato nella vicina Lagonegro. Nessun cronista dei tempi, nessun storico registrò quel fatto, che lasciò profonde ferite nel cuore di questo popolo, e vi scolpì col sangue il giorno 4 agosto 1806, festa di S. Domenico, ecc…In un foglio di un registro di morti si leggono i nomi di alcuni uccisi dagli schioppi francesi, notati dall’Arciprete Anastasio Brandi (2). Ecc…”. Carlo Pesce (….) a p. 283 in proposito scriveva che: “mura, e spargendo terrore, saccheggio, stragi, e desolazione, si avanzavano lentamente a Napoli, altre masnade di galeotti, spediti dalla Sicilia su navi inglesi, e sbarcati nel golfo di Policastro, s’adoperavano, di conserva coi Celentani, a reprimere, a saccheggiare, a punire le popolazioni del versante occidentale. Un Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dandosi il titolo di ‘Comandante Generale’, a capo d’una vil ciurma di galeotti e di Celentani, estese il raggio delle sue scorrerie in Lauria, Maratea, Lagonegro e Moliterno, e col pretesto di perseguire e punire i ‘Giacobini’, – come erano nomati, ad imitazione dei rivoluzionari francesi, i seguaci del nuovo ordine di cose – e ristabilire il vecchio regime, rubava e faceva rubare spudoratamente. La masnada dello Stoduti un triste giorno, irruppe in Lagonegro, e col solito pretesto di punire i fatti insurrezionali, si diede a saccheggiare varie case, fra cui principalmente quella della famiglia Tortorella in via Salce, facendo su tutto man bassa senza pietà. La cittadinanza, colta all’impensata, ecc…, al primo colpo di fucile tirato da un cittadino, se la diedero a gambe precipitosamente verso la marina di Sapri, abbandonando anche il bottino. In premio di queste scorrerie, lo Stoduti fu nominato dal Governo Borbonico Tenente Colonnello, e con tale qualità venne in Lagonegro un’altra volta, incaricato da S.M. per la ‘coscrizione dei miliziotti provinciali’, del 4 giugno 1802 (1).”. Francesco Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “A capitolare a Maratea, e ad accettare altresì di passare al servizio del regime napoleonico, furono i capomassa Tommasini, Costa, Gugliotti e De Rosa, le quali bande furono incorporate nel Corpo dei Cacciatori di Montagna di Principato Citra, comandato da un altro ex capomassa, Gerardo Curcio ‘Sciarpa’. Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.

Nel 4 agosto 1806, Sapri è occupata dai generali francesi Mermet e Gardanne

Dopo la caduta di Gaeta, il re decretò la repressione delle insurrezioni in Calabria. Andrea Massena fu mandato con quindicimila uomini verso sud, dividendo l’esercito in due colonne: uno, al comando di Massena stessò, diretto in Calabria per la via di Lagonegro; l’altro comandato dal Mermet, per la via di Sapri. Mermet, giunto a Montano Antilia il 3 agosto, mandò quattrocento uomini al comando di Vincenzo Gentile all’assalto di Laurino, difesa dal capobanda Speranza, che fu saccheggiata e incendiata. Contemporaneamente, Roccagloriosa, difesa da Rocco Stoduti, fu assalita e saccheggiata da Mermet. Il 4 agosto lo stesso Mermet si recò da Torre Orsaia a Policastro Bussentino, con la speranza di arrivare senza troppi problemi a Sapri. Ma era quest’ultima difesa dalla flotta inglese che stanziava al largo di Maratea. Mermet riparò nuovamente a Torre Orsaia, in attesa di Massena, che giunto a Lagonegro, distaccò un contingente al comando del Gardanne, che espugnò e incendiò Torraca. Giorgio Mallamaci (…), continuando il suo racconto sul periodo francese, a p. 77 in proposito scriveva che: “Dopo il sacco del paese, Gardanne con la sua colonna si unì al Mermet e con lui andò ad occupare Sapri.”. Infatti, dell’episodio ne parlano anche il Pesce (…) e il Barra (…) che a differenza del primo documentano gli avvenimenti. L’episodio si verifica in seguito al terribile passaggio delle truppe francesi del generale Gardanne a Torraca il 4 agosto 1806. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : Come si è già accennato, la marcia di Massena era stata contempo­raneamente fiancheggiata dall’invio nel Cilento di una forte colonna di 1.500 uomini, al comando del generale Mermet, che aveva il compito di congiungersi al grosso del corpo di spedizione a Sapri, dopo aver sotto­messo la regione insorta. Ecc…. Dunque, riguardo gli episodi che riguardarono Sapri ed il suo porto, il Barra (….) scriveva che: “Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabil­mente come manovra diversiva.”. Dunque, secondo la cronaca del Barra (…), i filobrobonici di Sapri, nel 1806 furono attaccati dal generale Gardanne e dovettero riparare e fuggire con la flotta Inglese che si trovava alla fonda alla baia di Sapri. Il Gardanne, generale delle truppe francesi, dopo aver distrutto e bruciato Torraca e congiuntosi alle truppe francesi del maresciallo Mermet, marciò su Sapri. Secondo il Barra (….), in ‘Cronache’ e in Rassegna Storica del Risorgimento, le notizie si desumono dalla sua nota (34) nella quale egli postillava che: 34) cfr. il rapporto di Mermet a Massena, Torre Orsaia 6 agosto 1806, in Mémoires du rol Joseph, par A. Du CASSE, Paris, 1854, vol. III, pp. 116-121.”. Dunque, la notizia si desume dal rapporto militare del maresciallo Mermet a Messena redatto da Torre Orsaia il 6 agosto 1806 e pubblicato in “Mémoires du roi Joseph, par A. Du CASSE, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121.”.

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(Fig….) Du Casse A., Mémoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph, Paris, 1854, vol IX

Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Egli inviò allora in rinforzo il generale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabilmente come manovra diversiva (34). Massena frattanto, ecc….”. Il Barra (…), a p. 304, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Cfr. il rapporto di Mermet a Massena, Torre Orsaia 6 agosto 1806, in ‘Mémoires du roi Joseph’, par A. Du CASSE, Paris, 1854, voI. III, pp. 116-121.”. Sempre il Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 305, odopo aver detto che il Mermet va a Policastro, in proposito scriveva che: “Gentile entrò il 4 a Torre Orsaia, che trovò evacuata dagli insorgenti e proseguendo la marcia si ricongiunse con Mermet lungo la strada per Policastro. Giunti, sotto le mura della città, dalla squadra inglese, che veleggiava a largo – e che era composta da un vascello di linea, due fregate, tre brick e una ventina di scialuppe armate – si distaccarono quattro scialuppe cannoniere, che vennero a sostenere i ribelli trincerati in Policastro, che era stata nel frattempo abbandonata dagli abitanti. Rinunciando allora a proseguire per Sapri lungo la strada costiera, troppo esposta alle artiglierie nemiche, Mermet come si è già detto, aveva preferito ripiegare su Torre Orsaia.”Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806” e a p. 66, in proprosito scriveva che: “Il 1° agosto 1806, le truppe francesi comandate dal Maresciallo Massena, partirono da Napoli verso le Calabrie. Il Generale Gardanne, comandante l’avanguardia, era partito in precedenza, e per la strada Eboli-Sala Consilina, era giunto a Lagonegro. Il generale Mermet percorse invece la via del litorale con 1500 uomini, con l’ordine di recarsi a Policastro, indi a Sapri. Il Mermet giunse a Vallo della Lucania ecc….Laurino fu incendiata, gl’insorti di Roccagloriosa – in numero di 700 circa – opposero una forte resistenza; ma dopo un vivo combattimento, furono costretti a ritirarsi, e il paese fu incendiato: vi restarono appena cento abitanti che furono rispettati. (dale Memorie del Generale Mermet). Il Generale Gardanne, giunto a Lagonegro, pensava mettersi in comunicazione con il Mermet che trovavasi nei pressi di Torraca; lungo il tragitto gl’insorti lo obbligarono a ritirarsi. Egli, però, coll’aiuto del Messena, Comandante Supremo, allontanò il nemico, si unì al Mermet e attaccò Sapri.”.

Nel 1806 e 1808, al porto di Sapri la flotta siculo-Inglese di Sydney-Smith

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di Orazio Campagna, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 253, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Durante la campagna francese, 1806-1811, Sapri divenne porto di Sydney-Smith per il collegamento con gli insorti del Continente, per cui gli incendi e le distruzioni del generale Mermet, e le precipitose fughe verso la Sicilia da parte “di molta gente paesana”. (48).”. Il Campagna, a p. 253 nella sua nota (48) postillava che: “(48) In ASN.SA. 524, inc. 27, e ASN.SA, 374, inc. 7.”. Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone occupò nuovamente con le sue truppe il reame di Napoli, dichiarando decaduta la dinastia borbonica e nominando suo fratello Giuseppe Bonaparte re di Napoli. A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna (per un gioco del caso al posto del fratello di Ferdinando, Carlo IV), successe Gioacchino Murat. Murat regnò sino al maggio 1815, riprendendo per sé il titolo di Re delle Due Sicilie, cancellando l’autorità amministrativa del Regno di Sicilia, che non aveva potuto conquistare, e accentrando il potere in un unico Stato con capitale Napoli. Il Campagna si riferiva a William Sydney-Smith che  fu un ufficiale inglese della Marina britannica che combatté nella guerra di indipendenza americana e nelle guerre rivoluzionarie francesi, divenendo ammiraglio. Napoleone Bonaparte, ricordandolo nelle sue Memorie, ebbe a dire di lui: «Quest’uomo mi ha fatto perdere la mia fortuna». Proveniente da una famiglia di tradizioni militari, imparentata con William Pitt, I conte di Chatam, era il secondo figlio del capitano di fanteria John Smith. Nel novembre del 1805 Smith fu promosso al grado di Contrammiraglio e venne inviato nel Mediterraneo sotto il comando dell’ammiraglio Collingwood, che era stato nominato comandante in capo della flotta del Mediterraneo in seguito al decesso di Nelson a Trafalgar. Collingwood inviò Smith ad assistere il re Ferdinando I delle Due Sicilie nel riconquistare la capitale Napoli contro il fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte, che ne era stato nominato re. Smith progettò una campagna utilizzando truppe irregolari calabresi insieme ad un corpo di spedizione inglese forte di 5.000 soldati, che avrebbero dovuto marciare su Napoli. Il 4 luglio 1806 questa forza composta sconfisse una grande formazione francese a Maida. Ancora una volta tuttavia l’incapacità di Smith nell’evitare di mancar di rispetto ai suoi superiori gli procurò l’esonero del comando delle forze da sbarco, nonostante il successo che aveva avuto il suo piano. Egli venne sostituito dal generale John Moore. Il Campagna si riferiva anche al Generale Mermet. Francesco Barra (…), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, in proposito a p. 299 così scriveva che: “A Torraca vittime dei ribelli rimasero tre esponenti della famiglia Gallotti, la cui casa fu presa d’assalto, e i cui superstiti scamparono a stento al massacro cui per intera essa era stata votata gettandosi fortu­nosamente dalle finestre. Anche nel Vallo di Diano la rivolta dilagò rapidamente. Il 18 luglio, a Bellosguardo, il patriota Tiberio Macchiaroli fu letteralmente scannato ed il suo sangue raccolto in un cappello, mentre a Sicignano Gerardo Carnevale veniva bruciato vivo. Sempre a Sicignano, insorta il 19 luglio, la popolazione assediò per quattro giorni nel castello la famiglia Bilotti, che, sopraffatta, alla fine venne quasi tutta massacrata. 20). A capeggiare l’insurrezione borbonica nel Cilento era Antonio Guariglia. Dopo essersi impadronito a viva forza di Foria, sulle alture che dominano Capo Palinuro, Guariglia era il 19 luglio a Centola ed il 20 a Pisciotta, giungendo poi con circa 400 uomini al suo paese, S. Mauro, deciso a risolvere una volta per tutte l’antica faida con i Mazziotti di Celso. Ma costoro, raccolti i patrioti cilentani e pochi còrsi nel castello di Rocca Cilento, opposero disperata resistenza alle bande borboniche, che, fermate dalle robuste muraglie e dalla decisione dei difensori, furono costrette a porre l’assedio all’antico castello. 21). Destinato dalla corte borbonica e dall’ammiraglio inglese Sidney Smith a capeggiare l’insurrezione nel Vallo di Diano era Francesco Stoduti, il quale, cogli uomini venuti dalla Sicilia e con quelli levatisi in armi nei paesi del Vallo, raccolse un migliaio di insorti, dotati dagli inglesi anche di due pezzi di artiglieria leggera. Mentre lo Stoduti penetrava dal sud nel Vallo di Diano, questo veniva chiuso a nord e ad ovest dalle masse del De Rosa e del Tommasini. Difatti, Nicola Tommasini, antico capomassa del ’99, che si era mantenuto celato sino a quell’epoca, dopo aver fatto insorgere Piaggine, suo paese natale, Valle dell’Angelo e S. Angelo a Fasanella, aveva raccolto circa 500 uomini, che i francesi si attendevano da un momento all’altro di veder sboccare nella piana di Eboli attraverso la valle del Calore. 22) Pasquale De Rosa, a sua volta, anch’egli rimasto alla macchia dopo l’occupazione francese, alla testa di un mezzo migliaio d’insorgenti si era impadronito di Sicignano e del passo dello Scorzo, strategicamente assai rilevante, perché controllava la strada delle Calabrie. 23). La situazione strategica dei francesi si era fatta in pochi giorni assai critica, giacché i ribelli controllavano in pratica l’intero Cilento, da Sapri alla foce del Sele, e buona parte del Vallo di Diano, interrompendo le comunicazioni con la Calabria, mentre gli inglesi, istallatisi a Capri, minacciavano da vicino la Costiera amalfitana e dominavano pressoché incontrastati le acque e gli estesi litorali del Principato. Il comandante militare della provincia, generale Mermet, aveva peraltro assai scarse forze a disposizione. Il 15 luglio egli riferiva con tacitiana concisione al capo di stato maggiore generale.”. Cesar Berthier: La rébellion commence. 20) cfr., per tutti questi avvenimenti, Francesco Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, cit., pp. 267-282. 2i) Cfr. Francesco Barra, Cronache, cit., nota 7 a p. 278. 22) ANP, 381 AP 7, fase. C. Berthier, rapporto del gen. Montbrun, Salerno 20 luglio 1806, a midi. 23) Francesco Barra (….), nel suo ‘Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815′, ed. Società Editrice meridionale, 1981, a p. 271; In., Insorgenza e brigantaggio, cit., pp. 156-157. Così scriveva Francesco Barra (…) su ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, nel suo “Principato Citra Storia 1806”, anno 1992, p. 304 : “Alla testa di questi assassini quasi dapertutto si trovano frati. I monaci della Certosa di S. Lorenzo della Padula sono accusati come autori della rivolta in quei luoghi. Infatti si è osservato che essa è scoppiata solo nei feudi dipendenti dalla Certosa. Molti degli abitanti ingannati e sedotti dai frati si son presentati a render le armi e a chieder grazia, ed indi son tornati alle loro case. [] Regna fra i ribelli lo spavento e la confusione: fuggono dapertutto. Impressionato dalla ferocia della repressione indiscriminata esercitata dalle truppe francesi, che si erano comportate come in un paese di conquista, abbandonandosi ad eccessi di ogni genere a danno delle popo­lazioni, Messena emanò da Padula un severo ordine del giorno, con cui prescriveva il rigoroso rispetto degli abitanti, anche allo scopo dichiarato di evitare di spingere a ribellarsi persino le persone più tranquille, forzandole a gettarsi nelle file dei ribelli, rendendo così la guerra più lunga e disastrosa a. 33) La mattina del 5 il maresciallo abbandonò la Certosa, avviandosi verso Lagonegro, lasciando l’appartamento abbaziale al re Giu­seppe, che vi giunse a sera con la sua Guardia, trattenendovisi sino al 7. Vana fu la difesa di Lagonegro, inutilmente rafforzata dagli insorti cala­bresi di Antonio Versace Genialitz e da sei pezzi di artiglieria sbarcati dalle navi inglesi e trasportati sin li attraverso i monti a dorso d’asino per ordine di Sidney Smith. A Lagonegro il maresciallo seppe che il generale Mermet, che avanzava dal Cilento con 1.500 uomini verso Policastro e Sapri, aveva dovuto ritirarsi da Policastro su Torre Orsaia, per non esporsi alle offese della squadra inglese, che incrociava minaccio­samente in prossimità della costa. Egli inviò allora in rinforzo il gene­rale Gardanne, che lanciò le sue truppe su Torraca, i cui difensori furono sorpresi e fatti a pezzi. Data alle fiamme Torraca e congiuntosi al Mermet, Gardanne marciò su Sapri, che non fu salvata neppure dall’intervento delle navi inglesi, sulle quali i borbonici furono costretti a riparare, che fecero immediatamente vela in direzione del golfo di Salerno, probabil­mente come manovra diversiva. 34) Massena, frattanto, dopo aver fortemente trincerato Lagonegro, proseguì la sua marcia, e l’8 agosto stroncò spieta­tamente la resistenza di Lauria, aprendosi definitivamente la via delle Calabrie. Come si è già accennato, la marcia di Massena era stata contempo­raneamente fiancheggiata dall’invio nel Cilento di una forte colonna di 1.500 uomini, al comando del generale Mermet, che aveva il compito di congiungersi al grosso del corpo di spedizione a Sapri, dopo aver sotto­messo la regione insorta. Il 1 agosto Mermet giunse a Vallo, dove rice­vette la sottomissione degli insorti di Novi, due capi dei quali furono fucilati. Il 3 agosto, prima dell’alba, riprese la marcia, distaccando da 33) il documento, quanto mai significativo, è riportato in E. GACIIOT, Histoire mllitaire de Massena, cit., pp. 204-205.”. Sempre il Barra (….), a p. 304 nella sua nota (34) postillava che: 34) Roccagloriosa rimase a lungo in uno stato di profonda desolazione a causa della perdita avuta de’ più bravi individui di essa, e del sofferto incendio, come si legge in una supplica presentata dal Comune nel 1808, in Francesco Barra (…), Cronache, cit., p. 278.”.

Mermet a Lagonegro

Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri – natura mito e storia ecc…”, parlando di Policastro Bussentino, a p. 181, riferendosi all’agosto del 1806 in proposito scriveva che: Gruppi di emissari borbonici, tra i quali il Colonnello Rocco Stoduti di San Cristoforo, il Maggiore Necco, il Maggiore Giuseppe Guariglia ed il sacerdote Vincenzo Peluso di Sapri, riuscirono a far pervenire agli Inglesi notizie sulla nuova situazione venutasi a creare a Policastro e nella zona. Questi ultimi inviarono immediatamente a Policastro una flotta al comando dell’Ammiraglio Sydney Smith il quale, onde stanare i francesi da loro rifugio, non esitò a dare ordine al Capitano Guglielmo Harley di bombardare il castello che, nell’occasione, venne definitivamente distrutto (74).”. Il Guzzo a p. 181, nella sua nota (73) postillava che: “(73) G. Cataldo, op. cit., p. 62”. Il Guzzo a p. 182, nella sua nota (74) postillava che: “(74) A. Acton – I borboni di Napoli – Milano – 1964 – pag. 613 e segg.”. Il Cataldo (…), nella sua opera su Policastro, a pp. 62-63 in proposito scriveva che: “Nel golfo di Policastro sbarcavano spesso flotte di navi inglesi, comandate dall’ammiraglio Sydney Smith, alleato di Ferdinando di Borbone. Trentasei soldati col tenente Slesor furono mandati sul castello di Maratea presso il colonnello A. Mandarini, borboniano; altri gruppi di emissari borboniani trovarono modo di molestare i nuovi dominatori, grazie all’appoggio del colonnello Rocco Stoduti di S. Cristoforo, dei Maggiori Giuseppe Necco e Antonio Guariglia, e D. Vincenzo Peluso di Sapri. Il Peluso fu devotissimo della corte borbonica e la seguì fino a Palermo; spesso approdava a Policastro ecc….Un’altra flotta, proveniente dalla Sicilia, comandata dal generale inglese Sir Stuart e da un principe reale, fece sbarcare a Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, che assalirono Roccagloriosa, Bosco, Torre Orsaia, Sanza, Fortino di Battaglia e Lago Serino. Era l’anno 1808. (Racioppi, op. cit., p. 461).”Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806” e a p. 66, in proprosito scriveva che: “Il 1° agosto 1806, le truppe francesi comandate dal Maresciallo Massena, partirono da Napoli verso le Calabrie. Ecc…Dagli scritti del Colonnello Ferrari, che ritrae molto bene l’episodio della resistenza del Castello di Maratea, rileviamo che un giorno l’ammiraglio Sydney-Smith, alleato del Re Ferdinando di Borbone e comandante la flotta inglese nel Golfo di Policastro, mandò trentasei soldati col tenente Slesor sul Castello di Maratea, dove furono ricevuti con molta cortesia dal Mandarini, fedele Borboniano e capo delle masse riunite in quel luogo. I soldati inglesi ne ebbero una camicia ognuno di tela d’Olanda, ed ebbero l’incarico di portare in dono all’Ammiraglio un capriolo vivo con gli omaggi del Mandarini. In quella occasione Sydney-Smith nominò il Mandarini ‘Luogotenente della Regia Corte’ di Maratea, e, in un secondo tempo, ‘Vice-Preside di Basilicata, incaricato dal Re nelle limitrofe provincie di Calabria e Principato’, nomine confermate dalla corte di Palermo, la quale mise pure agli ordini del Mandarini le truppe volonti comandate dal Ten. Colonn. D. Rocco Staduto, nonchè dai Maggiori D. Antonio Guariglia e D. Giuseppe Necco.”. Il Damiano (….) a p. 68 si riferiva al Colonnello Giuseppe Ferrari, L’insurrezione calabrese e l’assedio di Amantea del 1806, Roma, Officina poligrafica editrice, 1911.

Nel 9 agosto 1806 Messena arriva a Lauria e fa un massacro

Il Massena, partito da Lagonegro per la Calabria, trovò la strada bloccata a Lauria. Dopo due tentativi di trattativa, Massena assalì la cittadina lucana l’8 e il 9 agosto, massacrando circa mille abitanti e dandosi al saccheggio. A Castrovillari Mermet e Massena, congiunti, marciarono su Cosenza, dove arrivarono senza problemi. Mentre i due francesi organizzavano guardie civiche per la difesa del potere napoleonico, in altri luoghi del Regno di Napoli continuarono atti di rivolte. Camerota difesa dal duca di Polleria e dalle bande del Guariglia, fu espugnata dal generale Lamarque il 1º settembre 1806, che in seguito ordinò la strage degli insorti. Il massacro di Lauria fu una strage compiuta tra il 7 ed il 9 agosto 1806 dalle truppe napoleoniche comandate dal generale Andrea Massena a danno della popolazione locale che si era ribellata all’occupazione francese parteggiando per la corona borbonica. Il fatto di sangue, anche noto nelle fonti ottocentesche come Sacco di Lauria o Assedio di Lauria, si verificò nella città lucana, fedele ai sovrani borbonici, poiché la popolazione locale ostacolò, con l’ausilio di militari napoletani, l’avanzata delle truppe francesi dalla capitale alla Calabria. Il 7 agosto l’armata francese partì all’alba da Lagonegro e giunse nei pressi di Lauria prima di mezzogiorno, così come risulta dalla relazione che il maresciallo Massena scrisse per il sovrano il 9 agosto, una volta superato Castelluccio e giunto a Rotonda. Lauria era un focolaio di rivolta, alimentato dagli stessi briganti, così denominati dai francesi, in realtà insorgenti capeggiati da Vincenzo Geniale Versace, che il 4 agosto avevano abbandonato Lagonegro. La quasi totalità degli abitanti di Lauria non era intenzionata a consegnare il paese allo straniero e riversava la propria rabbia, anche con la violenza fisica, contro gli stessi concittadini che invece consigliavano la resa. Già il 5 agosto, in quella che era la campagna delle Due Calabrie, Andrea Massena, provvisoriamente accampato nei pressi di Lagonegro, marciava verso la città ribelle. Distinte furono le sue parole rivolte ai soldati, quando il primo aiutante di campo, inviato in ricognizione, gli riferì che si sentiva suonare la campana a martello: – Che suonino la loro morte! – Un secondo aiutante di campo, a sua volta, lo portò a conoscenza che la sparatoria era cominciata: – Bruceranno! – E Massena, laconico come uno spartano, mantenne la sua parola: Lauria fu data alle fiamme. I soldati si distribuirono, infatti, una volta arrivati a destinazione, su due fronti: il primo, comandato dal generale Gardanne, si diresse sulle colline, nella parte alta del paese; il secondo fu condotto da Massena ad accerchiare la borgata. Le truppe furono accolte a fucilate dagli abitanti che, nell’attesa, avevano predisposto delle barricate; quindi i francesi appiccarono il fuoco alle case per costringere i ribelli ad uscire allo scoperto. Molti furono i morti, presumibilmente intorno ai mille: oltre un centinaio di abitanti furono sgozzati nelle grotte dove si erano nascosti e i fuggiaschi puniti con la fucilazione o la forca; non vennero risparmiati nemmeno i bambini e le donne; queste ultime subirono in gran numero anche violenza carnale. Le cronache del tempo narrano che i soldati còrsi, tra i più efferati, si accanirono contro gli inermi, massacrando anche i malati ritrovati nel proprio letto e impossibilitati a fuggire. Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806”, ha scritto alcune pagine sull’episodio e la tragedia di Lauria, parlandone a pp. 67-68-69. Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della città di Lagonegro” a p. 309, in proposito scriveva che queste notizie erano state tratte dalla “Dalla relazione fatta dal Generale De Montigny-Turpin, che era Capitano dello stato maggiore del Generale Gardanne – pubblicata dal Racioppi, nel Vol. II p. 493 della ‘Storia’ – si possono apprendere i funesti particolari di quel sanguinoso combattimento, nel quale il Generale Gardanne in prima fila ed il Massena alla riserva, marciando da Lauria Inferiore a Lauria Superiore ecc…”. Infatti, Giacomo Racioppi, nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, pubblicò in apendice a pp. 493-494 il testo “Appendice I. Documenti (1). A. Incendio di Lauria – Agosto 1806. La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro – Grands épisodes inedits et causes segrètes de la politique et des guerres sous de la Directoire executid, le Consulat et l’Empire, etc. etc. ‘Lettres à Mr. le Genénéral Pelet, directeur du depot de la Guerre, Senateur; à MM. Thiers, Lamatine, La Guerroniere et Delamarre, par M. Charles De Montigny-Turpin, general retraité. – Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8°.”.

Nel 9 settembre 1806, il generale francese Lamarque arriva a Sapri e fa una strage

Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 308, dopo aver detto che il Mermet va a Policastro, in proposito scriveva che: “Restava però da disperdere un raggruppamento di 1.500 ribelli nel Lagonegrese, che per un momento erano riusciti a tagliare le comunicazioni tra Napoli e la Calabria, ma anch’essi furono battuti e dispersi dalle colonne dei generali Debelle e Peyri. Il 9 settembre, inoltre, Lamarqe aveva nuovamente “taillé en pieces” i borbonici a Vibonati, e lo stesso giorno entrava a Sapri. La tristissima condizione del centro cilentano, da due mesi oggetto di violenti scontri, di saccheggi e di eccidi, è efficacemente descritta dallo storico borbonico Pietro Calà Ulloa: (42) “Niuna cosa restò in piedi in Sapri. Poche donne e fanciulli, avanzi di terra florida e popolosa, raccolse, in mezzo la piazza a cerchio, viveano in triste comunità. Sei olte presa dagl’Imperiali, ed altrettante ripresa dà sollevati, stata era rovinata da capo a fondo””. Queste le parole di Francesco Barra a p. 308 tratte dal Calà-Ulloa. Infatti il Barra a p. 308, nella sua nota (42) postillava che: “(42) P. Calà Ulloa, Duca di Lauria, ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi, Roma, 1871, pp. 239-240.”. Jean Maximilien Lamarque è stato un generale francese, comandante di divisione durante le guerre napoleoniche, e parlamentare. Nato a Saint-Sevier, nelle Lande, Lamarque entrò nell’esercito nel 1791. Guadagnatosi il grado di generale, comandò una delle sei armate mandate alla conquista dei Regni Borbonici di Napoli e Sicilia. Dunque, riguardo Sapri occupato nel 9 settembre dalle truppe francesi del Lamarque, è stato citato il Pietro Calà-Ulloa (….) che ne parla nel suo ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi’. Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 51 parlando degli ultimi mesi del 1806 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che:  “Il 9 settembre, inoltre, Lamarque aveva nuovamente “taillé en pieces” i borbonici a Vibonati, e lo stesso giorno entrava a Sapri. La tristissima condizione del centro cilentano, da due mesi oggetto di violenti scontri, di saccheggi e di eccidi, è efficacemente descritta dallo storico borbonico Pietro Calà Ulloa (42): “Niuna cosa restò in piedi a Sapri. Ecc…“. Il Barra (…), a p. 51 nella sua nota (42) postillava che: “(42) P. Calà Ulloa, Duca di Lauria, ‘Della sollevazione delle Calabrie contro à francesi’, Roma, 1871, pp. 239-240.”.

Ulloa, p. 239

Pietro Ulloa, p. 240

Infatti, Pietro Calà Ulloa (….), nel suo “Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi”,  del 1871, a pp. 239-240, in proposito così scriveva che: “V……Eran perciò genti Napolitane e Francesi condotti da Lamarque or contro l’uno, or contro l’altro. Alcune terre si davan facilmente altre con maggior difficoltà. Tutto le soldatesche mettean a bottino, e strabocchevole era il sacco. Il barbarico furor non contento a spogliar le case, quel che trasportava non potendo sformava o distruggeva. Niuna cosa restò in piedi a Sapri. Poche donne e fanciulli, avanzi di terra florida e popolosa, raccolte in mezzo la piazza a cerchio, viveano in triste comunità. Sei volte presa dagl’Imperiali, ed altrettanto ripresa dà sollevati, stata era rovinata da capo a fondo. Mura annerita da più incendi, piuttosto spavento di vicina ruina, che rifugio. Rattamente si spingeva or contro questa, or contro quella Lamarque, ed in niuna entrava senza ostacolo.”.  Calà Ulloa, a p. 340, in proposito scriveva pure che: “VI. Posta è Camerota in cima ad un poggio sporgente in fuori…..Visti colà ridotti i sollevati, divisò l’arrischiato Lamarque di prender e ruinar quel nido. Principal speranza di fornir l’impresa riposta nella prestezza. Riunì dunque a Centola Dofour e Gritz, l’uno già uso alla guerra Calabrese, che comandava i Francesi, l’altro a’ Corsi soldati. Con essi e buona mano di stanziali Napolitani, inchinando il giorno alla notte, corse ad assalir Cammarota. Ma la cosa procedette molto lontana dall’aspettation sua. Etc…”.    

Nel 29 settembre 1806, a Torraca l’attacco del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara

Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 52 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che:  “Un altro e più consistente raggruppamento, costituito da circa 900 uomini, parte locali e parte sbarcati da un legno siciliano, si erano trincerati a Torraca, dove il 29 settembre furono attaccati dal I reggimento napoletano di linea del colonnello Pignatelli (43): “. Il Barra a p. 52 riporta quanto scrisse Pietro Calà Ulloa e, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il “Monitore Napolitano”, 3 ottobre 1806, n. 63.“.

Nel 16 ottobre 1806 a Sapri, lo Stoduti, Guariglia e Tommasini si scontrarono con le truppe francesi del colonnello Andrea Pignatelli-Cerchiara

Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 53 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che:  “Nonostante i ripetuti insuccessi, Guariglia, Stoduti e Tommasini si mantennero in armi per tutto l’autunno coi resti delle loro bande, ascendenti a mille uomini circa. A metà ottobre, anzi allo scopo di alleggerire la morsa che andava stringendosi a Maratea, Guariglia, Stoduti ed altri capi minori vennero nuovamente fatti sbarcare dal Mandarini sulle coste cilentane. Scesi il 16 ottobre presso Sapri, batterono un reparto del I reggimento di fanteria leggera del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara, che era calato da Torraca per respingerli. Dopo di che marciarono su Torraca, da cui scacciarono gli avversari dopo tre ore di lotta, facendo 94 prigionieri. Altro scontro si era avuto il 21 a S. Biase, conclusosi con la ritirata dei borbonici su Caselle e Morigerati. Avendo poi saputo dell’approssimarsi di una forte colonna al comando del comandante Bellelli, ed essendo rimasti a corto di viveri e munizioni, si erano ritirati il 24 a Maratea (45).”. Il Barra (…) a p. 53, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Per queste vicende l’ampio rapporto di Alessandro Mandarini del 24 ottobre 1806, in F. Barra, ‘Cronache’, cit., pp. 110-113.”. Riguardo l’ultima citazione il Barra a p. 32, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. F. Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815’, Salerno Catanzaro, 1981, ecc…”. Dunque, il Barra sulla scorta di un dettagliato rapporto del Mandarini racconta l’episodio della banda dello Stoduti (padre e figlio) di Torraca che il 16 ottobre 1806 attacano la colonna del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara a Sapri e poi vittoriosi salgono a Torraca. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 309, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Nonostante i ripetuti insuccessi, Guariglia, Stoduti e Tommasini si mantennero in armi per tutto l’autunno coi resti delle loro bande, ascendenti a mille uomini circa. A metà ottobre, anzi, allo scopo di alleggerire la morsa che andava stringendosi su Maratea, Guariglia, Stoduti ed altri capi minori vennero nuovamente fatti sbarcare dal Mandarini sulle coste cilentane. Scesi il 16 ottobre presso Sapri, batterono un reparto del I reggimento di fanteria leggera del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara, che era calato da Torraca pre respingerli. Dopo di che marciarono su Torraca, da cui scacciarono gli avversari dopo tre ore di lotta, facendo 94 prigionieri.”. Già nel mese di febbraio del 1806 Pignatelli aveva incontrato Giuseppe Bonaparte insieme a numerosi commilitoni che il nuovo re di Napoli cercava di guadagnare alla fedeltà francese senza l’umiliazione di una sconfitta. Mentre il 22 suo fratello Nicola Luigi assumeva la responsabilità del ministero della Marina, il 18 febbraio Andrea veniva promosso colonnello nel 1° reggimento di fanteria leggera. Fiducioso delle sue capacità, Bonaparte lo inviò a Gaeta all’inizio di luglio al comando di 1200 uomini e, il mese successivo, in Cilento a combattere il brigantaggio e a contrastare i tentativi di sbarco della flotta anglo-sicula sulla costa meridionale. Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea. All’arrivo di Murat, mentre Nicola Luigi lasciava il suo incarico e Giuseppe transitava dal ministero delle Finanze alla Segreteria di Stato, Pignatelli fu promosso generale di brigata e ottenne il titolo di commendatore dell’Ordine delle Due Sicilie. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Ma nel Cilento venivano intanto fatte convergere le colonne del generale Lamarque, che da Lagonegro marciò ancora una volta su Policastro e Sapri, per purgare dei ribelli il Basso Cilento, definito “le foyer des rassemblements”, e del maggiore Guy, che, dopo un assedio di 19 giorni riuscì a sbloccare Camerota, superando “une résistance assez forte”, che costò ai borbonici un centinaio di caduti (48). A fine novembre, Lamarque raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse. Ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”. Dunque, secondo il saggio di Francesco Barra, pare che nel 1806, le truppe del generale francese Lamarque marciarono da Lagonegro verso Sapri e Policastro mentre le truppe del generale Guy marciarono verso Camerota per assediarla per ben 19 giorni. Secondo i documenti studiati da Barra (…), verso la fine del mese di novembre del 1806, il generale francese Lamarque raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse.”. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Jean Maximilien Lamarque è stato un generale francese, comandante di divisione durante le guerre napoleoniche, e parlamentare. Nato a Saint-Sevier, nelle Lande, Lamarque entrò nell’esercito nel 1791. Guadagnatosi il grado di generale, comandò una delle sei armate mandate alla conquista dei Regni Borbonici di Napoli e Sicilia. Fu protagonista, insieme ad Alessandro Mandarini, dell’assedio napoleonico di Maratea. Dalla Treccani on-line leggiamo che: “Già nel mese di febbraio del 1806 Pignatelli aveva incontrato Giuseppe Bonaparte insieme a numerosi commilitoni che il nuovo re di Napoli cercava di guadagnare alla fedeltà francese senza l’umiliazione di una sconfitta. Mentre il 22 suo fratello Nicola Luigi assumeva la responsabilità del ministero della Marina, il 18 febbraio Andrea veniva promosso colonnello nel 1° reggimento di fanteria leggera. Fiducioso delle sue capacità, Bonaparte lo inviò a Gaeta all’inizio di luglio al comando di 1200 uomini e, il mese successivo, in Cilento a combattere il brigantaggio e a contrastare i tentativi di sbarco della flotta anglo-sicula sulla costa meridionale. Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea. All’arrivo di Murat, mentre Nicola Luigi lasciava il suo incarico e Giuseppe transitava dal ministero delle Finanze alla Segreteria di Stato, Pignatelli fu promosso generale di brigata e ottenne il titolo di commendatore dell’Ordine delle Due Sicilie.”. Il Mallamaci (….), parlando di Torraca e dei fatti di Maratea sulla scorta dell’Archivio privato della famiglia Mandarini (dice lui), a p. 78 in proposito scriveva che: “In merito scriverà da Maratea, Alessandro Mandarini, un fedele suddito dei Borbone il quale si teneva in continuo contatto epistolare con la corona, informando il sovrano che si trovava a Palermo, sull’evolversi della situazione bellica:………..Il sovrano a sua volta farà sapere al Mandarini che (Archivio privato famiglia Mandarini): “….di quanto ha ella riferito …….dà Capi Massa Stoduti e Guariglia in inutili operazioni contro i nemici stessi, e specialmente del fatto seguito nella montagna di Torraca, e nella successiva ritirata dei nostri verso Sapri, il Re si è degnato di approvare così fatte operazioni, dichiarando che terrà particolarmente presente i buoni servigi di Stoduto e Guariglia, ed anche quelli del Comandante di sciabecco Antonio Barranco il quale con intrepidezza protesse quella ritirata a Sapri”. Dunque, secondo la relazione epistolare con il re Ferdinando di Alessandro Mandarini, la ritirata della banda dei Stoduti e Guariglia a Sapri avvenne per opera e per merito del comandante dello Sciabecco Antonio Barranco.

Nel 4 dicembre 1806, Maratea è occupata dalle truppe del generale Lamarque

Jean Maximilien Lamarque è stato un generale francese, comandante di divisione durante le guerre napoleoniche, e parlamentare. Nato a Saint-Sevier, nelle Lande, Lamarque entrò nell’esercito nel 1791. Guadagnatosi il grado di generale, comandò una delle sei armate mandate alla conquista dei Regni Borbonici di Napoli e Sicilia. Fu protagonista, insieme ad Alessandro Mandarini, dell’assedio napoleonico di Maratea. Dalla Treccani on-line, in riferimento al colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara leggiamo che: Ferito il 22 ottobre, il 4 dicembre fu richiamato a Sapri da Jean-Maximilien Lamarque per la difesa della strada per Maratea.”. Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 439, in proposito scriveva che: “Il generale Lamarque del corpo di esercito del Massena viene ad attaccare il Castello di Maratea, con 4500 uomini e quattro cannoni. Il 4 dicembre, postate che furono le artiglierie su prossime alture, circondata la piazza da tre lati, egli intende a tòrre ogni possibile comunicazione per la via di terra. Intima la resa, che è respinta; e comincia l’offesa: la quale si fa più viva ed efficace, quando sopravvengono da Lagonegro altri due cannoni di maggiore calibro, e da Sapri il colonnello Pignatelli-Cerchiara con cinquecento soldati, che dovranno tener fronte alle torme dei partigiani raccoltesi a Castrocucco sotto il comando del maggiore Giuseppe Necco, ed altre venute dai paesi intorno a Sicignano, guidate da Tommasini.”. Il Mallamaci (….), parlando di Torraca e dei fatti di Maratea sulla scorta dell’Archivio privato della famiglia Mandarini (dice lui), a p. 78 in proposito scriveva che: “In merito scriverà da Maratea, Alessandro Mandarini, un fedele suddito dei Borbone il quale si teneva in continuo contatto epistolare con la corona, informando il sovrano che si trovava a Palermo, sull’evolversi della situazione bellica:………..Il sovrano a sua volta farà sapere al Mandarini che (Archivio privato famiglia Mandarini): “….di quanto ha ella riferito …….dà Capi Massa Stoduti e Guariglia in inutili operazioni contro i nemici stessi, e specialmente del fatto seguito nella montagna di Torraca, e nella successiva ritirata dei nostri verso Sapri, il Re si è degnato di approvare così fatte operazioni, dichiarando che terrà particolarmente presente i buoni servigi di Stoduto e Guariglia, ed anche quelli del Comandante di sciabecco Antonio Barranco il quale con intrepidezza protesse quella ritirata a Sapri”. Riguardo Sapri occupato nel 9 settembre dalle truppe francesi del Lamarque, è stato citato il Pietro Calà-Ulloa (….) che ne parla nel suo ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi’. Infatti, il Calà-Ulloa (…), a pp. 239 e 240 descrive i fatti accaduti a Maratea. Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “A fine novembre, Lamarque raggiunse, con circa quattromila uomini di buone truppe francesi e del regno italico, il campo trincerato di Lagonegro, unendosi alle forze al comando del Pignatelli Cerchiara, che sino ad allora a stento erano riuscite a contenere le masse. Vinta la resistenza al passo della Colla ed occupata Maratea Inferiore, il 4 dicembre Lamarque poté dare inizio alle vere e proprie operazioni d’assedio, rese ardue dalle difficoltà del terreno e dell’accanita resistenza dei borbonici, che avevano respinto ogni offerta di resa. Ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”. Mons. Domenico Damiano (….), nel suo “Maratea nella storia nella luce e nella fede” dedica il capitolo “L’assedio dei francesi – 1806” e a p. 66, in proprosito scriveva che: “Il 1° agosto 1806, le truppe francesi comandate dal Maresciallo Massena, partirono da Napoli verso le Calabrie. Ecc…Dagli scritti del Colonnello Ferrari, che ritrae molto bene l’episodio della resistenza del Castello di Maratea, rileviamo che un giorno l’ammiraglio Sydney-Smith, alleato del Re Ferdinando di Borbone e comandante la flotta inglese nel Golfo di Policastro, mandò trentasei soldati col tenente Slesor sul Castello di Maratea, ecc….”. Il Damiano (….) a p. 68 si riferiva al Colonnello Giuseppe Ferrari, L’insurrezione calabrese e l’assedio di Amantea del 1806, Roma, Officina poligrafica editrice, 1911.

Nel dicembre del 1806, Maratea la resa di Alessandro Mandarini al generale francese Lamarque

Francesco Barra (….), nel suo saggio apparso sulla ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, a p. 310, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Venuto meno ogni soccorso esterno, esauriti i viveri e le munizioni, Alessandro Mandarini, che guidava la resistenza, il 10 dicembre accolse l’invito di Lamarque a trattare la capitolazione, ecc…”. Il Barra, a p. 310, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ANP, 381 AP 7, fasc. C. Berthier, rapporto dal capo di stato maggiore al re del 30 novembre 1806; già il 25 Giuseppe aveva riferito a Napoleone che “les 1500 hommes débarques dans le Cilento ont été pris, tués ou dispersés; les chefs ont été pris ou fusillés” (‘Memoires du roi Joseph, cit., III, p. 237). Cfr. anche F. Barra, ‘Cronache, cit., pp. 103-122“. Il Barra per “ANP”, scrive nella sua nota (*) a p. 1 che si tratta di: “ANP, 381, AP = Archives Nationales de Paris, Archives de Joseph Bonaparte;”. Inoltre, per ‘Conache’ di Francesco Barra egli si riferisce a: “(16) Cfr. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2, ecc…”. Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “A capitolare a Maratea, e ad accettare altresì di passare al servizio del regime napoleonico, furono i capomassa Tommasini, Costa, Gugliotti e De Rosa, le quali bande furono incorporate nel Corpo dei Cacciatori di Montagna di Principato Citra, comandato da un altro ex capomassa, Gerardo Curcio ‘Sciarpa’. Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.

Nel 4 ottobre 1806, a Vibonati e Sapri e i briganti

Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a pp. 311-312, in proposito scriveva che: “III. Dall’insorgenza al brigantaggio. La resa di Maratea e lo scioglimento di molte delle masse borboniche che per sei mesi avevano accanitamente conteso ai francesi il Cilento ed il Vallo di Diano segnò la fine dell’insurrezione. Battuta in campo aperto, essa si sarebbe d’ora in poi manifestata sotto le forme, non meno insidiose, della guerriglia, finendo col degenerare rapidamente in vero e proprio brigantaggio…..Il riflusso dell’insurrezione, ormai battuta ovunque in campo aperto, e l’approssimarsi della stagione invernale avrebbero fatto presto prendere – riteneva Clary – “à cette guerre unae autre face”. Le bande, ricacciate dai centri abitati, sarebbero state costrette a rifugiarsi sui monti e nei boschi, dove per sopravvivere, avrebbero dovuto suddividersi in piccoli nuclei, dediti al banditismo spicciolo. Questa nuova situazione avrebbe imposto un nuovo sistema repressivo, basato su forti colonne mobili, destinate a proteggere i centri maggiori e le vie di comunicazione, e che sarebbero risultate assai più efficaci dei piccoli distaccamenti isolati. E se questi erano i problemi dei militari, non minori certamente erano quelli dei funzionari civili. Delle gravissime difficoltà incontrate dalle nuove autorità governative nel controllare il territorio, e persino ad insediarsi stabilmente su di esso, costituisce testimonianza efficace la situazione del sottintendente di Vibonati, Giovanni Franchini. Ancora alla fine dell’ottobre 1806, infatti, questi era impossibilitato a fissare la sua residenza a Vibonati, nominalmente sede della Sottintendenza, “perchè quel paese ben presto viene infestato dai briganti, i quali replicate volte han formato punto di riunione tanto in esso quanto in Torraca, Lauria, Maratea, Sapri ed altri luoghi di quel Circondario”. (51) Di talché egli venne autorizzato dal ministro a stabilirsi a Vallo, che però soltanto col decreto del 4 maggio 1811 divenne ufficialmente sede di Sottointendenza.”. Il Barra, a p. 312 nella sua nota (51) postillava che: “(51) ASN, Interni, fasc. 2207, rapporto del sottointendente B. Caprile all’intendente Charron, Sala 4 ottobre 1806.”. Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 58 in proposito scriveva che:  “E se questi erano i problemi dei militari, non minori certamente erano quelli dei funzionari civili. Dalle gravissime difficoltà incontrate dalle nuove autorità governative a controllare il territorio, e persino ad assediarsi stabilmente su di esso, costituisce testimonianza efficace la situazione del sottintendente di Vibonati, Giovanni Franchini. Ancora alla fine di ottobre 1806, infatti questi era impossibilitato a fissare la sua residenza a Vibonati, nominalmente sede della Sottintendenza, “perchè quel paese ben spesso viene infestato dai briganti, i quali replicate volte han formato punto di riunione  tanto in esso quanto in Torraca, Lauria, Maratea, Sapri ed altri luoghi di quel Circondario” (51). Di talchè egli venne autorizzato dal ministro a stabilirsi a Vallo, che però soltanto col decreto del 4 maggio 1811 divenne ufficialmente sede di Sottintendenza.”. Il Barra (…), a p. 58, nella sua nota (51) postillava che: “(51) ASN, Interni, fasc. 2207, rapporto dell’intendente Charron del 22 ottobre 1806.”.

Dal 1807 al 1811, Vibonati fu sede di Distretto e capoluogo di Mandamento fino al 1924

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 740 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Libonatorum, Bonatorum, Bonati seu Bonatorum, li Bonati, Libonati, Vibonati. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Sede di distretto con 12 comuni dipendenti fino al 4 maggio 1811 (Legge da Parigi n. 122) quando venne sostituito da Vallo come sede di Distretto (1). Capoluogo di mandamento poi fino al 1924 quando venne sostituito con Sapri. Ecc..”. Ebner a p. 740 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Con la Legge 19 gennaio 1807, n. 14 (Napoli), Giuseppe Napoleone divise la Provincia di Principato Citeriore in 46 circondari. Vallo divenne distretto con la legge 4 maggio 1811, n. 122 che divise la provincia in 14 circondari, come immutati sono i comuni. Con la legge 19 gennaio 1807, n. 14 si stabilì (v. Ebner, Storia cit., p. 221), che il primo paese elencato era sede del circondario e “del giusdicente”. Il Laudisio cit., p. 60 ci informa (vedi oltre) dei tre circondari in provincia di Principato della sua Diocesi.”. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 741, in proposito scriveva che: “Il Laudisio (26) scrive che l’intera diocesi, ai suoi tempi, per ciò che attiene l’amministrazione civile, comprendeva sei circondari nei quali risiedevano i giudici regi, di cui tre nella provincia di Basilicata e tre nella provincia di Principato Citra. E cioè Vibonati, Torre Orsaia e Camerota, villaggio quest’ultimo, dove si erano rifugiati i saraceni che distrussero per la prima volta Policastro e che si erano stanziati pure ad Agropoli.”.

Nel 1807, la fine della guerriglia contro i Francesi Napoleonici

Sempre il Barra (…), nel suo saggio apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, a p. 310, in proposito scriveva che: “Ma alla fine del 1807, dopo varie vicende, avrebbero finito quasi tutti col disertare e fuggire in Sicilia. Rocco e Francesco Stoduti si rifiutarono invece recisamente di cambiare bandiera, riuscendo ad eludere quasi immediatamente la sorveglianza delle autorità ed a riparare avventurosamente in Sicilia. Meno fortunato Antonio Guariglia ecc…”.

La partenza e fuga in Sicilia dei filoborbonici della banda dello Stoduti

Sempre il Mallamaci a p. 79, riguardo l’episodio di Maratea, in proposito scriveva che: “Contro i francesi si distinsero quattro torracchesi, ad essi il re, il 17 novembre 1807 riconobbe il merito di aver immolato la vita in combattimento per la difesa dello stato. Alle loro famiglie assicurò un adeguato sussidio: Pietro Falco, granatiere il 7 agosto 1806, in un attacco al suo paese, perse la vita. Alla moglie vennero assegnati 25 carlini al mese; Carmelo Bifani; Pietro Paolo Mercadante, Sabato Marotti.”. Sempre il Mallamaci a p. 79, sulla scorta del Gaetani scriveva che: “Tra le persone di Torraca che dovettero prendere la via dell’esilio e recarsi in Sicilia con gli Stoduti, si annoverano: Capitano Don Francesco Bifani, insieme alla moglie Donna Nicoletta e i figli Rosa e Andrea; Capitano Don Vincenzo Falco, la moglie Donna Laura, le filgie Annamaria e ROsa, il fratello Francescantonioo, insieme ai propri figli Felicia e Pietro; Don Antonio Barra, (cognato dei capitani Bifani e Falco), la propria consorte Antonia e i figli Maria, Francesco, Giuseppe, Laura, Pietro e Carmine.”.

Nel 1807, la loggia massonica di Lagonegro “La Filarete Lucana”

Leggiamo da wikipedia che nel 1807 sorge a Lagonegro la prima loggia massonica-carbonara (fra le primissime in Basilicata) che fu chiamata “la Filarete Lucana” è stato rinvenuto e si conserva il suggello di quella loggia in bronzo, coi segni della massoneria del compasso, della squadra e dei tre puntini con la denominazione in giro: “la filarete lucana o (oriente) di Lagonegro.” nel 1911, essendo stata istituita una loggia massonica col rito scozzese antico e accettato, esso ha rievocato e assunto lo stesso nome di Filarete Lucana, servendosi dello stesso suggello”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri ecc…”, parlando di Policastro, a p. 183 in proposito scriveva che: “Nel 1911, nella vicina Lagonegro, sorse una setta massonica d’antico rito scozzese con il nome di “Filarete Lucana”. Ad essa si iscrissero numerosi cittadini, di varia estrazione sociale, di Policastro, di Scario, di Vibonati, di Sapri e di altri centri della zona. Parecchi anni or sono, fu rinvenuto, nella contrada detta “Calancone”, il sigillo di bronzo della loggia, con i segni del compasso, della squadra e dei tre puntini, con la scritta in giro “La Filarete Lucana Oriente di Lagonegro” (77).”. Il Guzzo (….) a p. 183, nella sua nota (77) postillava che: “(77) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro – Napoli, 1913 – pag. 341.”. Infatti, Carlo Pesce a p. 341 in proposito scriveva che: “In Lagonegro era sorta una loggia o vendita’ di Carbonari, che fu detta ‘La Filarete lucana’, alla quale erano iscritti molti cittadini d’ogni ceto, desiderosi di novità, o ligi al passato regime. Le loro segrete riunioni si tenevano in una casetta appartata in contrada Calancone, dove spesso dalle innocue congiure si passava al vino ed alla crapula. E’ stato rinvenuto e si conserva il suggello di quella loggia, in bronzo, coi segni della massoneria, del compasso, della squadra e dei tre puntini, e con la denominazione in giro ‘la Filarete Lucana. O (Oriente) di Lagonegro. Nel 1911, essendo stata istituita una loggia massonica col rito scozzese antico ed accettato, essa ha rievocato ed assunto l’antico nome di ‘Filarete Lucana’, servendosi dello stesso suggello.”. Il Mallamaci (….), nel suo testo sulla storia di Torraca, a p. 84, parlando dei moti rivoluzionari del 1828, in proposito scriveva che: “Il carbonaro di Torraca, un certo ‘Andrea Valenoto’ che faceva capo alla setta dei ‘Filadelfi’, partecipò a questi embrionali moti.”.

Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Desvernois

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest”. Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”.

Nel 1807-1808, Sapri in uno schizzo del Genio Militare Napoletano inedito: “Croquì’ di Sapri”

In alcuni miei articoli e studi pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione Manoscritti e Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli. Questi disegni (8), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie.

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(Fig. ..) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (8)

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(Fig. ..) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (8)

Si tratta di un disegno (2) tratto da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Fig. 10, riporta la scritta: Croquì di Sapri”. Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘ (Fig. 10). Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo e, il programma di organizzazione strategico militare che promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la progettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. Lo schizzo all’impronta, manoscritto detto “Croquì’ di Sapri” è uno dei disegni e carte tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a  (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg……, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Nel 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento, alcuni disegni e carte simili furono pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Questo disegno conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli proviene dalla Sezione “Manoscritti e Rari” dove nella sua collocazione è scritto “manoscritto inizio sec. XIX”. Infatti, questo schizzo all’impronta non è datato, non riporta data e sulla sua probabile datazione possiamo solo riferirci a ciò che è scritto nella sua collocazione “manoscritto inizio sec. XIX”. Dunque, secondo la sua collocazione, il disegno in questione doveva essere datato intorno ai primi anni del 1800. E’ molto probabile che questo disegno o schizzo all’impronta sia un disegno militare. Infatti, in esso vengono riportate alcune utili informazioni militari come ad esempio la linea di costa e le batterie militari esistenti e quelle proposte come ad esempio si legge nella leggenda “C. batteria proposta”. Dunque, non vi è alcun dubbio sulla paternità di questo disegno che è stato redatto ed eseguito sicuramente da qualche rilevatore militare appartenuto al Genio Militare Napoletano. Mi chiedo a questo punto quale fosse il Genio Militare Napoletano, quello Borbonico oppure quello dell’occupazione militare del Regno di Napoli da parte di Giuseppe Bonaparte che poi in seguito con Gioacchino Murat diventò del Regno delle Due Sicilie. La collocazione parla di “….inizio secolo XIX”, dunque potrebbe trattarsi del Genio Militare Napoleonico di Giuseppe Bonaparte. Infatti, oltre al titolo del lavoro “Croquì di Sapri” che è un evidente francesismo. Queste le uniche informazioni sul documento. Per una possibile datazione dell’opera, del documento in questione ho cercato di confrontare simili documenti che nel lontano 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN pubblicò Adriano Caffaro (…), nel suo “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”. Infatti, il Caffaro (…), pubblicò i documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli. Nel suo pregevole studio Adriano Caffaro (….) pubblicò questi documenti riguardanti le batterie da Agropoli e Palinuro, tralasciando quelli esistenti da Palinuro fino alla Calabria e si rifece in parte alle citazioni contenute da Mario Vassalluzzo (…). Rileggendo il testo di Adriano Caffaro (…), “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato nel 1989, dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN e, dove Adriano Caffaro (…) si occupò di documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli, a pp. 22 e pp. 24-25, si può vedere un disegno simile che riguarda Agropoli datato 4 marzo 1807. Il Caffaro a pp. 22-25 in proposito scriveva che: “La fortificazione complessiva della zona è rappresentata da un altro disegno del 4 marzo 1807 di mm. 275 x 385, nel quale non viene riportata la scala; è schedato B (a) 5 (b) (3. Lo schizzo visualizza i “contorni di Agropoli”, evidenzia la strada d’accesso e di ecc….In alto a sinistra è la scritta “Croquì dei / Contorni di Agropoli / Il 4 marzo 1807 ecc…(13)”. Caffaro a p. 25, nella sua nota (13) postillava che: “(13) La costruzione della torre dei ecc……Questi due disegni di Agropoli sono stati già pubblicati senza schede e commento dal Vassalluzzo, Castelli….., op. cit., pp. 6, 24. Un altro simile disegno ha la collocazione B (a) 28 (48.”. Dunque, Caffaro nella sua nota (13) postillava e citava Mario Vassalluzzo (…) ed il suo Castelli, torri e borghi della costa cilentana, ma devo precisare che il Caffaro si sbagliava in quanto a pp. 6 e 24 il Vassalluzzo non pubblicava nessun documento. Il Vassaluzzo (….), a p. 70 parlando di Agropoli in proposito scriveva che: “Sotto i Napoleonidi e, successivamente, al tempo della restaurazione borbonica, il castello fu armato come non mai e intorno furono costruiti dei fortini, rispondenti alle armi di artiglieria del tempo (26).”. Il Vassalluzzo a p. 70 nella sua nota (26) postillava che: “(26) Biblioteca Nazionale di Napoli, ‘Pianta del forte di Agropoli’ non catalogata, Cartella 25B.”. Il Vassalluzzo riportava la stessa collocazione del documento citato da Caffaro anni dopo ma non lo pubblicava.

A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. E’ un disegno manoscritto, una sorta di schizzo disegnato a mano libera e in bianco e nero con inchiostro su carta, redatto all’impronta su carta bianca, di dimensioni cm. 27,5 x 28, senza indicazione di scala che, documenta l’assetto topografico ed urbano di Sapri e della baia, agli inizi dell’800 ed illustra una sommaria veduta planimetrica di Sapri, della baia, del porto naturale e del suo immediato entroterra. Nello schizzo planimetrico, una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca. In esso vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Nello schizzo (Fig. 10), viene indicata una batteria costiera che esisteva sul lato occidentale del paese (Fig…..). Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. In basso a sinistra vi è, la scritta ‘Croquì di Sapri’, in basso a destra vi è riportata una leggenda: “C. Batteria proposta’, posta all’altezza della contrada del ‘Rosario’ ad occidente, ‘D. Ridotto, idem’; E. F. idem; A.B. linea del buon ancoraggio.“. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una T. Scialandro e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, (la Torre del Buondormire), torre cavallara Vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati.

Infatti è lì che ai primi dell”800, sorse un piccolo ‘Villaggio’. Dalla leggenda dello schizzo “Croquì di Sapri” (Fig. 10-11), posta in alto a sinistra, si evince che al punto ‘C’ = Batteria Proposta’, “alt. del Rosario’,  veniva proposta la costruzione di una nuova Batteria, la costruzione di un nuovo Fortino dotato di batteria di cannoni posto su un’altura detta ‘del Rosario’ che doveva trovarsi sopra la località ‘Fortino’. Si trattava forse proprio della nuava batteria di cui abbiamo i disegni di progetto del prospetto principale (Figg…….).

Nello schizzo, sul lato orientale, il compilatore disegnava ed indicava  il nucleo urbano di Sapri. Il redattore dello schizzo indicava il nucleo urbano di Sapri costituito in due parti come se fossero due rioni, i quali sono rappresentati separati da un fiumerello o da un grosso torrente. Guardando la linea del torrente disegnata si vede che questo fa una leggera curvatura verso oriente e dunque esso somiglia al Torrente Brizzi. Infatti guardando l’immagine attuale satellitale si può vedere la stessa deviazione o curvatura del corso del torrente Brizzi. Dunque, siccome i due nuclei abitati o urbani segnati nello schizzo sono due e sono uno ad occidente e l’altro ad oriente separati dal torrente Brizzi, io credo che si tratti dei due borghi marinari della “Marinella” e l’altro delle “Mocchie”. Nel disegno viene indicato il torrente ‘Brizzi‘, di portata maggiore che divide il piccolo rione della ‘Marinella‘. Il rione ‘S. Giovanni’, ingranditosi solo più tardi e il rione del ‘Rosario’ (attuale via Cassandra) ancora non figuravano. Infatti, guardano lo schizzo d’epoca Murattiana (primi anni del 1800), si può notare che ad occidente, il redattore dello schizzo ha segnato il torrente ‘Ischitello’. In questa carta d’epoca Borbonica, sono segnate le due Torri esistenti, la Torre del Buondormire e la Torre dello Scialandro (13). Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni ( litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. In basso a sinistra vi è, la scritta ‘Croquì di Sapri’, in basso a destra vi è riportata una leggenda: “C. Batteria proposta’, posta all’altezza della contrada del ‘Rosario’ ad occidente, ‘D. Ridotto, idem’; E. F. idem; A.B. linea del buon ancoraggio.“. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una ‘T. Scialandro‘ e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, forse la torre detta del ‘Buondormire’, torre cavallara vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati. Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti.

Nel 1808, il Regno di Napoli e Gioacchino Murat

Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Nel 1808 Napoleone nominò re di Napoli Gioacchino Murat, a seguito della nomina del precedente reggente, Giuseppe Bonaparte, a re di Spagna. A Napoli il nuovo re, ormai noto come “Gioacchino Napoleone”, fu ben accolto dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua miseria, ma venne invece detestato dal clero. A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna, succedette l’8 luglio Gioacchino Murat, che fu incoronato da Napoleone il 1º agosto dello stesso anno, col nome di “Gioacchino Napoleone”, ‘re delle Due Sicilie, par la grace de Dieu et par la Constitution de l’Etat, in ottemperanza allo Statuto di Baiona che fu concesso al regno di Napoli da Giuseppe Bonaparte. Il nuovo sovrano catturò immediatamente la benevolenza dei cittadini liberando Capri dall’occupazione inglese, risalente al 1805. Aggregò poi il distretto di Larino alla provincia di Molise. Fondò, con decreto del 18 novembre 1808, il Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade e avviò opere pubbliche di rilievo non solo a Napoli (il ponte della Sanità, via Posillipo, nuovi scavi ad Ercolano, il Campo di Marte), ma anche nel resto del Regno: l’illuminazione pubblica a Reggio di Calabria, il progetto del Borgo Nuovo di Bari, l’istituzione dell’ospedale San Carlo di Potenza di Potenza, Guarnigioni dislocate nel Distretto di Lagonegro con monumenti e illuminazioni pubbliche, più l’ammodernamento della viabilità nelle montagne d’Abruzzo. Fu promotore del Codice napoleonico, entrato in vigore nel regno il 1º gennaio 1809, un nuovo sistema legislativo civile che, fra le altre cose, consentiva per la prima volta in Italia il divorzio e il matrimonio civile: il codice suscitò subito polemiche nel clero più conservatore, che vedeva sottratto alle parrocchie il privilegio della gestione delle politiche familiari, risalente al 1560. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 328-329 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “VI. – Passato il Re Giuseppe al trono di Spagna nel 1808, e nominato Re di Napoli Gioacchino Murat, cognato dell’Imperatore e Granduca di Berg, la fama del valore del nuovo Sovrano e delle vittorie riportate ad Aboukir, a Marengo, ad Austerlitz, a Iena, a Madrid, gli procacciò tosto le simpatie dei sudditi. Nato povero ed oscuro, elevato, pei suoi meriti, ai supremi gradi dell’esercito, al parentado Napoleonico, alla Corona regale, bello ed aitante della persona, valoroso ed invitto, radunava in sè tutto quel che piace ai popoli, onde fu accolto dai Napoletani con immenso giubilo. Il Decurionato di Lagonegro, nel 19 Novembre 1808, etc…”.

Nel 1809, la flotta Inglese al comando del gen. Sir. John Stuart nel Golfo di Policastro e a Sapri

Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a pp. 324-325, così scriveva in proposito che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati ecc….”. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Carlo Pesce (…), a pp. 310-311, riferendosi a Lagonegro in proposito scriveva che: “La città, posta allo sbocco ecc….non solo punto necessario di passaggio e di concentramento delle truppe, provenienti dalla Capitale, ma altresì un posto strategico per la sorveglianza delle spiagge del vicino golfo di Policastro, dove spesso sbarcavano, su navi inglesi, truppe ed emissari borboniani per molestare i nuovi dominatori ed i fautori del nuovo ordine di cose, più che per tentare la ricuperazione del Regno perduto, e dove il Colonnello Borbonico Rocco Stoduti, il feroce repressore dei moti del 1799, il Maggiore Giuseppe Necco, e il famigerato D. Vincenzo Peluso di Sapri promuovevano continue ribellioni (1). Mancando gli alloggi per le truppe, furono ridotte in caserme varie case private, come quella Gallotti alla piazza Rosario e quella Corrado; ecc…….Riferisce il Colletta, che nel 1809, quando la flotta anglo-sicula, comandata da D. Leopoldo di Borbone e dal Generale Steward, percorreva il Tirreno e minacciava le coste qua e là, le schiere Murattiane ‘s’adunarono in tre campi, uno a Monteleone di 4000 soldati, altro a Lagonegro di 1600, ed il terzo di 11000 in Napoli e nei dintorni.”. Il Pesce, a p. 311, nella sua nota (1) postillava del prete Peluso scrivendo che: “(1) Il Prete Peluso, devotissimo alla Corte Borbonica, la seguì a Palermo, e spesso, approdando alle coste di Policastro e nascondendosi nelle caverne di Serralonga, ne usciva per esercitar vendette più per proprio conto che per la causa borbonica. Egli fu l’assassino del patriota Costabile Carducci nel 1848. (Vedi il mio opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’. Lagonegro, Tip. Lucana, 1905).”. Dunque, il Pesce (…) e prima ancora il Racioppi (….), dicono “generale sir Stuart”, ma sempre il Pesce, citando il Colletta (….) lo chiama “Generale Steward”. La flotta anglo sicula era capeggiata da un rampollo della famiglia Borbone. Leopoldo di Borbone, nome completo Leopoldo Giovanni Giuseppe Michele di Borbone, principe di Salerno membro della casa dei Borbone, principe delle Due Sicilie e principe di Salerno, fu l’unico figlio del re Ferdinando I che non si legò a nessuna casa reale europea e che condusse una vita tranquilla nella città di Napoli. Leopoldo era il sedicesimo figlio di Ferdinando I re del Regno delle Due Sicilie e della sua consorte Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, al momento della sua nascita sovrani del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia. Durante il periodo murattiano, la corte di Napoli, rifugiata in Sicilia, gli affidò funzioni rappresentative, che non furono sempre fortunate. Nel 1808 Napoleone nominò re di Napoli Gioacchino Murat, a seguito della nomina del precedente reggente, Giuseppe Bonaparte, a re di Spagna. A Napoli il nuovo re, ormai noto come “Gioacchino Napoleone”, fu ben accolto dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua miseria, ma venne invece detestato dal clero. Nel 1809 egli capeggiò formalmente la sfortunata spedizione anglo-borbonica nel golfo di Napoli. L’11 Giugno. In appoggio alle operazioni militari contro la Francia il Gen. John Stuart con 8.000 inglesi ed il Gen. Bourchard con 12.000 soldati borbonici salpano da Milazzo con duecento barche verso il golfo di Napoli scortati da due fregate, due corvette e diverse cannoniere borboniche e dalla squadra navale inglese comandata dal Commodoro Martin. Capo nominale della spedizione il principe di Salerno Leopoldo di Borbone imbarcato sulla fregata “Minerva”. Stuart, Sir John. – Generale inglese (n. in Georgia, America Settentr., 1759 – m. Clifton 1815). Combatté nella prima guerra d’indipendenza americana e successivamente, passato in Europa, nelle guerre contro la Francia rivoluzionaria. Brigadiere generale nel 1801, nel 1805 fu inviato a Napoli per cooperare con i Russi alla difesa della città. Riparato in Sicilia dopo la partenza di questi, nel luglio 1806 compì una fortunata incursione a S. Eufemia, e presso Maida sconfisse i Francesi; per questa fortunata impresa ebbe poi da Ferdinando I il titolo di conte di Maida. Così esposta, Napoli cadde sotto l’avanzata delle truppe di Masséna, ma Gaeta resistette ancora al re Ferdinando e la forza principale di Masséna fu rinchiusa nell’assedio di questa fortezza. Stuart, che era al comando temporaneo, si rese conto della debolezza della posizione francese in Calabria e il 1 ° luglio 1806 sbarcò rapidamente tutte le sue forze disponibili nel Golfo di Sant’Eufemia. Il 4 la forza britannica, forte di 4.800 uomini, ottenne la celebre vittoria di Maida sull’esercito di Reynier. Un anno dopo, divenuto luogotenente generale, ricevette il comando del Mediterraneo che mantenne fino al 1810. Le sue operazioni si confinarono nell’Italia meridionale dove Murat, re di Napoli, deteneva la terraferma mentre le truppe britanniche e siciliane (insieme ad alcuni ) tenne la Sicilia per il re borbonico. Tra gli eventi di questo periodo si possono ricordare il mancato soccorso del colonnello Hudson Lowe a Capri, la spedizione contro le cannoniere di Murat nel golfo di Napoli e il secondo assedio di Scilla. I vari tentativi di Murat di attraversare lo stretto in modo uniforme fallirono, anche se in un’occasione i francesi riuscirono effettivamente a prendere piede nell’isola. A.G. Macdonell nel suo libro del 1934 Napoleon and His Marshals descrive Stuart come “un uomo pigro, incompetente e malvagio“, ma non è chiaro perché Macdonell pubblichi una descrizione così denigratoria. Nel 1810 Stuart tornò in Inghilterra. Il Cataldo (…), nella sua opera su Policastro, a pp. 62-63 in proposito scriveva che: Un’altra flotta, proveniente dalla Sicilia, comandata dal generale inglese Sir Stuart e da un principe reale, fece sbarcare a Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, che assalirono Roccagloriosa, Bosco, Torre Orsaia, Sanza, Fortino di Battaglia e Lago Serino. Era l’anno 1808. (Racioppi, op. cit., p. 461).“. Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della città di Lagonegro” a p. 309, in proposito scriveva che queste notizie erano state tratte dalla “Dalla relazione fatta dal Generale De Montigny-Turpin, che era Capitano dello stato maggiore del Generale Gardanne – pubblicata dal Racioppi, nel Vol. II p. 493 della ‘Storia’ – si possono apprendere i funesti particolari di quel sanguinoso combattimento, nel quale il Generale Gardanne in prima fila ed il Massena alla riserva, marciando da Lauria Inferiore a Lauria Superiore ecc…”. Infatti, Giacomo Racioppi, nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, pubblicò in apendice a pp. 493-494 il testo “Appendice I. Documenti (1). A. Incendio di Lauria – Agosto 1806. La ignota o poco nota relazione che segue riferiamo dal libro – Grands épisodes inedits et causes segrètes de la politique et des guerres sous de la Directoire executid, le Consulat et l’Empire, etc. etc. ‘Lettres à Mr. le Genénéral Pelet, directeur du depot de la Guerre, Senateur; à MM. Thiers, Lamatine, La Guerroniere et Delamarre, par M. Charles De Montigny-Turpin, general retraité. – Paris, de Soye, imprimeur, 1852, in 8°.”

Nel 1809, il Prete Vincenzo Peluso

Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda”, a p. 8, in proposito al prete Vincenzo Peluso di Sapri scriveva che: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica. Ritornando Ferdinando sul trono di Napoli nel 1815, il Peluso ebbe, pei servigi resi, una lauta pensione e s’adattò a fare la spia. Sanguinario, prepotente, feroce, mattoide, circondato da vili satelliti parenti ed amici, protetto e temuto dalle autorità, aveva libero campo ad ogni scelleraggine. Il Vescovo Laudisio che pure era tanto influente in Corte e temuto dalla Diocesi, non potè mai esercitare su di lui alcun imperio e lo lasciò fare. Quando non indossava l’abito talare il Peluso vestiva bizzarramente per lo più, un berretto rosso, con lungo fiocco pendente, calzoni bigi e largo pastrano. Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio ai suoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia, fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820 l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suo nipote; oltre d’un’infinità di altri gravissimi misfatti,che erano tutti andati impuniti benchè conosciuti generalmente. Recentemente ho visto sulla rete il sito o blog dal titolo “Parlamento due Sicilie – Parlamento del Sud” curato da un certo Vincenzo Gulì. Ecco come un filoborbonico coevo, uno dei tanti fanatici che ancora oggi popolano il globo terrestre, si permette di scrivere sulla famigerata figura del prete Vincenzo Peluso: “L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799  e seguenti. Un uomo leale,  generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo , cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘  della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …”.

Nel 1809, Sapri era abitata da 1455 abitanti

Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 200 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Nel 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne conteneva 1368 (4).”. Il Vassalluzzo a p. 200, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Rizzi F., Oss. stat. sul Cilento, op. cit., p. 69. Cassese L., La “statistica”, op. cit., p. 281. Sinno A., ‘Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo’, parte II, 1954, p. 130. Ecc…”. Dunque, il Vassalluzzo citava il testo di Filippo Rizzi (….), ovvero il suo “Osservazioni statistiche sul Cilento” e il testo di Leopoldo Cassese (…)

Nel 1859, i Consigli Decurionali – il Decurionato – il Consiglio comunale nei Comuni del Regno delle Due Sicilie

Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 153, in proposito scriveva: “….maggiore autonomia avrebbe concesso ai Consigli Comunali – Ducurionati – e ai Consigli provinciali e distrettuali in loro mani.”. Da Wikipedia leggiamo che Il “Consiglio Decurionale” era l’organo collegiale che amministrava i comuni nel Regno di Napoli e delle Due Sicilie, prima dell’Unità d’Italia. In sostanza, era l’equivalente dell’odierno consiglio comunale, ma con una composizione e delle funzioni specifiche dell’epoca. Dal tardo Medioevo sino all’età napoleonica il decurionato costituiva l’insieme delle persone che si occupavano di ciò che attualmente chiameremmo amministrazione comunale. A partire dal periodo dei re napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, nel Regno di Napoli gli odierni comuni, chiamati in precedenza “Università” e con a capo un governatore di nomina regia, furono ridenominati “decurionati”. Alle decisioni del decurionato potevano prendere parte tutti i cittadini (i “decurioni”) con una rendita superiore a 24 ducati per i paesi fino a 3 000 abitanti, con limiti aumentati per i comuni di dimensioni maggiori. La carica di sindaco era invece elettiva. Era costituito da un numero ristretto di persone elette per sorteggio[senza fonte] e sottoposto a un rigoroso controllo dell’intendente, che rappresentava il potere regio. Solo coloro che erano iscritti nella lista degli “eligibili”, approvata dagli intendenti, potevano far parte del decurionato. Nei paesi fino a 3 000 abitanti il decurione, che poteva anche essere analfabeta, doveva possedere una rendita annua non inferiore a 24 ducati, in quelli fino a 6 000 una rendita doppia e in quelli più popolosi una rendita quadrupla, e assieme agli altri decurioni costituiva i due terzi dell’organo collegiale, percentuale ridotta nel 1806 ad un terzo. I decurioni erano tre ogni 1 000 abitanti, si riunivano almeno una volta al mese, e con l’intervento del sindaco, del cancelliere comunale e del parroco redigevano la lista di leva, proponendo alle autorità competenti le guardie urbane ordinarie e supplenti. A partire dal periodo dei re napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, nel Regno di Napoli gli odierni comuni, chiamati in precedenza “Università” e con a capo un governatore di nomina regia, furono ridenominati “decurionati”. Alle decisioni del decurionato potevano prendere parte tutti i cittadini (i “decurioni”) con una rendita superiore a 24 ducati per i paesi fino a 3 000 abitanti, con limiti aumentati per i comuni di dimensioni maggiori. La carica di sindaco era invece elettiva. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 154, in proposito scriveva: “Limitando il diritto di voto a pochissimi, il Parlamento sarebbe stato non la rappresentanza della nazione, ma una camera di grandi proprietari terrieri, eletta da altri proprietari, percheè la ricchezza era per buona parte investita in terreni e perchè vi erano province, come la Basilicata e la Calabria, nelle quali pochi signori possedevano quasi tutte le terre.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 85-86, in proposito scriveva: “La nuova instituzione ebbe il nome di Come (1), equivalente a quello di ‘Unità o (Universitas) e comprendeva fisicamente tutto il territorio o comprensorio, moralmente tutto il popolo ivi residente. Il Comune era amministrato da sei cittadini reggimentari, due con l’Ufficio di Sindaco e quattro “Eletti”(2). Venivano eletti nel maggio di ogni anno, su proposta del primo Sindaco, che scadeva dall’incarico, in pubblico Parlamento, prima per acclamazione di popolo (unica voce ‘et nemine penitus discrepante vel contradicente’), poi per votazione segreta. L’intera ‘Giunta’ formava il ‘Consilium sex virorum’. Il Sindaco nominava altri collaboratori d’ufficio, come il Cancelliere, il Mastro d’atti, lo Scriba, i Razionali, i Procuratori di Cappelle, il Maestro del Monte Frumentario, il Predicatore Quaresimale, ecc..”.

Il Registro deI verbali delle delibere del CONSIGLIO DECURIONALE del Comune di Sapri

Esistono delle delibere Decurionali del Comune di Torraca che suffragano alcune notizie di quel periodo ma, per quel che ci è dato sapere ad oggi, le spese del Comune di Torraca riguardavano le “guide” che dovevano accompagnare il generale Turr in perlustrazione e risalire verso Lagonegro. Le guide servivano a Turr per una maggiore sicurezza nell’attraversare un territorio a lui sconosciuto ed evitare che si potesse imbattere in truppe borboniche nemiche. Sui documenti che attesterebbero le notizie dateci da Policicchio, più innanzi parlerò dell’unico libro esistente presso il Comune di Sapri. Si tratta di una raccolta di Delibere Decurionali del Comune di Sapri che inizia dal 1818 e finisce al 1847, ovvero a prima dei fatti del Carducci. Di tutta la parte che riguarda il periodo di Garibaldi vi sono i documenti conservati all’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli. Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “La rifondazione possiamo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.“. Dal 1811 al 1860, Sapri ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala Consilina del Regno delle Due Sicilie. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno hanno pubblicato gli stralci dei documenti contenuti nei fascicoli inerenti Torraca conservati presso il Comune di Torraca negli anni che interessano la nostra ricerca e non mi pare che vi siano documenti significativi che riguardino il periodo, il 1860, anno del passaggio di Garibaldi. Riguardo il periodo di Garibaldi ed il comune di Torraca, possaimo desumere i decurioni, i Sindaci, gli Intendenti borbonici dell’epoca ecc..In generale, il periodo del 1860, per il comune di Sapri ed il comune di Torraca, non è molto documentato e rappresentato. Non si capisce e non si conoscono i reali motivi della dispersione di molta documentazione che riguarda il periodo del passaggio di Garibaldi e questo non solo riguarda gli Archivi Municipali, come ad esempio gli Atti Decurionali ma ciò riguarda anche la documentazione dell’epoca conservata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 85-86, in proposito scriveva: L’erezione a Comune del villaggio di Sapri, distinto da quello di Torraca, avvenne quasi certamente nel 1720, quale Terra o Università. Lo si deduce dai primi sigilli municipali, rinvenuti tra i carteggi vescovili, precisamente nei documenti delle Sacre Ordinazioni dei chierici, relativamente alla compilazione del Sacro Patrimonio (3) etc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Larifondazione, possaimo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810. Nel periodo che va dal 1808 al 1815, epoca murattiana, il sigillo del Comune di Sapri, appartenente al Distretto e Circondario di Vibonati, in Provincia di Principato Citra (Salerno), viene semplificato: ha fondo chiaro e contenuto leggermente diverso: un uccello sulle acque, con un emblema sulla testa e la scritta in giro ovale: “Come di Sapri-Provincia di Salerno”(6). Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”

Nel 1810, Gioachino Murat sbarcò a Sapri

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 329-310, in proposito scriveva che: “Sia per conoscere le provincie, sia per tentare una invasione in Sicilia, difesa dalla flotta Inglese, Gioacchino nel 1810 s’inoltrò fino all’estrema Calabria. Poichè l’ultimo decreto firmato a Napoli è del 16 Maggio 1810, ed il primo, datato Cosenza, è del 23 dello stesso mese, si rileva che egli, in questo intervallo di 7 giorni, percorse tutto quel cammino seguendo la regia strada rotabile, parte costruita e parte in costruzione. Già fin dal Marzo il Decurionato di Lagonegro aveva assunto l’obbligo di somministrare ‘alla truppa, che dovrà sfilare in occasione del prossimo viaggio di S. M., tutta quella carne che sarà necessaria’, tuttochè vi fosse pubblico macello dato in appalto ‘per uso e comodo del Comune e della Truppa’. Giunse il Re a Lagonegro a cavallo la sera del 18 Maggio, accompagnato dallo Stato Maggiore e da numeroso esercito, ed ebbe festosissime accoglienze da tutti i cittadini, accorsi a completare le regali sembianze, le scintillanti divise militari e lo sfarzo di Corte. La maestosa figura di Gioacchino, dal capo coperto dall’ampio ‘Kolbak’ sormontato da piume ondeggianti al vento, etc…Nella notte il Re prese alloggio in casa Bruno, dove era il comando di Piazza, al Largo del Tribunale, e nel mattino seguente ricevè in casa Corrado, residenza del Sotto-Intendente etc…”.

Nel 1° gennaio 1810, Sapri diventa Comune autonomo del Regno delle Due Sicile di Gioacchino Murat

Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “La rifondazione possiamo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.“. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta che nel 1810 il 6° Sindaco di Sapri era “6) – Vincenzo Peluso” e, dal 1810 il 7° Sindaco “7) – Lorenzo Autuori nel 1811”. Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala Consilina del Regno delle Due Sicilie.

Dal 1808 al 1815, epoca Murattiana, il sigillo civico del Comune di Sapri appartenne al Mandamento di Vibonati

Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “Nel periodo che va dal 1808 al 1815, epoca murattiana, il sigillo del Comune di Sapri, appartenne al Distretto e Circondario di Vibonati, in Provincia di Principato Citra (Salerno), viene semplificato: ha fondo chiaro e contenuto leggermente diverso: un uccello sulle acque, con un emblema sulla testa e la scritta in giro ovale: “Comune di Sapri-Provincia di Salerno (6)“. Il Tancredi a p. 88, nella sua nota (6) postillava che: “(6) A.D.P.: ‘Idem, Fasc. 13° per D. Giuseppe Timpanelli (10 marzo 1910).“.

Nel 10 febbraio 1810, un documento del Comune di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 93-94 cita un documento del 1810 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 94 dice “Affari demaniali Winspeare uno (11)”. Il Tancredi (…), a pp. 94-95 in proposito scriveva che: “Il documento che si riporta è il testo di una lettera inviata dal Comune all’Intendenza nel 1810. Dal contenuto  si comprende la relativa importanza, in quanto può solo testimoniare il corretto governo del precedente signore di Sapri, il conte di Policastro. All’inizio, dove figura il punteggiato, mancano due righi contenenti nella sostanza i soliti nomi della burocrazia (di difficile lettura), ma che non incidono nella sostanza del documento. Alla fine della lettera sono riportati i nomi dei firmatari ed il bollo ad inchiostro. “Oggi che sono il 10 del mese di febbraio 1810 Sapri. Precedente invito fatto dal Sig. secondo Eletto Giuseppe Gerbase, funzionario del Sindaco Vincenzo Peluso afferma…..che si sono riuniti nella solita Casa del Consiglio ed alla loro presenza dal Sig.r Segretario del Decurionato è letta la circolare di S.E. il Sig.r Intendente, registrata negli Atti dell’Intendenza nn. 44 a 10 dicembre 1810 relativo ai gravami da addurre nella Commisssione stabilita da S. M. sull’abolita Feudalità, se mai questo Comune ne abbia mai riceuti dagli Ex Decreti del 16 dicembre ecc….Alla fine della lettera sono riportati i nomi dei firmatari e il bollo o ad inchiostro, raffigurante un uccello sull’acqua ed in giro l’iscrizione “Comune di Sapri” – Provincia di Salerno”. Il Tancredi a p. 94, nella sua nota (11) postillava che: “(12) Archivio di Stato di Napoli Fasc. 8”.

Nel 1811, Sapri aveva una popolazione di 1368 abitanti

Da una ricerca effettuata mi sono accorto che la notizia fu ricavata dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)“. Infatti, la notizia che a Sapri, nel 1811, contasse una popolazione di 1368 abitanti è tratta dalla Relazione redatta per il governo Napoleonico di Gioacchino Murat, redatta da Gennaro Primicerio Guida, pubblicata da Leopoldo Cassese (….), nella sua ‘La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – ecc…’, pp. 280-281.

Nel 1811, Sapri, in una Relazione per il Governo Napoleonico di Gioacchino Murat

Nel 1998, in occasione della redazione del mio studio “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, lo studio storico-Urbanistico per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, depositata al Comune di Sapri, approfondii alcune notizie che avevo letto nei vari studi e pubblicazione su Sapri. Ve ne era una che destò subito la mia curiosità. Si trattava di una notizia che riguardava Sapri che veniva citata dallo storico locale Angelo Guzzo (…) che a sua volta l’aveva tratta dal Vasselluzzo (…). A p. 9 della Relazione in proposito riportavo la notizia e scrivevo che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare”(118).”. La notizia era tratta da due testi del Guzzo (…). Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 225, parlando di Sapri ci informava che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (15)“. Il Guzzo (…), a p. 225, nella sua nota (15) postillava che: “(15) A. Sinno – Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo“, 1954, Parte II, del 1955, Pag. 130”. Il Guzzo ci informava della curiosa notizia di Andrea Sinno (…). Il Guzzo non dice a quale epoca il Sinno si riferisca ma dice solo dei 400 individui di Sapri. Angelo Guzzo (…) nel suo ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a pp. 182-183, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Ma la maggior rovina per questa ridente plaga costiera fu quella operata dai pirati barbareschi e musulmani di Khair Ed – Din (Ariadeno) Barbarossa nel 1534 e dai corsari turchi di Dragut-Rais-Bassà nel 1552 (21). Le case furono saccheggiate ed incendiate, gli abitanti parte uccisi e parte condotti schiavi. I pochi superstiti ripararono sulle colline, sui monti e nei paesi circonvicini, dove trovarono fraterna accoglienza in attesa di un ritorno in tempi di pace. La marina di Sapri divenne, così, completamente deserta ed i suoi abitanti, dediti un tempo alla pesca, furono costretti ad esercitare i mestieri più svariati ed i più umili servizi artigianali. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare” (22).”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (21) postillava che: “(21) G. Volpe – ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881 – pag. 118.”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (22) postillava che: “(22) A. Sinno – Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo – Salerno – 1954 – Parte II – Pag. 130.”. Il Guzzo (…) riporta la stessa notizia anche nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997. Dunque il Guzzo (…) riportava l’interessante notizia dei 400 uomini che andavano girando dentro e fuori il Regno di Napoli e scriveva che tale notizia era tratta dall’Andrea Sinno (…), ma probabilmente egli si sbagliava. Il Guzzo (…), accostava la notizia dei “400 individui di Sapri che andavano accomodando caldare” alle incursioni barbaresche del ‘500 e soprattutto a quella del 1552 di Dragut. Il testo del Sinno (…) è in mio possesso ma a p. 130 della sua Parte II, non ho trovato la notizia. Andrea Sinno (…) nel suo “Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, parlava si di Sapri ma diceva altro. Il Sinno (…), a p. 130, nella sua Parte II, in proposito scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè dalla malaria, e per di più dal pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, raggiunsero in passato i vicini paesi montani, dove trovarono fraterno accoglimento, e si assicurarono maggiori possibilità di vita, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, e rifarsi una casa con maggiori agi, e formarsi coll’industria e coll’agricoltura una posizione più vantaggiosa, oppure un certo benessere col lavoro. Agropoli e Sapri e la stessa Pesto sono oggi centri importantissimi di vita, dove le popolazioni, discese dalle zone montane, svolgono le loro ecc…”. Dunque, il Sinno citava Sapri ma non citava la notizia. Dunque, il Guzzo (…), non solo errava i riferimenti bibliografici, forse mai del tutto verificati ma riportava la notizia facendola risalire a dopo l’incursione di Dragut Pascià e come vedremo errava di molto. La notizia come vedremo non è del Sinno (…). Da una ricerca effettuata mi sono accorto che la notizia fu ricavata dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), (da cui il Guzzo aveva tratto l’interessante notizia del Sinno), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)“. Dunque, mi sembra chiaro che il Vassalluzzo (…), non si riferisse alle incursioni del ‘500 ma si riferisse all’anno 1811 e scrivesse chiaramente che la notizia del Sinno (…) era riferita al 1811 e non al 1552 come pare che si legga dal Guzzo. Il Vassalluzzo (…), infatti, nella sua nota (4) a p. 200 postillava che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto ecc..ecc…”Posseggo il testo del Sinno (…), ma a p. 130 non ho trovano nulla della citazione del Guzzo (…). Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, ecc..ecc…”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (4), citava anche Leopoldo Cassese (…), e credo che la notizia sia contenuta nel suo La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, 1955 a cui il Vassalluzzo si riferiva quando a p. 200, nella sua nota (4) postillava che: “Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281″ e quando scriveva che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Dunque, la notizia venne tratta dalla p. 281 di Leopoldo Cassese (…) che scriveva di Sapri all’anno 1811. Leopoldo Cassese (…), nel 1955 pubblicò La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno’, Salerno, Tip. Ispirato & Cuomo. Leopoldo Cassese (…), ha scritto anche ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, edito nel 1956, in cui pubblicò il testo di Filippo Rizzi (…), ‘Osservazioni statistiche sul Cilento’, un’altra delle inchieste di quel periodo che riguarda il Cilento e le sue condizioni economiche. Per quanto riguarda il Principato Citra o Citeriore, dove ricadevano gran parte dei nostri centri del basso Cilento, il redattore dell’Inchiesta incaricato fu Gennario Guida (…). La sua inchiesta e Relazione conservata all’Archivio di Stato di Napoli fu pubblicata integralmente dal Leopoldo Cassese che a p. 281 riportava la notizia dei “400 individui di Sapri che giravano dentro e fuori il Regno di Napoli andando accomodando caldare”.  I quesiti in ordine a cui si doveva rispondere si articolavano in quattro sezioni generali: Notizie relative allo stato fisico; Sussistenza e conservazione della popolazione; Notizie sull’economia rurale; Le manifatture. Alla fine di maggio i questionari furono inviati in tutte le universitates del Regno, e venne assegnata ai redattori una gratifica per il lavoro da svolgere. Infatti, Leopoldo Cassese (…), nel suo saggio a pp. 280-281 parlando del “Distretto di Vibonati”, cita il paese di ‘Sapri’ e non solo fornisce una serie di dati su pesi e misure adottate e su alcune produzioni ma, in proposito al paese di Sapri a p. 281, nelle “Osservazioni” scriveva che: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare.”. La notizia e la pagina 281 si trova nel Cassese (…), op. cit., in “Appendice IV – Stati di consumo”. Il Cassese (…) a p. 263 postillava che: “(*) A.S.N., Ministero dell’Interno, Inv. I, fascio 96/65, bis III.”. Certo la notizia è interessantissima trattandosi di una Relazione governativa che scriveva questo dei Sapresi ma è curiosa perchè a me risulta che a Rivello e non a Sapri, vi sia stata da tempo immemorabile l’arte e l’artigianato di accomodare caldare (caldaie di rame e stagno come quelle che venivano molto diffusamente utilizzate in passato):

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(Fig….) Cassese Leopoldo, La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – ecc…, pp. 280-281

Nel XIX secolo, a Sapri e Torraca, ramai e calderai

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), etc..”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, …..Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte.”. A parte il cognome noto e antico di Sapri della famiglia dei “Calderaro”, ho trovato nuovi elementi a suffragio della notizia del Primicerio Guida (….). Recentemente, Giovannipaolo Ferrari (….), nella sua “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22 in proposito scriveva che: “Sapri alla fine del XVIII secolo, era un consistente agglomerato cittadino, fiorente di attività, con un porto sicuro ed efficiente che consentiva scambi con Sicilia e Calabria a Sud ed altre Regioni a Nord. Tale struttura concentrava i traffici anche dei paesi dell’entroterra campano-lucano che confluiva a Sapri sia per imbarcazioni sia per spedire e ricevere merce. Un vivace traffico con le isole toscane consentiva l’approvvigionamento di ferro e di rame necessari per le ferriere e le lamiere dell’entroterra rivellese. A proposito della situazione di Sapri a fine secolo uno scrittore contemporaneo scrive: “….””. Ferrari (….), nella sua relazione riguardo la notizia dei “calderai” fiorente attività a Sapri non forniva riferimenti bibliografici. Nel 1984, Amedeo La Greca, Antonio Di Rienzo, Emilio La Greca, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, dove a pp. 255-256 parlando di Sapri in proposito scrivevano che: “Un particolare artigianato sorse a Sapri in quest’epoca, i “Calderari” detti in dialetto “i conza-caurare”, che giravano di paese in paese per la riparazione delle caldaie di rame. Agli inizi dell’ottocento ben quattrocento di costoro giravano per tutto il Regno. I “conza-cauràre” sono artigiani ormai scomparsi. Ma fino a qualche anno fa, essi ancora girovagavano per tutti i paesi del Cilento ed erano tramite di notizie, nonchè di “cultura” a carattere popolare. Questa filastrocca che presentiamo è un inno alla vita libera senza alcun legame di matrimonio; una dissacrazione di un valore, quello della famiglia: ma solo a parole, quasi a giustificare la condizione dei “conza-cauràre”, il cui lavoro a volte non permetteva la formazione di un focolare.: ‘A RANCASCIA. Managgia a chi se nzùra e a chi re se nzurà! Ecc…”. Il mestiere di “accomodare caldare” era il calderaio ovvero un artigiano che oltre a lavorare le ‘caldare di rame’ le accomodava. Questi artigiani erano molto diffusi all’epoca in quanto all’epoca, molte stoviglie erano di rame e queste di diversa forma e funzione erano dette caldare. Secondo la notizia riportata nella relazione del Guida (…), redatta per il Governo Murattiano, circa 400 sapresi “vivevano e giravano dentro e fuori il regno col mestiere di accomodare caldare”. Le caldare erano e sono oggetti di metallo lavorato nelle diverse forme adatte a contenere alimenti o liquidi che dovevano essere cotti sul fuoco. Grandi recipienti di rame battuto e a volte stagnato. Il rame, oltre ad essere contenuto negli alimenti e nell’acqua potabile, trova un largo impiego anche in cucina. Come ben sanno i cuochi, questo metallo possiede una conduttività termica così alta da evitare i rischi di surriscaldamenti locali, che fanno “attaccare” i cibi. Oltretutto i fondi dei recipienti in rame non rischiano di rovinarsi o deformarsi. Quello del calderaio è uno dei tanti mestieri che con il tempo sono scomparsi. Di calderai non ce n’erano molti in paese. Tuttavia quei pochi artigiani che c’erano bastavano a soddisfare le esigenze e le richieste di chi ne aveva bisogno. Nel corso dei miei studi presso la Facoltà di Architettura di Napoli presentai uno studio sugli usi, i costumi e le produzioni locali nel basso Cilento ed a Sapri raccolsi una serie di testimonianze delle antiche produzioni locali. Già dai primi del ‘500, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di case e muri. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al Timpone, oggi piccola frazione di Sapri, posta abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla cos’ utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame. La collega Maria Carla Calderaro di Sapri mi faceva notare che molti sapresi emigrarono in America e svolgevano il mestiere di calderai e ramai e che ad un certo punto il re del Messico concesse ad alcuni sapresi ivi emigrati la facoltà di gestire la zecca di Stato. Una di queste famiglie di Sapri erano i Farano che si arricchirono molto nel Messico di Massimiliano d’Asburgo.

Nel 21 aprile 1812, un documento del Comune di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 95 cita un documento del 1812 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 95 dice “Affari demaniali Winspeare due (12)”. Il Tancredi (…), a pp. 95-96 in proposito scriveva che: “E’ un documento di una certa importanza, che non ha bisogno di commento. E’ datato 21 aprile 1812. Sul frontespizio è riportato, per così dire, l’oggetto: “Sapri-Provincia di Principato Citra. Domanda non coltivarsi i demani onde le acque non nocciano alle abitazioni ed al porto”. L’intendente della Provincia di Citra sulla domanda del Decurionato e cittadini di Sapri propone di far rimanere incolti i demani accantonati al Comune, poichè la loro coltivazione darebbe un più facile pendio alle acque, che recherebbero un danno alle sottoposte abitazioni ed al Porto”. Ecco il testo della lettera inviata al Ministro dell’Interno: Il Consigliere di Stato ed intendente della provincia di principato citeriore. A. S.E. Il Ministro dell’Interno. Napoli.: Eccellenza, il Comune di Sapri ecc….ecc…A questa richiesta segue la risposta del Ministro: A 25 Aprile 1812. …A.  S.E. Il Consigliere di Stato Intendente di Principato Citra”. Il Tancredi a p. 95, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Archivio di Stato di Napoli Fasc. 55/56”.

Nel 1813, il progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella” del Sotto Direttore della Fortificazione Salati, funzionario del Genio militare dell’Esercito Murattiano

Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (3), in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo. ” (3). Il Gallotti (…), medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, nel suo ‘Sapri nella storia e nella tradizione popolare’, del 1899, cita il vecchio Fortino Borbonico di Sapri e, parlando di Sapri, a p. 16, riferiva che E, oltre, agli accennati Garibaldi, Pisacane – Nicotera, ecc.. che illustrarono con i loro avvenimenti – anche quei di casa Borbone, un tempo, un tempo vi si recarono, e, tra i più autorevoli * (postillava fra tutti quelli che vi vennero”), senza dubbio, annoverato il Re Murat, che volle pure personalmente visitare il nostro amenissimo paese, ma forse più per ispezionare, sotto il rapporto strategico, il così detto Fortino di Sapri, il quale, in quel tempo, era munito pure di cannoni. Degli spaldi di esso però, oggi-dì, si riscontrano appena le parvenze.”. In un altro suo scritto, il Gallotti, scriveva pure: “Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni (3), mentre il Pesce (11), ricordava che, moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati. Dunque, stando alle parole del Gallotti (…), che scriveva nel 1899, a Sapri, il Fortino, non esisteva e, nel 1899  “si riscontrano appena le parvenze.”. Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro “Pisacane” (Figg. 2-3), a Sapri, nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, proprio in località ‘Fortino’,  forse rinforzato  durante il decennio napoleonico, durante il decennio francese e del Regno di Gioacchino Murat e, rinforzato poi in seguito al ritorno della  della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, come attesta la documentazione da noi rinvenuta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli, di cui parleremo (12). Lo Schmiedt (4), scriveva in proposito a Vibonati-Sapri-Maratea: “Dopo il Porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172) elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino (173).”. Il vecchio Fortino borbonico a Sapri, è stato citato anche da Pifano (13) che sulla scorta di Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Pisacane il 28 giugno 1857,  in proposito così scriveva: “Il punto prescelto per lo sbarco distava dall’abitato circa due chilometri e mezzo ed era altresì lontano dalla località indicata nelle mappe del tempo col nome di Fortino  (chiamata oggi comunemente zona del Villaggio) ove era un posto doganale.”. Lo storico Leopoldo Cassese (14), parlando dello sbarco di Carlo Pisacane, scriveva in proposito: Essendo assente il capo, d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale lasciava una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino.”.

Il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (5), uno tra i primi Sindaci di Sapri dell’Italia unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il Gallotti, medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, riferiva che il Re Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni (5), mentre il Pesce, ricordava che, moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati (6). Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro ‘Pisacane’ a Sapri o nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, in località ‘Fortino’, forse rinforzato  durante il decennio Napoleonico sotto il Regno dei francesi di Gioacchino Murat. La ricca documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me ritrovata e pubblicata nel 1994 (1-3), attesta come anche con il ritorno della Monarchia Borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a trasformare i riferimenti costieri come si può vedere anche dal documento (Fig. 7), in mio possesso. Si tratta di una Carta di Passaggio (lasciapassare) rilasciata dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato, nativo di Sapri. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana:  sull’”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (3).

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Punta Fortino a Sapri

(Fig….) Faro “Pisacane” in località Fortino a Sapri – il luogo dove doveva sorgere in antichità la Torre del Buondormire e in seguito, in epoca Borbonica il “Posto Doganale”.

Nel 1813, il progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella” del Sotto Direttore della Fortificazione Salati, funzionario del Genio militare dell’Esercito Murattiano

C.G.25A032

(Fig….) Progetto di un Fortino “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella ecc..”, a Sapri – documento inedito da me scoperto

In alcuni miei articoli e studi pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione Manoscritti e Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli. Questi disegni (…), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione Napoleonica del Regno delle Due Sicilie. Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Il progetto, illustrato in Figg……., è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, stà in “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Il disegno a colori acquerellato su carta ( Figg……), Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata TorricellaVi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni” (Fig……). Si tratta di un progetto del Colonnello Costanzo del Genio militare Napoletano dell’Esercito del Regno delle due Sicilie, per la costruzione di un fortilizio con batteria di cannoni dove oggi si vede il Faro Pisacane o forse nel luogo dove oggi sorge l’Ospedale Civile di Sapri. Non sappiamo se la costruzione militare progettata dal Genio Militare fosse mai stata realizzata. Il disegno a colori ed acquerellato, di dimensioni 25 x 41, è inserito in un doppio riquadro, di cui all’interno più spesso, con sopra a sinistra l’indicazione di un numero 6; in alto a sinistra vi è indicato una leggenda, e a destra il ‘ Profilo della linea A B C ‘; in basso a sinistra vi è indicata la ‘scala per la pianta‘ che è di mm. 68= 22 mt.; in basso al centro, vi è riportata la firma del Colon. Dir. del Genio/ /Costanzo’, che Adriano Caffaro (….), apprendiamo essere stato nel 1813, preposto a Direttore del Genio militare dell”Esercito’ (….) francese nel Regno delle Due Sicilie, dopo la divisione del Genio militare. Si tratta di un disegno (….) tratto da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. Nel 1989, alcuni disegni e carte simili, circa dieci anni dopo la mia scoperta furono pubblicate da Caffaro Adriano (….), op. cit. (…). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Anche in questo caso, come pure nel “Croquì di Sapri”, il disegno acquerellato in questione del progetto Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata TorricellaVi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni, non è datato e, non vi è scritto nulla a riguardo una possibile datazione. Sul disegno (Fig…..) è scritto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni‘ “ e, poi anche: “V (vedi) B = Colon.lo Dir. del Genio/ /Costanzo”. Nell’intestazione questo disegno o progetto è scritto pure “vedi la pianta topografica di Sapri e dè suoi contorni”. Queste le uniche informazioni sul documento. Per una possibile datazione dell’opera, del documento in questione ho cercato di confrontare simili documenti che nel lontano 1989, circa dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN pubblicò Adriano Caffaro (…), nel suo “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”. Infatti, il Caffaro (…), pubblicò i documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli. Nel suo pregevole studio Adriano Caffaro (….) pubblicò questi documenti riguardanti le batterie da Agropoli e Palinuro, tralasciando quelli esistenti da Palinuro fino alla Calabria e si rifece in parte alle citazioni contenute da Mario Vassalluzzo (…). Infatti, Adriano Caffaro (…), nel suo testo citato cita il Colonnello del Genio Costanzo, che dal nostro documento pare sia l’autore del progetto in questione. Caffaro (…) a p. 25, in proposito scriveva che: “Estendendo la nostra indagine ad altre località fortificate della costa cilentana, troviamo un interessante disegno a colori di mm. 425 x 310, senza indicazione di scala, segnato B a 21 853, di epoca murattiana, raffigurante il porto degli Infreschi presso Camerota. La ‘Pianta figurativa del porto degli Infreschi’ è inserita in un doppio riquadro, di cui l’esterno più spesso. In basso a destra è la firma ‘Il Diret. Colon. o del / Genio Costanzo (14).”. Passaggio interessantissimo. Dunque, il disegno non è lo stesso nostro e non è neanche simile ma il Caffaro cita il colonnello Costanzo per un disegno della stessa epoca a Palinuro. Il Caffaro (…) a p. 25 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. F. Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815, Salerno-Catanzaro, 1981, pp. 123-125. Il corpo del Genio fu diviso nel 1813 in due parti: Genio dell’esercito al quale fu preposto Costanzo e Genio dell’armata attiva Colletta (N. Cortese, ‘Corpi e scuole militari dell’esercito napoletano dal 1806 al 1815, Estr. “Rassegna Storica Napoletana”, a. I, n. 4, 1933, pp. 27-28.”. Dunque, il Caffaro in questo caso, parlando del Genio Militare Napoletano all’epoca di Gioacchino Murat, cita Francesco Barra (…) e Nicola Cortese (…) e scriveva che nel 1813 il Colonnello Costanzo fu preposto al corpo del Genio dell’Esercito. Ma la cosa più interessante è l’autore del progetto. Si tratta dell’Intendente Salati, dipendente dall’ufficio del Genio dell’Esercito Colonnello Costanzo. Infatti, sul disegno in questione è scritto: “Il Sotto Dirett: Salati”. Infatti, sempre dal Caffaro apprendiamo a p. 38 che: “Il disegno a colori, firmato Il Tenente Marotti / Col mio Intervento / Il Sotto Direttore della Fortificazione Salati. Il Direttore Colonnello del Genio Costanzo, ecc…”, per un disegno simile, un progetto di una batteria da costruirsi a Palinuro.

particolare del Fortino

particolare del Fortino - Copia

(Fig…..) Disegno di Progetto: “Pianta del ridotto che si progetta sulla collina nominata Torricella – Vi è la pianta topografica di Sapri e de suoi contorni‘ “, progetto di un fortino da costruirsi a Sapri, disegno del Genio militare francese, a firma del ‘Colon. Dir. del Genio/ /Costanzo’ (2), epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari‘ (…)

Riguardo poi le notizie ed informazioni sulle batterie costiere costruite e attive presso il litorale del basso Cilento, Adriano Caffaro (….), in proposito, a p. 45 scriveva che: “L’esame degli ultimi progetti di fortificazione e la ricostruzione delle varie linee difensive danno l’idea precisa del grande lavoro effettuato dal corpo del Genio militare per rendere veramente imprendibile il promontorio di Palinuro e costituirlo a caposaldo militare dell’intero tratto costiero del Cilento. Infatti, il 1° novembre 1811 quando la marina di Palinuro venne investita dalle truppe borboniche, mentre la flotta anglo-sicula ecc…(36).”. Caffaro a p. 45 nella sua nota (36) postillava che: “(369 La notizia è anche in M. Acciarino, ‘Segreteria di guerra e marina, ramo guerra. Inventari dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni. Anni 1753-1823, Napoli, Archivio di Stato, 1974, p. 73.”. Non sappiamo se il progetto del Genio militare Napoletano (Figg……), fosse stato mai realizzato o fosse stato proposto per rinforzare un fortino borbonico preesistente nei pressi della Torre di Buondormire, che si trovava dove attualmente si trova il presidio ospedaliero di Sapri o dove attualmente si trova il Faro di Sapri. In quell’area di Sapri, doveva già trovarsi un piccolo Fortino munito di cannoni come ci ricorda il Gallotti (…) ed il Pesce (…) e, come si può vedere nel rilievo del Ten. C. Blois (Fig. 1)(…), del 1819,  che cita una Torre del Fortino (che doveva essere la Torre del Buondormire), oggi scomparsa. Riguardo i Fortini o batterie presenti a Sapri nell”800, il particolare (Fig…..), tratto dallo schizzo (Fig…..) da noi rinvenuto e pubblicato, cita all’estremo lembo della baia di Sapri, ad occidente, un’ ‘antica batteria’ e  una ‘T. Buondormire‘ , la Torre del ‘Buondormire’, torre costiera e marittima di avvistamento, oggi scomparsa, ma costruita molto prima della costruzione delle Torri costiere fatte costruire dai Vicerè Spagnoli alla fine del ‘500, come la Torre dello Scialandro, del Lubertino e di Capobianco a difesa delle coste. La Torre detta  del “Buondormire”, si trovava dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri o dove si trova il Faro ‘Pisacane‘ (Figg. 2-3). Sarebbe interessante guardare i progetti dell’Ospedale, realizzato “sulla collina nominata Torricella”, forse il rilevato stradale o collinetta dove attualmente sorge l’Ospedale di Sapri.

Nel 20 novembre 1814, un documento del Comune di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 98 cita un documento del 1814 tratto e conservato nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Tancredi a p. 98 dice “Affari demaniali Winspeare tre (13)”. Il Tancredi (…), a pp. 97-98 in proposito scriveva che: “Il seguente documento, senza data, ma facilmente databile al 20 novembre 1814 (data riportata su un altro documento dello stesso foglio, riguardante altra città), è, in realtà, una semplice annotazione per ricordare un provvedimento precedente, quello del Fs. 55/56, riportato innanzi. “Comune di Sapri, Provincia di Principato Citeriore. Con rapporto dell’Intendente del 21 aprile 1812 al Ministero dell’Interno, si propose di far rimanere incolte le dodici quote stabilite sui terreni dell’ex feudatario, spettanti in divisione al Comune, per allontanare, al possibile, coltivandosi, il pericolo dell’inondazione; ecc….”. Il Tancredi a p. 98, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Archivio di Stato di Napoli Ms, Fasc. 88/21”.

Nel 1815, il prete di Sapri, don Vincenzo Peluso accompagnò la regina Carolina in viaggio a Vienna

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 110, in proposito scriveva che: “Abitava allora in Sapri, suo paese nativo, un vecchio prete, Vincenzo Peluso, fanatico sanfedista del 1799, che fuggito per delitti di sangue in Sicilia il 1809 vi era stato ricevuto con grande favore da la Corte borbonica, di cui divenne familiare, tanto che, vuolsi, avesse accompagnato la regina Carolina a Vienna il 1815 (1).”. Mazziotti, a p. 110, nella nota (1) postillava: “(1) Sentenza della sezione di accusa di Potenza del 16 gennaio 1863. Rapporto del giudice istruttore Iuliani del 12 marzo 1849. (Processo Carducci), vol. 2°, parte 2°.”. Maria Carolina Luisa Giuseppa Giovanna Antonia d’Asburgo-Lorena, nota semplicemente come Maria Carolina d’Austria (Vienna, 13 agosto 1752 – Vienna, 8 settembre 1814), nata arciduchessa d’Austria, divenne regina consorte di Napoli e Sicilia come moglie di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia. Fu deposta nuovamente dalle forze napoleoniche nel 1806 e trascorse i suoi ultimi anni in esilio a Vienna, dove morì nel 1814, poco prima di poter assistere alla restaurazione dei Borbone sul trono delle Due Sicilie.

Nel 1815, Sapri in una carta geografica dell’epoca

Un altro documento unico per la ricostruzione dell’evoluzione urbanistica di Sapri è la carta illustrata in Fig….Si tratta della carta manoscritta del “Golfo di Policastro”, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri). In questa carta del primo quarto di secolo XIX si vede chiaramente indicato il nucleo urbano di Sapri e la frazione non distante del Timpone segnato come “Lo Tempone”. La carta in questione ivi richiamata più volte in quanto in essa si indicano alcuni toponimi come le Torri marittime visibili lungo la costa di Sapri è interessante in quanto in essa si vedono segnati gli edifici e rioni che costituivano il nucleo urbano di Sapri.

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(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.

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(Fig…..) Particolare della carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2.

Nel 1816-1817, Sapri nei documenti conservati all’Archivio di Stato di Napoli

Nel 1974, lo studioso Mario Acciarino (…), nel suo ‘Segreteria di Guerra e marina – Ramo Guerra – Inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823′, pubblicò un interessante studio e l’inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823 conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. L’Acciarino (…), nella sua “Premessa” in proposito scriveva che: “La redazione della presente “guida-inventario” ha avuto origine dalla constatazione ecc….Mentre per le scritture del Ministero Guerra (ramo Genio, secolo XIX), esiste un indice dei singoli oggetti trattati (indice redatto però anteriormente alla parziale distruzione, verificatasi per gli ultimi eventi bellici), per la Segreteria di Guerra e Marina, che conserva i documenti del periodo 1734-1823 circa, esiste il solo inventario sommario, con l’indicazione generica dell’oggetto di ciascun fascio……Ponendosi quindi come fine del lavoro la segnalazione di tutti i documenti relativi agli edifici militari, ai monasteri soppressi, alle chiese, ai castelli, alle torri marittime e telegrafiche, ai porti ed alle fortificazioni in genere, nel complesso dei lavori di costruzione, di modifica, di manutenzione, si è cercato di mettere in evidenza gli oggetti trattati, specificando, quando è stato possibile, i nomi dei singoli edifici e le località in cui si trovavano. Il lavoro ha così portato alla luce documenti interessanti la storia degli edifici militari e l’organizzazione del servizio del corpo del Genio, oltre a documenti e disegni con firma autografa di noti personaggi dell’epoca…..La presente “guida-inventario”, che segnala documenti che vanno dall’anno 1753 al 1823 circa, è integrata dall’indice delle piante e dei disegni e da quello delle località.”. Infatti, l’Acciarino nel suo “Indice delle località”, fra le diverse località e piazze della “Segreteria i guerra e marina – Ramo Guerra”  cita e riporta i documenti riguardanti la piazza di Sapri. Acciarino (…), a p. 23, riguardo la Piazza di Sapri riporta un documento contenuto nel Fascio  n. 442, nell’‘incartamento’ n. 54 e scrive che: “54. Sapri – Magazzino della batteria: Lavori di riparazione. Stato estimativo. a. 1816-17.”. Dunque, esiste un documento datato anno 1816-1817. Su questo documento bisognerebbe ulteriormente indagare ed eventualmente richiedere la sua copia o riproduzione digitale.

Nel 1816, il sigillo del Comune di Sapri

Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 in proposito scriveva che: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri“.

Nel 12 ottobre 1817, l’istituzione del Consolato Britannico di Sapri

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(Fig….) Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri (foto Attanasio su gentile concessione della famiglia Florenzano)

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(Fig….) Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri (foto Attanasio su gentile concessione della famiglia Florenzano)

Subito dopo il decennio francese (1806-1815), a Sapri – appartenente al mandamento o circondario di Vibonati – il 12 Ottobre 1817, fu istituito a Napoli il Consolato Britannico di Sapri, di cui pubblichiamo il cartiglio ed il timbro del Regolamento Generale (Figg. 6-7), la cui sede era nel Palazzo dei Florenzano, in Via Cassandra a Sapri. Sul Cartiglio del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri – di cui la famiglia Florenzano, lo custodisce insieme al suo timbro – si può leggere la firma del Console Generale del Regno di Napoli Sir Ludwinghton (Fig. 6). Nella pagina successiva del Regolamento (Fig. 9), si legge al Capitolo primo: ”sito nel Portus Saprorum” e, si riportano i diritti e doveri del Vice-Console di Sapri che, dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. 10), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso. Della Famiglia Peluso a Sapri, vi è una lapide marmorea nella chiesa dell’Immacolata a Sapri, il cui epitaffio scolpito ci racconta la morte di Don Antonio Peluso Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri. D. Antonio Peluso era figlio di Vincenzo Peluso e Anna Brandi. Nacque nel 1795 e, fu sposato con Rosa Maria Branda. Morì il 28 Agosto 1820, lasciando orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina, come si può leggere sull’epitaffio scolpito sulla lapide marmorea posta nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata di Sapri (Fig. 8). D. Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio di Vincenzo ed Anna Brandi. Sulla lapide marmorea, sopra l’epitaffio si vede scolpito lo stemma araldico della famiglia Peluso (Fig. 9) e, leggiamo che l’elogio funebre fu fatto dal mio avo, il sacerdote Giovanni Eboli (fratello della mia bisnonna paterna Teresa Eboli) alla presenza del Vescovo sanfedista e filoborbonico Nicola Laudisio (Fig. 10). La presenza a Sapri, in epoca borbonica, di un Consolato Britannico, denota principalmente l’importanza che Sapri, in quegli anni, prima della costruzione della linea ferroviaria Napoli-Reggio, aveva assunto un’importante ruolo di scalo marittimo per i notevoli traffici commerciali che dalle Calabrie e Sicilia che si estendevano alla Capitale del Regno delle due Sicilie.

Il 12 ottobre 1817, a Napoli venne istituito il Consolato Britannico di Sapri che ebbe poi in seguito sede nell’attuale palazzo in via Cassandra di proprietà Florenzano (Fig. 2). Il 12 Ottobre 1817, a Napoli il Console Generale Britannico Sir Ludwington redisse, stilò e firmò il “Regolamento generale del Consolato Britannico a Sapri nel 1817”, un documento unico per la storia di Sapri, recante la firma del ‘Console Generale Sir Ludwington’, il sigillo in ceralacca originale, 12 ottobre 1817 ed il timbro impresso dall’originale, che qui riproduciamo una nostra copia fattane dall’originale impresso sul cartiglio. Il 12 Ottobre 1817, a Napoli, allora capitale del Regno borbonico del Regno delle due Sicilie venne istituito il Consolato Britannico di Sapri, come recita il Cartiglio del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri (Fig. 1), a firma del Console Generale del Regno delle due Sicilie Sir Ludwinghton, il quale, nel cartiglio riporta: “sito nel Portus Saprorum. Sappiamo che lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (24), letterato scozzese fu il precettore dei figli del Console Inglese presso la Corte Borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria. Il Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri (Fig. 1), di cui pubblichiamo le pagine che possediamo in copia, è oggi custodito gelosamente dalla Famiglia Florenzano che mi autorizzò a farne copia. In quegli anni, la sede del Consolato Britannico di Sapri era il palazzo oggi di proprietà Florenzano, sito in via Cassandra, di cui vediamo il portale nell’immagine di Fig. 2.  Sul cartiglio o frontespizio del Regolamento (Fig. 1-4), datato 1817 , si legge la firma del Console Generale Britannico del Regno borbonico delle due Sicilie, Sir. Ludwington che,  istituisce a Sapri il Consolato Britannico che, aveva sede nell’attuale Palazzo della Famiglia Florenzano in via Cassandra a Sapri (Fig. 2). La famiglia Florenzano di Sapri che possiede questi due cimeli storici, mi concesse di fotografarne il Regolamento originale e di imprimere il timbro originale sul Cartiglio (Fig. 5-6). Quì di seguito pubblico integralmente le singole pagine dell’intero Regolamento del Consolato Britannico di Sapri, di cui posseggo una copia. Nel documento illustrato nell’immagine di Fig. 8, ovvero la prima pagina del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri leggiamo i diritti e doveri del Vice-Console di Sapri.

Timbro del Regolamento Generale del Consolato Britannico di Sapri

(Fig…) Timbro con sigillo metallico del Consolato Britannico di Sapri ( foto Attanasio)

Nel 1819, Sapri in un rilievo del Ten. Blois del Genio militare Borbonico

Sapri nel 1819, ten. Blois

(Fig….) Particolare tratto dal disegno del rilievo di Sapri del Ten. Blois del 1819, illustrato nell’immagine della Fig….., “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000. In questo particolare si vede il centro abitato di Sapri come doveva apparire al Genio Militare Borbonico nel 1 gennaio 1819

Lo studioso  Giulio Schmiedt (2), nel 1975, pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, dal titolo Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche’ pubblicato a Firenze nel 1975. Schmiedt (2), gà molti anni prima, nel 1972 aveva pubblicato un altro interessante studio sui porti della Magna Grecia ed aveva citato quello di S. Croce a Sapri. Si tratta dello studio ‘Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di’ (2.1). Nello studio ‘Antichi porti d’Italia’, lo Schmiedt (2), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicame che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (2), a cui abbiamo dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite di Fig. 1. Nel suo studio, Schmiedt (2) a pp. 78-79 pubblicò un particolare del disegno di cui mi occupo ed è quello illustrato nella fig. 6:

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(Fig…..) Particolare pubblicato da Giulio Schmiedt (…), tratto dal disegno: “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”.

Il disegno pubblicato da Giulio Schmiedt (2) era stato tratto da un disegno dipinto e acquerellato su carta bambagina illustrato nell’immagine di Figg. 2-3 che illustra un rilievo di Sapri eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano (5). Schmiedt (2), in proposito scriveva che: Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, e aggiungeva pure che: un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno pubblicato dallo Schmiedt (2) a pp. 78-79, è un particolare tratto dal disegno in scala maggiore di cui oggi pubblico l’immagine digitale integrale (vedi Fig. 2), già pubblicata nel 2014, ma non integralmente, da Antonio Scarfone in un suo studio sulla baia di Sapri: “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”. Di questo disegno mi ero occupato già nel lontano 1987 (1) in occasione della pubblicazione di un mio studio sulle origini e la storia di Sapri, poi in seguito approfondito nella mia “Relazione Storico-Urbanistica di Sapri” redatta per il nuovo Piano Regolatore di Sapri. Si tratta di un disegno dipinto a colori acquerellato su carta che illustra e rappresenta del rilievo in scala 1:5000 della baia naturale di Sapri e del piccolo centro abitato nel 1819, ai tempi della rivincita Borbonica sul Regno delle Due Sicilie che era stato occupato in precedenza da Gioacchino Murat cognato di Napoleone Bonaparte. Il disegno in questione illustrato nell’immagine della Fig. 3, di cui, lo Schmiedt (2) nel 1975, aveva pubblicato un particolare delle costa nord di Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Presso la Sezione “Stampe Antiche” (n. 141142) del Nuovo Archivio di Firenze è scritto: “‘Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. 

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(Fig…..) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. Il disegno dipinto a colori che rappresenta Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142)

Come si può vedere dal disegno del Ten. Blois del Genio Militare Napoletano e Borbonico del Regno delle Due Sicilie, rappresenta la testimonianza più attendibile dell’evoluzione urbana della cittadina di Sapri nel 1 gennaio 1819, epoca in cui il Ten. Blois lo redasse disegnandolo e colorandolo ad acquerello su carta bambagina.

Nel 1818, a Sapri, il primo cimitero del paese in località oggi detta della “Trovatella”

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: “Sul conto del Torre risultò un precedente: un danno volontario di tre ducati in pregiudizio di D. Tommaso Eboli di Sapri; nulla sul conto di Michele Fusco. Il giudice Francesco Saverio Cajazzo, per affetto della sovrana indulgenza del 17 febbraio 1861, dichiarò abolita l’azione penale del procedimento (11). Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò il terreno su cui venne realizzato, nei pressi dell’odierna Trovatella, il primo camposanto del paese, poi dismesso dopo essere stato interessato da una frana. Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “….quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (11) postillava: “(11) Testimonianza di D. Emmanuele Gaetani fu Vincenzomaria, di anni 75, proprietario di Torraca.”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.

Nel 1819, Sapri nei documenti conservati all’Archivio di Stato di Napoli

Nel 1974, lo studioso Mario Acciarino (…), nel suo ‘Segreteria di Guerra e marina – Ramo Guerra – Inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823′, pubblicò un interessante studio e l’inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823 conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. L’Acciarino (…), nella sua “Premessa” in proposito scriveva che: “La redazione della presente “guida-inventario” ha avuto origine dalla constatazione ecc….Mentre per le scritture del Ministero Guerra (ramo Genio, secolo XIX), esiste un indice dei singoli oggetti trattati (indice redatto però anteriormente alla parziale distruzione, verificatasi per gli ultimi eventi bellici), per la Segreteria di Guerra e Marina, che conserva i documenti del periodo 1734-1823 circa, esiste il solo inventario sommario, con l’indicazione generica dell’oggetto di ciascun fascio……Ponendosi quindi come fine del lavoro la segnalazione di tutti i documenti relativi agli edifici militari, ai monasteri soppressi, alle chiese, ai castelli, alle torri marittime e telegrafiche, ai porti ed alle fortificazioni in genere, nel complesso dei lavori di costruzione, di modifica, di manutenzione, si è cercato di mettere in evidenza gli oggetti trattati, specificando, quando è stato possibile, i nomi dei singoli edifici e le località in cui si trovavano. Il lavoro ha così portato alla luce documenti interessanti la storia degli edifici militari e l’organizzazione del servizio del corpo del Genio, oltre a documenti e disegni con firma autografa di noti personaggi dell’epoca…..La presente “guida-inventario”, che segnala documenti che vanno dall’anno 1753 al 1823 circa, è integrata dall’indice delle piante e dei disegni e da quello delle località.”. Infatti, l’Acciarino nel suo “Indice delle località”, fra le diverse località e piazze della “Segreteria i guerra e marina – Ramo Guerra”  cita e riporta i documenti riguardanti la piazza di Sapri. Acciarino (…), nell’indice, riguardo la Piazza di Sapri scrive che: “Sapri: 437, 6; 442, 54.”. Acciarino (…), a p. 14 riporta il documento dell”incartamento’ n. 6 contenuto nel Fascio n. 437, ovvero: “6. Sapri – Batteria e baraccone: Lavori di riparazione. Stato estimativo. Processo verbale di consegna. a 1819.”. Dunque, esiste un documento datato anno 1819 che riguardano i lavori di riparazione della Batteria e del baraccone esistenti a Sapri nell’anno 1819. Su questo documento bisognerebbe ulteriormente indagare ed eventualmente richiedere la sua copia o riproduzione digitale.

Il “casino” (palazzotto) dei Peluso in C.so Garibaldi a Sapri

Palazzo Peluso

Il Palazzo della famiglia Peluso in C.so Garibaldi a Sapri, si può vedere sul web, collegandosi alla pagina di Sapri di Google maps o Earth. Il prete Vincenzo Peluso, fu citato dal Cav. Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci: ‘Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848′, edito a Napoli, nel 1895 e, di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio, il manoscritto olografo originale, scritto di proprio pugno dal Pesce (…), oggi conservato dalla Famiglia Tavernese. Il Pesce (6) descrive la figura e le proprietà di un avo dell’Avvocato Vincenzo Peluso. Si tratta del prete Vincenzo Peluso autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso –  che l’aveva fatto costruire. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 9, a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi, nel 1895, scriveva: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura. Insieme all’Archivio del Comune di Sapri (forse perso), esso doveva essere la memoria storica del paese. In esso si dovevano custodire documenti della famiglia Peluso ma nel contempo la memoria di secoli in cui la stessa famiglia ha partecipato attivamente alle vicende storiche del Regno. In alcuni miei articoli e studi , pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale di Napoli (Figg. 2-3). Questi disegni (2), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie. Proprio in uno di questi schizzi eseguiti dal Genio Militare Napoletano, al tempo dell’occupazione francese (Fig. 2), si può vedere al centro del paese ed in prossimità della linea di costa, una costruzione militare, quella che si vede nell’immagine ingrandita di Fig. 3. Noi crediamo fosse proprio il Palazzotto del prete Vincenzo Peluso, di cui parleremo (2-16).

il Palazzo Peluso

(Fig….) Particolare del Palazzotto Peluso tratto dallo schizzo del 1817 “Croquì di Sapri

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(Fig….) “Villa Pelusi”  – particolare tratto dal disegno del Rilievo del Ten. Blois del 1819 – particolare rappresentato dove oggi è l’attuale Villa Comunale di Sapri

Recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio Storico un documento storico di notevole interesse per la Storia di Sapri. Si tratta di un disegno acquerellato del 1 gennaio 1819, eseguito dal Tenente Blois del Genio militare Napoletano (29). In questo rilievo del 1819, si riportano alcune interessanti informazioni storiche su Sapri, come lo vedeva nel 1819 il Tenente Blois. In esso vediamo segnata la “Villa Pelusi” che vediamo illustrata nell’ingrandimento di Fig. 18. Forse proprio la villa oggi in C.so Garibaldi. L’Avvocato Carlo Pesce (6), nel 1895, nel suo “Costabile Carducci e l’eccidio di Acquafredda”,  a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi in proposito scriveva che: “, alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia,…”. Io credo si trattasse di una casetta non ubicata a Villammare (la marina di Vibonati) ma di una casetta costruita nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, oggi detto il Villaggio, che a quei tempi doveva essere uno spaldo militare munito di cannoni di cui abbiamo già parlato nel nostro studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”. Forse in seguito, il bel mosaico – che il Ramage dice essere grossolano, fu fatto trafugare dal Capo Urbano Vincenzo Peluso, nell’altra casa dei suoi avi, fatta costruire proprio dal Prete Peluso e di cui ci parla sempre il Pesce (6): “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene”, ovvero il Palazzo in C.so Garibaldi. Era in uso comune in tante famiglie gentilizie di Sapri conservare e fare bella mostra di reperti archelogici provenienti dai ruderi in località Santa Croce a Sapri dove ancora oggi, nonostante le sfortunate spoliazioni di antiquari napoletani del ‘700, possono ammirarsi resti ed avanzi di fabbriche. Sono moltissime le famiglie che ancora ospitano materiale proveniente dalle strutture d’epoca romana a Sapri, come la Famiglia Farano, i Gaetani, i Gallotti, i Branda, i Cesarino, hanno gelosamente conservato reperti ai più oggi sconosciuti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano. In quell’occasione il sovrano, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia Fulminante, scortata dal Guiscardo, dal Ruggiero, dal Sannita e dal Carlo III e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. La stessa sera raggiunse a piedi Torraca, etc…Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte. Si racconta, che il Peluso aveva 75 anni, provato dalla malattia, ed emozionato dall’inaspettata visita, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo spirò. Era il 4 ottobre del 1852. La casa di Sapri del terribile sacerdote, venne in seguito incendiata per vendetta da un manipolo di uomini del Pisacane…e con la restante a Policastro.”Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “….Sapri; – Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro, quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe del crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno in quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequito ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassini assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci; e l’eseguì poscia, di fredda mano, nella prossima di Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno di poi, fu colpito da visita da Re Ferdinando di Borbone che il raccomando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazia di Regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì, legando l’ombra al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione olle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte.”.

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Peluso, in proposito scriveva che: “Nel 1852, poco prima che il “famoso prete” morisse, nel fare Ferdinando II il suo secondo viaggio in Calabria “Diverso contegno mantenne con chi gli aveva dato prova di fedeltà. A Torraca, nei pressi di Lagonegro, si fermò per rendere visita in una casa di campagna, al vecchio e morente prete Peluso” (66). Anche il De Cesare erroneamente sostiene che il Re visitò il prete a Torraca.”. Policicchio, a p. 222, nella nota (62) postillava: “(62) A. De Leo, Gentiluomini Preti…cit., p. 82.”. Si tratta del testo di Antonio De Leo (….), “Galantuomini, Preti e Contadini nella Rivoluzione – Il Risorgimento in Calabria”, La Brutia e Pancallo Editori, ….Sempre Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Peluso e della sua villa che aveva a Sapri riportava il passo dell’avv. Pesce di Lagonegro: “….”Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene.” (64).”. Policicchio, a p. 222, nella nota (64) postillava: “(64) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata. Il Comune di Sapri, per animare il commercio sia di mare che di terra, con delibera del 17 aprile 1830 domandò l’assenso ad una fiera la cui celebrazione doveva avvenire annualmente nei giorni 18, 19 e 20 agosto. Avuta l’autorizzazione, il Decurionato dovette stabilire il luogo dove effettuarla e, con delibera del 4 luglio 1831, deliberò “che la fiera suddetta si faccia nel lido del mare, e precisamente principiando dalla Casina del Sig. Sacerdote Peluso, fino alle Cammerelle”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, a p. 132, nella nota (51) postillava: “(51) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata. Il Comune di Sapri, per animare il commercio sia di mare che di terra, con delibera del 17 aprile 1830 domandò l’assenso ad una fiera la cui celebrazione doveva avvenire annualmente nei giorni 18, 19 e 20 agosto. Avuta l’autorizzazione, il Decurionato dovette stabilire il luogo dove effettuarla e, con delibera del 4 luglio 1831, deliberò “che la fiera suddetta si faccia nel lido del mare, e precisamente principiando dalla Casina del Sig. Sacerdote Peluso, fino alle Cammerelle”.”. Notizia questa molto interessante che Policicchio, di cui però non dice la fonte. Presumo che la fonte sia l’Archivio Comunale di Sapri che, essendo inpraticabile, infatti non risulta nell’elenco degli Archivi consultati dallo studioso, al momento posso solo dire che la notizia deve essere approfondita. Inoltre, riguardo ciò che scriveva Policicchio sulla villa del prete Peluso: “(64) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata.”, in questo mio saggio è ampiamente dimostrato dove fosse ubicata, guardando le carte ed i documenti inediti da me pubblicati dal lontano 1978, da cui risulta chiaramente che all’epoca, nel 1857, dove ora vi è il Corso Garibaldi, forse l’unico edificio era ivi ubicato in prossimità della spiaggia di Sapri. All’epoca la spiaggia di Sapri era molto più arretrata rispetto a quella attuale. Dove oggi c’è il lungomare di Sapri, nel 1857 vi era spiaggia che si prolungava molto più all’interno. Inoltre, Policicchio, a p. 222, in proposito riportava un passo di Pesce (….), tratto dal suo “Il dramma di Acquafredda etc…” e scrive: “…”In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta che chiamava la “Babilonia”, e ad Acquafredda altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca” (65).”..”. Sulla citazione del passo di Pesce, il Policicchio, a p. 222, nella nota (65) postillava: “(65) F. Policicchio, Il Decennio francese…, cit., pp. 131-2”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, a p. 132, riportava altro passo del Pesce sulle proporietà del prete Peluso, dove scriveva che: “…”In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta che chiamava la ‘Babilonia’, e ad Acuafredda altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca (52).”…”. Policicchio, a p. 132, nella nota (52) postillava: “(52) Il Peluso si trovava in questa ‘villa piccola’ da dove, nel 1848, sospettoso e timoroso, aveva notato e seguito tutte le mosse della barca con la quale Costabile Carducci sbarcò ad Acquafredda e dove si trovò la morte per suo ordine.”. L’ultimo passaggio del Policicchio è opinabile in quanto a mio parere il Carducci fu tradotto da Acquafredda a Sapri dove fu mandato a morte verso il monte Spina.

Nel 28 agosto 1820, la lapide in ricordo della messa funebre di don Giovanni Eboli per la morte del Vice-Console Antonio Peluso

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(Fig….) Lapide marmorea con epitaffio nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata in Piazza del Plebiscito a Sapri. Sulla lapide è inciso l’ epitaffio in ricordo del Vice-Console Britannico D. Antonio Peluso, posta nell’ambulacro della Chiesa dell’Immacolata. La lapide ricorda anche l’elogio funebre del mio avo, il sacerdote Don Giovanni Eboli.

Dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. …), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso, nato nel 1795, sposato con Rosa Maria Branda e morto nel 28 Agosto 1820, che lasciava orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina.  Don Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio dei sig.ri Vincenzo Peluso ed Anna Brandi. Il documento è di notevole importanza per la storia del nostro paese anche per la descrizione e la citazione di luoghi e di toponimi ancora non del tutto sufficientemente indagati e conosciuti. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig….) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che, raccontò i fatti accaduti sull’eccidio di Costabile Carducci di cui rimane la memoria nel manoscritto del cav. Carlo Pesce (….), manoscritto olografo di cui posseggo le foto concessimi dagli eredi del canonico Arciprete di Sapri Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig…..).

Nel 1820, il Prete Vincenzo Peluso uccise l’armiere Pietro Cesarino

Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda”, a pp. 8-9, in proposito al prete Vincenzo Peluso di Sapri scriveva che: Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio ai suoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia, fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820 l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suo nipote; oltre d’un’infinità di altri gravissimi misfatti,che erano tutti andati impuniti benchè conosciuti generalmente”.

Nel 1820, l’Arciprete di Sapri don GIOVANNI EBOLI ottenne due reliquie di Santi

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 63, parlando della chiesa parrocchiale di Sapri dell’ “Immacolata concezione”, in Piazza del Plebiscito, in proposito a S. Vito, scriveva che: “In chiesa si custodiscono due reliquie di Santi: una di San Biagio, ottenuta da Papa Pio VII nel 1820, tramite il parroco Don Giovanni Eboli, l’altra di San Vito ottenuta precedentemente.”. Inoltre, il Tancredi, cita l’iscrizione sull’Atare di S. Vito, in detta chiesa: “Salvatore Sollazzo e Raffaella La Corte 1881.”. Scrive il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica” che, l’altro mio avo, Don Giovanni Eboli – successore del primo Parroco di Sapri, Don Gennaro Eboli – nel 1820, ottenne da Papa Pio VII, due reliquie di Santi che sono oggi conservate dentro la Chiesa Madre dell’Immacolata Concezione, di cui l’Eboli era parroco. Si tratta della reliquia di S. Biagio che l’Eboli ottenne dal Papa nel 1820, mentre l’altra – che era stata ottenuta precedentemente-  è la reliquia di S. Vito, patrono di Sapri. Secondo il Tancredi (…), il mio avo l’Arciprete don Giovanni Eboli, forse nipote del precedente e primo arciprete di Sapri don Gennaro Eboli, figura a pp. 74-75 nell’elenco dei “Parroci di Sapri”“D. Giovanni Eboli 1819-1834”.

Nel 1822, risale il più antico registro dei nati conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli

Purtroppo anche per il documento di morte del 1805 non si trova. Nell’Archivio di Stato di Salerno troviamo i registri dei “morti” per il Comune di “Torraca” dal 1809. Riguardo “Sapri” si trovano i registri dello “Stato della Restaurazione” dove troviamo i registri più antichi di Sapri ma i primi, i “nati” risalgono al 1822.

Nel 1823, Sapri nella descrizione dell’Alfano

L’Alfano (29), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri dice: “Terra sopra un falso piano bagnato dal Mar Tirreno, d’aria buona, Diocesi di Policastro, 64 miglia da Salerno distante, feudo di Carafa Spina. Anticamente fu detta Sipron, edificata dai Sibariti, quando dopo la disfatta avuta dai Crotoniati nell’Olimpiade settantesima, furono costretti a disertare dai propri Luoghi. Vi è un vecchio Porto considerevole, che ha due miglia di perimetro, è mezzo miglio di apertura. Produce grani, frutta, vini generosi, oli eccellenti, e il mare da abbondante pesca. Fa di popolazione 1489.“. Noi questo abbiamo letto in Alfano a p. 135 (29), mentre l’Ebner (9) afferma che l’Alfano (29) scriveva di Sapri: all’imboccatura di esso (del porto di Sapri – della sua baia), varie vestigia di antichi magazzini, e molte mura stanno mezze sepolte nell’acqua: da queste reliquie argomentasi essere stata una colonia assai antica, o almeno un porto di considerazione. Credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia; me è più probabile che avendo i Crotoniati distrutta la città di Sibari nella Calabria, alcuni Sibariti fuggiti andarono a edificarvi un castello col nome di Sibaron, poi Sipron, e finalmente Sapri, nominato anche Safri.“. 

Nel 1828, a Sapri il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage

Angelo Guzzo, nel suo “Il Golfo di Policastro ecc…”, parlando di Sapri, a p. 183 in proposito scriveva che: “Nel 1828, un sacerdote scozzese C. Tait Ramage, in viaggio nel Regno delle Due Sicilie, visitò anche Sapri, di cui ebbe a dire: “Questo paese aveva un aspetto di maggiore benessere di quanti ne avessi fin qui veduti”. Nato in Scozia a Annefield nei pressi di Newhaven, Ramage è stato un Ministro della Chiesa scozzese e cultore delle lettere classiche. È noto in Italia per aver intrapreso un viaggio nel Regno delle Due Sicilie nel 1828, che descrisse nell’opera intitolata “The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions”. Sono note le ristampe di questo testo  ‘Attraverso il Cilento – il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828′, edizioni l’Ippogrifo, agosto 2013 e quella a cura di GIuseppe Galzerano. In Italia è conosciuto soprattutto per la sua opera intitolata The nooks and by-ways of Italy. Wandering in search of its ancient Remains and modern superstitions, pubblicata in italiano col titolo Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, in cui Ramage descrive un viaggio a piedi intrapreso a sud di Napoli, tra l’aprile e il giugno 1828, alla ricerca delle “sopravvivenze” linguistiche, archeologiche e culturali greco-latine. In tale viaggio, Ramage parte da Napoli, giunge a Paestum, attraversa il Cilento, da Policastro visita la Calabria tirrenica e ionica, per giungere in Basilicata, ecc…per poi fare ritorno a Napoli. Il resoconto del viaggio di Ramage rappresenta un’importante descrizione socio-culturale delle provincie del Mezzogiorno italiano nell’anno 1828. Nel 1828, il sacerdote scozzese Craufurd Tait Ramage (…), nel suo scritto “Viaggio nel Regno delle Due Sicilie“, avendo visitato anche Sapri così ne parlava: Entrammo poco dopo in un piccolo bellissimo porto, vicino al quale è situato il paese di Sapri. Questo paese aveva un aspetto di maggior benessere di quanti fin qui veduti. Le case erano disseminate tra vigneti e giardini che i recenti acquazzoni avevano rinverdito e che ora si mostravano freschi ed accoglienti. Fui colpito pure dall’aspetto rigoglioso dei frutteti. Gli agrumeti, aranci, e limoni erano di lussureggiante bellezza. L’albicocco quì cresce con particolare rigoglio – il ‘crisciommolo’ napoletano di cui vanno così giustamen te orgogliosi – Questo vocabolo è evidentemente una corruzione del greco  (“mela d’oro”). Inoltre Ramage riportava le iscrizioni incise sulle lapidi viste a Sapri, tra cui quella che già alla epoca si “elevava nella piazza” (….). Lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (….), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria. Ecco cosa scriveva in proposito al bel mosaico che abbiamo fotografato in casa Peluso: Sulle scale di una casa, che si trova a nord di una piccola insenatura, a circa un chilometro dal paese, in una località ora denominata Camerelle – luogo dove era fosse ubicata la città antica – trovai un esemplare di mosaico grossolano.”. Dunque, il Ramage (….), aveva visto il mosaico alle Camerelle, ovvero in S. Croce, ma siccome dice: “sulle scale di una casa”, noi crediamo che non si possa escludere che si possa trattare dello stesso mosaico da noi fotografato in un piccolo ambiente di casa Peluso. Lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait  Ramage. Il Ramage (….), nel suo “Attraverso il Cilento”, parlando del suo viaggio e della sua visita a Sapri, dopo aver descritto alcune cose viste a Sapri fornendo interessanti ed utili notizie storiche, lasciando il paese, in proposito scriveva che: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino. Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre di più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ma a quest’ora del giorno sarebbe stata una vera follia tentare di percorrerl a piedi. Non vi era un filo di aria ed il caldo era il più intenso che avessi provato; eppure i marinai non sembravano accorgersene, nonostante che i loro torsi nudi fossero esposti direttamente ai raggi del sole. Ora sono diventato prudente, perchè l’estate scorsa, mentre salivo lungo la strada che portava al palazzo di Tiberio nell’isola di Capri, ecc…”. Sempre il Ramage continuando il suo racconto e, mentre viaggiava in barca in direzione di Acquafredda e Maratea scriveva che: ”Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che, vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, una polla d’acqua ribolle dal fondo del mare con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo è possibile bere l’acqua dolce perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”

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Nel 1828, Sapri ed i moti insurrezionali dei carbonari e filadelfi

Già precedentemente e sin dal 1978 ho dedicato gran parte del mio tempo libero alla ricerca di testimonianze storiche sull’argomento, testimonianze e documenti che attestassero eventuali conferme o ripensamenti. Ho più volte pubblicato miei saggi di storia ed in seguito, nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri redassi uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo studio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.”I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Laudisio, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.

Nel 1828, i moti rivoluzionari del ’28 ed il vescovo di Policastro, mons. Laudisio

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito riportava una frase tratta dal testo di Carlo Pesce che scriveva sul prete Peluso e sul vescovo Laudisio: “….”Il Vecchio Laudisio, che pure era tanto influente in Corte e temuto nella Diocesi, non poté mai esercitare su lui alcuno imperio e lasciò fare (63).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (63) postillava: “Poté, al contrario, lodarsi con la polizia all’epoca dei mori del 1828 quando ebbe a che fare col canonico De Luca: “Avendo inteso a Lauria i disordini avvenuti nella mia diocesi, mi sono affrettato a ritornare in essa onde prestarmi pel servizio del Re nostro augusto padre e del bene di questi paesetti e infatti per misericordia di Dio e di Maria SS. ma mi è riuscito di far presentare al maresciallo Del Carretto il canonico De Luca, la presentazione del quale ha liberato Celle dall’incendio al pari di Bosco, e tutti coloro di questi miei paesi i quali presi con le armi alla mano furono costretti a seguire l’orda”.”.

Nel 17 aprile 1830, la delibera del Decurionato di Sapri per istituire una fiera

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Peluso e della sua villa che aveva a Sapri riportava il passo dell’avv. Pesce di Lagonegro: “….”Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene.” (64).”. Policicchio, a p. 222, nella nota (64) postillava: “(64) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata. Il Comune di Sapri, per animare il commercio sia di mare che di terra, con delibera del 17 aprile 1830 domandò l’assenso ad una fiera la cui celebrazione doveva avvenire annualmente nei giorni 18, 19 e 20 agosto. Avuta l’autorizzazione, il Decurionato dovette stabilire il luogo dove effettuarla e, con delibera del 4 luglio 1831, deliberò “che la fiera suddetta si faccia nel lido del mare, e precisamente principiando dalla Casina del Sig. Sacerdote Peluso, fino alle Cammerelle”.”. Notizia questa molto interessante di cui però Policicchio non rivela la fonte. Presumo che la fonte sia l’Archivio Comunale di Sapri che, essendo inpraticabile, infatti non risulta nell’elenco degli Archivi consultati dallo studioso, al momento posso solo dire che la notizia deve essere approfondita. Inoltre, riguardo ciò che scriveva Policicchio sulla villa del prete Peluso: “(64) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata.”, in questo mio saggio è ampiamente dimostrato dove fosse ubicata, guardando le carte ed i documenti inediti da me pubblicati dal lontano 1978, da cui risulta chiaramente che all’epoca, nel 1857, dove ora vi è il Corso Garibaldi, forse l’unico edificio era ivi ubicato in prossimità della spiaggia di Sapri. All’epoca la spiaggia di Sapri era molto più arretrata rispetto a quella attuale. Dove oggi c’è il lungomare di Sapri, nel 1857 vi era spiaggia che si prolungava molto più all’interno. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, a p. 132, nella nota (51) postillava: “(51) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata. Il Comune di Sapri, per animare il commercio sia di mare che di terra, con delibera del 17 aprile 1830 domandò l’assenso ad una fiera la cui celebrazione doveva avvenire annualmente nei giorni 18, 19 e 20 agosto. Avuta l’autorizzazione, il Decurionato dovette stabilire il luogo dove effettuarla e, con delibera del 4 luglio 1831, deliberò “che la fiera suddetta si faccia nel lido del mare, e precisamente principiando dalla Casina del Sig. Sacerdote Peluso, fino alle Cammerelle”.”.

Nel 18 agosto 1831, a Francesco Carafa gli furono riconosciuti tutti i titoli compreso Sapri

Pietro Ebner (9), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” parlando di Sapri dopo la Congiura dei Baroni a p. 593, A Gerardo successe Francesco ( 1 giugno 1781 – 22 settembre 1846) che dalla moglie Beatrice di Sangro ebbe poi Nicola nato il 21 agosto 1829, il quale con decreto ministeriale il 18 agosto 1831 ottenne il riconoscimento di tutti i titoli e predicati e due femmine, Maddalena che sposò Camillo Severino Longo, marchese di Gagliati e Maria Teresa. Nicola morì il 25 dicembre 1894 senza discendenti, per cui i titoli di conte di Policastro, duca di Forlì ( Ispani detto Forli) e duca delle Chiuse, con i predicati di Tenerola, Frattapiccola (Terra di Lavoro), Sapri, Libonati (Vibonati) e Pandirola (1897)(16), passarono per legittima successione alla nipote Maria Severino Longo, marchesa di Gagliati e San Giuliano, figlia di Maddalena Carafa e moglie del nobile Lorenzo Tortora Braida.”. Pietro Ebner (….), a p. 592, nella sua nota (16) postillava che: “R. Assenso 11 luglio 1897”. Infine, i “predicati”, nel 1897 passarono definitivamente per successione a Maria Severino Longo, figlia di Maddalena Carafa e di Lorenzo Tortora Braida. Sempre l’Ebner a p. 593 cita l’Alfano (….) che scriveva di Sapri: “Feudo dei Carafa. Conclude l’Alfano, il villaggio contava ai suoi tempi 1465 abitanti.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Maria Alfano (…) ed al suo “……..

Nel 1832, il primo sigillo civico (comunale) del “Comune di Sapri” nel Regno delle Due Sicilie e Sindaco Francesco Antonio Peluso inedito

Comune di Sapri stemma

(Fig….) Stemma su timbro del Comune di Sapri impresso un documento del 1832 che riguarda le batterie costiere – inedito e da me scoperto e conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli – Archivio Attanasio

Il sacerdote Luigi Tancredi, nel suo “Sapri giovane e antica” nell’elenco dei “Sindaci di Sapri“, a p. 89 elencava e citava “10) Francescantonio Peluso, 1834” e ancor prima del Peluso citava “9) Prospero La Corte, 1822”. Dunque dal 1822 al 1834 è stato Sindaco Prospero La Corte ma sul documento inedito, di cui vediamo un particolare, risulta che era Sindaco “Francesco antonio Peluso”. Il documento in questione, dove, oltre alla firma del Sindaco dell’epoca Francescantonio Peluso, possiamo vedere uno dei primi timbri metallici a inchiostro del Comune di Sapri. Si tratta di un documento inedito da me scoperto e conservato all’Archivio di Stato di Napoli datato 1832. Fa parte di una ricca documentazione della Direzione del Genio del Tirreno (Genio Militare del Regno delle Due Sicilie). Si tratta di un atto, un contratto di locazione stipulato  tra il Genio Militare Borbonico ed il proprietario dei locali, Barone Vespasiano Palamolla di Torraca. Il documento è particolarmente interessante perchè ci conferma che nel 1832 era Barone di Torraca Vespasiano Palamolla di cui leggiamo nel Mallamaci (….), in “Torraca, Storia di un borgo ecc..”, a p. 42 che:  “Vespasiano, quinto barone, sposato con donna Teresa Moscati, marchesa di Poppano;….ecc…”. Il documento inoltre è particolarmente interessante perchè essendo del 1832 riportando la firma del Sindaco Francesco Antonio Peluso rimette in discussione la scansione temporale dei Sindaci di Sapri redatta dal Tancredi. Come ho già detto il Tancredi a p. 89 scriveva che “10) Francescantonio Peluso, 1834”, mentre invece il documento inedito in questione dimostra che Francesco Antonio Peluso era già Sindaco di Sapri nel 1832. Devo far notare che secondo il Tancredi, lo stemma civico di cui ho pocanzi parlato – inedito – nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 in proposito scriveva che: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri“. Dunque, secondo il Tancredi, lo stemma civico (o sigillo comunale) impresso sul documento di cui ho pocanzi parlato è stato introdotto dai Borboni dopo la morte di Murat ed il ritorno del Regno delle Due Sicilie alla casa reale Borbonica.

Nel 1832-1833, la ricca documentazione inedita del Genio Militare Borbonico- Direzione del Genio del Tirreno e Don Antonio Peluso, Sindaco di Sapri facente funzioni di Commissario di Guerra

In questi anni, oltre ad alcuni reperti e alle fonti archivistiche, si è rivelata utile la documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me rinvenuta e rimasta inedita fino alla mia pubblicazione a stampa in alcuni miei studi nel 1987 e poi nel 1994 (1-12). La documentazione rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli,  attesta non solo come anche con il ritorno della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a modificare  i riferimenti costieri, come si può vedere anche dal documento (Fig. 4), ma soprattutto, a noi interessa, tale documentazione in nostro possesso, attesta l’esistenza in epoca borbonica e forse ancora preesistente a quel periodo, in località ‘Fortino’ a Sapri, vi fossero delle fortificazioni e delle batterie costiere. Nei primi anni ’80, rinvenni dei documenti d’epoca borbonica che riguardano le batterie costiere e fortificazioni militari del Regno delle due Sicilie nel Golfo di Policastro, Palinuro, Centola ecc.. I documenti sono manoscritti e inediti. Presso l’Archivio di Stato di Napoli, ove restavano conservate, rinvenni la seguente documentazione: pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437, Sezione militare, pandette Ministero della Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 442, 437, 1960, 2306, 2325, 2364, 2409, che vanno tutti sotto il nome di Sapri e Piazza di Sapri. Si trattava di una documentazione interessantissima perchè riguardava le fortificazioni e le batterie costiere a Sapri, Palinuro, Centola ecc…e, nel Golfo di Policastro fino ad Agropoli, dell’esercito del Regno Borbonico delle Due Sicilie, nel primo trentennio dell”800. La documentazione che avevo rinvenuto all’Archivio di Stato di Napoli e che avevo già pubblicato in altri miei studi è quella illustrata nelle Figg. 5 e 6 (1-12), che facevano parte di un fondo di n. 13 fogli tratti dal Fondo Ministero Guerra (12), datati Napoli, 3 Aprile 1833, inediti. Uno del 1832 (i fogli numerati 4 e 6), è indirizzato alla Direzione del Genio del Tirreno da D. Francesco Antonio Peluso Sindaco del Comune di Sapri. La documentazione rinvenuta, ci consente di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione e del rafforzamento militare dell’epoca nelle nostre zone costiere (6). Due dei 13 fogli, datati 1832 (quelli numerati 4 e 6 – Figg. 5 e 6), indirizzati alla Direzione del Genio del Tirreno da D., sono due processi Verbali stilati nel 1832 a Sapri dal Commissario di Guerra della Piazza di Sapri del Regno delle due Sicilie in epoca borbonica, Don Francesco Antonio Peluso Sindaco di Sapri che effettuava la disdetta di alcuni locali di proprietà del Barone Palamolla di Torraca, “tenuti in affitto dalla Guerra per uso di Magazzino delle Munizioni di Artiglieria”. I locali di proprietà del Barone Decio Palamolla, erano stati affittati dal Genio militare Napoletano che li avevano adibiti a Caserma e spalto difensivo. Dal documento si evince che detti locali erano muniti anche di batterie, essendovi munizioni, e quindi doveva essere un piccolo fortilizio armato (Figg. 5-6). Per questa documentazione, si rimanda al mio studio ivi pubblicato: “I disegni e le carte inedite del Genio militare napoletano, da me scoperte all’Archivio di Stato di Napoli.” e, “I disegni e le carte inedite del Genio militare napoletano, da me scoperte alla Biblioteca Nazionale di Napoli.”

I documenti manoscritti e rari originali tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni dagli originali abbiamo richiesto ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa. Ecco cosa ci scrisse la dott.ssa Orciuoli: Gentile Studioso, in riferimento alla Sua richiesta si comunica che sono stati consultati i fasci nn. 437, 442, 2306, 2325, 2409, mentre i fasci 1960 e 2364 sono risultati mancanti. In particolare, il fascio 437, contenente un solo fascicolo, riguarda le pensioni; il fascio 442, le richieste di licenza e approvazione di matrimoni; i fasci 2306 e 2409 sono relativi rispettivamente a Difesa della frontiera e delle coste (Pescara,  Civitella del Tronto, Capua, Gaeta) e alle Piazze di Nola, Brindisi, Messina, Palermo e Napoli. Ecc…”. In seguito ad una mia formale richiesta per ottenere la riproduzione digitale di alcuni documenti inediti da me scoperti nel lontano 1987, di cui alcuni feci fare le riproduzioni fotostatiche, la dott.ssa Orciuoli dell’Archivio di Stato di Napoli, a riguardo così mi rispondeva: Solo nel fascio 2325, relativo agli edifici militari, oltre che a quelli di Torre Annunziata, Caserta, Castellammare, Baia, Portici, Granatello, Aversa, Otranto, Napoli, è presente un fascicolo 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti aventi ad oggetto “Piazza di Sapri, esercizio 1832, Processo verbale di continuazione di fitto per l’anno 1832 di un locale in Sapri di proprietà del Sig. Barone Pallamolla, per uso di magazzino delle munizioni di artiglieria” il primo, e “[…] per uso di caserma di artiglieria” il secondo.”. E’ di questi documenti che voglio parlare. Infatti, nell’Archivio di Stato di Napoli sono conservati alcune cartelle, in particolare la n. …….., che contiene il fascicolo n. 2325, relativo gli edifici militari nel Regno delle Due Sicilie ed il fascicolo n. 627, datato 9 marzo 1833 contenente due sottofascicoletti contenenti dei documenti del 1832 e 1833 che testimoniano la stipula di contratti di locazione di locali siti a Sapri e di proprietà del Barone Palamolla di Torraca. Questi locali dovevano essere adibiti a magazzino per il deposito di munizioni di artiglieria per le guarnigioni del vicino Fortino militare o piazzaforte militare. Questo fortino o piazzaforte militare doveva trovarsi nei terreni a Sapri del barone Palamolla di Torraca. 

Nel corso dei miei studi e ricerche (1), rinvenni alcuni documenti presso l’Archivio di Stato di Napoli, ove erano ivi conservati nella Sezione militare, pandette del Ministero della Guerra del Regno delle due Sicilie sotto la dominazione borbonica e che facevano parte di un fondo e documentazione che andavano tutti sotto il nome di “Sapri” e “Piazza di Sapri” (5), di cui ho pubblicato ivi uno studio. La ricca documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me ritrovata e pubblicata prima nel 1987 e poi nel 1994 (1-3), attesta come anche con il ritorno della monarchia borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a trasformare i riferimenti costieri, come si può vedere anche dal documento (Figg…..), in mio possesso che hanno impresso lo stesso timbro del Regno delle due Sicilie che ritroviamo anche su un altro documento (Fig…..), del 1838. Si tratta di un lasciapassare rilasciato dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato nativo di Sapri. Questa documentazione inedita, ci consente di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione e del rafforzamento militare dell’epoca nelle nostre zone costiere (11). In particolare quelli che quì pubblico, fanno parte di un fondo di n. 13 fogli tratti dal Fondo Ministero Guerra (5), datati Napoli, 3 Aprile 1833, inediti. In uno del 1832 (i fogli numerati 4 e 6), indirizzati dall’allora Sindaco di Sapri, D. Francesco Antonio Peluso, facente funzioni di Commissario di Guerra, alla Direzione del Genio del Tirreno. In due di questi fogli, datati 1832 (i fogli numerati 4 e 6), indirizzati alla Direzione del Genio del Tirreno da Don Francesco Antonio Peluso, Sindaco di Sapri. I due documenti (Figg. 10-11), sono due processi verbali stilati nel 1832 a Sapri dal Sindaco di Sapri, facente funzioni di Commissario di Guerra della Piazza di Sapri del Regno delle due Sicilie in epoca borbonica, Francesco Antonio Peluso che effettua la disdetta di alcuni locali di proprietà del Barone Palamolla di Torraca, “tenuti in affitto dalla Guerra per uso di Magazzino delle Munizioni di Artiglieria”. I locali di proprietà del Barone Decio Palamolla, erano stati affittati dal Genio militare Napoletano che li avevano adibiti a Caserma e spalto difensivo. Dal documento si evince che detti locali erano muniti anche di batterie essendovi munizioni e quindi doveva essere un piccolo fortino. Per questa documentazione, si rimanda a due miei studi ivi pubblicati: “Le carte inedite del Genio Militare Napoletano, da me scoperte all’Archivio di Statodi Napoli.” e, “I disegni e le carte inedite del Genio Militare Napoletano, da me scoperte alla Biblioteca Nazionale di Napoli.”.

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6 - Sapri

(Fig….) Direzione del Genio del Tirreno (Genio Militare del Regno delle Due Sicilie) – documenti inediti del 1832

Nel 24 dicembre 1838, Sapri è Comune del Regno delle Due Sicilie di Ferdinando II di Borbone

Nel 1836, Sapri era denominata “Terra Saprorum” nel più antico Registro della Curia della Parrocchia di Sapri

Il 1836 è l’anno  del più antico registro dei nati e dei defunti esistente custodito dalla curia nella parrocchia di Sapri, il paese viene denominato “Terra Saprorum.”.

I posti doganali e le Torri costiere nel territorio Saprese

Nel 24 dicembre 1838, l’Intendente della Provincia di Bari rilascia carta di passaggio a Giuseppe Immediato nativo di Sapri 

L’indagine geo-storica, può essere condotta anche attraverso l’indagine sugli scritti a stampa o documenti esistenti.  A Sapri, in epoca borbonica e forse ancora prima, come ho già scritto in un altro mio saggio ivi, esisteva una batteria costiera nel luogo di Punta del ‘Fortino’, corrispondente all’attuale Ospedale civile di Sapri. Nel mio saggio sulla batteria costiera della Punta del Fortino, dicevo pure che ivi era il posto doganale che interessò lo sbarco di Pisacane. In quel tratto di costa vi era una torre forse d’epoca Angioina, detta ‘Torre del Buondormire’. A Sapri, sono diverse le testimonianze che attestano la presenza in epoca borbonica, anche la tempo dell’eccidio del Carducci, nel 1848, di due avamposti di confine adibiti a posti doganali. Io posseggo una ‘carta di passaggio’, un lasciapassare, un documento che veniva rilasciato dall’Intendente al posto doganale a chi dovesse oltrepassare o recarsi in viaggio presso un’altra provincia del Regno delle due Sicilie.  Le immagini delle due Figg…, illustrano due lasciapassare o ‘Carta di Passaggio’, datate 24 dicembre 1838, rilasciato dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato nativo di Sapri. La prima immagine illustra la ‘Carta di passaggio’, che appartiene alla famiglia Gallotti di Sapri, dove l’Intendente della Provincia di Salerno, rilascia Cara di Passaggio al Sig. Biagio Antonio Gallotti, il 3 giugno 1837. Il 24 dicembre 1834 è l’anno del lasciapassare o ‘carta di Passaggio’ concesso al sig. Immediato di Sapri. Lo possiamo leggere nel documento illustrato nell’immagine su carta vergata intolato alla maestà di Ferdinando II di Borbone re del Regno delle Due Sicilie. Il Pesce (…), a p. 9, del suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’, parlando dell’avvistamento del gruppo di rivoltosi al seguito di Costabile Carducci nel 1848, ad opera del prete Vincenzo Peluso, che si trovava in una sua dimora non lontano da Acquafredda, detta “Rotondella”, in proposito scriveva che: “Fatto chiamare immantinenti dalla vicina Torre, residenza delle guardie doganali, il brigatiere Salvatore Miggiani…“. Dunque, Carlo Pesce (…), traendo alcune notizie dagli Atti dei processi intentati contro i Pelusiani dell’epoca, riferiva che nel 1848, all’epoca del Regno delle due Sicilie Borbonico, a Sapri, dopo lo scoglio dello ‘Scialandro‘, vi era una “vicina Torre, residenza delle guardie doganali…. Sempre il Pesce (…), a p. 10, racconta che il Peluso, che si trovava in una casetta ai confini tra Sapri e Acquafredda, scrive che “mandò tosto a chiamare tutti i contadini del villaggio, che si trovavano a mietere il grano nella difesa di Carmine Perazzi sul monte tra Acquafredda e Sapri.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta degli Atti processuali conservati al Tribunale di Lagonegro, si riferiva al monte Ceraso, tra Acquafredda e Sapri. Il Pesce, parlava di una vicina Torre, residenza delle guardie Doganali e poi parlava della ‘difesa’ di Carmine Perazzi, sul monte (il Ceraso) tra Acquafredda e Sapri, dove vi era già all’epoca il confine tra le due Regioni. La citazione del Pesce (…), in cui egli accenna a una “Torre, residenza delle guardie doganali”, che doveva trovarsi sul monte Ceraso e vicino Acquafredda, posso solo dire che nel luogo chiamato “Casale del Confine”, doveva esserci già al tempo del Regno di Napoli aragonese un piccolo casale o borgo in cui vi era un posto doganale, o una guarnigione adibita alla guardia della dogana, forse angioina prima che aragonese, trovandosi questo posto proprio sul vecchio confine tra l’ex ‘Principato Citra’ borbonico (l’attuale Provincia di Salerno), di cui faceva parte il mandamento di Sapri, confinante con la ‘Terra di Basilicata’, di cui faceva parte la frazione di Acquafredda. All’epoca della delineazione della mappa in questione, il territorio in questione, faceva parte del Regno di Napoli, e dunque, sul monte Ceraso, esisteva o era già conosciuto il confine geografico e politico tra il Principato Citra, a cui apparteneva Sapri e, il Principato della Terra di Basilicata. Osservando però le vedute satellitali Landsat tratte da Google maps o Earth, notiamo che la linea tratteggiata che indica il confine geografico tra le due Regioni oggi, è segnato e ricalca l’attuale frattura del ‘Canale di Mezzanotte’. Infatti, recandoci sulla SS. 18 Tirrenica inferiore, che corre verso Acquafredda, proprio sul ponte del ‘Canale di Mezzanotte‘, troviamo la segnaletica che indica ivi la linea di confine. E’ molto probabile che dall’epoca del Regno di Napoli Aragonese, la linea di confine che si trovava all’altezza dello scoglio dello scoglio dello ‘Scialandro’ e che si protendeva sul versante sud del monte Ceraso, sia stato nei secoli, forse in epoca Borbonica spostato a favore del Comune di Sapri e a discapito della frazione di Acquafredda. E’ un aspetto questo che andrebbe ulteriormente indagato. Confrontando l’antica mappa d’epoca Aragonese, con le più antiche carte catastali conosciute e conservate presso l’Archivio del Comune di Sapri e dell’UTE di Salerno, il luogo dove è stato segnato il toponimo “Casale del Confine”, non corrisponde affatto all’attuale confine fra le due Regioni, la Campania e la Basilicata.

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(Fig….) Carta di passaggio datato 24 dicembre 1838, lasciapassare al sig. Giuseppe Immediato di Sapri

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(Fig….) Timbro della Prefettura di Polizia del Regno delle Due Sicilie di re Francesco II e del Comune di Rivello – proprietà Attanasio – inedito

Nel 20 maggio 1838, la visita di Artur John Strutt e del suo amico poeta William Jackson

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(Fig….) Strutt Arthur John, A pedestrian tour in Calabria & Sicily, 1842; si veda anche ristampa edizione Galzerano con traduzione

Arthur John Strutt è stato un pittore, incisore, viaggiatore, scrittore ed archeologo inglese. Rimase per il resto della sua vita in Italia, interessandosi soprattutto agli aspetti “pittoreschi”, in particolare a quelli della Campagna romana, rivolgendo la sua attenzione, in modo specifico, ai paesaggi e ai costumi degli abitanti. Nel 1838 intraprese un viaggio a piedi verso il sud dell’Italia (allora Regno delle Due Sicilie, in compagnia dell’amico William Jackson. Il 30 aprile giunse a Palermo e il 15 dicembre, dopo aver attraversato la Campania e la Calabria. Le sue osservazioni furono raccolte in un libro, “A pedestrian tour in Calabria & Sicily” (Un viaggio a piedi in Calabria e in Sicilia) che ebbe un notevole successo, soprattutto nei paesi anglosassoni, ed è considerato ancor oggi un documento molto importante per comprendere la società del Regno delle due Sicilie nel periodo pre-unitario. Strutt (…), si recò in viaggio nel Regno Delle Due Sicilie e visitò diversi luoghi del basso Cilento. Strutt visitò Castellabate, Cameroda, Pioppi, Policastro, Sapri.

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(Fig….) Strutt Arthur John, op. cit., p. 67, visita a Sapri nel 20 maggio 1838

Nel 6 giugno 1841, “Francescantonio” Eboli

Degli Eboli di Sapri vi sono documenti contenuti nei Registri dei “matrimoni” ecc…conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno. Infatti, guardando i documenti on-line scansiti per l’anno 1841 dei registri dei “Matrimoni” nel Regno delle Due Sicilie “Stato civile della Restaurazione” conservati all’Archivio di Stato di Salerno. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: (66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri.

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(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Matrimoni”, anno 1841, n° d’ordine 8

Sempre il Basilici a p. 116 in proposito scriveva che: “Per celebrare il matrimonio fu predisposto un ‘processetto’; (148) in questo si trovano delle carte autografe che forniscono altre informazioni. Francescantonio sarebbe nato il 13 marzo 1815 da ‘Biase’ (scritto per Biagio), mentre Maddalena sarebbe nata il 22 marzo 1824 (149). Il registro delle nascite di Sapri dell’anno 1815 è mancante, quindi non si hanno altre informazioni sulle origini di Francescantonio. E’ stata svolta anche una ricerca nelle registrazioni delle nascite di Sapri per trovare riferimenti al cognome Gallotti, con l’obiettivo di trovare una eventuale Rosa Gallotti. Nell’anno 1823 trovo tre registrazioni di nascite con il cognome Gallotti. Trovo tra queste una Rosa Maria Gallotti, figlia di Domenico, di professione ‘ramaio’, e Milo Maria, nata il 31 agosto 1823 (150).”. Basilici, a p. 116, nella sua nota (150) postillava che: “(150) ASSa, nati, anno 1823, registrazione numero 36.”.

(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Nati”, anno 1823, n° d’ordine 36

Dunque, il Basilici, trova tre registrazioni di nascite a nome di Rosa Gallotti

Nel 16 aprile 1844, a Sapri sbarcò la colonna mobile del Maggiore Gabriele De Cornè

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 71 in proposito scriveva che: “Le agitazioni furono represse dal Governo colla spedizione di una colonna mobile, comandata dal Maggiore Gabriele De Cornè. Questi, imbarcatosi a Napoli alla presenza del re Ferdinando il 15 aprile 1844, sbarcò colla nave Ruggiero a Sapri, nel golfo di Policastro, il giorno dopo; indi si recò a Maratea, a Lagonegro e proseguì per i distretti di Sala Consilina e di Vallo della Lucania (Archivio di Stato di Napoli: Prefettura di Polizia, anno 1843, incartamento 856, vol. 15, p. I, citato dal Mazziotti: Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848, I, p. 63). Il popolo faceva buona accoglienza delle truppe del re, ma sotto covava e nascondeva il fuoco. Ecc…Il commissario Marchese aveva avuto sentore della sommossa, la cui minaccia ecc..ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, a p. 63 del vol. I (riferendosi all’anno 1844) in proposito scriveva che: “Il governo nella primavera dell’anno seguente, per tenere a freno gli spiriti irrequieti mandava nella provincia una colonna mobile comandata dal maggiore Gabriele De Cornè, che, imbarcatosi alla presenza del re il 15 aprile 1844 su la fregata ‘Ruggiero’, approdava il dì seguente a Sapri. La colonna si recò il 17 a Maratea, poi a Lagonegro e quindi, retrocedendo, traversò i distretti di Vallo e di Sala (3).”. Il Mazziotti a p. 63, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Archivio di Napoli, prefettura di polizia, anno 1843, incart. 856, vol. 15, p. I.”.

Nel 1846, Biagio Palamolla, 6° barone di Torraca, dopo la morte di Teresa Moscati, sua madre e, diventa marchese di Poppano

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846…..ecc….

Nel 1846, Sapri nella ‘Guida del Pilota’ di Pier Luigi Cavalcanti

Pier Luigi Cavalcanti (…), nella sua ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, nel 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa ed i porti del basso Cilento. Il Cavalcanti aggiunge delle notizie interessanti sulle torri che vedeva:

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I MARTIRI DELLA LIBERTA’ A SAPRI: COSTABILE CARDUCCI, CARLO PISACANE e GARIBALDINI

I MOTI RIVOLUZIONARI DEL ’48 NEL CILENTO E A SAPRI

I moti del Cilento nel 1848 furono alcuni dei moti nel meridione italiano precursori della spedizione dei Mille di Garibaldi. Erano stati preceduti vent’anni prima dai moti del Cilento nel 1828. La sollevazione fu iniziata il 17 gennaio 1848 nel Cilento, alla notizia dei moti di Palermo, sotto la guida di Costabile Carducci[1]La rivoluzione del 1848 nel meridione italiano fu sostanzialmente organizzata e centrata inizialmente a Palermo. La natura popolare della rivolta siciliana, che prese inizio il 12 gennaio sotto la guida di Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa, era evidente per il fatto che manifesti e volantini vennero distribuiti tre giorni prima gli atti veri e propri rivoluzionari. Il tempo d’inizio fu deliberatamente scelto affinché coincidesse con il compleanno di Ferdinando II delle Due Sicilie, essendo egli stesso nato a Palermo nel 1810 durante il periodo di occupazione napoleonica del Regno di Napoli. L’esercito borbonico capitanato dal generale De Majo oppose una debole resistenza, e si ritirò dall’isola. Messina e Palermo, tuttavia, vennero bombardate duramente dall’esercito in ritirata, un gesto che costerà al re Borbone l’appellativo di “Re bomba” e le proteste di Francia, Russia, Stati Uniti d’America ed altri paesi. In provincia di Salerno Costabile Carducci organizzò una rivolta simile nel Cilento, con successo iniziale. Infatti nella seconda metà del gennaio 1848 Costabile Carducci, abbracciate le idee carbonare, capeggiò i moti nel Cilento. Insorgevano Castellabate, Pollica e Torchiara a opera di gruppi radicali della piccola borghesia. Poiché i patrioti avevano deciso d’iniziare l’insurrezione nel Salernitano (una sommossa a Napoli per la presenza in questa città d’ingenti forze di polizia borboniche era impossibile), egli ricevette da Carlo Poerio l’ordine di recarsi nel Cilento. Il Carducci si pose quindi a capo del movimento insurrezionale a Torchiara vicino Agropoli, assumendo poi anche il comando degli insorti dei paesi vicini. Sperava di poter estendere il moto alla Basilicata e alla Calabria, ma la mancanza di una salda e univoca formazione politica con funzione direttiva rese caotiche le sue operazioni militari. Comunque i Borboni, sconfitti in Sicilia, furono costretti a scendere a patti con lui. Ottenuta la Costituzione, Carducci rivestì il ruolo di colonnello comandante nella Guardia nazionale di Salerno. Ma quando la monarchia borbonica, prendendo spunto da una sommossa del 15 maggio, sciolse il Parlamento borbonico, Carducci fu costretto a fuggire a Roma. Successivamente Costabile Carducci tentò di scatenare la rivolta di nuovo nel Cilento ed in Calabria nell’estate del 1848: raccolte nel Vallo di Diano (in provincia di Salerno) le superstiti forze salernitane e lucane a luglio, cercò di tornare nel Cilento ma -quasi naufragato vicino Maratea- fu fatto prigioniero ed ucciso barbaramente dai borbonici.[3] La conseguente repressione borbonica fu feroce nel Cilento, soffocando ogni tentativo patriottico risorgimentale fino allo sbarco di Carlo Pisacane nel 1857.

Nel 30 gennaio 1848, i moti del ’48, l’occupazione di Camerota, Policastro, Vibonati

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a pp. 107 e ssg., in proposito scriveva pure che: “XIII. Da Pisciotta il Carducci il dì seguente con molti liberali del paese, tra cui Giuseppe Pagano, e con una compagnia di vallesi condotta da Stefano Passero andò a Centola, ospite della famiglia Lupo. Il Passero sequestrando per ordine del suo capo una somma di ducati trenta al cassiere comunale ne rilasciava ricevuta, apponendovi questa data “Centola, undecimo giorno della nostra rigenerazione”. Correva voce che le masse avrebbero proseguito per Celle e per Roccagloriosa passando per Policastro. Il fiero capourbano del paese, facendo lo spavaldo, adunava gli urbani per contrastare ad esse il passo (2). Il vescovo di Policastro Mons. Laudisio con il clero e con gli alunni del seminario si chiuse in chiesa pregando in continuazione i santi per scansare il pericolo. Con viva soddisfazione seppe a l’improvviso che le masse sarebbero andate invece direttamente a Laurito, lasciando così da parte la sua tranquilla residenza! Ilare e contento scriveva il giorno 27: “Il clero ed i ragazzi del seminario stettero in continuazione a pregare Gesù e la Madonna, e nostro Signore fece allontanare quell’orda”(1). Una triste sorpresa attendeva il timido prelato. Il Carducci si proponeva infatti di andare a Laurito e di là a Casaletto ad aspettare gli emissari che i liberali della Basilicata dovevano inviare (2). Ma informato che ancora non si apprestava in quella provincia alcun concorso, mutava di nuovo il suo programma. Distaccate due compagnie, una sotto il comando di Nicola Antonio Gatti di Ceraso a Futani, l’altra capitanata da Stefano Passero a Torra Orsaia, con ordine ad entrambe di attenderlo a Sanza, egli col grosso della colonna procedeva per Camerota il giorno 28 e quindi si volgeva proprio a Policastro. Il vescovo ed il capourbano, a l’annunzio, fuggivano precipitosamente nella notte successiva, lasciando nello spavento circa un centinaio di alunni del seminario. La mattina seguente, 30 gennaio, la colonna entrava in Policastro, incontrata festosamente da Cristoforo Falcone, il vecchio relegato a la Pantelleria per i fatti del 1821, che seguì di poi con i suoi figli la colonna. Questa, ignara degli avvenimenti della capitale, passando per Capitello, proseguiva il 31 gennaio per Vibonati, vi bruciava le carte di polizia e disarmava i gendarmi (1). Il giudice regio del circondario Michele Palieri, soddisfatto che contro i timori invalsi i rivoltosi avessero rispettato le vie e le proprietà, si affrettava a scrivere al conte di S. Secondo, sottointendente di Sala: “Il contegno di tutti i capi è la moderazione e la affabilità, severa è la diciplina dei loro subordinati. Fermo al mio posto ho fatto sì che nessuno fuggisse tocco da timore panico e sono contento di essere riuscito ad estinguere una scintilla capace di accendere il più spaventoso incendio anarchico” (2). Questo rapporto, che il sottointendente trasmise in alto dicendo di ritenerlo fatto sotto l’influenza dei cilentani, segnò il principio delle sventure del buon giudice (3).”Mazziotti, a p. 108, nella nota (1) postillava: “(1) Relazione del giudice Palieri del 4 febbraio 1848. Processo Carducci, Archivio provinciale di Potenza.”. Mazziotti, a p. 108, nella nota (2) postillava: “(2) Lettera del Carducci da Pisciotta del 28 genaio, esistente presso di me.”. Mazziotti, a p. 109, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Rapporto del Palieri del 4 febbraio già citato.”. Mazziotti, a p. 109, nella nota (3) postillava: “(3) Lettera del sottointendente di Sala del 6 febbraio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”.

Nel 29 gennaio 1848, il Cav. FELICE PECORELLI, capourbano di Policastro Bussentino e Santa Marina

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a pp. 107 e ssg., in proposito scriveva pure che: “XIII. Da Pisciotta il Carducci… Correva voce che le masse avrebbero proseguito per Celle e per Roccagloriosa passando per Policastro. Il fiero capourbano del paese, facendo lo spavaldo, adunava gli urbani per contrastare ad esse il passo (2). Il vescovo di Policastro Mons. Laudisio con il clero e con gli alunni del seminario si chiuse in chiesa pregando in continuazione i santi per scansare il pericolo. Con viva soddisfazione seppe a l’improvviso che le masse sarebbero andate invece direttamente a Laurito, lasciando così da parte la sua tranquilla residenza! Ilare e contento scriveva il giorno 27: “Il clero ed i ragazzi del seminario stettero in continuazione a pregare Gesù e la Madonna, e nostro Signore fece allontanare quell’orda”(1)….Ma informato che ancora non si apprestava in quella provincia alcun concorso, mutava di nuovo il suo programma. Distaccate due compagnie, una sotto il comando di Nicola Antonio Gatti di Ceraso a Futani, l’altra capitanata da Stefano Passero a Torra Orsaia, con ordine ad entrambe di attenderlo a Sanza, egli col grosso della colonna procedeva per Camerota il giorno 28 e quindi si volgeva proprio a Policastro. Il vescovo ed il capourbano, a l’annunzio, fuggivano precipitosamente nella notte successiva, lasciando nello spavento circa un centinaio di alunni del seminario.. Mazziotti, a p. 108, nella nota (1) postillava: “(1) Relazione del giudice Palieri del 4 febbraio 1848. Processo Carducci, Archivio provinciale di Potenza.”. Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 16 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Intanto il Peluso, col tuono di grande inquisitore, prese ad interrogare il Carducci; cui ripeteva con cipiglio beffardo ed insolente: “Ditemi ora, o Signore, perchè m’avete sempre perseguitato e minacciato ? Che male v’avevo fatto io, povero vecchio, oltre dei miei principii politici dissenzienti dai vostri ? Quando capitanaste la ribellione nel Cilento, minacciaste persino (e lo seppi da fonte sicura) d’uccidere me, monsignor Laudisio e il cav. Pecorelli di Policastro; etc…”. Angelo Guzzo, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero etc…”, a pp. 208 e ssg., in proposito scriveva che: “Il fiero e spavaldo capourbano di Policastro e Santa Marina Felice Pecorelli, radunò i cittadini per opporre resistenza. Il vescovo Mons. Laudisio, spaventato, si rinchiuse in cattedrale con i sacerdoti ed i seminaristi pregando i Santi perché scansansero il pericolo (35). La sua soddisfazione dovette essere enorme quando seppe che i rivoltosi sarebbero andati a Laurito. Ma il giorno dopo, 28 gennaio, una trist sorpresa era riservata al timido Vescovo. Il Carducci si era proposto …..Però fu costretto a mutare programma, etc…(36)….Le due compagnie avevano avuto l’ordine di attenderlo a Sanza. All’annunzio dell’imminente arrivo delle truppe, Mons. Laudisio e Felice Pecorelli, la notte del 29 gennaio, se la diedero a gambe, lasciando circa 100 seminaristi e moltissimi policastresi in preda allo spavento.. Guzzo, a p. 209, nella nota (36) postillava: “(36) M. Mazziotti, op. cit., pag. 98 e seg.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80-81, in proposito scriveva che: “Il ricordo delle effervescenze del Quarantotto, quando le bande contadine del Cilento portarono nella lotta il peso dei loro più immediati interessi ed avanzarono rivendicazioni sulla terra di carattere “comunistico”, risvegliarono la paura dei “rossi” e paralizzarono il timido entusiasmo dei meno reazionari rappresentanti della borghesia locale (72).”. Cassese, a p. 81, nella nota (72) postillava: “(72) E’ interessante rilevare la determinazione di “socialisti” data ai compagni di Pisacane. Il capourbano di S. Marina e Policastro, cav. Felice Pecorelli, nel chiedere, come tanti altri, un premio per l’opera svolta, dice che, unitosi con le regie truppe, era corso a “tracciare le orme dei ‘rivoltosi socialisti’, che venian rotti in Padula” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. VIII, c. 183).”.

Il 2 febbraio 1848, il sindaco di Sapri, ANGELO TINELLI invitò con una lettera a Sapri il Carducci che inviò la colonna del Passero

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a p. 109, continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, il 2 febbraio invitava il Carducci a soffemarsi nel suo comune, ma egli vi mandava invece il distaccamento comandato da Stefano Passero. I liberali di Sapri, tra cui Giovanni Gallotti con i suoi figli Salvatore e Raffaele, il clero con l’arciprete Nicola Timpanelli accolsero festevolmente le masse con la bandiera tricolore e con la croce. L’arciprete le guidava in chiesa, intuonava il ‘Te Deum’ e quindi asceso sul pergamo predicava al popolo. Abitava allora in Sapri, suo paese nativo, un vecchio prete, Vincenzo Peluso, fanatico sanfedista del 1799, che fuggito per delitti di sangue in Sicilia il 1809 vi era stato ricevuto con grande favore da la Corte borbonica, di cui divenne familiare, tanto che, vuolsi, avesse accompagnato la regina Carolina a Vienna il 1815 (1). Al Peluso si riferiva, a l’approssimarsi delle masse, che queste volessero ucciderlo e bruciargli la casa; voce al certo foggiata per malignità dei suoi nemici o per quella smania tanto comune di apparire bene informati e di dare preziosi consigli. Il vecchio prete a queste voci lasciava frettolosamente il paese con alcuni suoi fidi e per timore andava ramingo per le campagne, riparando la notte in alcune caverne. Il Carducci, dopo breve dimora in Vibonati, saliva con i suoi seguaci per una via mulattiera a Rofrano.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215 parlando di don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale.”.

Il 4 febbraio 1848, a Vibonati, Costabile Carducci è ospite della famiglia dell’amico GAETANO GIFFONI

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a p. 109, continuando il suo racconto scriveva pure che: “Il Carducci, rimasto qualche giorno a Policastro, raggiungeva i suoi il 4 febbraio a Vibonati, accettando ivi l’ospitalità offertagli da Gaetano Giffoni. Il sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, il 2 febbraio invitava il Carducci a soffemarsi nel suo comune, ma egli vi mandava invece il distaccamento comandato da Stefano Passero. I liberali di Sapri, tra cui Giovanni Gallotti con i suoi figli Salvatore e Raffaele, il clero con l’arciprete Nicola Timpanelli accolsero festevolmente le masse con la bandiera tricolore e con la croce. L’arciprete le guidava in chiesa, intuonava il ‘Te Deum’ e quindi asceso sul pergamo predicava al popolo. Abitava allora in Sapri, suo paese nativo, un vecchio prete, Vincenzo Peluso, fanatico sanfedista del 1799, che fuggito per delitti di sangue in Sicilia il 1809 vi era stato ricevuto con grande favore da la Corte borbonica, di cui divenne familiare, tanto che, vuolsi, avesse accompagnato la regina Carolina a Vienna il 1815 (1). Al Peluso si riferiva, a l’approssimarsi dele masse, che queste volessero ucciderlo e bruciargli la casa; voce al certo foggiata per malignità dei suoi nemici o per quella smania tanto comune di apparire bene informati e di dare preziosi consigli. Il vecchio prete a queste voci lasciava frettolosamente il paese con alcuni suoi fidi e per timore andava ramingo per le campagne, riparando la notte in alcune caverne. Il Carducci, dopo breve dimora in Vibonati, saliva con i suoi seguaci per una via mulattiera a Rofrano.”. Angelo Guzzo, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero etc…”, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 30 gennaio la colonna giungeva a Policastro, il Carducci, passando per Capitello, raggiungeva la sua colonna il 4 febbraio a Vibonati, dove i rivoltosi, il 31 gennaio, avevano bruciato le carte di polizia e disarmato i gendarmi (36). Il giudice regio del Circondario Michele Polieri, nell’occasione, scriveva che a Vibonati i rivoltosi non avevano ucciso alcuno. A Vibonati il Carducci fu ospite della famiglia del suo amico Gaetano Giffoni. Dopo breve sosta, il Carducci saliva con i suoi seguaci, per una via mulattiera verso Rofrano.”. Guzzo, a p. 209, nella nota (36) postillava: “(36) M. Mazziotti, op. cit., pag. 98 e seg.”.

Il 4 febbraio 1848, a Vibonati, il giudice regio MICHELE PALIERI

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a pp. 107 e ssg., in proposito scriveva pure che: “XIII….Questa, ignara degli avvenimenti della capitale, passando per Capitello, proseguiva il 31 gennaio per Vibonati, vi bruciava le carte di polizia e disarmava i gendarmi (1). Il giudice regio del circondario Michele Palieri, soddisfatto che contro i timori invalsi i rivoltosi avessero rispettato le vie e le proprietà, si affrettava a scrivere al conte di S. Secondo, sottointendente di Sala: “Il contegno di tutti i capi è la moderazione e la affabilità, severa è la diciplina dei loro subordinati. Fermo al mio posto ho fatto sì che nessuno fuggisse tocco da timore panico e sono contento di essere riuscito ad estinguere una scintilla capace di accendere il più spaventoso incendio anarchico” (2). Questo rapporto, che il sottointendente trasmise in alto dicendo di ritenerlo fatto sotto l’influenza dei cilentani, segnò il principio delle sventure del buon giudice (3).”Mazziotti, a p. 108, nella nota (1) postillava: “(1) Relazione del giudice Palieri del 4 febbraio 1848. Processo Carducci, Archivio provinciale di Potenza.”. Mazziotti, a p. 108, nella nota (2) postillava: “(2) Lettera del Carducci da Pisciotta del 28 genaio, esistente presso di me.”. Mazziotti, a p. 109, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Rapporto del Palieri del 4 febbraio già citato.”. Mazziotti, a p. 109, nella nota (3) postillava: “(3) Lettera del sottointendente di Sala del 6 febbraio.”. Sulla benevola relazione del giudice Gaetano Palieri, del circondario di Vibonati, Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 98, in proposito aggiungeva che: Una grossa tempesta si addensava sul capo dei due giudici regi, massime del Palieri già guardato in alto con sinistra prevenzione. Pochi mesi prima, nel gennaio, egli ingenuamente aveva riferito che le masse cilentane durante il passaggio per il suo circondario non avevano commesso alcuna violenza, anzi imprudentemente si era lasciato sfuggire alcune parole benevole per il loro contegno. Il sottointendente del tempo, come ho raccontato (2), nel trasmettere a Salerno la relazione, aveva espresso il sospetto che questa fosse stata scritta d’accordo con i capi delle bande. Il sospetto era subito divenuto certezza nelle sfere ufficiali!.”. Mazziotti, a p. 98, nella nota (2) postillava: “(2) Vol. 1°, pag. 109”. Mazziotti, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°”.

Il 13 giugno 1848, Carducci scriveva da Paola a Ricciardi perchè voleva recarsi a Sapri

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. I, a pp. 183 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Quindi scriveva sollecitamente al Ricciardi così: “Paola, a le 3 dopo mezzanotte del 13 giugno 1848. Mio caro amico, Giacomino Longo si è portato in Catanzaro per porsi a la testa di quel movimento. Sono calati (discesi) in Sapri duemila regi, che sento già attaccati da la nostra gente colà da me fatta muovere (2); mi ci vorrei portare, ma amerei prima avere con voi un abboccamento. Qualora approviate la mia partenza per Sapri, procurate di disporre che mi venga data una forza a mia disposizione di un centinaio di uomini, onde non ricevere qualche incontro per le strade; il di più con il vivo della voce” (3).”. Mazziotti, vol. I, a p. 183, nella nota (2) postillava: “(2) Notizia erronea. La colonna sbarcata a Sapri non incontrò resistenza.”.

Il 10 giugno 1848, i moti del ’48, il generale Busacca sbarcò a Sapri

L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, a p. 365, in proposito scriveva che: “A reprimere l’insurrezione calabra il Re mandò per mare il Generale Nunziante ed il Generale Busacca, che dovevano convergere per Cosenza. Quest’ultimo sbarcò col suo esercito sulla spiaggia di Sapri nel 10 Giugno, e passando per Rivello proseguì per la strada delle Calabrie. Nel tempo stesso il Generale Lanza, con una colonna mobile, partiva da Nocera, e percorrendo la strada consolare accorreva alle repressione. Quest’esercito di 1600 uomini, con cavalli, carri e cannoni, giunse a Lagonegro nel 20 Giugno in posizione di guerra, cò fucili e le pistole impugnate, destando il terrore nella popolazione, mentre i cittadini più liberali avevano preso il largo, ed il Comune dovè somministrare vitto e alloggio. Proseguendo la marcia il Generale Lanza per le Calabrie, attaccò i rivoltosi sulle alture di Campotenese, dove gli fu facile sbaragliarli, e così ebbe termine quell’insurrezione male organizzata, mal diretta e male eseguita.”. I due studiosi G. Morabito De Stefano (….), nel loro saggio “La famiglia De Lieto nel Risorgimento Nazionale”, apparso sulla rivista “Rassegna Storica del Risorgimento”, (anno 1938), a p. 349 parlando dell’insurrezione Calabrese del 1848 a cui partecipò attivamente anche Costabile Carducci, poi catturato ad Acquafredda ed ucciso a Sapri, in proposito scriveva che: “Il 6 giugno il Nunziante sbarcò a Pizzo, bene accolto dalla popolazione e subito passò ad occupare Monteleone senza opposizione. Il generale Busacca, dopo vari tentativi di sbarcare a Paola occupata dai calabresi, sbarcò a Sapri l’occupò e subito dopo Castrovillari era già occupata dalle truppe comandate dal Ribotti.”. Dell’episodio ne parla anche Carlo Pesce (…), nel suo “Costabile Carducci ed il dramma d’Acquafredda ecc…”, che a p. 6, sulla scorta di Nicola Nisco (….) parlando dei moti rivoluzionari del 1848 a cui aveva partecipato attivamente Costabile Carducci in proposito scriveva che: “A Cosenza erasi istituito un Comitato di salute pubblica, dal quale il Ribotti fu prescelto ‘Comandante in capo di tutto l’esercito Calabro-Siculo’, e il Carducci ebbe, col grado di Colonnello, il comando della 4° Brigata delle truppe insurrezionali (1). Le sorti della guerra, si sa, volsero presto a male; il Re spedì contro i Calabresi il Generale Nunziante, che sbarcò al Pizzo, il generale Busacca, che sbarcò a Sapri, e il generale Lanza che percorse la strada consolare.”. Il Pesce (….), a p. 6 nella sua nota (1) postillava che: “Vedi il ‘Volume dei documenti riguardanti l’insurrezione Calabra. Doc. 149.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a pp. 5-6 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Quindi prese parte alla spedizione Sicula, organizzata dal Generale Ignazio Ribotti, e nel 14 dello stesso mese approdò sul ‘Vesuvio’ a Paola con Petruccelli della Gattina e con 700 siciliani per rafforzare l’insurrezione calabra, che pareva il fulcro del movimento liberale. A Cosenza erasi istituito un Comitato di salute pubblica, dal quale il Ribotti fu prescelto ‘Comandante in capo di tutto l’esercito Calabro-Siculo’, e il Carducci ebbe, col grado di Colonnello, il comando della 4° Brigata delle truppe insurrezionali (1). Le sorti della guerra, si sa, volsero presto a male; il Re spedì contro i Calabresi il generale Nunziante, che sbarcò a Sapri, e il generale Lanza, che percorse la strada consolare.”. Pesce, a p. 6, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi il volume dei documenti riguardanti l’insurrezione clabra. Doc. 149.”. Nel 1848, Costabile Carducci abbracciate le idee carbonare, capeggiò i moti nel Cilento. Ottenuta la Costituzione, Carducci rivestì il ruolo di colonnello comandante nella guardia nazionale di Salerno. Ma quando la monarchia borbonica, prendendo spunto da una sommossa del 15 maggio, sciolse il parlamento, Carducci fu costretto a fuggire prima a Roma e poi in Sicilia. Il 14 giugno dello stesso anno, insieme a Ferdinando Petruccelli della Gattina ed altri rivoluzionari, tentò di organizzare delle sommosse in Calabria, ma l’esercito borbonico represse ogni manifestazione, e Carducci tentò di riparare nel Cilento. Il 14 giugno dello stesso anno, insieme a Ferdinando Petruccelli della Gattina ed altri rivoluzionari, tentò di organizzare delle sommosse in Calabria, ma l’esercito borbonico represse ogni manifestazione, e Carducci tentò di riparare nel Cilento. Sempre il Pesce (2), parlando del Prete Vincenzo Peluso ai tempi dei moti del ’48, in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”. Sempre il Pesce, a p. 12, in proposito al prete Peluso scriveva che: “E poichè il fratello D. Michelangelo, ricevitore doganale, che era pure accorso, gli fece oservare che, stando quei Calabresi in atteggiamento pacifico, non era prudenza assalirli, ed aprire il fuoco, e che bisognava piuttosto attendere alle loro mosse e stare in guardia, il Prete furibondo gli disse: “Tu sei un vigliacco irriconoscente etc…”Quei signori lì sono tutti banditi perchè hanno mosso guerra al Re ed hanno combattuto contro le truppe regie del generale Busacca, che voi vedeste approdare alla spiaggia di Sapri nel 15 giugno; contro di essi è uscito il dcreto fuorbando, ed io so da informazioni segrete che essi erano rivolti a Sapri per unirsi ai nostri nemici e porre le nostre case a sacco e fuoco.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: “Il 15/05/1848, in occasione dell’insediamento del nuovo parlamento napoletano i deputati estremisti, appoggiati dai liberali, chiesero al sovrano di migliorare la Costituzione. Ferdinando II in risposta, ritira la Costituzione e soffoca nel sangue i moti rivoluzionari. Truppe regie furono inviate via mare a Sapri dove il generale Busacca sbarca con 2.000 soldati borbonici, altri reparti avanzavano via terra verso Lagonegro al fine di ristabilire l’ordine. Alla notizia dei moti del 1848, Costabile Carducci decide con i comitati rivoluzionari, di mettersi al comando di una nuova insurrezione cilentana. Si pone come guida dei circoli costituzionali dove i liberali antiborbonici trasmettono ideali di libertà e di unità. Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione. Da Praia, con altri patrioti, si dirige verso Sapri, sicuro di trovare un’attiva partecipazione dei liberali locali. Tale speranza venne delusa, poichè la popolazione era stata atterrita dalla notizia delle massicce forze borboniche sbarcate sotto il comando del generale Busacca, e e di altre truppe che avanzavano dal Vallo di Diano alla volta del Lagonegrese.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 77 e ssg., in proposito scriveva che: “In conformità a le istruzioni superiori, il maggiore Manzi scendeva il 12 luglio nella rada di Sapri con il suo battaglione e due pezzi di artiglieria. Dopo breve sosta nel paese accampava su le alture vicine, per attendere un grosso rinforzo di guardie urbane e di contadini armati promessogli da i capi urbani Peluso e Pecorelli. A l’arrivo di questi con la forze promesse, il Manzi si metteva in via per raggiungere Diano ove, secondo i suoi informatori, si concentravano le bande insurrezionali. Per guadagnar tempo preferiva la via di Capitello e di Vibonati a quella di Torraca e per sentieri diffficili e scoscesi, tra gli ardori del luglio, occupava Morigerati e quindi il giorno 16 Caselle e il dì seguente Sanza. A Padula, il 18 un messo del colonnelo Quandel gli annunziava il comando da lui assunto etc…”Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 258, riferendosi al periodo dei moti del ’48 nel Cilento, nella nota (46) postillava: “(46) A Sapri Stefano Passaro fu accolto dal sindaco Angelo Tinelli, da Giovani Gallotti coi figli Salvatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito da Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”.

Nel 4 luglio 1848, ad Acquafredda la cattura di Costabile CARDUCCI e a Sapri ed il suo orrendo assassinio

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(Fig….) Costabile Carducci – disegno inciso su carta tratto da Matteo Mazziotti (…), op. cit.

In seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (7), dal Cassese (8) e, dal Pesce (2), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese (da Fig. 3 e s.). Il Carducci (Fig. 1), la notte del 4 luglio 1848, proveniente, con altri suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Acquafredda – dove, insieme ai suoi compagni –  si era fermato per rifocillarsi – da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto prima a Sapri, dove fu tenuto prigioniero e poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’….al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso, mutilandone la testa che fu portata in omaggio al Re. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla ‘fontana della Spina‘, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Nisco Nicola (21), nel suo ‘Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli’, edito nel 1889, ricorda l’episodio di Costabile Carducci, nel suo vol. I, a pp. 242-243, dove non aggiunge importanti notizie ma racconta l’episodio come lo raccontò il giudice Jovane. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (…), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (…). All’epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme ad alcuni suoi familiari ed insieme al Vescovo di Policastro Mons. Ludovici  (4-5), il prete Vincenzo Peluso, fu fedele servitore della casa regnante borbonica del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re borbonico che all’epoca si macchiò di tali nefandezze che Ferdinando II di Borbone, riconoscente verso i suoi servigi, sbarcando a Sapri, si recò personalmente a far visita nel Palazzotto in C.so Garibaldi, al prete ammalato di idropisia e moribondo, donandogli un anello d’oro con il sigillo reale. All’epoca, il Vescovo di Policastro Ludovico Ludovici (….), era un convinto filo-borbonico e ‘Sanfedista’. Durante il Regno delle due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, alcuni membri della famiglia Peluso, insieme ad un loro parente, il prete Vincenzo Peluso, si macchiarono di atroci nefandezze perpretate contro coloro che combattevano per la libertà. I Peluso, a Sapri, a quei tempi, costituivano una convinta fazione filo-borbonica e si macchiarono della nefanda uccisione di Costabile Carducci. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata a Sapri (Fig….), veniva citato anche il sacerdote D. Nicola Timpanelli. Nel 1848, Carducci tentò di riparare nel Cilento. Durante il tragitto fu costretto da una tempesta a sostare a Maratea, e, il 4 luglio, approdò sulla spiaggia del Porticello (presso Acquafredda). Lì fu raggiunto dal sacerdote Vincenzo Peluso di Sapri, uomo fidato dei Borboni, che, fingendo di essere loro alleato, uccise molti dei suoi compagni e lo fece prigioniero. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 34, nella nota (3) postillava che: “(3) Il primo a narrarlo fedelmente su la scorta dei documenti del processo fu un valoroso avvocato di Lagonegro, il cav. Carlo Pesce, in una conferenza tenuta nel 1894 a Lagonegro e poi a Maratea.”. Infatti, nel 1895, l’Avv. Cav. Carlo Pesce (2) di S. Costantino, pubblicò “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napolitana del 1848 per l’Avv. Carlo Cav. Pesce” (Fig. 2)(2), stampato a Napoli, 1895, nello Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione. Il libro a stampa del Cav. Pesce (…), il cui frontespizio è illustrato nell’immagine di Fig. 2, è conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove l’ho rinvenuto nella “Sezione Napoletana”, dopo affannose ricerche (2) (Fig. 2). Il libretto del Pesce (…), ci parla e fa un resoconto di un episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, le vicende storiche che riguardano l’uccisione del patriota Costabile Carducci, che videro protagonisti alcuni cittadini “urbani” della cittadina di Sapri, prima dello sbarco dei trecento di Carlo Pisacane. Tra questi cittadini vi fu la figura dell’Arciprete Nicola Timpanelli,  che fu diretto testimone, la cui memoria è ricordata dal Pesce. Carlo Pesce (…), per le nostre contrade è conosciuto per aver scritto ‘Storia della Città di Lagonegro’, che fu data alle stampe nel 1904, dunque molti anni dopo aver scritto questo libretto di cui noi possediamo la copia scansita alla Nazionale di Napoli (…). Il Cav. Carlo Pesce, era di S. Costantino di Rivello, e svolgeva la professione di Avvocato presso la camera penale di Lagonegro in Provincia di Potenza. Dimorò per diversi anni a Sapri, forse nei periodi estivi, dove conobbe la Famiglia Tavernese, imparentata con i Cesarino. A sua volta, la Famiglia Cesarino, si imparentò con la Famiglia dei Tavernese, che oggi si ritrovano in possesso dell’originale manoscritto suo olografo, di cui parleremo. Sebbene non concordi affatto con il titolo dato dal Pesce al suo libro, che vediamo illustrato nell’immagine di Fig. 2 e, sebbene ritengo che l’episodio della rivoluzione Napoletana del 1848, raccontato dal pesce, riguardi principalmente fatti accaduti a Sapri e non ad Acquafredda, dove il Carducci fu solo catturato, credo che al Pesce debba andare il merito di ricondurre la memoria ad un episodio triste ma interessante della nostra storia locale. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro etc…”, a pp. 366, e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i profughi di Campotenese fuvvi Costabile Carducci, Deputato e Colonnello della Guardia Nazionale di Salerno, il quale, imbarcatosi alla marina d’Aieta, con altri sette compagni, sospinto dai marosi, approdò nel 4 Luglio 1848 alla piccola rada d’Acquafredda nel golfo di Policastro, dove fu catturato per ordine del Prete Vincenzo Peluso di Sapri. Questo ribaldo, dopo avere fatto eseguire una scarica di moschetti sui disgraziati profughi, dei quali restò ucciso tal Saverio Laino, consegnò il Carducci a 12 suoi sicari affinchè, col pretesto di menarlo prigioniero a Lagonegro, lo massacrassero per via. E così fu fatto. Il Governo premiò gli assassini ed accordò onori e protezioni al Peluso ed ai suoi infami sgherri. Intanto, due scudieri, spediti dal Carducci con due cavalli per via di terra, furono arrestati a Rivello, e tradotti a Lagonegro davanti al Giudice Istruttore Giambattista De Clemente, il quale non solo li mise in libertà, ma osò iniziare processura penale contro gli assassini di Laino e di Carducci, onde, in punizione dello zelo dimostrato, fu destituito. Tali erano le condizioni della Magistratura, che, anzicchè a tutela della giustizia e dei diritti, era riservata alla più infame politica. Ma, viva Dio! quel processo, dopo la redenzione d’italia, fu esumato e completato, e giusta, severa condanna colpì a varie riprese parecchi degli assassini del gran patriotta del Cilento (1).”. Pesce, a p 366, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la conferenza ‘Costabile Carducci e il Dramma d’Acquafredda’ dell’Avv. Carlo Pesce – Tip. Lucana 1905 – nella quale cercai prospettare nella verità storica quale triste episodio della rivoluzione napolitana, poco conosciuto o mal riferito dagli scrittori.”. Da wikipedia leggiamo che: “Successivamente, nello stesso giorno, dopo essere stato esposto al pubblico ludibrio, Carducci fu portato nella pineta di Acquafredda e lì fu ucciso con un colpo di pistola in pieno viso.”. Ma è profondamente falsa la notizia che fu ucciso “nella pineta di Acquafredda”. Il Carducci fu ucciso sul monte Spina dagli sgherri del Peluso. Il monte Spina è un monte posto tra la Medichetta di San Costantino e Sapri. Scriveva il Pesce (2) a proposito del prete Peluso che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”. Il Carducci, la notte del 4 luglio 1848, proveniente, con altri suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Acquafredda – dove, insieme ai suoi compagni –  si era fermato per rifocillarsi – da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto prima a Sapri, dove fu tenuto prigioniero e poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’….al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso, mutilandone la testa che fu portata in omaggio al Re. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla ‘fontana della Spina‘, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Il Peluso tornò a Sapri portando come trofeo la sciabola ed il cappello di Carducci, col risultato di venire accolto come trionfatore dai Borboni. Il cadavere del patriota, nel frattempo, venne gettato dai suoi aguzzini dall’alto di un dirupo, e ritrovato dopo qualche giorno da una pastorella. Un prete misericordioso, Daniele Faraco (forse un mio avo, mia nonna materna si chiamava Faraco), lo compose e lo seppellì nella piccola chiesa di Maria Santissima Immacolata ad Acquafredda, al cui esterno una lapide lo ricorda tuttora. Andrebbe ulteriormente indagata la posizione dei suoi familiari e della fazione Pelusiana nei moti del 1848 che portarono il Generale del Carretto a radere al suolo il piccolo borgo di Bosco ed in seguito in occasione dell’epopea di Carlo Pisacane. Scriveva il Pesce (…) a proposito del prete Peluso che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; il Prete, quasi in atto di disdegno e di protesta si ritirò nella casina in Acquafredda.”.  La figura del prete Peluso è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo recente ‘Teste Mozze’ (…). Gran parte delle notizie storiche riportate nel testo del Pesce (2), sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ), ma di sicuro, per quanto riguarda i fatti accaduti a Sapri, il Pesce (2), oltre che da alcuni atti processuali pubblicati anche dal Mazziotti (…), dal Racioppi (…) e dal …………….., lAvv. Carlo Pesce (2), appassionato studioso e filologo del posto, scrisse e pubblicò a stampa. Il Pesce (2), nella sua nota (1), in proposito scrive: Questa Conferenza fu tenuta dall’autore in Lagonegro nella sala Comunale, nel 3 Giugno 1894, per la ricorrenza della festa nazionale, ed in Maratea nel 30 Luglio del 1894, per l’inaugurazione della Ferrovia.”. Il Pesce (…), dimorando a Sapri, entrò sicuamente in contatto con la Famiglia Timpanelli, ed in particolare con don Vincenzo Timpanelli, farmacista di Sapri, fratello dell’Arciprete don Nicola Timpanelli. E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV- poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (7) ed il Pesce (2), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191 in proposito scriveva che: “Battuto dalle regie milizie con alcuni pochi riparava a Sala presso Petromilla Ginnari, e col fratello di costei s’imbarcò per la marina di Sapri; ma per mare tempestoso sbarcava ad Acquafredda tra Sapri e Maratea. “Arrivata la notizia di questo sbarco a Sapri, scrive il giudice Juliani, incaricato del permesso etc…ed erano Vincenzo Peluso e Leopoldo Peluso nipoti del sacerdote ed altri che poi messosi al seguito del sig. Manco, per ristabilire il buon ordine, si vantarono di essere stati gli uccisori del Carducci; e specialmente Vincenzo Peluso vantavasi ‘di averlo ucciso di propria mano’ per ordine dello zio, il quale dopo pochi giorni dell’avvenimento di Acquafredda imbarcatosi in Sapri sul vapore il Tancredi si ridusse in Napoli, ove tuttora trovasi.”. Ho voluto trascrivere letteralmente questo tratto della relazione del giudice incaricato della processura, Juliani, processura che trovasi nell’Archivio di Stato di Napoli, onde non si dica che i liberali nello scrivere la storia, imitando i lor avversari, calunniano il governo di un principe nell’ultimo governo divenuto pessimo.”

Nel 1848, il prete sanfedista e borbonico don VINCENZO PELUSO  e l’assassinio di Costabile Carducci

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 87, in proposito scriveva che: Allo scopo di portare la rivoluzione nel Cilento e in Basilicata, decide di attuare uno sbarco a Sapri ed iniziare una nuova rivoluzione. Da Praia, con altri patrioti, si dirige verso Sapri, sicuro di trovare un’attiva partecipazione dei liberali locali. Tale speranza venne delusa, poichè la popolazione era stata atterrita dalla notizia delle massicce forze borboniche sbarcate sotto il comando del generale Busacca, e e di altre truppe che avanzavano dal Vallo di Diano alla volta del Lagonegrese. Una tempesta il 4 luglio 1848, li fa naufragare ad Acquafredda di Maratea, dove il popolo istigato dal prete sanfedista e pluriomicida, Vincenzo Peluso, si organizza attaccandoli a colpi di fucile. Il Carducci ferito, venne facilmente catturato dal Peluso e ucciso da un gruppo di suoi fidati sicari, fatti giungere da Sapri. Il corpo dell’eroe, venne tumulato nella chiesa della Concezione di Acquafredda. Etc…”. Sempre il Mallamaci, scriveva pure che: “Un’altra versione sulla fine del Carducci, vuole che l’eroe, tra il 4 e il 5 luglio fu attirato con un tranello nell’abitazione del Peluso, con la scusa di un invito a cena, e poi trucidato da spietati sicari sul Monte Spina. Il capo gli fu reciso da un barbiere ed esposto in Napoli alla vista del re, il quale, per servigio reso donò al Peluso, mandante dell’omicidio, un prezioso anello. La casa del terribile prete di Sapri in cui si consumò il misfatto, era ubicata ad Acquafredda, presso una torre circolare inglobata nella villa Nitti.”Su questa versione ulteriore fornita nei diversi atti dei diversi processi Matteo Mazziotti (….), ed il suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “A Sapri i partigiani del prete spadroneggiavano a loro talento, occupavano tutti i loro pubblici uffici e se ne avvalevano per subornare con minaccie o con blandizie i testimoni del processo. Parecchi tra essi, che da prima avevano ora spudoratamente, altri si mostravano perplessi e reticenti. In questo ambiente pervertito si accreditò la leggenda inventata del prete, cioè che il Carducci fosse approdato nella spiaggia di Acquafredda per trucidarlo e che, imbattutosi con le guardie doganali e con gli abitanti avesse gridato “viva la repubblica e muoia il re” provocando in tal modo il conflitto, in cui era caduto il Laino. Si aggiungeva che il Carducci condotto a Lagonegro avesse, durante la via, tentato di fuggire costringendo la sua scorta a tirargli contro varii colpi che lo avevano ucciso. Il nuovo istruttore riferiva questa bugiarda versione al ministro con relazione del 1 agosto (1). Così l’infame aggressione di Acquafredda si tramutava in onesta difesa, ed il barbaro assassinio in una giusta pena contro un delinquente fuggiasco.”. Il Carducci fu fatto uccidere dal prete Peluso da suoi sicari sul monte Spina, ma egli fu tradotto prima a Sapri, in seguito alla cattura dei naufraghi ad Acquafredda e poi da Sapri fu tradotto sul monte Spina invece che a Lagonegro dove si trovava il Giudice che lo doveva giudicare. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento della amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (162), dal Cassese (163), e dal Pesce (164), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese. Il Carducci, la notte del 4 luglio 1848, proveniente con altri tre suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Sapri, insieme ai suoi compagni, da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’…..al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla fontana della spina, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini, ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro.”. Nella mia nota (162) postillavo che: (162) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, vol. II, (1909), rist.di Galzerano ed.”. Nella mia nota (163) postillavo che: (163) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp.I-IV.”. Nella mia nota (164) postillavo che: (164) Pesce C., Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda, Napoli, 1895.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 10, a proposito del prete Vincenzo Peluso scriveva che: “Riferite tali cose al prete Peluso, questi, o per timore, o perchè fin d’allora meditasse terribili disegni, mandò tosto a chiamare tutti i contadini del villaggio, che si trovavano a mietere il grano nella difesa di Carmine Perazzi sul monte tra Acquafredda e Sapri; e poco dopo mandò in tutta fretta la sua parente e domestica Emmmanuela Liguori in Sapri, con una lettera pel suo nipote omonimo Vincenzo Peluso, soprannominato il ‘Generale’: accorressero immediatamente tutti i parenti ed amici ad Acquafredda, dove erano disbarcati con tristi propositi ed in atteggiamento minaccioso molti rivoluzionari Calabresi, peri quali egli, il Peluso, versava in grave pericolo. Verso le ore 5 pomeridiane giunsero i primi terrazzani richiamati dal lavoro; il Peluso, agitato etc…. Dunque, questa è un’altra interessante notizia. Il Pesce riferisce che il Peluso mandò a chiamare i contadini sapresi che lavoravano nell “Difesa” di Carmine Perazzi , un grande appezzamento di terra coltivata che si trovava sul monte Ceraso. Infatti, ancora oggi, lungo la statale SS. 18 che da Acquafredda arriva a Sapri, non esistente all’epoca, all’altezza dello scoglio dello Scialandro, vicino la Torre detta di Capobianco vi è una casetta rossa di proprietà della famiglia Perazzi. Sempre il Pesce, a p. 12, in proposito al prete Peluso scriveva che: “E poichè il fratello D. Michlangelo, ricevitore doganale, che era pure accorso, gli fece oservare che, stando quei Calabresi in atteggiamento pacifico, non era prudenza assalirli, ed aprire il fuoco, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 16 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Intanto il Peluso, col tuono di grande inquisitore, prese ad interrogare il Carducci; cui ripeteva con cipiglio beffardo ed insolente: “Ditemi ora, o Signore, perchè m’avete sempre perseguitato e minacciato ? Che male v’avevo fatto io, povero vecchio, oltre dei miei principii politici dissenzienti dai vostri ? Quando capitanaste la ribellione nel Cilento, minacciaste persino (e lo seppi da fonte sicura) d’uccidere me, monsignor Laudisio e il cav. Pecorelli di Policastro; per lo che fui costretto rifugiarmi nelle caverne e dormire più volte sul nudo suolo!…So che minacciaste anche di bruciare la mia Babilonia in Vibonati ! Che male v’aveva fatto io ? E Carducci di rimando calmo e dignitoso: “Ma voi v’ingannate; ciò non è vero; io non ho mai meditato simili iniquità, anzi son pure amico dei vostri nipoti D. Salomone e D. Moisè Peluso, che ho conosciuto in Napoli”. Pesce, a p. 18, in proposito scriveva che: “…e si avviò coraggioso al suo destino, menato innanzi per l’alpestre sentiero dai dodici manigoldi, fra i quali era anche un prete, Don Giuseppe Calderaro. Lungo il cammino furono usate al prigioniero le più atroci sevizie, e rivolte le parole più oltraggiose. Giunto il triste corteo al punto designato detto della Scala, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda, Giuseppe Bello, più degli altri feroce, fatto sedere su d’un sasso il Carducci stanco ed affranto, tentò strangolarlo colle mani; l’infelice dopo breve letargo si riebbe, ed allora Domenico Calderaro lo finì con un colpo di pistola alla gola tirato bruciapelo. In quel mentre spuntava sul firmamento l’aurora triste e rosseggiante, ed un cacciatore di Sapri, tal Raffaele Gallotti, trovandosi in quei pressi, vide inorridendo ligare il cadavere pel collo con una corda, trascinarlo per lungo tratto e precipitarlo nel sottostante burrone. Consumato il martirio quei manigoldi tornarono nel villaggio; ed è fama che Bello al ritorno per la gioia e per la ferocia fosse divenuto maniaco e furioso, sicchè bisognò frenarlo per impedire che si fosse precipitato dalle rupi.”. All’epoca epoca di Re Ferdinando II di Borbone, insieme ad alcuni suoi familiari, spalleggiato dall’allora Vescovo Ludovici, il prete Vincenzo Peluso, fu fedele servitore della casa regnante borbonica del Regno delle due Sicilie. Tanto fedele al Re borbonico che all’epoca si macchiò di tali nefandezze che Ferdinando II di Borbone, riconoscente verso i suoi servigi, sbarcando a Sapri, si recò personalmente a far visita nel Palazzotto in C.so Garibaldi, al prete ammalato di idropisia e moribondo, donandogli un anello d’oro con il sigillo reale. All’epoca, il Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (8-9), era un convinto filoborbonico e ‘Sanfedista’. Durante il Regno delle due Sicilie di Ferdinando II di Borbone, alcuni membri della famiglia Peluso, insieme ad un loro parente, il prete Vincenzo Peluso, si macchiarono di atroci nefandezze perpretate contro coloro che combattevano per la libertà. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Ludovico Ludovici, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Fabrizio Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (17), dal Cassese (18) e, dal Pesce (6), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese (Fig. 16). I Peluso, a Sapri, a quei tempi, costituivano una convinta fazione filoborbonica e si macchiarono della nefanda uccisione di Costabile Carducci. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. 10) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che all’epoca scrisse sui fatti dell’uccisione di Carducci, lasciando un manoscritto che abbiamo visto e letto ma che purtroppo non abbiamo potuto fotografare in quanto recentemente è stato da noi richiesto agli eredi del canonico Arciprete Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig. 16). Timpanelli, pur essendo un prete e quindi doveva restare fedele alla causa Sanfedista del suo Vescovo Nicola Maria Laudisio, faceva parte di una fazione di liberali che con il Barone Gallotti si contrapposero a quella sanfedista e filoborbonica dei Pelusiani. Esso fu citato dal Cav. Carlo Pesce (6) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci. Il Pesce (6) descrive la figura del prete Vincenzo Peluso, autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso –  che aveva fatto costruire il Palazzotto in C.so Garibaldi. La figura del prete Peluso è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo recente ‘Teste Mozze‘ (8). Il prete Vincenzo Peluso ed i suoi familiari ebbero un ruolo fondamentale nella reazione sanfedista nei nostri territori e soprattutto in occasione della prigionia e dell’uccisione del patriota Costabile Carducci. Il Peluso, palesemente protetto ed impunito dalle autorità filoborboniche, morì nel suo letto a Sapri e con gli onori del Re Ferdinando II di Borbone che gli vece visita al capezzale di morte. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a pp. 5-6 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Costui esordì la carriera del delitto con due omicidi commessi nel 1809 commessi ferocemente nella piazza di Sapri; onde, per sfuggire alla giustizia punitiva, scampò in Sicilia, dove ebbe protezione ed intimità dalla Corte di Borbone, godè le grazie della regina Carolina, la quale, è fama, si fosse fatta accompagnare da lui in un viaggio in Austria. Durante la dominazione francese il prete Peluso spesso approdò con altri galeotti su navi inglesi alle coste del golfo di Policastro per tenere in continue perturbazioni quelle contrade, e nascosto nella caverna di Serralonga, ne usciva per eseguir vendette più per conto proprio che per la causa borbonica. Ritornando Ferdinando sul trono di Napoli nel 1815, il Peluso ebbe, pei servigi resi, una lauta pensione e s’adattò a fare la spia. Sanguinario, prepotente, feroce, mattoide, circondato da vili satelliti parenti ed amici, protetto e temuto dalle autorità, aveva libero campo ad ogni scelleraggine. Il Vescovo Laudisio che pure era tanto influente in Corte e temuto dalla Diocesi, non potè mai esercitare su di lui alcun imperio e lo lasciò fare. Quando non indossava l’abito talare il Peluso vestiva bizzarramente per lo più, un berretto rosso, con lungo fiocco pendente, calzoni bigi e largo pastrano. Di lui si narrano molti assassini commessi o di proprio pugno o per mandato, e guai a chi non fosse stato liggio ai suoi doveri. Tornato appena dalla Sicilia, fece uccidere il sacerdote Loreto Giudice; nel 1820 l’armiere Pietro Cesarino, sul cui cadavere esercitò le più brutte sevizie, e poscia una giovinetta, druda d’un suo nipote; oltre d’un’infinità di altri gravissimi misfatti,che erano tutti andati impuniti benchè conosciuti generalmente. Recentemente ho visto sulla rete il sito o blog dal titolo “Parlamento due Sicilie – Parlamento del Sud” curato da un certo Vincenzo Gulì. Ecco come un filoborbonico coevo, uno dei tanti fanatici che ancora oggi popolano il globo terrestre, si permette di scrivere sulla famigerata figura del prete Vincenzo Peluso: “L’agevole stroncatura del mito fasullo di Costabile Carducci è stata però l’occasione di approfondire un personaggio antitetico come don Vincenzo Peluso, sacerdote ma ‘Brigante di Sua Maestà’ come lo consideravano i francesi invasori del 1799  e seguenti. Un uomo leale,  generoso e forte perché dotato di un fisico possente. Compì la sua più importante impresa a favore della Patria nella terza età dopo aver servito superbamente tre re: Ferdinando IV, Francesco I e poi Ferdinando II. Per sua fortuna passò al Cielo qualche anno dopo , cioè prima che soffrisse nel vedere lo scempio ‘risorgimentale‘  della sua Patria delle Due Sicilie ma in tempo per ricevere direttamente dalla mani di Re Ferdinando un regalo per i meriti ampiamente acquisiti di fedeltà e abnegazione. Una piccola flotta militare si fermò presso Acquafredda e il sovrano gli fece visita donandogli un anello d’oro per eterna riconoscenza. In occasione del convegno abbiamo avuto la gioia di conoscere un discendente di don Vincenzo che ci ha mostrato con orgoglio l’anello gelosamente custodito per oltre un secolo e mezzo. La nostra patria risorge con le verità storiche che spingono quelli che stanno nell’ombra a palesare sentimenti ed oggetti che si credevano per sempre perduti …”. Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro, quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe del crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno in quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequito ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassini assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci; e l’eseguì poscia, di fredda mano, nella prossima di Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno di poi, fu colpito da visita da Re Ferdinando di Borbone che il raccomando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazia di Regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì, legando l’ombra al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione olle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte.”.

Fontana del Lauro

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso che trovasi fin dalla sua ammissione da circa dieci anni posto in questa dogana, che colle sue estorsioni complimentava i suoi parenti in Napoli D. Salomone e D. Moisè Peluso; che non ha mai prestato servizio avendo dormito in sua casa. In tutta la permanenza che qui fecero i Garibaldini più di giorni 40 fu latitante. Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no. Ed intanto costui non ostante vedesi nello impiego, ma anche fisso nel posto di Sapri avendo figurato nei passati tempi, e continua in simile riprevovevole condotta in epoca di sospirato risorgimento e di benessere protetto nelle sue scelleratezze. In punto in sua casa la Guardia Nazionale di Sala vi fa una visita domiciliare, ed egli è in fuga vi replichiamo ch’è la pietra di scandalo, almeno che venchi campiato fuori controllo. Una simile se ne diretta al Direttore.”. L’interessato, il 4 febbraio 1861, rivolgendosi alla stessa autorità cui si erano rivolti i sapresi, così giustificò: “Francescantonio Peluso del Comune di Sapri da molti anni trovasi in servizio in qualità di Brigatiere in questo Fondaco dei Dazi indiretti di Capitello. Il medesimo sarebbe appartenuto in legame di parentela a quegli altri Peluso etc…”. Della questione il Governatore ne interessò il sottoposto di Sala che, esperite le indagini, il 16 marzo 1861 rispose: “La supplica del Brigatiere de’ D. I. Francescantonio Peluso dimorante in Sapri, (….) con la quale lo stesso vorrebbe rimanere nella Dogana ove rattrovasi etc…”. A conclusione dell’istruttoria, il Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”

Il manoscritto olografo del “Dramma d’Acquafredda” di Carlo Pesce

Recentemente ho acquisito in copia digitale, le pagine originali del manoscritto olografo del Cav. Avv. Carlo Pesce. Esso, è conservato dalla famiglia Tavernese che me lo mostrò oltre trenta anni or sono. Il membro della Famiglia Tavernese che lo possiede, Palmiro Tavernese, mi ha concesso la facoltà di studiarlo e di trarne foto digitali. Il Tavernese, sostiene che detto manoscritto apparteneva a don Vincenzo Timpanelli, farmacista di Sapri e fratello di uno dei protagonisti e testimoni diretti, l’Arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, di cui parlerò. I due Timpanelli, don Vincenzo Farmacista di Sapri e don Nicola, Arciprete di Sapri, erano figli maschi della Baronessa Margherita Picinni-Leopardi, di Buonabitacolo, imparentatisi nei primi del ‘900 con i Cesarino di Sapri. I Tavernese di Sapri, si ritrovano oggi questo lascito di carte olografe forse a causa dei diversi passaggi di proprietà della loro madre. Da un’attento esame dello stesso si evince che il manoscritto in questione, ricalca fedelmente il testo del libro di Carlo Pesce (…), citato e pubblicato nel lontano 1895: ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda ecc..’, illustrato in Fig. 2. Oggi pubblico il manoscritto olografo originale di cui ho parlato e che credo sia stato scritto di proprio pugno dal Cav. Avv. Carlo Pesce in uno dei suoi tanti soggiorni sapresi e sicuramente arricchito da aneddoti raccontati dai suoi diretti testimoni: i Timpanelli di Sapri, molto probabilmente arriva questo carteggio. Come ho già detto, il Pesce, scrisse un suo resoconto sulle vicende storiche che riguardano l’uccisione del patriota Costabile Carducci e di cui fu testimone diretto suo l’Arciprete Don Antonio Timpanelli. Il manoscritto, si compone di n. 22 pagine manoscritte, date poi alle stampe a Napoli, nel 1895. L’Arciprete D. Nicola Timpanelli, pur essendo un prete e quindi doveva restare fedele alla causa Sanfedista del suo Vescovo Nicola Maria Laudisio, faceva parte di una fazione di liberali che con il Barone Gallotti si contrapposero a quella sanfedista e filoborbonica dei Pelusiani. Il Pesce (2), sulla scorta del Timpanelli,  descrisse la figura del prete Vincenzo Peluso, autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filo-borbonico convinto che era e, raccontò l’episodio della cattura e dell’uccisione orrenda di Costabile Carducci a Sapri.  Recentemente, la vicenda del Carducci, è stata bene raccontata da Franco Maldonato, nel suo ‘Teste Mozze‘ (15). Il prete Don Antonio Timpanelli, insieme ad alcuni suoi familiari, fu un protagonista e testimone diretto delle vicende che videro la cattura del Carducci, nel 1848, e poi in seguito anche dello storico sbarco di Carlo Pisacane con i suoi trecento (8-9-10-11-12-13-14). In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (2) e, andrebbe ulteriormente indagata la posizione della fazione Pelusiana, nella vicenda del Carducci e poi di Pisacane. 

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(Fig. 3) Manoscritto olografo dell’Avv. Carlo Pesce (…), del testo del libro a stampa ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’ , oggi posseduto dalla Famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio)

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito scriveva pure che: “III. Garibaldi……prende il mare su d’una barcaccia peschereccia che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri. Quasi lo stesso tragitto percorse già nel 4 luglio 1848, il gran patriota Costabile Carducci coi suoi sventurati compagni, quando egli, dopo le sconfitte di Campotenese, cercò raggiungere le natie balze del Cilento, ma, costretto ad approdare, peri violenti marosi, alla spiaggia del villaggio di Acquafredda, quivi, fu catturato e trucidato infamamente dagli sgherri del prete Peluso. Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio di Garibaldi per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e ville dell’antica Magna Grecia, che le ossa del gran Patriotta del Cilento, le quali tuttora riposano dimenticate nella chiesetta del villaggio, si fossero destate dall’avello frementi di gioia pel compimento della tanto sospirata redenzione d’Italia (1).”.

Nel 1848, DANIELE e don GIUSEPPE CALDERARO, parteciparono all’uccisione del Carducci

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “….e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 18 riferendosi a Costabile Carducci fatto prigoniero, in proposito scriveva che: “…e si avviò coraggioso al suo destino, menato innanzi per l’alpestre sentiero dai dodici manigoldi, fra i quali era anche un prete, Don Giuseppe Calderaro. Lungo il cammino furono usate al prigioniero le più atroci sevizie, e rivolte le parole più oltraggiose. Giunto il triste corteo al punto designato detto della Scala, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda, Giuseppe Bello, più degli altri feroce, fatto sedere su d’un sasso il Carducci stanco ed affranto, tentò strangolarlo colle mani; l’infelice dopo breve letargo si riebbe, ed allora Domenico Calderaro lo finì con un colpo di pistola alla gola tirato a bruciapelo. Ognuno di quei carnefici volle disfogare la sua ferocia sul cadavere, al quale corse voce che furono apportate ben settantadue ferite. Consumato il martirio quei manigoldi tornarono nel villaggio, ed è fama che il Bello etc…(p. 22) Dopo la partenza del Tancredi, l’impudenza e l’alterigia dei Pelosiani giunse al colmo. Daniele Calderaro, che aveva una grossa macchia sulla gamba del calzone, la mostrava in pubblico ripetendo: “Questo è il sangue del Carducci”. Il ‘Generale’ Peluso che aveva avuto dallo zio etc… “. Secondo Carlo Pesce, “…ed allora Domenico Calderaro lo finì con un colpo di pistola alla gola tirato a bruciapelo.”. Sui Calderaro ha scritto anche Matteo Mazziotti parlando dei fatti del ’48 e dell’orrenda uccisione di Costabile Carducci. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848”, vol. II, a p. 15, in proposito scriveva pure che: “Ad un cenno del prete alcuni sapresi, afferrato il Carducci, lo spinsero fuori. I compagni di lui tentavano di seguirlo; ma la turba li ricacciava dentro il frantoio. IV. A scortare il prigioniero andavano Vincenzo Peluso, detto il ‘generale’, Giuseppe e Vincenzo Bello, Flaminio Canonico, Agostino Faraco, Felice e Domenico Caiafa, Daniele Calderaro, il sacerdote Giuseppe Calderaro, Fortunato Timpanelli e Michelangelo Peluso (2).”. Mazziotti, a p. 15, nella nota (2) postillava: “(2) Qualche testimone esclude questo ultimo.”. Dunque, nella ciurma dei dodici fidati del prete Peluso vi erano i due Calderaro, Daniele ed il sacerdote Giuseppe. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, vol. I, dove, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito dal paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 182 e p. 184, in proposito scriveva che: I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”.

Nel 5-6-7 luglio 1848, i GALLOTTI alla ricerca di Carducci

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII. Durante queste vicende, il Bifani, il Lotito ed il Sarubbi, inviati precedentemente da il Carducci, giungevano a Trecchine e, secondo l’ordine ricevuto da lui, avvisavano il capitano della guardia nazionale, Michele Grisi, di trovarsi con i suoi militi a Torraca a l’arrivo del loro capo. Proseguendo il cammino si imbattevano a Rivello con alcuni soldati della colonna del generale Busacca, i quali li arrestavano e li conducevano nel carcere del giudicato regio di Lagonegro. La notizia dell’arresto si spargeva in un attimo nella piccola città. I liberali del luogo, saputo che si trattava di seguaci del Carducci, diffusero ad arte la voce che masse di calabresi e di cilentani sarebbero subito accorse a liberare i detenuti invadendo la città. Un’onda di popolo, massime di contadini, traeva minacciosa al giudicato e chiedeva ad alta voce la liberazione di essi. Il giudice, spaventato, cedette sollecitamente, tanto più che non risultava a loro carico alcun delitto. La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Nel percorrere le vie del paese tenevano, per timore di qualche sorpresa, le armi in resta, chiedevano affannosamente del Carducci e gridavano “Viva Carducci, viva il nostro liberatore e padre!”(1). Domande, ricerche, tutto riuscì vano ! Gli amici del Gallotti lo ragguagliarono del ritorno del peluso avvenuto la mattina stessa, delle voci vaghe e sinistre sparse nel popolo. Nulla di sicuro e di certo. Con la disperazione nel cuore, trepidante per la vita dell’amico il Gallotti, essendo ormai sopraggiunta la notte, rientrava nella sua casa. Nelle prime ore del giorno 6 giungevano i Sapri il Lamberti ed il Ginnari ed informavano il Gallotti dell’aggressione subita in Acquafredda, della partenza del Carducci ferito, dell’arresto e della liberazione loro. Ove potevano i satelliti del Peluso aver trascinato il prigioniero ? Non ebbero neanche il sospetto dell’uccisione di lui. Certo era prigioniero, ma dove ? A Lagonegro ? Non era possibile ! Coloro che lo avevano avuto in consegna erano ritornati la mattina seguente a Sapri, non avevano quindi potuto assolutamente andare fino a Lagonegro, lontano molte ore da Acquafredda. Dunque in un luogo assai più vicino. Forse nella stessa villa del Peluso a Sapri ! Indubbiamente l’audace prete avrebbe raccolti quanti più proseliti numerava nella contrada e chiesto aiuto di soldati. Bisognava premunirsi. Il Gallotti nel suo febbrile entusiasmo per l’amico dando per sicuro la fervida speranza dell’animo, scriveva a i capitani della guardia nazionale dei paesi vicini: “E’ ancora tempo di salvare il Carducci, esso è rinchiuso nella villa Peluso. Portate non meno di cinquanta guardie”(1). Ed al suo vecchio compagno di fede Cristoforo Falcone: “L’orda di Peluso è chiusa nella villa: venite subito e portate forza” (2). A l’alba il Gallotti correva a Vibonati e pregava il giudice regio del circondario, Michele Palieri, di venire a Sapri per imporre al prete di rilasciare la preda. Ma nel frattempo il Peluso poteva fuggire conducendo seco il prigioniero! Impaziente di ogni indugio, senza aspettare le guardie nazionali e gli amici dei paesi contigui, una mano di giovani, tra cui il figlio del Gallotti di nome Salvatore, Felice Gaetani, Salvatore Tinelli, si avviò a la casa del Peluso. Questi, prevenuto pochi minuti prima, usciva proprio allora per mettersi in salvo: lo inseguirono fino al vallone detto Brizzi, ove dovettero retrocedere perchè i seguaci del prete, fermatisi risolutamente, spianarono le armi contro di loro. La mattina del 7 arrivavano da i comuni vicini molte guardie nazionali, e da Vibonati Giovanni Gallotti, il giudice Palieri, il capitano delle guardie nazionali del luogo Vincenzo Del Vecchio ed il sacerdote Domenicantonio Vassallo, insegnante nel seminario di Roccagloriosa. Si ignorava completamente dove il prete fosse fuggito e sopratutto dove avesse nascosto il Carducci. Il Peluso possedeva un’altra villa a Villammare ed una casa campestre nel villaggio denominato Tempone, posto a ridosso delle colline circostanti. Un gruppo diretto da Falcone e dal Ginnari corse a la villa (1). Era vuota! Una barca distaccatasi da poco dal lido si allontanava rapidamente! Sorse il pensiero che vi fossero i profughi e, dato di mano ad un altra barca, esultanti si affaticarono per raggiungerla. Delusione! Vi era soltanto un marinaio con la sua famiglia. Un altro gruppo saliva con ansia fino al villaggio Tempone. Qualche istante prima l’accorto prete aveva guadagnato le alture ed i boschi! Ed il Carducci? Nessuna notizia di lui! Scomparso miseramente! Lui, il trionfatore etc…Con l’angoscia nell’animo tornarono ai loro paesi. Il Lamberti prendeva sollecitamente la via di Sala, ove era aspettato, il prete Vassallo, rientrato nel seminario, etc…”. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: Battuto dalle regie milizie con alcuni pochi riparava a Sala presso Petromilla Ginnari, e col fratello di costei s’imbarcò per la marina di Sapri; ma per mare tempestoso sbarcava ad Acquafredda tra Sapri e Maratea. “Arrivata la notizia di questo sbarco a Sapri, scrive il giudice Juliani, incaricato del permesso etc…ed erano Vincenzo Peluso e Leopoldo Peluso nipoti del sacerdote ed altri che poi messosi al seguito del sig. Manco, per ristabilire il buon ordine, si vantarono di essere stati gli uccisori del Carducci; e specialmente Vincenzo Peluso vantavasi ‘di averlo ucciso di propria mano’ per ordine dello zio, il quale dopo pochi giorni dell’avvenimento di Acquafredda imbarcatosi in Sapri sul vapore il Tancredi si ridusse in Napoli, ove tuttora trovasi.”. Ho voluto trascrivere letteralmente questo tratto della relazione del giudice incaricato della processura, Juliani, processura che trovasi nell’Archivio di Stato di Napoli, onde non si dica che i liberali nello scrivere la storia, imitando i lor avversari, calunniano il governo di un principe nell’ultimo governo divenuto pessimo. E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò chequanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”.

Nel 1848, la leggenda della “testa mozza” del povero Carducci che fu portata al re Ferdinando II

L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 21 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: Nel mattino del 10 il ‘Tancredi’ ripartì per Napoli portando la sacra persona del prte Peluso, il quale corse a ricevere direttamente dal Re il guiderdone del bel servizio. Portò seco i due cappelli dei Calabresi, e fu forse per questo che surse la voce, riferita da molti storici, che egli avesse portato la testa del Carducci: leggenda sorta anche perchè alcuni soldati, portando a bordo una cassetta, dissero, forse per ischerzo, che il dentro erano rinchiusi a testa e il braccio di Carducci.”.  Matteo Mazziotti (….), ed il suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 34-35 e ssg., in proposito scriveva che: “XI. Il mistero che avvolse per lungo tempo l’assassinio vi fece sorgere intorno le più strane leggende (3). Allorchè si vide il Peluso salire su la nave da guerra tenendo in mano gelosamente un sacchetto bianco, qualcuno del popolo sussurrò che contenesse la testa del trucidato (4). La voce si diffuse nei soldati colà presenti e negli abitanti del paese e fu raccolta da gli scrittori, che nell’ignoranza dei fatti prestarono ascolto a notizie vaghe ed immaginarie. Il visconte d’Arlincourt nel suo “L’Italie rouge” scrisse che la testa del ribelle fu messa nel sale ed inviata a i suoi compagni di fede di Napoli. Il buono ed ingenuo Settembrini aggiunse che il Peluso uccise di sua mano il Carducci, fece asciugare il capo dell’ucciso in un forno e lo presentò al re! (5). Il Petruccelli della Gattina, amico e compagno del Carducci nei moti di Calabria, con fantasia da novelliere tessè questo racconto: “Una sera il Carducci andò a domandare ospitalità al suo vecchio amico il prete Peluso di Sapri. Questo manigoldo lo accolse a braccia aperte; poi la notte quando il Carducci dormiva, si introduce nella camera di lui, l’uccide e gli toglie il capo. Adagiò quindi bellamente questa testa in una cassetta di latta, la contornò di bambagia e d’una pezzuola di tela bianca e corse in Napoli per presentarla al re Ferdinando” (1). A dimostrare la falsità della voce che al cadavere fosse stata tolta la testa bastano il rapporto del capitano Schettini e la perizia necroscopica che escludono recisamente cio! E tali documenti attestano falsa del pari l’altra voce che lo sventurato Carducci subisse settantadue colpi di pugnale (2); mentre non furono riscontrate che due sole ferite. Etc..”. Mazziotti, a p. 34, nella nota (4) postillava: “(4) Conteneva invece le carte del Carducci. A questa voce accennano anche gli atti del processo.”. Mazziotti, a p. 34, nella nota (5) postillava: “(5) Ricordanze, vol. I, pag. 314.”. Mazziotti, a p. 35, nella nota (1) postillava: “(2) ‘Le notti degli emigrati a Londra’.”. Mazziotti, a p. 35, nella nota (2) postillava: “(2) Dichiarazione di Rachele Calderaro.”.

Nell’8 luglio 1848, dopo l’omicidio del Carducci, il colonnello Recco con la nave ‘Tancredi’ da Napoli arriva a Sapri per salvare il prete Peluso ed il 9 luglio 1848 riparte per Napoli con il Peluso 

Il sacerdote Mario Vassaluzzo (….), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 201 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il cadavere del Carducci fu trascinato nel ripiano detto ‘Jazzine’ e precipitato nel burrone scavato tra le due altissime rocce. Temendo una insurrezione popolare, dietro segnalazione del Peluso, il giorno 8 luglio, il colonnello Recco, proveniente da Napoli, a bordo del “Tancredi”, sbarcò a Sapri. Ma poichè tutto era apparentemente calmo, egli ne partì il giorno 9 in compagnia del Peluso.”. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (….), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro (…). L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 21 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Immantinenti fu mandata a Sapri una nave da guerra, il ‘Tancredi’, su cui prese pure imbarco il Canonico, con truppe a comando del Colonnello Recco. Giunta la nave nel giorno otto nelle acque di Sapri, a presentare gli omaggi al comandante ed averne protezione in quei frangenti si recò a bordo una commissione d’uffiziali della Guardia Nazionale, del clero e di altri notabili del paese, i quali vennero trattenuti a bordo per 24 ore. Nel frattempo le truppe, discese a terra, s’unirono coi Pelusiani, discesi dai monti, e festeggiando per le vie della città il fausto avvenimento, univano al grido: ‘Viva il Re! l’altro: ‘Viva Vincenzo Peluso! ed a scorno ed umiliazione dei liberali procedettero al disarmo della Guardia Nazionale. Nel mattino del 10 il ‘Tancredi’ ripartì per Napoli portando la sacra persona del prete Peluso, il quale corse a ricevere direttamente dal Re il guiderdone del bel servizio. Portò seco i due cappelli dei Calabresi, e fu forse per questo che surse la voce, riferita da molti storici, che egli avesse portato la testa del Carducci: leggenda sorta anche perchè alcuni soldati, portando a bordo una cassetta, dissero, forse per ischerzo, che il dentro erano rinchiusi a testa e il braccio di Carducci. Dopo la partenza del ‘Tancredi’, l’impudenza e l’energia dei Pelusiani giunse al colmo. La protezione, che il governo aveva dispiegato in loro favore, e il disarmo degli avversari li spinsero ai più brutti eccessi. Fortunato Timpanelli narrando ad un suo amico sotto il maestoso albero nella piazza di Sapri, i particolari orribili dell’assassinio, soggiunfìgeva: “Oh ! se tu pure ti fossi trovato in quel rincontro, avresti con tutti noi altri il premio dal governo e la pensione!”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 26 e ssg., continuando il suo racconto scriveva pure che: “IX. Flaminio Canonico, giunto rapidamente a Napoli, vi compiva subito l’importante missione affidatagli. I documenti del tempo non rivelano le sue pratiche: certo il nome di colui che lo spediva, caro da tanti anni a la Corte, la notizia che portava dell’uccisione del pericoloso agitatore dovettero farlo ammettere a la presenza del re. Il Peluso aveva dato complete istruzioni al suo emissario. Egli doveva confermare la versione da lui inventata, cioè che Carducci, sbarcato ad Acquafredda per promuovere la rivoluzione, per uccidere il Peluso e saccheggiare il paese, aveva al grido di “Viva la repubblica e muoia il re!” fatto fuoco etc…Non occorse tanta fatica per convincere il re e la Corte. Il re nutriva nell’animo un profondo rancore contro l’uomo che gli si era sempre posto di fronte, il gennaio nel Cilento, il 15 maggio a Napoli, il giugno in Calabria…..Il Recco, forse ancora in quella marina (Pesto), poteva in poche ore raggiungere Sapri. A tale scopo il re ingiungeva al capitano di vascello Ferdinando Roberti di salpare immediatamente con il piroscafo ‘Tancredi’ per Pesto e di consegnare al Recco questa lettera: “Napoli, 7 luglio 1848. Nel ricevere la presente Ella imbarcherà con l’intero suo battaglione sul battello a vapore Tancredi e si recherà a Sapri, ove si ha notizia che delle guardie nazionali di quel paese e dei comuni vicini siano riunite a vendicare la morte di Costabile Carducci, uno dei capi della rivoluzione del Vallo. Etc…Riveverà da un individuo di Sapri, che ha preso parte a l’uccisione del Carducci (1), la chiave di una cassa, ove sono riposte delle carte ed altri oggetti di pertinenza di esso Carducci e che trovasi presso il canonico Peluso; la quale cassa porterà seco a Napoli, ove si recherà terminato il sopraindicato disarmo” (2). Il Tancredi giungeva a Sapri il giorno 8 alle 2 pomeridiane. Il capitano Gallotti con i primari del paese ed il clero andava a bordo per atto di ossequio. Il Recco, sceso con essi a terra, mandava premurosamente a chiamare il Peluso (3). Mentre il Gallotti narrava sul lido al colonnello l’aggressione di Acquafredda, si vide tra un grande vocio scendere da le alture il grosso prete Peluso, in abito borghese, con un berretto rosso, portato in trionfo sopra un seggiolone in mezzo ad una numerosa schiera che gridava a squarciagola “Viva Vincenzo Peluso!”. A la esclamazioni, risposero festanti le truppe stese lungo la spiaggia. Il colonnello costringeva il Gallotti e gli altri andati a fargli omaggio a ritornare a bordo del ‘Tancredi’ ed a restarvi per 24 ore, durante le quali sciolse e disarmò la guardia nazionale, imponendo la consegna immediata de le armi, e ricostituì la guardia urbana, di cui dette il comando a Vincenzo Peluso, nipote del prete. Quest’ultimo intanto, ripetendo a suo talento al colonnello l’uccisione del Carducci, gli mostrava la valigia con l’uniforme di lui ed un sacchetto contenente le carte trovate in essa. L’improvviso sbarco delle truppe a Sapri aveva distolto ormai le guadie nazionali ed i liberali dei paesi vicini da l’accorrere colà. Scomparso ogni timore di disordini e di vendette, compiuta la sua missione a Sapri, il colonnello non aveva alcuna ragione di prolungare ivi la sua dimora. Al prete, d’altra parte, tardava d’andare a Napoli per raccogliere lodi ed onori in Corte. Il Recco con la truppa e con il Peluso riprendea sul Tancredi la via de la capitale il 9 luglio (1).”. Mazziotti, a p. 28-29 nella nota (1) postillava: “(3) Rapporto del Recco, dell’11 luglio 1848, alligato al fascicolo di lui presso l’archivio di Pizzofalcone in Napoli.”. Mazziotti, a p. 62, in proposito scriveva pure: “V. La fregata a vapore Tancredi, partita da Sapri il 9 luglio, come ho raccontato precedentemente, dopo poche ore di traversata sostò una seconda volta presso la rada di Pesto. Il colonnello Recco scese a terra con il suo reggimento, rimandò il piroscafo con il prete Peluso a Napoli e quindi senza indugio mosse per Capaccio.”. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191 in proposito scriveva che: “Battuto dalle regie milizie con alcuni pochi riparava a Sala presso Petromilla Ginnari, e col fratello di costei s’imbarcò per la marina di Sapri; ma per mare tempestoso sbarcava ad Acquafredda tra Sapri e Maratea. “Arrivata la notizia di questo sbarco a Sapri, scrive il giudice Juliani, incaricato del permesso etc…ed erano Vincenzo Peluso e Leopoldo Peluso nipoti del sacerdote ed altri che poi messosi al seguito del sig. Manco, per ristabilire il buon ordine, si vantarono di essere stati gli uccisori del Carducci; e specialmente Vincenzo Peluso vantavasi ‘di averlo ucciso di propria mano’ per ordine dello zio, il quale dopo pochi giorni dell’avvenimento di Acquafredda imbarcatosi in Sapri sul vapore il Tancredi si ridusse in Napoli, ove tuttora trovasi.”. Ho voluto trascrivere letteralmente questo tratto della relazione del giudice incaricato della processura, Juliani, processura che trovasi nell’Archivio di Stato di Napoli, onde non si dica che i liberali nello scrivere la storia, imitando i lor avversari, calunniano il governo di un principe nell’ultimo governo divenuto pessimo. E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò chequanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”.

Nel 13 luglio 1848, a Sapri, il maggiore Manzi e la reazione borbonica, la rimozione del giudice Gaetano Palieri

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 94 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: “I. In seguito a la denuncia del Lamberti e del Ginnari, il giudice regio Gaetano Bianchi, del circondario di Maratea, iniziava un processo per l’aggressione di Acquafredda. Si sapeva che la maggior parte dei colpevoli era del comune di Sapri, il quale è compreso nel circondario di Vibonati; quindi il Bianchi per l’accertamento di essi, si rivolse al suo collega Michele Palieri. Il Palieri, profondamente compreso del suo dovere, si pose con sollecitudine a l’opera, ma purtroppo lo attendevano le più amare sorprese. Allorchè il giorno 8 luglio sbarcò a Sapri il colonnello Recco, il buon giudice si vide, lui, il primo funzionario del paese, ricevuto con aperto dispregio dal colonnello. Dovette vedere invece il prete Peluso accolto con dimostrazioni di ossequio e portato in trionfo, sciolta la guardia nazionale e ricostituita l’antica esosa guardia urbana sotto il comando proprio di un fratello del Peluso. E questo prete indegno, macchiato di tanti misfatti, saliva tra le acclamazioni e le feste su una nave regia mandata a bella posta per lui! Ma dunque in alto si applaudiva al delitto e se ne proteggeva l’autore?.”. Il Mazziotti, a pp. 95-96, in proposito aggiungeva che: “I colpevoli di tanta scellaraggine, inorgogliti da le accoglienze del Recco, dal manifesto favore della Corte e del governo, sfrontatamente si vantavano dell’opera loro. Il Palieri indignato di simile impudenza si apprestava a procedere per questo secondo misfatto, quando nel pomeriggio del giorno 13 gli si disse dell’approdo del maggiore Manzi, con un battaglione di cacciatori. Affrettatosi a la rada ebbe ad assistere a le cordiali accoglienze del Manzi a i capiurbani Pecorelli e Peluso, che con i loro proseliti arrivavano a frotte, evidentemente prevenuti dell’arrivo. Il Manzi, allineato il suo battaglione sul lido, lesse ad alta voce, con tòno solenne, una lettera del ministero della guerra che incitava i due capiurbani di Policastro e di Sapri “a cooperarsi per il felice successo della truppa”. A sì lusinghiero invito, segno manifesto dell’alta fiducia del governo, i due capiurbani raggianti di gioia si pavoneggiavano tra i soldati. Giovanni Gallotti, pochi giorni prima elogiato pubblicamente “per avere garantito l’ordine e cercato di assicurare degli assassini a la giustizia” (1) fu ricevuto tanto male, che sdegnosamente lasciò Sapri appartandosi nella sua villa al Fortino. Nonostante questo doloroso spettacolo, il Palieri nella coscienza della dignità del suo ufficio non temette di avvicinarsi al Manzi, in atto di saluto cortese e deferente. Ma l’arogante ufficiale, anzicchè corispondergli gentilmente, gli scagliò contro parole sconcie e villane e quindi gli volse superbamente le spalle. A questa vista le bande del Peluso  del Pecorelli si diedero a sghignazzare e poi quasi, inebriate da la gioia, a correre per le vie mettendo grida minacciose ed insolenti contro i migliori del paese. A l’immediata offesa, il Palieri fu preso da un impeto di indignazione e d’ira! Un dubbio acre tormentava l’animo. Forse in alto si era desiderata, forse anche ordita, la fine del Carducci. Etc…(p. 98). Una grossa tempesta si addensava sul capo dei due giudici regi, massime del Palieri già guardato in alto con sinistra prevenzione. Pochi mesi prima, nel gennaio, egli ingenuamente aveva riferito che le masse cilentane durante il passaggio per il suo circondario non avevano commesso alcuna violenza, anzi imprudentemente si era lasciato sfuggire alcune parole benevole per il loro contegno. Il sottointendente del tempo, come ho raccontato (2), nel trasmettere a Salerno la relazione, aveva espresso il sospetto che questa fosse stata scritta d’accordo con i capi delle bande. Il sospetto era subito divenuto certezza nelle sfere ufficiali!.”. Mazziotti, a p. 98, nella nota (2) postillava: “(2) Vol. 1°, pag. 109”. Mazziotti, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°”. Mazziotti, vol. II, a p. 99, in proposito aggiungeva pure: “A queste diffidenze in alto si aggiungeva un sordo rancore contro di lui da parte di persone influenti del paese. Il Peluso fin da la venuta del Palieri nel circondario di Vibonati si er offeso perchè il novello giudice regi non era corso a fargli atto di omaggio come i predecessori di lui e non lo corteggiava al pari di tutti i funzionari della contrada. Quando poi il Palieri osò di iniziare un processo per l’avvenimento di Acquafredda, l’ira del prete traboccò. Naturalmente a l’approdo del Recco in Sapri il Peluso non mancò di dipingergli lo zelante magistrato con i più foschi colori. Ed il Recco gabellando le maligne insinuazioni come voce del paese, scriveva al ministro della guerra principe d’Ischitella “la pubblica opinione accusa il giudice Palieri di simpatia per i rivoltosi” (1).”. Mazziotti, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 103 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: “Guai anche più gravi sovrastavano intanto a lo sventuralo Palieri. A Sapri i partigiani del prete spadroneggiavano a loro talento, occupavano tutti i pubblici uffici e se ne avvalevano per subornare con minaccie o con blandizie i testimoni del processo. Parecchi tra essi, che da prima avevano onestamente detto il vero, si disdicevano ora spudoratamente, altri si mostravano perplessi e reticenti. In questo ambiente pervertito si accreditò la leggenda inventata da prete, cioè che il Carducci fosse approdato nella spiaggia di Acquafredda per trucidarlo e che, imbattutosi con le guardie doganali e con gli abitanti avesse gridato “viva la repubblica e muoia il re” provocando in tal modo il conflitto, in cui era caduto il Laino. Si aggiungeva che il Carducci condotto a Lagonegro avesse, durante la via, tentato di fuggire costringendo la sua scorta a tirargli contro varii colpi che lo avevano ucciso. Il nuovo istruttore riferiva questa bugiarda versione al ministro con relazione del 1 agosto (1)….Per la continua ispirazione del prete si giunse al punto di accusare il Palieri di avere nel gennaio favorito l’invasione delle bande cilentane, e di poi, nel luglio, tentato in complicità con il Gallotti, di liberare e di proteggere un bandito. Bastò questo per creare contro il giudice regio un processo per lesa maestà. E mentre il Palieri, ignaro di tutta questa trama, etc…”. 

Nel 1848, il prete Peluso ed il capourbano di Policastro, Cav. FELICE PECORELLI, Sanfedisti e filoborbonici

Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 16 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Intanto il Peluso, col tuono di grande inquisitore, prese ad interrogare il Carducci; cui ripeteva con cipiglio beffardo ed insolente: “Ditemi ora, o Signore, perchè m’avete sempre perseguitato e minacciato ? Che male v’avevo fatto io, povero vecchio, oltre dei miei principii politici dissenzienti dai vostri ? Quando capitanaste la ribellione nel Cilento, minacciaste persino (e lo seppi da fonte sicura) d’uccidere me, monsignor Laudisio e il cav. Pecorelli di Policastro; per lo che fui costretto rifugiarmi nelle caverne e dormire più volte sul nudo suolo!…So che minacciaste anche di bruciare la mia Babilonia in Vibonati ! Che male v’aveva fatto io ? E Carducci di rimando calmo e dignitoso: “Ma voi v’ingannate; ciò non è vero; io non ho mai meditato simili iniquità, anzi son pure amico dei vostri nipoti D. Salomone e D. Moisè Peluso, che ho conosciuto in Napoli”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, in proposito scriveva pure che: “Di quest’ultima adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioi Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…”. Sull’opera borbonica e collaborazionista del Pecorelli con i regi ha scritto il Pesce. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 16 parlando dei moti calabresi del ’48, in proposito scriveva che: “Intanto il Peluso, col tuono di grande inquisitore, prese ad interrogare il Carducci; cui ripeteva con cipiglio beffardo ed insolente: “Ditemi ora, o Signore, perchè m’avete sempre perseguitato e minacciato ? Che male v’avevo fatto io, povero vecchio, oltre dei miei principii politici dissenzienti dai vostri ? Quando capitanaste la ribellione nel Cilento, minacciaste persino (e lo seppi da fonte sicura) d’uccidere me, monsignor Laudisio e il cav. Pecorelli di Policastro; per lo che fui costretto rifugiarmi nelle caverne e dormire più volte sul nudo suolo!…”. Sull’opera borbonica e collaborazionista del Pecorelli con i regi ha scritto il Mazziotti. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 95-96 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: Il Palieri indignato di simile impudenza si apprestava a procedere per questo secondo misfatto, quando nel pomeriggio del giorno 13 gli si disse dell’approdo del maggiore Manzi, con un battaglione di cacciatori. Affrettatosi a la rada ebbe ad assistere a le cordiali accoglienze del Manzi a i capiurbani Pecorelli e Peluso, che con i loro proseliti arrivavano a frotte, evidentemente prevenuti dell’arrivo. Il Manzi, allineato il suo battaglione sul lido, lesse ad alta voce, con tòno solenne, una lettera del ministero della guerra che incitava i due capiurbani di Policastro e di Sapri “a cooperarsi per il felice successo della truppa”. A sì lusinghiero invito, segno manifesto dell’alta fiducia del governo, i due capiurbani raggianti di gioia si pavoneggiavano tra i soldati. Giovanni Gallotti, pochi giorni prima elogiato pubblicamente “per avere garantito l’ordine e cercato di assicurare degli assassini a la giustizia” (1) fu ricevuto tanto male, che sdegnosamente lasciò Sapri appartandosi nella sua villa al Fortino.”. Mazziotti, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 84, in proposito scriveva che: I ‘cacciatori’ erano al comando del maggiore Gennaro Marulli, ….In pratica egli impiegò più di due giorni (martedì e meroledì e prime ore del giovedì) per raggiungere Sanza (quando tutto era già finito) attraverso Torraca (dove fu seguito dal giudice Fischetti e dove fu accolto festosamente dal presule monsignor Laudisio, dal clero e dai notabili (66), Tortorella (dove ai militi si unì una squadra di filoborbonici guidati da Felice Pecorelli, già capourbano di Policastro), etc…”.

Nel 1850, il sacerdote don Filomeno GALLOTTI, figlio del barone di Battaglia, Giovanni Gallotti e la poesia per Costabile Carducci

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci. Per ordine della polizia fu mandato prima nel monastero di Montoro per rimanervi “loco carcoeris” in attesa di provvedimento giudiziario. Ma poiché vi erano già altri quattro sacerdoti della Diocesi di S. Angelo dei Lombardi fu tramutato, sempre ristretto, nel monastero di S. Maria delle Grazie in Salerno. La poesia, all’epoca dei fatti, era di pubblico dominio nel Golfo e, sebbene la Gran Corte di Potenza (46) avesse riconosciuto come autori D. Carlo Gallotti (47), D. Agnesina e D. Concettina Veri di Maratea, il sacerdote venne lo stesso trattenuto in prigione. Tra le diverse suppliche in cui chiese i provvedimenti di giustizia e metterlo in libertà, sostenne: “I suoi nemici lo accusarono falsamente. Finsero di trovare tal poesia, quando egli aveva dimorato d’apprima per sei mesi qui in Salerno, in quell’abitazione da loro scardinata, aperta, depredata, e lasciata poi in balia di tutti.”. La libertà veniva reclamata oltre che per sé anche per “assistere ai bisogni del padre e del fratello che languiscono nelle prigioni” (48)”. Policicchio (….), a p. 214, nella nota (46) postillava: “(46) Sentenza del 15 febbraio 1850”. Policicchio, a p. 214, nella nota (47) postillava: “(47) Agli inizi del 1850, pur essendo stato rionsciuto autore della poetica composizione, ebbe dal Ministro dell’Interno, ramo polizia, il permesso, per un anno, di girare le Province del Regno e dare lezioni essendo egli “poeta estemporaneo”. Dallo stesso Ministro, in modo riservato, venne diramata circolare a tutti gli Intendenti con la quale si ordinava di essere il Gallotti diligentemente sorvegliato sia nei suoi movimenti che nei temi toccati e svolti durante le sue lezioni. L’intendente di Salerno, nell’accusare ricezione e ottemperanza della circolare, al Direttore della polizia in Napoli aggiunse: “stimo doveroso di sottomettere, evidenziando alla sua diligenza, che se mal non mi ricordo nel 1847 vi furono disposizioni contro di questo poeta, di non farlo cioè rientrare nel Regno, mentre egli si trovava nelle Marche di Ancona”. Alla fine di marzo, insieme alla moglie, si portò a Montano, ospite di D. Antonio Lauro di Torchito ed i temi trattati furono seguiti da quel giudice regio, D. Nicola De Majo. La mattina del 27 partì per Avelino. In giugno si recò a Caserta e poi in Piedimonte d’Alife. Alla fine dell’estate fece perdere le tracce di sé e in ottobre venne emanata altra circolare per “rintracciarlo e farlo mettere a stretta sorveglianza” (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 89, f. 17).”. Policicchio, a p. 214, nella nota (48) postillava: “(48) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 135, f. 1.”.

Nel 16 gennaio 1851, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE e Raffaele riuscì a dileguarsi

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici. Le misure poliziesche contro elementi più progressisti o semplicemente sospettati, furono imponenti ed i migliori cittadini – nel campo dell’industria, delle arti o del pensiero – dovettero subire ignominiosi processi, montati dalla polizia e scontare conseguenti condanne in orribili bagni penali con i peggiori malviventi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”.

Nel 29 giugno, 1857, la taverna del Fortino del Cervaro di proprietà del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?. I Gallotti erano proprietari di una casa di campagna in località S. Marco, non molto distante dal Fortino del Cervato ?

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Questa notizia però distorce con la testimonianza di un rivoltoso liberato a Ponza e fatto prigioniero a Padula, Luciano Marino. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”. La versione della casetta in campagna dei baroni Gallotti distante dalla Taverna di proprietà di Vincenzo Cioffi contraddice l’altra versione che ne dà l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. Dunque, il Pesce riferendosi alla Taverna del Fortino scriveva che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. Pesce scriveva che, il fabbricato della “Taverna del Fortino” era di proprietà del barone don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “…“Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, etc…”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Nel 1978 fui incaricato dal Giudice Francesco Flora e dal Tribunale di Lagonegro per redigere, in qualità di Consulente Tecnico di Ufficio la Perizia di divisione erditaria dell’Immobile in questione e le parti in causa erano i Colombo contro i Cioffi. In seguito pubblicherò i resoconti della Perizia che provano in modo inconfutabile la precedente proprietà dei Cioffi. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri. 

Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) M. Mazziotti, La reazione borbonica, ecc.., cit., p. 157. Secondo l’intendente di Potenza il “domestico” era stato il “latore della corrispondenza dei Gallotti con l’efferato Carducci” (ivi).”. Dunque, il Fusco, postillando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti citava il Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi,  spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 156-157 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Carducci, Pasquale Bifano di Torraca, so seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata. Le più attive indagini della polizia si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, con loro grande meraviglia, trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo, il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri, erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.  Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 94 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Capitolo III. Il Processo Carducci. I. In seguito a la denuncia del Lamberti e del Ginnari, il giudice regio Gaetano Bianchi, del circondario di Maratea, iniziava un processo per l’aggressione di Acquafredda. Si sapeva che la maggior parte dei colpevoli era del comune di Sapri, il quale è compreso nel circondario di Vibonati; quindi il Bianchi per l’accertamento di essi, si rivolse al suo collega Michele Palieri. Il Palieri, profondamente compreso del suo dovere, si pose sollecitudine a l’opera, ma purtrooppo lo attendevano le più amare sorprese. Allorchè il giorno 8 luglio sbarcò a Sapri il colonnello Recco. Il buon giudice si vide, lui, il primo funzionario del paese, ricevuto con aperto dispregio dal colonnello. Dovette vedere invece il prete Peluso accolto con dimostrazioni di ossequio e portato in trionfo, sciolta la guardia nazionale e ricostruita la guardia urbana sotto il comando proprio di un fratello del Peluso. E questo prete indegno, macchiato di tanti misfatti, saliva tra le acclamazioni e le feste su una nave regia mandata a bella posta per lui!”. Mazziotti, ancora, a p. 95 e ssg. in proposito scriveva: “Il Palieri indignato di simile impudenza si apprestava a procedere per questo sendo misfatto, quando nel pomeriggio del giorno 13 gli si disse dell’approdo del maggiore Manzi, con un battaglione di cacciatori. Affrattatosi a là rada ebbe ad assistere a le cordiali accoglienze del Manzi a i capiurbani Pecorelli e Peluso, che con i loro proseliti arrivavano a frotte, evidentemente prevenuti dell’arrivo. Il Manzi, allineato il suo battaglione sul lido, lesse ad alta voce, con tono solenne, una lettera del ministero della guerra che incitava i due capiurbani di Policastro e di Sapri “a cooperarsi per il felice successo della truppa”…..Giovanni Gallotti, pochi giorni prima elogiato pubblicamente “per avere garantito l’ordine e cercato di assicurare degli assassini a la giustizia” (1) fu ricevuto tanto male, che sdegnosamente lasciò Sapri appartandosi nella sua villa al Fortino. Nonostante questo doloroso spettacolo, il Palieri, ….non temette di avvicinarsi al Manzi, in atto di saluto cortese e deferente. Ma l’arrogante ufficiale, anzicchè corrispondergli gentilmente, gli scagliò contro parole sconcie e villanee quindi gli volse superbamente le spalle. A questa vista le bande del Peluso e del Pecorelli si diedero a sghignazzare e poi quasi, inebriate da la gioia, a correre per le vie mettendo grida minacciose ed insolenti contro i migliori del paese. Etc…”. Mazziotti, proseguendo il bel racconto riferisce delle gravi traversie che dovrà affrontare il giovane giudice di Vibonati Gaetano Palieri. Mazziotti, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1)  Archivio di Napoli, incartamento Palieri, sa lettera del 14 luglio 1848 al procuratore generale di Salerno.”. Sempre sul giudice Palieri, il Mazziotti parlando della visita a Sapri del Recco nella nota (1) di pagina 99 postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 104 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: Per la continua ispirazione del prete si giunse al punto di accusare il Palieri di avere nel gennaio favorito l’invasione delle bande cilentane, e di poi, nel luglio, tentato in complicità con il Gallotti, di liberare e di proteggere un bandito. Bastò questo per creare contro il giudice regio un processo per lesa maestà. E mentre il Palieri, ignaro di tutta questa trama, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”.

Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto di CRISTOFARO FALCONE

Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 194 in proposito scriveva che: Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi,  spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”.

L’arciprete di Sapri Don NICOLA TIMPANELLI

E’ noto che la Famiglia Timpanelli, a Sapri, fosse particolarmente impegnata nelle vicende storiche che videro la restaurazione del Regno delle delle due Sicilie e del Monarca Borbonico Ferdinando IV – poi Ferdinando II, dopo il breve decennio Francese di Giuseppe Bonaparte e poi di Gioacchino Murat. La Famiglia Timpanelli, particolarmente attiva in quegli anni nella fede anti-borbonica, insieme ad altri liberali di Sapri come i Gallotti, che si opponevano all’altra fazione dei Peluso e del Prete Vincenzo Peluso in particolare che era al contrario convinta filo-borbonica e per la Restaurazione della monarchia nel Regno delle due Sicilie. Sebbene su queste vicende alcuni storici del tempo come il Mazziotti (….) ed il Pesce (….), abbiano contribuito a far luce sugli avvenimenti di quegli anni, che hanno visto in prima fila la cittadinanza di Sapri, partecipe e protagonista delle vicende che poi hanno portato all’Unità d’Italia e, che attraverso l’epopea di Carlo Pisacane l’hanno resa famosa in tutto il mondo, restano poco chiari alcuni aspetti che andrebbero ulteriormente indagati, come ad esempio la vicenda del martirio di Costabile Carducci, di cui il Dr. Vincenzo Timpanelli, nel ricordo del fratello, D. Antonio, arciprete di Sapri, forse contrubuì con le sue memorie alla stesura del libro di Carlo Pesce. Dall’epitaffio sulla lapide marmorea nella Chiesa dell’Immacolata (Fig. …), sappiamo essere stato Don Antonio Peluso, nato nel 1795, sposato con Rosa Maria Branda e morto nel 28 Agosto 1820, che lasciava orfane le sue tre figlie Carolina, Maria Clementina, Mariannina.  Don Antonio Peluso, Vice-Console del Consolato Britannico di Sapri era figlio dei sig.ri Vincenzo Peluso ed Anna Brandi. Il documento è di notevole importanza per la storia del nostro paese anche per la descrizione e la citazione di luoghi e di toponimi ancora non del tutto sufficientemente indagati e conosciuti. Nell’epitaffio della lapide marmorea posta nella Chiesa dell’Immacolata (Fig…..) viene citato anche il sacerdote Timpanelli che, raccontò i fatti accaduti sull’eccidio di Costabile Carducci di cui rimane la memoria nel manoscritto del cav. Carlo Pesce (….), manoscritto olografo di cui posseggo le foto concessimi dagli eredi del canonico Arciprete di Sapri Timpanelli, la Famiglia Tavernese che lo possedeva dopo la morte di Gennaro Tavernese (Fig…..). Il Palazzo della Famiglia Timpanelli, oggi Tavernese, di cui si è salvato solo lo splendido portale e, lo stemma araldico (Figg…..), dimora dell’arciprete diacono Don Nicola Timpanelli, della curia di Sapri, ricordato nella lapide marmorea posta all’interno dell’androne della Chiesa Madre di Sapri in Piazza del Plebiscito ( Fig…..).

IMG_1792 - Copia

(Fig…) Stemma lapideo scolpito della famiglia Timpanelli che sormonta un portale in C.so Umberto I a Sapri

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(Fig…..) Portale e stemma araldico del palazzo Timpanelli in C. so Umberto I a Sapri

Nell’8 febbraio 1851, l’arresto del prete di Sapri, Nicola Timpanelli

Paolo Emilio Bilotti (13), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli malgrado le difese che lui faceva monsignor Laudisio, era dalla polizia tenuto per capo ed istruttore dei liberali di Sapri, che riuniva numerosi quasi ogni quindici giorni. Non gli fu mai data tregua per aver tentato, dopo il 4 luglio 1848, di liberare il Carducci dalle mani di coloro che poco dopo ne fecero strage. Non potendo resistere in Sapri alle continue insidie di don Vincenzo Peluso e degli altri preti, erasi rifugiato in Salerno, dove il 2° sergente Vignes lo arrestò il dì 8 febbraio 1851, appena ebbe terminato di celebrare la messa nella chiesa del Purgatorio. Eppure egli si trovava alla dipendenza della gran corte crim. col mandato pel palazzo. Ma la polizia napolitana interveniva dovunque e quando credeva. Etc…”.

Nel 1852, Vincenzo Peluso Sindaco di Sapri

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i Sindaci del Comune di Sapri citando il primo Sindaco “1) – Giovanni Schettino nel 1795” e il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”.

Nel 1852, il timbro del Comune di Sapri

timbro 1852, comune

(Fig….) Timbro del Comune di Sapri impresso su un documento del 1852 in mio possesso – proprietà Attanasio – inedito

Nel ………1850, il prete don Vincenzo Peluso si vede spesso a Corte (dalle Rimembranze del Settembrini)

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini, ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli.”. Nella mia nota (162) postillavo che: (162) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, vol. II, (1909), rist.di Galzerano ed.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pP. 105-106 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: “IV. Il Peluso intanto ospite nel palazzo reale, festeggiato come un eroe, spacciava protezioni e favori. Il Settembrini racconta: “In quei giorni si vide passeggiare innanzi la reggia, tra i militari, un prete grosso della persona e vecchio e brutto (il Peluso) ed o lo vidi in mezzo a due ufficiali della guardia, che cianciavano con lui e ridevano”(1). Il Nisco dice: “Quanti erano in Napoli e ancora sono vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella Corte devoti, il prete Peluso, al finire di luglio 1848, e negli anni tristissimi che successero, seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli ufficiali della guardia a passeggiare nella piazza gaiamente con il generale Torchiarolo capitano della guardia del corpo”(2). A l’omicida si osò anche di concedere una pensione vitalizia! Il fatto destò un profondo raccapriccio, che il Gladstone manisfestò solennemente nella prima delle sue lettere famose, del luglio 1851, a Lord Aberdeen. A l’eminente parlamentare inglese, un conterraneo di lui ebbe la temerità di rispondere, per ispirazione del governo borbonico, che il Peluso “ebbe il prezzo del sangue e la ricompensa offerta per la cattura del malvagio ribelle, vivo o morto, prete o laico, principe o sgherro”(3). Il fanatico prete, per colmo degli onori e delle soddisfazioni riteneva, dopo la rimozione dei due giudici regi, di avere ormai messo una pietra sepolcrale sul processo. Ma la parte liberale giustamente indignata del misfatto protestava. Già nella seduta della Camera del 27 luglio 1848 il deputato Dragonetti, in una interpellanza su i fatti di Calabria, chiedeva chiarimenti su l’assassinio del Carducci, lamentando che il presunto autore fosse in piena libertà e che non si fosse iniziato alcun procedimento”(1). Il ministro di giustizia assicurava “di avere con apposite circolari raccomandato a i procuratori generali l’esatto adempimento dei loro doveri”. I deputati Poerio e Pisanelli insistettero in seguito vivamente. L’istruttoria stentava fra innumerevoli difficoltà, per le frequenti contraddizioni dei testimoni, per gli intralci, etc….”. Mazziotti, a p. 106, nella nota (1) postillava: “(1) Ricordanze, vol. I, pag. 314.”. Mazziotti, a p. 106, nella nota (2) postillava: “(2) Opera citata, pag. 193”. Mazziotti, a p. 106, nella nota (3) postillava: “(3) Risposta di Carlo Mac-Farlan al Gladstone”. Mazziotti, a p. 107, nella nota (1) postillava: “(1) Colletta Carlo, Diario del Parlamento nazionale, vol. 2°, seduta del 27 luglio 1848. Il processo però era in corso.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 119-120 e ssg., in proposito scriveva che: “Ormai gli autori dello scellerato delitto, anzichè vergognarsi se ne gloriavano. In Sapri la sfrontatezza arrivò fino al punto che ne festeggiarono l’anniversario! Al governo ed al re piovevano continue richieste di onori e di pensioni per avere preso parte a la morte del Carducci. Si racconta che il re, infastidito a la fine da tante sollecitazioni esclamasse: “Ma dunque tutti hanno ucciso il Carducci!”. Il tristo sacerdote non godè a lungo i favori della Corte, nè i lieti ozi di Napoli, ove spesso, durante il governo costituzionale, ordiva dimostrazioni per il ritorno a l’assolutismo e qualche volta perfino le capitanava. Una grave infermità, l’idropisia, lo colse e lo costrinse a tornare nella sua villa di Sapri, ove le più acute sofferenze lo resero inabile a muoversi.”. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini (…), ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. Matteo Mazziotti (….), a p. 106, in proposito scriveva che: “IV….. Il Nisco dice: “Quanti erano in Napoli e ancora sono vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella Corte devoti, il prete Peluso, al finire di luglio 1848, e negli anni tristissimi che successero, seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli ufficiali della guardia a passeggiare nella piazza gaiamente con il generale Torchiarolo capitano della guardia del corpo”(2).”. Mazziotti, a p. 106, nella nota (2) postillava: “(2) Opera citata, pag. 193”. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 193 in proposito scriveva che: E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò chequanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”.

Nel 28 settembre 1852, a Sapri la visita di Ferdinando II di Borbone insieme a  suo figlio Francesco al prete Vincenzo Peluso malato e morente prostrato in casa con la sorella Rosa Maria Peluso che l’accudiva

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: “Nell’autunno del 1852 il re Ferdinando II volle visitare la Basilicata e la Calabria. Sbarcato da Napoli il mattino del 28 settembre sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro, col figlio quindicenne, Francesco, duca di Calabria, e col fratello, il Conte di Trapani, Aiutante Generale del grado di Brigatiere, visitò e confortò il vecchio D. Vincenzo Peluso nelle sua villa; indi proseguì per Torraca, Casaletto Spartano, Battaglia e Lagonegro. Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il 28 settembre del 1852, Sapri riceveva la visita del Re. Il sovrano accompagnato da un nutrito seguito e scortato da quattro navi, approdò al Fortino, a circa un chilometro dalla cittadina. Ferdinando, saputo della sua infermità, volle far visita al Peluso. Fu l’ultimo saluto col suo fedele collaboratore: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”. Dunque, il sacerdote Mario Vassalluzzo cita il Matteo Mazziotti (….) e cita anche Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18. Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria, sulla scorta di Carlo Pesce (….), in proposito scriveva che: “Sulla fine di settembre del 1852, il re volle dare….., partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il re s’imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli sul ‘Fulminante’, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e col conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D’Aci, dai brigatieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severino, Anziani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Ribera, che era pure del seguito, comandava l’atiglieria; il brigatiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante in campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta ed attesero il sovrano a Lagonegro. Il re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo, di cucina in apposito furgone, procedevano il corteo di un giorno. Il ‘Fulminante’, seguito dal ‘Giuscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla: castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che, per grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigatiere e portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all’ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cingere con una catena di ferro l’ingresso del castello e murare sulla facciata una lunga lapide latina, della quale ecco la chiusa: ……..Fu quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peluso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo morì (1). Alla Taverna del Fortino trovò una berlina di corte ecc….”. Il De Cesare, a p. 33, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Avv. Carlo Pesce, ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’, Lagonegro, Tipografia Lucana, Matteo Tancredi, 1905. E’ un breve scritto, che si legge con viva commozione. Devo anche al signor Pesce un curioso diario sul passaggio del re da Lagonegro, pubblicato dal giornale ‘il foglietto’ di quella città. (Vedi Parte III, Documenti).”. Dunque, il De Cesare ci parla dell’episodio del passaggio del re a Sapri sulla scorta del libretto dello storico di Lagonegro Carlo Pesce (…), di cui una sola copia si trova nei miei archivi e alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Io posseggo anche copia del manoscritto olografo del Pesce (…) che ho pubblicato in un altro mio saggio. E’ molto probabile che il racconto del Pesce sia stato influenzato da notizie di prima mano di un parente dell’arciprete Timpanelli. Ma il Pesce (….), non scrive ciò che ha scritto il De Cesare e sulla cui scorta ha scritto il Mallamaci. Il De Cesare, a p. 32 riferendosi al paese di Torraca, e non a Sapri, scriveva che: Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi…”. Dunque, su questo punto anche il Mallamaci errava. Infatti, sul racconto del De Cesare, Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Ho narrata la visita reale a Sapri come la riferisce la tradizione e come l’hanno raccontata due sacerdoti di quell’epoca ancora viventi al mio gentile amico avv. Roberto Gaetani. Il De Cesare nella terza edizione della “Fine di un regno” dice per errore che il re visitò il prete Peluso in una villa presso Torraca.”

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(Fig….) “Villa Pelusi”  – particolare tratto dal disegno del Rilievo del Ten. Blois del 1819 – particolare rappresentato dove oggi è l’attuale Villa Comunale di Sapri

L’Avv. Carlo Pesce (….), nell’altro suo libro “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 373-374 parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): “Nell’autunno del 1852 il Re Ferdinando volle visitare un’altra volta questa parte della Basilicata e le Calabrie…Il movimento delle truppe, oltre 20 mila soldati, ebbe luogo dal 23 al 26 Settembre concentrandosi tutta la colonna in Lagonegro e nei dintorni (1). Trattavasi quasi d’una marcia militare, che i liberali del tempo dissero fatta per intimorire le popolazioni.”. Pesce, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Fine di un Regno’ di Raffaele De Cesare, Vol. I, pag. 18, 3° ediz., dove nel Vol. III è pure riportata questa narrazione, già da me pubblicata nel giornale il ‘Foglietto'”. Pesce, a pp. 373 e ssg. in proposito scriveva pure che: “Il Re, imbarcatosi la sera del 27 settembre a Napoli, sulla fregata a vapore Fulminante, col figlio allora quindicenne Francesco, Duca di Calabria, e col fratello il Conte di Trapani, Aiutante Generale col grado di Brigatiere, sbarcò nel mattino del 28 Settembre nella rada di Sapri. Quivi, avendo appreso che il Prete Vincenzo Peluso, l’esecrando assassino del gran patriota Costabile Carducci, era infermo e presso a morte, volle visitarlo, e recatosi a piedi nella villa, dove il vecchio era accasciato da idropisia e dagli anni, lo confortò e lo esortò a bene sperare nella divina misericordia. Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del marchese di Poppano (Biagio Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina. Nel mattino seguente il Re, passando per Casaletto Spartano e pel villaggio di Battaglia, raggiunse la strada consolare alla taverna del Fortino, sul monte Cervaro, memorabile nella storia e descritto a pag. 136. Colà attendevano il Re modeste berline di Corte, tirate dai cavalli della posta, ed il numeroso esercito, etc…. In quella occasione e nel corso della visita il re Ferdinando II donò al Peluso morente l’anello di oro col sigillo di casa reale che portava seco, oggi custodito dalla famiglia Martorelli erede Peluso. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel 1905, nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della Rivoluzione Napoletana del 1848‘, (non quello citato dal De Cesare), Napoli, Stabilimento Tipografico Palazzo della Cassazione, 1895, di cui io posseggo una copia, in proposito a p….. scriveva che:

Pesce, su Peluso e la visita del re

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 119-120 e ssg., in proposito scriveva che: Una grave infermità, l’idropisia, lo colse e lo costrinse a tornare nella sua villa di Sapri, ove le più acute sofferenze lo resero inabile a muoversi. Nelle prime ore del 28 settembre 1852 gli abitanti di Sapri videro avanzarsi da punta detta degli Infreschi cinque navi, le quali si ormegiarono a qualche distanza da la costa in direzione della località denominata ‘Fortino’ da alcuni avanzi di antiche fortificazioni. Ivi approdarono il re Ferdinando con il figlio Francesco allora di sedici anni, il fratello Francesco Paolo conte di Trapani ed un lungo e pomposo seguito per andare quindi in Calabria ad assistere a le manovre militari (1). Dal Fortino a Sapri intercede circa un chilometro ed allora non vi era che una strada mulattiera. Il re con il suo seguito procedette a cavallo accompagnato da un numeroso distaccamento di soldati. Lungo la via gli si fecero incontro le autorità municipali, il clero e gran folla di abitanti, accorsi a la notizia dell’arrivo del sovrano. Giunto il corteo su la piazza del paese, probabilmente qualche funzionario locale che potette accostarsi al re, gli disse “Maestà ! Vincenzo Peluso è moribondo, egli desidera di vedervi l’ultima volta prima di morire!” Ferdinando 2°, memore del suo antico protetto, subito accondiscese e volse le redini del cavallo verso la villa Peluso posta a breve distanza dal lido. Entrò nella villa con il figlio ed alcuni altri del seguito. Il prete, ormai decrepito, era adagiato su una poltrona, affannoso, prostrato di forze, assistito amorosamente da una vecchia sua sorella a nome Rosa Maria e da qualche suo fido beneficato. A l’avvicinarsi del sovrano il volto rugoso e gli occhi semispenti dell’infermo si illuminarono improvvisamente di una gioia suprema ed insperata. Baciando ripetutamente la mano al re si sforzava di manifestargli la profonda riconoscenza dell’animo per tanta degnazione. Il re con parole benevole lo incoraggiava a sperare in una prossima guarigione e gli offrì anche del denaro, ma il Peluso commosso fino a le lagrime, ricusò ogni soccorso, allegando di non avere bisogno, come era difatti, e che gli bastava l’alto indimenticabile onore di avere ricevuto il suo re ed il suo benefattore. “Maestà, esclamava singhiozzando per la viva emozione, voi siete adorato e lo sarà anche di più vostro figlio”. In una nota a margine del processo per l’assassinio del Carducci si legge che in questa visita il re donò al Peluso un anello d’oro. Il dono dell’anello, come assicurano persone presenti a la visita reale, non ebbe luogo in quella circostanza ma era avvenuto precedentemente. L’anello, che si conserva ancora da gli eredi del Peluso, è abbastanza grande, porta inciso nella parte superiore lo stemma borbonico ed al di sotto a l’esterno le parole “Viva il re” (1). Accomiatosi affettuosamente dal malato, il re visitò la chiesa del paese la quale aveva urgente bisogno di restauri. Egli largì, per questa spesa, al parroco Nicola Timpanelli la somma di duemila ducati (2). Quindi salito novellamente a cavallo prese la via che conduce a Torraca. Sei giorni dopo la visita reale, il quattro ottobre, spirava il vecchio Peluso, in età di settantacinque anni, nella villa di Sapri. L’atto di morte, trascritto nel registro dello stato civile al n. 39 dello stesso anno porta le firme di altri due “Vincenzo Peluso” l’uno come sindaco, l’altro come cancelliere comunale funzionante, ciò che dimostra come la famiglia avesse allora accaparrati tutti gli uffici pubblici. Gli apprestò i conforti religiosi e gli somministrò i sacramenti l’arciprete Nicola Bruno del villaggio di Battaglia (1). Ebbe solenni esequie; l’arciprete del luogo recitò l’elogio funebre nel quale paragonò l’estinto a S. Michele Arcangelo ” (2).”. Mazziotti, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Nello stesso punto, al Fortino, sbarcò poi il Pisacane il 28 giugno 1857.”. Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Ho narrata la visita reale a Sapri come la riferisce la tradizione e come l’hanno raccontata due sacerdoti di quell’epoca ancora viventi al mio gentile amico avv. Roberto Gaetani. Il De Cesare nella terza edizione della “Fine di un regno” dice per errore che il re visitò il prete Peluso in una villa presso Torraca.”. Mazziotti, a p. 121, nella nota (2) postillava che: “(2) Pari a L. 8.500”. Mazziotti scriveva che la cifra di 2.000 ducati donata dal Re Ferdinando all’arciprete Timpanelli, ai suoi tempi, nel 1909, corrispondevano ad 8.500 lire del Regno d’Italia. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Peluso, in proposito scriveva che: “Nel 1852, poco prima che il “famoso prete” morisse, nel fare Ferdinando II il suo secondo viaggio in Calabria “Diverso contegno mantenne con chi gli aveva dato prova di fedeltà. A Torraca, nei pressi di Lagonegro, si fermò per rendere visita in una casa di campagna, al vecchio e morente prete Peluso”(66). Anche il De Cesare erroneamente sostiene che il Re visitò il prete a Torraca.”. Policicchio, a p. 222, nella nota (62) postillava: “(62) A. De Leo, Gentiluomini Preti…cit., p. 82.”. Si tratta del testo di Antonio De Leo (….), “Galantuomini, Preti e Contadini nella Rivoluzione – Il Risorgimento in Calabria”, La Brutia e Pancallo Editori, ….Sempre Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Peluso e della sua villa che aveva a Sapri riportava il passo dell’avv. Pesce di Lagonegro: “….”Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene (64).”. Policicchio, a p. 222, nella nota (64) postillava: “(64) Le ricerche hanno dato, al momento, una sola traccia che possa, in qualche maniera, farci orientare dove questa potesse essere ubicata. Il Comune di Sapri, per animare il commercio sia di mare che di terra, con delibera del 17 aprile 1830 domandò l’assenso ad una fiera la cui celebrazione doveva avvenire annualmente nei giorni 18, 19 e 20 agosto. Avuta l’autorizzazione, il Decurionato dovette stabilire il luogo dove effettuarla e, con delibera del 4 luglio 1831, deliberò “che la fiera suddetta si faccia nel lido del mare, e precisamente principiando dalla Casina del Sig. Sacerdote Peluso, fino alle Cammerelle”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, riferendosi a Tommaso Eboli, in proposito scriveva che: Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “….quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”.”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.

Nel 28 settembre 1852, l’anello di oro donato al prete Vincenzo Peluso da re Ferdinando II in occasione della sua visita ?

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 119-120 e ssg., in proposito scriveva che: In una nota a margine del processo per l’assassinio del Carducci si legge che in questa visita il re donò al Peluso un anello d’oro. Il dono dell’anello, come assicurano persone presenti a la visita reale, non ebbe luogo in quella circostanza ma era avvenuto precedentemente. L’anello, che si conserva ancora da gli eredi del Peluso, è abbastanza grande, porta inciso nella parte superiore lo stemma borbonico ed al di sotto a l’esterno le parole “Viva il re” (1).”. Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Ho narrata la visita reale a Sapri come la riferisce la tradizione e come l’hanno raccontata due sacerdoti di quell’epoca ancora viventi al mio gentile amico avv. Roberto Gaetani. Il De Cesare nella terza edizione della “Fine di un regno” dice per errore che il re visitò il prete Peluso in una villa presso Torraca.”. In quella occasione e nel corso della visita il re Ferdinando II donò al Peluso morente l’anello di oro col sigillo di casa reale che portava seco, oggi custodito dalla famiglia Martorelli erede Peluso. Recentemente Franco Maldonato (…), nel 2024, nel suo “Il mistero del sigillo reale” ha disvelato delle notizie interessanti sull’anello che Re Ferdinando II donò al sacerdote filoborbonico Vincenzo Peluso.

Anello di re Ferd

(Fig….) L’anello di oro con sigillo reale di re Ferdinando II di Borbone che donò al prete Vincenzo Peluso (Archivio Attanasio)

Nel 28 settembre 1852, re Ferdinando II da Sapri salì a Torraca dove fece visita al marchese di Poppano

E’ proprio sulla scorta del De Cesare (….), che lo storico coevo, Giorgio Mallamaci scrivendo la storia di Torraca ci parla dello storico evento distorcendone alcuni fatti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848”, dopo aver parlato di Costabile Carducci che dice essere stato ucciso “sul Monte Spina” (che non esiste), continuando a parlare di Torraca, a p. 88, riferendosi al re Ferdinando IV di Borbone, “divenuto Ferdinando II, re delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano.”. Il Mallamaci, tratto in errore dal De Cesare (….) scriveva che il prete Peluso si trovava in una casa di campagna a Torraca, mentre egli era infermo a Sapri, nel suo palazzotto di c.so Garibaldi a Sapri. Purtroppo, ancora oggi si scrivono queste notizie circa la visita fatta nel 1852 al prete Peluso dal re Ferdinando II. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Nel 1852, poco prima che il “famoso prete” morisse, nel fare Ferdinando II il suo secondo viaggio in Calabria “Diverso contegno mantenne con chi gli aveva dato prova di fedeltà. A Torraca, nei pressi di Lagonegro, si fermò per rendere visita in una casa di campagna, al vecchio e morente prete Peluso”(66).”. Policicchio, a p. 222, nella nota (62) postillava: “(62) A. De Leo, Gentiluomini Preti…cit., p. 82.”. Si tratta del testo di Antonio De Leo (….), “Galantuomini, Preti e Contadini nella Rivoluzione – Il Risorgimento in Calabria”, La Brutia e Pancallo Editori, ….L’Avv. Carlo Pesce (….), nell’altro suo libro “Storia della città di Lagonegro”, a p. 373 parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del marchese di Poppano (Biagio Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina. Nel mattino seguente il Re, passando per Casaletto Spartano e pel villaggio di Battaglia, raggiunse la strada consolare alla taverna del Fortino, sul monte Cervaro, memorabile nella storia e descritto a pag. 136. Colà attendevano il Re modeste berline di Corte, tirate dai cavalli della posta, ed il numeroso esercito, etc…. Dunque, è errato ciò che scriveva il De Cesare ed in seguito il Mallamaci, perchè Mazziotti scrive che il re sbarcato prima a Sapri si recò subito a fare omaggio e visita al prete Peluso ed in seguito si recò a Torraca dove fece visita al Palamolla. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 119-120 e ssg., in proposito scriveva che: Accomiatosi affettuosamente dal malato, il re visitò la chiesa del paese la quale aveva urgente bisogno di restauri. Egli largì, per questa spesa, al parroco Nicola Timpanelli la somma di duemila ducati (2). Quindi salito novellamente a cavallo prese la via che conduce a Torraca.”. Dunque, re Ferdinando solo dopo salì a Torraca. Il Mallamaci proseguendo il suo racconto scriveva: “In quell’occasione, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia il ‘Fulminante’, scortata dal ‘Guiscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’ e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. La stessa sera raggiunse a piedi Torraca, dove fu accolto dalla popolazione con festose manifestazioni: luminarie, spettacoli, giochi di fuoco e danze. Il re fu ospitato nel castello, dal vecchio marchese Biagio Palamolla. Quest’ultimo, a causa di una grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima dall’incarico di guardia del re con il grado di brigadiere e portastendardo. Il sovrano prima di lasciarlo, gli donò una carrozza in segno di gratitudine e poi conferì all’ospite il titolo di Duca di Torraca. Fu questa la sola volta, in cui Ferdinando di Borbone accettò ospitalità da privati. Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte.”. Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria, sulla scorta di Carlo Pesce (….), in proposito scriveva che: “Sulla fine di settembre del 1852, il re vole dare….., partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il re s’imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli sul ‘Fulminante’, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e col conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D’Aci, dai brigatieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severino, Anziani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Ribera, che era pure del seguito, comandava l’atiglieria; il brigatiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante in campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta ed attesero il sovrano a Lagonegro. Il re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo, di cucina in apposito furgone, procedevano il corteo di un giorno. Il ‘Fulminante’, seguito dal ‘Giuscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla: castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che, per grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigatiere e portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all’ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cingere con una catena di ferro l’ingresso del castello e murare sulla facciata una lunga lapide latina, della quale ecco la chiusa: ……..Fu quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peluso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo morì (1). Alla Taverna del Fortino trovò una berlina di corte ecc….”. Il De Cesare, a p. 33, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Avv. Carlo Pesce, ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’, Lagonegro, Tipografia Lucana, Matteo Tancredi, 1905. E’ un breve scritto, che si legge con viva commozione. Devo anche al signor Pesce un curioso diario sul passaggio del re da Lagonegro, pubblicato dal giornale ‘il foglietto’ di quella città. (Vedi Parte III, Documenti).”. Dunque, il De Cesare ci parla dell’episodio del passaggio del re a Sapri sulla scorta del libretto dello storico di Lagonegro Carlo Pesce (…), di cui una sola copia si trova nei miei archivi e alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Io posseggo anche copia del manoscritto olografo del Pesce (…) che ho pubblicato in un altro mio saggio. E’ molto probabile che il racconto del Pesce sia stato influenzato da notizie di prima mano di un parente dell’arciprete Timpanelli. Ma il Pesce (….), non scrive ciò che ha scritto il De Cesare e sulla cui scorta ha scritto il Mallamaci. Dunque, il racconto del Mallamaci, cambia anche la data di arrivo di re Ferdinando II a Sapri, ponendola non al 28 settembre 1852 ma al 4 ottobre 1852. Stessa divergenza di date e di notizie ritrovo anche in Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di policastro ecc..”, dove parlando di Torraca a p. 196 in proposito scriveva che: “Il 15 ottobre 1852 Torraca ebbe l’onore di ospitare il re Ferdinando II, il quale, diretto in Calabria, si fermò al castello Palamolla su invito dell’amico barone Biagio. Sul portale del salone principale del maniero dovrebbe ancora far mostra di sè la lapide che ricorda l’avvenimento.”. Il Pesce dunque riporta la data scolpita sulla lapide apposta sulla facciata del Castello di Torraca ed in particolare parlando dell’amico barone Biagio si riferiva al barone Biase Palamolla. Di Biagio Palamolla il Guzzo (…), ne parla a p. 193 ed in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla, Marchese di Poppano, ecc….”.  

Nel 4 ottobre 1852, a Sapri muore il prete Vincenzo PELUSO

Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 119-120 e ssg., in proposito scriveva che: Sei giorni dopo la visita reale, il quattro ottobre, spirava il vecchio Peluso, in età di settantacinque anni, nella villa di Sapri. L’atto di morte, trascritto nel registro dello stato civile al n. 39 dello stesso anno porta le firme di altri due “Vincenzo Peluso” l’uno come sindaco, l’altro come cancelliere comunale funzionante, ciò che dimostra come la famiglia avesse allora accaparrati tutti gli uffici pubblici. Gli apprestò i conforti religiosi e gli somministrò i sacramenti l’arciprete Nicola Bruno del villaggio di Battaglia (1). Ebbe solenni esequie; l’arciprete del luogo recitò l’elogio funebre nel quale paragonò l’estinto a S. Michele Arcangelo ” (2).”. Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Fede parrocchiale di morte”. Mazziotti, a p. 122, nella nota (2) postillava che: “(2) Conferenza, già citata, dall’avv. Carlo Pesce.”. Infatti, il Pesce, a p. 26, in proposito scriveva che: “Il Prete Peluso era già morto ottuagenario nel 1852 per idropisia, e negli ultimi giorni della sua vita ebbe il supremo onore d’una visita reale. Etc…L’Arciprete di Vibonati nell’intessergli l’elogio funebre lo paragonò a S. Michele Arcangelo!…”. Dunque, secondo il Mazziotti, al prete Peluso “Gli apprestò i conforti religiosi e gli somministrò i sacramenti l’arciprete Nicola Bruno del villaggio di Battaglia (1).”. Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Fede parrocchiale di morte.”. Mentre il Pesce scriveva che l’elogio funebre della messa, alla sua morte fu  L’Arciprete di Vibonati”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 222 parlando del prete Vincenzo Peluso, in proposito scriveva che: “Nel 1852, poco prima che il “famoso prete” morisse, nel fare Ferdinando II il suo secondo viaggio in Calabria “Diverso contegno mantenne con chi gli aveva dato prova di fedeltà. A Torraca, nei pressi di Lagonegro, si fermò per rendere visita in una casa di campagna, al vecchio e morente prete Peluso”(66). Anche il De Cesare erroneamente sostiene che il Re visitò il prete a Torraca. Al contrario, Carlo Pesce dice: etc…”. Policicchio, a p. 222, nella nota (62) postillava: “(62) A. De Leo, Gentiluomini Preti…cit., p. 82.”. Si tratta del testo di Antonio De Leo (….), “Galantuomini, Preti e Contadini nella Rivoluzione – Il Risorgimento in Calabria”, La Brutia e Pancallo Editori, ….

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò il terreno su cui venne realizzato, nei pressi dell’odierna Trovatella, il primo camposanto el paese, poi dismesso dopo essere stato interessato da una frana. Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “..quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.

Nel 23 dicembre 1856, la Gran Corte Criminale graziò don Giovanni Gallotti ed il figlio Salvatore

Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912,  a pp. 157-158, in proposito scriveva che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”.

Nel 1857, don Pietro Paolo PERAZZI (io credo Perazzo), filoborbonco a Torraca, i Perazzo di Vibonati, i Gallotti di Morigerati, i Peluso e i Magaldi a Sapri  

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri,  in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS, Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 10, a proposito del prete Vincenzo Peluso scriveva che: “Riferite tali cose al prete Peluso, questi, o per timore, o perchè fin d’allora meditasse terribili disegni, mandò tosto a chiamare tutti i contadini del villaggio, che si trovavano a mietere il grano nella difesa di Carmine Perazzi sul monte tra Acquafredda e Sapri; etc…”. Dunque, questa è un’altra interessante notizia. Il Pesce riferisce che il Peluso mandò a chiamare i contadini sapresi che lavoravano nell “Difesa” di Carmine Perazzi , un grande appezzamento di terra coltivata che si trovava sul monte Ceraso. Infatti, ancora oggi, lungo la statale SS. 18 che da Acquafredda arriva a Sapri, non esistente all’epoca, all’altezza dello scoglio dello Scialandro, vicino la Torre detta di Capobianco vi è una casetta rossa di proprietà della famiglia Perazzi. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, a p. 11, in proposito scriveva che: “Discorrendo quindi confidenzialmente, il Lamberti disse al Miggiani che essi provenivano dall’impresa delle Calabrie, che erano diretti a Sapri in casa del barone don Giovanni Gallotti, e che con loro eravi il Colonnello Costabile Carducci, il quale doveva recarsi in Napoli per l’apertura del Parlamento. Le parole del Lamberti furono tosto riferite al prete Peluso.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, don VINCENZO PELUSO, nipote del famigerato prete e Capo Urbano all’epoca di Carducci e di Pisacane e, LEOPOLDO PELUSO, Sindaco di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “9) Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso, 1834; 11) Pasquale Autuori, 1844; 12) Vincenzo Peluso, 1852; (13) Pasquale Autuori, 1865; (14) etc….(7)”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi, a Sapri, all’epoca di Garibaldi, nel 1860, il Sindaco era Vincenzo Peluso che fu Sindaco di Sapri dal 1852 (1857, sbarco di Pisacane) al 1865, quando fu eletto Sindaco don Pasquale Autuori. Purtroppo notizie più precise in tal senso non vi sono a causa dei diversi roghi avvenuti presso il Municipio di Sapri, in occasione dei quali sono andati definitivamente persi i documenti municipali dell’epoca, in particolare le Delibere del Consiglio Decurionale. Riguardo il Comune di Sapri, sempre Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”. Dunque, il Tancredi scriveva che al tempo di Garibaldi il Sindaco di Sapri era Vincenzo Peluso. Si tratta di Vincenzo Peluso, il vecchio prete pluriomicida ?, la cui fazione era filo-borbonica. No, si trattava del nipote del famigerato prete, e nel 1857 era Capo Urbano di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, secondo il Mallamaci, all’epoca di Pisacane il Sindaco di Sapri era Leopoldo Peluso, altro nipote del famigerato Prete Vincenzo. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Vicenzo Peluso (omonimo dello zio prete) che era capourbano e l’altro, Leopoldo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo guidato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti. 

Nel 1848 e 1857, i LIBERALI del Basso Cilento e le loro attività patriottiche prodromiche alla Spedizione

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “Sapri, naturalmente, non poteva essere assente in questa gara, guardando al futuro con trepidazione e speranza. Attesa la posizione felicissima, sul mare, crocevia di tre regioni, la vigilanza era intensa: i messaggi arrivavano piuttosto tempestivamente. E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”.  Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 120, in proposito scriveva che: “Non mancavano, poi, i liberali, malgrado l’accurata sorveglianza borbonica, come precedentemente indicato (6).”. Tancredi, a p. 120, nella nota (6) postillava: “(6) Tra i paesi della zona, che parteciparono all’impresa di Pisacane, ricordiamo Scario con alcuni appartenenti alla famiglia Bruno e Santa Marina con membri della famiglia Maccarone: uno di essi, Maccarone Domenico, fu catturato, processato e imprigionato.”. Infatti, riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”.  Il Bilotti, a p……, nell’“Elenco generale dei compromessi disposti per ordine alfabetico dei rispettivi comuni di origine”, a p….., troviamo un “Vallato Carmine di Cuccaro; 241. Lazzaro Luigi di Policastro; Smimmero Luigi di Polla; Tropeano Gaetano di San Pietro di Polla; 285. Maccarone Giovanni di Santa Marina; 299. Tuoti Francesco di Scalea; 327. Raele Raffaele (forse di Lagonegro o di Lauria)”. Dunque, secondo i documenti consultati dal Bilotti, Giovanni Maccarone, era di Santa Marina-Policastro (non di Scario) e vi era anche un altro Maccarone Domenico di Santa Marina-Policastro che fu tradotto a Montesano. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Ancora sui sorvegliati politici del tempo, il Bilotti, nel capitolo IX “Tra Salerno e Gaeta” raccontando dell’arresto di un traditore: “Un traditore fra i cospiratori – Arresto dei fratelli Taiani e sequesto di corripondenze compromettenti – Sospettati rapporti di Nicola Taiani nel distretto di Salerno etc…”, a p. 160 e sgg., in proposito egli scriveva che: “…le autorità giudiziarie non prendevano riposo, massime dopo l’arresto “degli emissari demagogici” Nicola e Salvatore Taiani da Maiori. I due fratelli giravano pel regno il primo coonestando i suoi viaggi col qualificarsi tipografo ambulante etc….Ad entrambi si erano sequestrate etc…a Salvatore varie carte e principalmente “una lettera enigmatica” con firma di un tale Gennaro Siniscalco, etc…Gli si trovò anche una carta di passaggio etc…Si seppe inoltre che il Nicola Taiani era stato più volte in segrete ferenze con D. Giovanni Amatruda da Agerola allora dimorante in domicilio forzoso a Napoli, ma compromesso in politica fin dal 1843. Nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Non si comprende come tali notizie fossero pervenute alla polizia, ma è certo che furono impartiti ordini pressanti ai giudici regi di Torreorsaia, Vibonati e Gioi perchè procedessero ad immediate perquisizioni e nel cas, all’arresto dei ‘pervenuti’, e poi anche ai giudici etc…”. Sempre il Bilotti, a p. 183 scriveva pure che: “Avveniva intanto a Montemurro verso la metà di maggio 1857, l’arresto di tal Vincenzo Gerbasi, soprannominato ‘Fatariello’, che fu uno dei più fidati emissari dei liberali di Padula; etc..”. Dunque, sempre il Bilotti scriveva che dalle carte sequestrate al Taiani di Maiori si seppe che, nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Sempre il Bilotti, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – ect….”. Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p…., nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sempre il Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. I testi citati sono: P. Russo, Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta, Salerno, Grafespres, 2000.  Inoltre, è citato il testo di Ferruccio Policicchio (….), “Le camicie rosse del Golfo di Policastro” in AA. VV., Garibaldi e garibaldini in Provincia di Salerno,  Salerno, Plectica, 2005. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885.

Nel 1848, nel 1857 e nel 1860, don Giovanni Gallotti, barone di Battaglia e di Casaletto Spartano

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio

A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al civico 106 vi è un antico palazzotto che è da sempre appartenuto alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque scrivevo che a Sapri, Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Chi era il barone don Giovanni Gallotti che come vedremo aveva una casa al Fortino ed una casa a Sapri in via Nicodemo Giudice. Non era uno dei Gallotti del Palazzo in Piazza Plebiscito. Egli apparteneva ad una nobile famiglia di feudatari di Battaglia che è ed è stata baronia e frazione del comune di Casaletto Spartano nei cui confini vi è la contrada del Fortino di Cervara. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Casaletto Spartano”, vol. I, a p. 639, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2) ci dice solo dei suoi 961 abitanti, l’Alfano (3), che attribuisce il feudo alla famiglia Gallotti, scrive che etcc…”. Ebner, a p. 639, nella nota (3) postillava: “(3) Alfano, op. cit., p. 38.”. Si tratta di Giuseppe Maria Alfano, ed il suo “Istorica descrizione del Regno di Napoli diviso in docedi provincie etc…”. L’Alfano a p. 117 ci parla della Provincia di Principato Citeriore o di Salerno e a p. 114, in proposito scriveva che: “Terra sopra una roccia di pietri vive, d’aria bassa, Diocesi di Policastro, etc…Il suo titolo di Baronia è di Gallotti.”. L’Alfano, a p. 111 scrive la stessa cosa di Battaglia. Dunque, la baronia era di Casaletto e di Battaglia. Il Guzzo però parlando del casale di Tortorella, a p. 202, in proposito scriveva pure che: “Dalla famiglia Caracciolo il feudo passò al marchese di Misuraca, Troiano Spinelli, il quale, nel 1555, lo vendette a Giovanni Antonio Ricca. Da questi passò ai Gallotti, poi agli Oferio etc…”. Dunque, i Gallotti erano stati anche baroni di Tortorella. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Tortorella”, vol. II, a p. 678, in proposito scriveva che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carafa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti, etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava: “(21) Tancredi, Il Golfo di Policastro, cit., p. 72”. Infatti, Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, a p. 73, in proposito scriveva che: “Il palazzo bastionato dei Baroni Gallotti, dominante da una piccola altura il caseggiato di Battaglia, fu costruito nel Cinquecento. La via “Rupazzi” collegava Casaletto con Tortorella.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti era uno dei quatro figli del barone Mario Gallotti. Il barone Mario Gallotti morì il 14 gennaio 1768 e gli successe il figlio Mario Antonio Gallotti che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778. In seguito, la baronia dei Gallotti “avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Dunque, in seguito alla morte di Mario Antonio Gallotti, successe il figlio Mario Gallotti, il quale aveva quattro figli, tra cui il nostro don Giovanni Gallotti. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Casaletto Spartano e di Battaglia, a p. 216, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Gallotti per la somma di 3260 ducati, mentre Scipione Gallotti già possedeva, nel territorio il casale di Tornito. Successivamente, per rinuncia di Carlo, la baronia passò al figlio Mario Gallotti, che la possedette fino alla morte, avvenuta il 14 gennaio 1768. Gli successe il figlio Mario Antonio, che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778 (4). La famiglia Gallotti, avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Guzzo, a p. 216, nella nota (3) postillava: “(3) L. Giustiniani, Dizionario geografico etc.. – Op. cit., vol. III, p. 204”. Guzzo, a p. 216, nella nota (4) postillava: “(4) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Roma, 1982 – vol. I – pag. 550.”.

Casaletto, palazzo Gallotti

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti

Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Altre notizie sui Gallotti ci vengono da  Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…..Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Sempre sui Gallotti, il Bilotti ne parla nel capitolo dedicato al Fortino. Il Bilotti, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Etc…”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici. Le misure poliziesche contro elementi più progressisti o semplicemente sospettati, furono imponenti ed i migliori cittadini – nel campo dell’industria, delle arti o del pensiero- dovettero subire ignominiosi processi, montati dalla polizia e scontare conseguenti condanne in orribili bagni penali con i peggiori malviventi. Etc…”.

Nel 1857, i GALLOTTI, baroni di Sanza e di Morigerati, attendibili ma anche filoborbonici

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. Uno di essi è decurione, un altro è supplente giudiziario (entrambi hanno pratiche illecite), sicché “disgraziatamente le cariche vengono dalla detta famiglia occupate, perché oltre ai medesimi evvi d. Diomede Gallotti, figlio al supplente Sindaco e Consigliere distrettuale, e D. Gaetano 1° Eletto”. “Costoro – ribadisce in altro rapporto il sottointendente – che si arrogano il titolo di Baroni, non desiderano le cariche comunali che per esercitare un dispotismo tanto più nefando, in quanto gravita su una popolazione misera e bisognosa”. Le frodi a danno dell’amministrazione comunale, del Monte frumentario, e dell’intera popolazione erano fatti di dominio pubblico, e perciò sottoposti ad essere travisati ed esagerati con elementi fantastici. La realtà di essi però rimaneva, e non potè esimere l’autorità provinciale dall’adottare il provvedimento della destituzione del sindaco e del cancelliere comunale, del Primo Eletto d. Gaetano, nonché del decurione d. Francesco Gallotti il quale, perché si emendasse dei sui turpi vizi, fu per un breve periodo rinchiuso nel monastero di Sanza. Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.

Nel 1856, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti e la reazione borbonica

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici. Le misure poliziesche contro elementi più progressisti o semplicemente sospettati, furono imponenti ed i migliori cittadini – nel campo dell’industria, delle arti o del pensiero – dovettero subire ignominiosi processi, montati dalla polizia e scontare conseguenti condanne in orribili bagni penali con i peggiori malviventi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Policicchio, a p. 216, racconta pure che: “Achille de Nicolais, militare di riserva del 3° Reggimento Cacciatori della Guardia Reale, detenuto a Salerno per falsità in scrittura privata, a cominciare da maggio 1856, più volte, con insistenza, alle diverse autorità domandò d’essere con riservatezza ascoltato avendo da rapportare cose rilevanti. All’Intendente denunciò: – che le prigioni centrali di Salerno erano diventate il centro delle riunioni politiche, particolarmente dopo la liberazione di Stefano Passero; – che giornalmente i detenuti politici, tra cui il barone Gallotti di Sapri, si riunivano nella stanza del custode; – che stampa estera, proclami anche del Mazzini, corrispondenza degli “emigrati” Mazziotti e de Dominicis annunciante una prossima ribellione, veniva loro portata dallo stesso Passero e dal figlio di de Dominicis (50). In una delle richieste diceva che “un gran deposito di armi vi era nel Cilento, bisognante ad armare quella Nazione non appena scoppiata la rivoluzione, e mettere in libertà tutti i carcerati”. Il de Nicolais, temendo per la vita, chiese di essere trasferito a Napoli. Una sì fatta deposizione doveva sommariamente giungere al Commissariato Provinciale di Polizia che, il 23 gennaio 1857, così concluse (51): “il de Nicolais ha sempre avuto per abituale occupazione nella sua prigionia quella d’inventar fandonie, esposte ai superiori, e forse anche per farsi giuoco della stessa col mantenerle in continuo esercizio per essere tradotto da un carcere ad un’altro, per vendicarsi con qualche detenuto o custode”. Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbrcciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”.

Il barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, proprietario della taverna del Fortino che ospitò Garibaldi ?

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane.

CARLO PISACANE E LA SPEDIZIONE DI SAPRI

Pisacane, duca di San Giovanni (Napoli, 22 agosto 1818 – Sanza, 2 luglio 1857), è stato un rivoluzionario e patriota italiano, di ideologia socialista libertaria e di orientamento federalista d’impronta proudhoniana. Partecipò attivamente all’impresa della Repubblica Romana, assieme a Giuseppe Mazzini, Goffredo Mameli e Giuseppe Garibaldi, ma rimase particolarmente celebre per aver guidato il fallimentare tentativo di rivolta nel Regno delle Due Sicilie nel regno di re Ferdinando II, che ebbe inizio con lo sbarco sulla spiaggia dell’Oliveto, vicino Sapri, quasi di fronte all’attuale Cimitero di Sapri che all’epoca si trovava nel tenimento di Vibonati. Il tentativo di Pisacane diretto a Sapri fu represso nel sangue a Sanza. Il 25 giugno 1857, a Genova, Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari. Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici, per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì con Pisacane, i suoi compagni e i detenuti liberati e muniti delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano, anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato lo sbarco, descritto come opera di una banda di ergastolani e delinquenti comuni evasi dall’isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula, vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.

ritratto di Pisacane di Domenico Morelli

(Fig….) Ritratto di Carlo Pisacane di Domenico Morelli esposto al Museo del Risorgimento di Roma

Nel 28 giugno 1857 “La spedizione di Sapri” dei “Trecento” di Carlo Pisacane

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Nove anni più tardi, nasce a Genova, in un’ambiente mazziniano, l’idea voluta da Mazzini, Fabbrizi, Fanelli e Nicotera, di una spedizione rivoluzionaria antiborbonica. D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri…..Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione bibliografica ma quello che ancora oggi risulta essere lo studio storico più completo ed attendibile è “La Spedizione di Sapri” di Leopoldo Cassese, pubblicato da La Terza (166), basato principalmente sullo studio delle fonti giudiziarie dei processi che in seguito agli avvenimenti i tribunali borbonici intentarono contro i superstiti. Noi riferiremo i fatti svoltisi a Sapri (167). Purtroppo la ‘Spedizione di Sapri’ nacque male, perchè liberando alcuni detenuti politici a Ponza, vennero liberati molti detenuti comuni, per cui si era sparsa la voce che sarebbe sbarcata una banda di delinquenti, consentendo alle autorità di aizzare le umili popolazioni contro Pisacane. Per tal motivo molti si unirono alle truppe Regie quando fu il momento di combattere, attirati anche dalla promessa di ricompense in danaro, che poi effettivamente furono date; alla popolazione di Sanza 2000 ducati e a quella di Torraca 300 ducati poi ridotti a 30 (168).”. Nella mia nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Nella mia nota (166) postillavo che: (166) Cassese L., La Spedizione di Sapri, Bari, La Terza, 1969.”. Nella mia nota (167) postillavo che: (167) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano Cesare, Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Nasce a Genova, in un’ambiente mazziniano, l’idea voluta da Mazzini, Fabbrizi, Fanelli e Nicotera, di una spedizione rivoluzionaria antiborbonica. D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri. Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (….). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione bibliografica ma quello che ancora oggi risulta essere lo studio storico più completo ed attendibile è “La Spedizione di Sapri” di Leopoldo Cassese, pubblicato da La Terza (…), basato principalmente sullo studio delle fonti giudiziarie dei processi (….) che, in seguito agli avvenimenti, i tribunali borbonici intentarono contro i superstiti (….). Purtroppo la ‘Spedizione di Sapri’ nacque male, perchè liberando alcuni detenuti politici a Ponza, vennero liberati molti detenuti comuni, per cui si era sparsa la voce che sarebbe sbarcata una banda di delinquenti, consentendo alle autorità di aizzare le umili popolazioni contro Pisacane. Per tal motivo molti si unirono alle truppe Regie quando fu il momento di combattere, attirati anche dalla promessa di ricompense in danaro, che poi effettivamente furono date; alla popolazione di Sanza 2000 ducati e a quella di Torraca 300 ducati poi ridotti a 30 (….). Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Trecentoventitre de’ relegati salirono a bordo; di altro numero non era capace la nave; e fu forza abbandonarli, dando voce che si tornerebbe a prenderli. Il Cagliari lasciò l’isola la notte del 27. E a bordo di esso Pisacane ordinò gli uomini in tre compagnie, nominò gli uffiziali; diè le istruzioni e le armi; prese gli ultimi concerti.”.

piroscafo

(Fig…..) Il piroscafo ‘Cagliari’, utilizzato da Carlo Pisacane per la sua storica impresa  

Ruggero Orlando (…), nel 1935, nel suo “Pisacane” scrisse della Spedizine di Sapri, a p. 117 e ssg. ed a p. 135, in proposito scriveva che: “La sera di domenica, 28 giugno, il ‘Cagliari’ sostava a ridosso di un promontorio, presso la baia di Sapri, a notte, i rivoltosi scesero a terra. Fu gridata la parola d’ordine: ‘Italia degli Italiani’. Il grido fu ripetuto intorno a una casetta prescelta per l’appuntamento, ma non si ebbe risposta alcuna. Le inchieste giudiziarie e le ricerche degli storici nei mesi e negli anni successivi misero in evidenza la responsabilità, le leggerezze, gli equivoci, l’affrettata preparazione e le fallaci illusioni dei rivoluzionari; ma la notte di quella domenica sera, 28 giugno, vigilia della festa di San Pietro, sotto il cielo e al cospetto del mare di Sapri altro non v’era che la tristezza e lo sgomento di una tremenda delusione. Ad aspettarli non c’era nessuno. Pisacane, Nicotera, Falcone e gli altri provenienti da Genova erano ventuno, più alcuni relegati politici imbarcati a Ponza: il nucleo animatore era di una trentina di uomini in tutto. Gli altri erano delinquenti comuni, galeotti, avanzi dei tribunali civili e militari. Molti fuggirono subito, dandosi a ruberie o cercando la via dei propri paesi.”. Orlando, a p……, in proposito scriveva pure che: “Amiamo la memoria dell’eroe dagli occhi azzurri, dalle spoglie mortali disperse come quelle di Manfredi: non esiste la sua tomba contrassegnata dall’antica arma gentilizia “d’azzurro alla sbarra d’oro accompagnata in capo da tre stelle di sei raggi dello stesso, ordinate in banda ed in punta da un cane d’argento con la testa rivoltata”; la sua stirpe è estinta; etc…”. Ruggero Orlando (…), nel 1935, nel suo “Pisacane” scrisse della Spedizine di Sapri, a p. 137 e ssg. ed a p. 135, in proposito scriveva che: “Il console inglese Barbar stendeva al suo governo un dettagliato rapporto della situazione, pienamente confermato da indagini e da documenti raccolti successivamente e soprattutto dagli eventi di qualche anno dopo: “A giudicare da interviste che ho avuto con esponenti del partito liberale, dai sentimenti che per quanto a me consta animano in genere tuta la nazione, nonchè dal dubbioso stato d’animo prevalente dell’esercito, io ritengo che, essendo ormai spiazzata la scintilla, tutto il paese andrà in fiamme; prevedo che un attacco come questo, d’un’audacia senza precedenti, compiuto contro delle prigioni principali, di pieno giorno, vicino Gaeta, sotto gli occhi stessi del re, deciderà il popolo a ricorrere alle armi pur di liberarsi di quest’oppressivo governo.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a pp. 80-81, in proposito scriveva che: “Eccoli il 28 a Sapri. Nessuno entusiasmo, nessuno amico, nessuna guida: paura o segreto animo ostile in una terra, ove un prete Peluso aveva dominato trent’anni scherano dei Borboni, manigoldo agli onesti. Di buon mattino mossero per la prossima valle di Diano e di Padula; toccarono Torraca, Casalnuovo, il Fortino; non ebbero eco i loro passi, nessun senso le calde parole di patria  di libertà. Traevano a Padula, ove grossa mano di amici armati sarebbero ad aspettarli, etc…La potenza del prete Peluso, e il cadavere sanguinolento e vendicativo del povero Carducci erano esca antica e memoria presente alla fantasia di quei miseri popoli; che troppi, in breve spazio di tempo, ebbero visto ad iniqui scempii di popoli succedere tramutamenti di fortuna meravigliosi, ed allo scempio del diritto il favor dei regnanti.”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, a pp. 61-62, in proposito scriveva che: These brave fellows, because conquered, are buried in the vaults of Favignana. Yet the cause, the undertaking, the audacity was the same….The first honours are due to Pisacane. He led the way and these brave fellows were our pioneers. Their leater, Nicotera, who ad been Pisacane’s lieutenant, was sent etc..”, che tradotto significa: Questi coraggiosi, perché vinti, sono sepolti nelle volte di Favignana. Eppure la causa, l’impresa, l’audacia erano le stesse… I primi onori sono dovuti a Pisacane. Ha aperto la strada e questi coraggiosi sono stati i nostri pionieri. Il loro capo, Nicotera, che era stato luogotenente di Pisacane, è stato inviato ecc..”. Treveljan, a p. 61, nella nota (2) postillava: “(2) The Sapri expedition. See Garibaldi and the Thousand, p. 68-70”. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille), a p. 68-70, in proposito scriveva che: “….

Nel 18 febbraio 1857, la lettera di Ajossa a Gaetano Fischetti, giudice regio di Vibonati

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “III. Da Sapri a Sanza…..E poiché la nave bordegiava a rilento, come volesse attendere la notte, il solerte giudice si insospettì, tanto più che l’intendente della provincia, Luigi Ajossa, con la sua lettera riservata del 18 febbraio ’57 lo aveva invitato a vigilare attentamente se qualche legno inglese effettuasse segnalazioni con i paesi rivieraschi. Si aggiunga che un mese prima dell’invasione apparvero sui muri delle abitazioni di Sapri etc…(2).”. Cassese, a p. 51, nella nota (2) postillava: “(2) Gabinetto dell’Intendenza, B., 77, fascicoli intitolati: “Sul voluto arrivo della corvetta inglese Malacca” e “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”; ibid., B. 76: “Voci allarmanti per l’arrivo del figlio di Murat”. Cfr. anche G. Fischetti, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5 sgg.”.

Nel 27 giugno 1857, Sapri, il giorno prima dello sbarco

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – oggi povera borgata surta dove già ‘Scidro’ o ‘Sipro’, città che fu della Magna-Grecia, – e che tornerà nel non lontano avvenire alla grandezza di città, quando un porto sarà scavato nella quiete sue piagge ai commerci di quelle, oggi affatto inapprodabili, coste del Tirreno. La rada, nappo di acque se non amplo, tranquillo, s’ingolfa con purissima linea entro due colli, e di mezzo alla rada un seno entro terra s’incurva, natural porto nell’avvenire, oggi come in tutta quanta la spiaggia disagevole approdo. Gli ultimi poggi dell’Appennino chiudono da presso l’orizzonte di quella rada; dai quali dirompe un torrente, povero di acque, ricco di ghiaie, che di suoi lenti e secolari depositi ha creato il ripiano, ove tra lietissimi ulivi siede Sapri novella; e tra essi serpeggia. Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione.Nell’introdurre l’avvenimento dello storico sbarco a Sapri, il Racioppi ci parla di Sapri, accennando ad alcune notizie di natura storica, ci parla dell’ampiezza e capacità importante della sua baia, porto naturale e luogo di approdo privilegiato che ai suoi tempi era diventato per i commerci marittimi. Il Racioppi ci parla anche del Torrente Brizzi e dei detriti collinari che nei secoli scendendo a valle hanno modificato la linea di costa spostando la spiaggia più verso l’esterno.  Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 continuando il suo racconto scriveva che: “…e non conveniva quindi ritardare la Spedizione, si rinunciò al Cilento e si fissò diffinitivamente Sapri, punto strategico per la vicinanza alla Basilicata, ed opportuno perchè dava facile e diretto accesso al Vallo di Diano dove si aveva ragione di riporre larghe speranze. Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula da Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio etc…”. Michele Lacava (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “Compiuto brillantemente questo audacissimo colpo di mano, si imbarcarono sul Cagliari in numero di 457; così divisi: relegati evasi da ponza 400 (2); equipaggio del Cagliari 32; patrioti congiurati 25. Furono divisi in tre compagnie etc…. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”.  Nell’introdurre l’avvenimento dello storico sbarco a Sapri, il Racioppi ci parla di Sapri, accennando ad alcune notizie di natura storica, ci parla dell’ampiezza e capacità importante della sua baia, porto naturale e luogo di approdo privilegiato che ai suoi tempi era diventato per i commerci marittimi. Il Racioppi ci parla anche del Torrente Brizzi e dei detriti collinari che nei secoli scendendo a valle hanno modificato la linea di costa spostando la spiaggia più verso l’esterno. Il generale W. Rustow (….), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, a p. 283, in proposito scriveva che: “Delle città della Basilicata non accenneremo che la Potenza con 10.000 abitanti, e Lagonegro sulla strada consolare, che ivi si avvicina molto al mare, per indi spostarsene di nuovo nel Principato. Lagonegro è unito con una buona strada nuova col mare presso il già celebre porto di Sapri adesso piccolo ma pur sempre buono. Sapri stà in parte sulle rovine di Vibona antica città romana, nota da ultimo per la funesta spedizione di Pisacane ivi sbarcato nel 1857. Esso giace giù nel Principato Citeriore dove trovasi le altre città di Padula, Sala, Diana, etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 51, in proposito scriveva che: “Si aggiunga che un mese prima dell’invasione apparvero sui muri delle abitazioni di Sapri vari cartelli con la scritta: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli”. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana”; e per di più si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (2).”. Cassese, a p. 51, nella nota (2) postillava: “(2) Gabinetto dell’Intendenza, B., 77, fascicoli intitolati: “Sul voluto arrivo della corvetta inglese Malacca” e “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”; ibid., B. 76: “Voci allarmanti per l’arrivo del figlio di Murat”. Cfr. anche G. Fischetti, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5 sgg.”.

Nel 27 giugno, 1852, Vincenzo Peluso, Capourbano di Sapri e nipote del famigerato prete era fuggito da Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Leopoldo Peluso che era capourbano e l’altro, Vincenzo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo giudato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”.

Nel 28 giugno, 1852, LEOPOLDO PELUSO, Sindaco di Sapri e nipote del famigerato prete

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….di là passarono, sempre gridando, alla casa del sindaco d. Leopoldo Peluso, che era fuggito come gli altri dal paese, perché, essendo congiunto del prete uccisore del Carducci vedeva la sua vita più in pericolo di tutti. Vi furono pochi colpi di scure al portone ed il solito tentativo di appiccare il fuoco (19).”. Cassese, a p. 55, nella nota (19) postillava: “(19) B. 197, vol. IX.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci.

Nel 27 giugno 1857, a Sapri, il giorno prima dello sbarco dei “Trecento” a Sapri, alcuni erano già fuggiti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo (165).”. Nella nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Un mese prima dello sbarco, apparvero sui muri di Sapri delle scritte come: “Muora il tiranno Ferdinando II. Viva Luciano Murat re di Napoli. Viva il governo francese. Viva la repubblica napoletana” e si erano viste in circolazione monete di oro e di argento con l’effige di Luciano Murat e con la leggenda ‘Lucien Murat’ nel recto e ‘Roi de Naples’ al tergo ……..Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa.”. Infatti, il giorno prima dello sbarco, il 28 giugno, alcuni realisti di Sapri, avendo avuto sentore dell’arrivo di Pisacane fuggirono sulle montagne vicine raggiungendo i nascondigli già usati in occasione dei moti del ’48. Dagli atti dei processi emerge che i “trecento” di Pisacane si recarono presso le residenze di Giuseppe Magaldi e del Sindaco di Sapri o Capourbano, Leopoldo Peluso ma essi erano fuggiti. Risultò introvabile anche il nipote del Sindaco, Annibale, che si erano machiati di orrendi delitti nei moti del ’48. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, in proposito così scrivevo che: I rivoltosi…Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito.”. Nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc..”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 186 continuando il suo racconto scriveva che: Non trovarono che tenebre e solitudine, mentre non pareva che a Sapri non vi dovessero essere dei partigiani della rivoluzione, giacchè otto giorni prima dello sbarco si eran rinvenuti nella marina dei cartelli con la scritta: “Armatevi, chè la rivoluzione è vicina”. Bilotti, a p. 195, in proposito scriveva pure che: “Era invece atteso lo sbarco Murattiano, tanto che all’arrivo di Pisacane qualcuno esclamò: “Viva Murat”, e la voce si dovette subito coprirla col grido: “Viva l’Italia”. E che in favore del Murattismo si fosse fatta discreta propaganda in quei luoghi, si desume dal fatto che nel mese di maggio in sei diversi punti di Sapri si erano rinvenuti cartelli con la scritta: “Muoia il tiranno Ferdinando II. Viva luciano Murat Re di Napoli. Viva il Governo francese”; e nel tempo medesimo si erano vedute girare in Sapri, come in Napoli ed in Salerno, alcune monete di oro e di argento con l’effige del pretendente francese e la leggenda: ‘Lucien Murat, Roi de Naples’ (1).”. Bilotti, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri, – p. 6.”. In quel periodo e nei mesi precedenti furono diversi i segni che misero in allarme le autorità già da molto tempo prima. Infatti, il Bilotti, a p. 48, in proposito scriveva che: “Le preoccupazioni crebbero poi nel febbraio del 1857 in conseguenza dell’arrivo di una fregata inglese denominata “Malacca” della cui venuta nelle acque del golfo salernitano non si conosceva il motivo, e più ancora perchè in data 18 di quel mese l’intendente aveva mandata ai giudici regi, dei circondari posti lungo la intiera costa, la seguente circolare ordinatagli dalla direzione della polizia: “Laddove pervenisse nelle acque del litorale di sua giurisdizione qualche legno inglese etcc…La nave inglese si era fermata presso Pesto, ponendosi in panno alla cappa per mantenersi in pareggi e con una lancia avea messo a terra sei uomini armati di fucile….La preoccupazione era grande etc…E poichè quella fragata aveva tirato molti colpi a palla ed a mitraglia verso mare ed il capitano che era sceso a terra con gli altri armati, interrogato, aveva risposto che “trattavasi di un semplice simulacro di guerra”, le preoccupazioni aumentavano, etc….All’alba del giorno seguente il legno apparve ad Agropoli ed ivi produsse maggiore allarme, perchè lentamente procedendo e poi ritornando lungo le marine del Cilento, pareva cercasse ora e luogo opportuni per operare uno sbarco. Etc…”. Oltre a questi episodi, il Bilotti racconta che la Spedizione di Sapri era già da tempo decisa ed oltre al Pisacane vi doveva partecipare anche Giuseppe Garibaldi. Il Bilotti racconta che fu il Mazzini ad organizzare il tutto e che la prima volta la spedizione che doveva partire il 13 dovette saltare e quei preparativi avevano messo in allarme le autorità borboniche già da diverso tempo. Bilotti, a p. 67 in proposito scriveva: “Il ritiro di Garibaldi, il rifiuto di Cosenz, lo scoraggiamento di Medici che pur accettando di essere il tesoriere del fondo peri 10.000 fucili, etc..”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “Compiuto brillantemente questo audacissimo colpo di mano, si imbarcarono sul Cagliari in numero di 457; così divisi: relegati evasi da ponza 400 (2); equipaggio del Cagliari 32; patrioti congiurati 25. Furono divisi in tre compagnie etc….Giungono a Sapri alle 8 della sera del 28 giugno, sbarcarono la notte, e la mattina seguente alle ore 8 a. m. abbandonano Sapri e si rivolgono verso Torraca, ove giungono alle ore 10 a. m. etc…”. Il Lacava, a p. 180, nella nota (2) postillava: “(2) il numero esatto deli sbarcati a Sapri varia nei diversi autori che hanno scritto di questa spedizione. Noi abbiamo seguito il Fischietti, che da lo stato nominativo dei seguaci di Pisacane, e che trova conferma in diversi documenti.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: In realtà molti non volevano tele “mamma”, per i molteplici motivi che abbiamo già esposto, ed in seguito all’allarme dato dal Fischetti erano fuggiti (12) o si erano barricati in casa.. Fusco, a p. 288, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. cap. V, n. 35.”. Fusco, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i realisti (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti: La Spedizione ecc., cit., p. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS., P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. cc. 75 ss.).”.

Nel 28 giugno 1857, gaetano Fischetti, giudice regio del mandamento di Vibonati, prima a S. Cristofaro e poi a Sapri, l’arrivo e l’avvistamento della nave ‘Cagliari’ nel golfo di Policastro, che da Ponza trasportava Pisacane ed i suoi Trecento

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “Mentre tutto ciò si disponeva dai capi e dai principali patriotti, il piroscafo prendeva le acque di Sapri e si fermava, per non mettersi in vista, dietro un piccolo promontorio tra quella baia e la spiaggia detta dell’oliveto, sul limite del tenimento di Vibonati, per trattenervisi, come fece, fino all’ora fissata per lo sbarco. I primi a scoprirlo furono un tale Infranzi che suppliva il controlloro del distretto con residenza in Capitello (Ispani) e che si affrettò di spedire avviso al posto doganale perchè stesse in guardia, ed il signor G. Fischietti, giudice regio in Vibonati, il quale per ragioni di servizio si trovava in San Cristofaro in compagnia di tal D. Gennaro Campano. Il Fischietti che già da tempo aveva, come tutti gli altri suoi colleghi, avuto l’ordine di sorvegliare le coste, appena accortosi del legno estero, si fece accompagnare da un capitano mercantile e salì alla sommità del colle S. Cristoforo per distinguere meglio. Riunitisi in Capitello, egli e l’Infranzi, decisero di recarsi subito in Sapri per conoscere meglio da vicino di che si trattasse, e seguiti dal sostituto cancelliere D. Gioacchino Giffoni, dal commesso D. Saverio Cangiano, montarono in una piccola barca. Presso porto di Sapri però si accorsero che il legno estero muoveva loro incontro con l’evidente fine di investirli, sicchè temendo di venir sommersi, volsero la prora verso la riva e a forza di remi raggiunsero presto la spiaggia delle Camerelle, saltando a terra sollecitamente. Il loro sbarco fu salutato da un colpo di boccaccio partito dal vapore il quale per non dare in secco si era avvicinato solo fino a due tiri di pistola dalla spiaggia (1). Da Camarelle l’Infranzi si recò al posto doganale; il giudice Fischietti corse a Sapri, dove gli riuscì di raccogliere subito una trentina di urbani ai quali inculcò di prestare giuramento di fedeltà al Re, e fece coraggio perchè “affrontassero con fierezza i male intenzionati”. Bilotti, a p. 182, nella nota (1) postillava che: “(1) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore gen.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno….Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona.”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li  mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa degli eredi Stoppelli. (169).”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Il giorno dell’arrivo della nave di Pisacane, il regio giudice di Vibonati, Fischetti, era in missione a San Cristofaro, oggi San Cristoforo. Di là si ha una spettacolare visione del Golfo. A Fischetti non interessava la bellezza della veduta, ma una nave che nelle ore pomeridiane doppiava la Punta dei Rinfreschi (limite del Golfo verso tramonto), e andava avanti molto lentamente. Noi sappiamo perchè: non voleva arrivare a Sapri prima del buio. Fischetti vide immediatamente che questa nave non era un peschereccio, né il postale di Scario, ma la nave veniva di proposito, perchè Fischetti aspettava una promozione, e, quindi, occorreva dimostrarsi zelante. (Lo sappiamo dai ricordi che Fischetti pubblicò nel 1877). Egli corse giù alla spiaggia di Capitello, prese una barca della Dogana e seguì la nave. Visto l’approdo e lo sbarco di centinaia di uomini, corse a Sapri, avvertì i cattadini (anzi i sudditi e le autorità), e raccomandò a tutti di ritirarsi a Tortorella, fortezza naturale e facilmente difendibile. Il giorno dopo si vedrà con quale effetto. Sapri apparteneva alla sua giurisdizione.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: “Durante la notte il giudice Fischetti l’aveva preceduto, spargendo le stesse voci, come a Sapri. Poi tornò precipitosamente a Capitello, dove funzionava il telegrafo ottico, e all’alba inviò telegrammi al inistero di Grazia e Giustizia (che non c’entrava ma era utile ai fini della promozione), alla Polizia, all’Intendente della Provincia; oggi l’Intendente si chiama Prefetto, ma i suoi poteri non sono così ampi. Questo posto telegrafico, lo si vede ancora oggi a Capitello. Sopra l’abitato è una torre molto massiccia che gli abitanti chiamano Torre Normanna. Fu costruita mezzo millennio dopo l’occupazione normanna, da Filippo II, Re di Spagna, su piani di suo padre Carlo V, l’imperatore “nel cui regno il sole non tramontava”, e quando finì il pericolo saraceno, abbandonata. Sotto Gioacchino Murat c’era da temere un colpo di mano Inglese e le torri furono alzate e munite di cannoni, per tener la spiaggia sotto controllo. Le segnalazioni erano simboliche, come si usava fra le navi, prima dell’introduzione della telegrafia senza fili. Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a pp. 71-72, in proposito scriveva che: “Quella domenica sera (e la notte e la giornata seguente) la figura centrale della prima fase della spedizione fu il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, il quale vent’anni dopo si improvvisò pure storico scrivendo una memoria (3) sugli eventi. Per primo avvistò il Cagliari dalla collina di San Cristoforo, ne spiò le mosse, corse a Sapri a dare l’allarme e allertò tutti gli urbani che poté per impedire lo sbarco dei ‘rivoltosi (4), inviò messaggi ai capiurbani della zona, si portò (o fuggì ?) a Torraca etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: “Trecentoventitre de’ relegati salirono a bordo; di altro numero non era capace la nave; e fu forza abbandonarli, dando voce che si tornerebbe a prenderli. Il Cagliari lasciò l’isola la notte del 27. E a bordo di esso Pisacane ordinò gli uomini in tre compagnie, nominò gli uffiziali; diè le istruzioni e le armi; prese gli ultimi concerti. XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – oggi povera borgata surta dove già ‘Scidro’ o ‘Sipro’, città che fu della Magna-Grecia, – e che tornerà nel non lontano avvenire alla grandezza di città, quando un porto sarà scavato nella quete sue piagge ai commerci di quelle, oggi affatto inapprodabili, coste del Tirreno. La rada, nappo di acque se non amplo, tranquillo, s’ingolfa con purissima linea entro due colli, e di mezzo alla rada un seno entro terra s’incurva, natural porto nell’avvenire, oggi come in tutta quanta la spiaggia disagevole approdo. Gli ultimi poggi dell’Appennino chiudono da presso l’orizzonte di quella rada; dai quali dirompe un torrente, povero di acque, ricco di ghiaie, che di suoi lenti e secolari depositi ha creato il ripiano, ove tra lietissimi ulivi siede Sapri novella; e tra essi serpeggia.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “III. Da Sapri a Sanza. Sull’imbrunire del 28 giugno, dopo una giornata di navigazione durante la quale si corse pericolo di incappare nella squadra navale napoletana (1), il Cagliari giunse in vista del golfo di Policastro, la cui punta più avanzata nel mare, verso occidente è il capo di Infreschi. Appena doppiato questo, si presenta una teoria di digradanti colline dalle quali si affacciano S. Giovanni a Piro, Policastro, Ispani con la marina di Capitello, Vibonati e, più a sud, in una breve insenatura, Sapri, che dista dodici miglia circa in linea retta dalla punta degli Infreschi. Una nave che spunti da tale capo cade quindi subito in vista di chi guardi da uno di codesti paesi. Fu perciò facile al regio giudice di Vibonati, Gaetano Fischetti, scorgere il Cagliari dal villaggio di S. Cristofaro presso Ispani, dove si trovava per ragioni di servizio. E poiché la nave bordegiava a rilento, come volesse attendere la notte, il solerte giudice si insospettì, tanto più che l’intendente della provincia, Luigi Ajossa, con la sua lettera riservata del 18 febbraio ’57 lo aveva invitato a vigilare attentamente se qualche legno inglese effettuasse segnalazioni con i paesi rivieraschi. Si aggiunga che un mese prima dell’invasione apparvero sui muri delle abitazioni di Sapri etc…(2).”. Cassese, a p. 51, nella nota (2) postillava: “(2) Gabinetto dell’Intendenza, B., 77, fascicoli intitolati: “Sul voluto arrivo della corvetta inglese Malacca” e “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”; ibid., B. 76: “Voci allarmanti per l’arrivo del figlio di Murat”. Cfr. anche G. Fischetti, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5 sgg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Il Fischetti, dunque, ebbe fondati motivi per mettersi in allarme e per scendere sollecito dai monti di S. Cristofaro giù alla marina di Capitello, dove, appena giunto, ontò insieme ad altri impiegati del posto sulla scorridora doganale e si mise a seguire il Cagliari a rispettosa distanza per spiarne le mosse. Erano le otto di sera quando la nave gettò l’ancora in località detta ‘Spiaggia dell’Oliveto’ in tenimento di Vibonati, distante mezzo miglio circa dal confine del tenimento di Sapri e un miglio e mezzo dall’abitato di quest’ultimo paese (3).”. Cassese, a p. 52, nella nota (3) postillava: “(3) V. in B. 197, vol. I, c. 197, il verbale del sopralluogo effettuato dal procuratore Pacifico insieme con esperti nautici per assodare il punto preciso in cui approdò il Cagliari.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno….Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”.

Nella domenica del 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo la testimonianza dei due domestici di Pisacane, salvatisi, arrestati e resa davanti all’Aiossa 

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, a pp. 204-205, in proposito scriveva che: “Interrogatorio di Antonio Ventorino e Domenico Catapano domestici ed attendenti di Pisacane (1). L’anno 1857 il giorno 4 luglio alle ore 5, ed un quarto p.m. Noi Comm. Luigi de’ Marchesi Aiossa Intendente della Provincia di Principato Citra, assistiti dal Capo del Gabinetto sig. Condò. Essendo arrivati da Sala i due arrestati che facean parte dell’orda sbarcata in Sapri, e volendone ricevere l’interrogatorio, etc…Entrato il primo di essi, …Antonio Venturino figlio della fu Fortuna, e di Padre incerto, di ani 36, nato in Napoli, di professione cocchiere. Come sorvegliato di Polizia, etc…Appartenente alla classe dei cosiddetti Camorristi, fin dal suo primo arrivo a Ponza, etc….(p. 206)….Degli individui della compagnia di punizione che appartenevano la maggior parte degli associati alla banda, è di circa un centinaio per reati Viaggiarono dalle 3 e mezzo della sera di sabato, fino a circa le 23 ore della giornata di domenica, quando arrivarono al paese in cui poi sbarcarono, dalle ore 23 fino ad un’ora di notte il legno bordeggiò nelle vicinanze di Sapri; verso quest’ora cominciò la gente a scendere, e finì il disbarco verso le ore 4 di quella notte. Come furono tutti sbarcati si trattennero per poco nel bosco, e quindi cominciarono a marciare: quelli che erano partiti da Ponza andavano innanzi, i forestieri chiudevan la marcia; serbano tutti un silenzio perchè ciò si era ordinato da’ capi dell’orda. Nel mattino dopo due o tre ore da che il giorno era comparso, entrarono in Sapri, suonarono le campane a gloria, perchè ricorreva la festività de’ SS. Pietro e Paolo. Non incontrarono che pochissima gente, perchè tutti erano fuggiti, e presero un vecchio, e lo volevano uccidere, perchè diceano che era stato l’uccisore di Carducci, ma le preghiere che vennero ad essi dirette, vennero a licenziarlo. Da Sapri andarono ad altro paese di cui si ignora il nome, dove non trovarono che pochissima gente, come nell’altro paese, perchè tutti erano fuggiti; elevavano le grida sediziose, cioè che avevano fatto eziando in Sapri, un’ora, andarono via. Si diressero quindi al fortino; precisamente al luogo ov’è la taverna. In quel punto i Capi comprarono quattro Castrati, e 49 pani, ognuno di un rotolo, e se ne divideva uno fra sette persone. Dal Fortino si avviarono al paese in cui ebbe luogo nel seguente mattino il conflitto; il sedicente Generale, etc…etc…Antonio Ventorino (p. 209)….Interrogatorio Catapano….Nel corso del giorno di Domenica esso era addetto a servire il Capo de’ ribelli sedicente Generale. Ad un’ora e mezzo di notte arrivati a Sapri cominciarono a sbarcare; finito lo sbarco rimasero appiattati in quelle boscaglie, e nel mattino si diressero verso il Pese di Sapri, di là andarono a Torraca, e fu allora che seppero quali erano le vedute de’ ribaldi. I Paesi di Sapri e di Torraca erano deserti, in Sapri i rivoltosi andavano in cerca della famiglia Peluso che volevano ammazzare, ed in Torraca si abbracciarono con un falegname che era un solo che vi si trova nel Paese. Da Torraca si diressero al così detto Fortino, ed ebbero Pane e Carne, ma nella quantità di non eccedere l’importo di un tornese. Mentre erano nel Fortino vi arrivava un Barone che se non erro era di cognome Gugliotti, o Gallotti, accompagnato da un vecchio, e dissero entrambi che si fossero avviati perchè li avrebbero raggiunti. Etc…”. Nell’interrogatorio, il Catapano parlando del Fortino accennava al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti e dei suoi due figli. 

Nel 2 luglio 1857 in Sala, l’interrogatorio di Luciano Marino

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a pp. 211-212, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala……Nella sera de’ 28 a circa mezz’ora di notte approdammo in un punto della marina di questa Provincia che intesi chiamarsi Sapri. Ivi sbarcati ci fecero rimanere in quella spiaggia, e Pisacane e Nicotera con una decina di esteri si diressero nel paese dicendo che dovevano avere nelle mani un tal Peluso, che nel 1848 aveva fatto uccidere il noto Carducci, non ché i parenti, cioè un Capo urbano e gli altri impiegati. Ritornati dopo un’ora o più condussero carcerato un vecchio con mustacchi e con un occhio guercio. Portarono un cappotto, e se non erro delle armi che dissero aver preso in un posto Doganale di quelle vicinanze. Nel seguente mattino 29 giugno entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare come sopra giusta gli ordini de’ suddetti Capi, ed obbligammo quella gente di ripetere le grida, ma poco fummo corrisposti. Alcune donne a premura del Generale presentarono del pane, vino e formaggio che fu pagato. Mangiammo e subito si partì per l’altro paese che intesi chiamarsi Torraca. Quivi arrivati verso le ore 17 suonarono le campane a festa e vennero ad incontrarci una decina di galantuomini e Sacerdoti, i quali pieni di giubilo si insignirono di nocche tricolori al petto, come la maggior parte di noi altri andavamo, e gridarono con noi: “Viva l’Italia, Viva la Libertà, Viva la Repubblica”. Fecero delle cortesi esibizioni di viveri e quant’altro il Generale desiderava. Intanto fu somministrato da un un individuo, di anni 32 in 33 statura alta di condizione proprietario, del vino e taralli senz’aver voluto paga perché si mostrava molto confidente del Generale. Dopo circa un’ora di riposo proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sullastrada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore ventidue. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliato ed abbattuto la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che teneva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni, furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala ed altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio, e giunt’in Casalnuovo etc… (p. 215). D. – Essendo sbarcati in Sapri con chi si ebbe abboccamento da’ vostri capi tanto colà, che lungo la linea sino a Padula ? R. – Signore, da’ nostri Capi si diceva sempre che nel mettere piede a Sapri si trovavano pronti armi, munizioni, e più di mille individui che si sarebbero aggregati al nostro partito per promuovere la interna rivoluzione del Regno; che in Padula etc…In Sapri non mi accorsi se alcuno ebbe abboccamento con il Generale o altri Capi. In Torraca vi furono quei pochi come sopra che ci animarono a proseguire il viaggio. Al Fortino venne a conferire col Generale e diede le stesse prevenzioni a noi quel vecchio indicato, e fors’il figlio che io riconobbi perch’era stato con me detenuto nella Vicaria per imputazione politica. In Casalnuovo fummo incoraggiati da uno di Torraca che si spacciava per medicastro, e che aveva medicato la mano del compagno Colacicco. Egli aveva l’età di 34 in 35 anni, di statura piuttosta lata, barba nera, folta. Diceva che era fuggito da Torraca perché i realisti volevano ucciderlo, e che dietro grazia Sovrana si era ritirato e stava in Casalnuovo alla piazza.”.        

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo i foglietti trovati nel portafogli di Pisacane spiegati da Nicotera a Pacifico

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Stranamente il Cassese scrive del Proclama di Pisacane ma non scrive che esso si trovava nel portafogli di Pisacane ritrovato a Padula. Cassese, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti:’ Giunti a Sapri alle 8 di sera. Terminato lo sbarco alle 10. Su di una spiaggia alla destra di Sapri guardando il mare. Quindi si cambiò fronte, e si marciò in Sapri. Bivaccammo la notte innanzi Sapri. Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Cpourbano Pelosi per ammazzarlo. Tutti erano fuggiti, si guadagnarono sette o otto pessimi fucili tolti agli urbani. La mattina alle 4 abbiamo potuto avere dei viveri pagandosi e mangiato un pezzettino di pane ed un poco di formaggio. Alle sette partimmo per Torraca con la certezza che bisognava attaccare.”.

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’Oliveto (davanti il cimitero di Sapri) e sulla spiaggia del Buondormire di Sapri in località Fortino ?

Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari (Fig….), gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (di fronte al cimitero di Sapri). Sulla storica spedizione, che aprì la strada a Garibaldi ed all’Unità d’Italia, esiste un’ampia trattazione. Io riferirò i fatti svoltisi dallo sbarco nella vicina spiaggia dell’Oliveto, la notte del 29 a Sapri (….) e la risalita a Torraca. Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischetti (….), che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa dei Stoppelli (la casina bianca di fronte al centro commerciale)(….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: D’accordo con il Comitato Napoletano, Carlo Pisacane decide di sbarcare a Sapri…..Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri).”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischetti che allarmatosi e non potendo dare l’allarme poichè l’unico telegrafo presente della zona, quello di Capitello, era inservibile a quell’ora, a Sapri, riunì i pochi urbani e fattili giurare fedeltà al Re, li  mandò incontro ai rivoltosi che incominciavano a sbarcare nel tratto di spiaggia di fronte all’attuale Cimitero di Sapri, indicato dal Nicotera, nei pressi dell’attuale casa degli eredi Stoppelli. (169).”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Purtroppo, sebbene su Pisacane vi sia un ampia trattazione anche su wikipedia leggiamo che lo storico sbarco avvenne a Vibonati. Su Wikipedia alla voce “Carlo Pisacane” leggiamo che:  “ma rimase particolarmente celebre per aver guidato il fallimentare tentativo di rivolta nel Regno delle Due Sicilie, che ebbe inizio con lo sbarco a Vibonati diretto verso Sapri ecc…”. Anche Antonio Scarfone (…) ribadisce la verità storica artefatta da alcune Amministrazioni Comunali recenti che leggono i fatti storici in modo campanilistico e distorto. Antonio Scarfone (….), nel suo “Presenze geomitologiche ecc…” a p. 448, nella sua nota (2) in proposito postillava che: “(2) Ricordiamo, per verità storica, che lo “sbarco dei trecento” giovani eroi capeggiati da Carlo Pisacane avvenne precisamente la domenica del 28 giugno 1857, sulla spiaggia in contrada ‘Uliveto’ ubicata questa nel territorio attuale del Comune di Vibonati (SA) e quindi, invero, a 1,5 km. dalla cittadina di Sapri.”. Scarfone continua a postillare che: “(Archivio di Stato di Salerno, Verbale del sopralluogo ‘Processo Pisacane’, Vol. I, busta 197)”. In primo luogo il centro abitato di Sapri non si trovava distante dalla contrada Uliveto a 1,5 Km. di distanza ma il luogo dello sbarco è avvenuto di fronte all’attuale Cimitero di Sapri. I “Trecento” di Carlo Pisacane posarono le loro scialuppe sulla spiaggia detta dell’Uliveto. Inoltre, sebbene Scarfone dica “ubicata questa nel territorio attuale del Comune di Vibonati”, si vuole far credere che all’epoca dei fatti la spiaggia dell’Uliveto appartenesse al territorio di Vibonati. Non è così. All’epoca dei fatti tutto il territorio di Sapri apparteneva al “Mandamento” o Circondario Amministrativo di Vibonati dai tempi di Gioaccino Murat e tale restò fino alla Spedizione dei “Mille” di Garibaldi e del Ministero degli Interni retto da Giovanni Nicotera, superstite della storica spedizione del Pisacane. E’ certo che dal ‘500 e fino ai primi dell’800, il territorio dove era ubicata la “spiaggia dell’Uliveto”, in parte dipendeva dalla Contea di Policastro, dai Carafa di Policastro ed in parte dai Palamolla di Torraca ma sempre territorio della “Marina di Torraca” ovvero Sapri. L’equivoco è dovuto al semplice fatto che la “spiaggia dell’Oliveto”, luogo dello sbarco dei “Trecento”, oltre a rappresentare un luogo sicuro per i rivoltosi a causa dell’assenza di abitazioni, l’unica abitazione era la “casina bianca” segnalata dal Fanelli al Pisacane e che ancora oggi è ivi, una proprietà indivisa degli eredi Stoppelli, Sapienza ecc…, oggi si trova nel Comune di Vibonati ma all’epoca il grande spiaggione detto dai sapresi dell’Oliveto apparteneva al mandamento giurisdizionale di Vibonati, mandamenti creati da Gioacchino Murat nel 1809 ma, all’epoca il territorio in cui ricadeva la “spiaggia dell’Oliveto”, a parte che era molto distante da Vibonati, ricadeva negli ex territori del barone Palamolla di Torraca e del Principe Carafa di Policastro, territori di Sapri. Infatti, a riprova che la “casina bianca” segnalata dal Fanelli al Pisacane ricade in territorio saprese vi è il fatto che l’attuale Cimitero di Sapri è posto quasi di fronte. Il Cimitero di Sapri sorge con l’Unità d’Italia grazie alla volontà del dott. Nicola Gallotti. Mi chiedo come avrebbe fatto Gallotti a costruire ai primi del novecento il Cimitero di Sapri in un territorio di Vibonati se non perchè questo territorio facesse già parte di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Sin dalle prime ore del mattino la nave Cagliari  era stata seguita dal Giudice del mandamento di Vibonati Gaetano Fischietti che ecc…”. Vibonati era sede di mandamento ma era pure molto distante. Ritornando mia nota (169) dove postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”, in effetti, Giovanni Nicotera, uno dei pochi superstiti dell’impresa di Pisacane, dopo l’Unità d’Italia diventò Ministro degli Interni e in una visita a Vibonati, ancora sede di mandamento giurisdizionale, ribadì e chiarì dove fosse il luogo preciso dello storico sbarco dei “Trecento”.

Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 71, in proposito scriveva che: “Nel 2005 sorse una querelle tra Sapri e Villammare a proposito del luogo dello sbarco (1). Nei territori contigui di quale delle due cittadine costiere approdò il ‘Cagliari’, e dopo aver superato capo ‘infreschi’, la sera del 28 di giugno del 1857? In quello di Vibonati, esattamente nella contrada ‘Oliveto’, come appurò il procuratore generale Francesco Pacifico (nato a Napoli nel 1815) durante il sopralluogo effettuato nei primi giorni di settembre del ’57 nei borghi tocati dalla spedizione (2).”.

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 53, nella nota (10) postillava: “(10)….v. “Incartamento relativo al disbarco dei rivoltosi in Sapri nel 29 giugno 1857″ in B. 197, vol. XXVI.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: Erano le otto di sera quando la nave gettò l’ancora in località detta ‘Spiaggia dell’Oliveto’ in tenimento di Vibonati, distante mezzo miglio circa dal confine del tenimento di Sapri e un miglio e mezzo dall’abitato di quest’ultimo paese (3).”. Cassese, a p. 52, nella nota (3) postillava: “(3) V. in B. 197, vol. I, c. 197, il verbale del sopralluogo effettuato dal procuratore Pacifico insieme con esperti nautici per assodare il punto preciso in cui approdò il Cagliari.”.

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(Fig…..) “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: “cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno”. Il disegno dipinto a colori che rappresenta Sapri è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142). Particolare pubblicato da Giulio Schmiedt (…), tratto dal disegno: “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”.

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia dell’“Oliveto del Fortino” (l’oliveto antistante la spiaggia del Buondormire, oggi nei pressi del Faro Pisacane non distante dall’Ospedale civile di Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “…..prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino etc…”. Dunque, nella mia Relazione scrivevo che si trattava della “spiaggia dell’oliveto del Fortino”, ovvero la spiaggia antistante l’oliveto in località “Fortino” dove oggi si trova il piazzale parcheggio ed il Faro Pisacane. Scrivevo nella mia relazione che il Giuseppe Gallotti, in assenza del capourbano Vincenzo Peluso che era fuggito, prese il comando di una dozzina di sapresi e li lasciò sulla spiaggia di Sapri per recarsi nella vicina località “Fortino” dove vi era un oliveto e la stradina sterrata che portava a Villammare. Infatti vi sono foto del ‘900 che illustrano la località di S. Croce a Sapri, molto vicina alla località Fortino, dove si vede che tutta la fascia litoranea brullica di maestosi ulivi. Ivi vi era un Oliveto e la zona non era urbanizzata.La spiaggia è ancora detta “spiaggia del Buondormire”. Infatti, vi sono dei documenti che attstano che sul litorale della spiaggia del Buondormire vi era una grande torre detta appunto “Torre del Buondormire”, a cui ho dedicato ivi un mio saggio storico. La torre del Buondormire esisteva ai tempi del barone Antonini che nel 1745 scrisse “La Lucania – Discorsi”. Vi era un posto doganale per il passaggio verso i territori del vicino mandamento di Vibonati e di proprietà della principessa Carafa di Policastro. Nella mia Relazione, continuando il mio racconto scrivevo pure che: I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri.”. Oggi, non molto distante dalla spiaggia detta del Buondormire vi è il ristorante di “Noè a mare”. All’epoca vi era il “posto doganale”, dove infatti si recò il capourbano (elettosi) Giuseppe Gallotti che fu arrestato dai trecento di Pisacane. Al posto doganale della spiaggia del Buondormire ho dedicato u mio saggio. Fu istituito dai francesi di Gioacchino Murat e poi in seguito dai Borbone di Napoli. Infatti, non molto distante sorse un Fortilizio borbonico da cui oggi la località viene detta “località Fortino”. Bilotti (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a p. 181, in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto di Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Etc…”. Dunque, anche il Bilotti sostiene che il primo sbarco avenne sulle due spiaggette molto vicine al “Fortino” dell’Oliveto. La località “Fortino” si trovava e si trova ai confini del mandamento di Vibonati, ovvero dove oggi è l’Ospedale Civile di Sapri e la spiaggetta è quella detta del “del Buondormire”, quella che oggi conosciamo vicina al ristorante “Noè a mare”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Nello stesso punto, al Fortino, sbarcò poi il Pisacane il 28 giugno 1857.”.

Nel 28 giugno 1857, a Sapri, la stazione telegrafica di ‘Scialandro’

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 173, in proposito scriveva che: “Poco dopo il posto telegrafico dello Scialandro presso Sapri segnalava che alle ore 9 1/2 p.m. del 28 una fregata mista a vela ed a vapore ad elica, senza bandiera, con a bordo truppa di ribelli, avea dato fondo alla distanza di miglia due, ed era partita subito dopo lo sbarco, dirigendosi per nord-ovest. Annunziava anche che i ribelli si erano impadroniti di Sapri. Non vi era un minuto da perdere etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Due telegrafi ad asta erano nel golfo, uno al capo di Infreschi, ed un altro a Capitello, ma a quell’ora erano inservibili.”. Recentemente sul monte Ceraso è stato rinvenuto un edificio con una piccola torretta, posto non lontano dal posto o luogo chiamato “Casale del Confine”, ovvero non lontano dal luogo citato nella carta d’epoca Aragonese, una carta inedita e da me scoperta (vedi fig…..). Non posso dire se l’edificio recentemente rinvenuto sulle alture del monte Ceraso, segnalatoci dall’amico Domenico Smaldone, fosse un edificio borbonico che si trovasse sul luogo che esisteva già in epoca aragonese chiamato sulla carta in questione “Casale del Confine”. Recentemente, a seguito del rinvenimento sul monte Ceraso di un piccolo fabbricato, forse d’epoca borbonica,  Angelo Gentile, in un suo saggio “Sapri, torna alla luce l’antica Stazione telerafica ad asta”, apparso a stampa su una rivista locale, scrive che: “Citazioni storiche a seguito dello sbarco di Pisacane, 1857, indicano l’esistenza di una stazione telegrafica a Sapri, detta dello Scialandro. Vengono anche citati i nomi dei fratelli Domenico e Giuseppe Montesano, ecc..ecc..”. Il Gentile (….) avanzava l’ipotesi che la piccola torre annessa a questo piccolo fabbricato recentemente rinvenuto da escursionisti di Sapri sulle falde del monte Ceraso, fosse adibito a posto telegrafico. Riguardo una probabile stazione telegrafica d’epoca borbonica esistente al tempo dei fati di Pisacane, nel 1857, sebbene Leopoldo Cassese (…), traendo le notizie dagli atti processuali (…), allorquando si avvicinò alla rada della ‘Spiaggia dell’Oliveto’ il Cagliari di Carlo Pisacane, esistevano nel Golfo di Policastro, a p. 52, in proposito scrivesse che: “Due telegrafi ad asta erano nel golfo, uno a capo degli Infreschi, ed un altro a Capitello.”, escludendo che vi fossero nel Golfo di Policastro altri telegrafi, ipotesi questa tutta da verificare e del Bilotti (…), del Pifano (…), che scriveva proprio sulla scorta del Bilotti (…). Cesare Pifano (…), a p. 38 del suo ‘Pisacane da Sapri a Sanza’, in proposito scriveva che: “La presenza di una imbarcazione, che, sotto vapore stava approdando nella zona, non era sfuggita ai fratelli Montesano, Domenico e Giuseppe, che espletavano l’ufficio di impiegati telegrafici dello Scialandro.”. Dunque, Pifano (…), senza riferire la fonte bibliografica, sosteneva che vi fosse una stazione telegrafica dello ‘Scialandro’. Notizia peraltro mai confermata dal Pesce (…). Il Pifano (…), nella sua nota (3), riferiva di una relazione che il ministro degli Interni, divenuto, Nicotera, in una visita a Vibonati, ribadì all’assessore al Comune, Giovannino Vita. La notizia di un posto telegrafico dello ‘Scialandro’, proviene da Paolo Emilio Bilotti (…), che, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, nel 1907, quindi più o meno della stessa epoca in cui scriveva il Pesce (…). Paolo Emilio Bilotti (…), sulla base di alcune deposizioni in atti processuali e, soprattutto su quanto scrisse nel 1887, il giudice di Vibonati Fischetti (…), parlando dello sbarco di Carlo Pisacane e, riferendosi all’arresto di alcuni cittadini sapresi che si erano portati a ‘Punta del Fortino’ (Noè a Mare per intenderci), dove si trovava il “Posto doganale’, in proposito scriveva che: “Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto di Scialandro, erano stati ecc..”. Il Bilotti (…) sbagliando il cognome dei due “impiegati” chiamati ‘Montesanto’ ma era ‘Montesano’, dico io. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Alle otto di sera del 28 giugno 1857, la nave Cagliari gettò l’ancora nel tratto di mare antistante la ‘spiaggia dell’Oliveto’ (ove attualmente è il cimitero di Sapri). I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Dunque, sulla scorta della cronaca di Nello Rosselli (…..) scrivevo che  i due impiegati del “telegrafo dello Scialandro”, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano “accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco dove furono scoperti e arrestati dai rivoltosi. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli Nello, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Dunque, la notizia che riportavo sul mio studio era stata tratta dal Daneri (….) che scrisse sulla “Spedizione di Sapri”. In questa notizia si fa cenno ai due fratelli Domenico e Giuseppe Montesano che figurano come “impiegati del telegrafo di Scialandro”. Altre notizie sulla stazione telegrafica dello ‘Scialandro’ esistente a Sapri all’epoca della “Spedizione di Sapri”, stazione probabilmente installata dal governo Borbonico sul Monte Ceraso e, di cui sono stati rinvenuti dei resti, si possono trarre ance dal libretto del giudice Fischetti (….). Il giudice del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni da poco eletto e compagna della Spedizione, Nicotera, a p. 34, in proposito scriveva che: “Erano mal capitati ancora e fatti prigionieri Antonio Perazzo di Vibonati, Domenico e Giuseppe Montesano, come pure Francesco Eboli di Sapri.”. Ricordo che il giudice Fischetti (…), è stato un diretto testimone di quei tragici eventi che hanno segnato la storia di Sapri. Dunque, io credo che la notizia di un telegrafo allo ‘Scialandro’ sia ancora tutta da verificare. Riguardo il posto telegrafico, ricordo che il Pesce (…), sulla base del manoscritto del Timpanelli (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed il dramma d’Aquafredda’, scriveva che il Peluso, trovandosi presso la ‘Rotondella’ ad Acquafreda, fece chiamare dalla vicina “Torre, residenza delle guardie doganali”, ma sappiamo che il Pesce (…), come altri, si rifacevano a ciò che avevano scritto altri confondendo alcune cose. Sarà proprio lui che nel suo ‘Storia della Città di Lagonegro’, edito nel 1905, a p. 382, parlando proprio del telegrafo elettrico ad asta dirà: “E Lagonegro ebbe in quell’anno stesso l’uffizio telegrafico, che fu innaugurato solennemente” e si riferiva al 1857. E poi ancora, il Pesce diceva che: “Per lo innanzi il solo telegrafo ad asta, impiantato su torri lunghesso le coste del mare, era servito per trasmettere le notizie più urgenti, mediante segnali, per conto del governo.”. Dunque non è escluso che a Sapri, come pure a Lagonegro, il Governo Borbonico, dopo l’occupazione del ventennio Napoleonico, abbia deciso di impiantare un telegrafo elettrico ad asta. Di sicuro possiamo dire che nei pressi dello scoglio o della scomparsa Torre costiera detta dello ‘Scialandro’, sul monte Ceraso, vi possa essere stato impiantato un piccolo edificio per il richiamo telegrafico e l’avvistamento. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti.  Il Cassese, a p. 53, scriveva che il Fischetti (…) “corre sul far dell’alba da Vibonati a Capitello e fa trasmettere da quel telegrafo messaggi al Re.”. Dagli atti processuali, si evince che la deposizione del sacerdote di Sapri F.M. Timpanelli, furono confermate alcune circostanze.

Il 28 giugno 1857, primo scontro al posto doganale di Punta Fortino (attuale faro ‘Pisacane’, di fronte l’Ospedale), il gruppo di urbani comandati da Giuseppe Gallotti

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Ecc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Il Fischetti, non potendo perciò dare l’allarme alle autorità centrali e provinciali, non aveva altra alternativa se non fronteggiare la situazione con mezzi propri, ed in questo spiegò un’attività sorprendente. Corse a Sapri, riunì i pochi urbani e, fattili giurare fedeltà al re, li mandò incontro ai rivoltosi che si accingevano a sbarcare. Essendo assente il capo, d. Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Peluso, ne prese il comando d. Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino, ma giunti colà furono immediatamente accerchiati, e tre di essi riuscirono a fuggire, otto rimasero prigionieri, ed il Gallotti sfuggì buttandosi a mare (4). Egualmente prigionieri caddero i due impiegati del telegrafo.”. Cassese, a p. 52, nella nota (4) postillava: “(4) B. 197, vol. I. c. 19 sgg.; Fischetti, op. cit., p. 34.”.  Le piccole barche o scialuppe cariche dei rivoltosi, insieme al Pisacane lasciata la nave Cagliari che si trovava al largo e che fu avvistata dal posto telegrafico dello Scialandro posto sul monte Ceraso a Sapri sbarcarono pure verso l’attuale Ospedale Civile di Sapri dove, tra le due spiaggette del Buondormire e quella vicina al ristorante “Noè a mare”, nel luogo dove oggi vi è il “Faro Pisacane” ospitavano “il posto doganale” borbonico con un Fortino. Sempre nella mia Relazione (1) scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, ecc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Riguardo lo sbarco di Pisacane, Michele La Cava (…), citato dal Bilotti (…), nel suo Capo III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, nel suo  ‘Cronistoria della rivoluzione in Lucania e Basilicata del 1860′, nel 1870, a p. 181, si limitò a dire che: “Giungono a Sapri alle ore 8 della sera del 28 giugno, sbarcarono la notte, e la mattina seguente alle ore 8 a.m. abbandonarono Sapri e si rivolgono verso Torraca, ove giungono alle ore 10 a.m., ecc…”. Evidente il tentativo da parte del La Cava, di sminuire lo storico sbarco e gli avvenimenti svoltisi proprio nella cittadina che lo accolse, sia pure con pochi onori ma lo accolse. Invece, il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino ove però otto di loro, insieme ai due impiegati del telegrafo, furono accerchiati e fatti prigionieri, erano Domenico Esposito, Francesco Cajafa, Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale, Filippo Fiorentino, Alfonso Panico e Nicola Calderaro, nipote del Peluso, che nel 1848 aveva fatto parte della comitiva che aveva sacrificato la vita del Carducci; solo il Gallotti ed altri due si salvarono. I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto (sbaglia il cognome che non è Montesanto ma bensì Montesano), impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di ‘spiaggia dell’Oliveto’, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli (mio avo), si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Scrive il Bilotti (…), che: “Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni”. Nel frattempo, a mezzo dei corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono Giovanni Mariosi, di Sapri, ordinava ai capiurbani del circondario di marciare con la metà della guardia su Sapri.

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(Fig…..) Attanasio Francesco – Punta Fortino a Sapri – Faro Pisacane e spiaggia del Buondormire – disegno matita carboncino su carta – Archivio Attanasio

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 182 e p. 184, in proposito scriveva che: “Da Camerelle l’Infranzi si recò al posto doganale; il giudice Fischietti corse a Sapri, dove gli riuscì di raccogliere subito una trentina di urbani ai quali inculcò di prestare giuramento di fedeltà al Re, e fece coraggio perchè “affrontassero con fierezza i male intenzionati”. Gli urbani si recarono all’Oliveto per tener d’occhio il piroscafo e spiarne le mosse, ma egli non ebbe tempo a resserenarsi, perchè i rivoluzionari erano sbarcati con sorprendente sveltezza e dato assalto al posto doganale e disarmatolo, avevano in un momento invasa larga zona gridando: Viva l’Italia…..(p. 184) Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo di essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 287, nella nota (7), postillava che: “(7) Fischetti fece in modo che tutte le persone da lui interrogate parlassero bene del suo operato; qualcuno, come il sacerdote saprese Francesco Maria Timpanelli, ebbe il merito se non di denunciare quantomeno di far conoscere il comportamento quasi intimidatorio tenuto dal giudice (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XII, c. 5).”. Ruggero Orlando (…), nel 1935, nel suo “Pisacane” scrisse della Spedizine di Sapri, a p. 117 e ssg. ed a p. 135, in proposito scriveva che: “La sera di domenica, 28 giugno, il ‘Cagliari’ sostava a ridosso di un promontorio, presso la baia di Sapri, a notte, i rivoltosi scesero a terra…cominciò la sfortunata marcia di quei trecento lungo il litorale tirreno all’alba del lunedì. Fu gridata la parola d’ordine: ‘Italia degli Italiani’. Il grido fu ripetuto intorno a una casetta prescelta per l’appuntamento, ma non si ebbe risposta alcuna. Le inchieste giudiziarie e le ricerche degli storici nei mesi e negli anni successivi misero in evidenza la responsabilità, le leggerezze, gli equivoci, l’affrettata preparazione e le fallaci illusioni dei rivoluzionari; ma la notte di quella domenica sera, 28 giugno, vigilia della festa di San Pietro, sotto il cielo e al cospetto del mare di Sapri altro non v’era che la tristezza e lo sgomento di una tremenda delusione. Ad aspettarli non c’era nessuno. Pisacane, Nicotera, Falcone e gli altri provenienti da Genova erano ventuno, più alcuni relegati politici imbarcati a Ponza: il nucleo animatore era di una trentina di uomini in tutto. Gli altri erano delinquenti comuni, galeotti, avanzi dei tribunali civili e militari. Molti fuggirono subito, dandosi a ruberie o cercando la via dei propri paesi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”.

Nel 28 giugno 1857, NICOLA CALDERARO, nipote del capourbano Peluso contro i trecento di Pisacane

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: Al primo incontro con gli sbarcati gli urbani temendo di essere accerchiati, si diedero a precipitosa fuga. I più svelti si posero subito al sicuro, gli altri raggiunti vennero disarmati (2), rimanendovi prigionieri Domenico Esposito, Francesco Coia (o Cajafa), Sabato Cesarino, Salvatore Vitolo, Nicola Schettino, Vincenzo Pascale e Nicola Calderaro (3). Quest’ultimo nipote del Peluso, era stato uno della comitiva che aveva nel 1848 sacrificato il Carducci. Rimasero del pari prigionieri la guardia di dogana Filippo Fiorentino ed Alfonso Panico.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”.  Bilotti, a p. 184, in proposito scriveva pure che: “La notte intanto si avanzava. L’Infranzi, il giudice e gli altri che li seguivano, compreso di che si trattava, ripiegarono indietro e si misero in salvo ad un miglio circa da Sapri, dove si divisero quando giunse il Calderaro, malconcio per una caduta, ad annunziare che i ribelli nel numero di circa 500 si disponevano ad invadere Sapri, donde molti cittadini con le rispettive famiglie erano già fuggiti etc…”. Sui Calderaro ha scritto anche Matteo Mazziotti parlando dei fatti del ’48 e dell’orrenda uccisione di Costabile Carducci. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848”, vol. II, a p. 15, in proposito scriveva pure che: “Ad un cenno del prete alcuni sapresi, afferrato il Carducci, lo spinsero fuori. I compagni di lui tentavano di seguirlo; ma la turba li ricacciava dentro il frantoio. IV. A scortare il prigioniero andavano Vincenzo Peluso, detto il ‘generale’, Giuseppe e Vincenzo Bello, Flaminio Canonico, Agostino Faraco, Felice e Domenico Caiafa, Daniele Calderaro, il sacerdote Giuseppe Calderaro, Fortunato Timpanelli e Michelangelo Peluso (2).”. Mazziotti, a p. 15, nella nota (2) postillava: “(2) Qualche testimone esclude questo ultimo.”. Dunque, nella ciurma dei dodici fidati del prete Peluso vi erano i due Calderaro, Daniele ed il sacerdote Giuseppe. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848”, vol. II, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3).”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. L’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il cav. Carlo Pesce’ , nel 1895, di cui oggi, il suo manoscritto olografo è posseduto dalla famiglia Tavernese di Sapri (Archivio Attanasio) e che ivi ho pubblicato, a p. 18 riferendosi a Costabile Carducci fatto prigoniero, in proposito scriveva che: “…e si avviò coraggioso al suo destino, menato innanzi per l’alpestre sentiero dai dodici manigoldi, fra i quali era anche un prete, Don Giuseppe Calderaro. Lungo il cammino furono usate al prigioniero le più atroci sevizie, e rivolte le parole più oltraggiose. Giunto il triste corteo al punto designato detto della Scala, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda, Giuseppe Bello, più degli altri feroce, fatto sedere su d’un sasso il Carducci stanco ed affranto, tentò strangolarlo colle mani; l’infelice dopo breve letargo si riebbe, ed allora Domenico Calderaro lo finì con un colpo di pistola alla gola tirato a bruciapelo. Ognuno di quei carnefici volle disfogare la sua ferocia sul cadavere, al quale corse voce che furono apportate ben settantadue ferite. Consumato il martirio quei manigoldi tornarono nel villaggio, ed è fama che il Bello etc…(p. 22) Dopo la partenza del Tancredi, l’impudenza e l’alterigia dei Pelosiani giunse al colmo. Daniele Calderaro, che aveva una grossa macchia sulla gamba del calzone, la mostrava in pubblico ripetendo: “Questo è il sangue del Carducci”. Il ‘Generale’ Peluso che aveva avuto dallo zio etc… “.

Nel 28 giugno 1857, FRANCESCO EBOLI, insieme ai due fratelli DOMENICO e GIUSEPPE MONTESANO si recarono sul luogo dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane e furono arrestati

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: I fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati del telegrafo di Scialandro, erano stati i primi ad accorgersi della nave Cagliari che approdava nel tratto di spiaggia dell’Oliveto, nei pressi del Fortino (quasi ove oggi è il Faro), non visibile dal paese di Sapri. I due impiegati, accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco e lì scoperti dai rivoltosi furono arrestati. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Dunque, sulla scorta della cronaca di Nello Rosselli (…..) scrivevo che  i due impiegati del “telegrafo dello Scialandro”, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano “accompagnati da Francesco Eboli si recarono subito sul luogo dello sbarco dove furono scoperti e arrestati dai rivoltosi. Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli Nello, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. Sulla figura di Francesco Eboli ha scritto pure dal libretto del Fischetti (….).  Il giudice del mandamento di Vibonati, Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni da poco eletto e compagna della Spedizione, Nicotera, a p. 34, in proposito scriveva che: “Erano mal capitati ancora e fatti prigionieri Antonio Perazzo di Vibonati, Domenico e Giuseppe Montesano, come pure Francesco Eboli di Sapri.”. Dunque, l’episodio viene riportato anche dal giudice Fischetti (….), che cita Francesco Eboli di Sapri. Perchè i due impiegati del telegrafo dello Scialndro, i fratelli Domenico e Giuseppe Montesano furono accompagnati da Francesco Eboli ? Chi era Francesco Eboli e perchè accompagnò i due sul posto dello sbarco dei rivoltosi di Pisacane ? Quale funzione o carica egli rivestiva ?. Riguardo il Francesco Eboli di Sapri ha scritto anche Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”. Il Cassese (…), che riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”. Dunque, stando al racconto del Cassese (…) agli atti processuali esiste l’interrogatorio di Francesco Eboli di Sapri. Leopoldo Cassese (…) a p. 54, nella sua nota (11) postillava che “(11) …..in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “Anche i fratelli Domenico e Giuseppe Montesanto, impiegati telegrafici nel posto di Scialandro, erano stati tra i primi ad accorgersi che un legno estero sprovvisto di bandiera approdava nella spiaggia, accosto al Fortino. Spinti da zelo o da curiosità, si diressero subito verso il punto di approdo, accompagnati da un tal Francesco Eboli con cui si incontrarono per via; ma trovarono lo sbarco già in gran parte avvenuto. Obbligati a dichiarare la loro qualità, furono arrestati e dovettero seguire i rivoltosi, dalle mani dei quali riuscirono a fuggire solo a tarda ora, quando la stanchezza ed il sonno ebbero vinti i loro custodi. Fu unico loro pensiero quello di correre al posto telegrafico e mandare le prime segnalazioni.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò etc….Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “..quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.

Nella notte del 28 giugno, 1852, i prigionieri Francesco EBOLI e Antonio PERAZZO dovettero accompagnare i rivoltosi in contrada Difesa

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 54, in proposito scriveva che: “Alla Spiaggia dell’Oliveto, intanto, mentre il grosso si appresta a trascorrere all’adiaccio,  capi, guidati da uno del luogo fatto prigioniero, si aggirano per la contrada Difesa, una vasta località macchiosa, emettendo di tanto in tanto il grido convenuto: “L’Italia per gl’Italiani”. Ma nessuno risponde con la parola d’ordine convenuta: “Gl’Italiani per essa”(11).”. Cassese, a p. 54, nella nota (11) postillava: “(11) V. l’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a giudare i rivoltosi per la contrada, nonché quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. VII, cc. 19 sgg. e 21 sgg.”.

Nel 29 giugno 1857, partenza dal mare di Sapri del piroscafo CAGLIARI e sua cattura

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 171, in proposito scriveva che: Verso le 9 a.m. del giorno seguente (29 giugno) il “Cagliari” già di ritorno dal golfo di Policastro, dove avea sbarcati i rivoluzionari ad eccezione di tre rimasti a bordo perchè feriti e ad accezione anche di Giuseppe Daneri, si trovava all’altezza di Capri quando fu avvicinato dai due legni di guerra. Un capitano di vascello seguito da soldati e da marinai montò a bordo e dato ordine al comandante Sitzia di recarsi con le sue carte sulla nave ammiraglia, riceveva in consegna i tre feriti e le armi che eran rimaste sul vapore, cioè cento canne di fucili in due casse, otto fucili a due canne, sette ad una, tre pistole, una sciabola, venti razzi, un pacco di polvere ed altro. Il “Cagliari” fu quindi preso a rimorchio da una delle fregate e tornò indietro, girando fino all’occaso lungo la costa tra il golfo di Salerno e quello di Policastro ed ancorandosi poi a piccola distanza da terra dietro alla punta dove era avvenuto lo sbarco dei ribelli (1). La forza sceva ivi verso mezzogiorno, riceveva in consegna cinque dei relegati che erano stati tratti in arresto.”. Bilotti, a p. 172, nella nota (1) postillava: “(1) Giornalino di bitacola, del “Cagliari”. Bilotti, a p. 183, in proposito scriveva che: “A bordo del “Cagliari” la Spedizione aveva lasciato oltre ai tre rivoltosi feriti, sette passeggeri e parte dell’equipaggio (1), e il legno si era quindi allontanato di nuovo bordeggiando tra il golfo di Policastro e la punta di Licosa (1) pre riprendere più tardi la rotta, durante la quale, come sappiamo, cadde in potere delle fragate regie.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 36”

Nel 28 giugno 1857, l’INFRANZI ed il giudice GAETANO FISCHETTI

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 184, in proposito scriveva che: “La notte intanto si avanzava. L’Infranzi, il giudice e gli altri che li seguivano, compreso di che si trattava, ripiegarono indietro e si misero in salvo ad un miglio circa da Sapri, dove si divisero quando giunse il Calderaro, malconcio per una caduta, ad annunziare che i ribelli nel numero di circa 500 si disponevano ad invadere Sapri, donde molti cittadini con le rispettive famiglie erano già fuggiti verso i monti. L’Infranzi si recò allora a Capitello richiamandovi anche la forza di Scario, e il giudice Fischietti credette utile di retrocedere sopra Torraca ed altri punti minacciati più da vicino, nel fine di procurar di sostenere lo spirito pubblico, giacchè una gran paura doveva aver invaso tutti, non escluso il vescovo di Policastro monsignor Laudisio (1) che si trovava allora in Torraca (2). Prima di allontanarsi però avea trasmesso gli ordini ai diversi comuni del circondario perchè le guardie urbane si raccogliessero tutte in un punto; i corrieri poi, e tra essi Giuseppe Pasquale e Giovanni Mariosi, caddero nelle mani dei rivoluzionari, i quali prima che il Fischietti ne uscisse avevano effettivamente circondato Sapri piantando nella piazza la bandiera tricolore e proclamando la rivolta (3).”. Bilotti, a p. 184, nella nota (2) postillava: “(2) Telegramma 1° luglio 1857, dell’Intend. al generale Scoti in Nocera.”. Bilotti, a p. 184, nella nota (3) postillava: “(3) Sentenza 19 luglio 1858 – p. 119.”Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Sulla ragione di temere che aveva monsignor Laudisio vedi l’Appendice.”. Bilotti, a p. 185, nella nota (2) postillava: “(2) Nota 30 giugno 1857 del giudice regio di Vibonati al procuratore generale.”. Bilotti, a p. 185, nella nota (3) postillava: “(3) Id. id. “.  Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 287, nella nota (7), postillava che: “(7) Fischetti fece in modo che tutte le persone da lui interrogate parlassero bene del suo operato; qualcuno, come il sacerdote saprese Francesco Maria Timpanelli, ebbe il merito se non di denunciare quantomeno di far conoscere il comportamento quasi intimidatorio tenuto dal giudice (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XII, c. 5).”

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 52, in proposito scriveva che: “Due telegrafi ad asta erano nel golfo, uno al capo di Infreschi, ed un altro a Capitello, ma a quell’ora erano inservibili. Il Fischetti, non potendo perciò dare l’allarme alle autorità centrali e provinciali, non aveva altra alternativa se non fronteggiare la situazione con mezzi propri, ed in questo spiegò un’attività sorprendente. Corse a Sapri, riunì i pochi urbani e, fattili giurare fedeltà al re, li mandò incontro ai rivoltosi che si accingevano a sbarcare…..Mentre queste prime scaramucce avvenivano etc… (4)”. Cassese, a p. 52, nella nota (4) postillava: “(4) B. 197, vol. I. c. 19 sgg.; Fischetti, op. cit., p. 34.”. 

Nel 28 giugno 1857, a Sapri, i rivoltosi arrestano Giovanni MARIOSI e Giuseppe PASQUALE di Sapri, corrieri del giudice regio Fischetti

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….il giudice Fischetti si affanna a scrivere ordini ai capiurbani del circondario, esponendo il suo piano. metà della guardia rimanga a difesa del proprio comune, l’altre metà marci su Sapri per ostacolare l’invasione dei rivoltosi (5). In caso di necessità occorre “far centro di unione il comune di Tortorella per generale difesa come luogo fortificato della natura”(6). Spedisce tali ordini a mezzo di due corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono Giovanni Mariosi entrambi di Sapri; ma costor vengono arrestati dai rivoltosi nelle cui mani cadono le lettere di cui sono latori (7).”. Cassese, a p. 52, nella nota (5) postillava: <“(5) Fischetti, op. cit., p. 33.”. Cassese, a p. 52, nella nota (6) postillava: “(6) B. 197, vol. I, c. 139. testimonianza dell’arciprete di Torraca Pietro Gravina, Fischetti, op. cit., p. 38”. Cassese, a p. 53, nella nota (7) postillava: “(7) B. 197, vol. I, cc. 59 sgg.; Fischetti, op. cit., p. 34”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) rifrendomi al Fischetti, in proposito così scrivevo che: “Solo nella notte liberatisi, corsero al posto telegrafico per lanciare le prime segnalazioni. Nel frattempo, a mezzo dei corrieri, il pettinatore Giuseppe Pasquale ed il colono Giovanni Mariosi, di Sapri, ordinava ai capiurbani del circondario di marciare con la metà della guardia su Sapri. Ma i due corrieri del Fischietti vennero arrestati dai rivoltosi. Ecc…”.

Nel 28 giugno 1857, a Sapri, il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti sparge il panico

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 53, in proposito scriveva che: “Alla spiaggia intanto continua lo sbarco dei rivoltosi favorito dalla notte lunare. Sono le undici, e subito giunge la voce a Sapri che quelli si accingono ad invadere il paese. Fra i cittadini, già posti in allarme dal regio giudice, si sparge il panico: tutti coloro che han qualcosa da perdere fuggono precipitosamente nelle vicine campagne, e fra essi vi sono anche gli attendibili politici del paese (8). Il Fischetti non può far di meglio che scappare anch’egli, per via impraticabile, verso Torraca, etc…”. Cassese, a p. 53, nella nota (8) postillava: “(8) Deposizione dei sacerdoti Timpanelli e Immediato, B. 197, vol. I, cc. 75 sgg.”. Cassese, a p. 53, nella nota (9) postillava: “(9) B. 197, vol. I, c. 139; Fischetti, op. cit., p. 38”. Cassese, a p. 53, nella nota (10) postillava: “(10) Fischetti, op. cit., p. 39. A nulla valse al Fischetti, per farsi merito, l’avere indotto le autorità locali e gl’impiegati da lui interrogati, a fare affermazioni che suonassero elogio all’opera da lui svolta. Il sacerdote di Sapri F. M. Timpanelli, quando il 9 settembre fu interogato dal P.G. Pacifico, dichiarò esplicitamente: “Mi riporto del tutto alla mia dichiaazione già resa dinanzi al giudice del circondario, meno la parte elogistica del giudice, che ei volle far credere nella mia interrogazione, e che io firmai per riguardo” (B. 197, vol. XII, c. 5. Il precedente interrogatorio è nel vol. I, c. 75). Fischetti si rifece venti anni dopo con la pubblicazione (fatta in occasione del processo di Firenze, e quindi per ingraziarsi Nicotera divenuto ministro dell’interno) dell’opera già citata nella quale schizzò fiele contro tutti i suoi ex-colleghi, e specialmente contro Pacifico, senza risparmiare l sottointendente Calvosa ed il giudice Leoncavallo v. “Incartamento relativo al disbarco dei rivoltosi in Sapri nel 29 giugno 1857″ in B. 197, vol. XXVI.”

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” sulla spiaggia di Sapri, antistante il palazzotto del Peluso, oggi in corso Garibaldi ed il punto d’incontro stabilito, “il casino bianco”

Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: XIX. Sul vespro del 28 il piroscafo fu nel Golfo di Policastro alla vista di Sapri; – etc…Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, etc….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ –  come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente. Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ –  come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: non però scorati, occuparono il povero villaggio; e invano tentarono di svolgere nei suoi rari abitatori istinti generosi di patria e di libertà. L’ombra del prete brigante agghiadava tutti i cuori: non uno si unì ad essi. Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca.”. Dunque, il Racioppi, forse sulla scorta del Venosta (….) scriveva che il luogo dello sbarco non era la spiaggia dell’Oliveto, coe hanno scritto tanti, ma secondo il Racioppi, il luogo dello sbarco dei “Trecento” e di Carlo Pisacane fu davanti la “casina bianca” che egli indica come il palazzotto del prete Peluso, che all’epoca doveva trovarsi molto vicino alla spiaggia di Sapri. Ricordiamo che, nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella mia nota (169) io postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”. La notizia merita ulteriori approfondimenti. La “casina bianca”, che molti indicarono come quella (attuale proprietà indivisa della famiglia Stoppelli, antistante il centro commerciale di Villammare, lungo la statale SS. 18) e all’epoca quasi vicino al futuro costruendo Cimitero di Sapri (dunque in territorio che apparteneva alla Principessa Carafa di Policastro e che il governo del Regno d’Italia dispose che questo territorio, conteso nel 1600, tra i Carafa e i Palamolla, rientrasse tra i confini del Comune di Vibonati, il quale in seguito cedette al Comune di Sapri, il terreno per costruire il Cimitero. E’ da approfondire la notizia del Racioppi, che sulla scorta del Venosta scriveva che:   “Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva…”, al prete Peluso. La casina del prete Peluso, come scrive il Racioppi era all’epoca il palazzotto che oggi vediamo in Corso Garibaldi a Sapri, ma che all’epoca doveva essere la “casina bianca” accosto al torrente Brizzi, prossima alla spiaggia ed al mare, sul lato orientale di Sapri, isolata e che, nel 1895 venne descritta anche dal Cav. Carlo Pesce (….) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci: ‘Costabile Carducci, Il dramma d’Acquafredda – Conferenza per un episodio della Rivoluzione Napolitana del 1848′, edito a Napoli, nel 1895 e, di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio, e dove, a p……, in proposito scriveva che: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura.

il Palazzo Peluso

(Fig….) Particolare del Palazzotto Peluso tratto dallo schizzo del 1817 “Croquì di Sapri

Sapri nel 1819, ten. Blois

(Fig….) Particolare tratto dal disegno del rilievo di Sapri del Ten. Blois del 1819, illustrato nell’immagine della Fig….., “Porto di Sapri’, Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000. In questo particolare si vede il centro abitato di Sapri come doveva apparire al Genio Militare Borbonico nel 1 gennaio 1819.

Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 185, in proposito scriveva che: “L’entrata in Sapri fu una delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; gli uomini atti alle armi tutti fuori dall’abitato, solo donne, vecchi e fanciulli si affacciavano dalle finestre per curiosare. Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli Italiani per essa (4). Si tentò di destare sentimenti generosi di patria nei pochi cittadini che si rinvennero sulla piazza, usciti da una prossima osteria,  ma non si ebbe risultato; forse il ricordo del feroce prete Peluso li atterriva, forse la paura dell’omonimo e non degenere nipote di lui ne agghiacciava i cuori; etc…”. Bilotti, a p. 185, nella nota (4) postillava: “(4) Il governo tenne una lunga corrispondenza per accertare quale fosse il casino bianco dove i ribelli avrebbero dovuto trovare persone note. I casini di quel colore erano tre, e le indagini rimasero quindi infruttuose.”.

Tra la notte del 28 ed il giorno del 29 giugno 1857 Pisacane è a Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “Il Fischetti fuggito a Torraca, riunisce gli urbani, li fa giurare fedeltà al Re, e avverte il Vescovo sanfedista Laudisio ed alle tre del mattino comunca al sottintendente  del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Sempre il Fischietti, ligio al dovere ed agli onori, fa trasmettere dal telegrafo di Capitello, al Re ad altri organi dello Stato, messaggi con richieste di soccorso. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica” assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa. Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito. Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Ecc…”. I due corrieri del Fischetti (….) vennero arrestati dai rivoltosi. Mentre lo sbarco proseguiva nella notte alle undici di sera, a Sapri si diffuse la notizia che circa 500 rivoltosi volessero invadere il paese, il che provocò paura e panico ed indusse a fuggire nelle vicine campagne. Il Fischetti (….), fuggito a Torraca, riunisce gli urbani, li fa giurare fedeltà al Re, e avverte il Vescovo sanfedista Nicola Maria Laudisio (…) ed alle tre del mattino comunca al sottintendente  del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Sempre il Fischietti, ligio al dovere ed agli onori, fa trasmettere dal telegrafo di Capitello, al Re ad altri organi dello Stato, messaggi con richieste di soccorso. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Intanto, al comando del Nicotera e di Falcone, il gruppo più attivo dei rivoltosi, al grido di “Viva l’Italia, viva la Repubblica”, assaliva il corpo della Guardia urbana di Sapri e ne distruggeva gli stemmi, poi recatosi a casa del capo urbano Vincenzo Peluso allo scopo di vendicare la morte di Costabile Carducci non avendolo trovato perchè era fuggito a Sala, appiccano il fuoco alla porta di casa. Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio. Si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Nella mia nota (165) postillavo che: (165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77;  vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Nella mia nota (166) postillavo che: (166) Cassese L., La Spedizione di Sapri, Bari, La Terza, 1969.”. Nella mia nota (167) postillavo che: (167) Archivio di Stato di Salerno, vedi Busta 197, vari volumi, incartamento; vedi pure Albini D., La Spedizione di Sapri e la Provincia di Basilicata, Roma, 1891; vedi pure Pifano Cesare, Pisacane da Sapri a Sanza, ed. Galzerano, 1977.”. Nella mia nota (168) postillavo che: (168) Rosselli N., Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, Einaudi, 1932; De Monte L., Cronaca del Comitato segreto di Napoli, Napoli, 1877, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Daneri G., La Spedizione di Sapri, Torino, 1911, stà in “Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri”; Falco G., Note e ricerche su Carlo Pisacane, stà in “Rivista Storica Italiana”, Torino, 1927, Enciclopedia Treccani – La Spedizione di Sapri.”. Nella mia nota (169) postillavo che: (169) Il luogo preciso dello sbarco dei trecento fu ribadito in seguito dal Nicotera in occasione di una visita a Vibonati in qualità di Ministro degli Interni.”Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, riferendosi al giorno prima del 29 giugno, ovvero il 28, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al indaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Giacomo Racioppi, però, sulla scorta del testo del Venosta (….), scriveva che la “casina bianca”, indicata negli Atti come luogo dello sbarco, non era quella sulla spiaggia dellOliveto ma, secondo la versione del Venosta doveva essere il palazzotto del prete Peluso a Sapri che si trovava, all’epoca, in prossimità della linea di costa della baia di Sapri. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Accosto al torrente, prossima al mare, dal lato orientale sorge isolata, una bianca casina. Quivi era il punto dello sbarco scelto da mare dal capo della spedizione. Quella casina apparteneva a un tale uomo, che ha legato alla nostra storia un nome infamato, e che riempe oggi il racconto, dimani forse la leggenda, de’ popoli a Sapri circostanti. Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, spirito bizzarro, quanto feroce, cinico e manesco, quanto inculto e grossiero, che del sacerdote altro non si ebbe del crisma indelebile, e del brigante ebbe tutto, meno il capestro, vivea parte dell’anno in quelle mura tra cinici gusti e bizzarri; irrequito ed inquieto per mala coscienza. Quivi, agli assassini assueto, macchinò nel 1848 l’assassinio di Costabile Carducci; e l’eseguì poscia, di fredda mano, nella prossima di Acquafredda. Quivi infermo, qualche anno di poi, fu colpito da visita da Re Ferdinando di Borbone che il raccomando santamente a Nostra Donna di Novi, gli strinse la mano insanguinata; – grazia di Regio carnefice ad assassino da macchia. Quivi morì, legando l’ombra al loco e alle mura; cui poscia il cieco flusso della rivoluzione colle punite, quasi di ossa e di polpe, in memoria di chi li ebbe costrutte. E quivi presso sbarcando i nuovi argonauti al buio della sera è fama ricercando anzitutto gli abitatori di quelle mura; perchè la nemesi della rivoluzione punisse il delitto, che la bieca giustizia sociale aveva già coronato di premio. Fu fortuna, che i sospettosi abitatori ai primi tumulti sgombrassero; e fu tolta alla nemesi del popolo l’occasione di un delitto; che, non che instaurare il diritto, aggravava l’antico; lavando sangue innocente con sangue innocente. Su quella spiaggia, presso al casino bianco, invano levarono il grido – Italia degli Italiani – ; non fu chi rispose ‘e gl’ Italiani per essa’ –  come l’aspettata guida avrebbe dovuto a segnale di riconoscimento. Con poco favorevoli auspici toccarono terra: non però scorati, occuparono il povero villaggio; e invano tentarono di svolgere nei suoi rari abitatori istinti generosi di patria e di libertà. L’ombra del prete brigante agghiadava tutti i cuori: non uno si unì ad essi. Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca. La stessa sorpesa, la stessa miserabile paura fra quei terrieri. Ma lessero un proclama sulla pubblica via (1); e il grido d’Italia trovò quivi un eco fra quella gente, che prese almeno i colori d’Italia, – fugace dimostrazione di povera gioia, che però nulla, neppure un compagno frutto agli arrivati.”. Racioppi, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) E’ riferito nell’Atto di accusa….. a p. 37”.  Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria. In piazza trovarono d. Filomeno Gallotti, il quale, dopo un abboccamento con i capi, partì per il Fortino, e Mansueto Brandi, attendibile per precedenti accuse politiche, il quale si prodigò a favore dei rivoltosi, medicò uno di essi, il Colacicco, che era ferito, incitò tutti a far buon viso a coloro che erano venuti per liberarli. Indi precedette al Fortino i rivoltosi (17), i quali,….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, sempre gridando, alla casa del sindaco d. Leopoldo Peluso, che era fuggito come gli altri dal paese, perché, essendo congiunto del prete uccisore del Carducci vedeva la sua vita più in pericolo di tutti. Vi furono pochi colpi di scure al portone ed il solito tentativo di appiccare il fuoco (19).”.  Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Cassese, a p. 55, nella nota (17) postillava: “(17) B. 199, voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”. Cassese, a p. 55, nella nota (19) postillava: “(19) B. 197, vol. IX.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 185, in proposito scriveva che: “L’entrata in Sapri fu una delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; gli uomini atti alle armi tutti fuori dall’abitato, solo donne, vecchi e fanciulli si affacciavano dalle finestre per curiosare. Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli Italiani per essa (4). Si tentò di destare sentimenti generosi di patria nei pochi cittadini che si rinvennero sulla piazza, usciti da una prossima osteria,  ma non si ebbe risultato; forse il ricordo del feroce prete Peluso li atterriva, forse la paura dell’omonimo e non degenere nipote di lui ne agghiacciava i cuori; etc…”. Bilotti, a p. 185, nella nota (4) postillava: “(4) Il governo tenne una lunga corrispondenza per accertare quale fosse il casino bianco dove i ribelli avrebbero dovuto trovare persone note. I casini di quel colore erano tre, e le indagini rimasero quindi infruttuose.”.

Nel 28 e 29 giugno 1857 Pisacane ed i “Trecento” arrivano a Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) rifrendomi al Fischetti, in proposito così scrivevo che: Mentre lo sbarco proseguiva nella notte alle undici di sera, a Sapri si diffuse la notizia che circa 500 rivoltosi volessero invadere il paese, il che provocò paura e panico ed indusse a fuggire nelle vicine campagne. Ecc…”.

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(Fig….) Lapide marmorea a ricordo dell’Amore per la Libertà e di Carlo Pisacane

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(Fig….) Sapri – località S. Croce – banchina delle Cammerelle – Monumento in ricordo dello storico sbarco dei ‘300

Nel 28 giugno 1857, lo sbarco dei “Trecento” secondo i foglietti trovati nel portafogli di Pisacane spiegati da Nicotera a Pacifico

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Stranamente il Cassese scrive del Proclama di Pisacane ma non scrive che esso si trovava nel portafogli di Pisacane ritrovato a Padula.Cassese, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di: ‘Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera. Terminato lo sbarco alle 10. Su di una spiaggia alla destra di Sapri guardando il mare. Quindi si cambiò fronte, e si marciò in Sapri. Bivaccammo la notte innanzi Sapri. Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Tutti erano fuggiti, si guadagnarono sette o otto pessimi fucili tolti agli urbani. La mattina alle 4 abbiamo potuto avere dei viveri pagandosi e mangiato un pezzettino di pane ed un poco di formaggio. Alle sette partimmo per Torraca con la certezza che bisognava attaccare.”.

Nella notte del 28 giugno, 1852, MANSUETO BRANDI, domestico di casa Gallotti medicò la ferita di un certo Colacicco

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Queste gesta ed i sequestri di armi e munizioni effettuate in numerose case di sapresi contribuirono non poco ad impaurire la popolazione che all’alba del giorno 29 non si mostrò particolarmente accogliente nei confronti di tutta la massa dei rivoltosi che penetrando nel paese con la bandiera spiegata gridava incitazioni alla rivolta. In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, che era ferito, ed incitò tutti a far buon viso per coloro che erano venuti per liberarli e poi li precedette al Fortino insieme a Filomeno Gallotti che pure aveva sposato la causa del Pisacane. Etc…Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Ecc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: In piazza trovarono d. Filomeno Gallotti, il quale, dopo un abboccamento con i capi, partì per il Fortino, e Mansueto Brandi, attendibile per precedenti accuse politiche, il quale si prodigò a favore dei rivoltosi, medicò uno di essi, il Colacicco, che era ferito, incitò tutti a far buon viso a coloro che erano venuti per liberarli. Indi precedette al Fortino i rivoltosi (17), etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (17) postillava: “(17) B. 199, voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 215, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala……D. – Essendo sbarcati in Sapri con chi si ebbe abboccamento da’ vostri capi tanto colà, che lungo la linea sino a Padula ? R. – Signore, da’ nostri Capi si diceva sempre che nel mettere piede a Sapri si trovavano pronti armi, munizioni, e più di mille individui che si sarebbero aggregati al nostro partito per promuovere la interna rivoluzione del Regno; che in Padula etc…In Sapri non mi accorsi se alcuno ebbe abboccamento con il Generale o altri Capi. In Torraca vi furono quei pochi come sopra che ci animarono a proseguire il viaggio. Al Fortino venne a conferire col Generale e diede le stesse prevenzioni a noi quel vecchio indicato, e fors’il figlio che io riconobbi perch’era stato con me detenuto nella Vicaria per imputazione politica. In Casalnuovo fummo incoraggiati da uno di Torraca che si spacciava per medicastro, e che aveva medicato la mano del compagno Colacicco. Egli aveva l’età di 34 in 35 anni, di statura piuttosta lata, barba nera, folta. Diceva che era fuggito da Torraca perché i realisti volevano ucciderlo, e che dietro grazia Sovrana si era ritirato e stava in Casalnuovo alla piazza.”. Su Mansueto Brandi, il Marino parlando dell’arrivo a Torraca testimoniava pure (sempre da Cassese, v. p. 215: “10…..Torraca….Quivi arrivati verso le ore 17 suonarono le campane a festa e vennero ad incontrarci una decina di galantuomini e Sacerdoti, i quali pieni di giubilo si insignirono di nocche tricolori al petto, come la maggior parte di noi altri andavamo, e gridarono con noi: “Viva l’Italia, Viva la Libertà, Viva la Repubblica”. Fecero delle cortesi esibizioni di viveri e quant’altro il Generale desiderava. Intanto fu somministrato da un un individuo, di anni 32 in 33 statura alta di condizione proprietario, del vino e taralli senz’aver voluto paga perché si mostrava molto confidente del Generale.”. L’uomo di cui testimoniava il Marino era Mansueto Brandi. I rivoltosi, si recarono poi a casa del realista Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo ma non lo trovarono e cercarono di appiccare il fuoco alla casa del Sindaco Leopoldo Peluso anch’esso fuggito Pisacane, a questo punto decide di lasciare Sapri e la mattina di lunedì 29 risale a Torraca ove era già giunto Mansueto Brandi che in quei giorni fu infaticabile a rassicurare ed animare la popolazione impaurita. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a pp. 185-186, in proposito scriveva che: “L’entrata in Sapri fu una delle più sconfortanti; nessuno sulla marina a ricevere i patriotti; nessuna casa aperta; gli uomini atti alle armi tutti fuori dall’abitato, solo donne, vecchi e fanciulli si affacciavano dalle finestre per curiosare. Si corse al ‘casino bianco’, punto convenuto, e si levò più volte il grido: Italia degli Italiani; non vi fu chi rispondesse: E gli Italiani per essa (4). Si tentò di destare sentimenti generosi di patria nei pochi cittadini che si rinvennero sulla piazza, usciti da una prossima osteria,  ma non si ebbe risultato; forse il ricordo del feroce prete Peluso li atterriva, forse la paura dell’omonimo e non degenere nipote di lui ne agghiacciava i cuori; ed unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).. Bilotti, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40.”. Infatti, Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II.”. Sulla figura del Brandi, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”.  Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) M. Mazziotti, La reazione borbonica, ecc.., cit., p. 157. Secondo l’intendente di Potenza il “domestico” era stato il “latore della corrispondenza dei Gallotti con l’efferato Carducci” (ivi).”. Dunque, il Fusco, postillando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti citava il Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, a pp. 156-157 continuando il suo racconto scriveva pure che: In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Sempre sui Gallotti e sul loro domestico, Mazziotti, a pp. 157-158 riferendosi al ’48, ai fatti per l’uccisione del Carducci, in proposito scriveva pure che: Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Etc… Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2).”. Mazziotti, a p. 160, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s.z., n. 6, carte sfuse, fascio 14, n. 929..  Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 90 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al indaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”.

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57 riferendosi a Torraca, in proposito scriveva che: “Vi era già giunto Mansueto Brandi, che fu in quei giorni infaticabile. Egli ovunque incontrasse i fuggitivi li animava a tornare a casa fiduciosi assicurando che i rivoltosi non erano briganti, ma brava gente “che camminava per l’ordine”; e per disporre gli animi a fraternizzare con essi, sì da determinare l’impulso iniziale per una rivolta popolare, spargeva la voce che quelli erano i primi di varie migliaia di patrioti che stavano sbarcando a Policastro e a Palinuro (21).”. Cassese, a p. 56, nella nota (21) postillava: “(21) B. 199, Voll. XLV e XLVI.”.

A SAPRI, PALAZZO GALLOTTI in via Nicodemo Giudice

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – affresco di stemma posto nell’androne dell’ingresso – foto Attanasio

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio

A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice vi è un’antico palazzotto che è da sempre appartenuto alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: (66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri.

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(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Matrimoni”, anno 1841, n° d’ordine 8

Sempre il Basilici a p. 116 in proposito scriveva che: “Per celebrare il matrimonio fu predisposto un ‘processetto’; (148) in questo si trovano delle carte autografe che forniscono altre informazioni. Francescantonio sarebbe nato il 13 marzo 1815 da ‘Biase’ (scritto per Biagio), mentre Maddalena sarebbe nata il 22 marzo 1824 (149). Il registro delle nascite di Sapri dell’anno 1815 è mancante, quindi non si hanno altre informazioni sulle origini di Francescantonio. E’ stata svolta anche una ricerca nelle registrazioni delle nascite di Sapri per trovare riferimenti al cognome Gallotti, con l’obiettivo di trovare una eventuale Rosa Gallotti. Nell’anno 1823 trovo tre registrazioni di nascite con il cognome Gallotti. Trovo tra queste una Rosa Maria Gallotti, figlia di Domenico, di professione ‘ramaio’, e Milo Maria, nata il 31 agosto 1823 (150).”. Basilici, a p. 116, nella sua nota (150) postillava che: “(150) ASSa, nati, anno 1823, registrazione numero 36.”.

(Fig….) Archivio di Stato di Salerno – Registri di Sapri: “Nati”, anno 1823, n° d’ordine 36

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri cerca di Matteo GIORDANO, sarto di Omignano ed emissario di Michele  del MAGNONI

A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Intanto il 14 maggio Fanelli era riuscito a riallacciare i rapporti con Michele Magnone, il quale dal carcere di Salerno, per mezzo di un nipote, dirigerà poi le operazioni nel Cilento con grande difficoltà e pericolo, ma con scarso risultato (54). A Genova, la sera del 4 giugno, alla presenza di Mazzini, viene fissata la data della spedizione per il 10 giugno. Si avverte Fanelli, il quale ne dà comunicazione a Magnone. Costui dovrà far trovare a Sapri, all’alba del 13 persona fidatissima (il sarto Matteo Giordano), che si presenterà ai capi appaena sbarcati facendosi riconoscere con la parola d’ordine: “L’Italia per gl’Italiani, e gl’Italiani per essa”; poi, dopo aver spedito messi in Basilicata e a Salerno, farà da guida alle forze rivoluzionarie: Magnone, appena appresa la notizia, invierà corrieri nel Cilento, che faranno insorgere quelle popolazioni (55).”. Purtroppo le cose non andranno così. Cassese, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) De Monte, op. cit., pp. CCIX sgg.”. Cassese, a p. 28, nella nota (55) postilla: “(55) De Monte, op. cit., p. CCX.”. Il testo citato dal Cassese è di Luigi De Monte (….), ed il suo “Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla Spedizione di Sapri accompagnata da etc…”, Napoli, 1877. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Cassese, a p. 199, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 18° vi è la descrizione delle forze del partito e degli ostacoli a doversi superare’….Condizioni generali”,  ( e a p. 200) aggiungeva: “A Sapri. Matteo Giordano, sarto, con altri (scritto nel biglietto di carattere del socio: questa è la persona che desiderate). Italia per gli Italiani, e gl’Italiani per essa. Cercate a Sapri del Barone Gallotti.”. Dunque, secondo il biglietto (il n° 18) ritrovato nel portafogli di Carlo Pisacane a Sanza, si evince che egli doveva incontrare il sarto Matteo Giordano. Perché Pisacane voleva incontrare questa persona ? Chi era Matteo Giordano ?. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Esaurita l’azione in Sapri senza alcun risultato apprezzabile, Pisacane, avendo invano atteso quel Matteo Giordano che avrebbe dovuto incontrare colà, si mosse alla volta di Torraca (20).”. Cassese, a p. 56, nella nota (20) postillava: “(20) Il nome di Giordano fu trovato negli appunti di Pisacane. Questo bravo popolano il mese avanti compì puntualmente il suo dovere; questa volta, non essendo stato avvertito in tempo, rimase inattivo. V. l’incartamento che lo riguarda in B. 197, vol. 11.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”.  Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. Andrea Guglielmini (…), nel 1877, nel suo “L’eroe superstite di Sapri – Schizzi storici per Andrea Guglielmini “, a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Sapri è un piccolo Comune che segna il confine tra le Provincie del Principato Citra e di Basilicata, facile allo approdo, e quivi giunsero giorno 28 verso le prime ore della sera e vi discesero senza ostacolo alcuno. Nell’entusiasmo creato da un fervente patriottismo che animava pure quei generosi, fuvvi però a osservare un primo e giustificato sconforto; perlocchè in quel posto non rinvennero aiuto alcuno che avvisati li avessero di incalcolate e subitanee novità; anzi fu manifesto che l’arrivo di quei prodi sulla spiaggia di Sapri non era peranco aspettato da qualcuno che poteva servir loro di necessaria guida in mezzo a contrade sconosciute ed a gente poco proclive ad infiammarsi per la libertà. Ad ogni modo Pisacane, Nicotera ed i di loro compagni erano decisi di vincere o morire, ed animati da un santo coraggio entrarono nell’abitato di Sapri e percorrendone le vie al grido di viva l’Italia invitavano quei naturali ad insorgere contro la tirannia che li opprimeva.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Effettuato lo sbarco, due manipoli guidati rispettivamente da Pisacane e da Nicotera entrano in Sapri quando ormai era già sera inoltrata. Pisacane cercò subito colui che doveva essere il suo punto di riferimento così come gli aveva comunicato Fanelli con la lettera (già riportata) del 27 di maggio, il sarto di Omignano Matteo Giordano, ed altri liberali, tra i quali essenzialmente i Gallotti, che si dovevano far conoscere “col motto ‘Italia per gli Italiani, e gli Italiani per essa” (10). Non si trovò né Giordano né Giovanni Gallotti, vecchio liberale tanto attivo nel ’48, probabilmente perchè non informati. Fanelli, nella lettera del 20 maggio a Pisacane, era stato, senza volerlo, giusto profeta: “L’insurrezione giungerà inattesissima, ma desiderata da tutti come la mamma…”(11). In realtà molti non volevano tale “mamma”, per i molteplici motivi che abbiamo già esposto, ed in seguito all’allarme dato dal Fischetti erano fuggiti (12) o si erano barricati in casa.”. Fusco, a p. 288, nella nota (10) postillava: “(10) Cfr. cap. V, n. 36. Negli scritti trovati addosso a Pisacane figurava il nome del sarto di Omignano (ivi, P. s.S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XI).”. Fusco, a p. 288, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. cap. V, n. 35.”. Dunque, Matteo Giordano era il sarto di Omignano, dunque era fiduciario della famiglia patriottica di Magnone., in contatto con il Comitato Napoletano e col Fanelli.

Nel 29 giugno 1857, Pisacane, a Sapri si reca nella casa del barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI in via Nicodemo Giudice dove incontra solo i figli Emanuele, Raffaele ed il sacerdote don Filomeno e Salvatore

Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Cassese, a p. 199, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 18° vi è la descrizione delle forze del partito e degli ostacoli a doversi superare’….Condizioni generali”,  ( e a p. 200) aggiungeva: “A Sapri. Matteo Giordano, sarto, con altri (scritto nel biglietto di carattere del socio: questa è la persona che desiderate). Italia per gli Italiani, e gl’Italiani per essa. Cercate a Sapri del Barone Gallotti.”. Su questo importante documento, il foglio n. 18 trovato nel portafogli di Pisacane, Cassese, a p. 201 aggiungeva la nota del Pacifico: “Non si è riuscito a trovare la chiave per leggere quest’importante documento, che svelerebbe l’organizzazione della setta, i nomi de’ principali che vi appartengono.”. Dunque, è in questo bigliettino trovato nel portafogli del Pisacane che si evince che egli avrebbe dovuto cercare a Sapri il barone Gallotti ed incontrare il sarto Matteo Giordano. Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. L’ultima parte del Montesano a me sembra impietosa e pretestuosa. Vedremo innanzi come il barone Gallotti, costantemente sorvegliato dalla polizia borbonica preferì non incontrare Pisacane ma la documentazione depositata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli e dei Processi Politici attestano la partecipazione attiva del barone Giovanni Gallotti alla Spedizione di Pisacane. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque scrivevo che a Sapri, Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Ad esser sincero in questo passaggio non sono stato molto chiaro. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Altre notizie sui Gallotti ci vengono da  Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…..Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Infatti, il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sempre sui Gallotti, il Bilotti ne parla nel capitolo dedicato al Fortino. Il Bilotti, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuove compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Effettuato lo sbarco, due manipoli guidati rispettivamente da Pisacane e da Nicotera entrano in Sapri quando ormai era già sera inoltrata. Pisacane cercò subito colui che doveva essere il suo punto di riferimento così come gli aveva comunicato Fanelli con la lettera (già riportata) del 27 di maggio, il sarto di Omignano Matteo Giordano, ed altri liberali, tra i quali essenzialmente i Gallotti, che si dovevano far conoscere “col motto ‘Italia per gli Italiani, e gli Italiani per essa” (10). Non si trovò né Giordano né Giovanni Gallotti, vecchio liberale tanto attivo nel ’48, probabilmente perchè non informati. Fanelli, nella lettera del 20 maggio a Pisacane, era stato, senza volerlo, giusto profeta: “L’insurrezione giungerà inattesissima, ma desiderata da tutti come la mamma…”(11). In realtà molti non volevano tale “mamma”, per i molteplici motivi che abbiamo già esposto, ed in seguito all’allarme dato dal Fischetti erano fuggiti (12) o si erano barricati in casa. Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 288, nella nota (10) postillava: “(10) Cfr. cap. V, n. 36. Negli scritti trovati addosso a Pisacane figurava il nome del sarto di Omignano (ivi, P. s.S., Atti Istruttori, b. 197, vol. XI)”. Fusco, a p. 288, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. cap. V, n. 35.”. Fusco, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i realisti (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti: La Spedizione ecc., cit., p. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS., P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. cc. 75 ss.).”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″.  Fusco, a p. 289, nella nota (14) postillava: “(14) …..

Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22)…..Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); e Nicotera al procuratore Pacifico il 9 dello stesso mese: “Discesi in Sapri nella notte del 28 al 29 non vi rinvenimmo la forza armata di mille a duemila compromessi, come il comitato napoletano aveva fatto credere a Pisacane. Pur tuttavia i rivoltosi, dopo aver chiesto notizie del barone Gallotti, e che per altro non si fece mica vedere, mossero verso il Fortino….” (cfr. n. 32) Così dichiarò Nicotera a Salerno al procuratore generale Francesco Pacifico il 9 luglio (ASS, P. s. S., Interrogatori, b. 214, vol. IV, c. 18).”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. III, dove parlava dello ‘Sbarco di Sapri’, a p. 211, in proposito scriveva che: “Interrogatorio di Antonio Ventorino e Domenico Catapano domestici ed attendenti di Pisacane (1). L’anno 1857 il giorno 4 luglio alle ore 5, ed un quarto p.m. Noi Comm. Luigi de’ Marchesi Aiossa Intendente della Provincia di Principato Citra, assistiti dal Capo del Gabinetto sig. Condò. Essendo arrivati da Sala i due arrestati che facean parte dell’orda sbarcata in Sapri, e volendone ricevere l’interrogatorio, etc…Mentre erano nel Fortino vi arrivava un Barone che se non erro era di cognome Gugliotti, o Gallotti, accompagnato da un vecchio, e dissero entrambi che si fossero avviati perchè li avrebbero raggiunti. Etc…”. Nell’interrogatorio, il Domenico Catapano parlando del Fortino accennava al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti e dei suoi due figli. Domenico Catapano era di Napoli e stava relegato a Ponza. Aveva commesso un omicidio e si trovava tra i soldati che presero parte contro i rivoltosi della Sicilia nei fatti di Cefalù essendo all’epoca soldato borbonico. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 216-217, racconta pure che: Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 54, in proposito scriveva che: “…Fiducioso, perciò negli uomini, di cui porta scritti i nomi, li cerca, nella certezza di vincerne la titubanza. Ed innanzi tutto chiede dei Gallotti alla cui casa si reca, subito, guidato da una guardia doganale che era stata arrestata. Vi trova solo i fratelli, Emanuele ed il sacerdote d. Filomeno, il quale l’avverte che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele, si trovano al Fortino (12).”. Cassese, a p. 54, nella nota (11) postillava: “(11) V. l’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonché quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. VII, cc. 19 sgg. e 21 sgg.”. Cassese, a p. 54, nella nota (12) postillava: “(12) B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: In piazza trovarono d. Filomeno Gallotti, il quale, dopo un abboccamento con i capi, partì per il Fortino, etc..(17)…”. Cassese, a p. 55, nella nota (17) postillava: “(17) B. 199, voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”.

Nella sera del 28 giugno, 1852, l’arciprete don NICOLA TIMPANELLI e la sua accoglienza ai rivoltosi 

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: I rivoltosi si recarono anche a casa dell’arciprete Nicola Timpanelli che li accolse offrendo loro pane e formaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (13), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol. In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, ai quali l’arciprete Nicola Timpanelli fornì pane e formaggio.”. Fusco, a p. 258, riferendosi al periodo dei moti del ’48 nel Cilento, nella nota (46) postillava: “(46) A Sapri Stefano Passaro fu accolto dal sindaco Angelo Tinelli, da Giovani Gallotti coi figli Salvatore e Raffaele, dal prete Nicola Timpanelli. Un altro prete, Vincenzo Peluso, ex sanfedista e fanatico realista, di cui abbiamo già detto e diremo ancora, era fuggito da Acquafredda appena saputo dell’arrivo dei liberali.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “…..i rivoltosi (17), i quali, recatisi a casa dell’arciprete d. Nicola Timpanelli, ottennero, secondo alcuni  volontariamente, a forza secondo altri, pane e formaggio, si recarono poi, etc…(18)…”. Cassese, a p. 55, nella nota (17) postillava: “(17) B. 199, voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”.

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(Fig…..) Portale e stemma araldico del palazzo Timpanelli in C. so Umberto I a Sapri

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 57, in proposito scriveva che: Mentre i rivoltosi si avviano al Fortino, il vescovo, verso le ore quindici italiane, si porta in chiesa con tutta la popolazione, per un rito di ringraziamento per lo scampato pericolo: celebra una messa “alla spaguola” e pronunzia poi un discorso per incitare il popolo ad essere fedele al sovrano, e le sue parole equivalgono nel tono concitato alla grande paura provata nelle ore trascorse (26). Eppure il Fra Diavolo della rivoluzione italiana ed i banditi al suo ordine avevano di proposito del tutto ignorato la sua presenza.”. Cassese, a p. 56, nella nota (21) postillava: “(21) B. 199, Voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 57, nella nota (26) postillava: “(26) B. 197, vol. I, interrogatorio dell’arciprete di Torraca Timpanelli.”. Timpanelli era si arciprete ed apparteneva al clero di Torraca ma era di Sapri e si era già distinto sia nei moti del ’48 con Carducci e sia in occasione dello sbarco di Pisacane. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 53, nella nota (8) postillava: “(8) Deposizione dei sacerdoti Timpanelli e Immediato, B. 197, vol. I, cc. 75 sgg.”. Cassese, a p. 53, nella nota (10) postillava: “(10) Fischetti, op. cit., p. 39. A nulla valse al Fischetti, per farsi merito, l’avere indotto le autorità locali e gl’impiegati da lui interrogati, a fare affermazioni che suonassero elogio all’opera da lui svolta. Il sacerdote di Sapri F. M. Timpanelli, quando il 9 settembre fu interogato dal P.G. Pacifico, dichiarò esplicitamente: “Mi riporto del tutto alla mia dichiaazione già resa dinanzi al giudice del circondario, meno la parte elogistica del giudice, che ei volle far credere nella mia interrogazione, e che io firmai per riguardo” (B. 197, vol. XII, c. 5. Il precedente interrogatorio è nel vol. I, c. 75). Fischetti si rifece venti anni dopo con la pubblicazione (fatta in occasione del processo di Firenze, e quindi per ingraziarsi Nicotera divenuto ministro dell’interno) dell’opera già citata nella quale schizzò fiele contro tutti i suoi ex-colleghi, e specialmente contro Pacifico, senza risparmiare l sottointendente Calvosa ed il giudice Leoncavallo v. “Incartamento relativo al disbarco dei rivoltosi in Sapri nel 29 giugno 1857″ in B. 197, vol. XXVI.”.

Nel 29 giugno, 1857, Nicotera e Falcone andarono a casa del capourbano Vincenzo PELUSO che però si era reso irreperibile

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Secondo il sacerdote Luigi Tancredi (…), nella sua “Sapri giovane e antica” a p. 89 elenca i “Sindaci del Comune di Sapri” e cita il “12) Vincenzo Peluso nel 1852”. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Leopoldo Peluso che era capourbano e l’altro, Vincenzo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo giudato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”.

Nel 28 giugno 1857, domenica, a Sapri, Nicotera ed altri si recarono alla ricerca di Giuseppe MAGALDI per punirlo, ma egli era fuggito

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti. 

Nel 28 giugno 1857, domenica, a Sapri, Nicotera ed altri si recarono a casa del Sindaco di Sapri,  Leopoldo PELUSO per punirlo, ma egli era fuggito

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….di là passarono, sempre gridando, alla casa del sindaco d. Leopoldo Peluso, che era fuggito come gli altri dal paese, perché, essendo congiunto del prete uccisore del Carducci vedeva la sua vita più in pericolo di tutti. Vi furono pochi colpi di scure al portone ed il solito tentativo di appiccare il fuoco (19).”. Cassese, a p. 55, nella nota (19) postillava: “(19) B. 197, vol. IX.”.

Nel 28 giugno 1857, domenica, a Sapri, Pisacane in casa Gallotti scrive il “Proclama”

Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 76, in proposito scriveva che: “La delusione per l’accoglienza ricevuta è palpabile nel ‘Proclama’ scritto durante la notte o nelle prime ore del mattino: “Noi abbiamo lasciato famiglie, ed agi di vita per gettarci in un’intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente, come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisca a noi, infamia a quei vili che nascondono l’armi piuttosto che consegnarle”(22). Pur deluso, Pisacane decise di andare avanti, anche perchè il Cagliari era ripartito (23).”. Dunque, come correttamente paventa il Fusco, è molto probabile che il “Proclama di Pisacane” sia stato scritto nella notte del 28 proprio a casa dei Gallotti a Sapri in via Nicodemo Giudice. Il ‘Proclama’ scritto da Pisacane a Sapri nella notte del 28 o nelle prime ore del mattino prima di risalire a Torraca, arrivati ivi il 29, lunedì fu letto da Pisacane agli astanti di Torraca. Ma come vedremo, anche quì, a Torraca, fu forte la sua delusione. Fusco, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ASS, P. s. S., Documenti, b. 210, vol. X, c. 99. Questo il testo completo: “Cittadini ! E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo; l’odio contro di lui etc…Noi abbiamo lasciato famiglie, ed agi di vita per gettarci in un’intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente, come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisca a noi, infamia a quei vili che nascondono l’armi piuttosto che consegnarle… Viva l’Italia…”. Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); e Nicotera al procuratore Pacifico il 9 dello stesso mese: “Discesi in Sapri nella notte del 28 al 29 non vi rinvenimmo la forza armata di mille a duemila compromessi, come il comitato napoletano aveva fatto credere a Pisacane. Pur tuttavia i rivoltosi, dopo aver chiesto notizie del barone Gallotti, e che per altro non si fece mica vedere, mossero verso il Fortino….” (cfr. n. 32) Così dichiarò Nicotera a Salerno al procuratore generale Francesco Pacifico il 9 luglio (ASS, P. s. S., Interrogatori, b. 214, vol. IV, c. 18).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 189, in proposito scriveva che: “1….Proclama di Carlo Pisacane alle popolazioni del Salernitano. (ASS, Processi politici, B. 210, Documenti, vol. X, c. 99. E’ la minuta autografa di Pisacane; alle cc. 41, 100, 102 vi sono copie di mano aliena, con firma autografa di Nicotera.). “Cittadini etc…”.”. Il testo completo del Proclama è riportato anche dal Fusco. Recentemente la minuta del Proclama di Pisacane è stata pubblicata anche da Carlo e Gaetano Bellotta (….), nel “Il Proclama di Torraca – Riflessioni sull’ultimo scritto di Carlo Pisacane”. Un piccolo librettino che contiene delle interessanti riflessioni sul Proclama di Pisacane. Differentemente dal Cassese che, riguardo questo documento storico conservato all’Archivio di Stato di Salerno e che, a p. 189 postillava essere: “1….Proclama di Carlo Pisacane alle popolazioni del Salernitano. (ASS, Processi politici, B. 210, Documenti, vol. X, c. 99.”, i due autori, padre e figlio, a pp. 10-11 postillano: “Busta 198, vol. 40”, probabilmente la nuova coeva collocazione del documento. I due autori, a p. 9, in proposito scrivono che: “Il testo, probabilmente scritto la notte precedente, in fretta e in condizioni di emergenza, come ci inducono a pensare le numerose cancellature contenute nel foglio originale, è importante perché è l’ultimo scritto di Carlo Pisacane, prima della sua tragica morte avvenuta a Sanza il 2 luglio 1857 etc…”. Sebbene i due autori abbiano scritto che il documento sia stato scritto la notte precedente all’arrivo a Torraca, ovvero la notte del 28 giugno 1857 e che io aggiungo sia stato scritto in casa del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti a Sapri, i due autori, sempre a p. 9 presentano il documento come “Il Proclama rivoluzionario di Torraca”. Il Proclama fu scritto per le genti del Salernitano ma solo per le contingenze del momento era notte ed il paese era deserto, pur essendo stato scritto a Sapri non fu letto a Sapri, fu poi, in seguito, il giorno dopo, il 29 giugno letto a Torraca. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Stranamente il Cassese scrive del Proclama di Pisacane ma non scrive che esso si trovava nel portafogli di Pisacane ritrovato a Padula.

Nel 28 giugno 1857, a Torraca, il giudice regio Fischetti sparge il panico ed avverte il Laudisio dell’arrivo dei rivoltosi

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 53, in proposito scriveva che: Il Fischetti non può far di meglio che scappare anch’egli, per via impraticabile, verso Torraca, e giunto colà riunisce gli urbani, li fa giurare (la richiesta fatta in quel momento rivela la poca fiducia nella polizia civica), poi alla popolazione impaurita dà il consiglio di correre a rinchiudersi in Tortorella. Dopo aver conferito col vescovo Laudisio, che si trovava colà in santa visita, parte sollecitamente per Vibonati (9), dopo aver dato notizia, alle tre del mattino, all’ignaro sottointendente del distretto di Sala, Calvosa, dell’avvenuto sbarco. Fino a questo momento il giudice Fischetti è stato, secondo una sua espressione, l’unico centro di movimento contro i rivoltosi; ma da allora in poi la massima autorità amministrativa del distretto prende le redini del comando ed il Fischetti viene messo da canto. E’ il momento del giudice regio di Sanza, Leoncavallo, il padre del futuro musicista; ma il Fischetti, prima di abbandonare la partita, allo scopo di battere nel tempo il sottointendente e di attribuirsi un merito che avrebbe potuto schiudergli la via per una più rapida carriera, corre sul far dell’alba da Vibonati alla marina di Capitello e fa trasmettere da quel telegrafo messaggi al Re, ai direttori di polizia generale e di grazia e giustizia, nonché alle autorità provinciali, comunicando le disposizioni che aveva dato e chiedendo soccorso. Tutta la macchina difensiva dello Stato aveva ormai ricevuto il necessario abbrivo (10).”. Cassese, a p. 53, nella nota (8) postillava: “(8) Deposizione dei sacerdoti Timpanelli e Immediato, B. 197, vol. I, cc. 75 sgg.”. Cassese, a p. 53, nella nota (9) postillava: “(9) B. 197, vol. I, c. 139; Fischetti, op. cit., p. 38”. Cassese, a p. 53, nella nota (10) postillava: “(10) Fischetti, op. cit., p. 39. A nulla valse al Fischetti, per farsi merito, l’avere indotto le autorità locali e gl’impiegati da lui interrogati, a fare affermazioni che suonassero elogio all’opera da lui svolta. Il sacerdote di Sapri F. M. Timpanelli, quando il 9 settembre fu interogato dal P.G. Pacifico, dichiarò esplicitamente: “Mi riporto del tutto alla mia dichiaazione già resa dinanzi al giudice del circondario, meno la parte elogistica del giudice, che ei volle far credere nella mia interrogazione, e che io firmai per riguardo” (B. 197, vol. XII, c. 5. Il precedente interrogatorio è nel vol. I, c. 75). Fischetti si rifece venti anni dopo con la pubblicazione (fatta in occasione del processo di Firenze, e quindi per ingraziarsi Nicotera divenuto ministro dell’interno) dell’opera già citata nella quale schizzò fiele contro tutti i suoi ex-colleghi, e specialmente contro Pacifico, senza risparmiare l sottointendente Calvosa ed il giudice Leoncavallo v. “Incartamento relativo al disbarco dei rivoltosi in Sapri nel 29 giugno 1857″ in B. 197, vol. XXVI.”.

Nel 29 giugno 1857, lunedì, Carlo Pisacane, si recò a Torraca con i suoi Trecento

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘…..La mattina alle 4 abbiamo potuto avere dei viveri pagandosi e mangiato un pezzettino di pane ed un poco di formaggio. Alle sette partimmo per Torraca con la certezza che bisognava attaccare.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Esaurita l’azione in Sapri senza alcun risultato apprezzabile, Pisacane, avendo invano atteso quel Matteo Giordano che avrebbe dovuto incontrare colà, si mosse alla volta di Torraca (20). Vi era già giunto Mansueto Brandi, che fu in quei giorni infaticabile. Egli ovunque incontrasse i fuggitivi li animava a tornare a casa fiduciosi assicurando che i rivoltosi non erano briganti, ma brava gente “che camminava per l’ordine”; e per disporre gli animi a fraternizzare con essi, sì da determinare l’impulso iniziale per una rivolta popolare, spargeva la voce che quelli erano i primi di varie migliaia di patrioti che stavano sbarcando a Policastro e a Palinuro (21). Quella domenica Torraca offriva un aspetto insolito, perché ricorreva la festa dei ss. Pietro e Paolo e per di più aveva l’onore di ospitare il vescovo Laudisio, giunto in santa visita. In piazza, nonostante il timore creato dall’allarme del giudice Fischetti durante la notte, sostavano capannelli di persone, per lo più povera gente, perché i benestanti avevano preso il largo, quando giunse la colonna dei rivoltosi. Donne e vecchi ed i più timidi sono in chiessa a pregare, impauriti, insieme al Vescovo, come se da un momento all’altro dovessero cadere per mano dei feroci banditi, quando sentono un festoso suon di campane e forti grida di “Viva la libertà, Viva la repubblica”. In piazza, Biagio Filizzola, Giuseppe Falce, p. Luigi da Torraca ed altri fanno eco al grido rivoluzionario. L’attendibile Camillo Caccuri, un ebanista di Rovito che si trovava a Padula per motivi di lavoro, e Carmine Barra, un bottegaio di Torraca, si fanno incontro alla colonna e baciano, commossi, la bandiera. Il Barra, che aveva obbligato il sacrestano Carmine Cesarini a suonare le campane, offre vino ai rivoltosi e ai paesani nastri tricolore della sua bottega (22). Pisacane legge con voce forte il proclama rivoluzionario: “Cittadini, è tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo; l’odio contro di lui è universalmente inteso….”(23). Sembra che gli animi comincino a scuotersi perché le parole incitatrici vengono accolte con caldo consenso. Vi contribuisce l’allegra parlantina di un operoso uomo, Vincenzo Cioffi, tavernaro al Fortino, il quale, appena saputo dello sbarco, corse di filato a Torraca. Per istrada incontra gente che mentre stava per recarsi alla festa di S. Pietro a Torraca, saputo dell’arrivo colà della colonna rivoluzionaria, tornava indietro impaurita. Molti si lasciano convincere dalle sue incoraggianti parole: quelli sono uomini d’ordine che non fanno male a nessuno; sono venuti “per ribassare i pesi pel vantaggio di tutti e segnatamente pel bene dei poveri”. Giunto a Torraca, si abbraccia con molti rivoltosi che aveva conosciuto a Ponza durante la sua relegazione; si presenta a Pisacane, ed appena appreso da lui che era in procinto per dirigersi al Fortino, con grande allegrezza corre avanti per apprestare i viveri necessari (24). Diversamente da Sapri, Torraca ha offerto sentimenti di calorosa gentilezza, ma non più di questo: è tato un breve attimo di entusiasmo, ma una rivoluzione ha bisogno di altro. La seconda giornata della dura odissea sta per chiudersi senza che si verifichi l’auspicato scatto di ribellione di una popolazione oppressa desiderosa di libertà. La colonna si rimette in marcia, ma già emergono sintomi preoccupanti: tre uomini mancano all’appello. Il primo esempio di diserzione di fronte al pericolo imminente può avere conseguenze incalcolabili; occorre perciò imporre una disciplina ferrea (25). Mentre i rivoltosi si avviano al Fortino, il vescovo, verso le ore quindici italiane, si porta in chiesa con tutta la popolazione, per un rito di ringraziamento per lo scampato pericolo: celebra una messa “alla spaguola” e pronunzia poi un discorso per incitare il popolo ad essere fedele al sovrano, e le sue parole equivalgono nel tono concitato alla grande paura provata nelle ore trascorse (26). Eppure il Fra Diavolo della rivoluzione italiana ed i banditi al suo ordine avevano di proposito del tutto ignorato la sua presenza.”. Cassese, a p. 56, nella nota (21) postillava: “(21) B. 199, Voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 56, nella nota (22) postillava: “(22)  B. 197, vol. I, c. 139 sgg.; B. 199, vol. XLIV”. Cassese, a p. 56, nella nota (23) postillava: “(23)  Originale in B. 210, vol. XIV dei ‘Documenti’, c. 99.”.  Cassese, a p. 56, nella nota (21) postillava: “(21) B. 199, Voll. XLV e XLVI.”. Cassese, a p. 57, nella nota (24) postillava: “(24) B. 199, vol. XLVII. Cassese, a p. 57, nella nota (23) postillava: “(25) B. 197, vol. I, c. 137..  Cassese, a p. 57, nella nota (26) postillava: “(26) B. 197, vol. I, interrogatorio dell’arciprete di Torraca Timpanelli.”. Timpanelli era si arciprete ed apparteneva al clero di Torraca ma era di Sapri e si era già distinto sia nei moti del ’48 con Carducci e sia in occasione dello sbarco di Pisacane. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno a Torraca ci si accingeva a festeggiare San Pietro, eletto protettore nel 26 aprile del 1776. Nulla faceva supporre, specialmente a coloro dediti al solito lavoro dei campi e lontani dalla politica, che in quella solenne giornata potessero arrivare più di trecento persone tra cui anche due donne. Erano al seguito di un individuo dall’aspetto signorile, il quale si esprimeva correttamente in italiano, ma che si rivolgeva ai torracchesi con inflessione prettamente campana. Nella salita che da Sapri si inerpica fino al piccolo borgo di Torraca, quell’uomo che capeggiava la comitiva, ebbe l’occasione di ammirare il panorama che spaziava sul golfo, reso ancor più bello dalle prime luci del giorno. La splendida vista gli aprì l’animo verso un fiero ottimismo sulla missione che aveva intrapreso. Etc…”. Proseguendo il suo racconto, a p. 90, il Mallamaci scriveva: “Aveva riunito la gente in Piazza dell’Olmo, alla quale lesse il seguente proclama: “Cittadini. E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo. L’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi. La capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione etc…era impossibile pertanto non chiedersi come mai individui come ‘Luigi Lazzaro’ di Policastro, ‘Luigi Smimmero’ e ‘Gaetano Tropeano di Polla, nonché quel tale saprese ‘Samuele Lacorte’, tutti personaggi di pessima nomea, invece di essere rinchiusi nel carcere di Ponza, circolassero liberamente in compagnia di quelle persone. Sicuramente, come asseriva il loro parroco, anche coloro con cui si accompagnavano erano gente della loro stessa risma. Comunque a sostenerli vi era anche la presenza del vescobo Nicola Maria Laudisio, noto per la sua fedeltà borbonica, giunto a Torraca per l’occasione della festività di S. Pietro, il quale dovette nascondersi per motivi di sicurezza. Solo dopo la partenza dei trecento diretti verso il Fortino, poté mostrarsi e celebrare una messa per lo scampato pericolo. A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al indaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote. Un’altra versione storica riguardante il vescovo Laudisio, è che accolse i rivoltosi con la dovuta diplomazia, e per aggraziarsi la loro simpatia, fece distribuire del buon vino locale e delle belle ciliege. Quest’ultima ipotesi, sicuramente non è tra le più credibili, poiché era nota la sua fama di fedeltà al Re, etc….A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti. Ad un certo Carmine Viggiano vennero sottratte sei piastre e fu proprio la figlia Angela ad indicare al loro capo (Pisacane) chi li aveva derubati. Poiché le monete non furono tutte ritrovate, il Pisacane diede loro la parte mancante. Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile. Oltre al Viggiano e al Tancredi, denunciano furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco. Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a p. 44, in proposito scriveva che: Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca. La stessa sorpesa, la stessa miserabile paura fra quei terrieri. Ma lessero un proclama sulla pubblica via (1); e il grido d’Italia trovò quivi un eco fra quella gente, che prese almeno i colori d’Italia, – fugace dimostrazione di povera gioia, che però nulla, neppure un compagno frutto agli arrivati.”. Racioppi, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) E’ riferito nell’Atto di accusa….. a p. 37”.  Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 215, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala……Mangiammo e subito si partì per l’altro paese che intesi chiamarsi Torraca. Quivi arrivati verso le ore 17 suonarono le campane a festa e vennero ad incontrarci una decina di galantuomini e Sacerdoti, i quali pieni di giubilo si insignirono di nocche tricolori al petto, come la maggior parte di noi altri andavamo, e gridarono con noi: “Viva l’Italia, Viva la Libertà, Viva la Repubblica”. Fecero delle cortesi esibizioni di viveri e quant’altro il Generale desiderava. Intanto fu somministrato da un un individuo, di anni 32 in 33 statura alta di condizione proprietario, del vino e taralli senz’aver voluto paga perché si mostrava molto confidente del Generale. Dopo circa un’ora di riposo proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore ventidue.”.

Nel 29 giugno 1857, lunedì a Torraca, nella piazza dell’Olmo, Carlo Pisacane lesse il suo ultimo “Proclama”

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a p. 44, in proposito scriveva che: Procedetero, il mattino 29, da Sapri alla prossima Torraca. La stessa sorpesa, la stessa miserabile paura fra quei terrieri. Ma lessero un proclama sulla pubblica via (1); e il grido d’Italia trovò quivi un eco fra quella gente, che prese almeno i colori d’Italia, – fugace dimostrazione di povera gioia, che però nulla, neppure un compagno frutto agli arrivati.”. Racioppi, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) E’ riferito nell’Atto di accusa….. a p. 37”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 56, in proposito scriveva che: Pisacane legge con voce forte il proclama rivoluzionario: “Cittadini, è tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo; l’odio contro di lui è universalmente inteso….”(23). Sembra che gli animi comincino a scuotersi perché le parole incitatrici vengono accolte con caldo consenso.”. Cassese, a p. 56, nella nota (22) postillava: “(22)  B. 197, vol. I, c. 139 sgg.; B. 199, vol. XLIV”. Cassese, a p. 56, nella nota (23) postillava: “(23)  Originale in B. 210, vol. XIV dei ‘Documenti’, c. 99.”.  Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 189, in proposito scriveva che: “1….Proclama di Carlo Pisacane alle popolazioni del Salernitano. (ASS, Processi politici, B. 210, Documenti, vol. X, c. 99. E’ la minuta autografa di Pisacane; alle cc. 41, 100, 102 vi sono copie di mano aliena, con firma autografa di Nicotera.). “Cittadini etc…”.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 191, in proposito scriveva che: “3. Portafogli di Carlo Pisacane (I documenti originali si trovano nel vol. VI dei ‘Documenti’ e furono restituiti nel 1861 alla figliuola di Pisacane, Silvia: cfr. L. Cassese, Note intorno alla figliuola di C. P., p. 761, nn. 1 e 4. I docc. che qui si pubblicano furono inviati in copia dal P.G. Pacifico al ministro di grazia e giustizia, con nota dell’11 luglio ’57, indicando le “spieghe” date dal Nicotera. Essi si trovano in ASN, Ministero di G. e G., F. 5268, fasc. II, parte 1°, cc. 2-16. “Spieghe” e note del Pacifico sono riportate qui di seguito in corsivo.).”. Stranamente il Cassese scrive del Proclama di Pisacane ma non scrive che esso si trovava nel portafogli di Pisacane ritrovato a Padula. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 76, in proposito scriveva che: “La delusione per l’accoglienza ricevuta è palpabile nel ‘Proclama’ scritto durante la notte o nelle prime ore del mattino: “Noi abbiamo lasciato famiglie, ed agi di vita per gettarci in un’intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente, come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisca a noi, infamia a quei vili che nascondono l’armi piuttosto che consegnarle”(22).”. Fusco, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ASS, P. s. S., Documenti, b. 210, vol. X, c. 99. Questo il testo completo: “Cittadini ! E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo; l’odio contro di lui etc…Noi abbiamo lasciato famiglie, ed agi di vita per gettarci in un’intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente, come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisca a noi, infamia a quei vili che nascondono l’armi piuttosto che consegnarle… Viva l’Italia…”.”. Il testo completo del Proclama è riportato anche dal Fusco. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 198, nella nota (6) postillava: “(6) La storia orale tramanda che all’ombra di quest’albero, abbattuto non da molto, Carlo Pisacane, la mattina del 29 giugno 1857, lesse il suo proclama di libertà al popolo.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 90 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Aveva riunito la gente in Piazza dell’Olmo, alla quale lesse il seguente proclama: “Cittadini. E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo. L’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi. Etc…”. Recentemente la minuta del Proclama di Pisacane è stata pubblicata anche da Carlo e Gaetano Bellotta (….), nel “Il Proclama di Torraca – Riflessioni sull’ultimo scritto di Carlo Pisacane”. Un piccolo librettino che contiene delle interessanti riflessioni sul Proclama di Pisacane. Differentemente dal Cassese che, riguardo questo documento storico conservato all’Archivio di Stato di Salerno e che, a p. 189 postillava essere: “1….Proclama di Carlo Pisacane alle popolazioni del Salernitano. (ASS, Processi politici, B. 210, Documenti, vol. X, c. 99.”, i due autori, padre e figlio, a pp. 10-11 postillano: “Busta 198, vol. 40”, probabilmente la nuova coeva collocazione del documento. I due autori, a p. 9, in proposito scrivono che: “Il testo, probabilmente scritto la notte precedente, in fretta e in condizioni di emergenza, come ci inducono a pensare le numerose cancellature contenute nel foglio originale, è importante perché è l’ultimo scritto di Carlo Pisacane, prima della sua tragica morte avvenuta a Sanza il 2 luglio 1857 etc…”. Sebbene i due autori abbiano scritto che il documento sia stato scritto la notte precedente all’arrivo a Torraca, ovvero la notte del 28 giugno 1857 e che io aggiungo sia stato scritto in casa del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti a Sapri, i due autori, sempre a p. 9 presentano il documento come “Il Proclama rivoluzionario di Torraca”. Il Proclama fu scritto per le genti del Salernitano ma solo per le contingenze del momento era notte ed il paese era deserto, pur essendo stato scritto a Sapri non fu letto a Sapri, fu poi, in seguito, il giorno dopo, il 29 giugno letto a Torraca.

Nel 29 giugno 1857, lunedì, a Torraca, Vincenzo Cioffi

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 57, in proposito scriveva che: Sembra che gli animi comincino a scuotersi perché le parole incitatrici vengono accolte con caldo consenso. Vi contribuisce l’allegra parlantina di un operoso uomo, Vincenzo Cioffi, tavernaro al Fortino, il quale, appena saputo dello sbarco, corse di filato a Torraca. Per istrada incontra gente che mentre stava per recarsi alla festa di S. Pietro a Torraca, saputo dell’arrivo colà della colonna rivoluzionaria, tornava indietro impaurita. Molti si lasciano convincere dalle sue incoraggianti parole: quelli sono uomini d’ordine che non fanno male a nessuno; sono venuti “per ribassare i pesi pel vantaggio di tutti e segnatamente pel bene dei poveri”. Giunto a Torraca, si abbraccia con molti rivoltosi che aveva conosciuto a Ponza durante la sua relegazione; si presenta a Pisacane, ed appena appreso da lui che era in procinto per dirigersi al Fortino, con grande allegrezza corre avanti per apprestare i viveri necessari (24).”. Cassese, a p. 57, nella nota (24) postillava: “(24) B. 199, vol. XLVII. Cassese, a p. 57, nella nota (23) postillava: “(25) B. 197, vol. I, c. 137.

Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Desvernois

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest”. Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”.

Nel 29 giugno, 1857, Pisacane, partenza da Torraca ed arrivo al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica.”. Oggi la “Taverna del Fortino”, il fabbricato dove si fermò, prima il Pisacane e poi in seguito Giuseppe Garibaldi è gestito ed è proprietà della famiglia Colombo. Nel 1975, il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “Avanti va la marcia e a notte si arriva a Fortino, dove l’oste ha preparato pane, vino, formaggio e quattro pecore. Si abbatte il palo del telegrafo elettrico e si raccolgono notizie, brutte e belle. Il sacerdote Vincenzo Padula che ha organizzato la sommossa dell’intero Vallo di Diano, è stato arrestato col suo collaboratore, il sacerdote Cardillo.”. Oggi la strada che passa dal Fortino di Cervara (il Fortino frazione del Comune di Casaletto Spartano) è la Strada Provinciale 349. Il “Fortino” cosiddetto è una piccola borgata. Tra le poche case vi è una “Taverna”, da sempre gestita dalle famiglie Cioffi e Colombo. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “….molti rivoltosi che aveva conosciuto a Ponza durante la sua relegazione; si presenta a Pisacane, ed appena appreso da lui che era in procinto per dirigersi al Fortino, con grande allegrezza corre avanti per apprestare i viveri necessari (24). Al Fortino, un modesto villaggio posto al confine tra la Provincia di Principato e quella di Basilicata sul fianco del monte Cervato, erano già giunti d. Filomeno Gallotti e Mansueto Brandi. Quest’ultimo, dopo rapido abboccamento con Giovanni Gallotti, parte alla volta di Casalnuovo, mente d. Filomeno si unisce a consiglio con i fratelli Salvatore e Raffaele e col padre. Evidentemente si fa il punto della situazione, si valutano le forze e le possibilità. Le conclusioni dovettero essere tutt’altro che rosee perché il vecchio Gallotti, che col figlio Salvatore da poco era tornato a casa  a seguito di indulto, decise di rifugiarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli” (27), e per sfuggire quindi a nuove compromissioni. Un’altra speranza di aiuto veniva a mancare. La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi e affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna. Quattro pecore lì per lì sgozzate, del pane impastato e cotto alla svelta, un pò di formaggio e qualche sorso di vino li rinfocillano parcamente; tra poco piomberanno nel sonno, mentre i capi si accordano sul da farsi. Intanto v’è un’operazione urgente: l’abbattimento dell’albero di sostegno della corda metallica del telegrafo. Nicotera impartisce l’ordine che viene eseguito da Cioffi. Pochi colpi d’ascia bene assestati e l’albero piomba giù tra gli evviva dei rivoltosi eccitati. Cioffi, soddisfatto della sua bravura, esclama: “Cos’ avria da i’ la capo de lu re!” (28). Etc….Intanto uno dei due rimasti, “un giovane dai 22 ai 23 anni, capelli biondi e lungi, alla nazarena, barba bionda e lunga” (30),  dopo aver offerto della ricotta ai rivoltosi, li incoraggiava dicendo che da alcuni mesi erano stati assoldati 400 uomini, pronti ad insorgere; che gli urbani di Padula non appena il paese sarebbe stato attaccato avrebbero fatto causa comune con loro; che Sala ed altri paesi del Vallo erano pronti ad insorgere al minimo cenno; che appena scoppiata la rivolta a Padula tutto il Cilento si sarebbe messo in marcia, ed altre simili speranzose espressioni” (31).. Cassese, a p. 57, nella nota (24) postillava: “(24) B. 199, vol. XLVII”Cassese, a p. 57, nella nota (27) postillava: “(27) A tale convinzione giunse il giudice istruttore di Sala dopo aver bene vagliato tutte le prove: v. B. 204, vol. XL: “Prospetto sintetico dei risultamenti di tutte le processure” compilate nel distretto di Sala, c. 9. Secondo il Fischetti, op. cit., p. 53, padre e figlio Gallotti erano partiti dal Fortino già il giorno precedente, e gliene avevano dato avviso essendo soggetti a sorveglianza. V. anche bilotti, op. cit., p. 199 e B. 199, voll. XLII e XLIII. Secondo il giudice istruttore di Sala (l.c., c. 8 t.) il figliuolo Salvatore, fatta poca strada in compagnia del padre, se ne tornò al Fortino.”Cassese, a p. 57, nella nota (28) postillava: “(28) B. 199, vol. XLVII”. Cassese, a p. 57, nella nota (29) postillava: “(29) B. 204, vol. XL.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie. Dopo un abboccamento con un monaco e con un prete dei quali non ci è giunto il nome (1), fu prescelta questa seconda, sia perchè offriva la possibilità ad una marcia forzata, ove fosse occorsa per giungere ad Auletta, sia perchè avrebbe facilitato un eventuale passaggio in Basilicata ed in ogni caso era meno esposta alle ostilità degli abitanti dal Fischietti e dal Laudisio. Fra balze e dirupi, attraversando sentieri alpestri e tortuosi per oltre sei ore, i militi della Spedizione giunsero alle ore 5 p.m. al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata e che era punto obbligato per chi sbarcando sulle marine del golfo di Policastro, avesse voluto dirigersi al Vallo di Teggiano. Ivi, stranchi, si fermarono il resto della giornata e l’intera notte, accampandosi intorno alla taverna di tal Vincenzo Cioffi, che trasformarono in quartiere generale, ponendovi intorno dele sentinelle con la parola d’ordine “Italia”: e si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Il monaco forse fu il cappuccino Padre Luigi da Torraca, sospetto in polizia e dimorante nel convento di Massa (Vallo). Egli si trovava in patria all’epoca dello sbarco. Fu denunziato nel 1859 con un anonimo partito dalle carceri di Vallo, dove si era recato a far visita a due detenuti, D. Antonio De Luca e Salvatore Castello, di Ceraso, “celebri rivoluzionari” come disse l’anonimo, ai quali avrebbe detto che la costituzione si sarebbe annunziata dopo la pasqua, con la morte di re Ferdinando. La morte di Ferdinando si verificò un mese dopo la pasqua, ma il nuovo re mal consigliato dalla matrigna Maria Teresa e dai più feroci sostenitori del dispotico governo, non accordò la costituzione. La offrì poi, ma senza frutto, quattordici mesi dopo.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 215, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala……Dopo circa un’ora di riposo proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore ventidue. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliato ed abbattuto la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che teneva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni, furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala ed altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio, e giunt’in Casalnuovo etc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 63, in proposito scriveva che: Nel 1857 era già in uso l’alfabeto Morse e da Salerno a Brindisi esisteva il telegrafo elettrico che seguiva press’a poco l’antica via Appia. Nei calcoli di Pisacane il telegrafo elettrico era compreso. Appena arrivato a Fortino, lo mise fuori uso. Il telegrafo ottico di Capitello era sfuggito alla sua attenzione. Con i telegrammi del giudice Fischetti e l’arrivo etc…”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. Sul Fortino del Cervaro ha scritto pure Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; ‘Vicenzo Cioffi’, gestore o proprietario della taverna del Fortino ed originario di Tortorella, il quale si prodrigò per fornire le cibarie ai rivoltosi. Il Cioffi, più volte fece sfornare il pane alla propria moglie per sfamare i liberatori. Ai predetti fecero seguito: ‘Michele Albano’, Pasquale e Nicola Bifano, Pasquale Brandi, Francesco Cesarino, Anna e Antonio Falce, Giuseppe Falce, Carmine Falco, Biagio Filizzola, Vincenzo Gallo, l’arciprete Pietro Gravina, Giovanni Lanza di Roccagloriosa, Nicola Mercadante, Vincenzo Mugno, Giuseppe Petrizzo originario di Padula, Raffaele Petrizzo, Carlo Viggiano, Domenico e Pasquale Zipparo. L’accoglienza da parte di costoro fu calorosa e spontanea, qualcuno ha anche gridato “Viva Murat e viva la Repubblica”, però nessuno di questi ebbe il coraggio di seguire i trecento nella loro impresa.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) etc…”. Pesce, a p. 398, nella nota (1) postillava: “(1) Nell’opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’ ho discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ed ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in una unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”.”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382.”. Sulla liberazione di alcuni che il Pisacane fece, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 383, in proposito scriveva pure che: “Vari fuggiaschi furono arrestati qua e là per le campagne e mandati pel processo a Salerno, e tra le molte onoreficenze e pensioni concesse dal Re, va qui ricordata la medaglia d’argento del Real Ordine di Francesco I, conferita al nostro concittadino Agostino Ferraro, detto ‘scellerato’, il quale, trasportato a schiena la corrispondenza postale per Chiaromonte, potè fermare per le campagne, tradurre a Lagonegro e consegnare alle autorità due seguaci di Pisacane, i quali, dopo la sconfitta di Padula, eransi sbandati e dispersi. Questa fu l’unica onoreficenza cavalleresca, che s’ebbe in Lagonegro durante il governo borbonico.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Io posego un’altra edizione del Policicchio. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Montesano, a pp. 106-107 continuando il suo racconto scriveva: “…, fu tappa, il 29 giugno del 1857, della sosta notturna della sfortunata spedizione di Pisacane e dei suoi 300. Ce lo racconta così Leopoldo Cassese.”. Montesano, a p. 108, nella nota (147) postillava: “(147) Leopoldo Cassese, La spedizione di Sapri, Editori Laterza, 1969 – pagg. 57, 58 e 59.”.

Nel 29 giugno, 1857, la taverna del Fortino del Cervaro di proprietà del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?. I Gallotti erano proprietari di una casa di campagna in località S. Marco, non molto distante dal Fortino del Cervaro ?

Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 215, in proposito scriveva che: “10. Interrogatorio di Luciano Marino del 2 luglio 1857 in Sala (ASS, Processi politici, B. 207, vol. II, c. 21 sgg. Copia di questo interrogatorio trovasi in B. 214, Interrogatori, vol. I, c. 43 sgg.; v. anche la dichiarazione autografa del Marino, intitolata ‘Cose segrete riguardo alle sette di Napoli (Sala, 4 luglio), in B. 216, vol. I, c. 55 sgg.). ‘L’anno 1857 il giorno due luglio in Sala…..Dopo circa un’ora di riposo proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore ventidue. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliato ed abbattuto la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che teneva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni, furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia etc…”. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti.  Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo già letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148). All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferrruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011 – pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150). Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giovanni Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto sulla stampa no solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine questa défailance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Questa notizia però distorce con la testimonianza di un rivoltoso liberato a Ponza e fatto prigioniero a Padula, Luciano Marino. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucie nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”. La versione della casetta in campagna dei baroni Gallotti distante dalla Taverna di proprietà di Vincenzo Cioffi contraddice l’altra versione che ne dà l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. Dunque, il Pesce riferendosi alla Taverna del Fortino scriveva che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi…..accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. Pesce scriveva che, il fabbricato della “Taverna del Fortino” era di proporietà del barone don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “…“Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, etc…”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Nel 1978 fui incaricato dal Giudice Francesco Flora e dal Tribunale di Lagonegro per redigere, in qualità di Consulente Tecnico di Ufficio la Perizia di divisione erditaria dell’Immobile in questione e le parti in causa erano i Colombo contro i Cioffi. In seguito pubblicherò i resoconti della Perizia che provano in modo inconfutabile la precedente proprietà dei Cioffi. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13)… I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26)……Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 216-217, racconta pure che: Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbrcciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, in proposito scriveva: Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi. “All’indomani però dopo una mezz’ora fatto giorno alquanti faziosi andarono nella casina Gallotti, ed uno di essi, che D. Salvatore poscia disse essere il capo dell’orda, ascese sulla stanza superiore, i Gallotti si alzarono e vi discorsero qualche quarto d’ora, e quindi, rimasto in casa il solo Salvatore, Raffaele e Filomeno ne sortirono con quegl’insorti e quando la turba mosse per Casalnuovo i Gallotti rientrarono nel casino (52).”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15”. Policicchio, a p. 216, nella nota (51) postillava: “(51) Ivi, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, nella nota (52) postillava: “(52) Ivi, b. 33, f. 64.”. Policicchio, a p. 217, in proposito aggiungeva: “in conseguenza dei fatti di Pisacane, Giovanni Gallotti e il figlio Salvatore furono arrestati il 6 luglio 1857. Raffaele e Filomeno, accusati di reità di Stato per aver attentato alla sicurezza interna, furono latitanti (53).”. Policicchio, a p. 217, nella nota (53) postillava: “(53) Al potere giudiziario, per gli avvenimenti del 1857, furono anche passati elementi che prevedevano l’arresto di Raffaele e Filomeno Gallotti. Ma la gran Corte, con decisione del 21 dicembre 1858 “riservata la provvidenza di giustizia sulla spedidizione il mandato d’arresto”, richiesto dal Pubblico Ministero, a quando sarebbe stato espletato il giudizio a carico di Giovanni Matina e altri 11 coimputati.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “Al Fortino, un modesto villaggio posto al confine tra la provincia di Principato e quella di Basilicata sul fianco del monte Cervaro, erano già giunti d. Filomeno Gallotti e Mansueto Brandi. Quest’ultimo, dopo rapido abboccamento con Giovanni Gallotti, parte alla volta di Casalbuono, mentre d. Filomeno si unisce al consiglio con i fratelli Salvatore e Raffaele e col padre. Evidentemente si fa il punto della situazione, si valutano le forze e le possibilità. Le conclusioni dovettero essere tutt’altro che rosee perchè il vecchio Gallotti, che col figlio Salvatore da poco era tornato a casa a seguito di indulto, decise di rifugiarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli” (27), e per sfuggire quindi a nuove compromissioni. Un’altra speranza di aiuto veniva a mancare.”. Cassese, a p. 58, nella nota (27) postillava che: “(27) A tale convinzione giunse il giudice istruttore di Sala dopo aver ben vagliato tutte le prove: v. B. 204, vol. XL: “Prospetto sintetico dei risultamenti di tutte le processure” compilate nel distretto di Sala, c. 9. Secondo il Fischetti, op. cit., p. 53, padre e figlio Gallotti erano partiti dal Fortino già il giorno precedente, e gliene avevano dato avviso essendo soggetti a sorveglianza. V. anche Bilotti, op. cit., p. 199 e B. 199, voll. XLII e XLIII. Secondo il giudice istruttore di Sala (l.c., c 8 t.) il figliuolo Salavatore, fatta poca strada in compagnia del padre, se ne tornò al Fortino.”. Sempre sui Gallotti al Fortino il Cassese, a p. 58, in proposito scriveva che: I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno. “I cennati d. Giovanni e d. Salvatore Gallotti son servi di pena espiata per fatti politici – scrive il giudice istruttore di Sala – ma da niuno antecedente son gravati gli altri germani d. Raffaele e d. Filomeno.” (29). Ecco la ragione dell’allontanamento dei primi: è una crisi di stanchezza che fa anteporre idee di moderazione e di prudenza alle decisioni richieste dalle drammatiche circostanze. Non considerarono i Gallotti che qualsiasi avversario, e tanto meno i Borboni, non avrebbero tenuto in conto il loro gesto di assenteismo e che li avrebbe gettati nelle carceri egualmente. Intanto uno dei due giovani rimasti, “un giovane dai 22 ai 23 anni, capelli biondi e lunghi, alla nazarena, barba bionda e lunga” (30), dopo aver offerto della ricotta ai rivoltosi, li incoraggiava dicendo che da alcuni mesi erano stati assoldati 400 uomini, pronti ad insorgere; pronti ad insorgere; che gli urbani di Padula non appena il paese sarebbe stato attaccato avrebbero fatto causa comune con loro; che Sala ed altri paesi del Vallo erano pronti ad insorgere al minimo cenno; che appena scoppiata la rivolta a Padula tutto il Cilento si sarebbe messo in marcia, ed altre simili speranzose espressioni (31).”. Cassese, a p. 58, nella nota (28) postillava: “(28) B. 199, voll. XLVII”. Cassese, a p. 58, nella nota (29) postillava: “(29) B. 204, vol. XL.”. Cassese, a p. 59, nella nota (30) postillava: “(30) V. deposizione di Rocco Lacava B. 216, vol. I, c. 38 t.”. Cassese, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″.  Fusco, a p. 289, nella nota (14) postillava: “(14) ……”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…(A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) M. Mazziotti, La reazione borbonica, ecc.., cit., p. 157. Secondo l’intendente di Potenza il “domestico” era stato il “latore della corrispondenza dei Gallotti con l’efferato Carducci” (ivi).”. Fusco, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); e Nicotera al procuratore Pacifico il 9 dello stesso mese: “Discesi in Sapri nella notte del 28 al 29 non vi rinvenimmo la forza armata di mille a duemila compromessi, come il comitato napoletano aveva fatto credere a Pisacane. Pur tuttavia i rivoltosi, dopo aver chiesto notizie del barone Gallotti, e che per altro non si fece mica vedere, mossero verso il Fortino….” (cfr. n. 32) Così dichiarò Nicotera a Salerno al procuratore generale Francesco Pacifico il 9 luglio (ASS, P. s. S., Interrogatori, b. 214, vol. IV, c. 18).”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucie nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia  dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 217, in proposito scriveva che: Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”.

Nel 30 giugno 1857, la strada vicinale detta della “Verdesca” secondo il Fischetti

XXFO5843

(Fig….) Ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”

Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte  per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato. Nel 1916, il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a pp. 1-2-3 in proposito scriveva che: “Per noi qui sottoscritti e crocosegnati rispettivi Notar Nicola Mariniello della terra di Tortorella e Biase Falco della terra della Torraca, esperti deputati delle cinque Università, cioè esso Biase Falco eletto dall’Università della Torraca e detto Notar Nicola Mariniello dell’Università della Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia per dividere i territorii controvertiti nel Sacro Regio Consiglio, cioè Vinosa, Verdesca, Giuliani e Ciglio della Mortella in virtù dei processi attitati in detto Sacro Consiglio e come che in detta Causa s’è attirata da più secoli il signor Consigliere Commissario si fossero divisi, ed essendosi proceduto da noi qui sottoscritti e crocesegnati rispettivi alla divisione di detti territori controvertiti. In primo luogo si è destinato una via pubblica che discende da detta Torraca da dove al presente vi è la confinazione delli territori suddetti, principia dalla casa di Scarpitta ossia Fanuele lo Vallone in suso, sale detta confinazione sino sotto le vigne di detta Torraca, e detta via per comune commodo si è stabilita di palmi quaranta da sopra la croce scolpita alli duri sassi in dove si debbono fare li pilastri di fabbrica; quale via per comune commodo debba andare traverso traverso per sotto dette vigne di Torraca insino al Vallone della Strecara da sotto la chiusa del Signor Barone con il commodo dell’acqua ecc……e sopra le croci scolpite che sono nella Finosa e vanno al Rocca del Craparizzo, che sono da tomola quattro in cinque in circa resti a benefizio dell’Università della Torraca, e del Varco suddetto della Strecara passare la suddetta via mezza costa, ed uscire addirittura alla croce scolpita del Signor Consigliere Cappellaro e proprio quella detta li Craparizzo, e da sopra detta croce debba camminare traverso traverso vie meditate, che va a Sapri sino al Valco che va alli Giuliani e da ivi passare per sopra le grotticelle, a basso; sgarrone di palmi quaranta e da dette grotticelle, della quale via possono servirsene tutte e cinque le Università, e da ivi addirittura passare mezza costa mezza costa pigliando il primo ciglio seu Sgarrone, e rupe rupe alte a dirittura giungere per sopra li Giuliani ed arrivare alle Rocche alte, che dividono a dirittura per la confinazione di Barba Nicola. E per quando pende acqua da dette rocche verso l’Olivella, resta a beneficio delle quattro Università, ed il sedente è tutto verso ponente a beneficio di detta Torraca, salendo poi a dirittura rocche rocche ad acqua pendente sino alla fontana della spina per detti ciglioni, e da ivi secondo vanno le croci antiche sino al manicone dell’aria della Cerasia, con dichiarazione però che in detta Cerasia vi è un piccolo pozzino al presente di Torraca verso il territorio delle quattro Università sia lecito a dette quattro Università di rifare detto pozzo per pigliare l’acqua per bere unomini in detti territorii con potervi abbeverare due paia di bovi, e cavalcature con espressa con espressa proibizione che non si possono abbeverare morre di animali, perchè farebbero incommodo alla mandra di detto signor Barone, e uomini di Torraca, e che il territorio debba sempre camminare da detta Cerasia sino alla Lupinara, siccome vanno le antiche croci, ove non vi è stato mai controversione, cioè si è convenuto e stabilito che andando li cittadini così delle quattro Università, come di Torraca a beverare li loro rispettivi animali nel fiume della Lupinara ecc….(1).”. Il Gaetani a p. 9 nella sua nota (I) postillava che:  “(I) Limitazione e divisione fatta tra le Università di Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia del territorio alla Verdesca e Finosa con l’Università di Torraca – Vibonati, li 13 gennaio 1862.“. La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…), il quale a p. 198, in proposito al giudice scriveva che: “Il Fischietti.. (e anche quì il Bilotti erra il cognome del giudice Vibonatese), ….effettivamente aveva fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura nell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria….”. Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo. 

Nel 30 giugno, 1857, il maggiore Marulli e le fregate Ettore Fieramosca e Tancredi approdarono nella baia di Sapri

Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica. La nave Cagliari (Fig….), appena doppiato il Capo Palinuro fu catturata e sei compagnie di cacciatori si mettevano in marcia da Salerno alla volta di Sapri. La mattina del 30 a Sapri sbarcarono le truppe provenienti da Gaeta, le stesse che a bordo delle fregate Fieramosca e Tancredi, avevano catturato il Cagliari. Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano. Intanto, tutti a Corte già sapevano e si mise in moto la macchina repressiva borbonica. La nave Cagliari, appena doppiato il Capo Palinuro fu catturata e sei compagnie di cacciatori si mettevano in marcia da Salerno alla volta di Sapri. La mattina del 30 a Sapri sbarcarono le truppe provenienti da Gaeta, le stesse che a bordo delle fregate Fieramosca e Tancredi, avevano catturato il Cagliari. Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il giorno 30, a Sapri intanto erano sbarcati dalle fregate Ettore Fieramosca e Tancredi, 600 soldati provenienti da Gaeta, sotto il comando del maggiore Gennaro Marulli e del capitano Giuseppe Musitano, quast’ultimo vecchio amico di Pisacane. Dopo lo sbarco, l’intero battaglione, con il giudice Fisichetti (?) che gli indicava la strada, si avviarono per Torraca, dove vennero accolti festosamente dal vescovo Laudisio con tutto il codazzo del clero e da numerosi notabili.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 95 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Liberale torracchese Mansueto Brandi, che aveva organizzato l’accoglienza a Torraca, si prodrigò anche per partecipare l’arrivo al Fortino e nel Vallo di Diano. Dalla parte avversa tutto era perfettamente organizzato anche per il tempestivo interessamento del giudice Fisichetti (?). Alla guardia urbana di Sapri, Torraca e Sala, raccolta dal giudice di Torchiara, forte di trecento uomini, vi si erano uniti anche duecento gendarmi, tutti schierati nei pressi di Padula per combattere i ribelli.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 230, riferendosi al maggiore De Liguoro, in proposito scriveva che: “Nelle vicinanze dell’abitato apprendeva che i rivoltosi erano passati di lì tranquilli, perchè le regie truppe, giunte a Sapri la sera innanzi, 29 giugno, quantunque sbarcate fin dalle 6 a.m., non erano ancora in vista. Spedì quindi subito senz’armi per la via dei monti e nella direzione di Sapri due urbani pratici dei luoghi etc…”. Bilotti, a p. 231, in proposito scriveva che: “Uno di tali gruppi, oltre a quello disertato subito da Sapri, formato da cinque uomini e caduto nelle mani degli urbani di Vibonati, fu condotto innanzi al contro ammiraglio De Roberti; di un altro, composto da quattro uomini, fu scritto che inseguito dagli urbani di Tortorella, Battaglia e Casaletto, si fosse messo in conflitto e che il suo capo fosse rimasto morto ed i suoi militi caduti prigionieri. La verità intorno a questo gruppo, guidato da tal Vito Jannuzziello da Casalnuovo di Conza (1), fu però falsata dai capiurbani di fede borbonica, sia per acquisirsi merito presso le autorità, sia per evitarsi il pericolo di un processo per assassinio, come era stato per capitare nel 1848 agli uccisori di Costabile Carducci (2)…”. Bilotti, a p. 231, nella nota (1) postillava: “(1) Cap. Vincenzo Cristini – Notamento sommario dei ribelli.”. Bilotti, a p. 233 scriveva ancora: “Le due navi da guerra che erano partite da Mola di Gaeta sotto il controllo dell’ammiraglio Roberti all’una a.m. del giorno 29 e che toccate successivamente le isole di Ventotene e S. Stefano, avevano catturato e rimorchiato il “Cagliari”, giunsero la sera stessa in Sapri; ma i cacciatori non mostrarono alcune premura di eseguire sollecito lo sbarco. Se ne diedero le disposizioni alla mattina seguente e dopo che il giudice Fischietti ebbe provveduto ai mezzi pel trasporto dei bagagli e di due e di due pezzi da campagna, e dopo pure che ebbe offerto il suo cavallo al maggiore Marulli e fatto offrire quello del suo cancelliere all’aiutante maggiore. Per ordine dello stesso Fischietti seguirono i cacciatori alcuni urbani che si erano raccolti ponendo una parodia di quartier generale in S. Giocondo, presso Sapri, cioè a 15 miglia di distanza dal punto in cui si trovavano i rivoltosi e quando già avevano appresa la partenza di questi da Torraca per la direzione del Fortino (1). Il maggiore Marulli si pose sulla via di Torraca, forse senza alcun disegno prestabilito, forse anche col fine di seguire il cammino della Spedizione ed assaltarla alle spalle, mentre i cacciatori partiti da Salerno l’avrebbero aggredita di fronte. In Torraca gli andò incontro monsignor Laudisio vestito di sacri paramenti e processionalmente seguito dal clero: il loro prolungato abbraccio espressione dell’alleanza dei loro padroni, fu salutato da entusiastiche grida di omaggio al re etc…I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 171, in proposito scriveva che: “Poche ore dopo, cioè verso la mezzanotte, salpavano effettivamente da Mola di Gaeta (1), dirette nel Cilento, con quattro compagnie dell’11° caccciatori, ossia con 18 ufficiali e 418 uomini di truppa (2), le fregate “Tancredi” ed “Ettore Fieramosca”, comandate rispettivamente dai capitani Rodriguez ed Anguissola e sotto gli ordini del retro ammiraglio cav. Federico Roberti. Il re quantunque l’ora fosse inoltrata, si recò di persona a salutare i parenti ed a raccomandar loro di sparare a giusto tiro e colpire al segno (3). Altre due compagnie del medesimo 11° battaglione cacciatori partirono, pure da Mola di Gaeta, sul piroscafo il “Veloce” e giunsero in Sapri il giorno 30, alle ore 5 p.m.. Verso le 9 a.m. del giorno seguente (29 giugno) il “Cagliari” già di ritorno dal golfo di Policastro, dove avea sbarcati i rivoluzionari ad eccezione di tre rimasti a bordo perchè feriti e ad accezione anche di Giuseppe Daneri, si trovava all’altezza di Capri quando fu avvicinato….

Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 84, in proposito scriveva che: “Mentre i rivoltosi marciavano verso Padula l’accerchiamento delle truppe borboniche era già in atto. In mattinata, nelle ore in cui Pisacane dal Fortino si dirigeva verso Casalnuovo, cira 600 soldati dell’XI battaglione ‘Cacciatori’ erano sbarcati a Sapri dalle fregate ‘Ettore Fieramosca e Tancredi’ che, partite da Gaeta, durante la navigazione avevano intercercettato il Cagliari (65). I ‘cacciatori’ erano al comando del maggiore Gennaro Marulli, ai cui ordini militavano i capitani Giuseppe Musitano, già compagno di studi di Pisacane alla Nunziatella, e Luciani. L’ufficiale non affrettò la marcia per raggiungere i rivoltosi, così che non partecipò né allo scontro di Padula del primo luglio né all’eccidio di Sanza del giorno dopo. In pratica egli impiegò più di due giorni (martedì e meroledì e prime ore del giovedì) per raggiungere Sanza (quando tutto era già finito) attraverso Torraca (dove fu seguito dal giudice Fischetti e dove fu accolto festosamente dal presule monsignor Laudisio, dal clero e dai notabili (66), Tortorella (dove ai militi si unì una squadra di filoborbonici guidati da Felice pecorelli, già capourbano di Policastro), Casaletto (dove si accampò in contrada ‘Campo’ e (forse) Caselle. Del percorso non del tutto certo seguito da Marulli diremo ancora.”.

Nel 1857, don Pietro Paolo PERAZZI (io credo Perazzo), filoborbonco a Torraca all’arrivo delle truppe del maggiore Marulli

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri,  in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: I soldati ebbero dono di ciriege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 84, in proposito scriveva che: “…..attraverso Torraca (dove fu seguito dal giudice Fischetti e dove fu accolto festosamente dal presule monsignor Laudisio, dal clero e dai notabili (66), etc…”. Fusco, a p. 298, nella nota (66) postilllava: “(66) Si distinze don Pietro Perazzi.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.

L’epilogo e la morte di Pisacane

Da Sapri, circa 600 cacciatori, al comando del Maggiore Marulli, si avviavano in marcia verso Sala Consilina, per andarsi ad unire alle truppre Regie del maggiore De Liguoro e scontrarsi poi con i Trecento a Padula. Pochi si salvarono e Pisacane morì in circostanze poco chiare a Sanza. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Pochi si salvarono e Pisacane morì in circostanze poco chiare a Sanza. A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella sta tua bronzea (fig. 57) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Il sacrificio eroico del Pisacane e dei suoi valorosi uomini è ricordato nei commoventi versi della poesia di Luigi Mercantini: “La Spigolatrice di Sapri”, che ancora oggi, conosciuti in tutta la penisola insieme allo storico evento costituiscono l’emblema più usato per indicare Sapri. Oltre ai numerosi componimenti poetici ispirati alla Spedizione di Sapri (170), molti furono gli studiosi che si interessarono a questo triste evento della storia del Risorgimento italiano: tra questi figura anche Pier Paolo Pasolini. (171).”. Nella mia nota (162) postillavo che: (171) Pasolini, Memorie raccolte da suo figlio, le impressioni destate su Pio IX, allora in viaggio nelle Legazioni, dalle notizie della Spedizione di Sapri.”. Giuseppe Pasolini. Memorie raccolte da suo figlio è un libro di Pier Desiderio Pasolini.

Nel 6 luglio 1857, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti ed il figlio Salvatore, furono arrestati a Lagonegro ed il 31 ottobre 1857 furono condannati

Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.  Mazziotti, a p. 160, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s.z., n. 6, carte fuse, fascio 14, n. 929.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, scriveva che i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26)……Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 216-217, racconta pure che: Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, in proposito scriveva: Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi. “All’indomani però dopo una mezz’ora fatto giorno alquanti faziosi andarono nella casina Gallotti, ed uno di essi, che D. Salvatore poscai disse essere il capo dell’orda, ascese sulla stanza superiore, i Gallotti si alzarono e vi discorsero qualche quarto d’ora, e quindi, rimasto in casa il solo Salvatore, Raffaele e Filomeno ne sortirono con quegl’insorti e quando la turba mosse per Casalnuovo i Gallotti rientrarono nel casino (52).”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15”. Policicchio, a p. 216, nella nota (51) postillava: “(51) Ivi, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, nella nota (52) postillava: “(52) Ivi, b. 33, f. 64.”. Policicchio, a p. 217, in proposito aggiungeva: “In conseguenza dei fatti di Pisacane, Giovanni Gallotti e il figlio Salvatore furono arrestati il 6 luglio 1857. Raffaele e Filomeno, accusati di reità di Stato per aver attentato alla sicurezza interna, furono latitanti (53).”. Policicchio, a p. 217, nella nota (53) postillava: “(53) Al potere giudiziario, per gli avvenimenti del 1857, furono anche passati elementi che prevedevano l’arresto di Raffaele e Filomeno Gallotti. Ma la gran Corte, con decisione del 21 dicembre 1858 “riservata la provvidenza di giustizia sulla spedidizione il mandato d’arresto”, richiesto dal Pubblico Ministero, a quando sarebbe stato espletato il giudizio a carico di Giovanni Matina e altri 11 coimputati.”.

In seguito al 1857, l’arciprete Nicola Timpanelli, uno dei perseguitati dalle autorità borboniche

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”.  Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli…. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol….(p. 187) In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Dunque, il Bilotti ci informa che dopo l’uccisione del Carducci, il Timpanelli preferì allontanarsi da Sapri e si stabilì a Salerno e poi in seguito a Rivello, dove non cessò mai, fino alla sua morte, di favorire la causa della libertà, “benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua.”. Infatti, anche in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, egli In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio.”. Questa notizia si desume dagli Atti “Arch. di Salerno  – Fasc. 283 – Inv. di pol..”. Dunque, l’arciprete don Nicola Timpanelli, non solo era perseguitato dai suoi nemici sapresi, la fazione dei Pelusiani, del prete Vincenzo Peluso e dei suoi accoliti che si contrapponevano alla nutrita fazione dei liberali vicini al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, ma egli era insidiato fin dal 1851 dalle autorità borboniche. Il Bilotti, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – ect….”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, ai quali l’arciprete Nicola Timpanelli fornì pane e formaggio.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: Mentre i rivoltosi si avviano al Fortino, il vescovo, verso le ore quindici italiane, si porta in chiesa con tutta la popolazione, per un rito di ringraziamento per lo scampato pericolo: celebra una messa “alla spaguola” e pronunzia poi un discorso per incitare il popolo ad essere fedele al sovrano, e le sue parole equivalgono nel tono concitato alla grande paura provata nelle ore trascorse (26). Eppure il Fra Diavolo della rivoluzione italiana ed i banditi al suo ordine avevano di proposito del tutto ignorato la sua presenza.”. Cassese, a p. 57, nella nota (26) postillava: “(26) B. 197, vol. I, interrogatorio dell’arciprete di Torraca Timpanelli.”. Timpanelli era si arciprete ed apparteneva al clero di Torraca ma era di Sapri e si era già distinto sia nei moti del ’48 con Carducci e sia in occasione dello sbarco di Pisacane.

In seguito al 1857, Giovanni GIFFONI di Vibonati, perseguitato dalle autorità borboniche

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Un ricorso per risentimento, a nome Saverio Polito, accusava D. Giovanni Giffoni di Vibonati d’essere stato il “gran fabbro” dello sbarco di Pisacane. Egli, che esercitava la professione di cancelliere presso il Giudicato circondariale, nel 1848, si rese operoso nei processi politici, quindi, ben conosciuto dalle autorità (29). Consapevole dei malevoli sentimenti contro di lui nutriti per aver raccolto molta e profonda avversione, temendo effetti di reazione vendicativa a suo danno, quando sbarcò il “bel Capitano”, atterrito, il mattino del 29 giugno, si rifugiò a Camerota. ‘Raccoglieva larga messe di odiosità tra i suoi conterranei appunto per essersi reso operoso strumento in una processura politica qui compilata parecchi anni addietro a carico di molti individui; odiosità in cui incorsero seco lui per la stessa causa anche tre fratelli Perazzo nipoti di quel sacerdote D. Biase Perazzo, nella cui casa sarebbesi voluto trasformare in una settaria fucina, e non per questo la sua famiglia fu sempre ritenuta di sentimenti elevati al Real trono.”. Il sottointendente ritenne falsa la firma improntata al nome di Saverio Polito “per il niun risultato che si hanno avuto con le più efficaci investigazioni da me spiegate all’oggetto” e considero la denuncia “un complesso di abominevoli calunnie. La condotta del Giffoni in fatto di politica non soffre acciacco veruno”(30).”. Policicchio, a p. 208, nella nota (29) postillava che: “(29) Con missiva del 12 gennaio 1858 da Positano fu trasferito a Sanza.”. Policicchio, a p. 208, nella nota (30) postillava che: “(30) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 31, f. 42.”.

Nel 30 giugno 1857, il Cav. FELICE PECORELLI, capourbano di Policastro Bussentino e Santa Marina

Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80-81, in proposito scriveva che: “Il ricordo delle effervescenze del Quarantotto, quando le bande contadine del Cilento portarono nella lotta il peso dei loro più immediati interessi ed avanzarono rivendicazioni sulla terra di carattere “comunistico”, risvegliarono la paura dei “rossi” e paralizzarono il timido entusiasmo dei meno reazionari rappresentanti della borghesia locale (72).”. Cassese, a p. 81, nella nota (72) postillava: “(72) E’ interessante rilevare la determinazione di “socialisti” data ai compagni di Pisacane. Il capourbano di S. Marina e Policastro, cav. Felice Pecorelli, nel chiedere, come tanti altri, un premio per l’opera svolta, dice che, unitosi con le regie truppe, era corso a “tracciare le orme dei ‘rivoltosi socialisti’, che venian rotti in Padula” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. VIII, c. 183).”.

Nel 1858, la visita di Karl Witte a Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione del mio studio “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, lo studio storico-Urbanistico per la redazione del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, depositata al Comune di Sapri, approfondii alcune notizie circa i viaggi e le visite a Sapri e dintorni intrapresi da alcuni studiosi come Gianni Granzotto che ha lasciato delle pagine interessantissime che riguardano il nostro paese o del viaggio nel sud d’Italia intrapreso dall’umanista e dantista tedesco Johan Heinrich Friedrich Karl Witte che venne a Sapri e che nel 1858 ne pubblicò a Berlino il resoconto in un suo scritto poco conosciuto: ‘Alpinisches und Transalpinisches‘. Su uno scritto di Giovanni Domenico Brandolino e Domenico Mediati apparso recentemente su ‘ArcHistor’ leggiamo che nel volume “A classical Tour Through Italy” del 1802, il pastore anglo-irlandese John Chetwode Eustache (…) fornisce una generica notizia sulla presenza di una comunità grecofona in Italia Meridionale. E’ un’informazione rilevante ma rimane del tutto trascurata fino al viaggio del giovane filologo tedesco Karl Witte nel Sud Italia. Nel 1820 egli attraversa la Campania, Basilicata e Calabria, alla ricerca di una sperduta isola alloglotta di lingua “greca”, che alla fine individua nell’estrema punta meridionale della Calabria. Un anno più tardi, ne dà notizia in un articolo della rivista “Gesellshalter” (3), dove riporta anche il canto greco-calabro “Iglio pu olo ton cosmo portatì” (la cui traduzione è: “Sole per tutto il mondo cammini”) Nel 1856, il glottologo August Friedrich Pott (…) lo pubblica nuovamente sulla rivista “Philologus”, insieme ad altri due canti. L’interesse per la comunità grecofona calabrese a questo punto assume un respiro internazionale e coinvolge studiosi del calibro di Comparetti, Morosi, Pellegrini, Karanastasis, Rohlfs (…). Infatti, il filologo dantista tedesco, dopo trenta anni dal suo viaggio nel sud d’Italia che intraprese nel 1828 pubblicò il testo in tedesco ‘Alpinisches und Transalpinischesneun Bortrage von Karl Witte‘, che tradotto è: ‘Alpine and Transalpine – nove tratti portuali di Karl Witte‘, con un illutrazione di San Marino ma l’edizione è stampata a Berlino nel 1858. Il giovane filologo dantista tedesco Karl Witte (…), nel 1828 intraprese un viaggio nel sud Italia, e si fermò anche a Sapri. Le sue memorie sono scritte nel testo pubblicato trenta anni dopo, nel 1858 nel testo ‘Alpinisches und Transalpinischesneun Bortrage von Karl Witte‘, che tradotto è: ‘Alpine and Transalpine – nove tratti portuali di Karl Witte‘. Nell’indice del testo a p. VI del testo egli scrive: “Palinuro und Sapri – pp. 363 – 403” ed infatti ci parla anche di Sapri da p. 389 a p. 403, dove accenna anche a Maratea. In particolare Witte a p. 399 scriveva che:

witte-k.-p.-399

Nel 29 gennaio 1859, il Processo ai rivoltosi superstiti

Alfredo De Crescenzo (….), nel suo saggio “La prima udienza del processo di Sapri”, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, anno III, fasc. IV, a p. 249 e ssg., in proposito scriveva che: “”Di questo importante processo, ebbe un carattere politico, sia per le cause, che lo produssero, sia per gl’imputati che vi furono coinvolti, riportiamo una interessante descrizione dei preparativi e delle precauzioni che la Giustizia prese in questa circostanza, ricavandola dalla medesima Cronaca (1) del Mottola, di cui ho fatto menzione in fascicoli precedenti di questa Rivista. La precisazione e la minuzia dei particolari, nonchè le opinioni e i giudizi del pubblico, cose che non si rintracciano in altri documenti, rendono la narrazione simpatica e interessante.”. 1859 – 29 gennaio, S’è cominciata la causa di quelli che calarono a Sapri per mettere la rivolta, e siccome la sala della Gran Corte Criminale non era capace di contenere 400 circa imputati, così s’è prescelto il locale del Quartiere militare nelle circostanze di S. Domenico. Etc…”. De Crescenzo, a p. 250, nella nota (1) postillava: “(1) G. Mottola, Cronaca (Archivio Privato).”.

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 63, in proposito scriveva che: L’opera del Comitato di Napoli condusse alla sventurata ma gloriosa Spedizione di Sapri, a le stragi di Padula e di Sanza, al famoso processo di Salerno contro il Nicotera ed i suoi compagni. In tale processo vennero complicati ben cento sedici persone della Provincia di Salerno (3). Etc…”. Mazziotti, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Bilotti, La Spedizione di Sapri, p. 451.”.

Nel 18 giugno 1859,  don Giovanni Gallotti ed il figlio Salvatore vennero scarcerati e rimessi in libertà vigilata

Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13)….Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”.  Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, racconta pure che: “Il 13 agosto 1859, Giovanni Gallotti, dopo essere stato scarcerato insieme al figlio Salvatore in forza di reale indulgenza del 16 giugno 1859, al re domandò, per il trionfo della giustizia: “di richiamare il mandato d’arresto di Polizia a carico dell’altro figlio a nome Raffaele, il quale essendo stato giudicato, trovasi nella stessa condizione del supplicante” (54).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (54) postillava: “(54) Il figlio Emanuele, perché in una lettera, scritta il primo novembre 1858 al padre in prigione, parlava di questo mandato d’arresto nei confronti di Raffaele in cui si diceva essere complkice di un omicidio a Lagonegro e dei rapporti con le famiglie del partito avverso, fu sospettato e dalla polizia denunciato. La Gran Corte Criminale, il 2 marzo 1859, decise non darsi luogo a procedimento penale per il contenuto nella corrispondenza tra figlio e padre.”. Policicchio, a p. 218, continuando il suo racconto scriveva che: “Il successivo 30 ottobre, invece, Raffaele fu ristretto per ordine della polizia ordinaria e destinato alle carceri distrettuali di Sala. Il 21 febbraio 1860, all’Intendente chiese di rivedere la sua posizione. Il seguente 29 rispose che l’istanza non poteva trovare accoglimento perchè il caso era in dipendenza del potere giudiziario. Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (55) postillava: “(55) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 88, f. 33.”. Policicchio, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 123 e ssg., in proposito scriveva pure che: “….

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(Fig……) Saggio di Alfredo De Crescenzo (….), sul Processo ai rivoltosi superstiti

1860, GARIBALDI a SAPRI

Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, il Piemonte e il Lombardo, era sbarcato l’11 dello stesso mese a Marsala, in Sicilia, per conquistare il Regno di Napoli. Il re Francesco II tentò invano di fare opposizione per tre motivi: l’astuzia di Garibaldi nell’accerchiare il nemico o nell’evitarlo, senza toccare lo stretto di Messina e sbarcando a Melito di Portosalvo in Calabria; la dissoluzione dello Stato e la debolezza del re e l’abbandono dei soldati; il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi. Questo eroe camminò di vittoria in vittoria finché il I° ottobre, colla battaglia del Volturno, consegnò il Reame di Napoli a Vittorio Emanuele II, Re d’Italia. Francesco II, rifugiatosi nella fortezza di Gaeta, morì nel 1894.”.  Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patrioti”. Il testo di De Cesare è “Una famiglia di patrioti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, dove però il De Cesare, sebbene il testo sia interessante per i tanti documenti trascritti, non parla affatto della marcia di Garibaldi da Paola verso Sapri ma egli postillava del testo di Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Oltre ai seguenti autori, Luigi Rossi (….), nel suo “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di…, ed. Plectica, Salerno, tip. Cava de Tirreni, 2005. F. Franco, La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959. R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-8. L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabria dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, e a quelli che io stesso ivi citerò, sono stati consultati i seguenti: Mario Menghini, “La Spedizione garibaldina in Sicilia e di Napoli”, 1907;  Maxime Du Camp, “La Spedizione delle due Sicilie”; Giuseppe Cesare Abba, “Storia dei Mille” e “Da Quato al Volturno”; John Witehead Peard, Journal, etc…Un’altro testo di cui consiglierei la lettura è Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”. Nella prefazione Raffaele De Cesare ci parla di un “Memor” un suo amico ma nel testo di Treveljan tradotto dall Dobelli, a p. 424 si postillava: “De Cesare, F. di P. = De Cesare (R.) – Una famiglia di patriotti. 1889. E’ la miglior narrazione, attinta alle fonti locali, della marcia di Garibaldi da Reggio a Napoli, e dell’insurrezione calabrese.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e i Mille”, a p. 90, in proposito scrivendo della “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, diceva che: “Fra la spedizione Pisacane contro i Borboni e quella vittoriosa di Garibaldi tre anni dopo, corre esattamente la stessa relazione che fra la scorreria di John Brown su Harper’s Ferry e la guerra civile d’America. Per il momento il Pisacane fu condannato da quasi tutti gli amici della libertà per aver gettato l’onta sulla loro causa, ma pochi anni più tardi il suo nome diventava la nuova parola d’ordine della stessa causa trionfante, quando le ombre dei precursori parevano marciare alla testa delle colonne liberatrici vittoriose….ma il suo insuccesso aveva se non altro servito a provare che non era possibile condurre una spedizione efficace da Genova contro i Borboni, senza la connivenza segreta contro le autorità piemontesi. Nel 1860 Garibaldi non dimenticò questa lezione, e nemmeno Cavour.”.

Sapri, il 4 settembre 1860 nel racconto di un garibaldino    

Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais;  ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’e xpression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: Sapri, 4 settembre. Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa. Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno. Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare. Vogliamo pagarlo per questo. Impossibile. La povera vecchia grida in nome di som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia. Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia. Qui tutti ti chiamano fratello; e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi. Dopo pranzo ci avventuriamo nello campagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne. Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo. È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli; ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica. Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza. Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine. Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza. Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”.

Nel 1859, prodromi dell’insurrezione

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 138 e ssg., in proposito scriveva che: “…..

Nel 12 ottobre 1859, 

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 120-121, in proposito scriveva che: “Dal Ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859. Pietro La Corte, di Sapri, sarto, la sera del 12 ottobre 1859 inventò d’aver visto nell’abitato una trentina di persone armate a delinquere e la notizia produsse inquietitudine tra la gente. Poiché il sarto era appartenente a famiglia di compromessi politici fu disposto essere fornito di elementi sovversivi e subito scattò l’attenzione della guardia urbana senza che approdasse ad alcun esito. Le autorità civili proposero una diecina di giorni di carcere da essere d’esempio anche per gli altri attendibili in politica (4).”. Policicchio, a p. 121, nella nota (4) postillava: “(4) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 44, f. 19.”.

Nel 16 agosto 1860, in Corleto Perticara si proclamò l’Unità e l’Indipendenza, la Brigata Lucana ecc…

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “A buon diritto alla Basilicata s’è dato il gran vanto di essere stata la prima, fra le provincie del continente, ad insorgere contro la Dinastia Borbonica ed a proclamare l’unità e l’indipendenza d’Italia nel 16 agosto in Corleto, centro del movimento e del Comitato insurrezionale, e nel 18 agosto in Potenza, prima ancora che Garibaldi, nel 20 agosto, avesse passato lo Stretto. Il Comitato di Corleto, di cui erano anima Carmine Senise e Giacinto Albini, alla dipendenza diretta ed immediata del Comitato Centrale dell’Ordine di Napoli, con larghe diramazioni per tutti i paesi della provincia aveva mantenuto qua e là desto il sacro fuoco della libertà negli ani antecedenti. La Basilicata, nei suoi 124 Comuni, era stata opportunamente suddivisa in 10 gruppi o ‘Sottocentri’, di cui tre, residenti a Rotonda, a Castelsaraceno ed a Senise, comprendevano il Distretto di Lagonegro, e d’essi erano rispettivamente capi e residenti i signori Berardino Fasanella, Vito Cascini e Giovanni Costanza. Il nostro Comune, assieme con Rivello, Nemoli, Trecchina, Maratea, Lauria, i due Castelluccio, Viggianello, S. Severino, facevano parte del Sottocentro di Rotonda; e bisogna pur riconoscere che se Lagonegro non fu, in quel glorioso periodo, focolare di congiure e centro d’un sottocomitato rivoluzionario, ciò non dipese da mancanza di spiriti liberali e di desiderio d’innovazioni, ma bensì dalla  severa e sospettosa sorveglianza e persecuzione esercitata dalla Polizia etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese. Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 123-124, in proposito scriveva che: “….

Alexandre Dumas padre avesse convinto Garibaldi a sbarcare nel Cilento ? 

Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece ce a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 129-130 , in proposito scriveva che: “VI. Nel circondario di Pollica si attendevano, per insorgere, armi ed un capo militare promessi dai Comitati, ma in vana attesa trascorsero varii giorni. Dovevano giungere ad Acciaroli, marina di qual Comune, per mezzo della goletta Emma per celebre romanziere Alessandro Dumas padre, racconta Oddo (3). Questa il 18 agosto era approdata nel golfo di Salerno. Il Curatolo descrive così l’autore dei “tree moschettieri “Un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di criolo ricoperta da un largo cappello di paglia adorno di una pezza azzurra, di una bianca e di una rossa (4). A bordo della goletta andò il suo compatriota dott. Weylandt, il quale gli comunicò che si aspettavano a Salerno soldati regi per recarsi in Basilicata a reprimere la rivoluzione. Il Dumas, per mezzo del suo connazionale,  fornì sessanta fucili a due colpi e venticinque carabine ai montanari dei paesi per cui dovevano passare le truppe, per impedire tale passaggio. Difatti, continua l’Oddo, a Salerno il generale Scotto con 5000 svizzeri non potette passare….Soltanto il 5 settembre la goletta con il Dumas si avvicinò alla rada di Acciaroli. La attendevano Leonino Vinciprova che aveva preso parte alla spedizione dei mille e che era stato mandato da Garibaldi, col Mignogna e col Carbonelli, per promuovere la rivolta nelle provincie napoletane. Egli trovò a bordo della goletta il Dumas e Cristoforo Muratori, ardente patriota siciliano, già segretario del Crispi (1).”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, i Mille di Marsala, 1866, pag. 192.”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860 – articolo nel Tempo del 19 giugno 1919.”Da Wikipedia leggiamo che Alexandre Dumas, spesso chiamato Alexandre Dumas padre per distinguerlo dal figlio omonimo (Villers-Cotterêts, 24 luglio 1802 – Neuville-lès-Dieppe, 5 dicembre 1870), è stato uno scrittore e drammaturgo francese. Maestro del romanzo storico e del teatro romantico, ebbe un figlio omonimo, Alexandre Dumas, anch’egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri formata da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Fu testimone oculare della battaglia di Calatafimi, che descrisse ne I garibaldini, pubblicato nel 1861. Dumas, che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli: oltre che amico e ammiratore dello stesso Garibaldi, Dumas era come lui membro della massoneria, essendo stato iniziato nel 1862 nella Loggia napoletana “Fede italica” con Luigi Zuppetta. Nel 20 agosto quando nella baia di Salerno approda lo yacht Emma di Alessandro Dumas, inviato a Salerno da Garibaldi per conoscere la preparazione politica e militare degli insorti. Dai racconti dello stesso Dumas si capisce che la città svolge un ruolo strategico per la conquista di Napoli. «Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!… Una delegazione del comune viene verso l’Emma e esprime il suo unanime consenso per la causa Italiana; Salerno s’illumina come un palazzo incantato» . L’episodio è raccontato in un libretto di Marciano Beniamino, Salerno nella Rivoluzione del 1860. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “La battaglia di Milazzo venne descritta da Alessandro Dumas, l’autore dei “Tre Moschettieri”, il quale – dal “faro” a Napoli – fu con Garibaldi, in quella vittoriosa marcia che venne conclusa con le armi al “Volturno”. Ed il Dumas, nella lettera inviata al Generale Carini, dopo la vittoriosa azione, così si espresse etc…”. L’impresa dei Mille, oltre che essere narrata nelle memorie di Giuseppe Cesare Abba (Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei mille ), fu seguita da reporters eccezionali come Friedrich Engels e Alexandre Dumas, padre (1803 – 1870). L’entusiastico reportage giornalistico di quest’ultimo ebbe una grande eco e fu pubblicato in volume col titolo Les Garibaldiens (1861). Questo libro è da considerare il risultato letterario di una parentesi marziale dell’autore, noto essenzialmente per drammi romantici in prosa come Henri III et sa cour (1829), Antony (1831), La Tour de Nesle (1832), e per romanzi storici popolari famosissimi come Les Trois Mousquetaires (1844) e Le Comte de Montecristo (1841-1845). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”.

Nel 19 agosto 1860, a Reggio, il generale borbonico Gallotti, congiunto del barone di Battaglia Giovanni Gallotti ?

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Sul generale Gallotti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, a pp. 128, in proposito scriveva che: “Old General Gallotti, in command at Reggio, was the most complete dotard of them all. When informed of the landing at Melito, he said that Garibaldi ha taken to the mountains and that Reggio could not by attacked from that side, etc…”, che tradotto è: “Il vecchio generale Gallotti, al comando a Reggio, era il più completo rimbambito di tutti. Quando fu informato dello sbarco a Melito, disse che Garibaldi si era ritirato in montagna e che Reggio non poteva essere attaccata da quella parte, ecc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 160, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “Presidiava la città stessa il 14° di linea, un battaglione cacciatori e una batteria da campo. Questa truppa era agli ordini del generale Gallotti. Il reggimento era comandato dal colonnello Dusmet, fedele e valoroso soldato, che appena avuta notizia dello sbarco di Melito era uscito da Reggio e si era collocato in avamposti sul predetto torrente. Qui avvenne a mezzogiorno del 20, il primo urto; i borbonici indietreggiarono un istante ma ripresa etc…Calata la sera i garibaldini tornarono all’assalto, respinsero le sentinelle e nonostante la resistenza opposta dalle truppe del Dusmet riuscirono a sopraffarle obligandole a ritirarsi nel castello. In questa mischia il Dusmet, mortalmente ferito al ventre, spirò fra le braccia del figlio, sottufficiale del 14° di linea. Il Gallotti non prese alcuna disposizione e le truppe senza un capo si videro perdute. Il generale Bixio, egli pure ferito, assumeva il comando della piazza, mentre dal castello si alzava la bandiera bianca.”. Da Wikipedia leggiamo che la battaglia di Piazza Duomo fu combattuta nell’omonima piazza di Reggio Calabria il 21 agosto 1860. L’episodio vide contrapposti i garibaldini della spedizione dei Mille all’Esercito delle Due Sicilie e si concluse con la sconfitta delle forze borboniche. Nei giorni precedenti la battaglia, vi erano stati vari sbarchi di forze garibaldine sulle coste calabre, l’ultimo (e più importante) fu lo sbarco a Melito, avvenuto il 19 agosto, con cui Giuseppe Garibaldi (accompagnato da un cospicuo contingente dell’Esercito meridionale) passò dalla Sicilia alla Calabria e si riunì alle forze precedentemente sbarcate. Nel frattempo, a Reggio, il generale Gallotti spedì dei messaggi al generale Briganti informandolo dell’avvenuto sbarco; la risposta fu di inviare tutte le forze disponibili contro Garibaldi. Contemporaneamente il maresciallo Vial, comandante in capo delle truppe in Calabria, ordinava al Briganti di muoversi verso Reggio e al Melendez di sostenerlo; mentre in città era di presidio il 14º reggimento, con al comando il colonnello Antonio Dusmet e si poteva inoltre contare sulla favorevole posizione del Castello, ben fortificato ed armato. Il 20 mattina, il Gallotti ordinò, quindi, al Dusmet di muovere verso il torrente Sant’Agata per attendervi l’arrivo di Garibaldi, ma, dopo alcune ore, le forze del Dusmet furono spostate al Calopinace; questo in quanto si era saputo che le colonne garibaldine avevano preso la via dei monti; successivamente gli uomini del Dusmet venivano nuovamente spostati in piazza Duomo, lasciando una sola compagnia di presidio presso il Sant’Agata e il Gallotti chiedeva intanto al generale Fergola di inviare dalla fortezza di Messina, ancora in mano ai napoletani, quanti più rinforzi fosse possibile. Anche se il parere dei militari di stanza a Messina fu positivo, questi non poterono intervenire in quanto sprovvisti di imbarcazioni. Il Dusmet, che aveva ricevuto dal Gallotti il divieto di attestarsi nel Castello (posizione preferibile rispetto alla piazza del Duomo, poco difendibile militarmente per i numerosi accessi che presentava), disponeva, quindi, le proprie forze nel miglior modo possibile e andava a dormire nel portone di palazzo Ramirez, sito nei pressi del Duomo ed in seguito (non vedendo giungere alcun rinforzo) si recò di persona presso il telegrafo elettrico per segnalare al Re Francesco II la situazione in cui si trovava. Alle ore 16, il generale Gallotti, vista la ritirata del Briganti e l’allontanamento dalla rada delle navi borboniche, firmò la resa del Castello, con l’onore delle armi, che comportò la consegna dello stesso con le sue artiglierie, gli animali da tiro e i materiali e le munizioni ivi presenti ai garibaldini, mentre i soldati borbonici, i loro famigliari e gli impiegati che desiderarono seguirli, furono liberi di andarsene e attendere l’imbarco per Napoli presso l’ospedale militare; parimenti i prigionieri presenti furono liberati. Dopo la vittoria, Antonino Plutino fu nominato governatore della provincia con «poteri illimitati» e Garibaldi scrisse a Sirtori il seguente messaggio: «Caro Sirtori, fate passare subito coi vapori quanta gente potete, imbarcateli ove volete, e sbarchino al sud di Villa S. Giovanni»Giuseppe Gallotti (Napoli, 13 aprile 1803 – Napoli, 31 gennaio 1879) è stato un politico italiano. Discendente da un’antica famiglia originaria del Cilento, il barone Giuseppe Gallotti, patriota meridionalista, figlio di Salvatore e di Maria Giuditta Parisio, espresse le sue critiche alla politica piemontese che aveva portato all’unità d’Italia nel pamphlet “Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane”, pubblicato nel 1861. Fu nominato senatore del Regno d’Italia (VIII legislatura) il 15 maggio 1862. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “I castello di Reggio era comandato dal generale Gallotti vecchio residuo dell’esercito di S. M. Siciliana durante il primo Impero, uomo irresoluto ed incapace di vigorosi partiti. Nella città comandava le truppe il colonnello Dusmet etc…”.

Nel 27 agosto 1860, i fratelli Magnoni di Rutino: Michele, Lucio e Salvatore

Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”.  Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 63, in proposito scriveva che: “Michele Magnoni di Rutino…Dal suo paese nativo si adoperava a procurare al Comitato numerosi proseliti. Michele Magnoni arrestato nel novembre del 1856 con il padre suo, Luigi, e con il fratello minore Nicola, per mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo manteneva attiva corrispondenza con il Comitato di Napoli e con i liberali del Cilento. L’opera del Comitato di Napoli condusse alla sventurata ma gloriosa Spedizione di Sapri, a le stragi di Padula e di Sanza, al famoso processo di Salerno contro il Nicotera ed i suoi compagni. In tale processo vennero complicati ben cento sedici persone della Provincia di Salerno (3). Etc…”. Mazziotti, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Bilotti, La Spedizione di Sapri, p. 451.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate. A disporle all’azione aveva molto giovato l’opera incessante di Giovanni Matina da Teggiano, anima ardente di cospiratore. Egli espulso dal Regno, era riuscito a tornare clandestinamente da Genova a Napoli ed a mettersi in corrispondenza con i principali nuclei liberali della provincia. Sorpreso ed imprigionato nel Castello dell’Ovo dalla polizia ne uscì per effetto del decreto di aministia che seguì la concessione dello statuto del 21 giugno 1860. Nel manoscritto citato nell’avvetenza a questa narrazione, leggo che Matina si recò allora a Palermo, previo accordi con il Comitato Unitario, per conferire e ricevere ordini da Garibaldi,  e fece ritorno in Napoli verso la metà di Luglio. Il Comitato dell’Ordine diede il 10 agosto al Matina “autorità di promuovere l’insurrezione nei distretti di Sala e Campagna a favore della causa unitaria italiana in accordo col movimento di Basilicata: e a tale oggetto il Comitato provinciale metteva a disposizione le somme necessarie per l’iniziativa e prosiego (1). Prometteva inoltro il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2)….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno”(5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo.  Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 17773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Mentre il Vallo di Diano era presidiato a nord e a sud rispettivamente da Lorenzo Curzio da Sant’Angelo a Fasanella presso il ponte di Campestrino e da Francesco Galloppo da Polla presso la Certosa di San Lorenzo, Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Qualche giorno prima (30 d’agosto) a Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro, aveva sbaragliato le truppe del generale Giuseppe Ghio, che nell’occasione non mostrò la sicurezza evidenziata nella “scaramuccia” di Padula (58).”. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p. 352, nella nota (58) postillava: “(58) Giuseppe Ghio chiuse i suoi giorni assassinato a Napoli nel 1874 da mano ignota”.  Fusco, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”. Riguardo il generale Stefano Turr e la brigata Milano comandata da Wihlelm Rustow, Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Etc… . Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Il passaggio di Garibaldi e dei suoi sulla costa calabrese era stato intanto il segnale dell’insurrezione nel continente napoletano: Catanzaro, Cosenza, Castrovillari e Paola nelle Calabrie, Potenza e Sito nella Basilicata, Spinazzola e Bari nelle Puglie, Eboli e Sala nel Principato Citeriore, etc.., inalberarono quasi contemporaneamente la bandiera della rivolta in nome di Vittorio Emanuele e di Garibaldi. Furono istituiti governi provvisori, messi in carica impiegati di sentimenti nazionali ed organizzate grosse bande armate, principalmente nelle Calabrie per opera del barone Stocco, uno dei feriti di Calatafimi, ed in Basilicata per opera del colonnello Boldoni.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 160, in proposito è scritto che: “Ai primi di settembre, oltre alle provincie Calabresi era in movimento la Basilicata ed una parte del Pricipato Ulteriore. A Potenza e nella provincia di Salerno erano instituiti Governi provvisorii. Certo Giovanni Mutina aveva sollevato il distretto di Campagna ed assunto il titolo di prodittatore. Fatto questo movimento, tutta la provincia era insorta, meno il distretto di Salerno.”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, quest’ultimo autorizzato da Garibaldi con disposizione del 2 agosto da Messina a recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Giudo Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, etc…L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni. Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a p. 220, in proposito scriveva che: “A Lauria, la roue de notre veiture se brisa completement. Il fallut attendre quatre heures. J’etais assis à lombre d’un quartier de rocher qui surpomble la ruote, et je considerais un vieux bourrelier qui raccomodait un bat de mulet. Etc…”. Poi, a p….., in proposito scriveva: “La premiere fois, c’etait dans le mois d’aout 1806. Les gens du pays tenaient pour le roi Nasone, qui etait en Sicile, et recevaient de l’argent, des munitions, tout ce quil fallait enfin, du cardina Ruffo, qui fut un saint homme. Etc…”. Sempre il Du Camp proseguendo il suo racconto, a pp. 225-226, in proposito scriveva che: “Nous rencontrons, à quelques lieues de Lauria, une magnifique cascade qui moutonne, en ressauts blanchissants, et qui n’est autre que la source du fleuve Trecchena, qu’on nomme aussi Noce. A un détour du chemin, Lagonegro debusque tout à coup, debout sur une colline, avec sa grande rue si large qu’elle ressemble à une place immense. Là comme à Cosenza, nous nous trouvons dans l’impossibilité d’avoir des betes de trait, et nous sommes forces de garder le postillon qui nous mene depuis Rotonda, pauvre garcon plein de bonne volonté, mais qui nous demontre que, sous peine de tomber fourbus, ses chevaux ne pauvent plus aller. Partout nous nous enquerons des nouvelles; on dit que Garibaldi est a Sala ou à Eboli et que les royaux sont à Salerne. La ville est plein de soldats venus directement de Cosenza ou amenes par mer jusqu’à Sapri.” che tradotto significa: Incontriamo, a poche leghe da Lauria, una magnifica cascata che gorgoglia, a salti bianchi, e che non è altro che la sorgente del fiume Trecchena, detto anche Noce. A una curva della strada emerge all’improvviso Lagonegro, adagiata su una collina, con la sua via principale così ampia da sembrare un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, troviamo impossibile avere animali da tiro, e siamo costretti a trattenere il postiglione che ci conduce dalla Rotonda, un povero ragazzo pieno di buona volontà, ma che ci mostra che, pena l’esaurimento, il suo i cavalli non possono più andare. Ovunque ci informiamo sulle novità; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i reali siano a Salerno. Il paese è pieno di soldati provenienti direttamente da Cosenza o portati via mare a Sapri.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo C. Chizzolini di Capitello, ma egli errava perchè non si tratta di Capitello, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. 

L’invio di armi ed aiuti piemontesi ai rivoltosi del Cilento e della Basilicata

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 68-69, in proposito scriveva che: “VI. Fin dal tempo dell’approdo di Garibaldi a Marsala un’attiva corrispondenza si era scambiata tra il Comitato di Napoli ed i nuclei lberali delle provincie per preparare in queste una insurrezione. Si venne all’intesa che essa sarebbe stata iniziata, alla notizia dello sbarco di Garibaldi sul continente, da parte della Basilicata. le altre provincie avrebbero seguito il movimento. “La provincia di Salerno” dicevano le istruzioni “dovrà lanciare i suoi alle spalle delle truppe, che per avventura muovessero su Potenza e Calabria” (1)…. Il Governo di Torino ed il Comitato di Azione di Genova promettevano invio di armi. Nel Diario di Persano si legge in data 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi erano tremila fucili, di cui 2000 dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2). Il giorno 12 la Dora tornò “dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria” (3). Il 23 agosto lo stesso Persano scrive “Mando il Tanaro a sbarcare il resto delle armi su la spiaggia di Salerno”, ma essendo avvenuta una avaria gli sostituì il Governolo. Questo legno tornò il 26, ma nel Diario non è detto se avesse, e su quale spiaggia avesse sbarcato le armi. “La spedizione del Dora” scrive il Nisco per lo sbarco delle armi non fu completamente felice: quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati: le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata e in Calabria etc…(4). Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1) Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria etc…”. Alla ricerca di queste armi il Lacava partiva il giorno 7 agosto per il Cilento e il suo viaggio è narrato in un Diario pubblicato nella detta Cronistoria della insurrezione lucana. niuna notizia di armi!…Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis. La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis. Comando del primo corpo d’insurrezione del distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 …Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodoro De Dominicis (2)…etc…”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria del Dott. Michele Lacava narra del lungo lavorio, che precedette questi accordi.. Mazziotti, a p. 68, nella nota (2) postillava: “(2-3) Persano, opera citata, pag. 130 e 134”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Nisco, Francesco 2°, pag. 97.”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava, opera citata, non è chiara a chi sia diretta.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) Il Mazziotti come ho narrato nel libro ‘Ricordi di famiglia’, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata ed il Matina chiedeva conto di quelle armi”. Sempre il Mazziotti, a p. 70, in proposito scriveva: “Al cittadino Leonino Vinciprova in Omignano….Nell’elegante catalogo della ‘Mostra di ricordi storici del Risorgimento meridionale d’Italia’, a p. 319 si legge che Odoardo Moreno, già alunno di Tribunale in provincia di Salerno, imprigionato nel febbraio del 1860 e poi scarcerato per decisione della Gran Corte Criminale di Salerno, provvide alle armi occorrenti (per la sollevazione del Cilento) trasportandole con gran rischio della vita, in due volte alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il “Tanaro” ed il “Governolo”. Si trattava adunque delle armi spedite dal Cavour non di quelle promesse dal Comitato di Genova.”.

Nel 27 agosto 1860, Francesco Saverio Cajazzo, giudice regio di Vibonati proclamò l’insurrezione nel Golfo di Policastro

Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”.

Nel 30 agosto 1860, in Calabria le truppe borboniche di Ghio e di Caldarelli si erano arrese ai Garibaldini

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 107 e ssg., in proposito scriveva che: “Con una tattica sorprendente, basata sull’audacia, Garibaldi fu in grado d’imporre, in soli pochi giorni, la sua volontà al borbonico Generale Ghio – persecutore inesorabile di Pisacane – riuscendo ad ottenere la sua resa, nonostante una forza borbonica composta da ventimila uomini. E così, dal 18 al 30 agosto, in terra calabrese, tra uno scontro e l’altro, oltre 40.000 soldati di Francesco IIà abbandonarono i loro ufficiali. Dopo pochi giorni da quella resa, ovunque venne conosciuto il testo del famoso telegramma dettato da Garibaldi: “Dite al mondo che ieri, 30 agosto, coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10.000 soldati comandati dal Generale Ghio. Il trofeo della resa fu di 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete in Napoli ed ovunque la lieta novella”. Il 1° settembre il contenuto del telegramma già era conosciuto dagli ufficiali borbonici dei presidii di Napoli e di Salerno, ed aveva prodotto in tutti il suo effetto psicologico. Giustamente, si pensava che la storia, più che i cannoni, vince la guerra. E la storia, nel Regno di Napoli, aveva pagine veramente tormentate!”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; nei giorni seguenti capitolarono le divisioni del generale Brigante, e Melendez con 9000 uomini; il Maresciallo Vial, che comandava un esercito di 12000 soldati nella forte posizione di Monteleone, non potendo resistere alla marea rivoluzionaria, partì per Napoli, lasciando il comando all’esercito avvilito e disfatto del generale Ghio; nel 27 agosto capitolava col Comitato insurrezionale di Cosenza il generale Caldarelli, che comandava 3500 soldati; e finalmente nel giorno 30 l’esercito di Ghio, forte di 10,000 soldati, accerchiato a Soveria Manelli da un manipolo di truppe garibaldine, alle quali oramai non si poteva più opporre resistenza, preferì arrendersi e sbandarsi confusamente qua e là etc….”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”.

Nel 30 agosto 1860, a Lagonegro giunse l’avv. Giuseppe Mango da poco nominato Commissario Civile

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “…”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”.

Nel 15 giugno 1860, Augier scrive a Garibaldi

Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, in proposito scriveva che: Capitano Augier, ….il sentimento di amicizia che legava Garibaldi ad Augier, etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 186 e ssg., in proposito scriveva che: “Questo articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1) un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia. Nato nel 1815 a Villafranca, presso Nizza, Augier aveva navigato per oltre 15 anni sull’oceano Pacifico e, al rientro in Italia, era andato a risiedere con la famiglia a Genova, al quinto piano di uno stabile in salita San Francesco di Paola, numero 16, divenendo di fatto il portavoce del Generale presso Domenico Buffa, Intendente del Governo Piemontese in città (2). I due amici erano solito scambiarsi delle visite, e fu proprio nell’abitazione del Capitano che, nel 1854, Garibaldi trascorse un paio di settimane per curarsi i reumatismi da cui era afflitto (3). “. Moliterni, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Nella corrispondenza del conte di Cavour e del Viceconsole Sardo Francesco Astengo, lo troviamo menzionato, rispettivamente, come ‘Laugier’ e ‘Auger’ (cf. infra in narrativa).”. Moliterni, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Cf. L. Morabito (a cura di), Genova garibaldina e il mito dell’eroe nelle collezioni private, Genova, 2008, p. 19”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 188 e ssg., in proposito scriveva che: “Anche in questa casa, nei primi mesi del 1860, cominciò a prendere corpo l’idea della Spedizione delle Due Sicilie (4). Non supisce dunque che Camillo Benso conte di Cavour, in un frangente storico particolarmente complicato, abbia affidato proprio ad Augier una delicata missione per Garibaldi, un mandato la cui tempistica e la cui importanza si cercherà, ora, di inquadrare nel contesto più in gnerale in cui si svolse. Il Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna, in più di un’occasione aveva tentato di smorzare l’entusiasmo del suo Re riguardo la progettata spedizione garibaldina in Italia meridionale.”. Moliterni, a p. 188, nella nota (4) postillava: “(4) Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. II, Le memorie di Garibaldi nella redazione definitiva del 1872, a cura della Reale Commissione, Bologna, 1932, “Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, capitano C. Paolo Augier, etc…, ivi p. 413: “Lasciai la Caprera etc…”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a p. 460, in proposito scriveva che: “Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno. Signor generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il capitano Laugier, sono rimasto convinto essere, nonchè opportuno etc….”. E’ da notare però che la White ci parla del “capitano Laugier”, come il Cavour nella sua lettera. E’ da notare che “il capitano Laugier” non presenta il “de”, patronimico aggiunto da Policicchio. Nella postilla si cita il testo di Giacomo Emilio Curàtolo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. Nel testo in questione, si postilla che il Curàtolo, a p. 298 pubblica una lettera del 15 giugno 1860 del Capitano Augier (forse De Laugier) indirizzata a Garibaldi, dove però non si parla della missione segreta che il Cavour affiderà al De Laugier.  E’ vero ciò che il Curàtolo dice nella nota. Infatti, Giacomo Emilio Curàtulo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria- Documenti inediti – Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi etc…”, a p. 298, in proposito scriveva che: “Un’altra voce sebbene più modesta, ammoniva in quei giorni il Generale di stare in guardia tanto dal Cavour, che dal Mazzini; quella del capitano Augier, una natura franca e leale di marinaro e grande amico di Garibaldi. Augier a Garibaldi…Genova 15 giugno 1860, Mio buon Generale, Tutti vi scrivono, tutti millandano l’intimitàe l’influenza che hanno sopra di voi, quindi trovandomi con l’amico Galin, etc…P.S. – E’ partito con voi Emilio Evangelisti, figlio della povera vedova mia vicina, che voi Generale conosceste: questo giovane è istruito e credo che sia nella prima compagnia. Vostro aff.mo servo ed amico AUGIER.”.”. Nel testo viene chiamato “Augier” e non De Laugier, latore della lettera di Cavour a Garibaldi. Nelle ‘Memorie’ di Garibaldi leggiamo che Garibaldi scriveva: “Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, Capitano G. Paolo Augier – ove ricevetti ospitalità gentile per 15 giorni etcc…”. Dunque, l’amico d’infanzia di Garibaldi era il Capitano Giovanni Paolo Augier che viveva a Genova. Curàtulo, a p. 298, in proposito scriveva che: “Augier a Garibaldi….Genova 15 Giugno 1860, Mio buon Generale, Tutti vi scrivono tutti millantano l’intimità e l’influenza che hanno sopra di voi, etc….”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale etc…Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille  che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a pp. 188-189, in proposito scriveva: “Il 15 giugno, quando Garibaldi si era già impadronito di mezza Sicilia e si accingeva a conquistare l’altra metà, Augier sentì il dovere di scrivergli una lettera per informarlo sul clima che si respirava in particolare a Genova, intorno alla sua impresa: “Mio buon Generale, etc…”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: Etc…”. Moliterni, a pp. 188-189, in proposito scriveva: “Il 15 giugno, quando Garibaldi si era già impadronito di mezza Sicilia e si accingeva a conquistare l’altra metà, Augier sentì il dovere di scrivergli una lettera per informarlo sul clima che si respirava in particolare a Genova, intorno alla sua impresa: “Mio buon Generale, etc…”. La menzione di Agostino Bertani da parte di Augier non fu certo casuale, dal momento che il medico e patriota milanese proprio a Genova aveva radunato la divisione Terranova, articolata in sei brigate e guidata dal conte Luigi Pianciani, con l’intento di invadere il territorio pontificio delle Romagne e ricongiungersi, da nord, ai Mille.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), etc…”. Nel testo, a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatolo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”.

Nel 31 agosto 1860, la lettera del Conte di CAVOUR che scrisse a Garibaldi e che gli fece pervenire tramite Augier

Da Wikipedia leggiamo che Cavour aveva successivamente tentato senza riuscirvi, di provocare una sollevazione a Napoli prima dell’arrivo dell’armata garibaldina, a questo proposito, già dal mese di agosto, due compagnie di Bersaglieri e due compagnie del primo reggimento della Brigata del re, si trovavano nella baia di Napoli a bordo delle navi dell’ammiraglio Persano, per essere eventualmente impiegate a Napoli nel caso in cui la città fosse insorta prima dell’arrivo di Garibaldi, ma vennero impiegate solo nel combattimento di Caserta del 2 ottobre 1860. A questo riguardo anche I mazziniani avevano evitato di provocare una sollevazione, nel timore che questo potesse dare a Cavour il pretesto per intervenire a Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi. Con questo fine Cavour aveva scritto all’ammiraglio Persano: «non aiutate il passaggio del generale Garibaldi sul continente, ma piuttosto tentate di rallentarlo con mezzi indiretti per quanto è possibile.». Lo stesso Cavour aveva poi convinto il ministro britannico Russell a permettere a Garibaldi di oltrepassare lo Stretto di Messina, perché si era reso conto che senza la guerriglia garibaldina la rivoluzione a Napoli avrebbe perduto mordente e non sarebbe stato possibile attuare i piani unitari in caso di fallimento dei tentativi dello stesso Cavour di rovesciare a Napoli il governo di Francesco II. Quando Garibaldi oltrepassò lo Stretto di Messina e iniziò la sua marcia in Calabria, Cavour fece sbarcare armi a Salerno per distribuirle ai ribelli del Sud per aprire la strada all’avanzata di Garibaldi, ma il ministro piemontese fece anche un ultimo tentativo di prendere possesso di Napoli scrivendo il 27 agosto al Villamarina: «Fate tutto quello che potete per evitare un governo garibaldino, sul quale voi contate troppo.». Il 30 agosto, dopo la resa in Calabria del generale borbonico Ghio a Garibaldi, Cavour si convinse ad abbandonare ogni idea di rovesciare di sua iniziativa il governo borbonico a Napoli e scrisse al Villamarina: «Voi dovete agire francamente e all’unisono con lui (Garibaldi), tentando soltanto di prendere possesso della flotta e dei forti nelle nostre mani.». Anche se i tentativi cavourriani di rovesciare il governo di Francesco II erano falliti, il prestigio della monarchia borbonica era ormai compromesso e a Napoli gli ultimi giorni della monarchia borbonica furono caratterizzati da cospirazioni interne, che portarono all’allontanamento del Conte dell’Aquila. Liborio Romano aveva tentato di convincere Francesco II a lasciare “temporaneamente” il regno nominando un ministro reggente e il Conte di Siracusa, zio del re, con lettera pubblica aveva addirittura consigliato Francesco II di abbandonare il trono per il bene dell’Italia unita, fatto questo che scosse ulteriormente il prestigio del monarca di Napoli, generando l’impressione che tutto fosse perduto. Lo storico Trevelyan sottolinea come le fonti storiche conosciute dei retroscena di questo ultimo periodo del governo borbonico siano limitate ai resoconti di Liborio Romano, del generale Pianell e di sua moglie e che quindi restano oscuri molti altri aspetti degli avvenimenti interni alla corte e al governo borbonici. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, in proposito scriveva che: “Probabilmente in quello stesso giorno un altro emissario era partito da Torino per incontrarsi con il Dittatore. Era il Capitano Augier, reduce da un lungo incontro con Cavour, il quale lo aveva pregato di farsi intermediario presso il Generale per cercare di ripristinare quel clima di fiducia che – a suo dire – vi era stato tra i due nel periodo precedente lo scoppio della II guerra d’Indipendenza. Il Conte dunque non si avvalse di un politico, ne di un diplomatico, ma fece leva sul sentimento di amicizia che legava Garibaldi ad Augier, per cercare di stabilire – ora che non ne poteva fare a meno –  un rapporto di collaborazione con il Dittatore. Non si conoscono i contenuti del colloquio torinese, ma resta la lettera per Garibaldi, dal tono conciliante e deferente, che il Presidente del Consiglio vergò il 31 agosto e consegnò al suo emissario: “Signor Generale, Avendo avuto l’occasione etc…Mi creda, Generale, suo devoto (17).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. Cavour, Epistolario, p. 1809, n. 2306.”. Il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), sono rimasto convinto essere, non che opportuno, necessario il darle alcune spiegazioni intorno a molti fati passati ed alle presenti intenzioni del Governo del Re; epperò ho pregato quel buono  e leale Italiano a recarsi presso a lei per riferirle una lunga nostra conversazione intorno a parecchi argomenti ch’Ella forse ignora, o sui quali non ebbe precisi e compiuti ragguagli. Desidero vivamente che questa missione del Laugier riesca a ristabilire fra noi quell’intera fiducia che esisteva or sono due anni quando io preparava la guerra, alla quale nessuno credeva, e molti (sic) paventavano; lo desidero pel più pronto e sicuro compimento della impresa alla quale Ella ha dedicato la gloriosa sua spada: la costituzione dell’Italia in monarchia libera e forte sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Qualunque sia l’effetto che le comunicazioni che le trasmetto produrranno sull’animo suo, io mi lusingo che Ella, Signor Generale, ravviserà in questo passo una prova non dubbia che io reputo la sua lealtà ed il suo patriottismo pari all’inarrivabile suo valore ed al suo singolare genio militare. Mi creda, Generale, ecc..”. Nel testo, a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatolo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 215-216, in proposito scriveva che: “Questa la ragione per cui ai primi d’agosto, scrivendo a Persano gli raccomandava di “non aiutare il passaggio del generale Garibaldi sul continente”, ma cercar piuttosto di “ritenerlo per via indiretta il più possibile”(1). Quando il Dittatore aveva superata le difficoltà e si accingeva a cominciar la sua marcia attraverso le Calabrie, Cavour aveva fatto pervenire a Salerno delle armi da distribuire fra i ribelli del sud, “affine di spianare la strada a Garibaldi”, (2) facendo d’altra parte contemporaneamente un ultimo sforzo per assicurare il possesso di Napoli al proprio partito, come si rileva da queste parole del 27 agosto, al Villamarina: “Faccia tutto quanto è in suo potere per evitare la dittatura di Garibaldi su cui Lei conta troppo”. Istruzioni pervenivano allo stesso tempo al Persano inducendol oad accettare la Dittatura, qualora gli venisse offerta. Pure, anche a questi estremi, Cavour indietreggiava davanti alla sola misura che avrebbe potuto sottrarre sicuramente Napoli al tanto temuto regime garibaldino – una dichiarazione di guerra a Re Francesco – per la semplice ragione che, come diceva Villamarina, lo “comprometterebbe senza scampo agli occhi di tutta l’Europa”.(1)….Pochi giorni ancora ed egli si accorse d’aver perduta la partita. Il 30 agosto mentre i 10000 uomini del Ghio, deponevan le armi, arrendendosi al Dittatore, Cavour vergava queste parole al Villamarina: etc…. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (1) postillava: “(1) Persano, 123”. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (2) postillava: “(2) Persano, 157, 159; 21, 23 agosto.”. Treveljan (la Dobelli), a p. 216, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 347; Persano, 182; D’Ayala, 310.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: “La rapida marcia di Garibaldi nelle Calabrie, mentre procedeva il grosso dell’esercito, convinse Napoleone III e l’intera Europa della fine dei Borbone. Tra i meno lieti per questo evolversi delle cose vi fu indubbiamente Cavour, il quale, allarmato della presenza di Mazzini nella capitale sentì la situazione sfuggirgli di mano. Sperava di arrivare per primo a Napoli e togliere a Garibaldi il merito della liberazione della parte continentale del regno e temeva che il potere del Dittatore oltrepassasse il suo e quello Piemontese. In nessun modo rinunciò ad escludere Garibaldi da Napoli. Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: “Sig. Generale, (….) sono rimasto convinto essere, non chè opportuno, necessario il darle alcune spiegazioni intorno a molti fatti passati ed alle presenti intenzioni del Governo del Re; epperò ho pregato quel buono e leale italiano a recarsi presso lei per riferirle una lunga nostra conversazione intorno a parecchi argomenti ch’Ella forse ignora, o sui quali non ebbe precisi e compiuti ragguagli. Desidero vivamente che questa missione del Laugier riesca a ristabilire fra noi quell’intera fiducia che esisteva or sono due anni quando io preparavo la guerra, alla quale nessuno credeva, e molti (sic) paventavano; lo desidero pel più pronto e sicuro compimento della impresa alla quale Ella ha dedicato la gloriosa sua spada: la costruzione dell’Italia in monarchia libera e forte sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Qualunque sia l’effetto che le comunicazioni che le trasmetto produrranno sull’animo suo, io mi lusingo che Ella, signor Generale, ravviserà in questo passo una prova non dubbia che io reputo la sua lealtà ed il suo patriottismo pari all’inarrivabile suo valore ed al suo singolare genio militare. (25). Il fine, frutto del colloquio che avrebbe dovuto seguire alla missiva, doveva essere quello di persuadere Garibaldi a fargli accettare l’idea che il Conte di Cavour era suo amico e suo grande ammiratore; che volontari ed esercito, con Cavour e Vittorio Emanuele, sarebbero stati insieme e d’accordo nella liberazione dell’Italia tutta, e di strappargli la promessa di consegnare al Piemonte flotta e forti conquistati. Il Conte di Persano, il 3 settembre, sul giornale di bordo della nave ammiraglia, annotava: “In compagnia dell’Astengo è venuto un signore amico del Generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”.”. Policicchio, a p. 142, nella nota (25) postillava: “(25) La liberazione del mezzogiorno…., cit., vol. II, p. 191.”. Il testo citato da Policiccio è “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Categgio di Camillo Covour a cura della Commissione editrice” – vol. II, Agosto-Settembre 1860). Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Dunque, Cavour cita nella sua lettera il Capitano Paolo Augier, amico d’infanzia di Garibaldi e ne fa il latore della sua missiva al Generale dei due Mondi. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a pp. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “3. – E’ arrivato il Signor Astengo latore di una lettera autografa di S.E. il conte di Cavour. E’ della massima importanza; Si giudichi. 31 agosto 1860 “Signor Ammiraglio, ….Il suo telegramma del 30 etc….”. (p. 90) In compagnia del signor ASTENGO è venuto un signore, amico del generale GARIBALDI, con desiderio di potere andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’ASTENGO di fornirgliene i mezzi, gli dò la ‘Dora’ perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno. Ricevo il seguente telegramma di S.E. il conte di Cavour: “L’Authion parte questa sera con istruzioni per lei e per Villamarina. – Astengo è giunto ? – Risponda per telegrafo. Firmato C. Cavour.”. Persano a p. 91, in proposito scriveva che: “Rispondo tosto: Ricevuto la lettera di V.E. del 31 agosto ultimo. – Dora partirà domani con la mia risposta circostanziata di tutto quanto ella mi domanda….Ho dato la ‘Dora’ a quel signore che è venuto in compagnia dell’Astengo, per trasportarlo al Generale Garibaldi.”.  Sempre il Persano, a p. 93, in proposito scriveva ancora: “4. – Rispondo alla lettera, che ho testè ricevuta, di S.E. il conte di Cavour, così: “Eccellenza….Prima di entrare nei particolari che formano oggetto della sua lettera del 31 agosto ultimo, recatami dal signor Astengo, etc…”L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 402, nella nota (1) postillava: “”1) Dal libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Da Wikipedia leggiamo che Francesco Crispi fu una figura di spicco del Risorgimento, fu uno degli organizzatori della Rivoluzione siciliana del 1848 e fu l’ideatore e il massimo sostenitore della spedizione dei Mille, alla quale partecipò. Inizialmente mazziniano, si convertì agli ideali monarchici nel 1864. Anticlericale e ostile allo Stato Pontificio, dopo l’unità d’Italia fu quattro volte presidente del Consiglio: dal 1887 al 1891 e dal 1893 al 1896. Nel primo periodo fu anche ministro degli Esteri e ministro dell’interno, nel secondo anche ministro dell’interno. Fu il primo meridionale a diventare presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Obiettivo di Crispi era ora l’unità della nazione attraverso il propagarsi dell’insurrezione. Il presidente del Consiglio piemontese Cavour, invece, voleva l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna e impedire che la rivoluzione si propagasse fino a Roma. Ciò perché lo Stato Pontificio era protetto dalla Francia, che era una potenza amica del Piemonte. Così, per controllare e rallentare l’azione di Garibaldi, Cavour spedì in Sicilia Giuseppe La Farina. Non appena arrivato a Palermo, La Farina si impegnò a denigrare Crispi, già in difficoltà per aver esposto le sue idee anticlericali. D’altro canto l’aristocrazia siciliana sperava che, annessa subito al Piemonte, l’isola avrebbe potuto godere di un’autonomia di fatto. Il contrario di quello che auspicava Crispi che vedeva la Sicilia integrata solo in una nazione italiana. In grave difficoltà, quando il 23 giugno 1860 venne organizzata a Palermo un’importante manifestazione contro di lui, Crispi diede le dimissioni, confermandole nonostante il parere contrario di Garibaldi. Quest’ultimo a sua volta ordinò l’espulsione di La Farina dalla Sicilia. Per consolidare le posizioni dei democratici, Crispi fondò allora un giornale, Il Precursore, che uscì agli inizi di luglio a Palermo. Per la lettera in questione si veda il 3 settembre 1860 e lo sbarco del Capitano marinaio, Paolo Augier a Sapri, nel giorno 3 settembre, a bordo del piroscafo della marina Piemontese Dora. Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi verrà imbarcato sul vapore “la Dora” messo a disposizione dall’Ammiraglio piemontese Conte di Persano che era di stanza nelle acque del golfo Napoletano e lo fa su sollecitudine di Cavour. L’Augier, in compagnia del Viceconsole Francesco Agresti arriverà a Sapri, a bordo del piroscafo la “Dora”, nelle ore pomeridiane del 3 settembre, lo stesso giorno che vi approderà Garibaldi con i suoi sei amici e collaboratori. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni che, sulla base dei documenti e dei dispacci dell’epoca viene suffragata l’ipotesi dell’arrivo della ‘Dora’ a Sapri, il 3 sttembre e dell’incontro avvenuto tra Garibaldi ed il messo di Cavour. Della notizia, della lettera di Cavour indirizzata a Garibaldi e della missione che il Cavour affida al capitano Augier, ne parla la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 459 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel viaggio da Soveria a Napoli, Garibaldi ebbe vari messi da Cavour e Persano per indurlo a credere che oramai Re e lui, esercito e volontari, sarebbero andati d’accordo per la liberazione dell’Italia tutta. Eppure l’ultimo dispaccio di Cavour a Villarina (1), del 27 agosto, era recisamente ostile a Garibaldi : “Faites tout le possible etc…”. Non riuscito, risolse di combattere Garibaldi non più in Napoli, ma nel centro: quindi muove terra e cielo per fare che questi prometta la flotta e i forti, e manda un amico d’infanzia a persuaderlo che egli è il suo più grand’ammiratore e amico. Il seguente grano di lettera ad un intimo spiega il doppio gioco, prova che pur di riuscire ad escludere Garibaldi da Napoli, Cavour non riculava davanti la guerra civile (2): “Vous etc….”.”. White Mario, a p. 459, nella nota (2) postillava: “(2) A Nigra aveva scritto giorni prima: “Il est trop etc…”.”. La giornalista White Mario (….), continuando il suo racconto, a p. 460, in proposito scriveva che: “Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno. Signor generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il capitano Laugier, sono rimasto convinto essere, nonchè opportuno etc….”. ll testo della lettera di Cavour è più o meno è lo stesso pubblicato nell’altro testo di Giacomo Emilio Curàtolo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. E’ da notare però che la White ci parla del “capitano Laugier”, come il Cavour nella sua lettera. E’ da notare che “il capitano Laugier” non presenta il “de”, patronimico aggiunto da Policicchio. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…), che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille  che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Nella corrispondenza del conte di Cavour e del Viceconsole Sardo Francesco Astengo, lo troviamo menzionato, rispettivamente, come ‘Laugier’ e ‘Auger’ (cf. infra in narrativa).”. Moliterni, a p. 190, scriveva pure: “La notizia che Garibaldi si accingeva ad attraversare lo Stretto di Messina gettò Cavour nello sconcerto. Fu allora che il Tessitore decise di spostare nella baia di Napoli il contrammiraglio della Marina Sarda Carlo Pelliòn, conte di Persano, che, a capo di alcune unità navali, etc….Tuttavia l’approdo del Dittatore sulle coste della Calabria e il suo veloce incedere verso Napoli rivelatosi più rapido del previsto, spinsero Cavour a cambiare strategia e a darne comunicazione a Persano con un telegramma cifrato spedito da Torino alle ore 10,00 del 30 agosto: “……..etc…”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), etc…”. Nel testo, a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatolo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontanto la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno sei vide Laugier (1). Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postilava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo dato da parte del governo del nostro Re di procedere di pieno accordo con lui per l’unificazione d’Italia sotto lo scettro nazionale di Vittorio Emanuele e che quindi egli disponesse pure dell’opera mia;” e parla della flotta ec. Cavour a Persano, 3 settembre: “Approvo pienamente la sua comunicazione a Garibaldi; essa segue la nuova via che dobbiamo seguire.”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envole  à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. Moliterni, dopo aver descritto i dispacci che si scambiarono il Cavour e l’Ammiraglio Persano, a pp. 191-192, in proposito scriveva che:  “La gravità del contenuto della lettera e il comprensibile riserbo che doveva circondarla, indussero Cavour a inviare a Napoli il viceconsole Francesco Astengo affinché la consegnasse direttamente nelle mani del Contrammiraglio.”. A questo punto, Moliterni si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed a p. 194, in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Moliterni, a pp. 198-199, in proposito aggiungeva: “Ma a influire sull’atteggiamento del Dittatore potrebbe essere stato anche il colloquio avuto con l’amico Augier, un colloquio che Jessie White Mario dà per avvenuto e nel corso del quale il capitano avrebbe fatto “l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta.” (23). La White, pur essendo stata in quel periodo molto vicina a Garibaldi, in questo caso sembra avvalersi di testimonianze documentali posteriori e, infatti, è al quanto vaga riguardo al tempo e al luogo dell’incontro, limitandosi a dire che si svolse “prima del giorno sei” settembre, “tra Soveria e Salerno” (24).”. A questo punto, Moliterni inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Nel ……, nel testo di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a p. 100 è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1à settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi,  pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio di Persano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire da Lei a darle spiegazione etc…Cavour…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per creare ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita. Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. Etc…”.

Nel 31 agosto 1860, Garibaldi ordina a Turr di recarsi a Paola e di imbarcare le truppe per il golfo di Policastro (per Sapri) e Turr scrive a Bixio

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittatura a Donato Morelli e si avanzava con Cosenz.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Inoltre, Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 196, in proposito scriveva che: “All’estremo opposto del Campo Tenese Garibaldi salì l’erta d’un altro passo (1) e varcandolo abbandonò la Calabria per la Basiicata, facendo la sua prima sosta nella nuova regione, a Rotonda, un paesetto di montagna dove egli trovò già costituita la Guardia Nazionale e l’intiera gerarchia delle autorità rivoluzionarie nè più nè meno che se fosse stato Parigi o per lo meno Cosenza (2).”. Sempre la Dobelli (….), a p. 198, in proposito scriveva pure che: “A questo punto del suo viaggio Garibaldi cambiò metodo,…..Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui i negoziati in condizioni più favorevoli.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 16, nelle sue memorie scriveva che: “Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, dove corsi pericolo di essere soffocato dalle entusiastiche espressioni di gioia dei Calabresi. Tutta la Calabria era libera fino alla frontiera settentrionale; soltanto alcuni residui di truppe regie andavano ancora erranti per la provincia. Col solo accompagnamento della nobiltà di Paola, fra le quali era a distinguersi il ricco fabbricante di seta, signor F. Tuzzi, su un focoso cavallo offertomi, dalla bassa spiaggia del mare salii alla elevata città, accolto su tutta la via da applausi che fino a quel momento mi erano ignoti. Qui ebbe principio la marcia trionfale della brigata Milano; etc…”. Rustow, a p. 17, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell’armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “..andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria-Manelli, per mettere fine a quella capitolazione.”.  Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subitoil Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il ressto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Il generale ISTVAN (STEFANO) TURR

Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, in proposito scriveva che: “Subito dopo la capitolazione dei regi, Garibaldi provvide alle necessità del governo dell’isola. Organizzò la Guardia nazionale in cinque legioni per il servizio d’ordine pubblico nella capitale e sciolse quelle squadre siciliane che non ritenev sicure per l’ordine pubblico. Ma suo maggior pensiero fu quello di costituirsi un piccolo esercito organizzato, formò pertanto, considerandola a suo avviso, come una appendice dell’esercito sardo, una Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr. E’ qui doveroso ricordare la bella ed eroica figura di Soldato  e di patriota del Generale Turr. Per quanto nato (nel 1825) in Ungheria da genitori ungheresi e perciò di nazionalità magiara, egli è pure annoverato nella storia del nostro Risorgimento come uno dei suoi prodi artefici. Egli fu di quella numerosa schiera di volontari magiari che nel 1849 disertarono dall’esercito austro-ungarico per passare nelle file di quello sardo-piemontese. Malgrado che per un complesso di circostanze la formazione dei volontari magiari avesse avuto uno scarsissimo impiego sul campo di battaglia della “fatal Novara”, pure una legione di volontari ungheresi, della quale faceva parte il Turr si ricostituì di nuovo in Piemonte nel 1859. Essa venne immessa tra le fila garibaldine dei “Cacciatori delle Alpi” e partecipò con essa attivamente alla nostra seconda guerra di Indipendenza. Nel combattimento del 16 giugno a Treponti l’allora colonnello Stefano Turr fu gravemente ferito; ciò diede modo a Giuseppe Garibaldi di renderlo ancora più caro e quando lo seppe ristabilito, lo invitò ad essere suo prezioso collaboratore nella spedizione dei “Mille”. Terminata la guerra nell’Italia meridionale il generale garibaldino Stefano Turr ottenne di essere inquadrato nell’Esercito piemontese e nel 1862 Vittorio Emanuele II lo volle suo aiutante in campo. Collocato in disponibilità quando nel 1867 fu definitivamente sciolta la legione ungherese, Stefano Turr, che già era passato a fauste nozze con Adelina Wjse Bonaparte, cugina di Napoleone III, rese ancora utili servizi al Governo italiano nel campo diplomatico, facendosi promotore di una sua idea di arrivare a conciliare l’Austria con l’Italia. Etc…”. Da Wikipedia leggiamo che István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr (Baja, 10 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908), è stato un militare e politico ungherese. Divenne noto in Italia per la grande parte avuta nella campagna dei Cacciatori delle Alpi e nella spedizione dei Mille. Nel 1859 combatté in Italia come capitano dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che lo tenne sempre in grande stima. L’anno successivo lo seguì alla spedizione dei Mille: fu promosso generale di divisione dell’Esercito meridionale e venne gravemente ferito. Scelto da Garibaldi quale governatore di Napoli svolse un certo ruolo nella preparazione e nello svolgimento del plebiscito del 21 ottobre 1860. Nominato generale di divisione dell’esercito sabaudo, fu collocato in aspettativa nel dicembre 1861 e un anno dopo fu nominato Aiutante di campo onorario di re Vittorio Emanuele II. Massone, fu membro della Loggia “Dante Alighieri” di Torino e Gran maestro del Grande Oriente Ungarico in esilio, di cui Lajos Kossuth fu Gran maestro onorario . Da Wikipedia leggiamo che Stefano Turr, nel 1859 combatté in Italia come capitano dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che lo tenne sempre in grande stima. L’anno successivo lo seguì alla spedizione dei Mille: fu promosso generale di divisione dell’Esercito meridionale e venne gravemente ferito. Scelto da Garibaldi quale governatore di Napoli svolse un certo ruolo nella preparazione e nello svolgimento del plebiscito del 21 ottobre 1860. Nominato generale di divisione dell’esercito sabaudo, fu collocato in aspettativa nel dicembre 1861 e un anno dopo fu nominato Aiutante di campo onorario di re Vittorio Emanuele II. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 10, in proposito scriveva che: “Come Garibaldi decise di arrischiare l’impresa, chiamò a sè il colonnello ungherese Stefano Turr, nel quale riponeva tutta la sua fiducia e confidenza, e gli comunicò il suo pensiero….Lo stesso progetto Garibaldi confidava ad un suo provato d’armi, il colonnello Sacchi che fin dal 1842 aveva diviso con lui i pericoli, le fatiche e le glorie di un lungo assedio, e di una guerra eroica a Montevideo etc…”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”.

Il colonnello polacco WILHELM (GUGLIELMO) RUSTOW, ufficiale garibaldino, comandante del corpo “Rustow” che si unì alla Divisione Turr

Da Wikipedia leggiamo che Rüstow è nato a Brandeburgo sulla Havel nel Brandeburgo entrò nell’esercito prussiano e prestò servizio per alcuni anni, fino alla pubblicazione di Der deutsche Militärstaat vor und während der Revolution (Zurigo, 1850). Rüstow partecipò alla rivoluzione del 1848. Fu condannato da una corte marziale a 32 anni e mezzo di reclusione in fortezza, ma riuscì a fuggire in Svizzera, dove ottenne un incarico militare. Nel 1857 fu nominato maggiore. Tre anni dopo Rüstow partecipò alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi come colonnello e capo di gabinetto . A Rüstow si devono attribuire le vittorie di Capua (10 settembre 1860) e Volturno (1 ottobre 1860). Alla fine della campagna in italia meridionale si stabilì a Zurigo. Tre anni dopo Rüstow partecipò alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi come colonnello e capo di gabinetto . A Rüstow si devono attribuire le vittorie di Capua (10 settembre 1860) e Volturno (1 ottobre 1860). Alla fine della campagna in italia meridionale si stabilì a Zurigo. Allo scoppio della guerra franco-prussiana del 1870, offrì i suoi servigi alla Prussia, ma fu respinto. Nel 1878, alla fondazione di una cattedra militare a Zurigo, Rüstow fece domanda per il posto, ma insegnò solo per un breve periodo. La cattedra venne definitivamente data ad un altro ufficiale Emil Rothpletz, per questo motivo Rüstow si suicidò ad Aussersihl vicino a Zurigo. Scrisse numerose opere di storia militare, di strategia e tattica militare.

  • La Guerre Italienne (1862)

Della sua opera esistono alcune versioni tradotte di cui innanzi riporto i brani che interessano lo sbarco di Sapri. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861);  Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860; il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare..

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, Agostino Bertani arriva da Paola e fa visita a Garibaldi che, apprendendo dell’arrivo dei volontari a Paola, nomina Turr, Capo di Stato Maggiore della 15° Divisione garibaldina al posto di Rustow

A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani  che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe etc…. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, in proposito scriveva che: “Il primo settembre alle tre del mattino, Garibaldi, il Cosenz e il Bertani lasciavano Cosenza in carrozza aperta, etc…”. Dunque, se Garibaldi e Bertani lasciarono Cosenza il 1° settembre, alle tre del mattino ci conferma che Bertani arrivò da Paola il giorno 31 agosto 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 17, in proposito scriveva che: Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittattatura a Donato Morelli, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Maxime Du Camp (….), racconterà quegli avvenimenti nel suo “Expedition des Deux-Siciles”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito scriveva pure che: In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, etc…(18).. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi.. 

Nel 31 agosto 1860, le divisioni Garibaldine, di cui disponeva il generale Giuseppe Garibaldi: la 15° Divisione (ex Divisione Pianciani), al comando del colonnello ungherese Stefano Turr che sbarcarno in Calabria

Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, in proposito scriveva che: “Subito dopo la capitolazione dei regi, Garibaldi provvide alle necessità del governo dell’isola. Organizzò la Guardia nazionale in cinque legioni per il servizio d’ordine pubblico nella capitale e sciolse quelle squadre siciliane che non riteneva sicure per l’ordine pubblico. Ma suo maggior pensiero fu quello di costituirsi un piccolo esercito organizzato, formò pertanto, considerandola a suo avviso, come una appendice dell’esercito sardo, una Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma per continuare la marcia sul Continente, era necessario gettare le basi per la organizzazione di un Esercito Meridionale. L’espediente dei “Cacciatori di Sicilia” non dette buoni risultati, e il Corpo fu sciolto. Fu sciolto anche perchè da Genova sbarcarono il 17 giugno ben 4000 volontari al comando del Gen. Medici del Vascello, e qualche giorno dopo, altri 2000 volontari toccarono il suolo di Sicilia, al comando del Gen. Cosenz: ufficiali garibaldini entrambi, rimasti a Genova per l’arruolamento di uomini e l’acquisto di armi. E così, l’8 luglio, ai piedi del Monte S. Pellegrino, Garibaldi potè passare in rassegna i primi battaglioni del nuovo esercito liberatore.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Questo esercito doveva subito costituirsi in una divisione composta di due brigate, ciascuna delle quali di quattro battaglioni. Il comando della divisione e della 2° brigata fu assunto dal Turr e quello della 1° brigata da Bixio. Capo di Stato maggiore fu nominato il maggiore Spangaro. La sua forza iniziale non superava i mille uomini, ma doveva ben presto essere aumentata dai contingenti di altre due spedizioni che si preparavano a Cornigliano ed a Sestri, la prima di 900 uomini guidati da Clemente Corte, sbarcata il giorno 8 sul clipper americano ‘Charles and Iane e la seconda imbarcata il 10 sui piroscafi ‘Washington, Oregon e Franklin’ al comando di Medici e forte di altri 2500 volontari. Un piccolo rinforzo era intanto giunto da Genova, guidato da Carmelo Agnetta, esule siciliano, che con 60 uomini e un migliaio di fucili era sbarcato a Marsala, aveva percorso la via battuta dai Mille ed era arrivato il giorno 7 a Palermo. Altri 1500 fucili aveva pure mandato il Fabrizi da Malta.”. Cesari, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Cesari, a p. 141, in proposito scriveva che: “Il Cosenz, nominato allora generale, fu da Garibaldi incaricato di formare subito coi suoi 1500 uomini e con altri che vi si aggiunsero, una divisione, che dopo quella di Turr (15°) assunse in conformità dell’ordine del giorno precisato la numerazione di 16°, in continuazione cioè a quelle dell’esercito regolare. Per il momento questa divisione si compose di una sola brigata su due reggimenti, più una compagnia di carabinieri genovesi. Il comando del 1° reggimento fu dato al colonnello Fazioli e quello del 2° al colonnello Filippo Borghesi.”. Questa descrizione riguarda le compagnie in stanza in Sicilia che andarono all’attaco. Cesari nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Detto questo, il Cesari descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore. Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Secondo il piano prefissato, le truppe del pianciani dovevano dirigersi all’isola di Montecristo e gettarsi poi sulla costa di Montalto, etc…Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia. Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartiere generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica di Ghio. Questa infatti trovava a Soveria i calabresi, i quali però per dispaccio di Sartori, male interpretato nel senso di lasciar passare la colonna Ghio etc….Nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passarvi in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli altri aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Arrivati a Vibonati, Rustow racconta, nella traduzione di Porro, a p. 20 che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri. Ometto qui molti e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altre occasioni, lusingandomi per ora di fare cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere quale fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; etc…”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 73-74, in proposito scriveva che: “Capo II. Da Palermo a Napoli. Il Dittatore, come abbiamo narrato, in seguito alle discussioni per l’organizzazione del suo esercito, deliberò che esso fosse una continuazione dell’armata Sarda, e siccome l’ultima divisione di questa era la 14°, così egli diede alla sua Divisione il N° 15. La costituì in due Brigate e nominò Turr Comandante in Capo, affidandogliene l’organizzazione col seguente Decreto: “Palermo, 8 giugno 1860. Il Colonnello Turr è incaricato di organizzare una Divisione, composta di due Brigate, ed ogni brigata di quattro battaglioni. In tale organizzazione sia coadiuvato dal Capo di Stato Maggiore principalmente, e da tutt’i Capi dei Corpi per l’amamento, abbigliamento, personale ecc…firmato G. Garibaldi.”. Gli uomini per formare il primo nucleo dei quadri della Divisione furono scelti principalmente dai mille, che si erano ridotti appena a 600, mentre circa 500 erano caduti morti o feriti. Il comando della 1° Brigata fu dato a Bixio, ed il suo nucleo venne costituito dalle prima quattro Compagnie dei Mille, dai primi arrivati alla spicciolata dall’Alta Italia dopo la rea di Palermo, e da una scelta di squadriglieri Siciliani (forza complessiva 400 uomini circa.). Il nucleo della 2° venne costituito dalle seconde compagnie dei Mille, da altri arruolati formante un complessivo di 536, ed il comando fu tenuto dal Turr nel tempo stesso che teneva il Comando della Divisione; a Capo di Stato Maggiore fu destinato il Maggiore Spangaro. (Forza della intera Divisione 936 circa).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 127, in proposito scriveva che: “Garibaldi….per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontari che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rustow, mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’intelligente lavoro dell’Intendente Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Poi, a pp. 147-148 aggiungeva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attacate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito oltre i signori accennati ieri, il colonnello Telky e Maxime du Camps….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Cosenza, 31 agosto 1860.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 301, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “1° settembre….In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano perlomeno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli si diceva a Salerno…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Infatti, Traveljan, nella traduzione della Dobelli, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1). Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato…aveva proibito che si continuasse l’arruolamento…etc…Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai di men numerosa, ad unanimità, deliberò di potersi resistere etc…. Il De Cesare, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patrioti”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subitoil Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nell’agosto 1860, le truppe garibaldine dell’ex divisione PIANCIANI (ora detta ex TERRANOVA) furono aggregate alla 15° Divisione Turr, creata da Garibaldi in Sicilia (tolta a Pianciani che si dimise e la diede a Turr)

Come è stato detto i garibaldini della spedizione Bertani sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. Ma il conte Pianciani si dimise poco dopo rimettendo i suoi uomini a Garibaldi. Della Spedizione organizzata da Bertani faceva parte anche Nicotera. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani era figlio  primogenito del Conte Vincenzo Pianciani e di Amalia Ruspoli, figlia del Principe Ruspoli di Cerveteri. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. La spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. …..corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Questo esercito doveva subito costituirsi in una divisione composta di due brigate, ciascuna delle quali di quattro battaglioni. Il comando della divisione e della 2° brigata fu assunto dal Turr e quello della 1° brigata da Bixio. Capo di Stato maggiore fu nominato il maggiore Spangaro. La sua forza iniziale non superava i mille uomini, ma doveva ben presto essere aumentata dai contingenti di altre due spedizioni che si preparavano a Cornigliano ed a Sestri, la prima di 900 uomini guidati da Clemente Corte, sbarcata il giorno 8 sul clipper americano ‘Charles and Iane e la seconda imbarcata il 10 sui piroscafi ‘Washington, Oregon e Franklin’ al comando di Medici e forte di altri 2500 volontari. Un piccolo rinforzo era intanto giunto da Genova, guidato da Carmelo Agnetta, esule siciliano, che con 60 uomini e un migliaio di fucili era sbarcato a Marsala, aveva percorso la via battuta dai Mille ed era arrivato il giorno 7 a Palermo. Altri 1500 fucili aveva pure mandato il Fabrizi da Malta.”. Cesari, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Cesari, a p. 141, in proposito scriveva che: “Il Cosenz, nominato allora generale, fu da Garibaldi incaricato di formare subito coi suoi 1500 uomini e con altri che vi si aggiunsero, una divisione, che dopo quella di Turr (15°) assunse in conformit dell’ordine del giorno precisato la numerazione di 16°, in continuazione cioè a quelle dell’esercito regolare. Per il momento questa divisione si compose di una sola brigata su due reggimenti, più una compagnia di carabinieri genovesi. Il comando del 1° reggimento fu dato al colonnello Fazioli e quello del 2° al colonnello Filippo Borghesi.”. Questa descrizione riguarda le compagnie in stanza in Sicilia che andarono all’attaco. Cesari nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc…Cesari, a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Detto questo, il Cesari descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore. Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Secondo il piano prefissato, le truppe del Pianciani dovevano dirigersi all’isola di Montecristo e gettarsi poi sulla costa di Montalto, etc…Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia. Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portari a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicila, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte dell’impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere, del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani….Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia etc…(2)…”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Infatti, Traveljan, nella traduzione della Dobelli, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1). Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato…aveva proibito che si continuasse l’arruolamento…etc…Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “…due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, etc…”. La ex divisione Pianciani era la “spedizione Terranova” che Bertani aveva organizzato per l’invasione dello Stato Pontificio. Pecorini- Manzoni, a p. 126, nella nota (1) postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane”. Dunque, questo il significato che fu dato alla Spedizione organizzata da Agostino Bertani, “Terranova”, ovvero lo Stato Pontificio che bisognava conquistare. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriot ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 127, in proposito scriveva che: “Garibaldi….per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontari che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rustow, mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’intelligente lavoro dell’Intendente Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 128, in proposito scriveva che: Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano.”. Arrivati a Vibonati, Rustow racconta, nella traduzione di Porro, a p. 20 che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Sulla composizione della sua brigata, la brigata Milano, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “Ometto qui molti e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altre occasioni, lusingandomi per ora di fare cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere quale fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; etc…”. Il colonnello Cesare Cesari (….), nel 1921, nel suo “Corpi volontari dal 1848 al 1870 con XXI tavole fuori testo”, a pp. 91-92, parlando dei “Volontari del 1860”, in proposito scriveva che: “Bersaglieri Garibaldini. Alcuni reparti che combatterono con Garibaldi presero l’appellativo di Bersaglieri e si distinsero dagli altri per il nome del loro comandante. Così nella campagna del 1860-61 combatterono al Volturno i battaglioni bersaglieri Menotti Garibaldi, Boldini, Specchi, etc…”. A p. 92, in proposito scriveva: “Brigata Milano. – Brigata dell’Esercito meridionale di Garibaldi nel 1860. Doc. E. Porro, La Brigata Milano.  – Milano 1861. un vol. in 8° tradotto dal tedesco.”. Sempre a p. 92, in proposito scriveva: “Cacciatori (di) Bologna. Chiamati Cacciatori di Bologna, l’ordinamento loro fu stabilito su 4 battaglioni, il 1° fu quello del Cattabeni, che si trovò al fatto d’armi di Cajazzo, il 2° si riunì agli ordini de maggiore Luigi Bossi, il 3° agli ordini del maggiore Ferdinando Ferracini ed il 4° col capitano G. Battista Pontotti. Questi ultimi tre giunsero nell’agosto a Milazzo e si riunirono ai garibaldini nella loro marcia sul continente. L’intiero corpo era comandato dal colonnello Puppi di Siena, che morì poi sotto le mura di Capua, lasciando il comando al Pianciani. Col Pianciani i volontari si divisero; una parte andò a golfo Aranci assieme al Bertani e l’altra si aggregò alla divisione Turr che la destinò alla brigata Sacchi. Si veda Dallolio, Spedizione dei Mille nelle Memorie bolognesi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Dunque Rustow scriveva che il colonnello Gandini era comandante della Brigata Milano.

Nel 31 agosto 1860, Agostino Bertani e le truppe garibaldine della 15° Divisione Turr (ex Pianciani): Milano, Spinazzi, Parma e Bologna, al comando di Rustow, nominato da Garibaldi nuovo Capo di Stato Maggiore, sbarcarono a Paola

L’arrivo delle forze garibaldine provenienti dalla Sicilia e sbarcate a Paola è importante perchè queste forze saranno l’avanguardia garibaldina dell’Esercito Meridionale e saranno quelle che, fatte sbarcare a Paola dal generale Turr su ordine di Garibaldi, sbarcheranno a Sapri il giorno dopo.  A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani  che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe etc…. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Infatti, Traveljan, nella traduzione della Dobelli, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1). Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato…aveva proibito che si continuasse l’arruolamento…etc…Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Dunque Rustow scriveva che il colonnello Gandini era comandante della Brigata Milano. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. ……Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr etc…”.Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Le grigate Milano e Spinazzi facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. …Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 148, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi; etc…”. La ex divisione Pianciani era la “spedizione Terranova” che Bertani aveva organizzato per l’invasione dello Stato Pontificio. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Sulla composizione della sua brigata, la brigata Milano, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 301, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “1° settembre….In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano perlomeno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli si diceva a Salerno…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai di men numerosa, ad unanimità, deliberò di potersi resistere etc…. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, etc…”.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subitoil Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il ressto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Dunque Rustow scriveva che il colonnello Gandini era comandante della Brigata Milano.

Nel 1° settembre 1860, Garibald a Rotonda e a Lagonegro, le truppe borboniche del generale Caldarelli

Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “…….morning we arrived at Lauria……Garibaldi slept at Rotonda. Wandering in, out and over in the mountain peaks, and passing the like which names the town of Lagonegro, we fell in whit the Neapolitan rearguard at ten o’ clock on the point of intering the town. The main body, about 1500 strong, where in the Piazza. They had, with their General, just agreed to come over to the national army. Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently che tradotto significa: “….…la mattina arrivammo a Lauria……Garibaldi dormì alla Rotonda. Andando avanti e indietro per le vette dei monti, e oltrepassando quella che dà nome alla città di Lagonegro, ci imbattemmo nella retroguardia napoletana alle dieci, sul punto di invadere la città. Il corpo principale, forte di circa 1500 persone, si trovava nella Piazza. Avevano appena accettato, con il loro generale, di arruolarsi nell’esercito nazionale. Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto; ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono. In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti; non si poteva rispettarli. Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…. Forbes salta completamente la pausa a Sapri e va direttamente a descrivere l’arrivo ad Auletta il 5 Settembre. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 396, in proposito scriveva pure che: “E infatti la brigata del Generale Caldarelli, composta dal reggimento Carabinieri a piedi, dalla batteria N. 8, e da due squadroni del 5° lancieri, benché nei patti della resa di Cosenza si fosse ‘obbligata di non combattere più Garibaldi, i suoi soldati e le guardie cittadine del Regno, di ritirarsi a Salerno e non prendere parte in niuna spedizione che anche indirettamente potesse nuocere alla causa dell’Unità Italiana sotto Vittorio Emanuele, si ritraeva a piccole tappe, avvilita e scontenta, lungo la strada consolare, e dolente forse dell’onta patita, non mancava di commettere, fra le popolazioni ribelli, eccessi e rappresaglie. Questa brigata, già composta di 3500 carabinieri, gendarmi, lancieri ed artiglieria di montagna, giunse in Lagonegro nella sera del 1° Settembre, tuttora ben armata, per quanto fosse stremata di numero per le diserzioni che lungo la ritirata si verificarono; ed accampatasi nell’ampia piazza, dispose in fila, sulla zona del Timpone – non senza una certa trepidazione e sorpresa dei cittadini e della Colonna Lucana – i cannoni che ancora trainava.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “…è uopo ricordare che la casa di Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità Generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone per bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Sempre il Pesce, a p. 406 parlando della lettera di risposta del generale Garibaldi a Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “…, ed il Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori etc…(1).”. Il Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera del Garibaldi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “…colonne e compagnie della Brigata Lucana, che era formata di tutte le truppe volontarie accorse da ogni parte sotto il vessillo della redenzione al comando del Colonnello Boldoni. La colonna di Tricarico, composta dai volontari di Tricarico, Montepeloso, Albano, Crassano, Tolve, Campomaggiore, S. Chirico Nuovo ed altri, e comandata da Francesco Paolo Lavecchia, fervente patriota di Tricarico, ebbe ordine di rcarsi a Lagonegro, e poi di proseguire per le Calabrie per raggiungere ed appoggiare le truppe del Generale Garibaldi provenienti dal Mezzogiorno. Infatti questa colonna, partita da Potenza ed ingrossata, lungo il cammino, da altri volontari di Calvello, Viggiano e Moliterno, giunse in Lagonegro con oltre 300 militi, nel 27 Agosto, ed entrava nella piazza grande della via S. Antuono, mentre dalla via opposta delle Calabrie giungevano le prime truppe borboniche in ritirata dal Mezzogiorno. Ambedue le fazioni s’accamparono nella piazza a debita distanza fra loro, ed era davvero quello uno spettacolo memorando: da una parte giovani baldi e audaci, accesi da un entusiasmo febbrile per la causa della libertà, vestiti in mille guise borghesi, ed armati alla meglio di schioppi, di pistoloni, di colubrine, di sciabole, di spiedi, di ronche di bastoni animati; e dall’altra parte le truppe regolari dell’esercito borbonico, bene equipaggiato ed armate, ma avvilite e depresse dalle dedizioni e capitolazioni volontarie più che dalle sconfitte in campo di battaglia. Sarebbe bastata forse, in tanto contrasto, una scintilla sola per far scoppiare, fra le due opposte fazioni, un sanguinoso conflitto fratricida; ma l’autorità e la prudenza dei comandanti rispettivi, la reciproca tolleranza, e quel giusto sentimento di generositàà del vincitore verso il vinto, tennero a freno ogni rancore ed ogni violenza.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 20, in proposito scriveva che: “….Così al Presidente del Comitato giunse, su foglio manoscritto, il rapporto in succinto della capitolazione di Caldarelli con la designazione dell’itinerario che dovevano percorrere le sue truppe in ritirata da Cosenza fino a Salerno, e con la raccomandazione ‘di non molestarle nella marcia, e di fornirle d’alloggio, di viveri, e di quanto altro possa loro abbisognare, dietro conveniente rimborso’. La notizia della resa del Generale Ghio giunse nel giorno stesso, nel 30 Agosto, per telegramma, spedito da un Fra Giovanni (?): “Vittoria- Garibaldi, vinte le truppe del Generale Ghio, le ha disarmate e fatte capitolare in Agrifoglio vicino Tiriolo”.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 48 riferendosi alla Brigata del Generale Caldarelli, in proposito scriveva che: “In quel rincontro, come in molte altre contingenze, è uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 776, in proposito riportava la lettera di Garibaldi a Racioppi. Dunque Garibaldi, nella lettera non parlava di Lagonegro ma scriveva “Rammento che presso Lagonegro”. Non doveva trattarsi neache del Fortino del Cervaro altrimenti Garibaldi l’avrebbe scritto. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli,i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Fin là per tutto il tragitto dallo Stretto in su, si era tenuto alla gran strada maestra, ma ora davanti a lui su quella strada si ritiravano le truppe del generale Caldarelli dirette a Napoli con le armi in pugno, secondo il patto convenuto fra esse e il comitato insurrezionale di Cosenza. Procedendo in quella direzione sarebbe arrivato a Castelluccio, capitando nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate, le cui intenzioni erano dubbie fors’anche a loro stesse. Un momento il Caldarelli mandava a dire a Garibaldi alla Rotonda: “Questo vostro esercito, si mette tutto ai vostri comandi”; (1) il momento dopo prometteva ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco. Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli. Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa.. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli dele macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a p. 220, in proposito scriveva che: “A Lauria, la roue de notre veiture se brisa completement. Il fallut attendre quatre heures. J’etais assis à lombre d’un quartier de rocher qui surpomble la ruote, et je considerais un vieux bourrelier qui raccomodait un bat de mulet. Etc…”. Poi, a p….., in proposito scriveva: “La premiere fois, c’etait dans le mois d’aout 1806. Les gens du pays tenaient pour le roi Nasone, qui etait en Sicile, et recevaient de l’argent, des munitions, tout ce quil fallait enfin, du cardina Ruffo, qui fut un saint homme. Etc…”. Sempre il Du Camp proseguendo il suo racconto, a pp. 225-226, in proposito scriveva che: “Nous rencontrons, à quelques lieues de Lauria, une magnifique cascade qui moutonne, en ressauts blanchissants, et qui n’est autre que la source du fleuve Trecchena, qu’on nomme aussi Noce. A un détour du chemin, Lagonegro debusque tout à coup, debout sur une colline, avec sa grande rue si large qu’elle ressemble à une place immense. Là comme à Cosenza, nous nous trouvons dans l’impossibilité d’avoir des betes de trait, et nous sommes forces de garder le postillon qui nous mene depuis Rotonda, pauvre garcon plein de bonne volonté, mais qui nous demontre que, sous peine de tomber fourbus, ses chevaux ne pauvent plus aller. Partout nous nous enquerons des nouvelles; on dit que Garibaldi est a Sala ou à Eboli et que les royaux sont à Salerne. La ville est plein de soldats venus directement de Cosenza ou amenes par mer jusqu’à Sapri.” che tradotto significa: Incontriamo, a poche leghe da Lauria, una magnifica cascata che gorgoglia, a salti bianchi, e che non è altro che la sorgente del fiume Trecchena, detto anche Noce. A una curva della strada emerge all’improvviso Lagonegro, adagiata su una collina, con la sua via principale così ampia da sembrare un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, troviamo impossibile avere animali da tiro, e siamo costretti a trattenere il postiglione che ci conduce dalla Rotonda, un povero ragazzo pieno di buona volontà, ma che ci mostra che, pena l’esaurimento, il suo i cavalli non possono più andare. Ovunque ci informiamo sulle novità; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i reali siano a Salerno. Il paese è pieno di soldati provenienti direttamente da Cosenza o portati via mare a Sapri.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “..: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”.

Nel 1° settembre 1860, il generale Turr, al mattino, arriva a Paola dove trova già sbarcate le brigate della ex divisione Pianciani, organizzate da Bertani ed al comando di Rustow che li aveva fatte sbarcare a Paola

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare….Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe etc…. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Dunque Rustow scriveva che il colonnello Gandini era comandante della Brigata Milano. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittatura a Donato Morelli e si avanzava con Cosenz.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi, diede l’ordine onde provvedere a tutto l’occorrente per mandare ad effetto il più presto possibile la partenza da quella spiaggia, etc…. Maxime Du Camp (….), racconterà quegli avvenimenti nel suo “Expedition des Deux-Siciles”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Turr aveva fatte sbarcare le truppe, reduci dalla Sicilia a Paola. Sbarcò a Sapri, riunì l’antica divisione Pianciani, marciò in modo di poter al bisogno passare tra Salerno ed Eboli, gettarsi su le montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la via a Napoli se li avessero attesi a Salerno – Du Camp. – Expedition de deux Siciles, pag. 226.”. Infatti, Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156, a p. 153, in proposito scriveva che: Meanwile Turr rode down from Cosenza to Paola, took command of the troops collecter there and carried team by sea to Sapri, where they arrived on September 2, twenty-for hours fefore Garibaldi himself. In this way these 1500 men from the rear became the vanguard of the advance on Naples, owing to their good fortune in finding transport while the others had to march by land (2).”, che significa: Intanto Turr scese da Cosenza a Paola, prese il comando delle truppe che vi erano radunate e trasportò la squadra via mare a Sapri, dove giunse il 2 settembre, ventiquattr’ore prima dello stesso Garibaldi. In questo modo questi 1500 uomini della retroguardia divennero l’avanguardia dell’avanzata su Napoli, grazie alla loro fortuna nel trovare un mezzo di trasporto mentre gli altri dovettero marciare via terra (2).”. Treveljan, a p. 153, nella nota (2) postillava: “(2) Rustow, 299-300. Rustow’s Brig. Milano, 11-18. Turr’s Div. 147-149. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (on pag. 179, line 23, read Cosenza for Rotonda). Peard MS. Journal. Turr who had been invalided from Sicily (see p. 66 above) had recently returned more or less cured from Aix-la-Capelle.” che significa: “(2) Rustow, 299-300. Brig. Milano di Rustow, 11-18. Div. 147-149 di Turr. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (a pag. 179, riga 23, leggi Cosenza per Rotonda). Peard MS. Journal. Turr che era stato invalido dalla Sicilia (vedi pag. 66 sopra) era tornato di recente più o meno guarito da Aquisgrana.”. Treveljan citava i tre testi di Rustow (uno è quello tradotto da Eliseo Porro, sulla Brigata Milano e l’altro sulla divisione Turr). Treveljan cita il Bertani, i due testi del Bertani (uno su Whait Mario). Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). Etc…, che tradotto significa:  Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2).”. Treveljan, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) La Cava, p. 702. Bertani, ii. 184-185. Ire Politiche, 71-72. Racioppi, 200. Maison, 63-64. Rustow’s Brig. Mil. 18-19. Turr’s Div. 149.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe giunte il giorno prima. Vi giunse la mattina del primo settembre e, prima di mettersi in marcia, a Bixio che lo precedeva, scrisse: “…….”.”. Quì il Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 51, in proposito scriveva che: “Giunse a Paola la mattina del primo settembre, imbarcò le truppe e alla sera salpò verso i nostri lidi. “Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice tentativo etc…(8)…”. “. Policicchio, a p. 51, nella nota (8) postillava del racconto di Rustow: “(8) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, p. 17.”. Devo però doverosamente fare la precisazione che, Policicchio, oltre a saltare tutto ciò che vi è di scritto su Sapri nei racconti di Bertani, di Rustow ecc…, egli scrive che il generale Turr, una volta rimessi in ordine le truppe garibaldine presenti a Paola: “…alla sera salpò verso i nostri lidi.”. Mi chiedo quali fossero i suoi lidi se non quello di Sapri. Turr, insieme a Rustow e le altre brigate garibaldine con cui salpò da Paola sbarcò a Sapri e non in altri lidi generici. Infatti, Rustow ne spiega i motivi.  Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 17, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro.  Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti pe mar dal Faro a Tropea, poi per tera sinoa Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 1° settembre 1860, Alessandro Giuseppe Piola Caselli partì da Palermo con l’incarico di incontrare Garibaldi e portargli una lettera di Depretis (Prodittatore della Sicilia) per chiedergli l’autorizzazione all’annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Garibaldi il 14 maggio 1860 era sbarcato a Marsala. Piola si dimette in giugno dalla Marina del Regno di Sardegna per organizzare la futura Marina dittatoriale siciliana di Garibaldi, col grado di capitano di fregata. Con decreto dittatoriale del 13 giugno fu nominato da Garibaldi segretario di stato per la marina siciliana. Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Francesco Crispi fu una figura di spicco del Risorgimento. Obiettivo di Crispi era ora l’unità della nazione attraverso il propagarsi dell’insurrezione. Il presidente del Consiglio piemontese Cavour, invece, voleva l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna e impedire che la rivoluzione si propagasse fino a Roma. Ciò perché lo Stato Pontificio era protetto dalla Francia, che era una potenza amica del Piemonte. Così, per controllare e rallentare l’azione di Garibaldi, Cavour spedì in Sicilia Giuseppe La Farina. Non appena arrivato a Palermo, La Farina si impegnò a denigrare Crispi, già in difficoltà per aver esposto le sue idee anticlericali. D’altro canto l’aristocrazia siciliana sperava che, annessa subito al Piemonte, l’isola avrebbe potuto godere di un’autonomia di fatto. Il contrario di quello che auspicava Crispi che vedeva la Sicilia integrata solo in una nazione italiana. In grave difficoltà, quando il 23 giugno 1860 venne organizzata a Palermo un’importante manifestazione contro di lui, Crispi diede le dimissioni, confermandole nonostante il parere contrario di Garibaldi. Quest’ultimo a sua volta ordinò l’espulsione di La Farina dalla Sicilia. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia…(1).”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando nella Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia.”.”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “….Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, …..Etc…”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “….con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; ……Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione…..Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….(p. 73)…..vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra via il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui fissata avvenuto.. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 854, in proposito scriveva che: “..a prestar servizio nella nuova flotta, che Garibaldi organizzava. In questa entrarono pure, col grado di tenenti, gli ex alfieri di vascello napoletani, Accinni, Cottrau e Libetta, i quali si erano correttamente dimessi in luglio. Il prodittatore Agostino Depretis, divenuto uomo d’azione, nominò ministro per la marina sicula il Piol Caselli, anch’egli ufficiale della flotta sarda; ma organizzatore effetivo di quella improvvisata marina da guerra fu l’Anguissola. Il Tukery, che contribuì con successo della giornata di Milazzo, ebbe poi l’incarico di catturare le navi regie in rotta fra la sicilia e Napoli, e catturò infatti l’Elba, che da Messina portava uffiziali a Napoli,, e il ‘Duca di Calabria’, che veniva da Napoli; e divenne una minaccia per la marina da guerra….Il Persano comunicò il disegno al Depretis, il quale incaricò il Piola stesso dell’impresa: impresa assolutamente pazza, anche se fortunata, perchè il Monarca non era bastimento da poter servire in quelle circostanze, e perchè mezzo disarmato. Il tentativo non riuscì perchè il Tukery sbagliò manovra…..Il Tukery ebbe undici morti e molti feriti; ma, quel che fu più doloroso….Quasi tutti perirono. Erano a bordo del Tukery, in quella notte, che fu dal 13 al 14 agosto, oltre a Piola, etc…

Nel 1° settembre 1860, a Paola, di sera, il generale Stefano Turr ed il colonnello Wilhelm Rustow si imbarcano per Sapri 

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi, diede l’ordine onde provvedere a tutto l’occorrente per mandare ad effetto il più presto possibile la partenza da quella spiaggia, e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò per tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc….”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, a p. 17-18, traducendo il testo del generale Rustow, in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e no appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 17, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell’armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Mentre Turr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde riccevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: Nel 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15° divisione comandata dal generale Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1° settembre cira 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ ora a Sapri.”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Garibaldi….A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì il Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il ressto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 2 settembre 1860, a Lagonegro arrivano le truppe al comando di Pomarici

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “Nel giorno 2 Settembre, mentre ancora erano in piazza accampate le truppe del Caldarelli, giungeva da Moliterno, per la via di S. Antuono la colonna degli insorti di Potenza, comandata da Francesco Pomarici, il quale aveva ricevuto ordine dal Capo dello Stato Maggiore Senise di unirsi con Lavecchia in Lagonegro, di far quivi un concentramento di forze e d’appoggiare le truppe garibaldine provenienti dalle Calabrie (1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860 del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. Il passo del Pesce è tratto dall’altro suo testo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 26. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 700 riporta alcuni documenti che attestano le notizie del Pesce. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 225-226, in proposito scriveva che: “Nous rencontrons, à quelques lieues de Lauria, une magnifique cascade qui moutonne, en ressauts blanchissants, et qui n’est autre que la source du fleuve Trecchena, qu’on nomme aussi Noce. A un détour du chemin, Lagonegro debusque tout à coup, debout sur une colline, avec sa grande rue si large qu’elle ressemble à une place immense. Là comme à Cosenza, nous nous trouvons dans l’impossibilité d’avoir des betes de trait, et nous sommes forces de garder le postillon qui nous mene depuis Rotonda, pauvre garcon plein de bonne volonté, mais qui nous demontre que, sous peine de tomber fourbus, ses chevaux ne pauvent plus aller. Partout nous nous enquerons des nouvelles; on dit que Garibaldi est a Sala ou à Eboli et que les royaux sont à Salerne. La ville est plein de soldats venus directement de Cosenza ou amenes par mer jusqu’à Sapri.” che tradotto significa: Incontriamo, a poche leghe da Lauria, una magnifica cascata che gorgoglia, a salti bianchi, e che non è altro che la sorgente del fiume Trecchena, detto anche Noce. A una curva della strada emerge all’improvviso Lagonegro, adagiata su una collina, con la sua via principale così ampia da sembrare un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, troviamo impossibile avere animali da tiro, e siamo costretti a trattenere il postiglione che ci conduce dalla Rotonda, un povero ragazzo pieno di buona volontà, ma che ci mostra che, pena l’esaurimento, il suo i cavalli non possono più andare. Ovunque ci informiamo sulle novità; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i reali siano a Salerno. Il paese è pieno di soldati provenienti direttamente da Cosenza o portati via mare a Sapri.”.

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, sbarcano il colonnello polacco Stefano Turr ed il colonnello polacco Wilhelm Rustow, con la brigata MILANO comandata dal generale Gandini, e la brigata SPINAZZI ed una parte delle due brigate PARMA e BOLOGNA che pare Turr fece accampare in località ‘Cantine’

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…..Tre anni dopo, il 2 settembre 1860, il Generale Rustow con la brigata Milano, composta da 900 uomini, e la Spinazzi, oltre 1500 uomini che il Generale Turr aveva concentrato a Sapri e che precedettero Giuseppe Garibaldi…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) per portarsi in avanti con rapidità e aiutare l’Eroe e l’esercito meridionale.. Un testimone di eccezione del viaggio di Garibaldi è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149 riferendosi al generale Turr che da Paola trasportò le sue truppe garibaldine a Sapri, in proprosito scriveva che: Durante la navigazione, che si prolungò per tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156, a p. 153, in proposito scriveva che: Meanwile Turr rode down from Cosenza to Paola, took command of the troops collecter there and carried team by sea to Sapri, where they arrived on September 2, twenty-for hours fefore Garibaldi himself. In this way these 1500 men from the rear became the vanguard of the advance on Naples, owing to their good fortune in finding transport while the others had to march by land (2).”, che significa: Intanto Turr scese da Cosenza a Paola, prese il comando delle truppe che vi erano radunate e trasportò la squadra via mare a Sapri, dove giunse il 2 settembre, ventiquattr’ore prima dello stesso Garibaldi. In questo modo questi 1500 uomini della retroguardia divennero l’avanguardia dell’avanzata su Napoli, grazie alla loro fortuna nel trovare un mezzo di trasporto mentre gli altri dovettero marciare via terra (2).”. Treveljan, a p. 153, nella nota (2) postillava: “(2) Rustow, 299-300. Rustow’s Brig. Milano, 11-18. Turr’s Div. 147-149. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (on pag. 179, line 23, read Cosenza for Rotonda). Peard MS. Journal. Turr who had been invalided from Sicily (see p. 66 above) had recently returned more or less cured from Aix-la-Capelle.” che significa: “(2) Rustow, 299-300. Brig. Milano di Rustow, 11-18. Div. 147-149 di Turr. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (a pag. 179, riga 23, leggi Cosenza per Rotonda). Peard MS. Journal. Turr che era stato invalido dalla Sicilia (vedi pag. 66 sopra) era tornato di recente più o meno guarito da Aquisgrana.”. Treveljan citava i tre testi di Rustow (uno è quello tradotto da Eliseo Porro, sulla Brigata Milano e l’altro sulla divisione Turr). Treveljan cita il Bertani, i due testi del Bertani (uno su Whait Mario). Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). Etc…, che tradotto significa:  Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2).”. Treveljan, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) La Cava, p. 702. Bertani, ii. 184-185. Ire Politiche, 71-72. Racioppi, 200. Maison, 63-64. Rustow’s Brig. Mil. 18-19. Turr’s Div. 149.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea; onde messosi in barca il giorno 3 settembre diresse a Sapri – Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 701, in proposito aggiungeva che: “Il 1° Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 và per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo etc…”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Crediamo opportuno riportare il passaggio delle schiere Garibaldine a traverso la nostra provincia e quella di Salerno, quando il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli, etc…. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Sempre il Lacava, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 708, in proposito scriveva che: “La Brigata Puppi (divisione del pari di Tur) approdava a Sapri, alle 11 pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa Brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo…... Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, dal racconto del Racioppi (….), che a sua volta si rifà al racconto di Agostino Bertani, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani: “….Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi dei volontari della legione da me preparata per invadere lo stato pontificio, alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare col cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri, dove,  nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano, e Spinazzi della Divisione Tùr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Il Pesce, a p…….. proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Pesce erra perchè il generale Stefano Turr non si trovava a Sapri con Garibaldi ma lo attendeva al Fortino. Credo che Pesce si riferisse al generale prussiano Wilhelm Rustow (….). Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Mentre Turr alle tre della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri (? è un errore perchè si tratta di Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 340, in proposito scrivea che: “Questo piano non durò che fino alle ore 4 di sera. Nel giorno stesso si conobbe in Salerno lo sbarco di Sapri; le truppe ivi sbarcate si pretendeva esssere almeno 4,000 uomini, e tutt’al più 15,000. Si diceva a Salerno, che Caldarelli si fosse unito colle truppe di Garibaldi e marciasse e arciasse con loro contro Salerno etc….”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 170 riferendosi al Re Ferdinando II, in proposito scriveva che: “Se non che, appena seppe che Avellino era insorta e che il 2 settembre la divisione Turr (sbarcata a Sapri) si era congiunta al grosso delle forze garibaldine, accompagnate dalle grida festanti etc…”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi. Il concentramento di queste forze a Sapri, si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica.”. E’ chiaro che visto gli eventi in seguito, le truppe del Turr arrivarono a Sapri, non a Policastro.  A p. 170, in proposito è scritto: “Se non che, apena seppe che Avellino era insorta e che il 2 settembre la divisione Turr (sbarcate a Sapri) si era congiunta al grosso delle forze garibaldine, accompagnata dalle grida festanti delle popolazioni, decise improvvisamente, contro il parere dei generali Pianell e Bosco, di etc…”.  Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi. Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), per spingersi rapidamente avanti ad aiutare Garibaldi e l’esercito meridionale: tali forze si trovarono così cinque tappe innanzi al grosso dell’esercito che si moveva, per la via consolare, da Soveria Mannelli su Cosenza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI….Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, etc…A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo per noi è venuto etc….”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cuoi arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Policicchio, a p. 288 riporta un passo interessante tratto dal testo delle memorie del generle borbonico Ludovico Quandel-Vial. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento di una delle scuole del Revisionismo del Risorgimento. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, che a pp. 576-577 ed in proposito scriveva che: “Qui ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La tuppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall’Elvetie si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea (43) era andato a Sapri ed aveva preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro o nel Vallo di Diano la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Muraglia di Maratea dava la stessa assicurazione (44).”. Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Si tratta del testo di Ludovico Quandel-Vial, e del suo “Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860″, tipografia degli Artigianelli, Napoli, 1902. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ ora a Sapri.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. De Cesare, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1). Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Turr aveva fatte sbarcare le truppe, reduci dalla Sicilia a Paola. Sbarcò a Sapri, riunì l’antica divisione Pianciani, marciò in modo di poter al bisogno passare tra Salerno ed Eboli, gettarsi su le montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la via a Napoli se li avessero attesi a Salerno – Du Camp. – Expedition de deux Siciles, pag. 226.”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “….unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola.”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Infatti, Riccardo Finelli (….), a p. 152, in proposito scriveva: “Vedi l’ultimo spicchio di sole affondare nel Tirreno, proprio a strapiombo sulla Secca di Castrocucco, il porticciolo naturale fra le roccie della scogliera. Da lì Garibaldi s’imbarcò per Sapri, aggirando via mare la zona di Acquafredda, resa transitabile via terra solo molti decenni dopo, con l’apertura della galleria sotto una cresta rocciosa che arriva fin dentro al mare. Più in alto, verso la valle della Fiumarella, si sa accendendo una luna color crema, allegra e meravigliata, che a passi veloci conquista la scena lungo la scia di mare che lambisce l’Isola di Dino e prosegue fino a capo Scalea. Hai trovato compagnia fino a Maratea.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese. Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa tetta d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ?”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mand subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”.

Nella notte tra il 2 e il 3 settembre 1860, Garibaldi, con alcuni suoi compagni arriva a Rotonda, dove fu ospite della famiglia di don Bonaventura De Rinaldis

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149, in proprosito scriveva che: “…Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, ….etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 454 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “…Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Michelangelo Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 217-218, in proposito scriveva: “La sera del 31 agosto il Dittatore entrò a Cosenza; il giorno 2 settembre toccò Rotonda, prima comunità della Basilicata ai confini delle Calabrie. Il Generale procedeva le sue schiere senza scorta di guardia o di onore: e poichè le vie erano ingombre dai soldati del Caldarelli, che si ritraevano a piccole giornate, e di ogni risma disertori o sbrancati, parve, ed era, non fuor di periglio che egli ne venisse di quei franchi e sciolti modi frammezzo a gente, cui subito sdegno o maltalento potea rendere infesta. Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 132, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Fin là per tutto il tragitto dallo Stretto in su, si era tenuto alla gran strada maestra, ma ora davanti a lui su quella strada si ritiravano le truppe del generale Caldarelli dirette a Napoli con le armi in pugno, secondo il patto convenuto fra esse e il comitato insurrezionale di Cosenza. Procedendo in quella direzione sarebbe arrivato a Castelluccio, capitando nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate, le cui intenzioni erano dubbie fors’anche a loro stesse. Un momento il Caldarelli mandava a dire a Garibaldi alla Rotonda: “Questo vostro esercito, si mette tutto ai vostri comandi”; (1) il momento dopo prometteva ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco. Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli. Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa.”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Forse riguarda il racconto dell’intinerario seguito da Garibaldi nella marcia verso il mare (verso l’estremità del Golfo di Policastro). Dunque, come si può leggere il Treveljan scriveva che: “Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, etc…”. Treveljan vuole che Garibaldi avesse lasciato Rotonda nella notte del 2 settembre. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. “. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30 (1) ; Etc…”. Dunque, secondo il Pucci, Garibaldi a Rotonda era in compagnia dei suoi fedelissimi: Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno accettati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “A Rotonda. Garibaldi era arrivato a Rotonda il 2 settembre con la colonna del gen. Cosenz, etc…A Rotonda fu accolto da don Bonaventura de Rinaldis e fu ospite della famiglia della vedova di Bernardino Fasanelli. Una dei Rinaldis era sposa di don Francesco Maceri, figlio di don Biagio Maceri, uno dei notabili più in vista di Tortora che tifava per la causa garibaldina (2).”. Pucci, a p. 102, postillava di Amedeo Fulco. Questo testo è la ristampa recente del testo di Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Sul testo di Amedeo Fulco (….), Pucci, a p……, in proposito scriveva che: Garibaldi “Aveva raggiunto Rotonda la sera dello stesso giorno accolto trionfalmente dalle autorità locali e dalla popolazione, era stato ospite della famiglia del cavalier Don Bonaventura De Rinaldis.”.…”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora etc….”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta a Cosenza e poscia a Castrovillari, Garibaldi entra nella Lucania, fermatosi a Rotonda in casa della vedova Fasanella. Una compagnia d’insorti lucani, guidata dal patriota Lavecchia e seguita da molti altri volontari, si dirige da Lagonegro incontro di Garibaldi per la via di Lauria e Castelluccio. Inoltre, Carmine Senise, capo dello Stato Maggiore ordina a Francesco Pomarici di recarsi a Lagonegro per occupare i punti strategici di quel distretto e precisamente le gole dei monti di Lauria, allo scopo d’impedire il passaggio delle truppe borboniche e di appoggiare invece quelle garibaldine provenienti dalle Calabrie..

Nel 2 settembre 1860, a Sapri, Stefano Turr scrive al generale Garibaldi del suo arrivo a Sapri

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148 riferendosi a Turr, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva…etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Etc…”.

Nel 2 settembre 1860, a Rotonda, Garibaldi scrive a Turr (che si trovava a Sapri con le sue brigate) e cambia itinerario

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149, in proprosito scriveva che: “…Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato G. Garibaldi.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 454 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “…Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Michelangelo Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 218, in proposito scriveva: Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”.  Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “A Rotonda. Garibaldi era arrivato a Rotonda il 2 settembre con la colonna del gen. Cosenz, aveva fretta di giungere a Napoli il più presto possibile, ma, a bloccargli la strada, a Castelluccio era attestato un contingente di 3.000 soldati borbonici agli ordini del gen. Caldarelli. In conformità alla politica adottata da Reggio Calabria in su, Garibaldi non aveva interesse a forzare il passo, ato di forza che sarebbe costato una inutile perdita di uomini e spreco di armamenti da ambo le parti. Ma ‘mirando a non lasciare entrare quella truppa e quei cannoni a Salerno (1) egli progettava di arrivare al disarmo dei borbonici attraverso due vie congiunte o alternative: attraverso la corruzione del comandante e/o attraverso la dissuasione per accerchiamento. Intanto che le trattative fra i garibaldini e i borbonici del generale Caldarelli approdassero alla resa di questi ultimi e alla loro adesione alla causa unitaria (1), Garibaldi pensò di accellerare l’accerchiamento con i corpi che convergevano via mare a Sapri. Per procedere più velocemente in direzione di Napoli, egli aveva bisogno di congiungersi a loro via mare il più rapidamente possibile…..(2).”. Pucci, a p. 102, postillava di Amedeo Fulco. Questo testo è la ristampa recente del testo di Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi del giorno……), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”.

Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, il generale Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso viaggiando sulla groppa di muli arrivano a Scalea ?

Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 217-218, in proposito scriveva: Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”.   Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Invece, Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: Ma il generoso Dittatore ad evitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, etc…”. Dunque, Garibaldi a Rotonda cambia itinerario e decide di partire sulla groppa di muli per Laino. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 24-25 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la sua marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 131, in proposito scriveva che: “I. Garibaldi…Il Dittatore trionfante part’ da Cosenza la notte del 2 al 3 settembre arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1). Nella mattina di lunedì 3 settembre, etc…”. Mazziotti, a p. 131, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, pag. 702; Trevelyan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogno altro il viaggio del dittatore. Questi scese alla marina da un punto non molto discosto da Torraca e Maratea.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti (due giorni dopo il plenilunio); l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Il racconto prosegue con l’arrivo a Tortora, dove è ospitato in casa Lomonaco-Melazzi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Fin là per tutto il tragitto dallo Stretto in su, si era tenuto alla gran strada maestra, ma ora davanti a lui su quella strada si ritiravano le truppe del generale Caldarelli dirette a Napoli con le armi in pugno, secondo il patto convenuto fra esse e il comitato insurrezionale di Cosenza. Procedendo in quella direzione sarebbe arrivato a Castelluccio, capitando nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate, le cui intenzioni erano dubbie fors’anche a loro stesse. Un momento il Caldarelli mandava a dire a Garibaldi alla Rotonda: “Questo vostro esercito, si mette tutto ai vostri comandi”; (1) il momento dopo prometteva ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco. Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli. Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa. Giunti in prossimità di Laino infilarono la gola del fiume Lao, che nessun sentiero tracciava e che essi discesero per parecchie miglia al chiaro di luna. “Eccoci qui – esclamò il Bertani – noi sette su sette muli incamminati alla conquista d’un Regno”. Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri.”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Forse riguarda il racconto dell’intinerario seguito da Garibaldi nella marcia verso il mare (verso l’estremità del Golfo di Policastro). Dunque, come si può leggere il Treveljan scriveva che: “Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, etc…”. Treveljan vuole che Garibaldi avesse lasciato Rotonda nella notte del 2 settembre. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., in proposito scriveva che: “.; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno”.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Per raggiungere il mare don  Bonaventura gli consigliò di risalire da Laino la valle del fiume Iannello seguendo la mulattiera fino al passo del Carro e di qui discendere la valle della Fiumarella lungo la mulattiera fino a Tortora, dove avrebbe trovato un ambiente favorevole preparato da don Bonaventura; un corriere con una lettera per Don Biagio Maceri l’avrebbe preceduto nella notte, da Tortora avrebbe potuto raggiungere il mare. Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30 (1) ; forse nel timore di una qualche imboscata lungo la mulattiera solitamente frequentata dai locali, i sette misero in atto una manovra diversiva, fingendo di seguire per un tratto il corso del fiume Lao, presero ad un certo punto il sentiero che risale  su per la valle del fiume Ianniello salendo su per le montagne (6) fino a raggiungere i Piani del Carro intorno alle ore 5:45 levata effettiva del sole nel nostro contesto orografico. Da quei punto si diramavano tre mulattiere (n.d.a. una per Aqualisparti, un’altra per Aieta, un’altra ancora per Tortora) incerti sulla via da prendere per Tortora, chiesero informazioni ad un pastorello: Paolo Maceri, che fino a tarda età avrebbe ricordato e raccontato i particolari dell’incontro a chiunque fosse stato disposto ad ascoltarlo (2). La mattina, intorno alle ore 7,30, il gruppo arrivò a Tortora dove trovò ad acclamarlo la schiera dei notabili, le autorità comunali e la folla dei paesani vestiti a festa organizzati e istruiti dai loro padroni. Era lunedì 3 settembre 1860. Dopo un discorso di benvenuto da parte di don Biagio Maceri, tra due ali di popolo festante e osannante, il gruppo di Garibaldi e quello dei notabili raggiunsero la casa dei Melazzi-Lomonaco in fondo al paese, dove Garibaldi e suoi sostarono per riposarsi e rifocillarsi (2). Le fonti non ci dicono se la sosta del Generale sia costata la consegna della cassa comunale, secondo il suo costume, documentato in più casi, di svuotare la tesoreria dei paesi di passaggio della truppa, ma è ragionevole pensare di sì, perché egli non si accontentava delle sole parole di adesione, questa doveva concretizzarsi o con il contributo in uomini o con quello finanziario (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Fanelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi – Incontri Editrice – pag. 154 e segg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (6) postillava: “(6) Agostino Bertani – Ire politiche d’Oltretomba, Tipografia G. Polizzi e CO – Firenze, 1869, pag. 71”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: ”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora etc…”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “Nei primi di settembre del 1860 Scalea fu in gioiosa agitazione: venne annunziato l’arrivo di Garibaldi. Garibaldi che doveva dal Pollino raggiungere il Tirreno seguendo il corso del fiume Lao sbagliò strada e finì a Tortora.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”.

Nel 2 settembre 1860, il generale Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso viaggiando sulla groppa di muli arrivano a Tortora

Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli.”. Il racconto prosegue con l’arrivo a Tortora, dove è ospitato in casa Lomonaco-Melazzi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 96 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva: “Bertani nel suo diario non nomina Tortora, né i vari personaggi tortoresi protagonisti dell’evento, ad eccezione della vicenda del notaio don Francesco Marsiglia, del quale era stata sollecitata da un prete a lui avverso una punizione, concretizzata da Garibaldi in un ordine di arresto, revocato poi per la disapprovazione della folla e per l’intervento del sindaco. L’episodio, interpretato dal Bertani come una bega tra famiglie, è effettivamente avvenuto a Tortora etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto a Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la brigata Caldarelli era già partita”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa. Giunti in prossimità di Laino infilarono la gola del fiume Lao, che nessun sentiero tracciava e che essi discesero per parecchie miglia al chiaro di luna. “Eccoci qui – esclamò il Bertani – noi sette su sette muli incamminati alla conquista d’un Regno”. Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri.”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Forse riguarda il racconto dell’intinerario seguito da Garibaldi nella marcia verso il mare (verso l’estremità del Golfo di Policastro). Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Per raggiungere il mare don  Bonaventura gli consigliò di risalire da Laino la valle del fiume Iannello seguendo la mulattiera fino al passo del Carro e di qui discendere la valle della Fiumarella lungo la mulattiera fino a Tortora, dove avrebbe trovato un ambiente favorevole preparato da don Bonaventura; un corriere con una lettera per Don Biagio Maceri l’avrebbe preceduto nella notte, da Tortora avrebbe potuto raggiungere il mare. Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30 (1) ; forse nel timore di una qualche imboscata lungo la mulattiera solitamente frequentata dai locali, i sette misero in atto una manovra diversiva, fingendo di seguire per un tratto il corso del fiume Lao, presero ad un certo punto il sentiero che risale  su per la valle del fiume Ianniello salendo su per le montagne (6) fino a raggiungere i Piani del Carro intorno alle ore 5:45 levata effettiva del sole nel nostro contesto orografico. Da quei punto si diramavano tre mulattiere (n.d.a. una per Aqualisparti, un’altra per Aieta, un’altra ancora per Tortora) incerti sulla via da prendere per Tortora, chiesero informazioni ad un pastorello: Paolo Maceri, che fino a tarda età avrebbe ricordato e raccontato i particolari dell’incontro a chiunque fosse stato disposto ad ascoltarlo (2). La mattina, intorno alle ore 7,30, il gruppo arrivò a Tortora dove trovò ad acclamarlo la schiera dei notabili, le autorità comunali e la folla dei paesani vestiti a festa organizzati e istruiti dai loro padroni. Era lunedì 3 settembre 1860. Dopo un discorso di benvenuto da parte di don Biagio Maceri, tra due ali di popolo festante e osannante, il gruppo di Garibaldi e quello dei notabili raggiunsero la casa dei Melazzi-Lomonaco in fondo al paese, dove Garibaldi e suoi sostarono per riposarsi e rifocillarsi (2). Le fonti non ci dicono se la sosta del Generale sia costata la consegna della cassa comunale, secondo il suo costume, documentato in più casi, di svuotare la tesoreria dei paesi di passaggio della truppa, ma è ragionevole pensare di sì, perché egli non si accontentava delle sole parole di adesione, questa doveva concretizzarsi o con il contributo in uomini o con quello finanziario (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Fanelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi – Incontri Editrice – pag. 154 e segg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (6) postillava: “(6) Agostino Bertani – Ire politiche d’Oltretomba, Tipografia G. Polizzi e CO – Firenze, 1869, pag. 71”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il Marsiglia era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia; egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Perrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento della folla, alla mediazione del sindaco e alla invocazione di una ‘vecchierella (1).”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) Jessie White Mario in “Agostino Bertani e i suoi Tempi – ed. G. Barbera – Firenze 1888, pag. 455-456”. Sempre il Pucci, a p. 100, in proposito scriveva che: “Dopo la breve sosta di poco più di un paio d’ore a Casa Lomonaco, Garibaldi, a metà mattinata verso le ore 10, partì da Tortora prendendo precauzionalmente in ostaggio Domenico Marsiglia, giovane figlio di don Francesco Marsiglia, percorrendo la mulattiera che tuttora scende alla marina attraversando le contrade San Brancato, Crisose e Castrocucco. Etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Questo testo è la ristampa recente del testo di Amedeo Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Sul testo di Amedeo Fulco (….), Pucci, a pp. 101-102, in proposito scriveva che: “Fonti. Fra le prove sicure del passaggio di Garibaldi per Tortora ci sono anzitutto quelle orali raccolte nel corso della generazione successiva a quella dei protagonisti dell’avvenimento: 1) la tradizione popolare e quella familiare dei Lomonaco, attendibile poiché menziona fatti risalenti ad appena due generazioni prima che il Fulco la raccogliesse (2) (il figlio di don Biagio Lomonaco, Guglielmo, è vissuto fino al 1923); 2) la testimonianza di Paolo Maceri, che, allora adolescente pastorello, aveva visto, al passo del Carro, passare il gruppo dei generali capeggiati da Garibaldi, al quale aveva anche fornito informazioni sulla via per Tortora, racconto da lui ripetuto infinite volte nella sua lunga vita (1); la testimonianza è stata raccolta per ascolto diretto da Amedeo Fulco e riportata nell’opera citata (2); 3) la menzione dell’evento da parte dell’aietano don Pietro Lomonaco, fratello di don Biagio Lomonaco Melazzi, nel discorso tenuto il 9 luglio 1882 ai soci della Società Operaia ‘Silvio Curatolo’ della quale don Pietro era il Presidente (2), per commemorare la morte di Garibaldi, avvenuta il 2 giugno 1882.”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli, 2002, pag. 129 e ssg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (3) postillava: “(3) ‘Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi’, vol. 11, Epistolario, vol. 5: 1860 (a cura di Massimo De Leonardis), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1988, p. 229.)”. Pucci, ancora, a p……, in proposito trascriveva che: ”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora preceduto da un corriere recante una missiva segreta per Don Biagio Maceri, medico umanista e filosofo, il cui figlio, Francesco, aveva sposato una De Rinaldis, donna Filomena, … dopo aver ricevuto assicurazione di non andare incontro a spiacevole avventura …il primo tortorese a veder Garibaldi e i suoi quattro compagni di viaggio fu mastro Paolo Maceri , allora adolescente che sullecolline del Carro badava all’armento” … “si era a due ore dall’alba … quando fui attratto dalla presenza di cinque uomini a cavallo ad un 30 metri circa da me … uno di essi mi chiamò … mi chiese se fossi di Tortora e quale il sentiero per giungevi … era Garibaldi in persona, … ne ho avuto conferma in seguito da ritratti. … Avute le informazioni richieste … ripresero il loro cammino in direzione del paese. … Era lunedi … verso le 10,30” giunsero alla piazzetta Sandu Jàculu … “seguirono le presentazioni dei ‘notabili’ del paese, del clero … andò in casa di Don Biagio Lomonaco Melazzi, genero di Don Biagio Maceri per averne sposato la figlia Teresa,” … qui fu però notata l’assenza …di Don Francesco Marsiglia, avvocato e notaio, … Si vuole che il Sindaco avesse fatto balenare nella mente degli ospiti l’eventualità di un’ imboscata da parte degli uomini (del Marsiglia) … si vuole che sarebbe stata questa la ragione per la quale Garibaldi avesse stilato … l’ordine di cattura e fucilazione di Don Francesco Marsiglia … lacerato per intercessione del dotto sacerdote don Mansueto Perrelli … il loro imbarco avvenuto nei pressi del promontorio della Gnola in territorio di Maratea alle ore 14 dello stesso giorno”. Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 99, in proposito scriveva che: “A casa Lomonaco-Melazzi. A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il notaio era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia, egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Parrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento del popolo, del sindaco e di una ‘vecchiarella’.”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “Nei primi di settembre del 1860 Scalea fu in gioiosa agitazione: venne annunziato l’arrivo di Garibaldi. Garibaldi che doveva dal Pollino raggiungere il Tirreno seguendo il corso del fiume Lao sbagliò strada e finì a Tortora.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta a Cosenza e poscia a Castrovillari, Garibaldi entra nella Lucania, fermatosi a Rotonda in casa della vedova Fasanella. Una compagnia d’insorti lucani, guidata dal patriota Lavecchia e seguita da molti altri volontari, si dirige da Lagonegro incontro di Garibaldi per la via di Lauria e Castelluccio. Inoltre, Carmine Senise, capo dello Stato Maggiore ordina a Francesco Pomarici di recarsi a Lagonegro per occupare i punti strategici di quel distretto e precisamente le gole dei monti di Lauria, allo scopo d’impedire il passaggio delle truppe borboniche e di appoggiare invece quelle garibaldine provenienti dalle Calabrie. Ma il generoso Dittatore ad esvitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, ove fu accolto con entusiastiche manifestazioni. All’ingresso del paese si fece trovare una deputazione di gentili signore,  fra le quali Isabella Laura Palagano. Il Generale, che fu ospitato in casa Lomonaco-Melazzi, scese quindi alla marina di Maratea.”. Raffaele De Casare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno etc…”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 24-25 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la sua marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio etc…”. Dunque, Garibaldi a Rotonda cambia itinerario e decide di partire sulla groppa di muli per Laino. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  etc….”. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora.

Nel 3 settembre 1860, a Tortora, il generale Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso, ospiti in casa Lomonaco-Melazzi

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Dopo breve sosta, nel susseguente mattino (3 settembre), a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia…etc…”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: La mattina, intorno alle ore 7,30, il gruppo arrivò a Tortora dove trovò ad acclamarlo la schiera dei notabili, le autorità comunali e la folla dei paesani vestiti a festa organizzati e istruiti dai loro padroni. Era lunedì 3 settembre 1860. Dopo un discorso di benvenuto da parte di don Biagio Maceri, tra due ali di popolo festante e osannante, il gruppo di Garibaldi e quello dei notabili raggiunsero la casa dei Melazzi-Lomonaco in fondo al paese, dove Garibaldi e suoi sostarono per riposarsi e rifocillarsi (2). Le fonti non ci dicono se la sosta del Generale sia costata la consegna della cassa comunale, secondo il suo costume, documentato in più casi, di svuotare la tesoreria dei paesi di passaggio della truppa, ma è ragionevole pensare di sì, perché egli non si accontentava delle sole parole di adesione, questa doveva concretizzarsi o con il contributo in uomini o con quello finanziario (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Fanelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi – Incontri Editrice – pag. 154 e segg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (6) postillava: “(6) Agostino Bertani – Ire politiche d’Oltretomba, Tipografia G. Polizzi e CO – Firenze, 1869, pag. 71”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il Marsiglia era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia; egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Perrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento della folla , alla mediazione del sindaco e alla invocazione di una ‘vecchierella (1).”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) Jessie White Mario in “Agostino Bertani e i suoi Tempi – ed. G. Barbera – Firenze 1888, pag. 455-456”. Sempre il Pucci, a p. 100, in proposito scriveva che: “Dopo la breve sosta di poco più di un paio d’ore a Casa Lomonaco, Garibaldi, a metà mattinata verso le ore 10, partì da Tortora prendendo precauzionalmente in ostaggio Domenico Marsiglia, giovane figlio di don Francesco Marsiglia, percorrendo la mulattiera che tuttora scende alla marina attraversando le contrade San Brancato, Crisose e Castrocucco. Etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Questo testo è la ristampa recente del testo di Amedeo Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Sul testo di Amedeo Fulco (….), Pucci, a pp. 101-102, in proposito scriveva che: “Fonti. Fra le prove sicure del passaggio di Garibaldi per Tortora ci sono anzitutto quelle orali raccolte nel corso della generazione successiva a quella dei protagonisti dell’avvenimento: 1) la tradizione popolare e quella familiare dei Lomonaco, attendibile poiché menziona fatti risalenti ad appena due generazioni prima che il Fulco la raccogliesse (2) (il figlio di don Biagio Lomonaco, Guglielmo, è vissuto fino al 1923); 2) la testimonianza di Paolo Maceri, che, allora adolescente pastorello, aveva visto, al passo del Carro, passare il gruppo dei generali capeggiati da Garibaldi, al quale aveva anche fornito informazioni sulla via per Tortora, racconto da lui ripetuto infinite volte nella sua lunga vita (1); la testimonianza è stata raccolta per ascolto diretto da Amedeo Fulco e riportata nell’opera citata (2); 3) la menzione dell’evento da parte dell’aietano don Pietro Lomonaco, fratello di don Biagio Lomonaco Melazzi, nel discorso tenuto il 9 luglio 1882 ai soci della Società Operaia ‘Silvio Curatolo’ della quale don Pietro era il Presidente (2), per commemorare la morte di Garibaldi, avvenuta il 2 giugno 1882.”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli, 2002, pag. 129 e ssg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (3) postillava: “(3) ‘Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi’, vol. 11, Epistolario, vol. 5: 1860 (a cura di Massimo De Leonardis), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1988, p. 229.)”. Pucci, ancora, a p……, in proposito trascriveva che: Era lunedi … verso le 10,30” giunsero alla piazzetta Sandu Jàculu … “seguirono le presentazioni dei ‘notabili’ del paese, del clero … andò in casa di Don Biagio Lomonaco Melazzi, genero di Don Biagio Maceri per averne sposato la figlia Teresa,” … qui fu però notata l’assenza …di Don Francesco Marsiglia, avvocato e notaio, … Si vuole che il Sindaco avesse fatto balenare nella mente degli ospiti l’eventualità di un’ imboscata da parte degli uomini (del Marsiglia) … si vuole che sarebbe stata questa la ragione per la quale Garibaldi avesse stilato … l’ordine di cattura e fucilazione di Don Francesco Marsiglia … lacerato per intercessione del dotto sacerdote don Mansueto Perrelli … il loro imbarco avvenuto nei pressi del promontorio della Gnola in territorio di Maratea alle ore 14 dello stesso giorno”. Michelangelo Pucci (….), recentemente, nel suo “Tortora – Natura – Storia – Cultura etc…”, a p. 99, in proposito scriveva che: “A casa Lomonaco-Melazzi. A casa di don Biagio Lomonaco-Melazzi, genero di don Biagio Maceri, gli ospiti furono fatti accomodare nel salone dove fu servita una colazione. Garibaldi si informò sul paese, sulle famiglie, soprattutto su quelle dei notabili e così emerse e fu notata l’assenza del notaio don Francesco Marsiglia, una delle maggiori personalità della comunità tortorese, devoto ai Borboni. Su questo episodio esistono due versioni che concordano sul se ma divergono sul come. La versione di A. Fulco (2) il quale riferisce, ripetendo la tradizione orale, che la denuncia contro il notaio era partita dal sindaco che aveva balenato il timore di possibili attentati da parte di uomini fedeli al Marsiglia, egli riporta pure che Garibaldi, seduta stante, ne ordinò l’arresto e la fucilazione immediata; il medesimo continua attribuendo all’intercessione del sac. don Mansueto Parrelli la revoca dell’ordine. La versione di Agostino Bertani (1), presente al fatto, il quale invece afferma che la denuncia contro il Marsiglia era stata mossa da un prete che lo accusò di delitti reazionari, ma non fa cenno alla condanna a morte ma ad un semplice arresto; Bertani prosegue ascrivendo il rilascio dell’accusato all’intervento del popolo, del sindaco e di una ‘vecchiarella’.”. Pucci, a p. 96, in proposito scriveva che: “Bertani nel suo diario non nomina Tortora, né i vari personaggi tortoresi protagonisti dell’evento, ad eccezione della vicenda del notaio don Francesco Marsiglia, del quale era stata sollecitata da un prete a lui avverso una punizione, concretizzata da Garibaldi in un ordine di arresto, revocato poi per la disapprovazione della folla e per l’intervento del sindaco. L’episodio, interpretato dal Bertani come una bega tra famiglie, è effettivamente avvenuto a Tortora etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “….il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti (due giorni dopo il plenilunio); l’aria fresca ci tiene svegli. Scena caratteristica: un prete concitato vuole l’ordine di arresto del notaio Marsigli che accusa di delitti reazionari; reclama giustizia pel martirio sofferto; il popolo si affolla, mormora contro il prete, Entra il sindaco; risulta che il prete è cattivo e fanatico, che il fratello ha defraudato la sorella del notaio. “Fate far la pace, voi, mio bello,“ dice una buona vecchierella al generale il quale, ordinando il rilascio del notaio, raccomanda la pace fra le due famiglie; al popolo di armarsi per combattere. Il prete furioso! Nella sua faccia, nel suo inveire si vede il reazionario; chi sa quanto male ha fatto e farà. Etc…”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, ove fu accolto con entusiastiche manifestazioni. All’ingresso del paese si fece trovare una deputazione di gentili signore,  fra le quali Isabella Laura Palagano. Il Generale, che fu ospitato in casa Lomonaco-Melazzi, scese quindi alla marina di Maratea.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, etc….Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – etc….”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 244 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: Il miraggio giacobino e riformista durò meno d’un decennio, anche se, nonostante la restaurazione e le conseguenti repressioni borboniche, la fiammella della libertà alitò ancora sotto la cenere. E l’attesa ebbe il più ambito dei premi: il 3 settembre 1860, in pieno mattino, giunse fra questa gente, semplice e generosa, il più semplice e generoso degli eroi, Giuseppe Garibaldi (199).”. Campagna, a p. 244, nella nota (199) postillava: “(199) L’avvenimento è ricordato da una iscrizione su marmo, posto sulla facciata di casa Lomonaco.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 253 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: “Tre anni dopo, da Tortora e dopo una sosta a Castrocucco nel castello del barone Labanchi, giunsero a Sapri, via mare, Garibaldi ed alcuni ufficiali della spedizione, erano le 14 del 3 settembre 1860 (50).”. Campagna, a p. 253, nella nota (50) postillava: “(50) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit..; A. Fulco, Memorie storiche di Tortora, op. cit.; D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce della Fede, op. cit. Il Dumas (padre) aveva proposto a Garibaldi di sbarcare nel basso Cilento, “la terra del patriottismo”, e non a Salerno, in “Rassegna Storica salernitana”, 1966. “.

Nel 3 settembre 1860, il generale Giuseppe Garibaldi, Agostino Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, da Tortora vanno alla secca di Castrocucco, vicino il castello del barone Labanca o Labanchi, dove il gruppo dei sette si imbarcò alla volta di Sapri

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…….Tre anni dopo, …..Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, reduci vittoriosi dalla Sicilia, e annientato l’esercito borbonico in Calabria, mentre il Re Francesco II di Borbone decideva di ritirarsi a Gaeta, giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri etc…(172). “. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Dunque, scrivevo che il 3 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi sbarcò a Sapri, con il suo gruppetto di fidatissimi, provenienti dalla marina di Castrocucco, vicino Maratea e da li via mare si portarono con delle barchette alla spiaggia di Sapri, dove essi sbarcarono nelle prime ore del mattino. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Inoltre, Infante ci parla di Garibaldi, Bertani, Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo e Rosagutti. Sull’importante fatto storico per la cittadina di Sapri, mio paese natio, si sa che gli uomini che sbarcarono a Sapri insieme al generale Giuseppe Garibaldi, provenienti dalla secca di Castrocucco in barca, erano in sette, compreso Garibaldi. Sui sette uomini al seguito di Garibaldi, gli altri cinque, tolto Garibaldi e Bertani si conoscono dal racconto che il Bertani stesso fece della cavalcata che fecero nella notte del 2 settembre 1860 per scendere dai monti della Basilicata alla marina di Tortora, Castrocucco. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo una cavalcata che durò più che un’intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea….Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.”. Bertani non diceva chi fossero gli altri cinque “cavalieri” che componevano il gruppo dei sette che si imbarcarono con Garibaldi. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio……Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. Etc…”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “….Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.”. Bertani non diceva chi fossero gli altri cinque “cavalieri” che componevano il gruppo dei sette che si imbarcarono con Garibaldi. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Di sicuro, insieme al Bertani vi era il segretario di Garibaldi, Giovan Battista Basso. Nato a Nizza nel 1824, fu compagno di Giuseppe Garibaldi sin dagli anni giovanili. Seguì il generale in tutte le sue imprese, persino in prigione e a Caprera negli ultimi anni di vita. Nel 1866 comandò il V Reggimento Volontari e venne decorato con la medaglia d’argento al valore militare. Durante la terza guerra di indipendenza fu aiutante di campo di Garibaldi e suo fedelissimo segretario: risulta che ne sapesse imitare benissimo la grafia e che scrisse numerose missive in sua vece. Riporto qui il passo di Carlo Pesce che però è di diverso avviso. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del generale Cardarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando di evitare, forse, l’incontro dei doganieri della Praia d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri…..Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio di Garibaldi per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e di ville della Magna Grecia, che le ossa del gran Patriota ….etc…. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860’ del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. L’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia, ci indirizzammo con due remiganti, e costeggiando, a Sapri. Quante volte scherzando, io avevo detto ai compagni della lunga notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri, con sette muli, alla impresa di conquistare un Regno! Etc…”. L’Avv. Pesce si riferiva al narrato dei Diarii di Agostino Bertani (….). Riguardo il testo citato dal Pesce, i “Diarii” di Agostino Bertani, Felice Fusco, a p. 352, nella nota (64) postillava: “(64) Quanto fu detto e deciso nella taverna del ‘Fortino’ è riportato dallo stesso Bertani (A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze, Polizzi, 1869, pp. 73 ss..). Per stralci più ampi del testo di Bertani cfr. P. Russo, Un brandello dell’impresa ecc…, cit., pp. 35-37”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Dopo breve sosta, nel susseguente mattino (3 settembre), a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia…etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Agostino Bertani nel 1860 seguì l’Eroe dei due mondi a Palermo ed a Napoli. Ebbe un ruolo importante nel raccogliere cinque spedizioni in aiuto ai garibaldini, occupandosi anche di ottenere gli aiuti economici e rivestendo la qualifica di “segretario generale” che controfirmava i decreti del dittatore Garibaldi. In questa sua attività suscitò tuttavia sia l’avversità di Cavour, che lo riteneva contrario all’annessione diretta al regno di Sardegna, sia dei generali garibaldini. Fu sostituito pertanto dal Pallavicino. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri……Etc…Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…”. La White trascrive il testo di Agostino Bertani tratto dal testo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo ua cavalcata, che durò più di un’intiera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal Monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico. Intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie. Quante volte, scherzando io avevo detto ai compagni, della lunga e notturna cavalcata: Eccoci sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno! E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto della vela per difesa dal sole, che ci cuoceva, dicevamo fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il Generale – sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’Unità d’Italia ! “Ed andavano, ciascuno alla vostra volta e secondo i proprii sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Etc…. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, nel cap. VII, “Viaggio di Garibaldi a traverso la Lucania etc…”, che nella nota (1), a p. 701 postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi, Storia dei moti di Basilicata etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 31 Agosto, Pietro mio fratello partiva con Mignogna all’incontro con Garibaldi. Il 1° Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre con sei compagni scese a Laino al mare; il giorno 3  va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; etc…(1).”. Lacava, a p. 701, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi: Storia dei moti di Basilicata etc…”. Lacava, a p. 702, in proposito scriveva che: “La sera del giorno 2 il generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per incontrarsi in Lagonegro con i soldati di Cardarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri e poi da Sapri si portò al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre giunge al Fortino di Lagonegro, confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata. Etc…”. Lacava, a pp. 703-704 e ssg., in proposito aggiungeva pure che: “Ed ora trascriviamo il Bertani: “Dopo una cavalcata che durò più che un’intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia, ci indirizzammo con due remiganti, e costeggiando, a Sapri. Quante volte scherzando, io avevo detto ai compagni della lunga notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri, con sette muli, alla impresa di conquistare un Regno! E quando eravamo stretti nella barca, che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto della vela per difesa dal sole, che ci cuoceva, dicevamo fra noi: Chi mai supporrebbe che là – additando il Generale – sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’Unità d’Italia ?! “Ed andavano, ciascuno alla vostra volta e secondo i proprii sogni e proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Etc…. Lacava, a p. 707, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, p. 71.”. Lacava, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Crediamo opportuno riportare il passaggio delle schiere Garibaldine a traverso la nostra provincia e quella di Salerno, quando il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli, etc…. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., in proposito scriveva che: “.; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno!”. Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo proteggesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; etc…(61).”. Fusco, a p. 352, nella nota (64) postillava: “(64) Quanto fu detto e deciso nella taverna del ‘Fortino’ è riportato dallo stesso Bertani (A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze, Polizzi, 1869, pp. 73 ss..). Garibaldi etc…Per stralci più ampi del testo di Bertani cfr. P. Russo, Un brandello dell’impresa ecc…, cit., pp. 35-37”. In questo passaggio, il Fusco scrive che Garibaldi si era incontrato con  Stefano Turr e con Enrico Cosenz alla taverna del Fortino mentre io scrissi che Garibaldi insieme a loro viaggiò in una barchetta con la quale sbarcò a Sapri, dove insieme a loro si recò a casa del barone Giovanni Gallotti. Scrivere, come ha fatto il Fusco (riferendosi a Garibaldi):  “…..si incontrò col medico Agostino Bertani, etc…, col generale Stefano Turr, etc…, con Enrico Cosenz, etc…”, potrebbe indurre a credere, oltre che essi si incontrarono al Fortino, che essi non erano insieme quando arrivarono e si incontrarono alla taverna del Fortino del Cervaro. Essi, come racconta lo stesso Agostino Bertani, nei suoi Diarii, si partirono insieme da Castrocucco ed insieme arrivarono a Sapri. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.”. Nel suo racconto, il Bertani scrive che erano sei cavalieri che accompagnavano Garibaldi a Sapri, imbarcatisi con una barcaccia dopo aver visitato il castello del Labanca vicino Maratea. Secondo il Pesce, il Bertani, nel suo narrato dei suoi “Diarii” scriveva che Garibaldi, “….con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.” ed il Pesce scriveva anche che Garibaldi “col suo gruppo…”. Chi erano i sei cavalieri con i quali Garibaldi sbarcò sulla spiaggia di Sapri, il 3 settembre 1860 e quindi mi chiedo chi fossero i sei ospiti, oltre al Garibaldi, del barone Giovanni Gallotti ?.  Sono gli stessi che insieme a Garibaldi fecero il percorso descritto dall’Avv. Carlo Pesce che, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, etc…”. Dunque, il gruppo che accompagnava Garibaldi a casa Gallotti era composto da Enrico Cosenz, Nino Bixio, Alfonso Medici, il generale Sirtori, il medico Agostino Bertani ed il segretario personale di Giuseppe Garibaldi, …….Basso. Non faceva parte del gruppo il generale Stefano Turr che, era arrivato con la sua divisione a Sapri già la mattina del 2 settembre e che il 3 settembre era salito a Lagonegro. Infatti, nella mia Relazione storica, nel 1998, Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, in proposito scriveva che: “Il viaggio riprese la mattina del tre dalla Marina di Tortora, presso la foce del fiume Castrocucco, punto di confine tra la Calabria e Lucania. I “pochi distinti personaggi” passarono a Sapri in barca e la giornalista Jessie White Mario così racconta la traversata: “giunge una barca da Maratea. Tutti e sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela: i due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sé il futuro dell’Italia una”(30).”. Policicchio, a p. 283, nella nota (30) postillava: “(30) J. White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Barbera, Firenze, 1888, p. 456.”. Come ho già scritto l’editore della White non è “Barbera” ma “G. Barbèra”. Inoltre, Policicchio commette l’errore di scrivere che il passo è della giornalista White Mario. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Alla secca di Castrocucco. Dopo la breve sosta di poco più di un paio d’ore a Casa Lomonaco, Garibaldi, a metà mattinata verso le ore 10, partì da Tortora prendendo precauzionalmente in ostaggio Domenico Marsiglia, giovane figlio di don Francesco Marsiglia, percorrendo la mulattiera che tuttora scende alla marina attraversando le contrade San Brancato, Crisose e Castrocucco. Qui giunto alle ore 11 circa, liberò l’ostaggio e, in attesa dell’imbarcazione, sostò nella casa-torre della Secca, ospite della famiglia Labanchi. Intorno alle ore 11:30 si imbarcò nel porticciolo che si apre ai piedi della casa-torre.”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Questo testo è la ristampa recente del testo di Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “…finì a Tortora. Da qui andò alla foce del fiume Castrocucco: prese una barca che lo portò a Sapri dai legionari di Turr.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  etc….”. Intanto, nel 1664 la nobildonna Francesca Greco aveva sposato Antonio Labanchi, attraverso cui questa famiglia acquisì il titolo di barone di Castrocucco e che conserverà fino all’abolizione della feudalità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 253 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: “Tre anni dopo, da Tortora e dopo una sosta a Castrocucco nel castello del barone Labanchi, giunsero a Sapri, via mare, Garibaldi ed alcuni ufficiali della spedizione, erano le 14 del 3 settembre 1860 (50).”. Campagna, a p. 253, nella nota (50) postillava: “(50) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit..; A. Fulco, Memorie storiche di Tortora, op. cit.; D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce della Fede, op. cit. Il Dumas (padre) aveva proposto a Garibaldi di sbarcare nel basso Cilento, “la terra del patriottismo”, e non a Salerno, in “Rassegna Storica salernitana”, 1966.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra,raggiunse il Castell del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunto a Maratea, in terra di Lucania, il 3 settembre, Garibaldi scese al mare. Ecco la ‘Costa del Sole’, illuminata dalle prime luci dell’alba, tutta brividi di arcobaleno. Qualche solitaria barca veleggiava come fantasma di poesia, e qualche canto marinaresco faceva udire la sua eco dalle incantevoli insenature della costa. Garibaldi ascoltò e seguì con lo sguardo l’impareggiabile scenario, tutto colori e musiche. Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; e gli altri scrutare l’orizzonte ed a fissare, stupiti, le coste a strapiombo su di un mare denso di smeraldo. Tutto pareva fasciato di silenzio e di poesia. le grotte, i boschi, gli speroni della montagna ornati da ciuffi di bei fiori selvatici, offivano una visione di pace e di serenità. Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri,…..Etc…”.  

Nel 3 settembre 1860, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, tenente di vascello della marina Sarda, comandante della Marina Siciliana e inviato dal Prodittatore della Sicilia Depretis per incontrare Garibaldi e consegnargli una lettera di Depretis sbarcò a Sapri per andare con Turr al Fortino ?

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Garibaldi il 14 maggio 1860 era sbarcato a Marsala. Piola si dimette in giugno dalla Marina del Regno di Sardegna per organizzare la futura Marina dittatoriale siciliana di Garibaldi, col grado di capitano di fregata. Con decreto dittatoriale del 13 giugno fu nominato da Garibaldi segretario di stato per la marina siciliana. Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Intanto si è deciso di mandare Piola Caselli da Garibaldi, che è in marcia, per chiedergli di far votare per l’annessione. Lo raggiunge all’Osteria del Fortino. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 2 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapriinsieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia….”. …..(1).”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, ex garibaldino, nel 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: Ed ora trascriviamo il Bertani:….Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “….con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; ……Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione…..Etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Jesse White Mario: “….Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche …..il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annssione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “………... Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “……………. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…………….. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………….. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “….Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, …..Etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, il generale Turr ricevette una lettera da Garibaldi che gli scriveva da Rotonda. Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi, lasciò le sue divisioni al comando del colonnello Rustow ed alle 3 del mattino, si allontana da Sapri portandosi con una piccola brigata verso Lagonegro

A Sapri, Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro o al Fortino per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. L’avv. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Devo però precisare che Pesce commette l’errore di scrivere a p. 132, che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa Gallotti dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontato colà, partì per Vibonati, etc…”. E’ errata la ricostruzione del Pesce, in quanto, Turr partirà in perlustrazione per la zona di Lagonegro e rimarrà al Rustow le Brigate sue a Sapri dove in seguito arriverà Garibaldi. Molto più fedele la ricostruzione storica degli eventi di Matteo Mazziotti (….), che nel 1921, sebbene si rifacesse a molte notizie del Pesce, nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149, in proprosito scriveva che: “…Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato G. Garibaldi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Tuttavia, per quegli eventi la miglior ricostruzione storica è quella di un testimone d’eccezione, il colonnello Polacco Wilhelm Rustow (….) che, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: Mentre Turr alle tre della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 18 riferendosi alle prime ore del mattino del 3 settembre 1860, a Sapri, in proposito scriveva pure che: A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accelerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro (qui vi è l’errore perchè si tratta di Lagonegro).”. Dunque, secondo il colonnello polacco Wilhelm Rustow, a Sapri, il generale Turr si partì per Lagonegro alle prime ore del mattino del 3 settembre 1860. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr, avuta la notizia che sarebbe stato raggiunto da Garibaldi a Sapri, ignaro delle sue manovre, il 3 settembre, di buon mattino, con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro sperando di incontrarlo, e non con l’intento di proteggerlo da eventuali sorprese che sarebbero potute sortire dalle truppe del Caldarelli in ritirata da Cosenza, dove, abbiamo visto, aveva capitolato (2).”. Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Riguardo questa notizia, il Policicchio non è stato molto preciso. E’ vero che il Generale Turr, di stanza con le sue truppe a Sapri, di buon mattino si allontanò da Sapri per portarsi verso Lagonegro ma ciò avvenne per preciso ordine di Garibaldi che nella lettera a lui indirizzata, da Rotonda, il 2 settembre, gli annunciava l’arrivo a Sapri e gli ordinava di portarsi verso Lagonegro, probabilmente per coprirgli le spalle, al Fortino dove poi si incontrarono e, prendere informazioni sul Caldarelli. E’ nota a tutti la lettera che Garibaldi scrisse a Turr. La lettera è del 2 settembre scritta da Garibaldi a Rotonda. In secondo luogo non so dove Policicchio asserisca che il Turr “…con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Tuttavia, anche per me, la documentazione che riguarda l’aministrazione del Comune di Sapri, nel 1860 è limitata. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi del giorno……), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Moliterni, continuando il suo racconto su Garibaldi a Sapri, a p. 195, scriveva ancora che: A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”.

Nel 3 settembre 1860, lunedì, chi erano i sei compagni che accompagnavano Giuseppe Garibaldi e con lui sbarcarono a Sapri ? I compagni di Garibaldi erano: Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli o erano: Bertani, Bixio, Medici, Sirtori, ……?

Chi erano i sei compagni del generale Giuseppe Garibaldi che approdarono con lui sulla spiaggia di Sapri e che con lui, passando e pernottando (forse) a Vibonati e forse per Torraca ripartirono insieme per il Fortino ?. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 132, in proposito scriveva che: “Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Di sicuro, insieme al Bertani vi era il segretario di Garibaldi, Giovan Battista Basso. Nato a Nizza nel 1824, fu compagno di Giuseppe Garibaldi sin dagli anni giovanili. Seguì il generale in tutte le sue imprese, persino in prigione e a Caprera negli ultimi anni di vita. Nel 1866 comandò il V Reggimento Volontari e venne decorato con la medaglia d’argento al valore militare. Durante la terza guerra di indipendenza fu aiutante di campo di Garibaldi e suo fedelissimo segretario: risulta che ne sapesse imitare benissimo la grafia e che scrisse numerose missive in sua vece. Riporto qui il passo di Carlo Pesce che però è di diverso avviso. E’ interessante ciò che scrisse Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi etc…”. I compagni di Garibaldi, dunque, secondo il De Cesare, almeno fino a Rotonda, non erano gli stessi che poi lo seguirono a Sapri. Al seguito di Garibaldi, a Sapri, vi erano anche i giornalisti che lo seguirono da Cosenza ?. Un testimone di eccezione del viaggio di Garibaldi è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di  Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?.  Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. …..Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”.

Nel 3 settembre 1860, lunedì, alla secca di Castrocucco, la partenza di Garbaldi ed i sei amici, ed il viaggio per mare, in barca, diretti a Sapri dove arrivarono alle 15,30

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri. Non c’è in tutta la linea costiera dell’Italia un tratto più bello di quello, dove i monti si protendono l’un dietro l’altro a gara e si tuffano precipitosi nell’acqua (1). Tanta aspra bellezza si contempla si contempla meglio dal mare, ma Garibaldi che la cavalcata notturna aveva stremato di forze, si adagiò e dormì nella prua, sotto la vela che i suoi amici gli gettarono addosso per proteggerlo dal cocente sole meridiano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria; quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Lo scittore inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: …from Tortora and Maratea. Thence a small boat took them on to Sapri. There is no finer part in the whole coast-line of Italy than this unvisited riviera, where the precipitous ridges run hout one beyond another and sink into the waves (3). The rugged coast is best from a boat, but Garibaldi, exhausted by the night’s ride, lay asleep in the prow, while is friends covered him whit a sail tho protect him from the rais of the noonday sun. Etc…”, che tradotto significa:  “…..da Tortora e Maratea. Di lì una piccola barca li portò a Sapri. Non c’è parte più bella in tutta la costa italiana di questa riviera inesplorata, dove le creste scoscese corrono l’una dietro l’altra e sprofondano nelle onde (3). La costa frastagliata si visita meglio da una barca, ma Garibaldi, stremato dalla cavalcata notturna, giaceva addormentato a prua, mentre i suoi amici lo coprivano con una vela per proteggerlo dal rais del sole di mezzogiorno. Etc…”. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3)  Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa. Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1)  See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Un testimone di eccezione del viaggio di Garibaldi è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di  Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?.  Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a p. 455 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio……Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Etc… Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole,  là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi……e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata  dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspettatamente verso le 2 pom. del 3 settembre nell’ampia baia arenosa di Sapri, etc…. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso carico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurrre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri. Quasi lo stesso tragitto percorse già nel 4 luglio 1848, il gran patriotta Costabile Carducci co’ suoi sventurati compagni, quando egli, dopo le sconfitte di Campotenese, cercò raggiungere le natie balze del Cileno, ma costretto ad approdare, peri violenti marosi, alla spiaggia del villaggio di Acquafredda, quivi, fu catturato e trucidato infamemente dagli sgherri del Prete Peluso. Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto assaggio per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e ville dell’antica Magna Grecia, che le ossa del gran Patriotta del Cilento, le quali tuttora riposano dimenticate nella chiesetta del villaggio, si fossero destate dall’avello frementi di gioia pel compimento della tanta sospirata redenzione d’Italia (1). Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, etc…”. Pesce, a p. 28, nella nota (1) postillava: “(1) Nel nostro opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’, abbiamo discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcacia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castello del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate  per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunto a Maratea, in terra di Lucania, il 3 settembre, Garibaldi scese al mare. Ecco la ‘Costa del Sole’, illuminata dalle prime luci dell’alba, tutta brividi di arcobaleno. Qualche solitaria barca veleggiava come fantasma di poesia, e qualche canto marinaresco faceva udire la sua eco dalle incantevoli insenature della costa. Garibaldi ascoltò e seguì con lo sguardo l’impareggiabile scenario, tutto colori e musiche. Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; e gli altri scrutare l’orizzonte ed a fissare, stupiti, le coste a strapiombo su di un mare denso di smeraldo. Tutto pareva fasciato di silenzio e di poesia. le grotte, i boschi, gli speroni della montagna ornati da ciuffi di bei fiori selvatici, offrivano una visione di pace e di serenità. Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri.. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, all’alba, i sette si avviarono verso Sapri. Garibaldi era molto stanco per la difficile cavalcata della passata notte, per cui durante tutto il tragitto si sdraiò sulla barca, guidata da due marinai e dormì destandosi nella baia saprese.. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre etc..”.

GARIBALDI a SAPRI

Nel 3 settembre 1860, lunedì, alle 15,30, a Sapri, l’arrivo e lo sbarco di Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Agostino Bertani, Cosenz, Medici, Sirtori (?), Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli 

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…….Tre anni dopo, …..Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, ….giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri ove trovarono la gente che commossa alla vista del popolare eroe, sventolando fazzoletti tricolori lo salutava con trepidante gioia…Etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Dunque, scrivevo che il 3 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi sbarcò a Sapri, con il suo gruppetto di fidatissimi, provenienti dalla marina di Castrocucco, vicino Maratea e da li via mare si portarono con delle barchette alla spiaggia di Sapri, dove essi sbarcarono nelle prime ore del mattino. Sull’importante fatto storico per la cittadina di Sapri, mio paese natio, si sa che gli uomini che sbarcarono a Sapri insieme al generale Giuseppe Garibaldi, provenienti dalla secca di Castrocucco in barca, erano in sette, compreso Garibaldi. Sui sette uomini al seguito di Garibaldi, gli altri cinque, tolto Garibaldi e Bertani si conoscono dal racconto che il Bertani stesso fece della cavalcata che fecero nella notte del 2 settembre 1860 per scendere dai monti della Basilicata alla marina di Tortora, Castrocucco. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno accettati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di  Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?.  Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di  Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio……Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. Etc…”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., è dello stesso avviso ed in proposito scriveva che: “.; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole,  là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del generale Cardarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco etc…(1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860’ del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. Dunque, l’Avv. Carlo Pesce ci parla di sei compagni che insieme a Garibaldi approdarono a Sapri e sono, oltre a Bertani e Basso, vi sono Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori al posto di Nullo, Gusmaroli e Rosagutti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, etc…”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: ….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia…..e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico,  carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata  dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso etc…”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castell del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate  per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’. Era terra salernitana! Tre anni prima, all’improvviso, senza che alcuno sapesse nulla, sul mare era comparso un vapore: il “Cagliari”, dal quale, a tarda sera, erano scesi trecento uomini, al comando di ‘Carlo Pisacane’. Era il 28 giugno 1857. Lo sbarco di Garibaldi, venne, così, associato al ricordo della Spedizione dei “300”. Era stata quella, per prima, a far conoscere, nel salernitano, le vere aspirazioni dei cospiratori: cacciare lo straniero, conquistando la libertà e affrettando l’evento di una Italia unita, forte e temuta !. Nella storia, quella di Sapri era stata la via del martirio di Pisacane: la via della grande delusione! E Garibaldi fissò quella terra con animo commosso: una terra d’incanto, con i colli d’intorno coperti di uliveti. Tra quei colli, Pisacane s’era avviato verso una meta senza luce e senza speranza: solo, col suo cuore ardente e le sue illusioni ! Ma quando cammino, in soli tre anni, aveva registrato la storia ! E se Pisacane, in Sapri, non aveva trovato nessuno ad attenderlo, fuorchè l’ospitalità di un’osteria, Lui, il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300”. (p. 146) Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria ! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri. Entrando a vele spiegate, nella baia di Sapri, il Duce ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che s’era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore alla memoria del condottiero dei Trecento che, tre anni prima, precorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara di martirio. III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia. Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”.

La testimonianza del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial

Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Si tratta del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial che, in aggiunta alla sua attività come militare e politico, Ludovico Quandel fu anche autore di cronache militari. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento[senza fonte] di una delle scuole[quali/e?] del Revisionismo del Risorgimento. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”.

Nel 3 settembre 1860, lunedì, alle 15,30, a Sapri, l’arrivo e lo sbarco di Giuseppe Garibaldi, Agostino Bertani, Bixio (?), Enrico Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, Medici e Sirtori (?)

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…….Tre anni dopo, …..Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, ….giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri ove trovarono la gente che commossa alla vista del popolare eroe, sventolando fazzoletti tricolori lo salutava con trepidante gioia…Etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno accettati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di  Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?.  Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di  Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, all’alba, i sette si avviarono verso Sapri. Garibaldi era molto stanco per la difficile cavalcata della passata notte, per cui durante tutto il tragitto si sdraiò sulla barca, guidata da due marinai e dormì destandosi nella baia saprese. A Sapri si giunse alle tre e mezzo; molta gente e volontari accorsero sulla spiaggia per salutare il Generale, reduce vittorioso dalla Sicilia. La gente sorpresa ed emozionata sventolò fazzoletti e applaudì a lungo il leggendario Condottiero dei Mille, che a sua volta non senza emozione rispose al saluto commovente degli astanti. I sapresi lo aspettavano ansiosi, ma non così presto, per cui trovandosi al cospetto del più popolare eroe d’Italia rimasero sorpresi e piansero dalla gioia.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “…il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Etc… Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole,  là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri. Entrando a vele spiegate, nella baia di Sapri, il Duce ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che s’era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore alla memoria del condottiero dei Trecento che, tre anni prima, precorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara di martirio. III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia. Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Mentre il Vallo di Diano era presidiato a nord e a sud rispettivamente da Lorenzo Curzio da Sant’Angelo a Fasanella presso il ponte di Campestrino e da Francesco Galloppo da Polla presso la Certosa di San Lorenzo, Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Qualche giorno prima (30 d’agosto) a Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro, aveva sbaragliato le truppe del generale Giuseppe Ghio, che nell’occasione non mostrò la sicurezza evidenziata nella “scaramuccia” di Padula (58).”. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p. 352, nella nota (58) postillava: “(58) Giuseppe Ghio chiuse i suoi giorni assassinato a Napoli nel 1874 da mano ignota”.  Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittor inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: …from Tortora and Maratea. Thence a small boat took them on to Sapri. There is no finer part in the whole coast-line of Italy than this unvisited riviera, where the precipitous ridges run hout one beyond another and sink into the waves (3). The rugged coast is best from a boat, but Garibaldi, exhausted by the night’s ride, lay asleep in the prow, while is friends covered him whit a sail tho protect him from the rais of the noonday sun. Only as they entered the bay of Sapri, they all stood up tho gaze on the beauty of the scene, and to honour the memory of Pisacane, who in 1857, had run into this bay to rise the Italian flag upon the mountains (1). On the beach where his forerunner had lanted under the shadow of doom, Garibaldi stepped ashore on the full tide of victory, welcomed as ‘fratello Garibaldi’ by the people of Sapri, who three years before had frowned on Pisacane and is more questionable following. Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). There is a fine beach, but no artificial landing-place at Sapri. Only there may be seen in the clear water the ruins of ancient pier. It runs out from the foundation of a palace built longe ago by some magnate of Imperial Rome, who discovered the beauty of the little bay, and carried thither the whole apparatus of ancient luxury, leaving less adventurous pleasure-seekers at Puteoli and Baiae. Some modern Lucullus will imitate him ere long. Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…, che tradotto significa:  “…..da Tortora e Maratea. Di lì una piccola barca li portò a Sapri. Non c’è parte più bella in tutta la costa italiana di questa riviera inesplorata, dove le creste scoscese corrono l’una dietro l’altra e sprofondano nelle onde (3). La costa frastagliata si visita meglio da una barca, ma Garibaldi, stremato dalla cavalcata notturna, giaceva addormentato a prua, mentre i suoi amici lo coprivano con una vela per proteggerlo dal rais del sole di mezzogiorno. Solo quando entrarono nella baia di Sapri, tutti si alzarono per ammirare la bellezza della scena, e per onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, era corso in questa baia per issare la bandiera italiana sui monti (1) . Sulla spiaggia dove il suo precursore era approdato all’ombra della sventura, Garibaldi sbarcò nel pieno della vittoria, accolto come ‘fratello Garibaldi’ dal popolo di Sapri, che tre anni prima aveva disapprovato Pisacane ed è più discutibile seguito. Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2). A Sapri c’è una bella spiaggia, ma nessun approdo artificiale. Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto. Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Etc…. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3)  Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa. Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1)  See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: Soltanto, entrando nella baia di Sapri essi si rizzarono tutti in piedi, a mirare lo spettacolo che si offriva ai loro occhi e ad onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, si era  avventurato fin là per issare la bandiera italiana sui monti (2). Su quella stessa spiaggia, dove i precursori erano scesi incalzati da un triste fato, saltò a terra anche Garibaldi, ma sulle ali della vittoria, accolto come il “fratello Garibaldi”, da quella stessa gente di Sapri che tre anni prima aveva fatto il cipiglio a Pisacane e ai suoi sospetti compagni. Ivi erano giunte il giorno prima da Paola, anche le truppe del Turr (3). La spiaggia di Sapri è bella, ma no è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Oltre alla narrazione dello storico Inglese, Treveljan, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal tedesco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina. Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini risposi. – Avete un corpo interamente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sula spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, proveniente da Scalea, in barca, accompagnato da due marinai ed alcuni amici, tra i quali il Cosenz ed il Bertani, entrò, a vele spiegate, nella baia di Sapri. L’eroe ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che si era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore al condottiero dei Trecento, che tre anni prima, percorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara del martirio. Garibaldi sbarcò a Sapri verso le 15,30 e vi trovò molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il condottiero dei Mille, per accogliere come dicevano, il “fratello Garibaldi, reduce vittorioso dalla Sicilia”….(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 31 Agosto, Pietro mio fratello partiva con Mignogna all’incontro con Garibaldi. Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre con sei compagni scese a Laino al mare; il giorno 3  va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; etc…(1).”. Lacava, a p. 701, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi: Storia dei moti di Basilicata etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 707, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! ….il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, il 3 pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspettatamente verso le 2 pom. del 3 settembre nell’ampia baia arenosa di Sapri, etc…. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; etc…(61).”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr che con Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Fusco, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”. In questo passaggio, il Fusco scrive che Garibaldi si era incontrato con  Stefano Turr e con Enrico Cosenz alla taverna del Fortino mentre io scrissi che Garibaldi insieme a loro viaggiò in una barchetta con la quale sbarcò a Sapri, dove insieme a loro si recò a casa del barone Giovanni Gallotti. Scrivere, come ha fatto il Fusco (riferendosi a Garibaldi):  “…..si incontrò col medico Agostino Bertani, etc…, col generale Stefano Turr, etc…, con Enrico Cosenz, etc…”, potrebbe indurre a credere, oltre che essi si incontrarono al Fortino, che essi non erano insieme quando arrivarono e si incontrarono alla taverna del Fortino del Cervaro. Essi, come racconta lo stesso Agostino Bertani, nei suoi Diarii, si partirono insieme da Castrocucco ed insieme arrivarono a Sapri. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.”. Nel suo racconto, il Bertani scrive che erano sei cavalieri che accompagnavano Garibaldi a Sapri, imbarcatisi con una barcaccia dopo aver visitato il castello del Labanca vicino Maratea. Secondo il Pesce, il Bertani, nel suo narrato dei suoi “Diarii” scriveva che Garibaldi, “….con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.” ed il Pesce scriveva anche che Garibaldi “col suo gruppo…”. Chi erano i sei cavalieri con i quali Garibaldi sbarcò sulla spiaggia di Sapri, il 3 settembre 1860 e quindi mi chiedo chi fossero i sei ospiti, oltre al Garibaldi, del barone Giovanni Gallotti ?.  Sono gli stessi che insieme a Garibaldi fecero il percorso descritto dall’Avv. Carlo Pesce che, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, etc…”. Dunque, il gruppo che accompagnava Garibaldi a casa Gallotti era composto da Enrico Cosenz, Nino Bixio, Alfonso Medici, il generale Sirtori, il medico Agostino Bertani ed il segretario personale di Giuseppe Garibaldi, …….Basso. Non faceva parte del gruppo il generale Stefano Turr che, era arrivato con la sua divisione a Sapri già la mattina del 2 settembre e che il 3 settembre era salito a Lagonegro. Infatti, nella mia Relazione storica, nel 1998, Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola. Dopo aver pernottato tra il 3 e il 4 settembre a Vibonati in casa De Nicolellis, la mattina del 4 settembre, passando per Casaletto Spartano, Tortorella e Battaglia, attraverso il passo di monte Cucuzzo giunse e sostò alla taverna del Fortino, dove nel 1857 aveva pernottato Carlo Pisacane, dove si ebbe l’incontro del gruppo Garibaldi con un messaggero del Dittatore della Sicilia con la proposta di proclamere l’annessione della Sicilia al nascente Regno di Italia. L’intervento di Bertani dissuase Garibaldi di accogliere la richiesta. A sera Garibaldi si fermò e pernottò a Castelnuovo (oggi Casalbuono) ospite della famiglia di Raffaele Sabatini. La mattina del 5 settembre si fermò fugacemente a Sala Consilina. Il 6 settembre fu a Salerno e l’otto settembre raggiunse Napoli (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre dove già erano approdate le truppe del generale Turr, provenienti dalle Calabrie. Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: ….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve etc…”. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 170, in proposito è scritto che: “Capitolo Settimo – Garibaldi entra in Salerno. I. In Salerno erano fortemente trincerati 20.000 uomini di truppe napoletane sotto gli ordini di Bosco e di Barbalunga. Il 4 settembre 4,000 insorti , comandati dal generale Torre, sbarcarono a Sapri (2). Garibaldi ce nel 20 agosto trovavasi a Palmi, marciava su Salerno appoggiato sulla destra da Cosenz.”. Dunque, come si può leggere, il generale Turr è ivi chiamato “Torre”. Il testo, a p. 170, nella nota (2) postillava: “(2) Sapri, piccola città del Principato Citeriore con porto sul Mediterraneo; popolazione 1500.”. Quese le uniche notizie sullo sbarco di Garibaldi a Sapri. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Arrivò la sera del 3 a Sapri.”.  Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane. Etc…”. Dunque, ciò che scrive il Montesano parlando di Casaletto, è fuorviante in quanto, “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato” si evince che già nell’arrivo di Garibaldi e degli altri sei, in barca, a Sapri, Garibaldi “rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane” e non al Fortino. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli,i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra,raggiunse il Castell del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate  per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’. Era terra salernitana! Tre anni prima, all’improvviso, senza che alcuno sapesse nulla, sul mare era comparso un vapore: il “Cagliari”, dal quale, a tarda sera, erano scesi trecento uomini, al comando di ‘Carlo Pisacane’. Era il 28 giugno 1857. Lo sbarco di Garibaldi, venne, così, associato al ricordo della Spedizione dei “300”. Era stata quella, per prima, a far conoscere, nel salernitano, le vere aspirazioni dei cospiratori: cacciare lo straniero, conquistando la libertà e affrettando l’evento di una Italia unita, forte e temuta !. Nella storia, quella di Sapri era stata la via del martirio di Pisacane: la via della grande delusione! E Garibaldi fissò quella terra con animo commosso: una terra d’incanto, con i colli d’intorno coperti di uliveti. Tra quei colli, Pisacane s’era avviato verso una meta senza luce e senza speranza: solo, col suo cuore ardente e le sue illusioni ! Ma quando cammino, in soli tre anni, aveva registrato la storia ! E se Pisacane, in Sapri, non aveva trovato nessuno ad attenderlo, fuorchè l’ospitalità di un’osteria, Lui, il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300. (p. 146) Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria ! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri etc…”.  Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcacia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. “. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, etc…”

Nel Settembre 1860, Sapri all’arrivo di Garibaldi

Dell’aspetto della cittadina di Sapri, nei primi del mese di Settembre del 1860 abbiamo alcune testimonianze che in parte ne descrivono alcune sue caratteristiche che ancora oggi possiamo riscontrare. Una testimonianza delle condizioni del paese all’epoca è quella del colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a p. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow ci parla di una casa “presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, etc… dove pranzò, alle 16,00. La casa apparteneva al suo ospite don Antonio di Sapri. Non credo si trattasse di casa Gallotti, perchè tra i Gallotti non vi era un “Antonio”. Rustow scriveva anche del “posto di guardia stabilito presso la marina”, dove si trovava Garibaldi, intento a riposare in una capanna di paglia. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, etc…”. Pare che tutte queste brigate garibaldine furono fatte accampare in località “Cantine”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’.”. Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais;  ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’e xpression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: Sapri, 4 settembre. Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa. Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno. Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare. Vogliamo pagarlo per questo. Impossibile. La povera vecchia grida in nome di som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia. Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia. Qui tutti ti chiamano fratello; e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi. Dopo pranzo ci avventuriamo nello campagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne. Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo. È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli; ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica. Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza. Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine. Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza. Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”. Dunque, in una lettera pubblicata dal Maison e datata 4 settembre, un volontario garibaldino, sbarcando a Sapri ne descrive alcune sue caratteristiche dell’epoca. Egli racconta che Sapri è un “grazioso paesino” di mare che si affaccia sul golfo di Policastro “situato in una posizione deliziosa” che conta 500 abitanti. Il volontario, di cui non conosciamo il nome, scriveva che a Sapri Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia.”. Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Etc…, che tradotto è:  Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre. Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto. Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo. I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico. Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla. Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può. Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi. Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre. Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo; ma sfortunatamente! invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Etc…”. Anche questa testimonianza del volontario garibaldino pubblicata da Maison, è interessante. Egli ci parla dello sbarco su una spiaggetta di Acquafredda e della marcia a piedi per la tradina mulattiera che portava a Sapri. Egli scriveva del sentiero che, da Acquafredda portava a Sapri: “….sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre.” e che la marcia durò un’ora. Oggi questo sentiero, che rasenta la statale SS. 18, è stato creato ex novo ed è stato chiamato “Appezzami l’asino” (toponimo mai esistito a Sapri. Il volontario scrive pure che arrivato a Sapri Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo…..E’ molto probabile che si trattasse del campanile della chiesa parrocchiale dell’Immacolata in piazza Plebiscito. Lo storico inglese, George Macaulay Treveljan (….), nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: There is a fine beach, but no artificial landing-place at Sapri. Only there may be seen in the clear water the ruins of ancient pier. It runs out from the foundation of a palace built longe ago by some magnate of Imperial Rome, who discovered the beauty of the little bay, and carried thither the whole apparatus of ancient luxury, leaving less adventurous pleasure-seekers at Puteoli and Baiae. Some modern Lucullus will imitate him ere long. Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…, che tradotto significa:  A Sapri c’è una bella spiaggia, ma nessun approdo artificiale. Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto. Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Etc…. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3)  Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa. Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1)  See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Treveljan, nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibald, ci parla della “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce,A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo.”. Inoltre, egli accenna al palazzo imperiale o villa di un importante magnate della Roma Imperiale e scrive che questa: “Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: La spiaggia di Sapri è bella, ma no è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 68-68 e ssg. trascriveva una lettera dell’8 settembre ed in proposito scriveva che: “Sapri, Policastro, le 8 september. Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée, accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En de pit du temps qui parait vpouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui merite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents ames. On lui donne sans doite ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prete son nom au golfe qui s’etend devant elle. D’apres un historien digne de foi, elle fut, en 1055, entierement detruite par Robert Guiscard, etc…”, che tradotto significa: Garibaldi è a Napoli. Vi è entrato ieri in giornata, accompagnato solo da alcuni suoi amici (1). Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, cittadina che oggi merita a malapena il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. . Le viene dato senza dubbio questo titolo in ricordo della sua passata importanza e perché dà il nome al golfo che si estende davanti ad essa. Secondo uno storico attendibile fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, etc…”. Il volontario garibaldino scriveva di Sapri che era un piccolo paesino di 400 anime. Maison, a p. 68, nella nota (1) postillava: D’apres M. Edwin James, temoin oculaire etc…”

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, il Sindaco: don VINCENZO PELUSO, nipote del famigerato prete e Capo Urbano all’epoca di Carducci e di Pisacane

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “9) Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso, 1834; 11) Pasquale Autuori, 1844; 12) Vincenzo Peluso, 1852; (13) Pasquale Autuori, 1865; (14) etc….(7)”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi, a Sapri, all’epoca di Garibaldi, nel 1860, il Sindaco era Vincenzo Peluso che fu Sindaco di Sapri dal 1852 (1857, sbarco di Pisacane) al 1865, quando fu eletto Sindaco don Pasquale Autuori. Purtroppo notizie più precise in tal senso non vi sono a causa dei diversi roghi avvenuti presso il Municipio di Sapri, in occasione dei quali sono andati definitivamente persi i documenti municipali dell’epoca, in particolare le Delibere del Consiglio Decurionale. Riguardo il Comune di Sapri, sempre Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”. Dunque, il Tancredi scriveva che al tempo di Garibaldi il Sindaco di Sapri era Vincenzo Peluso. Si tratta di Vincenzo Peluso, il vecchio prete pluriomicida ?, la cui fazione era filo-borbonica. No, si trattava del nipote del famigerato prete, e nel 1857 era Capo Urbano di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, secondo il Mallamaci, all’epoca di Pisacane il Sindaco di Sapri era Leopoldo Peluso, altro nipote del famigerato Prete Vincenzo. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Vicenzo Peluso (omonimo dello zio prete) che era capourbano e l’altro, Leopoldo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo guidato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”.  Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti. 

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, Rustow, alle 16,00 pranzava col suo ospite don Antonio, in una casa posta nel mezzo del paese 

Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a p. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….., mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, etc….”.

Nel 3 settembre 1860, lunedì, alle 16, Rustow si recò sulla spiaggia di Sapri dove trovò Garibaldi in una capanna di paglia attorniato dalla gente festosa

Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18-19 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina. Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: ….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal tedesco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane….Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese etc…”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sulla spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia…(9), etc…”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri si giunse alle tre e mezzo; molta gente e volontari accorsero sulla spiaggia per salutare il Generale, reduce vittorioso dalla Sicilia. La gente sorpresa ed emozionata sventolò fazzoletti e applaudì a lungo il leggendario Condottiero dei Mille, che a sua volta non senza emozione rispose al saluto commovente degli astanti. I sapresi lo aspettavano ansiosi, ma non così presto, per cui trovandosi al cospetto del più popolare eroe d’Italia rimasero sorpresi e piansero dalla gioia.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). etc…. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittor inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…”, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Ecc…”. Dunque, come si può leggere, Treveljan scriveva che: Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach.”, che tradotto significa: Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: La spiaggia di Sapri è bella, ma non è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, Garibaldi, alle 16,15 diede l’ordine a Rustow di preparare la brigata Milano pronta per recarsi a Vibonati

Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 701, in proposito aggiungeva che: “Il 1° Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 và per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo etc…”. Il Lacava non dice nulla del passaggio di Garibaldi a Vibonati. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il vallone di etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “…Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: Il tre settembre, …..A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi…” scrisse al Turr che a Sapri avrebbe dovuto lasciare “una solida base di uomini e mezzi.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. ….La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il generale Giuseppe Garibaldi con Nino Bixio, Agostino Bertani, Medici e Basso, suo segretario particolare, furono ospitati tutti dal barone Gallotti in via Nicodemo Giudice e furono accolti da Enrico Cosenz ed il generale Sirtori ? 

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore ….”.

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(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, vole ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito (6). Di là il generale scrisse al Turr, informandolo del suo sbarco a Sapri ed avvisandolo che avrebbe marciato fino al Fortino con le colonne Milano e Spinazzi, dopo aver lasciato a Sapri un notevole distaccamento. Gli chiese poi dove si trovasse il generale borbonico Caldarelli e la di lui brigata (7). Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forze insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con questo ordine del giorno: “Compagni. Etc…”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (6) postillava che: “(6) La grande affabilità, con cui il Gallotti ed altri patrioti accoglievano il Generale, rappresentava un commovente gesto, che confermava il contributo di essi alla rivoluzione.”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (7) postillava che: “(7) Era sulla strada di Lagonegro alla testa di tremila uomini, con i quali aveva già iniziata la ritirata da Cosenza per passare nelle file Garibaldine.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo ua breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Dopo essere stato ospite per qualche ora del barone Giovanni Gallotti, lo stesso che nel ’57 non aveva saputo assicurare a Pisacane l’aiuto richiesto (59), etc…. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, ….Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, volle ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito. …(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “A Sapri Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti, dei Baroni di Battaglia, un liberale d’antica data che conobbe le galere borboniche. In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. Dunque, Garibaldi, secondo il Bertani si recò insieme a lui da Sapri a Vibonati alle 5 di mattino, il giorno 4 settembre 1860. Vuol dire che Garibaldi e gli altri sei compagni, tra cui Bertani, restano a Sapri, ospite del barone di Battaglia Giovanni Gallotti, dalle ore 14 (ora di arrivo) del 3 settembre, fino alle ore 5 del mattino del giorno 4 Settembre 1860. Sul diario del Bertani, però l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito  trascrivendo il testo del Bertani opinava che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati,  dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Dunque, secondo il Pesce, il Bertani si sbagliava scrivendo Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”.

Nel 3 settembre 1860, Filomeno Gallotti si pose al seguito di Garibaldi

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, continuando il suo racconto scriveva che: “Il successivo 30 ottobre, invece, Raffaele fu ristretto per ordine della polizia ordinaria e destinato alle carceri distrettuali di Sala. Il 21 febbraio 1860, all’Intendente chiese di rivedere la sua posizione. Il seguente 29 rispose che l’istanza non poteva trovare accoglimento perchè il caso era in dipendenza del potere giudiziario. Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (55) postillava: “(55) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 88, f. 33.”. Policicchio, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policichio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”.

Nel 3 settembre 1860, Garibaldi, a Sapri, da casa Gallotti scrisse al generale Turr

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore e fu proprio in questa casa che Garibaldi scrisse al Turr comunicandogli il suo sbarco nella cittadina cilentana, informandolo anche che avrebbe marciato fino al Fortino con le brigate Spinazzi e Milano, lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Da casa Gallotti al generale Turr comunicò: “Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati (34).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (34) postillava: “(34) C. Pecorini Manzoni, Storia della 15° divisione Turr, cit., p. 149.”. Devo segnalare l’ulteriore notizia imprecisa del Policicchio che, nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134 riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….anche se è vero che da Sapri, a Turr domandò dov’era la brigata Caldarelli in ritirata sulla linea postale.”. E’ vero che Garibaldi, da Sapri domandò a Turr notizie sulla ritirata della colonna borbonica del generale Caldarelli ma gli scrisse una lettera da casa Gallotti perchè Turr aveva già lasciato Sapri portandosi nella zona del Lagonegrese.  Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venitein quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi del giorno……), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Moliterni, continuando il suo racconto su Garibaldi a Sapri, a p. 195, scriveva ancora che: A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati.

Nel 3 settembre 1860, a Sapri, lunedì, alle ore 23, iniziarono le operazioni di sbarco della brigata PUPPI che si conclusero il giorno 4 settembre alle ore 8 del mattino

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: Nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passarvi in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Il colonnello Cesare Cesari (….), nel 1921, nel suo “Corpi volontari dal 1848 al 1870 con XXI tavole fuori testo”, a p. 92, in proposito scriveva: “Cacciatori (di) Bologna. Chiamati Cacciatori di Bologna, l’ordinamento loro fu stabilito su 4 battaglioni, il 1° fu quello del Cattabeni, che si trovò al fatto d’armi di Cajazzo, il 2° si riunì agli ordini de maggiore Luigi Bossi, il 3° agli ordini del maggiore Ferdinando Ferracini ed il 4° col capitano G. Battista Pontotti. Questi ultimi tre giunsero nell’agosto a Milazzo e si riunirono ai garibaldini nella loro marcia sul continente. L’intiero corpo era comandato dal colonnello Puppi di Siena, che morì poi sotto le mura di Capua, lasciando il comando al Pianciani. Col Pianciani i volontari si divisero; una parte andò a golfo Aranci assieme al Bertani e l’altra si aggregò alla divisione Turr che la destinò alla brigata Sacchi. Si veda Dallolio, Spedizione dei Mille nelle Memorie bolognesi.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111 e ssg., in proposito scriveva che: III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) per portarsi in avanti con rapidità e aiutare l’Eroe e l’esercito meridionale.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…Garibaldi, ….diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Si tratta del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial che, in aggiunta alla sua attività come militare e politico, Ludovico Quandel fu anche autore di cronache militari. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento[senza fonte] di una delle scuole[quali/e?] del Revisionismo del Risorgimento. Ma l’ufficiale borbonico scriverà tutt’altra versione da quella fornitaci da Policicchio. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpidi fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”.

Nel 3 settembre 1860, il colonnello polacco Rustow, su comando di Garibaldi lasciò Sapri e condusse le sue brigate della Divisione Turr a Vibonati dove poi si incontrò con il Generale il 4 settembre    

Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”.  Era di diverso avviso l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottando. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dunque lo storico Treveljan scriveva che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si mosse da Sapri per andare al Fortino del Cervaro e soprattutto Treveljan non parlò mai di Vibonati. Treveljan scriveva chiaramente che: Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Policicchio, a p. 286, riportando il testo, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4 – proseguiamo con Rustow – ripresimo etc…”. Si tratta del testo che Policicchio indica a p. 286, nella nota (38) dove postillava: “(38) E. Porro, La brigata Milano cit., pp. 20-3”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrando Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow, nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia etc…. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. 150 anni dopo, il deludente Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: “Probabilmente il Generale sbarcò in un punto di questa spiaggia ghiaiosa e questo deve bastarti. Del resto a Sapri rimase poco. Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Etc… “. E’ molto probabile che il Finelli prima di passare da Sapri non si sia bene documentato. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 3 settembre 1860, da Sapri, il generale Gandini comandante della brigata Milano e la brigata Parma (appena raccolta a Sapri) marciarono per Vibonati dove pernottarono (le due Brigate Milano e Spinazzi col generale Gandini)

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ….(172) “. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore e fu proprio in questa casa che Garibaldi scrisse al Turr comunicandogli il suo sbarco nella cittadina cilentana, informandolo anche che avrebbe marciato fino al Fortino con le brigate Spinazzi e Milano, lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi.”. Infatti, Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marcie alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato la Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Etc…”. Il Pecorini si riferiva alle due brigate, la Milano e la Spinazzi come rilevasi a p. 149 quando scrive della lettera di Garibaldi a Turr “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Etc…”. Dunque, secondo il Pecorini, il forte distaccamento della brigata Milano e quella del maggiore Spinazzi che Turr, su ordine di Garibaldi aveva lasciato a Rustow a Sapri, si recarono a Vibonati dove pernottarono e dove non si recarono al Fortino, seguendo Garibaldi ma andarono direttamente a Casalnuovo dove arrivarono il 4 settembre. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi etc….Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno. Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo il Vallone del Mlinello, per poi salire di nuovo, arramicandoci con somma difficoltà etc…. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”.  Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione nella Basilicata”, a p. 708, in proposito scriveva che: “La Brigata Puppi (divisione del pari di Tur) approdava a Sapri, alle 11 pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa Brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo…... Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a pp. 338-339, in proposito scrivea che: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3. a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono da allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4. arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5. marciò verso Sala, etc…”.  Rustow a p. 349 proseguendo il suo racconto scriveva che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito dal dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 con la brigata Milano.”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Treveljan passa oltre il pernottamento di Garibaldi a Vibonati di cui non parla affatto. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….Garibaldi…..e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”.  Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa tetta d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ?”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri…..La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.

Nel 3 settembre 1860, il colonnello polacco Wilhelm Rustow ed il generale Gandini con le brigate Parma, Milano, le due Brigate Milano e Spinazzi arrivano a Vibonati dove pernottarono 

Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di Monte Cocuzzo oltrepassando oltre Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre la brigata Milano, forte di 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo.. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venitein quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri….La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 3 settembre 1860, a Villammare, alle 5 del mattino, in marcia per Vibonati, Rustow, mandò un uomo a Sapri per ordini al maggiore Spinazzi onde si mettesse in marcia con la brigata Parma riunita e seguita dall’imminente arrivo della brigata Bologna in viaggio per Sapri da Torre del Faro

Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, a Vibonati: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 3 settembre 1860, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, maggiore di vascello della Marina Sarda e, comandante della Marina Siciliana, inviato dal Prodittatore della Sicilia Depretis sbarcò a Sapri e partì con Turr verso Lagonegro in missione segreta per incontrare Garibaldi

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Garibaldi il 14 maggio 1860 era sbarcato a Marsala. Piola si dimette in giugno dalla Marina del Regno di Sardegna per organizzare la futura Marina dittatoriale siciliana di Garibaldi, col grado di capitano di fregata. Con decreto dittatoriale del 13 giugno fu nominato da Garibaldi segretario di stato per la marina siciliana. Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Intanto si decise di mandare Piola Caselli da Garibaldi, che era in marcia, per chiedergli l’autorizzazione per l’annessione della Sicilia a Vittorio Emanuele II. Piola raggiunse e si incontrò con Garibaldi all’Osteria del Fortino. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma, vi sono motivi per ritenere che Piola, partito da Palermo il 1° settembre, molto probabilmente con un vascello della Marina Sarda raggiunse prima Paola, dove si trovava Turr e poi con questi si portò a Sapri. Da Sapri, Piola Caselli raggiunse Garibaldi partendo insieme a Turr che il 3, di buon mattino si allontanò per ordine di Garibaldi stesso che lo invitò a portarsi verso Lagonegro. Sappiamo che Piola Caselli partì da Palermo il 1° settembre ma non conosciamo il percorso del suo viaggio prima che arrivasse al Fortino.  E’ molto probabile però che Piola Caselli, inviato da Depretis, arrivò la sera stessa a Paola e da lì, giorno 2 settembre arrivò con Turr a Sapri via mare. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860,  Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia….”. …..(1).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “….Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, …..Etc…”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “….con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; ……Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione…..Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando nella Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia.”.”. Infatti, dello storico incontro avvenuto nella locanda o taverna del Fortino del Cervaro o di Casaletto, ha scritto Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….(p. 73)…..vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra via il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui fissata avvenuto.. Sulla missione di Piola Caselli, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto. Mi accorsi bensì di qualche imbroglio ma più di esso etc….(p. 74) vidi Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora m’avvidi etc….”. Dunque, riguardo il viaggio di Piola Caselli che venne al Fortino ad incontrare Garibaldi, Bertani riferisce che egli si era partito da Palermo, e che egli arrivò al Fortino. Bertani scriveva nel suo Diario dello storico incontro al Fortino che “il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana”, aveva raggiunto la Taverna del Fortino del Cervaro “raggiunto per altra via”, intendendo che Piola non fece la stessa strada che aveva fatto Garibaldi e Bertani, ma ciò non esclude, come io credo, che Piola sia sbarcato a Sapri il 2 settembre con il generale Turr provenienti da Paola dove era arrivato il 1° settembre e che, con lui, , il giorno 3 settembre, di buon matino sia risalito verso Lagonegro e poi al Fortino. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pure che: “Ne seguì una forte tensione nel governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° Settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (16) postillava: “(16) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. C. Piola Caselli, “Cronache marinare”  di Giuseppe Alessandro Piola Caselli – Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, riportando i passi di Bertani (….), in proposito scriveva che dopo il colloquio con Garibaldi al Fortino: “Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (2).”. Pesce, a p. 37, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, pag. 71.”. E’ molto probabile che il maggiore Piola Caselli, in seguito allo storico incontro al Fortino ridiscese al porto di Sapri dove l’aspettava un piroscafo a vapore che lo riportò a Palermo per riferire a Depretis. Sappiamo che Piola giunto a Palermo e riferì al Depretis la mancata autorizzazione di Garibaldi all’annessione, tanto che in seguito Depretis si dimise. Infatti, Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riporta delle sue considerazioni ma pubblica le parole di Bertani e, non parla affatto di Piola. Sulla White, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Nel ……, nel testo di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a p. 100 è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Adamoli, a p. 102, in proposito scriveva: “Poco dopo Piola parte; Garibaldi si rimette in carrozza con i suoi seguaci, etc…(628)….Ect…Intanto Piola il 5 rientra a Palermo con la risposta: trova la città agitata etc…”. Adamoli, curando il testo, a p. 102, nella nota (628) postillava: “(628) L. Quandel Vial, Ibidem”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. …..Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, etc…E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”.

Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il piroscafo genovese la Dora, giunse nel porto di Sapri con a bordo il Capitano marinaro Paolo Augier, amico d’infanzia di Garibaldi, ed il Viceconsole Sardo Francesco Astengo, che lo accompagnava in missione segreta per conto del conte di Cavour che lo incaricò di consegnare una sua lettera indirizzata a Garibaldi    

Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi verrà imbarcato sul piroscafo “Dora” messo a disposizione dall’Ammiraglio piemontese Conte di Persano che era di stanza nelle acque del golfo Napoletano e lo fa su sollecitudine di Cavour. L’Augier, in compagnia del Viceconsole Francesco Agresti arriverà a Sapri, a bordo del piroscafo la “Dora”, nelle ore pomeridiane del 3 settembre, lo stesso giorno che vi approderà Garibaldi con i suoi sei amici e collaboratori. Alcuni ritengono che la missione di Cavour fallì, ovvero che l’incontro con Garibaldi ed il suo amico d’infanzia, il Capitano Paolo Augier non vi fu essendo egli arrivato non in tempo, sostengono, in quanto a loro dire, non fece in tempo ad incontrare Garibaldi il quale, come vedremo in serata si organizzò per risalire al Fortino, forse passando per Capitello e per Vibonati. Altri, invece, sostengono il contrario, e cioè che non solo la lettera di Cavour fu consegnata da Augier a Garibaldi ma vi fu anche l’incontro in cui Augier rinnovò la stima e le sue raccomandazioni all’amico Garibaldi. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni che, sulla base dei documenti e dei dispacci dell’epoca viene suffragata l’ipotesi dell’arrivo della ‘Dora’ a Sapri, il 3 sttembre e dell’incontro avvenuto tra Garibaldi ed il messo di Cavour. Nella nota (1) postillo che: “(1) Del Capitano Augier parlo nell’altro saggio dedicato alla lettera di Cavour del 31 Agosto 1860.”. Della notizia, della lettera di Cavour indirizzata a Garibaldi e della missione che il Cavour affida al capitano Augier, ne parla la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 459 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel viaggio da Soveria a Napoli, Garibaldi ebbe vari messi da Cavour e Persano per indurlo a credere che oramai Re e lui, esercito e volontari, sarebbero andati d’accordo per la liberazione dell’Italia tutta. Eppure l’ultimo dispaccio di Cavour a Villarina (1), del 27 agosto, era recisamente ostile a Garibaldi : “Faites tout le possible etc…”.”. La White, continuando il suo racconto, a p. 460, in proposito scriveva che: “Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno, etc…”. Non riuscito, risolse di combattere Garibaldi non più in Napoli, ma nel centro: quindi muove terra e cielo per fare che questi prometta la flotta e i forti, e manda un amico d’infanzia a persuaderlo che egli è il suo più grand’ammiratore e amico. Il seguente grano di lettera ad un intimo spiega il doppio gioco, prova che pur di riuscire ad escludere Garibaldi da Napoli, Cavour non riculava davanti la guerra civile (2): “Vous etc….”.”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontanto la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno sei vide Laugier (1). Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postilava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo dato da parte del governo del nostro Re di procedere di pieno accordo con lui per l’unificazione d’Italia sotto lo scettro nazionale di Vittorio Emanuele e che quindi egli disponesse pure dell’opera mia;” e parla della flotta ec. Cavour a Persano, 3 settembre: “Approvo pienamente la sua comunicazione a Garibaldi; essa segue la nuova via che dobbiamo seguire.”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envole  à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. Dunque, come abbiamo potuto leggere, la White scrive che l’incontro con l’emissario di Cavour vi fu e che il Laugier accompagnato dal viceconsole sardo Astengo avvenne “….: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno.”. La White non dice quale fosse il luogo preciso in cui Augier incontrò Garibaldi per consegnargli la lettera autografa del Conte di Cavour, ma tutto lascia pensare a Sapri. Il colonnello Ludovico Quandel -Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860” riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “L’Ammiraglio Sardo Conte di Persano scrive nel suo Giornale particolare di bordo: “In compagnia del signor Astengo è venuto un signore amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgliene i mezzi, gli dò la Dora perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno”.. Dell’avvenimento ne ha parlato anche Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143 riferendosi al Conte di Cavour, in proposito scriveva che: Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: “Sig. Generale, (….) etc…”. (25). Il Conte di Persano, il 3 settembre, sul giornale di bordo della nave ammiraglia, annotava: “In compagnia dell’Astengo è venuto un signore amico del Generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”.”. Policicchio, a p. 142, nella nota (25) postillava: “(25) La liberazione del mezzogiorno…., cit., vol. II, p. 191.”. Quandel-Vial scriveva essere il bastimento Piemontese la ‘Dora’ non la ‘Doria’. Il testo citato da Policiccio è “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Categgio di Camillo Covour a cura della Commissione editrice” – vol. II, Agosto-Settembre 1860). Cavour cita nella sua lettera “Cesare De Laugier”, amico d’infanzia di Garibaldi e ne fa il latore della sua missiva al Generale dei due Mondi. Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.. Quandel-Vial scriveva essere il bastimento Piemontese ‘la Dora’ non ‘la Doria’. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), etc…”. Nel testo, a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatolo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”. Nella nota si cita il testo di Giacomo Emilio Curàtolo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. Nel testo in questione, si postilla che il Curàtolo, a p. 298 pubblica una lettera del 15 giugno 1860 del Capitano Augier indirizzata a Garibaldi, dove però non si parla della missione segreta che il Cavour affiderà all’Augier.  E’ vero ciò che il Curàtolo dice nella nota. Infatti, Giacomo Emilio Curàtolo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria- Documenti inediti – Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi etc…”, a p. 298, in proposito scriveva che: “Un’altra voce sebbene più modesta, ammoniva in quei giorni il Generale di stare in guardia tanto dal Cavour, che dal Mazzini; quella del Capitano Augier, una natura franca e leale di marinaro e grande amico di Garibaldi. Augier a Garibaldi…Genova 15 giugno 1860, Mio buon Generale…etc…”.”. Nel testo viene chiamato “Augier” (e non De Laugier). Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…), che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille  che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, anche perchè da una lettura poco approfondita dei documenti, si sarebbe portati a credere che non vi sia mai stato.”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Moliterni, a pp. 198-199, in proposito aggiungeva: “Ma a influire sull’atteggiamento del Dittatore potrebbe essere stato anche il colloquio avuto con l’amico Augier, un colloquio che Jessie White Mario dà per avvenuto e nel corso del quale il capitano avrebbe fatto “l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta.” (23). La White, pur essendo stata in quel periodo molto vicina a Garibaldi, in questo caso sembra avvalersi di testimonianze documentali posteriori e, infatti, è al quanto vaga riguardo al tempo e al luogo dell’incontro, limitandosi a dire che si svolse “prima del giorno sei” settembre, “tra Soveria e Salerno” (24).”. A questo punto, Moliterni inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Moliterni, a p. 201, in proposito aggiungeva la risposta di Persano a Cavour: “La seconda lettera ribadisce che il Viceconsole giunse a Napoli il giorno del 3 settembre, dopo aver viaggiato a bordo di un “postale”, e lascia chiaramente intendere che l'”individuo” giunto con Astengo – insieme al quale forse aveva compiuto il viaggio – altri non era che il capitano Augier: “(….) La Dora la ho mandata dal generale Garibaldi con la persona che Astengo mi disse aver incaricato la V.E. di recargli una sua lettera oltre a comunicargli a voce alcune cose di massima importanza. Dovrebbe essere di ritorno a momenti, e subito arrivata la farò muovere per Genova colla mia risposta alla lettera di V.E. del 31 agosto p.s., che non mi pervenne prima di ieri 3 andante per le fermate di postale a Livorno etc…”. Dall’esame congiunto di quest’ultimo frammento e del telegramma che lo stesso Persano aveva inviato a Cavour il giorno precedente, appare pertanto chiaro che il piroscafo ‘Dora’, con a bordo Augier, salpò dal porto di Napoli il giorno 3 e vi rientrò il 4 settembre, per poi prendere definitivamente il largo alla volta di Genova. Fu dunque in queste ore che si decisero le sorti della missione del Capitano, sul cui esito, i documenti finora esaminati tacciono. Piuttosto vaghi e per certi aspetti devianti, sono due appunti inseriti nel Diario di Persano, che, pur non essendo datati, ribadiscono quanto appena detto e, perciò risalgono certamente al 3 e al 4 settembre. Il primo si riferisce che: “In compagnia del signore Astengo è venuto un signore, amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”(33).”. Questo, invece, il testo del secondo appunto: “E’ ritornata la Dora, riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico. Ordino alla Dora di tenersi pronta per volgere a Genova etc…(34).”. Moliterni postillava nelle due note del Diario di Persano. Moliterni, a p. 202, aggiunge che: “Dalle due note sembrerebbe che Augier non riuscì ad incontrare Garibaldi, dal momento che, come viene specificato entrambe le volte, meta del viaggio del Dora fu Salerno, città nella quale il Generale giunse solo il 6 settembre. Tuttavia non è da escludere che per “Salerno” e per “spiaggia di Salerno”, il Contrammiraglio avesse voluto intendere, genericamente una qualche località posta lungo il litorale salernitano. Ipotesi questa che incomincia a concretarsi nelle parole del dispaccio riservato nelle quali Astengo, il 4 settembre, riferì a Cavour quanto aveva fatto il giorno prima: “Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano. Non avendo rinvenuto mezzo di sorta per il suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del ‘Dora’. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione (35).”.”. Moliterni, a p. 202, nella nota (35) postillava: “(35) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, n. 833.”. Infatti, nel testo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, n. 833, in proposito è scritto: “833. Francesco Astengo a Cavour. 4 Settembre 1860. Réservé. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano. Non avendo rinvenuto mezzo di sorta per il suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del ‘Dora’. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Etc…”. Moliterni, a pp. 202-203, aggiunge che: “Vediamo così a sapere che il piroscafo ‘Dora’ gettò l’ancora in una località che, pur rimanendo imprecisata, è possibile identificare con ragionevole certezza sulla base dei due avverbi identificati dal Viceconsole Astengo per descrivere le modalità dello sbarco del Capitano avvenuto “felicemente” e “vicinissimo alla sua destinazione”. L’utlizzo del primo avverbio – felicemente – lascia intendere che l’obiettivo della missione è stato raggiunto e si giustifica solo se il piroscafo sardo attraccò nel porto di Sapri, all’estremità meridionale della costa salernitana, dove Garibaldi era giunto nel pomeriggio del 3 settembre. Il secondo avverbio “vicinissimo – serve invece a precisare che Augier non fu sbarcato nel luogo esatto in cui incontrò il Generale, bensì non lontano dallo stesso. Ciò significa che il Dora approdò a Sapri quando Garibaldi se n’era già andato, ed è pertanto assai probabile che il Capitano lo avesse poi raggiunto lungo la strada per Vibonati,  se non proprio in quest’ultima località. La logica conseguenza di tutto ciò è che i due si incontrarono tra la sera del 3 e l’alba del 4 settembre. Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36)….Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Queste testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581, riferendosi al 5 settembre, in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “…….Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio di Persano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire da Lei a darle spiegazione etc…Cavour…”. …..Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; ….Etc…”.

Nel 3 settembre 1860, nel tardissimo pomeriggio, Garibaldi, a Sapri (?) o a Capitello riceveva Michele Magnoni ?

Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Le masse dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Sempre il De Crescenzo, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI….Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il dittatore Garibaldi! Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, etc…A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo per noi è venuto etc….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forze insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con questo ordine del giorno: “Vallo 3 settembre 1860. Compagni, Io son contento di voi. Ieri avete fatta una marcia da vecchi soldati ed ora voglio dare un compenso alle vostre fatiche, sicuro che tornerà grato più che qualunquw altro premio. Eccovelo. Il genenale Turr è sbarcato con una brigata dell’invincibile armata del Dittatore sulle spiagge di Sapri. Etc…Lucio Magnoni.“. E difatti le forze, riunitesi con quelle di Diano e di Campagna ed ingrossate da molti volontari giunti da ogni parte, fugarono i quarantamila borbonici da Salerno, che erano risoluti a sgominare le schiere garibaldine, e poi li fugarono anche a Napoli (8).”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (8) postillava: “(8) Qualche storico invece dice, che i soldati borbonici partirono da Salerno dopo che giunse il telegramma di Garibaldi all’Intendente, inviato dal Fortino col quale desiderava trentamila razioni per i suoi soldati.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Il d’Evandro, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”.  Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco a Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 e 78 e Pizzolorusso cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco.

Nella notte dal 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi, secondo Agostino Bertani, Lacava Treveljan pernottò a Sapri in una capanna di paglia e solo alle 5 del mattino del 4 settembre lasciò Sapri spostandosi con il resto delle brigate per andare al Fortino passando per Vibonati  

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….;la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce racconta che Garibaldi si fermò a Sapri poche ore e che ripartì per Vibonati insieme al generale ungherese Stefano Turr. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Sulla scorta del Pesce, nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.”. Il Mazziotti, non conferma la notizia che Garibaldi partì da Sapri alle 5 del mattino del giorno 4 settembre ma avvalora l’altra notizia che Garibaldi partì da Sapri la sera del 3 settembre e di pernottare a Vibonati, dove a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati proveniva dal Pesce e su quella scorta anche il Mazziotti scriveva del pernottamento a Vibonati in casa Del Vecchio. Ricorre nello stesso errore anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1909, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, per Giacomo Racioppi e con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; onde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel Vallo di Diano.”. Racioppi, nel 1909 scriveva solo che Garibaldi partì per il Fortino il giorno 4 settembre ma non dice se avesse pernottato a Sapri o a Vibonati. Nella notte dal 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi, secondo lo storico Treveljan pernottò a Sapri in una capanna di paglia e solo alle 5 del mattino del 4 settembre lasciò Sapri spostandosi con il resto delle brigate per andare al Fortino passando per Vibonati. Leggendo ciò che scrive Pesce in merito all’arrivo e al pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 398 , in proposito  trascriveva il testo del Bertani e scriveva che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati,  dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fotino’ etcc…. Dunque, Agostino Bertani, nel suo postumo racconto a quello fatto alla White Mario, nel suo “Ire politiche d’oltre tomba”, a p. 72, rettificava e scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva etc…”. Bertani, nel su Diario scrive chiaramente che lui e Garibaldi si partirono il 4 settembre da Sapri, alle 5 del mattino e non da Vibonati come scriveva il Pesce ed il Mazziotti. Anche il Lacava non dice nulla di Vibonati. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpidi fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. La notizia del pernottamento a Vibonati, anzicchè a Sapri fu rimessa in discussione anche dal De Crescenzo (….). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113, in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio (9)…….Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, etc…. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittore inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…”, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Ecc…”. Dunque, come si può leggere, Treveljan scriveva che: Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach.”, che tradotto significa: Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottò. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Anzi, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dunque, lo storico Treveljan, in proposito scriveva: “….per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Lo storico Treveljan scriveva che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si mosse da Sapri per andare al Fortino del Cervaro e soprattutto Treveljan non parlò mai di Vibonati. Treveljan scriveva chiaramente che: Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dopo aver esaminato ciò che scrisse lo storico Treveljan, guardiamo ciò che scrisse il colonnello Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18-19 e ssg., in proposito scriveva che: Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: ….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal polacco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane….Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese etc…”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sulla spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di Francesco Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a pp. 100-101, in proposito scrive che: Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625).”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Arrivo così quasi ad un punto equidistante fra Maratea e Scalea, donde ua piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri. In questa cittadina l’aveva preceduto Turr, che aveva seco, come abbiam visto, anche i 1500 uomini di Bertani. Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sula quale cammina il Caldarelli, in loclità dove sorge l’osteriadel Fortino.”. Dunque, Agrati scriveva che: Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in loclità dove sorge l’osteriadel Fortino.”.

Nel 4 settembre 1860, alle 5 del mattino, Garibaldi partito da Sapri incontrava a Capitello, Teodosio De Dominicis e Pietro Giordano

Gennaro De Crescenzo non parla affatto di Vibonati ma parla di Capitello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..Le masse  dei rivoltosi, …..divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, secondo il De Crescenzo, le masse di Teodosio De Dominicis si riannodavano con Giordano a Capitello dove incontrarono Garibaldi che si era spostato da Sapri e si recava a Vibonati. Il De Crescenzo scriveva che le  “Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: V.  Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis….(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita”(9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucdarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.

Nel 4 settembre 1860, alle 5 del mattino, alcuni raggruppamenti di Cilentani tra cui Michele Magnoni si portarono verso Sapri

Matteo Mazziotti (….), nel 1902, nel suo “Memorie di Carlo De Angelis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Le altre forze insurrezionali del Cilento, comandate dal Magnoni, che avevano preso la direzione di Sapri e Sanza, vennero man mano piegando verso Nocera, donde alcune altre erano etc…”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a p. 129, in proposito scriveva che: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…” che tradotto significa: “….Nell’agosto del 1860 una colonna dell’esercito garibaldino sbarcò a Sapri per operare nel Cilento parallelamente all’avanzamento del grosso; a comandarlo era il colonnello Pianciani. Mandò un distaccamento a Sanza. Etc…. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Nello stesso tempo il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, della antica e patriottica famiglia di Ascea proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse di insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilitava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggiero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Giovanni Pagano. Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini,  tra cui Cristoforo Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Canalonga, etc…”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Secondo Infante (…), Garibaldi incontrò a Vibonati alcuni capi della colonna di Cilentani insorti come Michele Magnoni, il De Deminicis e Gennaro Pagano che, come ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..Le masse  dei rivoltosi, …..divise in due colonne: …..l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbatté in una Colonna d’insorti Celentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia cha il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il Capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 1 luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Dopo ua breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Devo però precisare che molto probabilmente non si trattava di “Teodosio de Dominicis” ma di “Teodoro”. Teodosio de Dominicis pare sia stato ucciso nei moti del 1828. Su questo punto, Felice Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84)….Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Dunque, il Fusco lo chiama “Teodosio” e non “Teodoro” de Dominicis. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli. Dopo lo sbarco a Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano che a Palinuro aveva dato finalmente sepoltura ai miseri resti di uno dei fratelli Capozzoli (RSS, 1966, PP. 63 e 78 e Pizzolorusso cit., p. 118, il quale, a p. 238 riporta i nomi di coloro che presero parte alla battaglia del Volturno).”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a pp. 265-266, in proposito scriveva che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Castelnuovo, Moio, Stio e Sacco. Solo il 30, però, il Sottointendente inviò a Salerno un allarmatissimo rapporto urgente, che l’intendente trascrisse fedelmente nella sua relazione al ministro dell’Interno (95). Nel rapporto, tuttavia, non vi è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne di Rutino verso convergenti verso la Valle del Tanagro e della marcia da Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Etc…”. Fusco, a p. 356, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Etc….”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima….Etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò  alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri….”Gennaro De Crescenzo non parla affatto di Vibonati ma ci dice di Capitello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse  dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84). Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143 riferendosi al Conte di Cavour, in proposito scriveva che:

Nel 4 settembre 1860, alle 5 del mattino, Garibaldi viaggiando da Sapri a Vibonati s’imbattè in un manipolo d’insorti Cilentani con alla testa Cristofaro Ferrara di S. Biase (o Cristoforo Falcone di Policastro ?), che dissuasi ad andare a Sapri a incendiare la casa dei Peluso si recarono a Policastro alla casa del Cav. Pecorelli e poi andarono a Sanza   

Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a p. 129, in proposito scriveva che: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…” che tradotto significa: “….Nell’agosto del 1860 una colonna dell’esercito garibaldino sbarcò a Sapri per operare nel Cilento parallelamente all’avanzamento del grosso; a comandarlo era il colonnello Pianciani. Mandò un distaccamento a Sanza. Un uomo di nome Savino Laveglia, che la voce pubblica nominava come colui che aveva inferto il primo colpo a Pisacane, disarmato, fuggì, fu arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel carcere. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbatté in una Colonna d’insorti Celentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia cha il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il Capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 1 luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucdarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 128, in proposito scriveva che: Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini,  tra cui Cristoforo Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Canalonga, etc….Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. vi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre.. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Etc…”. Fusco, a p. 356, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Etc….”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento…”. Sempre sulla colonna di insorti Cilentani che diretti a Sapri, incontrarono Garibaldi a Vibonati, anche il Mallamaci omette il passaggio di Policastro dal cav. Pecorelli. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima…., forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta da sbarre. Etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò  alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri….”. Su alcuni componenti il manipolo d’insorti Cilentani che Garibaldi incontrò nel percorso che fece da Sapri recandosi a Vibonati, come ad esempio Cristoforo Falcone di Policastro, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a p. 156, in proposito scriveva che: “Fin dalla metà del lugio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta del Cilento, avea fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristoforo Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci.”. Forse il nome di Cristoforo Falcone di Policastro veniva confuso da alcuni storici con quello di Ferrara.

GARIBALDI a VIBONATI

Nella sera del 3 al 4 settembre 1860, da Sapri, Garibaldi diretto al Fortino, partì da Sapri giunse prima alla marina di Vibonati (Villammare) e, passando per Capitello proseguì per Vibonati dove pernottò ?

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Nel 1998, sulla scorta dell’Infante riportavo la stessa sua notizia dell’arrivo di Garibaldi a Vibonati. Posto che la notizia dell’arrivo di Garibaldi a Vibonati, nel tardo pomeriggio (?), forse verso sera, del 3 settembre, è riportata da alcuni autori coevi e non, anche sulla scorta, come io credo, di ciò che scrisse un testimone d’eccezione quale è stato il colonnello Polacco, Wilhlelm Rustow. Oltre alla testimonianza diretta di Rustow, che tuttavia scrisse in……e, tradotto da Eliseo Porro (….) risulta l’unica testimonianza diretta di un testimone dell’epoca, sia pure nella traduzione del suo testo da parte di Eliseo Porro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Il Mazziotti scriveva anche sulla scorta del Pesce (….). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….; nell’ampia e arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Pesce, proseguendo il suo racconto scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Pesce scrisse queste notizie anche sulla scorta del testo del colonnello Rustow. Devo però precisare a riguardo che Pesce scrivendo: “….e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc…”, sbagliava in quanto sappiamo che Turr non era più a Sapri e quindi non poteva seguire Garibaldi a Vibonati. Tuttavia credo che la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati in casa Del Vecchio provenga da Pesce e dalla sua notizia, in seguito venne quella del Mazziotti. Riguardo il presunto pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, ed al telegramma che Garibaldi, in suo dispaccio annunciava al Turr, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Così avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35). Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Dunque, Policicchio scriveva che “Così avvenne” cioè avvenne perchè era stato scritto nel dispaccio al Turr. Dunque, come ho già scritto, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, potrebbe essere avvalorata da un testimone d’eccezione, il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….). Rustow incontrò Garibaldi sulla spiaggia di Sapri e ricevé l’ordine di organizzare le sue truppe, quelle affidategli da Turr che nel frattempo era partito da Sapri per andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Nel 1861, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a p. 19, riferendosi al colloquio che egli ebbe con il generale Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, intorno alle ore 16,30, in proposito scriveva che: ” – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi gli ordinò di ordinare le sue truppe per mettersi in marcia per recarsi al Fortino, partire da Sapri con le truppe pronte per marciare verso il Fortino. Rustow scrive che Garibaldi oltre a dargli l’ordine di preparare le truppe gli disse pure: “Io stesso sarò con voi”. Rustow, a p. 29 continuando il suo racconto scrivevava: “Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 la marcia fu intrapresa.”. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Questo passaggio è particolarmente interessante perchè è proprio in questo passaggio che Rustow testimonia l’aggregarsi di Garibaldi alle sue truppe che nel frattempo si erano fermate per riposarsi alla “marina di Vibonati” che presumo fosse Villammare. Dopo questo passaggio, Rustow testimonia e dice: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate.” e descrivendo l’evendo scriveva: “Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza ed inoltre ci illuminarono anche gli angusti viottoli.”. A questo punto, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva che: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.” e poi, a p. 21, riprende il racconto della marcia per il Fortino: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, etc…”. Dunque, Rustow scriveva che egli e le sue truppe iniziarono a marciare per il Fortino, lasciando Vibonati il giorno 4 settembre alle 5 del mattino. Garibaldi era con loro ? Garibaldi era a Vibonati ?. Rustow, a p. 21 scriveva: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, etc…”. Dunque, Rustow scrive chiaramente che egli, le sue truppe e Garibaldi stesso iniziarono a marciare da Vibonati per recarsi verso il Fortino del Cervaro alle 5 del mattino del giorno 4 settembre. Del racconto di Rustow, un punto a me pare controverso ed è quando egli scrive, riferendosi alla marcia da Sapri e prima che giungesse Garibaldi: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. A quale luogo si riferiva Rustow, non molto distante dalla “buona strada vicina al Vallone del Molinello” prima di arrivare a Vibonati e, dove fu raccolta la truppa prima che arrivasse Garibaldi. Da Sapri, Rustow con le sue truppe sarebbe arrivato agevolmente alla “marina di Vibonate” (Villammare o Capitello) percorrendo la strada dell’Oliveto del Fortino di Sapri e l’Oliveto dove oggi si trova il Cimitero di Sapri per intenderci. Il percorso fatto da Rustow, ed il suo racconto non collima con il racconto di Agostino Bertani, anch’egli testimone d’eccezione perchè accompagnava Garibaldi e con lui si partì da Sapri. Agostino Bertani nel suo Diario, ovvero che Garibaldi ripartiva da Sapri e non Vibonati per andare al Fortino. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”, racconto che il Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Tuttavia, la versione di Eliseo Porro è diversa dalla versione del colonnello Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. In questa versione, la prima traduzione italiana del Rustow, non vi è scritto nulla di Garibaldi a Vibonati ma il passaggio delle truppe a Vibonati riguarda solo Rustow. Agostino Bertani nel suo Diario, ovvero che Garibaldi ripartiva da Sapri e non Vibonati per andare al Fortino. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fotino’ etcc…. Dunque, Agostino Bertani, nel suo postumo racconto a quello fatto alla White Mario, nel suo “Ire politiche d’oltre tomba”, a p. 72, rettificava e scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva etc…”. Bertani, nel su Diario scrive chiaramente che lui e Garibaldi si partirono il 4 settembre da Sapri, alle 5 del mattino e non da Vibonati come scriveva Rustow. Al contrario, Rustow partì subito da Sapri, il giorno 3 settembre, su ordine stesso di Garibaldi e Garibaldi lo raggiunse solo il giorno dopo a Vibonati. Pesce, a p. 30 scriveva pure che Garibaldi: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, contraddicendosi, seguendo il racconto di Agostino Bertani nel suo Diario, a p. 32, in proposito scriveva: “Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina!. Da Sapri…etc…” e aggiunge lui stesso: “…(è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), etc…” e prosegue il racconto di Bertani: “l’indomani mattina, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc….”.”. Stessa cosa, il Pesce, scriverà nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Dunque, è un fatto che Pesce distorce e cambia la testimonianza di Bertani, che scriveva chiaramente “Da Sapri, l’indomani mattina, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Sulla scorta, presumo di questo autore, anche Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Le masse dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, la versione dello storico Treveljan è differente da alcuni storici locali. Treveljan non scrive nulla del passaggio e del pernottamento a Vibonati ma scrive chiaramente che Garibaldi pernottò a Sapri e che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si portò verso Lagonegro per andare al Fortino. Ovviamente passando per Vibonati ma non vi pernottò. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…, che tradotto significa:  Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…. Treveljan passa oltre il pernottamento di Garibaldi a Vibonati di cui non parla affatto. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Anche il Lacava non dice nulla di Vibonati. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpidi fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, si diresse verso Vibonati, ospite di Nicola Del Vecchi, da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Anche la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario” (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba, … Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino etcc…”. Dunque, anche la giornalista Jessie White Mario trascrivendo il racconto del Bertani non parla di Vibonati ma passa direttamente alla tappa del Fortino. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito scriveva pure che: “III. Garibaldi…..partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una Colonna etc…”. Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a pp. 100-101, in proposito scrive che: Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4  Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625).”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702.

Nella notte del 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi a Vibonati fu ospitato e pernottò in casa del patriota e liberale Nicola Del Vecchio ?    

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Nel 1998, sulla scorta dell’Infante (….) riportavo la stessa sua notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. In questo mio saggio vorrei approfondire la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati, ed in particolare alla notizia che, secondo il Pesce ed il Mazziotti egli pernottò nella casa del patriota liberale Del Vecchio. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Il Mazziotti scriveva anche sulla scorta del Pesce (….). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….; nell’ampia e arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Pesce, proseguendo il suo racconto scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce scrisse queste notizie anche sulla scorta del testo del colonnello Rustow. Devo però precisare a riguardo che Pesce scrivendo: “….e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc…”, sbagliava in quanto sappiamo che Turr non era più a Sapri e quindi non poteva seguire Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Così avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35). Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Dunque, Policicchio scriveva che “Così avvenne” cioè avvenne perchè era stato scritto nel dispaccio al Turr. Dunque, come ho già scritto, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, potrebbe essere avvalorata da un testimone d’eccezione, il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….). Rustow incontrò Garibaldi sulla spiaggia di Sapri e ricevé l’ordine di organizzare le sue truppe, quelle affidategli da Turr che nel frattempo era partito da Sapri per andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Nel 1861, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a p. 19, riferendosi al colloquio che egli ebbe con il generale Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, intorno alle ore 16,30, in proposito scriveva che: ” – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi gli ordinò di ordinare le sue truppe per mettersi in marcia per recarsi al Fortino, partire da Sapri con le truppe pronte per marciare verso il Fortino. Rustow testimonia del passaggio di Garibaldi e delle sue truppe a Vibonati ma non dice nulla sul pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio. Dunque, la notizia del pernottamento in casa Del Vecchio proviene esclusivamente dal Pesce, ed in seguito ripetuta dal Mazziotti che cita una lettera dell’amico di Torraca Perazzi. Perazzi apparteneva ad una famiglia di attendibili. Inoltre, come ho già scritto nel precedente saggio, Rustow, nell’altra versione della sua traduzione è molto diversa da quella di Eliseo Porro. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, la versione dello storico Treveljan è differente da alcuni storici locali. Treveljan non scrive nulla del passaggio e del pernottamento a Vibonati ma scrive chiaramente che Garibaldi pernottò a Sapri e che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si portò verso Lagonegro per andare al Fortino. Probabilmente Garibaldi raggiunse Rustow a Vibonati al mattino seguente dopo aver pernottato a Sapri. Della versione di Treveljan ho già parlato nel precedente saggio. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, si diresse verso Vibonati, ospite di Nicola Del Vecchi, da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla visita alla famiglia Del Vecchio, però, alcuni vogliono che Garibaldi si sia recato a far visita alla famiglia De Nicolellis. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Dunque, il Guzzo ci parla della famiglia De Nicolellis e postilla di Gennaro De Crescenzo. Ma, Gennaro De Crescenzo non parla della famiglia De Nicolellis ma anch’egli ci dice della famiglia Del Vecchio. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Policicchio, a p. 286, riportando il testo, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4 – proseguiamo con Rustow – ripresimo etc…”. Si tratta del testo che Policicchio indica a p. 286, nella nota (38) dove postillava: “(38) E. Porro, La brigata Milano cit., pp. 20-3”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, a p. 393 pubblicò la foto della stanza e del letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. La notizia del passaggio di Garibaldi è attestato dal Verbale del Decurionato del 14 ottobre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 290, in proposito scriveva che: “Dopo il passaggio di Garibaldi alcuni Decurionati cominciarono a dichiarare decaduta la dinastia Borbone e, ancor prima del Plebiscito, riconoscendo l’annessione immediata e incondizionata, proclamarono l’Unità facendo trasparire dalle deliberazioni l’entusiasmo del tempo. Le Camicie Rosse da Vibonati partirono all’alba di martedì 4 settembre e, lo stesso giorno, l’assemblea Decurionale testualmente deliberò: “Visto lo stato di oppressione sia morale partito dalle popolazioni del Continente….Essendo pure questo popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Uninamente, liberamente, etc…(46).”.”. Policicchio, a p. 291, nella nota (46) postillava: “(46) Archivio Comunale di Vibonati, b. 3, f. 1. Anche F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, cit., p. 386.”. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) etc…. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati.

Nel 4 settembre 1860, a Vibonati, il palazzo del liberale Nicola Del Vecchio, in seguito palazzo De Nicolellis e, del figlio Fabrizio  

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Garibaldi, a Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) etc…”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli. Dopo ua breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Qualcuno mi diceva che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla visita alla famiglia Del Vecchio parò alcuni vogliono che Garibaldi si sia recato a far visita alla famiglia De Nicolellis. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Eliseo Porro (….), nella sua traduzione del testo russo di Rustow “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri; egli a pp. 18-19, in proposito scriveva che: Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate (….). I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza ed inoltre ci illuminarono anche gli angusti viottoli.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Le stradicciole di Vibonati sono talmente strette che anche con lo scooter ti tocca far manovra per poterti girare agli incroci. Ti arrampichi come puoi fino al budello su cui si affaccia palazzo De Nicolellis, il domicilio garibaldino del paese. Ne ammiri la facciata gentilizia mentre l’aria immobile di questo mezzogiorno assolato s’impregna di borotalco e soffritto. Dai tinelli che danno sul vicoletto escono frammenti domestici di un’estrema provincia a tavola. riesci a sentire il biascicare delle mandibole, il rumore delle posate che graffiano i piatti e l’immancabile tv. Una campana batte la mezza. Il palazzo, al cui interno si dice vi sia ancora il letto originale su cui dormì Garibaldi, però è evidentemente sbarrato e sta imboccando la via dell’abbandono. L’unica traccia della passata grandezza, è la solita lapide a futura memoria. Che questa volta esagera così: “In questa casa il 3 settembre 1860 sostò pernottandovi Giuseppe Garibaldi il cui grido, consonante con i sentimenti delle genti, si fece destino nel perseguimento dell’unità d’Italia e della conquista delle libertà che di lui furono pensiero, tormento e vita. Il comune di Vibonati a memoria pose, 16/1/1983”. Ti passa sotto il naso una signora di certa età che annaspa lungo la salita trascinando due pesanti borse della spesa. Decidi di fare il bel gesto in cambio, speri, di qualche informazione. Mentre le trasporti il carico davanti la porticina a piano terra cinquanta metri più avanti, in effetti riesci a farti raccontare che da alcuni mesi è morta anche Rosa, l’ultima discendente diretta dei De Nicolellis, fino all’ultimo residente nel palazzo. Prima assieme alla sorella Giuseppina e negli ultimi anni da sola. Ti spiega che il palazzo è finito ad una pletora di eredi che, almeno fino adesso, non si sono fatti vedere e qualcuno mormora addirittura possa essere in vendita.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. 

Nel 4 settembre 1860, a Sapri, alle 8 del mattino si concludevano le operazioni di sbarco della Brigata Puppi

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli altri aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Si tratta del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial che, in aggiunta alla sua attività come militare e politico, Ludovico Quandel fu anche autore di cronache militari. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento[senza fonte] di una delle scuole[quali/e?] del Revisionismo del Risorgimento. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”.

Nel 4 settembre 1860 (secondo Ferruccio Policicchio) Garibaldi, a Vibonati incontrò il giudice Regio del Mandamento di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Su questa notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Sul Pietro Paolo Perazzo o Perazzi, nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”.

Nel 4 (?) settembre, 1860, Garibaldi nominò i governatori di Vibonati

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”(36).”. La notizia del passaggio di Garibaldi è attestato dal Verbale del Decurionato del 14 ottobre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. La notizia dunque la si apprende da un verbale del Decurionato di Torraca. La notizia, in seguito fu ripresa dal Fusco. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860.”. Credo che vi sia stato un errore di trascrizione perchè si tratta di Francesco Saverio Cajazza o Cajazzo. Dunque, il generale Garibaldi lasciò il governo del paese di Vibonati ai tre uomini di fede: il Sindaco, il barone Giuseppe Giffoni, Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale ed al giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”.

Nei primi di settembre 1860, le lettere manoscritte autografe di alcuni garibaldini sbarcati a Sapri raccontati da Emile Maison

Uno dei testi citati dal Treveljan è quello di Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Su un sito in rete troviamo scritto in francese che: “Emile Maison, ancien officier de Garibaldi lors de l’expédition des Mille, fut l’un des premiers volontaires étrangers à avoir combattu en Pologne ( cf. Aleksander Gieystoz. Echanges entre la Pologne et la Suisse du XIVe au XIXe siècle… Genève, Droz, p. 224). Il est l’auteur notamment de: – Expédition de Chine. Lettres d’un volontaire au 102ème , recueillies et mises en ordre par Emile Maison. Paris : B. Duprat, 1861./ – Journal d’un volontaire de Garibaldi. Paris : A. de Vresse, 1861. Bibliothèque Arnauld de Vresse . / – Une page d’histoire : Inès de Castro, par Émile Maison . Annecy : impr. de J. Dépollier, 1885. / – Caprera : les Loisirs de Garibaldi, par Émile Maison . Paris : E. Dentu, 1861. / – Le Parti hispano-prussien. Paris : A. Sagnier, 1876… ( Cl Gr) “, che tradotto è: Emile Maison, già ufficiale di Garibaldi durante la spedizione dei Mille, fu uno dei primi volontari stranieri ad aver combattuto in Polonia (cfr. Aleksander Gieystoz. Scambi tra Polonia e Svizzera dal XIV al XIX secolo… Ginevra, Droz, p. 224). È autore in particolare di: – Spedizione dalla Cina. Lettere di un volontario del 102°, raccolte e ordinate da Emile Maison. Parigi: B. Duprat, 1861./ – Diario di un volontario garibaldino. Parigi: A. de Vresse, 1861. Biblioteca Arnauld de Vresse. / – Una pagina di storia: Inès de Castro, di Émile Maison. Annecy: stampa. di J. Dépollier, 1885. / – Caprera: Ozio di Garibaldi, di Émile Maison. Parigi: E. Dentu, 1861. / – Il partito ispano-prussiano Parigi: A. Sagnier, 1876… (Cl Gr)”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.

Nel 4 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:   

Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais;  ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’e xpression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: Sapri, 4 settembre. Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa. Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno. Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare. Vogliamo pagarlo per questo. Impossibile. La povera vecchia grida in nome di som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia. Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia. Qui tutti ti chiamano fratello; e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi. Dopo pranzo ci avventuriamo nello champagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne. Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo. È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli; ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica. Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza. Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine. Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza. Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”.

Nel 4 settembre 1860, a Sapri, il piroscafo Sardo la Dora, con a bordo il viceconsole sardo Francesco Astengo ed il Capitano marinaro Paolo Augier, amico d’infanzia di Garibaldi, latore di una lettera del conte di Cavour, salparono per far ritorno alla base navale piemontese dell’ammiraglio Persano nella baia di Napoli

Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi  ed il Viceconsole Sardo Francesco Astengo, dopo aver “felicemente” compiuta la missione affidata da Cavour, salperanno da Sapri alla volta di Napoli, dove arriveranno con il piroscafo Sardo, la Dora, giorno 4 settembre. La Dora con Astengo e Augier, il giorno 4 agosto 1860 ripartirono da Sapri e ritornarono a Napoli, da dove eran salpati il giorno 3 settembre. Infatti, Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: La missione fallì perchè Garibaldi aveva ripreso la via interna. Sullo stesso documento, il giorno dopo annotò: “La Doria è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi su amico” (26).”. Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Infatti, Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Amiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi su amico”.”. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a p. 95, in proposito scriveva ancora: “E’ ritornata la ‘Dora’ riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini, avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI) inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Moliterni, a p. 201, in proposito aggiungeva la risposta di Persano a Cavour: La Dora la ho mandata dal generale Garibaldi con la persona che Astengo mi disse aver incaricato la V.E. di recargli una sua lettera oltre a comunicargli a voce alcune cose di massima importanza. Dovrebbe essere di ritorno a momenti, e subito arrivata la farò muovere per Genova colla mia risposta alla lettera di V.E. del 31 agosto p.s., che non mi pervenne prima di ieri 3 andante per le fermate di postale a Livorno etc…”. Dall’esame congiunto di quest’ultimo frammento e del telegramma che lo stesso Persano aveva inviato a Cavour il giorno precedente, appare pertanto chiaro che il piroscafo ‘Dora’, con a bordo Augier, salpò dal porto di Napoli il giorno 3 e vi rientrò il 4 settembre, per poi prendere definitivamente il largo alla volta di Genova. Fu dunque in queste ore che si decisero le sorti della missione del Capitano, sul cui esito, i documenti finora esaminati tacciono. Piuttosto vaghi e per certi aspetti devianti, sono due appunti inseriti nel Diario di Persano, che, pur non essendo datati, ribadiscono quanto appena detto e, perciò risalgono certamente al 3 e al 4 settembre. Il primo si riferisce che: “In compagnia del signore Astengo è venuto un signore, amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”(33).”. Questo, invece, il testo del secondo appunto: “E’ ritornata la Dora, riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico. Ordino alla Dora di tenersi pronta per volgere a Genova etc…(34).”. Moliterni, a pp. 202-203, aggiunge che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36)….Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Queste testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581, riferendosi al 5 settembre, in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “…….Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, in proposito è scritto che: “877. F. Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860…Eccellenza, Il Capitano Auger farà conosere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestarsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro ieri rispose negativamentea Depretis che gli domndava istantaneamente l’annessione immediata della Sicilia. Etc.. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito à suoi ordini riguardo all’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409, in proposito scriveva che: ….

Nel 4 settembre 1860, Garzia, Capitano di Stato Maggiore del governo Piemontese arrivò a Sapri a bordo del vapore commerciale Brésil, con l’incarico di imbarcare volontari, ufficiali e governativi

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: “Intanto, alle 18 del tre settembre, per ordine del Ministro della Guerra torinese, alla volta del Golfo partì da Napoli il capitano Grazia imbarcatosi sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù e imbarcare soldati, ufficiali, volontari, impiegati governativi e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “Nel frattempo alle ore 18 del 3 settembre, per ordine del Ministro della guerra torinese partì da Napoli il capitano Grazia. S’imbarcò sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù, imbarcare soldati, ufficiali, volontari e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 si trovava nelle acque di Sapri, il capitano sul giornale di bordo annotò: “Qui ho trovato cinque vapori etc…”. Policicchio, a p. 142, nella nota (24) postillava: “(24) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Grazia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Qui ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea (43) era andato a Sapri ed aveva preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro o nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Muraglia di Maratea dava la stessa assicurazione (44).”. Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Sulla notizia scrisse anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò  alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Questa testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581, riferendosi al 5 settembre, in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “…….Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier.

Nel 4 settembre 1860, Turr e forse insieme a Piola e Augier, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi

Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 4 settembre 1860, il colonnello polacco Wilhelm Rustow, il generale Gandini con le brigate Parma, Milano, le due Brigate Milano e Spinazzi partirono da Vibonati per raggiungere la strada Consolare verso il Vallo di Diano 

Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Contemporaneamente la brigata Puppi….si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”.

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno.. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di Monte Cocuzzo oltrepassando oltre Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre la brigata Milano, forte di 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo.. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni.  Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri….La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: IV…. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri.”. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”.

Nel 4 settembre 1860, la partenza di Garibaldi da Vibonati, dove avrebbe pernottato, per risalire al Fortino del Cervaro

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: A Sapri, Garibaldi…..scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca),….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 29, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Etc…”. La ricostruzione storica che fece il Pesce non risponde a verità in quanto Pesce scriveva che il generale Garibaldi aveva incontrato il generale Turr a Sapri a casa del Gallotti, e con questi si recherà a Vibonati. Sappiamo invece che Garibaldi aveva inviato un dispaccio a Turr che da Sapri si era allontanato prima del suo arrivo. Turr non era a Sapri il 3 settembre quando arrivò Garibaldi. Pesce, proseguendo il suo racconto, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, etc….ivi nel 29 giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poco buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperate avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato! E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata etc…”.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenenente di vascello della marina sarda signor Piola, etc….. La ricostruzione storica di quegli eventi che fa il Pesce è arbitraria anche in un altro punto controverso e cioè se Garibaldi avesse pernottato e quindi si partì da Sapri o avesse pernottato a Vibonati e quindi si partì da Vibonati. Infatti, Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro Duce di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati dal Pisacane (1). Etc…”. Sempre l’avv. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 32, si permette di cambiare “Sapri” e non in “Vibonati”, ed in proposito scriveva che: “narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme alla descrizione di quel viaggio etc…”Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Pesce, a p. 32, corregge il Bertani scrivendo Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre etc…”. Credo che sia stata proprio questa correzione che abbia dato origine alla notizia che Garibaldi, per recarsi al Fortino fosse partito da Vibonati, dove avrebbe pernottato in casa Del Vecchio e non da Sapri, dove come attesta Bertani, e poi lo storico Treveljan, avesse pernottato a Sapri. Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: IV…. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Uno studioso di memorie patrie (11), in alcune sue pagine inedite, ricorda l’entusiasmo provato nell’attesa e nell’arrivo dell’Eroe: “Anch’io, con Raffaele Caputo marito della mia zia materna Rosa Santoro, con costei, con Vincenzo Caputo, di lei cognato, con l’armaiuolo (vulgo, armiere), Caggiano, del quale mi sfugge il nome, e qualche altro parente o amico che non ricordo bene, il 4 ci recammo giù giù, alla contrada del Carrara dell’Arena, donde ben si poteva osservare il passaggio dell’atteso corteo. Fermatici in un nostro fondo rasentato dalla consolare delle Calabrie, invano attendemmo il vincitore di Calatafini, Palermo ecc…, che quel giorno non passò. Il domani tutti giù di buon’ora. Oh, l’ansiosa aspettazione ! Splendeva un bel sole. Il viale formicolava di gente d’ogni età e condizione, non esclusa una buona rappresentanza del clero e dei minori osservanti. Finalmente il corteo apparve. Tanto calpestio sollevava nugoli di polvere. Sguardi, braccia tese, acclamazioni interminabili verso chi veniva, su bianco cavallo, in nome di Italia. Quanto fascino emanava da lui e da tutte le camicie sosse! E tra esse, che già ne contavano due partiti da Quarto (12), si confuse l’armiere con altri sedici di questo paese (13). Etc..”.. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (11) postillava che: “(11) Il sacerdote Angelo Rotunno, nato a Padula il 31 gennaio 1851, che contava allora otto anni sette mesi e pochi giorni”.. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (12) postillava che: “(12) Vincenzo Padula ed Antonio Santelmo, di cui già si è parlato.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpidi fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato al Fortino il 4 settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino….Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Il 4 Garibaldi è al Fortino di Lagonegro, una taverna situata tra un gruppo di casette coloniche, ai confini lucani con la provincia di Salerno. Ivi, il prodittatore Mignogna accompagnato da Pietro Lacava, porge il saluto della nostra regione al leggendario condottiero. Il Mignogna gli consegna una cassettina contenente seimila ducati, raccolti con sottoscrizioni fra i lucani (vi concorse anche il nostro paese). Garibaldi ringrazia per l’offerta, la quale, in momenti così gravi e decisivi, provvederebbe alle esigenze militari dei suoi soldati e dei fuggiaschi borbonici, privi anch’essi del necessario.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per riconsegnarla all’Italia.”.      

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, per salire al Fortino passò per Torraca ?

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce. Infatti, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sull’attività del Decurionato e del Sindaco di Torraca ne ha parlato Ferruccio Policicchio. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti,ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 che,  parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.

GARIBALDI al FORTINO DEL CERVARO, FRAZIONE DI CASALETTO SPARTANO

Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Desvernois

Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest”. Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”.

Nel 4 settembre 1860, la taverna del Fortino del Cervaro (Casaletto Spartano) di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?, (poi in seguito dei Colombo)

Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”.  Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi….accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, etc….. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo.”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno. Il nome di quella località deriva da un antico fortilizio, di cui il mio caro amico il Com. Roberto Gaetani di Sapri mi scriveva nel 1907 che si scorgevano ancora i ruderi (3). La comitiva si fermò in una taverna, divenuta già celebre perché ivi si fermò nel 1857 la spedizione di Pisacane la quale purtroppo vi decise la partenza nefasta per Padula e per Sanza, andando incontro a tragica fine. Il sacerdote Arcangelo Rotunno di Padula, ispettore onorario dei monumenti e scavi nel circondario di Sala Consilina, uno studioso modesto e valoroso, ha redatto su quella taverna ormai storica due relazioni nel 1914 le quali chiariscono le poche modificazioni avvenute in quel rustico locale dopo la fermata del dittatore, e ne ha rilevate due fotografie, di cui cortesemente mi inviò copia.”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (3) postillava: “(3) I ruderi sono a cinquanta metri dalla taverna.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata. Fuori dall’edificio un gruppo di ragazzi si sollazza al sole delle due e mezza, discutendo di calcio, proprio sotto l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia. Tanto che sia Nicola che suo fratello Mario sono nati nell’appartamento al primo piano, sopra il bar. E’ contento Nicola della tua visita. E’ l’occasione buona, ad esempi, per tirare giù dalla parete una cornice a giorno in cui sono piazzate le foto delle adunate garibaldine che si facevano alla taverna fino a una decina d’anni fa. Te l’appoggia sul vecchio bilardino, sotto la lapide, toglie lo straccio una ditata abbondante di polvere e mostra le foto una per una: gruppi di camice rosse col bicchiere in mano festanti, in festanti, in mezzo alle quali spunta addirittura un sosia del generale. Però c’è anche altro da vedere. Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”.

Nel 4 settembre 1860, il barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, proprietario della taverna del Fortino del Cervaro che ospitò Garibaldi

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Infatti, l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi…..accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro; ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poco buona accoglienza, Carlo Pisacane, etc…. E là, nell’osteria del Fortino – etc…narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Eravamo affamati – occupammo la solita stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscita, etc…Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e dal comandante piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta…Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte etc…”. Dunque, Agostino Bertani descrive i due ambienti di cui era costituito il piccolo fabbricato della Taverna. Sempre il Pesce, a p. 38, in proposito scriveva pure: “….risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quela di Salerno tra il territorio di Lagonegro e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: “Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, etc…”.

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla taverna del Fortino del Cervaro, piccola frazione di Casaletto Spartano

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Gnerale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni  prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; con Giacinto Albini e Nicola Mignogna, prodittatori della Basilicata; con Pietro Lacava, segretario del governo provvisorio lucano; con Giuseppe Mango, commissario organizzatore del circondario di Lagonegro; con la giornalista inglese Jessie White ed il marito Alberto Mario (61). Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Devo però precisare che ciò che scrive il Fusco, a pp. 146-147, in proposito scriveva che Garibaldi: “….salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; etc..”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Inoltre, è errato quando scrive che Garibaldi, “….nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione;” è corretto solo che Garibaldi, al Fortino incontrò Stefano Turr, al quale aveva scritto da Sapri, ma Fusco sbaglia a scrivere che Garibaldi, al Fortino incontrò anche il Bertani e Cosenz. Secondo il racconto del Bertani (….), riportato anche dalla giornalista Jessie White Mario, Bertani stesso arrivò con Garibaldi a Sapri, insieme a Cosenz e con essi si portò a Vibonati, e con essi salì al Fortino. Garibaldi si incontrò al Fortino con Bertani e Cosenz ma essi erano con lui a Sapri ed insieme proseguirono al Fortino. Insieme a Garibaldi, a Bertani, a Cosenz, salì al Fortino anche il generale Gandini della Brigata Milano.  Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare etc…”. Dunque, a Sapri, Garibaldi arrivò con Cosenz, Bixio, Medici, Sartori e Basso, essi erano in sette come scrisse pure il Bertani ed è plausibile che essi si recarono al Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre all’alba Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buona ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva etc….” (151). Quella che si tenne nella taverna di Fortino fu, dunque, un vero e proprio consiglio di guerra. Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche il generale di divisione dell’Esercito Meridionale, l’ungherese Istvàn (italianizzato Stefano Turr, il maggiore generale Enrico Cosenz, il segretario personale, oltre che fedelissimo amico, di Garibaldi, il nizzardo Giovanni Battista Basso, ed infine il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, etc…”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “….rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..insieme a Rustow…..La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa tetta d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare……Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 4 settembre 1860, al Fortino, il lucano garibaldino Giambattista Pentasuglia alle prese col telegrafo

Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Etc…”. Da Wikidepia leggiamo che Giovanni Battista Pentasuglia, noto come Giambattista (Matera, 3 novembre 1821 – Matera, 4 novembre 1880), è stato un patriota e politico italiano. Noto per essere stato l’unico lucano a prendere parte, sin dal principio, alla spedizione dei Mille, partecipò anche alle guerre d’indipendenza italiane e svolse importanti incarichi nel campo della nascente telegrafia. A seguito dell’Unità d’Italia, fu insignito del titolo nobiliare di Conte, nominato ispettore generale ai telegrafi ed eletto deputato (1861)[2]. Ideò e pose in opera il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Sardegna e sullo stretto di Messina. Partecipò anche alla terza guerra d’indipendenza e, una volta terminata, fece ritorno alla sua natia Matera, lavorando come ispettore capo dei telegrafi e passandovi il resto della sua vita. La città lo premiò con una medaglia d’oro per le sue gesta patriottiche. È sepolto nel cimitero di Matera di via IV Novembre.

Nel 4 settembre 1860, Francesco II abbandonò l’idea di una battaglia nel Salernitano 

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”.

Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino (o a Casalnuovo ?), Garibaldi incontrò Nicola Mignogna e Pietro Lacava e forse anche Giacinto Albini

Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV…... Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. Etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia, e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Caldarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, invano avevano chiesto denaro alle casse pubbliche ed ai privati, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai citadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi diopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprorevoli dissidi, edil Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, frai quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque reputazione” (1).”. Pesce, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Alla taverna arrivarono Michele Mignogna e Pietro Lacava mandati dal governo provvisorio di Basilicata per consegnare al Generale la somma di sei mila ducati. Garibaldi accettò ben volentieri quella somma, rispondendo al Mignogna “Gradisco più questa somma che un esercito.”. Difatti urgeva denaro per provvedere ai bisogni di quelle colonne insurrezionali. Una parte di esso servì per alimentare le truppe del generale Caldarelli, che non aveva potuto ottenere dal governo i mezzi necessari (1). Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Mazziotti, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Lacava Michele, opera citata, pag. 701 – Discorso di Pietro Lacava tenutosi in Napoli nel maggio 1911, nel Congresso dei patri superstiti delle patrie battaglie, p. 17.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: etc…”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 405-406, in propposito scriveva che: Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Cardarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprovevoli dissidi, ed il Genenare rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che spesso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque riputazione”. Da questa lettera del Generale si vede che anche in lui rimase saldo nella mente il grato ricordo di quei luoghi pittoreschi, che per gli importanti avvenimenti sono ormai consacrati alla storia.”. Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”.  Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settiane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto. I lucani gli mandavano in attestato di affetto il dono di 6000 ducati (25000 lire) e arruolarono una brigata Lucana che seguì Garibaldi fino a Napoli, dove 900 si sbandarono, mentre gli altri 1200 parteciparono alla campagna del Volturno (3). Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (3) postillava: “(3) Racioppi, 217; Mignogna, 214-215”. Dobelli, a p. 436, postillando di “Mignogna = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignogna, Napoli, 1889.”. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Garibaldi gli stende la mano, gli ripete con voce incantevole: “Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria!”. A cui il Mignogna: “Tutto è possibile, Generale, quando voi volete.” E si dicendo, gli porge un foglio. E’ un telegramma di Giuseppe Libertini presidente del ‘Comitato Unitario che annunzia: “Francesco II, preso congedo da’ Napoletani s’imbarca per Gaeta….” etc…”. Pupino, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). “Dal sig. avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila (pari a L. 25,500), offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segretario Generale della Dittatura Agostino Bertani.” “. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pP. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: Lo attendevano Nicola Mignogna e Pietro La Cava: due cospiratori audacissimi, i cui nomi erano segnati a carattere di fuoco nel libro nero della polizia borbonica. Il colloquio sulla effervescenza della Basilicata – sollevatasi dopo il 20 luglio – avvenne nella storica “Osteria”, ove Pisacane radunò il suo minuscolo Stato Maggiore nella notte del 30 giugno 1857. Ed a Garibaldi i suddetti cospiratori lucani consegnarono, in nome del loro Governo provvisorio, ben seimila ducati in ‘piastre e colonnati’. Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”..

Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla taverna del Fortino del Cervaro decise di non annettere la Sicilia al Regno Sabaudo

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riporta delle sue considerazioni ma pubblica le parole di Bertani e, non parla affatto di Piola. Sulla White, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra), nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”.  Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV…... Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier,  possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale.  In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Infatti, nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, in proposito è scritto che: “877. F. Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860…Eccellenza, Il Capitano Auger farà conosere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestarsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele R d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro ieri rispose negativamente a Depretis che gli domndava istantaneamente l’annessione immediata della Sicilia. Etc.. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito à suoi ordini riguardo all’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annssione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesseal governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio di Persano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire da Lei a darle spiegazione etc…Cavour…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per creare ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita. Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette. 

Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, le brigate Parma, Milano e Bologna marciarono per Casalnuovo (oggi comune di Casalbuono), le due Brigate Milano e Spinazzi col generale Gandini

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ….(172) “. Nella mia nota (172) postillavo che: (172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: Il generale Gandini, comandante della brigata Milano, era arrivato anch’egli a Vibonati, da dove il giorno dopo ripartì attraversando il Passo del Monte Cocuzzo e Casalbuono, al fine di ostacolare eventuali spostamenti di forze nemiche.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marcie alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato la Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Etc…”. Il Pecorini si riferiva alle due brigate, la Milano e la Spinazzi come rilevasi a p. 149 quando scrive della lettera di Garibaldi a Turr “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Etc…”. Dunque, secondo il Pecorini, il forte distaccamento della brigata Milano e quella del maggiore Spinazzi che Turr, su ordine di Garibaldi e di Turr, il 4 settembre 1860, di mattina marciarono, ma non si recarono al Fortino, seguendo Garibaldi ma andarono direttamente a Casalnuovo dove arrivarono il 5 settembre. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”.  Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a pp. 338-339, in proposito scrivea che: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3. a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono da allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4. arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5. marciò verso Sala, etc…”.  Rustow a p. 349 proseguendo il suo racconto scriveva che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito dal dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 con la brigata Milano.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi…..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri. Etc…. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore….(2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 4 settembre 1860, la partenza di Rustow da Vibonati per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia etc…. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”.  Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciato la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi si era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi costò pure il sacrificio di alcuni uomini e alcuni muli caduti fra i precipizi. inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca,  quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino sulla gran strada consolare…..Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette delle vettovaglie di pane etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora riprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12). E proprio durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; Antonio Alfieri D’Evandro, segretario del Governo provvisorio di Sala, il 7 settembre al sindaco di Vibonati scrisse: “Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimess qui e per espresso.”. Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Policicchio, a p. 138 aggiunge: “Il secondo eletto di Vibonati, Francesco Curzio, (1801-1885) nel darne notizia ai sindaci del Circondario aggiunse: “Io quindi nel trascrivervi quanto di sopra interessato le LL.SS., ad occuparsi seriamente perché la valigia perduta sia rinvenuta facendo menare i bandi per gli abitati con pene rigorose contro colui che avesse rinvenuto la detta valigia o portata via senza presentarla (13).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (13) postillava: “(13) ACTLL (Archivio Comunale di Vallo), Documenti d’esito che figurano nel conto materiale dell’anno 1860, vol. III.”. Sempre Policicchio, a p. 138, in proposito scriveva pure: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 4 settembre 1860, a Vibonati, le neviere per la preparazione del ghiaccio e dei gelati

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 286, nella nota (37) postillava che: “(37) Sulle neviere di Vibonati, cfr. F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II, p. 519”. Policicchio postillando sulle “neviere di Vibonati”, ovvero sulla scorta di ghiaccio che le donne di Vibonati andavano a prendere sul monte Cervato, presso il Fortino, a p. 519 del suo volume “Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II”, spiegava che: “Una volta a rendere questo servizio c’erano le neviere: località poste sui monti atte alla conservazione della neve di cui, poi, i Comuni concedevano la vendita a privati per i bisogni e la rivendita al pubblico. Anche Vibonati, quindi, aveva le sue neviere. La consuetudine era che, nei vari Comuni, la vendita si concedeva ad una sola persona per non aversi danni, al pubblico e al privato, etc…Il rivendicatore (ilconcessionario) si impegnava a non far mancare, giornalmente, la neve pena una ammenda, pari a lire 10 giornaliere agli inizi degli anni Ottanta. Etc…”. Del trasporto di neve dalle vicine montagne al tempo di Garibaldi vi è la testimonianza diretta del colonello Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”.

Nel 4 settembre 1860, alla taverna del Fortino (o a Casalnuovo ?), il generale Turr manda un telegramma con richiesta di vettovaglie

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 408, in proposito scriveva che: “Non mancò allora, da parte del Comune, il contributo pecuniario per le spese dell’insurrezione etc….Al Commissario Civile Mango giunse, nel 5 settembre, un telegramma del Dittatore di tener pronte 25 mila razioni di viveri per le truppe di passaggio; le razioni furono bensì tutte preparate a spese del Comune, ma non tutte furono consumate per le truppe garibaldine, perchè quella notizia conteneva, forse, il solito stratagemma di far credere alle popolazioni ed all’esercito borbonico che Garibaldi disponesse d’un numero assai maggiore di militi (1).”. Pesce, a p. 408, nella nota (1) postillava: “(1) Rilevasi dalla deliberazione del Decurionato del 10 Gennaio 1861: “Il Sindaco Ladaga ha dato lettura d’un uffizio del Commissario Civile del 5 settembre 1860, contenente un telegramma del Generale Garibaldi, che ordinava di tener pronto questo Comune 25 mila razioni viveri per le truppe da passare….Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 399, in proposito scriveva che: “…si debba datare dalla mattina del 5 settembre e si debba considerare come risultante dai telegrammi, dagli allarmi e dalle corse della notte 4-5 settembre durante la quale si tenne un ultimo consiglio dei Ministri fino all’alba (Pianel, 194-195, dal diario della moglie) e il Forbes e il Gallenga sparsero i loro telegrammi per Napoli e Salerno. Uno di questi telegrammi è così riprodotto nel MONNIER, 273: “Gallenga a….(nome mancance): Eboli, 5 sett., 1 e mezza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini comandati da Turr sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicini a noi”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Si riferisce al telegramma scritto dal generale Turr il 4 settembre ed indirizzato al Comandante Civile Mango di Lagonegro, in cui Turr chiedeva la preparazione di 25 razioni di viveri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “…”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”.

Nel 4 settembre 1860, a Lagonegro le truppe garibaldine e le truppe borboniche del gen. Caldarelli

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Percorreva la provincia di Salerno la brigata del generale Caldarelli che il 27 agosto aveva capitolato con il Comitato rivoluzionario di Cosenza. Secondo gli accordi contenuti nella capitolazione, in cui era stabilito l’itinerario che la brigata doveva percorrere, essa, traversati vari paesi della Calabria e della Basilicata, partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale. Per evitare qualsiasi inconveniente tra i garibaldini e le truppe borboniche colà acquartierate il generale Giuseppe Lamasa, in seguito di ordine del dittatore, rimase parimenti nella Certosa, finchè il giorno 7 il dittatore gli telegrafò di raggiungerlo in Eboli.. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: ….seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408 , in proposito scriveva pure che: “In quel riscontro, come in molte altre contingenze, è d’uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità Generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi vi fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 409 , in proposito scriveva pure che: “Così nei giorni seguenti continuò il passaggio delle truppe regolari ed irregolari, che nelle case private, negli edifizi pubblici e nelle chiese trovarono alloggio ed ospitalità; e spesso sotto lo stesso tetto furono accolte le truppe regie afflitte ed avvilite, e le schiere Garibaldine balde ed audaci, senza che fra le une e le altre fosse sorto conflitto o discordia. La stessa subblime idea della libertà della Patria comune fugava dall’animo dei vincitori ogni odio e rancore verso i vinti, e quasi affratellava gli uni e gli altri, ‘figli tutti d’un solo riscatto’. E qui si affaccia alla mia mente un soave ricordo infantile, appreso dalle dolci labbra della cara Mamma mia – educata ed ispirata ai sensi liberali di casa Aldinio – la quale, nel descrivermi il turbine vertiginoso di quei giorni memorandi, mi narrava che, essendo io allora lattante tra le fasce adorne di nastri e coccarde tricolori, alcuni Garibaldini, alloggiati nella nostra casa, mi sballottavavano vivamente – etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale  marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli dele macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Intanto: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno (….)(16).”.”. Policicchio, a p. 139, nella nota (16) postillava: “(16) La guerra italiana del 1860….cit., p. 301.”. Policicchio si riferiv al testo tradotto di Rustow, ovvero il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 301 (secondo la postilla di Policicchio ma è sbagliato perchè si tratta di pag…..), in proposito scrivea che: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno Etc….”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la loro marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; n questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato La Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.”. Su questo punto, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “L'”invito” fu conseguente all’accordo appena fatto tra il Commissario di Garibaldi, La Masa, e lo stesso Caldarelli che decise di rimanere internato a Padula (20). Ciò risulta anche, confermando la tesi da noi sostenuta, delle memorie del Colonnello Rustow, il quale, informato da un ufficiale della Guardia Nazionale di Padula che un’intera brigata borbonica si trovava in S. Lorenzo, dice: “(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”(21)”. Policicchio, a p. 141, nella nota (21) postillava: “(21) E. Porro, La brigata Milano…cit., p. 23.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 23, che in proposito scrivea che: “”(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”.”.

Nel 5 settembre 1860, da Vibonati, la Brigata Puppi passando da Vibonati risalì a Casalnuovo (odierno Casalbuono)

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli altri aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. 

Nel 5 settembre 1860, Rustow e le sue brigate garibaldine erano a Casalnuovo (odierno Casalbuono)

Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia etc…. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”.  Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette delle vettovaglie di pane etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…...

GARIBALDI a CASALBUONO

Nel 4 e 5 settembre 1860, Garibaldi, a Casalnuovo (odierno Casalbuono) fu ospitato in casa Sabatini ed incontrò Giacinto Albini

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “Dopo sole tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’inciente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato,d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Dunque, Racioppi, dopo aver premesso dell’osteria del Fortino del Cervati fa incontrare Garibaldi ed il Mignogna nel piccolo borgo di Casalnuovo e non all’osteria del Fortino come vogliono altri. Tuttavia, Garibaldi ed il suo piccolo seguito si recarono in carrozza a Casalnuovo, oggi Casalbuono, un piccolo brogo non molto distante dal Fortino. Dal 1811 al 1860 fece parte del circondario di Montesano, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il Regno d’Italia, fece parte del mandamento di Montesano sulla Marcellana, appartenente al Circondario di Sala Consilina. Casalnuovo si trovava sulla via per le Calabrie. Il Racioppi scriveva: “….e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto….”. Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Etc…”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalnuovo (18) – paese che segue il confine tra la Provincia di Salerno e la Basiicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 pm. del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti Carlo Arrivabene ed Antonio Gallenga, volontari e corrispondenti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni -andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”.  Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa. Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano,, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”.  Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…...

Nel 5 settembre 1860, da alcuni telegrammi si evince che: 

Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 399, in proposito scriveva che: “…si debba datare dalla mattina del 5 settembre e si debba considerare come risultante dai telegrammi, dagli allarmi e dalle corse della notte 4-5 settembre durante la quale si tenne un ultimo consiglio dei Ministri fino all’alba (Pianel, 194-195, dal diario della moglie) e il Forbes e il Gallenga sparsero i loro telegrammi per Napoli e Salerno. Uno di questi telegrammi è così riprodotto nel MONNIER, 273: “Gallenga a….(nome mancance): Eboli, 5 sett., 1 e mezza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini comandati da Turr sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicini a noi”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Si riferisce al telegramma scritto dal generale Turr il 4 settembre ed indirizzato al Comandante Civile Mango di Lagonegro, in cui Turr chiedeva la preparazione di 25 razioni di viveri. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”.

Nel 5 settembre 1860, l’avv. Giuseppe Mango, Commissario Civile di Potenza ricevè l’ordine di preparare 25 mila razioni di rancio

L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “…”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”.

Nel 5 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:

Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Nous allions en venire aux moyens extremes, quand tout à coup un campagnard s’approche de nous avec force saluts et génuflexions. Peu d’istants apres, sa femme le rejoint et nous offre de l’eau pour nos rafraichir, puis …..de la paille pour faciliter notre campement à la belle etoile. On demand alors à ces braves gens commend il se fait toutes les maison restent fermées. Ils nous repondent qu’à notre aproche tout le monde s’est sauvé dans la montagne, le curé en tete. Le capitaine du navire ajoute: “Mais saviez-vous que nous etions des soldats de Garibaldi ?” – Signor, si! répondent-ils, seulement on disait que vous étiez de mechantes gens”, che tradotto è:  Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre. Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto. Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo. I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico. Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla. Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può. Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi. Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre. Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo; ma sfortunatamente! invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Stavamo per ricorrere a mezzi estremi, quando all’improvviso un connazionale si avvicinò a noi con molti saluti e genuflessioni. Pochi istanti dopo, la moglie lo raggiunge e ci offre dell’acqua per rinfrescarci, poi…paglia per facilitare il nostro accampamento sotto le stelle. Abbiamo poi chiesto a queste persone coraggiose come mai tutte le case fossero rimaste chiuse. Ci hanno detto che mentre ci avvicinavamo tutti fuggivano sulla montagna, con il sacerdote in testa. Il capitano della nave aggiunge: “Ma lo sapevate che eravamo soldati di Garibaldi?” – Signore, sì! rispondono: “solo loro hanno detto che eravate persone cattive”.

GARIBALDI a SALA CONSILINA

Nel 5 settembre 1860, Garibaldi, a Sala Consilina, dove fu ospitato in casa del maggiore De Petrinis

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Quasi tutte le Giunte Insurrezionali furono presentate in Sala al Dittatore, il quale indossava la divisa garibaldina ed un cappello a larghe falde. E fu nominato Delegato Civile e Militare A. Alfieri d’Evandro, venuto nel “Vallo” da Napoli con molti volontari, ed al quale venne affidato l’incarico di vettovagliare l’esercito che sarebbe giunto, nei giorni di poi, diretto a Napoli. Il ricevimento ebbe luogo nel Palazzo del Governo provvisorio, ove Garibaldi riposò venti minuti, e fu ospitate, poi, col seguito, di Giuseppe De Petrinis, nella cui casa fu messo “vangale”, ed a tavola, lo stesso  De Petrinis – nominato Maggiore della Guardia Nazionale – volle servire il ‘Dittatore’, del quale, per lungo tempo, venne conservato gelosamente un mozzicone di sigaro, lasciato da Garibaldi in quella felicissima occasione. Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 219 e ssg., in proposito scriveva che: “…... L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò  casa Depetrinis, etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, ex garibaldino, nel 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Il giorno di mercoledì 5 il generale partì con il suo seguito, in carrozza da Casalbuono per Sala, accolto da le più insistenti ovazioni…..Il Dittatore riposandosi alquanto nel palazzo municipale, ricevè alcune deputazioni e pranzò alle 2 con il generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, il colonnello Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, ed i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, in casa del maggiore Giuseppe De Petrinis (2)…. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2) postillava di Treveljan e di Iessie Whitte Mario, op. cit., p. 188. Si tratta di Jessie White Mario. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò  casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta.Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.

Nel 5 settembre 1860, a Sala, Garibaldi ordinò di erigere un monumento a Sapri in onore di Carlo Pisacane e dei Trecento

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “…a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una soscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.”. Un garibaldino nel suo diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri “(….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) Bertani e Garibaldi, il 25 settembre assegnarono “una pensione di ducati sessanta al mese vita durante, a contare dal primo ottobre prossimo, a Silvia Pisacane figlia dell’eroico Carlo Pisacane trucidato a Sanza nel luglio 1857 mentre combatteva per la liberazione dei fratelli”.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (….) postillava: “….

GARIBALDI ad AULETTA

Nel 6 settembre 1860, Garibaldi, ad Auletta fu ospitato in casa Mari e proclamò Giacinto Albini Governatore della Basilicata

Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 219 e ssg., in proposito scriveva che: “Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini, capo del governo temporaneo della Lucania, a governatore di Basilicata con quella podestà che disse illimitata, e che meglio sarebbe a dirsi indefinita. Etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò  casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”.  Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. E la colonna, tra un popolo delirante, si avviò per la “Consolare”, scortata da uomini in armi, a cavallo. Garibaldi, troppo sicuro di sè, precedeva l’Armata, sfidando i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata Cosenz giunse nel Vallo solamente l’11 settembre, e cos’ pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli. Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre. Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano di Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Credo che qui vi è un errore di trascrizione perchè si trattava del generale Turr non Burr. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “Il giorno 6 le due brigate Milano e Spinazzi col generale Turr erano ad Auletta,e si preparavano ad avanzare verso Salerno mentre che il Dittatore partiva per Eboli con una piccola scorta.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta.Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”.

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”.Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.  Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. 

Nel 7 settembre 1860, Rustow è a Eboli e riceve l’ordine di marciare verso Salerno e poi a Napoli

Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”

Nel 7 settembre 1860, a Sanza, venerdì, un manipolo d’insorti Cilentani, agli ordini di Cristoforo Ferrara uccisero  per vendetta i responsabili del massacro dei Trecento di Carlo Pisacane, tra cui Sabino Laveglia

Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a p. 129, in proposito scriveva che: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…” che tradotto significa: “….Nell’agosto del 1860 una colonna dell’esercito garibaldino sbarcò a Sapri per operare nel Cilento parallelamente all’avanzamento del grosso; a comandarlo era il colonnello Pianciani. Mandò un distaccamento a Sanza. Un uomo di nome Savino Laveglia, che la voce pubblica nominava come colui che aveva inferto il primo colpo a Pisacane, disarmato, fuggì, fu arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel carcere. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 128, in proposito scriveva che: Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini,  tra cui Cristoforo Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Canalonga, etc….Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. vi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre.. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane. E infatti Garibaldi, memore, non rinuncia a vendicarne la morte avvenuta tre anni prima ordinando l’arresto dei sanzesi don Filippo Greco Quintana, Primo eletto e farmacista, reo, secondo i garibaldini, di aver allertato la popolazione della presenza di Pisacane nei pressi di Sanza facendo sfondare la porta della torre campanaria per suonare le campane a martello, di Sabino Laveglia sottocapo delle guardie urbane del comune e esecutore materiale, secondo le sue stesse dichiarazioni negli atti dibattimentali del processo che ne seguì, dell’omicidio di Pisacane, oltre che di Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, anche essi ritenuti in qualche modo responsabili del delitto. L’otto settembre, quindi dopo pochi giorni, dopo un processo ovviamente sommario, i quattro vengono messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza (152).”. Dunque, il Montesano scriveva che fu Garibaldi che ordinò sia l’arresto dei quattro e la loro esecuzione. Montesano, a p. 111, nella nota (152) postillava: “(152) Leopoldo Cassese, La spedizione di Sapri, op. cit., pagg. 72-73.”. Verificherò che la notizia provenga dal Cassese però devo opinare su ciò che scrive il Montesano in quanto “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato” si evince che già nell’arrivo di Garibaldi e degli altri sei, in barca, a Sapri, Garibaldi “rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane” e non al Fortino. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V. il verbale della cremazione, e v. gli interrogatori del Laveglia e dell’Inter, che si pubblicano per la prima volta in ‘Appendice’. Essi chiariscono definitivamente i particolari della morte, della cremazione e del seppellimento di Pisacane e dimostrano quanto poco veritiere fossero le affermazioni del Bilotti (op. cit., p. 327) che diede credito a poco attendibile fonte orale. Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo quelli che la voce pubblica accisava come esecutori materiali del delitto. Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Dunque, l’accusa della morte dei quattro a Sanza, che Montesano indirizza al generale Garibaldi non è corretta. Il Cassese, sulla scorta della documentazione in Atti, non dice fu Garibaldi a far uccidere i quattro ordinandone la loro esecuzione ma dice che: “Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo etc…”. Il Cassese parla correttamente delle truppe Garibaldine non di Garibaldi. Garibaldi ne ordinò solo il loro arresto ma non ordinò le sevizie inflitte. Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, credendo vendicare i loro fratelli restati vittime in Sanza, dopo d’avere imprigionato Sabino la Veglia, voluto retrivo, e colpevole della morte di quelli, senza giudicatura di sorta, venne archibugiato da una scarica di moschetteria nella stessa prigione. Noi come cronisti, riferiamo,  scevri di passione, questi fatti, etc…”. In effetti Macchiaroli non dice gran chè. Macchiaroli scrive sulla scorta di Felice Venosta (…) e del suo “Carlo Pisacane”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 149 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: “Ciò che non scrisse l’impiegato d’anagrafe negli Atti di Morte lo annotò con cura l’arciprete Francesco Bianco nel ‘Liber Defunctorum’ negli anni 1823-1861 (89)….L’esposizione dell’archiprèsbyter consente di chiarire non pochi aspetti della morte di Sabino e degli altri arrestati. Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93) etc…”. Dunque, il Fusco scrive che Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93)”. Fusco, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…”).”. Fusco, a p. 149 continuando a scrivere sulla colonna d’insorti Cilentani a Sanza aggiungeva che: “….né – come ha affermato qualche altro (94) – un manipolo di insorti che, portandosi a Sapri per vendicare l’uccisione di Costabile Carducci, ne fu dissuaso dallo stesso Garibaldi e ripiegò verso Sanza per punire gli uccisori di Pisacane.”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento……….I Celentani allora……, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. In effetti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Dunque, Felice Fusco, a p. 148 correttamente spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, etc…”. Fusco, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia etc…”. Fusco, a p. 356, nella nota (89) postillava: “(89) Il registro (Liber Defunctorum, 1823 – 1861), che si trova tra le carte dell’archivio Campolongo, si è potuto consultare solo in questi ultimi tempi. L’arciprete Bianco (è il caso di ribadirlo) è lo stesso che nel ’57 si era messo in luce più per i contrasti con Sabino Laveglia che per la partecipazione all’eccidio di Pisacane.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta da sbarre. Etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò  alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri..etc…”.

Nell’8 Settembre 1860, da Lauria,  la brigata garibaldina SACCHI del Maggiore Chiassi si porta a Lagonegro

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709) Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc…. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere  mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Esaminando inoltre i registri dello stato civile del Municipio, m’è occorso di riscontrare che parecchi soldati garibaldini, durante quella marcia trionfale, lasciarono la giovane vita – credo per morte naturale in conseguenza dei disagi e delle sofferenze della vita militare, etc….E in seguito morirono pure qui, nel 26 Ottobre, Giovanni Gino di Torino appartenente all’Artiglieria dell’Italia Meridionale, e nel 2 Novembre ‘Rocco Pagliariello’ di Palermo della Brigata Sacchi. A tutti essi vada ora il mio pensiero grato e riconoscente anche a nome della Patria et…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 175, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pele-mele sur le point, nous pomes du moins laiser reposer nos jamber et dormir à la belle etoile, car la nuit etait magnificque. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenù à une demi-encablure par notre traverse, etc…”, che tradotto significa: Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi. Affollati alla rinfusa sul punto, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica. All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata. Avendo raggiunto la metà della lunghezza del cavo attraverso la nostra traversata, etc…”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46° Fanteria, …., e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul ‘Torino’ la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco di altra gente etc…Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi il 3 agosto alle 4 ant. partiva da Soveria Mannelli, si fermava a Carpenzano, ed alle 3 pom. del 1° settembre si riuniva tutta a Rogliano, ove in seguito a sentenza di un Consiglio di Guerra fu passato per le armi il caporal (tromba a nome Canepa Luigi reo di furto. Lo stesso giorno partiva la brigata da Rogliano alle ore 4 pom., e arrivava a Cosenza alle ore 10 pom. accolta con festa dalla popolazione. Alle 2 del giorno 3 la Brigata Sacchi riprendeva da Cosenza la marcia, giungeva a Taverna Nuova alle 4 ant., riposava fino alle 4 pom., da dove partiva per Tarzia, e vi giungeva alle 10 e mezzo pom. Riposava fino alle 5 pom del giorno 4, da dove partiva per Camerata passando per Spezzano Albanese. Alle 4 ant. del 5 settembre la Brigata Sacchi si muoveva per Castrovillari, alle 5 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Morano, dove giungeva alle 8 trovando tutto il paese illuminato. Alle 2 ant. del 6 partiva per Campotenese. Alle 9 ant. dello stesso giorno arrivava alla Rotonda. Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”.Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.  Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882.

Nel 7, o nell’8 Settembre 1860, una porzione della brigata SPANGARO giungeva a Sapri, via mare da Palermo e poi ripartì per Napoli ma dovette fermarsi a Salerno e proseguire con il treno 

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente da Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si aqquartierava.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri, dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, senonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualce ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita sul largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 175, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pele-mele sur le point, nous pomes du moins laiser reposer nos jamber et dormir à la belle etoile, car la nuit etait magnificque. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenù à une demi-encablure par notre traverse, etc…”, che tradotto significa: Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi. Affollati alla rinfusa sul punto, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica. All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata. Avendo raggiunto la metà della lunghezza del cavo attraverso la nostra traversata, etc…”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”.Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.  Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. 

Nel 9 Settembre 1860, la Brigata EBER muoveva per Paola dove arriva alle ore 10 del mattino e riparte da Paola alle ore 9 del mattino per Napoli

Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Quella Eber arrivava alle 10 ant. del 1° settembre da Marcellinara a Catanzaro accolta con feste dalla popolazione; ivi veniva alloggiata nelle caserme e nelle chiese. In detta città raggiungevano il corpo molti volontari rimasti indietro nelle marce. La forza della Brigata era di 2966, dai quali presenti 2462, assenti 504, cioè ammalati 344, dispersi 160. Alle 5 pom. del 3 la Brigata Eber, percorrendo la consolare, marciava per Tiriolo, dove arrivava alle 11 pom., ed accampava al di qua del villaggio fino alla mattina del 4 (ore 6 ant.), che passava ad altro accampamento al di là del paese, ale 3 pom. muoveva per S. Pietro a Tiriolo, ove giungeva alle 10 pom. e si accampava sulla strada. Alle 2 ant. del 5 la Brigata Eber continuava per Soveria Mannelli, vi arrivava alle 7 ant., da dove riprendeva la marcia all’1 ant. del 6, ed un’ora dopo accapava a Rogliano al di qua del paese. La Brigata Eber alle 2 ant. del 7 lasciava Rogliano, ed alle 8 ant. giungeva in Cosenza. La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”.  

Nel 10 Settembre 1860, da Lagonegro arrivano a Sapri le due brigate garibaldine: quella del Maggiore Chiassi e la brigata SACCHI

L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “….la Brigata Garibaldina Sacchi – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli …(1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “….la Brigata Garibaldina Sacchi, che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sbombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 49, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la surriferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708”. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa;  l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46° Fanteria, …., e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul ‘Torino’ la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco di altra gente etc…Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”.  Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi….Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 175, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pele-mele sur le point, nous pomes du moins laiser reposer nos jamber et dormir à la belle etoile, car la nuit etait magnificque. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenù à une demi-encablure par notre traverse, etc…”, che tradotto significa: Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi. Affollati alla rinfusa sul punto, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica. All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata. Avendo raggiunto la metà della lunghezza del cavo attraverso la nostra traversata, etc…”.

Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”.Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.  Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. 

Nell’11 Settembre 1860, a Sapri, i Garibaldini della Brigata SACCHI e il maggiore Chiassi si imbarcarono e l’11 arrivarono a Napoli  

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709) Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta del testo di Clement Caraguel (….) e del suo “Souvenirs et aventures d’un volontaire Garibaldien” (1882), che, a p. 175, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne, il avait déjà a bord la division Sacchi. Entasses pèle-mele sur le pont etc…”, che tradotto significa: Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno, con a bordo già la divisione Sacchi. Mucchi uno sull’altro sul ponte etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta a terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.  Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882.  Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 175, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pele-mele sur le point, nous pomes du moins laiser reposer nos jamber et dormir à la belle etoile, car la nuit etait magnificque. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenù à une demi-encablure par notre traverse, etc…”, che tradotto significa: Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi. Affollati alla rinfusa sul punto, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica. All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata. Avendo raggiunto la metà della lunghezza del cavo attraverso la nostra traversata, etc…”.

Nell’11 Settembre 1860, i garibaldini del Maggiore Grioli restarono a Sapri

Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 708, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta a terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri, alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”.Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”.  Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. 

Nel 11 Settembre 1860, la brigata del gen. Cosenz arriva nel Vallo di Diano

Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155, in proposito scriveva che: “Garibaldi, troppo sicuro precedeva l’Armata sfidano i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata ‘Cosenz’ giunse nel “Vallo” solamente l’11 settembre, e così pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli.”.

Nel 14 Settembre 1860, a Sapri anche i garibaldini della seconda spedizione di Gaetano Medici

Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Nicostrato Castellini fu diretto testimone, al’epoca giovane volontario garibaldino che si trovò a Paola e a Sapri. Il nipote, a pp. 63-64, inproposito scriveva: “14 settembre. – …mostrino di conoscere l’esistenza nostra a Paola. E questo deve essere il capo di stato maggiore etc…Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibello porterà 700 uomini, e 400 l”Archimede’, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e – se non ve ne fosse – di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliamo che l”Amalfi’, che potrebbe portare 200 uomini, e la ‘Maria Teresa’ capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di tutela l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1).”. Il nipote di Castellini, a p. 64, nella nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibello. – La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17° divisione.”

Nel 14 Settembre 1860, a Sapri fu sottoscritto l’atto deliberativo del Municipio di Sapri per l’adesione al Governo Unitario 

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: “A Sapri l’atto deliberativo del Municipio per l’adesione al Governo Unitario fu sottoscritto il 14 settembre. In quella circostanza, curiosità, Sapri mutò anche la numerazione del protocollo. L’atto assunse il n. 1 di spedizione. Ma, presso la sede del Sotto Governatore non giunse e, il 24 successivo, dal sindaco, il Sotto Governatore fu assicurato d’averlo spedito in triplice copia e che un eventuale reclamo andava avanzato alla Direzione Postale (6). In ogni caso: “mi onoro farvene arrivare altre copie”. Policicchio, a p. 171, nella nota (6) postillava: “(6) Il Direttore dell’ufficio primario delle poste di Casalbuono, traslocando a Sala, in questi termini si congedava dal Sindaco e cittadinanza di Vibonati il 17 novembre 1861: “Parto sapendo di non aver dispiaciuto in qualche riscontro, la sua gentil persona, e cotesti Patrioti, poiché per mia fortuna veruna doglianza fin’ora mi è arrivata”. ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati) b. 14, f. VI (categoria: Governo dal 1860 al 1865).”.

Nel 1860, il barone Giovanni Gallotti nominato maggiore nell’Esercito Meridionale e Capitano della Guardia Nazionale 

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc….”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. L’interessante documeento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella (….), e del suo “Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870)”, Lodi, Ellebi, 2000; oppure Amicarella Romolo, “Il Risorgimento in Basilicata. I Lucani nelle guerre di indipendenza dal 1848 al 1870″. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio, Cajazzo ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”“….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Buonabitacolo “il colegio decurionale” etc….; e a Vibonati: “Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al governo unitario nazionale etc…”(105). A Montesano, …a Torre Orsaia (grande l’entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”. Infatti, Roberto Parrella (…) che, nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. L’Av. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. E qui è d’uopo ricordare il seguente episodio di quel periodo: Essendo stato disciolto il benemerito esercito garibaldino, la schiera del Colonnello Pace di Castrovillari si ritirava da Napoli passando nel 17 Dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati lucani, quando surse improvvisamente, fra le due fazioni, per na certa inconsulta rivalità, un vivace alterco, che presto degenerò in aperto conflitto con vivace scambio di molte fucilate, per cui rimase morto un soldato lucano, certo Costantino Brescia, che stava di sentinella avanti al Palazzo Corradi, ora sede del Tribunale. Il Lacava, a quel rumoroso conflitto fratricida, accorse immediatamente insieme col Dottor Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, e lasciandosi etc…”.

Nel 15, 16 e 17 settembre 1860, a Sapri si fecero tre giorni di festa ed il barone Giovanni Gallotti offrì un pranzo per i Sapresi

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Esse sono state celebrate col massimo entusiasmo di gioja, allegrezza, spari, colpi di cannone, toselli eretti all’invitto Vittorio Emanuele, e ‘l Dittatore Garibaldi nella Piazza, toselli ornati con ricche ceri, e Musica. La Chiesa illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi che la miravano, soprattutto un’allucuzione di entusiastica favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi. Applausi immensi. Diè compimento al fausto giorno un lauto banchetto ordinato dalla filantropia del Capitano Nazionale Barone Gallotti, che dava agli indigeni, venendo assisto dal d° Tenente Monaco, e situati innanzi ai detti Toselli era bello il vedere ed il sentire il grido di quei tutti, nel mentre che gustavano del pranzo Viva Italia una, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi, nonché accorse da Vibonati il Giudice Regio D. Francesco Saverio Cajazzo, che fece cerchio con la G° Nle e l’ammonì sulle nobili ideee di condotta.”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Sui tre giorni di festa tenutisi a Sapri, in seguito al passaggio di Garibaldi ed al ruolo, sempre più mortificato e bistrattato che tenne il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti ed i suoi figli, Roberto Parrella (…) che, nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigenti un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Roberto Parrella (…) che, nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigenti un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Montesano, …a Torre Orsaia (grande l’entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”.

Nel 14 ottobre 1860, a Torraca, il Decurionato ed il Sindaco ringraziarono il Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo

Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”.

Nel 22 settembre 1860, il Sindaco di Sapri era Francesco GAETANI

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che:  “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “13) Pasquale AUTUORI; 14) Francesco GAETANI 1870 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.

Nel 24 settembre 1860, a Torraca fu arrestato Francesco Torre di Vibonati

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 198, in proposito scriveva che: “Appena dopo il passaggio di Garibaldi, il 24 settembre 1860, il Capo Brigata della Guardia Nazionale di Torraca, Vincenzo Gaetani di Saverio, ordinò l’arresto, eseguito da Domenico Zipparro (5) e Carmine Barra, “in contrada Olmo (6), nella piazza, dell’abitato di Torraca” a danno di Francesco Torre di Vincenzo, di Vibonati, accusato d’aver pronunciato parole contro Vittorio Emanuele e Garibaldi. Francesco Torre, guardaboschi (7) del demanio promiscuo dei comuni di Casaletto, Tortorella e Vibonati, perché emissario delle autorità borboniche, fu destituito dalla carica con la seguente motivazione: “i boschi comunali a lui affidati sono stati sempre devastati, e precisamente le contrade nelle vicinanze dei Comuni di Torraca, e Sapri, e la legna di siffatti devastamenti con lui consenso, pe per suo profitto si sono venduti ad abitanti di Sapri, ed ai padroni di bastimenti siciliani ancorati al lido di detto comune, ed egualmente ha praticato cogli abitanti di Torraca. Etc…(8).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (5) postillava: “(5)  Insieme a Francesco Brandi, il 6 dicembre 1856 richiese di essere cancellato dall’elenco degli attendibili. Le informazioni prese dal Sotto Intendente fecero ritenere ce la loro condotta “non sia stata buona per modo che non convenga di depennarli dallo elenco degli attendibili. Essi figurano nella 2° categoria dello elenco dei sorvegliati, ed io riportandomi a quella biografia, reputo non secondabile la loro domanda” (ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 86, f. 24).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (6) postillava: “(6) La storia orale tramanda che all’ombra di quest’albero, abbattuto non da molto, Carlo Pisacane, la mattina del 29 giugno 1857, lesse il suo proclama di libertà al popolo.”. Policicchio, a p. 198, nella nota (7) postillava: “(7) L’amministrazione forestale agli amministratori di Scalea chiese se i guardaboschi facessero o no il loro dovere. Il Decurionato “non trova motivi per rimuovere etc…” (ACSCL, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 5 dicembre 1860, p. 117v).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (8) postillava: “(8) ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1, Delibera Decurionale del 2 dicembre 1860.”

Nel 21 ottobre 1860, si votò per il PLEBISCITO unitario, a Sapri, in Piazza del Plebiscito

Da Wikipedia leggiamo che il 3 novembre 1860 in Piazza regia (in seguito Piazza del Plebiscito) il presidente della corte suprema di giustizia di Napoli, Vincenzo Niutta, proclamò il risultato del plebiscito che sancì l’annessione del Regno di Napoli al Regno di Sardegna: «Proclamo che il popolo delle province meridionali d’Italia vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele, Re costituzionale e suoi legittimi discendenti». Il 4 novembre lo stesso fece il presidente della Corte suprema di giustizia siciliana, Pasquale Calvi. I plebisciti risorgimentali sono i plebisciti tenuti nel corso del XIX secolo per ratificare l’annessione di territori, in particolare in relazione al Regno di Sardegna e al Regno d’Italia, portando così all’Unità d’Italia. I plebisciti furono indetti per la legittimazione di annessioni e variazioni territoriali relative al Regno di Sardegna e successivamente al Regno d’Italia. Il plebiscito delle province napoletane del 1860 si svolse il 21 ottobre 1860 nelle province continentali del Regno delle Due Sicilie, già sottoposte alla dittatura garibaldina, e sancì la fusione con il costituendo Regno d’Italia. Il plebiscito, indetto dal prodittatore per le province napoletane Giorgio Pallavicino, si tenne il 21 ottobre 1860, con il quesito: «Il Popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti?». Il Cavour, che non si fidava di Agostino Bertani, segretario generale del dittatore Garibaldi, favorì la nomina del Pallavicino come prodittatore a Napoli da parte di Garibaldi subito dopo l’ingresso nella città (settembre 1860). Pallavicino si batté, contro il volere dello stesso Garibaldi, per l’annessione immediata delle province napoletane al Regno di Sardegna e dopo il plebiscito del 21 ottobre, venne decorato con il collare dell’Annunziata. L’annessione fu formalizzata con regio decreto 17 dicembre 1860, nn. 4498 «Le province napoletane fanno parte del Regno d’Italia». Le annessioni furono formalizzate con regi decreti 17 dicembre 1860, n. 4498 («Le province napoletane fanno parte dello Stato Italiano») e 4499 («Le province siciliane fanno parte del Stato Italiano»). Il plebiscito è una forma di consultazione popolare su questioni politiche fondamentali, poste di solito sotto la forma di un’alternativa fra due possibilità. Nato nel diritto romano, è stato utilizzato diverse volte anche in età moderna e contemporanea. Anche a Sapri si votò. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 415, in proposito scriveva pure che: “Benchè già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso….Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no.”. A conclusione dell’istruttoria, il Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860. Il Regno venne chiamato, il 20 e 21 ottobre, a rispondere sul quesito: ‘Il Popolo vuole l’Italia una, ed indivisibile con Vittorio Emmanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti’ ? A Vibonati si votò il 21 ottobre, ma non fu un vero e proprio voto popolare. Intervennero solo 551 individui perché un (….) ‘considerevole numero di ascendenti a più di centinaia si sono trovati assenti dal Comune perchè emigrati etc…”. In questo passaggio del testo del Policicchio vi è l’errore di stampa perchè si tratta del giudice regio di Vibonati Cajazza non “Chiazza”. Riguardo il Plebiscito svolto a Scalea, Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: La gente delusa fu, in parte compensata, pochi giorni dopo, dalla visita di molti garibaldini. Una delibera comunale del 18 ottobre 1860 omologò le spese per il soggiorno dei garibaldini. Il nuovo consiglio comunale legalmente costituito, formato da G. de Cesare, Francesco Cupido, Giovanni Cupido, Emanuele Pepe, deliberò, nel 1861, d’intitolare il monte pecuniario che portava il nome di Ferdinando di Borbone a Giuseppe Garibaldi. Omologò inoltre le spese dei festeggiamenti per la proclamazione del regno d’Italia. Conferì la cittadinanza onoraria ad Alessandro Dumas padre che aveva a Scalea amici e ammiratori. Donato Cupido fu liberato e mandato a combattere il colera a Lagonegro.”. L’Av. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 61-62, in proposito scriveva che: “Benché già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860. In Lagonegro la solenne funzione, bene organizzata dal Vice Governatore Lacava e dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, é pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. E qui è d’uopo ricordare il seguente episodio di quel periodo: Essendo stato disciolto il benemerito esercito garibaldino, la schiera del Colonnello Pace di Castrovillari si ritirava da Napoli passando nel 17 Dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati lucani, quando surse improvvisamente, fra le due fazioni, per na certa inconsulta rivalità, un vivace alterco, che presto degenerò in aperto conflitto con vivace scambio di molte fucilate, per cui rimase morto un soldato lucano, certo Costantino Brescia, che stava di sentinella avanti al Palazzo Corradi, ora sede del Tribunale. Il Lacava, a quel rumoroso conflitto fratricida, accorse immediatamente insieme col Dottor Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, e lasciandosi etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 62, in proposito scriveva che: “….dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, è pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, il giorno 21 Ottobre in Lagonegro. Il Decurionato del Comune suddetto, composto dai Signori….Biase Gallotti, etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 257 e ssg., in proposito scriveva che: “Ai 21 di ottobre fu proposto il Plebiscito; e nella Basilicata e sul numero di 98, 312 votanti, 98, 202 lo affermarono, 110 votanti il respinsero. Di cinque comunità del circondario di Lagonegro mancano i suffragii, avvegnacchè contristate da selvaggi e sanguinosi tumulti in quello stesso giorno, i comizii o non si adunarono o si disperero. Lo scrutinio generale dei voti di tutte le napoletane provincie diede il risultamento di 10,302,034 voti affermativi, e di 10,312 voti negativi.”. Sempre il Racioppi, a p. 261, nel cap. XX, in proposito scriveva che:  “Il Plebiscito, che si votava ordinatamente il ventunesimo giorno di ottobre, interruppero fescennine tragedie plebee nel distretto di Lagonegro.”. Sempre il Racioppi, a p. 271, nel cap. XXI, in proposito scriveva che:“Le reazioni del Lagonegrese al 21 ottobre del 1860 non furono che un brigantaggio urbano; subiti imbestiamenti di plebi che parodiarono, in farse fescennine e sanguinose la rivoluzione politica della borghesia del 18 di agosto. Il brigantaggio, che debacca da sei anni nella provincia, non nacque, per vero dire, dai plebei commovimenti dell’ottobre: etc…”.

Nel 24 ottobre 1860, a Capitello si faceva contrabbando di sale

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 250, in proposito scriveva che: “Oltre che debellare il brigantaggio, alla Guardia Nazionale furono assegnate altre funzioni. Nella baia di Capitello, il 24 settembre 1860, approdò un brigantino siciliano i cui marinai, in assenza temporanea del Ricevitore Doganale, Raffaele Falcone, a cui doveva eseguirsi la consegna del sale, si posero a contrabbandare il prodotto trasportato. Il 27 marzo il funzionario di dogana segnalava “l’arresto avvenuto di quattro somari con circa cantaja due di sale contrabbando, e con essi tre individui”(23).”. Policicchio, a p. 250, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Governatorato, b. 15, f. 713”.

Nel 1860, l’accusa all’ex Cancelliere del Regio giudicato di Vibonati, Giuseppe di(e) Leo

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 206, in proposito scriveva che: “il Cancelliere del Regio giudicato, Giuseppe di(e) Leo, al contrario, fu accusato di essere stato: “vivo persecutore degli imputati politici e di non essere affatto onesto (….) egli nell’epoca del 1857, e nel 1858 fu anche colla cennata qualità di cancelliere presso il Regio giudicato di questo Mandamento di Vibonati vivo persecutore degli imputati politici, teneva corrispondenza epistolare col sig. D. Salomone Peluso di Sapri impiegato, e domiciliato in Napoli, a solo oggetto di tenere sorveglianza ai sorvegliati politici, e comprimerli. Che nella sua carriera di cancelliere non era affatto onesto, e nelle cause assumeva un’interesse attivo sinistramente, ed occultamente a grave danno della giustizia, ed a pregiudizio degli interessi dei litiganti. Ora questo Municipio per le sue qualità si augurava sentirlo destituito, ed invece con meraviglia assoluta che nella sua carriera è stato promosso e migliorato.”. I Decurionato domandò: “che le autorità tenghino presente le qualità, e gli andamenti del nominato di Leo, e nella rettitudine giudichino se egli è meritevole a rimanere in carriera”(22).”. Policicchio, a p. 206, nella nota (22) postillava che: “(22) ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati), b. 3 f. 1, delibera del 16 luglio 1861; F. Policicchio, Vibonati….cit., p. 385.”

Nel 3 luglio 1861, don Paolo GALLOTTI fu proclamato Consigliere Provinciale

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “Legale di pofessione, morì settentenne il 21 aprile 1893. Durante il periodo del Governatorato, il 3 luglio 1861 fu proclamato Consigliere Provinciale, eletto per il Mandamento di Vibonati (59) Circondario di Sala, (Mandamento numero 29)(60) con 130 preferenze.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (59) postillava: “(59) Il comune di Vibonati, con delibera dell’8 agosto 1860 propose le terne dei candidati: Pugliesi Vincenzo, etc…”. Policicchio, a p. 219, nella nota (60) postillava: “(60) Per il mandamento di Sanza (n. 28) fu eletto Giuseppe Picinni fu Filippo con voti 70; per il Mandamento di Montesano (n. 27) Francesco Gervasio fu Federico, voti 29; per il Mandamento di etcc…”. Nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo,  ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”.

Nel 4 febbraio 1861, Francescantonio PELUSO, brigatiere dell’Ufficio Doganale (Fondaco de’ Dazj indiretti) di Capitello

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso che trovasi fin dalla sua ammissione da circa dieci anni posto in questa dogana, che colle sue estorsioni complimentava i suoi parenti in Napoli D. Salomone e D. Moisè Peluso; che non ha mai prestato servizio avendo dormito in sua casa. In tutta la permanenza che qui fecero i Garibaldini più di giorni 40 fu latitante. Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no. Ed intanto costui non ostante vedesi nello impiego, ma anche fisso nel posto di Sapri avendo figurato nei passati tempi, e continua in simile riprevovevole condotta in epoca di sospirato risorgimento e di benessere protetto nelle sue scelleratezze. In punto in sua casa la Guardia Nazionale di Sala vi fa una visita domiciliare, ed egli è in fuga vi replichiamo ch’è la pietra di scandalo, almeno che venchi campiato fuori controllo. Una simile se ne diretta al Direttore.”. L’interessato, il 4 febbraio 1861, rivolgendosi alla stessa autorità cui si erano rivolti i sapresi, così giustificò: “Francescantonio Peluso del Comune di Sapri da molti anni trovasi in servizio in qualità di Brigatiere in questo Fondaco dei Dazi indiretti di Capitello. Il medesimo sarebbe appartenuto in legame di parentela a quegli altri Peluso etc…”. Della questione il Governatore ne interessò il sottoposto di Sala che, esperite le indagini, il 16 marzo 1861 rispose: “La supplica del Brigatiere de’ D. I. Francescantonio Peluso dimorante in Sapri, (….) con la quale lo stesso vorrebbe rimanere nella Dogana ove rattrovasi etc…”. A conclusione dell’istruttoria, il Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”

Nel …………, 1861, a Sapri, Tommaso EBOLI

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: “Sul conto del Torre risultò un precedente: un danno volontario di tre ducati in pregiudizio di D. Tommaso Eboli di Sapri; nulla sul conto di Michele Fusco. Il giudice Francesco Saverio Cajazzo, per affetto della sovrana indulgenza del 17 febbraio 1861, dichiarò abolita l’azione penale del procedimento (11). Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò il terreno su cui venne realizzato, nei pressi dell’odierna Trovatella, il primo camposanto del paese, poi dismesso dopo essere stato interessato da una frana. Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “..quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (11) postillava: “(11) Testimonianza di D. Emmanuele Gaetani fu Vincenzomaria, di anni 75, proprietario di Torraca.”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.

Nel 13 gennaio 1862, la divisione dei territori sapresi della “Verdesca” e della “Finosa”

Nel 1916, il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a pp. 1-2-3 in proposito scriveva che: “Per noi qui sottoscritti e crocosegnati rispettivi Notar Nicola Mariniello della terra di Tortorella e Biase Falco della terra della Torraca, esperti deputati delle cinque Università, cioè esso Biase Falco eletto dall’Università della Torraca e detto Notar Nicola Mariniello dell’Università della Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia per dividere i territorii controvertiti nel Sacro Regio Consiglio, cioè Vinosa, Verdesca, Giuliani e Ciglio della Mortella in virtù dei processi attitati in detto Sacro Consiglio e come che in detta Causa s’è attirata da più secoli il signor Consigliere Commissario si fossero divisi, ed essendosi proceduto da noi qui sottoscritti e crocesegnati rispettivi alla divisione di detti territori controvertiti. In primo luogo si è destinato una via pubblica che discende da detta Torraca da dove al presente vi è la confinazione delli territori suddetti, principia dalla casa di Scarpitta ossia Fanuele lo Vallone in suso, sale detta confinazione sino sotto le vigne di detta Torraca, e detta via per comune commodo si è stabilita di palmi quaranta da sopra la croce scolpita alli duri sassi in dove si debbono fare li pilastri di fabbrica; quale via per comune commodo debba andare traverso traverso per sotto dette vigne di Torraca insino al Vallone della Strecara da sotto la chiusa del Signor Barone con il commodo dell’acqua ecc……e sopra le croci scolpite che sono nella Finosa e vanno al Rocca del Craparizzo, che sono da tomola quattro in cinque in circa resti a benefizio dell’Università della Torraca, e del Varco suddetto della Strecara passare la suddetta via mezza costa, ed uscire addirittura alla croce scolpita del Signor Consigliere Cappellaro e proprio quella detta li Craparizzo, e da sopra detta croce debba camminare traverso traverso vie meditate, che va a Sapri sino al Valco che va alli Giuliani e da ivi passare per sopra le grotticelle, a basso; sgarrone di palmi quaranta e da dette grotticelle, della quale via possono servirsene tutte e cinque le Università, e da ivi addirittura passare mezza costa mezza costa pigliando il primo ciglio seu Sgarrone, e rupe rupe alte a dirittura giungere per sopra li Giuliani ed arrivare alle Rocche alte, che dividono a dirittura per la confinazione di Barba Nicola. E per quando pende acqua da dette rocche verso l’Olivella, resta a beneficio delle quattro Università, ed il sedente è tutto verso ponente a beneficio di detta Torraca, salendo poi a dirittura rocche rocche ad acqua pendente sino alla fontana della spina per detti ciglioni, e da ivi secondo vanno le croci antiche sino al manicone dell’aria della Cerasia, con dichiarazione però che in detta Cerasia vi è un piccolo pozzino al presente di Torraca verso il territorio delle quattro Università sia lecito a dette quattro Università di rifare detto pozzo per pigliare l’acqua per bere unomini in detti territorii con potervi abbeverare due paia di bovi, e cavalcature con espressa con espressa proibizione che non si possono abbeverare morre di animali, perchè farebbero incommodo alla mandra di detto signor Barone, e uomini di Torraca, e che il territorio debba sempre camminare da detta Cerasia sino alla Lupinara, siccome vanno le antiche croci, ove non vi è stato mai controversione, cioè si è convenuto e stabilito che andando li cittadini così delle quattro Università, come di Torraca a beverare li loro rispettivi animali nel fiume della Lupinara ecc….(1).”. Il Gaetani a p. 9 nella sua nota (I) postillava che:  “(I) Limitazione e divisione fatta tra le Università di Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia del territorio alla Verdesca e Finosa con l’Università di Torraca – Vibonati, li 13 gennaio 1862.“. Sulla divisione delle areee demaniali promisque ha scritto anche Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…..

Nel 1865, Pasquale AUTUORI, Sindaco di Sapri

Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “13) Pasquale AUTUORI etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.

Dal 1867 al 1872, Filomeno GALLOTTI fu Esattore del Comune di Sapri

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”

Nel 1867 muore Biagio Palamolla e Francesco Palamolla diventa il 7° Barone di Torraca e marchese di Poppano

Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “….Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta,  si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.

Nel 1877, la tradica ‘Spedizione di Sapri’ nel racconto di Gaetano Fischetti, giudice del mandamento di Vibonati

Nel 1877, Gaetano Fischetti (…), giudice del mandamento di Vibonati che ebbe un ruolo fondamentale all’epoca della tragica e sfortunata “Spedizione di Sapri” dei “Trecento” di Carlo Pisacane del 28 e 29 giugno 1857 pubblicò il libretto ‘Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli. Pare che il Fischetti avesse publlicato il suo ricordo di quelle tragiche giornate in cui Carlo Pisacane sbarcò a Sapri sulla spiaggia dell’Oliveto per ingraziarsi l’allora Ministro degli Interni Giovanni Nicotera che si salvò dalla repressione borbonica e che nell’Italia Unitaria fu nominato Ministro.

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(15) Fischetti Gaetano, Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857 scritto da Gaetano Fischetti Giudice allora di quel circondario con note e osservazioni, Tip. Italiana, Liceo V.E. al Mercatello, Napoli, 1877.

Nel 1877, l’eroe supertite di Sapri di Andrea Guglielmini (racconta di Nicotera)

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(Fig….) Andrea Guglielmini, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Stab. Tip. Migliaccio, 1877 (Archivio Attanasio)

Nel 17 maggio 1873, a Sapri morì il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”.

Nel 1878 fino al 1905, Filomeno Gallotti (figlio di Giovanni) Sindaco di Sapri

Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policichio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.

Nel 1897, Rocco Baldanza pubblicò il testo “La signora di Sapri: storia dei nostri tempi”, dove egli racconta di Sapri e della contessa Gioconda Walvescky

In questi anni, tramite il mio amico Alfonso Monaco, un libraio del Vallo di Diano, sono venuto a conoscenza del testo di Rocco Baldanza, “La Signora di Sapri: storia dei nostri tempi”, ed. A. Paolini, Roma, 1879. Baldanza ha pubblicato alcuni testi dedicati all’epopea del Risorgimento Italiano, (si veda bibliografia in fondo) ed in particolare in questo testo egli racconta della giovane Gioconda Walvescky, che amò lo sfortunato Gian Battista Falcone che rimase ucciso nell’eccidio dei “Trecento” di Carlo Pisacane a Sanza. Secondo il Baldanza, la giovane amante seguì il giovane calabrese Falcone fino all’epilogo di Sanza ed il Falcone, prima di morire l’affidò alle cure del suo servitore di un tempo, il mugnaio di Sapri Matteo.  Gioconda, malata di tisi si trasferì a Sapri nel 1858, un anno dopo, per poter andare spesso a Sanza. Nel testo, nel vol. I, Baldanza ci parla del Laveglia, definendolo “abietto e scaltro”. Il testo di Baldanza è molto interessante in quanto essendo stato pubblicato nel 1879, non solo ci racconta dell’eccidio dello sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane, ma in esso sono raccolte molte notizie di Sapri e su alcuni personaggi a Sapri in quei tempi. Venni a conoscenza che l’amico e giornalista Tonino Luppino era in possesso del volume primo, di cui ho una copia scansita in pdf. Subito mi misi a cercare questo volume che sembrava introvabile sul mercato librario. Notai che, uno dei pochi testi originali si trova presso la Biblioteca Centrale del Risorgimento a Roma e ne richiesi copia scansita. Ottenni ed ho il volume II sconosciuto ai più.  

Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…) pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II dal titolo La signora di Sapri: storia dei nostri tempi. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di  Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane. Io posseggo una scansione di una parte del libretto per gentile concessione della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma.

Baldanza Rocco, La signora

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(Fig….) Baldanza Rocco, La Signora di Sapri, Roma, Tipografia di Adolfo Paolini, 1879 (Archivio Attanasio)

Nel 1881, secondo il Rizzi (…) a Sapri si contavano 1963 abitanti

Nel 1881, secondo il Rizzi (….), a Sapri si convano 1963 abitanti.

Nel 1883, lo stemma civico del Comune di Sapri con il toro marino, divinità fluviale della colonia magno-greche di Lao

Recentemente Antonio Scarfone (….), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” sebbene abbia riportato pedissequamente notizie storiche di prima mano perloppiù tratte da storici locali che spesso hanno inventato fatti senza peraltro documentarli, nel suo capitolo “3 – IL TORO MARINO DI SAPRI” ci parla degli stemmi civici del Comune di Sapri. Scarfone a p. 456 in proposito scriveva che: “In seguito, più di un ventennio dopo l’Unità d’Italia, nel 1883, per la prima volta nello stemma del Comune è possibile rintracciare ufficialmente nella sua effige il misterioso ritratto di un toro marino; in realtà si tratta di un misterioso tremendo animale con le corna taurine e la coda di pesce a tre lobi o protuberanze che sembra provenire direttamente dal mare. La sua immagine più antica deriverebbe da un originario timbro usato dal Municipio nel 1883, effige che purtroppo oggi, condizionata dal tempo trascorso, ci appare poco chiara e sembra anche essere stata modificata successivamente in alcuni dei suoi elementi.”. Dunque, scarfone presenta un timbro del Municipio di Sapri del 1883 per poi dilungarsi sul tema del “Toro marino” e chiedersi il perchè della rappresentazione di un toro marino negli stemmi successivi del 1890, 1985 e 2010. Scarfone, senza sapersi spiegare i motivi della rappresentazione si dilunga su eventuali miti e leggende da cui l’autore dello stemma di Sapri si è ispirato. Volendo cercare di approfondire questo tema di cui non mi sono mai tanto appassionato, dall’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895“. Il dott. Nicola Gallotti, oltre ad essere un noto e benemerito filantropo conosceva la Storia di Sapri avendola studiata attentamente anche attraverso le innumerevoli testimonianze archeologiche che proprio in quegli anni a Sapri si andavano meglio delineando. Ritornando all’immagine del “toro marino” rappresentato nello stemma del Comune di Sapri, forse fu proporio Filoomeno Gallotti prima e Nicola Gallotti dopo che vollero dargli quell’impronta.

gli stemmi del Comune

(Fig…) Stemmi del “Comune di Sapri”, immagine tratta da Antonio Scarfone (…), op. cit.

Il cosiddetto “Toro marino”, un animale con testa di toro e coda di pesce o Sirena, nasce dalla storia del toro rappresentata su alcune monete greche (stadere) scoperte a Palinuro con la leggenda “PAL – MOL”. Il tema del toro marino nasce dalla storia raccontata dell’origine di Sapri dalle colonie Sibaritiche che si stanziarono sulle nostre coste e fondarono le tre colonie di Poseidon, Scidro e Lao. Giulio Giannelli (….), nel 1924, nel suo “Culti e miti della Magna Grecia – contributo alla storia più antica delle colonie greche dell’Occidente”, a pp. 134-135 parlando della colonia Magno-Greca di Lao e della sua monetazione, in proposito scriveva che: “Sul significato fluviale del toro androprosopo nessuno potrebbe ormai affacciare seri dubbi (1): e anche se non ne trovassimo la conferma nella moneta del IV secolo, esibendo la testa cornuta del dio fluviale (2), potremmo affermare senza esitazione che il Laos. il fiume omonimo della città edificata sulla sua riva destra (3), era ivi venerato fin dai primordi della sua esistenza (4). Quando all’epoca dell’emissione delle monete laine, non posso ammettere che esse siano anteriori a quelle di Sibari; e perciò il tipo di Lao è evidentemente la copia di quello sibarita (identico a quello di Siri), con la sostituzione però del toro androcefalo al toro ordinario, che doveva essere considerato fin d’allora un “arcaismo”, se usato come simbolo di divinità fluviali (5).”. Sempre il Giannelli, a p. 123, in proposito scriveva che: “la figura del toro rappresenta il tipo generale delle monete incusa di Sibari antica; essa continua leggermente modificata, dopo la distruzione della città, sui conì di Posidonia e, per riflesso, su quelli di Posidonia in alleanza con la seconda Sibari e quindi ricomparisce sotto forma di toro gradiente, di toro galoppante poi – sul rovescio delle monete di Turii…..Sul significato di questa figura taurina si è molto discusso,…..è stato da tutti riconosciuto il carattere fluviale etc…”. Giulio Giannelli (….), nel 1924, nel suo “Culti e miti della Magna Grecia – contributo alla storia più antica delle colonie greche dell’Occidente”, a pp. 138-139 (Appendice III) parlando di Sibari e della sua monetazione, in proposito scriveva che: “Non si può fare a meno di pensare alla tradizione della Ktisis di Sibari, conservataci da Aristotele (2), la quale faceva arrivare sulle sponde dell’Ionio, insieme agli Achei, anche un nucleo di coloni Trezenii, che dovettero poi sloggiare da Sibari; ed è felice ipotesi quella secondo la quale propro questi Trezenii sarebbero i fondatori della colonia alle bocche del Silaro, ove probabilmente già i Sibariti avevano uno stabilimento commerciale (3). A sostegno di questa teoria viene appunto la testimonianza delle monete, della grande diffusione del culto di Posidone in quella città e dell’onore in cui questo dio era ivi tenuto (1). ecc…ecc…Sulle monete del secondo periodo, esibendi anch’esse la figura del dio di Trezene, troviamo però sul retro, il tipo del toro sibarita: è il portato dell’emigrazione a Posidonia dei fuggiaschi di Sibari, i quali evidentemente, oltre che a Lao e a Scidro (4), dovettero trovar rifugio anche in questa città (5). Il significato fluviale del toro, che già ci apparve manifesto sui coni^ di Sibari, permane sulle monete Posidoniati: cambia però il fiume simbolizzato dalla figura taurina. Non è più il Crati, bensì il Silaro, un fiume che i coloni di Posidonia già verosimilmente veneravano ecc…”. Il Giannelli, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Così vuole la tradizione; le fonti in Byvanck, p. 126, n. 2”, in cui il Byvanck ci parla della monetazione di Sibari. Il Byvanck (…) parla di Scidro a pp. 108-109.

Cattura,,,,

(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”

Nel 1891, Sapri in alcuni testi a stampa del dott. Nicola Gallotti, Sindaco di Sapri dell’Italia Unitaria

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(Fig….) Dott. Nicola Gallotti- dipinto su tela – conservato dalla famiglia Gallotti – foto Attanasio

Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (36), il secondo Sindaco di Sapri dell’Italia Unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta il “17) Nicola Gallotti 1895” fino al “18) Filomeno Gallotti 1880”. Dunque, secondo il Tancredi (….), il dott. Nicola Gallotti eletto Sindaco nel 1895 e rimase in carica fino al 1880. Durante la sua sindacatura il dott. Gallotti pubblicò diversi studi e ricerche su Sapri che ho riportato in un altro mio saggio. Nell’elenco dei “Sindaci di Sapri” pubblicato a p. 89 dal Tancredi (…), notiamo che nel 1883 doveva essere Sindaco di Sapri “16 Filomeno Gallotti, 1880” che restò in carica fino al 1895 con “17) Nicola Gallotti, 1895“. Quest’ultimo è il dott. Nicola Gallotti che, oltre ad essere un noto e benemerito filantropo conosceva la Storia di Sapri avendola studiata attentamente anche attraverso le innumerevoli testimonianze archeologiche che proprio in quegli anni a Sapri si andavano meglio delineando. Nel suo Palazzotto in Piazza del Plebiscito, gli eredi conservano documenti e testimonianza del passato Saprese. Io stesso ho pubblicato ivi diverse immagini. La casa Gallotti dovrebbe diventare un Museo viste le opere, le monete antiche, i dipinti ed i documenti storici che ivi si conservano che spero non vadano disperse e destinate all’oblio tel tempo. A Sapri, purtroppo si sa, non esiste il senso civico della tutela e conservazione dei beni comuni. A Sapri, risulta difficile tutelare il patrimonio storico e ambientale. Il recente intervento di ripristino della Piazza del Plebiscito ha visto mutilati alcuni elementi storici di questa bella Piazza come ad esempio l’olmo che si trovava in piazza che era stato ivi piantato in epoca francese come “Albero della Libertà”.

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(Fig….) Portale marmoreo di Palazzo Gallotti in Piazza del Plebiscito a Sapri – foto Attanasio

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(Fig…) Foto dei primi dell’900 – “Sapri, La Marina”, (spiaggia di S. Croce) un vecchio ‘gozzo’ dell’epoca (Archivio Attanasio)

Nel 1800, i Farano di Sapri e la zecca del Brasile dell’Imperatore Pedro II

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(Fig….) Filizola  – Palazzo Gallotti – eredi Gallotti – dipinto su tela – foto Attanasio

Sapri in un dipinto del XIX secolo

Sapri in un dipinto al Comune

(Fig….) Sapri ai primi del XIX secolo – dipinto conservato nell’ufficio del Sindaco al Municipio di Sapri in villa Comunale –  olio su tela – foto Attanasio

Nel 1924, Sapri diventa capoluogo di Mandamento

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 740 e ssg. parlando di Vibonati scriveva che: “Libonatorum, Bonatorum, Bonati seu Bonatorum, li Bonati, Libonati, Vibonati. Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Sede di distretto con 12 comuni dipendenti fino al 4 maggio 1811 (Legge da Parigi n. 122) quando venne sostituito da Vallo come sede di Distretto (1). Capoluogo di mandamento poi fino al 1924 quando venne sostituito con Sapri. Ecc..”. Ebnr a p. 740 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Con la Legge 19 gennaio 1807, n. 14 (Napoli), Giuseppe Napoleone divise la Provincia di Principato Citeriore ecc…”.

Nel 19 novembre 1935, a Sapri inaugurato il monumento a Carlo Pisacane di Gaetano Chiaromonte

A commemorazione delle eroiche gesta del Pisacane che aprirono la strada alla Unità d’Italia, Sapri, ospita a S. Croce un monumento che ne ricorda lo sbarco e, nella villa Comunale, la bella statua bronzea (Fig….) che rappresenta la bella figura del valoroso patriota. Qui di seguito riporto e ripubblico alcune pagine del saggio del saggio di Carlo Carucci (23), dal titolo “Il Monumento a Carlo Pisacane a Sapri” raro ed introvabile ed in mio possesso che il Carucci dedicò al Monumento a Carlo Pisacane, nella Villa Comunale di Sapri che ho ripubblicato in un altro mio saggio dedicato a Carlo Pisacane.

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(Fig…..) Monumento a Carlo Pisacane – opera dello scultore Gaetano Chiaromonte (Foto Attanasio) – Sapri villa Comunale

Nel 10 febbraio 1909 (o 1910 ?), muore Francesco Palamolla, il 7° barone di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta,  si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli.”. Il Gaetani dunque scriveva che il sangue della famiglia Palamolla di Torraca si estinse ma chiaramente continuava a scorrere nella famiglia Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli. In rete, nel blog “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.

Note bibliografiche: 

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(1) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)

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(1 bis) Frontino Giulio, De Coloniis,

(….) Cesarino Felice, “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri”, stà in L’attività archeologica del Golfo di Policastro, n. 2, a cura del GAS, Sapri, 1979, p. 25-26. Vedi anche: Cesarino F., Sapri Archeologica, I Corsivi, 5, Marzo,1987, n. 3, p. 5 e Guzzo A., p. 22. Si veda pure Magaldi E., Lucania romana, Roma, 1947

(2) Incitti Mario, Relazione redatta in occasione del rilevamento subacqueo delle rovine “Le Cammarelle”, organizzato dal locale Gruppo Archeologico di Sapri nell’estate del 1982

(3) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà in “Universo”, I.G.M., Firenze

(4) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, nel pubblicare il documento notarile al posto di “Velia”, riporta “Avenia”, p. 34

(5) Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974; oppure si veda Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968

(6) Questo documento proviene da un’antica pergamena della Chiesa Arcivescovile di Salerno d’onde fu tratta copia e autenticata il 14 Ottobre ‘1737 e conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro e citata anche da Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G., ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, pp. 70, 72 e citata anche da Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, vol. II, pp. 591, 592

(7) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.“, è stato riportato dal Laudisio (Laudisio N. M., op. cit.). Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno: Ludovico Muratori, Tomo I, “Antiquitate Italiae”, diss., V, col. 219 e seq. Alphanus Archieps An. 1080; Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372

(6 bis) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata; di questo documento egli dice: “Ma io dubito dell’autenticità di questa carta“.

(6 tris) Cesarino Felice, op. cit., p. 28

(8) B.N.N. Sezione Manoscritti e Rari ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2),  idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3) Archivio di Stato di Napoli, pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437

(8) (Figg……) “Croquì’ di Sapri”. Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a  (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg. 4-5-6, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN

(23) Archivio di Stato di Napoli, Cancelleria Angioina, Reg. 31°, p. 236. Il documento pubblicato dal Volpe F., Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981

(9) Ebner Pietro, Chiesa Baroni e Popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592-593

(10) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op.cit., vol. II, p. 592

(11) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla, Roma, 1914, p. 42; la notizia è tratta da un documento: Visitatio Episcopi Felicei, datato 16 dic. 1629, che il Gaetani riporta integralmente

(12) Di Luccia Pietro Marcellino, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Roma, 1700

(13) Donatone Guido, La maiolica napoletana dalle origini al sec. XV., stà in “Storia di Napoli”, vol. IV, Napoli, 1975

(14) Sinno Andrea, Commercio e industria nel Salernitano dal XIII secolo ai primordi del XIX secolo’, Salerno, 1954, vol. I-II, si veda, parte II, p. 130 (Archivio Attanasio)

(15) Mazzella Napolitano Scipione, Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79

(16) Gaetani Rocco, op. cit., p. 9. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro“, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V.  Quaranta

(17) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.

(18) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914, p. 11

(19) Archivio di Stato di Napoli, Gravamina etc., 38, fol. 6, citato dal Gaetani R., op. cit., (Gian Giac…) p. 12.

(20) ibidem, fol. 7

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(21) Gaetani Rocco, “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca“, Roma, 1906, pp. 152, 153, 154, vedi nota 4 al testo; cita il documento

(….) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914, p. 42; la notizia è tratta da un documento: “Visitatio Episcopi Felicei“, datato 16 dic. 1629, che il Gaetani riporta integralmente

(…) Anonimo di Ravenna,  lib. 4 e 5. L’Anonimo di Ravenna, detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di Cosmografia ravennate. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.; numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana.

(….) (Fig…..) La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare, riproduzione fattane da Stefano Bellinio è tratta dal testo di Sacco E., op. cit. La Tavola Peutingeriana o Tabula Peutingeriana è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo mo- naco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328, perché mostra la città di Costantinopoli, che fu fondata in quell’anno; mentre per altre (come ad esempio nella Pars IV – Liguria di Levante) potrebbe essere antecedente al 109 a.C. data di costruzione della via Emilia Scauri, che non vi è indicata. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. La Tabula è probabilmente basata sulla carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa ( 64 a.C.- 12 a. C.), amico e genero dell’imperatore Augusto e, tra l’altro, costruttore del primo Pantheon , in seguito ricostruito totalmente da Adriano nel 123. Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus pubblicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto rior- dinata da Augusto). Dopo la morte dell’imperatore, la carta fu incisa nel marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia. Un altra carta che si può definire tematica è la cosiddetta Tabula Peutingeriana. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto.

(…) Mazzella Napolitano Scipione, Descrizione del Regno di Napoli, ed. Gio. Battista Cappelli, Napoli, 1586 (I° edizione) e 1601, p…

Alemanno, p. 19, 117

(….) Bacco Alemanno Enrico, Il Regno di Napoli diviso in dodici Provincie, con una breve descrizione delle cose più notabili ecc…, Napoli, Giacomo Carlino e Costantino Vitale, 1609 (Archivio Attanasio)

(….) Sulla biografia di Giuseppe Campanile le notizie sono scarse. Figlio del genealogista Filiberto Campanile, membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616, ma visse a Napoli, dove venne avviato alle attività letterarie e fondò con Giovanni Battista Manso, Ascanio Filomarino, Michele Cavaniglia, Giovan Battista Marino e Francesco Brancaccio l’Accademia degli Oziosi. Nel 1660 pubblicò la sua prima opera letteraria, le Lettere capricciose, dove si raccontano le varietà degli huomini di bel humore, e diversi avvenimenti succeduti all’autore o a’ suoi amici, nelle quali descrive in maniera satirica le caratteristiche di vari personaggi del suo tempo e racconta diversi avvenimenti accadutigli in vita. Con tale opera Giuseppe Campanile rese omaggio al novellismo barocco, ma allo stesso tempo denigrò pesantemente i personaggi da lui presentati, col risultato di compiacere ad una parte del suo pubblico e di inimicarsi la restante parte. La sua seconda opera è costituita dai Dialoghi morali, pubblicata nel 1666 all’età di circa cinquant’anni, comprendente delle orazioni sulla corruzione politica dell’epoca lette dal Campanile nei circoli letterari napoletani. Dello stesso filone letterario risultano le sue Poesie liriche e le sue Prose varie, pubblicate nel 1666 e nel 1674. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Con essa Giuseppe Campanile cercò di ottenere riconoscimenti eruditi invece che artistici, ma l’opera alla fine risultò un falso per buona parte dei contenuti in essa presenti, come provato dallo storico Niccolò Toppi. Tale comportamento del Campanile scosse alcune potenti famiglie nobili del Regno, le quali chiesero ed ottennero contro di lui l’intervento delle autorità: fu imprigionato nel Castel Capuano, presso le carceri della Gran Corte della Vicaria, e quivi morì il 24 marzo 1674.

(….) In esso, come nelle precedenti raccolte italiane, sono eliminate le carte tolemaiche e incluse soltanto carte di autori contemporanei, dei quali è quasi sempre indicato il nome su ciascuna carta; le carte fatte dallo stesso Ortelio, all’infuori del mappamondo, sono pochissime. A differenza delle raccolte italiane, le carte sono ridotte tutte a formato uniforme e organicamente coordinate. Ciò bastò ad assicurare il successo dell’opera, la cui richiesta fu tale che l’anno stesso essa si dovette ristampare. Non meno di 25 edizioni si susseguirono nei vari paesi d’Europa, vivente l’autore, e molte di esse sono integrate da Additamenta (17 carte nuove nell’edizione 1573; 26 nell’edizione 1580; 24 in quella del 1590), mentre non di rado carte vecchie furono sostituite da nuove migliori. Anche dopo la morte dell’autore furono pubblicate fino al 1612 altre edizioni ampliate; un’edizione italiana fu curata da Filippo Pigafetta. Un Catalogus auctorum di carte geografiche note ad Ortelio è premesso a ogni edizione. Nel 1578 Ortelio pubblicò una Synonimia geographica (elenco di concordanze fra i nomi geografici classici e i moderni) seguita da un supplemento al Theatrum col titolo di Parergon sive veteris geographiae aliquot tabulae (1583), contenente carte storiche (10 nella 1ª edizione, altre 10 in quella del 1595) e infine, nel 1587, un Thesaurus geographicus, ampliamento della Synonimia, in forma di vero e proprio dizionario di geografia storica. Ortelio può perciò essere considerato uno dei fondatori della geografia storica, alla quale ha contribuito anche con un suo Itinerarium per nonnullas Galliae Belgicae partes pubblicato nel 1584, mentre, come autore di carte moderne, la sua fama è dovuta soprattutto al fatto che egli fu il primo a comporre un atlante vero e proprio, che sostituì le meno organiche raccolte italiane di carte moderne.

(…) Battisti Carlo, Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi “, vol. XXXII, Firenze, 1964.

(….) Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia- I- ricognizioni e ricerche, 1982- -1988″, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 19

(….) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32

(….) La Greca Fernando, L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana, Agropoli, 2010, pp. 19-25

(….) Nissen Heinrich, Italianische Landeskunde, Berlino, vol. II, p. 899, n. 8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.

(….) Mommsen Theodor, C.I.L., Il ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’ (CIL), X, 461 (descrizione del cippo marmoreo in piazza del Plebiscito a Sapri, descritto pure dall’Antonini 

(….) Russi A., la “Lucania”, in ‘Dizionario Epigrafico di antichità romane’ di  Ettore De Ruggiero (…), vol. IV, p. 1897 poi in seguito pubblicato anche per i tipi ed. Istituto Italiano per la Storia Antica, Roma, 1959

(….) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti Ernesto, op. cit., (….), vol. II, tav. XVII

(….) (Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)(1)

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(22) “Platea dei beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Si veda in proposito: Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda in proposito anche il Gaetani Rocco, La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, 1906 , pp. 152, 153, 154, vedi nota 4 al testo; cita il documento. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit., p…e, dal Cataldo (…) che, nelle sue note in proposito scrive che il documento Ms (manoscritto) stà in A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, si veda pure Cataldo (…). Sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica’ , ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 23, nel pubblicare il documento notarile (22) al posto di Velia, riporta “Avenia, p. 23 e, successivamente il Guzzo, Da Velia a Sapri, Itinerario costiero tra mito e storia, ed Palumbo, Cava dei Tirreni,1978, p. 220, affermavano, che tra i rioni di S. Croce e della Marinella sarebbe sorta “Avenia” di origine etrusca.

(23) Gaetani Rocco, Gian Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, 1914, p. 41

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(24) Antonini Giuseppe, La Lucania – I Discorsi, ed. Tomberli, Discorso XI, parte II, Napoli, 1745, da p. 428 a p. 438 e pure II° edizione Gessari, 1795, pubblicata postuma da Mazzella Farao (Archivio Attanasio)

(25) Rizzi Filippo, Notizie statistiche sul Cilento, 1809; si veda pure ristampa ed. Galzerano, p. 39 (Archivio Atanasio)

(26) Giustiniani Lorenzo, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli , tomo II, 1797, p. 341

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(27) Ramage Craufurd Tait, Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, vedi ristampa Ed. Galzerano, oppure vedi ed. De Luca, Roma, 1966 (Archivio Attanasio)

(29) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135

Beltrano, Principato Citra, fuochi, p. 147

(30) Beltrano Ottavio, Breve descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1644 (I° edizione); recentemente Forni ha pubblicato la ristampa anastatica dell’edizione del 1671 forse più attendibile.

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(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985 (Archivio Attanasio)

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(31) Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743

(32) Duchesne L., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde), in Mélanges d’archéologie et d’hi- storique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367), stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370

(33) Romanelli Domenico, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, vol. I,

(34) Troyli P.P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53; si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135; si veda pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Daiocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978

(35) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica’, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736

(….) Carta d’Italia di Jacques Signot, del 1515, pare che in questa carta fosse segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum di Frontino in de Coloniis. Stampata a Parigi, è annessa al ‘La totalle et vraye description des tous les passaiges qui sont de Gaules en Italie’.  Questa carta è stata pubblicata da Borri A., Carta 17, p. 33. Pubblicata anche da Almagià Roberto, op. cit. (….), tav. VI, 3).

(Fig…..) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Giulio Schmiedt, op. cit., p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle. (Archivio Attanasio)

(…) (Fig….) Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93 (Archivio Attanasio)

Holstenio,

(….) Holstenio Luca, Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii et Thesaurum aurum geographicum Ortelii, Roma, 1666 (Archivio Attanasio)

(….) (Fig…..) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta ed ottenuta il 16 maggio 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che volentieri pubblichiamo (Fig. 1); la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: ” Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.“. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

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(…..)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig. 1 (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(….) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio)

(….) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….

(….) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione; si veda:

(….) Cisternino Riccardo, Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806), edizione realizzata da ‘Typos Lissone’, 1978 per l’Istituto Italiano dei Castelli, Roma, 1977 (Archivio Attanasio); contiene anche un saggio di Vittorio Faglia

(….) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138

(….) Acciarino Mario, Segreteria di Guerra e marina – Ramo Guerra – Inventario dei documenti riguardanti gli edifici militari e le fortificazioni – anni 1723-1823, Napoli, Arte Tipografica, 1974 (Archivio Attanasio)

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(….) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831

(….) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976

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(….) Vassalluzzo Mario, Castelli, torri e borghi della Costa Cilentana, edizioni Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24

(22) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA (Archivio Attanasio)

(….) (Figg…..) Carta geografica di “Puglia piana, Terra di Bari, Terra d’Otranto,  Calabria et Basilicata’Italiae sclavoniae et Graeciae tabulae geographicae”, del cartografo olandese Gerardo Mercatore, del 1589, riprodotta poi nell’”Atlas”, “Atlas sive cosmographicae meditationes de fabrica mundi et fabricati figura”, Duisburgo (Duysburgi), 1595, in cui viene riportato il toponimo “Sapri ruinata”, oggi conservata alla BIBLIOTECA NAZIONALE MARCIANA DI VENEZIA. Collezione di Celico Valente, Celico, dim. cm. 34 x 45,5. Questa carta a stampa è stata citata dall’Almagià (4) in un suo pregevole studio ed è stata pubblicata anche dal Mazzetti E. (3). (Fig. 3), Tav. X. L’Italia nell’Atlas sive Cosmographicae Meditationes de Fabrica Mundi et Fabricati Figura, di Gerardo Mercatore, pubblicato a Duisburgo nel 1595. Le immagini illustrate nelle Figg. 1-3, sono tratte dalla carta in questione pubblicata dal Mazzetti (3), Tav. X, mentre l’immagine illustrata nella Fig. 2 è un particolare della carta in questione tratta da una ristampa dall’originale originale in mio possesso: ed. Congedo, Galatina, Collezione Attanasio.

(….) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del mezzogiorno e della Sicilia, scritti di Almagià R., Pontieri E., De Luca R., a cura di Mazzetti E., edizioni Scientifiche Italiane (ESI), Napoli, 1972, Tomo I-II, Tav. X.

(….) Almagià Roberto, Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Tav. n. …., p…..

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(….) Cesarino Felice, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988. Il Cesarino citò il mio studio ed in proposito scriveva: “Una attenta disamina della cartografia di età medioevale è stata proposta da Franco Attanasio, …nell’articolo al quale rinviamo per gli opportuni approfondimenti.”.

(….) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, Aprile 1481, XV, LXXXV, 98; e citata da Ebner P., op.cit., vol. II, p. 592.

(….) Di Luccia Pietro Marcellino, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, Roma, 1700

(….) Archivio Diocesi di Policastro – Ufficio Amm.vo diocesano, Sapri, Capp. SS. Rosario, 1706

Cattura

(…) Blessich Aldo, per le carte aragonesi si veda per questo autore: ‘La geografia alla corte aragonese di Napoli’, Roma, 1897 (Archivio Attanasio); stà in ‘Napoli Nobilissima’, a. VI, 1897, pp. 59-63 e, pp. 73-77 e, pp. 92-95.

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(…) Schmiedt Giulio, Antichi porti d’Italia – Gli scali fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Firenze, Istituto Geografico Militare, 1975 (Archivio Attanasio)

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(…) Avv. Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Napoli, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, 1913 (Archivio Attanasio). Dello stesso esiste la ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (con la prefazione del 1913), ristampa a cura delle Tip. Neograf, Diamante, p. 398 e s. (Archivio Attanasio)

(…) Valente Angela, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, ed. Einaudi 76, 1965, ristampa del 1976, pp…… (Archivio Attanasio)

(….) Monnier M., Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle provincie napoletane dai tempi di Frà Diavolo sino ai nostri giorni (1862) – Napoli – 1965, pagg. 20-21

(….) Barra Francesco, Principato Citra Storia 1806, stà in ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, anno 1992, anno LXXIX – Fascicolo III – Luglio Settembre 1992, ed. Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, pp. 304 e s.; si veda pure dello stesso autore: Barra Francesco, Cronache del brigantaggio meridionale – 1806-1815, ed. Società Editrice meridionale, 1981; si veda pure: Il Decennio francese nel Regno di Napoli – 1806-1815 – studie ecc…, Napoli. F. Barra, ‘Cronache’, cit., Id., ‘Cronache del brigantaggio del Decennio francese in Principato Citra’, II: ‘il brigantaggio nell’agro nocerino-sarnese’, in ‘Bollettino storico di Salerno e Principato Citra, 1988, n. 2. (sarebbe a. 6, 1988) (Archivio Attanasio); si veda pure: F. Barra, ‘Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815’, Salerno Catanzaro, 1981

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(…) Du Casse A., Mémoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph, Paris, 1854 voI. III, pp. 116-121

(….) Giuseppe Ferrari, L’insurrezione calabrese e l’assedio di Amantea del 1806, Roma, Officina poligrafica editrice, 1911

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(…) Strutt Arthur John, A pedestrian tour in Calabria & Sicily, 1842; si veda anche ristampa edizione Galzerano con traduzione

Baldanza Rocco, La signora

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(…) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare – Brevi cenni del dott. Nicola Gallotti, Napoli, Tipografia Giuseppe Golia, 1899 (Archivio Attanasio)

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(….) Gallotti Nicola, Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891 (Archivio Attanasio)

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(….) Pesce Carlo, ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848′, Napoli, 1895, Stabilimento Tipografico – Palazzo della Cassazione, p. 9 e s. Gran parte delle notizie storiche ivi riportate sono state tratte dall’Archivio del Tribunale di Lagonegro (PZ) (Archivio Attanasio). Il testo si trova conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Questo libro fu ristampato nel 1905, per i tipi della Tip. Lucana (Archivio Attanasio)

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(….) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. ‘Ricerca 3’, Palladio editrice, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro

(….) La Cava Michele, Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860,

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(….) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, ed. Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati & C., Milano-Roma, vol. I-II, 1909. Oggi l’originale in mio possesso. Si veda pure la ristampa anastatica di Galzerano. Quello illustrato in figura è il vol. I (Archivio Attanasio)

(….) Nisco Nicola, Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli, vol. I-II-III, ed. Morano, Napoli, 1889. Originale in mio possesso (Archivio Attanasio).

(….) Ferrari Giovannipaolo, “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22

(….) Maldonato Franco, Teste mozze – Romanzo storico, ed. Iride, Soveria Mannelli, 2015

(….) Sacco Francesco, “Dizionario Geografico-Istorico-Fisico del Regno di Napoli”, Napoli, 1896, vol. III, pp. 380-381

(….) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991

(…) Cavalcanti Pier Luigi, ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, Napoli, 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa la costa che da Policastro arriva fino alla secca di S. Janni, località costiera nei pressi di Castrocucco (Archivio Attanasio)

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(….) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese Leopoldo, op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; si veda pure dello stesso autore: “La “Statistica” del Regno di Napoli del 1810 – Relazioni sulla Provincia di Salerno”, Salerno, 1955 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Il Cilento al principio del secolo XIX”, a cura di Leopoldo Cassese, Salerno, 1956, Collana Storico Economica del Salernitano, Fonti III (Archivio Attanasio)

(…) Demarco Domenico, La Statistica del Regno di Napoli nel 1811, a cura di Domenico Demarco, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Voll. 4, 1988

(….) Cestaro Francesco Paolo, Il vescovo di Policastro e la reazione borbonica del 1799: con saggio di poesie sanfediste

(….) La Greca Amedeo, Di Rienzo Antonio, La Greca Emilio, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, Agropoli, 1984 (Archivio Attanasio)

(….) Calà-Ulloa Pietro, Duca di Lauria, ‘Della sollevazione delle Calabrie contro a’ francesi, Roma, 1871, pp. 239-240

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(….) Magaldi Josè, Cenno storico archeologico della città di Sapri e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni – Per incarico della Regia Soprintendenza alle Antichità e Scavi della Campania, Sapri, 1928, Anno VI (Archivio Attanaso)

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(….) Bilotti Paolo Emilio, La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, Stab. Tip. Fratelli Jovane, 1907, p. 195

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(….) Fischetti Gaetano, Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.

(…) Settembrini Luigi, Ricordanze della mia vita, con prefazione di Francesco De Sanctis, a cura di Francesco Torraca, Napoli, ed. A. Morano, 1916 (Archivio Attanasio)

(….) Acton Harold, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Milano, ed…., p. 418

(….) De Cesare Raffaele, La fine di un Regno, Città di Castello, 1900 (Archivio Attanasio)

(….) Capone A., La polemica sulla spedizione di Sapri – un aspetto della crisi del mazzinianismo nel Mezzogiorno, in Rassegna Storia Salernitana, anno XXVII

(….) Romagnano Domenico, Garibaldi nel Salernitano, Salerno, 1860, p. 143 (Archivio Attanasio)

(…) Cortese N., Memorie di un generale della repubblica e dell’impero. Francesco Pignatelli principe di Strongoli, Bari 1927

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(Fig…)

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(….) Cavalcanti Pier Luigi, Guida del Pilota,

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(…) Nissen Heinrich, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902,

Nel 1813, ‘Croquì di Sapri’, schizzo inedito alla Biblioteca Nazionale di Napoli

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico restano di estremo interesse. In questo mio saggio vorrei fare il punto di quanto emerso circa il periodo in cui queste terre furono interessate da progettazione e opere di rinforzo e consolidamento, opere di costruzione, di batterie e fortini. Si tratta del ventennio francese e quello successivo prima della definitiva caduta del Regno Borbonico delle Due Sicilie.  Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana:  sull'”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (3).

La conquista del Regno delle due Sicilie e le fortificazioni costiere a Sapri ed i disegni del Genio militare Napoletano Napoleonico alla Biblioteca Nazionale di Napoli

Durante il decennio dell’occupazione francese del Regno delle due Sicilie (1806-1815), il meridione d’Italia visse una vera e propria guerriglia civile, che si manifestò col cosiddetto “brigantaggio”, alimentato dai borboni e dagli inglesi, respinti ed arroccati in Sicilia. Anche il Cilento venne coinvolto, tanto dalle operazioni terrestri tanto da quelle navali, per la difesa delle coste (7). Nel Regno delle due Sicilie, durante il breve periodo di occupazione napoleonica di Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Il rafforzamento e l’ingrandimento delle fortificazioni militari esistenti, fu certamente oggetto di particolare attenzioni del governo napoleonico, in epoca Murattiana, come risulta da alcuni disegni manoscritti, da me ritrovati e conservati presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (2) che, pubblicai nel lontano 1987. Alcuni disegni manoscritti simili e di simile provenienza, furono pubblicati molti anni dopo, nel 1989, in uno studio di Antonio Caffaro (8). Molti di questi disegni , ma non quelli trovati da me ed ivi pubblicati, erano stati citati da Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa cilentana” (9) e poi successivamente, nel 1989 pubblicati da Adriano Caffaro, “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti” (8). Il Caffaro (8), sebbene si fosse limitato  ai documenti che riguardavano le sole batterie e fortificazioni progettate fino a Palinuro, rimane di estremo interesse in quanto fa luce su alcuni aspetti storiografici dell’ampia documentazione conservata presso gli Archivi della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Questa ricca documentazione pare che provenga da alcuni fondi della Biblioteca Provinciale di Salerno. La particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo, il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. L’Esercito del Regno di Napoli, attivo durante il decennio francese, ovvero allorquando il regno fu conquistato e governato dai napoleonidi, fu una forza armata di terra che prese parte, al fianco della Grande Armata, a molte delle principali campagne delle guerre napoleoniche. Con l’occupazione napoleonica del 1806 il trono napoletano venne affidato in un primo momento a Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Nel 1808, fino al 1815, il trono napoletano fu occupato invece da Gioacchino Murat, uno dei più brillanti comandanti militari dell’impero napoleonico. 

Nel 1813, Sapri in uno schizzo del Genio Militare Napoletano inedito: “Croquì’ di Sapri”

Il programma di organizzazione strategico militare promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la riprogettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. Nel 1891, il Dott. Nicola Gallotti (5), uno tra i primi Sindaci di Sapri dell’Italia unitaria, in alcuni suoi scritti su Sapri, riportava interessanti notizie storiche su Sapri e così scriveva: “Devo ricordare, a titolo di cronaca locale, l’esistenza di un vecchio fortino, munito pure un tempo di diversi cannoni, e sito sul lembo occidentale estremo dell’antica Sapri. Ora il Fortino è del tutto smantellato, dappoichè parecchi anni indietro ne furono tolti financo i cannoni. Intanto vi fu un momento, in cui nel 1860, Garibaldi voleva attivare a difesa questo vecchio spaldo.”. Il Gallotti, medico, in un suo pregevole scritto dell’epoca, riferiva che il Re Gioacchino Murat, visitò il paese per ispezionare il Fortino situato nell’omonima zona, la quale era guarnita di cannoni (5), mentre il Pesce, ricordava che, moschetti, cannoni e mortaretti, alcuni dei quali furono mandati nel sec. XVII a guarnire il Fortino presso il mare di Sapri e Vibonati (6). Si trattava di una piccola fortificazione borbonica, costruita ove attualmente si trova il Faro ‘Pisacane’ a Sapri o nei pressi dell’attuale Ospedale civile di Sapri, in località ‘Fortino’, forse rinforzato  durante il decennio Napoleonico sotto il Regno dei francesi di Gioacchino Murat. La ricca documentazione inedita, conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, da me ritrovata e pubblicata nel 1994 (1-3), attesta come anche con il ritorno della Monarchia Borbonica, dal 1819 al 1833, le fortificazioni di Sapri furono oggetto di vari movimenti e lavori di trasformazione rivolti a trasformare i riferimenti costieri come si può vedere anche dal documento (Fig. 7), in mio possesso. Si tratta di una Carta di Passaggio (lasciapassare) rilasciata dall’Intendente borbonico della Provincia di Bari a Giuseppe Immediato, nativo di Sapri. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Nel 1981, ancora studente, iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, frequentavo spesso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, ed in particolare le due sue Sezioni: la “Napoletana” e “Manoscritti e Rari”, che custodivano diversi documenti inediti che riguardano la nostra storia passata. E’ proprio alla Biblioteca Nazionale di Napoli che trovai una serie di documenti inediti che, in seguito ne pubblicai a stampa su alcune riviste, i resoconti storici in alcuni miei studi, come Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1) (Figg…..) e, quello pubblicato già nel lontano 1987 sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“. Molti dei miei studi, in seguito sono stati riassunti nel 1998, allorquando mi occupai della redazione della Relazione di Analisi Urbana:  sull'”Evoluzione storico-urbanistica di Sapri“, redatta per il nuovo Piano Regolatore Generale del Comune di Sapri, di cui fui incaricato e, depositata in Comune. In questi articoli, frutto di studi e ricerche durati anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri e sul Golfo di Policastro ed in particolare alcune carte manoscritte ed inedite da me rinvenute alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. In particolare, rinvenni due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione “Manoscritti e Rari“. Questi disegni, da una parte ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, da sempre prima linea di difesa alla conquista del Regno e causa principale dello spopolamento delle sue coste, dall’altra, costituiscono testimonianze che contribuiscono a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca (3).

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(Fig. 1) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (2)

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Si tratta di un disegno (2) tratto da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano Murattiano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Fig. 10, riporta la scritta: Croquì di Sapri”. Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘ (Fig. 10). Questo disegno documenta la particolare attività di rilievo lungo la costa del litorale saprese a fini militari, sia durante il decennio francese (1806-1815), durante il breve periodo di occupazione napoleonica, con Giuseppe Bonaparte prima e con Gioacchino Murat dopo e, il programma di organizzazione strategico militare che promosse il potenziamento dell’assetto difensivo del Regno delle due Sicilie, soprattutto sulle coste, con il ripristino ed il rinnovamento delle fortificazioni borboniche già esistenti e con la progettazione e la realizzazione di nuovi e più efficaci presidi militari. Lo schizzo all’impronta, manoscritto detto “Croquì’ di Sapri” è uno dei disegni e carte tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a  (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg. 4-5-6, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, nel 1089, circa dieci anni dopo la mia scoperta furono pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN. Questo disegno conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli proviene dalla Sezione “Manoscritti e Rari” dove nella sua collocazione è scritto “manoscritto inizio sec. XIX”. Infatti, questo schizzo all’impronta non è datato, non riporta data e sulla sua probabile datazione possiamo solo riferirci a ciò che è scritto nella sua collocazione “manoscritto inizio sec. XIX”. Dunque, secondo la sua collocazione, il disegno in questione doveva essere datato intorno ai primi anni del 1800. E’ molto probabile che questo disegno o schizzo all’impronta sia un disegno militare. Infatti, in esso vengono riportate alcune utili informazioni militari come ad esempio la linea di costa e le batterie militari esistenti e quelle proposte come ad esempio si legge nella leggenda “C. batteria proposta”. Dunque, non vi è alcun dubbio sulla paternità di questo disegno che è stato redatto ed eseguito sicuramente da qualche rilevatore militare appartenuto al Genio Militare Napoletano. Mi chiedo a questo punto quale fosse il Genio Militare Napoletano, quello Borbonico oppure quello dell’occupazione militare del Regno di Napoli da parte di Giuseppe Bonaparte che poi in seguito con Gioacchino Murat diventò del Regno delle Due Sicilie. La collocazione parla di “….inizio secolo XIX”, dunque potrebbe trattarsi del Genio Militare Napoleonico di Giuiseppe Bonaparte. Infatti, oltre al titolo del lavoro “Croquì di Sapri” che è un evidente francesismo rileggendo il testo di Adriano Caffaro (…), “Le fortificazioni della costa cilentana attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato nel 1989, dieci anni dopo il mio rinvenimento alla BNN e, dove Adriano Caffaro (…) si occupò di documenti simili che riguardavano solo le batterie esistenti o da costruirsi sulla costa da Palinuro ad Agropoli, a pp. 22 e pp. 24-25, si può vedere un disegno simile che riguarda Agropoli datato 4 marzo 1807. Il Caffaro a pp. 22-25 in proposito scriveva che: “La fortificazione complessiva della zona è rappresentata da un altro disegno del 4 marzo 1807 di mm. 275 x 385, nel quale non viene riportata la scala; è schedato B (a) 5 (b) (3. Lo schizzo visualizza i “contorni di Agropoli”, evidenzia la strada d’accesso e di ecc….In alto a sinistra è la scritta “Croquì dei / Contorni di Agropoli / Il 4 marzo 1807 ecc…(13)”. Caffaro a p. 25, nella sua nota (13) postillava che: “(13) La costruzione della torre dei ecc……Questi due disegni di Agropoli sono stati già pubblicati senza schede e commento dal Vassalluzzo, Castelli….., op. cit., pp. 6, 24. Un altro simile disegno ha la collocazione B (a) 28 (48.”. Dunque il Caffaro nella sua nota (13) postillava e citava Mario Vassalluzzo (…) ed il suo Castelli, torri e borghi della costa cilentana, ma devo precisare che il Caffaro si sbagliava in quanto a pp. 6 e 24 il Vassalluzzo non pubblicava nessun documento. A Sapri, tale programma di potenziamento, riguardò principalmente le fortificazioni di batteria costiera, in parte già esistenti. E’ un disegno manoscritto, una sorta di schizzo disegnato a mano libera e in bianco e nero con inchiostro su carta, redatto all’impronta su carta bianca, di dimensioni cm. 27,5 x 28, senza indicazione di scala che, documenta l’assetto topografico ed urbano di Sapri e della baia, agli inizi dell’800 ed illustra una sommaria veduta planimetrica di Sapri, della baia, del porto naturale e del suo immediato entroterra. Nello schizzo planimetrico, una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca. In esso vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Nello schizzo (Fig. 10), viene indicata una batteria costiera che esisteva sul lato occidentale del paese (Fig. 11). Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. In basso a sinistra vi è, la scritta ‘Croquì di Sapri’, in basso a destra vi è riportata una leggenda: “C. Batteria proposta’, posta all’altezza della contrada del ‘Rosario’ ad occidente, ‘D. Ridotto, idem’; E. F. idem; A.B. linea del buon ancoraggio.“. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una T. Scialandro e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, (la Torre del Buondormire), torre cavallara Vicereale oggi scomparsa ma che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’. Inoltre si vede come la strada di comunicazione con l’interno fosse la vecchia postale borbonica che risaliva a Torraca e da li a Vibonati.

La Torre costiera detta “Torre del Buondormire” a Sapri

E’ molto probabile che il luogo fosse lo stesso dove nel ‘600 vi era una Torre di avvistamento costiera detta la ‘Torre del Buondormire’, come si può ben vedere rappresentata nel disegno del Genio militare francese, inedito e da noi scoperto di Fig. 8 (partilare tratto dallo schizzo di Fig. 10, di cui parliamo in un altro nostro studio ivi pubblicato. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (5), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (5). Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche l’Antonini (6) ed il Gallotti (3) in seguito. La torre del ‘Buondormire’, torre cavallara Vicereale (oggi scomparsa), costruita alla fine del 1600 dai Vicerè spagnoli insieme alla Torre dello Scialandro e di Capobianco a difesa delle coste e come si può vedere nella carta geografica di Mario Cartaro e Stelliola (Fig. 8). La Torre del Buondormire, si trovava dove attualmente è l’Ospedale civile di Sapri o dove si trova il Faro. Sarebbe interessante guardare i progetti dell’Ospedale, realizzato “sulla collina nominata Torricella”, forse il rilevato stradale o collinetta dove attualmente sorge l’Ospedale di Sapri. Infatti è lì che ai primi dell”800, sorse un piccolo ‘Villaggio’.

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(Fig. 2) Particolare della “Torre Buondormire” tratto dallo schizzo ‘Croquì di Sapri’ eseguito dal  Genio militare Napoletano, disegno a mano libera – particolare della Batteria costiera “antica Batteria” e della “Torre Buondormire” (2). Il Palazzotto Peluso in C.so Garibaldi a Sapri

Il Palazzo della famiglia Peluso in C.so Garibaldi a Sapri, si può vedere dall’alto della veduta satellitale. Il palazzotto dei Peluso, a Sapri fu citato dal Cav. Carlo Pesce (8) in un suo pregevole studio sull’eccidio di Costabile Carducci. Il Pesce (8) descrive la figura e le proprietà di un avo dell’Avvocato Vincenzo Peluso. Si tratta del prete Vincenzo Peluso autore di orrendi misfatti di cui si macchiò quale filoborbonico convinto che era. Secondo il Pesce, fu proprio il prete Vincenzo Peluso –  che l’aveva fatto costruire. Il Pesce (8), a proposito del prete Vincenzo Peluso e del Palazzotto in C.so Garibaldi, nel 1895, scriveva: “Nell’ampia spiaggia di Sapri, occupata arbitrariamente, fece costruire una villa, chiusa da mura in un quadrato con quattro torri agli angoli e con una palazzina civettuola, dalle imposte a sesto acuto, e dai muri tappezzati all’interno ed all’esterno da figure oscene. In mezzo al mare su d’uno scoglio aveva eretto il casino dei bagni; alla marina di Vibonati altra casetta, che chiamava la Babilonia, e ad Acquafredda l’altra villa piccola, per quanto deliziosa e pittoresca.”. Noi crediamo fosse proprio quello contrassegnato con la lettera ‘C’ – Batteria proposta (Figg. 3), dello schizzo “Croquì di Sapri” – schizzo manoscritto dei primi dell”800, disegnato dal Genio militare Napoletano, inedito e da noi scoperto (9). Il vecchio palazzotto fortificato sito in C.so Garibaldi a Sapri, residenza dell’Avvocato Vincenzo Peluso e delle due sue sorelle, era di antica fattura. Insieme all’Archivio del Comune di Sapri (forse perso), esso doveva essere la memoria storica del paese. In esso si dovevano custodire documenti della famiglia Peluso ma nel contempo la memoria di secoli in cui la stessa famiglia ha partecipato attivamente alle vicende storiche del Regno. In alcuni miei articoli e studi , pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare due disegni manoscritti inediti tratti da una grande raccolta di disegni e mappe appartenute all’ex Biblioteca provinciale di Napoli, custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale di Napoli (Fig. 3). Questi disegni (9), da una parte costituiscono una testimonianza che contribuisce a chiarire alcuni aspetti della progettazione militare dell’epoca su queste terre, da sempre in prima linea per la difesa o la conquista del Regno di Napoli Angioino ed Aragonese prima e del Regno delle due Sicilie dei Borboni in seguito, ma ci consentono di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano, ed in particolare del centro abitato di Sapri all’epoca dell’occupazione napoleonica del Regno delle due Sicilie. Proprio in uno di questi schizzi eseguiti dal Genio Militare Napoletano, al tempo dell’occupazione francese (Fig. 3), si può vedere al centro del paese ed in prossimità della linea di costa, una costruzione militare, quella che si vede nell’immagine ingrandita di Fig. 3. Noi crediamo fosse proprio il Palazzotto del prete Vincenzo Peluso, di cui parleremo (9).

il Palazzo Peluso

(Fig. 3) Particolare dello schizzo di Fig. 2, ‘Croquì di Sapri‘ – da me scoperto – si vede segnato che un edificio che noi crediamo sia il Palazzo di Peluso in C.so Garibaldi a Sapri. Nello schizzo del Genio militare Napoletano, l’edifico disegnato è contrassegnato in leggenda con la lettera ‘C’ = Batteria proposta (9)

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(Fig….) Particolare di “Villa Pelusi”, tratto dal disegno acqurellato del rilievo di Sapri del 1819 del Ten. Blois (…). Giulio Schmiedt, nel suo studio sui “Antichi porti d’Italia” (4) sui porti della Magna Graecia pubblicava un interessante disegno “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, che scrive in proposito: “….dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. In questo interessante disegno di rilievo planimetrico dell’area di S. Croce a Sapri, come doveva apparire al giovane Tenente del Genio Militare Napoletano nel 1819, si vede anche la “Torre del Fortino” (oggi non più visibile), ove si vede scritto “la marinella” (….), forse proprio il vecchio fortino di cui ci parla il Gallotti (…) e del Progetto, da noi scoperto (Fig. 4), che voleva rinforzarlo, a cui rimandiamo ad un altro nostro studio ivi pubblicato: “Il Fortino Borbonico di Sapri”.

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(Fig. 12) Particolare tratto dalla Carta manoscritta e inedita “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2., da me scoperta e da me pubblicata nellAnalisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1978 (1)

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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20150524_101242(Figg. 13-14) Attanasio F., Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1).

(2) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

(3) (Figg. 1-4-5-6-7) “Croquì’ di Sapri”. Questi disegni e carte sono state tratte da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti ad un Fondo non inventariato appartenente all’ex Biblioteca Provinciale di Salerno, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N. Sezione ‘Manoscritti e Rari’ ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3). Si veda nota bibliografica (160), dello studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1). Lo schizzo Croquì di Sapri” (Figg. 1-7), ha la seguente collocazione: coll. Ba 25a  (71. e 2, mentre il Progetto, illustrato in Figg. 4-5-6, è collocato come segue: coll. Ba 25a (32. I resoconti storici e bibliografici della documentazione in questione, sono stati da me pubblicati nello studio: “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, nella rivista a stampa “Progetto”, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3-4 (Figg. 6-7). Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro Adriano, op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro, e fa una buona disamina di questo carteggio inedito conservato alla BNN

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(….) Schmiedt G., Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79

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(5) Gallotti Nicola, Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, 1899. Si veda pure: Gallotti N., Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, p. 8

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(6) Pesce Carlo, Storia della città di Lagonegro, Lagonegro, ristampa anastatica a cura delle Tip. Dino Ricca, Lagonegro (PZ), (prefazione del 1913), p. 9

(7) Vassalluzzo Mario, Castelli, torri e borghi della Costa Cilentana, edizioni Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24

(8) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro Adriano, Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. (8). Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro.

(9) Barra Francesco, Cronache del brigantaggio meridionale 1806-1815, Salerno-Catanzaro, 1981, pp. 123-125. Si veda pure: Cortese N., Corpi e scuole militari dell’esercito napoletano dal 1806-1815, Estratto da “Rassegna storica Napoletana”, a. I, n. 4, 1933, pp. 27-28

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(13) Beguinot Carlo, Il Cilento – Problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, collana diretta da Ruggero Moscati, VIII, Napoli, 1960

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(…) Cassese Leopoldo, La “Statistica” del Regno di Napoli del 1811 – Relazioni sulla provincia di Salerno, Salerno, 195

L’indagine demografica sui centri e i toponimi del basso Cilento

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa lo studio: “I Villaggi deserti del Cilento” (1). Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘ (27), di probabile epoca Aragonese, inedita e da me scoperta, conservata all’Archivio di Stato di Napoli.

LA GEO-STORIA NEL GOLFO DI POLICASTRO ATTRAVERSO L’INDAGINE DEMOGRAFICA ATTRAVERSO I DOCUMENTI DELL’IMPOSIZIONE FISCALE

I villaggi deserti del basso Cilento negli anni bui del medioevo

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti‘ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre, le cui operazioni militari si svolsero, in quei secoli, principalmente sulle nostre plaghe e, per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale. Nei secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del Cilento si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un piccolo porto. Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato Longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passò a Ruggero Sanseverino e tale rimase fino al 1552, anno della fellonia di Ferrante Sanseverino. Nel XIII secolo la guerra del ‘Vespro’, ovvero la guerra tra Carlo II d’Angiò e Pietro d’Aragona, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, ove incise sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle Calabrie tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. Il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare tanto che, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Infatti, nel documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci e dal Del Mercato (2), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: ( riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum.” (2).

Le strade all’epoca Sveva

Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia.[2] Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).

I dati demografici sulla popolazione dai dati fiscali delle diverse imposizioni nel tempo

Il ‘Liber censuum’

Per l’indagine demografica e storiografica un utile ma non esaustivo strumento d’indagine è il ‘Liber censuum’ che, nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, (….), 1896, p. 645, nella sua opera su Roma.

Nel 1239-1240, le Fonti per l’epoca Federiciana: ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240’

Dal sito dell’Archivio di Stato di Napoli, alla voce sulla Ricostruzione dei Registri della Cancelleri Angioina’, epoca Federiciana leggiamo che: Dalla seconda metà del XVI secolo, lo studio dell’archivio della Cancelleria Sveva (l’unico registro superstite di Federico II per gli anni 1239-1240) e della Cancelleria Angioina (all’epoca ancora ricco di scritture, soprattutto per i regni di Carlo I, Carlo II e Roberto) ha prodotto spogli e lavori archivistici sistematici come i repertori e i notamenti: – il repertorio dell’unico registro di cancelleria di Federico II dell’anno 1239-1240, opera degli archivisti Vincenti/Sicola e Chiarito; – i 4 volumi (originariamente 11) di notamenti di Carlo de Lellis; – i 13 volumi di repertori dell’archivista Pietro Vincenti (1610-1614); – gli 8 volumi di supplementi ai precedenti repertori compilati dall’archivista Sigismondo Sicola (1673-1710); – i 2 repertori di Carlo Borrelli, l’indice delle famiglie e delle città del Grifo e i due volumi di Onofrio Sicola (1710) contenenti l’index monasterium; – i 18 volumi di Michelangelo Chiarito (1759-1763). Sopravvissuti alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, oggi possono essere consultati in digitale presso le postazione della sala studio. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Leggiamo dalla Treccani on-line che: CANCELLERIA, REGISTRO DELLA (1239-1240). – Conservato fino al 1943 come unico cimelio superstite della cancelleria di Federico II, il registro degli anni 1239-1240 andò distrutto nel rogo del deposito antiaereo che era stato istituito in una villa dell’entroterra campano (Villa Montesano in S. Paolo Belsito, presso Nola), dove, a partire dal dicembre 1942, si era provveduto a trasferire i fondi più antichi del “Grande Archivio” di Napoli, nel timore che potessero subire danni durante eventuali bombardamenti e cannoneggiamenti della città. Nell’incendio, appiccato deliberatamente, per rappresaglia, il 30 settembre di quell’anno per ordine del comando tedesco del luogo, pienamente consapevole dell’importanza del materiale che vi era stato depositato, andarono bruciate tutte le serie più preziose dell’Archivio napoletano, compreso il ricchissimo archivio della cancelleria angioina. Del registro di Federico II del 1239-1240, l’unico della cancelleria sveva che fosse noto alla storiografia, rimanevano tuttavia le riproduzioni fotografiche (nove pellicole conservate oggi nell’archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma), la trascrizione pubblicata nel 1786 dall’archivista napoletano Gaetano Carcani (…) in appendice alla sua edizione del Liber Augustalis e quella, dattiloscritta, realizzata a metà degli anni Venti del Novecento da Eduard Sthamer e in seguito parzialmente riveduta da Wilhelm Heupel. Del Gaetano Carcani, la sua opera è “Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae”, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola,  che si possono scaricare gratuitamente dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola Sigismondo, voll. II, ovvero Sicola Sigismondo, Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Reale Zecca allora superstiti; onde il Sicola Siismondo del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Michele Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da Michele Chiarito (…) che raccolse  i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVIIpubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di Michelangelo Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito Michelangelo, Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Per Scandone si veda F. Scandone, Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Rimanevano inoltre notizie e repertori, trascrizioni, copie ed excerpta: lacerti di una tradizione più antica e in origine sicuramente ben più ricca, testimoni tutti del grande interesse che il registro aveva suscitato negli eruditi napoletani del Seicento e del Settecento, i quali, animati da curiosità di tipo prettamente antiquario e genealogico, furono i primi a sfogliarlo e leggerlo, vedendo in esso una sorta di grande contenitore dal quale attingere una enorme quantità di notizie sulle antiche famiglie del Regno. Una tradizione nel complesso ricca, anche se piuttosto singolare, che ha consentito di ricostruire la storia e la fisionomia del registro, e da ultimo di stabilirne e pubblicarne il testo. Per lungo tempo unico e prezioso cimelio conosciuto e conservato della cancelleria federiciana, il registro di Federico II andò distrutto, com’è noto, nel rogo che è passato alla storia come uno dei più gravi disastri archivistici dell’ultimo secolo, appiccato alla fine del settembre 1943 dalle truppe tedesche in ritirata dal meridione d’Italia al deposito dove erano stati trasferiti per motivi di sicurezza i fondi più antichi e preziosi del Grande Archivio di Napoli. A sessant’anni dalla sua distruzione e dopo vicende editoriali protrattesi per un circa un ottantennio, vede la luce l’edizione del registro, condotta sulla base delle riproduzioni fotografiche, di estratti e copie erudite, di precedenti trascrizioni. Il registro, strettamente riservato agli affari del Regno (vi erano cioè registrate soltanto le lettere che la corte inviava ai funzionari provinciali per comunicare le misure prese in merito alla gestione del regno), era frammentario fin dalla sua prima apparsa sulla scena delle fonti archivistiche napoletane, alla fine del Cinquecento, ed abbracciava solo un breve arco cronologico, che andava dai primi giorni di ottobre 1239 agli inizi di maggio 1240. Tuttavia l’elevato numero di lettere registrate (quasi milleduecento) e l’ampio ventaglio di argomenti trattativi ne fanno una fonte di eccezionale importanza per la storia del regno di Sicilia nei mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX. L’edizione è stata condotta adattando le tecniche ormai comunemente accolte per la pubblicazione dei documenti latini alle peculiarità di questo particolare tipo di fonte, dando ampio spazio, soprattutto, ai regesti e alle parti introduttive, là dove si ricostruisce l’iter di formazione delle lettere (per questo è stata introdotta una breve sezione dove compaiono i nomi del personale di cancelleria coinvolto nella loro produzione) e si evidenziano i nessi di vario genere che legano missive accomunate da una comune origine (prodotte cioè a seguito di uno stesso ordine). Inoltre si è tenuto massimo conto della struttura del registro e del suo carattere di unicità e insieme di coerenza e uniformità che lo contraddistingue, carattere che è stato mantenuto ed evidenziato al meglio, non solo conservando l’ordine col quale le registrazioni si susseguono al suo interno, ma anche, ad esempio, adottando caratteri diversi per le registrazioni e le note (coeve o posteriori) che le incorniciano, attribuendo un numero d’ordine a ciascuna registrazione indipendentemente dal fatto che fosse relativa a una o più lettere e considerando quindi come unità minima documentaria la registrazione in quanto tale, accorpando sotto un unico regesto le sequenze di lettere registrate “a catena”, ovvero le similes spedite nella stessa forma a diversi destinatari. Nell’introduzione (pp. IX-CIII), oltre alle consuete note relative alla storia del registro ed alle modalità di trasmissione del testo, si affronta in particolare il tema della sua funzionalità, che viene analizzata e vista attraverso una particolare lente, quella delle forme, ossia del modo in cui il registro era stato pensato e costruito e degli accorgimenti redazionali che erano stati adottati per ottenere non tanto un contenitore di documenti, quanto uno strumento di lavoro realizzato in cancelleria per la cancelleria e per la corte, improntato in funzione della massima visibilità e dell’immediata reperibilità della notizia, al fine di facilitarne la consultazione per poter ricostruire in qualsiasi momento lo stato di ciascuna questione della quale la corte si era occupata tramite la corrispondenza scritta.

Le fonti per l’epoca Angioina: i Registri della Cancelleria Angioina e la loro recente ricostruzione

(…) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della Reale Zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

Le fonti: dal ‘Liber inquisitionum Caroli Primi Pro Feudatariis Regni’,

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…”. La Pollastri (…), suggerisce pure di vedere S. Pollastri, ‘La noblesse napolitaine sous la dynastie angevine: l’aristocratie des comtes (1265-1435)’, tesi di dottorato Parigi, X- ecc….Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Riguardo il testo citato sia da Ebner (…) e dalla Pollastri (…), il ‘liber donationum etc..’, il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber donationum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai possessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche a p. 30 nella sua nota (3). Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intstazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit.,  II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoletane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”. Bartolomeo Capasso (….), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 349 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro feidataris Regni”, a p. 344, nella sua nota (1) popstillava che: “(1) Iste liber signatus litt. I olim servabatur in archivio Regiae Camerae Summariae, et a Ferrante de Marra, duce Guardiae, saepe laudatur in opere Delle famiglie forestiere etc., p. 151, 379, 416 et alibi. Caesar Paganus, vir patriae historiae studiosissimus, circa finem saeculi XVI illum excerpsit, et compendio in suis neapolitani archivi ‘Notamentis’ transcripsit. Postea Philibertus Campanilis saeculo XVII, et Lucas Iohannes de Alicto a. 1760, nescio an ex ipso ‘Libro inquisitionum’ vel ex ejusdem Caesaris Pagani opere, excerpta fecerunt, quae habentur in ejusdem Campanilis ‘Repertorio nobilium familiarum ap. bibliothecam Nazionale VIII, B. 4, et in Lucae de Alicto cod. Ms. autographo (‘Vetusta regni Neapolis monumenta), quem servat cl. vir Aloysius Volpicella. Eorum excerptorum aliqua ex memoratis ‘Notamentis’ De Saint- Priest, ‘Hist. de Charles d’Anjou’ t. IV, p. 314 (Hist. dipl. Frid. II, VI, 917) eddit; ego autem illa integra ex texta amborum codd. inter se collato hic exhibeo.”.

Nel 1300, la tassazione fiscale in epoca Angioina

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Il lungo conflitto angioino aragonese ebbe come teatro di combattimento il basso Cilento, e gli effetti disastrosi si perpetueranno per diverso tempo in tutto il territorio. La stessa Policastro, ed i castelli del circondario, compreso quello di Torraca, dopo il conflito, vengono defiscalizzati in virtù delle misere condizioni i  cui erano precipitati. Un dato preciso si ricava dagli archivi Vaticani, nei quali viene riportata la tassa cosiddetta dei “servizi comuni” pagata dai vescovi, infatti, negli anni successivi al conflitto la diocesi di Policastro risultava la più povera, poichè pagava appena 84 fiorini l’anno, contro i 350 di Capaccio e i 1.500 di Salerno.”.

Nel 1269, il ‘Liber Donationum Caroli Primi’

Probabilmente databile al 1269 è il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, un registro fatto istituire da Carlo I d’Angiò dove venivano meticolosamente annotati i feudi concessi dal re e le relative adoe o diritti feudali che i concessinari avrebbero dovuto dare alla Regia Curia Angioina ogni anno. Anche da questo antico testo il cui originale è andato distrutto si possono desumere alcuni dati demografici. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel ‘Liber Donationum Caroli Primi’ databile alla seconda metà del XIII secolo (probabilmente 1269) si legge che il Re Carlo I d’Angiò concede il castrum di Tortorella, insieme a quello di Sanza e di Roccagloriosa, a Onorato di Moliers (33). Successivamente passò per la somma di 40 once d’oro, nelle mani del milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran) in cambio del Casale di Trecase, che si trovava nel Giustizierato di Terra d’Otranto, e di altri beni a Brindisi (34).”.  Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominanturvaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”.

La tassazione focatica nel Regno di Sicilia poi Regno di Napoli

Nel mio studio “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, a pp. 19-20, ed in altri miei studi come “I villaggi deserti del Cilento”, pubblicato sulla rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16, in proposito all’andamento demografico della popolazione di Sapri nel tempo, scrivevo che: “L’indagine demografica ci permette di procedere ad attendibili verifiche sull’andamento della popolazione. Paradossalmente, proprio negli anni in cui il toponimo di  Sapri và gradualmente scomparendo sulle carte vanno aumentando le testimonianze sulla presenza di un centro abitato. Negli ultimi anni, oltre ad alcuni reperti, alle fonti archivistiche ed alla storiografia del tempo, si sono rivelati utili alcuni documenti diocesani e parrocchiali. Inoltre, l’indagine effettuata attraverso la raccolta e lo studio delle fonti fiscali, eseguita sul controllo focatico, resta  però il metodo più utilizzato. Le numerazioni focatiche ed il censimento erano  “una specie di calcolo statistico sulla percentuale di reddito medio da esigere per ogni abitante” (133) per cui, anche se costituisce una fonte approssimativa, esso ci permette di poter rilevare l’andamento demografico nei vari anni (134). I primi censimenti, secondo la numerazione dei fuochi (nuclei familiari) si ebbero fin dagli anni 1443, durante il regno di Alfonso I d’Aragona. Nel periodo aragonese ebbero luogo diversi censimenti volti ad accertare il numero dei nuclei familiari (fuochi) allo scopo puramente fiscale e militare. I più importanti censimenti furono quelli del 1443, 1472, 1489 e quello del 1508 nel periodo del viceregno spagnolo (135). Operando un confronto anime-fuochi per gli anni tra il 1648 ed il 1669, saremo in grado di stabilire, sia pure approssimativamente, l’entità del calo demografico subìto da queste popolazioni e dovuto principalmente alla peste che investì il Regno di Napoli nel 1656 e nel 1664. Per il 1500 utilizzeremo il moltiplicatore 5, proposto dal Galanti (136), e dal Silvestri (137); per il 1648, non andremo al di là del 4,5; ed infine per il 1669, adotteremo il 6.”. Nel mio studio a p. 19, nella nota (133) postillavo che: (133) Volpe F. op. cit., p. 14.”. Nel mio studio a p. 19, nella nota (134) postillavo che: (134) Purtroppo oggi possiamo utilizzare solo pochi frammenti pervenutici dopo le note vicende belliche del 1943. Esistono le cifre dei fuochi, per ciascun centro abitato del Regno, per gli anni 1532, 1545, 1561, 1595, 1648, 1669, che non furono condotti ostiatim, ma furono redatti in base alle informazioni che furono forniti dai Baroni e dalle Università sui fuochi ad essi soggetti. La numerazione dei fuochi che ebbe inizio in seguito alla convenzione stipulata tra Alfonso I d’Aragona ed i Baroni durante il Parlamento tenutosi nel 1443.”. Nel mio studio a p. 19, nella nota (135) postillavo che: (135) Silvestri A., La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956; vedi pure Attanasio F., I villaggi deserti del Cilento, stà i “I Corsivi”, pp. 12, 13; e vedi Vassalluzzo M., op. cit..”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (136) postillavo che: (136) Galanti G.M., Nuova descrizione storica e geografica del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1788.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (137) postillavo che: (137) Silvestri A., op. cit.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La ‘generalis subventio’ o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.

I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

Il metodo di calcolo

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, sulla scorta del Vitolo (…), ma soprattutto di Fausto Cozzetto (….) parlando dell’epoca angioina nel 1320 e del “Generalis Subventio” angioino, enumerando i dati per Torraca nel 1320 descrive più o meno correttamente il calcolo per desumere i dati demografici di un luogo tassato e,  in proposito scriveva che: Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”.

Nel 1 dicembre 1271, re Carlo I d’Angiò chiede una tassa per ogni paese del basso Cilento

A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. “ (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (5)Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (12) e dal Del Mercato (13), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (12), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (12), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41”  e alla sua nota (3), postillava: V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino, il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare tanto che, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Infatti, nel documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (….), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: ( riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum.” (…). Nel XIII secolo, alcuni centri del basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, subìrono notevoli danni. Infatti, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271 (…), riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: (riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum 124” (…). Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri.” (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (…)Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (…), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41″  e alla sua nota (3), postillava: V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299.

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(Fig….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il Carucci (…), trae il documento (…) dal Minieri-Riccio (…), che lo pubblicava a p. 41 (Fig…). Il Minieri-Riccio, nel documento (…), in questione che pubblicò nel 1852, scriveva in proposito come si può leggere nell’immagine di Fig….: “1 Dicembre. Ivi. Re Carlo ordina a Gualtiero di Collepietro Giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di raccogliere il residuo della esazione de’ fuocolari dell’anno della 12° indizione, ed all’uopo gli manda la ‘Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita per collactionem factam de quaternis particularibus generalis subventionis ad quaternos de focolaribus pro quibus subscripte terre et loca tenentur ad rationem de augustali uno proquo libet foculari pro primo et secundo mense sub magistratu Gualterii de Collepetro Iustidiarii Principatus et Terre Beneventane in anno XII Indictionis. Le quali terre sono: Ecc…per i seguenti focolari:” ed  elenca i centri con la nota (172)(…). I paesi con i relativi corrispondenti focolari registrati che riguardano le nostre terre, sono:Cilento f. 110. on. 27 t. 15, Pisciotto f. 27. on. 6. t. 22 1/2, Alfano f. 3 t. 22 1/2, Cucculo f. 477. on. 119. t. 7 1/2, S. Severino di Cammarota f. 9. on. 2. t. 7 1/2, Cammarota (Camerota) f. 77. on. 19. t. 7 1/2, Corneto f. 2. t. 15, Tropano f. 3 t. 22 1/2, Rofrano f. 2. t. 15, Sansa f. 33. on. 8. t. 7 1/2, Padula f. 78. on. 19 t. 15, Rocca Gloriosa f. 88. on. 22., S. Giovanni a Piro f. 6. on. 1. t. 15, Policastro f. 124. on. 31.”. Poi aggiunge: “Et pro secundo mense in subscriptis terris ribelibus de prescriptis videlicet: – Policastro f. 124 ecc..”  (26).

p. 41p. 42

p. 44

(Figg….) Stesso documento Angioino del 1271 (…), pubblicato Minieri-Riccio Camillo (…), nel suo ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò negli anni dal 1271 ecc…’ , pp. 41 e s., dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano

Il documento Angioino (…) è stato citato da Del Mercato Pier Francesco, Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, (…), dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. 

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(Figg….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Nel documento angioino, alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il Portus saprorum di Policastro (…).

Nel 1277, i dati demografici attraverso i ‘Cedolaria’ Angioini

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Dai ‘Cedolari Angioini’ del 1277 si possono rilevare i dati demografici della popolazione del paese, ma questi sono da ritenersi largamente approssimativi, poichè trattasi di rilevamenti ai fini fiscali. Nel calcolo non si prendevano in considerazione varie categorie di abitanti, come i nobili, gli ecclesiastici ed i militari.”.

Nel 1270, vengono occultati i fuochi per il censimento

Da un documento angioino in cui si rileva l’occultamento di sei fuochi (12), per cui l’ordine di pagamento all’università di un’oncia e 15 tarì. Ebner (…), nel vol. II, a p. 489, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Cfr. ad Agropoli.”.

Nel 15 novembre 1306, Roberto d’Angiò

Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, nel vol. I, nel cap. III: “Classi e conflitti sociali”, a p. 280 in proposito scriveva che: “Gli appaltatori della gabella “auripellis, tintorie sete et cuculli” di Salerno, affermano, sula fine del 1306, che i neofiti Salernitani, hanno deciso di assumere alcuni detestabili atteggiamenti in pregiudizio grave dei gabellieri, e quindi del pubblico erario, esercitando “segretamente nelle loro case l’arte loro e incettando gran quantità di seta, per tutto il Salernitano fino a Policastro, per rivenderla alla fiera di S. Matteo, liberamente in frode dei diritti fiscali” (4).”. Il Caggese, a p. 280 del vol. I, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Reg. Ang., n. 164, c. 84-84t, 15 novembre 1306: “…..condixerunt setam et cucculum ecc…ecc..”.

Nel 1308, il ‘castrum Turricelle’ (Tortorella)

Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: Del ‘castri Turricelle’ viene fatto menzione anche nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, raccolta delle decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto fino a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.. Nicola Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di ) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana- 1948, pag. 479.”.

Nel 1310, i dati demografici ecclesiastici delle decime vesate dai Vescovi attraverso i ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.

Nel 1320, i dati demografici attraverso il “Generalis Subventio Angioino”

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La generalis subventio o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.

L’indagine demografica ed i primi censimenti della popolazione in epoca Aragonese

L’indagine demografica ci permette di procedere ad attendibili verifiche sull’andamento della popolazione. Inoltre, l’indagine effettuata attraverso la raccolta e lo studio delle fonti fiscali, eseguita sul controllo focatico, resta però il metodo più utilizzato. Le numerazioni focatiche ed il censimento erano “una specie di calcolo statistico sulla percentuale di reddito medio da esigere per ogni abitante (3) per cui, anche se costituisce una fonte approssimativa, esso ci permette di poter rilevare l’andamento demografico nei vari anni. Purtroppo oggi possiamo utilizzare solo pochi frammenti pervenutici dopo le note vicende belliche del 1943. Esistono le cifre dei fuochi, per ciascun centro abitato del Regno, per gli anni 1532, 1545, 1561, 1595, 1648, 1669, che non furono condotti ostiatim, ma furono redatti in base alle informazioni che furono forniti dai Baroni e dalle Università sui fuochi ad essi soggetti. La numerazione dei fuochi che ebbe inizio in seguito alla convenzione stipulata tra Alfonso I d’Aragona ed i Baroni durante il Parlamento tenutosi nel 1443. I primi censimenti, secondo la numerazione dei fuochi (nuclei familiari) si ebbero fin dagli anni 1443, durante il regno di Alfonso I d’Aragona. Nel periodo aragonese ebbero luogo diversi censimenti volti ad accertare il numero dei nuclei familiari (fuochi) allo scopo puramente fiscale e militare (3). I più importanti censimenti furono quelli del 1443 , 1472, 1489 e quello del 1508, nel periodo del Viceregno Spagnolo (4). Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (9), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (3), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: Innanzitutto occorre notare che i primi censimenti, secondo la numerazione dei ‘fuochi’ (così si denominarono i nuclei familiari fino al XVIII secolo), si ebbero fin dall’anno 1443, durante il Regno di Alfonso I d’Aragona. Essendo, però, tale indagine volta ad accertare il numero dei nuclei familiari allo scopo puramente fiscale o militare, essa non potrà fornire di certo che dati approssimativi, ma sempre utilissimi a quanti vogliono rendersi conto del cammino compiuto dall’uomo attraverso i secoli. Nel periodo della dominazione aragonese, che si protrasse per circa sessanta anni, ebbero luogo varie numerazioni. Le più importanti furono quelle rilevate negli anni 1443, 1472, e 1489.”. Infatti, il Silvestri (3), in un suo pregevole studio sulla popolazione del Cilento in epoca Aragonese, scriveva: “I censimenti della popolazione del Regno di Napoli, attuati col sistema della numerazione dei focolari, trassero origine dalla convenzione intercorsa tra Alfonso I d’Aragona ed i baroni del parlamento del febbraio-marzo 1443. Scopo precipuo dell’indagine demografica, adottata in tal modo da circa tre secoli, fu di accertare la reale esistenza dei nuclei familiari in tutte le terre abitate per imporre ad essi l’annuo tributo di un ducato, in luogo di quanto precedentemente si riscuoteva con l’incerto sistema delle collette (33).”. Mario Vassalluzzo (9), nel 1975, sulla scorta di precenti studi del Silvestri (3), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, riguardo al periodo del Viceregno Spagnolo del Regno di Napoli:

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(Fig. 5) ‘Tavola sulla popolazione dei centri costieri cilentani dal XV al XVI secolo’ – tratta da Vassalluzzo M., op. cit. (27).

Dalla tavola del Vassalluzzo desumiamo che nel censimento focatico del 1489, troviamo solo i dati della popolazione di Agropoli, Catellabate, Montecorice, Pollica e, Casalvelino. Stessa cosa per il dati del censimento del 1508.

Nel 1443, con Alfonso I d’Aragona, il primo censimento focatico della popolazione

Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (…), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus’”. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedettero fino alla fine del ‘700. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: Innanzitutto occorre notare che i primi censimenti, secondo la numerazione dei ‘fuochi’ (così si denominarono i nuclei familiari fino al XVIII secolo), si ebbero fin dall’anno 1443, durante il Regno di Alfonso I d’Aragona. Essendo, però, tale indagine volta ad accertare il numero dei nuclei familiari allo scopo puramente fiscale o militare, essa non potrà fornire di certo che dati approssimativi, ma sempre utilissimi a quanti vogliono rendersi conto del cammino compiuto dall’uomo attraverso i secoli. Nel periodo della dominazione aragonese, che si protrasse per circa sessanta anni, ebbero luogo varie numerazioni. Le più importanti furono quelle rilevate negli anni 1443, 1472, e 1489.”. Mario Vassalluzzo (…), nel 1975, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, riportava un interessante ricerca sulla  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., pubblicava un interessante prospetto sui dati demografici della popolazione dei centri che vediamo elencati dal 1489 (i dati del Silvestri), del 1508, ecc…ecc…:

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(Fig….) Tavola sulla popolazione dei centri costieri cilentani dal XV al XVI secolo – tratta da Mario Vassalluzzo, op. cit. (…).

Infatti, il Silvestri (…), in un suo pregevole studio sulla popolazione del Cilento in epoca Aragonese, scriveva: “I censimenti della popolazione del Regno di Napoli, attuati col sistema della numerazione dei focolari, trassero origine dalla convenzione intercorsa tra Alfonso I d’Aragona ed i baroni del parlamento del febbraio-marzo 1443. Scopo precipuo dell’indagine demografica, adottata in tal modo da circa tre secoli, fu di accertare la reale esistenza dei nuclei familiari in tutte le terre abitate per imporre ad essi l’annuo tributo di un ducato, in luogo di quanto precedentemente si riscuoteva con l’incerto sistema delle collette (…).”.

Nel 1483, la tassazione del  ‘Liber rationum’

(…) Il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala, Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri –, supportata oltretutto dalle politiche della monarchia.

Nel 1447, il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’

Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “….nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria ecc..“. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Stessa cosa scriveva Fernando La Greca (…) nel saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. Il La Greca (…) a p. 47, in proposito scriveva che: In generale per una verifica dell’antichità dei toponimi, possiamo utilmente consultare il ‘Codex Diplomaticus Cavensis (66) con testi e atti dal 792; …..La Statistica del Regno (69) del 1444, di epoca aragonese, con un elenco di feudatari e di terre; il ‘Liber Focorum Regni Neapolis (70), datato 1447, con l’elenco dei feudi dei paesi e dei fuochi ; la numerazione dei fuochi di Castellabate e Rocca Cilento con i suoi casali (71), del 1489, dettagliata ma riguardante solo una parte del principato Citra; il diario di Joampiero Leostello che segue passo passo, dal 1489 al 1491, gli spostamenti di Alfonso Duca di Calabria (72).”. Riguardo il ‘Liber focorum ecc..’, il La Greca (…) a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) G. Da Molin, La popolazione del Regno di Napoli a metà Quattrocento (Studio di un focolario Aragonese), Bari, 1979, in sigla L.F.”. Secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Il Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale manoscritto che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Un altro interessante ed utile documento che possiamo utilizzare per attingere notizie storiche è il ‘Liber rationum’ del 1483 consente di accertare la consistenza dello ‘Stato’ di Sanseverino, formato dalle seguenti località, città e terre: Rocca Imperiale, difesa di Tresaie, Noia, Colobraro, Garaguso, Atena, Polla, Salerno, Castellabate, Sala (Consilina), Marsico, San Severino, Agropoli, difesa di San Teodoro, Cilento. La gran parte delle entrate (provenienti dalle rendite agrarie e dai ricavi dell’allevamento) era assorbita da spese correnti (lavori, salari, manutenzione), ma un sostanzioso impegno finanziario era costituito dall’armamento di galee (in parte ammortizzato da assegnazioni e prestiti) e dalla cura di fortificazioni e difese terrestri, che Sanseverino teneva sempre in efficienza. Nei feudi l’amministrazione fu affidata anche a competenti ufficiali stranieri, come esattori e fattori legati ai banchieri fiorentini Strozzi. In effetti il controllo sugli aspetti economici e finanziari fu rigoroso: Raffaele Colapietra (1999) ha visto nella gestione di Sanseverino un modello di «ruralizzazione tardofeudale», che investì in particolar modo il Cilento: ad Agropoli, ad esempio, egli concesse (1483) capitoli che rappresentano un evidente tentativo di circoscrivere l’iniziativa locale. Forti invece le resistenze a Salerno, dove l’attività commerciale e finanziaria si mantenne fiorente – alla fiera del 1478 presero parte ancora molti operatori, anche forestieri – supportata oltretutto dalle politiche della monarchia. Ancora, utili documenti fiscali e non per la ricostruzione storica di alcuni centri del ‘basso Cilento’, possono essere rappresentati dai Quinternioni’, tratti dalle Cancellerie Angioina e Aragonese per gran parte conservati all’Archivio di Stato di Napoli e presso alcuni Archivi privati, non del tutto conosciuti e studiati.

Nel 1455, la tassazione nel ‘Liber Focorum Regni Neapolis’

Il Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (Archivio Storico e Digitale Attanasio)

Nel 1455, la popolazione di Torraca ed il suo territorio

Secondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura dei Baroni’, a p. 39, in proposito all’epoca aragonese scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV sec., Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che venivano tassati.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria.”.  Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il Malamaci però, sulla scorta del Gaetani si ferma al secolo XVI quando si hanno notizie dei baroni di Torraca che acquistano il feudo o il suffeudo. Stessa cosa devo dire per Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Torraca all’epoca Aragonese non riporta significative notizie. Oltre alle notizie demografiche della popolazione di Torraca e del suo territorio per l’epoca aragonese riportate dal Mallamaci sula scorta del ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, notizie di Torraca, del suo territorio e del porto di Sapri, si hanno a partire dal 1500 in poi. Tuttavia, una notizia che riguarda il territorio saprese incluso nel suffeudo di Torraca all’epoca post-angioina e della metà del ‘400 è quella della citazione di un cimitero di fanciulli a “S. Fantino“, grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a S. Giovanni a Piro, una grancia oggi scomparsa ma che probabilmente esisteva nel territorio saprese anche grazie alla presenza del porto da cui partivano le barche per i traffici dei monaci dell’Abbazia. La citazione viene nell’art. 41 degli Statuti del 1466 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti dall’allora Abate Commendatario dell’Abbazia Teodoro Gaza nel 1466. L’articolo n° 41, forse è uno di quelli aggiunti dagli altri abbati commendatari proprio in epoca aragonese. Oltre a questa notizia di cui parlo innanzi vi è l’altra dell’anno 1481 della bolla vescovile di Gabriele Guidano che concesse la costruzione di una cappella nel teritorio saprese allora unito a quello di Torraca.

Nel 1485, la tassazione ecclesiastica nel ‘Liber taxarum’

Il Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

I censimenti durante il Viceregno

Nel mio studio “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, a pp. 19-20, ed in altri miei studi come “I villaggi deserti del Cilento”, pubblicato sulla rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16, in proposito all’andamento demografico della popolazione di Sapri nel tempo, scrivevo che: Dall’epoca del Regio decreto del 1871, nella Italia unita, si sono avuti 13 censimenti. Operando un confronto anime-fuochi per gli anni tra il 1648 ed il 1669, saremo in grado di stabilire, sia pure approssimativamente, l’entità del calo demografico subìto da queste popolazioni e dovuto principalmente alla peste che investì il Regno di Napoli nel 1656 e nel 1664. Per il 1500 utilizzeremo il moltiplicatore 5, proposto dal Galanti (136), e dal Silvestri (137); per il 1648, non andremo al di là del 4,5; ed infine per il 1669, adotteremo il 6. E’ chiaro che per quanto possano apparire sospette e discutibili le cifre, il ‘500, fù secolo di crescita, mentre il ‘600 fu secolo di calo demografico. Il Villani (138), in proposito così scrive: “la numerazione del 1595 registra il culmine dell’espansione demografica”: Nel nostro caso, si registra una sensibile ripresa dal 1532 al 1545 (si registra oltre il doppio della popolazione); mentre, si ha uno spopolamento nel 1561, a cui segue una ripresa nel 1595, che culmina nel 1648 e ha poi ancora uno spaventoso calo nel 1669 (139). Sapri non rifigura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati dal Beltrano (140). I dati sulla popolazione di Sapri, dal 1532 al 1669, sono certamente quelli inseriti all’interno dei dati che riguardano l’Università di Torraca ( da cui dipendeva Sapri in quegli anni, essendo il suo territorio parte del feudo baronale), desunti dalla ” Tavola comparativa sulla distribuzione demografica dei centri costieri cilentani dal XV al XX secolo”, pubblicata dal Vassalluzzo (141) e i cui fuochi sono stati ricavati dal Giustiniani (142) e che per quanto riguarda Sa pri vanno dagli anni 1790 al 1971. A questi, aggiungiamo i dati sulla popolazione di Sapri degli anni 1714, 1719, 1761, 1794, 1795, ricavati da fonti storiografiche dell’epoca. Nella visita pastorale del Vescovo di Policastro De Robertis del 9 maggio 1714 “lo stato delle famiglie di Sapri nel 1714 segnava 345 anime, oltre tre case di Vibonati” (143). Sempre da un documento del Vescovo De Robertis, “nel 1719, il Porto di Sapri contava 414 abitanti “(ad numerum quatuor centum quattrordecim in simul cohabitantibus) (144). Nel 1761 le anime di Sapri ascendevano a 1131. Nel 1790, Sapri contava 1500 abitanti. Nel 1794, il Galanti, riferisce che Sapri contava 1423 anime. Nel 1795, secondo l’Alfano, Sapri contava 1465 anime. Riportiamo i dati relativi alla popolazione di Sapri, ricavati dai censimenti che dall’anno 1790 si sono tenuti ogni dieci anni sino al censimento del 1971:1790-1809-1811-1861-1871-1881-1901-1911-1921-1931-1936-1940-1948-1500-1455-1368-2018-1811-2352-2475-3490-4300-5145-4900-4608-5629e poi ancora quelli degli anni 1951,1961 e 1971, quando abbiamo rispettivamente 5825 e 6925 e 7430.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (136) postillavo che: (136) Galanti G.M., Nuova descrizione storica e geografica del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1788.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (137) postillavo che: (137) Silvestri A., op. cit.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (130) postillavo che: “(138) Villani P., Mezzogiorno tra riforme e rivoluzioni – La Tera, Bari, 1974, p. 96.”.  Nel mio studio a p. 20, nella nota (139) postillavo che: “(139) Sono compresi sotto questa voce gli attuali Comuni di Celle di Bulgheria, Ispani, Santa Marina e Sapri, non censiti nei secoli scorsi perchè disabitati oppure inseriti nella popolazione di centri vicini perchè popolati da pochi individui.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (140) postillavo che: “(140) Beltrano O., Breve descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1671.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (141) postillavo che: “(141) Vassalluzzo M., op. cit.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (142) postillavo che: (142) Giustiniani L., Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1802.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (143) postillavo che: (143) Archivio Arcivescovile Bussentino,”Vsitatio De Robertis, 9 maggio 1714″: “Visitatis Acolytum Ianuarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras testimoniales ordiumium et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”, citata dal Gaetani R., op. cit. , p. 13.”. Nel mio studio a p. 20, nella nota (144) postillavo che: (144) ibidem, bollarium, fol. 17, “Andreas Arcipiescopius De Robertis, dei et Apostolicae sedis gratia Episcopus Policastren, Baro etiam Terrarum Turris Ursaie, Castri Rogerii, Feudi Seleucii, etc.”. Operando un confronto anime-fuochi per gli anni tra il 1648 ed il 1669, saremo in grado di stabilire, sia pure approssimativamente, l’entità del calo demografico subìto da queste popolazioni e dovuto principalmente alla peste che investì il Regno di Napoli nel 1656 e nel 1664. Per il 1500 utilizzeremo il moltiplicatore 5, proposto dal Galanti (5) e, dal Silvestri (3); per il 1648, non andremo al di là del 4, 5; ed infine per il 1669, adotteremo il 6. E’ chiaro che per quanto possano apparire sospette e discutibili le cifre, il ‘500, fù secolo di crescita, mentre il ‘600 fu secolo di calo demografico. Il Villani (6), in proposito così scrive: “la numerazione del 1595 registra il culmine dell’espansione demografica. Nel nostro caso, si registra una sensibile ripresa dal 1532 al 1545 (si registra oltre il doppio della popolazione); mentre, si ha uno spopolamento nel 1561, a cui segue una ripresa nel 1595, che culmina nel 1648 e ha poi ancora uno spaventoso calo nel 1669 (7).

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(Fig. 8) La popolazione di centri del Basso Cilento tratta da: Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, studio pubblicato sulla rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16.

Scrive sempre lo studioso Mario Vassalluzzo (9), nel 1975, sulla scorta di precenti studi del Silvestri (3), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, riguardo al periodo del Viceregno Spagnolo del Regno di Napoli: Durante il Viceregno, si continuò a censire gli abitanti sempre secondo il sistema dei ‘fuochi’, e la prima numerazione sotto gli Spagnoli, ebbe luogo nell’anno 1508. Questa rilevazione, confrontata con l’ultima del periodo aragonese, ci fornisce un indice di notevole decremento demografico. E la ragione di esso è da ricercarsi nel contesto delle guerre e delle pestilenze che, dal XIV al XV secolo, si succedettero senza tregua nel Regno di Napoli. Verso la metà del 1700, però, dandosi inizio ai primi censimenti modernamente intesi (anche se l’Italia dovrà attendere al 1861 per vedersi censita nella sua popolazione secondo il nuovo sistema), i dati fornitici sono molto più vicini alla realtà. Da allora, anche in forza del Regio Decreto del 20 giugno del 1871, integrato poi nel 1930 e 1951 da successive leggi, in Italia si sono avuti undici censimenti, abitualmente alla distanza di dieci anni uno dall’altro. E cioè: 1861, 1871, 1881 (non si ebbe nel 1991), 1901, 1911, 1921, 1931, 1936 (non si ebbe nel 1941), 1951, 1961, 1971 ecc…Per i dati del periodo che va dal 1545 all’anno 1811 abbiamo avuto a disposizione il Giustiniani (10), il Galanti (5), l’Alfano (18), il Marzolla (…), il Rizzi (17), il Gatto (…) e il Cassese (…). Le notizie riguardanti i dati dal 1828 al 1900 le abbiamo attinte dal Franciosa (…), dal Santoro (…) e dall’Annuario Statistico della Provincia di Salerno per il 1866 e il 1974 (…). Dal confronto delle cifre a nostra disposizione (vedi tavola comparativa che segue) sono scaturiti i seguenti dati: a) Fino al secolo XVI, per ragioni di sicurezza, gli abitanti sono accertati nei borghi posti sulle alture; b) nel secolo XVII a causa delle lotte, della miseria e delle pestilenze e della miseria si verificherà, tranne per Pollica e Centola, un abbassamento demografico rilevante, fino ad arrivare, nel 1669 (a 13 anni dalla violentissima peste del 1656), a vedere decimate le popolazioni; c) dal secolo XVIII, cessato ormai il periclo dei pirati, si constaterà un graduale e costante popolamento della zona litoranea ecc..”

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(Fig. 5) ‘Tavola sulla popolazione dei centri costieri cilentani dal XV al XVI secolo’ – tratta da Vassalluzzo M., op. cit. (27).

Nel 1988 (…) e poi nel 1995, pubblicai a stampa, uno studio dal titolo “I Villaggi deserti del Cilento”, dove facevo una disamina sull’indagine demografica dei piccoli centri del basso Cilento.

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(Figg. 4) Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13 (1).

L’andamento demografico della popolazione a Sapri

Come abbiamo cercato di dimostrare nei precedenti studi ivi pubblicati, pubblicando do-cumenti e testimonianze che attestano la presenza di un porto, di uno scalo marittimo conosciuto e di un piccolo borgo prima marinaro ma poi in seguito cresciuto, il paese di Sapri che più tardi verrà denominato ‘Portum Saprorum’ e poi ‘Terra Saprorum’, ha origini antichissime. Le testimonianze che abbiamo riportato nei precedenti studi ivi pubblicati sono molteplici e non stiamo quì a ricordarli. Lo studioso della maiolica napo-letana Guido Donatone (19), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attual-mente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri. Il Sinno (20) in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centrovivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare, sono una delle tantissime testimonianze che il piccolo centro di Sapri era conosciuto. Anche se la numerazione dei ‘fuochi’ con i primi Censimenti nel Regno di Napoli non ci danno notizie certe sulla popolazione prima del ‘600, crediamo che il piccolo borgo marinaro di Sapri, con il suo porto e la sua grande baia, abbia da sempre avuto un importante ruolo nella storia del Regno di Napoli. Anche se, come scrive il Villani (6): “la numerazione del 1595 registra il culmine dell’espansione demografica e, nel nostro caso, si registrerà più avanti uno spaventoso calo della popolazione nel 1669, tanto che sono compresi sotto questa voce gli attuali Comuni di Celle di Bulgheria, Ispani, Santa Marina e Sapri, non censiti nei secoli scorsi perchè disabitati oppure – come noi pensiamo – inseriti nella popolazione di centri vicini perchè popolati da pochi individui (7). Infatti, Sapri non figura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati dal Beltrano (8). Il Beltrano (8) che nel 1644, scrive ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, riporta la popolazione di Torraca e non di Sapri. Infatti, i dati sulla popolazione di Sapri, dal 1532 al 1669, sono certamente quelli inseriti all’interno dei dati che riguardano l’Università di Torraca – da cui dipendeva Sapri in quegli anni, essendo il suo territorio parte del feudo baronale – desunti dalla Tavola comparativa sulla distribuzione demografica dei centri costieri cilentani dal XV al XX secolo”, pubblicata dal Vassalluzzo (9)(Fig. 4, vedi nota 28), e i cui fuochi sono stati ricavati dal Giustiniani (10) e che per quanto riguarda Sapri vanno dagli anni 1790 al 1971. L’Ebner (21), in proposito della popolazione di Sapri, riferisce che il Giustiniani (10), non riporta le numerazioni dei due censimenti del 1532 e del 1595. Il Giustiniani (10), non riporta le numerazioni di Sapri, Celle di Bulgheria, Santa Marina e Ispani e, l’Ebner aggiunge in proposito: “Probabilmente queste due ultime con Sapri, unite a Policastro.”. Il Giustiniani (10), nel suo ‘Dizionario geografico ragionato del Regno di Na-poli’, del 1804, riporta i dati di Sapri credo del censimento del 1790 e dice: “Gli abitanti al numero di circa 1500 in parte sono addetti all’agricoltura ed in parte alla pastorizia.”. Lo Ebner (21), riferisce anche che il Pacicchelli (22), non figura Sapri nelle numerazioni dei fuochi dei due censimenti del 1648 e 1669. Il Pacicchelli, riporta le numerazioni di Libonati (Vibonati)(camera riservata) vecchia = 348 e nuova 145, mentre la numerazione di Torraca – anch’essa diminuita – è di 317 nel censimento del 1648 e 62 nel censimento del 1669. A questi dati, desunti dal Giustiniani e Pacicchelli, aggiungiamo i dati sulla popolazione di Sapri degli anni 1714, 1719, 1761, 1794,  1795, ricavati da fonti storiografiche dell’epoca. Nella visita pastorale del Vescovo di Policastro De Robertis del 9 maggio 1714, “lo stato delle famiglie di Sapri nel 1714 segnava 345 anime, oltre tre case di Vibonati” (14). Sempre da un documento del Vescovo De Robertis, “nel 1719, il Porto di Sapri contava 414 abitanti “ad numerum quatuor centum quattrordecim in simul cohabitantibus” (14-15). Nel 1761 le anime (abitanti) di Sapri ascendevano a 1131. Nel 1790, Sapri contava 1500 abitanti. Nel 1788, il Galanti (5), riferisce che Sapri contava 1423 anime. Nel Nel 1745, nella sua pubblicazione sulla ‘Lucania’, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (16), così descrive Sapri: “nelle campagne intorno al Porto e Marina di Vibonati (che sono deliziosissime) abitano sparsamente da 500 persone, che le coltivano assai bene, specialmente per le viti e fichi e olivi, oltre di quei che sono addetti alla pesca, che vi è abbondantissima e di squisito sapore”. (16). Riportiamo i dati relativi alla popolazione di Sapri, ricavati dai censimenti che dall’anno 1790 si sono tenuti ogni dieci anni sino al censimento del 1971: Censimenti: 1790-1809-1811-1861-1871- 1881-1901-1911-1921-1931-1936-1940-1948-1951. Popolazione: 1500-1455-1368-2018-1811-2352-2475-3490-4300-5145-4900-4608-5629-5825 e poi ancora quelli degli anni 1961 e 1971, quando abbiamo rispettivamente 6925 e 7430. Quindi, dal ‘700 in poi, la popolazione a Sapri ha registrato una costante crescita. Nel 1809, secondo il Rizzi (17), Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti. L’Alfano (18), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri, dice: . “Fa di popolazione 1489.” . Nel 1881, si contavano 1963 abitanti. Il 1836 è l’anno del più antico registro dei nati e dei defunti esistente, custodito dalla curia nella parrocchia di Sapri, il paese viene denominato “Terra Saprorum.”.

Nel 1811, 400 calderai di Sapri giravano dentro e fuori il Regno di Napoli

Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 225, parlando di Sapri ci informava che: “Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (15). Il Guzzo (…), a p. 225, nella sua nota (15) postillava che: “(15) A. Sinno – Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo“, 1954, Parte II, del 1955, Pag. 130”. Il Guzzo ci informava della curiosa notizia di Andrea Sinno (…). Il Guzzo non dice a quale epoca il Sinno si riferisca ma dice solo dei 400 individui di Sapri. Angelo Guzzo (…) nel suo ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a pp. 182-183, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Ma la maggior rovina per questa ridente plaga costiera fu quella operata dai pirati barbareschi e musulmani di Khair Ed – Din (Ariadeno) Barbarossa nel 1534 e dai corsari turchi di Dragut-Rais-Bassà nel 1552 (21). Le case furono saccheggiate ed incendiate, gli abitanti parte uccisi e parte condotti schiavi. I pochi superstriti ripararono sulle colline, sui monti e nei paesi circonvicini, dove trovarono fraterna accoglienza in attesa di un ritorno in tempi di pace. La marina di Sapri divenne, così, completamente deserta ed i suoi abitanti, dediti un tempo alla pesca, furono costretti ad esercitare i mestieri più svariati ed i più umili servizi artigianali. Il Sinno, in una sua opera sul commercio e l’industria nel Salernitano dal XIII ai principi del XIX secolo, a proposito di Sapri, scrive: “Circa 400 individui di questo centro vivono girando dentro e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare” (22).”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (21) postillava che: “(21) G. Volpe – ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento – Salerno – 1881 – pag. 118.”. Il Guzzo (…), a p. 183, nella sua nota (22) postillava che: “(22) A. Sinno – Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo – Salerno – 1954 – Parte II – Pag. 130.”. Il Guzzo (…) riporta la stessa notizia anche nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997. Dunque il Guzzo (…) riportava l’interessante notizia dei 400 uomini che andavano girando dentro e fuori il Regno di Napoli e scriveva che tale notizia era tratta dall’Andrea Sinno (…), ma probabilmente egli si sbagliava. Il Guzzo (…), accostava la notizia dei “400 individui di Sapri che andavano accomodando caldare” alle incursioni barbaresche del ‘500 e soprattutto a quella del 1552 di Dragut. Il testo del Sinno (…) è in mio possesso ma a p. 130 della sua Parte II, non ho trovato la notizia. Andrea Sinno (…) nel suo “Commercio e Industria nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, parlava si di Sapri ma dicendo altro. Il Sinno (…), a p. 130, nella sua Parte II, in proposito scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè dalla malaria, e per di più dal pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, raggiunsero in passato i vicini paesi montani, dove trovarono fraterno accoglimento, e si assicurarono maggiori possibilità di vita, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, e rifarsi una casa con maggiori agi, e formarsi coll’industria e coll’agricoltura una posizione più vantaggiosa, oppure un certo benessere col lavoro. Agropoli e Sapri e la stessa Pesto sono oggi centri importantissimi di vita, dove le popolazioni, discese dalle zone montane, svolgono le loro ecc…”. Dunque, il Sinno citava Sapri ma non citava la notizia. Dunque, il Guzzo (…), a mio avviso probabilmente errava i riferimenti bibliografici. Insomma pare che la notizia non sia del Sinno (…). Da una ricerca effettuata mi sono accorto che la notizia fu ricavata dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…) che, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), (da cui il Guzzo aveva tratto l’interessante notizia del Sinno), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Dunque, mi sembra chiaro che il Vassalluzzo (…), non si riferisse alle incursioni del ‘500 ma si riferisse all’anno 1811 e scrivesse chiaramente che la notizia del Sinno (…) era riferita al 1811 e non al 1552 come pare che si legga dal Guzzo. Il Vassalluzzo (…), infatti, nella sua nota (4) a p. 200 postillava che: “A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto ecc..ecc…”Posseggo il testo del Sinno (…), ma a p. 130 non ho trovano nulla della citazione del Vassalluzzo (…). Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…, da qualche tempo hanno pigliata la via del ritorno per raggiungere il piano, dove vissero i loro antenati, ecc..ecc…”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (4), citava anche Leopoldo Cassese (…), e credo che la notizia sia contenuta nel suo La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, 1955 a cui il Vassalluzzo si riferiva quando a p. 200, nella sua nota (4) postillava che: Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281″ e quando scriveva che:A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Dunque, la notizia venne tratta dalla p. 281 di Leopoldo Cassese (…) che scriveva di Sapri all’anno 1811. Leopoldo Cassese (…), nel 1955 pubblicò La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Ispirato e Cuomo. Il saggio del Cassese (…) riguarda la Relazione di Gennaro Primicerio Guida (…) che nel 1811, presentò per il ‘Pricipato Citra’, scritto in un inchiesta per il Governo Murattiano. L’inchiesta o lo studio o la Relazione ‘statistica’ di cui si parla è una delle tante che all’epoca del governo Murattiano del decennio francese fiorirono nel Regno di Napoli, visto le difficoltà economiche in cui versava gran parte della popolazione del Regno. Leopoldo Cassese (…), ha scritto anche ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, edito nel 1956, in cui pubblicò il testo di Filippo Rizzi (…), ‘Osservazioni statistiche sul Cilento’ (che posseggo entrambi), un’altra delle inchieste di quel periodo che riguarda il Cilento e le sue condizioni economiche. Il Cassese (…), pubblicò l’inchiesta sul Principato Citra in epoca Murattiana. La Relazione sulla «statistica» del Regno di Napoli del 1811 è un’opera letteraria redatta per il governo Napoleonico di Gioacchino Murat che la commissionò in quegli anni. Il colto sacerdote, come scrivono nell’introduzione al testo i due studiosi Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (…), nel 1973, dove pubblicano solo la parte che riguarda l’Agricoltura. L’inchiesta prese l’avvio nel 1811, con circolare datata 15 maggio, che individuava per ogni provincia un redattore scelto tra i componenti delle Società di Agricoltura (tranne che a Napoli dove venne incaricato ufficialmente l’Istituto di incoraggiamento) e nominato dal ministro su proposta degli intendenti. Sull’inchiesta commissionata dal Governo Murattiano nel decennio francese nel Regno di Napoli ha scritto nel 1988, Domenico Demarco (…), nel suo, ‘La Statistica del Regno di Napoli nel 1811’, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Voll. 4. I redattori furono Paolo Aquila (Abruzzo Citeriore), Giovanni Thaulero (Abruzzo Ulteriore 1°), Giuseppe Alferi Casorio (Abruzzo Ulteriore 2°), Giulio Girolamo Corbo (Basilicata), Francesco De Roberto (Calabria Citra), Giuseppe Grio (Calabria Ulteriore), Serafino Gatti (Capitanata), Vitangelo Bisceglia (Terra di Bari), Raffaele Pepe (Molise), Gennaro Guida (Principato Citra), Marcia De Leo (Principato Ulteriore), Reale istituto di Incoraggiamento (Napoli), Oronzo Gabriele Costa (Terra d’Otranto) e Francesco Perrini per Terra di Lavoro. Il canonico Francesco Perrini era membro del Consiglio generale della Beneficenza della Provincia di Terra di Lavoro e socio corrispondente della Commissione di Agricoltura. Nel 1811 Gioacchino Murat lo aveva nominato Direttore generale della Statistica della Provincia di Terra di Lavoro. Oltre al nome del redattore Perrini, sono noti, per la provincia di Terra di Lavoro, anche i nomi di alcuni collaboratori locali tra i quali Nicola Pilla per Venafro, Francesco Antonio Notarianni di Lenola per il comprensorio di Gaeta, Vincenzo di Lorenzo per Sessa, Gennaro de Quattro per il circondario di Teano, il canonico e storico Michele Broccoli per Vairano, Fabrizio d’Amore per Roccamonfina, Michele Fusco per Mondragone, Filippo Duratorre di Castelforte, Francescantonio Notarianni di Lenola. E, aggiungiamo, l’amministratore e storico Pasquale Cayro, per il territorio di San Giovanni Incarico e Pico. Dunque, per quanto riguarda il “Principato Citra”, dove ricadevano gran parte dei nostri centri del basso Cilento, il redattore dell’Inchiesta incaricato fu Gennario Guida Primicerio (…). La sua inchiesta e Relazione conservata all’Archivio di Stato di Napoli fu pubblicata integralmente dal Leopoldo Cassese che a p. 281 riportava la notizia dei “400 individui di Sapri che giravano dentro e fuori il Regno di Napoli andando accomodando caldare”.  I quesiti in ordine a cui si doveva rispondere si articolavano in quattro sezioni generali: Notizie relative allo stato fisico; Sussistenza e conservazione della popolazione; Notizie sull’economia rurale; Le manifatture. Alla fine di maggio i questionari furono inviati in tutte le universitates del Regno, e venne assegnata ai redattori una gratifica per il lavoro da svolgere.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino Felice, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

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(Fig. 7) Attanasio F., “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia e, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri.

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(Fig. 8) Attanasio Francesco, “I villaggi deserti del Cilento”, studio pubblicato sulla rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16.

(2) (Figg. 9) “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII,  (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura di Carlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio  che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”.  Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta.  Purtroppo, la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, Les Archives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886; Mazzoleni Jole……………………………………………

(3) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: “La contrastata giurisdizione feudale del vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia”, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, n. 27, pp. 279 e sgg. in ‘Documenti’, Nuova serie, n. 27, XIV, 1, giugno 1997, fasc. 27 (annata LVII dalla fondazione), ripubblicata da Pietro La Veglia editore (Archivio Storico Attanasio)

(3) Silvestri Alfonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri Alfonso, Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989 (Archivio Storico Attanasio)

(3) Si veda pure: Attanasio F., ‘I villaggi deserti del Cilento’, stà i “I Corsivi”, pp. 12, 13; si veda pure: Pasanisi O., La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; vedi pure Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure: Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, vedi cap. V – Distribuzione demografica sulla costa Cilentana, Cap. V, p. 207 e s. ; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amm.va, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(4) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138. Si veda pure: Galasso G., Mezzogiorno medievale e moderno, ed. Einaudi, Torino, 1975.

(5) Galanti G.M., Nuova descrizione storica e geografica del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1788, ed edizione del 1790, Napoli, Tomo IV, p. 234.

(6) Villani P., ‘Mezzogiorno tra riforme e rivoluzioni‘., Ed. La Terza, Bari, 1974, p. 96.

(7) Sono compresi sotto questa voce gli attuali Comuni di Celle di Bulgheria, Ispani, Santa Marina e Sapri, non censiti nei secoli scorsi perchè disabitati oppure inseriti nella popolazione di centri vicini perchè popolati da pochi individui.

(8) Beltrano O., Breve descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1644.

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(9) Vassalluzzo Mario, ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975 (Archivio Storico Attanasio)

(10) Giustiniani L., Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, VII, pp. 341-342.

(11) Granzotto G., La Battaglia di Lepanto, Milano, ed. Mondadori, pp. 128, 129.

(12) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831. Si veda pure:  Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976; si veda pure Camera M., Storia del Ducato di Amalfi, vol. II, p. 114; Si veda pure: Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà in “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze.

(13) Rohlfs G., Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria, Ravenna, 1974; si veda pure: Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.

(14) Archivio Arcivescovile Bussentino, ‘Visitatio De Robertis, 9 maggio 1714’: “VisitatisAcolytum Ianuarium Eboli Portus Saprorum,qui produxit Sacras testimoniales ordiumiumet fuitapprobatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.“, citata dal Gaetani R., op. cit., p. 13.

(15) ibidem, bollarium, fol. 17, “Andreas Arcipiescopius De Robertis, dei et Apostolicaese-disgratia Episcopus Policastren, Baro etiam Terrarum Turris Ursaie, Castri Rogerii, Feudi Seleucii, etc.”.

(16) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(17) Rizzi F., Notizie statistiche sul Cilento, 1809, ristampa ed. Galzerano, p. 39.

(18) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1823, p. 135.

(19) Donatone G., La maiolica napoletana dalle origini al sec. XV., stà in “Storia di Napoli”, vol. IV, Napoli, 1975.

(20) Sinno A., Commercio e industria nel Salernitano dal XIII secolo ai primordi del XIX secolo, Salerno, 1954, parte II, p. 130 (vol. I o vol. II lo cita Guzzo più volte ma io non ho trovato nulla) (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di Storia e Letteratura Italiana, 1973, Roma, 1973 (Archivio Storico Attanasio)

(21) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 591, 592. Si veda pp. 538 e s. su Policastro; si veda pure vol. I, p. 592-593; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(22) Pacicchelli G.B. , Il Regno di Napoli in prospettiva, Napoli, 17…, parte I, pp. 337-338;

(23) (Figg. 2-3) “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- 1594), cm.36 x 51, riprodotta e tratta da Mazzetti E., op. cit. (25), tav. XVII.

(24) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(25) Mazzetti E., Cartografia Generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di Mazzetti e scritti di E. Pontieri, Almagià R., Rosario La Duca, ed. ESI, Napoli, 1972

(26) (Fig. 1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, (…) e il Valerio (…), in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’

(27) (Fig. 5) Vassalluzzo Mario, op. cit. (9), p. 228.

(28) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906, ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2000; si veda pure: Gaetani R., Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Roma, Tip. del Senato, 1914, ristampa a cura di Rossella Gaetani, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento Salerno, 2000.

(29) Santoro G., Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio (1862-1962), Salerno, 1966.

(30) Franciosa L., Il Cilento, ed. ‘Ipocratica’, Serie II, n. 1, Salerno

(31) Cassese Leopoldo, La statistica ecc.., stà in ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, Salerno (Archivio Storico Attanasio)

(32) Marzolla B., Atlante corografico storico-statistico del Regno delle due Sicilie, Napoli

(33) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.

(34) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981

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(35) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, si veda vol. I, p. 223 e p. 236, dai seguenti titoli:  il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo” (“a. 1201-1281”), p. 400 e 401 (Archivio Storico Attanasio – copia digitale. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito). Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII. Il vol. III ha il seguente titolo: ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Il vol. IV ha il seguente titolo: ‘Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV’, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(36) Amari Michele, La Guerra del Vespro siciliano, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Attanasio)

(37) (Figg. 9) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s. (Archivio Attanasio)

(38) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (24-25). Nella sua nota (25), a p. 39, postilla che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Ho scritto era perchè purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”.

(39) Hillard-Breholles J.L.A., Historia diplomatica di Federici Secundi, Paris, 1852; si veda questo testo fondamentale per i documenti Federiciani-Svevi dal 1215 al 1220

(….) Gregorovius Ferdinand, Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter (Storia della città di Roma nel Medioevo, Roma 1942; Torino Einaudi, 1973), 1896, p. 645

(…) Volpe Francesco, Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981 (Archivio Storico Attanasio)

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(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e  sgg.. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

(…) Santoro G., Le Torri costiere della Campania, stà in ‘Napoli Nobilissima’, anno 1967, vol. VI, pag. 38; si veda pure: Santoro G., L’Economia della Provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio (1862-1962), Salerno, 1966; si veda pure: Santoro G., ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi immagini, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Franciosa L., Il Cilento, ed. ‘Ipocratica’, Serie II, n. 1, Salerno

(…) Amari Michele, La Guerra del Vespro siciliano – scritta da Michele Amari, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure Amari Michele, La Guerra del Vespro Siciliano, ed. Mazara, Società Editrice Siciliana, scuola Tip. Italo Orientale di S. Nilo, Grottaferrata, 1947 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s. (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore, per il ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, si veda pure: C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181.

(…) Galasso Giuseppe (…), nel suo ‘Mezzogiorno medievale e moderno’, ed. Einaudi, Torino, 1965 (Archivio Storico Attanasio); si veda pp. 141-142,

(…) Croce Benedetto, Storia del Regno di Napoli, (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. I

(…) Liber Focorum Regni Neapolis, una tabella messa in rete dall’Università di Bari  che fa riferimento ad  un manoscritto, il “Liber Focorum Regni Neapolis” (cioè il Libro dei nuclei famigliari fiscali del Regno di Napoli)  conservato a Genova. La Biblioteca Berio di Genova nel 1900 ha ricevuto una donazione libraria tra cui un volume, con copertina di cartone e dorso pergamenaceo, contenente nella prima parte la storia di alcune famiglie nobili di Venezia e nell’ultima parte, allegato, un manoscritto originale non datato di 40 fogli, di epoca aragonese, schedato come “Liber Focorum Regni Neapolis”. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle Numerazioni dei Fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Considerata  la grande importanza del documento per la storia di Capracotta, abbiamo deciso come Associazione di acquistare  gli ottanta file contenenti le scansioni elettroniche dell’originale. Molte sono le informazioni che si ricavano dall’originale in latino con molte abbreviazioni; prima di tutto i fuochi sono inseriti in undici circoscrizioni provinciali: Terra Laboris e Contado Molisii, Abruzo Citra, Abruzo Ultra, Principato Citra, Principato Ultra, Terra de Bari, Capitanata, Basilicata, Ydronti, Vallis Gratis e Terre Iordani e Calabria Ultra. La più estesa delle province era quella della Terra del Lavoro e del Contado del Molise e in essa  sono registrate 282 Terre e 38.000 fuochi; la più piccola era la provincia della Terra di Bari con 10.250 fuochi e 49 Terre. In ogni provincia sono registrati dapprima le terre demaniali, poi sono elencati in ordine alfabetico i feudatari e i rispettivi feudi; una croce rossa anteposta alla terra indica che la terra era una diocesi o arcidiocesi; le terre sono ordinate in un ordine del tutto particolare:dapprima è specificata la provincia di appartenenza,poi  sono elencate le terre demaniali,se c’erano in quella provincia, poi sono elencati i feudatari con i relativi feudi; poi sono annotati i fuochi ed infine la tassazione.  Sono elencate nelle varie province anche le terre mammalie, cioè della regina. La Numerazione dei Fuochi era dunque un vero e proprio censimento fiscale, in particolare il Liber Focorum Regni Neapolis  è molto importante perché, attualmente, è l’unico documento che dà una visione approfondita dell’assetto feudale del Regno di Napoli per l’epoca aragonese.

(…) Da Molin Giovanna, La popolazione del Regno di Napoli a metà Quattrocento: (studio di un focolario Aragonese), Bari, ed. Adriatica, 1979

(…) Cozzetto Fausto,  Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986 (Archivio Attanasio)

(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479

(…) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book, e a stampa, ed. Universitarie Romane, Roma, 2009 (Archivio Attanasio)

(…) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, Napoli, 2018, ed. e-book (Archivio Storico Attanasio)

(…) Caggese Romolo, Roberto d’Angiò e i suoi tempi, Firenze, Bemporad, 1930, vedi vol. I, pp. 442-443; vedi vol. II, p. 191- 554; dello stesso autore si veda: Caggese Roberto, L’Alto Medioevo, ed. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1937 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Moscati R., Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoetane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”.

(…) Fusco Felice, Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento, a cura di Raffaele Ferdinando Marino, ed. Graf. Cantarella, Sala Consilina, 1996 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fusco Felice, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in “Euresis”, VIII (1992); ‘Capitulationes et Pacta Terrae Rofrani, ovvero gli antichi Statuti municipali di Rofrano, ivi, XI (1995)

(…) Riccardo Filangieri, Introduzione, in Gli atti perduti della cancelleria angioina transuntati da Carlo De Lellis, pubblicati sotto la direzione di Idem, parte I, vol. I («Regesta chartarum Italiae»), Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1939, pp. VII-LII; Idem, Programma di ricostruzione dell’archivio della Cancelleria Angioina, in «Notizie degli Archivi di Stato», VIII (1948), pp. 36-38; Idem, Prefazione, in I registri della cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di Idem, Napoli, Accademia Pontaniana, 1950, pp. V-XII; Idem, Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane compilati da Carlo De Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII (1927), ora in Idem, Scritti di paleografia e diplomatica, di archivistica e di erudizione, Roma, Ministero dell’interno 1970, pp. 173-200; Jole Mazzoleni, Storia della ricostruzione della cancelleria angioina, Napoli, Accademia Pontaniana, 1987; Stefano Palmieri, Degli archivi napolitani. Storia e tradizione, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 250 sgg.

(….) Carbonetti Vendittelli Cristina,  ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘, ed. dell’’Istituto Storico Italiano’, 2002 (Archivio Storico Attanasio)

La Greca e Vladimiro

(…) La Greca Ferdinando Valerio Vladimiro, Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 2008 (Archivio Attanasio)

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(…) Sinno Andrea, Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, Salerno, 1954, si veda parte II, 1955 (Archivio Attanasio), p. 130

(…) Cassese Leopoldo, La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Ispirato e Cuomo, 1955 (Archivio Attanasio), p. 281

(…) Demarco Domenico, La Statistica del Regno di Napoli nel 1811, a cura di Domenico Demarco, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Voll. 4, 1988

Le Torri Normanne

 Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Nel presente studio, pubblichiamo una serie di documenti originali manoscritti e rari tratti dall’Archivio di Stato di Napoli e dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, le cui fotoriproduzioni digitali tratte dagli originali richieste ed ottenuto recentemente. Esse rappresentano parte della documentazione da me rinvenuta oltre trenta anni fa, presso l’Archivio di Stato di Napoli e la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

Le Torri costiere sul litorale saprese all’epoca Angioina-Aragonese nel XV e XVI sec.

Carta del Cilento tratto della costa

(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

Molte delle cause che produssero i ‘villaggi deserti‘ del Cilento, vanno ricercate nel rapporto mare-terra-incursioni barbaresche, nelle guerre, le cui operazioni militari si svolsero, in quei secoli, principalmente sulle nostre plaghe e, per le conseguenze dovute alle pestilenze, alle carestie, al banditismo ed alla ripresa feudale. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del Cilento si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un piccolo porto. Nel XIII secolo la guerra del ‘Vespro’ cioè la guerra tra Carlo II d’Angiò e Pietro d’Aragona che, si sviluppò a lungo sotto le mura di Castellabate e nel Cilento in generale, incise sulle condizioni già precarie delle popolazioni. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle Calabrie tentavano di risalire verso Napoli, capipitale del regno angioino. Il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. Infatti, nel XVIII sec., erano frequenti le scorrerie saracene (arabi o Almugaveri) su tutta la costa del Regno di Napoli, prima con la guerra del ‘Vespro‘, cioè la guerra sorta nel Regno di Napoli tra i dominatori francesi di Carlo II d’Angiò che combattevano contro gli spagnoli di Pietro d’Aragona e poi nel ‘500 sotto la dominazione della Corona Spagnola che disponeva del Regno di Napoli attraverso la reggenza di Vicerè (tutti spagnoli). Durante l’alto medioevo gli abitanti furono spinti verso l’interno della regione sia dalle pestilenze che dalle incursioni piratesche, una vera minaccia per gli insediamenti costieri, continuata fino alla fine del XVIII secolo. Numerose furono infatti le fortificazioni collinari e montuose nell’entroterra calabrese, costituita da villaggi arroccati in posizione sufficientemente arretrata e inaccessibile da poter avvistare in tempo le navi nemiche e sbarrare prontamente le vie d’accesso ai centri abitati. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i bizantini e gli arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, san Gregorio da Cerchiara ecc). La notevole influenza araba per le popolazioni locali dell’epoca, si può desumere dalla presenza di alcuni usi e termini dialettali. Infatti, ancora oggi si possono notare negli usi e nei costumi, come pure nel dialetto di queste popolazioni, l’esistenza di residui di civiltà araba. Per esempio l’uso che hanno i pescatori per la lavorazione delle reti da pesca, che si poteva vedere ancora a Sapri fino a pochi anni fa. La tipica posizione, poggiando tutto il peso del corpo sui talloni dei piedi. Vi sono poi pure, alcuni termini dialettali di origine araba ancora in uso a Sapri: ‘Tumminu’ (tomolo), ‘zerreiare’ (chiudere), ‘cammisa’ (camicia), ‘sceddecare’ (il battere le ali della gallina), ‘catu’ (secchio), ‘alliffato’ ( attillato), ‘scimmuzzo’ ( tuffo nell’acqua del mare), ecc…(2).

fiume lubertino

(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

Le Torri costiere preesistenti e molto più antiche di quelle costruite nel Regno di Napoli dai Vicerè del governo Spagnolo

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 432, parlando del porto e della baia di Sapri, in proposito scriveva che: “Vien di presente la bocca del porto guardata da due Torri una chiamata di Lubertino ad oriente, l’altra detta Buondormire ad occidente.”. Dunque, nel 1745, anno della sua prima edizione, l’Antonini ci parla solo di due torri poste a guardia dell’ampia baia di Sapri, ma nessuno accenno alla Torre dello Scialandro, che alcuni confondono e la chiamano “Torre Mezzanotte”. L’Antonini (…), dopo aver parlato di Sapri e di Torraca, proseguendo il suo viaggio geo-storico verso Acquafredda, a p. 436, in proposito scriveva che: “Ritornati al mare di Sapri, ed ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi vicino allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un non mediocre fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nè giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nè tempi di mediocre agitazione è coverto, e econfuso, nè si vede, che ‘l solo suo gorgogliare. Or da quì fino alla marina di Maratea, che n’è sette miglia lontano, è ch’è una catena di continuati dirupatissimi scogli, si trovan varie sorgive, e ruscelli, di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho fatta. ‘Ferrario’ fa erroneamente di dodici miglia questa distanza, e dice, che va in mare sott’acqua, poco sopra accennato, non saprei qual altro potesse essere.”. In questi passi, il barone Antonini (…), benchè ci parlasse delle numerose grotte, presenti lungo la linea di costa ad oriente di Sapri, ovvero verso Acquafredda e dicendo addirittura che egli stesso avrebbe fatto deliziosa caccia di falchetti e uccelli che ivi nidificano e si vedono in queste grotte e fuori i “dirupatissimi scogli”, non aveva visto o non si era accorto che dopo la località ‘Scifo’, dall’altra parte dello sperone roccioso, appollaiata su uno di questi, vi era la vecchia torre dello Scialandro. Antonini, pur andandoci a caccia per mare, non accenna affatto alla Torre di Scialando. Forse nel 1745, questa torre, come io credo, era stata abbandonata già dal 1566, anno questo dei primi programmi di ricostruzione di torri lungo la costa nel Regno di Napoli al tempo del governo Spagnolo.  Forse da mare non la vedeva. Io credo che, avendone parlato nel 1568 Scipione Mazzella Napolitano (…), come dirò e, non ne avesse parlato l’Antonini nel 1745, è dovuto al fatto che la Torre dello Scialandro, ai tempi dell’Antonini, probabilmente era dismessa e abbandonata da secoli, solo un rudere. Un rudere importante per la nostra storia, su cui bisognerà ulteriormente indagare. Dunque, come io penso, la Torre dello Scialandro, è molto più antica delle torri d’epoca Vicereale ancora visibili sulle nostre coste. Sin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al XXI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Furono gli Angioini a pensare a un sistema permanente e completo di difesa e di segnalazione con fumo e fuochi dall’alto di torri collocate in promontori e in vista una dell’altra. Tale sistema fu realizzato solo in minima parte, anche a causa dei continui cambiamenti politici e finì per passare sotto il controllo dei feudatari e delle famiglie che intendevano proteggere i propri territori, piuttosto che le popolazioni dei centri abitati. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Sulle Torri cosiere costruite all’epoca di Federico II di Svevia e quelle successive costruite in epoca Angioina, al tempo della disastrosa per le nostre terre “Guerra del Vespro”, che le interessò particolarmente, poco si è scritto e, poco si è detto e si è indagato. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale popolare vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig….), di cui parleremo. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81). Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”; sempre il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. . Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata. Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro he era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(88) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Sempre Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, continuando il suo racconto su Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “In realtà, lo affermano le relazioni ad S. Limina, aprile 1592, era una “civitas desolata et inhabitalis”, sia a causa della malaria, sia a causa delle continue devastazioni provocate da incursioni di corsari barbareschi.”. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (…) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. Tuttavia, sarà proprio il Pasanisi (…), come dirò, che oltre al Mazzella (…), citerà un’interessantissima notizia storica, forse l’unica, sulla ‘Torre di Scialandro’.  Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa torre diruta, vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Sapri, o un luogo vicino ad esso. Alcune torri cavallare litoranee e di avvistamento, costruite in epoca Vicereale, non venivano comprese nel territorio di Sapri, in quanto il territorio di Sapri all’epoca dell’edizione di Scipione Mazzella Napolitano (…), era compreso nel territorio del feudo della baronia dei Palamolla di Torraca e sotto la giurisdizione più ampia del marchesato dei Carafa di Policastro. Infatti, tra le Torri esistenti lungo la fascia costiera saprese che si protende fino ad Acquafredda, vi erano ad esempio anche la torre costiera detta dello ‘Scialandro’ (vedi immagine di Fig….), costruita verso il confine tra le due Regioni e poco prima il Canale di Mezzanotte. Più avanti, sulla costa saprese, procedendo verso Acquafredda, abbiamo la ‘Torre dello Scialandro’ e la ‘Torre di Mezzanotte’ (…), oggi diroccata e posta nelle vicinanze del ‘Canale di Mezzanotte’, detta pure ‘Torre delle Grive o dei Grivi’, di cui parlerò. La nostra costa è costellata di castelli e rocche dirute ed ormai dimenticate. Erano i castelli costruiti in epoca Federiciana, come ad esempio il castello di Policastro. A Castrocucco, vi sono i ruderi del Castello feudale di Castrocucco, dopo Maratea. Credo che la Torre dello Scialandro, sia l’unica costruzione e testimonianza del passato nelle nostre terre, che si perde nella notte dei tempi.

Federico II, nel 1233, ordina la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni

Amedeo La Greca (13), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata costruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II. La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Ecco perchè le torri costiere presenti sul nostro litorale, vengono chiamate dalla tradizione popolare orale “Torri Normanne”.

Le Torri costiere sul litorale saprese costruite prima di quelle Vicereali

Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle  povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (14), vi erano alcune Torri preesistenti. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 260, in proposito scriveva che: “Subì, a più riprese, assedi e distruzioni da parte di barbareschi, nonostante le torri costiere di Capitello e di Villammare, dell’Olivo e del Garagliano a Scario, dello Zancale a Marina di Camerota, oltre alle torri di Molpa e di Palinuro (88). Fu saccheggiata nel 1532 e nel 1544. L’11 luglio del 1552 la distruzione ad opera di Dragut Raìs Bassà fù pressocchè totale, tanto che gli abitanti si ridussero ad appena 30 uomini (89). La ripresa avvenne dal 1562, come dovrebbero attestare una iscrizione e la data incise sul capannone della chiesa (90). Gli stessi vescovi, per quasi tre secoli ad iniziare dal 1300, scelsero come dimora Torre Orsaia (91), più sicura contro le incursioni e la malaria. Nonostante ciò, la diocesi fu, nominalmente, detta di Policastro, come risulta dalla “rationes decimarum” dei secoli XIII e XIV e dalle “taxae pro communibus servitiis” (92).”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(88) M. Vasalluzzo, Castelli torri e borghi nel Cilento, op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (89), postillava che: “(89) N.M. Laudisio, ‘Paleocastren Dioceseos ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (88), postillava che: “(90) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro ecc.., op. cit.”. Il Campagna, a p. 260, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Ciò rivela una iscrizione sotto l’arco del campanile di Torre Orsaia.”. Sebbene non avessimo trovato testimonianza diretta nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo dire che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. Come si può vedere dall’immagine della Fig. 1, che illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9), nel tratto di costa limitrofo a Sapri, troviamo quattro torri. La carta citata è di probabile epoca Aragonese e quindi d’epoca anteriore a quella Vicereale in cui furono realizzate o fortificate alcune Torri marittime Vicereali e di cui parleremo. La carta da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, di cui ho ivi pubblicato lo studio: “Sapri in una carta manoscritta e inedita d’epoca Aragonese”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, è di estremo interesse per la toponomastica ivi citati. Come possiamo ben vedere nell’immagine della Fig. 1, che illustra il particolare della baia di Sapri in una carta d’epoca Aragonese- si notano due Torri, disegnate di colore rosso carminio che sono poste alle due estremità della baia naturale di Sapri. Anzi a me pare vi fosse una terza fortificazione o torre posta sopra le colline. In particolare sulla parte occidentale della Baia di Sapri, corrispondente all’attuale Punta del Fortino, dove oggi si trova il Faro Pisacane, troviamo segnata la “Bondormire”, di cui parleremo. Sempre nella carta in questione, lungo il litorale che va verso Maratea e, dopo il “fiume Lubertino” e il “Scialandro Sc.” (scoglio dello Scialandro), quasi sotto un luogo segnato con il toponimo di “Casale del Confine”, troviamo segnata un’altra Torre marittima di cui però non si vede il nome. Un’altra Torre marittima, posta lungo il medesimo litorale, è segnata più giù e corrispondente al luogo segnato con il toponimo di “Casale del Corbo”, che non sappiamo cosa essi siano ma di sicuro non sono Acquafredda, perchè troppo vicini al fiume Lubertino. Il fatto che queste Torri, come la Torre del Buondormire, segnalata con il toponimo di “Bondormire”, denota che la carta è molto più antica del ‘500, epoca di costruzioni delle Torri marittime Vicereali. Già lo Schmiedt, nel suo studio sui “Antichi porti d’Italia” (11) sui porti della Magna Graecia, pubblicava un interessante disegno Particolare della costa occidentale della baia di Sapri e, scriveva in proposito: “….dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle.” (Fig. 2). Nellinteressante disegno di rilievo planimetrico dell’area di S. Croce a Sapri, come doveva apparire al giovane Tenente del Genio Militare Napoletano nel 1819, si vede anche la Torre del Fortino”, oggi scomparsa, indicata ove si vede scritto la Marinella (4). Forse proprio il vecchio Fortino di cui ci parla il Gallotti (12). La batteria costiera preesistente disegnata nello schizzo del 1819 del Tenente C. Blois (Fig. 2), là dove oggi è il Faro “Pisacane”, di fronte all’Ospedale civile di Sapri, è un’antica batteria borbonica costiera che i Borboni volevano rinforzare. Il Genio militare Borbonico – dopo il decennio di occupazione francese diede incarico al Tenente C. Blois, del Genio militare Napoletano, di disegnare lo schizzo del rilievo planimetrico delle preesistenze del luogo, come si vede nella Fig. 1: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt (11), ove a p. 79, scrive:  “Si notino i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle””, di cui abbiamo ivi pubblicato lo studio “Sapri in due studi di Giulio Schmiedt”, a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti.

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(Fig. 2) Vecchio schizzo (disegnato a mano libera): “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, eseguito nel 1819 a cura del Tenente C. Blois del Genio militare Napoletano, dedotto da un rilievo a scala 1:5000 e tratto dal testo di Schmiedt, ove a p. 79, scrive:  “Si notino i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”” (11).

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(Fig. 3) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare Napoletano, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (13). In questa carta d’epoca Borbonica, sono segnate le due Torri esistenti, la Torre del Buondormire e la Torre dello Scialandro.

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(Fig. 3) Particolare tratto da ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Sezione “Manoscritti e rari” della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (13).

La “Torre del Buondormire” a Sapri

La Torre detta del Buondormire, ora del tutto scomparsa, che era posta ove oggi è il faro nei pressi dell’ospedale civile, ancora visibile nel 1888 dal dott. Nicola Gallotti (12), che ne parla in un suo scritto del tempo.Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (2), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti. La Torre del Buondormire, preesisteva a Sapri già da molto tempo prima del ‘500. Come si può vedere dall’immagine della Fig. 3, la Torre del Buondormire doveva essere visibile ancora alle truppe del Genio Militare Napoletano del Regno delle due Sicilie. Si tratta di uno dei due disegni (13) tratti da una ricca documentazione grafica e topografica, redatta dal corpo del Genio Militare Napoletano, nel decennio francese (1806-1815), del Regno delle due Sicilie. In particolare, il disegno manoscritto quì riportato in Fig. 3, riporta la scritta: Croquì di Sapri”. Il significato in lingua francese di ‘croquis‘ o croquì o croqui è ‘schema o schizzo‘. Nello schizzo planimetrico (Fig. 3), una veduta planimetrica d’insieme e dall’alto di Sapri all’epoca. In esso vengono riportate alcune informazioni utili alla ricostruzione urbana del paese del tempo – primo decennio dell”800. Si vede l’orografia del sito, con l’indicazione della larghezza della baia naturale a mare (T. 200), l’indicazione dei contorni (litorale saprese), dei toponimi dei luoghi e dei torrenti, con la dislocazione delle fortificazioni esistenti e quelle proposte. All’interno dello schizzo si vede ad oriente una T. Scialandro e dall’altra parte ad occidente un’ antica batteria con una ‘T. Buondormire‘, (la Torre del Buondormire). Nello schizzo (Fig. 3), viene indicata una batteria costiera che esisteva sul lato occidentale del paese (Fig. 3). La Torre del Buondormire, oggi scomparsa, era una torre costiera che doveva essere posta dove attualmente si trova l’Ospedale civile di Sapri o dove oggi si vede il Faro Pisacane, presso l’omonima località ‘Fortino’, come si può ben vedere nel particolare della Fig. 3 e di Fig. 2. E’ molto probabile che il luogo fosse lo stesso dove nel ‘600 vi era una Torre cavallara di avvistamento detta la ‘Torre del Buondormire’, come si può ben vedere rappresentata nel disegno del Genio militare Napoletano, inedito e da me scoperto di Fig. 3 (partilare tratto dallo schizzo di Fig. 3), di cui parliamo in un altro nostro studio ivi pubblicato. Il Vassalluzzo (14), sulla scorta dell’Alfano (17), scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Della Torre del Buondormire, ne ha parlato anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (20), che nella sua prima edizione della ‘Lucania’, nel 1745 e poi nel 1795 (III edizione), parlando del porto di Sapri, accennava alla Torre del Buondormire che ancora si vedeva: “….di questo riparo pochissimo oggi n’è rimasto, ed appena si vede sott’acqua, essendo il di più stato consumato, e roso; ma se mai al Governo piacesse di fare stendere un piccolo braccio, o di scogli, o di fabbrica verso la Torre chiamata Buondormire, che sta ad occidente, lo che costerebbe pochissimo, si farebbe allo Stato ed a’ forestieri ancora un gran benefizio, perché i navilj, che vanno, o vengono da Calabria, da Sicilia, da Puglia, da Malta, avrebbero ove ricoverarli; non essendoci adesso da Messina fino a Baja porto né così capace, né più opportuno; ed in tal caso converrebbe ancor nettar il porto stesso, che presentemente ecc..”. Le Torri costruite sul litorale saprese le troviamo segnalate nella carta geografica regionale del “Principato Citra”, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 4) (5).  Il disegno del Tenente C. Blois pubblicato dallo Schmiedt (11) (Fig. 2), è particolarmente interessante in quanto rappresenta il particolare della batteria costiera di cui più tardi parlerà il Gallotti (12) in un suo pregevole scritto. Il disegno del Tenente C. Blois, riporta la sagoma architettonica del Fortino preesistente le cui basi e fondamenta ancora si vedono sotto il Faro “Pisacane”, in località ‘Fortino’, costituendo le preesistenti fondazioni poste sulla scogliera adiacente la battigia del mare. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (7). Dall’altra parte del paese, verso Acquafredda, troviamo altre tre torri. La torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ (ricordata dall’Antonini e dal Pacicchelli come quella del fiume ‘Obertino’) è una di queste. La Torre del Buondormire, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, la vide. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. La Torre del Buondormire, oggi scomparsa, era ancora visibile nel primo quarto di secolo XIX,  al delineatore della carta manoscritta “Golfo di Policastro“ (Fig. 5)(10), senza indicazione di scala, a colori, inedita e da me scoperta e, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove la rinvenni in un copioso cartegggio sul Cilento.

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(Fig. 4) Carta geografica: “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- 1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta dal Mazzetti (5).

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carta Golfo di Policatro

(Fig. 5) Particolare tratto dalla carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (10), inedita e da me scoperta.

Sebbene lo schizzo d’epoca borbonica, ad oriente di Sapri, segnasse una ‘Torre dello Scialandro’, non credo che questa citazione fosse del tutto corretta. La ‘Torre dello Chialandro’, segnata nei ‘Croquì di Sapri’, schizzo d’epoca murattiana, non è quella dello Scialandro ma era la ‘Torre di Capobianco’, già precedentemente denominata ‘Torre dell’Obertino o del Lubertino, dall’omonimo fiume carsico che ivi scorre, citata anche dall’Antonini. E’ probabile che il delineatore dello schizzo detto ‘Croquì di Sapri’, un militare del Genio Murattiano all’epoca dell’occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, l’abbia confusa con l’altra torre che pure esisteva. Nel 1815 la Torre del Buondormire era ancora visibile tanto che il Romanelli (…), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (…). Dall’altra parte del paese, verso Acquafredda, troviamo altre tre torri. La torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ (ricordata dall’Antonini e dal Pacicchelli come quella del fiume ‘Obertino’) è una di queste. La Torre del Lubertino, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage, la vide. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (…), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Quasi sempre vengono annoverate: la Torre di Capobianco’, ancora visibile dopo il porto di Sapri, all’altezza dello scoglio dello Scialandro a mare (Fig….). Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua interessante disamina sulle “torri costiere nel Viceregno”, si ferma all’ultima Torre costruita sulle coste del Principato Citra che, peraltro, nella sua tav. 6, chiama erroneamente “Torre Mezzanotte”, riferendosi probabilmente alla “Torre di Scialandro”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), a p. 200, parlando di Sapri, scriveva che: “All’anno 1809, Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti, che dimoravano nel retroterra e, nell’anno 1811, essa ne contava 1368 (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 200, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Rizzi F., Osservazioni statistiche sul Cilento, op. cit., p. 69; Cassese Leopoldo, La Statistica, op. cit. p. 281. Sinno A., Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo, parte II, 1954, p. 130. A quest’anno, per Sapri, troviamo scritto: “Circa 400 individui di questo Comune vivono girando dentro, e fuori il Regno col mestiere di accomodare caldare (caldaie)”. Io posseggo il testo del Sinno (…), ma non ho trovato a p. 130, tutto ciò che riporta il Vassalluzzo. Nel Sinno (…), si parla di Sapri a pp. 130 e 131, dove egli scriveva che: “In altri paesi costieri del Salernitano, da Agropoli a Sapri, si ebbe egualmente il fenomeno dello spopolamento, determinato dalla stessa causa, cioè della malaria e per di più il pericolo di incursioni di pirati. Ma quelle popolazioni, che raggiunsero in passato i paesi vicini montani, dove trovarono fraterno accoglimento, ecc…”, ma come si può leggere non dice nulla circa i suoi abitanti nel 1811. Inoltre credo che il Sinno (…), semmai avesse scritto questa notizia, si sia confuso con gli abitanti di Rivello. Il Vassalluzzo, nella sua nota (4), citava anche Leopoldo Cassese, e credo che la notizia sia contenuta nel suo La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, 1955. Il saggio del Cassese riguarda la Relazione di Gennaro Primicerio Guida che nel 1811, presentò per il Pricipato Citra, il colto sacerdote, come scrivono nell’introduzione al testo i due studiosi Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (…), nel 1973, dove pubblicano solo la parte che riguarda l’Agricoltura. La Relazione sulla «statistica» del Regno di Napoli del 1811 è un’opera letteraria redatta per il governo Napoleonico di Gioacchino Murat che la commissionò in quegli anni. Leopoldo Cassese (…), ha scritto anche ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, edito nel 1956, in cui pubblicò il testo di FIlippo Rizzi (…), ‘Osservazioni statistiche sul Cilento’, che ho. Il Vassalluzzo nella sua nota (4), parla di p. 281, ma il saggio del Cassese arriva a p. 124. Le notizie tratte dal Vassalluzzo, circa gli abitanti di Sapri nel 1811, sono state citate anche dal Guzzo (…). Come ci fa notare Antonio Scarfone (…),  nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” che, segnalava alcune notizie tratte da Scipione Mazzella Napolitano (…) e che in proposito affermava che: “nell’elenco dei centri abitati del Principato di Citra, così come nell’elenco delle torri costiere, viene segnalata solo una struttura litoranea, Scilandro nel territorio di Policastro (Guzzo, 1999) senza nessun accenno a Sapri come elemento di scalo.”, la prima citazione in assoluto di una ‘Torre dello Scialandro’ è di Scipione Mazzella Napolitano (…), che la citò a p. 87, del suo elenco delle Torri costruite nel Principato Citra, del suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568:

Mazzella Napolitano, p. 83, sulle Torri del Principato Citra

(Fig….) Scipione Mazzella Napolitano (…), p. 87, elenco delle Torri nel Principato Citra

Scipione Mazzella Napolitano, nel 1568, citava l’antica Torre dello Scialandro. Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suddetto elenco che vediamo illustrato nell’immagine della Fig…, citava due torri dello Scialandro ed in proposito scriveva che: “37 Torre di Scilandro in territorio di Policastro” e, poi scriveva pure: “58 Torre del Crivo di Scilandro in territorio di Camerota”. Dunque, il Mazzella, citava e le chiamava Torri di “Scilandro” , sia in territorio di Policastro e sia in territorio di Camerota. Non mi risulta che a Camerota o a Palinuro, vi sia una “58 Torre del Crivo di Scilandro”. Nell’elenco delle Torri costiere costruite a seguito delle ordinanza dei Vicerè spagnoli, non risulta questa torre nel territorio di Camerota. Scipione Mazzella (…), non cita solo la Torre dello Scilandro, come invece scrive Antonio Scarfone (…), ma cita anche la “42 T. di Capobene in terr. di Policastro”. Il Mazzella, cita pure un’altra torre che a noi pare strana: “64. T. della Fenosa detta Capo delle Gatte in terr.”. Il Mazzella la chiamava “Torre di Scilandro”, ponendola nel territorio di Policastro. Dunque, il Mazzella, per tutte le torri che cita e che conosciamo a Sapri o nei suoi pressi, dice essere nel territorio di Policastro. Perchè ?. Scipione Mazzella Napolitano (…), a p…., parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo Golfo, che gli antichi chiamavano Seno Saprico dalla città di Sapri hoggi nominata li Bonati.”. Scipione Mazzella Napolitano (…), sebbene citasse delle interessanti notizie, non conosceva bene i luoghi e dunque non poteva sapere che all’epoca in cui egli scriveva, nel 1568, sebbene Sapri, appartenesse alla giurisdizione del mandamento di Vibonati, le sue coste erano quelle sapresi e non di Policastro. Infatti, le Torri costiere esistenti al tempo di Scipione Mazzella (…), nel 1568, non erano solo quella dello ‘Scialandro’, ma lungo la fascia costiera che da Sapri va verso Acquafredda, le torri erano diverse. Tuttavia, la citazione di Scipione Mazzella (…), che scriveva nel 1568 è di estrema importanza per la ricostruzione storiografica di alcune torri preesistenti sul nostro territorio già in epoca, io credo, angioina. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Ma, l’opera più esaustiva che al momento sia stata scritta sulla costruzione delle Torri costiere nel periodo Vicereale è quella di Onofrio Pasanisi (…): ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’, pubblicata nel 1926. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), è l’unico che riporta una notizia storica interessante e documentata sulla ‘Torre dello Scialandro’. Il Pasanisi (…), a p. 428, in proposito scriveva che: “Nel 1567 infatti venne imposta per la fabbrica una tassa di grana 22 per tutti i fuochi del regno (3), ecluse le terre lontane 12 miglia dalla marina ed alcune categorie di abitanti, schiavoni ed albanesi che pagavano la metà (4). L’aveva preceduta il 1° maggio 1566 una tassa di grana 7 ed 1 cavallo per il servizio di una guardia (5). L’adozione di questo sistema apportò immediatamente immensi benefici. Non solo permise una giusta ed ecqua ripartizione di questi pubblici pesi, non solo pose fine ai continui litigi delle università, ma quando, – e ciò fu assai notevole – col copioso affluire del danaro nelle casse dello Stato, diede modo a queste di essere rivalse delle spese di fabbrica e di quelle assai gravose del servizio di guardia, (queste ultime a datare dal 1° maggio 1566). Innumerevoli sono infatti gli ordini di rimborso dati dalla R. Camera ai percettori provinciali (1).”. Il Pasanisi (…), a p. 429, nella sua nota (1), postillava in proposito che: “(1) ad es. ‘Partium S., vol. 548, f. 150: rimborso dei ducati 93 a Guardiagrele pagati nel 1563 per la tassa del Sangro. Idem vol., fol. 122 per l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento che cita il Pasanisi (…), è un documento tratto dai registri “Partium” della Real Camera della Sommaria del Regno di Napoli Vicereale. Dunque, questa notizia è di estrema importanza in quanto conferma la mia ipotesi circa l’esistenza (documentata) di una Torre dello Scialandro, che secondo questa notizia fornitaci dal Pasanisi che la cita, per la sua costruzione, le imposizioni fiscali pagate precedentemente dall’università di Rivello, il 1° maggio 1566, dovevano essere restituite a causa della nuova ordinanza emessa nel 1567, che escludeva dal pagamento tutte quelle università (i comuni dell’epoca) ed in questo caso l’università di Rivello, che distavano più di 12 miglia dalla torre costiera da costruire. Insomma, secondo quanto scrive il Pasanisi (…), nella sua nota (1), di p. 429, che cita il documento “Partium S., vol. 548, f. 150”, risulta che l’università di Rivello, prima del 1567, aveva contribuito al pagamento delle imposizioni fiscali per la “Torre Scialandro”. Tuttavia, non sono in grado di affermare il vero motivo per cui l’università di Rivello, pagava le imposizioni fiscali per la ‘Torre Scialandro’. Il Pasanisi (…), scrive che i motivi per i quali, nel 1567, il governo spagnolo Vicereale nel Regno di Napoli, imponesse il pagamento di pesi fiscali erano diversi. Infatti, i motivi addotti per il pagamento delle tasse poteva essere la: 1-  costruzione della torre (imposta per la fabbrica), 2 – servizio di guardia per le torri già funzionanti; 3 – la costruzione di opere di rifacimento e ammodernamento su fabbriche già esistenti. Dunque, alla luce del documento citato dal Pasanisi, posso solo affermare che dopo il 1567, a seguito della nuova ordinanza emessa per “tutti i fuochi del regno” (tutti i nuclei familiari presenti e rilevati nell’ultimo censimento), l’università di RIvello verrà esentata dal pagamento di qualsiasi tassa. Dal documento citato si può anche affermare che la ‘Torre dello Scialandro’, nel 1567, già esisteva, anche se non posso dire quando è iniziata la sua costruzione. Per l’epoca di fondazione o costruzione della Torre dello Scialandro, bisognerebbe trovare i documenti, semmai vi fossero, che ci dicono quando ne fu ordinata la sua costruzione. Inoltre, non possiamo dire quando l’università di Rivello, insieme alle altre università, contribuirono per la fabbrica o per il suo servizio di guardia. Il documento citato dal Pasanisi, ci dice quando furono restituiti i pesi pagati all’università di Rivello che probabilmente come altre università aveva presentato ricorso alla Real Camera della Sommaria. Inoltre, interessante è la citazione di “l’università di Rivello (Basilicata) per contribuzione torre Scialandro (Policastro).”. Il documento dunque, fa luce anche sulla citazione del Mazzella (…), che nel suddetto elenco scriveva che: “37 Torre di Scilandro in territorio di Policastro”. Il Mazzella, nel 1568, proprio l’anno dopo l’ordinanza vicereale del 1567, elencava le torri costruite ed esistenti nel Principato Citra e la torre dello Scialandro la poneva nel territorio di Policastro. Dunque, mi chiedo cosa centrasse l’università di Rivello ?. Nel 1567, l’università di Rivello, faceva parte della Diocesi di Policastro e forse apparteneva alla vasta contea dei Carafa della Spina di Policastro. Sull’epoca di fondazione della ‘torre dello Scialandro’, come pure di altre torri come quella della ‘Petrosa’ a Villammare, questa pure citata dal Pasanisi, o della ‘torre del Buondormire a Sapri, non abbiamo notizie documentate ma credo si tratti di torri molto più antiche risalenti all’epoca anteriore della guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi. Le Torri di guardia o di avvistamento (guardiole), più piccole, con pochi uomini di guardia ed un solo cannone, erano disposte sulle alture, oppure lungo la costa, spesso in località difficilmente raggiungibili, ma in ottima posizione per sorvegliare molte miglia di mare. ogni torre era in vista delle due limitrofe, in modo da poter comunicare, sia durante il giorno (segnali di fumo) che di notte (con l’accensione di fuochi). Il numero di fuochi corrispondeva a quello delle navi in arrivo e la fumata, (nei limiti delpossibile…..) era rivolta nella direzione da cui queste provenivano. entrambi i tipi di segnalazione erano preceduti da un suono di campana. Le Torri angioine, più antiche, di forma cilindrica, con basamento a tronco di cono che rappresenta i 2/3 dell’altezza dell’intera torre ed è sormontato da una cordonatura (redondone o toro) di tufo grigio in piperno (roccia vulcanica proveniente dalle cave napoletane poste ai piedi dei Camaldoli) o materiale simile, e mura poco spesse. Avevano funzione, essenzialmente “di avvistamento”. Le torri circolari, quelle d’epoca Angioina, caddero in disuso con l’avvento della polvere a sparo. Fu l’avvento dell’artiglieria a segnare il passaggio dalla forma circolare a quella quadrata, per meglio resistere alle cannonate. Le nuove Torri, costruite con criteri più moderni, erano così in grado di assolvere a funzioni di avvistamento, riparo ed anche offesa. Talvolta, due o più Torri venivano unite da ballatoi. L’ingresso veniva aperto sul lato a monte, al piano superiore (3-6 m. di altezza) e poteva essere dotato di una scala retraibile., anziché in muratura. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo pregevole studio sui ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, nel capitolo III: “Le Torri costiere nel Viceregno”, a p. 45, mostrava un disegno tratto dalle Carte e stampe, conservate all’Archivio di Stato di Napoli, da cui io stesso, trassi diversi documenti inediti:

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In questo disegno, si vedono le due principali tipologie di torri costiere. La torre dello Scialandro, appartenente al sistema difensivo costiero del Regno di Napoli, ma di sicuro non faceva parte del programma di costruzione promosso dal Governo Vicereale. Situata su uno sperone roccioso nei pressi del “Canale di Mezzanotte”, non conosciamo l’epoca di fondazione, ma essendo la sua struttura di foma a pianta e sezione circolare, dunque con base e tronco cilindrico, rappresentando ed assumendo la quasi perfetta forma di un cilindro, essa si configura tra le tipologie costruttive usate molti secoli prima dell’epoca Vicereale. Io credo che la sua forma cilindrica, può avvalore l’ipotesi che essa sia una Torre molto più antica e forse risalente al periodo Angioino. Per le torri Vicereali, ovvero le torri costiere, oggi in parte ancora visibili anche se dirute, al contrario è stato scritto molto. Le torri costiere vicereali sono le torri costruite lungo la costa del Regno di Napoli ed in particolare quelle Tirreniche, dal Governo dei Vicerè Spagoli, ce tra gli anni 1555 e 1582, intrapresero un programma di costruzione molto vasto.  Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, racconta della richiesta che Don Sancio Martinez, nel 1554, fece alle Università del luogo per la costruzione di due nuove Torri a Molpa e Palinuro. Il Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta dell’Alfano (…), a p. 197, scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.“. Dunque, secondo il Vassalluzzo (…), ad oriente di Sapri, l’unica Torre esistente e costruita era quella di Capobianco, anticamente detta Torre dell’Obertino. Dal sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nessuna citazione delle torri costiere più antiche ed in particolare della ‘Torre di Scialandro’, di cui parlerò. Nel 1978, e nel 1991, Angelo Guzzo (…), pubblicò due libri di estremo interesse per la ricostruzione storiografica delle nostre zone. Nei suoi ‘Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia‘ e, nel postumo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, il Guzzo, anche sulla scorta del Pasanisi e del Vassalluzzo, fa una disamina della costruzione delle Torri marittime Vicereali costruite sul finire del XVI secolo, lungo le noste coste, da tempo oppresse dalle incursioni barbaresche. Secondo la ricostruzione che il Guzzo (…) fa, anche sulla scorta dei documenti di Archivio raccolti e citati dal Pasanisi (…) “Solo nel 1566 venne l’ordine della costruzione delle torri nelle rimanenti parti del Principato Citra, nel tratto cioè, che da Agropoli si estende fino a Sapri e non comprese nel precedente bando. Le torri da edificarsi o da accomodarsi ed indicate dall’Ingegnere Tortelli, che era stato inviato in quella provincia dal Duca d’Alcalà, furono le seguenti: 35) Una allo Scialandro, presso Sapri”. Dunque, il Guzzo (…), a p. 247, scriveva che la Torre dello Scialandro, veniva costruita a seguito dell’orinanza vicereale del 1566. Ma rileggendo il Pasanisi (…), abbiamo visto che l’epoca di costruzione di quella torre non si evince. Dal documento citato a p. 429 nella sua nota (1), si evince che l’università di Rivello, nel 1567, veniva esentata dal pagamento dei pesi per la Torre dello Scialandro, ma non si evince da nessun documento che la ‘Torre dello Scialandro’ rientrasse nel programma dell’ordinanza del 1566. Ancora il Guzzo (…), a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Il Guzzo, racconta che, sebbene la richiesta di tasse per la costruzione delle due nuove torri fosse stata negata dalle Università del posto, queste due nuove torri erano operanti nel 1557. Il Guzzo (…), a p. 248, scriveva in proposito che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località:………………….”. Anzi il Guzzo (…), a p. 250, scriveva che: “Alla fine del 1570 sulla costa cilentana, di tutte le torri progettate e comprese nel bando del 1566, solo le seguenti erano effettivamente compiute, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati: – ………………. (35).”. Il Guzzo (…), a p. 252, nella sua nota (35), sulla scorta del Vassalluzzo (…), che a p. 197, del suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, nella sua nota (…), postillava la stessa cosa “……………………. Il Guzzo (…), nelle pagine seguenti, parla del programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo e a p. 250, a proposito della Torre del Buondormire, dice che questa era una delle torri che furono completate alla fine del 1570 e a p. 252, nella sua nota (35), postillava che: “(35) La Torre del Buondormire ora del tutto scomparsa, era ancora visibile nel 1888. Vi furono come torrieri: ecc..ecc..”. Il Guzzo (…), riguardo la documentazione attestante la notizia che alla fine del 1570, ricavata dal Pasanisi (…), la costruzione della Torre del Buondormire, presso Sapri, era effettivamente compiuta, in proposito postillava che: “(22) Perc. Prov. Fascio 119, fol. 138- citato da Pasanisi O., op. cit., pag. 433.”. Dunque, se notiamo bene, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi e dei documenti di Archivio citati, scrivendo che detta suffraga la costruzione “effettivamente compiuta”, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati”. Dunque, il Guzzo, sulla scorta del Pasanisi (…), comprendeva nell’elenco delle torri che venivano costruite nel 1566, anche quella dello Scialandro. Il Guzzo, nel suddetto elenco, citava la ‘Torre dello Scialandro’ e la citava dopo la Torre alla foce del torrente Rubertino che abbiamo visto essere poi stata chiamata Torre di Capobianco che è ancora visibile davanti lo scoglio dello Scialandro. Dunque, stando a ciò che lo stesso Guzzo scrivesse a p. 250, la Torre dello Scialandro seguiva in successione quella del torrente Rubertino, e dunque, questa torre doveva essere una torre posta lungo la costa dopo quella del torrente Rubertino. Sempre il Guzzo (…), a p. 253, scriveva che con la nuova tassa imposta nel 1582, e per effetto di essa furono portate a termine anche la torre alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri. Dunque, della torre dello Scialandro, non si dice più nulla. Forse perchè era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Dalla documentazione della Camera della Sommaria Vicereale del Regno di Napoli, pubblicata dal Pasanisi (…), si evince che la costruzione delle Torri cavallare fatte costruire verso la fine del ‘500 dai Vicerè spagnoli per la difesa delle coste e delle umili popolazioni dell’epoca, non interessavano alcune Torri costiere che già dovevano essere preesistenti, se non per il solo loro rafforzamento. Ma se il Guzzo (…), sulla scorta di Onofrio Pasanisi, a proposito di questa torre, a pp. 248-250, in proposito scriveva che: “Nel Principato Citra, si costruivano torri, già progettate e comprese nel Bando del 1566, nelle seguenti località (e continua l’elenco delle torri a p. 250): “alla Petrosa, a Villammare; al Buondormire, presso Sapri, alla foce del torrente Rubertino, presso Sapri, allo Scialandro, presso Sapri.”. Dunque, anche in questo caso il Guzzo (…), ci dà un quadro distorto della realtà dei fatti, in quanto secondo quanto asserisce, la torre dello Scialandro, si costruiva nel 1567. Come ho avuto già modo di ribadire, la torre dello Scialandro, nel 1567, era già preesistente ma dal documento citato dal Pasanisi non si evince che fosse in costruzione. Forse nel 1567, la Torre dello Scialandro, come altre torri già preesistenti, erano state oggetto di interventi di manutenzione. Sempre il Guzzo, a p. 253, scrive che nel programma di costruzione attuato nel Regno di Napoli dal governo Vicereale Spagnolo, per effetto della nuova tassa imposta nel 1582, fu portata a termine alcune torri ma nel suo elenco non figura quella dello Scialandro. Infatti, se la Torre dello Scialandro, veniva citata da Scipione Mazzella Napolitano, nella sua prima edizione del 1568, mi chiedo come fosse possibile che questa torre, pur essendo compresa nel programma di ricostruzione del 1566, non fosse stata ultimata a seguito del programma attuato a seguito della tassa del 1582. L’unica spiegazione logica è quella, come io credo, che la Torre dello Scialandro, fosse una torre già peesistente ancora prima della costruzioni vicereali e che poi in seguito, fu compresa nel programma di ricostruzione per rinforzarla ma, come io credo, i lavori non furono del tutto ultimati a causa del fatto che mancavano i fondi per ricostruirla o rinforzarla. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 197, scriveva in proposito che: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni.. Dunque, secondo l’elenco che fa il Vassalluzzo (…), tra il 1568 e il 1584, sulla ‘Torre dello Scialandro’, a sua guardia non risulta nessun torriere ma risultano torrieri a guardia delle torri di Buondormire e di Capobianco. Ovviamente il fatto che non risultassero torrieri a guardia della ‘Torre dello Scialandro, nel secolo XVI, non significa che questa torre non fosse già preesistente.  Il Guzzo (…), sulla scorta del Pasanisi (…), a p. 253, scriveva che nel 1580, la vicina Università di Maratea, “ricorreva al Vicerè per la mancata costruzione di una torre, già ordinata dal Governatore Conte di Briatico, nel luogo detto di Acquafredda, presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (39).”. La “Grutta d’a Scala” (il nome significa ‘grotta della scala’). Il Guzzo, a p. 253, in proposito a questa torre in Acquafredda, nella sua nota (39), postillava che: “(39) O. Pasanisi, op. cit. p. 435.”. Infatti, Onofrio Pasanisi (…), a p. 435, aveva scritto che: “Nel 1580 l’università di Maratea ricorreva al vicerè per la mancata costruzione d’una torre già ordinata dal governatore Conte di Briatico nel luogo detto dell’Acqua fredda presso la grotta della Scala, approdo e dimora dei corsari (2).“. Il Pasanisi (…), a p. 435, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Proc. R. Cam. (p.a.) n. 3037, vol. 277.”. Ma in questo caso il Pasanisi (…), non si riferiva alla ‘Torre di Scialandro’, ma si riferiva ad una torre costruita ad Acquafredda, nel luogo, dove io credo, oggi vi è la Villa Nitti. La vicina spiaggetta della grotta della Scala si trova ad Acquafredda di Maratea in Provincia di Potenza, ed è molto probabilmente la spiaggetta dove sbarcò il gruppetto al seguito di Costabile Carducci. Non sappiamo se il 10 marzo 1577, secondo quando scrive Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’, a p. 281: “il regio misuratore delle Torri delle cinque provincie di Terra di Lavoro, Principato Citra (il nostro) Basilicata, Terra di Bari e Capitanata, Liberato Lucido, ecc..”, l’avesse visitata insieme alle altre preesistenti lungo il litorale costiero del nostro Principato Citra. Certo è che se fosse ritrovato l’antico verbale di visita di Liberato Lucido, Regio misuratore del Regno di Napoli al tempo del governo dei Vicerè Spagnoli, sarebbe un ulteriore testimonianza dell’esistenza, anzi preesistenza della ‘Torre di Scilandro‘. A tal proposito stò cercando i registri ‘Quinernioni’, dove si annotavano le Sentenze e delibere della Regia Corte della Sommaria, come ci dice il Capasso. Riguardo la torre marittima della Molpa, requisita dal duca d’Alcalà, al De Leyna, e in seguito, il 10 marzo 1577, dunque dopo la prima edizione del Mazzella, secondo quanto il Pasanisi postillasse nella sua nota (3), si riferiva al “(3) Proc. R. Camera, n. 3749, vol. 315, p.a.”. Come pure, potrebbe risultare interessante il documento citato dal Guzzo (…), a p. 258: “Carta n. 41 del Volume 104 dell’Archivio di Stato di Napoli, Sommaria Diversi, I numerazione, in cui è ben chiaro il numero ed anche la dislocazione di tutte le torri marittime del Regno.”. Forse la ‘Torre dello Scialandro’ era una torre già preesistente, come io credo, ma in rovina e dunque giudicata non idonea al programma di costruzione portato a termine dall’Ingegnere Tortelli. Mazzella (…), a p. 87, elencava le torri costiere esistenti nel 1568, ed in proposito citava solo la torre dello ‘Scialandro’, scrivendo: “37 T. di Scilandro in Territorio di Policastro”. Scipione Mazzella (…), nel suo elenco delle Torri di Principato Citra, citava anche la “58 T. del Crivo di Scilandro in territorio di Cammerota”, confondendola con l’altra ‘Torre del Crivo‘, e confondendola il luogo, dicendola a Camerota. La torre dello Scialandro è una torre molto più antica delle altre visibili che la tradizione popolare orale chiama ‘Normanne’ ma, costruite in epoca Vicereale. Le torri vicereali,  non sono di forma circolare come quella dello Scialandro, ma esse hanno una sezione a base quadrata e, in elevato assumono una quasi perfetta forma cubica. La Torre dello Scialandro, invece, diversamente dalle altre e unico esempio esistente fino a Novi Velia, ha una sezione a base circolare ed in elevato, assume una forma quasi cilindrica, rastremandosi verso l’alto, forma questa tipica delle Torri d’epoca Angioina, dunque molto più antica delle altre. Inoltre, molti scrittori che l’anno citata, l’hanno confusa con la vecchia Torre dell’Obertino poi detta di Capobianco. La Torre dello Scialandro, come si può ben vedere in tutte le altre carte geografiche citate, è sempre segnata lungo la costa che da Sapri va verso Acquafredda ma posta in successione alla Torre di Capobianco. Credo che la Torre di Scialandro, sia la seconda torre ad oriente di Sapri e del fiume Lubertino, che si vede disegnata in rosso nella carta d’epoca Aragonese. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848′, edito nel 1909, parlando dei fatti che accaddero nel 1848, e sul Carducci, nel suo vol. II, a p. 5, in proposito alla torre che io credo fosse dello Scialandro, scriveva che: “Alcuni corsero ad avvertire le guardie doganali in una antica torre posta a ridosso della collina e addetta a caserma. Il brigatiere delle guardie, Salvatore Miggiani, raccolti i suoi pochi dipendenti ecc..”. A tal proposito, devo però citare il racconto dell’episodio e dei luoghi che fa Franco Maldonato (…), nel suo ‘Teste mozze’, edito recentemente, che a p. 104, in proposito allo sbarco di Carducci ad Acquafredda scriveva che: “Messo al sicuro il gozzo, si inerpicano in cerca di cibo verso l’abitato, un borgo di duecento anime, noto come Acquafredda perchè nelle acque rivierasche affiora, una bolla visibile solo in tempo di bonaccia, una sorgente sotterranea di acqua dolce, più fredda delle altre correnti in ogni periodo dell’anno. Quivi si era rifugiato il sacerdote Vincenzo Peluso, che in gennaio ..”. Maldonato (…), a p. 105 continuando il suo racconto scriveva che: “ritenne più prudente ritirarsi ad Acquafredda, poco più di cinque chilometri da Sapri, in una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”Dunque, secondo il Maldonato, il vecchio prete Vincenzo Peluso, nel gennaio del 1848, si era ritirato o “rifugiato” in una una casina a forma circolare situata su un colle che guarda direttamente verso il mare ma dal lato opposto del Porticello.”.

La ‘Cronaca’ su Pisciotta del notaio Giovanni Antonio Ferrigno

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”.

Antonini, p. 330

Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc... L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806.

Due torri costiere, in una carta inedita d’epoca Aragonese

In particolare per i casali citati, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta in questione sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Guardando la carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, d’epoca Aragonese, dunque molto più antica del ‘Croquì’, ci accorgiamo che, all’altezza e di fronte lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, vediamo riportata solo la figura colorata in rosso di una torre ma senza l’indicazione del suo nome. Nella stessa carta d’epoca aragonese, all’altezza dell’attuale Canale di Mezzanotte, vediamo indicata un’altra torre (sempre di colore rosso) che anche quì non è scritto il suo nome ma io credo fosse propio la Torre dello Scialandro. Le due torri, segnate lungo la costa ad oriente di Sapri e sul monte Ceraso, nella carta d’epoca Aragonese, indicate solo con il disegno di una torre ma senza i nomi, io credo siano proprio le torri citate da Scipione Mazzella Napolitano (…), segnalate nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568.

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(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…).

Come ho già precedentemente detto, l’indagine geo-storica si può condurre anche attraverso l’indagine cartografica. A tal proposito, dopo aver illustrato ivi la carta inedita d’epoca Aragonese, aggiungo anche quest’altra carta simile ma non identica, che avvalora ed attesta quanto riportato nella precedente, inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli.  Nel 2008, Ferdinando La Greca e Vladimiro Valerio (…),nel loro pregevole studio sul ‘Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano – Le terre di Principato Citra’, pubblicarono in appendice una serie di carte rinvenute alla Biblioteca Nazionale di Francia. In un altro mio precedente studio, ho parlato della carte inedita e da me scoperta, illustrata nelle due immagini di Figg…… In questo mio saggio, dal titolo “Sapri, in una carta inedita d’epoca Aragonese”, dove ho cercato di spiegare che questa seconda carta, pubblicata dai due studiosi, in realtà, io credo, che si tratti di una copia della carta inedita da me scoperta. I due studiosi, nel loro saggio, scrissero di alcune mappe d’epoca Aragonesi, forse provenienti dalla cercia del Pontano (…), poi in seguito trafugate da Carlo VIII in Francia ed ivi rinvenute nella Bibliote Nazionale di Francia dall’abbate Ferdinando Galiani che nel 1756, ebbe l’ordine di ricercarle dal ministro borbonico Tanucci e li trafugò a Napoli. Queste antichissime carte, furono, molto probabilmente, fatte compilare dal Pontano per conto del governo Aragonese, per motivi fiscali e risultano essere ad oggi tra i documenti importantissimi di quell’epoca. Si vede chiaramente che le due carte si somigliano ma la mia, inedita, io credo sia molto più antica di quelle conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia, pubblicate da Ferdinando La Greca in Appendice del testo citato. Si tratta delle carte: 1- T3.3 – Cilento (BNF, Cartes et Plans, GE AA 1305-6, particolare), pubblicata a p. 102; 2 – T3.7 – Cilento, part. con la valle del Bussento (BNF, Cartes et Plans, GE AA 1305-6, particolare), pubblicata a p. 106.Le due carte pubblicate in Appendice da Ferdinando La Greca (…), a pp. 102 e 106, provengono dalla stessa carta francese: GE AA 1305, Feuille 6. Nel 2013, ho richiesto ed ottenuto dalla Biblioteque National de France, la carta in questione, citando la stessa collocazione indicata da La Greca (…): GE AA 1305, Feuille 6 (foglio 6) ed ho ottenuto la copia digitale, di cui ivi pubblico un particolare.

La carta parigina,,,,

(Fig…) La carta parigina, pubblicata da Valerio e La Greca (…)

Come possiamo vedere, anche nella carta corografica illustrata nell’immagine sopra, sono segnati e riportati i due Casali di cui si ci è occupati in questo saggio. Il toponino (nome di luogo) del “Casale del Corbo”, anche qui, viene segnato sulle alture ad oriente di Sapri, tra lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, e il centro abitato di Maratea. Dunque, come io credo, questo antichissimo casale oramai scomparso e che non so se vi sono ruderi o resti, doveva sorgere grosso modo all’altezza dell’attuale linea di confine tra le due Regioni, prima del piccolo centro abitato di Acquafredda, oppure, come io non credo, potebbe trattarsi dello stesso centro di Acquafredda. Ricordiamo che nei pressi del luogo dove le due carte ivi illustrate riportano il toponimo “Casale del Corbo”, si trova la linea di confine attuale tra le due Regioni del vecchio ‘Principato Citra’ e Basilicata, confine corrispondente al “Canale di Mezzanotte”, che in queste carte non viene segnato. Nelle due carte in questione, si vede segnata un’altra torre, senza l’indicazione del nome, ma successiva a quella segnata non molto distante dal “Casale del Confine” e dal “Fiume lubertino”, dove ho già scritto che si trattava dell’omonima torre del Lubertino o dell’Obertino, a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’altra torre segnata in queste due carte, all’altezza di Acquafredda, come io credo, è l’antichissima “Torre dello Scilandro”, citata nel 1568 da Scipione Mazzella Napolitano. Recentemente, nel 2008, i due studiosi, Ferdinando La Greca (recentemente scomparso) e Vladimiro Valerio (…), in un loro pregevole studio, ‘Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano – Le terre di Principato Citra’, edito nel 2008, a p. 30, pubblicavano uno stralcio della carta corografica o geografica del ‘Principato Citra’ (Fig. 1.16) di Nicola Antonio Stigliola (…), delineata tra il 1583 e il 1595. Dunque, i dati statistici di cui si servì lo Stelliola (…), nel delineare la carta del Regno, venivano raccolti poco dopo quelli pubblicati da Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, la cui prima edizione risale al 1568. Come si può ben vedere anche in questa carta corografica del Regno di Napoli delineata nel ‘600 (…), la carta di Mario Cartaro-Stelliola (…), delineata dai due cartografi del Regno di Napoli, nel 1613. Nell’immagine illustrata pubblico la carta corografica del ‘Principato Citra’, con l’indicazione di tutte le torri vicereali costruite lungo le coste al 1613. In questa carta, oltre a citarsi la “Torre del bondormire”, e “Torre lo Scilandro”, si citava anche l’altra torre esistente lungo la costa saprese ad oriente del porto, la “Torre del Capobianco”, che è quella attualmente visibile ed esistente e, possiamo leggere chiaramente, a seguire la “Torre lo Scilandro” e, la “Torre lo Crivo”.

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(Fig…) “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- -1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta da Mazzetti E., Cartografia del Mezzogiorno d’Italia, ESI, Napoli, tav. XVII.

I due cartografi Stelliola e Mario Cartaro (…), addirittura segnano la Torre del Crivio, all’interno dei confini geografici del “Principato Citra”, tanto che ci fa pensare che la linea di confine tra le due Regioni di Campania con il Principato Citra e la Basilicata (si vede la Torre di Acquafredda), all’epoca del 1613, sia stata diversa da quella attuale. Oggi la linea di Confine tra le due Regioni, corrisponde al vallone o Canale di Mezzanotte, come si può ben vedere sull’immagine del satellite di googgle maps, ma la carta in questione, include la “Torre lo Crivo” nel ‘Principato Citra’, che corrisponde all’attuale Campania. Nella carta ‘Provincia del Principato Citra’, delineata dal Magini nel ‘600 e poi ampliata dal cartografo Domenico De Rossi (…), del 1714, si vede chiaramente una “Torre dello Scialandro”. In questa carta, non viene indicato Sapri, ma viene correttamente indicato il confine tra le due Regioni. Inoltre, nella carta, possiamo leggere un toponimo strano “Elcerosa” e poi anche un “S. Giorgio”, due casali di cui non abbiamo ben capito l’esistenza.

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(Fig…) D. De Rossi, carta corografica di ‘Provincia di Principato Citra’, del 1714, prima delineata dal Magini (Archivio Storico Attanasio), la carta è tratta da E. Mazzetti (…)

Un’altra carta geografica, la ‘Carta Geografica della Sicilia Prima’, edita a Parigi nel 1771 da Rizzi Zannoni (…), dunque dopo la prima edizione della ‘Lucania’ di Antonini (…), nelle campagne sopra Sapri, oltre a “Torraca”, riporta anche un “S. Giorgio”. Inoltre, faccio notare che, in questa carta, a differenza della precedente, la linea di confine tra le due Regioni, è riportata lungo la frattura che corrisponde al fiume Lubertino. La carta in questione, non riporta o indica nessuna torre costiere, in quanto questa è stata una precisa scelta del delineatore Rizzi-Zannoni. L’unica carta che ad oggi mi risulta correttissima nella sua delineazione cartografica e topografica è l’interessante carta manoscritta “Golfo di Policastro“, inedita e da me scoperta in un carteggio alla Biblioteca Nazionale di Napoli. La carta, senza indicazione di scala, a colori, (del 1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli (…), dove, ad oriente di Sapri, vediamo segnate delle Torri e dei luoghi, non più visibili o esistenti. Anche questa carta è una delle poche testimonianze del passato. La carta inedita, che rinvenni in un copioso carteggio sul basso Cilento, ad oriente di Sapri, indicava la “T. di Capobianco”, “Lo scoglietto”, corrispondente all’attuale scoglio dello Scialandro, “Foce Obertino”, e poi ancora più giù, proseguendo lungo il crinale del monte Ceraso, si legge “T. Scialandro”. Come possiamo vedere in questa carta del primo quarto del secolo XIX, la Torre di Scialandro, è posta molto più in basso e ad oriente di Sapri, dove la linea di costa segna la profondità del mare a mt. 14 e, poco distante dall’attuale confine corrispondente al ‘Canale di Mezzanotte’. La carta, dopo la ‘Torre di Scialandro’, indica a poca distanza una “Torre delle Grive”.

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(Fig….) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, e fu da me pubblicata nellAnalisi: “Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1)

Giulio Schmiedt (…), a p. 63, parlando di Punta Campanella e Punta Licosa, cita il ‘Compasso de Navigare’ (132) e poi a p. 79, lo cita nuovamente nella sua nota (176), citando anche il testo che ne parla: di P. Luigi Cavalcanti (…) ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, del 1846 (…). Pier Luigi Cavalcanti (…), nella sua ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, nel 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa la costa che da Policastro arriva fino alla secca di S. Janni, località costiera nei pressi di Castrocucco:

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(Fig…) Cavalcanti P.L. (…), op. cit., ‘Portolano etc…’

Le Torri marittime costiere costruite durante il Viceregno Spagnolo lungo il litorale Saprese

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La costruzione delle Torri cavallare, si rese necessaria, verso la fine del ‘500 a causa delle frequenti scorrerie dei saraceni (almugaveri, arabi), che infestavano queste coste saccheggiando i paesi rivieraschi. In quegli anni, gli Arabi o Almugaveri o Saraceni, occupavano parte della Sicilia ed avevano un avamposto ad Agropoli. Forse fu proprio la presenza dei Normanni e degli Arabi in Sicilia che ha determinato il fatto che la tradizione orale locale indicasse queste Torri cavallare  come ‘Torri ‘Normanne’, anche se, le Torri ‘cavallare‘, costiere, a cui ci riferiamo in questo studio, sono state costruite con le decime (tasse) imposte alle popolazioni locali dai Vicerè ( Governatori del Regno di Napoli) spagnoli, per la difesa delle coste dalle frequenti scorrerie degli Arabi. Purtroppo come vedremo, la costruzione delle Torri nel ‘basso Cilento’ ed in particolare proprio quelle del Golfo di Policastro, avvenne con totevole ritardo e quando le popolazioni locali erano già state vessate sia dalle tasse per la loro costruzione che dalle scorrerie saracene, tanto da determinare un fenomeno tipico dei luoghi, ovvero la costituzione di centri abitati posti in collina quasi sempre corrispondenti ai centri rivieraschi preesistenti. Infatti, Sapri, Torraca; Villammare, Vibonati; Capitello, Ispani; Policastro, Santa Marina ecc..ecc…Accadde che le popolazioni locali, che abitavano in origine solo i centri rivieraschi come Sapri che era un piccolo borgo marinaro, si spostarono nei vicini luoghi posti più in alto da cui si poteva scorgere il mare e tenere sotto controllo eventuali arrivi indesiderati e quindi prepararsi alla difesa o nascondersi. Il 1552, segna l’avvio di un radicale mutamento nella geografia feudale della regione con inevitabili riflessi sulla vita sociale, economica e civile di quelle popolazioni. I terremoti (quello fortissimo del 1647), le carestie, le pestilenze (quelle che colpirono tutto il Regno di Napoli nel 1656 e 1664). Le incursioni saracene e turche, come quella del 1543, ad opera del turco Khair-Ed Din e la seconda del 1552 ad opera di Dragut Pascià, e quelle che si susseguirono lungo le nostre coste fino al XVIII secolo, depredando e devastando questi umili borghi, furono tanto funeste da indurre nel 1532, il Vicerè spagnolo Don Pedro da Toledo a costruire lungo tutta la costa del Regno, una serie ininterrotta di torri vedette. Secondo il Granzotto, a Sapri vennero reclutati molti uomini tra la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, tra cui certamente quella terribile incursione barbaresca di Dragut Pascià del 1552 di cui le fonti (5) ne ricordano i tragici eventi ed i danni subiti da quelle povere popolazioni quando le armate turche sbarcarono nel Golfo di Policastro assalendo tutti i paesi saccheggiando e spargendo terrore. Purtroppo, la costruzione di queste torri, non solo fu deleteria per le umili finanze di queste popolazioni, ma si rivelarono inutili poichè  furono realizzate troppo tardi, quando ormai le popolazioni della costa si erano spostate all’interno. In particolare queste torri sono tutte annoverate nella carta geografica regionale del ‘Principato Citra’, del 1613, delineata intorno al 1590-1594, dal cartografo Mario Cartaro (Fig. 3) (4). Impropriamente chiamate “Torri Normanne” nella tradizione orale locale, la costruzione delle torri continuò anche sotto la reggenza del Vicerè spagnolo Don Parafan de Ribera. Purtroppo solo nel 1566 arrivò l’ordine della costruzione delle rimanenti torri da costruire nel tratto di costa del Principato Citra che va da Agropoli a Sapri. Della costruzione delle Torri marittime Vicereali lungo il litorale del Golfo di Policastro fino a Maratea, ne hanno parlato alcuni studiosi come il Romanelli (7), il Pasanisi (2), il Vassalluzzo (14) ed infine il Guzzo (16). Delle torri progettate e da realizzare, sul finire del 1570 solo quattro erano quelle completate ed operanti, come risulta dai pagamenti fatti ai caporali ed ai soldati (2). Il Vassalluzzo (14), sulla scorta dell’Alfano (17), scriveva in proposito: “Dopo Villammare, nel 1785 e nel 1888 ancora vi era la Torre del Buondormire. Ad oriente del porto di Sapri vi era quella di Obertino, così chiamata dal fiume omonimo e oggi detta di Capobianco (Tav. VI, fig. 6). A guardia della prima Torre vi furono, come torrieri, nel 1568 Pietro Caviczoles; nel 1576 Prando della Torraca; e dal 1598 al 1605 Francesco Brando. A torriere della Torre di Capobianco, nell’anno 1584, fu chiamato De Colis Giovanni. “. Dall’altra parte del paese, verso Acquafredda, troviamo altre tre torri. La torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ (ricordata dall’Antonini e dal Pacicchelli come quella del fiume ‘Obertino’) è una di queste. Fu la nuova tassa di grano 7 1/2, imposta dalla Real corte, che permise di terminare la torre alla foce del torrente ‘Rubertino’ che oggi è chiamata Torre di ‘Capobianco’. La ‘Torre dell’Obertino‘, detta anche dell’Obertino diroccata’, fu costruita intorno al 1568 ed ebbe come torrieri: nel 1569 Bernardo Rey; nel 1584, il suo torriere era Giovanni De Colis; nel 1598 Alfonso Gomez e nel 1605 Fernando Gomez. Poi abbiamo la ‘Torre dello Scialandro’ detta pure da alcuni ‘Torre di Mezzanotte’ (3), oggi diroccata e posta nelle vicinanze del ‘Canale di Mezzanotte’. Nel XVIII secolo, Sapri, non viene più menzionato in alcune carte geografiche regionali, ma in alcune di queste carte troviamo riportate alcune torri cavallare costruite nel periodo del viceregno spagnolo del Regno di Napoli lungo la costa del Golfo di Policastro, tra cui, anche quelle costruite lungo il tratto di costa del litorale saprese, in prossimità del piccolo borgo marinaro di Sapri. Quasi sempre vengono annoverate: la ‘Torre di Capobianco’, ancora visibile dopo il porto di Sapri, all’altezza dello scoglio dello Scialandro a mare (Fig. 7).

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(Fig. 6) Torre di Capobianco posta sul crinale che corre lungo la S.S. 18 e, di poco distante al tratto di costa con lo ‘scoglio dello Scialandro’

Un saggio di Onofrio Pasanisi

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La Torre della Petrosa a Villammare

Molto simili sono le Torri cavallare a Villammare e a Capitello ( Figg. 4-5) che nella forma e struttura assomigliano a tutte le altre fatte costruire dai vicerè spagnoli lungo la costa del Golfo di Policastro fino ad Ascea, a difesa delle popolazioni locali.

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(Fig. 7) Torre della Petrosa a Villammare, in località ‘Petrosa’. sdc10458

(Fig. 8) Torre della Petrosa a Villammare, in località ‘Petrosa’.

Atrabis’ o ‘Petrosa’ nel Libro di Re Ruggero dell’anno 1154

Dunque, abbiamo visto come nella traduzione del testo in arabo del Libro di Re Ruggero, il toponimo di Sapri, dovrebbe identificarsi con il toponimo di ‘Petrosa’. In effetti, questo toponimo, ci fa ricordare che a Villammare – una frazione di Vibonati – vi è una Torre vi-cereale, costruita verso la fine del ‘500, detta appunto Torre della Petrosa. Essa prende il nome dalla medesima località dove essa è posta. La Torre della Petrosa è una delle nu- merose Torri cavallare e di avvistamento, marittime e costiere, costruite durante il Vice-regno spagnolo nel Regno di Napoli, per difendere le popolazioni locali dalle frequenti incursioni saracene. La Torre della Petrosa, figura tra quelle segnate nella carta geografi-ca “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594) di Fig. 3. La località ‘Petrosa’, è citata in una carta d’epoca aragonese da noi scoperta al-l’Archivio di Stato di Napoli, di cui abbiamo parlato in un altro nostro scritto, ivi (Fig. 6).

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(Fig. 1) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (9).

In questa carta corografica (Fig. 1), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si vedevano. Nella carta in questione, di cui quì pubblichia-mo uno stralcio della zona limitrofa all’abitato di Sapri e della sua costa, si vede segnato in nero un toponimo ‘Petrasia’, e poi – un pò più spostato di una Torre – che pure figura – lungo la costa – all’altezza di Villammare – attuale frazione del Comune di Vibonati. La ‘Petrasia’, citata, figura proprio dove oggi è segnata la località ‘Petrosa‘, dove oggi – per intenderci – è segnata la contrada del ‘Parco Le Ginestre’. La presenza del toponimo di  ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca aragonese, ci fa pensare che il toponimo ‘Petrosa’ – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luo-go di un Porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo  ‘.tr.b.s (Petrosa) – noi crediamo – stia ad indicare i toponimi di alcune Torri costiere di difesa conosciute dagli Arabi al tempo del Re Normanno Ruggero e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – Da Policastro a Petrosa (2) ( Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. Infatti, la citazione del geografo del toponimo di Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corris-ponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.” credo, si riferiscano alla località ad oriente di Sapri, dove alla fine del 1500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento, costruita per la difesa delle coste in epoca Vicereale. Il Vassalluzzo (13), sulla scorta dell’Alfano (16), scriveva in proposito: “Siamo a Capitello, che ci attende di mostrarsi la torre omonima (Tav. VI, fig. 4), conservatasi discretamente nella struttura dell’epoca. I torrieri, posti alla sua guardia nei secoli XVI e XVIII, furono Rey Bernardo (1569), Gomez Alfonso (1598) e Gomez Fernando (1605). Essa fu costruita dopo il 1563. Capitello, una volta comune autonomo, oggi è frazione di Ispani. Eccoci a Villammare. La Torre (Tav. VI, fig. 5), incorporata nell’abitato, almeno esternamente si conserva bene ed è adibita a civile abitazione. Anch’essa compare nel piano della costruzione delle torri del 1563 (1- Archivio di Stato di Napoli e Pasanisi, p. 440), All’anno 1598 si trovano come torriere Pugliese Carlo (1). Villammare fa parte come frazione, del Comune di Vibonati. Quest’ultimo Comune fu Feudo dei Caracciolo, di Francesco Pertinet, di Fabio di Bologna, di Francesco Galluppo, di Giovanni Camillo Greco. Nel 1797 si trovava infeudato alla Principessa D. Teresa Carafa di Policastro. Intorno a questo centro, detto anche Bonati o Libonati, sono state fatte numerose polemiche. 

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ” Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sapri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

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(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.

(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(2) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.

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(3) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio);  dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio)

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(3 bis) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….

(3) Santoro Lucio, Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI

(3) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39

(3) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione; si veda pure:

(3) Cisternino Riccardo, Torri costiere e torrieri del Regno di Napoli (1521-1806), Istituto Italiano dei Castelli, Roma, 1977 (Archivio Attanasio)

(4) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138

(5) (Fig. 4) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti E., op. cit., (19), vol. II, tav. XVII.

(6) Granzotto Gianni, La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, Milano, pp. 128, 129.

(7) Romanelli Domenico, Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101. 

(8) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Ro- ma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(9) (Fig. 1) L’immagine illustra uno stralcio della riproduzione digitale fatta da me eseguire della carta corografica manoscritta “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatica-Politica, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiano.”. Sul retro della riproduzione da me richiesta ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81.

(10) (Fig. 5) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita, fu da me pubblicata nellAnalisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“,per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1).

(11) (Fig. 2) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93.

(12) Gallotti Nicola, Condizioni igienico sanitarie di Sapri, Lagonegro, Tip. Lagonegrese, 1891, pp. 8-10-16. Si veda pure Gallotti N., Sapri nella storia e nella tradizione popolare, Napoli, 1899.

(13) (Fig. 3) ‘Croquì di Sapri’, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli. Questo documento, è stato tratto da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti alla ex Biblioteca Provinciale, oggi custoditi presso la Sezione ‘Manoscritti e Rari‘ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli – B.N.N, ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2). Questa carta manoscritta e inedita da me scoperta fu da me pubblicata nell”Analisi sull’Evoluzione Storico-Urbanistica’, per la redazione del P.R.G. del Comune di Sapri, Sapri, 1998 (1) (vedi Attanasio F., op. cit., nota 1).

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(14) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(15) Valente A., Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino (1965), 1976.

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(16) Guzzo Angelo, Da Velia a Sapri, itinerario costiero tra mito e storia, ed. Palumbo & Esposito, Cava de Tirreni, 1978. Si veda pure dello stesso autore: Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991.

(17) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1795, fol. 135, pp. 43.

(18) Caffaro Adriano, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni di- segni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro.

(19) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972.

(20) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, discorso XI, p….

(21) Ramage C.T., Viaggio nel Regno delle due Sicilie – a cura di E. Clay, ed. De Luca, Roma, 1966, ristampa, p. 113 e s.; si veda pure dello stesso autore, la ristampa del libretto: Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828′, a cura di Raffaele Riccio, Roma, ed. dell’Ippogrifo, 2014, p. 137

(22) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.

(23) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Attanasio)

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(…) Cavalcanti P.L., ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, Napoli, 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa la costa che da Policastro arriva fino alla secca di S. Janni, località costiera nei pressi di Castrocucco.

(…) Valente Angela, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, ed. Einaudi 76, 1965, ristampa del 1976, pp…… (Archivio Attanasio)

(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Storico Attanasio)